GRICE ITALO A-Z R ROM
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Romagnosi: la ragione conversazionale della Roma antica, e l’implicatura
dei IV periodi: o, dal segno alla logìa – filosofia emiliana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Salsomaggiore). Abstract.
Keywords: Conversational Self-Love, Conversational Benevolence. Filosofo italiano.
Salsomaggiore, Parma, Emilia-Romagna. Important Italian philosopher. È lo
stesso R. a definire la propria riflessione matura una civile filosofia, entro
la quale si individuano i due temi principali della ‘Costituzione’ e
dell’‘incivilimento’. La legge naturale di socialità è l’asse attorno a cui
ruota tale filosofia e l’incivilimento è il fine naturale della società.
Quest’ultima è un dato naturale – anti-contrattualismo. Anche la sua dottrina
della conoscenza, consegnata a scritti apparsi in età matura, si basa su un
fondamentale naturalismo. Gian Domenico Romagnosi. Studiò giurisprudenza
a Parma, ove si laurea ed esercitò la professione notarile. È notaio a
Piacenza, in seguito si sposta a Trento, con il ruolo di pretore e poi di
consigliere aulico del principato, dove finì per trascorrervi tutti gli anni
Novanta, esercitando anche l’avvocatura. Pubblica la genesi del diritto penale,
un’opera di impronta ancora tutta settecentesca, con al centro il tema della
pena, che non soltanto era stato argomento cruciale di dibattito nel corso
dell’Illuminismo italiano, ma rappresenta anche la prosecuzione e il frutto di
ricerche che, dopo essere state avviate nel Seicento tedesco dal giurista Thomasius,
avevano successivamente interessato buona parte della cultura europea. I
due brevi scritti politici redatti subito dopo, volti a definire i concetti di
eguaglianza e libertà declinati in senso anti-giacobino, sono testimonianza di
un atteggiamento anti-dispotico che può ben essere assunto a cifra
caratterizzante la sua complessiva visione politica del mondo. Proprio sul
terreno di un comune orientamento anti-dispotico è destinato a incontrarsi con
un’altra forte personalità intellettuale del tempo, quella di Pilati, lo
scrittore politico che aveva profuso impegno nel contrastare la politica del
principe vescovo del Tirolo, ma che non esiterà a schierarsi contro Napoleone I
Bonaparte nel momento dell’occupazione francese del Trentino. Al ritorno
degli austriaci a Trento, R. è arrestato per alto tradimento, rimanendo in
carcere per quindici mesi; tradotto a Innsbruck per la celebrazione del
processo come reo di stato, è assolto e scarcerato. Quando poi il Tirolo
divenne di nuovo francese, gl’è affidato l’ufficio di segretario generale del
Consiglio superiore del Tirolo meridionale, presieduto proprio da Pilati –
incarico ricoperto per alcuni mesi, fino a quando riceve la chiamata da Parma a
insegnare diritto naturale e pubblico. L’apice così raggiunto nella
carriera accademica è il segno del riconoscimento tributato
dall’amministrazione napoleonica a R. per il suo valore scientifico, ma
testimonia anche una consonanza ideale che lega il giurista ai protagonisti del
nuovo corso della politica lombarda. Consonanza che si dispiega su un duplice
piano, giacché da un lato in lui è ancora vivo l’entusiasmo per le lumières e
l’interesse per i punti di forza colà coltivati, quali la massoneria o una
nuova pedagogia, e d’altro lato – e questo è l’aspetto certo più rilevante – il
sentimento nazionale è all’origine della sua gratitudine verso i francesi che liberano
il suolo italiano dall’occupante austriaco. Complessivamente, R. mostra
adesione convinta al rinnovamento politico, istituzionale e amministrativo
avviato da Napoleone, anche se, nel tempo, non manca di manifestare con le
opere – con gli scritti, ma anche con l’azione politica – riserve nei confronti
del suo operato (il culmine è toccato con lo scritto Giudizio sul Regno di
Napoleone Bonaparte, in cui Napoleone è raffigurato come il traditore della
rivoluzione. In ogni caso, i primi anni del nuovo secolo videro da parte
di R. grande e sodale partecipazione al progetto napoleonico. Fa parte della
commissione incaricata di redigere il codice penale del regno e subito dopo è chiamato
a Milano dal ministro della giustizia come consulente scientifico. Passa da Parma
a Pavia, chiamato come professore di diritto civile; l’anno successivo si sposta
definitivamente a Milano, per insegnare all’Università ma anche nelle Scuole
speciali di diritto ch’egli stesso aveva promosso e fatto istituire. Già nella
denominazione del suo insegnamento (Alta legislazione civile e criminale nei
suoi rapporti colla pubblica amministrazione) si trova espresso con buona
sintesi il contributo scientifico offerto dal giurista, all’interno del quale è
da sottolineare il suo apporto alla nascente scienza dell’amministrazione in
Italia: R. è infatti tra i creatori del diritto amministrativo. Dirige il
«Giornale di giurisprudenza universale», inaugurando una stagione di intensa
attività pubblicistica, che si protrarrà fino ai suoi ultimi anni. Al
ritorno degli austriaci è destituito dall’insegnamento universitario. Agli
inizi ottenne la licenza di insegnare privatamente. Fra gl’allievi più
ragguardevoli di questo periodo si annoverano personaggi come Cattaneo, Cantù, Ferrari.
Al centro della sua riflessione stava adesso la de-lineazione di un ordinamento
complessivo dello stato italiano, ch’egli immagina sotto forma di monarchia
costituzionale, ossia rappresentativa, e nazionale (secondo il titolo
dell’opera fatta circolare e in forma clandestina. Quando non poté insegnare
più neppure privatamente, si dedica per intero all’attività pubblicistica,
proseguendo la collaborazione a riviste quali la «Biblioteca italiana», «Il
Conciliatore», l’«Antologia» e soprattutto impegnandosi negli «Annali
universali di statistica», fondati di recente, e a cui per anni offrirà un
contributo regolare. A R. va il merito di avere introdotto nella cultura
italiana la disciplina della statistica. Alla rivista collaborarono attivamente
i suoi allievi, da Ferrari a Sacchi, dal cugino di quest’ultimo, Sacchi – che
all’indomani dei moti, raccogliendo l’eredità di R., assumerà a sua volta la
direzione degli «Annali» –, a Gioia, che
s’è aggiudicato la vittoria al concorso indetto dall’amministrazione generale
della Lombardia sul quesito: Quale dei governi liberi meglio convenga alla
felicità dell’Italia? (la dissertazione con lo stesso titolo fu pubblicata – H.
P. Grice: “In my ‘Some reflections about ends and happiness,’ I argue that Italy’s
happiness is England’s bane – inglese italianto e un diavolo incarnato!” -- ),
poi a Milano aveva diretto l’Ufficio di statistica, finché, dopo Campoformio, è
tornato, senza mai abbandonare la propaganda repubblicana, a dedicarsi agli
studi; fra le opere che vale la pena di menzionare qui si annovera una filosofia
della statistica. Erano stati i moti la causa dell’ennesimo ‘nuovo corso’
nella vita di R.: come è già accaduto a proposito di una congiura militare,
così anche adesso egli veniva accusato di non aver denunciato i preparativi per
il moto carbonaro organizzato da Pellico, con cui in effetti intratteneva
rapporti stretti. È perciò incarcerato, ma le prove non ressero al processo e fa
ritorno a Milano. Da allora in poi condusse una vita raccolta nello studio,
contornato dagl’allievi, afflitto da una salute sempre più malferma. Nelle sue
opere l’eco del pensiero dei maggiori esponenti dell’Illuminismo meridionale,
da Genovesi a Filangieri, è viva, e ben esemplificativa degli intrecci fecondi
allacciati dall’Illuminismo lombardo con il resto della cultura italiana.
Ricche e articolate anche le componenti europee della sua formazione, quella
francese innanzitutto ‒ da Condillac a Montesquieu ‒, ma anche quelle di area
tedesca. Il diritto pubblico universale Figura difficile da schizzare,
quella di R., per l’enorme massa di scritti che non sono ancora stati ordinati
e raccolti in un’edizione nazionale, dopo due tentativi rimasti entrambi
incompiuti. In queste pagine si tenta di seguire il filo dei concetti giuridici
e storico-politici che punteggiano le opere più significative, ricomponendoli
in un quadro che dia forma e consistenza alla sua filosofia civile, definita
dall’autore stesso come una scienza intermedia fra la pura filosofia razionale
e la scienza della legislazione. Lo studio e l’insegnamento del diritto
pubblico sono l’occupazione centrale di R.. Ma altrettanto fondamentali sono le
ricerche avviate agl’inizi della sua carriera di studioso sul diritto penale.
Un vero e proprio monumento del tardo Illuminismo giuridico ci appare oggi la
sua Genesi del diritto penale. L’obiettivo generale dell’opera è quello di
elevare il sapere giuridico al rango di scienza – obiettivo peraltro perseguito
anche successivamente, nelle altre articolazioni del diritto a cui l’autore di
volta in volta si applicò. L’intento sistematizzante è ben rilevabile
nell’ordinamento more geometrico, che caratterizza sia questo scritto sia
l’opera di un quindicennio più tarda, dedicata a esporre e ordinare
sistematicamente la disciplina del diritto pubblico: l’Introduzione allo studio
del diritto pubblico universale. Innanzitutto, occorre precisare che
diritto pubblico universale è espressione dal significato molto ampio, giacché
comprende ben più di quanto oggi non si intenda con la dizione diritto
pubblico: da un lato, esso ingloba in sé anche il diritto civile, dall’altro, e
soprattutto, coltiva legami stretti sia con la sfera della POLITICA sia con
quella della MORALE – cf. H. P. Grice on ‘legal right’ and ‘moral right’ --.
Inoltre, al suo interno si individua sì una parte dedicata al diritto pubblico POSITIVO,
ma la più larga cornice in cui esso si inserisce è data dal diritto naturale.
Rilevante come nozione di per se stessa considerata, ricca di un’antica
tradizione rinverdita dall’età dei lumi, essa lo è più ancora nella misura in
cui immediatamente rinvia alla generale concezione filosofica cui R. s’ispira.
Se, infatti, poniamo l’attenzione sull’attributo prima che sul sostantivo,
otteniamo subito contezza della peculiare prospettiva da cui muove ogni
ulteriore considerazione dell’autore: è LA NATURA – H. P. Grice, “Physis” -- stessa
il punto da cui l’analisi deve procedere. Natura nei suoi molteplici aspetti:
la NATURA fisica – pleonasmo -- regolata da leggi, quale è stata descritta
dalla rivoluzione scientifica dell’età moderna, che non ha potuto non avvalersi
del contributo conoscitivo offerto da un’esperienza sensatamente orientata; la
natura umana, che s’eleva su ogni altro essere animato perché è dotata di
ragione – H. P. Grice: “Only for humans, reason is accidental; it is essential
to persons, though!” _- , ma è innanzitutto guidata dai sensi e di essi deve
tener conto, e deve inoltre essere capace di far degnamente convivere queste
sue parti costitutive; tale natura umana è suscettibile di civilizzazione e
caratterizzata dal principio di socialità – il pirncipio della ‘conversazione’
come cooperazione ragionata -- , che gioca un ruolo sistematico di primo piano
anche in R., come già in tanti pensatori del Sei e Settecento. E per finire, la
«natura stessa delle cose», come R. la definisce. È questa a prescrivere ciò
che alla società umana è realmente necessario, dal momento che per l’autore
all’origine delle società civili stanno proprio i «puri rapporti reali e
naturali delle cose»; anche l’elemento del sapere è utile, ma esso interviene
sempre con ruolo di supporto. Conclusivamente si potrebbe dire che è la
«natura delle cose» a costituire il criterio per la costruzione o, meglio, per
l’organizzazione della società politica. D’altra parte, non va persa di vista
l’altra faccia della medaglia, in base alla quale vige ancora l’assunto, di
tradizione illuministica, per cui l’ordine naturale è insieme un ordine di RAGIONE
– H. P. Grice: “I use ‘God’ as an exegetical device!” -- ; ed è proprio questo
ordine quello che s’erge a modello nel momento in cui la vita associata si
costituisce e intraprende poi il cammino della propria evoluzione. È peraltro
bene ribadire che tale percorso, dalla nascita alla crescita e alla maturità
della vita dello stato italiano (che evolve proprio come la vita degli uomini),
si svolge tutto in modo endo-geno, senza interventi esterni di sorta, senza
alcuna azione che operi al fine di costruire artificialmente il corpo sociale,
come avveniva secondo la concezione contrattualistica – H. P. Grice: “I was a
quasi-contractualist until I was not!” . Sullo speciale rapporto che lega
tra loro diritto e MORALE si fonda quella «civile filosofia» che rappresenta la
cifra dell’opera – dopo essere d’altra parte stata all’ordine del giorno sin
dalla prima riflessione di R., per permanere poi come tratto dominante anche
della sua successiva elaborazione teorica. Diritto e MORALE di nuovo
ricongiunti nel corso dell’Ottocento, mentre a partire dal tardo 17° sec. e per
tutto il 18° ci si era tanto impegnati per la loro separazione: i due opposti
movimenti danno certamente vita ad aporie, eppure il prodursi di tale duplice
gesto ha una sua ragion d’essere e il passaggio dal primo al secondo è
governato da una qualche logica interna. L’una e l’altra sembrano essere colte
con lucidità da R. Scrive infatti che i due ambiti devono essere bensì distinti
nell’analisi (una necessità, questa, ampiamente motivata e illustrata appunto
nell’epoca precedente, dove anzi si era estesa la medesima operazione anche ai
campi della religione e della politica), ma quando poi si affronta la sostanza
delle cose occorre saperle riunificare e considerarle nel loro insieme.
Evidentemente, l’autore ha chiaro come le loro rispettive competenze e
attribuzioni, isolate dall’indagine teorica e quindi ben individuate nei loro
contorni specifici, debbano tornare ad agire insieme nella vita reale, perché
solo s’esse operano congiuntamente, aggregando anzi a sé anche la politica,
possono assicurare l’armonia della vita umana associata in tutta la concretezza
del suo essere. Questa ri-composizione è tanto attiva ed efficace nel pensiero
di R. da fargli scrivere che il fine dichiarato della scienza del diritto
pubblico è quello di «produrre la moralità pubblica. Il risultato è la
possibilità di associare la giustizia – H. P. Grice on Plato’s Republic -- alla
«possanza degli Stati». Obiettivo della filosofia civile è mostrare che
la finalità propria della vita umana associata è la «felicità» -- H. P. Grice,
eudaemonia --, che quest’ultima ha una dimensione squisitamente pubblica e che
lo strumento precipuo per conseguirla è quell’incivilimento che solo si può
ottenere attraverso un perfezionamento multi-laterale della società. Qui due
osservazioni s’impongono. In primo luogo, va posto in evidenza come il
significato di ‘diritto pubblico universale’ finisca nella sostanza con il
coincidere con quello di «arte della sociale felicità particolarmente pubblica»
– espressione appunto evocata da R. – cf. l’utilitarismo di Bentham e il
futilitarismo di Grice -- nel momento in cui deve descrivere in modo sintetico
il senso più genuino della ricerca che sta conducendo. Secondariamente, va
notato lo spazio già qui concesso a quella nozione di ‘incivilimento’ cui poco
meno di tre decenni più tardi dedicherà l’opera che lo ha reso famoso nella
storia del pensiero. Incivilimento è un processo e insieme è il traguardo di un
processo che può essere intentato solo da chi è suscettibile di
perfezionamento. In altre parole, solo se si ha fede in una possibilità di
perfezionamento del genere umano si può porre all’ordine del giorno il tema
dell’incivilimento. Romagnosi si adopera a specificare che tale possibilità è
in sé diversa dall’astratta perfettibilità illuministica e il motivo principale
è quello della maggiore concretezza del primo termine rispetto al secondo: il
perfezionamento deve diventare concreto perfezionamento e tale maggiore
concretezza è consentita innanzitutto dalla sua multi-forme natura, giacché
esso deve essere, ed è, insieme perfezionamento economico, morale e
politico. In questa sorta di filosofia della storia, che si delinea per
inevitabile connessione con un pensiero incentrato appunto sul tema
dell’incivilimento -- sulla base del già accennato parallelismo tra le fasi
della vita degli uomini e quelle della vita dello stato italiano --, per adesso
sono solo due le età storiche individuate: quella della cieca fortuna (à la Machiavelli,
figura dalla presenza tutt’altro che episodica nel pensiero di R.) e l’età
della ragione illuminata. Anche qui, non c’è nessun meccanico succedersi
dell’una all’altra, ma piuttosto una costante compresenza, nella storia, di
quei due aspetti primari. La peculiarità è data dal fatto che questi, mai tra
loro dis-giunti, sono presenti in proporzione inversa – il che avrà un suo
effetto sul piano più specifico della teoria politica: maggiore è
l’incivilimento e migliori sono le forme dell’organizzazione politica. Tornando
alla invocata felicità per gl’uomini – che a sua volta è elemento altrettanto
necessario ai fini del perfezionamento –, va detto che essa ha per R. tanto una
dimensione fisica quanto una dimensione morale; la «molla» dell’agire umano è
costituita dalla VOLONTÀ – H. P. Grice, WILLING PRIOR TO JUDGING --, che è a
sua volta sollecitata dai sentimenti del piacere e del dolore. La volontà
persegue il primo e fugge il secondo. Per tale cagione essa è detta «amor
proprio» -- cf. H. P. Grice on Butler, The principle of conversational
other-love or benevolence vis-à-vis the principle of conversational self-love
-- e con quest’ultimo esattamente coincide quello che R. chiama anche l’«amor
della felicità». Se nell’ordine naturale agisce una «fisica» delle azioni
libere degl’uomini, delle società e delle genti – come l’autore la designa,
ribadendo l’ispirazione empirista e sensista della propria filosofia –, ciò non
significa che non sia del pari attivo anche un altro ordine, quello morale, che
però, come si è detto sopra, è fondato sul precedente e, quel che più conta, è
da esso «atteggiato»: quando R. parla, con espressione che inizialmente appare
vagamente oscura, di «complesso delle regole» (che poi significa: sistema dei
diritti e dei doveri), è al combinarsi dei due ‘ordini’ che intende fare
riferimento. Se questi ultimi non dovessero andare insieme, gl’uomini non
potrebbero perseguire il loro fine naturale e, d’altra parte, le società
rischierebbero di cadere o nel dispotismo o nell’anarchia. È il principio
di socialità – la benevolenza di Butler e H. P. Grice -- che ci fa comprendere
che l’uomo può perseguire la felicità soltanto in società – socialità, si badi
bene, che è insieme un diritto e un dovere. Per enfatizzare questo punto, che
gli preme più di ogni altro, ossia che la felicità non è scopo né per i singoli
né per un aggregato di individualità singole, ma è meta che può essere
raggiunta solo collettivamente, Romagnosi fa ricorso a una formulazione tipica
dell’utilitarismo settecentesco – il fine è la «massima felicità distribuita
nel maggior numero» –, non senza tuttavia tentare di conferirgli un significato
più ricco, più carico di contenuti concreti (e insieme accompagnato da una
quota di realismo: l’obiettivo minimale è che gl’uomini siano «infelici meno
che sia possibile». Come si sarà compreso fin qui, e soprattutto come
diventerà più chiaro esaminando l’opera dedicata alla costituzione italiana –
H. P.Grice: ‘that we lack’ -- , è proprio per ottenere quella concretezza che,
da un lato, non vengono risparmiati oneri alla comunità sociale e, dall’altro,
viene immaginato e progettato un complesso insieme di istituzioni politiche e
amministrative ove l’una e l’altra strategia hanno la specifica finalità di
conseguire l’obiettivo appena indicato. Quest’ultimo deve essere poi saldato
insieme con l’obiettivo della giustizia – or ‘fairness’ “as I prefer” (H. P.
Grice). Se si guarda più in particolare all’organizzazione del corpo
politico, si scopre che il diritto alla felicità è diritto che in sé compendia
tutti gl’altri diritti – questi ultimi distinti anche da R. in diritti
alienabili e INALIENABILI – cf. Bennett on Locke on Grice on the inalienable
right to make any word stand for any idea one pleases -- inalienabili. Lo scopo
ultimo della vita del corpo politico è il bene comune – H. P. Grice: common
ground -- ; ne consegue un’attenzione per l’interesse – H. P. Grice on Prichard
DUTY AND INTEREST -- generale assai più marcata che per l’interesse
particolare. È inoltre una specifica richiesta della «giustizia comune» che si
lavori per un sempre migliore incivilimento. Quest’ultimo è a sua volta
all’origine di una progressiva diminuzione della necessità del potere co-attivo.
La monarchia nazionale A partire dal primo decennio del Settecento gli
austriaci avevano dominato a Milano, dove rimasero – eccezione fatta per la
parentesi, di relativa breve durata, del periodo napoleonico. Si è detto non
solo dei buoni rapporti di R. con l’amministrazione francese, ma della fama e
della posizione di prestigio ch’egli raggiunse in età napoleonica. La
situazione si capovolse rapidamente con l’avvento della Restaurazione. Se già
nel periodo precedente all’ingresso delle truppe francesi sul territorio
italiano egli non aveva avuto vita facile, a causa delle sue idee, nel
ventennio successivo alla Restaurazione ogni spazio di azione pubblica gli è
precluso e anche nella vita personale si trova sottoposto a una sorveglianza
sempre più stretta. L’occupazione straniera, oltre a essere una realtà
costante della sua vita, rappresentò per lui fin da principio un tema di
riflessione e poi, sempre più consapevolmente, un terreno di lotta politica.
Alla questione della liberazione della propria terra dallo straniero nell’arco
di poco tempo si affiancò quella della costruzione nazionale, e in breve
quest’ultima diventò per R. un compito non meno teorico che politico. È da
aggiungere che, sebbene con diversa intensità, tale problematica restò
costantemente viva ai suoi occhi, tanto sotto l’occupazione austriaca quanto
sotto quella francese, perché anche in quest’ultimo caso egli ha percezione
precisa delle condizioni in cui versa il paese, obbligato alla modernizzazione
e insieme oppresso sul piano economico e in buona misura anche su quello
politico. Non sempre e non necessariamente, infatti, le vedute di R. coincisero
con l’ideologia imposta dai francesi; né poteva, d’altra parte, non tener conto
delle perduranti posizioni critiche di patrioti che pure erano stati in prima
fila nell’atto di dar vita alla serie di repubbliche succedutesi sul suolo
italiano. Questo il retroscena dello scritto Della costituzione di una
monarchia nazionale rappresentativa. Retroscena storico-politico, al quale va
tuttavia aggiunta la menzione di un altrettanto rilevante retroscena teorico.
Accanto, infatti, al tema del diritto pubblico, e alla fitta serie di questioni
a esso connesse, cui R. si dedicò nell’opera illustrata nel paragrafo
precedente e poi in altri scritti famosi degli anni Venti, come l’Assunto primo
della scienza del diritto naturale e le Istituzioni di civile filosofia ossia
di giurisprudenza teorica (preparate per alcuni corsi da tenersi all’Università
di Corfù, rimasti allo stato di progetto), v’è un’altra problematica, di grande
interesse per quei tempi, su cui egli condusse un’impegnata riflessione. È
quella della produzione di costituzioni, intendendo il termine costituzione nel
suo duplice significato: come documento scritto contenente la legge
fondamentale di una nazione e come ordinamento, ossia come struttura e
organizzazione del complesso delle istituzioni dello stato. La costituzione nel
primo significato diventa rilevante oggetto d’indagine per la consapevolezza
sia dell’epocale mutamento storico-politico che la presenza di una carta
fondamentale scritta innesca nella vita di un popolo, sia del grande valore che
il solo proporla, prepararla e redigerla riveste sul piano
politico-istituzionale. Quanto al secondo significato del termine, l’autore è
tra i primi in Italia a cogliere l’importanza di un coerente e funzionale
assetto istituzionale e amministrativo, meglio se eretto sul fondamento di una
carta costituzionale, per un ‘POPOLO disperso’ che deve ancora farsi NAZIONE.
Non è certo un’indagine es-temporanea quella da cui scaturì un’opera così
articolata e complessa; gli studiosi ritengono che abbia cominciato a redigerla
nel 1813, e sicuramente essa offre risposta a interrogativi messi a fuoco e
maturati da tempo. L’obiettivo nazionale è il punto prospettico principale a
partire dal quale R. conduce la propria indagine; dello stato unitario che mira
a erigere l’autore analizza con minuzia ogni particolare costruttivo. Fra
i temi che nell’opera occupano una posizione preminente va annoverato il
cosiddetto principio monarchico, un argomento che nei primi due decenni del 19°
sec. era al centro degli studi e del dibattito in tutta l’Europa continentale.
L’espressione non è presente nella lettera, ma la problematica ch’essa sottende
occupa con tutta evidenza la riflessione dell’autore, senz’altro sollecitato
anche dalla cultura istituzionale di impronta napoleonica con cui si era più di
recente confrontato. Il cuore della questione concerne il potere dominante
assegnato al PRINCIPE – il principato d’Ottaviano --, il quale, al di là delle
definizioni, da tempo aveva perduto il ruolo di sovrano assoluto e nelle varie
parti d’Europa si era trovato di fronte a una cetualità che, in forme diverse e
con grado variabile di intensità, aveva preteso una qualche forma di
compartecipazione al potere. Tecnicamente, la dottrina del ‘principio
monarchico’, elaborata soprattutto in area germanica, era quella teoria che
cercava di determinare la compatibilità di una concentrazione del potere nelle
mani del PRINCIPE – il principto d’Ottaviano -- con quote di potere cetuale.
Naturalmente, è grande la varietà delle situazioni storiche e ampio lo spettro
delle dottrine, da quelle che miravano a erodere il più possibile il potere dei
ceti, in nome di una centralizzazione considerata fattore di modernizzazione, a
quelle che, viceversa, puntavano a garantire una misura alta e possibilmente
sempre crescente di compartecipazione, giocando anche sulla novità del fattore
rappresentativo. In sostanza – e lo ricordiamo anche a rischio di una
semplificazione che ci si augura non risulti fuorviante –, alcuni teorici del
tempo interpretarono l’antica rappresentanza territoriale e cetuale e la
moderna rappresentanza di tipo parlamentare come fenomeni collocati non solo in
continuità temporale, ma anche senza cesure troppo nette fra loro quanto al
significato politico. Oltretutto, proprio grazie a Napoleone, questa formula si
anda affermando nel cuore dell’Europa: dalla confederazione renana, formatasi a
seguito delle conquiste francesi oltre Reno – alla quale fu concesso di dotarsi
di una costituzione, sebbene mai entrata in vigore, e dove fu istituita una dieta
bicamerale – alla Baviera e al Württemberg, cui Napoleone consentì di
costituirsi in regni, dotati anch’essi di una costituzione. Quando Luigi XVIII riporterà
l’antica dinastia dei Borbone sul trono di Francia, decide a sua volta di
emanare una costituzione -- charte octroyée. Analogo fenomeno si verificherà
dopo il congresso di Vienna in molti paesi tedeschi liberati dal dominio
francese. Su questo sfondo storico R. si pone il problema di
salvaguardare nella sua integrità il potere del re (personificazione di una
istituzione forte e coesa attorno a un centro unitario), sottraendo però i
governati ai danni di una concentrazione del potere che, a suo modo di vedere,
poteva soltanto sfociare nel dispotismo. La questione è tanto più impegnativa
in quanto non si tratta soltanto di progettare il migliore degli assetti
monarchici possibili, ma di progettarlo all’interno del processo di formazione
della nazione. L’autore scrive a chiare lettere che nell’esercizio del potere
sovrano il PRINCIPE – il principato d’Ottaviano -- è superiore «di fatto e di
diritto» ai cittadini, ma non è tale rispetto al «corpo unito della nazione. Sul
finire dell’opera, poi, la nazione verrà riconosciuta come «potere pre-dominante»,
in cui deve essere riposta l’ultima garanzia costituzionale. A partire da qui
non è difficile comprendere come, nel volgere di pochi anni (anche se non si
hanno notizie certe sui tempi), R. abbia guardato con crescente simpatia alla
forma di governo REPUBBLICANA -- tutta la seconda parte dell’opera, uscita
postuma, è ormai esclusivamente incentrata sul tema dell’unità nazionale; qui
compare il termine etnicarchia come sinonimo di dominio nazionale: il solo
veramente repubblicano. Se è vero che le idee maturano in continua
interazione con le concrete condizioni storiche e queste a loro volta pongono
all’ordine del giorno nuove necessità teoriche, allora trova spiegazione anche
quest’ultima torsione subita dal sistema istituzionale da lui ideato. D’altra
parte, egli ha sì colto lo spirito dei tempi lavorando all’ipotesi
dell’istituzione di una monarchia costituzionale che al momento era per
l’Italia una novità assoluta, ma lo aveva fatto in piena autonomia. Ad
affiancare il monarca (cui era assegnato il ruolo di regolatore universale,
indice di un potere tanto indiviso quanto limitato e bilanciato -- e insieme a
opporglisi – sì da dar vita a un anta-gonismo in cui il conflitto fosse, se non
eliminato, almeno regolato – aveva previsto altri poteri, che preferiva
definire funzioni, tutti di rilevanza costituzionale: il consiglio di
legislazione, il senato e il protettorato. I primi due incarnavano l’elemento
rappresentativo e si dividevano i compiti, l’uno, di un’attività dinamica,
innovatrice e anche conflittuale, che rispecchiava l’attività propria della
società civile da esso rappresentata, e l’altro, di un’azione moderatrice e
conservatrice. Il terzo svolgeva la funzione di arbitro costituzionale e
garantiva la conservazione e l’integrità della Costituzione. Per
illustrare lo statuto di quei poteri, Romagnosi li descrive come le quattro
ruote principali che, in maniera simile a un orologio, permettono al meccanismo
dello Stato di funzionare – principali perché in realtà diversi altri ‘poteri’
erano previsti da questa Costituzione, per es. la Consulta di Stato, con il
compito di interpretare la Costituzione, o il Patrocinio politico, deputato a
pubblicizzare gli atti di governo. Di quest’ultima funzione Romagnosi
sottolinea l’importanza, accanto a quella della pubblicità delle leggi e in
connessione con il rilevante ruolo affidato all’opinione pubblica, come strumento
non solo di diffusione dei lumi ma, prima ancora, di controllo degli
amministratori (mediamente tentati dal curare l’interesse privato). La costituzione,
come legge fondamentale o, tout court, nazionale, stabilita per perseguire le
due principali finalità di una buona legislazione e di una saggia
amministrazione, ha anche e sempre il ruolo di correttivo della funzione di
governo. Non sono dunque tanto gli altri poteri a limitare quello del monarca,
quanto piuttosto il complesso della nazione. A conferma vi è il passaggio in
cui R. dichiara che al regnante è permesso niente più di ciò che è necessario
per la prosperità e la sicurezza dello stato italiano. Il presupposto di
una simile impostazione è a un superamento completo e definitivo della
struttura feudale, così come di ogni sistema di potere ecclesiastico o
militare. Da notare è come questa critica non avesse semplicemente a oggetto
situazioni di un lontano passato, ma realtà contemporanee, per es. la costituzione
inglese, della quale R. (sulla scia di un atteggiamento teorico-politico
ispirato, fra i primi, da Filangieri -- deplora il ‘petulante’ liberismo
economico associato all’assoluta dominanza del ceto nobiliare. È, questa, una
posizione già emersa nella Introduzione allo studio del diritto pubblico
universale, dove – come avviene anche nell’opera che stiamo trattando – a
questa critica si accompagna, ancora una volta proprio come in Filangieri, la
censura della dottrina dei corpi intermedi teorizzata da Montesquieu. La
storia dell’incivilimento Come si è visto, la costruzione illustrata fin qui ha
senso solo in un quadro di ‘incivilimento’. L’assunto è ribadito in Dell’indole
e dei fattori dell’incivilimento con esempio del suo risorgimento in Italia,
che raccoglie scritti degli anni 1829-32, in parte già pubblicati negli «Annali
universali di statistica». Mentre la prima parte dell’opera, Sulle leggi
dell’incivilimento, presenta in forma ri-ordinata e sistematizzata elementi di
una visione già esposta nel corso del tempo -- e da ultimo riproposti nelle
pagine introduttive dello scritto Della ragione civile delle acque nella rurale
economia --, interessanti novità sono contenute nella seconda, Del risorgimento
dell’INCIVILIMENTO ITALIANO – cf. la civil conversazione --, con la quale R. si
immette, peraltro con originalità, sulla scia di una tradizione della cultura
italiana rinnovata relativamente di recente, con la celebrazione delle glorie
italiche, per es. nel Platone in Italia di CUOCO (vedasi). È interessante
notare – anche senza voler aprire un capitolo che esula dalla nostra
trattazione – come proprio negli stessi anni prima Cousin e poi Guizot
conducessero analoga operazione in Francia, istituendo anche qui un nesso
stretto fra le glorie del passato e i compiti culturali del presente.
Assieme alle influenze del clima e del territorio, solo un sistema artificiale
della socialità consente una condizione in cui sia raggiunto il massimo di bene
ottenibile col minimo di male inevitabile, ovvero un incivilimento maturo. Si è
già detto che quest’ultimo si realizza quando sono contemporaneamente coinvolti
il piano economico, quello politico e quello morale e il perfezionamento in
ciascuno di essi si integra armonicamente con il perfezionamento negli altri --
si tenga a mente che armonia non significa assenza di conflitto, ma il massimo
possibile della sua composizione. In parallelo si attua il perfezionamento nei rami
principali della società: beni, forza e opinione. Particolareruolo svolge lo
spirito pubblico, ovvero la pubblica opinione che ha nel ceto intellettuale,
sia laico sia religioso, la sua base. Corruzione e decadenza appartengono alla
vita di ogni popolo, ma non tutti i popoli riescono ad accedere al livello
dell’incivilimento. Queste ultime notazioni provengono dalla seconda
parte dell’opera che muove dal presupposto d’un primato della cultura italiana,
con Alighieri, Machiavelli, BONAITUO Galilei, e fa leva su due baricentri: le
luci, oltre alle ombre, della storia dell’antica Roma di Ottaviano e una
peculiare interpretazione del Medioevo, considerato come un periodo di ri-sorgimento
per la vita civile dell’Italia. Alla storia di Roma appartiene anche l’avvento
del cristianesimo, che è riuscito a tenere alte le sorti dell’incivilimento,
nonostante il crollo dell’impero. A loro volta tutt’altro che bui furono i
secoli dal 10° al 12°, in grado di esprimere un livello culturale, spirituale
ma anche politico che ha condotto senza traumi all’età dei comuni – di Celle
Ligure -- e delle signorie, affollata di eventi tra cui il più notevole è la
creazione, per la prima volta, di una classe media. L’ultima fase di
questa storia inizia con il 16° sec. – da un lato per la rilevante
trasformazione economica prodotta dall’espansione commerciale da parte delle
potenze europee, dall’altro per i rapporti inter-nazionali ch’esse dovettero
giocoforza intessere – e termina con il momento presente, con l’ideazione di
una costituzione capace di tutelare i governati dal dispotismo dei governanti,
con la creazione di una nuova scienza sociale, con una più avanzata dottrina
economica. Un excursus di storia dell’incivilimento si può leggere anche
nell’opera incompiuta Della vita degli Stati. Opere Opere, Firenze. Opere,
Milano-Padova, Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa, a
cura di Astuti, intr. di Patetta, Roma. R., Cattaneo, Ferrari, Opere, a cura di
Sestan, Milano. Scritti filosofici, a cura di S. Moravia, Milano. Si
vedano, in partic., le Lettere al signor Vieusseux sull’ordine col quale si
devono studiare le sue opere. Della vita degli stati, a cura d’Albertoni,
Studi Romagnosi; Studi Romagnosi -- il manoscritto di quest’opera incompiuta è
stato pubblicato contemporaneamente anche in Albertoni, La vita degli Stati e
l’incivilimento dei popoli nel pensiero politico di R., Milano. Fra gli
scritti più significativi contenuti nell’edizione fiorentina delle Opere .,
sopra citata, si segnalano: Genesi del diritto penale -- (complessivamente
intitolato DIRTTO FILOSOFICO – H. P. Grice: “What I thought Hart was doing!” --:
Che cosa è eguaglianza? – cf. H. P. Grice, The immanuel -- Che cosa è libertà? –
H. P. Grice, “Actions and events” --; Principj fondamentali di diritto
amministrativo onde tesserne le istituzioni; Assunto primo della scienza del
diritto naturale, con nuovi documenti illustrativi somministrati dall’autore;
Ragguaglio storico-statistico degli studi di diritto germanico e naturale in
Alemagna, Istituzioni di civile filosofia ossia di giurisprudenza teorica – postuma..
Introduzione allo studio del diritto pubblico universale. Con aggiunta delle
lettere dell’autore a Valeri sull’ordinamento della scienza della cosa pubblica
(le Lettere, apparse nella «Antologia» sono ora in Id., Scritti filosofici, a
cura di Moravia, Milano, Discorso sull’amore delle donne, considerato come
motore precipuo della legislazione, letto nella società letteraria di Piacenza
nella sessione pubblica; Osservazioni sulla Scienza Nuova di VICO (vedasi) ora
in Id., Scritti filosofici, a cura di Moravia, Milano; Della primaria
istruzione pubblica; Discorso sul soggetto e l’importanza dello studio
dell’alta legislazione; Della ragione civile delle acque nella rurale economia;
Quesito sull’incivilimento proposto all’Ateneo delle arti di Parigi, Appendice;
Alcuni pensieri sopra un’ultra-metafisica filosofia della storia, Appendice, ora
in Scritti filosofici, a cura di Moravia, Milano; Dell’indole e dei fattori
dell’incivilimento con esempio del suo risorgimento in Italia, ora in Scritti
filosofici, a cura di Moravia, Milano, La logica per i giovanetti di Genovesi;
Vedute fondamentali sull’arte logica – e la filosofia della lingua -- Vedute
fondamentali sull’arte logica, Che cosa è la mente sana? Indovinello massimo
che potrebbe valere poco o niente. Ragione del discorso, ora in Scritti
filosofici, a cura di Moravia, Milano. Bibliografia: Forresu, Individuo,
società e stato nella filosofia di R., Milano, Ferrari, La mente di R., Prato,
Milano, Fava, Il pensiero politico di R., Reggio Emilia, Alecci, La dottrina di
R. intorno alla civiltà, Padova, Garin, Storia della filosofia italiana, Torino,
Dentone, Il problema morale in R. e Cattaneo, Milano,Bobbio, Una filosofia
militante. Studi su Cattaneo, Torino, Badaloni, L’incivilimento di R., in
Storia d’Italia, Dal primo Settecento all’Unità, Torino, Albertoni, La vita
degli Stati e l’incivilimento dei popoli nel pensiero politico di R., con la
cronologia degli scritti e delle edizioni italiane e il testo integrale del
libro primo Della vita degli Stati, Milano, Ricuperati, I giornalisti italiani
fra poteri e cultura dalle origini all’Unità, in Storia d’Italia, Annali, Intellettuali
e potere, Torino, Fassò, Scritti di filosofia del diritto, Milano, Per
conoscere R., a cura di Ghiringhelli, Invernici, Milano, Mannori, Uno Stato per
R., Milano, Ghiringhelli, Idee, società ed istituzioni nel Ducato di Parma e
Piacenza durante l’età illuministica, Milano, Pascale, Filosofia e politica nel
pensiero italiano. Pagano e R., Napoli. Martirano, La filosofia civile in
alcuni momenti del pensiero democratico risorgimentale, in Momenti della
filosofia civile italiana, a cura di Cacciatore, Martirano, Napoli. .L'etica, la politica ed il diritto si possono bensì
dis-tinguere, ma non dis-giungere. Non esiste un'etica pratica, se non mediante
la buona legge e la buona amministrazione. Studia a Piacenza e Parma. Insegna a
Parma e Pavia. Membro della società letteraria di Piacenza, dove legge i suoi saggi:
“Discorso sull'amore considerato come motore precipuo della legislazione”; “Discorso
sullo stato politico della nazione romana e italiana”; “L’opinione
pubblica. Uno degl’Ortolani. Pubblica la “Genesi del diritto penale”; Cosa
è eguaglianza e, Cosa è libertà; Primo avviso al popolo romano, che mostrano
simpatie rivoluzionarie. Il suo incarico gli procura contrasti con il principe
di Trento, Thun. Questi gli concede comunque il titolo di consigliere aulico
d'onore. Schiere contro i principi della rivoluzione francese. Accusato di
giacobinismo, è incarcerato a Innsbruck. Scrive “Delle leggi dell'umana
perfettibilità per servire ai progressi delle scienze e delle arti”. Scopre gl’effetti
magnetici dell'elettricità. R. anticipato la scoperta dell'elettro-magnetismo. Pubblica
“Quale e il governo più adatto a perfezionare la legislazione civili”. Fonda il
“Giornale di giurisprudenza universale”. Pubblica l’Istituzioni di Diritto
amministrativo e Della costituzione di una monarchia costituzionale
rappresentativa. Rerduna intorno a Milano una scuola o gruppo di giocco alla
quale si formarono alcuni dei nomi più illustri del risorgimento: Ferrari (si
veda), Cattaneo (si veda), Cantù (si veda), Defendente S. (si veda) e G. Sacchi
(si veda). Collabora alla biblioteca italiana. Pubblica L’Assunto primo della
scienza del diritto naturale. È arrestato e incarcerato a Venezia con l'accusa
di partecipazione alla congiura ordita da Pellico, Maroncelli e Confalonieri.
Pubblica “Dell'insegnamento primitivo delle matematiche” e “Della condotta
delle acque”. Pubblica l’Istituzioni di civile filosofia ossia di
giurisprudenza teorica. Dirige gl’Annali Universali di Statistica Tra i
maggiori filosofi italiani, nel rinnovamento del pensiero giuridico italiano
richiesto dalla necessità di codificare i nuovi interessi delle classi borghesi
emersi con la rivoluzione francese e consolidati nel successivo codice
napoleonico, è legata alla fondazione di una nuova scienza del diritto
pubblico, penale e amministrativo, con uno spirito scientifico
illuministicamente volto all'unificazione delle scienze giuridiche, naturali e
morali. Studia pertanto la vita sociale nelle sue componenti storiche,
giuridiche, politiche, economiche e morali. Considera l'uomo nelle forme della
sua esistenza storica, nei modi in cui concretamente pensa e agisce in un
contesto sociale determinato. In questo modo lo studio della storia rivela lo
sviluppo dell'incivilimento umano. Nella “Genesi del diritto penale”, opera che
gli dette notevole fama e non solo in Italia, riprendendo tesi di BECCARIA,
pone i problemi dell'utilità della punizione, della natura della colpa e del
diritto. Dà una GIUSTIFICAZIONE RAZIONALE della società che gl’appare un'unione
necessaria tra gl’uomini, dialetticamente rapportati nel rispetto di una
disciplina condivisa. L'uomo è lo stesso sia nello stato di natura che in
quello di società, malgrado le diversità delle forme sociali. Pertanto
gl’uomini hanno un diritto di socialità importante e sacro, quanto quello della
conservazione di se stesso. La società è per R. l'unico stato naturale
dell'uomo, respingendo così la dottrina di uno stato di natura *anteriore* allo
stato sociale. Il cosiddetto stato di natura è solo un diverso stato sociale
nella storia dell'umanità. Nell'introduzione allo studio del diritto pubblico
universale, premesso che ogni complesso giuridico di basarsi sul bisogno della
comunità, sostiene che lo scopo del diritto e il rafforzamento delle strutture
civili e politiche della società. Nell'Assunto primo della scienza del diritto
naturale, riprende temi sviluppati nella genesi del diritto. Sostiene che nella
natura è tanto il principio di individualità quanto quello di socialità, e,
pertanto, lo sviluppo umano avviene naturalmente verso uno stato di società,
l'unico in cui si sviluppa l'incivilimento - termine ricorrente nei suoi
scritti - un continuo processo verso stadi più avanzati di perfezionamento
morale, civile, economico e politico. E ancora nel Dell'indole e dei fattori
dell'incivilimento, con esempio del suo risorgimento in Italia si pone il
problema di quale sia il motore del progresso umano nella storia. La tesi è che
la società umana è l'organismo fattore di progresso, essendo in sé dotata di
forze agenti in particolari condizioni storiche e ambientali. Lo sviluppo
civile, suddiviso da R. in IV periodi -- I l'epoca del senso e dell'istinto, II
l'epoca della fantasia e delle passioni, III l'epoca della ragione e
dell'interesse personale e IV l'epoca della previdenza e della socialità --
vede un costante trasferimento, agl’organismi pubblici rappresentativi, delle
funzioni sociali come se la natura si trasferisse progressivamente nella
funzione rappresentativa. Il punto d'arrivo della civiltà è una forma sociale
in cui prevalgono la proprietà e il sapere. Tale processo non è lineare. Il
diritto ROMANO si afferma in condizioni civili arretrate. Ma, come una macchina
i cui meccanismi migliorano nel tempo, la sua azione progressivamente
perfezionata fa sorgere dal fondo delle potenze attive un sempre nuovo modo di
ri-azioni e quindi d’effetti variati. L'incivilimento appare così una cosa
complessa risultante di molti elementi e da molti rapporti formanti una vera
finale unità simile a quella di una macchina, la quale scindere non si può
senza annientarla. Il motore di siffatta macchina è il COMMERCIO, sviluppato a
sua volta dal progresso dello stato sociale. Guardando allo sviluppo storico
nazionale, vede nel medio-evo l'epoca in cui la città diviene luogo di
aggregazione di possidenti, artisti, commercianti e dotti, favorendo le
condizioni per la nascita dello stato italiano dallo stato romano anche se ai
comuni medievali manca uno spirito politico nazionale perché presero la strada
dal ramo industriale e commerciale per giungere al territoriale. Essi dunque
ripigliarono l'incivilimento in ordine inverso. In quest'ordine trovarono i più
gravi ostacoli avendo dovuto separare la professione dell’armi da quella
del’arti e della mercatura. Per questo, bisogna sempre porsi il problema di un
corretto modo di sviluppo e ora, nella società industriale, l'incivilimento è
una continua disposizione delle cose e delle forze della natura pre-ordinata
dalla mente ed eseguita dall'energia dell'uomo in quanto tale disposizione
produce una colta e soddisfacente convivenza. Nella collezione degl’articoli di
economia politica e statistica civile si trova espressa la fiducia nella
sviluppo capitalistico e nella libera concorrenza economica, difesa contro le
tesi di SISMONDI che vede nello sviluppo industriale una spaventosa sofferenza
in parecchie classi della popolazione. I poteri pubblici fano rispettare le
corrette regole della libertà di con-correnza, cosa che non avviene in
Inghilterra dove ora si favorisce il popolo contro i mercanti, ora i possidenti
e i mercanti contro il popolo e intanto si applica ancora il protezionismo. E
inoltre un paese in cui non si applica IL DIRITTO ROMANO, fonte di equità
civile. La mentalità empirica degl’inglesi non consente loro di pre-vedere ma
solo di constatare i fatti. Polemizza col Saint-Simon, dottrinario che ostacola
la libera con-correnza, assegna ogni ramo d'industria a guisa di privilegio
personale, favorisce il popolo miserabile contro i produttori e abolire il
diritto di eredità. I saintsimoniani vogliono far lavorare e poi lavorare senza
dirmi il perché. Progresso non è che lavoro. Questo è l'ultimo termine, questo
è il premio. L'uomo, secondo Saint–Simon, dovrebbe sempre progredire lavorando
con una indefinita vista e senza stimolo. Ma voler far progredire l'industria e
il commercio col togliere la possidenza è come voler far crescere i rami col
distruggere il tronco. La proprietà ha un carattere naturale e, come la natura
è la base di ogni società, negare la proprietà significa distruggere ogni
possibilità di convivenza civile. Partendo dalla sua vasta esperienza giurisprudenziale
e politica, auspica una nuova forma di filosofia civile, che studia le forme e
condizioni dell'incivilimento storico della nazione romana e la nazione
italiana, scoprendo la legge massima e unica delle vicende politiche, sociali e
culturali dei popoli. Riguardo al problema gnoseologico, per R. la conoscenza
proviene dai sensi ma la sensazione non è di per sé ancora conoscenza, la quale
si ottiene solo quando l'intelletto ordina e interpreta le sensazioni secondo
proprie categorie, definite logiche – logìe --, con cui diamo segnature
razionali alle segnature positive. Chiama compotenza questa mutua concorrenza
di sensazioni provenienti dall'esterno e di elaborazione della nostra mente.
Una logìa non è una idee formata nel momento della nostra nascita, ma a sua
volta è il risultato della riflessione operata sull'esperienza empirica. La
logìa è dunque a posteriori rispetto alla sensazione passata e a priori
rispetto alla sensazione attuale. Pertanto, la conoscenza è in definitiva un a
posteriori con un contenuto base empirico. Ma cosa conosciamo in realtà? I
sensi non danno conoscenza delle cose in sé, ma di ciò che percepiamo delle
cose. Conosciamo la rappresentazione che ci formiamo della cosa. Se il fenomeno
non e copie esatta del reale, tuttavia è UN SEGNO a cui corrisponde in natura
un’essere reale. Pertanto, una cosa esiste fuori di noi, non è una creazione
dell’io trascendentale. Non essendoci evidentemente posto per una meta-fisica
nella sua costruzione filosofica, R. è attaccato dagl’spiritualisti e in
particolare dal puritano SERBATI (si veda). Può a buon diritto essere
considerato il precursore del positivismo italiano. Considera la
contrapposizione di classico e romantico – nata nell'immediatezza della
restaurazione e trascinatasi per oltre un ventennio con implicazioni
letterarie, linguistiche e anche politiche - come impropria. Cerca di dare una
soluzione alla controversia attraverso la sua concezione ilichiastica -- cioè
relativa al tempo – cf. Grice, La costruzione ilichiastica dell’io -- della letteratura,
secondo la quale la filosofia e consone all'età e al gusto del popolo romano e
del popolo italiano, e suggere che le opere contemporanee dovessero
corrispondere sempre al pensiero moderno di un popolo. L'ilichiastismo si rifà
in sostanza alle sue concezioni sulla formazione della civiltà. Così espose la
sua dottrina in Della Poesia, considerata rispetto alle diverse età della
nazione romana e della nazione italiana. Sei tu romantico? Signor no. Sei tu
classico? Signor no. Che cosa dunque sei? Sono “ilichiastico”, se vuoi che te
lo dica in greco, cioè adattato alle età. Misericordia! che strana parola!
Spiegatemela ancor meglio, e ditemi perché ne facciate uso, e quale sia la
vostra pretensione. La parola “ilichiastico” che vi ferisce l'orecchio è tratta
dal greco, e corrisponde al latino “aevum”, “aevitas” -- e per sincope,
“aetas”, “età,” la quale indica un certo periodo di tempo – nell’unita
longitudinale della filosofia --, e in un più largo senso, il corso del tempo.
Col denominarmi pertanto “ilichiastico,” io intendo tanto di riconoscere in
fatto una filosofia relativa all’età, nelle quali si sono ri-trovato e si trova
il popolo romano e il popolo italiano, quanto di professare principj, i quali
sieno indipendenti da fittizie istituzioni, per non rispettare altra legge che
quelle del gusto, della ragione e della morale. Ma la divisione di romantico e
classico, voi mi direte, non è dessa forse più speciale? Eccovi le mie
risposte. O voi volete far uso di queste due parole, ‘classico’ e ‘romantico,’
per indicare nudamente il tempo, o volete usarne per contrassegnare il
*carattere* della filosofia nelle diverse età. Se il primo, io vi dico essere
strano il denominare ‘classica’ la filosofia romana antica, e filosofia
romantica la media e moderna. L’eta antica (palio-evo), l’eta media
(medio-evo), e l’eta moderna (neo-evo), sono fra loro distinti non da una
divisione artificiale e di convenzione, ma da una effettiva rivoluzione. Se poi
volete adoperare le parole di ‘classico’ e di ‘romantico’ per contrassegnare il
carattere della filosofia romana e della filosofia italiana nelle diverse età,
a me pare che usiate di una denominazione impropria. Quando piacesse di
contrassegnare la filosofia coi caratteri delle tre diverse età – I: paleo-evo,
II: medio-evo, III: neo-evo), parmi che dividere si potrebbe in I filosofia
eroica (filosofia romana antica), II filosofia teocratica (filosofia del
medio-evo), e III filosofia civile (neo-evo, moderna eta). Questi caratteri
hanno successivamente dominato tanto nella prima coltura, che è sommersa dalle
nordiche invasion dei barbari longobardi – dimenticami i goti – e d’arii --,
quanto nella seconda coltura, che è ravvivata e proseguita fin qui. Questi
caratteri non esistettero mai puri, ma sempre mescolati. Dall'essere l'uno o
l'altro predominante si determina il genere, al quale appartiene l'una o
l'altra produzione filosofica. Vengo ora alla domanda che mi faceste, se io
classico o romantic. E ponendo mente soltanto allo spirito di essa, torno a
rispondervi che io non sono (né voglio essere) né romantico, né classico, ma
adattato alla mia eta, ed al bisogno della ragione, del gusto e della morale.
Ditemi in primo luogo. Se io fossi nobile ricco, mi condannereste voi perché io
non voglia professarmi o popolano grasso, o nobile pitocco? Alla peggio,
potreste tacciarmi di orgoglio, ma non di stravaganza. Ecco il caso di un buon
italiano in fatto di filosofia. Volere che un filosofo italiano sia tutto
classico, egli è lo stesso che volere taluno occupato esclusivamente a copiare
diplomi, a tessere alberi genealogici, a vestire all'antica, a descrivere o ad
imitare gl’avanzi di medaglie, di vasi, d'intagli e di armature, e di altre
anticaglie, trascurando la coltura attuale delle sue terre, l'abbellimento
moderno della sua casa, l'educazione odierna della sua figliuolanza. Volere poi
che il filosofo italiano sia affatto romantico, è volere ch'egli abiuri la
propria origine, ripudj l'eredità de' suoi maggiori per attenersi soltanto a
nuove rimembranze -- specialmente germaniche: i longobardi. Voi mi domanderete
se possa esistere questo terzo genere, il quale non sia né classico né
romantico? Domandarmi se possa esistere è domandarmi se possa esistere una
maniera di vestire, di fabbricare, di “con-versare”, di scrivere, che non sia
né antica, né media, né moderna. La risposta è fatta dalla semplice posizione
della quistione. Ma questo III genere e desso preferibile ai conosciuti fra
noi. Per soddisfarvi anche su tale domanda osservo primamente che qui non si
tratta più di qualità, bensì di bellezza o di convenienza. In secondo luogo,
che questa quistione non può essere decisa che coll'opera della filosofia del
gusto, e soprattutto colla cognizione tanto dell'influenza dell'incivilimento
sulla filosofia, quanto degl’uffizj della filosofia a pro dell'INCIVILIMENTO.
Non è mia intenzione di tentare questo pelago. Osservo soltanto che questo III
genere non può essere indefinito. E necessariamente il frutto naturale dell'età
nella quale noi ci troviamo, e si troveranno pure i nostri posteri. Noi dunque
non dobbiamo sull'ali della meta-fisica errare senza posa nel caos
dell'idealismo, per cogliere qua e là l’ idea archetipo di questo genere.
Dobbiamo invece seguire la catena degli avvenimenti, dai quali nella nostra
età, essendo stata introdotta una data maniera di sentire, di produrre, e
quindi di gustare e di propagare il bello, ne nacque un dato genere, il quale
si poté dire perciò un frutto di stagione di nostra età. Per quanto vogliamo
sottrarci dalla corrente, per quanto tentiamo di sollevarci al di sopra
dell’ignoranza e del mal gusto comune, noi saremo eternamente figli del tempo e
del luogo in cui viviamo. Il secolo posteriore riceve per una necessaria
figliazione la sua impronta dal secolo anteriore. E tutto ciò derivando primariamente
dall'impero della natura che opera nel tempo e nel luogo, ne verrà che il
carattere filosofico, comunque indipendente dalle vecchie regole dell'arte,
perché flessibile, progressivo, innovato dalla forza stessa della natura, e
necessariamente determinato, come è determinato il carattere degl’animali e
delle piante, che dallo stato selvaggio vengono trasportate allo stato
domestico. Posto tutto ciò, l'arbitrario nel carattere della filosofia cessa di
per sé. Si puo allora disputare bensì se il bello ideale coincide o no col
bello volgare. Se il gusto corrente possa essere più elevato, più puro, più
esteso; ma non si potrà più disputare se le sorgenti di questo bello debbano
essere la mitologia pagana degl’antichi romani – o dei longobardi -- piuttosto
che i fantasmi cristiani, i costumi cavallereschi piuttosto che gl’eroici, le
querce, i monti o i castelli gotici, piuttosto che gl’archi trionfali, le are e
i templi ROMANI. Il carattere attuale sarà determinato dall'età attuale e dalla
località. Vale a dire dal genio nazionale romano e dal genio nazionale italiano
eccitato e modificato dalle attuali circostanze, il complesso delle quali forma
parte di quella suprema economia, colla quale la natura governa le nazioni
della terra. Finisco questo discorso col pregare i miei concittadini a non
voler imitare le femminette di provincia in fatto di mode, e ad informarsi ben
bene degli usi della capitale. Leggano gli scritti teoretici, e soprattutto le
produzioni di LA FILOSOFIA SETTENTRIONALE, e di leggieri si accorgeranno che se
havvi in essa qualche pizzo di romantica poesia, niuno si è mai avvisato né per
teoria né per pratica di essere né esclusivamente romantico né esclusivamente
classico nel senso che si dà ora abusivamente a queste denominazioni. Troveranno
anzi essersi trattati argomenti, e fatto uso di similitudini e di allusioni
mitologiche anche in un modo, che niun LATINO O ROMANO antico MERIDIONALE si
sarebbe permesso. Il solo libro dell'Alemagna della signora di Staël ne offre
parecchi esempi. Il pretendere poi presso di noi il dominio esclusivo classico,
egli è lo stesso che volere una poesia italiana morta, come una lingua italiana
morta. Quando il tribunale del tempo decreta questa pretensione, io parlo con
coloro che la promossero. Durante il periodo del regno italico, è iniziato
massone nella loggia r. giuseppina di Milano, di cui è in seguito oratore e
maestro venerabile. È grande esperto all'atto della fondazione del grande
oriente esponente di primo piano della massoneria di palazzo Giustiniani,
grande oratore aggiunto del grande oriente e in questa funzione autore di vari
discorsi massonici. Altri saggi: “Genesi del diritto penale”; “Che cos'è
uguaglianza”; “Che cos'è libertà”, “Introduzione allo studio del diritto
pubblico universale”; “Principi fondamentali di diritto amministrativo”, “Della
costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa”; “Dell'insegnamento
primitivo delle matematiche”; “Della condotta delle acque”; “Che cos'è la mente
sana?”; “Della suprema economia dell'umano sapere in relazione alla mente
sana”; “Suprema economia dell'umano sapere”; “Della ragion civile delle acque
nella rurale economia”; “Vedute fondamentali sull'arte logica”; “Dell'indole e
dei fattori dell'incivilimento con esempio del suo risorgimento”; in Collezione
degli articoli di economia politica e statistica e civile, con annotazioni di
Giorgi (Milano, Perelli e Mariani); Opere, Milano, Perelli e Mariani, La
scienza delle costituzioni, I Discorsi Libero-Muratori, L'acacia Massonica,
Scritti filosofici, Milano, Ceschina, Scritti filosofici (Firenze, Monnier);
Stringari, R. fisico; Lanchester, R. costituzionalista, Giornale di storia
costituzionale, Macerata: EUM-Edizioni Università di Macerata, Gnocchini,
L'Italia dei Liberi Muratori (Mimesis-Erasmo, Milano-Roma); Studi in onore,
Milano, Giuffrè, Per conoscere R., Milano, Unicopli, Albertoni, “La vita degli
stati e l'incivilimento dei popoli nella filosofia politica di R.” (Milano,
Giuffrè); Mereu, “L'antropologia dell'incivilimento in R. e CATTANEO (si veda)”
(Piacenza, La Banca); E. Palombi, “Introduzione alla Genesi del Diritto penale”
(Milano, Ipsoa); Tarantino, Natura delle cose e società civile. SERBATI e R.”
(Roma, Studium); Treccani Dizionario di storia, Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, L'Unificazione, Dizionario biografico
degl’italiani, Il contributo italiano alla storia del Pensiero. 0 U»** in i~ fil 4 km»*
C««Hr*'« a t a/rSÌ / # ‘/£f/£ j£ y* /A gsnjh >*t4 >^jt*^yt** ^4 ?ST ^
*?& ■~zs*U^ / Idtttsi* n~ . V;. jrfpép /±t ff >VJ@$%& ^ ^fHlU
l^*C-|.^ >*£r /^W~ OPERE DI RIORDINATE ED
ILLUSTRATE DA GIORGI dottore in leggi eoa ANNOTAZIONI, LA VITA DELL’AUTORE,
L’INDICE DELLE DEFINIZIONI E DOTTRINE COMPRESE NELLE OPERE, ED UN SAGGIO
CRITICO E ANALITICO SULLE LEGGI NAT DELL’ORDINE MORALE PER SERVIRE
D’INTRODUZIONE ED ANALISI DELLE MEDESIME. P.E SCRITTI FILOSOFICI MILANO PRESSO
PERELLI E MARIANI. RICERCHE SULLA VALIDITÀ DEI GIUDICII DEL PUBBLICO A
DISCERiNERE IL VERO DAL FALSO. Optici poduuta E ij nauti1 anche accadesse che
hi generazione attuale cangia d’avviso intorno ad imo stesso soggetto nemmeno
allora dir si potrebbe che ciò avvenga per un appallo a qualche esterna
autorità che ne patirò- ne&r1 1 gindicii. Ma b tinsi questa rivòlt&ioue
di giudiaio molte tolte pn- regguir si dovrebbe ai cangiametili di tua despota
die ni indora del giorno ri colma di beneficenza un suo suddito per un1 azione
per la quale un ora prima Io sottopone a supplici®. 6, 1) altronde quanto rimo
La ed aerea è dessa mai la soddisfazione die uu uomo può trarre da ir appello
d’un secolo all'altro, mentre attua-!*- meule seutesi depresso dall’umiliazioni
ricevute da1 suoi contemporanei! Ora se fatale cotanto è la sorte che talvolta
tocca a quelle produzioni le quali iti nulla riguardano la persona medesima del
pubblico, con quanto maggiore ragione detrassi temere che tale riesca a colui
che attentasse di rivocare in dùbbio o di negare a lui la prerogativa di cui si
mostra possessore imperturbato? E se non v'ha potestà a cui ricorrere per
indurre una riforma, come potrà egli invocarla in suo favore? S. Quindi dovrò
io riguardare come deciso il mio destino, avendo divisato di filosofare
sull’esposto quesito anche avanti ch'io palesi Popi- mou mia Se più addentro io
riguardo le cose, parrai di travedere che, malgrado tutte lo premesse
osservazioni non Io sì possa per auco u h i a ra men te preveJere. Non io,
mercè 1’aspetto imponi tore dcirautorilà, pretendo di riscuotere la pubblica
approvazione; e nemmeno aspiro a conciliarmi una vaga persuasione; opera d’un
gusto arbitrario, o d’un presentimento di congettura o d’nua inclinazione di
probabilità: ma bensì io sento, che se ne ’T ardua alternativa o di ottenere
1’involontario assenso d’ima certezza irresistibile, o di subire invece
gl’anatemi che pendono sul capo della rivoltosa temerità e della orgogliosa
indipendenza, io giunga a dimostrare l’opinion mia: io sento, dissi, che
quantunque la mia decisione vada a ferire il pubblico, ella sarebbe
solennemente accettata e riconosciuta come irrefragabile. Allora non è più lo
scrìMore privato che parìa, ma è bensì la suprema ragione che manifesta i suoi
oracoli pella bocca del suo interprete. Allora, rivestito del carattere
d’inviato di colei a cui’1 Pubblico stesso riverente piegar deve i suoi
pensieri e la sua condotta, lo scrittore privato ne trattiene o ne modera i
trascorsi, o ne corregge ì gìudicii: non altrimenti che talvolta il Ministro
della religione in uu dispotico governo di molli barbari è l’unico ente capace
a frenarne le stravaganze. Dalle condizioni adunque ch’io impongo a me stesso
nel trattare questo argomento è ben agevole cosa arguire di quanta riverenza io
mj professi compreso e di quanta sentita stima ripieno verso del pubblico, del
quale io debbo ragionare, qualunque riesca la soluzione del proposto quesito.
Quindi senza indugio rivolgo su di esso l’aUenzioii. Chiunque rifletta per un
momento sull’esposizione del quesito. tosto s’avvede che tutte le risposte
possibili che a lui dare si possono, riduconsi alle tre sole seguenti: mai;
sempre; talvolta il giudicio del pubblico può essere e deve quindi tenersi
quale criterio di verità. Quest’ultima risposta trae seco altre ricerche
subalterne, e sono appunto: su quali oggetti ed in quali circostanze un tale
giudicio possa essere e si debba tenere come criterio di verità. E ben chiaro
che le sovraindicate risposte presuppongono l’esposizione d’una quistione più
generale ancora; cioè se giammai il giudicio del pubblico possa essere
veramente un criterio di verità: ed è chiaro altresì, eh’essa nell’ordine
dell’idee precede il quesito proposto. Imperocché s’il risultato della
discussione fosse che mai il giudicio del pubblico possa essere criterio di
verità, ciò renderebbe assurdo l’indagare in quali materie, dentro a quali
circostanze e fino a qual segno essere lo possa; conciossiachè un tale
risultato, essendo una pura ed illimitata esclusione d’ogni caso possibile
singolare affermativo 5 rende metafisicamente contradditorio il supporne
qualcheduno esistente. Che se poi invece si ritrovasse che sempre il giudicio
del pubblico riguardar si debba come regola di verità, ciò renderebbe
totalmente superfluo 1’indagare quando essere Io possa; poiché la conclusione
abbracciando ogni caso singolare, renderebbe assurdo lo escluderne qualcheduno.
Laonde da siffatte premesse è forza dedurre che il mentovato quesito ravvolga
dentro di sé come fermo supposto la tesi formale, che talvolta il giudicio del
pubblico debba tenersi quale criterio di verità; a meno che non vogliamo
avvolgerci in una formale ripugnanza, o supporre che 1’esposizione non
corrisponda all’INTENZIONE del suo autore: delle quali cose non lice nemmeno di
fare parola. Ma questo medesimo supposto è egli poi vero? Avanti di deciderlo
esponiamo le nostre ricerche nell’ordine loro naturale. Il giu- Tom. T. T34
ricerchi-; si ua validitàdisi giuduiilkc. Jicio del pubblico pud egli essere
per avventura cri lev io di verità? E se essere Io potesse, lo sarebbe egli
sèmpre o solamente r/wa/c/ic coftrt? E se sol lauto per qualche volta su di
quali materie, ed in quali tempi e circostanze essere lo potrebbe? Panni che,
iti tal guisa ordinando le quisLouh riesca del tuLto lìbero il corso
all’attìvità delle ricerche, ed affatto ì inprevenuta la manifesta /do uè della
verità, qualunque sìa l’occulta opinione di dii l’espone. Ma per lo contrario
(mi si perdoni s’ardisco di farlo osservare) panni che, lasciando tra lucere il
supposto del programma, potrebbe avvenire che taluno avvedendosene s’induce a
rispettarlo fors’anche per riverenza verso quel corpo illustre da cui egli
aspira ili essere favorevolmente giudicato. E quindi non avendo coraggio di
gettare su d’esso min sguardo di diffidenza, onde naturalmente apprezzarne la
validità, lo riguarda come mi punto fisso, inalterabile e incontroverso, d'onde
m- cominciare la sua trattazione: e quand’anche a lui sorge qualche dubbio,
crede grave temerità il sottometterlo a discussione. Ma se d’altronde dalla
sorte d’esso dipende, come sopra sic veduto, quella degl’ulteriori teoremi,
perchè mai lo lascoremo inesanunato, ancorché tosse vero? Non si rende forse
pello meno precaria la certezza dVigni nostro ulteriore pensamento! Quindi dal
cauto mio, benché io mi rechi a gloria di non cedete ad alcuno in Estima verso
di codesta Regìa Accademia, io credo necessario di dirigere le mie ricerche giusta
bordine da me sopra divisato j siccome appunto io faro incontanente, trattovi
da quell’obbligazione inviolabile clic lega ogni essere intelligente alla
schietta verità, ma che ad un tempo stesso ama di rispettar ogni altro rapporto
morale e d' istituzione, il quale non possa colliderla o snerva me ì vincoli
venerandi. Di elio all'esame delle idee succede quello dei piaceri e dei dolori
che vanno a loro annessi. Rammentiamoci, che siccome tulli gli oggetti
possibili dei giudiciì umani, e quindi tutte le materie sulle quali il pubblico
può recar giudicìo non possono essere che l’idee, e le loro particolarità,
combinazioni e couuessioni; c siccome altresì nell’idee stesse non si può
distinguerò d’una parte altro chi! il loro stato assoluto o relativa, e dall’altra
fa loro attività piacevole o dolorosa, e niente più: cosi tutti; fi classi
jèstìibiJi delle materie sulle quali il pubblico può giudicare, riducousi o
alle qualità diverse degl’oggetti gli uui relativamente agli altri, o
relativamente a non, o al piacere e al doloro ebe Intima ne può ritrarre. Da
ciò nascono sol lanlo due specie di giudicii, e di generi universali di scienze
e d’arti: la prima di giudici! o di scienze ed n l* Li di semplice convenienza
o ripugnanza fra le cose: e gl’altri, ad altre, di gusto e d’utilità. Ciò
ritenuto, è d’uopo osservare die il diletto o il disgusto si può riguardare
SotLo duo punii dì relazione: vale a dire o isolato, mercé di uu astrazione; o
in quanto va naturalmente connesso a determinate idee, le quali nei loro paragoni
sono sempre feconde di rapporti di convenienza o di ripugnanza o interna o
linaio. Ora contemplando il piacere o il dispiacere in se stessi, noti entrano
nella serie dell’attuali ricerche; conciosaiachè non si chiede direttamente se
il gusto del pubblico possa essere criterio di verità almeno per connessione, o
so passa essere regala di gusto o per rapporto al privato, o per rapporto ad un
altro pubblico; a bua I mente se la testimonianza del pubblico dì sentire
intorno a certi oggetti un dato piacere o disgusto sia un giudichi o no, la
qual cosa è superflua a proporsi a qualunque uomo dotato di senso comune ma
beasi ss chiede dìrettameute, s’il giudìcio del pubblico possa essere criterio
di verità. Sogliono, è vero, pello più gl’uomini denominare Odilo o brut - lo^
utile o nocivo quello che reca loro piacere o dolore nell atto che provano
classi diverse d’idee o che oe preveggono per connessione lo sperimento. Questo
denominazioni sono in sostanza altrettanti giudtóU* ^ vero altresì che questi
sono giudici] dedotti, dirò còsi e di couseguenza del sentimento, e non mai
sono espressioni dirette del piacevole o doloroso sentimento. Questo ini piace,
o è capace di recarmi piacere; dunque è bello, o è buono – H. P. Grice, on
‘good’ PROLEGOMENA – “I approve of x”. Questo mi dispiace, o ò acconcio a recar
mi disgusto: dunque è bruito, cattivo—NOT GOOD, H. P. GRICE --, pericoloso, cc.
Ecco f inavvertito e tacito raziocinio – H. P. GRICE ENTYHMEMA -- che.! ih J
pubblico quando da ciò che a Ini piace: o dispiace denomina un oggetto bello o
buono 5 brutto o nocivo. A suo luogo esamineremo se questa maniera di ragionare
sul sicura, e conforme alla verità o no. Pei ora bastami d’osservare che
l’ESPRESSIONE – H. P. GRICE, CROCE -- del sentimento del piacere o del dolore,
considerata in se stessa, non è direttarntmte contemplata dal programma.
Dall’affinità delle precedenti idee siamo naturalmente condoni ad indagare se
quella che dai moralisti e dai politici appellasi opinione pubblica assumere si
debba come oggetto contemplato dalla presente questione. A parlare però con
verità, si distinguono in essa due parti fra loro assai diverse; l’una delle
quali è opera dell’intendimento, e l’altra del cuore. La prima, essendo un
formale giudicio, può appartenere a questo argomento. Ma l’altra, non essendo
che un mero affetto, ne resta esclusa. E per verità qui si chiede di ciò che
può riuscire criterio di verità. non di quello che può ispirare stima o
disprezzo, conciliare onore o infamia, riscuotere biasimo o lode. Ma siccome il
dividere la parte del cuore dalla parte dello spirito egli è un distruggere
formalmente la nozione dell’opinione pubblica, la quale essenzialmente risulta
dall’unione solidale d’ambe queste parti. Così presa come tale, vale a dire
presa l’opinione pubblica nel suo vero e complesso senso, non può entrare nella
considerazione del quesito. A. line di sentire esattamente la verità di questo
ragionamento non v’ha miglior partito di quello d’addurre la vera nozione
dell’opinione pubblica, e precisamente di quella opinione, la quale essendo nei
rapporti della verità, cioè a dire che ne’suoi giudicii coincide col vero
merito delie cose, sembra eziandio avere la più intima connessione col presente
argomento, in cui si ricerca del criterio di verità. Certamente esistono molte
specie di opinione, alle quali abusivamente s’applica il nome d’opinione
pubblica. Ma è ben chiaro che se ve n’ha taluna alla quale attribuir si debba
il diritto a divenire criterio di verità, quella sarebbe certamente, la quale
essendo conforme ai rapporti dell’ordine morale, ed a quell’unità sistematica
che passa fra il vero [PROBABILITA, CREDIBILITA], il giusto e il solido utile
[DESIRABILITA] del genere umano, comparte alle persone, alle azioni ed ai
sentimenti onore od infamia, giusta il loro merito reale. Ora quest’opinione
pubblica io la definisco =uua guisa di pensare uniforme e costante della
massima parte della nazione d’ITALIA, mercè la quale ella giudica qual cosa
buona o cattiva, e ad un tempo stesso stima o disprezza, loda o biasima, ascrive
ad onore o ad infamia tutto quello che è giovevole o contrario, conforme o
difforme alla verità ed alla costante di lei felicità o perfezione.
Quest’opinione pubblica, le cui cagìoui, leggi, direzioni, forze. ajutì,
aumento e decremento Sono oggetti i quali non sono stali pera neh e uè ben
compresi, nè apprezzali nè sviluppati:, quest’opinione, che è la parte precipua
della legislazione, dal successo della quale sembra dipendere quello delle
altre tutte; questa, che sembra l’anima e lo scopo del quale il grande e
filantropo legislatore si occupa iu segreto, mentre eli’ egli sembra limitarsi
a particolari regolamenti' questa, benché tanto importante, tanto estesa, tanto
possente, non può partecipare, pell’aspetto suo totale e complessivo, alle
presenti nostre ricerche. Che se, come sì è osservato, la parte intellettuale,
cioè il mero giudielo che ne forma parie, può venirvi compreso, egli cadrebbe
propriamente sotto it problema generale, se i gittcìiciì del pubblico iu
materia di morale, di politica, od anche di bello, e di qualunque altra cosa
ch’interessa il di Lui cuore, possano pella parte del pero essere riguardati
come criterio di verità. Ma ciò tramuta affatto l’oggetto della ricerca: non
altrimenti che nell’ipotesi, che taluno propone ad un desolo d’addurgli le
dottrine completo appartenenti alla musica, egli si limitasse invece a
riguardare il propostogli argomento sotto l’aspetto solo delle fredde e
generali teorie delle sensazioni: e si restringe a spiegare come ramina senta
le noie, come le distìngua, corno lo giudichi ora simili ed ora diverse, ora
lente, ora rapide, ora appartenenti ad un is t ro llio n to, ora ad un altro, e
niente piu. In breve, l’opinione pubblica, considerata corno tale, non entra,
almeno direttamente, nel piano delle attuali nostre ricerche, e non è uno dei
termini della qui shunt' proposta. Ma che cosa ò fpiesto pubblico, e
specialmente questo pubblico – H. P. Grice, the man in the street -- che reca
ciudi ciò di qualunque cosa? Io credo, a parlare con esattezza, che questa
quistione si possa più sciogliere mercè la considerazione d’un’ipotesi, che
d’un fatto reale, segnatamente se venga ri vosi ita di tutte le circostanze
richieste dal quesito. E per verità è incontrastabile che pochi privati non
formano un pubblico, come è evidente. Non formano nemmeno il pubblico certe
classi o società, benché numerose, dello stato dell’ITALIA. Dall’altra parte
l’unione delle nazioni non è veramente il pubblico qui contemplato: sì per chè
esse propriamente formano fiuterò genere umano; e sì perchè appena si potrebbe
verificare la conformili del giitdiciu che si suppone o almeno ad ognuno che
brama di fare dei di lui giudioii un criterio di verità sarebbe impossibile di
rilevarne l’opinioue: e sì perchè finalmente nell’accettazione comune la
denominazione di pubblico non imporla un’estensione cotanto immensa di
concetto. Nemmanco sotto tal nome s’intendono molli uomini erranti in seno
d’una selvaggia indipendenza, poiché non v’è fra loro colleganza e comunione di
pensiero. D’altronde senza una estesa lingua non essendo intelligenti, non
possono propriamente recare giudicio sui varii oggetti dello scibile umano, e
mollo meno un giudicio che possa servire di criterio di verità. Per questa
ragione una nazione ancor barbara – come la BRITANNIA avanti alla visita di
CESARE, le cui nascenti idee sono peranco ravvolte ed aggravate nel pesante e
grezzo infarcimento dei sensi, i quali non permettono altre combinazioni che
quelle le quali vengouo tessute dai primitivi bisogni, nè suggeriscono altre dottrine
che quelle d’un'accidentale ed organica contemplazione degl’oggetti mista
all’illusioni d’una prepotente e sensuale fantasia; una tale nazione, dico, non
può certamente costituire il pubblico contemplato dal quesito. Rimane adunque
che una nazione, come L’ITALIA, per lo meno mediocremente incivilita e
illuminata, d’una comune lingua – H. P. Grice, “I can invent a language, and
call it Deutero-Esperanto, that nobody every speaks” -- , e vivente in
colleganza, sia il soggetto del quale qui si chiede. Ma questa stessa
estensione del numero degl’individui componenti la persona del pubblico – C. A.
B. Peacocke, POPOLAZIONE --, presa almeno come carattere essenziale della
nozione di lui, è forse soverchia, infatti, s’una cosa venga presentata ad una
popolata città, come BOLOGNA od Oxford; come, per esempio, una tragedia su d’uu
teatro, uno spettacolo su d’una piazza – dialettica bolognese – dialettica
d’Atene, dialettica di Bologna, dialettica di Bovis Vadum; e di siffatte cose
dagli spettatori venga recato qualche giudicio, si suol dire: la tale tragedia
o il tale spettacolo sono applauditi o biasimati dal pubblico; e, individuando,
si dice pur anche da quella città – SORBONA --, o dal pubblico di quella città.
Ma così favellasi del pari se ciò avvenga in molte città successivamente;
talché sotto la denominazione del pubblico molte città e molti pubblici, dirò
così, s’abbracciano. Pella qual cosa a questo cute così indeterminato, creato
dall’umano arbitrio, non altrimenti che ad una stessa figura fisica suscettibile
di varia grandezza, in forza del comune modo di legare le idee alla
denominazione, conviene assegnare limiti più o meno ampii, senza costringerlo
rigorosamente ad alcuno. Avvi pelò di comune in tutte queste modificazioni
della nozione del pubblico una specie d’unità ed una certa circonferenza, che
nc racchiude 1’estensione e lo separa d’ogni altro, la quale necessariamente
deve essere quella medesimà che d'altronde naturalmente a-politicamente
distingue una società qualunque o piccola o grande da qualsiasi altra o vicina
o lontana. La circostanza adunque, che la nozione del pubblico di sua natura
esclude sì è la divisione delle parti d’una stessa società: cioè a dire, che
non si può appellare pubblica mia cosa qualunque, quando dalia posizione attuale
escluda iu fatto o iu potenza una qualche parte d’individui che la compongono
lo mi spiegò; si affìgge a ragion d'esempio uno scritto in un luogo ove tutti
lo possono leggere: s’espone una cosa m mi luogo e con condizione per cui LulLi
vi possono intervenire. Benché forse i! minierò di coloro clic leggono
l’affisso o concorrono a vedere In cosa, sia talmente piccolo che non ecceda il
numero degl’individui componenti una famiglia: pure la sola possibilità, la
facoltà ampia, e lo circostanze Lutto dal cauto degl’oggetti ad essere veduti
da lutti fa si chidi consi esposti al pubblico. Laonde ogni cosa acquista la
denominazione di pubblica pella sua relazione a tutti gl’individui d’una
società. Onde è hiaro che nel concetto comune la nozione del pubblico avvolge
la considerazione di tutti gl’individui d’un paese, come la EMILIA, d’una città
come BOLOGNA, d’una nazione come L’ITALIA. Pello contrario benché un numero
assai maggiore intervenisse In altro luogo a vedere altr’oggetti, ma che è
destinalo o per alcuni. o per una certa classe soltanto di persone – H. P.
Grice, The Lay and the Learned -- , quantunque effettivamente maggiore fosse il
numero degli spettatori clic colà concorrono di quelli che si recano alle cose
esposte al pubblico, pure un Lai luogo e gl’oggetti quivi presentati
riterrebbero Sempre II nome di privati; cosi dicesi un teatro privato, una
privata accademia. Quando si parla d’una universalità d’uomini componenti una o
più società non si deve estendere la significazione così rigorosamente che
debba abbracciare tutù affatto gl’individui, ninno escluso ma bensì basta
legarvi l’idea dhma universalità morale – THE UNIVERSALITY OF CONVERSATIONAL
POSTULATES – KEENAN OCHS – SCHELLING FICHTE, THE CUNNING OF CONVERSATIONAL
REASON -- cioè a dire della mussami parte degl’individui, mcnLre aldi sottodi
tale misura la collezione cessa dessero pubblica e rimane del tutto privata. E
però conveniente che siccome si parla d’un pubblico che deve riuscire giudice
di verità, cosi in forza di Lale veduta è d’uopo precipuamente ed a preferenza
comprendervi la parte pia illuminata non tanto per un riguardo aireccellenza di
lei quanto anche pella relazione al fine per cui si contempla. Ma y’è ancor di
più. il programma parla del pubblico in generale né si limita a quello dei
paesi, nè a quello delle città, uè a quello delle nazioni. Perdo nelle ricerche
attuali no» lutti Ir compreu direni o in distili Lamenti OB Non è iuuLìle
d’osservare, die Impropriamente nei ragionamenti comuni s’accenna resistenza
anche d’urt' altra tal quale specie di pubblico, la quale viene composta dalle
persone coke ed intendenti, sparse a rari intervalli nei paesi inciviliti. 31
a, a parlare esattamente essi piuttosto disegnar sì debbono col titolo speciale
di dotti – GRICE THE LAY AND THE LEARNED -- anziché di publico; e conviene
riguardarli come parti del pubblico 5 c come il flore più scelto di Ini,
anziché costi in irne un pubblico intero. Infatti essi sono divisi in classi
diverse, ed appellanti o metafìsici, o fìsici o politici . a moralisti o poeti,
e non pubblico. Così i giudici! sulle diverse materie da loro r e e a ti «man a
no da varii dij. m r ti menti s tn ceatieosi e sciti si vameule, che quelli
d’uno non vengono mai riguardati come appartenenti ad un altro diverso. Ond’è,
che per questo rapporto i dotti uno vengono giammai tutti avvolti entro d’una
sola denominazione collettiva, che li faccia riguardare ripetuta men té nelle
diverse materie come individui d’un tribunale unico e stabile che sempre
giudichi di tutte le materie disparate, i' sia naturalmente lo stesso nel
recare giudicii differenti. Ma, se ben si ritengono l’annotazioni precedenti,
essi d’un’altra parte vengono di già compresi nella considerazione totale di
quel pubblico 5 al quale o per dimora o PER LINGUA appartengono. 00. lì
pubblico ha aneli5 egli una certa vita a lui propria, la quale non é ristretta
al corto giro di quella degl’umani individui. Egli, al pari degl’altri corpi
lutti morali, come si suol dire, non muore mai. Sotto di questo rapporto Lo tic
lo vicende di □ pi mone si considerano avvenire in un solo soggetto, benché
appartengano a parecchie generazioni diverse. Così, oltre all’evertalo uè
naturale; del suo corpo, egli ira uu1 estensione successiva d’esistenza., la
quale, ragionando della verità, che è per se stessa immutabile, assoggetta I di
lui giudici! a condizioni le quali possono forse sembrare rigorose, ma che non
dimeno sono necessarie e naturali ai rapporti reali delle cose. Raccogliamo
l’idee. Il pubblico, del quale si ragiona in questo argomento, si deve
riguardare come l’unione della massima parte deg’individui componènti le
società Incivilite, compresevi speda Imeni e k persone colte che vi esistono.
Del modo dei giudieii del pubblico, TU Qualunque giudicio, die recar si può
tól'iiomo intorno ad tmn più cose deriva dalla cognizione perfetta o imperfetta
dell’oggetto su del quale sì giudica, o deriva d’una ragionevole o non matura
deferenza alPaUrui discer Dimenio. Qui non yT ha mezzo. La prima specie di
giudicii può dirsi di scienza e la seconda di CREDEBZA (CREDIBILITY AND
DESIRABILITY) $ la pretta originale e la seconda di tradizione; la prima
propria, e la seconda di mi tori là altrui. Questa differenza però riguarda la
situazione interna, dirò crisi, del giudicio e le fonti di lui. Ond'è dio portai
motivo sposso élla rimane occulta al Po celi io di dii ascolta, è no raccoglie
Pestcrna espressione. Bea è vero pero, che talvolta può avvenire che no
riescano plesi le sorgenti. Jn tal caso convien pure usare di regole diverse
per misurarne il valore. Questo triodo adunque, benché intorno, riesce allora
una quantità filosofica, cui né'calcoli dell'estimazione morale non votivie no
trasandate inapprezzata. DiffatLi s’il giudicio è origina Ir conviene valutarlo
colle regole logiche dei raziocina umani, in qua alo si riferiscono allo stato
delle cose e della natura del fu omo. Che se poi è ili pur.'1CREDULITÀ,
conviene salire ai fondamenti dell’autorità da cui viene trasmesso, come più
ampiamente si ragionerà qui sotto. Concìóssìachò non avendo allora che un
valore puramente precario, e tutta la verità stia risolvendosi sulla prima
fonte d’onde deriva, è sempre o mal sicuro, n precipitalo, o falso, s’è stato
adottato o con dubbii fondaménti, o senza ragione, o contro ragione. D'all rond
e questa in aniera di giudicii se sot1o di u il aspe Lto può dirsi pubblica,
perchè dal pubblico viene professata panni ciò non ostanie che a rigore al
pubblico non si possa imputare: poiché egli non c propriamente autore, ma solo
crede con inventore, ma solo copista; non sciente, ma solo CREDENTE. Il
filosofo adunque, assumendo in considerazione una siffatta classe di giudici!
nei rapporti della ricerca attuale, è costretto ad indagaru se LA CREDENZA del
pubblico non in materia solo di fatti, ma eziandio di riflessioni, di principila
di scienze, puo èssere criterio di verità o, a dir meglio, se i fondamenti e la
maniere colle quali il pubblico adotta un giudicio qualunque sull’asserzione
altrui siano tali, onde L CREDENZA che n’emerge si puo accogliere quale
criterio di verità, ficco quale differenza di considerazioni tragga secorj n
està interna diffbronza de’modi dei giudicii umani lui altro modo i alerti o
dei giudicii di piu uomini, cui meglio appellar si deve o difetto od ostacolo
al pubblico giudicio, si è la frequente discrepanza d’opinioni degl’individui
sociali. So però soventi volte i cervelli degl’uomini sono come i loro orinoliì
quali mai non sono perfettamente d’accordo nello stesso punto, ed ognuno crede
al suo, come dice Pope; pure ogni risultato derivante da questa circostanza
rimane escluso dall’attuali ricerche; imperocché se la discordanza è tale (die
impedisca un comune ed uniforme consenso – GRICE COMMON GROUND STATUS -- su di
qualsiasi oggetto della massima parte di società, è ben chiaro che s’impedisce
o si toglie l’esistenza di qualunque pubblico giudizio. Ora coi ragioniamo nel
supposto ohe tale giudici o esista. Cosi dicasi dell’assoluta ignoranza o della
noncuranza del pubblico a giudicare di qualsiasi oggetto intorno al quale per
altro potrebbero cadere dei giudici. E tròppo chiaro che colla prima non si può
giudicare rie bene nè male, e che colla seconda uou si giudica di niente e cosi
tanto nell’uno quanto nell’altro caso non esiste giudìcip di sorte alcuna.
Rapporto poi al modo esterno dei giudici! del Pubblico, il quale propriamente
consiste nell’espressione o manifestazione di bri. io credo che non si possa a
buon diritto e con sicurezza attenersi clic ad un solo, (I quale è appunto LA
FAVELLA o vocale o scritta: mercè d’essa FAVELA gl’uomini ESPRIMONO le toro
idee dirci .t amen le; ogni altro mezzo rimane equivoco, fallace, e talvolta
perfetta mento con Ira rio Così, benché l’azioni, i costumi, gl’usi 5 le mode,
e cento altre cose di fatto, possano per una e a Lumie connessione connotare in
generale P esiste u za d’un giudicio ili approvazione n dì disapprovazione, di
piacere o di dispiacere di lui Pubblica inlomo agli oggetti relativi; pure se
da ciò si volesse dedurre il pensamento preciso di lui intorno ai principi!
pratici di siffatte azioni ed usi, si tesserebbe, crcd’io, una fatica pello più
frustranea, d’un esito equivoco, e del tutto vana pei progressi o pella
scoperta della verità. Quante volle infatti molti uomini, ognuno dei quali
meglio d’agni altro dev’essere Consapevole dei motivi precisi delle proprie
azioni, prendono degl’abbagli, e fanno illusione a sè medesimi sulle ragioni di
molte loro azioni, di molte loro pratiche e di molti ragionamenti! Quante volte
lo stesso atto m tempi differenti parte da motivi non solo diversi, ma eziandio
opposti! Ora se tanto avviene in ogni singolare individuo mentre che ognuno ha
l’intimo scrutìnio del proprio pensiero, cosa dir si dovrà di rollìi olie si
rivolge al Pubblico col fine di dedurre dalie azioni i qraUeri dei giudirii di
quello? Non si trova egli forse ìu una tale posizìn nf‘F in cui non solo manca
di siffatto soccorso ma viene collocato nella massima distanza possibile, ed
avvolto nelle tenebro le più impenetrabili, onde scemerò le interne Speciali
ragioni di l'alto delle prati dui ili cui egli è spettatore? Non deV egli
conoscere mfimtamente meglio, pei rapporti concreti di fatto la sua famiglia, l
suoi amici-, it suo celo? Ora riguardo a questi ardirebbe egli infallibilmente
dì fissare i principi! specula Livi degli usi e della condotta? Pure per
potersi giovare di loro a ma'di ente rio converrebbe accertarsene chiaramente
come d’oguì altra cosa di fatto Ma. rapporto agli usi del Pubblico, noi soventi
volte abbiamo esperienze che ci possono servire di caparra onde congetturare,
che quando anche ci fosse permesso l’accesso nei cervelli umani, c’asterremmo
forse dall’assumerci la fatica del loro esame. Quante volte infatti gl’uomini
seguono in comune una pratica unicamente perché la veggono in a E trise n ?/
altra ragione o giudicio teoretico possibile intorno alla bontà o malvagità,
opportunità o sconveuienza, decenza o indecenza altitudi ne ad abbellire o a
deturpare! Pella qual cosa quello che appallasi la ‘lingua’ dell’azioni nel
presente caso, non si deve assumere mai non solo come ledale interprete ma
nemmeno come CONTRASSEGNO NATURALE d’una specie precisa di giudieii regolatori,
o d’opinioni riguardatili la verità o la falsila, la convenienza o la
disconvenienza d’alcuna nostra idea, Si. Attenendoci adunque al solo modo
dell’ESPRESSIONE vocale o scritta., qui non possono cadere ìu considerazione
che quei soli giudici! del Pubblico i quali in tal guisa vengono da lui
manifestati. Dopo ciò si potrebbe far ricerca io qual mudo propriamente
constare ci debba che un gìudicio qualunque sia veramente del Pubblico, ha
risposta è semplice; ma Tallo è pressoché impraticabile, o almeno non mai
praticalo, E in verità, se consta che non si può dire pubblico uu gra fi icio
se non è veramente esteso alla maggior parte d’una società; se non si può essere
veramente certi de IT esistenza di lui se non inarca LA FAVELA; è ben ebbro che
nel ceso che taluno dove farne uso come eli regola di verità, dovrebbe
raccogliere l’opinioni del maggior numero, ìncominciando sempre dalla parte più
cotta non altrimenti che in lui congresso democratico si raccolgono I voli. B3
Questa fatica però rende! dei lutto superflua, se supposta audio per ipotesi
resistenza di im siffatto giudicio vsl dimostra che non può servirò di veruna
istruzione. Ora se ciò sia vero, o no Io veremo incontanente; e dedurremo
quindi se dobbiamo sollevare il ligio amante del Pubblico da questa serie di
visite e di richieste agl’individui che lo compongono. Quello che ora mi sembra
non inutile d’osservare si è che non avendosi mai praticata una siffatta
raccolta d’opinioni in verun genere, noi supponiamo una cosa possibile, cui per
altro ignoriamo se esista, o no; coutenti piuttosto di un semplice saggio fatto
sopra di alquante persone, che di un esteso sperimento ripetuto sopra il
maggior numero: conchiudendo che debba bastare pell’altre tutte da noi non
onsultate; quasiché ci consta d’una tanta uniformità di pensare fra gl’uomini,
che dal modo d’opinare d’uno o di pochi ci è lecito dedurre quello di molti, o
di assai più. Da ciò si scorge se con ragione all’incominciamento del saggio R.
osserva che qui versavamo più su d’una considerazione ipotetica che reale.
Tutte le materie possibili dei giudicii umani sono l’idee che 1’uomo può avere
intorno a qualsiasi oggetto. Ora fra lo sperimentarne I impressione ed esserne
privi non v’è mezzo; come non v’ha mezzo fra il loro concetto assoluto ed il
loro concetto relativo. Inoltre non v’è distinzione nè divisione in ogni idea,
che quella che passa fra la loro qualità e forma, e la loro attività
aggradevole o disaggradevole. Ma considerate l’idee nei loro rapporti alla
verità, l’affezioni loro piacevoli o dolorose, tutti gl’effetti che ne derivano
restano esclusi dal quesito. Inoltre ritenendo che debbonsi contemplare i
giudicii che riguardano le dette idee, e non la diretta loro impressione,
restano perciò queste del pan escluse dall’attuali ricerche, e quindi anche
ogni espressione ad esse relativa. Pella qual cosa scorgesi che tutte le
possibili materie sulle quali può cadere la ricerca del programma sono state comprese
dalle precedenti osservazioni almeno in una guisa generale, e separatene le
stiauiere. Circoscritto così tutto l’orbe degli oggetti delle presenti
ricerche, e presentato il tenore generale della quistione, giova ora passare
alla soluzione di lei. Soluzione del (/itesi lo. Esposizione ‘lelfaspetio
ilr£cis0 cui i,l‘lwl,,J di cliùunart' ad esame r g9_ Premesse le cose sopra
discorse mi si chiede di nuovo sn i Ridiede del Pubbli™» possa essere giammai
un criterio di verità. Put» marno che tjui si parla delle verità di
riflessione. A ciò rispondo: o consta abbastanza su quali fondamenti il
Pubblico appoggia i suoi giudieii: vale a dire, si conoscono i principi! le
combinazioni delle prove da cui risultano, o no. Nel primo taso d giudichi del
Pubblico non può essere mezzo a disceruere la venta, perni" diviene
superfluo; nel secondo esserlo non può, perchè rimane iuccWo. Il primo è
chiaro; perchè il criterio è propriamente tale solamente avanti di possedere la
cognizione della verità, e non dopo che è scoperta e riconosciuta:
couciossiachè il criterio di natura sua e dirette ed ordinato a scoprirla, e a
distinguerla dall’errore; talché m questo stesso uso e direzione consiste
precisamente la di lui essenza. Criterio di verità, a senso di tutti i logici,
altro non è ch’una regola di cui su serve i’uomo per acquistare la cognizione
della verità; un mezzo oli c distinguere il vero dal falso. Orai quando consta
pienamente m Vigore della cognizione intrinseca dei rapporti degl’oggetti, e
delle loro convenienze o ripugnanze, diviene superfluo il soccorso di qua siasi
altra metodo, benché altronde esiste, per «coprirla e comprovarla: poiché
abbiamo di già ottenuto il nostro intento. Tale infatti è oziami™ pratica delta
ragione umana. Conoscendo, a cagion d'esempio, per dimostrazione intrinseca che
tutti gl’angoli d’un triangolo, presi insieme, sono eguali a due retti, non
sentiamo noi che sarebbe ridicolo d’implorare U riudi ciò del Pubblico,
quand’anche pensasse così, onde affermare che questa è una verità? DI questo particolare
adunque non facciamo p« p avola. Passiamo all’altro membro della distinzione.
Immaginiamoci che talnno tessesse un corso ili geometria sui giudieii del
Pubblico, e che soppresse le dimostrazioni, dice al suo allievo; il Pubblico
circa le tali proposizioni giudica io tal guisa: quindi adol J. laLe le sue
séti lenze pei vere, semlevone imi fiducia no’vostri ulteriori progressi nelle
matematiche Se questi aderisse ai suggerimenti dei suo precetto ve, veramente
dir non si potrebbe eh ei sappia la geometria ma bensì che la crede soltanto.
Ma se però 5 volendo anche prescindere dalle dimostrazioni singolari do gru
proposizione, egli amasse tuttavia rii assicurarsi, almeno iti generale, del
fondamento dei propri! giudichi, egli chiederebbe pello meno per quale ragione
rimettere si puo con sicurezza allWLorUà del Pubblico Ìli materie geometriche,
e non anzi dubitare della di lei validità. Allora è ben chiaro che il suo
precettore dovrebbe assicurarlo su di ciò o col dimostrargli ad una ad una ogni
proposizione ili geometria, c quindi fargli sentire che il pubblico
effettivamente non s’inganna; o almeno col tessere un discorso ben convincente,
con cui dimostrasse teoreticamente e, come si suol dire, a priori che in
materia di geometria d’EUCLIDE d Pubblico non si puo ingannare, \td prima caso
egli esaminando i fondamenti de Ih autorità ilei Pubblico, la rende superflua
ai suo allievo, emide evidente; ufd secondo poi converrebbe provare In
generale, che tale sia bindolo delle verità matematiche, e tale la loro
relazione colla mente umana e tale la forza della logge che la incorrere molti
ingegni umani nello stesso sentimento, da rendere impossibile al Pubblica
d’errare. Senza di questui Ili ma circostanza il Pubblico non godrebbe
veramente ver un maggior privilegio sopra d’ogni singolare individuo'; ed anzi
siccome è per questa sola ch’egli si distinguo dal privato, cosi da questa deve
dipendere in ultima analisi la preferenza de'gìndicn suoi, se la merita, sopra
(fucila dei privati. Se la ricercata prova poi veramente riuscisse, allora cóle
sto allievo, benché non potesse nutrire una certezza, dirò così, diretta ed
intrinseca delle verità, di geometria prodotta dall’intima cognizione dei loro
rapporti, avrebbe però una certezza di connessione prodotta dalla cognizione
intima di quelle leggi generali che le dettarono al Pubblico. Di là. come da
fonte comune, la certezza si spande sopra tutti i loro prodotti, e rende
indubitato ogni giudiciò pubblico di geometria per ciò solo che deriva da lui.
L pero manifesto clic tanto nel-Puna quanto nelTalira maniera ogni privato
diviene per diritto di ragione unico giudice ih-lla verità, e del Pubblico
stesso, luiatti supponiamo che 3 a fronte d’un asserzione del P„bldico su
qualche oggetto, io avessi tali argomenti uj mano, onde uè risulta la falsità:
potrà’ io mai dissuadermi ch’egli non s’inganni ì 5 Ibi. p qui par l'appunto
cade mb osservazione sul vero aspetto della qui si iena che esaminiamo. Abbiamo
dello che quando si conoscono intrinsecarne tile c chiaramente i rapporti
dimostrami ti uà verità il giudirio del Pubblico noti può servire di criterio,
Quando si conosce fa falsità d’un sì Paltò gkdlcio non sì può ih: sì deve a Ini
rimettere la nostra opinione benché egli sia dell’opposto partito; ma il
privalo ò in diritto d’aderire ai proprio privato sentimento, o almeno,
s’amasse dì apprezzare soverchiamente l’autorità pubblica, dovrebbe per
necessità rimanere in dubbio fra entrambe: orni1 é, die nemmeno allora il
giudìcìo del Pubblico potrebbe servire di criterio di verità, Dunque la
quislione tende propriamente a scoprire se quella specie dei giudici! del
Pubblico, de’quali soltanto signora la intrinseca ragiono, si possa assumere
come mezza onde disceruere uni verità peranche incognita; talché ogni cosa che
convenga con loro debba dirsi vera ed ogni cosa che con essi non convenga si
debba riputar falsa. lo non ho detto di quei giudieh, de quali le ragioni
determinanti il Pubblico ci sono occulte 5 ma bensì di quelli dei quali
s'ignora la intri 11 s oca ragione. Imperocché i sostegni della verità possono
nello stato reale dei rapporti essere ben diversi da quelli che esistono nello
spirita del Pubblico: potendo benissimo accadere, come tutto dì reggiamo, die
una verità venga adottata mercé argomenti del tutto privi di valore dimostrativo.
Eh Nel caso adunque ohe tali motivi insussistenti mi fossero palesi ma che
d’altronde avessi prove della verità del giudicio, io dir potrei non che il
Pubblico s’inganni, ma bensì eh5 egli è persuaso della verità per ragioni
frivole, ed anche assurde. Rei caso poi che non avessi i9 altronde prove delb
intrinseca verità o falsità dell’asserzione e che ad mi tempo stesso mi lessero
nate le ragioni determina alt in fatto il giudicio del Pubblico, ma che le
sentissi ad un tempo stesso in con eluderli i, io non potrei dire perciò che il
di Ini giudicio è falso, ma soltanto che non uè vengono addotte valide provo: e
ciò por la ragione sovra indicala. In tal caso quest’ultimo modo di giudicio
dove dal privato pareggiarsi a quei pensamenti de quali a lui vengono occultate
le ragioni: colla sola differenza che udì’mi caso ci sa che la deduzione
espressa è vana, e nell’altro ignora se è dimostrativa o no, g gp [g]fj è vero
che il vedere la causa della verità soste mila d’un patrocinio palesemente
invalido ingerisce comunemente una sinistra prevenzione contro di lei, essendo
scarsissimo il numero di quelle menti che si sappiano contenere entro i limiti
d’una filosofica moderazione nel limitare la sfera d’influenza anche dei
difetti, e che sappiano bene dividere i vizii delle cose dai vizii dei loro
trattatoti. Ma di ciò non e nostro Islluito di ragionare. Forse misi chiederà,
come puo avvenire che al privato sono occulte le ragioni me yen li il Pubblico
ad un dato giudieio, perciò stesso elisegli è pubblico. Ma io rispondo: die
siccome questo Pubblico è un complesso d’uomini, e siccome non è d’essenza ad
un uomo che mi palesi la ragione d’una sua opinione perchè solo me la propone;
così può avvenire (ed è. ciò appunto die pello piò accade) che io, anche rapporto
a molti, sappia beasi il contenuto d’essa, senza ch'io tic sappia le Interne e
mentali cagioni. Ritorniamo all’assunto. Dal fin qui detto parrò I di potere a
ragiono coochiudere che nel caso che il Pubblico o in tutti o In taluno
degl’oggetti delle umane cognizioni si dove tenere per un criterio di verità,
ciò avverar non si potrebbe se non In quei soggetti ne'quali nuu si veggono [e
di mostra zi cui. tfO-2. Il caso si verifica nella seguente maniera. Esìste un
dato soggetto sul quale io non so che cosa mi dovo pensare. Esiste però intorno
ad esso un giudizio del Pubblico. Si chiede s'io debba, o almeno posso,
sicuramente rimettermi a Ini per farne norma al mio giudìcio. Ma è chiaro che a
produrre in me una tale sicurezza converrebbe prima che, almeno per una ragione
generale, mi persuado che il Pubblico non si puo ingannare mai. o almeno non si
puo ingannare su di quelle materie a cui appartiene il soggetto intorno a!
quale lo bramo d’istruirmi. Ora. rapporto a questo, io ho detto clic il
giudicìo del Pubblico devesi riguardar sempre come INCERTO – H. P. Grice
UNCERTAINTY --, e quindi non mai come criterio di verità. Il dimostrare che un
critevio il quale non è sicuro cioè a dire un mezzo della cui costanza nel
farci discernere il vero dal falso o in tutti gl’oggetti, o anche in
qualcheduno speciale, si dove diffidare, non è propriamente un criterio di
venLà nè generale nò speciale, ma invece un mezzo fallace, e quindi non piò
criterio, il dimostrala', dico, una tal cosa è 'fatica del tutto superflua, poiché
ciò è posto in chiaro dal concetto stesso della cosa, (j nello piuttosto che
giova al caso nostro d’osservare si è, che la nozione medesima del criterio
c’iudica il carattere della prova clic dobbiamo usare, onde dimostrare la
verità della risposta sopra allegata. Qual genere di prova richiegga
dall’indole del c/uesito. Se il giudicio del Pubblico o in tutte le materie, o
in taluna, o sempre, o in alcun tempo puo essere un criterio di verità, ciò
avvenir dove in forza d’uu principio costante e generale di natura. Imperocché,
se si risguardi il caso contemplato dalla quistioue, tosto si scopre eh’ei uon
riguarda il Pubblico d’un dato paese o d’un dato secolo, nè certi individuali
oggetti, nè certi anni, ma bensì abbraccia il Pubblico d’ogui secolo e d’ogni paese:
eli’ è quanto dire una universalità – OCHS KEENAN GRICE UNIVERSABILITY --
d’uomini e di cose, fra le quali non vi può essere di comune che ciò che è
proprio della natura. Del pari volendo elevare i di lui giudicii alla dignità
di criterio di verità o generale o speciale, conviene dimostrare in essi un tal
carattere costante di verità, che iu tutti i casi, in tutti i tempi, o almeno
sempre che ritornano certe circostanze e certe materie, eglino non Smentiscano
giammai la propria attività a farci discernere il vero dal falso. Infatti senza
una tale immutabile rettitudine di giudicio o su tutti gli oggetti, o su
certuni, quello del Pubblico è per ciò stesso mal sicuro, benché spesso è
conforme alla verità. A che mi gioverebbe che sovente non erra, se pur talvolta
egli lo fa? Non è egli chiaro clic nell’ipotesi che dove farne uso, e perciò
nei casi singolari dovendo io appoggiarmi totalmente e alla cieca sulla di lui
autorità, come sopì a si o dimostrato, io potrei a buon diritto dubitare se
quello per avventura foss« Vèspài se r&tuiasnt a ] De !' esprit. Discours
I. fJ uiaLéR Ics operano MS de I esprit se re- 'Liisént b. l'obsciTaLiot] des
restiti bftmces ei dee dìtTépenecs, des convÉiiances 1 tre s i, cli o per fissa
re u el1a memorla i 1 n a pereezione ricevuta e vvi pur d’uopo ili a tl&n s
fon e, a confessio u e de1lo stesso E l v òzi o, e comeanc 1 1 e viene
dimostrato dall’esperienza. Ora, benché quest'attenzióne, a riguardo dell’umana
cognIzione, no u si possa de fiuì re che una persistenza p1ù o rae«° lunga do
IL 'anima sulla stessa idea, perchè una definizione qualunque non potrà giammai
esprimere altra cosa, che affezioni della facoltà di sentire, vale a dire
dell’idee: pure, se scrutiniamo più a fondo la reali La delle cose, dobbiamo
confessare che la permanenza dell"idea nclfauima altro non è che un puro
effetto apparente d’un potere attivo di lei, il quale s’esercita meuLr essa
attende; e clic lattenzìone c realmente una vera reazione del’anima stessa
sulla sede fisica dell’idèa; quindi, eh 'essa e I’esercizio d’un potere attivo
di lei, il quale si fa sentire alla sensibilità mercé I’effetto die in lei
produce; il qual effetto è appunto quello deve corrispondere al di lei
esercizio. Conciossiachè siccome un dato organo, mosso d’un oggetto, produce
nell’anima un'idea, così se venga prolungato o rinnovato o aumentato il
movimento stesso d’una forza qualunque, deve produrre pella stessa ragione
l'effetto medesimo nella sensibilità, altro non essendo l'idea, nè potendo
essere in ultima analisi. che il risultato dei rapporti che passano fra l’anima
e gl’organi, e gl’orgaui e l’anima: rapporti fondati sulla natura degl’uni e
dell’altra. Io credo poi che non fa mestieri dimostrare che l’attenzione è
l’esercizi d’un potere attivo che reagisce nella guisa sovra spiegata; mentre
dall’esperienza risulta che mercè d’essa s’aumenta la forza d’alcune
impressioni esterne, e si rintuzza l’apparenza di alcune altre, col sottrarre
l’anima fino ad un certo segno dal loro impero. Mercè di’essa si sperimenta
eziandio che l’anima passa dalle più forti alle più deboli impressioni e pella
noja d’una forte e lunga sensazione, e pell’amore dell’uomo alla varietà, e per
cento altre morali relazioni. Ora se l’uomo può, mercè dell’attenzione,
aumentare l’impressione d’uua cosa, segnatamente se venga prodotta dalla
memoria – GRICE PERSONAL IDENTITY LOCKE --; e se, malgrado la sollecitazione
d’altri sensi, non si presta alle loro forti richieste, ma passa a suo
piacimento alle più deboli; non dovremo noi dire che dunque l’anima nell’esercitare
l’attenzione non è puramente passiva? perchè in tal caso essa non puo avere che
quelle idee e quel grado solo di sentimento, il quale deriva dal grado
dell’impressione degl’oggetti esterni. Inoltre essa è tratta unicamente a
beneplacito del concorso del’idee cui l’accidente solo esterno guida ad
occupare la di lei sensibilità, e le quali cacciate poi d’altre attendeno
d’esserne pure sbandite d’altre successive. Allora infatti 1’anima, simile al
passivo ed inerte cratere d’un mare, altro far non piuo se non s’accogliere nel
suo seno una folla d’idee, le quali al pan dell’onde lascia necessariamente
scorrere e incalzarsi a piacimento dei venti, e dell’altre cagioni che le
spingono nel vario loro corso ed agitazione. Conchiudiamo. Nell’attenzione s’esercita
un potere attivo dell’anima che re-agisce; e l’esercizio d’un tal potere è
necessario a fine di fissare le idee nella memoria. l’AJìTK li. Vili. Co n tiri
un zione* iVSècr.fij'.Hte ife/r attenzione a formare, l’idee astratte a le
generali Necéssità dei segni e dell' attenzione per conservarle. . ì\ cosa nota
e fuori di controversia presso tutti i filosofi che a formare l’idee astratte
richìedesi necessariamente il magistero dell’attenzione e che anzi a lei sola
doveri la loro f$gtnaziou c. Imperocché è sentenza nota, che fasirazione non ò
ali.ro ch’una fissazione dell’attenzione medesima su alcune particolarità d’un
oggetto qualunque complesso, sia bricco sia morale, mercè la quale la vista o
interiore o esteriore dellamcia viene su d’essa concentrata e finii lata; non
badando allora, nè accorgendosi, uè apprezzando Io altre particolarità tutte
circostanti. Quest' idea speciale, in lai guisa contraddistinta da tutte le
altro appartenenti allo stesso soggetto, e la quale per un modo metaforico si
separa appellasi perciò idea ASTRATTA – GRICE ABSTRACT ENTITY -- cioè staccata
dalle rimanenti colle quali prima giace unita, le quali tutte per questa
ragione hanno il nome d’idee CONCRETE. E noto in oltre, dalla facoltà di aste '
art 'e. c quindi da11 rise rema dell’attenzione derivare quella di
GENERALIZZARE GRICE SPECIAL GENERAL IMPLICATURE -- fra loro l’idee, come dicono
i filosofi, parlando degl’oggetti complessi parte simili e parte dissìmili;
mentre il formare un’idea o una nozione generale altro non è clic separare da
molti individui quelle qualità che a tutti convengono, om mettendo tutte quelle
che soejo proprie e PARTICOLARI – non totale -- 5 e formare di tutte ua
aggregato, o, a dir meglio, un’associazione tale d’idee accoppiate e di
giudicii per cui sentiamo che quella tale idea, eh t noi ravvisiamo, Gabbiamo
con Ir addì stinta in tanti differenti soggetti. Ciò avviene sì perche molto
idee simili non sono poi elio la stessa idea ripetuta in più soggetti diversi:
e sì perchè tale essendo l’indole dell’esser nostro che mercè la memoria siamo
necessari amen le ri-collocati nella stessa situazione in cui fummo un tempo
per rapporto alla sensibilità; è forza che molti dei soggetti, da cui abbiamo
tratta l’idea generale, si riproducano: e sì riproducano sotto la posizione
medesima in cui li contemplammo al momento dell’astrazione e dell’associazione
loro cogl’altri tutti simili coi quali li paragonammo. Ecco perchè alcuni
filosofi hanno appellato l’idee generali coi nome di forme vaghe ed incerte;
efriè quanto dire non rigorosamente individuali, ma che però dentro certi
confini hanno una rassomiglianza. Ld ecco ancora perche alenili altri filosofi
più superficiali, confondendo l’associazioni sale accidentali dell’idee
generali coll’esistenza del principale soggetto, fratino detto else ogni idea
generale altro non è elio una immagine concreta d’una cosa materiale ed
esterna, o di inolio cose sensibili dello stesso genere, non avvedendosi
primieramente che ciò non hi può verificare in tutti, e clic inoltre quantunque
sia vero die uua data PARTICOLARITÀ esista in un soggetto, millafimeno non si
può dire d’essa a \o componga tutto intero, o venga contemplata confusa con
lui, tanche a lui sia congiunta. Ora questo ò il caso dell’idee generali
appartenenti a molti soggetti ili una PARZIALE – non totale -- rassomiglianza,
le quali non Soup in sostanza die molte idee simili, cioè a dire molte
PARTICOLARITÀ simili appartenenti a differenti soggetti insieme risvegliale
nell1’anima. Appena è necessario di rammentare clic alla formazione dell’idee
generali è necessario il magistero della memoria; mentre ninno ignora che senza
la presenza di molti individui, dai quali si traggono io idee simili e comuni,
ed ai quali poi eziandio s’applicano in progresso per applicarle pure a molti
altri, fa impossibile di compiere quest’operazione; alle quali cose può
soccorrere unicamente la memoria. Non è forse inutile di richiamare ancora che
a fine di ritenere l’idee astratte, e d’impedire che cessata la forza
dell’attenzione, hi quale, per dir cosi. La staccali i fogli dall’ammasso
intero, essa non dove un’altra volta rifare l’opera sua, lasciandole ricadere
di nuovo nel loro primitivo stato concreto, si richieggono I SEGNI dell’idee
stesse mercè i quali l’astrazioni, quasi da vincoli legate e dipendenti sì
scuotano, o renda usi presenti all'anima tali e quali iurooo astratte, Così
quelle porzioni dell’idea concreta, cui l’attenzione di già stacca, vengono
presentate all’intelletto: c senza siffatto magistero la ragione e le spettanza
mostrano che tutta idea concreta è persamente riprodotta appuntino come nella
prima volta: e l’uomo, dopo bavere per infinite maniere ripetute l’astrazioni,
non sarebbe niente superiore al bruto. Tutto questo si vede dm con pari diritto
applicar si deve anche alle nozioni generali le quali, al pari dell’idee
astratte abbisognano dui SEGNI otid7 essere ritenute, conservate c riprodotte.
Quindi giova osservare di passaggio quante LA PERFEZIONE DELLA LINGUA D’ITALIA
è necessaria ai progressi dell’umana ragione: e che una nazione è sempre
barbara o fanciulla riguardo allo cognizioni, lino a che non ha aumentato ed
esteso fino ad un certo SEGNO. II suo dizionario. Questa è la vera e naturale
norma indicante la misura dei progressi intellettuali Fogni popolo della Lena.
idlò. Ma siccome per associare tutte le n canta Lo idee coi loro SEGNI è d’uopo
dell’effetto dell’attenzione – GRICE THOSE SPOTS ARE A SIGN OF MEASLES --,
com’è già noto, c per conservare l’associazione è necessaria la memorici; così
anche per formare e per conservare l’idee astratte e le generali richiedesi il
magistero dell’attenzione e della memoria. Altre riflessioni sulla necessità
dell’attenzione analitica a formare l’idee generali. Una mente che astrae è una
mente che si può fissare e si fissa sopra gl’elementi dell’idee complesse; ed
una mente che eseguisce una siffatta operazione può ad una ad una tutte
sentirle, discernerle l’une dall’altre, e così per una chimica sentimentale
scomporre tutto intero il tessuto ideale; la quale operazione appellasi
metaforicamente analisi. Ma dopo ciò può anche ricapitolare tutte le distinte
ed enumerate idee, ed esprimerle; ciò che forma una descrizione o una
definizione, giusta il soggetto o individuale o generale su del quale s’è
occupata. Quindi ne viene che se il fondamento d’ogni scienza sono le buone
definizioni, il fondamento, o, a dir meglio, il mezzo ad ottenere le buone
definizioni è l’analisi accurata. L’analisi non è ch’una successiva astrazione
sulle parti tutte dell’oggetto, accompagnata dal sentimento paragonalo delle
loro scambievoli diversità: cioè un’attenzione forte, paziente e seguita, che
fa apprendere alla sensibilità le forme e le diflerenze di tutte le parti
d’un’idea qualunque complessa o fisica o morale – GRICE, ADULTO, COMPRENDERE –
in difesa d’un domma. Parmi d’avere qui sopra fatto vedere quanto l’analisi sia
necessaria all’evidenza nei soggetti già formati, di qualunque genere si sono;
e quanto questa lo è alla cognizione della verità. Ora mi propongo dimostrare
quanto è necessaria alla formazione stessa dei soggetti intellettuali, sia che
parliamo dell’idee generali delle cose della natura – GRICE THOSE SPOTS MEAN
MEASLES --, sia che contempliamo l’altre che si creano dalla forza
dell’immaginazione, delle quali anche abbiamo di sopra ragionato. Da ciò si puo
dedurre a quali condizioni la natura lega l’acquisto delle verità
intellettuali, ed ardisco anche aggiungere del bello il più completo; e quindi
se la capacità del Pubblico è a ciò proporzionata. Per verità, questo assunto
puo sembrare strano a qualche filosofo; perchè a prima vista apparisce
ripugnare all’indole dell’analisi, la quale non pare potersi conciliare col
generalizzàmenlo, se m è permesso il dirlo, dell’idee e delle loro arbitrarie
composizioni. Imperocché nell’analisi la mente si chiude entro i confini d’una
sola idea complessa – GRICE ADULTO --, di cui va discerpeuda le parti tutte; e.
ciò fatto, ha fluito f nifi ciò suo: all'incontro nel rendere generale un’idea
molle ne percórre anzi tutte quelle ch’hanno fra di loro ima data
rassomiglianza, Nell’analisi si tien conto esalto egualmente di tutti
gl’elementi d’un soggetto, i? tutti si registrano nella storia dell’attenzione:
ma uol rendere generale un'idea non si Lieo conto che delle solo particolari
t;i ra$so migliatiti dei soggetti Ira sa mia Le le al ire turre; e le primo m
lai gubn delibate noti si recano nel deposito comune della ragione. NoIlVirdiM
Liuto ressi: do I bittenziòne s’estende ugualmente a tutte le parti del
soggetto; ma ni contrario nel formare bilica generale si restringe ad mi
aspetto solo .lì tutti gl' in diri dui contemplati. Malgrado questo io dico che
l'analisi deve presiedere alla retta formazione dell’idee generali. E ni verità
supponiamo qnnltrocouln olgetti, ognuno dei quali ha CINQUE primarie qualità
semplici che ik eoa Etnisca no il carattere individuale. Supponiamo inolttr.die
cento dì questi si rassomigli uo fra di loro per QUATTRO qualità, r ch’ognuno
d’essi uc ha una differente: che gl’altri cento rassomiglino a questi pei Ire
solo qualità; e gl’altri cento a tutti i precedenti pi r DUE sole: e gli altri
cento per UNA. Ciò supposto, chieggo in: per clnssiEicure corno convieoe tutti
questi oggetti, e per applicare a tutti l’idee dee hanno verarneuLe comuni, non
conviene forse sapere die i primi cento Lamio QUATTRO qualità slmili i secondi
TRE, I terzi DUE. c gl’ultimi UNA sola. Ora a scoprire questo con certezza come
far sì potivi, se non coll5 e sa ni io a vi1 attentamente tutti gl’individui
classificati in ogni loro parie. e, disineguendo e ravvisando le loro finirne
forme, Leucr conto delle slmili s« ira san dare le differenh? E ciò non è forse
usare del magistero deh l’analisi ÌJ)7 i ^ Ma tutte Irclassi possibili di
specie o di generi. si primari! eh secondari] 3 che cosa altro sono mai che qualità
simili esteso ad im minore o maggior numero di soggetti, cioè a dire la stessa
idea cooiem putta dal’uomo qual elemento ch'entra nella composizioni: di un
mimerò piti o meno esteso d’idee complesse? Queste poi formano i! maggior cori
odo deh umana ragionevolezza. La cognizione estesa della prògremiva e non
interrotta gradazione dall’individuo a tutti i più alti gèneri, e delle
connessioni die indi ne nascono, caratterizza in gran parte L.j non dico perciò
che l’analisi soia presieda alla icjrmaziqiìe dell’idee gctiordl-, v'entra dopo
la lati olla di compórre, du\ rioì pi io! and li riti asdociando fi separate
commii cj i j J J l ri . le congrega m mi solo corpo o tjhziomi, e flp;
presenta i( quadra alPnmmo, lu imprime nella memoria, e lo riflette uni fo
uvffa :e u;dfjjfl|;‘ij cerne jji uno qtècclùo lf ! !' il aenio scientifico. Da
ciò uè Tiene, die l’aUeuzionG analìtica é la madre immediata della ragione
voleva umana e del genio. A règè'$fiià tlelValit'ti-ionc atta litica ne Un
'deduzione dèi rapporti ipotetici e nella perfezione dell’opere del btdlù.
Inoltre anche nella composizione arbitraria delle Ilice è necessaria l’analisi
per ottenere il fine loro consueto. E infatti, o si uniscono idee astratte o
concrete per coni coniarne fra di loro i caratteri, e dedurne i rapporti di
semplice convenienza o disconvenieriza; ciò che tendi alla scoperta delle
verità di supposto per altro sommamente ipotètico od allora è cosa evidenLe
elio ricercasi Fa 1.1 tifisi al pari che nelle altre venta di supposto totalmente
necessario, o slfTatU coni posiziono tende a produr diletto: di pur vero dio
per oLLenere il maggior diletto possili ]r da quella unioni: d'idee, ciò die è
In scopo delle belle arti e delle belle lettere, deve precedere l’analisi.
Infatti0 II bello che si vuole esprimere è di p tira imitazione o è di pura
invenzione. O è misto delFona o dell’altra. Se è di pura imitazione è evidente
che l’espressione d’esso non è giammai perfetta 5 se non accoppia in se le
rassomiglianze tutte visibili, ed anche inavvertite, le quali udì' originale
fanno ciò non ostante un reale e sentito effetto sui sensi umani. Ora come puo
così accoppiarle senza conoscerle perfettamente, e come puo tanto finamente
conoscerle senza una squisita e profonda analisi degl’originali? Clic se poi il
beilo che si cerca eli esprimere è di pura invenzione; allora siccome egli
risultar deve d’un collegamento arbitrano d’idee, i rapporti delle quali
producano il maggior numero possibile dr piaceri tanto assoluti quanLo
relativi, accoppiando la varietà con Fucila in guisa che ne risulti nelle date
circostanze d maggior possibile diletto: così è pur chiaro rendersi
assolutamente necessario che preceda una cognizione analitica dello
particolarità tutto delle idee, onde poter discendere quelle che sono valevoli
a produrre meglio l'effetto inteso; e rosi presentarle piuttosto sotto di un
aspetto die sotto di un altro, cioè a di-re fissando Fatteuzione dello
spettatore più su di una parte ohe su di e tu’ altra delle idee fantastiche e
delle intellettuali, Montaigne ha dotto ohe Orazio irrigava incessantemente nel
magazzino dello idee, per rappreseci arse! e nel loro più vivo lume. A u c 0 ra
una ri II essi 0 n 0 su quesla specie di bello, il quale non può qui
riguardarsi che sotto un aspetto solo. Egli è certo ohe il bello tallo
letterario di pura invenzione vieu tratto precipuamente dai tropi; mentre senza
di essi lo stile è puramente storico, o rivolgasi alla nuda esposizione dello
spettacolo della natura, o dei fatti degli uomini, o delle nude idee delle scienze
(anche in tal caso però sarebbe foudato su di uu attento esame della cosa
descritta). Ora tutti i tropi possibili in ultima analisi riduconsi a
risvegliare, mercè dell’espressione di una idea, un’altra idea o per semplice
associazione di circostanze, o per analogia. Maio quanto maggior numero
veggonsi le particolarità nelle idee fisiche e morali che si accoppiano e si
fanno contrastare piacevolmente nell’animo, non si hanno forse tanti punti di
più di paragone, e tante più feconde sorgenti di bello letterario, e, quel eh è
più, maggiori occasioni ad esporre più corretti e più squisiti modelli di
bellezza ? Ma il ben vedere tulle le ricordate intime differenze degli oggetti
letterarii non dipende forse dal Vallatisi? L’operazione adunque che costituisce
il merito principale del filosofo, quella stessa eziandio prepara c feconda il
gusto corretto del1 aitista e del letterato. Per tal motivo se la natura, come
dicesi volgar mente, forma il grande artista per creare le aggradevoli
produzioni, per animarle, e per superare 1 inerzia dominatrice della comune
degli uomini: la filosofia ne depura il gusto, ne previene gli sviamenti, e ne
agevola il libero corso fra i più occulti seni ed i più angusti recessi
dell’universo ideale, onde possa conquistare spoglie recondite e peregrine, ar
l icchirne le sue produzioni, e rapire i fremiti sublimi, i sospiri
dilettevoli, e gli applausi entusiastici delle anime sensibili. Fingete un uomo
d’una illimitata capacità di conoscere. Credete voi ch’egli, a fine di comprendere
lo stalo assoluto e relativo delle cose, e cosi le verità tutte possibili,
abbisognasse d’assoggettarsi a tutte le sovra-descritte operazioni, o che anche
lo potesse? E ben chiaro che un tal uomo nè fare lo potrebbe, e neppure ne
abbisognerebbe. Imperocché per ciò stesso, ch’egli fosse dotato di una
illimitata comprensione, non potrebbe angustiare l’intendimento suo nè su di
un’idea singolare, nè su di una parte sola di un’idea; ma per una necessaria e
naturale forza, respingendo ogni costringimento, rimarrebbe nella sua ampiezza
naturale. . \y altronde, in forza della illimitala sua iukdligeuza, Lulle
vecìrobbe ad un solo trailo presemi 3 e idee degli oggeUÌ, e mite le
raffigurerebbe nelle loro precise forme: tutte ue sentirebbe le differenze
scambievoli; e quindi i rapporti lutti che fra le mie e le altre escono: talché
], l to"uiasione delle verità lauto assolute quanto relativo, tanto di
sensa zione quanto di riflessione sarebbe l’opera d'ima semplice visione
intuitiva Per lui tulle le verità nou sarebbero che per sì> evidenti, od
egli uou avrebbe che giudici! Diretti. Quindi egli non abbi sognerebbe di
astrazioni, le quali noti sono clic attenzioni parziali, come si è già detto:,
e a lui sarebbero anche impossibili ad eseguirsi 180. Non abbisognerebbe d'idee
generali, le quali in sostanza nou sono, come si è già veduto, se uou
astrazioni rapidamente ripetute sopra molti soggetti, o ripetizioni della
stessa idea intera su molte cose simili, G 1Q |. Non abbisognerebbe dì analisi,
nò di raziocinio, nè dì altro qualsiasi metodo, com' è evidente; e tutte nuche
siffatte funzioni gli riu seirebberó di ima insuperabile impossibilità. Se
dunque elleno riescono indispensabili all1 uomo, come la esperienza lo
dimostro, ciò deriva dalla limitata capacità della di lui facoltà di conoscere.
Esse pertanto sono contrassegni indubitati dì un difetto, e non di una
perfezione $ o se pure riguardar si volessero come doli significanti
i'cccllenziu esse nou potrebbero riuscir Lali se uou relativamente ad alili
esseri aventi una pari limitazione, ma die fossero sprovveduti di pari mezzi a
scoprire t rapporti di db; cose. Laonde dir si potrebbe meno ìmperfetto di
loro, ma però sempre assai inferiore in potenza ed in mezzi ad una
intelligenza, la quale eou un’assai maggiore sicurezza, celerità, e con nessuna
[iena giunge allo stesso scopo. Se viceversa esistesse un nomo di una lauto
limitala e Indifferente capacità di sentire, che non avesse se non ad una ad
una lo idee singolari e concreto, e non ne provasse uè piacere uè dolore disuguale,
egli non avrebbe nò astrazioni nò idee generali, non eseguirebbe analisi
alcuna, non tesserebbe raziocluil; ed altro non sentirebbe, che le immediate e
momentanee differenze nel passare dallo irne allo alLre concrete sensazioni.
Così un tal nomo della massima limitazione mentalo rassomiglierebbe in qualche
parte all7 uomo dell5 illimitata intelligenza, c sarebbe di una condizioni.::
totalmente opposta. Così anche in questa ipotesi si ve rifi e ber ebbe che gli
estremi si toccano senza con fonder si . Ha e l une c l 'altra sono puramente
fittizie. Se poi si ciliegia quali sono i gradi della limitata capacità di
conoscere dell’uomo, tosto l’esperienza ce li indica: poiché è chiaro che i
limiti di essa si racchiudono entro quelli della vista intuitiva dei rapporti
delle idee. La capacità naturale dell’ intendimento umano finisce ove
incomincia il raziocinio : conciossiachè se il raziocinio, giusta il pensamento
di tutti i filosofi, e queiratto per cui non polendo l’intelletto scoprire
immediatamente le relazioni di due cose, ossia di due idee, le paiagona amendue
ad una terza, colla quale entrambe abbiano una relazione già conosciuta, per
dedur quindi la relazione che hanno fra di loro* e chiaro adunque, che dove
incomincia a rendersi necessario il raziocinio, ivi finice la estensione
naturale della forza intelligente dell’uomo. Ora il raziocinio incomincia
precisamente, come la esperienza il dimostra, a rendersi necessario quando,
oltre la comprensione dei rapporti di due idee semplici, 1 intelletto nostro
tenta scoprire la relazione di una terza. Dunque risulta che la estensione
naturale della capacità intellettuale umana a conoscere i rapporti delle idee,
e quindi a scoprire la verità, non oltrepassa l’estensione di due idee
semplici* e quindi tutto ciò che al di là di tal confine si eseguisce è opera
di pura industria umana, che ripete le operazioni originali della facoltà di
conoscere, e le ripete colle stesse leggi della vista intuitiva e ristretta
naturale all’intendimento. Così l’uomo nel percorrere un lungo cammino ripete
sempre un solo passo; e se egli naturalmente non può abbracciare che un breve
spazio, pure ripetendo un tal atto abbraccia nel suo viaggio tutta la
circonferenza del globo. 187. E quand’ anche la forza sua mentale si estendesse
a qualche cosa di più, ciò sarebbe infinitamente poco in proporzione
dell’aspetto sommamente complesso e del numero illimitato delle verità che
rimangono a conoscersi. 188. Dalle premesse cose pertanto si deduce fino a
quale prossimità ridur si debbano gli aspetti delle cose in iscambievole
paragone, a fine di produrre la intera certezza; e se con ragione altrove io
abbia asserito che un evidenza pari a quella che si ottiene dalle verità
rigorosamente semplici rendesi assolutamente necessaria in tutti gli oggetti
possibili delle umane cognizioni, onde rilevare la verità delle cose; e quindi
che è pur necessaria l’analisi accurata, minuta e completa delle idée. J. OtóO
XV. Attila necessità delle nozioni e dei p rindpii generali ad aetj nidore hi
cognizione dei veri rapporti delle cose. c: ] $9 . Sop ra a I > b lama in
tra veduto iti 1 1 n a m ri n i era stiperficiale co m e y USO delle nozioni e
dei prinelpii generali sta utile, e iois^ anche necessarip. a co adegui re la
cognizione dei rapporti die esistono tra le cose. \] i sono esse veramente
necessarie .1 donde risalta una tale necessità? irl quale maniera risulta nelle
circostanze attuali dtdr nomo? . Queste S0I10 ricerdiC del tutto importatili,
mentre Geremia ino quali siano le condizioni clic la natura stessa delle cose
esige dallo spirito umano, onde conseguire la cognizione delle verità i ed a li
tic di scoprire da ciò se il Pubblico per legno generale possa costantemente
prati cor le. onde riuscire giudice sicuro, almeno in qualche materia, et 190.
inoltre più sopra abbiamo asserito che le nozioni ed i priju ipii generali e le
diverse categorie formano il migliore, anzi V unico coiv redo del Tu ma u a
ragione: ed è precisamente per questo solo che l'uomo si distingue dai bruti.
Por la qual cosa gii uomini, in quanto che sono ragionevoli, sono esseri
uaturalmenle metafisici . ossìa forniti di nozioni metafisiche : p cicli è la m
c la ti sì eà e per sè stessa rivolta a do m inare colle viste generali gli
aspetti delle cose, La religione e le leggi ce li suppongono tali, e le
grammatiche e i dizionari! ce ne indicano i diversi gradi di dottrina nelle
vane partì del globo. 1£M. Laonde, ciò supposto, si scorge che l'uomo, in forza
del solo possesso delle nozioni e dei principi! generali, rendasi propriamente
giudice competente di ogni verità: eoncìossiache nello stato di essere
senziente, c ristretto a particolari giu di eli* non dissimile dai bruti e
ridotto ad una perpetua infanzia, non potrebbe giammai riuscire giudice di
verità in alcuna materia. Certamente non di un Pubblico dì bestie, ma di un
Pubblico d’uomini, c d1 uomini ragionevoli^ parla il programma. Ora tale
essendo egli non mercè della sola capacità comune anche all’ inibiizia,, ma
dell'attuale possesso delle nozioni generali, perciò si scorge elio lo sforzo
principale delle nostre ricerche debb’ essere precipua mente concentrato a
scoprire Ì doveri dell’intelletto limano, a norma dell' indole e dell ampiezza
e delle relazioni di sii latte nozioni c di siila Iti pri nei pii generali^ ed
a fissare L’esistenza egli vero che collocala la mente a varie disianze, ho
pure differenti punti di vista, d’onde riguardare gli stessi prospetti, e
ritrarne concetti diversi ? Ma è pur vero altresì, clic tutte queste classi
hanno un diritto di tendenza alla realità, né la classe più generale può
escludere la meno generale, uà questa escludere la più vicina e la più speciale
da si da ila tendenza. Quindi, a Ime rii togliere tutte le ingiuste pretensioni
di ognuno che, avendo le sane idee di una categoria, s* avvisasse per avventura
di escludere altri punti di vista, o di asserire che non siano egualmente veri
della veduta ch’egli ha* perché é. cerio di contemplare le cose sotto di un
dato aspetto: a ime, dico, di prevenire un siffatto errore é mestieri cogliere
estesa me ut e, tulli i gradi della scala delle idee generali delle cose di cui
si ragiona; é. mestieri ordinare successivamente tutte le categorie delle
nozioni differenti, sì per fissare quanto manchi di valore reale alle idee che
si maneggiano, e sì per iscorgere a quale grado preciso definitezza delle idee
generali la mente sìa situata, onde non escludere né le più alte c rimole, nò
le più basse c vicine nozioni appartenenti allo stesso soggetto. ^ 2G0, Nella
elevazione delle considerazioni umane intorno allo stalo reale delle cose
accade all1 intelletto precisamente lo s Lesso di quello che avviene all occhio
fisico nelle elevazioni visuali. Se dal piano molli nonuni ascendano su ih una
montagna, e che ognuno ad un'altezza differente guardi in giù gli stessi oggetti,
tulli questi uomini potranno dire con venta di vedere le medesime cose .ma non
però di vederle nella stessa maniera. meno propria ad eseguire come conviene le
diverse operazioni mentali, onde apparecchiare, ridurre* ordinare e connettere
le varie idee nel rapporti della verità, 302. fino a ohe non si era scorta
chiaramente ed in una guisa speciale la connessione che passa fra una certa
struttura ed irritabili là organica colla felicità delle operazioni
intellettuali, si poteva pera nche dubitare di questa veri Li, Ma dopo che una
parlicela reggia^ e rannodala dimostrazione ha posto in aluaro P influenza clic
il fisico aver può sulla buona o cattiva costituzione e sulPuso dclT intonili
menta; c dopo clic si si e scorto come aver la possa: dopo che non oscuramente
si ó scoperto come dentro la latitudine dell’umana ragionevolezza si possa
rendere ragione delle diverse disposizioni alla riuscita delio spirito,
supponendo sempre ima pari enerva e direzione. de\V attenzione in lutti gli
uomini; dopo clic si ò veduto ciac dentro di qualcheduna di siffatte gradazioni
dev’essere racchiusa la tempra ihdP organizzazione umana relativa alle funzioni
del! i n tendi rnc uto * panni elio sia vano il più dubitarne. Se Etvezio
avesse comprese o calcolate tutte queste circostanze, noi! avrebbe certamente
(usando buona fede) promosso il più strauo, il più temerario ed il più
antipolitico paradosso cbe in buona filosofa applicar si potesse agl’ingegui
umani, dicendo e ripetendo espressamente, che tutta la loro differenza dipende
dalle sole cagioni morali . e nulla dall’organizzazione (De H espritI). Ma egli
tutte queste cose La ignorate, o certamente ommesse. 304. Dopo ciò, si potrebbe
forse chiedere di nuovo di quale condizione organica la natura abbia dotato la
comune degli uomini. E certo che questa quislione non può essere sciolta mercè
di una scienza intuitiva della struttura dei cervelli umani. Pure un profondo e
freddo analitico dedurre lo potrebbe dagli effetti esterni, e discernere quello
che è stato aggiunto dall’arte da quello eh’ è originalmente proprio della
natura. 305. Ma questa discussione, la quale anche di troppo ci farebbe
divergere dalle tracce dirette cui dobbiamo seguire in questo scritto, ad altro
non servirebbe che a procacciarci una vaga ridondanza di prove, dopo quelle cui
l’esame delle circostanze, e dell’uso generale che il Pubblico far può d e\V
attenzione, ci deve somministrare. A questo solo punto debbono essere limitate
le nostre ricerche, sebbene si ritenga quanto altrove abbiamo ragionato. Quindi,
anche supposti gli uomini tutti egualmente dotati della più perfetta
disposizione fisica alla perfezione intellettuale, ora passiamo a vedere che
cosa generalmente e costantemente possano fare, onde conoscere la verità nelle
diverse materie: e se il Pubblico possa inai esserne giudice competente ed
infallibile. Di quello che possono fare gli uomini per conoscere la verità. Li
attenzione, il cui potere ed esercizio abbiamo a parte a parte dimostrato
indispensabile nelle operazioni della mente umana, incominciando dalle
sensazioni, e giugnendo fino alle più vaste, variate e sublimi astrazioni, e
teorie ed invenzioni del vero, del bello e dell’utile (ved. Capo VII. al XI II.
della Sez. I.): l’attenzione, la quale, essendo ben diretta, è la madre di ogni
verità, di ogni perfezione dello spirito umano, e che costituisce tutta la
buoua educazione intellettuale : e che, mai direlta* diviene la sorgente di
tnlLi gli errori e di tutti i traviamenti: l’ attenzione, la quale non è elio
l’esercizio del potere attivo del resero pensa ilio * che nelle sue deterrei
nazioni non è punto diverso o distinto dalla volontà umana: o nello spiegare la
sua forza non è clic la stessa stessissima forza motrice ossia esecutiva di lei
* in quanto reagisce sulla sede Gsica delle Idee, onde aumentarne o prolungarne
i movimenti: Faite azione, dico, e un potere di sua natura Indeterminato^ e io
di (Cereri tc a qualunque allo speciale, per ciò stesso che è capace di molti
atti, anzi dì altrettanti alti,, quante sodo le idee diverse che si presenta no
alla mente. 307. Questa indeterminazione ci offre tosLo in sé stessa una specie
d’ inerzia essenziale alla natura del potere attendente. Tale infatti con buon
diritto ris guardar si deve una forza, la quale non viene determinala che da
qualche estrinseco impulso; e die per conseguenza non sì spiega, nè spiegare si
può, die a proporzione della vivacità e della durata degl'impulsi. L uà piu
evidente da m ostruzione di questo principio la ritroveremo piu sotto. 308. Qui
giova soltanto dì osservare, che questa forza d’ inerzia . di' io appellar
posso psicologica^ poiché in qualunque stato si Irosi l'anima, o separata o
nulla ad una macchina, ella deve sempre risentirne r impero* poiché è
unicamente fondato e derivante dalla natura del solo essere di lei: questa
inerzia, dico, si deve giudicare come essenziale all’anima umana. mo. Quindi si
può adottare come assioma primo di natura, che I esercizio del potere del la
LLc azione si determina in forza dei soli motivi*. che ne sono gli unici
stimoli; e quindi che l'energia. o a dir meglio i gradi di energia, coi quali
spiegar si può questo potere, saranno necessariamente proporzionati ai gradi
della forza stimolante degl' impulsi che lo determinano, dltì. Ma tutto eiù è
ancor poco. Se la forza dei ruotivi esercitar si dovesse solamente nelFanima
collocata nello stato dì nudo spirito; se Faiti vita loro non dovesse vincere,
per dir così, che la indifferenza sola dell essere pensante; questa legge
sarebbe semplicissima, nè dovremmo calcolare altre forze resistenti che le
potessero servire di ostacolo. Ma il fatto sta, che contemplando l’uomo come è
realmente costituito, e ritenendo quale sia lo scopo dell’attenzione,, ed il
soggetto su cui ella esercita la sua attività, noi non troviamo più una
semplice indifferenza; ma invece incontriamo una positiva resistenza li sica, e
bene spesso una reazione penosa sull’anima, la quale per una specie di
ripercussione la distoglie da! poterlo lungamente esercitare. Tulio questo è
opera dei soli scusi, al H 1 0 Fazionedd quali sia raccomandala tutta la sene
delle affezioni delio spirito umano. Dififa UÌ noi abbiamo vedo lo che il
ministero del F attenzione è lutto impiegato sul sensorio comune dello idee;
die [effetto spe~ dal e proprio di lei é di Reagire ulFoccasione dì un'idea
sulForgano corrispondente ; d onde si produce una prolungazione ed un aumento
nel molo di lui * e si conferma uro fe tracce ossia le disposizioni lasciate
dalTazìone degli oggetti sui sensi* e vengono ricalcale, dirò così,, nella
memoria, Da ciò 1 idea resa piu vìva e piò prolungata, richiamando a nè b vista
limitatissima della monte umana, ne dirige i concetti, i puntoni od i giudicò
in una maniera imperiosa ed assolata. Ma siccome questi sensi, al pari di tutti
gli altri còrpi tendenti al riposo, e per necessaria legge inerti,
contrappongono una vera resistenza a qualunque potere che voglia cangiare il
loro sialo attuale, perciò oppongono la medesima resistenza anche alla forza
attendente del1 anima Incontrando quindi ella dai canto suo una siffatta opposizione
dei sensij deve subirla tanto maggiore, quanto minori sono le forze accidentali
tendenti al movimento racchiuse ucIForgano stesso, mercé li' quali rattenzione
possa essere coadiuvala ne* suoi effetti. L esistenza dì queste forze
accidentali, o làìjnancauza accidentale di esse, può derivare lauto dalla
natura, quanto da IFed acazi uno* Dalia natura, quando il tessuto fibrillare
del cervello sia alquanto più grossolano* o meno imlabile5 o meno provvedalo dì
del trias mo stimolante; dalFediicazione, quando manchi [abituale esercìzio del
Fatte unione stessa sugli orgaui delle idee*, mercé il quale é noto quanto ad
un tempo stesso si vini orzino gli organi o se ue agevolino le diverse funzioni
fisiche. Allora la forza attiva mentale trova un ostacolo di più da superare: e
maggiore è lo sforzo che le conyien fere per piegare il cervella alle
operazioni della mente. Ma vfe di più. E cosa nota ai hslologisti essere
proprietà naturale dfegni fibra organica irritabile o sensibile, allorquando
venga irritata r scossa per un certo tratto di Leftipo, di richiamale a sé una
maggiore qnauLita di fluido stimolante, e di cadere eziandìo in una specie di
rilassamento e di atonia; talché spingendo più oltre la forza o prolungandone f
esercizio, produco nella sensibilità dell'anima un sentimento penóso dui giunge
lai volta fino al dolore* E ben cosa naturale che questo fenomeno dove assai
più fàcilmente avvenire in una fibra ili un lessato più pigro o meno
esercitato, che in fibre piò docili, non deboli, e piò avvezze ai movimenti .
Imperocché io molecole delle prime non possono turbarsi da [Fardi ire naturale
loro se non che con una specie di dissoluzione del j Bl I r a Lluale tessitura,
Quindi avanti di produrre l'effe ilo snniimeuLalfì ri- ridesto dal pensiero si
debbono dislocare assai piu elementi, lb r la qual cosa alla fine o non si pud
olle aere per veruna maniera, o in piccolis¬ sima parte,, l’effe Lio
sentimentale. Per una ragione opposta una libra assai tenera cade in
rilassamento in un tempo assai breve, e quindi oppone una vera pena all’anima,
onde esercii, are a luogo il potere del dalie ex. ione. Ecco perche da una
parte i selvaggi, i popoli barbavi, è tutti quelli eziandio clic io seno delle
collo società non si avvezzarono ad esercitare la loro forza mentalo, r
dall'altra parte i fa nciulli, gl'infermi di corpo, e generalmculc i rilassali
di temperarne u tu . durino Lauto di fatica e di pena ad applicare Fattelizinne
e ad apprendere le varie cognizioni, e perché tulli riguardino un I ale
esercizio cou una vera avversione. 5 diti. Ma non limitandoci a questi casi
speciali, e invoco considerai!do la costituzione delF intero genere umano, r
forza dedurre die la. notava formi l’uomo ignorante non solamente pendio lo fa
nascere privo di qualunque cognizione, ma assai più perchè pose in lui una
gt'avititrinne positiva verso di essa, od una vera resistenza fisica all'
esercizio delle tue facoltà mentali, il teologo cristiano troverebbe forse qui
il luogo ove allogavi' la spiegazione delle conseguenze do! peccato originale.
Forse dir potrebbe clic Adamo nello stato d innocenza aveva una macchina di un
tessuto docile e pronto a tutto le richieste delle cognizioni: ubbidiente alla
forza dtd l 'attenzione, e robusto nel non. cadere troppo presto in aioma ; ma
che, dopo la caduta di luì, alla generazione umana Iddio volle compartire un
corpo più corruttibile e più difettoso: e per la via medesi1^! per la quale s5
introdussero le infinite infermila, per quella stessa 51 aggravò pure e si
trasmise la cieca e negli] Uosa ignoranza. Non divergiamo dalle tracce del
nostro cammino . L inerzia psicologica, cui è meglio appellare indifferenza
delio spirilo e Fin orzi a fisica sono yen ostacoli allo sviluppo delle facoltà
umano. Quindi se la natura destinò l’uomo ad una certa perfezione morale, e no
predispose le facoltà, dobbiamo dedurre ad un tempo stesso che abbia volli lo
guida rvclo vincendo degli ostacoli, e mercè risultati di forze opposte e
contrastante dii). Con di auliamo. Ndl’atUtale costituzione delTuomo sono
assoIn la niente ne cessarli i motivi all'esercizio dell' attenzione : essi
soli sono le vere forze e tee del mondo inorale. Per tal modo Fa tic ozi otte,
la quale, come abbinano vedalo, interviene come forza necessaria in tutta
quanta economìa mtellettude, incominciando dalla sensazione e giungendo firm al
voli dui genie: 1 attenzione, la quale non è die Ceseremo delta volontà e della
libertà umana, ci offre ad un I vallo due grandi leggi fonda mentali ed
universali del mondo morale. La prima si è,, che se si ricercano gli affetti
per far agire gli uomini r sì ricercano pure per farli pensare; c che perciò lo
spirilo ed il cuore sono mossi mercé di un solo e identico principio^ quindi
tulio l'universo morale viene spinto, animalo e diretto mercè di una sola
susta. L’economia della natura riesce ia tal modo armonica, siste malica e
semplice : ed in tale ben collegato andamento, mercè dòma necessaria azione r
reazione. luLLo cospira alla perfezione ed alla felicità ilelFoomo, ed al
grande ordine maravigliasti di tutto l'universo, Questa grande verità si
ravviserà rissai meglio nella sua vera estensione, se oltre di considerare clic
i motori precipui thli1 amor proprio sono pur anco quelli della sana ragione 9
si giungerà a scoprire che per mi ammirando vincolo quei soli mezzi c quelle
sole Circostanze le quali sono le più acconcio alla felicità personale e
sociale dell' uomo, sono pur anche quelle le quali riescono le più proprie e le
più efficaci a produrre generalmente So svolgimento ed i progressi dello
spirito umano nelle parti lutto del globo intorno a qualsiasi genere di
cognizione. ZS on si credesse per avventura die io abbia qui soltanto di mira
la lunga pace ed i secoli rii lusso delle nazioni. Se la prima è un bene, non c
perù la sola cagione che la natura abbia prescritto al progressi dell’ umana
pem fetlibiliLà. Rapporto poi al lusso, lungi dal giudicare le circostanze die
lo producono e lo sostengono (sopra tutto scegli è un lusso delle classi
interne dello Stato, cioè se è un lusso parziale : come eccita meri ti proporzionali
ai veri progressi della menLe umana nel grande piano dello scibile apparecchia
Lo dalla legislatrice natura, io dico che per lo contrario riguardar si debbono
come possenti ostacoli contrari! del pari al vero ed al grande di qualsiasi
genere, che al giusto. Quando io parlo di circostanze uguali giovevoli ai
progressi dèlie umane cognizioni ed al benessere umano, io parlo soltanto di
quelle circostanze che sono le più proprie a produrre ed a far fiorire fra i
popoli la sociale virtù. In questo scritto non in è permesso d’inoltrar mi ad
esporre ed a svolgere questa vasta ed importante veduta, la quale forse lino a
qui non bene avvertita, ad ingiuria della provvida sapienza sparsa per entro a
tutto l'ordine mornle e Lordine fisico, ci ha occultato, non dico una semplice
teorica e specula fica connessione fra II giusto ed II vero, ma una effettiva e
pratica influenza fra le circostanze promovenii la virtù sociale, e le
circostanze le più favo mo li alla pubblica ed alia privata istruzione. Senza
calcolare questa influenza e éOunessiGue, è ben chiaro clic ogni sistemi die
olir ir si volesse su di questo proposito rimaner dovrebbe del tulio chimerica*
Da tei sola le scienze traggono la loro apologia 5 e la dimostraiiona più
solida dulia loro utilità e noe essi Là al bene della società. L'altra legge
fon da montale, la cui cognizione emerge dalle precedenti riflessioni, si èche
le ine o Ita dell’anima umana tinte &i esercitano ad un tempo stesso tu
ogni operazione della mente, ! filosofi Latino dislieto ndranima la
sensibilità*, la volontà, e la forza csecutrìcùl ma tutte queste facoltà si
esercitano sempre ad un tratto in ogni operazione tendente ai progressi dello
spirito umano, c fin aoebe negli errori* Questa legge fondarne utale è stata
dimostrata da tallo quello die abbiamo detto sali attenzione* Per la qual cosa
riferire*, come lui fallo Bacon e ? alcune cognizioni o scienze alla me mona,
altre all' Immaginazione, ed altre al Ilo tendi mentoe su questa divisione
fondamentale piantare c diramare tutto r albero enciclopedico delle scienze,
egli è Lessero uua divisione del unto fattìzia* che puulo non sì verifica
rigorosamente in natura, o uhe senza di certe avvertenze guida a vedute false,
o assai imperfette. La memorili, il potere ordinatore dell'immaginazione e ì!
potere ragionatore sempre si esercitano ad un tratto; e tutt’al più dir si può
che la facoltà attiva detrattori zlone u delFumana ragionevolezza per uu altro
rapporto. I rifalli se F i $ l rii L Lare u TéducaLore, sia egli uu individuo o
una società, non avesse dapprima per sè lo idee clTei vuole o deve ingerire nel
suo allievo, non potrebbe certamente in lui insinuarle o radicarle giammai. Ora
andando all' indietro, grada Lame lite sì deve giungere fino al momento in cui
l’uomo in seno della sola natura e cinto dallo spettacolo delibi inverso
materiale, abbandonato quasi a sé solo ed alla serie delle circostanze esterno,
viene d’esse sole ammaestrato ed educato. Cosi sì giungo al momento ovtì
ritrovar si deve il fisico bisogno, e gli -avvenimenti o le circostanze
delbordine sensibile dell’univorso resi quasi soli maestri della specie umana,
Leggete la storia di moki popoli delFÀmerica al tempodella saperla, iii moke
isole dell’ Oceano meridionale, dei contorni del Capo di Buona Speranza e delle
1 erre Australi, e troverete uua prova storica di questa verità. 345, Ma o sìa
la natura, o sia la società la fonte dei motivi dell umilia attenzione, o siano
entrambe unite, egli sarà sempre vero clic, relativamente ad ogni uomo
singolare, razione, l’ intensità e la direzione deb r attenzione deriveranno
interamente dall’ ordine e dal concorso iLifiniLu e indeterminato delle esterne
circostanze fisiche e morali nelle quali I nomo si troverà collocato. Du nque F
impiegare la propria attenzione. l impiegarla con una certa forza, il dirigerla
su di certe idee piuttosto die su di certe altre, F ottenerne F opportuno
effetto, consistente nulla chiarezza dell5 aspetto, nella distinzione delle
forme e del numero, nell impressione nella memoria, nel collegamento coi segni
oc,, sono tutte casi? che rimarranno fuori del potere dell5 uomo. Sarà dunque
fuori del potere dell1 uomo Inseguire le operazioni preliminari necessarie alla
cognizione del vero, e alF esecuzione del bello e dell'utile. Per consegue^
anche il tessere un buon giudicm su di qualunque oggetto non dipendeva nella
sua vera origine, a rigor di diritto, dall5 umana industria. Ove leggeremo
dunque le leggi dei giudici] umani? ove trove¬ remo l’ordine e le forzo degl
impulsi pr-o moventi F estensione ed i pregressi deiriugeguo? La risposta è
fatta dalle riflessioni precedenti, Eccola: In quel Codice stesso, in cui sta
scritto il destino generale d ogm uomo. Da uu solo filo, da una sola concole,
da quella onnipossente forza. die ud suo ini me uso corso Lrasciua seco la
partì tutte del creato, che la succedere i secoli 5 e pad remeggia il destino
delle nazioni; in quella invisibile ed immensa catena, dm trae ora volonteroso
ed ora costretto l’uomo su certe trac eie, noi dovremo attingere la specie, il
numero e la direzione dui motivi regolatori delle opinioni e dei giudicii
umani. Così mentre nell* ordine della natura ravvisiamo un sistema unico e
vittorioso di economia, dalla forza del quale ugni atto ed ogni pensiero viene
sottomesso ad un ordine infallibile, che non viene smentito uè frustralo
nemmeno di un atomo, incontriamo una impenetrabile e deusa unite, elle ci
asconde la guisa determinata delle leggi di re Linei degli umani pensieri*
benché per sè. stessa sia fissa, inalterabile, precisa e necessaria u\ pari del
moto degli astri, g Questa rispettiva incertezza, che avvolge all1 occhio
nostro e presenta tu LI e le forme e le leggi di quella che appelliamo fortuna^
cinge tutta la serie e la direzione dei motivi dell/ umana attenzione. Quindi
so si riguardano per ora sotto di questo generale aspetto, ne deriva clic la
cognizione della y eri Là sarà un risultato di una combinazione all’ occhio
umanu puramente fortuita. KidoLLe cose le cose a questo punto di vista, benché
gli uomini in complesso non errassero giammai, pure siccome ciò non ci
consterebbe per un principio certo, universale* costante e conosciuto di
ragione nè teorico ne pratico: così per tale ignoranza o incertezza non
potremmo avere norma alcuna, onde riguardare t loro giudicii come sicuri intorno
a verno genere di cose; e quindi non potremmo giammai apprezzarli come criterio
di verità. Questi sarebbero i risultati inevitabili della nuda precedente
considerazione. Ma se passiamo a contemplare altri rapporti, allora ci troviamo
costretti non solamente ad adottare un sistema di dubbio sulla fallibilità
perpetua del giudicii umani, ina inoltre ad inclinare verso una precisa
probabilità di fallacia^ e uua copiosa, frequente e costante probabilità di
errore. Imperocché è cosa indubitata clic Io stalo delle verità, riguardando la
cos LÌ t azione ed i rapporti degli esser], è necessariamente determinato ed
unico tanto relativamente alle forme, quanto relativamente alle connessioni,
alle successioni, ed àgli effetti loro. Dunque le combinazioni dei veri giudici]
riditconsi in ogni caso ad una sola e necessaria. E eco p t ? veli è la vev ì
La c, come di cesi, una sola. Ma i a u te sono le combinazioni possibili dei
giudicii sulle stesse idee, quante sono le diverse e ombi nazioni possibili
delle idee medesime, e quante sonale combinazióni delie combinazioni; le quali
cose sono pressoché influite. Dunque havvi un numero pressoché infinito eli
errori contro una sola verità, Dunque, ragionando in astrailo sopra un ordine
di cose padani tuie j orinilo * e nel quale non si conosca una precisa e
Jelarmjtfjgg direzione a condurre sull unica traccia del vero, si deve
ammettere uribàjìniia probabilità deir esistenza dell1 errore contro resistenza
del vero: cioo a dire, si potrà calcolare che i uomo debba andar soggetto ad un
ini mero indefinito di errori in uu dato genere di cose, prima dì avere otte
nulo una sola verità. Ma se la cosa è cosi., taluno mi dirupa die varrebbe quel
tank' celebrato lume di ragione, raggio della Divinila acceso nellhi mano in
Leudimenio-, e dato per guida all uomo no suoi giudicai c nello sue iuipcvso ?
Non riuscirebbe egli del lotto vano, e riguardar non si dombb quale spenta face
in mezzo al Laberinlo inestricabile degli errori ed alla tempesta delle
passioni ? La natura, che non fa nulla diiuulilenò senza di un bue* la natura,
che prepara sempre i mezzi proporzionali a coliseguirlo, avrebbe dunque in uu
oggetto laolo importante smentite !u leggi di quella provvida economia che ris
plaude sovranamente nella minima delle sue Iatture? 0 dunque conviene non
lasciare ibi omo in balia d una serio torli l ila di combinazioni quando si
accinga a scoprire e giudicare il veroo conviene negargli il dono sublime di
cut Topluiono universale lo vuole tornito, e die 1 occhio hlosofico pure scopre
convcnieiUe alla sua natura dopo che in lui suppose la perfetlibiliLà. A quest3
ubbie Ito, che una nebbia plausibile di apparenza mviluppa, uon è disagevole
cosa il rispondere in una guisa soddisfacenti.;', c che combini e si concili i
colle vedute e coi principi! sovra esposti. lì . l'jcr verità, dire die V uomo
è dolalo di lume dì ragione non è certamente dire eh3 egli nasca scienziatola
qual cosa sarebbe follia; ma beli ai asserire eh egli nasce collo spirito
naturalmente gius L o ^ ossia retto. d o 3 Ora, bendi c lutto questo si
conceda, si toglie forse che le sopra allegate osservazioni siano vere ? E., In
veritàlo .spirito giusto o rotto non crea le idee, né le occasioni delle idee ;
non crea Lordine delle cose, no i inolivi dell’ attenzione; ma soltanto discerne
la verità quando gli viene presentata, e la di sceme per una legge necessaria
della natura delI essere pensante. Ma questa non è una qualità aggiunta, o
distinti* da quelle J elle quali in ogni età ed in ogni hìé^o è fornito il
nostro spìrito ; uia bensì altro non h, che la capacità di dì scornare e di
giudicare gli carrelli tali e quali vengougìi presentati. Così quando giudica
erroneamente, egli opera collo stesse leggi, collo quali egli agisce quando
giudica con verità.* L’effetto estrinseco soltanto è differente: ma dal canto
dello spìrito il giudicio si fa sempre d’ima sola maniera. , Cosi giudicando
egli d’uua sola maniera, conserva l7 essenziale sua rettitudine 5 ed errando
quando è posto in certe circostanze, prova coll7 orrore stesso cb’ egli à naturalmente
ed essenzialmente retto. Infatti quando coglie la verità, ciò avviene perchè a
lui sono stali presentali tulli rapporti di un dato oggetto, e lutti gli ha
sentiti, ed a norma di quello che ha sentito egli ha pure pronunciato giudicio.
Quando poi cade in orrovo, egli ha del pari sentito tutti i rapporti che hanno
occupata la sua sensibilità; ed a norma di questo sentimento egli ha deciso. La
differenza c derivata dal non essergli stati resi presenti o tutti i fattio
tutti i rapporti. o tutti i molivi clic dovevano provocare un retto giudicio.
Lo spirito giusto o retto adunque, coni7 ò troppo noto, non predispone. uè può
predisporre i dati relativi alla cognizione della verità, jlgli pròpriamente
somiglia ad un giudice, d quale ammettendo avanti al suo tribunale chicchessia,
senza scelta od eccezione, nonché le coso tutte che si espongono, si domandano
e si allegano, pronuncia soltanto sullo cose a lui prodotto. Lev 3a qual cosa,
affinché questo spirilo si avvenga nel vero é mestieri che le occasioni e le
circostanze offra ng li tutte le condizioni che riescono necessarie al buon
discernimento. Dunque le cagioni del pratico giudicio di veulà si risolvono
necessariamente sulle cagioni che offrono alla mente umana gl] aspetti, lo
connessioni e le derivazioni complete delie cose, eh 7 è quanto dire delle loro
circostanze estèrne. Ora 1' ordine, con cui le esterne circostanze agiscono
sullo spinto umano, apparisce alla nostra cognizione puramente fortuito, e
perciò avvolge in li aiti casi di errore contro una sola verità. Dunque il lume
della ragione, ossia lo spirito giusto, non si oppone in nulla alla fallibilità
frequentò dei gin dici i umani, foss’ ella anche infinitamente maggiore. Sii
questo particolare' adunque resi tranquilli, proseguiamo le ulteriori nostre
osserva zio oh Se richiamiamo i doveri logici dell’umano intendimento intorno
alla formazione ed all’ uso delle idee generali, veniamo tosto a com¬ prendere
quanto numerose, gravi ed estese siano le occasioni dell’errore al di sopra di
quelle che avvenir possono intorno a qualsiasi altro soggetto concreto o
speciale. Quanti sono i doveri dell’intendimento sopra di mi dato soggetto,
altrettanti sono i generi delle contrarie mancanze che vi si possono opporre.
Queste mancanze possono derivare da infinite cagioni, e mille maniere diverse
possono assumere. Perciò siccome la buona logica delle idee generali è assai
più complessa e delicata di quella delle altre idee, ed esige mol tiplici e
circospette avvertenze, come si è già veduto, cosl gli errori che vi si possono
intrudere sono per infinite mauiere assai maggiori di quelli che accader
possono intorno alle altre classi di cognizioni. 359. INon e necessario eh io
entri in una lunga e specifica enumerazione di siffatti casi; poiché si scorge
tosto che dalla loro prima formazione, la quale e opera dell umana industria,
dalla loro apparenza languida e indeterminata assai più che quella delle
sensazioni, perchè risulta dalla memoria e dalle astrazioni, passando alle
classificazioni, alle moltiplici avvertenze su diversi loro punti di vista,
alla dilicata loro economia, fino a che si giunga al loro uso, non solamente le
cadute nell’errore si possono moltiplicare all’infinito, ma riescono assai più
facili, e soventi volte pressoché inevitabili. Ciò si verifica anche
prescindendo dal supposto, che la serie delle idee sia o no l’effetto di una
fortuita combinazione di occasioni, perchè nasce dalla natura stessa di
siffatte idee. Per la qual cosa siccome per esse sole noi ragioniamo, per esse
sole noi godiamo dell intelligenza, per esse sole propriamente gli uomini ed il
Pubblico giudicano dei fenomeni e dei rapporti sì fisici che morali.' così dove
più importava allo spirito umano di andar sicuro dai falli e dai vizii, ivi
appunto infinitamente più grave, più frequente, più nociva e più estesa incombe
la probabilità d’incontrare la rea potenza dell’errore, purché si supponga che
il retto giudicio della specie umana in qualunque tempo ed in qualunque luogo
derivi propriamente da cagioni puramente accidentali. 361. Nella Sezione
precedente ho offerto un breve saggio della scienza dei diritti e dei doveri
dell’attenzione, fu questa ho incominciato a tessere la storia naturale di
fatto dell’indole e della condotta generale di lei in tutti i tempi ed in tutti
i luoghi, attese le cagioni universali che la dirigono. Per la qual cosa se
paragoniamo quello che gli intendimenti fanno con quello che far dovrebbero,
noi troviamo frapporsi assai più di distanza e di opposizione fra il diritto ed
il fatto intellettuale, che fra il diritto ed il fatto morale. Gli uomini per
legge universale hanno propensione a riescire infinitamente più ingiusti o
colpevoli, per dir così, in linea di giudici i, che in linea di azioni morali.
Il fin qui detto si verifica nella supposizione di un corso fortuito e vago di
circostanze non soggetto a verun ordine fisso e determinato. Ma questa
supposizione, applicata al fatto reale, non si verifica in alcuna maniera.
L’incertezza versatile e casuale degli avvenimenti che influiscono sull’
economia dell’ attenzione da noi supposta, non risulta che dalla pura nostra
maniera di contemplare l’ordine delle circostanze operanti sull’umano
intendimento. Questa maniera o deriva dall’ignoranza nostra, prodotta dall’
impotenza di penetrare lo stato intimo delle cose, e di abbracciare la catena
immensa delle cagioni tutte fisiche e morali che influiscono sul corso delle
nostre idee e delle nostre azioni; e in tal caso ciò non cangia per niente lo
stato delle circostanze, com’egli è in sè stesso. Ond’è, che potendo essere
fisso, sicuro, e fors’ anche tendente a guidare P intendimento umano alla
verità, sarebbe un cattivo raziocinio il fare illazione dal tenore delle nostre
idee allo stato reale delle cose. 0 la maniera anzidelta di riguardare le
cagioni influenti sul1 economia dell’attenzione risulta da una mera
considerazione astratta e assai generale, in cui si prescinda da altre notizie
di fatto più speciali, per altro cognite; ed allora volendo ragionare (senza
assumerle in una precisa considerazione) del fatto reale delle leggi direttrici
dell’attenzione umana, si cade nel grande e perniciosissimo vizio di cui
abbiamo fatto parola là dove offrimmo un saggio della logica riguardante le
idee generali. Ed anche in questo caso un tal modo di riguardare gli oggetti
non solo non toglie niente alla situazione loro reale, ma invece reca in se
stesso un formale difetto ed un erroneo modo di pensare. Ora per appressarci al
fatto, egli è innegabile che se l’ordine della verità è fisso e determinato, è
pur anche fisso e determinato lo gog slato e r ardine ili successione delle
circostanze fra le quali gli nomini si ritrovano. Ciò non è Lutto, Dobbiamo
ritenere: 1.°che noi parli amo del Pubblico, 0 perciò d’una moltitudine dWinioi
viventi In society: cbe noi parliamo di un Pubblico die può esser giudice o
buono o cattivo di verità e però dobbiamo supporre una società d* no ni ini in
un’epoca dì ragionevolezza c d’ in civili mento, c di moderata celiava; 3,°che
dobbiamo contemplare questo Pubblico iti quanto reca un giudi ciò comune al
maggior numero degli individui clic Io compongono; che dobbiamo calcolare
quelle circostanze operanti in Lutti i tempi. In tulli i luoghi di in tutte le
materie, od almeno su certe materie Dunque dobbiamo indagare* prendere di mira
e valutare quelle cagioni, le quali uni versai melile c costantemente sono
valevoli a determinare c a dirigere le cognizioni e 1 attenzione di una società
incivilita d’uomini* ondo rilevare se esse siano tali da guidare universalmente
e costantemente le menti umane sulle v?già segnate del cero* e nella guisa che
il vero di natura sua richiede dah F umano intendimento in ogni tempo,, in ogui
luogo* e su qualunque materia. 360. Siccome però la natura dell’ uomo non
cangia* nò per conseguenza cangiar possono le qualità naturali dell’
attenzione* così quella necessaria inerzia fisico-morale, preponderante su I
fai ti vi là del potere alti vo* le altre leggi essenziali all’indole di lei, c
la procedenza proporzionata dogli effetti dell1, umano ingegno, noti
cangieranno giammai: tnlche sempre ed in ogui luogo e su qualunque oggetto
affermare sì dovrà come assioma evidente, che poste le occasioni delle
cognizioni, ogni eh ietto dell’attenzione umana, e perciò ogni operazione e
giudicio che ne deriva, sia un risultalo derivante in ragion composta ch'ila
forza resistente dell’ inerzia fisico-morale, c della forza comunicala
ffalPattivila altee dente della mente umana. rùLenule così le condizioni del
supposto* sul quale aggirarsi debbono le nostre considerazioni, veggi amo
primieramente quali siano le generali circostanze sociali apportatrici dei
lumi, c quali le contingenze somministranti i motivi dell’ alte azione, e quale
forza e direzione da queste contingenze venga comunicata a siffatti motivi; e
fiuabìieuie quali siano gli effetti i quali, combinando tutte queste forze coll
indole e colle altre leggi dell’umana intelligenza, derivar ne possono iti
tutti i tempi, iu tutti i luoghi, e su qualunque oggetto* In tal guisa emergerà
U chiara soluzione pratica del gran problema propostoci ad esaminarli = che
cosa gli nomini, o dirò meglio il Pubblico possa dal cauto suo eoa-Iribuire 5
onde conoscere la verità; e si dedurrà, mercè una evidente dimostrazione 5 se
quei giudicii di lui, che si aggirano su oggetti complessi di riflessione 5
possano essere giammai criterio di verità. Quali possono essere in società le
costanti e generali cagioni dell’ istruzione umana ? Aspetto della ricerca
presente. Dobbiamo primieramente indagare se nello stato delle società
incivilite esistano circostanze valevoli ad apportare retta istruzione alla
massa intera degli individui che le compongono; e nel caso quali siano tali
circostanze. Certamente esse risultar dovrebbero dalle parti tutte della
società, e da quei rapporti che ingerir possono idee, giudicii e lumi agli
uomini. Per la qual cosa, siccome nelle associazioni incivilite e colte, oltre
alla natura fisica delle cose, si riscontra la famiglia, l’unione totale degli
uomini coi quali si vive, le leggi, il corpo del governo, la religione e i
ministri di lei, le relazioni colle altre società; le quali sono tutte cose,
d’onde derivar possono materiali ed occasioni di lumi. Così esse riguardare si
possono come altrettanti istruttori per ogni individuo che compone la
colleganza. Il ricevere tali cognizioni io lo appello venire educato nello
spirito. Quindi se da siffatte cose egli riceve cognizioni, riguardar si debbe
come educazione intellettuale la trasmissione dei lumi che d’esse deriva.
Perlochè è mestieri distinguere: 1. ° Un’educazione naturale, la quale comprende
anche V accidentale concorso di quelle circostanze speciali, le quali talvolta
eccitano uel1 uomo inaspettate connessioni, e le quali, ben ravvisate ed
apprezzate, dimostrano che l’impero del V accidente sulle deduzioni e sulle
scoperte umane anche intellettuali è forse più esteso di quello che comunemente
si possa pensare. Si distingue inoltre l’educazione domestica, la quale
abbraccia quella che ricevesi dalle nutrici, dai parenti, dai compagni e dagli
amici, che formano la domestica società: dai maestri, che dirigono gli studii e
la condotta della prima età} e iu parte anche dalle letture nostre^ vale a dire
da quelle che dalla famiglia ci vengono prescritte. Dopo ciò viene l’educazione
sociale, la quale risulta da quella indeterminata serie d’infiniti incidenti
che ci si presentano nel vario commercio cogli individui componenti la città o
la nazione nostra. Si passa quindi a ravvisare l’educazione politica, che in
noi deriva non solo dai lumi emanati dalla legislazione e dagli stabilimenti
fissali alP istruzione relativa, ma eziandio dalla direzione degli interessi
comunicata dalla costituzione e dairammiuistrazione del governo, dal possente
esempio, dalla distribuzione dei premii e delle pene, dalle decisioni civili, e
da cento altre circostanze che agiscono e reagiscono sull’opinione degli uomini
componenti uno Stato. Si scorge pure esistere uu’educazione religiosa, la quale
abbraccia non solo tutti i dogmi sulla natura e sulla provvidenza della
Divinità, ma eziandio tutte le dottrine appartenenti al culto, alla morale
interna ed esterna, al riguardo dovuto a’ suoi miuistri, e ad infinite pratiche
cui l’umana istituzione può aggiungere, onde conservarne, rinforzarne ed
estenderne i sentimenti. Le quali cognizioni noi riceviamo indistintamente
dalla famiglia, dalla società, dai ministri della religione, dalle letture,
dalle leggi, ec. 6. ° Finalmente si aggiunge pur anche Peducazioue straniera,
in noi effettuata dal commercio colle altre nazioni o mercè i viaggi latti
dagli individui scambievolmente presso delle une e delle altre, dalla
comunicazione delle produzioni delle opere d’ingegno e dell’arte, dalle
relazioni delle loro gesta, degli usi, delle maniere, degli interessi, ec.
Tutte queste forze, tutte queste guise d’istruzione in fatto pratico non agiscono
separatamente o successivamente, ma bensì per lo più collettivamente, ed a
vicenda ripetono e ripigliano la loro azione: talché in buona fdosofìa di fatto
conviene necessariamente conchiudere, che in generale Peducazione umana nelle
colte società sia inevitabilmente un risultato derivante in ragion composta dal
concorso di tutte le ricordale circostanze accoppiate a quelle del temperamento
individuale. Per la qual cosa si scorge quanto il più perfetto sistema di
educazione domestica, eseguito colla più completa diligenza ed avveduta
sagacità, debba riuscire frustraneo senza il concorso armonico e sistematico di
tutto il complesso delle altre suddette circostanze, le quali, come
l’esperienza il comprova, hanno sì alto predominio sullo spirito e sul cuore
degli uomini. Quello però che più specialmente giova osservare nel proposito
presente si è, che l’esistenza e l’influsso di certe speciali e private cagioni
valevoli a guidare gli individui al retto pensare o a trarli in errore, e delle
quali più accuratamente sembrano essersi occupati i precettori dell’arte di
pensare, non vengono qui da noi assunte in considerazione; essendo noi guidali
dall’indole delle attuali ricerche a contemplare quelle sole che agiscono sulla
maniera comune delle nazioni, poiché ragioii in mo del Pubblico. Quindi noia
arrestai! Jori ur .sulle diversità indlv ideali di temperarne alo s uà sullo
accidentali in fermi tu fisiche o perni arifinfi o pa$S*ggicr abuso n e3 Yordin
? didb materie, e nel n ic i o do il bp pi ic are a. u che in ogni singolare
oggetto; il," abuso uel conchittderQ e nel trarre ì risultati. E per
verità, pressato dall" azione composta della curiosi Là e dell inerzia,
egli si rivolgerà bensì alle scienze : ma fra molte offertegli si appiglierà a
quelle dulie quali a preferenza potrà sperare maggior dih-Llo: oppure se
successivamente ve n gang li prèse li Late, le rigetterà lino a die tuia ne
ritrovi adatta al suo gusto. E non contento di una sola, die soverchiamente
prolungata in lui produrrebbe noja o stanchezza, si apprgliera. ad altre senz
altra ragione die di soddisfare sempre al suo dòsideno col minimo di fatica* la
Ira queste avranno sempre la preferenza quelle che saranno animate dal
prestigio della novità 5 o dall’ idoleggiamento vago della fantasia. 5 399. berciò
Lene spesso accadrà cintigli mollassi a ricerche te quali saranno per avventura
o del tutlo inutili per se e per li suoi simili, o talvolta eziandio del tutto
nocive; o di un esito assolutamente impossibile allo spirito umano, perchè
eccedono le forze e i limiti dell’intendere suo naturale; o di un esito
impossibile relativamente, perchè io spirito nou apparecchiò preventivamente le
condizioni e le notizie necessarie onde trarne solido profitto. E tutto questo
non è egli abusare dell’attenzione nella scelta degli oggetti? Io credo
d’essere in diritto di riguardare come un abuso nella scelta degli studii
nostri l’applicarsi a cose inutili, di cognizione impossibile, ed assai più a
cognizioni nocive a qualunque oggetto del benessere umano. Infatti se, come ho
accennato, il principio animatore e fecondante del mondo scientifico è
l’interesse ben inteso, cioè a dire l’amore della felicità; se questo motore è
comune anche al mondo morale, talché l’uomo pensa per quegli stessi impulsi pei
quali agisce: è pur certo altresì, che lo scopo dev’essere perfettamente lo
stesso, vale a dire la maggiore nostra attuale e futura felicità. E perciò
tutto quello che uelle arti, nei costumi, nelle fantasie può contribuire a
procacciarci il bene e ad allontanare il male, si dovrà riguardare come vero
oggetto dell’attenzione nostra, ed altresì come unico oggetto di lei.
Imperocché in una vita così breve, qual’ è quella dell’uomo, e in quella
iufinitamenle più breve la quale è propria della ragione, nou si La spazio a
deviare dalle numerose cognizioni o necessarie o utili al benessere nostro, e
dal lungo studio richiesto ad apprenderle a segno di esserne veramente
conoscitori. Io non m’arresterò ulteriormente a dimostrare questa verità, dopo
quello che ne ha detto Bacone nella sua Logica, da lui appellata Nuovo organo
delle scienze . Ilo detto in secondo luogo, che un indeterminato amore delle
scienze, per cui l’uomo prediliga fortemente, almeno per un tempo
proporzionato, quella scienza a cui si applica; e tanto più la prediliga,
quanto e più vasta e difficile; sovente non lo guarderà da una mala condotta
nell ordine delie idee benché utili, e da un cattivo regime nel contegno dell
attenzione. Infatti se noi pensiamo quanto quest’ ordine sia necessario, si per
conoscere i rapporti delle idee, che per ritenerle ed usarne con profitto; noi
sentiamo ch’egli è uno dei primarii doveri intellettuali. Ma se osserviamo in
fatto pratico che quest’ ordine deve da una parte angustiare 1 intemperanza
mentale, figlia dell’ingenito amor del piacere di aver molte e variate idee
nello stesso tempo per gustarne altrettanti piaceri; c deve dall’altra
assoggettare l’uomo ad uua forte, prolungata e coliegaia fatica-, a cui ripugna
la naturale inerzia: noi troveremo, anzi dovremo aspettarci. Dell’ipotesi sopra
immaginata, di vedere l’uomoo abbandonare dopo un certo tratto di tempo la
fatica intrapresa, ed applicarsi ad un altro genere di scienza, e così dividere
l’ attenzione, cui era necessario tenere senza interruzione occupata sullo
stesso oggetto; o se pure proseguirà in essa per qualche estrinseco motivo,
egli non vi presterà che una leggiera attenzione, ad intervalli soltanto, o in
una guisa disordinata. Da tutto ciò emergerà l’abuso nel conchiudere lo studio
delle scienze, e nel trarne i risultali. E per verità, che cosa si potrà mai
prevedere ch’esca da siffatte disordinale o malamente scelte occupazioni, se
non nozioui inutili, ed anco pericolose, da chi male trascelse gli oggetti
delle sue riilessioni? se non idee confuse, dottrine imperfette, e spesso
connessioni precipitate ed erronee in tutti coloro che non serbarono l’ordine,
e non impiegarono il tempo necessario ad imbeversi perfettamente di una scienza
? Da tutto ciò si deduce che, in forza delle leggi naturali dello spirito
umano, a fine di approfittare dell’ istruzione non basta che esista una
disposizione favorevole delle facoltà dal canto dell’uomo: non basta che esista
un vago interesse a prò delle scienze: ma inoltre è d’uopo ch’egli sia tale da
eccitarci, e legarci fortemente e lungamente su di un oggetto, fino a che ne
abbiamo ben percorse tutte le parti, e ritenutine i risultali per via di
convincente dimostrazione. Io convengo che possono esistere, come esistono,
eccezioni; ma per ciò stesso che sono eccezioni, non entrano nei nostri calcoli
attuali, in cui dobbiamo soltanto valutare le cagioni comuni. D’altronde esse
veramente formano un’altra ipotesi. Questa e le altre sopra ricordate tre
condizioni sono quello che precipuamente rendonsi necessarie ad un Pubblico,
ond’ essere soltanto istruito da altri, ed esserlo come richiede la verità e la
natura umana. Ora veggiamo se il Pubblico possa essere in pratica a ciò
incamminalo. Riscontro delle condizioni necessarie all' istruzione scientifica
colla pratica possibile del Pubblico . II supporre un Pubblico, gl’individui
del quale in ogni materia s’interessino talmente da reggere coH’atleuzioue al
corso intero delle parti che sono necessarie ad esaminarsi oude saperle cose
per dimostrazione: che vincano gli ostacoli interni cd esterni, i quali s’
attraversano ai progressi d’ogui ingegno onde interessarsi per le scienze: che
siano dottili sii una tale perfezione di facoltà da sostenere un attenzione
penosa e ]uùga^ quale richiedevi eli* apprendere le cognizioni, e segnatamente
Jt; più utili, le quali sono per sè stesse assai vaste e complicate, che
possano essere giudiziosi nella scélta, ordinali nella distribuzione dello
materie. melodici nell1 esaminare le parla successive di ognuna, esalti md
coglierne e ri Le nera e tutti L risultali: condizioni tutte, le quali, come
abbiamo veduto, sono esclusivamentenecessarie all1 efficace e completa
istruzione: ella è questa una combinazione talmente singolare, unica, e rara-
che nel calcolo delle circostanze dì fattosi dove computare come una mera eccezione.
Chiunque mediocremente avverta sul T esperienza Io vede colla maggiore
chiarezza. Articolo I. Delle condizioni necessarie affinchè un Pubblico possa
essere passivamele istm ito in pratica su di un genere ceciate di cauzioni.
Prima condizione: riduzione detta idee del genio atta misura comune di
concepire, Ripugnanza del genio a questa riduzione ; ostacolo alta pronta
propagazione delle véri ho ^ 406. E per verità conviene supporre primieramente
almeno resistenza di un genio che abbia recato al massimo segno di perfezione
quella scienza, intorno alla quale gl7 individui della società si debbono
istruire; altrimenti il Pubblico sarebbe tuttavia avvolto non solo nella
scienza imperfetta, ma spesso eziandio negli errori, come si è veduto. Nè
precisa menti:: fissar si potrebbe l'època in cui egli ne potrebbe uscire,
essendo abbandonato lo spirito umano alle vicende dei pregiudizi! per un tempo
indefinito 5 e che non si può misurare. Imperocché ò innegabile che Lulle le
invenzioni ole scoperte delle verità dipendono in prima ed efficace origine
dall' accidente ; ed avanti di esse non si può da vermi noni o con sicura
fiducia giudicare ili nulla. Ora per ciò appunto che si deve far caso dell
accidente^ dobbiamo supporre 1 avvenimento di nu numero non calcolabile di
errore Ciò non è lutto. Alla praticabile istruzione non basta solamente che il
u o o più uomini di genio abbiano uff étto lo stato intero di una scienza; non
basta che abbiano esposti i risultati delle loro meditazioni; ma è mestieri
inoltro clic Ir scoperte loro vengano corródale dalla più minuta ed analitica
dima strazi cui e, senza la quale uno spirito comune, ancora straniero a quella
scienza, non saprebbe salire all’ altezza dei risultali ai quali la forza dollà
meditazióne elevò la mente scopri! vice. Di tutto ricerchi: su lla validità1
Dia giudichi, eg ciò abbiamo gta la Lio parola. Ora questo stesso qua alo
dev'essere raro aJ in con trarsi ! Spiati la latti gli uomini dì geirio dalla
vivace celerilà di pensare propria d’nu cervello ben temprato, c per lunga
meditarono akh Dialo celle materie sulle quali occupassi' avvezzi a ve dii Le
estese * disiiule dei rapporti delle cose ; e dall1 astratto passando eoo vasto
e rapido volo al concreto^ e dui concreto all astratto, senza bisogno di fare lenta
pausa sulle idee intermedie die coti giungo no gli estremi da essi veduti d una
sola occhiala : mal saprebbero piegarsi, e quasi direi condannarsi ad inceppare
ed a trascinare a ripetute pause l’aUca/.iouc su di ognuno dei piccoli gradi
necessari] a produrre l 'evidenza nel limitatissimo ed ancora ignorante spirito
altrui. Robusto ed alto giovane avvezzo al corso. ', che risento i moti di
fervido elettricismo, non dura egli fatica a guidare per mauo il debile
fanciullo, ed a rallentare e restringere i passi suoi? Questa pena riesce
doppiamente insopportabile all'uomo di genio ; si perchè angustiando sommamente
la espansiva sua forza, si oppone all'abito eh* egli contrasse di percorrere
velocemente moki estremi; e si perché bramoso di passare a nuove vedute (per
quel bisogno che risente og li i intendimento attivo e bramoso di pascolo,
soddisfatto dalle precedenti ricerche), troverebbe nella minuta istruzione una
fatica cernirò !' indole sua, senza una intrinseca ricompensa, ed anzi una
fatica di effetto per lui totalmente molesto, lo prescindo da un altro
sentimento spesso aggiunto dalla vanità, il quale è il desiderio di far sentire
la propria superiorità. Ora che I uomo di gemo generai mente agisca contro
tonti impulsi* contro ÌI suo stesso modo naturale, è ella cosa verosimile in
natura ? o non anzi il contrario de veri calcolare per regola certa ed
ordinaria? Qui I' esame di alcune delie rare produzioni dei più celebri uomini
potrebbe giovare alla co a fermasi ione delbasserrioo mia. Ma io lo om metto,
come cosa che ogni dotto leggitore conosce di lunga mauci. e che d’altronde non
è rigorosamente necessaria. Che se taluno si ritrovasse, il quale dopo le fatte
scoperte, pel desiderio d essere utile a1 suoi slmili, scegli esse pure con
tanto suo sacrificio di assoggettarsi ad una cura si minuta, e per lui quasi
mecca Luca; questi sarebbe certame uto un vero eroe scientifico^ c riguardar si
dovrebbe conio una eccezione assai più rara del genio stesso. D'altronde forse
ciò non sarebbe utile ai progressi dello spirito umano, mentre quell attività e
quel tempo ch'egli impiegasse a sminuzzare io sue dottrine poti ebbe meglio
rivolgersi ad allargare l confini delle sue scoperto. Non contemplando pertanto
ulteriormente questi singolarissimi casi, noi invece dovremo supporre per
regola ordinaria, che il ridurre le opere del genio alla comune capacità sia
opera di altri ingegni ausiliari! e subalterni, come dilfalti sempre avviene.
Scorgesi adunque essere necessario per regola generale di natura, onde un
Pubblico possa approfittare delle invenzioni del genio, che esistano siffatti
ingegni, i quali suppliscano agl’ intervalli delle idee intermedie lasciati da
quello: ne rischiarino, sviluppino, commentino i profondi pensieri, e li
proporzionino alla comune veduta. Ma quante condizioni ancora si ricercano
affinchè questi ingegni ausiliarii possano rivolgere lo sguardo all’apparire
delle scoperte, interessarsi per esse, ed assumerne lo studio! quante poi per
propagarle ed estenderle al maggior numero dei membri di una società! e quanti
osta¬ coli conviene ancora superare! Frattanto l’impero della prevenzione e
della scienza imperfetta si prolunga ancora per un tempo indefinito. E per
verità non basta che il genio risplenda di una nuova luce per essere preso di
mira; uon basta solamente che una scienza sia stata scoperta, o aumentata di
nuove dottrine, perchè venga coltivala anche dal Pubblico. Vi si ricerca di
più: è necessario un motivo che attragga l’attenzione comune ad istruirsene, e
una occasione propizia che ne inspiri l’interesse. Questa precipuamente si
verifica solo quando la comune stima, nata dal pubblico bisogno o reale o
fattizio, o da un certo spirito di sazietà delle altre precedenti cognizioni,
attiri l’attenzione di molti a coltivarla. Gratuitamente non si assume mai
fatica alcuna dall’ uomo. Quindi affinchè uu Pubblico simile a quello che qui
immaginiamo, il quale in sostanza è situato come una repubblica letteraria,
potesse senza ritardo approfittare delle scoperte del genio, converrebbe che si
trovasse in un momento in cui il genere delle scoperte del genio stesso
coincidesse con quello sul quale il Pubblico si trovasse attualmente occupato.
Lo spirito di moda diverrebbe così utile alla cognizione. Fuori di questo punto
di coincidenza sono inopportuni, benché maravigliosi ed utili, i lumi del
genio; nè di loro il Pubblico fa pregio, come di cosa d’un geuere o scaduto di
stima, o che non è attualmente in ricerca. A fine di sentire colla dovuta
estensione questa legge naturale di fatto dell umana istruzione non ci
dipartiamo giammai dal contemplare la maniera semplice, unica e primitiva con
cui si muove il mondo morale; voglio dire, in ragione composta del bisogno del
piacere, e della tendenza all’inazione. Ma siccome questa legge, inerente
all’uomo in tutte le situazioni.per sè stessa noa determina specialmente
effetto alcuno: cosi conviene di mano in mano vestirla delle sue determinanti
circostanze di fatto. Qui è mestieri calcolarne Fazione, meulre che si
considera lo stato necessario delle facoltà umane, ed i successivi gradi di
sviluppo intellettuale delle nazioni e delle vicende del gusto, ed in breve
tutti quc’ periodi nei quali, sia originalmente, sia dopo le scoperte fatte, si
effettua la gran legge dell’ umana perfettibilità. Articolo II. Necessità della
coincidenza delle scoperte del genio col genere attuale delle occupazioni del
Pubblico, prima condizione a propagare senza ritardo la verità. Se contemplo lo
stato delle attuali società, io trovo che il bisogno dell’ istruzione,
considerato o come suggerimento delPamor proprio onde sgombrare la noja, o come
mezzo nelle popolazioni incivilite d’essere utile a sè o aggradevole ad altri,
e quindi occasione a sè stesso o di ricompensa o di gloria; questo bisogno,
dico, è uno stimolo, mercè il quale molti individui si applicarono dapprima
alle scienze; e dopo, falli genitori, vi avvezzarono i proprii figli, o vi
furono anche spinti dalla pubblica autorità o dai privati stabilimenti. Ma
questa situazione, tal quale in oggi la veggiamo, è un fenomeno morale, il quale
presuppone la esistenza e la compostissima azione di un numero vario di
possenti, durevoli ed universali cagioni, le quali agirono nelle diverse
generazioni trascorse; e favorite anche dalle casuali combinazioni, collocarono
le società nello stato dell’ intellettuale e morale raffinamento in cui ora si
trovano. Ad ometto di ben calcolare tutte le circostanze e gli effetti di
queste lente e proficue rivoluzioni del mondo morale, è mestieri distinguere e
ben apprezzare due epoche; la prima delle quali riguarda le invenzioni.; e la
seconda la semplice istruzione intorno alle cose ritrovate. 419. La prima
abbraccia tutto quel tratto di tempo che dall infanzia delle società si estende
fino all’ età della loro ragione, quando mercè i soccorsi tratti dal proprio
fondo, dopo reiterati tentativi ripetuti nel lungo corso dei secoli, o per
opera di qualche straniera società, o di un privato in cui un concorso felice
di circostanze affrettò lo sviluppo dello spirito, o almeno allontanò gli
ostacoli, le più rozze popolazioni vengono fornite d’ogni genere di lumi onde
conoscere i rapporti del mondo fisico e del mondo morale. In tal caso non
rimane ad una siffatta popolazione sa:ì i:\iq la scelta fr a 1 Tarli rami dello
wcilji!e3 por istruii ai quindi in ognuno. Ora questa svelta ralteri di quell
epoca ebe rechiamo sotto al nostro sguardo, onde esaminarla nei rapporti dell'
istruzione e della moralità. 4 30. la da notarsi però nell’ ordine della natura
la suprema ed universale legge della continuità- direttrice delle forze dell’
amor propri» e dell inerzia, le quali producono sempre un effetto, ove siavi il
minim di forza attiva. Mercè una Lai legge nei progressi del mondo morale
niente si fa per salto, ma il tutto lo una .successione più o meno Ionia di
gradazioni fedelmente osservate; e ciò forse per la intima relazione e
connessione che l’uomo, essere misto*, ha per la sua parte fisica e oli*
universa materiale. Attesa una tal legge non si debbono considerare queste
epoche come IraLli distinti e staccati l’uno dall’ altro, e come situazioni le
cui grandi diversità si possano verificare, soppressi tutù i passaggi_lbu
belisi d’uopo contemplarle come progressioni di cangiamenti gradatamente
eseguiti per una insensibile e sempre aumentata forza o frequenza d'impulsi
eccitanti fumana attivila, e rattemperati in proporzione della forza d’inerzia;
ai quali corrispondono poi altrettante successive gradazio oi ili effetti. Se
la mente del contemplatore divido in certi spazi! distilli1 tutta la
progressione continuata, e per is f li maIe gradazioni di r ò ce sì prò1
ungala; ciu fa al solo fine ili agevolare la cognizione e Tesarne delle pili
contraddistinte situazioni . Io quali a certi intervalli diventano visibili^
diversissime dalle antecedenti; non altrimenti clic nel molo lentissimo deli
Indice delle ore di un orinolo non si può contrassegnare gli spasa percorsi se
non dopo certi intervalli, benché i progressi siano senza interruzione
continuati. Per la qual Cosa, mentre consideriamo nello stato delle nazioni
l’epoca doIT Immagina zio ne, dobbiamo ritenere che ila una parte eliaci va a
perdere per gradi hi se usi bili dentro la sfera della piu diretta ed organica
sensibilità, e dall’altra si confonde coITnurora della ragionevole^ temperala.
Ciò avviene pure ad ogni individuo nella società (vedi la noia all1 articolo
precedente), Si può dire in certo senso, clic la ragione comincia lino dalla
prima Impressione delia nascita: poi clic tutto si opera mercè una catena dì
cagioni Ida ciò ai può vedere la ragione di quanto coll autorità dì Bacone
abbiamo già sopra accmiuato iu Ionio a 1 latta 0 catti è u lo die molti
individui delle culto socleLà hanno per varie opinioni, le quali danno pascolo
alta fantasia ; poiché anclie nelle cube società Rincontrano parecchi, i quali
sono allo sLesso grado di Umn delle nazioni dominate dalla immaginazione.
Inoltre con liiui fantasia si 1 ultamente agitata, e ripiana deifi impero di
potenze or benefiche ed ora malefiche ^ nell ignoranza delle loro indili azioni
5 della estensione delti:1 loro forze e del tenore del loro dominio, la. quale
lascia un campi? Infinito a fingersi ogni specie di mali, non altrimenti che un
timido fanciullo, piena la incuto della credenza degli spettri e d’ immaginari!
pericoli, si finge mille spaventose figure e timori al fi aspe Ito delle
tenebre: come mai una società non sara compresa dai più violenti, più frequenti
e più irragionevoli terrori. Quindi la religione dovrà avvolgersi ira tutte le
tenebre, tutti S capricci e ì delirii della superstizione ^ c spesso del più
ardente e feroce entusiasmo* Tremando, e venerando ogni appare ut e indìzio
dell in flueuza della Divinità, il quale una fan Li sia rozza ed esaltata fa
sempre ravvisare in ogni fenomeno die sembri alquanto straordinari a. o nel qua
Irsi supponga qualche connessione eolia Divinità medesima, è ben cosa naturale
die una popolazione prestar debba cieca fede alle Bilie, alle Sibille, agii
oracoli di ogni maniera, alle predizioni, al pretesi predigli, spésso abusare
dei dogmi della vita futura. Quindi gli augurii, le divinazioni, le aruspiciuc,
i sacrifica di ogni genereanche fercidj se si sospettano grati alla
DivinilaQuindi per ima guisa troppo maturale di coki porre le Idue In ima
maniera analoga allo stato dello spirito, quale lo abbiamo ravvisato in questa
epoca», tuta nazione noi: sapra ini marmarsi altra Divinità che uno o più
esseri soggetti a tutte io passioni deli* uomo, c dotati di un potere
sterminato:, e» quel eli’ è peggio, la rivestiranno ili Lulle le passioni anche
più sregolate, meta* Ire m tal epoca, come tosto vedrà ssi, non esiste altra
nozione di giusiizia» ne altra morale, die quella delle passioni monlioatc
della forza, Impastata cosi la Divinità d’un aggregato dei più assurdi
attributi, datolo un impero ed una provvidenza a norma anche del vario genio
dei popoli ed a norma del clima stesso, ora si farà intervenire negl* affavi
umani, si esigeranno da lei prodìgi], s* inventeranno le prove giuridiche, si
farà pieghevole ai doni, vendicativa, parziale, sangui uam. e s inventeranno
anche stravaganze feroci per placarla: e ora stimmaginerà neghittosa, ora
voluttuosa » ora guerriera, ora astuta., c fin antri ghiotta c vorace ; e a
norma del genio a lei attribuito si dirigeranno pim: gli uomini nel loro culto.
Dal fin qui detto pertanto si rileva quanto la nascita del poli-teismo sia
naturale agli nomini ed alle sassoni nell’epoca ni cui le contempliamo, senza
che abbisognino d’ereditarne l’idee Jr ime dall’altre: e si deduce altresì la
chiara a generale origine dì Dilli e sì stra vagan li 'culti) dei quali è piena
la storia della Specie umana. Por una legge poi troppo naturale al cuore umano,
e spesso inavvertita, di spandere lo ai fez ioni nostre dal soggetto principale
die cc lo inspira sovra tutto ciò che con lui ci sembra avere relazione: ai
druKfai lama* ai profeti, agli auguri, al divinatori, ed a tutte in line le
persane giudicate soggette in qualche guisa all* Influsso o ài comandi o al
culle delle pretese potenze superiori, si estenderà parte della venerazione
professata per le potenze stesse collo quali si supporrai! no in relazione. Sì
temerà persino d’ incontrare l’ira coleste, se sì ardisse dì dubitare ^ loro
carattere: e si riguarderanno perciò come un ordine superiore ed inviolabile di
esseri, sì seguirà uno i loro impulsi, sì iddìi dirà ai loro comandi, si
ricorrerà ad essi come ad intercessori fra làn min e le superiori intelligenze,
sì consulteranno nelle sventure, $’ imploreranno i loro consigli negli affari,
e sovente si affiderà lóro il destino politico dulie popolazioni. Lcco i impero
teocratico ; ecco la universale crednliOt rinforzata dai più temuti e più
reverendi vincoli, mercè la quale intuiti boni ed inImiti mali si possono
preparare, produrre, perpetuare in un popolo. Se un Z oro astro, un Minosse, un
Licurgo, im Salone, un IN urna, un May* cu-capac, un Confucio vivono allora nel
di lei seno, lei felice; ma se vi esistono solo valgavi druidi, lama, bonzi,
muftì oc., in tal caso per serie indefinita di secoli f se pure la commista d’
mi popolo straniero doti vi si frapponi) la sorta della nazione sarà di
bruteggiare ncIL ignoranza, di tremare ira le angoscio delta superstizione, e
di gemere sotto il peso del des poliamo. In tale situazione questa congrega di
fanatici, d5 impostori, di ambiziosi, di malvagi, come non avrà il più forte e
durevole interesse di perpetuare il proprio impero, perpetuando nei popoli
quell' ilIasione sulla quale è fondalo ì Come nou daranno estrema importanza al
rispetto verso il loro ceto, al bendimi resi alle loro persone: e per Io
contrario pretenderanno gravissime colpe le trasgressioni e la uoncurauyjq non
senza l’artificio d’essere ad un tempo stesso rilassali uri più importanti
doveri della morate? Dà questo tenore sarà in quest’epoca (come la storia di
Lutti i paesi ce lo prova) la religione delle più rozzo società, Vi 4, Da
questo solo si potrebbe agevolmente prevedere quale esser possa lo stato della
monde e della legislazione^ la quale non è in sostanza die la morale stessa m
unita di sanzioni umane, avvalorala cogl’ in li ressi politici, colle abitudini,
colle precauzioni, e colla forza unita. LìuIlton ha osservato giudiziosamente,
che e ove la religione è imperfetta, ivi la politica società e tutte le leggi
deggiono essere del pari imperfette. La religione altro non è che ima sublime
filosofa, uè ver un uomo potrebbe vantarsi d’essere eccellente nelle scienze
politiche, se prima la sua mento non fosse rischiarata cd ampliala dalle
istituzióni della teologia; imperocché un errore di religione trae mai sempre
seco il guasto nelle leggi, (Storia d Inghilterra) Ma senza ciò, consultando i
lumi della ragione c i fatti della storia, troviamo elio in quest’epoca 1’ uomo
viola i più importanti doveri della morale socievole, per quella stessa ragione
fondamentale per cui nel l’epoca antecedente, limitato ai primitivi bisogni,
uon Ei poteva pressoché mai uè praticare, uè trasgredire. P rosegli imenla
deli1 darne della seconda età della società relativamente all* istruzione
umana* Della mortile delle nazioni. Sono costretto ad arrestarmi sul proposito
della morale delle nazioni m quest’epoca più ch’io uou vorrei, e abbandonalo
per un momento bordine progressivo delle presenti osservazioni, debbo salire
più alio al principii teoretici rii filosofia- onde schiarire e convalidare ed
estendere i risultati derivanti dal [Esperie p?.a delle nazioni. A ciò vengo
astretto non lauto dall importanza dell argomento, e dalla sua affinità a
queste ricerche ? in quanto egli formi una delle materie sulle quali cade più
spesso il giudicio del pubblico, ma eziandio perchè non essendo in molli
peranche spento il pregiudizio, per vicinissime relazioni cognato del
teosofismo, cne la comune degli uomini possa sicuramente giudicare della morale
senza l uso del raziocinio, e per un senso o per un istinto da Dio preparato,
ciò urterebbe di fronte la soluzione da me addotta del quesito proposto e le
ragioni allegatene. Quindi assumerò per un istante i loro sentimenti, e li
rinforzerò di quelle prove che li possono almeno apparentemente convalidare. Il
lìu qui detto (taluno opporrà) se verificar si può sotto uu aspetto, sembra non
aver luogo sotto un altro: anzi ripugnare all’ordine provvido della natura.
Concediamo (si proseguirà) che ad acquistare la cognizione della verità le
occasioni presentino alla mente gli oggetti, e che 1 attenzione umana si
adoperi su di loro in tal guisa da cougiungere e separare i rapporti apparenti
delle idee in un modo del lutto corrispondente alle convenienze ed alle
ripugnanze reali delle cose. Ma che perciò? Dunque non si potrà giudicare,
almeno delle materie morali, che col solo mezzo dei lunghi giri del raziocinio,
delle lente spinte dell’analisi, e del penoso procedimento dell’ induzione ?
Poniamo che una legge generale e costante somministrasse in natura le occasioni
opportune alla mente umana, ed inspirasse un forte interesse a considerarle; e
che la direzione di questo interesse, in forza della costituzione naturale
dell’ uomo e delle altre preordinazioni della natura, piegasse l’altenzioue
giusta le vere ripugnanze o convenienze delle cose, senza che fosse d’uopo fare
altri confronti per comprendere la verità e disceverarla dall’errore. In tale
ipotesi è chiaro che gli uomini presumere si dovrebbero sicuri scopritori e
giudici del vero, meno per scienza che per sentimento,* e quindi il loro comune
giudicio apprezzar si dovrebbe generalmente qual fermo ed infallibile criterio
di verità. Infatti, se egli non fosse tale in forza di raziocinio e di
dimostrazione, lo sarebbe in forza della irrefragabile autorità della natura.
Ora tal è la condizione dell uomo rapporto alle verità morali Imperocché se
dapprima si riguardi Y ordine di natura, i rapporti del i|Liale vengono appunto
espressi dalle verità* le quali non uè sono clic i risultali di cognizione, e
si supponga che la natura non abbia voluto liiy\ n-, hi vano : sì deve
certamente supporre che ne abbia altresì divisala V esecuzione. Quindi
giudicandola provvida ed antiveggente, si deve pur supporre clic abbia
preordinata le cose in guisa, die questa moltitudine ih esseri umani debba
essere spinta efficacemente, sulle tracce da lei segnate. per mezzo di quelle
facoltà stesse dì cui ella li fornì, e per le quali si muovono lu tutte le
altre loro 1 unzioni. 448, Pertanto ella doveva fornire all’ intelligenza loro
quelle occasioni* (Fonde eglino .trai1 potessero la cognizione delle di lei
intenzioni ; ed al cuor loro quegli stimoli, ui forza de quali secondar
dovessero i fini volali da lei. e fuggire I lini da lei proscritti. Ecco
infatti le sanzioni naturali annesse alla pratica delle leggi della natura, il
benessere consunto all'osservanza loro, e il disagio che no segue l1
inosservanza; ecco Fani tir proprio fatto F unico e glande motore nelF
esecuzione debordine morale di natura: ecco la legge naturale inscritta nel
cuor dell'uomo: ecco t doveri, i diritti, le virtù ed i vizi! uou ignorati:
ecco ì fondamenti di una morale sperimentale^ niente dissimile, sotto dì un
aspetto, da una fisica speri mentale, Per tal motivo adunque, trailo dalla
provvidenza c dall ordine delle cause finali della natura* esister deve cella costituzione
umana un comuno lo u d a me1lto, pe r il quale i n morale de b b ano gli
uomini, senza uso di teorie ed lu forza di sola esperienza e di sentimento,
pensare uniformemente e pensare con verità . laiche F errore diventi una pura
eccezione . Da ciò inoltre si vede come indie materie di morale, e per la
stessa ragione nelle altre cose lutto elio per se stesse costantemente
interessano il genere umano, le massime particolari, le quali sono 1
espressione d altrettanti guidimi sugli effetti, debbano procedere i sistemi, e
le isolate osservazioni e gli aforismi assoluti debbano precedere lo teorie,
ludi nascono i proverbii delle nazioni, indi le sentenze e gli a poi Log mi dei
savii, avanti ebe nascano lo loro dimostrazioni. Così le conclusioni dei raziocìnìi
precedono la comprensione r la esposizione dei principi! generali. Ma lutto ciò
senza temerità, e per una sicura mossa della natura. Del senso e tildi' istinto
murale. I seguaci di IIuLcbesou, c degli altri filosofi dell istinto molali mi
sapranno forse buon grado di’ io abbia presentalo da un lato assai vantaggioso
la loro opinione prediletta. Alò nc.fi è possano essere pm sicuri eli’ io ne
contemplo tutto il tenore, uou credo inutile di esporlo. Il dottor Hutcheson si
propose di provare che l’uomo è dotato di un senso morale. Egli appellava con
questo nome una facoltà della nostr’anima di discernere prontamente iu certi
casi il bene ed il male morale per una sorta di sensazione, e per un gusto
indipendente dal raziocinio e dalla riflessione. Gli altri moralisti lo
appellarono istinto morale (e d altri sesto senso ), il quale è, come dicono
essi5 una inclinazione o tendenza naturale che ci porla ad approvare certe cose
come buone e lodevoli, ed a condannarne certe altre come malvagie e
biasimevoli, iudipeudentemente da ogni riflessione. Fra questi sentimenti vieue
annoverala la compassione ai mali altrui, la gratitudine ai beneficii, la
benevolenza sociale, 1 indignazione all ingiuria, o al racconto di una iniquità
commessa contro un nostro simile. L’ origine di questo sentimento si
attribuisce a Dio, che ha costituiti gli uomini in questa guisa, e che ha
voluto che la nostra natura fosse tale, e che noi fossimo affetti in questa
maniera dalla differenza del bene e del male morale, come lo siamo dalla differenza
del bene e del male fisico. La ragione poi ossia il fine per cui Dio fornì
l’uomo di questa specie d istinto comune si è. ch’egli si determinasse più
fortemente e più piontamenle in tutti que’ casi nei quali la riflessione fosse
troppo lenta, mentre i bisogni pressanti e indispensabili domandavano che
l’uorno fosse condotto per la via del sentimento, il quale è sempre più vivo e
più pronto del raziocinio. Ecco in compendio la dottrina dei difensori del
senso o del1 istinto morale, la quale ha avuto ed ha tuttavia seguaci, e venne
esposta come vera anche in un libro, del quale i dotti di una celebre nazione
pretesero di fare un ampio deposito delle umane cognizioni, e come il fiore più
scelto dei lumi del secolo ( Encjclopédie, Art. Sens inorai ). Del senso
comune. 45 G. lo non credo poi di dovere aver lite coi difensori del senso
cornane. Basta ch’io esponga le loro idee e le loro pretensioni per far sentire
che fra noi non vi può essere contesa. Per senso comune s’intende la
disposizione che la natura ha posto in tutti gli uomini, o manifestamente nella
più parte di loro, oude giunti all’ età della ragione recassero un giudicio
uniforme e comune sopra differenti oggetti dell’intimo senso della loro propria
percezione: giudicio che non è la conseguenza .ti aleuti altro principio
anteriore. Oud’ ò5 i lio questo senso comune sopravvieuc all1 uomo dopo la
fanciullezza ossia dopo 1’ educazione della prima ria ; e, a senso dei
filosofi, versa intorno a quelle elio appellatisi prime verità, 457. Eglino però
ammettono*, clic fuori, di queste primo verità si verifica la legge o l'assioma
comune, die la verità non e per ìa moltitudine ì il glie si verifica* dicono
essi* io lutti quei casi 5 ove sì tratta dì impiegare Fallendone e la
combinata. riflessione, di cu! la molli Ludi ne non è capace. Ma nelle altre
verità, die appellammo verità prtme9 può aver luogo certamente Feltro dello
comune, che la voce del popolo b voce dì Dio j la quale nello cose di puro
fatto eziandìo si può* come vedremo più sotto, con certe precauzioni cri lidie
verificare* 459. Ridotte pertanto così le cose, e ammesso questo senso comune $
che io non saprei negare in un Pubblico incivilito e ridotto al periodo della
ragionevolezza 5 per la ragione che deve esistere un fondamentale carattere comune
die lo faccia riconoscere per tale ; e questo dev’essere it possesso almeno di
certi principi! generali e primarii della ragione^ acquistati per una serie di
molli avvenimenti anteriori; ammesso*, dico*, questo senso connine, non
servirebbe non basta ancora per lare del giu dici q del Pubblico mi criterio di
veriisV in tutte le ricordate materie, e clic anzi tutto è fonda Lo sopra
imperfettissime nozioni. E per procedere cou ordine e con efficaci1 persunsiQne
io dirò in prima delle cose morati^ iodi a suo luogo di quelle che appellami dì
semplice pus io. Articolo 11. Osservazioni generali iti risposta alla
precedente 'obbiezione. 40 G. Si vuole primieramente clic il Pubblico possa
essere giudici; competente e sicuro delle cose morali^ o si vuole clic lo sia
mm pei nziocinii teoretici o acquisiti, ma per mi scali meato sperimentale. Ora
io osservo die qui si suppone resistenza reale d*una cosa ili fiuto $ cioè d un
istinto morale qual legge di natura coni uno alla magginr parte degli uomini.
/.Gì, In tale supposto c cerLo ìu buona logica, che il filosofo davi' ragionare
col sussidio àeW osservazione ; altrimenti non vi sarebbe pi confine alla
smodata licenza delle mere ipotesi, delle congetture, deb ie illusioni e delle
chimere s nò distinzione alcuna solida fra la ve/UJt i1 V errore. Ciò posto,
egli non deve ammettere resistenza di cagioni la* comprensibili, confuse, e di
pura eccezione, quando dai fatti «Lussi piai trarlo ciliare, noie, regolari, e
fondato iu una comune-, semplice o primaria logge della natura* Sarà sempre
arbitraria, capricciosa e nulla ogui eccezione, a cui la cognizione delle
cagioni note delle cose non ci aloni di ricorrere Questi sono pr incipit logici
di una lorza, di un evidenza e dì un estensione, che ogni uomo di buon senso non
saprebbe nvpcìiru in dubbio. Ora, mercè un altea lo esame della natura umana e
dei rap porli costanti di lei, sì giunge a scoprire eli e luLti i fenomeni a L
tribù ili dal patrocinatori de! senso morale sono pure derivazioni acrjuìsife
derivanti dall azione combinata delle circostanze esterne e delle laeolia uma¬
ne 3 al pari delle akre nozioni ed a Ile zip ni clic al senso /fiorale unii si
fanno appartenere. E non solamente si dimostra come nascano, crescane e si
estendano, senza ricorrere ad altrg eccezioni c finzioni confuse; ma, quel cìFè
più, si dimostra coi fatti positivi, più moltiplicali, pìb cevh 0 più generali
della storia scrìtta di tutu i popoli, clic h esistenza e E forza di siflaiti
sentimenti in fatto pratico deriva interamente dall* azione r dalPordine delle
circostanze de termi nauti F umana sensibili Ln. Dunque non solamente si deduce
che la dottrina del senso morale è puramente gratuita, a nti di oso fica e
nulla, in linea di ragione, ma. quel cìdè più, positivamente falsa, e
ripugnante alla verità di fatto ♦ 471. Chiederei volentieri ai sostenitori del
senso e deli' istinto morale, se abbiano mai ridotto il loro uomo a quel putito
di semplice considerazione, in cui era d’uopo assumerlo per dar forza alle loro
prove. Lo hanno eglino spogliato dì tutte le acquisizioni dell’ educazione}
della religione, dell1 istruzione sociale^ deli’ esempio * delle abitudini ^ e
ridotto allo nude sue facoltà abbandonate alla natura, onde scoprire se gli
effetti che vergiamo negl’ individui delle culle società siano prodotti dell1
istinto o di un sesto senso, o non piuttosto dell1 educazione? Ciò era pur
d'uopo di fare, per non essere esposti al rischio dì attribuire ad una cagione
puramente supposta effetti realmente derivanti da altre conosciute sorgenti: e
conveniva anche escludere l’azione di queste note cagioni, o almeno dimostrarla
totalmente inefficace a produrre gli effetti che attribuir si vogliono al senso
/fiorale. Ma eglino si sono limitati a considerare 1 uomo la! quale si trova
nelle culle società, o almeno in uno stalo in cui egli è già rivestilo delle
abitudini àe\Y educazione $ poiché certamente nel perìodo dell' infanzia,, e
cosi anche nell' isolala vita selvaggia, non è nè morale, nè immorale. Ma
venendo dire Ita m cute all'esame dei fondamenti della ricordata opinione, io
convengo di buona voglia che la natura abbia divisato l ordine morale, che ne
abbia voluto P esecuzione, che uè abbia preparati i mezzi; ma che perciò?
Dunque dir sì dovrà che precisamente abbia voluto seguire le tracce disegnale
dal capriccio di alcuni filosofi? T\on era dunque possibile altra sarta di
mezzi, die quella immaginala da questi enigmatici creatori di istinti? 0 almeno
un’altra maniera di econonna non era forse più conforme alle viste complesse
dei grandi suoi disegni ? E quando mai sì correggerà la viziosa maniera di
trarre illazione dal metodo nostro di ordinare le cose a quello della natura? E
Imo a quando temerariamente si ripeterà s questo è utile, questo è ragione-»
volo; dunque la natura lo ha fatto? Perchè non dire invece: questo fu fatto
dalla natura; dunque è utile e ragionevole? fi i L Se dovessimo argomentare
nella guisa oppostaci, con pari diritto dir potremmo: la natura ha destinalo
fuorno alla ragionevolezza ed alla scoperta delle verità: dunque Pilorcio è
sempre infallibile ne suoi giudicib Qual differenza di titolo indar si potrebbe
fra queste due conseguenze ? Il principio, da cui si deducono* è Io stesso. E
che giova che il Pubblico si arrogisi il giudicio delle coso h i morsi? Frova
ciò forse eli’ egli ne giudichi per istinti)? Prova ciò forse et’ egli m sin
giudice infallibile ? Esclude ciò per avventura, che risicatone. r educazione,
hi religione, F esemplo, le abitudini noti lo possano porre in grado di recare
le decisioni ch’egli pronuncia? ilo forse io proteso ch’egli sempre commetta
errore ne5 suoi giudici i? e quindi die. istruito s peci alme ùle dal progresso
dei lumi ragionati sparsi in lui per credenza e per tradizione, non possa
giudicare sanamente della morale, del bello e del merito? Non lio io accennato
più sopra le fonti da cui derivano i lumi ? Ma in questo caso il Pubblico
ammette le cose più per credenza e per imitazione, che per un discernimento
interno o per raziocinio: doveché uelPaltro caso egli le conoscerebbe come per
una ispirazione rispettabile ni in Fai Ulule della stessi natura. Nel primo
caso egli non reca un giti dienti proprio . ma altrui: ed in tal guisa rac
conaio dato alF altrui autorità, che in lui riguardar si deve più per una
preoccupazione ossia per un pregia di ciò, die corno un sentirne uLo di intima
pr ovata pe rs uision o . Cosi adunque ridotti i suoi giudicii,, resterebbero
esclusi dall'ipotesi che combattiamo. Ma non constando die le abitudini e le
pieImi sioti i del Pubblico possano per se sole riguardarsi come diritti
derivali da un titolo proprio in Ini riposto, e racchiuso nel suo propri*}
landò* ad esercitare ]’ impero de! giu die io e delFopimcue, perciò non è
necessario eh" io mi trattenga ulteriormente a dimostrarlo, o ciò io
ritorni ad occupa r mene dappoi. Sembrami che questa risposta .sommaria
potrebbe bastare a far sentire { almeno ia generale) la nullità della con tra
ria dottrina, ^ amando io di porre in chiaro lume Ferì ore in mia maniera più
proficua a IF istruzione 9 vale a dire col dimostrare la opposta verità, c di
svolgere chiaramente Lotta la catena delle idee imperfettamente presentate, e
ai tessere l’origine naturale dei fenomeni morali, V ignoranza della quale fece
all’orgogliosa ed impotente curiosità immaginare un cieco istinto! io mi accìngo
ad esporre succintamente dapprima il comune e nolo principio delle affezioni
tutte del cuore umano, che e l- amore della j elicti unico ver a Sènso ed
istinto morale ^ come richiede la legge del raziocinio. Indi mi sforzerò di far
vedere che quelle affezioni stesso virtuose e sociali, che si all riha irono
allVjtfmfiK sono semplici e naturali atispnsizio ni risultati I i dalle
circostanze, e si vedrà come nascono: c che del pari tutte le viziose
discendono dallo stesso principiti. Premésse queste osservazioni generali,
comuni a tutti i icmj'ù a tutti i luoghi, a tutte le circostanze, perchè
emanano iramediatamea dalla chiara, provala e conosciuta costituzione della
natura umana, e dalle circostanze di fatto necessariamente inerenti a lei; si
puo indi agevolmente passare con una precognizione chiara di principii a
determinare quale esser debba la morale tanto di giudicio quanto di pratica
delle nazioni poste nell’ epoca dell’ immaginazione di cui ragioniamo: le quali
se, così dedotte, saranno conseguenze vere, saranno pur anche conformi alla
storia di tutte le società situate in un simile periodo; e mercè tale
coincidenza confermeranno le mie teorie, e rovescieranno opinione da me
impugnala. Così tutto sarà tessuto e ridotto a quella vera unità sistematica
che si trova sparsa nel grand’ordine della natura, e si potrà da tutte le cose
antecedenti ricavare un saggio della storia dello spirito e del cuore umano in
quest’epoca. Amor proprio. Sua indeterminata direzione. Conseguenza sul
carattere morale. E indubitato che i sentimenti morali sono nell’uomo meri
efjetti, che riconoscono una propria cagione. Ora questa cagione esiste o
nell’uomo solo o nelle circostanze, o nell’uomo e nelle circostanze
congiuntamente. Ma l’uomo non è nò può essere giusto od ingiusto, virtuoso o
malvagio, se non a proporzione che trova un sentito interesse ad esserlo. Egli
nasce colla sola tendenza ad essere felice, la quale si determina a norma delle
circostanze, o, a dir meglio, degl’interessi inspiratigli dalle circostanze.
Non si può dunque dire in astratto che l’uomo sia naturalmente o buono o
malvagio; ma bensì egli si deve dire indifferente all’ una e all’altra cosa. Se
dunque è vero quanto asserisce Machiavello, che in politica tutti gli uomini si
debbano riputare cattivi, ciò non può avvenire se non perchè il concorso delle
ordinarie circostanze o interne o esterne ilelle società sia tale, che faccia
riuscire il cuor dell’uomo vizioso. Nelle sole circostanze adunque operanti
sulla natura umana si deve ricercare la cagione, sulla quale in ultima analisi
vada a risolversi 1 origine del carattere morale della specie umana. L’uomo non
è nudo spirilo ma nasce coir ingombro di una macchina, a cui per conservarsi
per crescere e per propagare è mestieri di molti pimi soccorsi esterni, dell’
esigenza o della superfluità dei quali la sensibilità viene avvertita mercè 11
bisogno la sazietà o il dolore. Così bnomo si può dire che nasca con certe
occasioni 7 che determinano la sua tendenza a procacciarsi il benessere. Quindi
v chiaro ciò ci nasce colla tendenza a conservarsi, e perciò a respingere ogni
nocumento*' quindi V amore alla consertali trae, rodio aìF ingiuria, V impulso
alla difesa. 483. Ei nasce colla tendenza a nutrirsi, a difendersi dalle
iugiurh delle stagioni e degli animali, e a propagare la sua specie; e quindi
col desiderio di possedere gli oggetti al Li a soddisfare a siffatte
intenzioni. Quindi il desio del dominio delie cose, del co/ìkh'zìo coll* altro
sesso, t della libertà di procacciarsi il proprio vantaggio. 484, Ei nasce con
nna macchina che tende come LiilLi gli altri cor" pi all inerzia, no si
muove che a proporzione degE impulsi che riceve o dagli oggetti esterni o dallo
spirito; e ne ritiene le impressioni, e ripete i suoi proprii movimenti con
maggiore o minore facilità, a proporzione che sono più o meno ripetute le
proprie azioni o le impressioni esterne, e giusta le loro maniere. Quindi nasce
V imitazione: quindi si formano le abitudini; quindi [a loro forza sulla
natura, il loro durevole impero sull* nomo, la loro ostinata resistenza a
cancellarsi; quindi i caratteri individuali, quei di famiglia, di provincia, di
nazione. Ciò non e tutto. Siccome il corpo umano è uu automa di una
compostissima costruzione, le Cui suste molto esercizio affatica, c molta quiete
rende piu inerii e rilassate: così V uomo nasce con una tendenza aJEazione in
certi tempi, ed iu certi altri tempi al riposo. Inoltre., siccome egli non è un
Dio da bastar sempre a sè solo, così abbisogna spesso del soccorso altrui anche
nell’ esercizio pieno delle sue forze; e provatolo utile, viene spinto a
desiderarlo ed a procacciarselo, Perciò volendo accoppiare il massimo di comodo
e di piacere cui minimo dr incomodo e di dolore, egli appetisce piò il soccorso
altrui che il proprio lavoro^ e il dominio uuito delle cose e delle persone più
che il dominio delle cose sole. Quindi scorsesi in generale 5 die l’AMOR
PROPRIO – GRICE ON BUTLER ON CONVERSATIONAL SELF-LOVE AND CONVERSATIONAL
OTHER-LOVE OR BENEVOLENCE -- d'òguì individuo trasportalo in società è un
centro dì attrazione che tende ad appropriarsi il maggior numero possibile di
beni e di servigi; e che Para or proprio d'ogni altro simile., per la stessa
ragione, tende dal cauto suo ad attirare a sè con egual forza i servigi di
tutti. Da dò deriva, come da sua prima fonte, Pamor delle ricchezze, del
potere, del comando e della riputazione, che serve alP uno e all’altro: e che
eziandio solletica piacevolmente la sensibilità e per la prospettiva dei
piaceri che prométte, e per una ripetuta testificazione c compiacenza della
perfezione che si possiede. Da ciò eziandio si vede quanto questi sentimenti
siano connaturali alla specie umana, 489, Per la qual cosa è chiaro quanto
l'uomo sia naturaimente amante solo di sè H. P. GRICE BUTLER CONVERSATIONAL
SELF-LOVE : e che per sè solo egli opera anche quando agisce a prò dT altrui,
benché di ciò egli por avventura non s’avvegga. È pur chiaro quanto il bisogno
sia necessario per indurlo ad operare a prò della colleganza; cosicché se
['istituzione della società fosse un oggetto rii mero arbitrio e non dì
necessità, non si sarebbe mai effettuata società alcuna, anzi non sarebbe mai
stata possibile. Il grande argomento adunque che rimane tuttavia a discutere si
è. fino a qual segno naturalmente l’uomo si presti al soccorso altrui, fino a
qual seguo egli aspiri a soddisfare le proprie brame, e fino a quando egli
rimanga inerte; e d onde finalmente si debba ripetere la cagione dell eccesso o
del difetto, o dell'aberrazione de’ suoi affetti e delle sue azioni. Delie
affezioni sociali virtuose* Loro origine, Se contempliamo i reali bisogni dell1
uomo, noi scopriamo cb essi sono veramente imperiosi; ma sentiamo del pari*,
cito sono pur anche assai limitati^ nè esservi uopo di molto a soddisfarli.
Ond’ è chef sollevato che sia l’uomo da tali bisogni, gli può rimanere ancora
grande spazio ad agire a prò d’altrui. Ma se oltre la sfera dei bisogni
cessasse nelPuomo ogni vincolo di dipendenza e d interesse co’ suoi simili,
come potrebbe egli concorrere al loro soccorso? Agirà egli senza motivi? Cessa,
è vero, un bisogno materiale; ma éòtteutrauo per buona ventura, e per legge
naturale a Uri bisogni morali torse assai più efficaci dei primi, e certamente
di più estesa utilità. Solleutra nelle sventure, nei dolori e nelle indigenze altrui
la compassione, la quale recando nello spettatore o nelPudilore,per
un’associazione di idee analoghe, ma acquisite, un senso penoso, lo spinge a
soccorrere l’afflitto per sollevare sè stesso dall’ ambascia. 494. Sottentra
all’ aspetto o alla rimembranza dell’ ingiuria altrui un senso comune di odio
essenzialmente annesso all’indole delle idee componenti il concetto
dell’ingiuria, che spinge alla comune vendetta, che io appello convendetta,
onde sfogare il senso di odio concepito, riducendo le cose all’eguaglianza
ingiustamente violata. 495. Sotteutra all’aggradevole sensazione di un bene
fattoci da taluno, o all’aspetto di un bene da taluno recato ad altri, o alla
rimembranza loro, un senso aggradevole o diretto o riflesso, o attuale o
ricordato, naturalmente connesso all’idea del piacere, il quale viene appellato
rispettivamente gratitudine o congratulazione ; e per una naturale associazione
d’idee rivolto verso l’autore del beneficio, prende anche forma di benevolenza.
Da siffatte cagioni e per simili modi naturalmente si estende, si perfeziona e
si sublima la socievolezza. Cosi quei sentimenti, ed altri molti da essi
derivanti per una reazione naturale e felice a prò dell’uomo, riproducono e
variano ed accoppiano in mille modi tutti i fenomeni delia virtuosa
sensibilità. Ond’è che, diretti dalla conoscenza dei principi! dell’ordine e
delle persone a cui si debbono riferire, moderati dai limiti che debbono avere,
assumono in complesso il nome di umanità, di cfc vita del genere umano, di
fdantropia. Tutti questi sentimenti sono più o meno attivi, più o meno
durevoli, a proporzione che sono più o meno forti e durevoli le loro cagioni.
Ecco come, anche cessati i primitivi bisogni umani, la natura supplisce alla
socialità colle leggi stesse dell’amor proprio di ognuno posto in esercizio
dalla sensibilità, mercè i vincoli e le associazioni delle acquisite attive
idee di piacere e di dolore. Non è necessaria molta penetrazione a riconoscere
che gl’ indicati sentimenti sono tanto naturali al cuor dell’ uomo socievole,
quanto Io sono i più concreti ed animali bisogni, mentre ciò risulta dalla loro
stessa esposizione. Si vede però eh’ essi non sono effetti nè di un sognato
sesto senso, nè di un oscuro istinto morale. Guai a colui che può dubitare
dell’esistenza di queste affezioni! Io non so se sia più da compiangere o da
detestare chi giunse a spegnerle. Egli può dirsi veramente aver sofferto iu
tutto il suo cuore una morte morale odiosa alla natura. Dell' intemperanza
morale. Quello che è più fatale alle nazioni si è, che senza il ministero dei
lumi viene talora a scemarsi la forza di questi sentimenti virtuosi, e fin
anche a soffocarsene il nascimento. Conciossiachè conviene sempre aver presente
eh’ essi propriamente non sorgono che da una restante porzione di quel
sentimento che sopravanza, per dir così, ad ogni uomo dopo di aver pensato a sè
stesso. Un uomo infatti preoccupato fortemente del solo proprio bene, uon può
prestarsi all’ altrui. Quegli che combatte coi flutti può egli essere mosso ad
accorrere alle grida degli altri naufraganti? Le affezioni sociali esigono
adunque almeno certi intervalli liberi dalle prepotenti passioni personali. Ma
le passioni fattizie usurpano nel cuore quella parte di sensibilità che l’uomo
volger dovrebbe a prò de’ suoi simili: e iucominciando dal renderlo duro e
freddo egoista, finiscono col renderlo ingiusto e scellerato. Ecco l’origine, i
progressi e i gradi della corruzione sociale. X fine di scorgere chiaramente
come ciò avvenga, ritorniamo ad esaminare in sè stessa la costituzione reale
dell’ uomo. Dalle cagioni di fatto universali e necessarie, esistenti nella
natura umana, noi deduciamo assai meglio e con più solida argomentazione non
solo l’esistenza dei naturali o necessairi effetti o buoni o cattivi, ma ci
viene inoltre concesso di prevenire i perniciosi e di preparare gli utili .
Questa dovrebb’ essere la prima scienza del legislatore e del politico, la
quale poi gradualmente dovrebbe discendere all’uomo della loro nazione e del
loro secolo. Solo in questa guisa eglino possono utilmente divisare ed operare.
Senza di questo metodo o si va brancolando fra le incertezze di un cieco
empirismo, o si dissipa il pensiero fra le chimere di un aereo idealismo; e
frattanto il bene delle società rimane avventurato al caso, o immolato agli
errori. Si è veduto come naturalmente l’uomo abbia bisogni reali, ed abbiamo
pur anche osservato quanto naturalmente egli eserciti le sociali virtù. Come
dunque con pari ragione egli aver può anche vizii sociali ? S egli non fosse
costrutto con altri organi che con quelli di un ostrica, ò chiaro eh egli non
avrebbe altro sentimento clic un oscuro e material senso di vita, nè altra
specie di bisogni che quelli della sua rozza macchina. Onde siccome quella è
condannata ad aprire ed a chiudere perpetuamente un guscio, a cercare alimento,
e a propagare la spceie: così 1 uomo sarebbe unicamente ristretto a tali
funzioni, benché fosse anche in mezzo a tutti gli oggetti di delizie e di
godimento. Egli quindi non sarebbe moralmente intemperante, nè farebbe mai guerra
a’ suoi simili per protervia, ma per solo bisogno. Limitato quindi nel male
alla pura necessità^ sarebbe moderato quand’anche recasse danno ad altri. Se
dunque l’uomo riesce cupido, astuto, intemperante, ciò deve avvenire in vigore
del principio stesso per cui egli è ragionevole, illuminato e sociale. Ciò
dev’essere un frutto di quelle facoltà e potenze stesse che formano la sua
perfezione, e la superiorità ch’egli gode sopra i bruti. Infatti, data la
possibilità che l’uomo possa conoscere ogni cosa, egli può pure, almeno in
astratto, desiderare ogni cosa. Quindi può desiderare anche ciò eh7 è oltre i
proprii bisogni reali, oltre le proprie forze, di altrui pertinenza o diritto,
e così contravvenire al dovere ed alla virtù. Quindi contemplato f uomo dal
canto della sola cognizione, egli può essere tanto più corrotto e vizioso,
quanto più estesa è la serie di quelle cognizioni che gl’ inspirano i desiderii
dannosi al suo simile. Ma se si riguarda la sola cognizione, può essere del
pari tanto più probo e tanto più virtuoso. 506. Egli è dunque V interesse che
lo determina a rivolgersi piuttosto ad una via che all’altra. Questo interesse
nasce dalle circostanze j e se queste circostanze sono universali, si debbono
ritrovare comuni alle società: e gli effetti che ne derivano debbono derivare
in ragion composta della natura dell’uomo e delle situazioni esterne. Ma se
tutti gli uomini, ancorché capaci di limitate cognizioni, non avessero altro
grado di società che quello dei Boschmanni, degl’irochesi, o d altri barbari
popoli, avrebbero del pari assai meno d’industria, d’invenzioni, di comodi, di
virtù, di scienze; ma avrebbero eziandio assai meno modi di cupidigia e di
corruzione, non tanto per ignorare variate e moltiplici combinazioni di reità,
quanto anche perchè queste propriamente non possono sopravvenire nell’uomo se
non dopo che sono soddisfatti i primi bisogni creati dalla natura, la
soddisfazione dei quali non solamente è lecita, ma altresì doverosa ed
irresistibile. D’onde viene, che la corruzione è una cosa del pari fattizia che
tarda nella società; e che nell infanzia di lei gli uomini possono essere bensì
ingiusti per ignoranza, e ciechi nella scelta del bene e del male: ma non sono
nè possono essere corrotti di cuore, nè malvagi per malizia ragionata. Ora
quali possono eglino essere in quest’epoca dell’ immaginazione^ seconda età
della società ? Veggiamolo. sfato r/torafe riporto affo v^mto ed al cuore delle
società nel perìodo della seconda età. 508. Non perdiamo di vista Tu omo di
fatto. In ogni società, segnala mente se è giunta a qualche progresso, mercè le
varie ed irresistibili combinazioni delle idee, parte delle quali deve
spontaneamente svolgersi in ognuno j e parte apprendersi ed imitarsi da altri,
le varietà e lo disuguaglianze di stato ira gl’individui debbono nascere
necessariamente e rendersi assai visibili, e produrre effetti e distinzioni
segnalatissime. Cosi se taluno ha dalla natura sortilo una felice disposizione
a combinare piu idee di un altro, per le ragioni fisiche clic si diranno
altrove; e che, coiti’ è ben naturale in quest'epoca, mercè lo stimolo dei
bisogni rivolga V ingegno suo a migliorare la sua fisica situazione; egli si
troverà in grado dJ inventare mezzi più numerosi, più facili e più utili di
provvedere alle proprie indigenze, od eziandio di procacciarsi fino ad un certo
seguo le comodità della vita* Ceco l'origine prima dello arti necessario e
alili alla specie umana t E ben naturale e giusto eh7 egli prima di chicchessia
profitti dei beni che ne ricaverà. Eccolo cosi, mercè V invenzione-, giunto in
situazione migliore di molti suoi simili, 509. Altri poi, mercè uno stimolo più
continuato, unito ad tm robusto temperamento, persìsterà nell' affaticarsi
sugli oggetti utili, ondo latrarne maggior prof Ito, di cui riterrà a
preferenza il possesso. Eccolo, mercé 1 industria, in miglior condizione di
molti infingardi, olG. Altri finalmente senza fi una u l'altra di siffatto
doti, giovato da un accidente le lice, si troverà nella situazione di
acquistare un maggior numero di boni di qualsiasi altro. Eccolo per fortuna
posto in uno italo più vantaggioso dì assai persone della stessa società.
All’opposto T infermità od altri casi inevitabili de] f or dine fisico ti
morale possono privare dei mezzi del benessere, già dapprima acquistati,
parecchi individui; ed eccoli posti al di sotto degli altri sopra rammemorali.
A questo si aggiunga una originale costituzione meno valida a lunghe fatiche,
onde, anche volendo, non si possa esercitare un' industria pan a quella di
molti altri; un’indole meno ingegnosa, meno inventiva, e quindi meno atta a
migliorare la sorte attuale; o finalmente la mancanza dogli stimoli eccitanti
all* invenzione o all’ industria: ed ecco una moltitudine d uomini in assai più
infelice condizione di parecchi loro compagni. Non fa bisogno provare che tanto
le uue quanto le altre cagiou agiscono in tutti i tempi, in tutti i luoghi, e
in tutti gli stadii della società. Àrdendo sempre nei petti umaui il desiderio
del benessere col minor incomodo possibile, e rendendosi palesi nelle società
queste differenze, si potrà egli evitare ch’esse nei più malagiati non eccitino
l’invidia, la cupidigia, e l’amore del loro acquisto? Supponiamo che in taluni
questi sentimenti possano limitarsi ad una tacita e non intraprendente passione,
e che in alcuni altri si restringano ad una emulazione lodevole: potremmo noi
riprometterci che in questo periodo una silialta moderazione si estenda a
molti? Consideriamo attentamente tutte le circostanze. Qui la società è assai
imperfetta dal canto della sua pubblica costituzione: tutto al più non veggiamo
che un governo di famiglia foudato piuttosto sull’ uso e su vincoli volontarii,
che su formali regolamenti sanzionati colle leggi, ed assodati dalla forza
comune. Quindi o le società sono piccolissime, e ad un tempo stesso
gl’individui sono assai indipendenti; ovverameute esse sono adunameuti
fortuiti, i cui membri sono collegati fra loro per condizioni eguali suggerite
dal bisogno, o da altre avventizie ed auche strane occasioni. In secondo luogo
in questo periodo, in cui per la legge delle gradazioni la società è aucor
vicina all’epoca della più macchinale sensualità; non possono gli uomini avere
acquistata idea veruna dell 'ordine morale, dei diritti, dei doveri, della
giustizia. Queste sono nozioni troppo astratte, troppo complicate. La legge
insuperabile delle al finità logiche sarebbe altrimenti violata; e d’altronde,
per la immutabile costituzione propria alla verità, essa non può esistere che
in una sola combinazione delle cognizioni intorno ai rapporti delle cose. Come
adunque nell assoluta ignoranza delle regole della giustizia potrebbero gli
uomini per un giudicio di relazione conformarsi a loro ? Vero è che esistono in
natura i sentimenti preordinati, che spingono all’equità ed alla virtù sociale.
Ma come in quest’epoca la più parte degli uomini vi potrebbe prestare
ubbidienza? Spinti dai bisogni assoluti, coi quali una mal agiata situazione
cinge e stimola incessantemente la loro sensibilità: o almeno eccitati mercè il
paragone del miglior essere altrui; incominciando a sentire il pungolo dei
bisogni relativi 5 cui l’intemperanza umana accoglie ed estende sterminatamente
in tutte le successive età: senza un freno esterno sostenuto da una forza umana
superiore che ne bilanci la violenza colla minaccia di una certa pena; senza la
tema interna di una sanzione invisibile, onnipotente ed i uìti: ii SEzmm: ri
capo \\\. inevitabile. clic spaventi f ingiustizia; senza Y abitudine d?uua
felice e moderala e due azione die modelli e diriga in una guisa conforme
aU*ordiue sociale i moli del cuore 5 con una gagliarda fantasia, che esagera !'
importanza di uu oggetto utile 0 piacevolone per conseguenza colla massima
violenta delie passioni operanti con tu Uà Ja naturale loro impetuosità; come
mai Je volontà non dovranno per un* assoluta, imperiosa od evidente morali;
necessità essere tratte a norma degli stimoli della cupidigia? I,a moderazione
e lenità qui sarebbero un fenomeno assurdo, un rovesciarne uto di tulle le
leggi della natura morale. Infatti una voIonLà eoi più violenti impulsi da una
parte, e senza nessun treno contrario che In rafctenesse dall1 altra,, se
agisse da quel lato dal quale mancano i motivi, sarebbe un vero assurdo morale.
Quindi è Inevitabile clic tutti coloro che per difetto d'ingegno, \V industria
e per infingardaggine si trovano mal acconci ai pacifici lavori delie arti, e
che sono insofferenti dogin occupazione, in forza della cupidigia e
dell’Inerzia che li spinge a voler ottenere 1 beni colla minor fatica
possìbile; è inevitabile, dico, ohe non solo aspirino alfa equi sto degli
oggetti utili, di cui veggono abbondare gli al Lei, ma eziandio per quel
carattere rozzo, non educalo, e che non conosce nè riguardi né modi indiretti,
ed è proprio di tutte siffatte societàeh leggano direttamente ai più agiati
possessori delle; cose utili 0 tutto o parte di esse, 0 assolutamente le
invadano per arrogarsele colla forza. E ben naturalo dall* altra parte, che per
quella premura in-gemia in ogni nomo dì con servare ciò che gli ù caro c ciò che
gli è costato fatica ed industria, i possessori neghino di cedere di buona
voglia gli oggeLU dei loro benessere, uè soffrano in pace di vedersene privati.
Ecco quindi da una parte, la violenza, la rapina, il ladroneggio; dall* altra
la resistenza, la rivendicazione. Ecco la guerra Lanto dì offesa, quanto di
difesa; la rappresaglia. Il saccheggio ilei viveri, delle vestì, dei bestiami,
dolio donne, c di ogni bene infine alto a procurarci sostentamento o ditello*
ha vendétta nasce ad un tempo stesso tanto dalla parte degli usurpatori, quanto
dei difensori, con tutta la violenza nel suo sentimento, con tutta la ferocia
nel suo esercizio, con tutta V estensione ut? suoi effetti, e colla massima
pertinacia nella durata e nella riproduzione. Ecco una seconda cagione di
guerra incessante: ecco Y origine dell5 indole feroce, brutali a, sanguinaria,
vendicativa ili quest" epoca. Ciò non r tulio, lina sorte favorevole, una
maggiore robustezza, 0 conto altre cagioni rendono . per qualche tratto almeno,
vincitore uu uomo, o una famiglia, o una banda di collegati. La sperienza
dimostra che l’offeso ritorna a molestare. Quindi la naturale antivedeva, od
anche un assoluto sentimento di orgoglio e di domiuio troppo naturale,
suggerisce di porre l’avversario nell’ impotenza di più reagire, quando non lo
si voglia privare di vita. Ed ecco nata la schiavitù personale. ])a essa 1
uomo, per quella naturai legge già accennala di procurarsi la so ddisfazione
dei bisogni o il godimento dei piaceri col minor incomodo possibile, non tarderà
a ritrarre profitto, e quindi a farsi servire dal fatto schiavo ; ed ecco il
despotismo della forza da una parte, e la servitù forzata dall’altra. Molti
fatti cosi ripetuti, il vedere la superiorità della forza e del coraggio essere
cagioni all’acquisto dei beni, del potere, del comando, ed inspirar terrore e
rispetto, è ben naturale che debbano eccitare la stima verso siffatte cose, in
vista di tutti i vaula^^i che ne derivano. L noto che la sorgente e la misura
della stima deriva dalla sentita utilità. Ecco l’origine àe\Y opinione pubblica
in quest’epoca. Essa deve apprezzare e lodare sovra ogni altra cosa la forza ed
il coraggio, e disprezzare e biasimare la fievolezza ed il timore, sì pella
ragione indicata, sì perchè mancaudo generalmente le nozioni di giustizia e di
diritto, od essendo assai imperfettamente conosciute, e di nessuna conseguenza
pratica per il reale comun bene, uon danno adito a diffidare della falsità
della comune maniera di pensare. Prescindendo dalla cognizione dei principii
della morale, io non veggo per quale diritto le culte società nell’ apprezzare
cotanto ed in guisa assoluta le grandi ricchezze, e tutti i contrassegni che vi
hanuo relazione, si debbano in buona morale filosofia riguardare come superiori
alle barbare nazioni nell’ apprezzare la forza ed il coraggio. Il solo
appetito, il solo interesse detta tanto nell’uno quanto nell’altro stato i
giudicii pubblici. Anzi ardisco dire che in una società, ove sopra ogni altra
cosa si apprezzano i beni di fortuna, gl’interessi sono dissociati, le virtuose
affezioni o languide o sbandite, e la vera pubblica opinione spenta. Ma
ritornando all’epoca che esaminiamo, in forza degli annoverati stimoli ne verrà
che per inspirare stima ad altri, e per conciliarsi i comuni applausi e la sociale
ammirazione, si ecciterà nel cuore la brama di dare tutte quelle esterne
dimostrazioni, le quali possano ingerire o conservare l’opinione della forza e
del coraggio, e allontanare ogni sospetto di fiacchezza e di timore. Per la
qual cosa accadrà che, anche senz’altro bisogno che quello di aver fama ed
applausi, molli si occuperanno a dar prove di valore, di coraggio, di
gagliardia. Per lo stesso motivo la circospezione, la prudenza, P artificio (
nell’opinione di quelle menti grossolane, le quali non possono penetrare più
addentro della prima superficie esterna delle cose, e non hanno idee di ordine
morale alcuno) appariranno irresolutezze derivanti da timore: per tal ragione
saranno generalmente disprezzate, biasimate, infamanti. Per lo contrario una
certa protervia, un’aperta e diretta manifestazione delle proprie idee, della
propria volontà, della propria condotta, verrà lodata, esaltata ed onorata. A
ciò aggiungasi altresì la rozza situazione dello spirito, incapace di molte
combinazioni, e per non esercitata pieghevolezza non abituato a studiare
raggiri, dissimulazioni, riguardi, cui d’altronde le resistenze non mettono in
necessità di praticare; e si scorgerà come l’astuzia, la cautela, la
dissimulazione non possano in questa età essere comunemente praticate, ma
nemmeno conosciute, ed anzi per lo contrario positivamente infamate (ved.
Plutarco). Ecco Porigine di quella schiettezza, lealtà, franchezza, semplicità,
buona fede, che si videro in quei secoli, e che in un’epoca simile di barbarie
ritornala ebbero vanto in Europa, e dovettero essere onorate, apprezzate, ed
encomiate. Ecco altresì come la natura prepara sotto P inviluppo della rozzezza
tutta la composizione di quelle virtù che dappoi formar debbono il cemento
della civile società, un pregio onorevole degl’individui umani, una nobile
sublimità dell’indole loro. Così nei seno della terra, frammisti a vili
materie, si tesoreggiano nelle miniere quei lucidi metalli e quelle preziose
gemme, le quali, disceverale col ma¬ gistero dell’arte, dovranno formare un
ornamento alle suppellettili dell’opulenza, del culto e della suprema podestà.
Un mezzo certo, onde scoprire ed apprezzare quale sia la sentita morale
speculativa e pratica di una società, sarà sempre di rilevare quali oggetti
vengano apprezzati o negletti o disprezzati da lei. L’opinione pubblica sjlrà
eternamente Punico, naturale e non fallace segno dei sentimenti pràtici d’ogni
nazione. Dalle riflessioni fatte sin qui, corroborate dalla storia di tutti i
popoli posti in quel periodo in cui ora li esaminiamo, si deduce che, oltre i
caratteri sovra ricordati, si verifica in essi una greve ignoranza, una
leggiera credulità, una mobile incostanza, una insolente arroganza nelle cose
prospere, un vile abbattimento nelle avverse, un’improvida condotta nelle
deliberazioni e nei regolamenti, un disordinato regime in tutte le passioni: ed
in fine P incapacità di ravvisare le cose nel loro vero aspetto, di combinarne
molte dal canto in cui si conciliano scambievolmente, di connetterle in guisa
sistematica, onde comunicare una certa conseguenza stabile alla condotta. E
cliiaro altresi, che tutti questi cileni derivano da animi spinti da tutta la
forza delle passioui, senza il contrapposto di sentiti interessi che li
risospingano all’ordine della giustizia e della virtù. 529. In tale stalo potrà
giammai un popolo, non dico giudicare rettamente delle materie morali, ma
nemmeno andarne ricercando convenienti istruzioni? Come giudicare e sentire
giusta una norma che ripugna a tulli gl’ interessi ed a tutti i sentimenti
attuali ? D’altronde le idee della morale sono di un genere astratto e
generale, e di rapporti complicati; e, quel eh’ è più, di un genere del tutto
relativo ad una regola immutabile, suprema ed unica della legislatrice natura.
Ond’è, che per la ragione medesima per cui le menti degli uomini, quali si
trovano in quest’epoca, si dovevano prima gradualmente preparare, onde porsi iu
grado di ricevere a suo tempo le opportune istruzioni scientifiche di qualsiasi
genere ; per la stessa ragione si debbono preparare onde ricevere quelle della
morale, e riceverle non per semplice cieca credenza, ma per dimostrazione che
produca un’efficace ed intima persuasione. La inorale infatti, sotto il
rapporto del giudicio, altro non è che una scienza, ed una delle più vaste ed
astratte. 530. Per la qual cosa il Pubblico in quest’epoca dell 'immaginazione^
massimamente nei tempi più vicini al regno dei sensi, non può essere peranche
acconcio alla passiva istruzione della morale, ed anzi all’opposto è tuttavia
rimotissimo dall’ averne la capacità. Articolo Vili. Continuazione dell’
Articolo precedente. Esame di quel tratto dell’ età dell’ immaginazione che piu
si avvicina alla ragionevolezza civile. 531. Più addietro, nel carattere morale
delle nazioni dentro l’epoca dell’ immaginazione abbiamo distinto due tratti di
un’indole assai differente 5 bencliè per continuala progressione fra di loro
connessi: l’uno dei quali si risente della vicinanza del regno dei sensi, con
cui confiua per un estremo, ritenendone molte affinità; e l’altro partecipa
della vicinanza dell’età della ragione, verso la quale per l’altro estremo si
avanza. Ora rapporto al primo tratto io credo di aver detto quanto basta al mio
istituto. 532. Del secondo dirò alcun che sotto i rapporti dell’argomento da noi
qui contemplato. Per la qual cosa converrà accennare in succinto il carattere
dello spirito e del cuore umano in questo progresso, c indirare la maniera
eolia i piale venga effettualo in natura mercè 1' anione composi^ delPaLLivHà
delle passioni e della forza (F inerzia dirètta dalla legge iella contai ni Là.
Converrà poi dedurre qual grado di capacita una nazione possegga a ricevere i
lumi tic IP istruzione relativi allo stalo ubico della verità. Nel primo tratto
più vicino all* impero dei soli sensi, invece di trovare nelle menti umano
quella metafìsica in cui consiste la ragioneoolezz^ì ermi e abbiamo detto
altrove., vi abbiamo trovato un ordine d’idee parte interamente sensuali e
parte imperfettamente astraLlc, cioè a dire che erano tuttavia assai aggravate
dalle spoglie concrete., fra cui in oriè io e le Idee astratte stanno ravvolto.
La povertà del linguaggio doveva fare annettere molte ideo alto stesso
vocabolo, e quindi nozioni assai confuse e vaghe allo stesso discorso, I)’
altronde, siccome la generazione naturale delle idee astratte e generali
imporla eli esse vengano formate dall’attenzione t come si è veduto, e debbano
essere necessariamente tratte dalle idee concrete: cosi anche per quella
necessaria legge di continuità che regge le lorze dell'attenzione, e che è
propria della natura umana, esse non potevano se non mercè lente gradazioni
essere dedotte. 535. Così avvenir doveva che qui t fantasmi dovevano tener
luogo di idee astratta ; i bizzarri accozzameli LÌ tener luogo di idee
generali; e le Casuali combinazioni tener luogo di raziocinio; in una parola,
la sola fantasia in quel primo tratto tenero il luogo delia ragioneLoco la
metafisica delle nazioni nel primo tratto di questa età. Da ciò solamente si
poteva scorgere quale esser dovesse tutta la scienza del popoli intorno a
qualsiasi genere, C per verità, che cosa e propriamente la sana metàfìsica, se
non che V espressione dei rapporti comuni ossia generali dei fatti del mondo
hsico e del mondo morale - attesa la limitazióne umana. Io spirito non può
veramente conoscere o ragionare sulle cose se non padroneggiando questi
rapporti: e se non ptm padroneggiarli se non col renderli generali ( giusta
quanto si è discorso piu sopra)* come potrà egli possedere scienza alcuna senza
la metafisica l Inoltre, prescindendo dal contemplare i fatti, ossia la realità
delle cose, 1 uomo si gcLta nell' immaginario e nei chimerico. Come dunque
potrà possedere una solida metafìsica senza prenderli in considerazione ?
finalmente lordine fìsico p V ordine morato, oltre gli oggetti che compongono
la natura., e gf individui che compongono la nostra specie, possono eglino
racchiuderne d'altre maniere? Ed, olire siffatti oggetti, V Ha egli altra
specie di esseri esistenti conosciuti dall'uomo? Può egli qui adì esistere
altra specie di rapporti, die quella eli' è fondata su di essi ? Può adunque
esistere altra scienza ^ che quella che tersa intorno ad essi ? La vera
metafisica adunque è la espressione la più elevala di tulio lo scibile umano:
essa è un estratto piu sublimato della ter a scienza, e per conseguenza V unico
punto da cu! la mente umana veramente possa scorgere lo connessioni più ampie
dello cose. Perciò essa nel tracciare l’albero delle scienze devo essere h
madre e V ordinatrice di tutta la loro logica genealogia; mercè di essa sola si
possono esattamente tessere le origini e lo procedenze di tutte le cognizioni
D'altronde, però è chiaro, che so nella esposizione loro essa forma Io spirito
architetto ed ordinatore, ed è la prima scienza che si deve supporre: per lo
contrario nella generazione di fatto delle coedizioni, quale avviene nelle
menti umane, deve per ciò stesso essere 1 ultima a scoprirsi ed acquistarsi.
Per la qual cosa si scorgo chiara la ragione per cui quelle scienze nelle quali
essa esercita un più vasto dominio, le quali appunto sono le più vaste, le più
complicate e le più utili al genere umano; come, a ragion d’esempio, le scienze
del diruto, dei cosLumi, della legislazione, elei governi, e quella eziandio
delle più universali leggi del mondo fisico, debbano necessariameute riuscire
le ni Lime ad essere scoperte ed intese nella loro vera estensione, e le ultime
altresi ad essere apprese per modo di semplice passiva istruzione., e che fanno
ordina riamente presupporre una più provetta età. Ciò è del tutto naturale.
Imperocché, prescindendo anche dalle leggi dell' inerzia e dai molivi,
ùiì^attenilone^ che non ispiu gemo giammài per salto allo più ardue e laUcose
operazioni ed attenendoci a contemplare quella graduate c. preventiva serie di
cognizioni assolutamente necessarie alla mera loro intelligenza, e ritenendo ì
ordine successivo e ristretto cui lo spirito umano limitatissimo è forzato di
osservare; J 1 acciaino sentire questa importante distinzione, mercé di cui si
dimostra che cosa si racchiuda di vero in quelle opinioni die suppongono gli
uomini essere in ogni tempo conoscitori della legge naturale; e si fa sentire,
eoe a motivo solo di idee confuse e di un precipitoso passaggio alle
conseguenze si è stabilita una tesi che non era il legittimo ri su Ita mento
dei latti O’ dei principi l su cui riposava, 1W T, M5, Misi dica: non ò egli
vero die buoni o è un essere prima di divenire essere intelligente* Non è egli
vero che* a odi e dola tu JT intelligenza, non agisce die a norma delle idee di
cui r fornito? Cln: queste idee presentando Valile o il danno alla menta, e
stimolando il ctioiv col piacere o col dolore, lo pongono in esercizio a norma
della /oro diversa forza? Ciò posto, se confrontiamo I’ uomo provetto coti
altri esecri senzienti. o coll' nomo stesso bambino o del lutto selvaggio, che
cesa risulta da questo paragone sul punto della moralità? Affinché questo
paragone riesca più istruttivo, e la venta venga esattamente circoscritta e
fedelmente lumeggiata in tutti ì tratti cliilli riveste 5 r mestieri tessero
questo paragone sotto due rapporti s : cioi fi d'uopo riferire prima il nostro
soggetto alla facoltà di vedere speculativamente le cose; indi riferirlo alla
facoltà di volere e di agire a nomili degli impulsi ricevuti, e quindi avvicendarlo
al sistema realmente eseguito dalla natura. Cosi dapprima ravviseremo la
notìzia della morde et della mancanza di lei nell’umana cognizione ; quindi
1’efficacia della medesima monde, e V efficacia di altri impiliti, in mancanza
della di lei r&òtizi&f sul fumana volontà; c per ultimo la direzione
seguita dallWie sotto gl’ impulsi dell’ordine naturale, I bambini e i bruti li
a ano una forza esecutiva della loro to* looLà al pari di quella ddtòiomo
dotato di ragionevolezza, 1/ ostrica ini' mobile nell'arena, e che altro non fa
se non die aprire et chiuderò il suo guscio* fa ciò che vuole. Questa volontà ù
determinata da una semaio nc? die ò quella della farne. La sua forza-} in
quanto non viene eslerioo mente impedita (e che è perciò libera:-) * v dotata
di libertà. (j, 54D* Gli altri bruii hanno una stura piu estesa di azioni, por
dii hanno organi piu complicati; tanto sensitivi, quanto esecutivi. Come
.suscettibili di un maggior numero e di una più estesa varietà di moviairuli5
sono capaci di trasmettere all'anima più numerose e più variate sensazioni ;
quindi somministrano alla volontà più numerosi e variali pn uccn e dolori,
ossia motivi dì volizione ; quindi più numerose e variate determinazioni c
scolte: finalmente agli organi esecutivi le volizioni l rasiti Atono più
numerosi e variati movimenti, i quali a proporzione poi della loro rispettiva
stmlUira e forza variano, moltiplicano * e rendono più 0 meno energici i
medesimi movimenti. Cosi co usi durando questo llJ quanto non incontrano
ostacolo, uè vengono impedite nei loro impTiUL sì possono chiamar libere. Giù
nonpertanto la legge fondamentale ri eli -azione dell ostrica e di quella della
sciinia è perfettamente la medesima; i mezzi e i modi soli variano di specie e
di numero. NeH’uomo, essere misto, cioè a dire risultante dall’ unione di una
ceri’ anima con un certo corpo, sotto di un rapporto non si cangia nè si può
caugiare questa legge fondamentale. Egli dai canto della moltiplicità e della
varietà degli organi esecutivi è assai meno superiore alla scimia, di quello
che la scimia lo sia all’ ostrica. Ma egli ha una facoltà che lo distingue da
tutti i bruti siffattamente, che esclude qualsiasi paragone. Dal polipo alla
scimia evviuna scala di gradazioni di sensibilità e di azioni volitive ed esecutive,
la quale in vero è assai estesa; ma in sì lunga serie di gradazioni per nulla
si riscontra la capacità di tessere tutti i gradi delle astrazioni, tutte le
composizioni delle nozioni e delle categorie generali; in breve, nulla che
costituisca la ragionevolezza . Per lei P uomo è costituito nel carattere di
essere intelligente ; carattere da lui goduto esclusivamente al di sopra dei
bruti. Le sue facoltà mentali, e l’ organizzazione per cui può divenir tale,
costituiscono realmente ciò che appellasi perfettibilità. Ora l’uomo senza
l’uso dei segni potrebbe mai riuscire a ciò? L’uomo non giunge a questa
elevazione se non per un graduale avanzamento eseguito durante l’ infanzia,
epoca che dalla nascita si estende sino alla fanciullezza, la quale, rapporto alle
facoltà mentali, riesce più o meno lunga nei varii individui a proporzione che
l’organizzazione interna e le esterne circostanze sono più o meno favorevoli
allo sviluppamene; e siccome del pari la ragionevolezza si svolge gradatamente
mercè la scomposizione ossia l’atteuzioue parziale sulle idee semplici,
aggruppate e raccomandate ai segni, e di nuovo poi accozzate, divise e
paragonate in altre mille svariate maniere; così fra l’uomo essere senziente c
1 uomo essere intelligente non si frappone un’ essenziale differenza^ ma
soltanto una differenza, dirò così, di preparazione e di lavoro di quelle
stesse idee e di quelle stesse affezioni cui egli ebbe ed ha tuttavia come
essere senziente ; diflerenza però importantissima, e che lo rende capace a
fare ed a pensare ciò che tutti i bruti dell’universo non potrebbero. ooh. Ma
ognuno accorda che l’uomo come essere puramente senziente^ ed allorquando si
trova, per dir così, ancor tutto ravvolto entro la crassa atmosfera delle idee
sensuali, non è superiore ai bruti; e (parlando al proposito della moralità)
uon è suscettibile nè di inerito nè di demerito, uè di premio nè di pena. Ma
perchè ciò? Perchè non è peranche ragionevole. Quando adunque nell’ infanzia
egli è mansueto, compassionevole: quando nello stalo puramente selvaggio i
genitori nutrono i figli, i figli accarezzano i padri: quando non rubano, non
ammazzano, uon pongono legami alla libertà altrui: non sono, a parlare
esattamente, agenti morali, cioè capaci di merito e di demerito, di virtù e di
vizio, di probità e di delitto, di premio e di pena. Eglino agiscono bensì a
norma della morale, ossia della legge naturale, ma uon la conoscono. Sono
allora simili ad un cieco, che brancolando passeggia le strade senza vederle.
Ma per qual legge l’uomo fa egli tutto questo? Per quella del piacere e del
dolore ch’egli ha sentito e sente, ch’egli rammenta e ch’egli prova, che le
circostanze esterne hanno associato nella sua memoria. In breve, ella è la sola
sentimentale utilità il motore e la causa di tutto questo. Ciò non si chiama
certamente aver idee di doveri, di diritti . di giusto e d’ ingiusto, di onesto
e di turpe, di lecito e d’ illecito. I ulte sono idee astratte, e relative ad
una regola; e questa regola non è conosciuta da lui, che non ha idee astratte di
sorte alcuna. 557. Che se perchè la natura lo ha preordinato in guisa, che
debba così sentire ed operare a fronte delle circostanze, dir si dovesse eh’
egli opera per un sesto senso, o per un istinto ; dire pur si dovrebbe, che in
forza di un sesto senso e d’un istinto egli scappa quando vede un uomo che lo
ha bastonato, si rallegra quando rivede un cibo altra volta aggradito, fugge da
un pericolo perchè gli rammenta passate cadute; e così dei resto. 558. L’unico
istinto è V amore al piacere e Yodio al dolore. L unico sesto senso è la
preformazione organica di tutti i sensi umani, per cm tutti essendo formati io
genere d’una sola maniera, è loro inevitabile il sentire tutti certi bisogni e
certe soddisfazioni . certi dolori e certi piaceri, in simili circostanze e
alle stesse epoche, e in certi gradi pressoché uguali. 559. Ma per qual motivo
godendo l’uomo dell’attuale ragionevole za, diviene egli un agente morale. J
Perchè in tale situazione raziocinando, e paragonando il presente col passato,
le idee generali fra loro e gli effetti colle loro cagioni, egli può conoscere
nelle diverse circostanze i rapporti che gli può somministrare il bene o il
male; egli può antivedere le conseguenze d’una propria azione: può discernere
il bene apparente dal bene reale; e perciò può determinarsi in vista di un
maggior bene antiveduto, e resistere alle sollecitazioni d’un utile presente e
di mera apparenza: la qual cosa far non può sotto l’impero di una sensualità
schiava delle sole idee fortuite . sia attuali, sia passale, accozzate in luì
dalie esterne circostanze, e dall1 azione degli oggetti esterni. Mercè di
questa sublime cognizione si erige mi regno proprio 5 per dir cosi, deli’ uomo
interiore, oye la volontà dirige i suoi decreti e le sue operazioni per impulsi
nati da interne e libera combinazioni. uOO, l udire, mercè la intelligenza e la
ragionevolezza può venire scoprendo che le regole delle sue azioni sono
espressioni della volontà d’ un Knte supremo e che alla sanzione annessa all*
ordine naturale si aggiungo uq’ altra sanzione di supplemento decretata dalla
di luì provvidenza. Fu vista quindi di essa l’uomo può vie meglio dirìgere la
sua condotta sopra una traccia diversa da quella dei nudi appetiti. 5G-L
Finalmente, mercè la intemgetiza * può essere capace dT intendere il senso
d’nua minaccia o dT ima proméssa annessa dall* uomo a certe azioni: e quindi,
in conseguenza dd timore e della speranza prodotti dalle istituzioni umano,
determinare le suo azioni In una guisa diversa da quella dd soli sensibili e
preseulanei appetiti. Ma se non avesse intelligenza come potrebbe in tendere il
significato delle leggi ! come antivederne le conseguenza 7 come applicarle
allo sua azioni, e Jeru e nonna ad esse? Come potrebbe adunque essere
meritevole d’ un premiò, cui non assunse uè potè assumer mai come inoltro delle
sue azioni? come essere soggetto ad uua pena, cui non potè nò temete nò
conoscere? 5U2. In forza dunque dell1 intelligenza diviene un agente morale.,
un agente capace dì merito c di demeritò, di premio e di pena ridia maniera
sovra indicata. 1? intelligenza o ragionevolezza lo costituisce tale, c lo
assoggetta ad un genere d5 impulsi Leu diversi da quelli dd sdo èssere seni
tenie* Ma la morula naturale altro non è veramente che il sistema delle regole
che debbono servire di norma alle azioni libere dell' uomo. La parti’ puramente
precettiva-) ossia prescrivente le tali e tali azioni, è, per dir così, una
serie rii tracce segnale dalla naturo qual sentieri clic r nomo deve percorrere
nulla vita. 50ò, La parte poi persuasiva., o movente* altro nou è die il
sistema ilei motivi die la natura annette allo azioni medesime.,! quali altro
con sono che il piacere o il dolore, l1 utile o il danno che deriva all' nomo
in conseguenza dsiresecuziouo o deirom missione di alcuni suoi alti liberi.
Dunque il conoscere la morale è lo stesso che conoscere siila Ile regole e i
loro motivi. Ma se per uno stimolo fortuito di sensibilità, nato dalle
circnstauze, egli percorresse le tracce medesime die la natura segnò, ne
verrebbe egli perciò che ne avesse letto il Codice legislativo, e ne couoscesse
gli articoli ? L’uomo adunque in quest’epoca può essere un agente morale 5 e
non conoscere la morale; agire a norma delle regole della morale, o violarle,
senza pur conoscerle. 5G8. Dunque conviene distiuguere nell’uomo tre distinte
situazioni. La prima, di essere non morale, cioè non avente ragionevolezza, e
non determinante sè stesso iu forza di riflettuti motivi tratti dal proprio
fondo, come souo appunto i fanciulli e i selvaggi più abbrutiti. La seconda, di
essere morale, ma ignorante le regole astratte dei proprii doveri, e i freni
speculativi delle proprie passioni, annessi a queste regole: che tuttavia
provando in pratica le buone e cattive conseguenze della sua condotta, come
sono appunto gli uomini nella prima barbarie e nell’epoca dell’ immaginazione,
agisce a norma dell’ utile più diretto. La terza, di essere morale, e istrutto
delle regole de’ suoi doveri c delle sanzioni della natura, com’è appunto
l’uomo sotto la istruzione delle leggi civili, delle leggi religiose e della
coltura. Allora prima di agire conosce la carta, dirò così, del paese che la
sua libertà deve abitare, e le vie eh ella deve percorrere per giungere al suo
meglio: allora egli riesce giusto o ingiusto, in quanto si conforma o si
dilunga dalla norma fissata. 5G9. Ma siccome iu tutti questi tre stati 1’ unica
susta che dirige l’uomo è l’ amore alla felicita; siccome gli stimoli
eccitatori sono il pia cere e il dolore; così in quelli egli non diversifica il
fine, ma i soli mezzi per giungervi. Egli è sempremai spinto dalla medesima
forza . Merce di questa forza, diretta dallo sviluppo successivo delle sue
facoltà, egli è avviato verso la cognizione delle regole. E mercè la cognizione
di queste regole egli poi diviene culto e sociale. Perche la cognizione delle
vere regole speculative della morale debba essere assai tarda, e difficile a
scoprirsi nelle popolazioni. Dal fin qui detto non si ravvisa ancora
distintamente la dimostrazione della proposizione di fallo da me esposta, che
iu quest’epoca di barbarie più vicina alla selvatichezza non possono le
popolazioni avere peranche la cognizione delle vere regole speculative della
morale. Ora, per convincere altrui di questa verità, trovo espediente di
applicare a questo particolare lo stesso metodo che mi sono proposto di sc i
8s;ì "aire per rapporto a tulio II complesso delle verità che riguardauo
hi soluzione del quesito* Cosi propongo brevemente di accennavo che cosa debba
far Idioma per conoscere le regole teoretiche della morale. D'onde emergerà se
le popolazioni possano o no in quella dà giungere alla cognizione di si falle
regole. Ciò diviene importarne a fi cole di una vol^ave opinione, la quale fa
riguardare la provincia della morale come quella sulla quale gli uomini in complesso,
o a dir meglio il Pubblico sembra arrogarsi una piu speciale competenza di
giudieu*, come alLrovc si h veduto, e sulla quale potrebbe precipuamente cader
dubbio che il giudieio del Pubblico s’abbia a tenere al maggior grado possibile
qual criterio, di ver Uh, Che debba fare L'uomo per discoprire le regate f tpec
illative della morale. Osservare gli uomini ed i loro rapporti interni ed
esterni, lau\o da uomo a uomo, quanto colla natura, in quanto producono il bene
o il male dipo udentemente dall' attività delle loro azioni libere ; rilevare
prima le complesse e concrete circostanze particolari; ricavar poscia le
astratte simili., meno complesso e generali; indagare le cagioni da cui nascono
e gl’effetti che producono; collocai duomo in diverse categorie contemplandone
le qualità ed i bisogni merce di piu semplificale astrazioni, e a d it li tempo
s t ess o abbraccia re una si era piu ai np iu . dove appariscano le differenti
circostanze; riportare le relazioni di latto ad un centro comune, qual è il conseguirne
ntu del bene e del male; nidi dedurre quali diritti egli abbia e quali doveri
ne nascano: e ad un tempo stesso dal conflitto delle circostanze Inevitabili ed
irreiormaLUi dall umano potere dedurre i motivi eccitatori delta volontà che
tende alla felicità; ècco in compendio la più risi retta e generale espressione
dei doveri logici, ossia del metodo onde osservare in morale e trarne le regole
tcoroi ielle di direzione, ed ì motivi naturali efficaci a porle in pratica. Ma
quante cure e quante cautele l1 esecuzione di sii latte cose reca mai seco ed
esige dal contemplatóre a line di cogliere la verità! h* dopo ciò, quanto
imperfetti no debbono Urti avia riuscire i risultameli li l h Come lutano debba
procedere nello scoprire i primi generali fondujnen li della morale. Supponiamo
che le molteplici osservazioni d \ fatto siano conipiu te, c diamo un semplice
saggio di quello che rimane a lare dappoi Se ci trasportiamo alla categoria più
semplice e più universale. (Tonde lo sguardo abbraccia tutto il genere umano,
ne ravvisiamo, è vero. gT individui sotto il più uniforme ed unico aspetto; ma.
come beo si vede, egli è il più rimoto dallo stalo loro reale. Colà se
prescindiamo, come esige la semplicità, da qualunque stato o sociale o
selvaggio, noi tronchiamo dal concetto una differenza . la quale è pur cotanto
feconda di diritti, di doveri, di virtù e di perfezione.Se poi passiamo a
rivestire gT individui del carattere sociale, la contemplazione diviene meno
generale., e la nozione meno semplice. Ella non abbraccia più l’altra
circostanza di fatto degli uomini selvaggi; o, a dir meglio, questa nuova
differenza non si concilia più coi caratteri comuni anche agli uomini selvaggi.
Quindi le regole che ne nascono non convengono che ad una sola parte del genere
umano. Viceversa le regole che prima nascevano nella superiore universale
categoria uon bastano nè servono completamente all’uomo posto in società.
Dunque trasportandole così nude, vale a dire senza la dovuta aggiunta delle
circostanze sociali, riescono impraticabili in società, ed anzi di un uso
nocivo. Conciossiachè ciò clie deve e ciò che è lecito all’uomo fuori di
società onde procurare il suo benessere, non è tutto lecito all’uomo sociale
onde procacciarsi il suo; e così viceversa. Ma anche nella considerazione dello
stalo sociale, contemplato nel senso più astratto e generale, non si comprende
peranche la circostanza dei Governi, ossia delle società politiche. Laonde le
regole morali risultanti dai rapporti delle società non politiche, sia riguardo
a tutto il corpo, sia riguardo ai singolari individui, non sono applicabili
tulle come stanno alle società dirette da una sovranità; e così viceversa. 578.
Ma siccome anche nelle politiche società ogni individuo, oa dir meglio molti
individui separatamente, oltre all’essere uomini sodi e cittadini (i quali
appunto sono i caratteri appartenenti alle tre categorie ora contemplate),
taluni sono o magistrali o padri o figlia tanto separa' tamente quanto
cumulativamente, ovvero sono anche rivestiti di altre individuali o comuni
prerogative, circostanze ed accidentalità: così è chiaro che alcune regole non
possono vicendevolmente servire a determinare i diritti, i doveri, le virtù e i
motivi di benessere in tutti gli stati differenti. Così, a cagion d’esempio, le
viste di una individuale prudenza non convengono nella loro totalità ai
rapporti di famiglia: quelle di famiglia a quelle di membro d’uua professione;
queste a quelle di cittadino; e viceversa. Perlocchè, a fine di offrir regole
proporzionate a tutti questi stati, è assolutamente indispensabile contemplare
tutte le circostanze che racchiudono; rilevare i rapporti al benessere in una
guisa conciliabile con tutto il complesso degli altri rapporti generali;
cogliere i risultati interessanti di tutti questi rapporti promiscuamente
modificati, e così 1’ effetto del benessere individuale; e quindi trarne le
rispettive regole teoretiche, e i motivi della morale.Ma perchè mai la
considerazione di tutte queste cose è effettivamente necessaria a determinare
le vere regole teoretiche che servir debbono alla pratica esalta della morale?
La risposta è semplice. Perchè tutto l’ordine morale in fatto si fonda
sull’ordine fisico: quindi le redole sono necessariamente determinate in
ispecie, numero ed estensione dall’ordine fisico, sia permanente, sia
successivo. A fine di dare un saggio di prova di questa fondamentale verità, e
far sentire le conseguenze che ne nascono,, trasportiamoci di nuovo alla
sommità della scala delle morali categorie, e riguardiamo l’uomo nella sua più
assoluta ed astratta semplicità. Certamente in questo punto di vista egli ha il
minimo di reale . e riunisce in sè il maggior merito metafisico. Ora benché in
questo punto di vista non riteniamo che i soli essenziali caratteri, pure
troviamo una quantità assai complessa. 581. Esaminiamo questa quantità;
riportiamo le elementari e più importanti circostanze alle viste del diritto e
del benessere; e veggiamo che cosa ne risulti. 582. Se non contemplassimo
nell’uomo che la sola parte dello spi rilO) egli per ciò stesso avrebbe i soli
diritti, i soli doveri, i soli bisogni e la sola felicità propria dello
spirito: quindi, se si fingesse tale, non abbisognerebbe nè di nutrimento, nè
di vestito, uè di propagazione: non temerebbe uè la fame, nè il freddo, nè le
catene, uè la morte. 583. Quindi non esisterebbe diritto di dominio, nè tutta
quella ramificazione di conseguenze che Ya annessa a siflatto diritto: non
esisterebbero nè i doveri nè i diritti di matrimonio, non quelli della
conservazione dell’ individuo, non quelli della hsica esteriore libertà. I
delitti contro la temperanza fisica, contro la educazione e la società,
l’omicidio, il suicidio, il lurlo, le percosse, il libertinaggio d’ogni genere
ec. sarebbero cose di cui non si potrebbe formare tampoco un’ idea. La morale
umana detterebbe un altro catalogo di doveri, di virtù e di vizii, di cui non è
possibile formare alcun concetto. Ma per ciò che riguarda Dio, l’uomo avrebbe
le stèsse relazioni di dipendenza, e quindi sarebbe soggetto ai doveri
religiosi. Ma il modo di praticarli nello stato di puro spirito sarebbe diverso
da quello dello stato di essere misto. Dunque egli è la coesistenza di una
macchina, e di una certa macchina che determina la specie, il numero e l’
estensione delle vive regole della morale umana. Ciò tulto si esprime
brevemente dicendo che la morale umana è la morale di un essere misto. Dunque,
benché i rapporti ne siano necessarii ed immutabili tuttavia il fondamento di
questi rapporti non è niente più immutabile e necessario di quello dell’ordine
fisico. 1 rapporti di una figura materiale reale sono necessarii ed immutabili:
ma lo sceglierne la specie è cosa arbitraria; il farla esistere, distruggerla,
cangiarla, è cosa contingente. Questa macchina umana, benché costrutta come ora
la vergiamo, si può immaginare formata in altre guise. Se l’uomo, a cagiou d
esempio, riunisse entrambi i sessi, e fosse costrutto in guisa da moltiplicare
senza accoppiamento, egli polrebb’ essere padre e madre ad uu tempo stesso.
Ecco cangiati tutti i doveri e i diritti relativi a questo particolare. Se le
sue braccia invece di finire in maui flessibili andassero a terminare (come ha
immaginalo Elvezio) in una zampa di cavallo, non potrebbe fare lavoro alcuno.
L’arte della scrittura, dell’architettura, della pesca, l’agricoltura, la
tessitura, l’arte del falegname, del fabbro-ferrajo, ed in breve tutte le arti
di prima necessità non potrebbero aver luogo. Da ciò quanti beni sociali di
meno, quanti disagi di più! Anzi la società uou avrebbe luogo, poiché gli uomiui
sarebbero condannali ad abitarle caverne a guisa di bruti. Del pari un numero
infinito di diritti e di doveri sarebbe senza fondamento. 589. La struttura
adunque della macchina umana determina iu ispecie molli doveri e diritti, e
perciò molte regole della morale, e molli molivi di osservarle. 590. L’uomo,
quale ora lo conosciamo, ha una tessitura di organi distruttibili dalle forze
de’ suoi simili, talché ne può soffrir danno e morte, come anche ne può
ritrarre molti beni e soccorsi. Ma se questa strutlura fosse, per dir così,
invulnerabile, o se le forze dell’uomo fossero talmente fievoli da non recare
alcuna nociva impressione, o non prestare veruu ajulo al suo simile, cesserebbe
ogni fondamento di molli doveri tanto positivi quanto negativi, e riuscirebbero
impossibili molli vizii e molte virtù. La passibilità dunque della macchina
umana e la sua Jorza determinano altri diritti, doveri, virtù, vizii e delitti.
59 1. Ma se l’uomo, benché dotato di una macchina, non abbisognasse di un
nutrimento procurato dall’ industria, ma invece lo assorbisse dall atmosfera, e
per una via più compendiosa compisse il nutrìmento e Y assimilazione dei corpi
estranei 5 se la temperatura delle stagioni in certi climi non irritasse
dolorosamente le fibre del suo tatto, e talora non apportasse malattia e morte;
egli è chiaro che non abbisognerebbe dei frutti della terra o del regno animale
per ricovrarsi, nutrirsi c vestirsi. Perloccbè di nuovo la tanto estesa caterva
dei diritti e dei doveri annessi al dominio delle cose, tanti oggetti di
necessità, di comodo e di piaceri, e quindi tante passioni virtuose e malvagie
non avrebbero esistenza. Aduuque i bisogni fisici dell’ uomo, derivanti dalla
struttura e dalle determinazioni e relazioni della sua macchina, determinano
assolutamente certe regole della morale. Così (senza dilungarmi in ulteriori
enumerazioni) il numero, la diversità, l’estensione, Y intensità, la durata dei
bisogni, le forze ora maggiori ed ora minori a poterli soddisfare, saranno e
sono tutte circostanze che inducono e indurranno una diversità di numero,
estensione, specie, durata ec. di alcune regole della morale. Da questo
brevissimo saggio analitico consta abbastanza la verità della sovra allegata
proposizione, che Y ordine morale, tanto nel suo stalo, quanto ne’ suoi
rapporti attivi, sta interamente fondato e viene diversamente determinato dal Y
ordine fisico. 595. Dunque le regole della morale, quali possano servire alla
pratica umana, debbono essere tratte e definite dalle relazioni di fatto
fisicomorali fra fuorno e gli esseri che lo circondano ed hanno azione sopra di
lui, e sui quali egli pure reagisce; e ciò in quanto le sue azioni libere
possono influire sulla sua fieli ci là. Ma in questo elevato punto di vista
mancano pur tuttavia assaissimo considerazioni, onde determinare la morale
sociale . Qui nou abbiamo contemplato l’uomo se non nel suo più astratto e
generale concetto: ma vi manca la parte maggiore che può servirgli nel
commercio co’ suoi simili, lo ne farò quindi il più breve cenno, e generale. Il
commercio tra uomo c uomo è intieramente fisico: le anime loro non si
comunicano direttamente : il corpo vi sta frammezzo; e mercè di esso si
eseguiscono tutti gii atti sociali. Di più, col progresso dell iucivilimcnlo
sorgono variatissimi oggetti fisici, che divengono fondamento di nuovi diritti
e doveri. H. Come V uomo debba procedere nel determinare le regole della
inorale sociale. 597. La mente umana, fatte le convenienti osservazioni, scorge
nell'uomo, al pari che negli altri esseri animati, il line comune della
cotiservazione degl individui e della riproduzioue loro. Questa è uua legge di
fatto naturale. Nella storia preliminare, proposta a fondamento di questa
scienza, si è notato esistere in tulli gl’ individui uua invincibile teudeuza
al piacere, e un odio insuperabile al dolore ; in una parola, Yamor proprio
ossia l’amore alla felicità : legge di fatto reale della natura. Io terzo luogo
alla conservazione, alla riproduzione, ed ai mezzi a quelle tendenti fu annesso
Y amore e il piacere, ed alle cose contrarie Yodio e il dolore. Auche questa è
legge di fatto reale di natura. 598. Mercè quindi il collegamento dell’rt/nor
proprio alle sovra espresse cose il contemplatore scorge due leggi di fatto
insieme coordinate allo stesso bue. Dunque è costretto a dedurre in generale,
che giusta l’ordine stabilito dalla natura, e giusta i rapporti del comune
interesse, la distruzione, l’incomodo, la schiavitù, e in fine tutto ciò che
tende a togliere o a sminuire la felicità altrui, sono cose vietate dalla
natura, e per le quali da’ suoi simili a lui ne deriverebbe danuo, perii
connaturale odio al dolore, per la tendenza alla difesa, e per gli stimoli alla
vendetta: mentre per lo contrario tutti gli atti di soccorso e di beneficenza
vengono muniti dall’approvazioue della natura legislatrice, e sono vincoli di
affezione e di colleganza. Da ciò vede esistere una norma delle sue azioni,
indipendente dalla di lui esecuzione, i rapporti della quale gli arrecano o
male o bene. Dunque egli scorge un bene ed un male annessi a siffatti atti, che
riescono di stimolo o di freno alla sua libertà. Formando quindi la nozione
degli atti che portano seco si fatte conseguenze, nasce l’idea del dovere.
Osservando che il bene e il male annessi sono per lui inevitabili, e sentendo
una unica ed invincibile tendenza alla felicità, ne trae la nozione della
obbligazione morale. In vista di uua nonna, ha uu modello di paragone, onde
nascono relazioni di conformità o di difformità fra quella e le sue azioni.
Ecco la nozione di giustizia. Siffatta norma essendo il risultato di rapporti
realmente attivi, ed esistenti iu natura, forma la nozione di legge. Alla
osservanza pratica od alla contravvenzione scorgendo annessi il piacere o il
dolore, per tale unione e relazione forma l’idea di sanzione. Finalmente
scoprendo clic per ciò appunto che la natura ha voluto la conservazione e la
felicita, é drl pan avrà autorizzato la voIopLà e la forza ili ogni uomo a
praticare r ii alti a lai fine tendenti od efficaci., ed avrà vietalo ad ogni
altro nomo E impedirlo ; cosi formerà 1 idea del diritto 5 G00. Olimpio il
dovere e il diritto non sono nella loro realità se non che modificazioni della
libertà eli fatto dtilTpQtóo. Voglio dire, eh 'essi non sono se dou che gli
atti stessi della sua facoltà di volere e dì eseguire le volizioni, in quanto
vengono riferiti alla norma ed al fine voluto dalla natura. g GOL Ma in natura
Tatto astratto non esìste j non esistono che atti indwiductli 'doli* ticiBO.
Presi come esistono, sono effetti di. una forza: agire altro non è che produrre
un certo elle Ito. La loro relazione non f\ die mi concetto dello spirito
umano: ben è vero che il loro esercizio è l'applicazione dì mia forza sopra un
oggetto. Dunque i diritti presi nella loro realità, e riportati alla loro norma
e al loro fine non possono essere altra cosa che T esercizio della volontà r de
IL forza umana sopra certi oggetti, in quanto questi alh sono conformi alle
leggi della natura, e Lendenli a procurare il benessere ut] i ano. G(K;p.
Dunque malamente e impropri a monte di cesi trasportare c svenarti un diritto .
Il trasporto e T alienazióne non cade che sull oggetto. L’uomo dal cauto suo
altro non fa. che raffrenare la sua forza dal praticare su ili un da Lo oggetto
quegli atti che prima a suo piacimento era gli lecito esci citare. 6 Od. Dunque
una convenzione riguardante specialmente una cosa materiale, se si considera
dal canto suo movale-, altro non e che I espressione della volontà di due o più
uomini, per cui 1 uno ma mi està che a favore d? un suo simile egli ha deliberato
cd assicura di non esercitai più la sua forza legittima sopra di ima data cosa
5 e 1 altro esprime di voler egli praticare senza oracolo gli stessi atti . \
iceversa quando la convenzione ha per oggetto Tesecuzione diretta di qualche
aLLo personale* l'espressione è pure la medesima, postochè dapprima una parte
non era in dovere di praticate un atto della sua terza. 6(b>. Ma il
possedere un dato oggetto materiale, oppure 1 esercizio dì un atto personale
nel commercio umano, è per sè cosa utile, e sovente necessaria. Il continuare
in siila Ito possesso Lrae seco importantissime conseguenze al ben comune. Il
richiamarlo contro la volontà del possessore apporta incomodo, dispiacere 0
contrasto. Inoltre trae seco per necessaria conseguenza il turbamento di
molteplici connessioni necessarie al collegamento, alla conservazione cd ai
progressi della società. La società è d altronde uno stato asssolutainente
necessario al benessere eil alla perfettibilità umana. Quindi nulla si può
attentare contro di lei ; e per lo contrario praticar si deve ciò che tende
alla sua conservazione ed al suo meglio. 006. Da ciò la mente umana deduce le
regole riguardanti la fede e la stabilita dei patti non risolvibili senza il
consenso scambievole delle parli. Internandosi poi nelle rattemprate
modificazioni e nell’ incrocicchiamento dei diversi rapporti del tutto sociali,
e riportandoli al loro centro, ne trae, come per soluzione di un problema, le
limitazioni e *r 89 j Sì 5 Io sei io quanto la legge non li considera soggetto
a me; perchè ci obbliga entrambi a rispettarci ; perchè se imploriamo la sua
autorità, se si tratta di concorrere al ben comuue, ci riguarda con pari
affezione: ma non perchè ti debba lar parte dei frutti della mia industria,
della mia fortuna, degli onori da me acquistati e de’ miei onerosi privilegii.
Se tu avrai pari industria, ingegno, fortuna, merito, virtù, tu godrai uuo
stato eguale al mio. La tua eguaglianza astratta è dunque ipotetica. In tutto
ciò noi siamo diseguali : dunque diseguali debbono essere anche i diritti
relativi che godiamo in laccia della le°£e. Ma d onde nasce questa
conciliazione ? Dall’aver prese in considerazione alcune circostanze di fatto
dell’ordine reale di natura, non comprese nella nozione di fatto che formava il
concetto del principio astratto. Discendo alquanto dalla montagna, e dico:
tutti gli alberi sono egualmente alberi: ma non tutti gli alberi sono eguali.
Non altrimenti che le apparenze ottiche hanuo un’ effettiva verità alle diverse
distanze da cui si contempla l’oggello, talché ogni pittura che se ne fa si può
dir sempre fedele, ma pure diversa in date ilistanze; così pure nelle regole
pratiche avviene che i pii nei pii (benché nelle diverse generali categorie
siano veri) nulladimeno non sono completi che nel punto piu vicino alla
realità, perchè la pratica uon può mai essere astratta. 62 l. Lo stesso
sperimento che ho tentalo sull’eguaglianza eseguir si potrebbe egualmente sulla
libertà. Ma ciò soverchiamente mi devierebbe dal mio scopo. 62o. Si perdoni
questa lunga digressione all’importanza della opinione che io poteva temere
contraria; si perdoni alla mancanza di metodi precisi di ragionare in morale; e
finalmente alla rilevanza della materia medesima troppo interessante
all’umanità, e in cui per difetto di metodo si sono commessi e tutto dì si
commettono innumerevoli errori calamitosi alla società. Articolo li. Se gli
uomini nell epoca barbara della immaginazione possano conoscere le regole della
morale. La risposta è già fatta dalia dipintura dello stato di quell’epoca
paragonato col complesso dei doveri logici fin qui esposti. Che se il cuore di
molti ripugna all’atrocità, alla violenza ed alla soperchierà, non ne viene
perciò che senta una tale ripugnanza ia vista d’an paragóne con una regola
teoretica, auzicliè per un effetto di sensibilità determinato dairattivilà
delle idee acquisite, la cui efficacia ed impressione piacevole o dolorosa
viene diretta dai rapporti della sua natura, oiusta quanto si è veduto di
sopra. Ad acquistare la cognizione d’una cosa qualunque non vi sono che due
sole vie: vale a dire o 1’ invenzione propria, o Yistruzi0ne altrui. Ma la
prima è impraticabile, se non si hanno dapprima predisposte le idee, se la
ragionevolezza e la coltura non sono giunte ad un certo grado di sviluppamene
proporzionato alla comprensione delle astrazioni; e per conseguenza, se
l’attenzione non venne fissata dapprima sugli aspetti parziali delle cose, se
non ne ha ritrovati i segni e annessevi le idee, e in breve se lo spirito umano
non abbia eseguite tutte quelle operazioni che si sono dimostrate
indispensabili alla ragionevolezza ed alla scoperta della verità. L'istruzione
poi è impossibile dove mancano le persone che siano fornite di lumi, e li
possano sommihistrare ad altrui - Ma in questa epoca delle popolazioni e l’una
e l’altra di queste condizioni mancano interamente. Dunque manca ogni mezzo di
conoscere le regole teoretiche della morale. Si chiederà se colla guida del
solo sentimento, benché acquisito e determinato dalla natura nel modo sopra
annunciato, possauo le popolazioni recare giudici! morali tanto retti, quanto
mercè il lume della più perfetta cognizione delle regole teoretiche. 631.
Rispondo, che se molte volte ciò far possono, ciò non trattiene le popolazioni
dal cadere spesso nell’ errore. Il sentimento diviene fallace ogniqualvolta vi
si mescola qualche estrinseco eterogeneo interesse. Il sentimento diviene
fallace ogniqualvolta vi si associa male un’idea. Cosi se per alcune
particolari circostanze in un popolo nasca la credenza che sia atto di compassione
l’uccidere i vecchi e 1 esporre i bambini, esso lo farà freddamente, ed anzi
s’applaudirà di praticare un atto umauo; se crederà rendersi terribile ai
vicini, o fare un opera meritoria mangiando o abbruciando vivi i suoi nemici,
ciò pure praticherà con allegria di cuore: e così dicasi del resto.
L’ospitalità, benefizio tanto costantemente usato presso tutte le barbare
nazioni della terra tanto antiche quanto moderne, quante volte non è stata
violata cogli atti ì piu immorali! Aprite gli annali del genere umauo: leggete
la storia delle nazioni in un’epoca simile a quella che esaminiamo, e poi
rispondete se entro a quella il solo sentimento possa servire di sicura guida
morale alle popolazioni. Ora se cotanta è la fallacia di questo mezzo, come mai
si po. tra stabilire la tesi generale, che il sentimento possa essere un sicuro
direttore dei giudicii morali, e quindi riescire un criterio di verità? Io non
dico perciò che il sentimento molte volte non detti quegli atti medesimi che le
regole morali additano. Ma se egli non esclude per sistema intrinseco e
generale le opinioni immorali, sarà eternamente vero che converrà determinarne
la direzione colla combinazione delle circostanze esterne 9 o rettificarne le
aberrazioni. Questa è l’opera delle leggi, e di una ragione pienamente
illuminata; e le une e l’altra non si riscontrano che in un’ epoca ulteriore di
incivilimento per lente e graduali progressioni eseguito. Ed anzi in questo
stalo medesimo di perfetta società v hanno gradazioni, le quali se prima non
sono fedelmente seguite, non si giunge alla vista della verità: la quale all’
occhio umano non si presenta se non sotto un punto di vista unico e viciuo, e
dopo che è salito ai più sublimi gradi della perfettibilità, come in parte si e
già veduto, e più ampiamente si vedrà in progresso. Questo sarebbe il momento
nel quale, volgendo l’occhio sulle culte ed illuminate popolazioni, dovrei fare
l’applicazione delle teorie fin qui tessute allo stato di fatto del Pubblico;
e, riscontrando le cognizioni necessarie alla scoperta della verità colla
pratica possibile di questo Pubblico 5 far sì che risultasse evidentemente la
verità della risposta da me recata al proposto quesito. Ma siccome l’unità
sistematica, che appoggia e sostiene la catena delle verità, non permette
speculazioni dimezzate ; così debbo sospendere ora dal procedere a sififatta
conchiusione, lino a che non abbia esposte e sviluppate altre fondamentali
considerazioni. Necessità di conoscere la base della certezza delle cose di
fatto. Due sole specie di verità possono esistere; cioè a dire le verità di
fatto e quelle di raziocinio, corrispondenti appunto alla sensazione ed alla
riflessione. 636. Non escludo il raziocinio dalle notizie di fatto, ben sapendo
che a guidare 1 uomo alla loro scoperta, o ad accertarlo delle loro qualità e
delie loro circostanze, soventi volte è mestieri del raziocinio. Ma allorché
scopo primario del ragionamento sono le cose di fatto ^ egli noa diventa se non
che un mezzo subalterno, onde porle in luce ed in certezza. Ciò però non altera
nè corrompe l’indole e la costituzione della verità rintracciala, uè può
alterarne la specie; uon altrimenti che uua strada non può cangiare la forma o
la collocazione della meta a cui si lende. D’altronde in ultima analisi i
raziocina che servono ad accertare i fatti sono in se medesimi altrettanti
risultali di altri fatti diversi. per la ragione che i raziocina risultano
dalle idee acquistate coll’ esperienza. 637. Ripigliamo il (ilo a cui tendeva
l’incominciamento di questo discorso. I giudicii umaui, aventi per oggetto la
verità, debbono poggiare essenzialmente sullo stato reale delle cose. Abbiamo
accennato che ogni nozione anche astratta e generale noti è vera, se non in
quanto si può in ultima analisi ridurre ad uua idea di esperienza. Dunque ogni
teoria non sarà vera se non in quanto esprime la connessione ed i rapporti
vicendevoli di molti fatti reali della natura o fisica o morale o mista. Ma se
i fatti immaginati non sussistessero, ogni nozione sarebbe puramente ideale ;
ogni teoria diverrebbe un mero romanzo. Dunque l’uomo giudicando che siffatte
cose veramente esistessero, ed in natura fossero come egli le concepisce,
formerebbe un falso giudicio. Quindi affinchè ogni pensamento umano si possa
dir vero, lauto rapporto a’ suoi fondamenti, quanto rapporto alle sue
deduzioni, è assolutamente necessario che la sperienza nou sia fallace. 640. Ma
approssimiamoci vieppiù allo scopo a cui tendono le nostre osservazioni.
Siccome in natura qui non abbiamo che l’uomo e gli esseri che lo circondano,
così tutti i fatti si racchiudono entro questa sfera. Dunque i raziocina aventi
per iscopo la verità eutro questa sola sfera si aggirano, nè oltre si possono
estendere. 641. Ma siccome gli esseri uon sono fra loro nè sconnessi, uè
isolati: ma all’opposto per un’azione, per una reazione, per un assorbimento
scambievole si ravvolgono entro innumerabili sfere, or più ed oi meno ampie, di
reciproca influenza, talché fra loro alcune si aiutano, altre si collidono,
altre predominano, ed altre servono: così i fatti saranno risulta menti
necessarii della materia e dello spirito, modificati, aggirali, e in milioni di
guise composti dall’azione, dalla forma, e dallo stalo accidentale e
progressivo dei soggetti medesimi posti in iscambievole comunicazione e dipendenza.
Ciò premesso, approssimiamo ancora di un grado le idee al nostro soggetto. La
base prima delle scienze è la storia di qualsiasi genere, come ora si vede. Ma
quand’anche i fatti fossero certi in se medesimi. se chi deve recar giudicii su
di loro non avesse prove indubitate della loro esistenza e delle specifiche
eircostauze u per l’esperienza o prr indubitata autorità, i giudicli nuli r
Esulterebbe; ro mai certi.. Dall'altro cauto il dii mero dei J fitti die
possono emisi a re ad ormino mercé la prò* pria esperienza é ristrettissimo*
Dunque è inevitabile il riportarsi quasi intieramente all altrui tradizione o
scritta o verbale. Ma se sulla nuda in esaminata fedo altrui si ammettessero!
fatti* è troppo chiaro che 11 fondamento dei giudleii nostri sarebbe Le* m
erario. Allora col favore di questa precipitilo za si potrebbe sempre In* tra
dere e far ammettere come certo qualsiasi fallo non contestalo, e sovente
ancora fatti realmente falsi. Perl oche i giudici! clic ue sorgesspri) non
potrebbero tenersi mai qual criterio di verità. Che se ci rimanesse dubbio
sulla eerttcitU del Pubblico, curri mai potremmo esser certi della verità dirli
notizie a noi trasmesse tmri la via delia tradizione? Dunque, prima &i
Litio, deve esistere iu un* luna un fondamento certo ed uifutliLib1. il quale
ci rassicuri che la norrazione e la tradizione, poste almeno certe circostanze.
non sono men* zognere: altrimenti, mancando questo primo fmidameiiL'. imi s n r
u Eitn i o aggirati da un perpetuo dubbio su tutte quelle cognizioni quali
JL:,|j ci constassero per immemata esperienza, Periodi è quasi tutto lo sci L
il avrebbe una fonte meramente precaria. 645. Dunque, oltre l'avere un
principio indubitato ridia triV^a reale delle case à\fctttO,r avvi d uopo alia
ter Le zza dei giiidicii umani eh'1 esista un chiaro e formo teoretico
fondamento che ci assicuri dell .dlnn veracità. Nè pensarsi deve ch’agli
riguardi soltanto que#faUi dteformano la storia civile o religiosa, ma
abbraccia eziandio I dati e 1 dell ordine fisico, psicologico e morale misto. _
Quando II Pubblico e il pm dei fisici medesimi giudicano che gli esperimenti di
Newton, di Haller, di Franklin, di LavoLi-r sono veri: quando ammeftouo corni'
autentiche le storie di Buffon, di BonneU di Réaumur. di Trembley, i Spallanzani,
ui Linneo, di Tourneforl: quando riportano con fiducia le loro scene. Ora egli
è pur vero che ogni idra, ogni affezione, ogni seminjento mio non si può
divìdere da me, che lo sento; e che Lauto dalI esperienza, quanto dall ipotesi
. esse non sono enti reali o diversi a staccati da me, ma soltanto modi d’
esistere dell'essere mio senziente: la qtial cosa poi nel buon linguaggio della
realtà altro non significa, m non che esse non sono altra cosa che 1 estero mio
cosi modi! ira lo, ossi:i I essere mio in quanto esiste ora sotto la forma
dell'idea delfodor di rosa, ora di color cilestro, ora di virtù sociale. So
tutto ciò è vero, a che casa propriamente fidar rts&Besi quella doppia
attività tll sopra supposta nelI* idea ? ^ 61 j, 11inLrmsechf! determinazioni
dell' esser mio, qualunque xiauo. noli atto che provo T idea del colore
cllestro determinano la mb sensibilità a vestirsi dell idea di detta colore;
egli sarebbe cosa ripuj .gnaulò il dire che uè] momento stesso siffatte do
terni inazioni tenda a o a sbandirla. Dunque fino a che questo determinazioni
non cangiano, non si cangerà nemmeno Io stato attuale della mia sensibilità. S
se 1 esser mio abbisogna di cangiare di de ter mi nazioni, code rivestire 1
altro stato successivo: e so lo stato attuale è uh effetto ! giusta I ipotesi J
soltanto delle determinazioni sue interne. indhJÈndi'rJ* temente da qualunque
esterna azione; come potrà dunque essere a stesso cagìppp (Jj cangiamento ? Se
l'idea del colore cilestro non è una sostanza reale, e per conseguenza non è
una po Lenza attiva e divisa da ine. ma è per se stessa un effetto, una
semplice modificazióne mia; in brrve, altro non è che Y essere mio cosi
esistente : non dovrò io dire, che siccome, a tenore dei priocipìi deir
idealismo 3 io non esco da me stesso nell atto di sentirla, e sono io stesso
che me la formo; cosi anche per cangiarla non debbo implorare il soccorso di
alcun agente esterno? G*G. Ora se la ragione di cangiarla si deve ripetere
nell’idea stessa attuale, anzi m è forza dedurla da essa sola, poiché ogni
stato dell'essere mìo passato e futuro non é veramente un Ila; debbo adunque
supporre m me un attuale, viva ed attiva determinazione ad avere fi idea stessa
ed a scacciarla da me, cioè a dire ad averla e a non averla nello stesso tempo.
Ciò rimi è tulio. Nelle alluci e combinate JetermmazLom delTesser mio de ve si
uou solo ri irò va re questa contraddittoria tendenza a produrre ed a far
cessare semplicemente mi’ idea; ma inoltre è forza racchiudervi una speciale e
determinala disposizione ad eccitare F altra determinala idea che succede: ciò
cho aggiunge una nuova ripugnanza. G78* Nè dir si po Irebbe clic Fidea
precedente generi la successiva al momento solo eh5 essa parte da! campo della
sensibilità 5 cioè a dire, clFelia vi persista senza cangiamento, per una forza
naturale di conservazione di eè stessa, per creare la successiva al momento
solo ch’ella parte dall' anima. Imperocché dovrebbe sempre ritrovarsi una prima
ragione, per cui essa debba partire dalla mente; o5 per parlare più precisameli
Le, per cui Fan ima so ne debba spogliare. Nemmeno dir si potrebbe, die
soltanto dopo un dato tempo di durata nella sensibilità l’idea debba divenire
madre di un altra: poidie se da nessun altro agente esterno non sopravviene
mutazione in tutto il tempo eli ella si trattiene nella mente; c. sé ella non è
un ente distinto e sovrapposto alla facoltà di sentire, che vada cangiandosi
per partì successive, ma bensì è una nuda m edificazione della sensibilità; non
v è ragione, per la quale s* ella deve essere madre di un idea successiva,
esserlo non debba al primo momento che sT impossessa della mente : e per ciò
stesso* clic nel momento medesimo non debba sparire dagli occhi mici, per dar
luogo alla pretesa e necessaria sua produzione. Ma ciò (parlando senza allegorie]
non involge forse una formale contraddizione ed un fatto contrario alF
esperienza f fufatLi, se al momento che un1 idea si forma in me devo produrne
un’altra, e svanire per darle luogo; ciò deve far necessariamente supporre
entro di me una determinazione uno stato qualunque anche incognito, mercè il
quale ìó debba avere e non avere nello stesso tempo le idee tutto. Imperocché*
se un idea al primo momento clic esiste in me deve cessare, olla realmente non
vi esiste nò vi può esistere in alcun momento possìbile* cioè a dire non vi può
esistere giammai. Ora non ò forse questa la necessaria conseguenza dell
idealismo non solo, ma eziandio della troppo celebrata mi tempo ipotesi delV
armonia prestabilita^ nella quale soltanto per un supposto del tutto gratuito
sì ammetteva la esistenza della nostra macchina e degli altri esseri della
natura? Iti dunque non solo gratuita, ma assurda e ripugnante al latto la
supposta obbietta la attività generante delle idee; ed è dimostrata tale non in
vigore d'nna pretesa roguì/douc del F intima natura della nostra mente, ch'io
professo di nou avere, ma da] hi combina /ione sola dei rnj porli di quella
ragione stessa, colla quale l’ idealista si sforza di persia dermi de] la sua
opinione. Resta dunque provato che ressero nostro senziente e pensanti' debba
ripetere fuori di sè stesso la cagione determinante le affezioni tnlte della
sua sensibilità; ciò che è lo stesso come dire, che esiste fidò che cosa di
reale e di attivo fuori di noi* die è la cagione eccitatrice delle nòstre idee.
684, Prego a ridettero attenta mente ni rapporti interni di queste ultime
riflessioniLsse rovesciano ogni fondamento tanto dell1 una quàt* to dell altra
opinione che combattiamo ancorché si pretendesse chi' In prima idea non si
debba all azione di verno agente esterno, ed aUcofcIfe si volesse tarmare dell
essere nostro una spècie di divinità, a coi aon abbisognasse nemmeno un primo
impulso onde far comparire e mettere ni moto tutte le parti della macchina
nostra ideale, e far succedere b ime alle altre tutte le variate scene delle
nostre idee » delle nostra affezioni; delle nostre volizioni, e tutta la catena
in fine degli avvenimenti della nostra vita, Confermazioni dei precedenti
riflessi Osservazioni sull' unità del L'essere pensarne. 685, Mi si permetta
ancora una osservazione atta a convalidare le prove Gli qui addotte. A ivo ed
irrefragabile come il sentimento della misi esistenza . io ho quello dell unità
del mio essere. Ogni dimostrazione, ogni raziocinio che tessere si volesse onde
convincermi che io non setto piu persone, ma una sola persona, uon solo sarebbe
del tutto superfluema ridicolo ed impossibile, come sarebbe una vera follia
tentare di persuadermi il contrario. Ora questa unità o è realmente singolare
propria indivisibile, c rigorosamente tale iu natura; oppure è una unità
soltanto col* ì e Ulva, Impropria, divisibile e nominale. Nulla prima specie di
unità sarebbe vano il tentare qualche divisione, o voler discente re
differenze^ poi eh e ciò renderebbesi impossibile dal concetto -stesso dulia
cosa. Quindi volendola definire, potrei ben indicare ciò ch’ella non è o non
può efc sere coll annoverare le qualità che non lo si convengonoma non potivi
mai insegnare ciò ch’ella sia in sè stessa a chi dapprima uou ne avesse idea:
non altrimenti che ad un cieco-nato non [rosso far comprendere che cosa sia la
intrinseca idea del color rosso. Nell’ uniti collèttmi poi io distinguo bensì
più cose; ma, a parlare propriamente, io le distinguo non Dell'idea di unità,
ma bensì ar|,po fletto a coi la giudico appropriala., Io mi spiego. Avarili di
me siasi posto, a cagion d’esèmpio, uu pentagono tua Le riale, o un dato
animale singolare. 1/ idea della loro totale indivìdua figura ò talmente
semplice e determinata, che non mi è possibile aggiungere o levare a lei almi
uà cosa senza distruggerne il concetto. Quindi essa è tale, o non è più, Ecco V
unità rigorosamente singolare sotto di un aspetto. Tale pur si verifica ne Ih
idea di ogni determinata grandezza, colore, figura, ec. Ma siccome, passando ad
un’altra considerazione, io veggo delle parti Ìu questo pentagono o animale; e
veggo che possono, come a n eli e Fesperienza me Io dimostra, esistere Funa
senza dell’altra; e comprendo che sono ira loro distinte e moltiplica quindi ho
sullo stesso oggetto l'idea di numero. Ciò non ò tatto. Come veggo che queste
parli moltiplici sono quelle stesse che concorrono a creare in me l’idea
Sémplice ed indivisibile di pentagono e di animale, laiche pare che questa idea
rigorosamente unica, singolare e io divisibile vada a chiuderle lutto entro un
solo co d ce L Lo indivisibile, ciò che gli scolastici chiamavano informare :
quindi per uri’ operazione dell anima mia, che racchiude amendue queste
considerazioni ad uu tratto, io dico che al pentagono, alFanimale, e cosi dicasi
ili un aggregato qualunque di cose, si può attribuirò soltanto una unità
collettiva^ e non singolare* 5 689. E però ma ni tosto . che propriamente non
esiste che una sola idea di un ità^ i;i un aggregato rii eni distinti l'uno
dallVdlro, aventi una esistenza fra di loro ludi perniatile. DebLo dire
altresì, clic questo di’-io appello un tulio, canal derato in astratto, non ò
veramente dal cauto renio della cosa clic un puro nulla * c ch'egli ò soltanto
uua idea prodotta in comune da tutti quegli enti uniti; e perciò che in natura
non esistono se non enti singolari e determinati, e niente più. g 602. Prego di
ponderare per un momento questo ultimo peri siero. Par mi che debba#! ammettere
come un assioma di ragione, che TiJn delVmte reale, applicata ad un soggetto,
sia per necessità metafòrica Ìliseparabile dall' idea di unità * cosicché
quando l'uomo afferma che quel fai ente esiste^ e elio quel tal ente è reale^
deve anche per Decessila inch in dorè nel suo concetto*, che per sé stesso è
unito; poiché se la realità o renliLà fossero moltipiub, dir non si dovrebbe
più che quel tal ente esule j ma brusi clic quei tali enti esistono. Che che ne
sia, non la impugnerei giammai con quell’ usi tato argomento col quale,
accordando che Dio abbia bensì la potenza di farlo, ma provando che gli sia
impossibile il volerlo, perchè ripugna agli attribuii morali ili lui il trarre
in inganno f uomo 3 si deduce che dobbiamo nutrire un assoluta c massima
certezza dell’ esistenza reale dei corpie degli altri esseri umani. 75L lo non
mi gioverei mai di questo modo di ragionare, perche i neh in de e si appoggia
su di un supposto lulso, o almeno non provato. Ammesso infatti die ripugni alla
Divinità V ingannare T uomo ; ammesso clic la veracità e la schiettezza, clic l
mortali apprezzar devono infinitamente, e riguardare come sacri doveri, perchè
costituiscono uno dei vincoli più importanti della società umana, debba pur
necessariamente annoverarsi fra gli attributi morali della Divinità £ si
pretenderà dunque altresì che per non farla autrice d’ inganno, essa si debba
fare anche malie vadrìce di quegli errori nei quali Tucano cade volontaria me
uLe, o i quali la ragione più illuminata trova pur mezzo di evitare? No
certamente, mi si risponderà. 752. Ora per ciò appunto che ammettete che Dio,
attesa la sua olivii potenza, abbia il potere di supplire nel mio spiritò a
tutùle apparenze delT uni verso, e che a voi è impossibile accertar vene per
mezzo di esperienze, polche non avete altra via di contatto; colle cose
esterne, che le soli; vostre sensazioni: ne segue clic vai dobbiate
necessaria™™ le Coulessare che non vedete impossibile che Io stesso effetto
possa derivare di due cagioni, c non avete prove evidenti da escludere l'
intervento di unti piuttosto che dell* a 3 tra. Dunque io tal caso attribuir si
deve ad uria verri preti jiUansff, se voi giudicate ch’esse possano derivare
soltanto da una sola, citi dai corpi. 1/ inganno adunque sarebbe dell’uomo, e
non della Divinila, Pene li è, a ca gioii d’esempio, tutto il mondo crede falsamente
i carpì la se stessi colorali, sonori, odorosi ec., dirà forse li filosofo clic
la Divinila inganni 1 uomo? Gli sì potrebbe ben rispondere, che nella ragione
umana abbiamo ii mezzo di persuaderci del contrario ili queste cosa di latto.
Cosi in questa ipotesi, per ciò solo ohe si amine Ih. fisicamente il potare
della Divinila ad eccitare le idee nella uostE inuma, e elie ad un tempo stesso
non possiamo iliscernerri coti evidenza di sparirne n to se le dobbiamo o a lei
o ai corpi, abbiamo nel supposto me desi irto un argomento a dubitare del
contrario, se non in latto, almeno m linee dì possibilità* E quindi la ragione,
lasciando luogo ad im’ altra possibile causa, non è tratta necessariamente in
inganno. Dunque nel caso eh mia tal causa agisca su di ani per far le veci dei
corpi, la tirili u ire Fa&fonc medesima ai corpi sarebbe un gin die io
nostro non necessariamente derivante dai rapporti delle cose sulle quali
giudichiamo, si beni; una illusione tratta da una precipitosa ed inconsiderata
operazione della nostra mente. 755. Sapete quando propriameuLe potremmo essere
tratti in inganno ? Allorquando o noi avessimo una certezza sperimentale sulla
natura delle cagioni esterne delle nostre sensazioni . che necessariamente si
limitasse ai soli corpo; o la mente nostra, per una necessaria legge del suo
naturai modo di ragionare, ci facesse sentire impossibile 1* intervento (Itila
Divinità sola a produrre in noi le sensazioni: talché, tanto per I uno quanto
per Faitro motivo, dovessimo escluderne la possibilità. 756, Laondea line di
escludere E intervento della Divinilà, P conviene assolutameli Le negare die
Dio possa fisica meri le agire sull amimi nostra a modo dei corpi : o, se ciò
si ammette, conviene anche ainnujLtere ebe tale azione noti ripugni agli attributi
morali di lui. 757, 5la fra emendile questi, casi, siccome il pifi approssimato
allumarla intelligenza, il più accomodato alF indole delle prove, rd d conforme
alle affinità delle cagioni, si è quello di supporre esseri limitati c distinte
dì numero, Lauto rapporto ai corpi in generale, quanto rapporta agl' individui
umani: cosi a questo naturalmente Fuma tiaragioue dona la preferenza, e su dì
luì sì acquieta. Quindi colui clic ammetto il potere della Divinità a produrre
le apparenze tìsiche in noi, deve pure ammettere la esistenza dei corpi e degli
altri esseri umani come dimostrata soltanto da una massima probabilità, contro
la quale per altro non vede poter esistere clic un unico caso in comprensibile,
Ridonali alla società dei □ostri simili, e bramosi di scoprire se lutti abbiamo
un simil modo di conoscere Io cose, onde accertarci so esista fondamento di una
verità comune dei nostri giudici! riguardanti i latti esterni: noi troviamo
sempre non solo di non avere altro mezzo di certezza che quello stesso che ci
persuase dell’esistenza degl’altr’uomini, ma che ci è audio impossibile averne
d’altra sorta. Imperocché, onde sapere con certezza di sperimento s’esista o no
differenza fra il modo dì sentire e ili conoscere proprio degl’esseri umani,
farebbe d'uopo essere sta Li successivamente in noi stessi e negl’altri. Ora ò
impossibile clic nessuno sia stato giammai fuori di sè stesso. Ciò posto, io
chieggo se un’ occulta diversità di sensazioni si concilierebbe mai con un modo
comune di esprimersi e dì agire non solo alla presenza degli stossi oggetti
esterni, ma eziandio iu infinite circostanze, rielle quali eglino ritornano, si
accoppiano o si modificano per cento diverse maniere* @ HUL Tutte le possibili
differenze che possono esistere nelle sensazioni Ira 1 5 u ] i o e Fabro uomo,
si riducono a due classi: Tona nella forma o specie della sensazione, e P altra
n&ìWattìviià piacevole o dolorosa che Ricconi pago a. Ciò è provato da]
['analisi che se ne può fare, seguendo r esperienza. Infatti ogni anatomia che
tentar piacesse di una sensazione* per rapporto alla sensibilità di ogni nomo
singolare-, non potrebbe somministrare al!1 occhio del filosofo clic duo parli
sole 5 io voglio dire I idea considerata come semplice maniera di essere dtdlr
anima ) e la dì lei attmih piacevole 0 dolorosa. 5 7(i f. Anche queste cose
però sono identificate colla maniera stessa ili esistere dell anima, nè si
distinguono clic per rapporto agli elicili, poiche, a parlare esattamente, il
piacere ed il dolore non pongono una diversità specifica nella forma delle
sensazioni -, ma solamente una diflevcn/ri., dirò cosi, di attrazione e di
ripulsione, ed una distinzione di gradi nella energia loro sulla sensibilità r
sulle facoltà attive delTuomo* Ne voTum, I, '£.tj lete una prora di esperienza?
Aprile gli ocelli sopra uu piano coperto ili nere, da cui si riflettano i raggi
dei sole. Per breve ora ne semirote piucerei indi passerete all'incomodo e al
dolore. La stessa stessissima sensazione continuata è quella clic vi fa provare
questi due stati opposti. | 762. Fingiamo ora per una mera ipotesi, clic ciò
eli* io veggo o alle o distante o lunsro o largo lui piede solo, al mio vicino
apparisse ihlla misura dì due piedi ; (Le ciò ch’io veggo plano gli apparisse
curvo, e viceversa; die il latte sembrasse bianco all’ tino, c rosso all'
altro; eh Fodere ch’io appello di rosa, fosse nell'odorato del mio vicino
Fodere di garofano, o viceversa: che il snono per me dì no flauto tosse nell’
orecchio del mio vicino il suono d'ima zampogna: sarebbe egli possibile ube gli
nomini si potessero fra lpro in tendere c comunicare lo loro idee? A prima
vista pare di no: e cosi pure parve ad alcuni celebri pensatori. Ma ciò non
pertanto, considerando la cosa pni profonda menta, sì scorge die. malgrado tali
differenza poti' ebbero pure usar Lutti uu linguaggio sìmile, intendersi Firn
l'altro, ed esser*: persuasi se&mbkvoli nenie di avere le stesso idee. Ciò
non ò lutto, lo dico clic esisterebbe aoclie sempre uu fondamento di verità
comune, per rapporto alle idee, dei sensi coi loro oggetti. Infatti se una
certa misura apparisse diversa fi u due in db io ui. per qual cagione ciò
avverrebbe, se non atteso il mezzo per cui si Luis, mettono le sensazioni? Tale
apparenza sarebbe dunque un risultalo dei rapporti naturali delle cose. Posto
adunque die un aggetto avente la abiura per nifi di uu piede si sminuisca o si
accresca dolili metà . :he si sminuirà pur sempre in proporzione anche dl
allio, tomo av id uu occhio nudo e ad un occhio armato dì lente. 11 linguaggio
*u mi pie sarà simile fra entrambi, benché siano diverse le idee loro interiFu
stesso dicasi nei colorì . nei suoni, negli odori; poiché lo dUitn teca dea ciò
e rinnovandosi con un rapporto costante ira 1 sensi e g r re Iti, attese le
relazioni rispettivamente eh fiorènti c eoa Lauti ha la .li entrambi, si vanno
pure a rinnovare anche nelle idee di II un tuia. Per la qual cosa deve avvenire
che LO STESSO SEGNO o ricevuto > comunicato non solo uou può svegliare le
stesse sensazioni hi divn&i :e rv dii . ma deve svogli a rie a ssa
idifferen ! 1 5 c ad nu lem pós f.e sso al 1 1 'orno dei medesimi o di altri
simili oggetti risvegliare eoiStan temente stesse idee nel medesimo cervello.
Quindi in ogni uomo ingerii 1l01j a persuasione elisegli In Leo da il linguaggio
delle sensazioni altrui. u ' dive, che gli altri leghino le stesse stessissime
idee allo stesso segnò; keli è realmente ve ne annettano una del luLLo diversa.
Gettiamo uu lume maggiore su questa ipotesi, la quale sembra abbisognarne,
perché riesce troppo stravagante al comune ed usitalo nostro modo di concepire
gli altrui pensamenti. Supponiamo il caso che si presenti una rosa a tre
persone differenti, e cbe in una ecciti la sensazione del color rosso,
nell’altra del giallo, e nell’altra dell’azzurro. Egli è certo, cbe siccome ciò
avviene in forza della struttura organica degli ocelli di ognuno: così ogni
volta che si presenterà di nuovo lo stesso bore, egli rinnoverà in tutti le
annoverate diverse e rispettivamente identiche sensazioni. Per la stessa ragione
ogniqualvolta si presenterà qualunque altro corpo, la cui struttura
superficiale sia atta ad eccitare nell’uno la sensazione del rosso, avvenir
deve che negli altri due ecciti costantemente quella del giallo e dell’azzurro.
Così se dalla prima persona il colore veduto alla presenza della rosa venga
denominato rosso, e gli altri ne apprendano da lui il vocabolo, l’uno chiamerà
rosso ciò che nella mente dell’altro è giallo, e l’altro pure chiamerà rosso
ciò che nella mente dell’ altro è azzurro, senza che avvenga mai varietà alcuna
nella corrispondenza che passa fra il vocabolo e l’ idea a cui è associato, e
fra gli oggetti ai quali viene applicato. Oud’è, che anche negli altri colori,
dandosi le stesse costanti dilfereuze, useranno pure lo stesso linguaggio; credendo
ognuno in suo cuore fermamente di annettervi le stesse idee, le quali altri vi
fanno corrispondere, senza che ciò per altro effettivamente avvenga, e senza
che sia possibile accertarsi se fra loro intervenga disparità d’ immaginare.
Ora passando dall’ipotesi al fatto, qual cosa dobbiamo noi tenere per certa su
questo argomento? Anche ammessa l’esistenza dei nostri simili, tali e quali ci
sembrano all’apparenza, siccome mai non potremmo avere sperimenti o ragioni per
accertarci se esistano o no siffatte differenze; così dobbiamo limitarci ad una
meno convincente analogia, e quindi ridurre anche questa cognizione alla classe
delle probabilità. Ben è vero, che se le soprannotate differenze si possono
fingere nelle sensazioni individuali dello stesso genere, in guisa di
conciliarle con un comune linguaggio, egli sarebbe impossibile di farlo
supponendo fra parecchi individui una differenza generica di sentimento; cioè a
dire, se piacesse di fingere che uno avesse le idee appartenenti ad un senso,
mentre che l’altro ne mancasse, o ne avesse un’altra di un scuso diverso: e
così se uno vedesse, mentre che l’altro non vedesse nulla; o in vece di vedere
udisse qualche suono. Una sì strana differenza fra due individui aventi alla
presenza dello stesso oggetto esterno non solo idee diverse appartenenti allo
stesso senso, ina idee appartenenti a sensi diversi, farebbe sì che fra loro
non s? intenderebbero in guisa alcuna, o che ognuno accuserebbe l’altro di
stravagante, di mal organizzalo, di pazzo o di visionario. Il cieco-nato
potrebbe mai ragionar di colori, e il sordo-nato tessere teorie di musica? 769.
Ciò non è lutto. Se con un esame paragonato si osservinole esperienze
somministrateci dal senso del tallo, e le inflessioni diverse che debbono
prendere le nostre membra per rapporto alla struttura degli oggetti più
materiali sottoposti al senso della vista, si trova un punto, benché unico,
tendente a confermarci nella opinione della somiglianza delle sensazioni nostre
con quelle dei nostri simili, ed un fondamento di analoga presunzione anche per
rapporto alle altre particolarità delle sensazioni visuali, e fors’ anche degli
altri sensi. 770. Ilo detto un punto unico ; imperocché fra il tatto e le
inflessioni delle nostre membra e la vista non v’è altro genere di sensazioni
in cui concorra una corrispondenza di somiglianze, di differenze e di
successioni, come nella struttura o forma delle cose più palpabili. Finalmente
supponendo anche esistere fra uomo e uomo le sopra limitate differenze nelle
sensazioni, ciò non indurrebbe discordanza alcuna almeno in quelle verità che
debbono servire all uomo ragionevole, e riescono importanti agli usi della vita
ed al commercio scambievole dell’umana società. Conciossiachè, a riguardo della
prima circostanza, egli è certo che siccome le differenze dubbie fra le
sensazioni di parecchi uomini rispettano certamente i confini dei loro generi;
così rispettano pur anco lo stato delle idee generali ed intellettuali, le
quali, se ben si osservi il linguaggio della ragion comune, sono le
predominanti nelle verità anche di fatto. Eccettuando infatti i ragionamenti
che contengono o riguardano le descrizioni degl individui ed alcune sensazioni
specialissime, tutti gli altri sono più o meno generali. E d altronde sic come
anche le differenze, se esistessero, avrebbero un costante rapporto fra
gl’individui, e tale che necessariamente si concilierebbe colla convenienza
apparente di sentire fra uomo e uomo; convenienza clic bisogna assolutamente
tener per certa, perchè è una cosa di esperienza e cosa nota: perciò l’uomo
nulla dovrebb’ essere premuroso d’indagare gl’ impenetrabili recessi della
mente altrui, polendo benissimo valersi dell ajy parenza sola, come di un segno
costante e certo di verità nelle cose di fatto appartenenti alle sensazioni.
Per la qual cosa se, a cagion d’esempio, taluno a me dicesse: io ho veduto un
fiore giallo ; benché io dubitassi che a lui fosse veramente sembrato rosso, io
dovrei dire: il tale ha veduto un fiore, cui sJ io vedessi troverei di color
giallo; cioè ecciterebbe in me l’idea di giallo, benché in lui abbia forse
eccitato l’idea del rosso. E ben chiaro che, mercè questa differenza, la cosa
venendo ridotta ad una pura traduzione del linguaggio d’istituzione, comune
all’idioma mentale di ognuno, salva nonpertanto i rapporti che passano fra i
sensi di ognuno e gli esseri esterni: couciossiachè a quel dato vocabolo nella
mente dei varii individui si sveglia l’idea che ognuno vi ha legato; ed oguuuo
vi ha legato quell’idea che risulta dai rapporti necessari! che passano fra il
di lui essere e l’universo. Perciò una tale differenza sarebbe nulla per la
verità delle sensazioni. 774. Quindi ogniqualvolta io fossi solamente certo che
un mio simile esprimesse veramente l’idea ch’egli legò a quel tal vocabolo in
forza dell’uso suo comune di favellare, sarei pur anche certo ch’egli ha veduto
o sentito quel tale oggetto, al quale io ho legato quello stesso vocabolo, o
qualsiasi altro seguo d’istituzione. Oud’ è che ogui racconto, purché fosse
verace, sarebbe pur anche vero per rapporto alla realtà del fallo; cioè a dire
per rapporto allo stato esterno degli esseri che circondano l’uomo, in quanto
agirono sulle di lui facoltà. Il fin qui detto si riferisce soltanto a quelle
verità di sensazione, le quali riguardano meno davviciuo 1’ uso della vita, che
potrebbero perciò in paragone delle altre chiamarsi speculative . Anche di
queste mi conveniva qui ragionare, attesoché presentemente noi riguardiamo non
l’utilità o il danno, non il piacere o il dolore, ma bensì l’esistenza o la non
esistenza di una cosa qualunque in natura, e delle di lei qualità e forme,
affermala o negata da più uomini concordemente. Tutto questo appartiene alla
parte fisica e psicologica della veracità, d’onde risulta la sua base reale.
Parmi per altro che i ragionamenti esposti bastar debbano contro i sogni
dell’idealismo e contro tutti i dubbii del pirronismo. Dell' unico metodo a
scoprire le verità di fatto, ossia la realità. Avanti di chiudere questo saggio
sulla parte metafisica della veracità, giudico acconcio esporre esplicitamente
la nozione della verità di sensazione e dì accendere almeno in geo citte ciò
die lar dell mi IW ino per conseguirne la cognizione* 77S, Datemi un uccìdo
umano, e datemi uno determinata quan tilò dì luce ebe sotto certe leggi ne
irriti P interno tessuto nervoso. Ne segno mi effetto fisico nel Porgano della
vista: ed a questo effetto fisico ne cor risponde liu altro nella sensibilità
rimana, ed e l’idea di un colore è di un ilaLo colore. 779. Questa catena dì
effetti, risultante dai rapporti naturali, a. a a dir meglio, dalle forze dì
tilt Li quest’èsseri posti in i scambievole commercio conforme e proporzionato
alla loro rispettiva attività radicata nella loro natura* costituisco
necessariamente o rende la mia idea V espicisione di un fatto reale . Questa
catena è necessaria del pari dio h un* tura delle cose da cui risulta. i 89.
Siccome adunque qui intervengono esseri clic veramente esistono. ed i quali
producono un effetto reale, e proporzionato alfe Imo attuali determinazioni j cosi
all'alto eh* io bo P idea di i dato colore, gladi* caudo 1." clic esista
qualche cosa fuori dì me: 2." che lai cosa agtSBS su di me: 3.u ebe V
effetto^ che ne risulta, sia corrispondente ai rapporti naturali delle cagioni
attive, io giudico rottamente. Duco in buona filfr sofia clic cosa sìa la
verità ri e f gnidielo sulla realità delle cose esterne, ossia la verità della
sensazione stessa rappòrto al suo Aggetto. Dal canb mio, qualunque ella sia,
non posso esimermi dal sentirla tuie e rjuale mi si presenta, e dall1 essere
convinto di sentirla* Ma questa r la certe dei sentimento, anzi di è la verità
della sensazione. Se fucino fosse costituito con sensi diversi, con scusi di
raggiere attivili», non vedrebbe forse le cose diversamente ì Per rapporto a
quest7 ultima circostanza sembra che il microscopio ci persuada allenanti
vomente. In ogni caso possiamo dedurre ebe lo stato delle verità di latto
rapporto all* uomo sia puramente ipotetico. Ma siccome non è in potere delPuomo
di cangiare Patinale6*stillazione sua naturale, e per conseguenza nemmeno le
relazioni cogl' altri esseri e i loro risultati*, ebe sono appunto le
sensazioni; così egli o costretto a riguardare le verità di fatto nella stessa
guisa che se avessero un reale ed esterno fondamento assolutamente immutabile.
Otiti r, ebe per rapporto a ciò, senz'ai tre cure, egli dev’essere attento sol
Lauta a Leo rilevare te notizie dell'esperienza dei scusi. Le condizioni clic
In verità di fatto esigono dall uomo sena dunque sempre le stesse, voglio dire quelle
medesime ebe abbiamo già Indicate come necessarie nelle verità di
riilessiòneSpiavi: attentati! ente ri 1 lutti i fenomeni dei sensi.;
raffigurarne minutamente le particolarità, sentirne attentamente le differenze
nell’alto di sperimentare la loro azione: ecco la cura unica dell’ uomo che
brama ottenere la verità delle sensazioni. Ciò è dimostrato dall’esame dei
rapporti interni della definizione che ue abbiamo sopra addotta. Quindi V
osservazione dei fatti non ò punto diversa àa\Y osservazione delle idee
acquistatene. Per la qual cosa l’arte di osservare non sarà nè potrà essere
altro che l’attenzione applicata con regola alle sensazioni nell’atto di
sperimentarle; la qual cosa si effettua tanto coll’ attendere accuratamente
all’esperimento allorché ci viene fortuitamente oflerto dagli oggetti, quanto
coll’ applicare con certi modi gli organi per riceverne le sensazioni
©«rispondenti; e finalmente coll’ indurre certe modificazioni nelle cose, onde
altre non ordinarie apparenze ci vengano rese sensibili. Aon è questa sola cura
dei fisici, ma lo è eziandio dei psicologisti, dei moralisti e dei politici.
Ecco che cosa sia a riguardo dell’ uomo la realita c lutto ciò che può e deve
fare l’uomo per conoscerla. È stalo detto che, ammesso il principio che quello
che sembra il più conforme alla ragione o all’ attuale interesse dell uomo non
influisca efficacemente sulle determinazioni della volontà di lui, e non sia
valevole a produrre infallibilmente l’effetto conforme c proporzionato alla
natura ed alla forza dei motivi; ammesso un tale principio, dissi, sarebbe ad
ognuno affatto libero il pensare che molli uomini abbiano potuto mentire
gratuitamente contro la testimonianza dei loro occhi, e contro quello eli’ essi
sapevauo colla certezza maggiore. La veracità e la certezza morale sono adunque
fondate sulla legge generale delle volizioni umane H. P. GRICE PRICHARD DUTY
AND INTEREST. Quindi la credenza di qualsiasi genere, che tutta riposa
sull’altrui veracità e che sì largamente si estende su tutta la nostra vita,
trae interamente il suo appoggio dall’ annoverata legge morale. i. L ulil cosa
esaminare attentamente le prove ili questo ragiariamente. a fine di
sperimentare la solidità delle fondamenta di ogni nos l rà crede nz a risgu a r
d ante i fai Li ? e t css e re c osi una scala gene r al o t Sei gradi diversi
di probabilità annessi alle circostanze ed ;d numero diverso delle pèrsone elio
concorrono a testificare un latto ^ e quindi far se o li rt cj il a io certezza
assegnar si debba alla testi moni ari za del Pubblica. Siccome il palesare ed
il raccontare un fatto qualunque, di cui lumino testimonìi, altro non è ebe un
atto della nostra volontà» ed una esecuzione di quésta stessa volontà, die
esprime coi segui colivi nienti all altrui intelligenza una o più sensazioni
che Panima nostra Ita provalo alla presenza degli oggetti esterni: così questa
slessa espressione è soggetta perfetta mento alle leggi della volontà e della
libertà umana: talché non v c* nè vi può essere eccezione alcuna rapporto a
lei, a mtìto che non si cangi Fessenza stessa 'dell'alto* ciò che ù
impossibile: osi ri* jormi la costituzione naturalo dell'etere umano, ciò che
non è no riunenti da considerarsi ueìT ipotesi dello stato attuale delle cose.
Ma esaminando la natura stessa di quest’ alto, si trova che I uomo può bensì
essere veritiero gratuitamente; ma die gratuitamente non può mentire* Infatti a
il esprimerà un fatto qualunque di esperienza basta la scienza del fatto
stesso: a mentirne l’ espressione vi si ricerca una invenzione cd un interasse
contrario» Ma è evidente ad un i * uipo stesso, che il fatto non s'ignora, e si
sente dentro di sè come realmente In: ed o chiaro del pari, die le circostanze
esterno di qua! dato luti-1 non hanno somministrata [a composizione della
menzogna per ciò stesso che è menzogna ; cioè a dire, nou ne hanno offerte te
idee o almeno b lorma complessa, il nesso successivo, e lo stato generale. La
menzogna dunque è un atto del tutto avventìzio, occidentale, ed estraneo a
quella situazione naturale, in cui la legge dell'esperienza pone Idioma per
l'apporto a quel fatto stesso sul quale egli mentisce. 700, Indire è liu atto
assai più cont pósto nella specie, nel numero c nella combinazione delle mac
laro che assume Lnnnio mendace. Ibso ricerca una fatica estranea e divisa del
['attenzione a conciliare idee beo diverse da quelle che i fallì som ministra
no da sè sdì; cd a conciliarle col sentimento segreto di verità che tenta di
sprigionarsi, e ad annettervi un'espressione esterna, in cui sì possano
radunare plausibilmente tutti i requisiti della v erosi m igiut 1 1 za, 791 «
Ma non può certa mentiIl menzognero, per regola di natura, sottrarsi dalla
logge tF inerzia propria delFuomo di seguire sempre ciò l-hu imporla meno di
fatica n udì' esercizio dolFaUcuzioiii:, o iu i|acllo delle facoltà listello»
INou può nemmeno darsi quelle idee cldegli non ha, e che sarebbero pur talvoli
a necessarie a conciliare certe ripugnanze osto rii e o interne fra idea e
idea, e fra le idee e le cose esterne. E ben eli è anche talvolta rinvenir k
potesse, non no potrebbe far uso se non a proporzione sol Lauto dell1 indole,
del numero e della forza dei motivi che lo spingessero. Quindi ne deriva, che
dì sua natura la menzogna essere non può cosi consonante nella esposizione
tutta dei fatti, cosi stabile, uniforme e comune a molli, che non involga
contraddizione, e non lasci un varco alla verità. Vero ò, che se esiste un
interesse prepotente contrario alla veracità., Tuomo agirà a norma di questo
interesse, convelli agisce a norma di lui quando e verace. Ma egli è vero
altresì, che nella veracità lazlono organica è conforme di natura sua alla
verità j talché molli uomini per essere veritieri non abbisognano di combinarsi
insieme e iTiuLe adersi su di un fallo qualunque, non potendo essere veraci che
di una sola maniera: dove eh e nella menzogna I interesso essendo diverge u Le
dalla traccia della verità., può essere diverso in i ufi Elite maniero.
Comandale che si segui la linea retta ria molti uomini sim ni tanca ménte :
doti nc uscirà che una sola. Comandate che ne segnino una non retta : ne uscirà
uno di in dui le maniere diverse. ). Da essi soli traggousi tutte le regole
possibili risguardauti lopportunità, Fuso e la necessità degli argomenti che
denominami dai critici negativi o positivi. Ecco i canoni che reggono la fede
storica . la fede legale . la fede religiosa, per rapporto agli avvenimenti. e
somministrano forza alle eccezioni che versano intorno all’abilità o inabilità
dei testimoni^ alla fiducia o al sospetto, all ommissione o ricettazione delle
loro deposizioni, ed in uua parola a tutto ciò che riguarda la certezza o V
incertezza, l’assenso o il dissenso sulla testimonianza di un fatto qualunque o
passaggiero o permanente, o palese o segreto, o vicino o lontano, affermalo da
uno o più uomini. Fondamento generale dei principii risguardauti la credenza
dei fotti. Ma se le leggi generali, colle quali agisce il cuore umano, fossero
di natura loro versatili e incerte, o nou si avesse principio sicuro onde
conoscerle: è ben chiaro che si toglierebbe ogni fondamento dì certezza alla
fede prestata alla testimonianza altrui, foss’clla ben anche di tutto il genere
umano unito. Ora queste leggi della volontà amar sono esse certe, invariabili e
conosciute. È cosa di esperienza che la volontà nou può agire senza oggetto di
volizione. D’altronde l’indole dell’anima, considerala da sé sola, è di natura
sua indeterminata, e per agire abbisogna d’impulsi spcc.ah: a meno che far non
se ne voglia un Dio a rigor d. termine, ma m Dio assurdo. La volizione adunque
è necessariamente un puro effetto, che trae la sua cagione, a meno occasionale,
da impulsi esterni. Non esistono in natura, ed è impossibile che esistano, se
non volizioni singolari e determinate: e perciò conviene ripeterne l’ origine o
dagl'impulsi speciali esterni, o dalle idee speciali presenti all’anima. Si
noli henc : qui se ne parla solo remonii, c all’ interesse loro ad essere
veraci o lalivamente alla buona o inala fede dei lestimenzogneri. l'.u mi m.
siùzrONK ii. c u>o il Le volizioni adunque sono necessaria m ente effetti o
di reazione o di pura pLl$S ibi t 1 1 ti », ile rivalili dall attiviLa del f
anima clie sì d dermi u a in vista di no' ideo, o è mossa da esterni impulsi.
Chi. la cosa di fatto ch’ella sì determina ed è spinta sempre verso del suo
meglio o apparente o reale. Questo fatto di esperienza non può essere invocalo
in dubbio da vcrun uo dìo dotato di senso comune, qualunque sia il sistema clic
sì anime L La sulla libertà umana. Dunque i! maggior piacere e il minar dolore
sono Ve cagioni efficienti delle determinazi o n i della voi 0 n tei, o a f rn
e n o o 1’ uno e I al tra som o i sego i naturali e connessi die corrispondono
costantemente alle leggi collo quali una cagione occulta qualunque determina Io
nostre volizioni 5 crea i nostri affetti, c ci spinge alle azioni esterne. $j
80 th Ma dico di più. Supponiamo che si volesse anche negare qrte-si* armonia
tra la forza dei motivi e le nostro volizioni, dopo di avere loro negata una
vera influenza di aziono impellente e de ter min ante, lo dico pur tuttavìa,
che siccome ò certo (per prova di ragione pari alla certezza della nostra
esistenza) che l'anima ha volizioni singolari e successive, e so fi re suo
malgrado disgustose situazioni; e non c, uè può essere a sò medesima ad ini
tempo stesso e origine e derivazione, c cagione ed effetto delle situazioni del
proprio essere: cosi sarebbe pur certo che dovrebbe cercare fuori di sè la
cagione determinante, o immediata o mediata, delle proprie volizioni. Ora lutto
questo sottomette tuttavia la volonLa umana a leggi Infallibili . certe e
conosciute dì azione. Couciossiaelii! per un princìpio certo, anzi per il
principio stesso di contraddizione, consta che ogni essere è di natura sua
determinato: cioè a dire, la sua costi tu zio no altro essere non può cheli
complesso fisso ed Immutabile di certe qualità ed attribuii che compongono la
sua natura: talché, cangiandosi in Lutto o in parte, non sarebbe più lo stesso
etite, ma un altro cui-:. Bùi. Consta altresì che il nulla non è capace di
aziono:, principio ili una pari evidenza del precedente* o clic perciò ogni
aziono, ogni db letto reale vuoisi attribuire all’ente reale ed esìsto ole 5 la
quale azione essere non può clic l ente medesimo, in quanto agisco. 802. So
dunque avvenga ohe un onte por determinarsi abbisogni dell azione mediata o
Immediata di un altro, egli è evidente che la dolermi nazione, che un
risulterà, altro non potrà essere clic il risultato ìiù~ céssàrio della natura
di entrambi, messa io mio scambievole 'commercio di azione e di passione, 0 di
aziono e di reazióne. Blbf. Che se volessimo supporre Y e fi etto fallibile*
cioè a diro che talvolta 1 aziono doli oggetto determinante potesse andare
frustrala sui suo soggetto, cadremmo in un assurdo. Imperocché per ciò stesso
che una sola volta produsse effetto, egli lo deve sempre e necessariamente
produrre. Infatti per qual ragione lo produsse una volta, se non perchè ambi
gl’esseri erano dotati d’ una forza attiva, e la natura loro non ripugnava allo
scambievole loro commercio, altrimenti belletto uon sarebbe giammai seguito?
Siccome adunque questa stessa natura sussiste pur ancora fra entrambi, così
sarebbe assurdo che non seguisse l’effetto connesso al loro urto scambievole:
il quale effetto per ciò stesso è rigorosamente necessario. L’efficacia del
fuoco ad ardere un qualche corpo è iu ragion composta dei rapporti che passano
tra il fuoco e la materia combustibile; i quali rapporti poi si risolvono nella
natura dell’uno e dell’altra. La combustione è il risultamento e l’effetto di
questi rapporti praticamente combinali, una legge cioè di natura. La
fallibilità dell’effetto sarebbe dunque una formale ripugnanza. 0 conviene
adunque uon supporre mai l’effetto: o supponendolo esistente con le stesse
cagioni, convieu concederlo sempre infallibile, e concederlo sempre necessario
c determinato. Potrebbe certamente avvenire che si desse la concorrenza di due
o più impulsi simultanei sopra uno stesso soggetto, prodotta da diversi
oggetti, e perciò che l’azione di uu altro precedente venisse tolta o collisa o
modificata. Ma ciò non distrugge o affievolisce, anzi conferma vieppiù il mio
precederne raziocinio sulla necessaria ìufallibilila dell effetto. posta la sua
cagione. Imperocché dall’ipotesi questo essere diviene renitente all’azione
completa di un tale agente estraneo, non in forza delle disposizioni sue
naturali e necessarie, ma bensì delle disposizioni acquisite e contingenti che
risultano dall’azione degli altri esseri sopravvenuti ad operare in lui.
Pertanto ora non si può prestare interamente, o almeno in parte, all’ azione di
un singolare oggetto, per la stessa ragione per la quale dapprima vi si
prestava, e vi si prestava totalmente. 806. E iu verità a questi nuovi esseri
attivi si deve pure applicare in generale la teoria da noi allegata a riguardo
del primo, avendo eglino comuni con lui tutte le determinazioni, i rapporti e
le leggi clic competono a tutti gli esseri. Quindi siccome sarebbe stato
assurdo il dire, rapporto al primo, che, data la capacità di agire o di reagire
fra due enti, e venendo l’un l’altro entro la sfera della loro scambievole
energia, non ne fosse seguita razione e l’effetto; del pari sarebbe assurdo 11
dire, anche riguardo agli altri concorrenti all’azione, che non producessero un
elìetto proporzionalo alla loro combinata attività, ed ai grado dell’attività
stessa esercitata sul loro comune soggetto. 807. Perciò eglino debbono
necessariamente impedire o moderare o rendere mista l’azione di un ente, per la
ragione medesima per la quale uno di essi la compiva tutta da sè solo, quando
solo si trovava ad agire sul soggetto suo; non altrimenti che un corpo mosso da
due eguali forze impellenti a direzione rettangolare deve seguire la direzione
diagonale per la ragione medesima per cui egli seguiva la direzione retta
quando era mosso da una sola. 808. Dunque anche nelle eccezioni apparenti la
legge della necessaria discendenza e stabile proporzione fra l’effetto e la
cagione si mostra in tutta la sua forza. Anzi il modo stesso e le condizioni
con cui riesce il risultato delle forze combinate portano in sè l impronta
d’una dipendenza tale, che corrisponde perfettamente al tenore dei gradi d
energia impiegata da ogni potenza a produrre in concorso 1 elicilo sul soggetto
comune. 809. Laonde, qualunque sia il sistema che si abbracci intorno alla
volontà, non si potrà giammai riuscire a sottrarla da leggi certe ed
invariabili di agire. E siccome abbiamo veduto, che o si ammetta che le
considerazioni del bene e del male, della felicità o della infelicità siano per
sè stesse motori efficaci della volontà a scegliere e ad agire; o anche, negalo
questo, si valutino come meri segni naturali e di corrispondenza fra le
modificazioni della potenza sentimentale e delle potenze attive dell’uomo; o
finalmente, negata anche quest’armonia, si ammetta per lo meno (come per
necessità metafisica si deve ammettere) che gli alti della volontà siano atti
singolari e veri eilelti; non si può sfuggire di adottare qualcheduno di questi
partiti: così sarà eternamente vero che le volizioni saranno soggette a leggi
fisse, inalterabili e conosciute, per ciò solo che si ammette che l’uomo è un
essere capace di elletlo. 810. Per la qual cosa la forza di siffatte leggi
dovrebbe necessariamente estendersi fin anche al caso che l’uomo potesse essere
a sè medesimo uuica cagione de’ proprii voleri, e non ne riconoscesse fuori di
sè nemmeno cagione alcuna occasionale o prossima o rimola; e che tra la facoltà
di sentire e di volere si supponesse anche frapposta una insuperabile barriera,
che impedisse fra di loro qualsiasi comunicazione. 811. Io mi limito a queste
principali osservazioni metafisiche, senza estendermi alle altre confermazioni
tratte dall’universale persuasione di tuLto il genere umano, che esista una
infallibile e costante connessione HC fra i muli vi clic sono prese uh all'
inLen dimenio, e le dclemiuaziaui rL-U l'umana volontà; e dio queste
dctormìuazioui .sia tra per 5 è stesse efìdli assolala inculo certi ed
invariabili, rdalivi e proporzionali alla .specie ed aireuergia dei molivi
medesimi. Le legislazioni Lutto religiose e politichi.', la murale* buso della
parola* l’edncariaae, le ricompense alle azioni virtuose e le pene ai delitti,
la sicurezza pubblica e la privala* il commercio, e in breve la condotta
universale del genere umano, sommi lustrerebbero infiniti mdizìi, Ma come
questa è una sovrabbondanza, così m\ rimetto a quanto ne dice h Genesi del
Diritto penale ^ 4D7 lino al , | SIS. 0 conviene adunque negare che 3 uomo sia
un ente rati le ^ 0 negare che abbia volizioni* 0 negare i priuclpii più
semplici, più uia* versali 0 pili incontroversi delle cose; o d alba ì Ito lato
ù forza anime tic- re la indicata invariabile e certa legge dello volizioni
umane (>). Le fondamenta dunque di quella che appellasi morale certezza sono
immutabili ed inconcusse lo non vorrei perù che si pensasse ch’io faccia agir
l'anima a guisa di un corpo, e ]’ nomo ragionevole al pari dei bruti* 1/ ànima
nou agisce nè può agire a guisa di mi corpo, perche non è uè può essere, come
pensante*, fin soggetto composto. Inoltre nell' nomo intelligente non sono
precisamente i molivi die determinano l’ anima* ma è beasi l’ aulma che
determina sò stessa in vista dei molivi: distinzione importantissima, che
frappone una diJìcn/uza inficila fra la spinta d' una pietra e le volizioni di
un uomo* 8 1 4. Di più; non sono sempre le sole occasioni esterne die abbiano
forza d' influire sulle determinazioni sue, come nei bruti; ma bene spesso ella
no trae da II’ io terno suo i motivi: talché a molli appetiti svegliati dalle
circostanze esterne, e chi' il bruto segue senza riserva c senza previdenza,
Contrappose una ragionata, sublimo e mora! seria di molivi dT una superiore ed
antiveduta IV: li citò* \.' intelligenza di cui egli " dotato, e di cui
sono mancanti i bruti 0 gli stupidi, Jo rende capace ^intenderò il senso di una
légge, e di conoscere i rapporti di convenienza (1) Alte cose détte daU!Àntorc
da! h 1 1 Ijiiq e tilt vogliono tfi&ere intese rnd loro giusto senso, onde
evitare $^3 errori dui dei&rmunsmOz servo lì 0 di ujijjorEuno
stbiaxiMK-iilo il 7^7 e il ffdgìjéiaic. Fréga i! lèttene di vedere énebo lo mie
no ri ola/ ioni a divtj1* si ^ai-àgrall della Genesi del diruto penale circa il
li lj ero arbitrio e l’ a aio tic dei molivi stilla volontà. e disconveuienza
delle sue azioui con quella. La sensibilità poi, di cui è dotato, lo rende
suscettibile a piegarsi ueiratto pratico alla sanzione ; e runa e l’altra di
queste facoltà, considerate sotto questi rapporti, lo costituiscono un essere
capace di moralità ed attualmente morale, quando egli abbia l’anima fornita
delle idee relative. Queste sono qualità di cui mancano i corpi e gli esseri
irragionevoli. 815. Ma perchè l’uomo ha questa superiorità, perchè egli ha la
volontà, come dicesi, illuminata, e può fare, mercè l’uso dei segni e delV
intelligenza^ infinite combinazioni, e creare migliaja di motivi diversi ed
impossibili all’azione dei puri sensi (benché eglino siano la prima sorgente di
ogni idea); c perchè in vista di siila tte cose egli può essere uu ente morale:
si dirà dunque che questi qualunque sieno intellettuali motivi o legali, o
liberi da obbligazione, smentiscano la legge unica ed universale della
infallibile esistenza dell’ effetto, postane l’adeguata cagione? Anzi
all’opposto l’indole stessa delle leggi tutte sì divine che umane, e della
moralità, svela e predica altamente il supposto dell’azione e corrispondenza
infallibile del bene e del male sulle determinazioni dell’umana volontà, senza
la quale nell’un caso sarebbero un puro gioco illusorio, e nell’altro gratuite
ed irragionevoli crudeltà. 81 G. Ancora una parola in grazia della pia
timidezza di coloro che non sanno ben concepire fumana libertà. Io bramo di
cuore di trovarmi d’accordo colle persone di buona fede. 817. Qual differenza
v’ha fra un uomo di cinque anni ed un uomo di trenta? Quella sola, mi si dirà,
dell’età, e quella sola che l’ esperienza può frapporre nelle cognizioni di
questi due uomini. Ma la sostanza, la natura, le facoltà delle anime loro: il
numero e la struttura delle facoltà fisiche; le idee sensibili, gli appetiti
naturali e fisici, le passioni che ne derivano immediatamente, l’odio al
dolore, l’amore al piacere, la memoria nel rammentare le cose passate; sono in
sostanza simili in entrambi. Solo il fanciullo manca di idee iutelleltuali ed
assai astratte, di nozioni e princlpii generali, che, mercè l’uso dei segni,
disciolgano e sottraggano le sue idee dall ordine delle circostanze esterne, e
dall’impero meccanico col quale padroneggiano l’umana volontà, delle quali idee
intellettuali è fornito l’uomo di trent’auni. Questa differenza, la quale
consiste parte in una semplice separazione d idee, parte in un’associazione
spontanea di esse, e parte in un artificioso collegamento delle medesime fatto
dall’ attenzione, come sopra si è veduto; questa sola fa sì che l’uomo di
trentanni sia da tutti i filosofi, da tutti i teologi, da tutti i
giureconsulti, e generalmente da ricerchi: SI LLà VALIDITÀ’ dei giui.it cu, ec.
mo lutto il mondo considerato lìbero, ed il lanciLillo no: l'uomo di treuG njnii
un ente moru/e, che merita e demerita colle sue azioni; ed IL (alleluilo un
ente non ancor morale^ die non ha nè merito nò demerito, La libertà umana
dunque propria dell'essere ragionevole, e quale viene comunemente intesa,
deriva unicamente dal possesso delle idee in ielle Liliali, e dagli effetti
loro sulLnom^. Giù da me schiarito, eccoci riconciliali. Dalla nozione che
nulla prima Parte di questo scritto abbiamo esposta si vede cbe cosa noi
intendiamo qui sol Lo la denominazione del hihbhcQ (ved. Parte J. Capo \ I )*
Chiedere adunque se il Pubblico possa generalmente riuscire giudice autorevole
di verità, egli è lo stesso cbe chiedere se II maggior numero degli nomini
componenti una o più civili società possa recare giudicii I quali tenersi
debbano qual criterio di venta. Dapprima sotto uua considerazione meramente
ipotetica abbiamo [ i gu va Lo qu es Lo P u bb 1 i co fornito di tutte le
capacit à opportune e pròporziouatcì a giudicare (ved. Parte R Sezione li. Capo
IX), Ma questa è una pura finzione, attesoché realmente lo stato e le
circostanze delle civili società impediscono al maggior numero degli individui
componenti il Pubblico di acquistare e rivestire siffatte capacità. 5 ^44. Se
la costituzione, P estensione ed i nessi dello verità fossero versatili) laiche
or più ed or meno si potessero ampliare e ristringere proporzionatamente alla
comprensione di chi le contempla' forse un sii Pur ora -ci oon leu liomo di q
iresti re nrraltafli? tlt proposito qnoalo àtgo raetUo, Vcd *"’a motivo
editi più sono dobbiamo di nuovo Pone IV. Sose. MI. Capo Ili) Ari. U. fatto
Pubblico, quale realmente lo riscontriamo nelle civili popolazioni, potrebbe
divenir giudice competente di verità; e quindi le sue decisioni rivestire un
carattere autorevole di certezza, ed esprimere gli oracoli adequati dell’umana
ragione. Ma siccome la verità dipende dallo stato reale delle cose, immutabile
rapporto all’uomo: e siccome un tale stalo offre un vastissimo ed immenso
numero di relazioni, di esistenza e di non esistenza, d’identità e di
diversità, di origine e dipendenza da uoa parte, e di iudipeudenza dall’altra,
di coesistenza e di successione, ec.: e siccome altresì i giudici! umani si
racchiudono entro tali rapporti, talché la verità relativamente all’uomo non è
che la comprensione di siffatte cose, a norma dell’azione risultante dalle
determinazioni scambievoli del di lui essere pensante con tutti gli esseri
fisici e morali che lo circondano: così è troppo chiaro che i giudicii umani
per essere veri debbono abbracciare ed esprimere siffatte relazioni, lotte le
scienze, tutti i lumi, tutte le umane investigazioni hanno questo solo scopo e
quest’ unica sorgente. 845. D’altronde abbiam veduto che le verità per se
evidenti nou debbono entrare come scopo c materia nelle ricerche di questo
programma, ma bensì dobbiamo attenerci alle verità complesse. Dunque, parlando
del Pubblico nello stato reale, conviene esaminare se al di la delle verità
spontaneamente evi denti possa essere collocato in tali circostanze, che,
assumendo la Datu rale capacità della mente umana, egli possa recar giudicii i
quali siano il risultalo della cognizione dello stato complesso e dei
moltiplici iaj porti delle cose. Ma siccome abbiamo veduto che a ciò si vuole
un’ analitica e profonda attenzione, il cui esercizio richiede tempo
piopoiziouat grandezza degli oggetti ed alla limitazione della vista RAZIONALE,
oltreché dipende dall azione . direzione, durala ed intensità dei motivi: così,
riguardo alla ricerca presento, convieu discoprire se nell’universalità degli uomini
componenti le civili società si trino siffatti motivi, che spingano a
ricercare, o almeno ad impau mercè l’altrui istruzione, a conoscere i rapporti
meno evidenti delle cose; e se pur anco loro ne rimanga il tempo proporzionalo.
847. Ridotta la questione a questo punto di vista, la risposta si piescota
agevolmente. D noto un calcolo che un acuto ingegno (sa rriaso) ha formato per
provare la necessità della rivelazione pei 1 1 1 alle verità morali. Onesto
stesso calcolo non solo prova la necessita ti parte mi. si; zi ohe n. capo ìx.
047 ìr istruzione scientifica* derivata ria quei pochi privati che hanno il
raro privilegio di essere inventori o pensatovi; ma, esaminalo a fondo, prova
che la universalità degli individui componenti le civili società non ha il
campo nemmeno di essere completamente istruita, onde formare giudici!
autorevoli di verità (0, Diciamo anzi* die per lo più si contenterà delle
decisioni del puro senso comune sulle cose più ovvie e triviali: ricevendo,
rapporto alle altre materie alquanto ardue, i giu dici I studiati .
dall’autorilà e dalla tradizione di pochi, in guisa che li ripeterà per una
cieca deferenza, e senza comprenderne il valore. 848. Ed affinché si ravvisi
più davvlemo questa verità* giova considerare che i primi lì vi ed In dispensa
bili bisogni invocano imperiosamente la nostra attenzione* Dopo di questi
sopravvengono I bisogni di comodità* In appresso convìeu sempre ricordare che
l'esercizio dell* at¬ tenzione, clic appellasi studio^ riesce penoso, In olire*
che ì piaceri fisici e di spettacolo hanno un grande a&ccmlcnie sulf nomo,
essere misto* Quindi tutto II coro dello passioni predomina generalmente alta
tranquilla ed imparziale passione della ricerca e cognizione della verità*
Questi sono fatti noli, e deriva ri li dalla cosile u zinne cognita dell
Panino, 849* Ciò posto, considerando dall’ altro canto lutto ciò che i
progressi dello stato sodalo esìgono dai membri della società, e combinando le
forze c le circostanze col carattere fisico e morale del genere umano* si ritrova
clic 11 maggior un mero di una popolazione* lungi da! potere In veruna materia
riuscire conoscitore competente e giudice autorevole di venia, vì rimane anzi
dccisivameuLe inabile* Si assuma in consklerazinue qualsiasi popolo* in quanto
sia capace di conoscere e giudicare della verità. Conviene tantosto sottrarne
la metà* cioè a dire Je femmine* l'educazione e la vi La delle quali si oppone
a qualunque profonda cognizione della verità* oltre lo più evidenti e triviali,
E d’uopo altresì del farne i lanciti Ili, i vecchi, gli artigiani* gli operai,
la gente di. servizio, 5 soldati di proiezione, i mercanti, il gran numero
degli agricoltori* ed inoltro genera Ime u le lutti coloro ohe, in forza del
loro stalo, delle loro dignità* delle loro ricchezze, sono assoggelUili ad
assidue occupazioni o dati in balia a piaceri che riempiono molta parte dello
loro giornate: e sì troverà quanto ristretto risulti il numero di que? soli i
quali possano giudicare della verità nelle diverse materie meno triviali. (') P'^ge
die qui véja°iìno richiamate l> ;j n i uomo puà ri asci re passiva inrijtt
addot li’ mullàmì iml^pcasabili, mcrrr le quali I rinato, r^|;ì controversia,
viene designato il complesso degl’ intendenti^ non limitato a numero, nò a
paese. 1/ alito Pubblico viene sotto alla denominazione di volgo i oppure di
popolo; ed il quesito ha chiesto non del volgo, nò ilei popolo, ma bensì del
Pubblico in genere* In vista di ciò, potendo essere avvenuto che codesta Reale
Accademia abbia avuto di mira siffatto Pubblico o còme soggetto solo, o come
soggetto cumulali va; se io tralasciassi. di volgere le, mie ricerche su di big
non soddisfarei alle intenzioni del qa esito, c le mie discussioni
riuscirebbero fuor di proposito, od i mpcrfóUe. 5 $G8* V’ha ben anche un'altra
considerazione, che si può conciliare coi termini del quesito ; ed è, che una
situazione acconcia a giudicare sulle cose complesse^ quale nel maggior numero
degl’ indivìdui delle rivelili popolazioni rinvenire non si può in fatto, ma
che pure non ripugna, si potrebbe porre nel novero di quelle circostanze
contemplate dal quesito, entro alle quali situando il Pubblico, può forse
recare giudici i che talvolta s'abbiano a tenere per criterio di verità* 8blh
Lui altro motivo finalmente si è5 che quand'anche si supponesse che il Pubblico
disegnato dal quesito fosse quello solo che più ovviamente viene divisalo; ciò
non pertanto le mie ricerche sulla validità dei giudici! della repubblica
letteraria mi somministrerebbero, rapporto alla validità o nullità dei giudicò del
Pubblico, volgarmente inteso, risultati di una forza trascendente Con cioss
biche* se si dimostrasse che i! gìudìcio concorde dei dotti non può essere in
certe materie criterio di veritìt^ argomentar sempre si potrebbe a fortiori
ch'essere no '1 possa pel Pubblico in genere. * Nelle altre materie poi, ove i
dotti potessero essere giudici autorevoli, riflettendo al come ed al perchè il
giudicio loro concorde possa divenire criterio di verità, si verrebbe a
dimostrare In is pedalila, che la Lesi mia generale contro del Pubblico (tesi
della quale 10 medesimo ho fallo la censura, come testò si è vedalo } viene pur
an^ che verificata in tutti i casi, o, a dir meglio* in tutte le materie. 870.
Laonde, m vista dei premessi motivi, mi è forza analizzare se il ragionamento
lessato nel Capo precedente sussista, o no. E posto che sussista, se m tutto o
in parte sia conforme al vero; c con quali cautele, e in quali materie, e
dentro a quali circostanze si possa egli verificate. Che, in forza di sole
generali e piu favorevoli considerazioni, il gì lidie io dei dotti tuffai più
esser può un criterio probabile, ma non certo, di verità .Per quanto il
ragionamento esposto nel primo Capo far possa iugombro alla mente, e per quante
attrattive egli abbia a cattivare il volo della ragione; uulladimeno non
giungerà mai a persuadere che il giudi c i o concorde e ragionato di molti
riguardar si debba quale infallibile norma di verità. Diffatti le prove addotte
ci additano elleno per avventura in una guisa speciale e dimostrativa la
infallibilità scolpila nel giudicio concorde e ragionato di più uomini?
Escludiamo forse, mercè i rapporti del ragionamento, la possibilità logica di
un comune e concorde errore? Anzi all’ opposto ci abbandoniamo ad una logge
vaga, confusa, generale, e per noi incalcolabile, qual’ è quella della fortuna
degli umani pensamenti. Se reudiamo esattamente conto a noi medesimi per qual
via siamo giunti alla illazione che attribuisce tanto peso al sentimento
concorde di molti, ci avvediamo di aver percorsa soltanto la dubbia e vaga
carriera della probabilità, dove solo penetra il barlume ed il presentimento,
ma non la retta e piena luce della certezza, per cui l’ anima e còlta da una
irresistibile attrazione di assenso. Abbiamo noi forse dentro i cervelli umani
vedute le idee connettersi a foggia di vero, benché tutte si esprimano in una
sola maniera? L’errore è vario. Ciò è vero. Ma fu forse dimostrato essere
impossibile che molti uomini talvolta, giudicando anche a proprio dettame nelle
materie complesse, errino di una sola maniera? E pur veio clic l’errore dipende
dall’ignoranza e dalla mal diretta attenzione. Ora ci consta per avventura
certamente che in molti uomini non si possa verificare il caso, che tutti
ignorino su qualche materia complessa un dato aiti colo, la cognizione del
quale perchè appunto mancò doveva trarli ad uno stesso errore, quanto più
metodiche erano le loro ricerche e quanto pm esatte le illazioni? Datemi un
calcolo riguardante qualche cosa di reale, a cui manchi una partita: lutti i più
periti calcolatori dedurranno la stessa somma. Ma applicato al fatto riuscirà
falso. E perchè ciò ? Perchè vi manca una quantità reale . A che giova per la
verità che molti siano concordi nello stesso risultato, se non ad assicurare
che il calcolo è stato tessuto a dovere, ma non mai che tutte le quantità
convenienti sianvi state introdotte? parte iv. shznm: i. capo nr. nri5 STA.
Ora* per rapporto ai Pubblico,, si e forse dimostrato die a motivo fhe molti
concorrono a ragionare di ima stessa maniera sur uu sog-* getto complesso,
abbiano avuto tutte le notizie die la natura delle case esige per la verità?
Giù posto, dii ci assicura dall’ ignoranza, prosa rigorosamente carne tale?
875, jn tale ipotesi sarà vero che non yì fu ammissione nei radocimi; ma ciò
basta farse per la verità ! Se un popolo di ciechi deduce che il sole non fa
altro che riscaldare il genere umano, prova ciò per avventura die lealmente sul
restante degli uomini produca questo solo effetto ? ^ 870. Dunque esaminando 11
gì li dido concorde di molti per questo .solo rapporto, che io chiamo rapporto
allo spirito^ luti ' al più potrebbe produrre, la certezza die non intervenne
abbaglio nell7 osservazione e nella deduzione; ma non mai V altra certezza
ch'egli sia conforme alia verità delle cose, là quale in $è stessa, cioè a dire
nello stato reale, può essere diversa. Che se poi esanimiamo questi giudicò
reta tirameli le al cuore ^ vale a dire per rapporto ai motivi dire Uovi
deHaLLcnzione, il ragionamento sopra tessuLo non ci può offrire il giudicio
concorde di molti rivestito di certezza, nemmeno per rapporto alla osservazione
ed alla deduzione, se non si dimostra p recisa me u Le che non vi possa
intervenire una cagione contane di seduzione. Questa agisce, come si e veduto,
deviando 1J attenzione dal considerare quei rapporti i quali comprendere si
dovevano per pronunciare un giu di do vero; oppure non istimolando abbastanza
fa Udizione ad a r restar vi si per quel tempo e con quella intensità eli*
erano necessari! a percepire tutti gli aspetti delle cose* 878. Fino a che non
abbiamo un principio dimostratilo, il quale escluda una siffatta cagione
comune, non potremo mai riguardare quei giu die iì come aLLi a servire di
criterio di verità, 8 i 9. Ora nei proposto ragionamento non ci consta dell7 esistenza
di un principia chiaro, il quale escluda questa cagione.— Dunque, contemplando
L giudicò benché concordi di molti dal canto delle leggi dell attenzione^ non
possiamo, in forza dei soli dati generali sovra espressi, ì quali, come ben si
vede, sono i più favorevoli possibili:, non possiamo, dissi, mai dedurre eh
eglino s’ abbiano a tenere per im criterio infallibile di verità* Solo ci
consta che non possiamo decidere tra la f allibii ila. o la infili iìbilità
Dunque siccome tanto dal canto dello spirito, quanto dal cauto del cuore* vi sì
ravvisa la logica possibilità dell’errore, o almeno non si può escludere; il
giudicio concorde e ragionalo di molli non si potrebbe giammai tenere per cerio
ed infallibile, ma soltanto probabile criterio di cerila. 881. Ecco in geuerale
fino a qual segno il giudicio di un Pubblico intendente tener si potrebbe qual
criterio di cerila: tutt’ al più si potrebbe farlo salire fino alla probabilità
della esistenza del cero, ma non mai fino alla certezza assoluta. 882. Per tal
modo emerge un altro estremo di conciliazione frale mie idee. Ilo dello che nei
senso rigoroso di criterio, che ho richiesto di un uso infallibile, il giudicio
del Pubblico, ancorché vero, rimaneva superfluo, perchè incerto. Qui trovandolo
probabile ?, dico che, nelle materie dove può verificarsi, egli serve
ottimamente all’ uomo in pratica; perchè temer potendo di abbaglio nel
ragionare sugli oggetti complessi, abbisogna di una testimonianza che lo
rassicuri da tal timore; e in mancanza di certezza, gli serve la probabilità.
Spingiamo più oltre l’analisi. Per qual ragione debbo io indurmi a presumere
che nel giudicio concorde di molli conoscitori si racchiuda la verità? Deve
pure esistere un principio teoretico e generale, certo per sè medesimo, il
quale determini ed avvalori piuttosto questa presunzione, che la sua contraria.
Se io mancassi di un tale principio, la mia presunzione sarebbe temeraria .
Esiste questo principio fondamentale e determinante? E se esiste, qual è ? 884.
Se in natura non esistesse un mezzo per sè infallibile onde conoscere le verità
complesse; se questo mezzo non escludesse di sua ua tura tutti i casi possibili
dell’errore, e non abbracciasse tutti gli accidenti favorevoli alla verità; a
che gioverebbe l’investigazione e l’autorità di molti uomini a produrre nel
privato o certezza o probabilità della di lei scoperta? È pur chiaro che tutte
le viste del genere umano sarebbero m tale ipotesi frustrate, e noi rimarremmo
nella notte perpetua del pirronismo. Dunque in tanto il giudicio pubblico si
valuta qualche cosa per la verità, in quanto si suppone che l’uomo sia fornito
di qualche mezzo per sè infallibile di rassicurarsi della verità. 886. Ma se
all’opposto a tutti gli uomini singolari ogni verità si presentasse in una
guisa evidente, cosicché escludesse la tema dell abbagito a die avrebbero
bisogno d' invocare il soccorso dell'altrui autorità? Dunque il gnidi ciò di
molti in tanto si considera utile e tu tanto Ottiene preferenza sopra quello dì
un privalo, in quanto si suppone else un solo o pochi possano errare più
facilmente che molli nel rilevare ] veci rapporti delle coso. 888, Dunque per
ciò stesso si suppone per regola generale e teo~ reiioa* che moki vengano o
avvertano quello che un solo o pochi non vedono* li i avvertono. Iu breve: si
suppone che, a forila di radezza te e disti ole osservai ioni, i molti emendino
i diletti di spìrito e dì cuore*, i quali possono rendere erronei i giudi rii
d’ogtii nomo singolare; e ciò in forza della sola moltiplico diversità delle
loro vedute, dei loro interessi e delle loro in eh nazioni. Se si riuniscono
adunque gli estremi del principio avvalorante lautorità di molti in fatLo di
verità* egli in chiù de il doppio supposto* che esista un mezzo infallibile a
conoscere la verità* escludente tutti 1 casi dell'errore* od abbracciatilo
lutti eli accidenti fa vere voli alla verità: e che questo mezzo* merco Tosarne
di moltivenga ridotto ad effetto piu probabilmente che da un sola nomo: e
perciò ottenga V intento della scoperta della verità. 890. Ora lutto ciò hi
verifica egli di fatto? Con quali modi e iu quali circostanze entrambi i
supposti si possono verificare? Potendosi eglino verificare in natura* come sì
deve dirigere fuomo privato iu pratica* onde accertarsi della loro esistenza
noi casi Concreti, e determinare il suo assenso al pubblici giudi eh ? Loco
ricerche, la soluzione delle quali* quando venga eseguita a dovere* deve ini
allibii incuto soddisfare allo scopo del proposto quesito. Prima però di
entrare nella loro investigazione è d uopo proporre altre p r eli ni i u a ri
osse r v azio 1 ii . A tjualt confuti venga ristretta V idea del l' libidico
intendente, ossia della repubblica delle lettere - . Anche la persona di questo
Pubblico intendente sì deve circoscrivere entro certi estremi. Se a costituire
il pubblico consenso dogi i intendenti si richiedesse il pensamento di tutti
coloro che io ogni secolo edili ogni paese giudicarono e giudicano cou
cognizione di causa di qualche cosà, non sólamente ciò renderebbe troppo ampio
il concètto di questo Pubblico, ma Io farebbe riuscire del Lutto frustraneo. II
PubfeEeo colto d‘ oggidì si può forse appellare il Pii JjIjMco del secolo di
BUONAIUTO GALILEI di Bacone e di Newton* o quello del secolo di }Lride o di
Augusto? Se oggi esce qualche produzione, stilla quale i dotti decidono, si
dovrà forse attendere il gliidieio della posterità per affermare che 11
Pubblico o la repubblica delle lotterà abbiano giudicato? 804. Qud che vissero
dapprima formano fan tirili l.'i o gli augnali; quei che vengono dopo formano
la posterità. Il Pubblico si racchiuda fra questi due estremi. Egli è nella
generazione rivelile. La tomba corii* tuisce la linea di confine dm circoscrive
il concetto del Pubblico, 895. Che se questo Pubblico adotta i pensamenti delle
antecedenti generazionis* egli aumenta il patrimonio dei lumi che ne ereditò;
tulio ciò gli appartiene* direi cosi, per sua speciale proprietà. TJ diritto di
rm* ionia pubblica, ebe le vecchie opinioni hanno è fondato i nteramentij sul
consenso della viveule generazione: la quale siccome alcune oc a-o* nulla, ad
altre deroga, e iu tal guisa fa si che non più riescano gmdicìo del Pubblico,
ma opinioni di qualche privatoo vìttime dell’obbho: cosi se alcune ue ritiene,
sicché possano dirsi pubbliche* ciò avviene unicamente in forza di uu
intrinseco ed innato diritto della vivente età* S9G. Non dico perciò che molte
vòlte gli antichi non possano aver ragione contro un Pubblico moderno* ù che ìl
Pubblico noti abbisogni in certi casi del soccorso della loro sapienza per legittimare
i suoi giudici! : ma dico solamenteche n cosLiluiie il giudicio di un Pubblico
riccr* casi unicamente il complesso dei co aleni pora neh Questi sono 1 limili
cU sembra fissare si debbano al Pubblico ragion a loro per rispetto ali eia, dj
897. Ma se anche, attenendosi ai soli eoo Tempera noi si volesse per un altro
cauto oltrepassare il cerchio degli intendenti racchiusi nitro alle nazioni
culto poste in iscambleyole 5 mòltiplice e regolare corrispondenza e commercio
di lumiper errare traviali Ira le piò e dissociate popolazioni a raccoglierne i
pensamenti sugli articoli speciali degli umani giudicii: questa cura sarebbe
del pari strana che ina prati cabile albi lì Lento die trar se ne dovesse. lì
altronde m Ila comune significazione si sente che siffatta ampiezza eccede
smodatamente i limiti dell' idei di nu Pubblico di dalli, o vogliaci! dire di
una repubblica ‘-Ir. tu lettere, 898. Nemmeno poi credo che sia lecito
restringerei ai pensieri degli intendenti di una borgata o di una CiLlà. onde
caratterizzare un g1K' di ciò veramente pubblico, o poterlo dir e giudici o
della repubblica L-ttcr aria 5 trovandosi che nella comune significazione il
suo concetto . Proseguo, persìstendo sempre a far suonare sul cembalo ./la
corda prima, e passa sul cembalo lì a toccare la seconda corda, stento la
differenza. Ecco un secondo giudici^ negativo. 91 fi, Persisto sempre iu A
sulla prima corda, e iu B collo stesso metodo passo a toccare la terza, la
quarta c la quinta corda. Sunto scia, iti:. pre la dissonanza, e ut; ottengo
uti terzo* un quarto e uo quinto giudiciò negativo si ugola re Ritengo che B
troll ha clic cinque corde, notizia di latto preliminare; veggo d’averle
percorse Lulle: concili udó die la prima corda del cembalo A uoli consuona cou
alcuna del cembalo B. Questa è ua;s cotieljiusione generale su tutte le corde
del cembalo B rapporto alla prima del cembalo À . Questa couehlusioue forma un
giudicio negativo, che si esprime colla seguente proposizione! La corda prima
del cembalo J non consuona cou alcuna del cembalo B. La verità di questa
proposizione risulta dalla verità di tutte le altre proposizioni * ossia, di
tulli i giudici! latti nel paragonare il suono della prima corda del cembalo A
con ognuna delle corde del cembalo e m tanto appunto è vera,, perchè lui te le
altre singolari sono vere, Ma come è risultala questa verità? Prima dal sapere
che il cembalo B La cinque corde; in secondo luogo dafLayerlc come sopra
paragonate* 9*20. Ma come si è saputo e scoperto clic IJ aveva sole cinque
corde ! Dall' averle ben distiate e annoveralo, cioè dall* attillisi* Ma Favere
cinque corde forma lo sialo di fatto reale del cembalo, Dunque J 'analisi dello
stalo di fatto delFoggetlo su cui versa il raziocinio h la prima operazione
preparatoria onde ottenere certamente una verità riguardante una cosa
complessa* dì cui st voglia al fermare o negare qualche cosa in una maniera
generale, Pili sotto giu sii li cleri l'estensione generale da me data a questa
couchitisiont. Frattanto raccolga come un lemma. 922* L5 altra conseguenza poi
si è, che il paragone analitico 5 cioè fatto con ogni elemento delle idee
complesse, distinto prima col mezso de d'analisi*. è la seconda condizione
pratica e necessaria nude a Samare una verità generale, vale a dii e relativa a
Lutto intero un argomenta Se sopra si è veduto 'Capo antecedente) che tutto ciò
c iodi ^pensabile all’ uomo attesa la naturale ristrettezza della sua
comprensione, si vede ad uri tempo stesso esservi un mezzo infallibile onde
otteuere la scienza certa dei rapporti* vale a dire V evidenzila 924. F però
chiaro che il metodo usato in questa specie di rag10nameutì compiessi è
perfettamente identico a quello che si usa nei 8iU' rlicii o ragionarne# ti
semplici. Non v’ha altra differenza che nell esseri ripetuta l’operazione, e
nel riferire In £mc il sommario di queste ripf;F ziuni. Mercé la conclusione
generale veggo con un solo cenno il risultato delle operazioni prore Jenljj e
quindi neJFmvo rapidamente trascoi io . %3 più oltre. Il motivo che mi fa
riuscire indispensabile Tanalisi per ridurre tutto a molti plicità) a fine
appunto di ottenere due semplici vicine unità, è pur quello stesso che mi rende
indispensabile questo sommario, in cui le cose singolari si riducono ad unità,
onde ottenere il più semplice concetto proporzionato alla capacità mia. Sarebbe
agevole opera il dimostrare essere questo metodo lo stesso di quello che si usa
nelle matematiche; e quindi nasce una conferma più speciale di una verità
annunciata in generale più sopra.Ma se da questo primo sperimento io volessi
dedurre che nessuna corda del cembalo A consuona con quelle del cembalo questa
conseguenza sarebbe precipitosa. La deduzione sarebbe un pregiudicio. . £
perchè ciò? Perchè se la prima corda del cembalo A non consuona con tutte
quelle del cembalo B, potrebb essere benissimo che qualcheduna o tutte le
successive consuonassero con taluna o con tutte quelle del detto cembalo B.
928. Ma ciò non mi consta, uè mi può constare, se non dopo che Lo ripetuto
collo stesso ordine Io sperimento paragonato. Così pronuncio un giudicio che
uella maggior parte non è provato. Qui il difetto è nella prima parte della
proposizione. Quanti difetti di questa natura si commettono tuttodì negli umani
giudicii su di qualsiasi materia! Quanti scrittori, quanti filosofi rassomigliano
a quel Francese, il quale avendo in Germania alloggiato ad un’osteria, ove la
padrona era rossa di capelli e stizzosa, scrisse utd suo giornale: tutte le
ostesse di Germania sono di capelli rossi e stizzose! A questo difetto l’uomo è
assai proclive, lutte le opere che segnano i progressi dello spirito umano ne
fanno luminosa prova. Si scorge ch’egli, dopo pochi fatti non bene analizzati,
scappa con impazienza e senza riteguo alle couchiusioni generali. Tulli i
sistemi imperfetti dei filosofi, tanto antichi quanto moderni, contestano
questo fatto d’ una maniera tanto costante ed invariabile, che si può porre per
legge: esistere una intemperanza logica nello spirito umano. 931. La cagione è
nella natura. L’amore di conoscere molto e senza fatica da una parte, e il
ritegno dell’ inerzia dall’altra, producono questo elfelto. La curiosità odia
di andare a lente e piccole pause trascinandosi . sui particolari, dai quali
nou trae die pìccole cognizioni e tè ime piacere, 1/ inerzia non procede se uou
islimolata : e V ima e Mira, g n dir rullio f uomo Tiene atterrito. dalla
fatica della meditazione, $ 932. Questa Intemperanza reca ìn progresso molti
inali. Il primo si è d’ indurre i pregmdicii e gii errori formali mercé l’
allettativo d’ima piccolissima dose di verità clic abbaglia. Il mondo si trova
iu onda Lo di cognizioni, le quali rasso migliano alle mone Le dorate.
L’apparenza è vero oro: l'Intrinseco è pessimo metallo, Il seco □ do male» egli
è di arrestare per lunga pezza i progressi dello spirilo ornano: e ciò per due
motivi. I] primo, perché Tappa rema della verità attrae e lega, per dir cosi,
lo spìrito -all’ errore epa quella far* za istessa per cui dovrebbe andarne
sciolto, vale a dire per Tamar del vero. I titoli autentici e le prerogative
della verità .si fanno servite di passaporto all errore. Come mal non si
attirerà egli la fiducia della mente eLe pure lo odia, e che. ravvisatolo per
quel di’ egli è. usui gli darebbe certamente ricetto.’ ì] secondo motivo si è,
perchè Io spirito umana vie* ne, per dir cosi, adulato e lusingato nel suo
stesso debole. Difiat li Li passione predominali Le di chi si rivolge 1
studiare alcuna materia si è quella di conoscerla. E come mai non sarà
lusingalo da una co neh disio tic generale. la quale appunto gli annuncia che
conosce tulio? Come mui riposerà. egli con una specie eh soddisfalla
acquiescenza, d un far Le ri Linecamealo e d ona compiacenza orgogliosa sulle
proprie conquiste, o sul possesso di quelle che suppone mime e coni pie Le
verità? Come non d irriterà contro chiunque ardisce sturbarlo, o diminuirgli od
assai più tògliergli siffatto dominio? Rimarrebbe troppo povero mi umiliato.
Quindi hr controversie ìutoruo alle nuove opinioni, benda vere quindi le
censure e le persecuzioni contro 3 saggi nova t un dal regno sdenuGcn; quindi
lo umiliazioni e lo scoraggi inculo laro: e Tra-liaiito più durevole T impero
del Terrore. Tutte questo opposizioni derivano e derivar debbono appunto da]
più ricchi del regno scientifico, i quali ne soffrono il maggior danno. Non è
questa forse la storia pratica delle lettere e delle scienze? Ora si vegga se T
inerzia e Tamar proprio mal di* retto nou si debbano riguardar corno leggi che
largamente rnJlmSconfl sopra 1 giu dici! dogli intende oli in tallì i tempi ed
in talli i luoghi, fino a che un pieno lume non rischiari tutte le oaasclieratc
de IT errore, avvalorato da quel Tamar proprio clic è imperfettamente attivo
rudi’ acquistare. e sommamente tenace per la medesima ragione nel posso doro,
935. àia questo nou è aucor tutto, .De neh-: l’errore dipenda in ultima analisi
ila quel motore medesimo che spinge all’acquisto della ve ni'1 ocr, e solo ue
differisca uri gradi progressivi di energia e nella direzione : pure contro la
verità rivolge le a Li ratti ve medesime di cui ella si giova per ca LI Iva re
il cuore deli" uomo. Se lo spirito- umario non tosse svegliato dagli
stimoli della curiosità, apula li ed aumentati da altri interessi socondarli «
egli si arresterebbe entro il più augusto cerchio delle cognizioni
limitatissime., procacciategli dai puri indispensabili bisogni : quindi uou si
potrebbe mai co m pierò l a grand7 o pera dell a urna a perfettibilità. Ma al]
'opposto 1* incessante e sempre rinascente bisogno di conoscere nuove cose è.
per dir così, uno sprone a percorrere una carriera immensa. Periodi è, da uno
hi altro particolare sempre scorrendo.. Fu omo non si arresta litio n clic non
sia giunto ad una sfera, d'onde realmente abbraccia o almeno credo abbruciare
tulli i particolari o generali delle cose. Si pud dire, i mila u do una frase
antica, clic la sfera a cui tende lo spirito umano sia 3 a regione metafisica.
937. Noi abbiamo altrove accennato ., per quali gradazioni salir si debba a
quella sfera, e come discendere se ne deliba : le difettose dimore,, U
rilassamento. Fa "gravamento e la preci pi lanza. di cui si è parlato,
rendono l’opera imperfetta: ma puro si vuol soddisfare a qualunque costo
aWnppàrenza. 938. Da ciò nasce la tendenza a ridurre sempre le scienze m leone
generali, in sistemi, in corpi, in corsi. Se queste cose sono utili e
necessarie nel Lempo della piena cognizione., elleno sono ìiib mia mente nocive
le uno stalo dì lumi imperfetti, i quali non possono porgere più die meri
aforismi, o assiomi meno generali. Dico die Sono infinitamente noti ve : an/l aggiungo,
che sono tutte prestigli e adulazioni perniciosissime, le quali lusingano,
seducono e corrompono la ragione dell' uomo. e per lungo trattò ri e arrestano
i progressi. 939. E come no ? Se Io spirito umano si lusinga rii conoscere
tutto, non fa più nulla per Spingere più oltre le sue ricerche. Da un canto uou
sospetta dm esista un paese da conquistare alla sua curiosità: dall .alLro
Cairi Lo unii si riversa sopra la carriera trascorsa, perché non Ravvede delle
grandi lacune die vi Ita lasciale per entro. E cóme lo larebbe con oli anima la
quale non è mossa se uou dagli stimoli, e a cui si toglie per questo m ev,z o L
i ncrtiLìy o de Ibi r uriosi 1 à ? Da ciò il male si raddoppia, perché in chi
lo prova toglie la volontà di guarire, togliendo lino il sospetto d' abbisognar
di rimedio; r perchè dalla irritabile resistenza, di cui sopra si è parlalo, i
saggi u ovato ri vengono respinti, e viene loro Imposto silenzio: noti
altrimenti die quando un ammalalo, non cause io della sua infermitàcaccia da se
> medici. I Gli IHClIt EG. 941. Per buona fortuna la male imbevuta
generazione sparisce nella successione dei tempi: e la verità giunge a
trionfare* c lo fa eolie forze medesime con cui si volle difender Ferrare.
Imperocché se la eorcmue degli nomini coiti trascorre o. a dir meglioriposa
sugli estremi delle oiLi Le generali, olire le quali le spirilo umano non può
sospingersi: nasce il felice accidente di taluso che, dagli estremi procedendo
al centro, o a dir meglio attenendosi ai particolari, procede coti meno di
prccipibaza ai generali, e va discoprendo molli assiomi meno generali, e
moltiplica così ì puuU dì vista intermedi!. 942. Allora nuovi., pieni e più
solidi priucipii vengono discoperti; ma allora la vecchia scienza vh-n
cangiala* Appunto il complesso di questi nuovi principio o a dir meglio delle
viste intermedie, forma la nuova scienzae porge il campo alle conquiste dell'
uomo di genio, 1/ attività e Farle mdF eseguirle sono i caratteri che lo
contraddistinguono dalla comune! intelligenza. 943. Nasce, è vero, tra le
vecchie, imperfette od erronee dominaci! opinioni e le nuove un acre conflitto^
ma se da un canto Ferrare sest tnulo dal V amor pròprio combatte, ciò si
rivolge a profitto della vcritk. 944. L’ ardore della conLroyersia riconcentra
V attenzione del vero iuterprete*ed energico difensore della verità. Ogni nuova
trincea, tigni nuova difesa contrapposta al nemico riesce un nuovo sostegno
albi verità; e se l'notno di genio, prima di palesare le sue scoperte . prevede
fs resistenza, diffonde sulle sue idee un più chiaro ed irresi alibi! I u tri
o, a due di soggiogare F indomito e negli il toso orgoglio degli spirili
lusingali r, vincolali dal Terrore. Ecco per qual maniera 3 a verità giunge a
tnoufare colle forze medesime con cui impera i errore. 945. Hai fin qui detto
lice trarre una conseguenza impor tante A presente trattazione ; ed 4, che in
astratto un gindìcio cd un opiuieu!.' accolta o formata da dolLt in qualunque
epoca an tenore alla picca scoperta dei lumi non può veramente, essere tenuta
per un assoluto prol lutile criterio di verità^ ma solamente far prova della
sita i ila -ione legittima dai ricevuti principila Mi riservo a provare più
ampiamente tj mista verità, la quale riesce una delle fondamentali della
presente Opera, *j 94(4 E d'uopo altresì distinguere: le condizioni della
verità e dvlY errore nella loro intrinseca attività, e quali sì verificano in
natura, dalle apparenze loro esteriori, e quali si verificano solamente nella
umana opinione. Sotto iJ primo rapporto dotte cose sopra dette si deducono i
seguenti corollarii: cioè: Quanto più rm giu dici o è generale*, cioè
comprendente maggia punterò Ji ometti nel suo concettobenché abbia ne5 suo!
fondamenti un' apparenza o, a dir meglio, uni certa quantità di verità speciali
che impongono all- intelletto ; ciò non pertanto, per naturale difetto dello
spinto umano, trae seco una maggiore facilità pratica di errore. Onesto ìun
corollario applicabile a tutti i tempi., a tutti i luoghi, a tutte le materie 3
a tutte le circolarne, per ciò stesso che vien tratto daL rapporti universali
della verità, c dalle leggi fondamentali della naturale umana fallibilità. 2/
Viceversa quanto meno un giu dieia e generale*, vale a dire piu speciale-} trae
seco una minore facilità di errore dal canto dell’ uomo. Forse dir si potrà
che, per lo contrario, a proporzione ciò reca seco una maggiore presunzione di
verità. Ma rispondo, che se se assume questa presunzione dal cauto dell
'apparènza esterna, ciò non si può verificare se non se provvisoriamente ed in una
guisa negativa: cioè a dire, se non lino a che non consti della falsità
positiva, e però dopo che si avranno tutti i dall che dal canto degli autori
del giudicio c dell* opimo* uè siasi posto In uso un esame accurato, il quale
(come sopra si è veduto. e meglio si scorgerà dappoi ) è acconcio a procurare
la cognizione della verità. Ma se poi si riguardi la cosa intrinsecamente,,
questa presunzione di verità non ai può legittimamente dedurre dai gradi
diversi della ftdUbilUa. Ciò è chiaro, poiché deriva dalla nozione intrinseca
della verità indivisibile ed invariabile. Forse clic ella rassomiglia ad un
liquore die possa esistere disperso iu parti ed esteso in Li u tura suite umane
Idee'? Ogni verità sta in un gtudicio; ogni ve ri Là relativa ad un oggetto complesso
sta nella couchiusionc del raziocinio. A dm giova che taluna delle premesse sia
in se stessa vera, se non ha un rapporto completo colla conseguenza ? Questo
rapporto completo non risulta torse dall influenza degli altri dati, ossìa
delle altre premesse? Lu solisma, perché impone . è desso vero ? Ma pure impone
a chi lo legge ed a chi lo ascolta. Dunque dalla minore 0 maggiore probabilità
dell errore^ relativa alla maggiore o m ì □ o re fallibilità umana, non è
lecito dedurre una maggiore 0 minore presunzione di verità sullo sta Lo
intrìnseco delle cose. 3.° U altro corollario, che deriva dalle cose discorse
in questo Capo, si ò, che la riprovazione dei dotti al comparire di una nuova
opinione contraria alle massime da loro ricevute in quella materia in cui sono
versali. non può per se stessa formare una presunzione legittima di falsità.
contro la nuòva opinione, 0 di verità a favore ddl antica.. Appartiene ad £C.
un terzo il giudicare. Questo terzo è F intimo senso còlto dall
"evidenzaed il Pubblico che può esser giudice è la posterità. Questa si
deve annoverare fra le circostanze da registrarsi nella risposta del quesito.
4.° Per lo contrario la favorevole accoglienza d’ima nuova contraria opinione
(altro non constando in contrario nè dal canto delPiutimo senso. nè dal canto
di un secreto interesse), quando venga fatta dai dotti su quelle materie in cui
tali si prolessauo (specialmente se sia intervenuta controversia), induce per
un’astratta considerazione nel privato una ragionevole presunzione estrinseca
di verità a favore della nuova opinione, e una presunzione di falsità contro
l’antica. Potremmo trarre altri corollarii; ma qui non cadono per anche iu
acconcio. I sopra dedotti richiedono per la pratica alcune altre
considerazioni; e noi ci limiteremo a suo tempo a quella sola che precipuamente
interessa Io scopo di quest’opera. Frattanto è d’uopo non perdere di vista Io
scopo speciale di questa Sezione; perlochò ritorno alla mia similitudine. Il
lettore si rammenterà ch’io ho fatto lo sperimento della prima corda del
cembalo A con tutte le corde del cembalo B. e l’ho trovata dissonante con tutte
. Ora a fine di scoprire con certezza la verità di cui andava in traccia, vale
a dire se iu ambedue que’ cembali ne esista alcuna che consuoni scambievolmente,
proseguo collo stesso ordine il mio sperimento sopra tutte le corde, e giungo
finalmente a scoprire che la quinta corda di A consuona colla quinta di B. Ma
quante operazioni mi è convenuto eseguire? Siami lecito esprimerle qui tutte
paratamente. Cembalo A. Corda 1.a colla » 1 .a .» 1.a . » 1.a 1 .a Cembalo B.
1. a dissonanti 2. a diss. 3. a diss. 4. a diss. 5. a diss. Cembalo À. Corda
2;’ colla » 2.a, 2.a li 2;' 2? .. OPEJUZIONJS U. Cembalo B? disse oan li
2." diss. # 3* disa, 4* diss* t, 5a diss* OIT.RAZIOKE III- Cembalo A,
Cembalo B Corda 3.“ colla . 1 3, 5 3* .5“ dissi or uè. a vagine iv. Cembalo À.
Corda 4 colla,, ìl 4.* a * 4* 4,a 4.a . OPETU&fOrvPv. Cembalo J. Cembalo
Corda 5.a colla 1.* dissonanti n 5.n fe* diss. u 5 3* diss. .4 * diss. » 5t* .
5“ concordanti. Cembalo /?, 1,a dissoda oli 2.a diss. 3;1 dìss, 4;1 di ss, 5,a
di ss. Se si rifletta al tenore di queste operazioni parziali, le *11ìl1'*
formano il complesso particolareggiato deir analisi generale e paragonala dei
suoni delle corde nei due cembali, si trova che ad oggetto di scoprii e se vi
siano due corde consonanti io ho eseguili ventìcinque confronti dai quali sono
risultati venticinque giudicii singolari e semplici, compendiati in cinque
giudici i generali per rapporto al cembalo /?, ma che per rapporto ad ogni
corda del cembalo A di ventava do singolari, Questi giudieii generali e
subalterni . eccettuato l'ultimo, si esprimevano come il primo, Ji e, ti sopra
alziamo ragionato: cioè a dire: nessuna Jelle corde del cembalo B consuona
colla prima del ceni Li lo J; pi casi ripetendo in seguito. 9 9ì J>
Perìodi!* sì scorga clic ogni idea singolare ossia eie m eoi are hJe tjo
oggetto putii divenire un centro com uni: di rapporti affermativi o ubativi con
Lulte le idee di un a Uro oggetto. Si può fìngere cosi eli 'ella fornii intorno
a sè come tanti raggi, forbita dei quali forma una nozione complessa ed unica,
il cui centro sia 1 idea costituente il primo estremo degni paragone, e la
circonferenza le altre die no formarlo il secondo estremo. 952. Allora questa
nozione srrve conre di mi punto compendia le * u ondò più spedita mente può Io
spirito passare ari altre, allorquando gli rinvenga di doverne far uso* Dilla
Iti U mento non abbisogna di altro lampo a comprendere, se non clic di quello
che ricercasi per a hi tracciare tl concetto di tana semplice proposizione.
953. Cosi nel nostro esempio tu ita quell’ analisi si riduce ad uà complesso di
cinque nozioni. Queste si possono di nuovo tradurre e restringere in una sola e
generale. Eccolo. 1 itile le corde dei due cembali A e lì sono dissonaci li fra
loro, a riserva delle due ultimi. Questa nozione esprime tutto intero lo stato
dei rapporti Ji consonanza e dissonanza dei due oggetti. Mercé di essa vie a
ricomposti) nella mia mente ciò che dapprima ella vide singolarmente diviso u
©Uà mentale anatomia, la quale era total me ut e necessaria alle corto visti!
della mia cognizione. Questa ricomposizione esprime la natura. beco Il metodo
unico per ritrovare la verità dì ri flessione. 5 955, Ma I termini della mia
ricerca quali erano? Sapere sa tra In curde dei due cembali ve ne fossero delle
consonanti, o no. J, idea di consonanza era dunque il centro unico di tulle lo
mie ricerche. Mì eseguirle egli era il tèrmine primo di paragone con tutte Ir
successive Idee singolari dei suoni delle corde. Dunque la soluzione non poteva
essere se non un gmdicio semplice o affermativo o negativo; o lulL d più. due.
giudidi. l'imo affermativo fra f idea assunta per primo termine di paragone con
alcune; parli dell* oggetto, e l’altro negativo Ira la medesima idea ed altre
parti del medesimo oggetto. 956. Si è veduto con quale artificio questo si
compia. 1 al è pere il modo dì sciogliere qualsiasi problema n quesito
filosofico, ma tematico} fisico, politico: scmpreche il suo oggetto si possa
analizzare. 5 957. Ilo deLLo semprechb si posta analizzare: poiché se col
nostro esempio constasse bensì che i due cembali avessero delle cordo* ma fos*
I sero collocali iti allo, e non fosse possibile, se non mercè qualche filo
annesso all’uno o all’altro tasto, di scoprirne i suoni, è chiaro che allora la
mia ricerca, se fosse generale, resterebbe delusa: e il problema riuscirebbe
per me insolubile, per mancanza di qualcuno dei fatti fondamentali. la cui
cognizione è necessaria a scoprire il mio intento. 958. Per altro allorché
sapessi clic vi souo più corde alle quali non posso far rendere un suono, la
ragione ben dedotta ne trarrebbe altri risultati * cioè a dire, che la verità
ch’io mi sono proposto di scoprire è superiore ai mezzi praticabili; e quindi
che debbo acquietarmi in una ragionala ignoranza, ed astenermi da chimeriche
congetture. L’altro risultato si è, che se le mie cure riescirono frustrate nel
loro scopo finale e generale, non rimangono tuttavia defraudate di frutto e di
utilità. Conciossiachè dopo i miei tentativi dir potrei: le tali e tali corde
consuonano, e le tali dissuonano. Queste sarebbero effettive verità singolari e
certe. Perlochè se l’oggetto fosse utile, ne otterrei sempre verita speciali,
acconcie a qualche uso. Dal fin qui detto si scorge che col metodo medesimo si
giunge tanto alla piena scienza, quanto alla necessaria ignoranza, della quale
si debbono rispettare i confini. 959. Quante volte avviene in ogni scienza che
lo scopo d’una ricerca riesca frustraneo? Ne abbiamo un’infinità d’esempii in
fisica, in * morale ed in politica, che ommetto e per amore di brevità, e
perchè più sotto ne dovrò fare parola. 9G0. Solo parmi che nelle matematiche
astratte dar non si possa veramente un problema intrattabile, a motivo appunto
che gli enti di sì fatta scienza essendo di creazione umana, cioè a dire mere
astrazioni, ovvero nozioni ontologiche, non possono racchiudere dati estremi o
mtermedii non reperibili coll’analisi. E se per avventura taluno dei proposti
problemi rimane intrattabile, ciò deve certamente derivare o dall’assurdo
racchiuso nella esposizione, o dal non essere l’esposizione fatta a dovere.
Quindi non si deve dire problema intrattabile, ma bensì assurdo e ripugnante
negli estremilo mancante dei dovuti requisiti. Potrei comprovare tutto questo
coll’esame di quei problemi un tempo cotanto celebrati, che fecero il tormento
di tanti matematici; ed eziandio collanalisi di quei pretesi misterii
matematici, che l’ignoranza per tali riguardo, perchè non salì giammai alle
prime origini delle cose. 961. Non debbo per altro dissimulare, che fra il modo
di ragionale delle mere logiche convenienze e discrepanze degli oggetti, e il
modo di ragionare delle dipendenze e delle connessioni fra le cagioni e gli
effetti, passa per un rapporto una totale diversità, Ma questa diversità noD
varia punto il concepimento Iodico della verità, nè la di lei struttura, dirò
così, nè la legge unica Ae\Y analisi applicata successivamente alle parti
singolari. La diversità consiste soltanto urAY ordine* o a dir meglio nella
distribuzione degli oggetti. Come in pittura posso ravvicinare nello stesso
quadro un edificio della Cbiua ad un edificio di Londra: così pure nella mia
immaginazione, quando scelgo di rilevare le somiglianze e le differenze di due
oggetti, posso prescindere dalla loro reale collocazioue in natura, e dalla
loro priorità o posteriorità di esistenza: in breve, mi limito alle loro
qualità, facendo astrazione dalle circostauze con cui esistono nello spazio e
nel tempo. Ciò appartiene agli oggetti che noi giudichiamo esistenti fuori di
noi. Per lo contrario ragionando delle cagioni e degli effetti, l’ordine non è
più arbitrario rapporto alle connessioni ed alle esistenze: ma viene
necessariamente determinalo dall’ordine e dalla successione reale delle cose, e
viene sillattamente determinato, che il negligerlo o il controverterlo
produrrebbe errori e assurdi formali; e gli uni e gli altri sarebbero
gravemente nocivi, attesa la natura degli oggetti cui appartengono. Per altro agevolmente
si scorgerà che collo stesso metodo esaminando le connessioni e le dipendenze,
previo un esalto stalo islorico o sperimentale della cosa, si giungerà ad un
risultato del pari evidente, il quale determinerà o la nostra assoluta o
respettiva ignoranza* ola nostra certa scienza ; e Luna e l’altra di queste
cose è infinitamente utile alla umanità. 963. Ben è vero che talvolta nella
mancanza di cognizione di certe o concause 1 intelletto umano attribuirà
interamente l’effetto alla sola cagione conosciuta: ma l’errore allora è
inemendabile, l’uomo non è colpevole; e altro non constando, è costretto ad
attenersi alla cagione conosciuta. 964. Da questa considerazione emerge una
necessaria limitazione alla proposizione proposta, in cui abbiamo enunciato
l’esistenza di uu mezzo infallibile a conoscere la verità. Noi abbiamo inteso
ed intendiamo che riguardi non le verità storiche, per dir così, e quali
esistono nei rapporti forse comprensibili all’uomo (ved. Parte II. Sez. I. Capo
XVIII. le Osservazioni), ma di cui però mancarono le notizie e le occasioni per
ottenerle; ma riguardi soltanto le verità di osservazione e di deduzione sulle
notizie che la presenza delle cose ha offerte o poteva offrire alla mente
umana. Qui il giudicio dei dotti è concorde: là è precario. Come il metodo
sovra esposto escluda lutti i casi possibili dell' errore, ed abbracci tutti
gli accidenti della verità. 9G5. Ritenuta la limitazione ora fatta sulle verità
e gli errori comprensibili all’uomo, mi rimane a provare fino a che si estenda
la forza e la sfera d’influenza del metodo sopra divisato; e dico ch’egli
esclude tutti i casi possibili degli errori di osservazione e di deduzione, ed
abbraccia tutti gli accidenti favorevoli alla verità. Alcuni filosofi hanno
asserito che la scoperta di tutte le verità nuove è effetto dell ’accidertte.
Se si parla della scoperta delle verità che sopra ho disegnate col nome di
storiche, ciò è vero. Che se poi si ragioni delle altre verità di osservazione
e di deduzione; se ciò si verificasse in fatto, deriverebbe unicamente da
qualche difetto di memoria e di attenzione, e perciò nel complesso degli uomini
sarebbe evitabile e correggibile. Ma sarebbe sempre vero che, mercè il metodo
sopra divisato, l’uomo di genio non sarebbe douo della sola natura e dell’accidente,
ma sì bene dell’arte. Conciossiachè se da prima noi abbiamo sottomesso le
occasioni d e\Y attenzione ad una specie di ordine fortuito (ved. Parte II.
Sez. II. Capo XI.), ciò da noi fu contemplato nei casi singolari; ma per ciò
appunto che si ragiona di un Pubblico, questo par che divenga caso di
eccezione, per le ragioni sopra allegale in favore dell’ autorità prestata
all’assenso di più uomini che di concerto rivolgono il loro ingegno allo stesso
oggetto. 9G6. D’altronde non conviene mai perdere di vista che le osservazioni
determinate dai rapporti generali vengono a grado a grado limitate dai meno
generali. 9G7. Che se auche dopo la scoperta del metodo piacesse, per l’uso
pratico di lui, attribuire all’ accidente tutto quell’impero che prima di tale
scoperta esso ha su \X attenzione; ciò non affievolirebbe in conto alcuno la
verità della tesi, per cui affermo esistere un mezzo infallibile a porre in
luce tutte intere le verità di osservazione e di deduzione. Conciossiachè la
mia proposizione non riguarda l’esercizio pratico dell’uomo, e nemmeno le
circostanze favorevoli ad adoperare siffatto metodo: ma sì bene affermo che il
mezzo racchiude di sua natura uua tale efficacia, che praticato dall’uomo gli
procura certamente la cognizione della verità. L’ una di queste proposizioni è
di fatto, l’altra è di diritto. Lungi pertanto dal collidersi, anzi conciliansi
scambievolmente. L’intemperanza morale, la quale produce tuttodì una
moltitudine iufinita di disordini, esclude ella forse 1’ esistenza di uua
regola di perfetta giustizia e di virtù? Premessa questa couciliazione,
procediamo oltre. Articolo I. Effetto ed estensione dell' efficacia dell'
accidente sulla cognizione della verità. 968. Quando dicesi che V accidente è
cagione di tante scoperte tisiche e morali, qual è il senso reale che annettere
si deve a quest’asserzione ? 969. Ogni verità per rapporto all’uomo non può
essere che uu giuclicio ; ogni giudicio non può essenzialmente venir prodotto e
creato se non dalla presenza delle idee e da uu atto di attenzione. Se dunque
alV accidente si attribuisce la scoperta di una verità, ciò non potrebbe
significare se non che esiste una combinazione di circostanze o non
comprensibile o non procurata, la quale introduce nella sensibilità di taluno
certe idee, e ne richiama 1’ attenzione a paragonarne i rapporti. La cognizione
del risultato di questi rapporti costituisce appunto la verità relativamente
all’ uomo. 970. Ma è ben chiaro che se V accidente non pareggia il metodo nel
guidare successivamente e adequatamente l’umana attenzione sugli aspetti tutti
di due oggetti, la verità scoperta sarà rapporto agli oggetti medesimi
solamente parziale. Il concetto integrale, ossia la conchiusione che abbraccia
tutto il complesso delle verità singolari, e che esprime la somma di tutti i
rapporti d’identità o di diversità, di cagione o di effetto, mancherà
intieramente. Venendo ora al fatto, io chieggo se l’attività accidente s1 può
ella estendere fino a questo segno. wSi noti bene: io qui non parlo di ciò che
è possibile metafisicamente, ma bensì di ciò che per legge stabilita di natura
si può ottenere. 972. A questa ricerca si presenta tosto un’ovvia osservazione.
Pei la ragione medesima, che veggendosi su di uua tavola una fila di caratteri
di stamperia, i quali esprimessero, a cagion d’esempio, Arma virimi rjue cano,
non si giudicherebbe mai essere stata opera di un getto fatto a guisa di quello
dei dadi; del pari una teoria, un’analisi seguita non si saprebbe tutta
attribuire ad una vista fortuita. Nelle cose di fallo dell’ordine fisico e
morale non v’ha altra norma solida di ragionare sulle Leggi stabilite, se non
che ricorrere alle consuetudini della natura, oe si afferma, a cagion
d’esempio, esser legge di natura clic l’anno abbia ili verse stagionile che il
sole duri or piti ed or meno sulio-rizzuplc; tale asserzione ò fondala
unicamente su IT esperienza del passato. 973* Per loditi ragionando della sfera
attiva Aù\Y acci&jfàite ueirimpero razionale 5 chieggo a quanto egli per se
solo estenda le viste dello spirilo umano allorché presenta le viste e sveglia
FaLLenzioDe. La storia e la sperìeuza ci mostrano ch’egli per se solo non
somministra che ri strettissimi e fuggitivi cenni, e nulla più. 974* Se poi sì
chiede lì no a qual segno egli per sè solo sospinga dappoi ì passi della
ragione, e renda utile una vista presentata; e spela Imeni e poi se egli esiga
condizione alcuna preliminare onde inspirare, diro cosila verità; io rispondo
colle seguenti osservazioni. 975. Soventi volte V accidente presenta le
occasioni più favorevoli ;a vedere una nuova verità, rna lo presenta in vano1
ignoranza o la diali Uè ozio oc vi si oppongono. Ad un uomo della plèbe si
presentano nel1 ordine morale certi oggetti, che india Lesta di un filosofo
avrebbero prodotta una luminosa e loco u da teoria; ma nell nomo della plebe,
quasi semi gettati su sterile arena muojcmo senza germogliare* (Juaule volle ad
uu pastore sui monti e fra i boschi la natura svela certi segreti che il fisico
si tormenterebbe invano d’ indovinare ì Ma allo sguardo zotico del pecoraio
trascorrono inosservati, ovveramente eccitano uno stupore' pass aggi ero, e
nulla piu* La storia delle invenzioni di ogni genere c la sperìeuza giornaliera
sommiinsLrano infinite prove di questa verità. Negli uomini stessi illuminali,
se da qualche passione vengano assorti, avviene il medesimo* Ma per ora
atteniamoci ai rapporti della cognizióne* e sorpassiamo quelli d e Watt eiti-i
Oìie D’onde deriva che nel filosofo clic avverte ad uu fenomeno o fisico o
morale, ovvero anche ad un accozzamento nou premeditato di idee, V accidente
divieti fecondo di verità 1 È, troppo chiaro che deriva da ciò: che nel
filosofo la mente si trova dapprima fornita di altre convenienti cognizioni, le
quali facilmente si accappiano colle fortuite successive: ed all’opposto V
idiota ne manca. Didatti qual è il carattere che contraddistìngue l’uno
dall’altro, talché 1 Accidente debba favorir I uno, e l’altro no? Certamente è
quello solo che distingue un uomo istruito da un altro che non lo è, Ma
approssimiamoci vie meglio alla verità La sperìeuza e hi ragione ci dimostrano
che se queste cognizioni precedenti non si Liovano iti un rapporto assai vicino
con quelle che vengono presentate dalV accidente^ questo nou olire sorgente
alcuna di verità* Didatti so fra le cognizioni attuali acquisite e le fortuite
si frapponesse un’assai lunga distanza* ò troppo chiaro clic sul momento la
incute umana non pnLpelèe coglierne gli estremi, perchò eccederebbero
.sovcrcliittmeute la suri naturale capacità* Uali'alLro canto,, passato
ristante, I toccasi ni tc svanisce. non si produce verun e Iteti o di Goni
prensione c di giudicìo, 918, Dunque in fatto di eerità, perché Yuccìdente
riesca fecondo ili im buon pensiero o di un alquanto estesa scoperta, sì
richiede die il fondo, dirà così* dello spìrito umano sia preparato c disposto
a guisa di addentellato: ossia che le sue Idee siano in tal guisa associate ed
ordinate* che faci! mente innestare si possano colle fortuitoNò ciò solo: ma
ricercasi inoltre che V intervallo fra lo uno e le altre non sia
eonslrlfirabile, o. n dir meglio, elio le nue e le altre non siano fra toro
trinilo disparate, g 979. Può talvolta avvenire ( he la mente umana avendo due
serio separate di idee, non vi ravvisi eli anelli luLermcdd dì comumcazintir.
Allora P accidente servo a guisa di polite, il quale mostra c rende praticabile
la eonuiulcazione dapprima incognita fra due strade già cognite ed appiattale:
allora pronto e fecondo riesce Folletto dr 31V/iv.7t/c^A\ ila ;mfhc ia questo
caso la caLcua intermedia delle ideo non può esseu1 lungo, ed eccedere t limiti
di un semplice raziocinio* altrimenti 1 cffe'àrìa àa\Y accidente riescireLhe
frustranea per la medesima ragiono sopra discorso* 980. Talvolta poi guida ad
un varco non previ ditto. a£VT dente si ò la vocazione ad una data scienza od
arte. In tal case egli non apporta veruna speciale cognizione della verità, ma
solamente somministra eccitamenti ad acquistarla. Allora rassomiglia a taluno
che invili a leggere un hi mi. predicandolo interessante senza spiegarne il Gnu
Li uli te \p pari iene Cali era mente al leggitore il rilevarne la dottrina e
il trarne le couvenicalJ istruzioni. Quindi allora non siamo debitori a \Y
accidente delle nostre cognizioni piu di quello che lo saremmo ad un cieco o ad
uu ignora nòe il quale ci additasse resistenza di im libro istruttivo. 982,
Dalle cose esposte (ino a qui si deduce che l1 accidente SI ilUU contemplare
come operativo In tre distinte maniere: cioè: 1 ."come limolo ad
acquistare certe cognizioni* 2." co me apportatore diretto di cenni rapidi
di cognizione; ecceomo stimolo ed istnittorc nel medesimo tempo. La prima
maniera non appartiene al nostra assunto. Noi ragioniamo qui della cognizione
iutiina della verità^ e non della passione d’ intra prenderne la ricerca.
Nemmeno la seconda maniera può interessare la presente trattazione; perchè l'
accidente in quella rassomiglia a taluno che mostri in privalo una pagina di un
libro, e uè lasci leggere una riga, e poi lo chiuda e lo nasconda. Ora nel
presente argomento di questo scritto valutar si debbono le cagioni operanti
sulla massa intera di un popolo o di una colta classe di persone; e perciò la
cognizione della verità si debbo derivare da cagióni costanti e comuni:
specialmente poi perchè ri viene proposto II Pubblico in astrattole si deve
prescindere da qualunque luogo, paese, e momentanea circostanza. Quindi i
vantaggi e gli svantaggi puramente accidentali non possono recare al Pubblico
alcuna prerogativa speciale sópra del privato, ma all'opposto la comunicano al
privato sopra del Pubblico. Tabù appunto la sorte di molti nomini di genio, e
di tutti quegli inventori i quali a rigor di terni ine mentano questo nome.
Della terza maniera non faremo parola, come 4 ! [ cosa superflua: ella è una
mera unione delle due precedenti.— Non era innlil cosa il considerare da vicino
questa sorgente di COgmziouL postochè sembrava avere qualche iullueuza sulla
opinione avvalorarne i pubblici giudico. Articolo II. Come il metodo graduai
niente analitico e recapitolante escluda i casi dell* e irore, è racchiuda Hit
il gli accidenti favorevoli alle verità di riflessione. 985-, lo non dubito che
chi dà un5 occhiata alla esposizione e albi pratica del metodo sovra esposto,
non accordi agevolmente eh’ osso raduna tutti gli accidenti favorevoli alle verità
di osservazione e di deduzione, ed esclude Lutti i casi possibili di errore. Se
tutte le convenienze e sconvenienze sono sentile; tutti i giudici! sono dunque
tessuti, Lutte le veri i. ù seoperie, tulli gli errori esclusi. Ciò è troppo
manifesto, e non abbisogna d' ulteriore dimostrazione, 985. Solo sembrami non
inutile cosa il iar osservare, che quando proponiamo di ritrovare con quel
metodo qualche speciale verità, ci avviene di abbatterci ito pensata mente in
altro luminose eri importanti veci là, delle quali non ci eravamo pur sognala
la esistenza. Scorgo in vetta di un collo un edilìcio che mi vico brama di
visitare. In salir vi debbo per un aperto sentiero, da me però non mai per Io
addietro praticato* Con qual grata sorpresa ni' avviene per via di vedere
aprirsi avanti allo sguardo mìo le varie scene* ove per lunga fuga boschi e
colli e limine paesi sono in vaga distri bustone disposti. 1’aspetto dei quali
io oca immaginava allorquando mi avviai per quel sentiero! Io chiamo iti
testimonio tutti que’ pochi pensatore ì quali hanno fallo uu uso completa
dell'analisi ia qualsiasi materia; e sono ben certo ch’eglino tnLli, or fin ed
or meno * saranno stati sorpresi da queste aggradevoli fughe d’icìcee scossi
eia un vivo trasporto di giojii si saranno vieppiù confermati nella persuasione
della piena efficacia di siffatto metodo in prò della istruzione umana. Ardisco
predire, che a malgrado dell’alta opinione che si uutrs della ricchezza dei
lumi di questo secolo, potrà avvenire tuttavia che io ogni materia esista un
Archimede, il quale colto da un' ebbrezza ili verità non solo esca dal bagno
esclamando inverti* inv&ìlij ma eziandio possa eoo trasporto esclamare: Io
trovai assai più di quello eh io ut’ era proposto di scoprire. Questi sono, se
mi lice dirlo, I colpi segreti della grazia razionale, coi quali il genio della
venia e della sana ragtoue tee* ferma ed infervora i suoi eletti nella
difficile ed unica via delta certezza. 9 SS. Non so con quale accoglienza siasi
dai dotti trattala ropiniene di un troppo celebre scrittore, colla quale
sostiene per principio necessano di natura, che ogni nuovo pensamento sia dono
deli accidente' 50 però che la ragione ch’egli ne adduce è incoia eludente: a
Una venia intieramente incognita non può essere oggetto della mia meditazione»^
Questo riflesso ò vero, ma la conseguenza non ò h‘gil!lma. Conciossw* che [
oggetto cognito della mia meditazione, analizzato con metodo, ini può
somministrare certe verità* delle quali prima della meditazióne non aveva il
minimo presentimento: non altrimenti che un libro o uu gahi* netto che rni
proponga di visitare mi offre oggetti dapprima non vedali 51 dirà che altro è
un oggetto di meditazione, ed altro è un oggeilo mljsìbile incognito, lo
rispondo: che no’ idea anche presente alhanhoa. dell-1 quale V attenzione non
abbia per anche distinti e rilevali ì rapporti e l particolarità s può
somministrare almeno tutte le Ideo relativo, ossia i giudici), in una maniera
totalmente nuova. Si sa clic ogni verità, di ll’^" sione consiste appunto
nella cognizione del risultati di si fatti rapporl1, Ne) paragone dei due
cembali io poteva scoprire clic tutta le collidi entrambi fossero dissonanti;
la qual verità r lese irebbe genera le p^‘ rapporto a quei due oggetti, mentre
pure ch’io m’era proposto soltauLo una speciale verità, la quale era di sapere
se oc esistessero nkiim concordanti. elici.;. Di: lv hr/mmr. Scct. II L Chap, U
Per le cose fin qui esposte convengo che esista uu mezzo infallibile a scoprire
le verità di osservazione e di deduzione, e che perciò il primo supposto
inchiuso neiropinione autorizzante i pubblici giudicii dei dotti sia pienamente
vero. 988. Ma tutto questo non determina peranche nulla per lo stato reale e
pratico del Pubblico, sicché si attribuisca a’ suoi giudicii una preferenza di
verità sopra quelli di un solo. Parlando metafisicamente, sì fatto metodo può
essere usato con pari felicità da un solo uomo, o da molti insieme. In tal caso
meramente possibile il privato nou abbisognerebbe dell’ assicurazione dell’
altrui giudicio nelle verità di osservazione e di deduzione, come non ne
abbisogna in una dimostrazione geometrica. 989. Perlochè ora è d’uopo indagare
se il secondo supposto racchiuso neH’opinione convalidante i pubblici giudicii
al di sopra di quelli dei privati si verifichi, o no. Egli era quello che si
esprime col comune proverbio: plus vident oculi, quarti oculus. 990. Prima di
sperimentarne la verità stimo acconcio di additare in qual guisa si debba
verificare, giusta i termini che racchiude. Ma avanti di accingermi a questa
intrapresa debbo giustificare il contegno mio sopra adoperato, estendendo in
generale un esempio sensibile. Che il metodo e le leggi dei giudicii e dei
raziocina delle cose sensibili si applicano rettamente a qualsiasi materia.
Quando io penso ad una massa di piombo, la mia anima non rimane meno spirituale
che allorquando penso ad un angelo o a Dio. E l’un a e E altra idea sono sempre
modificazioni del mio stesso essere pensante: o, a dir meglio, egli è lo stesso
mio spirito, in quanto riveste 1 una o l’altra idea. Egli rassomiglia ad uno
specchio, le cui riflessioni si fanno colla medesima legge fondamentale tanto
riflettendo l’una, quanto l’altra pittura. 992. Se io ravviso le relazioni d’
identità o di diversità, d azione o d’ efletto che passano fra due oggetti
corporei; o, a dir meglio, fra le loro idee, o fra due idee intellettuali, o
fra una corporea ed una intellettuale; Tatto del mio intendimento è sempre
simile ed uguale. La diversità sta nella natura intrinseca degli oggetti, gli uni
dei quali sono corporei, e gli altri incorporei; e non nel modo di concepire e
giudicare dell’anima, che è sempre il medesimo. 993. Inoltre l’essere le idee
in se medesime o semplici o complesse, o generali o singolari, non può indurre
varietà uè differenza fra le leggi dei coucetti e dei raziociuii che versano su
di loro; couciossiachè la semplicità e la complicazione delle idee sono
(jualità che si verificano promiscuamente tanto negli oggetti sensibili, quanto
negli intellettuali. La nozione di un essere che defluisco dotato delle facoltà
di sentire, di volere, e di eseguire le volizioni, racchiude essenzialmente il
concetto di tre distinte idee, le quali fanno riuscire l’idea totale complessa.
Ecco l’idea dell’anima umana, oggetto incorporeo. Se tentassi sottrarre taluna
di siffatte parziali idee, distruggerei il concetto di un’anima umana. Pure
quest’idea quanto è complessa a fronte di quella di un circolo tracciato sulla
carta! 11 carattere di complesso non si oppone al corporeo, ma soltanto al
semplice, il concetto del moltiplico in parti si oppone solamente al concetto
deli’ zm/co rigorosamente. Perl oche non si potrebbe sentire ripugnanza
ragionevole uel vedere che le conseguenze dedotte da un esperimento logico
fallo sopra due cembali si estendessero ad ogni maniera di giudizii. 995. Ma
perchè mai avviene che con pari facilità non si possano tessere le analisi e le
ricomposizioni sulle cose astratte e generali, come sulle cose sensibili ed
individuali? La ragione della differenza è troppo manilesta. Un oggetto
sensibile può realmente sottomettersi all’occhio., o esprimersi in figura; dove
per lo contrario uu oggetto astratto o generale non può essermi reso presente
se non col magistero della memoria, o voglia m dire della immaginazione . Ben è
vero che, dopo che è reso presente, può essere espresso coll’uso dei segni,
specialmente in iscritto; e quindi si scorge la necessità di una somma
esattezza uel foggiare ì vocaboli anche per uso di colui che produce una
propria idea. Qualunque scrittore avrà sperimentato soventi volte che la scelta
sola di un vocabolo avrà influito sulla cognizione di molli rapporti di una
cosa qualunque, e quindi sulla scoperta di una verità, e sempre poi sopra una
chiara di lei dimostrazione. 996. Ma se questo sussidio giova dopo che le idee
sono risvegliate, qual soccorso possiamo noi avere contro i difetti della
memoria, la quale o non riproduce assolutamente le idee in tutto o in parte, o
le olire m una guisa languida, o finalmente le affolla d’una maniera rapida e
coniusa, talché al momento che ne abbiamo espressa qualcheduna, le ahre sono
già svanite dallo sguardo della mente? Contro sì fatti diletti non v’è rimedio:
couciossiachè doli è in potere dell’ uomo il fissarsi sulle sue idee ueH’atto
stesso che ne distoglie la sua attenzione. Ecco dove consiste la differenza e
la difficoltà maggiore nel maneggiare analiticamente le idee astratte e
generali, e ogni rappresentazione interna in paragone di un visibile oggetto
esterno. E qui di uuovo si riconferma una delle cagioni fisiche che può
frapporre una grandissima differenza fra gl’ ingegni degli uomini. Si vede
inoltre, che al buon raziocinio ed alla vasta comprensione delle cose si esige
una forte, vivace e durevole memoria, vasta quanto la materia che si tratta.
Onde parmi che sia un favellare improprio il dire che una gran memoria escluda
un grande ingegno. Io sono d’avviso che dir si dovrebbe piuttosto, che una
memoria grandemente caricata di molte notizie non lascia il tempo, nè permette
l’ abito del raziocinio. In breve: contemplar non si deve la potenza della
memoria, ma si bene il di lei esercizio esclusivo. Degli aspelli diversi, sotto
i quali si pub assumere il giudicio del Pubblico . Dire che molti occhi veggono
più che un solo, suppone che molti occhi esaminino una data cosa attentamente,
o almeno ciascuno ne rilevi una parte, talché 1’ unione di tutte
vicendevolmente comunicate costituisca un concetto completo, altrimenti un
occhio solo, attento indagatore, vedrebbe assai più che cento occhi distratti.
Inoltre col dire che molti occhi veggono di più che un solo, non si determina
quanto ci veggano di più. Ora trattandosi di ravvisare la verità, è cosa
importantissima il sapere la comune misura di vedere del Pubblico anche
illuminato. Le verità sono immutabili, e stanno, pei dii così, collocate
immobilmente in un dato luogo, per raggiungere il quale è indispensabile
percorrere una carriera più o meno lunga. Ma per quanta velocità piaccia
attribuire all’ uomo, egli non potrà eccedere giammai 1 angolo che le sue gambe
possono lare nel dar ogni passo. Parliamo senza metafora: egli non potrà mai
eccedere i limiti della naturale sua intuitiva comprensione, talché sarà sempre
costretto nelle materie complesse a ripetere più o meno a lungo le sue occhiate
5 ne in ciò vi può essere differenza fra un solo o molti. Quindi è, che siccome
tutto un popolo situato in una pianura non vede ciò che si apre allo sguardo di
un solo uomo collocato sulla cima di un colle vicino; del pari nel paese della
ragione esister può un solo individuo, che in qualche materia vegga di più che
tutti 1 suoi contemporanei uniti. Tali sono appunto i genii, i quali hanuo
ampliato i li : inili (Jelltr limati e coguizìoui. Scilo questo puulo di vista
il PnliLlico M. me potrebbe mai esser giudice competente di verità avanti che
gli fossero comunicate le grandi scoperte, non dico di rigorosa invenzione t ma
Jì pura asservitone e deduzione* delle quali appunto parecchie s’iueouLrauo
nella storia delle scienze? È pur vero che dappoi le adattò e le riconobbe per
vere* ma è pur vero che dapprima fu imbevuto di un cernirne errore, che
riconobbe e riprovò. È pur vero ch'egli dapprima, nm conoscendo le posteriori
scoperte, non poteva far uso di incogniti priaeipii ue! recare i suoi giu di
eli, ^ Dunque siccome la storia dello spìrito umano presenta iti ogni materia
errori comuni, rivocali pur anco dal giudìcio concorde del medesimo Pubblico
che pria li confessò : così giova dedurre che il suo gludicto non si estenda a
modellare i prmripii direttori dei giudicli, ma sulamento abbia forza a
pronunciare sulle verità di mi paragone* assumendo per norma il principio
ricevuto, e riportandolo al nuovo oggetto. 1002. Con vieti dire per altro, che
&* egli cangia d'avviso, ciò timi avvenga in forza di si fatto paragone, ma
bensì per quel lume di ragia* ne di cui più sopra si è parlalo. mercé il quale
venendogli svelati ed oflerLÌ luminosa incute nuovi rapporti, udii si può
esìmere dal riconoscerne le forme e le connessioni. 1 003, E chiaro per altro,
che sì latto magistero non determina nulla di preciso per la verità, non
altrimenti che la bontà di un occhio umano non determina per sè medesima la
struttura e il colore di uu oggetto visibile (ved. loc. eli.). 4 004. Ma a bue
che Io scopo delle nostre ricerche non vada soggetto ad uno scambio
facilissimo, attesa la somiglianza dei termini, stimo acconcio premettere
alcune generali e teoretiche distinzioni. 4005. La frase di giudìcio del
Pubblico si può assumere iti din; scusi, ciascuno dei quali importa mia
relazione ed un effetto assai diverso. Ella può sigili beare lo stesso che un
opinione del Pubblico intorno a qualche oggetto, e può eziandio disegnare uaa
mera decisione m* torno a qualsiasi materia, 4 006, Sotto la prima
interpretazione II vocabolo di giudìcio veste un significato totalmente logico,
attesoché è noto che ogni opinione con* sIsLe appunto in un giudìcio. Nell*
altra interpretazione poi niclmide un concetto per dir così giuridico, e quale
appunto egli presenta allorché il Pubblico giudica fra due partili, fra i quali
ferve una qualche controversia di opinioni : allorché assistendo ad uno
spettacolo ne afferma o nega la bellezza o la magni bronza, o pronuncia sul
merito di un libro 3 partì; di un’azione, di una persona, di una manifattura, o
assolutamele o comparativamente ad un’altra opera o azione o persona. Nell’
usitato modo di favellare sembra che la denominazioue di giudicio venga
riservala più propriamente a questa seconda specie : e che alla prima si
applichi in vece più esattamente il nome di opinione, che di giudicio. Diffalti
dicesi che il Pubblico reca giudicio fra le opinioni di Leibnitz e di Newton ;
e viceversa dicesi più propriamente che il Pubblico tiene opinioni religiose,
morali, fisiche, politiche, di quello che dire tiene giudicii religiosi,
morali, fisici e politici. Ciò premesso, se dobbiamo estimare il giudicio del
Pubblico nel seuso di mera decisione, in quanto ha rapporto alla verità, si
debbono distinguere due considerazioui fondamentali; la prima cioè di diritto,
e la seconda di fatto . La prima riguarda il principio o la regola che serve di
norma al giudicio decisivo del Pubblico; la seconda poi riguarda la pratica
ossia le leggi di fatto naturali, colle quali la ragione umana viene in molti
uomini diretta a giudicare. 1009. Ritenuto tutto questo, sembrerà per avventura
a primo aspetto che il giudicio del Pubblico intendente, riguardato come una
mera decisione^ non importi un apparato tanto grandioso di condizioni, come
quello che abbiamo premesso. Ma se più addentro si consideri la cosa, si
scoprirà che anche un tale giudicio soventi volte esige le medesime condizioni.
le quali uelle prime parti di questo scritto sono state da noi annoverate; a
meno che da un canto non vogliamo assumere per norma di verità una mera
provvisoria apparenza delle cose tanto nella loro intrinseca nozione, quanto
uel modo di presentarne gli aspetti e di tesserne i rapporti; e dall’altro
canto non vogliamo ammettere che qualunque grado di lumi del Pubblico, uelle
diverse progressioni dell’ incivilimento, sia egualmente acconcio a renderlo
giudice competente delle verità complesse, e quindi sempre ugualmente dotto ed
immutabile ed infallibile. 1010. ITo detto soventi volte ; ed è quindi mestieri
determinare la ragione e i confini di questa limitazione. . Per due maniere il
Pubblico può recare una decisione: o assumendo per norma la verità possibile
della cosa, colla quale confrontando l’oggetto speciale, ne rileva la
rispettiva conformità o difformità, quindi giudica a norma del sentimento che
ne riporta; ovvero decide assumendo per norma un già cognito c professato
principio, ovvero un modello, intorno al quale ha data opinione di verità o di
falsità, di bontà o di malvagità, di bellezza o di turpitudine, di perfezione o
di difetto. Nel primo caso la norma che assume può essere in sè medesima vera e
perfetta, c può essere eziandio falsa e difettosa. Ma siccome iu torno a questa
uorma si presuppone che il Puhblico tenga qualche opinione, cosi la chiamerò
giudicio logico antecedente, a differenza del posteriore decisivo, cui nominerò
giudicio susseguente. Ma se il giudicio antecedente fosse iu sè medesimoyù/vo,
è iucontrastabile che anche il susseguente dovrebbe riuscire necessariamente
falso, quantunque molti Io deducessero In tal caso dunque, a fine di
caratterizzare un pubblico giudicio come vero, non basterebbe ch’egli fosse
formato rettamente: ma di più sarebbe necessario che il principio, da cui è
dedotto, fosse vero per sè medesimo,* e però che il Pubblico non avesse
dapprima errato nel giudicio antecedente. La validità dunque dei giudicii
decisivi e susseguenti del Pubblico risultar dovrebbe dal previo adempimento
delle condizioni che la verità esige dallo spirilo umano per fissare i
principii logici delle cose. 1012. Che se poi si tratta del secondo caso,
allora ci troviamo con principii dirò così di convenzione o di fatto positivo.
I n questa ipotesi la verità di un giudicio dovendo essere il risultato
completo dei rapporti fra due oggetti fìssi, Puno dei quali si pone come uorma
di verità, di bontà, di bellezza e di perfezione, e l’altro come oggetto di
paragone: in tale ipotesi, dico, le condizioni per giudicare rettamente sono
meno difficili e meno numerose, e quindi è più agevol cosa ottenere la verità.
Ma ciò non pertanto è sempre vero, che se tutte le esposte condizioni non si
debbono riscontrare nella pratica del pubblico, tuttavia vi debbono aver luogo
quelle che sono proprie dei più semplici giudicii di paragone. In tal caso per
altro la competenza dei giudicii del pubblico viene assai ristretta:
conciossiachò verrebbe esclusa dal recare giudicio autorevole sulle cagioni dei
fenomeni e dei fatti dell’ordine fisico e morale, e limitata ad un semplice
giudicio comparativo delle convenienze e delle disconvenienze, del più o del
meno, del bello o del turpe, del bene o del male, a norma del sentimento.
Allorché si vuole assegnare la vera e adequata ragione del moto della sfera di
un oriuolo, sarà sempre d’uopo indicare la molla elastica, i rocchetti e le
ruote, e la loro scambievole connessione. Perlochè o siano molti uomini od un solo,
esistano in tempo di barbarie ovvero d’incivilimento; finché non giungeranno a
sì fatta cognizione tutte le loro teorie e le ipotesi saranno sempre false, e
quindi i loro giudicii sulla vera cagione non potranno esser veri iu parte
alcuna ; attesoché l’effetto è un risultato unico, derivante in ragion composta
dalla considerazione di tutte le cagioui confluenti a produrlo. Quindi è, cìh:
se ìjj la l.to ili rassomiglianza o differenza o (lei |,i[ì e del meno apparir
possono verità parziali ed ovvie., ciò non può avvenire al torcile sì ragiona
delle cagioni e degli effetti. jj}.]5. Ma egli è pur vero, die nello spingere
successivamente i pria ci pii logici verso le loro origini non si deve
procedere all* in finito. \lh (ine si giunge ad un principio, o almeno ad una
classe di principi!, olire i quali h impossibile procedere. Perioditi siccome I
giudicìi auLecedciili sono dal canto loro susseguenti ad altri principiò non si
sellivi* la difficoltà esaminandoli parti Laro ente V uno rispett iva mente all’altro*
ma invece è d'uopo riportarli tutti ad una norma connine, qual’ ù la verità
essenziale delle cose. 10 Iti. Riduce odo però allo Stato reale delle civili
popolazioni que-,sla considerazione* si giunge ad una situazione, nella quale
troviamo la massa della società romita degli elementi costituenti la
ragionevolezza civile. Ma questi alla perline die cosa sono in sé medesimi?
Eglino altro non sono che le idre radicali . dirò cosi, della ragionevolezza,
le quali vengono tratte dalle più ordinarie scene c dalle più ovvie apparenze
delr ordino tìsico e morale. Ha a qual prò si potrebbero elleno allegare là
dove si tratta delle più complesse verità tanto tìsiche quanto morali, te quali
pur sono quelle die più largamente padroneggiano il sisLermi delle nostre cognizioni
l Ma eccoci ornai avviati dalle viste teoretù Le verso le con side razioni di
fatto. aie hi qualunque epoca della ragionevolezza esule una cagione comune a
cani ritenere errori simili e durevoli, Delia prima epoca. filosofa volgare.
Tutti gli uomini, prima di essere dotti ed illuminati, sono ignorali li e
rozzi: lutti 1 popoli, prima di essere politi. Furono selvaggi ghe
osservazioni, scoprendo che i pianeti hanno mi moto speciale* adegueranno loro
una sfera di cristallo trasparente in circoli perfetti, Ed ecco un * astronomia
intelligibile a Lutti, da tutti facilmente accolta^ nella quale tuLti o almeno
il maggior numero dei ragionatori converrai! no* perchè uri trovano una cornane
ovvia ragiona, o a dir meglio spiegazione, Così vedendo talvolta rovesci di
pioggia*, immagineranno, a somiglianza delle cose che veggono iu terra,
serbatoi da cui, come da vasi ed otri, hi acque vengano traboccate. 1 °22*
Nel!a fólgore, dopo certe funeste speranze di alberi scorticali e infranti, di
materie accese, di fabbriche diroccate, immagineranno, a somiglianza delle cose
più note e familiari, uà sasso o no ferro rovente scagliato con impelo
sorprendente, e collocheranno in cielo zolfi, biUuni. ed altre confuse malerie,
die esalate dalia terra, poi si accozzano e si accendono, 102^3. Osservando
inoltre che i vapori, il fumo, il fuoco ec. salgono in a Lo, I acqua discende
al basso, e la pietra gravita enormemente-, ini magheranno le varie sfere di
tendenza; e quindi la regione del fuoco sarà più alla, quella del fumo e dei
vapori più bassa, quella finalmente dei gravi nel seno della terra. 1024.
Sentendo talvolta la terra tremar sotto a’ loro piedi, la loro casa scossa
dall’impeto del vento, e il turbine schiantare alberi e atterrare abitazioni,
eglino si figureranno che sotterra i venti vengano fra loro a fiera lotta, e
facciano traballare la terra; ed ecco il terremoto . 1025. Passando ai corpi
organizzati, e riflettendo che tutti nella loro specie, siano animali, siano
vegetabili, vestono una forma simile, e nascono da ascose semeuti; e d’altronde
essendo loro noto che gli artefici hanno certe loro forme, onde sollecitamente
gettare e far sortire molte cose tutte simili, e che, ripetendo sempre lo
stesso getto, 1 opera ìiesce sempre uguale: così naturalmente immagineranno le
forme plastiche, ed altre preformazioui di siffatta specie. Alcune volte poi
quando nei luoghi chiusi s’ avvedranno di certi vermi o della muffa, nascerà
loro 1 idea della generazione dalla putredine o dall’ accidente. Finalmente
sperimentando che ogni luogo è pieno daria; che l’acqua penetra ovunque trova
meati ove porsi a livello; che laria e laequa s’ingorgano nell’atto di darsi
scambievolmente luogo, ma che nulla lasciano di vano, immagineranno nella
natura una innata tendenza a riempiere ogni cosa, ed una ripugnanza a lasciar
vuoti; e denomineranno tale tendenza orror del vacuo. 1027. Così se le prime
popolazioni, non conoscendo altie cagioni attive fuorché degli esseri animati,
dovettero immaginare in cielo, nell’aria e nel seno della terra uomini o genii
buoni o cattivi; la nazione incivilita per egual maniera spiegherà i fenomeni
della natura meicè le leggi più cognite e più grossolane, le quali a prima
vista nella natura e nelle arti si svelano o si aprono alla impaziente
meditazione di un ingegno che rifugge d’ intiSichire su minute, lente,
ripetute, spesso frustrale, sempre faticose e poco sorprendenti osservazioni.
Se fra le nazioni può esistere qualche varietà, ella sarà di modificazione, ma
non di essenza nel fondo dei pensieri. Nel nostro spirito non v ha pressoché
veruna nozione anteriore a quelle che apprendiamo dallo spettacolo diretto
della natura e dell’arte nel paese che abitiamo. Questo principio quanto non è
fecondo di osservazioni utili all’educazione. E come dunque non sarà questa la
prima fisica di tutte le colte persone nei primordii delle scienze? e come non
sarebbe e non sarà sommamente facile in tutti i tempi e in tutti i luoghi farla
adottare, ammirare, tenere per soddisfacente e certa? Ella sceude da principi!
o. a dir meglio, da notizie cognite, nè reca fatica ad essere compresa.
Rammentiamoci che anche in mezzo ad una generazione illuminata sonovi sempre
fanciulli adulti e ignoranti, e che ad ogni nuova generazione si presentano
forniti di tali germogli comuni, sui quali siffatta filosofia si può sempre e
poi sempre innestare. Se, per uua finzione, al dì d oggi tutti i libri e tutti
gl intendenti della sana fisica fossero rapiti dalla terra, io sono d avviso
che in capo ad un anno questa sarebbe la fisica di tutta r Europa. 1029. Io non
so se male m’apponga; ma parmi che quando uua filosofia si trova in tale lega
colle sempre rinascenti ed eguali nozioni volgari, nou può sembrare molto
meraviglioso che tenga un concorde, vittorioso e durevole impero sulle menti
umane. 1030. Molte volle avvenir può (come diffalti è avvenuto) che questa
popolare filosofia emigri da un popolo all’altro: ella serve al genere umano
come di primi rudimenti e di scala intermedia alla scienza della natura. In tal
caso però si avrebbe torlo di calcolarne la vera durala connettendo le
successive epoche iu cui dominò i pensatori nelle rispettive popolazioni. Se un
popolo che da cent’anni iu qua ìucominciò ad essere colto e adottò siffatta
filosofia, dappoi soggiogato ferocemente venga risommerso nell ignoranza, e la
medesima filosofia passi a regnare in un altra rozza popolazione per altri
cento anni ; non si dee veramente dire eh ella ha durato duecento anni nello
spirito umano, e che per tanto tempo lottò contro la verità? Ma compiamo il
giro dell’orbe intellettuale, e delle materie sulle quali cadono gli umani
giudicii, onde non uasca sospetto ch’io mi voglia, mercè l’esame di una parte
sola, disimpegnare dal restante. Avvezzo l’uomo dalla prima infanzia a
trasportare le sue idee fuori di sè ed ai membri del suo corpo, dirà di sentire
nella mano, nel piede, nella schiena ; e dirà quindi filosofando, che l’anima è
sparsa in tutto il corpo, oppure è tutta in tutto, e tutta iu ogni parte. _ Nei
forti affetti suoi sentendo certi plessi di nervi, collocati alle regioni del
petto, più sensibilmente irritarsi per la loro maggiore corrispondenza col
corvello, cosicché nasce una più forte sensazione, dirà che il cuore ama ed
odia. Avvezzo, come dissi, a trasportare le sue idee fuori di sè, attribuirà i
colori, i suoni, gli odori, i sapori, il caldo, il freddo agli oggetti posti
fuori di sè; gli parrà di palpare le realità, di vedere fin per entro le
essenze. Le sue idee saranno per lui immagini, la sua anima uno specchio. Le
larve, le entelechìe, gli specchietti delle monadi verranno in folla ad abitare
gli appartamenti della filosofia 5 come le ombre dei morti, i folletti, i gemi
cattivi, i congressi delle streghe, i vampiri escono di notte ad inondare la
terra nel regno della superstizione. I ragionatori allora giudicheranno con
eguale audacia delle qualità reali e dei poteri della natura; e tutta la
intellettuale filosofia nelle più astratte nozioni si risentirà di questo
realizzamento, fino al segno di inventare le forme sostanziali, le realità
accidentali, e convertire le specie e i generi in sostanze esistenti. 1035. A
questo passo io non so contenermi dal richiamare le fatte osservazioni, e di
rivocare alla mente le leggi generali dello spirito umano, che vien mosso per
un canto da uno stimolo di curiosità, e rintuzzato per l’altro dallo
scoraggiamento di un’aspra e incerta fatica, che spaventa la nostra inerzia e
la nostra vanità, mentre la nostra curiosità ha lieve pascolo: perloché avvenir
deve che l’ingegno umano, munito di pochi fatti, si rivolga ad abbracciare
tutto lo spettacolo fisico e morale posto sotto i suoi occhi. 103G. Che se poi
sale a sottili astrazioni, ciò avviene per la medesima legge. È certamente più
comoda e agevol cosa in una indolente solitudine riversar l’ attenzione sulle
proprie idee, che uscire ad accattar con istento le osservazioni singolari e
staccate in seno della natura e della società. Perloché lo spirito umano, in
forza di tal legge, si darà in balia alle astrazioni ed alle minute anatomie
fatte ex abrupto, dirò così, sul fenomeno tal quale gli verrà presentato,
anziché cumulare i fatti, tessere sperimenti, e derivare una buona genesi delle
cose. Qual meraviglia dunque se con sommi ingegni e coti lunghe meditazioni non
solo non si allarghi la s fera delle umane cognizioni, ma solamente si
ammucchi! una illusoria scienza, la quale arresta i progressi della ragione per
l’apparenza stessa della verità? Qual meraviglia che presso tutte le società
dell’ universo si ritrovi l’infanzia della filosofia cinta d’un’aspra selva
delle più minute e sfumate astrazioni, le quali sembrano dover piuttosto
appartenere all’epoca della maturità? La geometria potrà fiorire, è vero: ma la
geometria nou è forse figlia immediata delle astrazioni più ristrette?
Grandezze, superficie, numeri, quantità esigono forse la cognizione dei fatti
della storia fisica e morale, e le penose indagini e le difficili genealogie
delle cagioni e degli effetti? Giacendomi neghittosamente a letto potrò sapere,
al di sopra di chi che sia, tutte le più minute particolarità della camera che
sia sotto gli occhi miei . Ma per sapere con certezza la sola misura del
territorio mi converrà uscire, informarmi, far mille e mille passi, e spesso
Tom. I. 63 indarno. Por sapere come la mia camera fu formala, e il magistero
Quindi . approssimandoci per uu doveroso ritorno colle austro riflessioni al
punto da coi ci dipartimmo, giova tare? una 1 irti i tn^.iuuo ni stip posto
autori^Mmic ì gmdiciì pubblici sopra i e: iti die il privali, restringendolo
entro certi caniini: cosiceli t: fino a quando mi Pubblico non ha disceverato
le sue vetluLe da quelle del volgo5 non si potrà riguardate già m mai come più
illuminato di alcuni pochi u di un solo privalo. Avverrà bensì che in alcuni
paesi ravviamento alla verità venga maggiormente acceleralo: ma questo non isme
olisce la regola sopì addetta. Inoltre nel seno di tuia popolazione e fra ì
dotti sì troverà lino i dissidènti . Questa è ima provvidenza. Sorgerà poi l
Ercole liberatote, Ma frattanto se eglino non saranno nè Lauto illuminali * nè
tanto robusti da riformare colta possanza di uua irresistìbile cd ampiamente
fruttifera evidenza i priacipiL e non si trama dietro il volo universale, al['
opposto verranno trascuratile ùu anco perseguitali* Le opinioni volgari hanno
il vantaggio di affascinare colf incantesimo dell appai Tinnì, t li interessare
colla facilità di un’abituale e comune serie di idee, e coi! «ablazione resa
all’orgoglio: attesoché non rinfacciano l ignoranza, urgSìigono limite alla
curiosità. Dalla distanza che i progressi del lumi frappongono fra il popolo e
la repubblica letteraria* 1052. Da quello che pur ora abbiamo discorso sembra
die trarsi possa una conseguenza in ordine invèrso; ed è, die in massa II
giudicb dei moki intendenti deve riuscire discordante w-Werrore* allorché le teorie
sono, se m* è permesso il dirlo, del tulio fattìzie; vale a dire, acquando
debbono trarre tutto il loro vigore dalle complete, razionali c graduale
nozioni. ri mote dal volgari concetti, Cóucios&iachè sembra efie avvenir
debba la discordanza* tostochc gli uomini non hanno, pernii cosi, più un punto
comune di vocazione alte medesime opinioni; m£l,u_ vece è Imo d’uopo scegliere
da se la traccia, per la quale procedere a qualche conclusione. Ma in fallo
pratico questa io dipende ale investigazione si vjvitìca ella mai pel maggióre
complesso degl1 iute a denti anche nel regno dei lumi non volgari? Lo vedremo
tantosto. Frattanto giova osservare dì passaggio, che questa è l’epoca più
solenne (Dilla umana perfettibilità; ma ad un tempo stesso è il momento della
maggior reale povertà dei bini i e dello esatte cognizioni. Se la voce divina e
possente della Verità dissipa finalmente l’ incantesimo di una seduttrice
fantasia; se Tenerla penetrante del genio supera gli ostacoli eretti dalla
ignoranza e dall’ orgoglio, spezza le catene dell’ errore, sgombra gli spettri
dei pregiudizi, afferra la mano della ragione, la trae fuori dal vecchio
recinto, e la sforza quasi suo malgrado a fare un perpetuo divorzio dalla sua
antica società; se guidatala in una regione dapprima a lei incognita, sotto
altro cielo, dove signora di sè medesima può scegliere la via che la condurrà
alla luce eterna del Vero ed alla purissima beatitudine del giusto: con tutto
ciò, se il genio non le addita ad un tempo stesso il sentiero che deve percorrere,
a quante cadute umilianti egli non l’avventura! 1055. Il genio percorre d’uu
rapido sguardo il regno scientifico: sembragli intravedere il tempio della
Verità, ne traccia i contorni, ne eleva le mura. Ma l’edificio posa su labili
fondamenta; egli è rovinoso, perchè fu elevato in fretta, e non era possibile
fare di più. Le illustri e lunghe fatiche dei saggi a distruggere i vigenti
errori e a sventare i pregiudizi! non lasciarono adito a scoprire i rapporti
diretti della verità; o se parte ne scopersero, non ne poterono segnare tutti
gli aspetti. Ciò per altro era necessario, perchè a diritta ed a sinistra vi
mettono capo ì sentieri degli errori. Però il genio rese un alto servigio alla
umana ragione, egli ardi redimerla dalla schiavitù dei comuni nativi errori.
105G. In origine questa fu l’opera di felici circostanze. Sopravvengono di poi
altri geuii i quali, approfittando dell’acquistata libertà, rovesciano
l’effimero edificio eretto dal genio precursore. A ciò non abbisogna grande
sforzo, avvegnaché non incontrano se non fatlizii ostacoli. L’edificio che
atterrano non s’ innesta coll’addentellato molteplice e saldo dei consueti e
sempre rinascenti errori e pregiudizii. L opera più grande di questi nuovi
genii consiste nell’essere legislatori della repubblica letteraria. Le imprese
del primo sono le fatiche di Ercole; quelle dei secondi T opera dei Licurghi,
dei Numa e dei Manco-Capac. Ma dopo che i pensatori sanno diffidare delle
nozioni volgari, e vedonsi forniti di meditati lumi dimostrativi, costituiscono
in mezzo alle popolazioni un corpo, nelle operazioni del quale il Pubblico
comune non prende quasi parte alcuna, attesoché le vie di commercio ed i punti
di comunicazione sono soverchiamente disparati. Allora per la comune ì giudicii
dei dotti diventano sempre più oggetti di mera credenza . Nella storia dell’
infanzia delle nazioni coloro che primeggiavano in sapienza tenevano
gelosamente celato al popolo il tenore delle loro dottriue: quindi il Pubblico
riceveva le opinioni a guisa di oracoli, e le professava per credenza sostenuta
ùdN autorità. Nella storia delle più illuminate nazioni, dove i dotti
comunicano apertameute le loro cognizioni, il Pubblico non le cura; o se pure
le riceve, lo fa tuttavia per tradizione, persuaso dalP argomento dell’
autorità . Cosi gli estremi si toccano senza confondersi. Quanto più una
scienza sale ad uu punto maggiore di perfezione, tanto più lunga e varia
diventa la catena delle dimostrazioni che racchiude. Siccome il metodo non si
può dispensare dall’ indurre la certezza, così non si può esimere dal segnare
tutti i punti di passaggio necessarii alla ristretta capacità dello spirito
umano. Ma siccome tutte le scienze fanno corpo, perchè tutte sono espressioni
della natura, e sono deduzioni tratte da comuni fondamenti, così verun uomo non
si potrà a buon diritto chiamar dotto, se non conoscerà le connessioni della
scienza da lui coltivata. Quanto la dissociazione delle scienze riesce di
ostacolo alla completa loro cognizione, altrettanto il ravvisarne i rispettivi
confini e le proviucie, dirò così, fini time riesce utile a fissarne la
collocazione nella carta generale del legno scientifico. Ma inoltre (quello che
più importa) ciò serve a determinale le fonti dalle quali ogni scienza trae il
suo nascimento e la sua esisleu za, e ad indicare quei rapporti successivi,
mercè i quali o sola o iu coni pagnia di altre scienze influisce sulla
filiazione di altre subalterne. 10G0. Ma a proporzione che si radunano le
esperienze, che si mo tiplicano gli assiomi, che si dilata il tessuto armonico
delle teorie sui i versi oggetti dello scibile; a proporzione pur anche ogni
uomo no11 pui abbracciare se non un minor numero di rami dell’albero
scientifico, lei lochè nell’albero enciclopedico accadrà appunto quello che
vedesi ne0!i alberi di genealo già. All’infanzia delle scienze i nomi dei dotti
possono agevolmente abbracciare tutta la dottrina cognita. All’ opposto nella
loio maturità il nome di ogni dotto viene innestato su di un solo ramo. Si può
dire che a proporzione che i lumi si aumentano tocca ad ogm uomo una sempre
minor frazione della vera scienza. Perlochò l’elogio di Ci cerone a Varrone
ridurrebbesi nel secolo dei maggiori lumi ad una incredibile adulazione o ad
una satira formale. Un uomo tale ripetei cl’l c 5 \v, sue cognizioni corno il
sergente di Storno nel Tristmm Sh.andy ret\ui la predica. Si falli uomini sono
i pappagalli del paese razionale : e„ljuo uon possono divenire giudici delle
cose, ma rimangono puri eredenti. Pare eglino ed i loro piccoli confratelli,
cacciatori di vocaboli, di molti, dello stelluzze dei tropi ripetitori o
estimatori di fogliame e di vernici * sono quelli die menano più rumore nella
repubblica delle lettere. Ma i solidi pensatori sanno che il corvo così coperto
delle piume altrui de/ essere rilegato col volgo. Quando le scienze souo spiate
ad un grado assai elevato tenti esi impossìbile il creare grandi sistemi, perdi
è sono giù scoperti. Laonde i grandi ingegni non si possono riversare che sui
particolari. Il campo è mietuto : conviene spigolare. Da ciò si scorge che la
repubblica delle lettere non si devi' assumere come un tribunale, ì cui
individui presi in complesso possano giudicare su ogni materia; ma bensì come
un unione, le coi competenze riseggono ìu altrettanti dipartimenti divìsi, a ciascuno
dei quali, ove mai giudicasse oltre la sfera della sua competenza, oppor sì
potrebbe ragionevolmente la declina Loria del fóro» Il ?ie su (or uhm erepidam
non si applica mai tanto a dovere in epoca veruna, quanto in quella dei grandi
lumi. 1063. Se dunque gl’ individui componenti il Pubblico letterario potessero
recare giudici i che tener si dovessero per un critèrio dt verità nello
rispettive materie, tale prerogativa non apparterrebbe ai meri eruditi, nò ai
biologi, nò ai begli spirili, nè ai ragionatori occupati fu una materia
disparata, ma sì bene a quei solì che fossero versati nelle materie proprie,
sulle quali cade il gì inficio. Se la necessità di rostri ugere alle persone
testò rammemorale la proporzióne e la competenza di quest* autorità risulta dai
rapporti della sola cognlz ione^ ella assai più si còni erma so si ridette,
alla necessità dotV attenzióne di cui sopra si ù ragionato. Conciosslachò, dato
eziandio che taluno possa conoscere una cosa, siccome non abbiamo argomento
ch'egli vi presti attenzione iu una guisa proporzionala a rilevarne tutti; le
parli se non per effetto dell* Impressione' esternai e dall altro canto essendo
indispensabile tale attenzione iu chi deve giudicare : così a buon diritto
siamo costretti a riservare PauLórità del gìudicio sulle materie complesse a
quei soli che consta appunto essersi su di quelle rispettivamente occupati, od
occuparsi attualmente. 1005. Per quanta sia la propensione che ini spinga ad
allargare vieppiù la competenza di giudicare su di un maggior numero di
persone. non ritrovo venni principio logico il quale mi autorizzi ad ammettere
sì latta estensione. Ritorno sempre al mio principio: per giudicare con verità
convien conoscere tutti i rapporti delle cose, nella cognizione completa dei
quali consiste la verità. Per conoscere siffatti rapporti convieue esaminarli
ad uno ad uuo. Per esaminarli in tal guisa è necessario avere 11 metodo, il
tempo e V interesse di farlo. Chiunque è altrove rivolto o volontariamente o a
suo malgrado, non fa uè può fare nè l’uno nè l’altro. Parlando di un Pubblico,
i cui giudici! debbono fare autorità per essere di molte persone concordi, non
si ha altro mezzo a riconoscere chi sia in grado di aver tempo, metodo ed
interesse di applicarsi all’esame di uua materia, se non dalle notizie
estrinseche ottenute dalle opere, dalle lezioni, dalle conversazioni : in uua
parola, mercè i segni estrinseci o degli scritti o dei fatti o della favella.
Collocandosi poi il Pubblico in un epoca di lumi molto copiosi, quando i gradi
intermedii per giungere dalla sémplice ignoranza agli estremi delle già
scoperte cognizioni sono molto numerosi, dovrebbe per ciò stesso esigersi molto
tempo ed attenzione: e perciò una mediocre e superficiale dottrina* non
potrebbe avvalorare il giudicio delle persone in qualsiasi materia, quand’anche
di quella sola si fossero occupate. Dal fin qui detto però non vorrei che si
deducesse ch’io voglia collocare e restringere la competenza dei giudicii nelle
materie complesse a quei soli che professano una data scienza al momento che
viene annunciata una nuova scoperta: talché in qualunque situazione possibile
si debba riguardare a preferenza quale miglior norma probabile di verità. Solo
intendo parlare di uno stato posteriore alla scoperta dei lumi, dopoché cessato
il conflitto fra le vecchie, imperfette e scadute opinioni e le novelle, queste
a mano a mano hanno acquistato il voto universale, e vengono dal Pubblico
coltivate. L’importanza, la latitudine e le condizioni di questa limitazione si
sentiranno assai meglio più sotto, dopo che avrò sviluppato altre vedute. Ma a
quali segni esterni riconosceremo noi l’epoca della, se non completa, almeno
maggiore scienza, quale per congettura si può ripromettere? Non è egli vero che
ogni secolo intenta la pretesa di essere il più dotto ? E come no? Merce i
sistemi suoi o ragionevoli o assurdi abbraccia tulio lo scibile, ed anche
quello che non si può sapere. D'altronde non conoscendo le scoperte che i
secoli avvenire faranno, non può avere norma o misura alcuna nò della sua
ignoranza, nè de’ suoi errori. 1068. Rispondo, che il secolo dei maggiori lumi
verrà riconosciuto precipuamente mercè due contrassegni visibilissimi, e che
non mi sembrano fallaci. Il primo si è una vera e sentita stima che i
coltivatori di tutte le scienze e di tutte le arti professeranno
scambievolmente gli uni verso gli altri. Il secondo poi si è F intima
persuasione di non poter conoscere nè giudicare di certe materie (di cui più
abbasso si farà parola), e la perfetta acquiescenza nella ragionata ignoranza
di quelle. 1069. La validità del primo coutrassegno si sente tantosto, se si
ridetta che allorquando una scienza od un’arte sono spinte ad un allo segno d’
ingrandimento, si conoscono i loro estremi, le loro connessioni, i loro
sussidii, e le leggi di azione e di reazione che le une hanno sulle altre.
Siffatti rapporti di connessione, d’ influenza e di soccorso scambievole
esistouo certamente fra le scieuze, e ormai fra molte parti dello scibile si
sono comprese e si agisce in conseguenza. Se invece di avere informi e mal
distribuite classificazioni delle scieuze avessimo un vero albero
enciclopedico: se fosse esistito in Europa un genio, il quale invece di fare
partizioni meramente fattizie ed incongruenti avesse tessuta la filiazione
naturale delle scienze; il pubblico scorgerebbe al dì d'oggi fra le scienze
questa vicendevole connessione ed influenza, come in un albero genealogico la
vede fra le cognazioni. Siccome adunque ogni scienza esprime il complesso di
tutti i fatti e di tutte le nozioni tessute e concatenate, le quali or più or
meno a lungo serpeggiano, fino a che per rami distinti si giunga ad un tronco
comune; e siccome si sa che l’uomo coesiste costantemente con altri esseri, i
quali hauno e tra loro e con lui rapporti vicendevoli di identità e di
diversità, di azione e di passione, di cagione e di effetto : così le scienze,
le quali altro non sono che la espressione di siffatti rapporti, debbono per
necessità rappresentare un sistema di collegamenti, di relazioni, di
dipendenze, di azioni e di reazioni, di influenze e di effetti. Se dunque tutto
ciò vien compreso e sentito, le professioni rispettive dei dotti sentono di
poggiare le une sulle altre, e di attingere scambievolmente soccorso. Allora i
diversi loro coltivatori diventano stretti per una specie di cognazione e di
scambievole società. E se durante l’epoca di una corta intelligenza ogni
dipartimento aspirava al primato letterario, ciò non avviene più nell’epoca dei
maggiori lumi. Couciossiachè ognuno conoscendo il sistema degl’interessi
interni ed esterni del mo dominio, e la di lui collocazione ed estensione;
nell1 orbe scientifico, uou può ornai più nutrire mire ambiziose, le quii
verrebbero tosto rintuzzate dagli altri. le cui prerogative egli si volesse
arrogare. Inoltre conoscendosi evideu te mente e notoriamente debitore de* suoi
possessi alle fatiche di molli alivi, egli non può soverchiare altrui per la
prosperità e lo splendore della propria provincia. Se e T iuteresse che inspira
la stima, come uou potrebbe ogni uomo veramente scienziato stimare doppiamente
le professioni tutte, che vedo recare lauto sussidio ai ramo prediletto ila
lui, alla umana perfettibilità ed al benessere sociale? Quanto poi alla
cognizione dei limiti dello umane investigazioni, e alla necessità di rispettarne
i confini. ciò è troppo chiaro essere una naturale conseguenza di una scienza
completa. Quando gli uomini sono giunti ad un tal punto, invece li gettare
inutilmente 1 loro su riori in tentami superflui, o disperdere stoltamente la
preziosa attività delle loro meditazioni io un vacuo immenso, la rivolgono sul
campo li uno ir u idi era speculazione ♦ Sono inoltre costretti per una
inevitabile coalizione a divenire modesti e meno dogmatici- perchè scorgono
quanto sia* no limitale le progressive visto umane, e perchè s* avveggono die
gli ultimi limiti, a cui viene raccomandata la Galena della loro scienza sulle
cagioni e sugli effetti, sì stendono olire il loro sguardo per ascondersi iu
una notte impenetrabile, 1075. Per tal maniera i detti costituiranno una vera
repubblica letteraria, invece di rappresentare un anfiteatro sii piccoli
ambiziosi, gelo*], esclusivi, e sempre alle mani gli uni cogli altri. Ecco i
contrassegni esterni^ ai quali si riconoscerà V epoca dei lumi più completi che
ottener sì possano fra gli uomini. Dèlia seconda epoca della civile
ragionevolezza* Pii volgiamo ora i nostri ragionamenti a comprovare
Piutrapres-1-1 assunto. À ferreo lo i. Duo stali conviene distinguere nella
costituzione razionale di ogni Pubblico, per fissare P estensione delle sue
vedute, e la validità dei giudieìi che appellammo antecedenti (ved. loc, sopra
cit,). Il pruno si è quello della scoperta delle verità: il secoudo si è quello
della loro accettazione. Esaminiamo i rapporti di fatto del primo stato.
Toltene le più semplici, ristrette e triviali opinioni, la scoperta o F
invenzione delle verità complesse, sia che parliamo di quelle che hanno una più
ampia applicazione speculativa, sia che parliamo di quelle che largamente
influiscono sulla morale e sulle arti, è un privilegio per ordinaria legge
riservato ad un solo pensatore. Immaginare che molti ingegni, senza una
precedente scambievole comunicazione e per una specie di simultanea
ispirazione, creino uno stesso originale pensiero richiedente qualche studio
ella è cosa che la comune sperienza di fatto ed il sentimen'to delle
consuetudini razionali riconosce cotanto straordinaria, che quando due
veramente s’incontrano in qualcheduno di siffatti pensieri, si presume
piuttosto l’uno averlo tolto all’altro, che derivar esso da una originale e
simultanea concorrenza di idee. Io non dimenticherò giammai di ricordare, che
ad assegnar le leggi di fatto del mondo fisico e morale dobbiamo sempre
riportarci alle consuetudini cognite della natura. Questa legge fondamentale della
origine delle opinioni studiate, derivante da un solo, da cui dappoi il
Pubblico le raccoglie, viene più largamente confermata dalla storia costante di
molte scoperte, le quali rigorosamente non meritano un tal nome: pel merito
delle quali ciò non oslaute alcuni rari pensatori hanno acquistato gli
strepitosi nomi di inventori, di genii creatori, ed altrettali predicati da
apoteosi. Tali nomi e tale esagerata professione di stupore si direbbono meglio
essere una specie di tacito compenso cercato dall’orgoglio della mediocrità
comune, la quale veggendosi fuori della sfera di una facile emulazione, e nella
distanza troppo visibile dal merito, si sforza di rendere il genio pressoché
prodigioso. Per tal maniera si tenta di togliergli ciò che non si può uè dividere
con lui, nè offuscare. 11 genio per verità merita la nostra ammirazione, i
nostri suffragii e la nostra gratitudine. È dovere il professar verso di lui
siffatti sentimenti, tanto per una specie di ricompensa alle sue coraggiose
fatiche, quanto per aggiungere uno sprone a coloro che fossero còlti da sublime
entusiasmo di imitarlo. Ma conviene da un altro canto guardarsi bene dal
collocare il genio in tanto ardua altezza, che agli altri nascer debba F
opinione dell’ impossibilita di raggiungerlo. Non so se male io m’apponga, ma
parmi che questa mal misurata opinione sia da annoverarsi fra gli ostacoli che
si oppongono ai progressi delle solide cognizioni, e fanno si che il Pubblico
s’arresti, assai più di quello che F ordine delle cose comporta, in quelle lunghe
pause che si frappongono fra le utili scoperte. A dissipare questa illusione 10
credo che sarebbe cosa acconcia il far entrare nella educazione razionale la
storia degli uomini celebri, più particolareggiata in quei tratti che
fisicamente o moralmente poterono influire sulla loro anima, aggiugnendovi
eziandio le pratiche da loro usate per rapporto all’ attenzione. Se ad
insegnare a pensar rettamente è necessario tracciare il modo col quale 11
pensiero deve procedere, dall’altro canto è pur d’uopo dargli stimolo a
camminare. Un muto e freddo apparato di regole che non movono il cuore come
potranno svegliare l’attenzione? E come si potrà svegliar l’attenzione senza
eccitare le passioni convenienti? Quanto è possente nei teneri cuori la sacra
fiamma dell’entusiasmo scientifico! Ma quanto è sopra ogn’ altro mezzo valevole
a suscitarla V esempio ! 1082. Quindi vorrei che un due terzi per lo meno
d’ogui corso di logica (la quale non dovrebbe esser altro che una pura
avvertenza di attenzione su quello che dapprima si fosse già fatto nell’
apprendere altre scienze ben insegnate) fosse occupato dalla vita e dagli
elogii dei più celebri scienziati. Vorrei per altro che anche nell’
incominciamento della carriera filosofica si proponesse, fra gli altri
eccitamenti, l’esempio della gioventù di siffatti illustri personaggi, e si
additasse solo in generale la celebrità a cui salirono dappoi, e gli onori di
cui i contemporanei o iposteri ricolmarono il loro nome. Io non sarò giammai
del sentimento di un moderno Inglese, il quale vorrebbe in siffatte vite
troncata ogni narrazione delle circostanze private, accusando di noja e di
superfluità il riferirle. Certamente se Foggetto per cui si narra la vita di un
gran letterato dovesse essere unicamente un dilettoso spettacolo onde ingannar
l’ozio degli svogliati lettori. egli avrebbe ragione. Ma se si considera essere
necessario il togliere all’inerzia umana ogni scusa, e prevenire lo
scoraggiamento nella comune degli uomini, i quali stupefatti dalla grandezza
delle opere dei celebri letterati s’ immaginano che siano concorsi mezzi assai
straordina rii a sublimarli a tant’ altezza di merito e di gloria; io credo alF
opposto essere cosa utilissima il dare a divedere, mercè la narrazione fedele
della loro vita privata, eh’ essi non furono collocali in veruna situazione
privilegiata al di sopra della moltitudine, e che generalmente la P0' sterità
non ha per questo rapporto altra scusa, che la pigrizia o la tumultuaria
applicazione determinala dalie seduzioni di un abbagliante lusso ideale. Io non
sono perciò disposto a credere che ogni uomo, il quale n’abbia il tempo, possa
divenire, mercè la sola arte, uomo di genio, siccome più sotto accennerò: ma
dico solamente, che per attribuirgli troppo il privilegio delle esterne
circostanze si toglie forse l’adito ad aumentarne il numero; e certamente si
respingono gli altri dal giugnere almeno a quel segno a cui senza ciò
potrebbero utilmente pervenire. Ripigliamo il filo del ragionamento. Ho detto
che a molle cognizioni si è attribuito il nome di scoperte, mentre pure no’l
meritavano. Non si avrà difficoltà alcuna a ravvisare la verità di questa
proposizione, se si dia un’occhiata ai monumenti più celebri dell’ umana
ragione. Se si eccettuano alquante scoperte dell’ ordine fisico; come, per esempio,
l’uso della calamita, della polvere da schioppo, della elettricità, e di altre
simili; le restanti tutte dell’ordine fisico, e generalmente tutte le altre
dell’ordine morale, sono un mero risultato dei paragoni e dell’applicazione di
quelle notizie eh’ erano già sotto gli ocelli di tutti. Ne potrei citare molti
esempii; ma, come noti, li tralascio per amore di brevità. Le prime si possono
quindi veramente dire scoperte accidentali ; le altre poi, se tali furono
talvolta in fatto, non lo sono però di loro natura: quindi le appelleremo col
nome di razionali. In queste ultime Y invenzione altro non è che una più lunga
e non ordinaria deduzione. Ma se il fatto costante di tutti i secoli dimostra
essere queste razionali invenzioni riservate sempre al privato, si può fissar
come legge di fatto dell’umana ragione che il Pubblico in complesso non
sospinge più oltre i progressi delle cognizioni; o, a meglio dire, non deduce
le complesse verità, le quali pure potrebbero essere raggiunte col solo uso
dell 'attenzione. 1088. Da ciò deriva una importante conseguenza; ed è, che il
Pubblico, propriamente parlando, in fatto di verità riesce, per dir così, un
conoscitore passivo, ritenendo il solo merito della scelta e dell accettazione
delle dottrine scoperte dal genio. Perlochè conviene esattamente distinguere le
circostanze che lo determinano a siffatta scelta, e all’uso ch’egli ne fa
dappoi. Se i progressi dei genio si possono riguardare come gli slanci più
energici ed ampii della umana ragioue; se la misura dello spazio percorso dal
genio ad ogni scoperta forma la misura della distauza maggiore che passa fra il
Pubblico intendente e gli estremi sforzi della ragione umana; e se, mercè di
tale misura, si viene a circoscrivere l’orizzonte della veduta dei Pubblico, ed
a fissare l’estensione del suo discernimento; egli è certamente del nostro
instiluto l’occuparci di quest’oggetto. H(1, ^r'ììc scoperte 'Ielle verità due
tratti specialmente primeggia* no; vale a dire ì essere elleno ad assai rari
intervalli sparse nella successione dei tempi, e Tessere ogfci volta eseguito
da! ministero di mi solo. La medesima cagione produce questi due effetti 9 e
viene effettuata dal complesso delle circostanze che formano T uomo di gemo,
Qui noi parliamo del genio di riflessione, c die come La le doyrebbn essere
definito —h ve ditta ampia e distinta dei rappòrti che sodo fra % cose,^ Egli,
occupandosi di no dato oggetto, prima abbraccia Lette k yc~ riti note al
Pubblico,, e in ciò è semplice tu ente dotto; ma ve ue aggiunge poi molte altre
dapprima incognite, o a dir meglio non avvertite. Con un piccolo progresso un
uomo sarebbe ingegnoso, ma non un genio. 1092. Ma siccome egli non può cangiare
la natura del suo essere! tì è le leggi del destino umano* cosi non può nemmeno
ampliare la capacita della sua Intuizione, togliere o scemare l’inerzia delle
sue facoltà, prolungare la sua vita, protrarre la sua gioventù. Quindi la legge
delle ripetute riflessióni e della graduale spinta delle cognizioni, la forza
dei motivi, T ordine delle circostanze, la necessità del metodo oc., sono
dominatori supremi a cui egli è costretto di servire e di soddisfare, 1 093.
Quali sono adunque le condizioni in dispensa lidi che producono ì\ geulo, e lo
contraddistinguono dulia comune dògli uomini ; L indubitato eh elleno esser
debbono quelle medesime* le quali, data L natura attuale dell uomo ed I suoi
rapporti colla verità, sono valevoli a produrre T e fletto che contraddistingue
il genio dagli altri minori iugegnb Quest effetto, come testò si ò veduto,
consiste nella veduta ampia na11 è gn à co ì anto ristretto ; qua 1 1 Lo più
ris L r e ito e ssere non dovrà II novero di coloro che adempiono alle
condizioni che la verità richiede dallo spirito umano l 5 noti. Ciò non è ancor
tutto. 11 noto qua u lo sìa prepotente sull’aoiino degli uomini V impero àt\V
autorità e della pubblica opinione, E nolo che questa, benché assurda,, ottiene
il sacrificio di tanti piaceri e tanti interessi. che eccita tanti alla uni c
tanti bisogni, che dalla capanna al trono regge imperiosamente la sorte delle
riputazioni, e spesso anche il deuino di molli uomini. Ora è ben evidente
ch'ella deve spesso affacciarsi IL uomo di genio come un terribile fantasma, ed
arrestarlo nella sua carriera, f pensamenti invalsi uel tempo precedente, e adottati
dai contemporanei. si rivestono dal Pubblico di un'autorità veneranda, alla
quale pare non esser lecito opporsi senza sacrilegio n ribellione. Molte volte
poi alla forza morale già troppo soverchiati te delYùpinione si aggiunge
eziandio la forza reale della pubblica autorità) la piale non bene distinguendo
ì confini della verità, della giustizia e del ben pubblico, interessa il sacro
c supremo suo potere per difendere opi^ ninni (die realmente sono iu
differenti, o nocive al rogge L Lo delle vere suu cure, talvolta poi, tremando
d'oguì novità, sbandisce indistintamente anche quelle che potrebbero riuscire
proficue alla verità, alla giustizia, ed al comune interesse. La storia delle
IcLLere somministra molti esempi! dì questi abusi. L uon parlo solamente delle
opinioni che riguardavano davvlemo la tranquillità ed il benessere delle
popolazioni, ma eziandio di quelle die erano più indifferenti e più rimote da
quella dignità che deve occupare i direttori delta pubblica felicità. Xou si è
forse vedutomi Parlamento d’Inghi [terra in ter e sdirsi della pronuncia di
certe lèttere dell'alfabeto greco? Siccome questo è un aneddoto non mollo
conosciuto. 10 riporterò culle parole medesime di un anonimo Inglese (0. « Sul
fra i» re del regno di Arrigo Vili. Smith e Check cominciarono a riflettere »
ai cattivi effetti cagionali dalla imperfezione della greca pronuncia. Os* })
servarono cV oratisi perdali i suoni di molle vocali e di parecchi dilli
tanghi: che un tale difetto privava la lingua della sua antica bellezza,,3 del
suo vero spirito e del suo carattere proprio, e re u dovala insipida c «
languida, Xon sentivano in questa pronuncia quell* armonia, nè quei » sonori
periodi, pei quali gl’antichi retari ed oratori greci avevano ìì acquistato un
si gran nome* Non potevano far comparire eloquenti » alcuna nei loro discorsi e
nelle loro arri □ glie, perchè mancava ad msr vi la bellezza c la varietà dei
suoni: ciò fece che pensassero ad una re ji forma. Studiarono la più parte
degli antichi retori e autori greci, 33 i quali aveouo trattato dei suoni: e
ritrovando in essi il modo d i n Irajr durre una mutazione, di consentimento
della più parte dei doti! dolili h [inversi Li si posero ad al faticar visi.
Furativi alla prima alcuni conta•j sii: ma iu dappoi quasi generalo V
approvarlo uè. » Era allora Cancelliere dell1 (Ini versili Croni vvclh Non
erano so-llo 11 di lui le riformarlo ni tanto pericolose* come sotto Gardincr
suo suiti ce sso re, il quale era nemico di ogni novità. Quest' ultimo lece per
iji^l ii che tempo ostacolo. lS i arrogò un potere* che non si ora giammai p1
-i Cesare^ di dar leggi alle parole. Scrisse a Check, professore a qLii'l ì'tn
i po di greco, perchè abbandonasse II suo nuovo metodo. Il qmdf [?l-Ll tutto t
dine era l'a litico e il vero* Check non si diè a vedere sommesso in » di Ini
volere. G ardine r mandò a nome suo e del Parlamento nix u ii che ha qualche
cosa di straordinario. Io qui non ne riferirò pi 1 >K 3? vita che due o tre
articoli* Ou isrj u is n os tra m potcs la lem agnoÈMs 3 sonos lilteris sire
graecis ( j ) R eflec i f o ns tipo n ha m 1 rcg\ w h e re / n i s skeft-n thè
iris uffici ency there&f in itssever&l pàHiculftrg^ in or iter in crine
e thè tisefuD netti a tid ne c&ssity; of lieve la t io ù . E u l rado l Lo
in italiano solilo il ri Loto di Trattalo della ìn tf Chi riconosce il nostro
pulci' » non osi dare di sua privata atùn certezza delle scienze. Vcni'Ktfl, p1
u ^ f CL'Sco Rii ter], 1 735, Vedi il Cypo Uh t|TlSr e seg, *. (0 CMi* De linp
grafie, pronti ,v >uL Simili, De prommt. linf: Ali. sive latinis ah usa può
Ileo mrae- sentis saeculi alienos privato j itili ciò a (fingere non andito.
tìmhthongos gpQccas* n editai lati nas. nìsi id diaerssis exìga sonix ne
diducilo. \f ah £ et es ah i ne distinguilo^ tantum in orthogmpìua disdirne n
servato; ??, i3 v ano eodcmqite so¬ no expria? do. Nè multa : in saniti o maino
ne pkilosophator^ sed utitor praesm* fàhus. )> rii alle lettere greche o
latine rt suoni differenti daJFuso pubbli ce n dì questo secolo. Ji Non is
componga i suoni dei s) dÌLLonghi greci o latini, se non lo n ridi lede la
figura di dieresi, » Si distingua cu da s e u da t a solamente nella
ortografia, r3 v » abbiano un medesimo suono. n Tu somma: non. filosofar sopra
» i suoni, mp ognuno si attenga al» l'uso. 1 i Nulla noi aggiungeremo a questo
esempio. Le riflessioni si presentano in folla da sè medesime, 1 ] 08. Ma se è
pur vero che V impero ridi' autori ih La cotanto predominio sulle menti umane,
talché il Pubblico per qu està parte ne sembra sotto un aspetto Io schiavo, e
sotto un altro il tenace difensore pronto a combattere contro ogni privato che
non ne veneri ciecamente i dettami se questo Pubblico è un padrone sempre
rispettato dagli individui: come in ai potrà agevolmente sorgere un uomo che
ardisca violare il senti mento della venerazione infuso in lui sino dall’
infanzia? 0,, se pure giunge ad emanciparsi, come vorrà poi per un'opinione sua
propria compromettere i! proprio nome; e fin anche la propria tranquillità? A
meno di un singolare e sLraordìnario entusiasmo, ciò non pare praticabile.
Frattanto lo .stalo delle umane cognizioni rimane per lunga pezza nella
condizione e md grado di depressione in cut si trova, e te scoperte riescono
rare. fili abusi della critica, moke volte dettata da motivi personali, ossia
dal1 amor proprio „ cadono sotto questa classe. Gli nomini si rassomigliano hi
tutti gli stati; o. a dir meglio, le passioni agiscono sempre di una data
maniera. La passione dei dotti sembra essere f ottenere e il conservare è
pubblici Goffragli e il primeggiare in riputazione. Un aulico scrittore chiamò
i filosofi animali della gloria. Nello stato politico la passione di chiunque
ha già soddisfatto alla necessità sì è pur quella di distìnguersi c di
dominare. Ora siccome i vecchi nobili, come ha riflettuto Bacone, invidiano gli
avanzamenti dei nuovi che ascendono del pari coloro che ( i) Frano» sci
Bac&n»S eie Y orni am io Sarmcatp.f fideU.^ Y J V,J0Q8 primeggi a no nella
repubblica delle lettere scorgono con amarezza la nuova fama di mi alLro pensatore,
e quindi pongono lutto in opera per reprimerne i progressi, clic temono nocivi
al loro domìnio sulla pubblica opinione. Arrossiscono di aver potuto ignorare
quale li e cosa nelle maL* rie Jl cui fanno professione, e quindi spingono la
censura lino alla mala fede ed alla sopcrchieria, Ancora una riflessione avanti
ili chiudere questo articolo, L condizioni sopra annoverale per formare I' uomo
di genio sono quelle: che possono farlo divenir tale. In ultima maniera però il
loro esercizio spiegato e pratico dipende da felici combinazioni di fortuna,
Questa jorluna a libracela alcune circostanze sopra non avvertito: come, a
cngiojK cl* esempio 5 il nascere o il trovarsi in un paese dove siano
coavemenla occasioni d istruzione, d’emulazione, d* imitazione, rincontro di
lettura proficue, r accesso ad uomini illuminati, e finalmente anche quelle
ultime accidentali determinazioni del pensieri, di cui piu sopra si ù ragionala
i yeti. Al fin qui detto aggiungere si deve, che solamente ìli una certa epoca
di cognizioni sono possibili certe scoperte; e ciò forma U misura della forza
del genio. La di lui attività non e infinita : olla viene circoscritta dall'
indole delln memoria* dalla estensioni: naturale della, mente umana nelle
intuizioni singolari, e dal tempo che iru piegare ^ può nella meditazione
durante la ragionevole u robusta età. Se dunque ogni scoperta nel caso nostro è
una verità, e per conseguenza ella àia cognizione delle connessioni che sono
fra due estremi ; ogi-uqmjbch'1 questi estremi siano talmente rimoti Limo dfitr
nitro, che il trovarne gli anelli intermedii sorpassi il tempo e la capacità di
cui ora si la pavol.q, essi eccederanno per allora la comprensione del pensiero
umano. Ma sà * come poì col progresso di più ingegni, che va nno a grado a
grado 3g»lU' gnendu nuovi anelli, si ottiene un avvicinamento maggiore Ira qui.
sLl estremi: o* a dir meglio, si segnano nuovi punti di passaggio : cosl
ilvlene dappoi eseguibile ciò che dapprima non era. Ond è, che rjiir-sL •
situazione di avvicinamento, è una circostanza favorevole a produrre d pieno
effetto; ni a si può a ragione appellare opera del tempo e del t rivoluzioni
dello Spirito umano. fili. Dalle cose fin qui disaminato si scorge la ragione
per cingi uomini di £euio nello spazio dei secoli e delle società delibano
essere L° tanto pari. Sì vede ad un tempo stesso che un tal fenomeno dipeline
una stessa Cagione. Quindi non è meraviglia se le scoperte siano tanti» scarse,
i progressi della ragione cotanto lenti, e i impero dei pregiudizi – cf. Grice,
Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P..
Grice, by H. P. Grice -- e degli errori cotanto durevole. Quello che abbiamo
detto del genio si applica pur anche all’ ingegno, da cui esso non differisce
che per la sola misura. Articolo IL Osservazioni preliminari sulla
promulgazione delle opinioni, e sull' accettazione fattane dal Pubblico . Mi
lusingo di aver dimostrato il fatto e la ragione per la quale il Pubblico dotto
non iscopre le dottrine, ma gode solamente delle scoperte fatte dapprima dal
privato geriio. Nelle scoperte che appelliamo razionali le verità non sono di
rigorosa invenzione, ma bensì di pura osservazione e deduzione. Dunque se il
Pubblico dotto non eseguisce da sè siffatte scoperte, è per ciò stesso evidente
ch’egli per se medesimo non estende la sua attenzione ad investigare i rapporti
dapprima inavvertiti fra le cose, a connetterne gli estremi, e a formar quindi
giudicii logici espressi in proposizioni, in sentenze, in teorie, in sistemi.
Dunque il Pubblico non esercita il suo giudicio direttamente sullo stato delle
cose, ma sì bene sulle opinioni che intorno alle cose medesime vengono formale
dai privati dopo che tali opinioni sono stale promulgate. Dunque la cura unica
de’ suoi giudicii consiste nell’ approvare o nel riprovare, ammettere o
rigettare un’opinione, un sistema, un principio enunciato dal privato autore.
Bla ogni teoria o sistema altro non è che 1’ espressione dViua somma e serie
più o meno lunga di giudicii taciti o espliciti sopra una data cosa, di cui si
affermano o negano i rapporti o contemplativi o efficaci. Dunque il giudicio
del Pubblico in queste contingenze ad altro non si estende, che ad affermare o
negare i rapporti indicati da un privato. Ora se prima della scoperta fatta il
Pubblico non conosceva questi rapporti, ed auzi ne riceve la notizia dal
privato, se sempre egli viene addottrinato dal privato autore: come potrà egli
giudicare da sè della verità o falsità dell’ opinione promulgata? Forse per le
censure o le lodi di un altro privato? Bla primieramente quando siffatta
critica o lode non esistessero, come mai il Pubblico se ne potrebbe prevalere?
Quando poi esse esistessero, il Pubblico in tal guisa non giudicherebbe più per
propria scienza, ma bensì su V altrui parola e per cieca credenza . In tale
ipotesi il suo giudicio non sarebbe propriamente il giudicio di molti
intendenti, ossia dei Pubblico, ma sì bene il giudicio di un solo ripetuto da
molti. In terzo luogo, con quale ragione si dovrà presumere che il Pubblico
modelli il suo giudicio piuttosto su quello del critico, che sa quello
dell’autore medesimo? Iu fondo della cosa potrebbe darsi bellissimo che il
critico avesse torto, e l’autore avesse ragione: e talvolta accadere il
contrario. Come dunque iu una cieca scelta si potrebbe mai presumere la verità?
Ma in fatto pratico . o sia che esista controversia, o uou oe esista, il
Pubblico talvolta approva, accetta e professa l’opinione di un autore, e
talvolta la disapprova e la rigetta. Ora dà ragione ai critici coutro l’autore
e i suoi difensori* ed ora la dà a questi contro dei critici; e talvolta dà
torto ad entrambe le parti. Finalmente avviene talvolta ch’egli riceva
un’opinione senza critici e senza difensori. Pared unque che in questa condotta
egli non assuma le suggestioni di una classe di privati come guida de’suoi
giudicii, almeuo iu quelle materie dove può giudicare liberamente, ma bensì li
pronuncila proprio dettame. Ciò è conforme anche a quel sentimento di naturale
indipendenza dei proprii pensieri, il quale si spiega energicamente quando non
preesisle la preoccupazione dell’autorità, o il costringimento della forza e
sopra tutto poi quando la veduta dei rapporti è lauto chiara e viciua, che
convelle, per dir così, e attrae diretlameute la nostra sensibilità.
Generalmente parlando, pare che, per qualunque estensione che abbia l’impero
dell’autorità altrui sul nostro spirito, tale impero non si eserciti
propriamente e completamente se non dove noi abbiamo uu confuso timor di
errare. Ma allorquando le cose ci si presentano sotto uu vivo, chiaro e
convincente aspetto, non abbiamo bisogno del soccorso dell’autorità per
giudicare, ed il di lei impulso o la di lei tesi slenza rendesi pressoché
nulla, a meno che non abbiamo adottala la precedente opinione dell’assoluta sua
infallibilità. Da ciò lice trarre una importante conseguenza per la plt; sente
trattazione: e questa si è: affinchè il giudicio del Pubblico non n' sca
sospetto di derivare da una mera ripetizione dell’altrui sentimento, anziché da
proprio impulso e persuasione diretta, essere necessario clic una nuova
opiuione di un privato sia ridotta così vicina allo stello ut tuale della
comprensione del Pubblico, che non debba durar molta lotica a coglierne le
connessioni. Qui cadono in acconcio le osservazioni già fatte; e si scorge
quindi che le condizioni necessarie alla passiva istruzione del Pubblico sono
pur anco quelle che rendousi necessarie affinchè egli possa veramente giudicare
a proprio dettame, e quindi costitu,re U11 giudicio che si possa con verità
riguardare come proprio del Pubblico. Ora supponendo che il pubblico giudichi
per intimo e libero seutimeato tanto nello scegliere quanto nel rigettare le
opinioni, e uel decidere su qualsiasi materia: con qual logge* nonna e
sentimento si diri^e egli* Devesi ammettere* o no, che il Pubblico sì attenga
allora alla vini là? ^ M2f2. AÌ casi in cui sì esercita la scelta eia decisione
del Pubblico se ne aggiunge un altro. Talvolta avviene clic il Pubblico sì
trovi fra due o più sistemi, Ira due o più teorie o sette o scuole, che invocano
tutte il suo voto e sollecitano i suoi suffragi). Allora egli si vede avanti
gli occhi la scena nella quale a Pirrone presentava □ si i filosofi di Atene,
eli egli ravvisava divisi in molte scuole opposte, gli uni dai Liceo e gli
altri dal Portico, gridando: Sun io che posseggo la verità: egli è qui che sì
apprende ad essere sapienti ; venite, signori, datevi la briga di entrare: il
iato vicino non è cheun ciarlatano che vi fura impostura. Eppure, malgrado
tanti dibattimenti dì opinioni, il Pubblico presta i suol suffragi ad una
parlo, e proscrive le altre: professa le dottrine di una scuola, r sommerge lo
altre nell ebbi jo. Questo scelta c decisione deve pm svcio una qualche
cagione, o buona 0 cattiva. Questa ragione qual* è y. Certamente ella è un
sentimento o imparziale, o determinato dalle passioni. Prescindiamo dalla
seconda cagione, od alleniamoci unicamente alla prima. Chieggo io: il Pubblico,
uel determinare la sua scelta e ueì pronunciare i suoi giudica, va egli
soggetto ad errore / Esaminiamolo. La decisióne e la scelta del Pubblico
intendente puh esser fallace. Lo stato ipotetico in cui ravvisammo il Pubblico,
egli è quello di nif epoca di libertà c dì ragione. Le materie sulle quali
abbiamo figurato versarsi il suo giucUcio^ sono quelle intorno alle quali non
può cadere sospetto di estranea passione clic rifranga le sue sentenze. Le
opinioni poi sulle quali egli pronuncia, furono da uni supposte di pura ov1
az-io ne e d ì dedrtz io 1 1 e, tìngendo eli 0 i fon d a ni enti di fa Ilo * i a
n o certi. Abbiamo con Lulle queste supposizioni Lr ovato che il I ubidì co non
giunge a procurarsi lo scoperte razionali, e per conseguenza ne a creare uè a
riformare i priuoìpii delle scienze, ma bensì che gli accoglie o li rigetta
dalla mano del privato autore. Quindi rassomiglia a colui che solamente gode
dei cibi apprestati, alcuni de* quali gusta, e ad alcuni Jk 1 altri non si cura
di stendere la mano, senza però essersi dato cura alcuna di prepararseli. Sotto
questo punto di vista trattandosi d’uu mero giudicio di scelta e di decisione,
io dico che, malgrado tante supposizioni favorevoli, il Pubblico va tuttavia
soggetto ad errore. Ilauuovi però gradazioni e modiGcazioni tali nella maniera
di errare, che in fine favoriscono la competenza del Pubblico, e danno una gran
preponderanza al suo discernimento. 1 12G. Nel comprovare la mia tesi non
pretendo colla mia privata autorità erigermi censore dei giudicò del Pubblico
ragionatore; ma beasi pretendo valermi della sua medesima autorità. Si è già
avvertito che il Pubblico in un secolo professava una concorde opinione, che
poi in uu altro secolo riprovò. Non è mestieri ricordare più specialmente i
falli sui quali è foudata quest’asserzione. Le dottrine delle quali più sopra
ho esibito un saggio, e le quali pure versano sopra materie intorno a cui
sembra che gli uomini nou debbano avere una passione ed un interessamento ad
errare, furono quelle di tutto il mondo culto un secolo fa, e pur tuttavia in
certe nazioni occupano e ritengono l’assenso della pluralità degli intelletti.
Ora se il Pubblico un tempo professò sentimenti che dappoi rigettò per
sostituirvi un’altra guisa di opinare, egli è certamente forza conchiudere che
o in un tempo o nell’altro egli abbia preso abbaglio. Dunque il Pubblico, anche
nelle materie dove non esiste una estranea spinta d’interesse a decidere
piuttosto in una guisa che in un’altra, e soggetto ad errore. Vero è che
talvolta, anzi il più delle volte, il Pubblico viene costretto, quasi suo
malgrado, a deporre le vecchie opinioni. In tal caso forse si dirà, che se si
può supporre che dapprima siasi ingannato, ciò non si può supporre dopo
l’avvenuta rivoluzione delle sue idee: imperocchè ella non potè esser l’opera
che di forti, chiare e ben rannodate dimostrazioni, le quali abbiano, per dir
così, avuto forza di divellere il suo assenso dal vecchio errore per annodarlo
alla scoperta verità. 1 129. Rispondo, che in questo caso esiste una maggiore
presuntone^ ma non mai una certezza della verità del giudicio del Pubblico,
assumendo il solo giudicio qual criterio di verità. Poiché convengo di buon
grado, che a fronte del conflitto della controversia, della imponente influenza
dell’ autorità, e dell’abituale impero delle ricevute opinioni. non è cosa
naturale che il Pubblico con libero impulso deponga •un’opinione per
abbracciarne un’altra, od anco semplicemente ne proscriva uu aulica, senza che
esista una più chiara e convincente ragione che a ciò lo induca; altrimenti
dovremmo rovesciare le leggi essenziali deh’umauo intendimento. Ma non segue
perciò che la nuova ragione sia in sè medesima indubitatamente conforme alla
verità, talché per questa sola vittoria dir si debba assolutamente certa.
Primieramente si sa quale distanza passi fra il distruggere un errore e creare
una nuova opinione. Per convincere taluno di un errore basta porre in chiaro le
sconvenienze fra quelle idee ch’egli connetteva: per lo contrario a stabilire
una teoria, un principio, un sistema ricercansi altre vedute. À dedurre un
carattere di certezza assoluta in favore della decisione del Pubblico non basta
che noi lo supponiamo preferire una opinione ad un’altra, bastando che la
prescelta apparisca più ragionevole dell’altra. Il sentirla più ragionevole
reca seco una persuasione puramente comparativa, ma non mai una certezza
assoluta. La certezza assoluta non può essere prodotta che dalla piena e
perfetta comprensione dello stato reale della cosa a cui il pensamento si
riferisce. Ora non solo non abbiamo alcun principio teoretico che il Pubblico
possegga la scienza assoluta delle cose; ma per lo contrario sappiamo che ogni
nuova veduta, in cui si ricerchi studio ed artificio, gli viene somministrata
dal genio di un privato autore. Come dunque avvenir potrà che il Pubblico possa
pronunciare il suo giudicio in vista di siffatta scienza assoluta? Dunque
tutt’al più il suo giudicio in favore della nuova opinione potrebbesi
rassomigliare a quello di un tribunale integro ed accurato, che pronuncia
giusta le cose allegate e provate in processo, ma non mai direttamente ed
immediatamente sullo stato reale delle cose. E la verità risiede nello stato
reale, non nelle deduzioni del contemplatore. E vero però che in questo caso il
Pubblico cangia di giudiciò per un sentimento che ogni volta più si approssima
alla verità, attesoché ogni volta abbraccia il verisimile, e lo abbraccia in
un’epoca sempre più copiosa di lumi e di scoperte. Perlochè la pratica del
Pubblico ad altro non riducesi, che ad uu esercizio del senso comune, o a dir
meglio della ragionevolezza, la quale pronuncia senza parzialità Y affezione
che prova alla presenza di un’opinione scoperta e a lei presentata. Ma ciò non
ci assicura che tuttavia non vi siano altre relazioni incognite da scoprire;
anzi questo modo di giudicare lascia le investigazioni a quel punto, sotto cui
vengono offerte. D’altronde la persuasione che aveva il Pubblico di non errare
si trovò pur priva d’un assoluto e perpetuo fondamento tosloché esso fu
costretto a riconoscere il suo errore ed a cangiare di opinione. L’unica norma
dunque onde trarre argomento clic la pubblica decisione non sarà più per
cangiarsi lìberaweole, sarebbe il sapere certamente che la Materia, della quale
si sano dall' autore seguali i lapponi, fu vera niente esausta. Ma il giudichi
del Pubblico non ci rassicura su questo punto: poiché anche dapprima esso
credeva veder tutto, mentre poi l'evento mostrò il contrario. Dobbiamo dunque
couveuire, die mercè il /urne naturale non si ravvisano gli a». se nou sono
ravvici ubili assai al centro dei roggi; e così come Tengono presentati, c nulla
più, lidi. Dunque con tutte le supposizioni favorevoli sovra espresse eì È
forza convenire cLe il Pubblico in ogni materia complessa vaia soggetto ad
errore * eouciossìachè se In quelle 5 intorno alle quali nou prova uu impulso
parziale di passione e di interesse . r costretto a soggiacere a fallacia; con
assai più torte ragione vi deve andar soggetto iu tulLi quei casi, dove elTelt
iva mente esistono seduzioni o secreto o palesi del cuore. Del pari se,
cangiando rii pensiero, a fronte della controvèrsi11 e di una penosa rinuncia
alle dominanti v cecilie opinioni, va soggetta ad errare, mentre pure aveva il
piu vivo interesse di esaminare ajscimtamenic i titoli delia confutazione o
della nuova opinione; con quanto maggior ragione non riescìrà fallibile la decisione
e la scelta in quelle materie dove manca la discussione, e per una non
contrastata apparenza e promulgazione, o per uu assoluta novità, uu soggetto
razionale s insinua nella grazia del Pubblico? Non dico perciò che Fultima
opinione del Pubblico sì debba assolutamente reputar jfals&ì ma affermo
soltanto non aver noi dal cauto della condotta del Pubblico uu principio
teoretico, ed no a norma e pietra di paragone, per accertarci clic la reale
verità sìa pienamente conforme ai caratteri die f opinione racchiude. Dalle
cose sopra discorse risulta che li Pubblico e q usuilo accetta e quando rigetta
uu? opinione la quale esigè studio ed artificio ad essere creata, ciò fa dietro
la semplice prima perisimi^liiuiz&ì 0 PCI un appaiente conciliazione coi
piincipii già ricevuti: ma non mai per uu profondo esitine delta materia
medesima, e per un 'antecedente piene scienza della verità. Quindi sì scorge
clic può esistere imi comune ùcw timento fra molli uomini sopra un dato
oggetto, senza che inevitabilmente siamo costretti a confessare che tale
uniformità sla effetto unico e proprio della sola venta. 1137. Affinchè r
illazione che si trae dall 'uniformità di pensare alla esistenza della verità
fosse legittima converrebbe dimostrare che tale uniformità nou potesse essere
prodotta che dalla sola verità. Bla toslocbè si vede che ella può derivare da
una passione o da una prevenzione comune, o da una semplice apparente
verisimiglianza che sulla comune faccia impressione, senza che realmente la
cosa in fondo sia vera; tale uniformità diviene in generale un connotalo
equivoco, e per conseguenza non può servire di certa prova a determinare in
particolare la presenza della verità, ed escludere quella dell' errore. Ogni
prova per essere veramente tale deve per sè medesima escludere resistenza degli
altri casi o diversi o con Irarii. 1138. Interniamoci vieppiù nei seni
reconditi di questo supposto. A fine di poter trarre vantaggio dalla disparita
dei pensamenti umani in favore della verità, allorché si verifica la uniformità
di pensare converrebbe dimostrare che un’opinione apparentemente ragionevole,
ma in sostanza erronea, non possa nel maggior numero degli uomini nou dotali
dapprima di lumi superiori fare una eguale impressione. Converrebbe aver
provalo dapprima esistere in natura una legge, per cui un giudicio non
evidentemente erroneo, passando da un uomo ad un altro, sempre svegli
successivamente una nuova vista di cose; o che ogni altro, cui viene
comunicato, ve l’aggiunga da sè: talché propagato a tutto il Pubblico, alla perfine
non ottenga mai l’uniformità di assenso e la pluralità dell’approvazione. Ciò
non basta ancora. Converrebbe aver provato che queste nuove e dispari viste,
impedienti la uniformità, derivassero unicamente dall’azione e dal sentimento
dell errore. Conciossiachè se anche una cosa vera producesse questa medesima
disparità di opinare, ella non potrebbe per una contraria relazione servire di
distintivo nè alla verità, nè aWerrore.Ma venendo alla storia reale dei
giudicii del Pubblico, si trova ch’egli molte volte di comune assenso ha
ammesso un errore e rigettata una verità anche in quelle materie dove nou
interveniva un interesse estraneo che deviasse le idee. Dunque l’assenso o il
dissenso del Pubblico non fa prova certa della presenza o dell’assenza della
verità. Bensì in tale ipotesi constando che in ogni uomo, che non sia fuor di
senno o soverchiamente invaso da una straniera forza, un errore evidente non
può mai cattivarsi l’assenso; così nella presenza evidente ed irresistibile
della verità, Senza ima patente mala fede 5 noa pohà esimersi dal tributare uu
uniforme gludìcìa, Dunque il valore dei giudicii del Pubblico si ristringe ad
mi’ olvù* convenienza o riptiguaÉin eolio stato attuale delle cognizioni di
egli possiede; e perciò non fa altra prova, clic della esenzione da un oc tuo
ed apparente errore. 1UL Àudiam più oltre, 0 supponiamo il Pubblico in uno
stalo in cuti non è fornito die dì nozioni volgari, le quali appellatisi ragion
naturale ; o lo supponiamo in uu epoca dì lumi acquisiti eolie mulilazioni dei
tioLti, die potrebbonsi dire cognizioni fattizie. 1 Di 2. Nel primo caso
traviamo mia cagione anipia di comuni errori. come sopra si è veduto, anche in
tutte quelle materie nelle qttsili non può esistere un prepotente estraneo
interesse a giudicare piuttosto in una guisa che nell altra* Ivi gii errori
sono durevoli e largamene predominanti, senza che la legge dei singolari
dispareri faccia sulla nia&.sa del Pubblico mi sensibile elle Ito. I I 43.
Se poi lo contempliamo neiPepoca dei lumi fattizii^ per v\ù stesso lo troviamo
sforniti) di uu patrimonio proprio e riservato di lumi ulteriori a quelli d/
ogni progressivo pensamento, sì quale riportarlo come a termine di paragone* M
44. Se dunque neglige o rigetta un pensamento nuovo, ciò non può avvenire che
in forza dei rapporti delle precedenti sue coguiziaaÉ. Che se poi lo accetta .
è chiaro che non deriva da uu discernì mento naturale^ col quale in ogni tempo
ed in ogni epoca d' Ignoranza, intendendo i rapporti di una cosa» ò spìnto a
giudicarne in una guisa retiforme alle impressioni ricevute ed al Tal Leu zinne
prestatavi. Ma siccome per regola generale non s interna mai assdissi/no nei
seni reconditi delle cose, talché per veder più oltre ha semfiai d uopo del
soccorso dei privati ingegni: cosi tale disccrnìnienLo noa rassicura da un più
ascoso errore. Nulla hi natura *si fa per salto, nò senza cagione. Tutto (fio
che avviene nel mondò razionate ha le sue leggiCosi data la misura della
perspicacia comune dell* uomo in quella clic appellasi prima trn/a ed ordinaria
attenzione per decidere, sì ha la vera misura del J lecerrnmecto del Pubblico,
c quindi della sua fallibilità. Dunque o con viene supporre che il Pubblico
dapprima ufìQ siasi Ingannato, n con vie n confessare che la sua approvazione o
disapprovazione, la uniformità o il disparere non provino certamente h
esistenza della verità n falsità recondita rispettivamente alle attua b sne
cognizioni. Il fatto comprova solennemente questa verità. Quante volle è
avvenuto, che essendo un tempo insorti molti critici ed ottimi innovatori, i
loro giudicii nel tempo che furono divulgati non ebbero effetto alcuno, od
anche furono rigettati, mentre dappoi il Pubblico s’ avvide che avevano piena
ragione? Dunque l’argomento riferito al principio di questa Parte inchiude un
supposto, il quale applicato indistintamente alla pratica riesce falso:
trovandosi che il convenire in un sentimento non è effetto della sola reale
verità, e viceversa la moltiplicità delle opinioni non deriva necessariamente
ed unicamente dall 'errore. 1150. I casi dell’ esistenza di varii errori non si
debbono calcolare matematicamente; cioè a dire, non si deve far uso del calcolo
delle astratte probabilità, supponendo che in ogni caso, dove non sia presente
la verità, siano egualmente praticabili tutti gl’errori che s’oppongono ad una
data verità; e che perciò moki dispareri possano effetti va meote nascere ad un
tempo stesso in un Pubblico, il cui discernimento si esercita in maniera
superficiale. Anche gli errori hanno le loro leggi fisse . le quali determinano
sempre resistenza di uno in particolare a preferenza di ogni altro. Ogni errore
è un giuclicio ; ed in ogni giudicio concorrono la comprensione e l’attenzione,
come cagioni efficienti. Dunque gli errori di un Pubblico sono determinati dalle
leggi attuali della cognizione e dell’ attenzione di questo Pubblico. Sopra
abbiamo veduto quali siano queste leggi, e come elleno operano; talché qui è
superflua ogni ulteriore dichiarazione. Dunque risulta, che lauto per legge di
fatto ^ quanto per legge di ragione, tanto a priori, quanto a posteriori
possono esistere cagioni di un errore simile e comune in un Pubblico in
qualunque epoca della ragionevolezza, senza che la moltiplicità delle viste
rivolte sopra uno stesso oggetto possano indurre un’ assicurazione sullo stato
vero e alquanto recondito delle cose. Dei diversi gradi del loro valore,
inalisi del senso comune. Abbiamo veduto i difetti e i gradi di debolezza del
discernimento del Pubblico; ora veggiamo le prerogative e i gradi di validità. La
esposizione delle cose per riuscir vera dev’ essere completa. Primieramente si
è veduto die il gin-lieto libero e ^njpiu del Pubblico fa sempre fede delia
esenzione di u m di lai opinione Ja una evidente ed ovvia falsità e ripugnanza
fra le idee noie; talché si può sempre dire: il Pubblico pensa cosi: dunque
questo pensiero non è ovviarti cute falso, 1 1 K siccome indie diverse
elevazioni della istruzione ei prò* cede sempre decìdendo a norma dei
principili dapprima ricevuti; cosi s ir il 1 u Id i ìco afferma o nega, sceglie
o rigetta liberamente c con pròpria scienza, dir si può ebe la sua decisione è
ragion eV0Ìe, com par a tivamente ai principi i cogniti e ricevuti. Ma anche di
siffatti principi! aulecedenti, professati liberamente ed a proprio dettame, si
può affermare fa medesima cosa. Dunque 11 canone predetto, col quale si
attribuisca una verità apparente ai giudicii del Pubblico coti tali condizioni
recali riesce gene-nule* Non abbiamo spiegato ebe cosa debba intendersi per
libertà del ghidicto, Non istinto però superfluo di far presente^ die Ih due
maniere si dove ella verificare: vale a dire tanto rapporto alla d sÈoue dello
Spirito^ quanto rapporto alla espressione esterna, lìelytiuTTinutc al primo
punto è chiaro che siccome la verità delle cose non dipende dall’ arbìtrio
umano, così i giudiosi dello spirito non possono dipendere dalle affezioni da
cui egli è preoccupalo, ma bensì debbono essere intieramente modellati giusta i
rapporti della verità. Dunque lo spirilo dev1 essere talmente disposto, che se
la verità gli delta una apimone, egli non vi si opponga; dev1 essere disposto
ad adottare lauto un pensiero, quanto il suo contrario. Senza questa perfetta
indifferenti, o H dir meglio impu rz la Itth . riesce sempre sospetto
qtfalsiasi giu ili ciò. M ria. Ma js attenzione è una delle cagioni necessarie
alla Ibrttìàz ione dei giudicii. Dunque Fumee* motivo tlvAV attenzione esser
deve un impegno generale a scoprire la veri Là della cosa, il quale ad un trmpo
stesso lascia sgombro il cuore dal desiderio dì ottenere piuttosto tiu 1 |j
saltato die il suo contrario. Dunque quaudo copta intervenire qualche
prevenzione o / n t è ress e che determini specialrncute un giudizio piali11'
sto che il suo contrario, il giu dici o diviene di sua natura sospettò; t;|l
abbisogna d'essere intierameute convalidalo da un'accessoria dlnmtìU'tizione
che ne taccia sentire la verità, rimanendo intanto nulla laulenU di chi lo
recò. - -Ecco quella ebe io chiamo liberta dì spirito nei guidici I del
Pubblico. Ma siccome si chiede se questi giudicii possano mai servne di
criterio di verità* così si suppone cito siano palesai f e palesati mtJI-ra
mente nella guisa eoo cui furono formati. Dunque allorché co ufi tasse che uon
esiste una perfetta libertà eli manifestazione, si potrebbe sempre
ragionevolmente sospettare se gl’individui componenti il Pubblico esprimano le
cose nella guisa con cui le sentono, e quindi se il giudicio promulgato sia
conforme al concetto intellettuale dei Pubblico, o no. Perlocbè, oltre alla
imparzialità di spirito, esige un’assoluta libertà di manifestazione, affinchè
possa rivestire un carattere autorevole, e riguardar si possa come la voce
della ragione comune di una nazione o della repubblica delle lettere. Questo è
ciò che precisamente intendo per libertà di giudicio, la quale si deve esigere
come perpetua condizione nei giudicii umani, affinchè possano servire di
qualche prova della comprensione della verità. il canoue sovra fissato si
verifica iu una maniera eguale in o^ni Pubblico. Conciossiachè sebbene due
nazioni possano essere dispari fra di loro in cultura, ciò non pertanto la
misura di vedere d’ entrambe, considerata dal canto delle persone, riesce
perfettamente uguale. L’ una vede maggior numero di oggetti dell’altra: ma la
vista dell’una uon è in sè medesima più lunga di quella dell’altra. Datemi due
uomini di vista eguale, l’uno posto in una valle, e l’altro su di un monte:
benché questi scorga più ampio orizzonte e numero maggiore di cose di quello
che sta nella valle, non si può dire ch’egli abbia miglior occhio dell’altro.
La misura visuale media fra molti si è quella che forma la misura della vista
fisica umana. Del pari, ragionando dello spirilo, il discernimento tra più
uomini preso in simile proporzione forma la vera misura di quello che appellasi
senso comune, o lume di ragione. Per tal maniera il Pubblico letterario non
riesce punto superiore al Pubblico popolare. Fra l’uno e l’altro non v’ha altra
differenza, se non che gl’individui del letterario sono collocali chi più chi
meno alto nelle scienze; laddove quelli dei popolare sono rimasti chi per
necessità e chi per pigrizia nella ignoranza. Perlocbè i popolari stando a quel
basso sito, o non giudicheranno di quelle cose che vengono ravvisate solamente
da quelli che stanno iu alto: o, se ne affermeranno alcuna, ciò faranno
soltanto sulla informazione e tradizione altrui. E se pur volessero di proprio
capriccio dirne qualche cosa, è chiaro ch’eglino parlerebbero a caso, e
proferirebbono molti errori. Ecco fin dove s’estende la condizione di parlare
con cognizione di causa, che noi abbiamo richiesta come indispensabile ai
giudicii del Pubblico. Quindi, oltreché siffatto giudicio non deve essere
recato sull’altrui nuda autorità, deve eziandio essere formato con competenza
di cognizione; e però presuppone una tale istruzione e dottrina, che il
discernimento esercitato in . uua «*»’«• Mimici* possa agevolmcute cogliere gli
estremi fra |c preti,,denti cog Dizioni di cui tabu, o è fornito, e Vogalo ani
quale si s Jt6a RutHjae dove consta intervenire* lina consìderabilwf&^ja
fra i lumi di chi giudicacela malaria «alla quale egli pronuncia, èktm
ragionevole il Sospetto die 11 giudiclo non sia recato colla cognizione
necessaria ed intima dei rapporti che legano i concetti: e quindi non può né
devesi mai tenere come un dettame della ragione umana. I Hit. Abbiamo veduto
qual differenza passi tra il Pubblico volgare ed il Pubblico istruito. Questa
differenza è pura monte estrinseca ^ ma nuli di costituzione* dirò cosi, delle
facoltà razionali: attesoché olla rnu.siste nella sola maggiore coltura di cui
uno è fornito a fronte dell altro. Iticio è chiaro die tanto il Pubblico
popolare strile nozioni volgari da lui compreso, quanto il Pubblico letterario
sulle acquisite con ispedah studio, sì dirigono nella stessa maniera, e così
godono mpettivameiito di pari autorità. Couciossiadiè siccome fra gl' individui
umani, beuelér esistano e ciechi e miopi e oftàlmici e guerci, ciò non pertanto
dicasi sempre che tulli gli uomini ei veggono, e che fino ad una data lontananza
dìscernono: del pari benché fra i privali si riscontrino e stupidi e pazzi e
prevenuti e la n alici e distraili, dicesi però sempre clic gli Udini ni
giungono comunemente a dis cernere e comprendere duo ad uu dato senno. Qui si
offre spontaneamente la ragione per la quale a pari caso il giudici d
pronuncialo dal Pubblico a proprio dettame* con cognizione Intima della cosa e
Uberamente, debba avere una decisa preponete cu nzit sopra il gì ti dici g di
uu privato, assunto come nuda untori lu . eu e appunto perchè uri complesso
degli individui componenti il ! Libidico spariscono tutte lo subalterne
individuali eccezioni difettose: R quindi ottenendo il suo sentirli en Lo »
accompagnato dai sovra richicsli requisiti, si ottiene lo schietto e adequato
sentimento della naturali1 h** gionevolezza emana 5 posta ni un dato grado di
sviluppata perfetti! àllta* Q li està naturale ragionevolezza è la stessa cosa
clic il senso coovine. Molti filosofi hanno confuso un lai senso colla
cognizione i o a dir meglio colla erudizione comune. Se per senso comune s in
leni la la misurai dei lami dei quali un popolo si trova fornito, non si
riscontrerà in realtà giammai senso, comune alcuno: attesoché venendo allora
riportato soltanto ad una varia, mutabile ed estrinseca quantità) noti può mai
essere ridotto a stabile definizione. Oltre diete i lumi e le notizie forma no
piuttosto F oggetto sul quale il scuso comune si esercita, anziché costituire
il scuso comune in sé medesimo* Se poi per senso comune s’intenda la sola
astratta facoltà di discernere e giudicare, in tal caso non abbiamo cbe una
nuda potenza :, la quale non contraddistingue colui che dicesi aver senso
comune da colui che dicesi esserne privo, o non averlo per anche acquistalo;
come sarebbero, A CAGION D’ESEMPIO, GLI STUPIDI E I BAMBINI. Il senso comune
sta collocato fra questi due estremi: egli dir si potrebbe essere realmente la
comune e subitanea capacità comprensiva dell’ intelletto umano, ossia dell’uomo
dotato di ragionevolezza, posto in qualsiasi grado di coltura. Questa nozione
non si può sentire adequatamele fino a che non se ne abbiano accuratamente
distinte e sviluppate le parti; e specialmente se non si abbia presente qual
differenza passi tra i fondamenti ossia le idee radicali, dirò cosi, della
ragionevolezza umana, e le cognizioni scientifiche più artificiali. Quando
TACITO, MACHIAVELLO MACHIAVELLI, GALILEO BONAIUTO GALILEI, Bacone, Locke,
Leibuitz, Montesquieu hanno annuncialo le loro osservazioni, le grandi loro
vedute, hanno forse dovuto inventare un nuovo dizionario ? E chiaro dunque che
le loro scoperte non racchiudevano se non mere combinazioni diverse delle già
cognite idee radicali, tanto concrete quanto astratte, tanto assolute quanto
relative. La cognizione attuale di tali idee serve all’uomo come quella dei
caratteri alfabetici per leggere o scrivere. Se io conosco siffatti caratteri,
è ben naturale che quando vengami presentala una nuova parola non mai da me
veduta, io la rilevi e la legga e la scriva, quantunque ella sia nuova. Del
pari allorché l’uomo è fornito delle idee le quali servono quasi di perpetui
elementi ossia di materia prima alla industria intellettuale per fabbricare le
infinite sue combinazioni, ei può a grado a grado passare da una in altra
cognizione, senza bisogno di tessere dapprima entro la sua mente le
associazioni elementari fra i vocaboli e le idee. L’unica pena cb’ei proverà
sarà quella di seguirne le combiuazioni, segnatamente se vengano soppresse le
idee intermedie al di là di quelle ch’egli può per una subitanea comprensione
abbracciare o supplire. Se si tessesse un catalogo separato di tali idee
radicali comuni a tutte le umane cognizioni, vale a dire un catalogo separalo
delle idee rigorosamente semplici . espresse come tali, tanto di quelle che si
destano dagli oggetti esterni, quanto di quelle che stanno racchiuse nelle
affezioni interne della nostra anima; io ardisco dire che il catalogo
risulterebbe infinitamente più ristretto di quello che taluno possa figurarsi.
Ora questo catalogo esiste realmente in ogni uomo dotato di ragionevolezza fiuo
ad un dato segno, cioè fino al punto che le circostanze ordinarie della vita
civile comportano. Egli è già latto: ma si trova sparso e frammisto per entro
le idee complesse. le massime e Io opinioni che vengono tuttodì poste in opera
dagli uomini. Questo catalogo e queste cognizioni formano il patrimonio, dirò
così, del senso comune. La capacita poi naturale della vista intellettuale, ed
il modo ordinario di esercitare l’attenzione sugli oggetti tanto fisici quanto
morali, costituisce la forza e F estensione del senso comune. Laonde
ricomponendo tutte le parti d’onde egli risulta, si può dire che il senso
comune è la comprensione naturale dell’intelletto umano, in quanto trovandosi
fornito delle idee che la natura e la società olirono agli uomini inciviliti,
si esercita a norma dell’ attenzione diretta dalle circostanze. 11/0. Perlochè
se troviamo che le verità più semplici divengono, per dir così, acquisizioni
immediate del senso comune: egli è del pari vero che possiamo collocarlo anche
in uno stato accidentale e meno immediato: non altrimenti che se fingessimo gli
uomini non abitare dordinario che la sola pianura, potremmo ciò non pertanto
supporli abitare sui colli e sui monti. Ora se didatti collochiamo il senso
comune nella sommità della maggior perfezione ragionevole, noi troviamo eh egli
si esercita colle stesse leggi . cioè a dire comprende colla stessa forza ed
estensione proporzionale, colla quale comprendeva nello stato dell infima
ragionevolezza: nè v’impiega cura o tempo maggiore che prima. dita nel p
scorse, di comprovare che non si estendono oltre questi contini, ei o chè ogni
giudicio del Pubblico altro non è che la decisione del senso comune collocato
in tutte le graduali cognizioni delle scienze e delle aiti. Ciò posto,
qualunque siasi la materia sulla quale il I uhblico pronunci la sua decisione,
non se gli potrà mai negare, posti i convenienti requisiti già sopra espressi,
quella misura di autorità, la qu Qui siami lecito osservare, die la disparità
fra due mimi non può essere cotanto esorbitante. tra mie il caso die non
abbiano da indio tempo avuto mutue Cuti tiessi olii ed attivo commercio di lumi
e di utEJiliL Quindi a proporzione clic siffatto commercio fu ed è più Ìntimo e
molli jd ice, e die i pensatori usano di uua lingua intesa da entrambi i
popoli, o st moltiplica le traduzioni, o si comunicano i lavori e le mie f rie,
sarà il uopo a proporzione un lampo mollo minore, perchè la naymiue meno colla
possa decidere colla misura del senso connine o, a dir medio, del buon senso Il
quale non è elio lo stesso senso comune cali calo iti un grado non volgare di
lumi. La misura del tempo che abbi* sogna per divenire non dico gemi inventori,
uè tampoco ingegni che flg* giungano e rischiarino, ma soltanto semplici addottrinati
al seguo intuì \r scoperto sono gin spinte, egli è JI punto di competenza dei
giiidiciì di ogni Pubblico umano. . 1 ulte queste considera zìo ni. tutte
questi regole e cautele ri" riardano solamente d primo requisito della
validità dei giudico del Faibbeo: d qual requisito trae \ suoi rapporti dalla
sola cognizione* Compiuto cosi questo primo saggio sulla parto dallo spirita $
passiamo -alle considerà&iuui degli elicili del cuore sui giudici! del
Pubblico, ed alb ! gole convenienti per Fare uu uso pratico della loro
autorità. Dette regola risguardantì l'uso del giudicH del Pubblico per rapporti
all imparzialità del cuore, ed ulta lìbera loro promulgazione* Pi I dr Non là
Insogno dimostrare die la imparzialità del cuori' 1 delI essenza di un giudici^
vero: e la libera sua promulgatilo è iudispi'usa bile, ove si voglia saperne il
vero c genuino Umore. Così. per esempla, se nella geometrìa si potesse
introdurre un estraneo interesse, il auendovrebbe essere sgombro da ogni
desiderio che il quadralo ddFipohnusu iosso uguale al quadralo dei cateti,
affinchè riir potessimo che Sa concilia siooe del geometra sia stala vera,
allorché ci riportassimo alla di lui -JL]~ tenta. Ma tostoché constasse eli1
egli ha uu estraneo interèsse a desiderare; che j! quadralo sia maggiore o
minore, la sua autorità ci di vorrebbe sospetta. Del pari ci dovrebbe constare
che non abbia iutarosse alcuno contrario a palesarci il multato della sua
dimostrazione, e alte cm non gli venga vietalo da ehi che sia: altrimenti noi
potremmo legittimamente: temere die la espressione esterna non sia conforme sfH
ictteruo pensiero. Questa medesima condizione diviene indispensabile ai
progressi di qualunque scienza ed arte. Dai elio deriva che, almeno
negativamente, la libertà sarà mia cagione confluente ai progressi dei lumi,
delle arti e dell iuemiinfèuto di qualunque società. Ilo detto negativamente*
condola eh è la imparzialità e la libertà risultano da una mera nemiune cd
assenza di un ostacolo interno ed estero. A. svegliare Fattività umana tanto a
pensare, quanto ad operare ? si esige un positivo stimolo efficace 5 il quale
consiste ne\V aspettazione di un bene o di un male fisico o morale. Da queste
considerazioni nasce una regola logica, che quando consta di parzialità n di
costringimento, l’uomo privato deve sospendere il suo assenso, e richiamare ad
esame la decisione emanata, e riportarsi al suggerimento della propria ragione.
Vm. ÌNon è cosa ardua lo scoprire le cagioni della p.v/mili là ° del costringi
mento del Pubblico. Conciossmhè non potendo tali effetti derivare se non dà
cagioni che operano sur una massa intera di uomini, per ciò stesso sono note e
palesi; e sì può agevolmente ravvisarle, e calcolame i gradi di estensione e di
attività sulle diverse materie. Do speci bcare siffatto cagioni c le rispettive
materie ci verrà meglio fatto più so Ito. et Ora ini si chiederà come il
privato operar debba quando non consti della esistenza di ostacoli interni od
esterni che il cuore o il potote oppongono alla perfetta cognizione e genuina manifestatone
della verità. _, Da risposta, è già latLa dalle cose discorse. Quando si
ver-iii nliinq i requisiti uecossarii dal canto della pura cognizione, il
giudicio del Pubblico sì avrà a tenere come F espressione del senso comune r.
come mi’ autorità di V arisi mig 1 i n . Appena egli è necessario ricordare,
che quando un se oli m auto esce dal Pubblico ad onta di un contrario
interesse, egli racchiudi' la maggiore vmWMì^ ianzu. È noto con spiai occhio
indulgente e coti quanta facilita l’un ino accolga le idee che lusingano le sue
passioni: per lo contrario con quanta, severità e renitenza egli s induca a
cedere àlh cose, se d cuore contrasta,. Per finale compimento delFnso pratico
che far si dove di. i giu dicli del Pubblico risai La che la prigione dell uomo
privato appon loro., per dir cosi, il suggello autentico della probabilità
relativa. Di (Fa uh SO quando una eoo vìnce ore ragione oppugna nell’ intimo
scuso dell uomo un pubblico giudieio, egli non vi deve deferire; scapando ha
aigomenu della loro invalidità, a motivo della mancanza degli opportuni
requisiti, gli è tF tropo riportarsi intieramente al proprio interno dottami' .
ricerchi: sulla validità' dei gfudigh, ec. egli è troppo ciliare clic
allorquando li trova con l'ormi ai risultati della propria discussione, eglino
acquistano il maggior grado possibile rii pròbahilm. Ed a vicenda se siffatti
giudici! del Pubblico succedano a convalidare il gitidicio del privato, gli
prestano una cauzione di verità, è Io rassicurano vieppiù dal timore di avere errato*
Sa quali materie t giudica del Pubblico possano o non possano essere riguardati
per un criterio di ve ri tic Le materie possibili dui giudicii del Pubblico
sono le materie lotte debili umunt pensieri* Ma sia che V uomo col pensiero
ascenda al cielo o si approfondi negli abissi, sia die arretri la mente sullo
spailo ÌliIiuILo del passato o la inoltri nel futuro, sia che la contenga nel
risibile o la sospinga nell’ invisibile, sia ciré Raggiri sull’ esistente o la
lasci trascorrere senza freno nel possibile, J uomo non esce giammai da sé
rarde.simo: le sue proprie idee sono mai sempre il cerchio insuperabile in cui
si ravvolgono i suoi pensamenti. Ciò posto, quante specie di idee assolute e
relative esistei' possono, altrettante sono le materie dei giudicii del
Pubblico, e le specie dei giùdici] medesima. E benché qui riguardiamo siila Ito
materie nel solo rapporto della validità del ||udmm del Pubblico a divenire
criterio di t 11 erìth.,* talché, analisi latta, si scopra che alla perfine non
abbisogni ionio di sì vasto apparecchio Dèlia enumerazione delle materie: ciré
nondimeno siamo costretti ad abbracciarne tutto il complesso ideale, onde
rassicurarci di non averne trasandata alcuna, la quale potesse cadere a buon
diritto sotto le nostre ispezioni. Per tale maniera siamo obbligati a
contemplare, almeno in mia vista generale, tutto intero b albero enciclopedico,
guidati dall analisi. la quale se da un canto si occupa a dividere e ad Isolare
con precisione le parti di un oggetto, dalbalt.ro cauto però presuppone di
tenerlo tutto intiero sotto II magi stero anatomico. Fissato cosi il canapo
della annali nostre osservazioni, passiamo a distinguerne le parti clic
costituìscoilo le materie degli umani giudici i. Nella scienza Ili generale
distinguo prima di tulio due cose: yate a dire Y oggetto della scienza
medesima, che con altro vocabolo appallasi malaria della scienza ; ed il fine
di lei. Il primo membro di quesia distinzione racchiude tulle le idee possibili
dell’uomo ; li secondo poi esprime il centro di tendenza della mente umana ue
IT occupare la sua alieczEonc intorno [die idee medesime, . SoLLo il primo
rapporto le idee uon sono altro clie un feuomnto puramente storico ed
esperlméntale ; sotto il secóndo divengono materiali per simmeliizzare il grande
edificio della scienza. Conciossiache ogni scienza ho un /ine, e per ciò stesso
esìge una determinala scelta e combinazione d’idee confluente al centro o scopo
suo; e così esclude ogni altra combinazione. Appunto sotto questo secondo
rapporto cì conviene conteraipiare le Idee umane. Ciò ritenuto, è noto che il
bue di ogni scienza 6 la verità, Ma . Quest attività ò svegliala dall’ amor
proprio (ved. Parte Ih Sez* Ih Capo. I), Dunque tutte e tre I c fa coltà del 1
T e ssere pensante so u o ad un tra tto esercitate u c 1la contemplativa o
conoscitiva.Ma siccome la scienza mte rasante non é che la stessa conoscitiva^
in quanto è rivolta a discerne re c a discevera^' i rapporti utili c nocivi e i
motivi de Tarn or proprio: e del pari siccome la scienza operativa non è altro
che la medesima conoscitiva^ in quanto discerne, trasceelic o fissa le regole
delle azioni* sia interne, sia esterne: così anche Toni. I. 1038 ricerchi:
sulla validità dei giudichi, ec. in queste due parli tulle b* tre facoltà
dell’etere pensante vengono impiegate ed esercitate congiuntamente. Nella
operativa avviene precisamente lo stesso. Le idee, In cognizioni, i giudicii
determinano la voloutà. e questa spinge l’ attività ad operare in conseguenza.
In breve: nelle scienze, nelle arti, nella vita le facoltà dell’ auima umana
non solamente nou agiscono mai divise, talché avvenga che quando l’ima si
esercita, l’altra riposi: ma all’ opposto tutte congiuntamente sono poste in
esercizio. Ilo creduto dover trattenermi alquanto più a lungo su queste
considerazioni fondamentali, sapendo di avere a fronte la divisione generale
delle scienze fatta da Bacone, adottata da Ghambers, e dappoi dagli
enciclopedisti francesi. Credo così di offrire una significazione di rispetto a
tanti uomini celebri, posto die vengo a dipartirmi dal loro modello per
esibirne un altro. Connessione costante fra Varie e la scienza. Aggiungiamo
aucora un cenno, per dileguare F incantesimo che sembra affascinarci quando
contempliamo F edificio generale dello scienze e delle arti. Se tutto ciò che
l’uomo può scrivere, favellare, dipingere e formar colla mano nou è che la
espressione del suo stesso pensiero. accompagnato dall’azione della volontà e
dal sentimento dell’utilità: è chiaro che le scienze e le arti vanno per una
specie di ruota di ntoiuo al medesimo principio da cui partirono. Questo è il
punto più semplice di reintegrazione di tutta la gran macchina deli’ esistente
e del possibile per rapporto all'uomo. Le cose esterne, ch’egli appella
universo, clic cosa sodo re ramente per rapporto all’uomo, se non idee di lui ?
Se ne assegna Li causa ad un potere incognito esterno, ne vede però solamente 1
effetlo in sé medesimo. Quest’ effello egli denomina appunto cose esterne, b
cose esterne adunque nou sono che sue m odifìcazioni, determinai a uno o più
agenti esterni. Per rapporto alle cose interne è nolo uoo essere elleno che
modificazioni determinate direttamente dai potei i che costituiscono la
sostanza dell y essere pensante. Dunque la speranza, la storia, le scienze, le
arti, in quanto formano la materia dell’umano discorso, non sono altro che
modificazioni dell’uomo interiore. Ma se il fine della scienza contemplativa e
conoscitiva c di scoprire Ja verità fra molti errori possibili; se del pari il
fine della scieuza interessante è di cogliere la verità per rapporto ai beni ed
ai mali, onde additare all’uomo i mezzi di felicità: e se finalmente nella
scienza farti: operatila 11 mestieri disceriRTe, fra mezzo ai modi die non
producono gli atti conformi alla intenzione, quei modi ed atli onde sì
eseguisce. Feifctto intese: si sente perciò che in lotte le arti e le scienze
interviene la cognizione guidata dall’ arte, e che ogni parte della scienza
richiede il soccorso di un'arte speciale. Così distinguendo le arti sussidiarie
ad ogni scienza Hall’arte essenziale costituente la scienza medesima, si trova
che nell'albero enciclopedico un 7 arte viene sempre sottintesa; questa
serpeggia, per dir così, entro le vene d’ogni scienza, le dà anima, vita, forma
e direzione Per sentir meglio questa verità giova riflettere, che se le
cognizioni umane fossero senza scopo e il mondo intelligente si dovesse
pareggiare ad un caos in cui le idee, a guisa degl’atomi di Democrito e
dell’Orto, non avessero connessione, nè centro alcuno di tendenza* noi avremmo
bensì una sensibilità in esercizio; ma la verità e F errore, il bene ed il
male, ridotti a puri fenomeni di cognizione passiva* sarebbero ricevuti con
pari iti differenza* Ma è chiaro che in tale ipotesi non esisterebbe scienza
alcuna. AH' opposto, to&lochè noi supponiamo uno scopo È mestieri trovare e
percorrere la via onde giungere a lui. Allora ecco la scienza. Ma ad un tempo
stesso ecco utiV/rfe, la quale in ultima analisi costi Luis ce In scienza . e
la contraddistingue dalla indeterminata cognizione Sperimentale delle cose.
Ecco del pari che convieu dividere e disegnare le scienze dal loro fina. Così
viene confermala la ragion e v ote zza della divisione da noi riportata. Arte
figlia dulia natura. 1*245. Ma se Varie uellT uomo fosse innata, ella non
sarebbe veramente più arte, ma natura : Fnomo non avrebbe bisogno di arte
alcuna, poiché giungerebbe in la 11 ih ìl mente al suo fine. Se poi ques Varie
non innata, come la discopre egli? Certo conviene elicgli la ritrovi senz'arte.
Dunque avanti di tutto si deve supporre ch’egli la ritrovi per semplice
speri.cn za. Dunque in prima origine le scienze e le arti si riducono e
ritornano alle leggi di -fatto della sensihilUh sotto il regime della natura.
1/ emblèma del serpente, che fi i cesi usato un tempo dagli Egizi i per
simboleggiar I anno, potrebbe pur servire di simbolo alla scienza. Da questo
punto di visLa V esperienza e la scienza non vengono punto distinte, e se
dappoi riescono diverse, ciò pure deriva in orìgine dalla forza e dagli impulsi
dclltes/jmm^. In tal guisa b natura di cesi maestra deli9 nomo. L uomo agisce
lauto internamente, quanto esternamene. Dunque la distinzione di cognizione e
di Opera, di scienza e dì potete zn. di scienza e di arte ha un fondamento
reale nella natura, L L nomo, consideralo corno un essere esistente 5 forma
parla della natura, hglì diviene a sè medesimo oggetto della propria eoa tempi
azione* oggetto dell arte. L aLlività sua., olire all* esercitarsi in risia di
un fine sugli oggetti esterni, si esercii a eziandio sul proprio interne, Gli
altri esseri esistenti fuori dell’ uomo formano II restsató della natura, che
più specialmente si appella universo. Mia natura corrispondono V esperienza e
la credenza. Gli oggelti di queste sono i fatti . i quali formano la universale
e comune prima base e materia delle scienze. 4 250, Come la natura non ci
somministra le case, nè le seggio I e, nu gli orologi formati, ma si bene Ì
soli materiali : del pari non ci eom ministra le idee astratte, nè le nozioni,
uè gli assiomi, no le teori b, nò i sistemi, ma i soli materiali di tutte
questo cose. E siccome le mÈuifalturc sono propriamente prodotti dell* arte
fisica esterna* cosi lo costì razionali sono prodotti dell arte psicologica
intenta* Llleno appellar à pòIrebbero lavori mentali La natura genera Varie,
coma si e vccIliLo . 1 arte serve alla natura per conseguire il fine della
verità e della utilità, Perlochè vi sono tante arti, quanti vi sono scienze, e
da esse acquistano la denominazione, Solo non esiste Varie di crear J arte^ perché
è natura, come si è detto* Se i Jaiti^ ossia la natura, formano la base c la
materia tlì tutte le scienze; dunque i fatti somministrano i materiali dell
albero enciclopedico* Questo nella parte scientifica presuppone già 1 un iene
Li fatti tatti debordine fìsico e morale. La raccolta dei fatti può c
dev’essere ordinata ad usp Llb mente umana* benché nell’ universo tutto esista
in uno stato connesso- e concreto. La distribuzione delle materie di questa
raccolta forma le radici., dirò cosi, dell’albero enciclopedico, l veri rami di
quest’ albero dovrebbero essere quelli che abusivamente appellarsi elementi
delle sciente o della filosofia^ ì quali più propriamente appellarsi dovrebbero
risultati delle scienze. Dìffatti se. al dire del filosofi, eglino racchiudo^
il sistema dei pria ripa generali, racchiudono adunque quelle aozjQUb ie quali
sono veramente le ultime ad ottenersi coi ìien ordinari progressi del Fu mano
intendimento nella eognizioue delle cose. Il modo eoo cui separiamo queste che
chiamiamo radici delFalbero enciclopedico dai rami superiori che formano i
principi generali delle cose, corrisponde alluso ed alla successione della
sìntesi e delFanalisi. L’analisi riguarda i fatti: la sintesi riguarda Se
scienze. La prima prodace la seconda, e la seconda succede alla prima. Per lai
maniera si scorge che un albero enciclopedico tracciato in questa maniera deve
riuscire il più completo e fruttuoso. Una sola avvertenza mi conviene qui ri di
la mare, ed è: che sui fatti singolari^ attesa la nostra limitazione, ci h
forza impiegare il raziocinio . come altrove si è discorso. Ciò però non altera
F aspetto linaio ed essenziale della cosa (vcd. Parte li. Capo ultimo). Un
fatto sarà sempre una rappresentazione completa, quale viene o dovrebbe
venirprodotta a norma dei rapporti tutù attivi delle cose che fanno o farebbero
impressione su di noi: rappresentazione la quale, considerata nel suo stato
reale * non soffre astrazioni, nò paragoni, Questi sudo opera della nostra
mente. Quindi vi sono arti che tendono a scoprire o a verificare i fatti; come
appunto Yurte di $p$&ìmen$arC) di osservare, la critica, ee.Da ciò viene in
qualche modo turbato il vero ordine col quale delincar si dovrebbe V albero
enciclopedico, se tutti i i'aLti potessero constare alFuomo mercè la esperienza
diretta. Adattandoci quindi alla limitazione c costì lufcioa e attuale della
mente umana, noi osserveremo preliminarmente gli ultimi confini dell orbe
scientifico. A destra Tu orno ha, por cosi dire, il passato; a si nisira il fa
furo. Egli è posto nel mezzo del visibile, o. a dir meglio, del sensibile, A
fronte e a tergo ha Y invisibile^ ossia V insensibile. Però se l'uomo non
conosce veramente se non a tenore delle idée ricevute; dunque il passato ed lì
futuro non saranno nulla per la cognizione umana, se non in quanto attualmente
le apportano una cognizione certa dei fatti o accaduti o futuri. Ma il passato
veramente non esiste più. Dunque la certezza della di lui esistenza ò fondata
sui monumenti presenti che ebbero connessione col passato medesimo, che da ossi
viene indicalo mercè di siffatta connessione. 3 200. Similmente F esistenza
elei futuro non può, mercé la cognizione* essere determinala che per le
connessioni eoi presento: altrimenti rami esisterebbe fondamento di distinzione
ira il puro immaginar io ed il reale. Rapporto al abbiamo dimostralo che buoni
u nonne può conoscere le vere intime cagioni invoce egli è limitalo a segnare
nel prospetto enciclopedico la successione delle apparenza costatili fra gli
oggetti come cagioni delle loro azioni* passioni, fenomeni* effetti^ ec, Libi,
Ma per conoscere le cose convieu supporlidapprima già èststenti, e tali che
agiscano sull uomo. Dunque è chiaro eh1 egli non può nulla pron li a eia re
sulla primitiva origine dello medesime* e non può ai a iter marne* nè negarne
l'epoca e il modo. Le origini clic l'uomo conosce. e può conoscere * sono le
apparenze del nascere delle cose subalterne* vale a dire di meri lezio meni del
lutto secondarli, dopo eli»; le coso esislouo. 1203. I ulto questo si vede, se
sì ritiene che Fu omo non può conoscere i poteri reali della natura se non
mercè gli effetti clic producono in lui. Gli attributi essenziali delle cose
sono sepolti al di lui sguardo iti una notte impenetrabile. lAdieltiva primaria
cagione delle cose gli è iticomprensibile. La catena reale delle cagioni
primitive* producenti Lift inameni 5 e del pari ascosa* c cinta eia tenebre
insuperabiliLa qua bissi reale origine di tutti gli avvenirne u ti del Tu ni
verso viene n e ccss;j riandate ignorata dall uomo* Dunque eoo infinita me u te
maggior ragione egli uon poLri aver cognizione nè congettura alcuna dell’
origina c della fb& inazione delF universo. Da ciò si scorge che la scienza
delle cagioni ossia dei potAJ reali della natura non deve entrare uelhalbero en
ciclope dico* ma dev essere soltanto inscritta nella serie delle umane
credenze. Del pari sì du duce che la cosmogonia li Iosa Bea dev7 essere
aucldessa eliminata dJpm spetto delle scienze: parlo perù di quella cosmogonìa
che 1 uomo* invìi-*, il solo proprio ingegoo5 si Unge filosoficamente. . [al
contegno* li u o ad uu certo limite* si può usare rumbe nella cosmologia ♦
Imperocché V nomo non può promiuciare che mll" mere secondarie apparenze?
delle quali è spellature. Ma queste app^ieu_ zc . a cui corrisponde F ascosa ed
ini pepe tra bile realtà 9 connotai)0 11110 scarsissimo numero di leggi
generali di quello di’ egli appella universo ^ c se eccettuiamo la luce degli
astri ed il moto dei pianeti. Lutto il resinale della cosmologia resLrmgesì
alla tèrra el degli abitino per consegue^ somministra Io spettacolo
ristrettissimo di un solo punto dellòmivei'so. lo credo che prima di erigere
l'edifìcio enciclopedica sia à Ut)po divisare i materiali che vi debbono
entrare *, e quelli che convieu > gcLLarc. Se le scienze vengono determinale
dal loro fine* è tropp0 tVl‘ dente che non possono abbracciare uè quello che
unii si può sapere quello di ’ è falso. Il miglior servigio che rendere si
possa alla ragione umana non è solamente istruirla di ciò che ignora, ma eziandio
avvertirla di quello eh’ è impossibile di mai conoscere. Questa parmi la prima
cautela fondamentale nel tracciare i confini del regno delle scienze. Dai
confini passando all’ interno, distinguo in questa storia la parte meramente
descrittiva dalla parte ragionala. L’oggetto poi di lei è Y imiverso e Yuomo.
1208. Nella prima parte descrittiva si comprende la cosmografia, che si divide
in uranografia ed in geografia. La geografia presenta la forma e la struttura
del globo, e in essa la materia organizzata e la inoro-anica. L’ organizzata
abbraccia la materia animata, vale a dire gli ammali: e la materia organica
inanimata, vale a dire i vegetabili. La descrizione di questi riceve il nome di
botanica. 1209. La materia inorganica abbraccia la terra, il mare e l’atmosfera
5 io una parola, quelli che dal volgo appellansi elementi. La tena. presa sotto
questo aspetto, dà campo alla descrizione delle miniere, delle cave, delle
cristallizzazioni, delle petrificazioni, ec. L’atmoslera, tutte le meteore: il
mare, tutte le sue vicende e diverse forme di vortici e correnti, di tempesta e
bonaccia, di flusso e riflusso, ec. 1270. Salendo all’altra parte della storia
che deve servire di materiale alle scienze, c’incontriamo nella storia dell
uomo. La di lui descrizione si divide in interna ed esterna. L’interna riguarda
il principio pensante, vale a dire l’anima: i fenomeni puramente spirituali
entrano in questa descrizione. L’esterna si è quella della sua macchina e de
suoi bisogni. Quindi la storia dell’uomo si divide in psicologica e
fisiologica. Questa storia riguarda l’uomo individuo. Ma siccome l’uomo stesso
vive in società, evvi una storia politica, civile, aneddota, ec. Egli ha una
religione, un culto, una credenza, e quindi la stona religiosa, teologica o sacra
o ecclesiastica. Le popolazioni vivono e si succedono per il corso dei secoli:
quindi la divisione della storia umana in antica ed in moderna: quindi la
cronologia presa come divisione de’ tempi. L’uomo e le popolazioni formano
certe opinioni, certi discorsi, certe combinazioni d’idee, che palesano a’ loro
simili. La recensione di tutte queste cose forma la storia letteraria, in cui
l’errore e la venta, i pensamenti utili ed i nocivi vengono egualmente
compresi. L’uomo, mercè la sua mano ed il suo ingegno, forma opere elaborando
la materia, o producendo mediatamente certi effetti esterni. Ecco la storia
delle arti e delle loro produzioni. Cosi percorrendo i sovra riportali ed altri
oggetti, si prepara il londo delle sciente e delie arii* le prime delle quali
siano coordinale alla verità, e le seconde alla utilità ed al piacere. Dopo ciò
sorge V edificio razionale^ distribuito in tre grandi parti, a coi
corrispondono altrettante parti dell’arte generale che costituisce la scienza.
Se le partizioni possono convenire alla sto ri a*, esse ripugnerebbero alta
struttura generale delle sciale: elleno deh bona essere esposte mercè
rassegna/. ione dello fonti da cui derivano. Per la )1. Ma a fine di veder vie
meglio a qual punto preciso debbono essere rivolte le uoslre considerazioni è
mestieri riflettere clic V atkn-,ione non è die I esercizio di uua forza*
Questa forza non può essere suscettiva che di due stati: vaio a dire di azione
o d1 inazione * JNdlJu stato di a Jone non si possono distinguere se non: P'J
la durata del Ji lei esercizio: '2, i gradi ora maggiori ed ora minori della di
lei energìa: e finalmente la direzione del di Iti esercizio, dia abbiamo veduta
ebe fa verità richiede dì sua natura che l’uomo si possa accomodare a com*
prendere tutti i rapporti clic le cose in eh in do no, quali sono iti sé
mettasimi. Dunque fino a che non consti che 1* attenzione del Pubblico v&ug
realmente spinta per un principio generale attivo a cogliere le coso ad loro
vero aspetto, non consterà che. il Pubblico giudicando per sentimele lo,
giudicai con verità. Dire eli e l inclinazione comune la giudicare così; e che
dunque ilgìudicio è vero, sarebbe un ragion amento temerario fin ù a ehc non
constasse che il sentimento del Pubblico venga d'altronde l3ìretto, per una
legge generale, giusta i rapporti della verità. Qui nasce una distinzione
importante, lo quale dà lame in tutte quelle decisioni nelle quali ha parte il
cuore. Altro è dire che un giudici,*) venga recato per uà intima com prensione
delle idee e della loro intrinseca redazione; ed altro é dire che venga recalo
sulla veduta e stille, connessioni degli aspetti offerti da tm sentimento
interessato. 11 primi) modo di gìudlcii è propri a me ole teoretica; il secondo
è di pù gitone. Quantunque questa seconda specie potesse essere e lusso elle ni
vanumi vera, tuttavia la certezza non risulterebbe dalla illazione, ma binisi
da un’armonia tra la spinta dell' affetto e i rapporti della verità* Alloca la
certezza 'divinile, per dir cosi, estrinseca. Ma onde accertarsi se ciò avvenga
veramente, è iV uopo dimostrare che io certe materie il cuore ^ i ige et
presenta al Pubblico le idee in guisa armonica colla veritàIto' que è d uopo
dimostrare che esista su certe materie una legge di jtdlo* per cui la natura
dirige colle spinte del cuore i dettami del Pubblico a norma della verità*
Fuori di questa certezza uon potremmo mai rig$fjp dare i giudica del Pubblico
porta ti per puro sentimento come legittimi? ma s\ bene come mancanti ili
prova: in ima parola, li dovremmo estimare come semplici preludici], che la
ragione deve poi ratificare u ri£d' lare mercè una diretta di musi razione.
Queste sono le nozioni direttrici, colle quali possiamo avviarci iu progresso a
determinare in quali materie il giudicio del Pubblico, che dobbiamo sempre
ritenere non essere se non l’oracolo del senso comune, tener si debba quale
criterio di verità. Ridurremo queste materie a cinque classi principali; vale a
dire: del vero e del falso speculativo; del giusto e dell’ingiusto; del bello e
del turpe; dell’ utile e del nocivo; del merito e del demerito. Del vero e del
falso speculativo. ]u questo Capo doli diremo nulla, oltre a quello che si è
già discorso. Lina sola ricapitolazione e necessana. Articolo I. Separazione
del vero e del falso speculativo, di cui il Pubblico non pub giudicare, da
quello di cui egli pub recar giudicio. 1290. Prima di tutto convien separare il
vero ed il falso speculativo, intorno al quale il Pubblico non può mai recare
giudicio per mancanza di cognizione. Ora dalle cose dette più sopra risulta:
Che nell’ ordine fisico ilgiudicio concorde del Pubblico non si potrà mai
tenere come criterio nemmeo probabile di verità, quando abbia per oggetto di
pronunciare sui poteri della natura reale, sulle veie origini delle cose, su
quello che per se possa recare di bene e di male, poste altre combinaziodi.
Nell’ordine morale il giudicio concorde di molli non si potrà tenere per un
criterio di verità^ quando col senso comune pronuncia sulle leggi delle umane
percezioni, attesoché iu natura esiste un fondamento costante ed universale di
errore, originato dalle abitudini e dalla inevitabile ignoranza, per cui deve
passare e principiare bordine delle umane cognizioni. Nemmeno sulle materie
religiose puramente tali, iu quanto il giudicio del Pubblico si occupa nel
pronunciare sugli attributi della Divinità, sui decreti della di lei volontà,
sull’ordine della di lei provvidenza, sul culto a lei dovuto. Non già che la
sana ragione non possa, poste certe cognizioni, dedurre alcune verità su queste
materie: ma bensì perché in natura vi sono leggi costanti, per cui il Pubblico,
diretto dal solo senso comune, deve comunemente errare . Qui il fallo di tutte
le false religioni convalida la mia proposizione. Nell ordine fisico-morale il
giudicio del Pubblico non può essere assolutamente criterio di verità in tutte
quelle materie, la determinazione e la cognizione delle quali dipende dal
concorso di molle minute, passaggiere e momentanee circostanze, e di viste
affatto private e spesso incomunicabili. Questa proposizione viene dimostrala
dai rapporti essenziali del giudicio. Per ciò stesso cbe si tratta di un
giudicio del Pubblico, comien supporre una materia la quale o per sè stessa sia
posta sotto gli occhi di tutto il Pubblico, o della quale almeno esistano prove
comunicate a lui. Ma come è egli possibile comunicargli, a cagion d’esempio,
quello che appellasi colpo d'occhio di un generale, di un politico, di uu
filosofo, di un artista, e di qualunque altro uomo che s’accinge a qualche
impresa? Come giudicare di quelli che appellansi presentimenti o passaggiere
apparenze, note ad un solo od a pochi privati? 11 Pubblico tutt’al più potrebbe
giudicare degli effetti esterni, di cui rimanesse una cognizione almeno di
tanta durala, che potesse completamente comunicarsi a tutti gl’ individui
componenti il Pubblico. Articolo II. Del vero e del falso speculativo nelle
materie di fatto . Separate cosi queste materie, rimangono tutte le altre,
sulle quali può accadere il vero o il falso speculativo. Queste materie altre
sono di fatto ed altre di riflessione . Su quelle di fatto-, siccome qui non
contempliamo il Pubblico come testimonio, ma bensì come giudice che ne afferma
o ne nega la verità; cosi noi siamo costretti a limitarci a quelle materie di
fatto ^ sulle quali egli giudica non mercè della propria espe rienza, ma per
altrui tradizione. Le prime sono propriamente cose talmente notorie, che ad
ogni uomo privato constano mercè un atto d intuizione, talché non abbisogna
dell’altrui giudicio onde pronunciale con certezza. Piestringendoci pertanto
alle seconde, esse non possono riguaida re se non che un fatto passato, di cui
soltanto esiste la memoria 50 un fatto presente, che avviene fuori degli occhi
del Pubblico; come, a cagion d esempio, in un paese lontano, ovvero in un luogo
del tutto privato. Qui abbiamo sott’occhio un Pubblico posto nella necessità di
trarre ogni sua notizia dal racconto altrui. Dunque trattiamo della credenza
del Pubblico, e quindi cerchiamo se i motivi di credibilità elio egli adotta si
possano riguardare come certi, perchè egli li adotta; e se 1 uomo privato debba
deferire alla pubblica credenza. Quest’ipotesi presuppone che esista la
testimonianza, sulla quale il Pubblico crede il fatto narrato. Questa
testimonianza dev’essere certamente nota a tutto il Pubblico, poiché egli
deferisce il suo assenso a lei. Dunque l’uomo privato può chiamare ad esame la
testimonianza medesima senza aver bisogno della credenza del Pubblico, onde
pronunciare se il fatto sia o no credibile, se sia certo o incerto, vale a dire
provato o non provato. 1294. Sarà sempre vero che la notizia del fatto noto
deriva da uno o più uomini. Dunque assumendolo dal canto della sua prova, non
può la credenza di molti, quand’anche si supponesse ragionata e determinata
dalle regole della più purgata ed imparziale critica, spingerci ad altro
risultato, se non a quello di sapere se il dato uomo, che narra il fatto, si
possa credere verace, o no. Dunque il fatto anche ammesso da più persone, mercè
l’uso accurato delle regole critiche non diviene niente più certo di quello che
essere lo possa mercè la fede del testimonio. 1295. Se dunque dal numero delle
persone che concorrono con discussione critica a credere un dato fatto si
volesse trarre maggior argomento della certezza di lui di quella che deriva
dalla testimonianza di chi lo depone, si argomenterebbe falsamente. L’unica
illazione che trar si potrebbe a favore di un fatto, quando la sua credibilità
fosse stata purgata dal crogiuolo della critica, si è: che dal canto del
testimonio non constano nè appariscono eccezioni di menzogna: che la nostra
credulità o incredulità non è temeraria, perchè viene misurata dal valor
critico della fede del testimonio, e nulla più. 129G. Ma ridotta a questo punto
la questione, si hanno tosto in mano le misure onde stimare il giudicio del
Pubblico giusta il suo vero valore . Didatti s’egli non è accertato
dell’esistenza del fatto se non col mezzo della testimonianza; se la credenza
per non essere temeraria deve essere richiamata a discussione; siamo dunque nel
caso che la certezza della credenza riposa sui raziocinii. Dunque risulta che
la credenza del Pubblico dev’essere stimata colle medesime regole con cui si
valu tano i di lui giudicii sulle verità complesse di riflessione. 1297. Ma ciò
non basta ancora. Fra le materie di fatto e quelle dì riflessione passa una
differenza essenziale . Nelle materie di riflessione non devesi ricercare se
gli oggetti esistano, o no: qualunque siano, quando souo presenti, Tuomo
giudica. La questione cade sulla sola cognizione dei rapporti. Non esistendo le
idee degli oggetti, non si può tessere giudicio alcuno sopra i differenti punti
di relazione e di tendenza che possono avere. Per lo contrario, benché il
Pubblico non abbia sott occhio prom alcuna dd lutto, In può credere e sposso lo
crede sulla sola asserzione dì mi uomo che rie propaghi il racconto o la
descmione. >— Unaqu e* affinerò la pubblica credenza possa servire di
qualche presiniziouc di verità . sarebbe necessario : 3r' die le prove dei
latti fossero i.: gualineute pubbliche e note, quanto il fallo medesimo; 2tu
che siffatte prfl?e fossero talmente sminuzzate ed ovvio, che per coglierne la
vali diti non si richiedesse che una prima vis la . un allo del senso comune;
3? vk questo Pubblico non avesse uu estraneo interesse^ nato dalle passioni, ;i
credere un fallo, avveramento un contrario interesse a non crederlo. 1298.
Poste tutte queste condizioni, si potrebbe dedurre die lame* deuza del Pubblico
fa prova dì credibilità, egualmente che dì verisimiglianza, nelle cose di riflessione;
o. per parlare più precisamente, de* dur si potrebbe che se il Pubblica crede
un fatto con tali fondi /doni, gli argomenti di credibilità sono verisimili^ e
quindi non si deve leggiennuate rigettare la credenza del fatto; e lino a che
non sì hanno più cornhe denti prove si dee giudicarlo come probabilmente
avvenuto, Ala riportandoci alla pratica costante dui Pubblico, uocitro* viamo
quasi mai die le tre sovra allegate condizioni sì yen fidi ino nella credenza
dui latti ch’agli ammette come certi : all* opposto troviamo gB* nerakaente
temeraria la sua credulità o incredulità. La ragione di questo procedere si
scorge contemplando da un canto quali rapporti tirila mente e del cuore si
richieggano per comprovare un latto * e qual cosa dall’altro prestar soglia il
Pubblico in siffatte investigazioni. Sì richiami alla mente qual’ estensione e
penetrazione dì veduta abbia il senso comune ( ved. il Capo XV. della Sezione
prenderne); quale intriPP discussione sì riehiegga . onde avverare il faLLo più
minuto, e h ss aro e i gradi di probabilità ? e ufi sfiline farà le meraviglie
come aneli e nei fatti dove il cuore non rapisce il giu dlcio, sì possa
giudicare generai monte con som tua precipita □ za* Su qu®' sta difficoltà. di
verificare i fatti m’ appèllo ai giureconsulti iuteuii a nscontrar prove dio
hanno appena il minimo vigore filosohcoj della qualipure la potenza umana è
stata costretta di contentarsi per jjrancanza u prove piò convincenti. Clic se
poi esaminiamo la credenza dd Pubblico nei rapp01^ del cuore, troviamo pratico
monte cagioni di errore e dì pire cip! tauzn, anche supponendo tuLLe le
possibili facilità dal canto delle cognizioni. Si sa che Fa more, Iodio, il
falso zelo, l'or. irò dio nazionale., il desiderio c fi speranza, il timore od
il sospetto viziano egualmente e l’esposizione nei faui, è la loro credenza o
rigo nazione. A questo proposito ini rimetto a quanto ne dissero i filosofi 5 a
quanto si scorge nelle opere dei critici, e upf li il mi ali dell’imposture.
Basta aggiungere, die il privato ha un mezzo più direlLo e breve per giudicare
delle verità di fatto richiamando ad esame i fondamenti della credenza de!
Pubblico 5 mentre 11 privato in questo caso riveste il doppio carattere di
privato giudice c di membro del Pubblico; attesoché per principio teoretico si
dimostra che onrni fatto, le cui prove non siano egualmente noie a! Pubblico
come il fallo s lesso, non si può giammai riguardare cerne probabile. \h ti
colo 1IL Nulla di essenziale dobbiamo aggiungere sul vero ed il falso
speculativo nelle materie di riflessione^ dopo le cose dette nella Sezione
precedente. Solo por rapporto ai gradi di validità dei giudicii del Pubblico,
recati con cognizione di causa, con imparzialità e con libertà, ci c. o u
verrei i he entrare in qualche enitìneroztonù, disegnando le relazioni diverse
delle cose che forma no la materia dei giudicii speculativi* c fissando In
ognuna L gnidi diversi di ve risi mi glia nz a die le decisioni del Pubblico
possono ottenere. Conci ossiachè dapprima abbiamo contemplato il giudi ciò del
Pubblico su queste materie in complesso, e senza una distinta loro recensione,
e un calcolo speciale della diversa misura di verismi iglianza delle decisioni
de) buon senso intorno ad ognuna di esse. È su pedino formare questa scala di
probabilità, dopo quanto nr scrissero il Locké (e Genovesi (a). Quindi io dico,
che a proporzione dei gradi della cognizione umana intorno alla identità o
diversità, eguaglianza o disuguaglianza, esistenza assoluta o coesistenza,
connessione o dipendenza,cagione o effetto, i giudicii del Pubblico avranno
gradi diversi di yerisimigtifmza, ben ritenuto che il punto da cui si deve
salire, e quello a cui si può giungere, siano racchiusi entro Ì soliti limili
della comprensione e deli’ attenzione esercitale in ogni atto del senso comune.
Da ciò emerge, che in tulle le materie positive* dove si t ru t E ; di cogliere
le somiglianze 9 sarà più agevole al Pubblico il giudicare, e quindi piu
probabilmente egli si avvicinerà al cero. In natura esiste un fondamento, mercè
il quale gli uomini più facilmente giudicano con verità allorché si traiti di
pronunciare sullo somiglianze. Le idee si n (r) Drì.P iute ridimmi' j umano,
.Lièi' a Logica, chiamano scambievolmente nella memoria mercè il (loppio
vincolo dell’associazione e àe\Y analogia ; anzi queste sono le uniche fonti
del bello letterario: tutti i tropi in ultima analisi riduconsi a questi due
soli generi; le metafore e le allegorie si riferiscono oXYanalogia; gli altri
si riferiscono alle associazioni formate dalle circostanze che costantemente
presentano due o più idee connesse o di tempo o di apparenza. Nelle somiglianze
lo spirito umano assaissimo si compiace. Quindi tanto a motivo della
costituzione della umana memoria, quanto a motivo dell’interesse che le
somiglianze inspirano, si deve conchiudere chela massima autorità nelle materie
di pura riflessione attribuir si deve ai giudicii del Pubblico allorché si
occupa a decidere in fatto di somiglianza o d 'identità. Nemmeno sul giusto e Y
ingiusto dobbiamo più a lungo trattenerci, dopo quanto ne abbiamo scritto. 11
giusto qui si assume come relazione ad una regola. Sotto questo rapporto fa
parte delle verità speculative di riflessione. Quando la regola teoretica è già
nota ed ammessa, il giudicio del Pubblico sopra un’azione o un sentimento
riesce agevole, e riveste il massimo grado di autorità. Allora non si tratta
che di pionunciare se la materia o, a dir meglio, il soggetto sul quale il 1
ubblico giudica sia conforme alla norma adottata. Ma questa specie di giudicii
non somministra che una verità ipotetica e convenzionale, anziché care una
certezza della reale verità. Questa non può risultare c e a un profondo e
moltiplice esame dei rapporti interessanti delle cose, 1 cui il Pubblico nel
giudicare non suole assumere giammai 1 ìucauco. D’altronde le materie della
morale e del giusto sono per sè stesse cilissime e complicatissime, talché la
scoperta delle venta viene esclusivamente riservata all’uomo di genio. Che se
poi chiediamo se il Pubblico possa formare gu autorevoli intorno al giusto e
all’ ingiusto, seguendo i dettami del cuoie; rispondo che questa ricerca si
risolve a sapere se i giudicii dell affetto intorno all’utile ed al nocivo
s’abbiano a tenere quali dettami di retta ragione. Conciossiachè per ciò stesso
che la guida a giudicare si è ì cuore, si presuppone che l’unico criterio sia
il sentimento dell utile o del nocivo, del bello o del turpe. La risposta a
questa ricerca si troverà nei Capi seguenti. diffi teoretiche udicii Del hello
e del turpe. | 1305, Se nel decorso di questo scritto ìio serbato silenzio sull
Argomento del hello e del turpe $ abbenchè mi sia. proposto u □ a speciosa
fibbie* ione», ciò fu per non disperdere in minute e staccate osservazioni, e
quasi in frammenti, tl complesso della risposta, j 1300. E prima di tutto
osservo, che Hutcheson ha stabilita ]’ esu sten za di un senso estetico; ma la
cosa, m ultima analisi, si riduce a mere parole. Non si nega che l’uomo sia
dotalo di capacita a sentire il bello ed il turpe^ il buono ed il nocivo; anzi e
1 uno e V altro sono tali unicamente in forza àe\Y effètto che fuomo ne
risento, piacevole o do I or oso, utile o nocivo alla sua conservazione, ai
mezzi del piacere, eri a tutti quégli oggetti che possono soddisfare ì suoi
bisog ni. Quello che più importa di sapere si è, se la natura abbia dotati gli
nomini rii tale sensibilità ed antiveggenza, ed abbia così coordinalo il
sistèma delle coso, che qualunque specie c grado di hello n di turpe, di utile
o di nocivo venga sentilo mercè un allo subitaneo die rassomigli alla
sensazione, e quindi Tu omo non prenda abbàglio nel giudicare. 1 307, Ora a
schiarire questo punto non basta solamente dimostrare die V uomo senta il hello
eri il turpe. Vi Ulte ed il nocivo in molli oggetti; conciossiadiè siila Ito
fenomeno può benissimo verificarsi nelle materie di pura sensazione fìsica, od
anche nelle materie morali, fino ad un dato segno, senza che per ciò
necessariamente si debba supporre ch’egli avvenga in ogni altra più profonda e
meno prossima circostanza. Il risolvere adequatameli te questo problema importa
viste più grandi e varie di quelle che i partigiani del senso estetico hanno
abbracciate. Non solo è necessario arrestarsi sull7 uomo . spiarne sottilmente
i fenomeni sentimentali, e le conseguenze clic tic derivano 5 ma egli è
indispensabile entrare nell7 economia generale della natura, nei molli plici
rapporti del fini da lei voltili nella umana costituzione, seguendo però sempre
i risultati ili ima esperienza paragonata fra le cose che avvengono ndP
indivìduo, e gli cileni che sì producono sulla massa elei genere umano nei
diversi periodi di tumì^ di gu sto e dì benessere. Quest1 astratta osservazione
verrà vie meglio sentita quando entrerò in qualche specificazione. Ora mi
limito ad un princìpio generale, ed è: che so la naLirra umana non viene a
cangiarsi nei diversi periodi di cognizione, non si dovrebbe II Appai; cangiare
II gusto, se fosse vero che runico sensorio del hello fi siedesse come iu un
seslo senso: attesoché nella stessa maniera che l’occhio, in qualunque tempo
cìie gli si presenta uu oggetto illuminato, produce una sensazione visuale, c
siffatta legge non si può smentire: del pari iu qualunque tempo si presenta un
oggetto di gusto, egli dovrebbe dall’ uomo essere sentito come hello, senza che
avvenisse giammai clic un secolo prima fosse ritrovato indifferente, ed uu
secolo dopo assai bello, o viceversa. Ora la sperienza comprova, che
segnatamente nelle materie di gusto ideali avviene iu tutto il Pubblico una
rivoluzione e contraddizione di giudicii e di sentimenti. E come dunque si
conciliano le funzioni di questo sesto senso colla esperienza? Se egli
esistesse, le sue leggi sarebbero del tutto simili a quelle della umana
perfettibilità e del senso comune: e quindi non verrebbero a somministrare criterio
al¬ cuno estetico, mercè il quale dir si dovesse che il gusto del Pubblico sia
una norma del bello reale. Qui per bello reale si assume quel sentimento
piacevole che viene prodotto o, a dir meglio, dev’essere prodotto in ragion
composta dei rapporti che passano fra la costituzione reale delle umane
facoltà, e l’ attività degli oggetti esterni o interni, lo non pretendo ancora
di assegnare una definizione, ma soltanto di accennare alcuni tratti
fondamentali che sono inseparabili dal bello reale. Ma, a fine di dare qualche
ordine alle nostre osservazioni, giudico necessario separare in diversi punti
di vista l’argomento sulle materie di gustosi* latinamente ai giud icii del
Pubblico. Non aspiro a raggiungere In meta che molti scrittori si prefissero
nel trattare del bello essenziale applicalo alle opere della natura e
dell’arte, ma sì bene mi limilo a trattarne rapporto al Pubblico, onde scoprire
se il di lui gusto possa servire di cu terio per discernere il bello dal turpe,
ed il men bello dal più bello. Delle rivoluzioni del gusto del Pubblico. Sembra
che lo spirito umano provi un’incessante inquielu dine fino a che non raggiunga
il bello e P ottimo: ma del pari sembi.i che, quando lo ha raggiunto, tenda ad
allontanarsene. Non è nei soli piaceri sensuali che l’uomo diventi logoro
‘blasé), usandone senza moderazione: ma lo diviene eziandio nei piaceri dello
spirito e nelle opeie del bello. Il Pubblico, pel solo motivo che persiste iu
un dato geneio i piaceri o in un dato modo di produrli, se ne sazia ed auuoja:
questa e cosa di fatto notorio. 1309. La cagione è fondata nella costituzione
stessa dell’u01110, una fibra viene scossa per la prima volta, reca seco il
piacere della nevilà: ma dappoi a poco a poco quella specie di energica
resistenza alla impressione dell’ oggetto, per cui reagiva sull’anima con un
tono di una interessante difficoltà, e per cui il piacere diveniva più vivace,
e s’aumentava eziandio dalla forza dell’ attenzione; tale resistenza, dico, va
degenerando in un’abituale e pieghevole facilità, e talvolta eziandio cade in
vera atonia. Quindi la primitiva aggradevole impressione si scema, e decade
alla noja od anche al dispiacere. Ma rimane pur anco una reminiscenza confusa
del piacer maggiore provato dapprima. Quindi si viene ad un involontario
paragone fra il minor piacere presente ed il maggior piacere altra volta
provato. Da ciò nasce una disaggradevole situazione, in cui col piacere attuale
si sente il desiderio di un piacere uguale o maggiore di quello che si provò, e
però una somma inquietudine, ovvero anche un positivo sentimento di
disperazione, allorché non si ravvisino i modi di soddisfarlo. Allora si fanno
tutti gli sforzi d’invenzione per pareggiare il piacer passato, ed anche per
superarlo. Quindi avvenir deve l’ abbandono totale dell’oggetto usalo, o almeno
delle forme e combinazioni che dapprima rivestì. Quindi si cercano altri
oggetti intieramente diversi, o almeno altre combinazioni e forme atte a recare
un nuovo piacere. E succedono le nuove invenzioni nelle arti, le nuove foggie
di frasi, di maniere, di vesti, di musica, di poesia. Nò giova, per impedire
queste vicissitudini, che un oggetto siasi dapprima riconosciuto rivestire i
rapporti più completi del bello: tuli’ al più si otterrà dal Pubblico una
fredda confessione: ma ciò non impedirà ch’egli non cada nella sazietà, e non
tenti variare. Per astenersi dall’innovare sarebbe d’uopo ch’egli potesse
mantenere la sede del piacere nello stesso sialo di energia, da cui l’uso solo
dell’ impressione la fa decadere. Ma siccome è impossibile cangiare la natura
dell’uomo, così è del pari impossibile che un oggetto quantunque bello possa
sempre piacere. Ma dall’altra parte l’incessante bisogno di godere stimolando
senza posa il cuore umano, e V ottimo in qualunque genere uou potendosi variare
od oltrepassare senza peggioramento ; non si può evitare dicadere nel mal
gusto, e subir sempre nuove e più rapide rivoluzioni. La sorgente dei piaceri
al di là dei modi della vera bellezza è sempre più sterile; il gusto loro
riesce vieppiù incompleto. Invano allora gridano i precettori del bello, che
nelle opere dell’arte non conviene discostarsi mai dal grande ed inesausto
modello della natura ; invano con precetti luminosi e critiche severe tentano
ri .j 054 siedesse come iu un sesto senso: attesoché nella stessa maniera che
rocchio, in qualunque tempo che gli si presenta uu oggetto illuminato, produce
una sensazione visuale, e siffatta legge non si può smentire; del pari in
qualunque tempo si preseli la uu oggetto di gusto, egli dovrebbe dall’ uomo essere
sentito come bello, senza che avvenisse giammai che un secolo prima fosse
ritrovato indifferente, ed un secolo dopo assai bello, o viceversa. Ora la
sperienza comprova, che segnatamente nelle materie di gusto ideali avviene iu
tutto il Pubblico una rivoluzione e contraddizione di giudicii e di sentimenti.
E come dunque si conciliano le funzioni di questo sesto senso colla esperienza?
Se egli esistesse, le sue leggi sarebbero del tutto simili a quelle della umana
perfettibilità e del senso comune: e quindi non verrebbero a somministrare
criterio alcuno estetico, mercè il quale dir si dovesse che il gusto del
Pubblico sia una norma del bello reale. Qui per bello reale si assume quel
sentimento piacevole che viene prodotto o. a dir meglio, dev’essere prodotto in
ragion composta dei rapporti che passano fra la costituzione reale delle umane
facoltà, e l’ atti vita desili ometti esterni o interni, lo non pretendo ancora
di assegnare una definizione, ma soltanto di accennare alcnni tratti
fondamentali che sono inseparabili dal bello reale. Ma, a fine di dare qualche
ordine alle nostre osservazioni, giudico necessario separare in diversi punti
di vista Pargomenlo sulle materie di gusto, ielativamenle ai giudicii del
Pubblico. iNon aspiro a raggiungere la rac,n che molti scrittori si prefissero
nel trattare del bello essenziale applicalo alle opere della natura e
dell’arte, ma si bene mi limito a trattarne i apporto al Pubblico, onde
scoprire se il di lui gusto possa servire di eie terio per discernere il bello dal
turpe, ed il men bello dal piò. Sembra che lo spirito umano provi un’incessante
i uquielu dine fino a che non raggiunga il bello e P ottimo; ma del pal* semb1
che, quando lo ha raggiunto, tenda ad allontanarsene. Non è nei so ì piaceri
sensuali che l’uomo diventi logoro [blasé), usandone senza mo derazione: ma lo
diviene eziandio nei piaceri dello spirito e nelle opeie del bello. Il
Pubblico, pel solo motivo che persiste iu un dato geneie piaceri o iu un dato
modo di produrli, se ne sazia ed auuoja: questa c cosa di fatto notorio. La
cagione è fondata nella costituzione stessa dell uomo, c una fibra viene scossa
per la prima volta, reca seco il piacere della no di y i l ri : in g dappoi a
poco a poco quella specie di energica resilienza alla impressione de|F oggetto,
per cui reagiva sóli1 anima cou un tono ih una iuleress&plti difficoltà, e
per cui il piacere diveniva più vivacelo /aumentava eziandio dalla forza dell1
atte unione; lalc resistenza, diro, va. degenerando in un’ abituale e
pieghevole facilità, e talvolta eziandio cade iti vera atonia. Quindi la
primitiva aggradevole impressione si scema. e decade alla noja od anche, al
dispiacere. jj 1310. Ma rimane pur anco mia reminiscenza confusa del piacer
maggiore provato dapprima. Quindi si viene ad uu involontario paragone fra il
minor piacere presente ed il maggior piacere altra volta provato. Da ciò nasce
una disaggradevole situazione, m cui col piacere attuale si sente il desiderio
ili un piacere ugnale o maggiore di quello clic si provò j c però una somma
inquietudine, ovvero anche un positivo sentimento di dispera zio uè, allorché
non si ravvisino i modi di soddisfarlo, Allora si fanno Lutti gli sforzi tF
invenzione per pareggiare il piacer passato, ed anche per superarlo. Quindi
avvenir devo F abbandono toltile dell 'oggetto usato, o almeno delle torme e
combinazioni clic dapprima rivestì. Quindi si cercano altri oggetti
intieramente diversi-, a almeno altre combinazioni e forme atte a recare uu
nuovo piacere. E succedono le nuove invenzioni nelle arti, le nuove foggie di
frasi, di ma mere, di vesti, di musica, di poesia. 1312iNò giova, per impedire
queste vicissitudini, che un oggetto siasi dapprima riconosciuto rivestire i
rapporti più completi del belìo: tu If ai più si otterrà dal Pubblico una fredda
confessione, ma ciò non impedirà ch’egli non cada nella sazietà, e non leu Li
variare. Per astenersi dall’ innovare sarebbe d’uopo ch’egli potesse mantenere
fa sede del piacere nello stesso sialo di energia, da cui Fuso solo dell1
impressione la la decadere. Ma siccome è impossibile cangiare la natura de Ih
uomo, così è del pan impossibile che un oggetto qnan t unque hello possa sempre
piacere^ Ma dall'altra parte F incessante bisogno di godere stimolando senza
posa il cuori: umano, e V ottimo in qualunque genere uou potendosi variare od
oltrepassare senza peggiora mento 5 non si può evitare di cadere uel mal gusto,
e subir sempre nuove e più rapide rivolo zio ui. La sorgeii Le dei piaceri al
di là dei modi delia vera bellezza ò sempre ] a u sterile 3 d gusto loro riesce
vieppiù incompleto. Invano allora gridano i precettori del bel Un. che nelle
opere dell’arte non conviene discostarsi mai dal grande ed inesausto modello
della natura : invano con precetti luminosi e critiche severe imitano
ridilaniare questo Pubblico di sensibilità obliterala alla purità del gusto;
invano citano le informi stravaganze della novità al confronto dei capolavori
antichi. L’amore della varietà, il bisogno di nuovi piaceri trascina gli
artefici ed i contemplatori per sempre più oscure e mal agiate discese d'
imperfezioue : fiuo a die la sazietà medesima e la noja., la quale assai
maggiore ed assai più pronta si fa sentire tra gl’ imperfetti piaceri della
decadenza, riconduca di nuovo gli spiriti per altre vie. e li riconcilii colle
Muse e colle Grazie. Queste sono le inevitabili vicissitudini del gusto del
Pubblico, le quali è forza che si succedano cou tanto maggiore rapidità, quanto
è più durevole e concentrata la persistenza di lui nello stesso genere di
piaceri, e quanto è più delicata la sede organica, per mezzo di cui si
percepiscono. Laonde dir si potrebbe che il gusto del Pubblico, in quello che
appellasi bello d invenzione dell'arte umana, non assicura della perfezione
dell’oggetto. Il pubblico non ha altro criterio del bello che il proprio
piacere. Dunque il suo gusto forma l’espressione diretta dello stato attuale
della sua sensibilità e cognizione, anziché della perfezione intrinseca
dell’oggetto stesso. Bramo però che si distingua il gusto dai giudicii estetici
del pubblico. Effetti delle rivoluzioni del gusto a prò dell'uvnana
perfettibilità. Le leggi del gusto sono in parte quelle dell’attenzionibe leggi
dell’attenzione sono quelle che determinano la direzione e 1’esito degl’umani
giudicii. Le leggi del gusto influiscono adunque nell acquisto della cognizione
di molte verità. Le leggi del bello, ed il bisogno che l’uomo ne sente dopo che
il conobbe, si possono riguardare: 1.°come impulsi a percorrerei gradi di
quelle cognizioni che un più ristretto bisogno non rende ue cessarie o
interessanti; 2.° come sussidii alla istruzione, allorché il blico giunse ad
intraprendere la coltivazione di una determinata dotti ina, 3.° come oggetto di
semplice stima e di puro diletto alla specie umana, la quale abbisogna
d’intervalli di ricreazione onde giungere al fine vo luto dalla natura. Nel
primo stato le leggi del gusto precedono e gm dano l’uomo sulle soglie del
tempio della Verità: nel secondo dalla soglia lo introducono al di lei
santuario; nel terzo poi giovano all uomo i genio, onde interpretarne gli
arcani, e renderli agevoli al volgo La natura determinando l’uomo alla
ragionevolezza e ad u li’ a Ita perfezione, dispose i mezzi ad ottenere il suo
fine: tali sono i bisogni naturali, i fattizii, ed il desiderio del bello. Ma arrestandoci
sopra quest’ultimo, noi troviamo una ragione importante nelle rivoluzioni del
gusto. Il piacere annesso alle idee sveglia ed adesca l’attenzione ad
esaminarle; la sazietà, il disgusto e la noja, appendici dell’abitudine, lo
distolgono dall’ arrestatisi oltre il bisogno, e lo invitano a passar oltre
all’acquisto di nuovi gradi di perfezione morale ed intellettuale. 1319. Se un
oggetto fosse all’uomo affatto indifferente, egli non vi arresterebbe giammai
l’attenzione, e non potrebbe trarne profitto nè per la verità, nè per
l’utilità. Se all’opposto continuasse ad essergli piacevole ed interessante
come da principio gli riuscì, l’uomo non se ne staccherebbe mai per trapassare
ad altro meno piacevole. Dall’altro canto la scala dei gradi di piacere viene
determinata da altri importanti fini dell’umana organizzazione. Perlochè il
crescere sempre in intensità nelle impressioni dei diversi oggetti diveniva
certamente impossibile senza costruire organi diversi o crearne a mano a mano
dei nuovi, e senza violare molti altri rapporti sistematici del mondo fisico e
morale. 1320. D’altronde, quand’anche per una finzione si avesse supposto un
ordine di questa fatta, conveniva pur sempre coordinare le circostanze in guisa
che l’uomo non fosse mai condotto a scegliere i sommi gradi di piacere,
tralasciati i meno intensi; ma bensì condurlo ad incomiuciare dagli infimi e
più languidi gradi della scala, e successivamente fargli calcare ad uno ad uno
gli altri tutti consecutivi. Senza ciò, se gli eventi della vita in quest’ipotesi
avessero primieramente recato all’uomo il godimento di quegli oggetti d’onde si
attingono i più forti piaceri; come avrebbe egli, nel caso che avessero durato
sempre con eguale attività, potuto discostarsi per discendere agli inferiori?
Dunque il far sì che un oggetto da principio fosse interes sante all’uomo, e
continuasse ad esserlo fino ad un dato segno, e dappoi il piacere continuando
si scemasse, riuscir doveva un’ottima via per attrai* l’uomo su altri oggetti
sovente meno piacevoli dei primi, e così guidarlo ad altre cognizioni. 1322. E
poi necessario temperare la durata del piacere e dell’ attenzione in guisa, che
riescano proporzionate allo scopo della ragionevolezza. Se l’attenzione
cessasse troppo presto, le cognizioni risulterebbero sempre incomplete. Se
continuasse troppo a luugo, si frapporrebbe un ritardo ai progressi della
perfettibilità. Il mezzo unico efficace fra questi due estremi era di porre un
rapporto proporzionale di eccitabi 11)58 ftICMCHK . lìti iì dì consistenza fra
la tenacità dell1* attenzione e la capacità c a mprc u et l va del Innitua . .
fila esaminiamo gli dìolti dello leggi del gusto nei Ire « sopra dipintiPresso
ima nazione vivace ed ingegnosa* in ima lungii pace, senza ostacoli alle
invenzioni od alla coltura, con opportuni $ussiiJn, molto più se si aggiungano
eccitamenti esteriori, massima rlnvVs&m la rapidità con cui le fasi tuLle
del gusto si succedono. Se alla perirne sì esauriscono lo sorgenti del
diletto*, die dirci quasi di lussò r amasie, ne nasco in appresso un bene* La
nazione per togliersi dalla uopi viene costretta a rivolgersi senza avvedersene
a più solide occupazioni, appunto perdi è le leggi del gusla la nutrirono col
latte primitivo del [dà saperdolale dilettò.* Cosi se nelle lidie arti d’immaginazione
s incominciò a dilettarla coir incantesimo della poesia, questa re n desi
vieppiù uiteres* stmle coti adornar le memorie nazionali, e rivestire le
massime delia morder II Insogno detta la scolla. I graduali avanzamenti, latti
cella legg’è della continuità, som ministra no il tipo del belio proporzionato
al grado di sviluppo delle facoltà della niente. Cosi se l’ epica e la morale
presta lormano i primi rudimeuli dell' istruzione nazionale, la colta lirica
clcvv sopravvenir più tarda, la drammatica vi sta frammezzo. La nazione chi' si
trova solamente capace a seguire I racconti dellr epica non polffikk' mai tener
dietro ai salii della più sublime lirica. Sono persuaso che k Odi d’ Orazio,
lette al secolo di Omero o di Romolo, non avrebbero desiala ammirazione alcuna.
4324. Ma si scorge clic per entro le materie medesime poedek u sono gradi di
maggiore difficoltà, che ricMeggono attenzione Cosi la natura a poco a poco
illudendo Romana Inerzia, o a dir guidandola Insensibilmente per una salila
agevole e borita, e alienandola dal passato, la guida ai gradi più elevati
della perfettibilità. Ciò clic fu dello della poesia si applica pure alla
pittura, db scultura, alf ardii lettura, alla musica, alla eloquenza, ed a
tulle kmli in cui il piacere primeggia, e rutilila sembra tenere un luogo
subaltvJ alico. Ho detto le prime libere, avendo di mira unicamente il gradualo
svi lapparne a tu mercè i naturali Impulsi della umana curiosità^ e inni delle
pecche, straniere ed eventuali urg enzeQuand'anche questi vi si mescolino In
guisa da rendere necessaria una certa classe cu cognizioni che ecceda l’atluale
capacità del Puhldioo. non faranno perù eli’ egli aifelli soverchia ni cote la
salita ai più elevati gradi dello cognizioni; benché gli stimoli noti derivino
dalle impressioni dirette del beilo, ma bensì da DB bisogno originato dalle
sociali circostanze. Ne sono Lesti moni! que secoli, nei quali il diritto c la
morale erano scienze più clic necessarie agli i ci I eressi 'li certe nazioni;
oppure gl’ interessi, i trattati eh decisioni offrono un li izza no complesso
di strane c male avvedute dia posizioni., Le medesime leggi, la «lessa
influenza del piacere e dulia uo\.f si veriflca.no eziandio allorché non per
propria in-veuziou e, my pt, i bJ. tur ;i dello opere di .m’ altra colta
nazione uu Pubblico ignorante viene coltivandosi. Le traduzioni,
EeiWiziff&e, lo studio degli originali, k loro imitazione, sano i gradi pei
quali questo Pubblico passar deve pei iu,L tersi in cani ini uo parallelo colla
uoziuue maestra. E per libera e spontanea inclinazione 3 dopo le anno vera le
materie, la fisica, la storia naturale, la eli-ùnica in Le lesseranno le L',Ltl
rhe del Pubblico. Dopo ciò per gradi insensibili e per quelle ùuigk pause con
cui le invenzioni si succedono, egli si rivolgerà a quegu aiutili che dapprima
lo spaventavano per. la loro dilucollàma die allora troverà più proporzionali.
et dall’ altro cauto nuovi, e cosi perverrà alla metafisica di tutte le
materie, ma prima al diritto, alla morale, alla legislazioue, alla politica.
1330. Ecco come la natura per uu cammino eli graduale pendio, proporzionato
alla lena dello spirito uraauo, coll’ allettativa del piacere, cogli impulsi e
colle ripulse della sazietà, guida la specie umana allacquislo delie più
elevate e solide cognizioni. Perlochè dir si può che le belle arti e le belle
lettere alla mente umana, per rapporto al progresso delle scienze ; launo la
stessa funzione dei fiori di primavera negli alberi. Senza di essi i albero non
concepirebbe il frutto. Piacciono, durano poco, e cadono: ma al loro cadere
vedete già spuntato il frutto, che poi maturerà. Uu altro rapporto utile si
scorge in questa economia. Una lunga pace fa sorgere infiniti bisogni dapprima
incogniti, e moltiplici oggetti dell umana cupidigia. La società diventa una
macchina più complicata, ove sono necessarii lumi maggiori a dissipare i germi
di dissoluzione, e correggerne i pericolosi fermenti. Perlochè se il progresso
dei lumi e della coltura somministra Pulimento alla umana intemperanza, olire
pur anco i ritegni per raffrenarne gli stimoli, e direi quasi neutralizzarne 1
attività imitante. Così nell’ordine fisico facendo maturare in primavera la
fraga, indi la ciriegia, poi le susine: nella più fervente stagione fa maturare
i maggiori frigidi, come il cocomero, il popone. Che se per un deviamento
l’uomo libero sconosce la natura, ciò non ismeutisce 1 ordine provvido con cui
essa procede, e gli offre, per dir così, sotto alla mano i proporzionati
correttivi, a lato di quei mali che sono inevitabili nella effezione del bene.
i3o2. Seguendo la traccia con cui la natura promove e reca al suo fine il
progetto della perfettibilità umana, mercè le alternative spinge del bello, del
piacere e della noja in provvida successione, abbiamo adoperato come il fisico
nell’asseguare le leggi semplici e generali del flusso e riflusso del mare.
Insorgono nella pratica modificazioni le quali oppongono qualche apparente
eccezione; ma il fondo del sistema si trova sempre lo stesso. Così se in una
nazione esistono ostacoli esterni a quella espansiva forza della ragione, la
quale ricerca una sana libertà, gli effetti delle spunte della natura non
appariranno con pieno effetto. Ma nelle sue stesse forzate mosse porterà l’
evidente impronta della potenza superiore che le opero: non altrimenti che in
una pianta cresciuta fia scogli che costrmgono lo sviluppo delle radici si
ravvisano le le^1 possenti della vegetazione, che tendono all’accrescimento. E
però a proporzione che gli ostacoli all attenzione sono meno forti, la legge
della 10ÙI perfetti bili tà ricevo il suo effetto, posta pari ogni cosa dal
cauto del dima, del suolo, della soddisfazione del primitivi bisogni, della
quiete e sicurezza del Pubblico. La vegetazione della pianta imprigionata
appronta di ogni spazio e di ogni vano per condursi ad accresci mento e
maturila. Periodi è dir si può della coltura ciò che fu dello della
popolazione, die per se non abbisogna essenzialmente di eccitamenti esterni, ma
le basta 11 riuaoY intento degli ostacoli, g 033. utile e la gloria sono due
sproni possenti a questo Hnej usa sarebbe una sconoscenza oltraggiosa alla
natura il dire che siano i n ditip e a $ abili a 1 1 V' He zi one del gran line
dello sviluppameli t o del Tu m a o a ragione voleva. GT individui capaci di
spingere più oltre la dottrina ne abbisognano solamente per superare gli
ostacoli accidentali ed esterni che ltì fattizie umane istituzioni oppongono ai
loro progressi, od anche per accelerare le mosse, attesoché quelle della natura
riescono assai più lente. Non si, deve confo udore la storia della coltura del
Pubblico colla storia delle invenzioni dd genio. Il Pubblico non produce
nulla,, ma si approfitta delle altrui fatiche. Egli rassomiglia a chi entra In
un campo ubertoso c pieno di frulli maturi, c li coglie finché, non trovandone
più, si volgo altrove a cercarne: bisogna dar tempo che altri ne germoglino,
per dare altro pascolo alla sua curiosila. Questo più specialmente verificar si
vuole in un’epocà, nella quale dopo un corso di vicende e di dottrine
elementari il Pubblico si trova, per dir così, proporzionato a pascersi d’ogui
novità razionalo. lj Ad®'. Questa col Loro viene eseguita, come si è già dello,
dagli ingegni minori, il cui ufficio è di ridurre a tale aspetto lo scoperto
del gerì i ih, che si p r educa la impressione del piacere e V ago v o I a
mento del la fa licy. La prima forma ì' impero positivo del hello; il secondo
ne adempio lo condizioni negatile : couciossiachc la minor fatica nel cogliere
i rapporti del bello complesso e uno dei requisiti propri i di lui. Gol vestire
degli ornamenti, della immaginazione i sublimi e vasti caucciù del genio, o
coffa pprossi mare gli estremi da lui segnati, gli spiriti rischiaratoli
ottengono l’uno a l’altro effetto. Col primo mezzo offrono l’allettativa, die
fa strada aff accoglienza della verità, col secondo si accomodano alla
fievolezza cd impazienza 3 che s’oppone ad ogni ardua iatica. Il diibeile
consiste nel conciliare queste due operazioni cosi, che gli aspetti della
verità non ne soffrano detrimento, e bini magi nazione rispètti i dettami del
buon metodo. Per tal maniera si scorge qual sìa buso del fatto udì acquisto
delle solide cd interessatili umane cognizioni, e come venga posto in opera
dalia natura, e come si possa adoperare dall’arte umana. 11 bello sensibile
d’imitazione, giunto ad un certo confine, non solfre vicissitudini, per la
ragione medesima che le umane sensazioni della vista non possono essere
cangiate dall’umano arbitrio. Io mi souo lungamente trattenuto sull’uso del
bellone sui (iui a cui può servire, per contrapporre vedute ragionate alla
obbiezione proposta nella Parte seconda di questo scritto, e tratta
dall’economia generale della natura. Ora appare in qual guisa combinare si
possano le idee generali e confuse, riguardanti la tendenza dell’umana
sensibilità, coi fenomeni versatili del gusto del Pubblico; e quanto a torlo da
ciò trar si pretenda, che il sentimento del bello riguardar si debba come un
criterio di verità estetica, la quale suppone un modello immobile, come esiste
nei principii teoretici delle scienze. Quand’anche esistessero questi modelli,
figli delle nostre astrazioni, non pare che la natura ci spinga a sagrificar
loro oggetti più gravi uelle opere del mondo morale. Sembra piuttosto che abbia
voluto farli servire di veicolo alla severa asprezza delle cose più importanti,
giusta il pensiero di Lucrezio espresso taulo lelicemente dal Passo. Ma io
stimo acconcio internarmi iu altre considerazioni dirette intorno al bello
contemplato nelle sue diverse relazioni. La distinzione fra il bello e X
interessante è taulo nota, che non abbisogna di lunghe trattazioni. Si sa che
il bello viene riguai dato come inerente alla forma ed alla disposizione delle
idee dell oggetto appellato bello ; talché viene tenuto come una sua qualità
così propria, che cangiato il complesso che lo costituisce, cessa di essere
bello. 1 ‘ i o contrario V interessante si riguarda come un effetto, anziché
come una qualità; un accessorio associato al bello, anziché una parte
iutegianlc di lui; talché soventi volte V interessante esiste senza il bello, o
questo senza X interessante. Tuttodì si dice: la fisouomia della tale PeiS0Ua
non é bella, ma è interessante. L’ interessante si riferisce direttamente ad un
affetto che viene svegliato iu noi iu relazione a qualche eonsido razione
estrinseca dell’oggetto stesso. Il bello per lo contrario, quantunque ecciti
piacere, si limita piuttosto ad una compiacenza conia11 piativa, quale appunto
sperimentiamo nel mirare un7 architettura, uua pittura, ed altre tali cose. VX
interessante si riferisce sovente all nido, a ìdc^ìucle il coni u so stmlimealo
ili ito nostro bisogno, o di qualsiasi pussiono usti ìo s££ a a cui 1 bigetto
può soddisfare. Ora soventi volte il bello si trova accoppiato al Y
interessante jn \nl\i) le materie di gusto. Allora l'uomo, per la contemporanea
impressione dell* uno e deli7 altro* attribuisce al bello tulio l'effetto
elisegli doveva ripartire in parie aneli e sopra l' interessante. P. per
sentire la voriLà di questo pensiero basta dare un' occhiala passeggierà, ma
atte ala. al vani generi di cose, intorno ai quali il Pubblico unire il
sentimento del bello . Noi ci avvediamo che in tutti si può accoppiare il
sentimento accessoria dell 'interessante^ e soventi volle vi si colliri unge e
fa sulla mente un effetto simultaneo, e dirò così soUdale* Supponiamo un quadro
die rappresemi Y addio di Ettore ad Androni aca* Supponiamo die riavendone, h
eotnpasidone, Y espresaioue il colorilo, il chiaro-scuro bisserò degni di tutta
lode; ma die venisse posto sull' occhio di no Pubblico che ignorasse il fatto.
Il sentìmonto di piacere, ebe un tal quadro sveglierà, sarà tutto proprio del
bello pittoresco. Ma se bugiamo che il Pubblico conosca e gusti Omero* quale
impressione proverà* oltre a quella die provò quando ignorava d l'alto? Non
solamente si sentirà svegliare in petto quel tremilo di piacere die desia il
bello pittoresco; ma per un' associazione inevitabile di itine proverà un
confuso e delicato assalto di moliti rapidi alletti, ebe colla loro commozione
accresceranno il piacere del bello. Un eroe, un padre, un marito, uu prìncipe
elio consacra il sangue alla difesa della patria: il destino di una boriila
nazione clic pende dal suo valori;; una virtuosa principessa desolata sulla sor
Le del marito: uu pargoletto die colle iuuucelili grazie dell* infanzia spando
la tenerezza; sono immagini commoventi, le quali ìli confuso sentir si debbono
da qualsiasi Pubblico intende u te e gouii ti-. ATTILIO REGOLO che RITORNA
PRIGIONERO A CARTAGINE; DORIA che col sacrificio del potere crea la libertà
della pairia, e altri argomenti di questa sorla v riuniscono certamente il
doppio cfletto del hello e dell' interessanée, 1340. In archile Lima se
vegliamo delineate, a e a gioii d esempio, le mine di ROMA, cì possiamo noi
tòrse sottrarre dal rammentare le grandi cose di ROMA ANTICA, e per un contuso
ed inavvertito sentimento ingrandir l'idea dell' architettonica maginiiccnza ?
E Nella musica disiiuguesi V armonìa dalla melodia^ la quale n o forma il più
seducente iueante simo . Una musica che non Locca il mi ore, a ragione si
pareggia ad una beltà morta. Tariini ai suonatori ili violino clic ambivano- u
visitarlo nel suo ritiromentre per dargli saggio della loro maestria eseguivano
pezzi di difficile agilità, rispondeva: Tutto è bello; ma (ponendosi la mano al
cuore) questo noti mi dice nulla ; c così faceva la distinzione fra il bello e
l’ interessante della musica istruinentale. L aggiunta dell’ interessante si
sente più chiaramente nella musica vocale, in cui all’armonia si aggiugnc l’effetto
della passione a cui le parole alludono. Per altri modi più distinti P
interessante si accoppia «d bello musicale. Una melodia nazionale, un’aria
militare che rammenta il trionio sopra un nemico, per naturai legge dell’essere
umano svegliano in un solo gruppo tutte quelle idee piacevoli che un tempo yi
si collegarono. IN ulla aggiungeremo intorno agli altri generi di bello
fantastico o intellettuale o morale o misto. Lo spirito, avvertilo a porvi
attenzione, ravvisa tantosto P interessante regnarvi iuseparalo nella guisa più
manifesta. Oguuno che conosca anche superficialmente il giuoco delle
impressioni simultanee rimane convinto ch’esse confondono talmente il loro
effetto, che anche al freddo analitico sarebbe impresa malagevole 1 assegnare
la misura del piacere che ognuna produce. 11 cuore le sente a modo di una sola
cagione: nè sa distinguerle se non allorquando si trovano accoppiate a
rovescio, cioè quando il bello si trova in compagnia del V interessante penoso,
o P interessante piacevole si trova accoppiato al brutto .Siccome la più
esplicita sensazione è quella del bello. j in quanto che la forma e la
distribuzione delle idee richiama principalmente la nostra attenzione: così la
sensazione àe\Y interessante divenendo quasi accessoria, serve ad aumentar
quella del bello; e tanto più he^a una cosa verrà giudicata, quanto più grande
sarà l’energia di questo misto effetto. Ora, parlando filosoficamente, questo
modo di giudicare non è veramente esatto; ed è mestieri separare le cagioni
combinate del piacere, ed attribuire a ciascuna il suo proporzionato effetto;
anziché usurparlo all’ interessante^ per attribuirlo tutto intero al bello, e
smentire così l’intervento dell’ interessante., o almeno sconoscerlo di ciò che
gli è dovuto. Pero i gì ridici i del Pubblico saranno sempre recali in questa
maniera. La natura che vide l’abbaglio non essere nocivo, ne lascio
provvidamente sussistere la cagione. I grandi artisti, sia per un avvisalo
sentimento, sia per un confuso barlume, sentono che l’unione del bello e dell’
interessante, anche là dove pare sfinire all’occhio, è il più e^' cace mezzo ad
ottenere la stima più grande del Pubblico. Quindi scelgono quegli oggetti che
per molti altri fini divengono interessanti alla società. Chi può dubitare che
uno scultore scegliendo a rappresentare un eroe caro alla patria, non riscuòta
maggiori applausi dalla sua nazione che rappresentando uno straniero ed
incognito personaggio? Ora P esempio di Attilio Regolo, di Doria, e di altri
simili a loro, non è forse un impulso alla virtù? Da una muta tela, da un
freddo marmo, da un insensibile metallo, che offre le immagini degli eroi, lo
spettatore trae un’ispirazione di meraviglia e di emulazione. 1345. Da ciò si
ricava per tutti gli autori delle opere del bello una regola nella scelta dei
soggetti, la quale coincide con quella delle scienze e delle altre arti. 1346.
L’uuioue del bello e c\e\Y interessante è una sorgente di varietà di giudicii
intorno al bello, se si paragonino quelli di un privato con quelli del
Pubblico, quelli del Pubblico di un paese con quelli di un altro, di un secolo
con un altro secolo. Questa varietà, supposta pari ogni cosa dal canto dei
rapporti del bello reale, non consisterà che in una diversa misura di piacere e
di stima, seuza passare a generi opposti di sentimento. Riassumendo gli esempli
sovra riportati, chi non vede incontanente che il quadro di Ettore doveva
sembrare assai più bello al brigio che al Greco? Il Frigio didatti vi
aggiungeva un sentimento di più; e questo si è F interesse e la gloria nazionale.
Così al Romano quello di Attilio Regolo, al Genovese quello del Doria debbono
sembrare più belli che ad uno straniero : quindi si può dire che il primo e più
forte grado del piacere è riservato al Pubblico a cui la rappresentazione
pittoresca più strettamente si riferisce. Il secondo e men forte grado si è
quello che in ogni colta ed imparziale società F interessante risveglia in
forza di quegli stabili e preziosi vincoli di affetto che la natura pose nel
cuore umano. Si potrebbe formare una scala, in cui ponendo tutto il restante
pari, tanto dal lato della dipintura quanto del discernimento degli spettatori,
si farebbe sentire una graduale progressione di intensità nel piacere che
deriva dall 'interessante congiunto al bello, la quale si estendesse ad un
numero sempre maggiore d’individui. Così il ritratto di un amante può sembrar
più bello ad un individuo, che alle altre persone di una famiglia; quello di un
antenato può sembrar più bello a una famiglia, che ad una società; quello del
fondatore di un corpo o del capo di una setta può sembrar più bello ai membri
che la compongono, che alla nazione intera; quello di un eroe, di un re
benefico, più alla sua nazione, che ad una straniera; quello di un nume a tutti
i seguaci d i una data religione, più che alle nazioni che ne professano una
diversa ; final nmi ricerche sulla v vuur i A’ dei giudicii, ec mr?nlcr J
immagine dell’ inventore di un’ arte o ili un bette di citi ^aJoiju luttr le
civili società, può sembrar più bello alle nazioni poli Liete* rlu: n quegli
uomini dm non vivono sotto siffatto redime, L esempio preso dal in' Ilo
pittoresco sì eSteinle rr^tivol rilento a rutti gli altri generi di bello
fantastica o morale o Intel letto ale o misto. UlÌ può dubitare die al Lìiéco
t:d al Romano un dramma, ua poema epico, una storia, nu brano ^ docpienza, che
alludano ad uu avvenimento nazionale, non debbano sembrare assai più belli dio
ad una straniera nazione l Alla stessa nazione poi deve apparire molto più
aggradevole, se essa e LuLLora costituita iti circostanze pressoché simili al
buio avvenuto, che se sì ritrovasse in un sistema d’iuicrcssi del Lutto
disparato. L immagine c i fatti di i biglie] ino Teli sembrerebbero forse
egualmente pregevoli e belli allo Svizzero vivente sotto il governo monarchitcS
chc sotto il repubblicano? È facile moltiplicare le applicazioni: e flap*
portutto 1 esperienza comproverà ad un attento indagatore l1 efficace influenza
dell interessante nei giudicai che iì Pubblico forma sul balbi i qualsiasi
genere- Da ciò si può trarre una regola logica intorno alla validità dei
giudico del Pubblico sul bello preso rigorosamente come tale: siccome nella
ricerca delle verità bisogna sottrarre le i junu rilà che derivano da mia
parzialità straniera. Mu siffaLLi operazione è più agevole ad eseguirsi e o n
una specuì t l tJva astrazione, die medio □ f e u □ a sicura direzione [ira
ben. Abbiamo veduto che ud mescolameli tu dello impressioni del bello o dell
interessante la mente del lilosofo assai difli ci 1 mento potrebbe se parare 1
effètto che ognuno dei due prmcipìì produce. Periodatanto più difficilmente ciò
si potrà ottenere ud casi pratici dei giudica ih! Pubblico intorno alle materie
estetiche, onde rilevarne la vera ftittiutt di verità, 1350, Tri generale
contentiamoci di dire che i giudicii del pubblico fanno fede della bellezza
dell'oggetto ma questa fede si sminuisce a proporzione che un estraneo
interesse concorre ad alterarne hi imjuvssiGxis. Questa regola ravvolge nel suo
concetto l'opinione dell’esistenza del bello o del turpe ^ i epa li per sò
medesimi siano capaci a recare una impressione aggradevole o disaggradevole.
Quindi si presenta uiP altra ricérca, od è: se i giudicii del Pubblico sul
bello schietto sabbiano a tenere per criterio di verità estetica ; vale a dire,
se il Pubblico pronuncia una cosa essere più 0 meti bella, ovvero turpe, si
debba per ciò stesso ammettere che realmente -sia tale quale egli la glU"
j deden ritmi ac tneiilnr bonus 0). » 1 433. Couchiudiamo. Le materie
politiche, e special tocn Li; fica di esse, si possono a buòn diritto riporre
fra quelle sulh 1N,J 1 1 Pubblico unii s’ha a tenere per giudice assoluto. Su
questo l;,JllliTI non mi arresto ulteriormente (m: ni capo \ n QucsLu parola
merito munto viene tuttodì usata in lauti diversi significati, che se seuliamo
darne una definizione ci si allacciano alla monte più idee, le quali ora
ammettono ed ora escludono certi elementi che in diverso aspetto sembrano iu
Destarsi sopra un fonde comune. 1435. È noto che dalfuso volgare di funesta
parola viene spesso disegnata una mera capacità a produrre in generale qualche
utile 0 piacere, In questo senso il merito si applica anche alle cose lira
gioii evo li ed inanimate. Dicesi: il tal componimento* la tede pittura ha
qualche merito. lieti é vero che più esalta mente a siila L Le cose viene
applicato V attributo di pregio o di valore. Parlando anche degli esseri umani,
ed avendo relazione a qualche dono di natura, si usurpa la parola di merito per
indicarlo. 1 43 G. Del pari questo vocabolo si applica alle azioni ornane, in
quanto venendo prodotte con intelligenza e con libertà, acquistano al loro
autore un diritto od una relazione morale a conseguir qualche bene, od a subire
qualche pena. Allora il merito si riferisco ad una qualche leggo morale. Cosi
dicesi che l’uomo dotato di ragione è capace di merito e di virLù, di demerito
e di vizio. 5 1437. Finalmente il merito si applica a significare qualche
talento, qualche disposizione pratica ad esercitare atti utili o belli ^ o in
qualunque altra guisa pregevoli, ed a creare certe produzioni di mano o d’ingég
n o co ii espressa coguizion tre libo r t A Questa specie dì meri io e \ pi dio
che è proprio della moralità delle azioni hanno questo di comune, 'clic in
chiudono nel loro supposto il concetto àc\Y imputazione^ senza la quale
qualunque uomo, benché sia fornito di qualche cosa pregevole, od ottenga
qualche bene od onore, o faccia qualche atto stimabile, dicesi essere senza
merito, lo breve, per attribuire merito a taluno si esìge una potenza
conoscente e libera, la quale sia cagione deireffeLLo premiabile. Nel caso
nostro perù si tratta di una potenza prossima ad un effetto praticabile, o, a
dir meglio, di ufi abito morale a produrre pensieri, ad esercitare atti, a
formare opere con disegno e con libertà, le quali siano nei rapporti del hello
o de IL utile. 1 439, Ciò premesso, si chiede se il Pubblico sìa giudice pompe
tenie del merito^ e se le sue decisioni s’abbiano a teucre per un criterio di
verità. La risposta a questa ricerca in gran parte ù già fatta mercé le cose
deltc più sopra. Imperocché qualunque esterna opera, d’onde uu uomo si può
conciliare l’opinione di aver merito* si riduce ad alcuua delle materie sopra
esaminate. Quindi verificandosi solamente il fatto che taluno ne sia autorete
che il Pubblico giudichi con cognizione diretta delle opere sia intellettuali,
sia morali, sia fisiche, si ha una tessera della validità de’ suoi giudicii
intorno al merito. Quello che rimane propriamente ad indagare si è, quali
requisiti debbano concorrere ad accertare se il Pubblico attribuisca merito a
taluuo con fondamento, oppure temerariamente: e se il diverso pregio iu cui
tiene le diverse specie di merito, e la stima che ne professa, si abbia a
tenere come il criterio della vera quantità del merito di un uomo. Agevolmente
si scorge, che se oguuuo non può essere vero giudice del proprio merito, il
giudice essere non può che un terzo: ma se questi fosse un semplice privato,
potrebbe più lacilmenle soggiacere alle eccezioni difettose della ignoranza o
della parzialità. Dunque per togliere di mezzo, per quanto è possibile, tutti i
vizii del giudicio non v ha miglior espediente che quello di ricorrere al
giudicio del Pubblico: ivi almeno svaniscono i piccoli particolari interessi
contrarii al mento. Ma ciò non ostante molte volte il giudicio del Pubblico,
preso indistintamente, non può assicurarci del merito. Queste considerazioni
possono cadere tanto sulla cognizione, quanto sugli affetti del Pubblico.
Esponiamoli paratamente. Articolo I. Dei giudicii del Pubblico sul merito per
rapporto alla cognizione che ne può avere. Trattando dei giudicii del Pubblico
sul merito di qualche uo ino particolare, non si deve dimenticare che talvolta
un Pubblico giudica del suo proprio merito, facendo elogi all’ ingegno e all
indole e a propria nazione. E troppo noto V accecamento dell’ orgoglio naziona
Quindi il voto delle altre nazioni tult’ al più potrebbe divenire uu mezzo
egualmente competente a giudicare del merito del Pubblico di un tao paese, come
questo lo è per rapporto ad un privalo. Un celebre scultore francese a decidere
la troppo strepitosa controversia intorno la premi nenza della musica italiana
sulla francese diede peso alle ragioni in vore della prima. Ptagionaudo quindi
del merito dei particolari, due cose con vien distinguere nei giu dicii del
Pubblico: vale a dire le notizie difetto parti; j (>80 ri.sguairtla.nLi le
prove ed ì molivi ptu quali si possa giudicare aver tabulo mi merito} e la vera
cognizione de! valere e dei gradi del medio medesimo- 1445, Rapporto al primo
punto, o le prove sulle quali il Pubblico pronuncia stantio 'Spilo gli occhi di
lutto il Pubblico, come quando si tratta di ima rappresentazione teatrale, d?
uu libro iu lìbera circolazione, d'ima cosa esposta nei luoghi pubblici; o
siffatte prove gli vengono Lram amia te per altrui privala tradii ione. Nel
primo caso rimane ad indagare scegli abbia le cognizioni e disposizioni
convenienti: e se la maggior patte degl 'individui che Io compongono siano
proporzionati a recare un gì ridi ciò, sul valor del quale si possa nutrire
fiducia. Nel secondo caso è indispensabile riscontrare tulle quelle condizioni,
mercè le quali egli può venire accertato dell* esistenza di un fatto
particolare. Noi qui non ripetei cruci ciò die ai è giu esposto su questo
articolo (veda! Capo llì. ili questa Sr/., Art. Hi Solo faremo riflettere che
il merito .y la cui esistenza uon è legittimamente comprovata, deve ascriversi
al novero di quelle tante vane credènze di cui tuttodì si moltiplicano gli
esempli. Non perciò ragion evo I mente si negherà die un tal uomo, vantato come
meritevole senza prova alcuna esistente sotto gb occhi del Pubblico, sia
Investo di merito. Piuttosto sì sospenderà il giudirio, e con un si dice -s*
evi Lenì dì a doti a ro ima falsa opinione. Passiamo ora ad esaminate il
gibdìcio del Pubblico sull’uO' ino di merito, ì cui titoli siano per la parie
di fatto indubitati. Per conoscere u meri Lo dì ima persona bisogna rilevare
ima connessione fra a di lui talenti o d carattere movale, ed uu modello ali
verità o di bellezza, o uu effetto Stimabile o perfetto. Tutto questo importa.
che chi deve giudicare conosca il pregio della cosa, ed eziandìo conosca i
mezzi pei quali taluno sia giunto a produrre ì azione qualunque die serve di
fondamento e di titolo alla stima del Pubblico Ciò riesce perfeLta mente
identico con quanto abbiamo detto sui gin elidi del P Libidico intorno alle
verità di riflessione^ intorno al giusto* al buono ed al bello. Laonde se si
usano gli stessi canoni, i giudicii del Pubblico intorno al merito avranno
sotto questo rapporto la medesima autorità che rivestono allorquando si
aggirano sulle ricordate materie. Qui prego a richiamare eziandio quanto
abbiamo notalo sull' uomo superiore al smsecolo o sull’ nomo prontamente
celebre. Per quello poi che riguarda i mezzi, mercè dei quali Idiomi
particolare ha acquistalo opinionedi mento*, non y’ ha dubbio die quanto piò di
cognizione; c di arie la loro esecuzioni: importava) lauta piti il me dette più
sopra. Imperocché qualunque esterna opera, d’onde un uomo si può conciliare l’
opinione di aver merito, si riduce ad alcuna delle materie sopra esaminate.
Quindi verificandosi solamente il fatto che taluno ne sia autore, e che il
Pubblico giudichi con cognizione diretta delle opere sia intellettuali., sia
morali, sia fisiche, si ha una tessera della validità de’ suoi giudicii intorno
al merito. Quello che rimane propriamente ad indagare si è, quali requisiti
debbano concorrere ad accertare se il Pubblico attribuisca merito a taluuo con
fondamento, oppure temerariamente : e se il diverso pregio iu cui tiene le
diverse specie di merito, e la stima che ne professa, si abbia a tenere come il
criterio della vera quantità del merito di un uomo. Agevolmente si scorge, che
se ognuno non può essere vero giudice del proprio merito, il giudice essere nou
può che un terzo: ma se questi fosse un semplice privato, potrebbe più
facilmente soggiacere alle eccezioni difettose della ignoranza o della
parzialità. Dunque per togliere di mezzo, per quanto ò possibile, tutti i vizii
del giudicio non v ha miglior espediente che quello di ricorrere al giudicio
del Pubblico: ivi almeno svaniscono i piccoli particolari interessi contrarii
al mento. Ma ciò nou ostante molte volte il giudicio del Pubblico, preso
indistintamente, non può assicurarci del merito. Queste considerazioni possono
cadere tanto sulla cognizione . quanto sugli affetti del Pubblico. Esponiamoli
paratamente. Trattando dei giudicii del Pubblico sul merito di cjualcl mo
particolare, non si deve dimenticare che talvolta un Pubblico dica del suo
proprio merito, facendo elogi all’ingegno e all imo e propria nazione. È troppo
noto P acciecamento dell orgoglio nazioi Quindi il voto delle altre nazioni
tutt’ al più potrebbe divenire uu m | ^ egualmente competente a giudicare del
merito del Pubblico di uu paese, come questo lo è per rapporto ad uu privalo.
Uu celebre sonilo francese a decidere la troppo strepitosa controversia intorno
la pie™1 uenza della musica italiana sulla francese diede peso alle ragioni m
vore della prima. Ragionando quindi del merito dei particolari, due cose vien
distinguere nei giudicii del Pubblico: vale a dire le notizie ci/ risgttardanli
le prove ed i motivi pei quali si possa giu di care aver tal trito fin merito:
o la vera codili /dono dd valore e dei gradi del merito medesimo. Rapporto al
primo punto, o le prove sulle quali il Pubblico prou un eia stanno sotto gli
occhi di lutto il Pubblico, come quando Si tratta di una rappresentazione
teatrale, d1 nu libro in libera circolazione^ d’uua cosa esposta nei luoghi
pubblici: et siffatte prove gli vengono tramandale per altrui privata
tradizione. Nel primo caso rimane ad indagare scegli abbia lo cognizioni e
disposizioni convenienti; c se la maggior parie degl* individui clic lo cdfiut
pongono siano proporzionati a recare un gl udlrio, sul valor del quale si possa
nutrire fiducia, Nel secondo caso e indispensabile riscontrare lotte quelle
condizioni, mercé le quali egli può venire accertalo dell’esistenza di un fatto
particolare. [Noi qui non ripeteremo ciò die si è già esposto su questo
articolo. Solo faremo ri ile Iter e. che il merito la cui esistenza non r
dritti inamente comprovata, deve ascriversi al novero ili quelle Laute vane
credenze di cui tuttodì si moltiplicano gli esc m pii. Non perciò rag! ou evo I
mento si negherà che un tal uomo, vantato come meritevole senza prova alcuna
esistente sotto gli occhi del Pubblico, sia fornito di merito. Piuttosto si
sospenderà il giudici®, e con mi si dice s*evi lem di n dottare una falsa
opinione. Passiamo ora ad esaminare il giudicìo del Pubblico stili* uomo di
inerito, i olii titoli siano per la parte di fatto indubitati. Per conoscere il
merito di una persona bisogna rilevare una connessione fra ì di lui talenti e
il carattere morale, ed no modello dì verità o di bellezza, o un elicilo
stimabile o perfetto. Tutto questo importa, che dii deve giudicare conosca il
pregio della cosa, cd eziandio conosca i mezzi pei quali taluno sia giunto a
produrre Fazione qualunque che serve di londarnento e di titolo alla stima del
Pubblico. Ciò riesce perfettamente identico con quanto abbiamo detto sui
giudici! del Pubblico intorno alle verità di riflessione intorno al giusto, al
(mono ed al belio. Laonde se si usano gli stessi canoni, ì giudicai del
Pubblico intorno al merito avranno sotto questo rapporto la medesima autorità
che rivestono allorquando si aggirano sulle ricordate materie. Qui prego a
richiamare eziandio quanto abbiamo notalo su IF nonio supcriore al suo secolo c
su 1F uomo prontamente celebre. Per quello poi die riguarda i mezzi* mercé dei
quali Fuouin particolare ha acquistalo opinione di merito, non v’ha dubbio che
quanto piò di cognizione e di arte la loro esecuzion : importava^ tanto più il
me l'ilo medesimo cresce, a motivo appunto che il suo carattere essenziale
importa intelligenza e liberta. Su dì questi messiti si può pensare clic un
Pubblico ^ comunque intenderne., noti possa mai essere adequataruectc informalo
3 onde recare una illuminata decisione. Conciassi adì è il pili delle volte
refletto esterno non manifesta quanto siasi contribuito ili artificio, di
fatica, di cure, di virtù e di cautele. Se t pochi e rari conoscitori giungono
ad avere qualche lume intorno a questo proposito, lo ottengono piuttosto
paragonando quello che a Ih irò stessi costa ima eoa dello stesso genere, die
per una diretta comprensione dei mezzi lEp6" gali dall'uomo di merito*
Pcrlocliè il già die io del Pubblico uou puA essere giammai un perielio e
adequato criterio del merito iulkra di un nomo. n Dei gntdkìi dei Pithblieu sul
me ri lo, considerato uvi rapporto dritti rii luì stima. Pino a qui dir si può
dm io abbia ragionato sopra uea ficai possibilità e sopra uu’ ipotesi*
attesoché per comodo dell analisi b° !iLP rato nei giudi di del Pubblico la
cognizione dagli affetti* Il fatto sta i"1che uo merito non isti maio
comunemente unn viene riguardato comi; merito, ma unicamente come talento di
produrre cose di uhm , Io generale, quantunque sia vero che la solida e vera
a-i ^ debba essere lo scopo delle opere e dei pensieri dell uomo i, veti. \ .
tuttavia in latto pratico rosta a determinale se >i qualunque circostanza il
Pubblico possa essere Leon conoscitore n que sia comune utilità, c se
efleLtivamente la conosca e la risconto produzioni *, quindi determini la sua
stima a norma del vero f. j o se pure molte volte lo sconoscale quindi non gli
renda la gius11* che Mi è dovuta. Si noti bene: altro è din1 clic il Pubblico
tiJ‘ altro è dire che, esondo ; due la sua stima se non se al merito olili? a
lui: qualunque merito realmente utile . In stimi sempre. Questo so a a
proposizioni totalmente distinte. La prima è vera, eri è indora monte conforme
ai rripp0^1 dell’ amor proprio r, della ragione. Uoll’amor proprio; conciossia
> ben noto che ciò che porta seco Pi-dea eli un nostro vantaggio deve eoo
odiarsi per Jcuge ili fatto il nostro amore! e vi sì deve accoppi31 u :T\. u,..
i, Ula difficob della nvll’ csecu/dotiC; nude d suo autore riveste una specie
di stipiì senti mento piu nobile di pregio quando ci avvediamo loriiif ti di
sopra della comune. E poi conforme alla ragione 5 a motivo che la natura ci
addita l’importanza e la nobiltà della sociale virtù. 1452. Solo convien
rammentare, che siccome vi sono anche delle virtù di pregiudicio, così può
anche esistere un merito ed una stima di pregiudicio. L’opinione dell’utile
presente o futuro, politico o religioso, detta i sentimenti del Pubblico. Senza
ricordare la stima agli àuguri, agli indovini, agli astrologi, di cui tutte le
popolazioni furono prodighe, non vediamo noi ad arditi impostori tributarsi una
sentita stima presso molti popoli anche oggidì? Dunque la stima del Pubblico
non è sempre adequata al vero merito, e per conseguenza non può essere norma
sicura ed universale a contraddistinguerlo. Ma evvi ancor di più. Supponendo
anche un oggetto veramente stimabile sotto gli occhi del Pubblico, egli non si
sentirà spinto ad apprezzarlo fino a che almeno non gli venga evidentemente
mostrato nei rapporti pratici di una immediata e materiale utilità. Prima di
vedere una siffatta connessione egli sarà avaro della sua stima; e quindi il
merito rimarrà negletto, e soventi volte disprezzato. Pure hanuovi certi rami
delle arti e delle scienze, i quali sono, per dir così, le radici dell’albero
che fruttifica a prò del Pubblico. Senza queste radici egli non coglierebbe
certamente il fruito. Ma il Pubblico non è grato se non a coloro che glielo
spiccano e glielo apportano, e non apprezza il merito prodigato intorno alle
radici. Tali sono le scienze solidamente teoretiche, senza delle quali non
sarebbe possibile giungere ad alcuna utile scoperta. Ma se queste si trovano un
solo grado fuori della più immediata e presente utilità, il Pubblico non ne fa
pregio, e le riguarda come cose di vana curiosità. Un primo sguardo del senso
comune non estende taut’oltre le sue vedute. Ma qui non finisce peranche la
cosa. Date due azioni notoriamente importanti e vantaggiose, il Pubblico non
accorda sempre una stima proporzionata al grado della loro utilità pubblica, ma
sì bene a tenore del più o meno forte accidentale sentimento eli’ egli ha di
tutte queste cose. Se le vicende degli umani eventi fossero sistemate su di una
scala di proporzioni morali; se la nostra attenzione, la nostra fantasia, e la
forza dei nostri desiderii, delle nostre speranze, dei nostri timori, delle
nostre urgenze fossero proporzionate al merito delle cose, io di buona voglia
accorderei che il sentimento del Pubblico potesse pur anco servire di norma a
fissare i diversi gradi del merito. Ma siccome anche avendo sottocchio le
circostanze tutte del merito avviene sempre che non vi presti il dovuto esame;
e più occupato a godere del beneficio, che ad esserne riconoscente verso Fa
utore, non calcoli il vero grado Um di eccellenza : così il Pubblico deve bene
spesso mostrarsi i u giu sto per recesso e per diletto. A eoulerinare questa
verità fìngiamo uno di quegli uSempii* dei quali sovente vediamo il modello
nella storia di Lutti i popoli, lo gè aerale vince ima battaglia contro un
esercito incanìminato verso una capitale, 1 □ politico eoa avveduto Irutlalive
allentata una guerra clic sarebbe stata ancor [dù fatale, perchè con un nemico
mollo piu poderoso ed agguerrito, il Pubblico non ignora tal fatto, f tuU.i I
estensione del pericolo ila cuj il negoziatore Io sottrasse. lappine il
Pubblico attornia il generale vittorioso) Io accompagna iu trionfa, gli L N^e
statue, v riguarda il negoziatore come un grande riguarda tiu m bLjoii servo.
Pure il bene ebe il politico reco fu realmente maggiore I quello dm recò il
generale. Egli senza sanane, senza spese, senza terrari jli - ij I anò un
nemico assai più pericoloso. L’altro all’ opposto non potè contro nu rneu furie
u* urico otLeuere lo stesso bue se non col sarriljciu di molte vite, col lutto
di molte famiglie, e colla perdita di molli lesali. N-' dir si può che derivi
ria ciò, die i talenti dell1 uno siano 1 uferiori a quelli dell'altro. E noto
die le viste di un avveduto politico sua o pili complicate di quelle ili uu
generale. i, Ala por togliere anche quest'apparente diversità si sappDtigano
due generali . I’ nno dei quali vinca il nemico al remoti confi aidr:J| impero,
e l'altro lo scoti figga alle porte della capitale, fo sono cuiidfe dto al
primo non si tributerà giammai la stessa ammirazione clic vien dimostrata all
altro. Il timore medesimo fa piu 1 orlc me ale avvertire al pericolo* c lo
ingrandisce, e rende vieppiù interessante il becchetti ricevuto: bandii:
l'utilità sia pari . c la difficoltà vinta sia miuore. Perlock Rvvi un ardore o
un languore d1 interesse, il quale infiamma o rallreddàt I immani nazione,
perpetua nutrice dei nostri alleili* Conchi udì am£Jj clic 1 opinione del
Pubblica non può indicare la vera misura del mèrito nemmeno quando ò uuLorio, c
tnlti gli aspetti di luì iu sono JunHtima* mento presenti, e I oggetto di lui c
giusto e granfie, 'S I4uf>. S\ potrebbe a udì e q ni a t tendere l 'opera
del tempo > ^,J (F‘1^ lasciando calmare V effervescenza di uu preso ala neo
interesse m progresso prescolare una più matta misura del merito evidente e
fidibliou. Ma se il tempo modera gli eccessi della immaginazione* malte radi1
adda dui lutto quei scotimenti i quali abbisogna v ano d’f^1'0 T^P" più
animati, lo però sono ddvviso. elle non intorno alla misura del tifa rito, ma
sì bene in torno alla solidità dell 'oggetto di lui SI tempo sia itia tuetra di
paragone, per cui E uomo di merita acquista dai posterà qftfclftf ;,Jie gli
venne negalo da’ suoi contemporanei. Il manoscritto che noi possediamo ha fine
con questo Capitolo, in calce al quale si trova la seguente intestazione
aggiunta di pugno dell Autore. Cap. Vili. Raccozzamento e prospetto del
complesso dell’ Opera. Recensione delle circostanze generali e speciali, in cui
il giuclicio del Pubblico pub essere tenuto come criterio di verità.
Conclusione. Questo titolo sembrerebbe annunziare compiuta la discussione
dell’argomento. Se non che si trovò fra gli scritti inediti un brano, scritto
tre o quattro anni dopo, in aggiunta alla dottrina del bello. È un sollecito
abbozzo, o piuttosto una prima nota di pensierima fa credere che l’Autore meditasse
una generale ampliazione del suo lavoro. Più volte eccitato a pubblicare quest
Opeia die da tanti anni giaceva inedita, palesò il proposito di rifonderla e
modellarla su quei vasti disegni che nella lunga meditazione, nell’ esperienza
del secolo e nella pratica delle cose era venuto architettando. Questo
frammento per verità non era destinato a venire al cospetto del Pubblico nella
sua presente forma; ma sembra ad ogni modo che i pensieri che vi si adombrano
sembrassero alT Autore non indegni d’essere conservati. Il perchè non ci parve
convenevole di abbandonarli aU’obblio. Ltiggv della con tinnita. Si riferisce
ai paragrafi 4-fìi, e 13.05 ai t-4-np \ 4,7. Nell Opera inviolata AVeerc/te
tWAitó ek£ et uditi i l - i.fH, .itictl*. vmnnw IIM gvtuuufl del Pubblico a dis
cerne te il vero dal falso Lo indagato F origine Jd sentimento del bello per
rischiarare i fenomeni se eli menadi del gusto, Onesta teoria è fondata nella
economia delie umane facoltà, c nella unità sistematica dei principi! motori
del mondo morale. La misura necessari ri del! umana comprensione e del giuoco
delta memoria nel riprodurne :e conservarne le idee entrano come elementi rii
spiegazione. Le due grpudi leggi deir associ abilità delle idee, e
particolarmente Y analogia* spiegai-io j l' oo me ni degli accompagnamenti:
quella della misura comprfensiva spiega gLiutervallL i riposi, la distribuzione
equabile delle parli; éd unendosi entrambe, spiegano quello deli* unità e della
semplicità. Queste due, congiunte poi col senso fondamentale ed e speri
ritentale de! piacere. o5 dirò meglio, del desiderio del piacere., spiegano il
bisogno della varietà nelle idee piacevoli; per cui si La nel minoro spazio la
maggior somma compatibile colla semplicità, coll1 unità, e con quella moderala
estensione che si proporzioni alla forza rappresentativa della memoria e alia
capacita comprensiva dell* anima. A cui se si aggiungi I altere s* sante 9 si
produce il massimo di diletto. Si può dire allora: opiM tulli punctum. Questa
teoria riduce così i fenomeni alle leggi primitive dello spirito umano; ma par
tuttavia Ita bisog no di un'aggiunta. Questa nguarda la gradazione, la
successione c l’ordine delle varie idee piacevoli Ò® entrano nelL oggetto, e
più precisamente la legge della continuità estetica. S Là. ^8, Per rischiarare
lo stato della ricerca distinguo: 1 ■ L estensióne totale del l'oggetto che dì
cesi bello* 2d La divisione delle sue [farti corrispettivameuto alla facoltà
comprensiva umana. d*° La varietà ira gli elementi. 4." La lacile loro
cospirazione AY uniti f . che ne j ! capitola c couHundc il e ance Lio: ciò
chi* appellasi ordine. In lodevole seni pii e itti, cioè l’ economia nella
varietà per corrispondere alla facile comprensione; cosiceli è gli elementi non
siano lauto stivati ila rendere difficile II pronto sentimeulo, uè tanto scarsi
da renderlo languido. (1° La distribuzione, per cui queste variet à vengano
race Muse dentro certi spazii e con certo ordine, oltre i quali sta la confusi
onc^ come al di sotto sta Sa insipidezza; e abbiano luogo i riposi, die possono
essere una nuova fonte di piaceri relativi* T.° Gli accompagnamenti per cui la
energia deirìmpressìone venga a fu Tata con una specie di ripercussione ogni t
piai volta la serie cominci iuì eccedere la forza comprensiva dello spirito.
Dopo Lutto questo rimane a schiarire come le varie singolari idee debbansi
succedere per produrre il primo necessario elicilo dellarmoidn. Resta dunque a
parlare della gradazione, successiva^ ossia della continuità accoppiata alla
varietà medesima. La varietà si riduce alla differenza scambievole della loro
intrinseca qualità o quantità rappresaltatila. Si Lrova p. c. ndl^sperieoaia,
die certi colori collocati successivamente fanno piacere all’occW mentre altri
cosi successivamente accompagnati non fanno che dispiacere. Si trova die una
forma protratta giusta una certa linea fa piacere, e quindi nasce la curva
della hdlez&a; ma protratta in una maniera diversa ? non fa piacere. Del
pari una data voce elio succede □ si accompagna ad un' altra produce r armonia
musicale, mentre un3 altra ih dissonanza. Qui non Vale propria mente la teoria
della varietà^ perchè élla può coesistere a questi difetti: non vale la teoria
della sempUciih* perdi è gli dementi possono essere nel giusto numero ed essere
tuttavia disarmonici: non vale parimente la teoria thAl'onìine. àcU’ untiti e
della distribuzione. Ciò premesso, si ricerca quale sia la teoria fondamentale
del piacere annesso a questa intrìnseca graduale armonìa* Essa deve cospirare
colia teoria del hdlo^ ed esserne un necessario accompagna mento. ]I giuoco del
sensorio e della memoria, per quello thè riguarda l intensione sola delle Idee,
non può essere soddisfacente. A questo aggiungiamo 5 che iva due idee comunque
diverse non si vede ragione per cui luna debba avere piuttosto affinità con
certe, che con certe altre. Parlando metafisicamente. la diversità è una
qualità outo logica, fondamelilalo* semplice, indivisibile-, die non può essere
cangiata senza upugiiauza, ossia senza violare i fondamenti di ragione. In una
parola* due idee diverse lo sono per infinito od eguale concetto di distanza.
Con tutti questi riflessi presentì rn propongo mi pensiero clic uou voglio
adottare come vero, nò rigettare come falso, lino a die non si esperimenti alla
dimostrazione. Eccolo. Se nel succedersi di due idee varie si eccitasse il
sentimento di una terza per un mero tacito accompagnamento, che cosa si
produrrebbe? Vi avrebbe: 1.°il piacere assoluto di queste due idee; 2. il
piacere relativo per la successioue ed il paragone loro : 3.° il piacere
relativo pel doppio rapporto colla terza tacita, e inoltre uua ripercussioue di
energia che rifluirebbe sulle due iblee espresse. E questo lutto iu uu solo
punto. Se all’ opposto queste due idee si succedessero senza eccitare
secretameutc quella terza, uou •.mei che il piacere prodotto da esse due
immediatamente, e più oltre ancora io sentirei uua disarmonia. I Se questa
terza idea, che già per se viene suscitata dalla puma, e che pei l altro
estremo di connessione può giovare alla seconda, venisse espressa, certamente
si diminuirebbe assaissimo il piacere ^ poieh' si allontanerebbe l’ impressione
simultanea fra le due idee estreme pei espiimerne una intermedia, la fruale
viene già suggerita da sò. ) i o. AH opposto se invece si scegliessero fra le
idee espresse due clic non siano valevoli ad eccitare una tacita idea
intermedia qualunque, quale consegueuza ue verrebbe? Il seusorio, in cui le
impressioni successive non si possono fare che in tempo determinato, si
potrebbe forse trovare affetto iu guisa da uou seguire agevolmente le leggi a
lui propiie, e quell affluita graduale di moli che è propria alla di lui
natura, e che auzi questa venisse controvertila; o almeno la espansione di lui
uou venisse avvivata o secondala, ma lasciata cadere ed estinguere. 146 4.
Volgiamo ora alla verità dei fatti. Uua legge naturale della memoria si è di
risvegliare, per un solo uodo di analogia e di affluita, idee che 1 uomo
contemporaneamente non ebbe. Una idea simile è la medesima idea ripetuta, e
però vi corrisponde la medesima impressione dal sensorio. Risveglialo questo
movimento, si risvegliano anche gli altri associati dalle circostanze, e però
anche le idee corrispondenti. 1465. Due idee analoghe non sono due idee
identiche, ma talvolta non hanno clic un’affìuilà di rassomiglianza assai
rimola. Ciò stante, tutto quello che uou è rassomiglianza è vera differenza. Se
l’uomo non fosse disposto a percepire che le perfette somiglianze, ossia lo
vere identità, e non fosse per necessaria legge indotto a percepire anche le a
finita meno viciuc, accadrebbe mai questo fenomeno di latto? h uomo è
costituito in guisa da percepire una serie di idee giusta una certa ostensione
di affinila, senza che a ciò sia necessaria una impressione esteriore. Ma
queste affinila lianno un confine. La minima differenza graduale, unita alla
più vicina rassomiglianza, va via via estendendosi in ragione inversa; cioè a
dire, a proporzione che si aumenta la Carenza si diminuisce la rassomiglianza,
e viceversa. Questo costituisce la continuità. Si può graduare la voce così,
che il passaggio dal tono più acuto al più grave si faccia d’una maniera
impercettibile. In una lunga lettura fatta ad alla voce si offre questo
fenomeno. Nei colori le gradazioni e le sfumature si possono fare in guisa, che
l’occhio non possa determinare il punto preciso del cambiamento. Se si
sopprimono queste impercettibili gradazioni, si hanno le sensibili differenze,
e senza ti queste le rassomiglianze hanno una ben estesa espansione. Quali
considerazioni somministra questo fenomeno. La differenza è un modo di sentire,
ma non è percettibile che a certi determinati intervalli, fuori dei quali per
l’essere senziente non c’è vera mente differenza. Ma s’è certo che si può
passare a questi intervalli per gradazioni impercettibili, è pur vero che i
nostri organi sono fatti per sentire queste impercettibili gradazioni. 1469. Se
la gradazione non si può fare che di una sola maniera, nè può stare in arbitrio
dell’uomo il produrla eccitando d sensorio in altre maniere, è pur anche certo
che le leggi della di lei impressione sono necessarie. 1Se le gradazioni
vicinissime non somministrano il senso chiaro della varietà, ma bensì
sovrabbondano in quello della uniformila, e chiaro che non possono essere nei
massimi rapporti del bello, che esige la varietà. Se finalmente le analogie
servono di eccitamenti a risvegliale idee corrispondenti, è chiaro che fra due
idee d’una determinala varietà se ne debbono eccitare altre inavvertite
intermedie d’una minore varietà, che possono dare come una sfumatura di
piacere, e clic pure debbono ad un tempo stesso avvicinare l’impressione delle
idee anteriori e posteriori espresse, che non sono rimote da essa idea
sottaciuta ed inavvertita, e produrre così il piacere già disegnato nei
prenotati ante tm Yi“ chiamate t set hctltiicnle^ ossia coi segui di
convenzione, 10. Questa osservazione è forse nuova, tua è importa u Le e
decisiva yw la sorte iutiera della scienza. Essa abbisogna non solamente, come
Lai riire nostre produzioni intellettuali, d’essere rappresentala in uua sola
maniera, ma di essere espressa in due maniere diverse. Considerando in generale
i progressi dell’umana ragione, si scopre che col distingue/ e si crea la
ricchezza, e col rappresentare si dona la possanza razionale. La ricchezza sarebbe
perduta, se la rappresentazione non la coprisse colle sue divise. Così mirabile
e possente si è il magistero rappresentativo, che pare costituire il dominio
eminente del mondo umano. Vedetene la piova nella moneta, nella scrittura, nei
pesi, nelle misure, nella bussola nautica, nei barometri, termometri,
igrometri, nei pesa-liquori, e in mille altri stromenti e segnali che ci
assicurano delle qualità o quantità delle cose, dei fatti, e perfino delle
nostre stesse volontà, ec. ec. I progressi del magistero rappresentativo, come
assicurano, così testihcauo visibilmente le crescenti nostre cognizioni. Ma
esso variar deve a norma del bisogno. Quando esso viene applicato alle cose
fìsiche, egli ha l’oggetto suo corrispondente rappresentatoci dai sensi, e quindi
dalla memoria; quando esso esprime qualche nostro sentimento, qualche nostro
bisogno, qualche nostra passione, esso ha pure nel mondo interiore il suo
ometto intelligibile, fabbricato dirò così dalla natura: ma quando versa sulle
idee matematiche, esso non può ricorrere alla rappresentazione verbale, se
prima non compie la razionale. 11. Voi mi direte che in Matematica vi sono le
figure, le cifre numeriche, e gli altri segni. Ma di buona fede credete voi
ch’esse siano e tali e tante da supplire al bisogno dello spirito degli
apprendenti, e che la maniera colla quale vengono usate supplisca a siffatto
bisogno? Questa ricerca mi porterebbe a trattare un argomento speciale, sul
quale dovio appunto dir qualche cosa. Basti tutto questo per far presentire il
bisogno di riformare il primitivo insegnamento delle Matematiche . Io qui
prescindo da quei molivi che riguardano l’intima natura dei metodi complessivi
della scienza. Posto tutto questo, e volendo tracciare un buon metodo
d’istruzione, parmi che convenga considerare tre cose ad uu tratto; cioè: 1.°
che cosa esiga da noi la cognizione più breve, più lacile e più proficua del
vero, avuto riguardo all’ indole propria della materici da insegnarsi; 2.° che
cosa esiga, avuto riguardo allo scopo morale c sociale a cui destiniamo
l’insegnamento; 3. che cosa esiga finalmente, avuto riguardo allo stato
particolare ed al bisogno degli apprendenti. S 12 1 risultati di queste tre
considerazioni, contemperate le uue colle altre, formano le condizioni di
qualunque buon metodo d’insegnameulo. HI Iti c Toro 2 io 111 non i naie ZIOilG
2 PRODUZIONE onsegueuza di queste condizioni si stabiliscono le regole. Ampio
Lisi ri chiederebbe^ se si volesse di proposito trattare so queste is^ tanto in
generale rpiauLo io particolare per le Matematiche « Ma intendendo che di
motivare una proposta ; credo clic basti aeccualcuni principi i che piu da vv
Scino riguardano la primitiva istruivate malica. Esaminando i termini della
prima ispezione, essa ci porta alla riucrca = quale idea formar ci dobbiamo
della Datura e dèlia generazione degli enti matematici, ossìa meglio dei
concetti primitivi che intervenivo come elementi nella scienza della quantità*
=±= Questa ricerca dopo Loti secoli dovrebbe essere stata esaurito, e quindi la
risposta dovrei» b esftere \a pponto* Ma considerando attentamente le cose che
sì dettano c s’ insegnano, siamo noi certi di poter rispondere con verità?
L'esame di alcune sentenze fondamentali dei matematici cì convincerà che noi
abbisogniamo ancora, di un'analisi psicologica dì questi primitivi concetti. Ma
essi corno costituiscono V abbici della scienza, somministrano pure i primi
lumi logici del metodo : la cognizione adunque almeno abbozzata dalla loro
indole e generazione vera naturale è indispensabile per istalline le condizioni
di questo metodo* 14. Generazione naturale del punto c della lìnea. 1 primi
concetti matematici sono quelli che versano sull’ estùrmone. Una grandezza
senza forma in Geometria è mi assurdo filosofico. Le nitrazioni colle quali si
è preteso di generare gli enti geometrici debbono essere uniformi alla natura
logica delle cose, ed alla maniera con cui opera Ì1 nostro intelletto. Con
un'astrazione non è permesso di cangiare l'essenza del concetto originario 5 ma
unicamente si deve far avvertire all’idea ultima che si è voluta dislaccare
dalle altre. Dunque Fidea astratta deve portare F Impronta autentica della sua
origine; altrimenti essa e dirò così apocrifa, e quindi falsa in fatto.
Seguendo questo princìpio, jo uou dirò mai, per esempio, che la lìnea sia
prodotta dal flusso del punto indivisibile ; ma dirò invece eh* essa è V
estremità d'una superficie. Diluiti il concetto della linea si genera in noi
concentrando l’attenzione STi questa ^tremila, l, idea nata da questa
concentrazione separata Haliti a [ire si chiama astratta $ segnata con un nome,
appellasi linea. Voi presentando 5 per esempio, una carta bianca tagliala sotto
una forma qual, tjuque, fissando 1 attenzione sul suo contorno, formate ridea
delEn litica o rena o curva, a norma della forma che avete soli* occhio*
Dividendo jicu questo contorno in minime parti, e ferma udo Fatte azione
sopranna di esse, estraete l’idea del punto; come pure la formate i marmandovi
no roto odo appena discernibile, o tutto nero. L idea del flusso di im punto è
tutta artificiale . per far in le udore come si formerebbe la lìnea se si
potesse seda generare iu natura. Essa ° 1 operazione inversa del l'astrazione
già fatta. Ma altro è il meccanismo mannaie, ossia la formazione arti Belale
dima cosa* ed altro è la generazione logica o psicologica della medesima. Voi*
per esempio, descrìvete l elisse col giro di un h lo raccomandato a due punte;
voi costruite la parabola con un filo attaccato, e col movimento di una
squadra: direte voi perciò che questa sia la generazione naturale di queste
curve? ÌSo certamente; perche un altro ve le presenterà con un tagliò del cono.
0 qualche altro forse eoo altro strumento. Le nostre costruzioni artificiali
conscguenti allo studio non formeranno mai l’origine net tur die di un idea
presentataci dalla natura * Ma nuche dato che voi vogliate per comodo vostro
spiegare come si possa simboleggiare e descrivere una linea ed un punto, lungi
che voi possiate applicar loro F attributo d inestesi ^ vi ponete anzi uelF
impossibilità di far nascere questo con celta. La inauo e 1 occhio non creano
uè crear possono cose incstese 0 invisibili. Ihii ancora: dalle cose vedute o
toccate è assolutamente impossibile ricavare 1 idea dell invisibile e àclY
inesteso f Ma voi generar volete lesf.ee alone per mezzo delFiucsteso, nell7
atto stesso che Iu una maniera serisibilo, mediante il movimento della linea,
fate nascere la supci'fteie e il solido. Così ponete e negate ad un tratto
l’estensione* Ma, per flauto vogliate illudere voi stessi ed altri, voi non
potete mai e poi mai riuscire ad accozzare insieme questi concetti. Da ciò ne
viene, che a dispetto dei matematici il concetto del punto 0 della linea non si
possono spog^arfl giammai deli idea di una minima discernibile estensione. S
i5CIie d Punt0 matematico non è il princìpio de Ha figura, ma è la stessa
figura, // punto, di cesi, è il principio di tutto . Ed io rispondo, volete:
essa sarà sempre 0 un circolo, o un quadralo* 0 un triangolo ec. cc.
Convertirla in un punto non è solamente un distruggere il concetto di lei 5 ma
egli è un pretendere clic il punto possa essere ad un tempo stesso circolo,
quadralo, triangolo; ossia che il suo concetto possa simultaneamente essere
identico e diverso. Qui non v’è mezzo: o conviene che il concetto del punto sia
nello stesso tempo il concetto di tutte queste cose insieme (locchò è
logicamente impossibile), o conviene che non sia veruna di esse; perchè il
concetto del punto e essenzialmente diverso da quello di ogni determinata
figura. Ridotta dunque la figura al minimo termine possibile imaginario, essa
rimarrà sempre com è. peichè la sua forma costituisce la sua essenza. Devesi
dunque ammettere in Geometria una specie d’impenetrabilità logica, come in
Fisica si ammette P impenetrabilità materiale. Anzi, a dir vero,
l’impenetrabilità logica è ancor più manifesta della materiale. Ciò non è
lutto. Supponendo il punto inesteso, essenzialmente si esclude la possibilità
di formar V esteso ^ perchè il concetto della negazione esclude quello àe\Y
affermazione. Il concetto negativo dell estensione ripugna al concetto positivo
della medesima, come il nulla ripugna all’essere, e il bujo all’illuminato. Ma
supponiamo il punto anche esteso: egli tuttavia non potrà logicamente essere il
principio formale della figura, perchè la forma individua d’una figura non può
ripetere il principio che dalla stessa sua essenza. Per quella ragione che il
primo esteso ripete da sè stesso la propria forma, ogni altro esteso la
ripeterebbe sempre da sè medesimo. La forma univoca d’una figura o semplice o
complessa è logicamente unica, indivisibile e propria, talché non può risultare
che da un concetto univoco e indipendente da ogni altro. 0 conviene abolire il
concetto dell 'essenza logica delle cose, o conviene concedere che il principio
della figura sia la stessa figura. 1 6. Delle essenze logiche e del possibile
ideale. La mente umana ragionar non può che sulle essenze logiche, e trarre la
certezza e la evidenza se non che dalla loro considerazione. L’essenza logica
altro non è che quel tale concetto, senza del quale non possiamo affermare che
una cosa sia o possa essere. Pensando quindi che una cosa esista o possa
esistere, noi giudichiamo essere impossibile la sua esistenza senza presentare
questo suo concetto. Il verbo essere inchiude queste idee. Quando parliamo di
oggetti distinti, parliamo di oggetti particolari ; e quando parliamo di
particolari diversi, noi concepiamo in uno ciò che noi concepiamo negli altri.
Le essenze dunque particolari sono necessariamente qualificate, ossia hanno ognuna
un determinato caratterc. Ma ila] l’altra parie tolti questi caratteri. 3]
concetto della cosa svanisce. Dunque 1 Videa di questo carattere o di queste
qualità b insepèraLile dal concetto dell essenza* Ecco Eattrìbuto ed ecco pure
l5 immutabilità perpetua di un’essenza, sia reale, sia possibile. ba differenza
fra il possibile e Vesislente consìste; quanto a noi* nella d inerenza fra lì
reale c il puramente imaginatìo. Ma questo con celta nou altera quello degli
attributi essenziali degli oggetti. Dunque la differenza fra l esistente e il
possibile^ lungi dal cangiare il concetto esseri zia le delle cose, anzi fa sì
die Elido serva, dirò così; di specchio all'altrò. CoHaggranjfirfi o
impiccolire non si altera it carattere formale delta figura. Queste nozioni
sono certissime, primitive, c comuni a tulli gli oggetti dei nostri pensieri.
La Matematica dunque non può die ubbidire alle medesime. Impugnarlo o
tramutarle egli è pretenderò che Diamo aLqim il buon scuso, o cangi le leggi
del proprio intelletto. Ciò premesso5 proseguiamo. Ogni figura può essere
considerata o rispetto a sé. stessi o rispetto ad altre. Considerala in sè
stessa, come far si può dTun astro solo in grembo al bujo assolti Lo, essa d
presenta E Idea di un esteso finito avente una data forma. Questi sono
attributi essenziali di lei, .Domandare il perchè siano tali e non altri, è lo
stesso che domandare il perchè il bianco sia bianco, e il rosso sia rosso. Il
vero e il fatto qui sono tu Li’ uno. Non sono i limiti che facciano esistere Io
spazio: ma t Io spazio finito che somministra E idea dei lìmiti La diversa
maniera colla quale può esistere ossia figurarsi questo spazio, costituisce la
forma o le vane forme che appella usi figure. L’idea della forma è semplice,
individua, immutabile, come quella di uu odoro, di un sapore, del caldo e del
iietldo. Essa è attributo specifico, ossia costituisce Eessenza particolare Con
ciò essa si qualìfica, e si distingue la figura. Cercare concetti equivalenti è
un assurdo, perchè sarebbe lo stesso che cercare di tramutare il L in nQ>
Considerando una figura isolata reale, noi c7 imaginiamo che po^sa essere più
grande o più piccola* Ma questo concetto è logicamente relativo^ perchè colE
imaginazione si finge la stessa forma o più graude o più piccola. Se dunque nel
grande o nel piccolo distingue si il concetto positivo dal comparativo, ciò non
nasco che dalla diversa maniera di paragonare, Nel positivo prescindiamo da
qualunque paragone special^ come quando diciamo uu uomo grande o piccolo. Nel
comparativo n riferiamo ad una data finita grandezza. La denominazione adunque
ito . I j 7 lala di grande o piccolo inchinile mi paragone generico $ la
locuzione di più grande o pili piccolo involge un paragone specìfico. Qui
sorgono ìe idee del maggiore o del minore rispettivo* Questo s lesso può essere
deie rminatoo in deierm it i a i o . 11 concetto adunque che domina in tutte
queste consrd orazioni è sempre relativo^ e puramente relativo. Ma il relativo
non può alterare i a imita i cara1eri spcci/ici degl’oggeiti; ;m zi il r eia
tivù è lutto fondato su questi caratteri., e risulta appunto essenzialmente dal
paragone di questi caratteri* Dunque, parlando delle figure e di ogni altro
oggetto possibile, vale il detto* che il pili e il meno noti muta la specie. Ma
se non muta la specie, dunque uou mula né le relazioni, uè le affezioni, nò le
funzioni annesse ed essenziali alla sua specie. Fu detto di sopra, che il
principio della figura è la stessa hgurs. Dunque il grande e il piccolo non
potrà mutarne la specie, o snaturatile le funzioni. J magma Levi pure un
circolo, un'elisse, un quadralo, oppure qualche minima parte imita o figurala
di ogni figura possibile. Le loro relazioni saranno le stesse, perchè la loro
indole è immutabile. Voi potrete ampliarle ed audio divìderle mentalmente, come
per ravvisar meglio una cosa lontana vi avvicinate, o per vedere una cosa
minuta a doparate una lente o un microscopio. Ma ciò non altera punto il
carattere specifico della figura o della quantità: ciò è anzi impossibile, come
ognun gente Dunque logicamente assurda sarebbe tuia dimos trazione, la quale si
fondasse sul supposto che il grande a il piccolo possa tramutare le funzioni
logiche degli oggetti geometrici, 18, Fallacia del concetto della divisibilità
infinita dell'esteso fluito. Di mesi raziona logica di rei La. Ogni parte di
spazio finitoossia ogni estensione finita, esclude essenzialmente il concetta
di infini tOi E pure sogliono i matematici parlare à' infiniti', e d’ infiniti
maggiori gli uni degli altri. Essi suppongono la divisibilità infinita
delLesteso finito In questi discorsi qual è il concetto che illude? Il concetto
che illude si è quello die nasce dalP accoppiare la nuda e fantastica
possibilità delbaggrandìmeuto o impiccolì mento deifestoso colto stato positivo
c coi rapporti determinali della misurazione o della divisione* Da ciò nasce il
giudizio, clic l’idea delf aumento o decremento metafisica mente possibile delf
estensione si posso accoppiare coll'operazione della misurazione o delta
divisione. Ma questo giudizio, se bene addentro venga esaminato, si trova
essere contro ragione. Ecco q e la prova. Egli c certo che Leste n si onc in
genere si può in un senso astrailo Voi 1* H Sfollilo raffigurare judo fini
(.amen le suscettibile di aumento o dee renne uto^ nm egli t* mio drl pari,
cIjc 1 idea di un palmo è finita come quella di un digilo, g che 1 estensione
finita di un palmo ò maggiore dell’ estensione finita di un digito. Ogni esteso
reale è finito, e però i limiti delPestensioue esistente sona sempre
determinati, Lo spazio infinito uou è più una quantità, perché non ò
suscettibile di aumento o di decremento. Non di a u ni e a lo . pe v c ì t o si
figura i ufi n i Lo : non d i de e re m e ulo . ] >e r eh è se fosse
suscettibile di decreti] en lo. stando la sua natura ò? infinito. sarebbe
perciò s lisce ui bile di gradii noli ulto stesso che non sarebbe egsenzi a
Ime'ut* su scelli bile di aumento. Cosi o cesserebbe la sua essenza logicalo si
dovvebbe ammettere uu co n cello con irati dii torlo, Da ciò uè viene, clic lo
spazio infinito ed I! punto in esteso si rassomigliano col non ammollerò I idea
di quantità, V idea dunque dì quantità estesa Pia fra te chimeriche idee del
punto inestéso e dello spazio infinito, li piu e il meno -adunque noti si può
logica mènie verificare che nelLesteso finito elhnitain, Pro codiarti olire.
Ogni aumento a decremento di un esteso finito ioTolge nel suo co ned lo uu*
addizione o sottrazione di una porzione esU’* sa finita. Questa^ porzione»
qualunque siasi, è positiva. ; questa porzione ar-lfa data ipotesi o aggiunge o
sottrae una pari e .rispettiva estesa, avrà dunque sempre mi residuo esteso e
finito, sia uguale, sia dwBgpalo. sia aliquota, sia non ali quo Lo, LSc
talvolta voi non potete ragguagliare il residuò colle prime porzioni che avole
fallo, oppure non potete ha cn incidere sui esteso col metro che avete assunto,
ue viene mo la coasngueuza della divisibilità infinita dell'esteso che avete
sottocchio? Unnici conseguenza legittima che ne viene si L che voi non pollile
trovare uoa coincidenza metrica^ sia fra le porzioni separale e la residualo,
sia fra d metro vostro e. l'estero misuralo, e nulla più. Dedurre la con segue
clic Testeso finito residuali', sia infiailàmeate divisibile, egli è lo stesso
The affermare ad un solò tratto ch'egli sia in finitamente esteso, c sia nelI
allo stesso suscettibile di aumento o di decremento; lo che è un assiu'n
manifestissimo. Allora lo spazio infinito sarebbe lo stesse clic mi alomo
estesa, ossia le due idee dello spazio infinito c ri 1 Vaio fa o saiehb*^0 l.,i
Riessa cosa. Allora^ anche quando avete una misura coincidente, poIresle dire
che ogni digito ed ogni atomo è infinito: e quindi avreste mtìniii maggiori,
minori, od ugnali ad altri infiniti. Ma a che vidurrehbcsi allora la cosa ; La
cosa si risòlverebbe a significare clic I infinita sarebbe propria dei
maggiori, dei minori e degli eguali estesi finiti; e quimh !-KV sta in non cale
questa qualità comune, rimarrebbe sempre la necessita di determinare rannidilo
o il decremento rispettivo di questi estese L’mfinita divisibilità pertanto,
comune ad ogni esteso e ad ogni porzione di lui, rimarrebbe sempre una qualità
puramente oziosa. Ridotta al suo vero, valore, essa si risolve nel concetto
proprio del V esteso^ in quanto è suscettibile di ampliazione o di diminuzione,
di addizione o di detrazione, e nulla più. L’idea della suscettibilità astratta
del V esteso di soffrire tutte queste alterazioni senza fissar limite alcuno,
associala all’idea di vcirii estesi finiti, fa dunque nascere l’ illusoria ed
irragionevole idea di questi enti ad un solo tratto infiniti e finiti, maggiori
gli uni degli altri. 19. Come nasca il giudizio della divisibilità infinita
dell’esteso finito. Sua irragionevolezza. Se voi raccoglierete l’attenzione sul
vostro intimo senso, voi troverete una conferma di queste osservazioni, e
v’accorgerete in che consista 10 scambio logico dal quale nasce la vostra
illusione. E di fatto che voi nel misurare gli estesi non fate uso del punto
iuesteso, ma adoperate l’esteso, ed agite sull’esteso. Ora sotto questo
rapporto il moltiplicare e 11 dividere vale lo stesso. Voi dunque proseguite a
dividere. Ma l’idea di una cosa estesa sta sempre avanti gli occhi vostri,
perchè agite sempre su di lei. Per quanto adunque ripetiate questa operazione,
essa vi darà sempre lo stesso concetto. Egli è lo stesso come se diceste: io
penso ; io sento di pensare ; io avverto eli sentire di pensare ; io sento di
avvertire di sentire di pensare; e così all’infinito. L’idea d’ infinito sapete
dove sta? Nell’astratta idea della possibilità di proseguir sempre a ripetere
la stessa cosa: e però non istà nell’oggetto, ma in voi. Lo stesso avviene
quando vi occupate a dividere l’estensione. L’indefinito infatti si verifica sì
nel grande come nel piccolo, perchè entrambi vi presentano sempre un esteso.
Quindi voi avete sempre il motivo o di ripeterne la misura, o d’ impiccolirla a
piacere. Finché dunque non fate cangiar natura all’idea di estensione, essa
starà sempre presente al vostro intelletto, e produrrà in voi lo stesso
concetto. Ma col farla crescere o diminuire non la distruggete. Dunque
ripetendo senza fine la vostra operazione, e pensando di poterla ripetere senza
fine, voi giudicate che la divisione o l’impiccolimento possano essere
infiniti, e quindi che l’estensione sia infinita. Con questa maniera voi
potreste dire anche un sapore, un odore, un suono iufinito, perchè potete
imaginare gradazioni senza fine. Ma il fatto sta, che questa infinità non è che
illusoria, ed altro non significa che un’idea non si può cangiar mai iu
un’altra. conferma Li dimost razione 05 (Questa irradio fievolezza, E per verri
à sì il gititi ile die il piccolo li anno un’essenza ed miesislenza o reale o
intellettuale, Ripugna logica mente die nello slesso punto siano e non siano,
IMa (piando divìdete o impiccolite nn oggetto, Io supponete per ciò stesso
esistente co’ suoi attribuii essenziali* Dunque nella funzione della divisione
l’idea di esistenza interviene sempre nel vostro concetto. Ma quest’idea è
immedesimata colFidea delFftfó€tt£ft* ossia cogli attributi qualificanti il
soggetto* Dunque ned la divisione dell* esteso interviene come indistruttibile
l’idea dclFé\?/envfQrae. Questa conseguenza è evidente al pari del sentimento
della nostra stessa esistenza* a meno che non convertiate 1T idea di
divisione*, efiè indica parti esistenti e sussistenti* in quella di
aìinientamcnto^ che indica la negazione di ogni esistenza. Ora vi domando se il
sì possa diveltar no. E vero* o no, che la divisione richiede un oggetto
positivo, le -parti del quale si vogliano separare? Dunque peT ciò stesso si
sùppongoim parli esistenti c sussistenti. Ma se sono esisto Dii, e se lo
coucepilo e5È* stenti, come poi eie voi risolverle nel nulla? Se parliamo di un
tutto èstero dm sia un aggregato, le parli non so no che ripetizioni
dell’esteasiouc. Allora figurate più csLesi die compongono un esteso: ma
separati, esn vi danno sempre l’idea d’uua propria estensione, c voi siete
sempre da capoAllora abbandonate la divisione, e ricorrete all*
impiccolimejitQ, e con accade una perpetua ripeliziouc dì concetti, come sopra
ho annotalo; fi quindi pronunciale F estensione infinita. Ecco il vero tenore
dell infinito dei matematici. 2 I C he la pretesa Infinità suddetta altro in
sostanza non e die la impossibili1 di cangiar V essenza logica della quantità.
lu qualunque concetto di una grandezza o massima o mlmnu UOk associamo due idee
che &i confondono; la prima è quella di esiste la seconda è quella di
estensione. Ma siccome all 'estensione ^crol P1'' i I pih od il mono, così ci
fig u v j a ino d ì po Ter divide re o i m piccoli r ] y 1 1 finitamente. Ma a
questa maniera, come ho già detto, posso indeiunlnmente diminuire un suono e
qualunque altra sensazione, e quindi dirle infinite, e però considerar rae
stesso, dm tutte le provo, come un essere infinito, ila se per verità, come ho
già dimostrato, tutto ciò non so-1 fica altro che F i m possibili I à di
cangiar Fesseuza logica di una cosa, e di convertire il sì in ?ìo, egli ne
segue che F infili ilo dei matematici è uu& mr*ra illusione, anzi una vera
e positiva assurdità logica, X on v'àcéorgetó voi della contraddizione che voi
stessi commettete, quando da una parte mi ponete avanti 1’ infinitamente
grande, l’ infinitamente piccolo, e dall’altra i punti e le linee inestese generatori
dell’esteso ? Se la divisione può essere infinita, dunque non si potrà finir
mai coll inesteso. E se 1 esteso può incominciare coll’ inesteso, dunque la
divisione e 1 impiccolimcnto non saranno punto infiniti. Se volete, io vi darò
infiniti più meravigliosi. È di fatto che uno specchio ha la facoltà di
riflettere l’imagine di tutti gli oggetti presentati* ecco un influito di
riflessione. È di latto che una palla ha la facoltà di seguire tutti gl’impulsi
che le vengono dati: ecco un infinito di movimento. Questi attributi sono
proprii tanto d’uno specchio grande, quanto d’uno piccolo; tanto d’una palla
grossa, quanto d’ una minuta. Questi attributi dunque non sono annessi nè alla
grandezza nè alla piccolezza, ma alla natura intrinseca della cosa, la quale
finché sussiste darà sempre lo stesso effetto. Ecco una parità per l’estensione
infinita dei matematici e per qualunque altro simile concetto, lo lo ripeto: 1
infinito non è nelle cose, ma nel concetto interno dello spirilo: o, per dir
meglio, non è in verun luogo; a meno che non vogliate erigere in oggetto
infinito l’impossibilità di cangiare le essenze logiche coll’ aggrandire o
coll’ impiccolire. 22. Da che deriva l’illusorio giudizio dell’infinità
dell’esteso finito? Da che adunque derivò che tanti uomini insigni adottarono
con persuasione le idee di questi infiniti? A me pare che debbasi attribuire a
due cagioni influenti ad un solo tratto sui nostri giudizii. La prima consiste
nel confondere l’idea dell’ aggregato materiale, che ci si presenta unito in
un’idea sola, colla idea nuda d e\Y estensione ^ o almeno nell’ associarle in
modo che l’una non vada disgiunta dall’altra. La seconda consiste nel dar corpo
a tutti i nostri concetti della quantità, e costituirne altrettanti oggetti
reali dolati d’una positiva esistenza. E quand’anche non si empia il mondo di
sillatte creature, si considerano almeno come qualità reali, ossia come idee
corrispondenti a qualità reali esistenti nelle cose. Ma se avessero pensato che
la mente umana, sia che si alzi al firmamento, sia che scenda agli abissi, non
esce mai da sè stessa, avrebbero conchiuso che l’universo non è che un fenomeno
ideale presentatoci dai rapporti reali che passano fra lo spirito nostro, e gli
oggetti a noi incogniti esistenti fuori di noi. Allora avrebbero riguardate le
idee tutte di spazio, di estensione, ed altre simili, come puri segni naturali
corrispondeo ti a questi oggetti, e nulla più. Anzi avrebbero riguardate queste
idee come segni secondarii e rimoti, perchè furono dedotte da noi col magistero
deli astrazione. Allora avrebbero distinto ciò che ci viene dal di fuoii da ciò
che ricaviamo totalmente dal nostro fondo alP occasione delle idee che ci
vengono dai sensi. Allora avrebbero veduto che tutte le essenze sono puramente
logiche per noi, e che non possiamo nè potremo conoscere giammai che cosa siano
le realità degli esseri esistenti fuori di noi, e nemmeno conoscere Piutima
nostra realità. Quando la filosofia avrà acquistata quella finezza, quella
certezza e quell ampiezza che la di lei natura richiede; quando eserciterà i
suoi dintli su tutti gli oggetti che le appartengono: cesseranno anche quelle
illusioni le quali predominano a proporzione che l’impero della fantasia
prevale su quello della ragione. Allora svaniranno gl’ infinitamente grandi e
gl infiniti piccoli. Allora non s’imbroglierà più lo spirito degli apprendenti
con paradossi respinti dalla ragione. Allora non si dirà più a loio: ecco due
parallele protratte indefinitamente; da un dato punto della parallela superiore
tirate laute linee obblique alla parallela inferiore: 1 angolo si andrà sempre
diminuendo; ma non si raggiungerà mai la parallela superiore. Ecco quindi un
infinito reale. Traducete questo discorso, e dite: lo spazio in forma di lista
rètta ed uguale non sarà mai simile allo spazio in forma di angolo; locchè si
risolve nella proposizione, che la lista non è angolo. Sua equivalenza coll’
infinitamente piccolo. bino a qui abbiamo esaminato un giuoco irragionevole di
fantasia, o dirò meglio un’inavvertenza nel non esplorare le alterazioni ideali
nate nei passaggio che fa la mente dai concetti generali ed assoluti ai
concetti speciali e relativi. Pare scusabile questa inavvertenza; ma che cosa
direste voi quando vi venisse dimostrato che quegli stessi matematici che adottarono
gl’infiniti maggiori e minori degli altri proposero nello stesso tempo 1 idea
di quantità più piccola di qualunque escogitabile ? Svol gendo questa idea, non
solamente essi distruggono gl’ infiniti suddetti, ma si abolisce perfino, senza
bisogno, l’essenziale concetto della stessa quantità. E per verità, quanto al
bisogno io osservo che il calcolo non La d’uopo dell’idea d’una quantità più
piccola di qualunque escogitabile; imperocché il piccolo e il grande sono idee
puramente relative 5 e non possono essere che relative. Ma per ciò stesso che
le fate servire, sia per paragonare la grandezza di due 0 più oggetti, sia per
segnare la nspet j] ViJ liniere)) voi creato uu misuratore geometrico tu!
aritmeticomediante il quale intendete di scoprire V identità o la diversità di
quantità delle "raudezzc paragonate, Quando questo metro abbia soddisfatto
a quest'ufficio, T intelletto non abbisogna dì altro. Ora por soddisfare a
quest’ ufficio non è necessario che questo metro sia una quantità piu piccola di
qualunque escogitabile, ma basta che sia tanto piccola da esprimere o* ni
valore che attribuite ? o qualunque differenza che segnar si devo nel dato
processo. Dico nei dato processo^ e non in ogni processo immaginabile* Voi oil
direte elio ha v vi la quantità conti un# m commensurabile* e die questa
abbisogna di essere valutata. Ma qui vi domando se voi col misurare pretendiate
di convertire il diverso essenziale in identico, e se ciò far si possa
coll'assurdo concetto della quantità pili piccola ili qualunque escogitabile.
Dico concetto assurdo; imperocché una quantità più piccola di qualunque
escogitabile significa realmente un'idea che sfugge dia percezione, e però uu
nulla logico. lo secondo luogo poi c certo, die quando pone Le l'idea di
quantità, voi vi figurate una cosa suscettibile di aumento o dì decremento.
Questa condizione è così inseparabile dall’idea di quantità, che senza di essa
si distrugge il SUO concetto, coinè consta dalia sua de finizione* Questa
condizione è anzi quella che determina Tesseoza stessa della quantità. Dunque
qualunque quantità è esseri zialmen te suscettibile ddm picco iirnen lo; dunque
è metafisica mente impossibile il figurare una quantità più piccola di
qualunque escogitabile* O con vie uè adunque aborre l’idea di quantità 5 la
quale, nei suo essenziale concetto involge la possibilità di aumento e di
decremento, o bisogna rigettare come assurda l’idea di ima quantità più piccola
di qualunque escogitabile. Tutto questo è per se evidente, nè potranno mal Ì
matematici controverterne la verità. Ora domando se fra la quantità più piccola
di qualunque escogitabile, e gli infinita mente piccoli esitali o resuscitali
nei calcolo* passi una vera e logica dille reo za. Dove non si discerne nulla
non si concepisce nulla* )Ia così è, che neU’iu finito non si dia cerne nulla,
nè si pr e finisce nullo e specialmente si esclude l’idea di aumento e di
decremento. Dunque gl’ i ufi u ila niente piccoli suddetti sono equivalenti
alle quantità più piccole di qualunque escogitabile; dunque invano si potrebbe
pretendere di riformare i fon dame a li della Materna Li e a col far
resuscitare o e olTìm piegare questi piccoli infiniti, come ha faLto recente
mente mi trase e li denta lista del IN orti* Il Le nozioni speculative della
Matematica debbono necessariamente servire alle operazioni del calcolo. Ma il
calcolo è un’ arte ; e quest’arte sarà più 0 meno illuminata, a norma che le
nozioni speculative saranno più o meno adequale. Nè il meccanismo, nè Y
espressione materiale distinguer debbono le specie diverse del calcolo delle
quantità. Questa distinzione deve ripetersi dalla natura dell' oggetto 5 cui
mediante il detto calcolo ci proponiamo di conseguire. Questa sentenza è
fondata su di un principio logico, del quale si parlerà nel Discorso quarto. Quest’
oggetto non può consistere che in una data cognizione o in una data opera. Essa
forma lo scopo 5 il calcolo ne forma il mezzo. Ma questo mezzo non ìiesce
efficace, se non si conoscono le affezioni particolari e le leggi delle
quantità. Queste affezioni e queste leggi sono fondate sulla natura della
quantità del numero. Dunque conviene formarsi un’idea esatta sì del1 una che
dell’altro. Io non esibisco un Trattato di Matematica, ma sole osservazioni
sull insegnamento primitivo. Quindi dovrei ommellere il parlare di proposito
dall’indole intrinseca della quantità e del numero: e volentieri lo farei, se
anche qui non avessi a fronte autorità contrarie imponenti. La quantità
astratta può essere bensì concepita come qualunque altra idea semplice, ma non
può essere definita. Noi anzi non possiamo nemmeno formarcene idea, se non
quando l’applichiamo a qualche soggetto reale. Allora apparisce qual’ è
veramente; allora veggiamo eh essa non è che quel modo di essere, pel quale una
cosa è suscettibile di aumento o di decremento. Il concetto della quantità
racchiude in un solo punto quelli dell identità, e della diversità, per ciò
stesso che racchiude le idee di piu e di meno . Questa condizione è così
essenziale, che senza di essa svanisce il concetto della quantità. Tutto ciò
che non è suscettibile di gradi non è suscettibile di quantità. La verità, la
certezza, 1’esistenza, ed altre simili idee, non ammettono gradi, c però non
sono suscettibili di quantità. La verità primitiva ed assoluta altro non è die
un sì od un no immutabile. La certezza consiste nell’affermazione 0 negazione
di una cosa escludente il dubbio del contrario. Quando nell affermazione o
nella negazione entra il dubbio, nasce la probabilità, la quale ha tanti gradi,
quanti ne ha il dubbio. Il dubbio assoluto esclude anche la probabilità, perchè
l’animo non propende nè per il sì nè per il no: la ragione sta in equilibrio
perfetto, e non giudica; sente il peso, ma uou propende da veruna parte. L
'imparzialità logica somiglia a quella di una bilancia che regge pesi uguali.
L’eguaglianza non ha gradi* c però anch’essa non è suscettibile di quantità. Lo
stesso dicasi dell’equilibrio perfetto. Il concetto universale della quantità
si riferisce a tutte le cose suscettibili di più e di meno. Ma tutte le nostre
sensazioni, tutte le nostre passioni, e molti altri modi nostri di essere o di
agire, sono suscettibili dell’idea del più e del meno. Dunque sono suscettibili
dell’idea amplissima di quantità. Dico amplissima, perocché nel comune
linguaggio non si fa uso della parola quantità in tutti gli oggetti
suscettibili di più e di meno. Non si dice, per esempio, quantità della
bellezza, quantità delI ingegno, e nè anche quantità di un odore, di un sapore
5 di un colore. Il concetto dunque proprio della quantità si restringe alle
cose vestite, dirò così, di estensione, sia ch’essa venga attribuita in senso
diretto, sia che venga attribuita in senso metaforico. A quest’ullima specie di
quantità si restringe la sfera delle Matematiche; e però essa forma il soggetto
universale d’ogni specie di calcolo. 25. Del concetto del numero. Opinione di
Newton e del d’ Alembert. Finché l’animo non pensa che all’unità isolata non
può tessere calcolo veruno: esso incomincia a calcolare quando pensa ai numero.
In generale il numero non è che una pluralità compresa sotto di un solo
concetto. In questo senso il numero abbraccia anche le cose prive di
estensione. Noi figuriamo allora un aggregato sotto di un solo concetto. In
conseguenza di ciò noi gli prestiamo implicitamente Fidea di un tutto esteso.
Questa maniera di concepire dir si può metaforica, perchè presta ad una
pluralità di cose non estese un concetto complessivo esteso. Senza un concetto
unico complessivo nou esiste Fidea del numero. Col ripetere sempre uno e poi
uno, senza dir altro, non si forma un numero. Ma quando dico tre, quattro,
cinque, annunzio pluralità con un solo concetto. Questo concetto unico, preso
per sé solo, costituisce la grandezza numerica. Il concetto di lei è così
positivo ed assoluto, come quello di un esteso circolare, quadrato,
triangolare, o simile, che mi venga posto avanti gli occhi. Io posso allora
paragonare queste figure numeriche, le quali mi presentano una forma geometrica
più spiritualizzata, e posso quindi trarne rapporti e risultati; ma questi
rapporti e questi risultati sono secondarii, e realmente non sono che verbi
miei, che io esprimo coi segni del calcolo. Essi dunque non costituiscono il
concetto positivo del numero, ma la logia del numero. Ciò posto, parmi che dir
non si possa con Newton, che ogni numero non sia che no rapporto. Con questa
definizione non si esprime il concetto positivo del numero, ma solamente la
logia numerica. La spiegazione stessa d7 Alembert (') parrai che possa
giustificare la mia opinione. « Nous remarquerons d’abord (egli dice) que un nombre,
suivaut la définition de M. Newton, n est proprenient qu un rapport. Pour
entendre ceci, il faut remarquer que tout grandeur qu7 on compare à » une
autre, est ou plus petite, ou plus grande, ou égale; qu7 ainsi tout » grandeur
a un certain rapport avec une autre à la quelle on la com» pare, c’est à dire
que elle y est contenue ou la contieut d’une certame manière. Ce rapport ou
cette manière de contenir ou d’ètre conteuue est ce qu7 on appelle nombre. Analizziamo questo passo. In primo luogo qui si parla
di grandezzose di grandezze che possono contenerne delle altre, come formanti i
termini dai quali sorgono i rapporti. Qui dunque abbiamo in primo luogo il
supposto di cose estese, le quali sono poste come fondamento positivo a questi
rapporti. Dico il concetto di cose estese, perocché la capacità di contenere o
d’essere contenuto non si può applicare che a cose estese. In secondo luogo si
suppone che queste grandezze possano avere dimensione variata, poiché si
suppone che possano essere rispettivamente maggiori, minori od eguali, e in
conseguenza somministrare i ìappoili dei quali si parla. Qui dunque ci si
presentano veri enti geornetnci, o simili ai geometrici, in vista dei quali
sorge il numero. Ma come si la nascere il numero ? Dal paragone estrinseco di
clue" ste persone. Qual è l’oggetto logico di questo paragone ? Sapere
quante volle una grandezza ne contiene un’altra, e come la contenga. Posto
tutto questo, si pone ogni grandezza a guisa d una unità stac cata dall’altra
per rilevare soltanto il rapporto estrinseco suddetto. H coU tenere o 1 essere
contenuto non è qui che finzione, perocché si suppone che ogni grandezza esista
per sé; ed altro uon esprime che il rappmto commensurabile dell7 una
coll’altra. Ora ponderando questi concetti, che cosa risulta? Risulta, che da
una parte o si toglie o si dissimula il concetto proprio della grandezza; e
dall’altra, che le idee di ragione, di proporzione, di commensurabili tàs di
simiglianza ec. sono scambiate coll’idea propria del numero . Primo, si toglie
o si dissimula il concetto proprio della grandezza . D Pel* ve' Enciclopedia^
articolo ArUhmélique. rità nel mondo matematico che cosa è una grandezza
maggiore o minore di un’altra, fuorché una quantità più o meno concreta? Il
fondo, dirò così, della grandezza altro non è che la stessa quantità finita.
Ora ditemi che cosa sia una quantità finita maggiore o minore di un’altra. Se
questo non è un numero generico, che cosa sarà esso? In secondo luogo, dico che
qui scambiansi le logie numeriche col concetto proprio del numero. Altro è che
la mente nostra nell’esaminare un oggetto che chiamiamo grandezza faccia
paragoni, pronunzii giudizi^ dai quali emergono le idee relative suddette; ed
altro è che queste idee relative costituiscano il concetto proprio del numero.
Quando io pronunzio tre, quattro, cinque, non mi rompo la testa a paragonare
nel modo voluto dal d’Alembert, ma mi figuro ad un tratto un tutto composto di
tre, di quattro o di cinque elementi similari che chiamo unità, e nuH’allro. Io
entro in una camera, dove veggo qua e là collocati molli frutti. Non comprendo
a primo tratto quanti siano. Fin qui altro non concepisco, che una indefinita
pluralità. Dico indefinita, e non illimitata. Tale sarebbe quella mirando il
firmamento sparso di stelle. Ma se raccolgo questi frutti, e li conto ad uno ad
uno. e che ogni volta che ne accresco uno, uso un segno diverso, nascerà Videa
dVun aggregato, che esprimerò con una sola locuzione. Ecco allora la naturale
idea del numero. Questa idea è fatta qui per una successiva apposizione ; ma
essa viene somministrata anche in una maniera più immediata colla divisione di
un lutto in due parti. La mia mano è il primo modello che mi offre questa idea.
Volendola semplificare ancor di più, piglio, per esempio, un quadrato, o un
altro tutto uniforme, e lo divido in parti aliquote. Allora esprimo un tutto
distinto in parti similari; ed ecco di nuovo il numero. Esso dunque comparisce
sempre come una pluralità espressa con un solo concetto. Legge prima ed ultima dell’unità
con varietà che forma V essenza prima d'ogni algoritmo. Sua forma ridotta ai
minimi termini. Questo concetto complessivo è quello che costituisce appunto la
grandezza. E siccome la pluralità è maggiore o minore, così la grandezza riesce
maggiore o minore. L espressione numerica delle patti della grandezza può
essere varia; ma ciò non altera il suo rapporto estrinseco con un’altra
grandezza. Io posso dividere la stessa area, e posso lasciarla senza divisione
alcuna. Nel primo caso avrò una valutala grandezza; nel secondo ne avrò una non
valutata. È vero che. paragonando una grandezza totale minore con una maggiore,
potrò figurarmi che stia tante volte nella maggiore; ma in questo caso io
figuro la grandezza minore come parte della maggiore; e così se può capirvi
molte volte senza che avanzi nulla, diventa parte aliquota della maggiore. Ma
in questo caso che fo io ? Io fo un imaginaria divisione del corpo della
maggiore mediante 1 applicazione della minore, e fo nascere il numero. Ma io
posso fare lo stesso dividendo questo corpo direttamente in tante parti eguali
alla grandezza minore, la quale in questo caso fa la funzione di unità |
metrica, e nulla più. Il numero però consisterà nel complesso di queste unita,
nelle quali e ripartito il corpo della grandezza maggiore, e nou nei rapporto
univoco primitivo ed estrinseco fra le due grandezze. Iu questi esempli il
concetto proprio del numero apparisce coperto dalle spoglie sensibili deli’
estensione. Ma, per verità, esso predomina anche scevro da queste spoglie.
Così, per esempio, come nominiamo tre globi, così pure nominiamo tre suoni, tre
colori, tre odori, tre sapori, tre pensieri, tre esistenze, ec. ec. Il numero
adunque non indica che pluralità di concetti abbracciati con una sola
considerazione. Se più oltre spingiamo la nostra attenzione, noi sotto l’idea
del numero veggiamo trasparire quella legge suprema ed ultima deH’animo nostro,
colla quale nel mentre che distinguiamo le diverse nostre idee, noi le riuniamo
in un solo concetto complessivo; e quindi ravvisiamo sempre il tipo di quell lo
unico, che ad un solo tratto sente e distingue, e che nel sentire e nel
distinguere riunisce i suoi modi d’essere in un unico centro, cioè nell’unica
facoltà sua di sentire. La pretesa dualità, annunziata da un trascendentalista
del Nord, non contiene la legge suprema che veramente presiede ai calcolo; ma
altro non esprime che l’atto puio di distinguere, e però non esprime che una
parte sola di questa legge. Diffatti quando dico uno piu due fa tre, oppure in
generale a più b fa c, io formo un numero. Ma qui realmente ho due idee
concorrenti ed una concludente, due termini coefficienti ed uno risultante. Ma
1 idea di questo termine risultante è una terza idea così semplice, così unica
e così propria, che non si può confondere colle altre due. Più ancora: senza
questa terza idea non esiste il numero, nè verun risultato da me ricercato. Con
questa terza idea poi io unifico così le cose, che dimenticar posso i
coefficienti, ed avere ciò non ostante il concetto domandato. Nou è dunque
sotto forma di dualità, ma di trinità individua che la legge suprema di ogni
algoritmo può essere presentata. Delle vere astrazioni matematiche. Tutte
queste discussioni servono di saggio per provare il bisogno di purgare la
Matematica dai concetti illusorii e lambiccati coi quali, a dispetto della
buona filosofia, si è voluto svisarla. Le prime nozioni sono quelle che abbiamo
esaminato. Ora qual meraviglia se tanto penoso, tanto lungo, tanto tortuoso,
tanto sconnesso riesce il cammino della scienza intera? Svestiamoci una volta
da queste illusorie e mal tessute spoglie trascendentali, le quali, oltre di
guastare i veri concetti logici, gettano nelle nostre scoperte e nelle uostre
dottrine una durezza, una fatica, un gelo, ed oso dire una violenza ributtata
dalla natura. Io non pretendo con ciò che le idee astratte e generali debbano
essere bandite dalla Matematica: ma pretendo che debbano essere banditi que’
fantasmi che usurparono il loro posto. Togliere le idee astratte e generali.
egli è lo stesso che ridurre l’uomo alla condizione delle bestie. Ma altra cosa
sono le idee astratte e generali, ed altro le sfumature illusorie partorite
dall’ ignoranza o da giudizi! precipitati. Le vere idee astratte e generali non
ammettono nè quiddità scolastiche, nè analogie volgari, che si perdono nelle
nuvole; ma esse si restringono all’espressione eminente dei fatti reali,
raccolti con diligenza, esaminati con ordine, ed interpretati con sagacità.
Queste genuine idee astratte e generali debbono dar forma e somministrarci i
veri concetti e la fedele espressione degli enti matematici. Ma esse non
possono compiere quest’ufficio sinché noi non interniamo le nostre ricerche sul
modo col quale essi naturalmente si generano ed agiscono anche aH’insaputa
nostra. Questa ricerca esigerebbe un lavoro fatto di proposito, del quale ora
manchiamo. Qui io mi restringerò ad accennare solamente quel tanto che parmi
necessario per fondare il miglior metodo dell’ insegnamento primitivo. 28.
Legge universale di associazione dei concetti geometrici ed aritmetici. Il
calcolo è opera tutta nostra. Esso in sostanza riducesi all’espressione
artificiale delle leggi necessarie che dettano i nostri giudizi! nel paragonare
le quantità. Questi giudizii risultano dalla combinazione di date idee. Gouvien
dunque conoscere tanto l’indole di queste idee, quanto le leggi naturali del
nostro intendimento, allorché si occupa su di esse. Ciò posto, io avverto che
se con un concentrato raccoglimento interroghiamo il nostro senso interno, noi
travediamo che in tutte le operazioni matemaliche intervengono due specie di
concetti sèmpre associali. Il pT|mo Io chinino aritmetico^ ed il secondo
gùQmeirico. In astrailo si possono confondere, perchè il misurare, riducasi In
fme ai mia enumerazione di parti espressa con una o più preposizioni : ma
esaminando piu addentra la natura loro, noi ci av veggi amo essere eglino
diversi, F concetti deb ì tmUà elementare e del numero me ne somministrano una
primo piova. Che cosa c veramente l 'uno aritmetico^ o, a dir meglio, a che
cesa riferiamo noi l unità aritmetica ì L chiaro che noi la riferiamo alla sda
idea di esistenza. Dunque V uno aritmetico è segno d’una esistenza*, e nulla
più, L tefiò geometrico* per Io contrario, indica una data porzione di spazio,
ossia mia (lata estensione lunta. Da ciò ce. viene, che il n u m$¥Q aritmetico
è Lutto metafisico; il geometrico, al Top pò sto. è Lutto fisico. Col numero
aritmetico indico tanti uomini, tanti alberi, Lauti animali tc, se,, nulla
importando se siano grandi o piccoli, slmili o dissimili E dunque manifesto che
nella semplice enumerazione non si considera che la nwda esistendo ma dall
altra parte Fidea di esistenza è per se semplice cd in divisibile i dunque ne
viene che l ei emonio primo è perpetuo della nuda enumerazione e esse oziai
mente semplice ed indivisibile. La cosa non procede così nella divisione, e
meno poi negli altri rami del calcolo. Ivi. anche uou volendo, sT introduce V
uno geometrico. Ivi noi non veggi a ino e non possiamo vedere che lui-, ed
agire che su di lui. In esso concorre bensì l'idea astratta di esistenza ; ma
essa non è la sola olio ne costituisca il conce Lio. Questo co oocito è
precipuamente formala dall idea d una estensione distinta e finita. Ma per giù
stesso che è finita . è anche figurata, Queste due condizioni sono per noi
inseparabili, Quando parliamo in particolare, la nostra Imaginazione si ferina
sulla idea della data figura’ quando poi parliamo In generale, si sveglia uoa
confusa idea o di una o di molle corrispondenti ai nomi che impieghiamo. 1
vocaboli generici di figura v di potenza, di termine, di piti, di meno^ e
simili, non possono svegliare iu noi altre idee che queste : ahri" menti
sono vuoti di senso per noi. Tutte le nostre Idee generali si presentano nella
stessa guisa; e a norma delle parole die impieghiamo si risvegliano nella
stessa maniera. Allorché ci occupiamo suìYmeso col senso aritmetico^ uou
poniamo mento uè alla forma, nè alla collocazione delle superficie; ma altro
non facciamo che numerarne le parli, ed annunciarne la somma, Diflstl'» colla
valutazione, noi prescindiamo da queste circostanze in modo, clic dinamo
equivalenti tuLte quelle superficie variamente conformate, le, Co \ m [amo
quell' unita co ai p l essa olio sfugge ogni e a 1 c pio, Con esso anello 1’ nomo
di genio riceve quelle subitanee inspirazioni, le quali sono indi pendenti
dall’analisi o dal sillogismo* A questo apparitene pure quello die appellasi
tatto morale o di esperienza tanto nei giudizi!, (punito negli usi delia vita
Questo senso riceve maggior perfeziono quando od mi felice organismo sì accoppo
una buona educazione. Egli opera in noi ad ogni istante della vita: e quindi in
lutto le nostre me dilazioni. In esse i concetti, che cadono sotto il
discernimento, sono parli dei conce Ili integrali, segnale ri più o meno larghi
intervalli. Mediante poi il senso differenziale la nostra ini diligenza
avvertita mente comincia da una parte colla natura, e dall’altra coi n osi ri
simili e con noi medesimi. Diffalti la mìa mente nnn può avvertita mente
comunicare nò eoa me, nò con a Uri, se non mediante quelle cose che d Incerilo,
e quei sentimenti dd quali posso dar ragione a me stesso. Ma tutte le scienze,
le regole, le dottrine, le ordinazioni umane derivano dal disccrti ini etile;
dunque esse non potranno raggiungere giammai tulle le gradazioni, uè esaurire
il fondo, dirò così, del senso mie graie. 1 dettami dunque scientifici
particolari si possono rassomigliare a quelle colonnelle che sì pongono lungo
una strada: esse segnano a largii! intervalli il cammino; ma lo spazio di mezzo
ò lascialo senza in dica zio ac. Ma scegli è vero che dove non sì dìsceme piu
non si può paragonale, perchè dove non si discerne piu non si sente differenza
? malgrado pure che esista e l'accia la sua minima impressione; sarà pur vero
che ri dì là di celti limiti deve accadere nei nostri concetti una trasforma
eztone^ per la quale la scienza deve cessare o cangiar linguaggio, ossia
cangiare [espressione dei co u ceni, Bidone dii la iti le coso a questa
estremila, le opposizioni si convertono in distinzioni, e le differenze in
gradazioni. g 34. Vera natura delle Idee ontologiche. Loro connessione collo
Idee matematiche. Né la cosa può procedere altrimenti, perocché FideiiUtà e la
diversità non esprimono veramente che due modi di se- mire dell'animo noslro,
associali a qualsiasi specie d’idee presentale a noi in una guisa risaltante.
fu qualunque stalo si trovi o si finga l’animo nostro, sia che si trovi unito
ad un corpo con sensi o maggiori o minori, sia che abbia idee senza l’inlervento
dei sensi esterni, si verificherebbe sempre questo carattere. Tutte le idee
ontologiche sono di questa natura: esse, parlando propriamente, non ci vengono
di fuori. Le cose particolari hanno forme assolute e particolari: espresse in
generale non cangiano natura. Le idee ontologiche non esprimono forine^ ma pure
logie: quindi esse non appartengono all’esterno, ma si riferiscono solamente a
funzioni fondamentali ed ultime dell’animo nostro, le quali intervengono
perpetuamente nel sentire e concepire qualsiasi cosa. Così nello specchio, dopo
le diversità delle imagini, trovate che tutte sono riflettute; ma la
riflessione è la funzione fondamentale dello specchio, e non degli oggetti. Le
idee matematiche sono, fra tutte, le più contigue alle ontologiche, e per un
certo lato si confondono colle ontologiche. Questo fa sì che la sfera delle
Matematiche ha per noi un aspetto immenso, e a prima giunta uniforme. Ma s’egli
è vero che la nostra intelligenza è limitata; se ella ha certe leggi; se ognuno
di noi è conformato d’una sola maniera; e se l’ io che sente le differenze in
un oggetto materiale è quello stesso io che le sente in un oggetto
intellettuale; sarà pur vero che una sola legge dovrà presiedere a questo
sentimento. Que’ simboli segnati con un nome, che chiamiamo idee astratte,
intellettuali, generali, non possono mutare la nostra capacità, nè sottrarci da
questa legge. Quelle clic i matematici chiamano proprietà dei numeri saranno
dunque effetto di questa legge. 11 numero non esiste in natura, ma egli è un
concetto dui nostro spirito. 3 5. Della sfera delle Matematiche considerata
nella loro fonte primitiva psicologica. Quanto poi al raffigurarli, noi non
abbiamo altro mezzo che quello di un seuso distinto, risaltante, e che abbia,
dirò così, una certa latitudine. LIu rapidissimo ed un lentissimo movimento si
rassomigliano. Pare adun que che la numerazione distinta esteriore richiegga
una certa vibrazione dei nostri organi. Se l’aspetto o la successione delle
cose esterne eccita quella vibrazione con quel dato intervallo, nasce la
distinzione; se non eccita a quel seguo, con quella tale latitudine e con
quelle tali pause, nou si ottiene verun concetto particolare distinto. Le
produzioni specialmente organiche conosciute ci presentano specie distinte, nelle
quali colla varietà particolare della loro struttura vc0 giamo accoppiata una
similarità di leggi e di azioni compatibile colla costituzione organica di ogni
specie. I germi racchiudono sicuramente le prime cause determinanti di queste
forme e di queste leggi. Se il nostro sensorio fosse conformato in guisa di un
germe, o in altra simile forma, che cosa ne dovrebbe nascere? Una psicologia
sagace, e ben corredata di fatti, potrebbe recar qualche luce in questi
reconditi recessi del nostro essere . Ciò servirebbe di guida a spiegare in
progresso molli fenomeni sentimentali che oggidì ci appariscono isolali, e che
ci presentano la dottrina deir uomo interiore a guisa di una raccolta di viaggi
di molti navigatori, i quali hanno bordeggiato le sole coste, o non si sono
internati abbastanza nel paese, per darcene una carta specificala e
complessiva. Se la Matematica fosse trattata a dovere, essa dovrebbe
somministrarci la prima interpretazione delle leggi del senso differenziale
unito all’ integrale; perocché nella semplicità delle idee, che maneggia,
queste leggi operanti contemporaneamente si debbono mostrare alla scoperta. Noi
avremmo allora la storia naturale dell’ animo umano, il quale ad un solo tratto
sente e distingue; perocché la denominazione di senso integrale e differenziale
non è che una locuzione per dare ad intendere la natura di due funzioni e modi
d’essere dell’ANIMO – GRICE PSYCHE, SOUL -- nostro. Io trovo, per esempio, che
in architettura s’assegnano certe proporzioni: che della musica si danno certi
elementi coi numeri. Ora domando se siasi ridotta la teoria ad una tale unità
sistematica e primitiva da mostrare la radice comune di fatto delle regole
architettoniche e musicali. E pure questa radice comune esiste. Essa riposar
deve sopra un fatto primitivo, o sopra alcuni fatti primitivi, dei quali se non
possiamo trovare altra ragione, basta che constino a noi per servire di
fondamento alle nostre dottrine. Dicesi, per esempio, nella Musica che le
ottave si rassomigliano; e si considerano nei loro rapporti come una stessa
voce. Si è mai filosoGcamenle analizzato questo coucelto? Le voci non hanno né
figura, nè colore: come dunque trovate voi fra il grave e l’acuto, che sono due
idee diverse, una identità come questa? Qui avete identità e diversità in un
punto solo. Mi sapreste voi dare un emblema che rassomigliasse e mi desse
ragione di questo fenomeuo psicologico? Alla Matematica pienamente sviluppala
toccherebbe di offrire questo emblema; e, quando fosse convenientemente
esposta, presenterebbe all’ umana intelligenza uno specchio, nel quale questa
ravviserebbe sé stessa ed i proprii movimenti allorché si occupa a studiare le
quantità. Essa vedrebbe allora, che i concetti aritmetici appartengono
propriamente j 1 .sènso differenziale e eliti perciò debbono essere più
semplici e. piò universali ilei geometrici, e servir quindi ai paragoni ed ai
risultati geometrie i. Di rialti quando la m e □ Le nostra sempìieemeule di
stiogu'e o limila un oggello, non ritrae allro concetto clic quello dì utia diversità
o rlì ima latitudine astratta, la quale non si può risolvere in vétun altra più
semplice idea. Da ciò ue viene, clic col senso aritmetico voi determinate anche
le misure di quelle cose*, le quali non presentano superficie alcuna, lu questi
casi perù il senso aritmetico viene assistilo dal geometrico. Cosi ci serviamo
dello spazio per misurare il moto: e dello spazia n del mota per misurare il
tempo. Così so noi cì occupiamo a determinare 3 a caduta, la prelezione, la
direzione o diretta o ribattuta di un solido o di uo fluido, I imaginazione
traccia per una pronta finzione b linea ch’ossi descrivono. Quanto alle forze,
si associano le idee dtdresUuisione o dei numeri per segnare ì gradi: lai clic
quesl’associazinue del senso geometrico coll 'aritmetico ù costante,
universale, inseparabile. Nò la cosa, logicamente parlando., potrebbe mai
procedere diversamente; perocché le idee di diversità^ di distinzione. di
limiti*, dì ptìo di meno ec. sono tulle puramente relative* Ma per citi stesso
che sono relatice esse, involgono il concello de’ termini^ dai quali sorge la
relazione* Somministrare le idee di questi termini appartiene appunto al senso
geometrico. Esso presta, dirò cosi., il fondo sul quale si esercita ogni specie
di calcolo: esso quindi è il primo die agisco in noi. A lui dumpu: appartiene
in prima ed ultima analisi il concetto positivo dell1 unità si metrica che
complessiva. SO. Del concetto dell' un ilei complessiva. Copie si condili col
senso discretivo. L’unità complessiva 5 sia sensibile, sìa mentalo ; riunisce
molli concelli, i quali presentano qualità esclusive e qualità comuni nelle
parlL ed una proprietà semplice individua nel tutto, clic non si può tramutare
in un altra. .Da ciò deriva Lalvoka una incommensurabilità assoluta»Ciò però
non toglie chT essa non si possa risolvere in dati elementi. bolla sola
cognizione però dì questi elementi non si giunge a quella arnia. Non sarebbe
più vero che esista una forma unica indivisibile^ e tutta propria del solo
complesso, so ridea d dV elemento potesse esprimere quella del tutto, Un
falegname costruisce la ruota di un carro, ed un muratore fabbrica una torre
rotonda. Tre cose si possono domandare. Da prima, quanto materiale sia stalo
impiegato nel dato lavoro: la seconda, quali lorme . \k\ Sp ecià H u y e&s
e po le partì ni a gg tori e omponen li q u est5 op e ria, e quante di uùa
forma e quanto di iuj 'altra siano state impiegate, e come siano siate
collocate nel costruire l'opera suddetta; la terza finalmente quale sia b
dimensione di tutta l’op qv a s u d di vis ala. Quaudo v oi doma udate q u a
uLq matòfe sia stato impiegalo, voi fate astrazione tanto dalla forma unica
complessiva del tutto* quanto dalla forma o formo diverse delle parli
singolari: quando voi chiedete della figura delle parli maggiori, del numero e
tifila collocazione di queste figure, voi fate astrazione tanto dalla forma
complessiva di tutta Peperà, quanto dalla qualità e quantità degl l elementi
primi, ossia degli atomi che compongono queste parti maggiori; quando
finalmente vi rivolgete alla dimensione del tutto, voi prescìndete dalle minute
particolari Là sopra ricordale, per ottenere invece un concetto semplice ed
univoco di questa dimensione. Ma è cosa di faLLo, che tanto lo forme, quanto il
numera degli atomi. delle parti maggiori e del tutto esìstono congiunte nell'
opera; egli è di fatto, che tulle concorrono a costituirla nella vera sua
dimensione e ftrmra semplice ed unica. Ora vi domando se, malgrado ciò io possa
o no convertire la dimensione del tutto ili una forma discretiva di grandi
parti dissimili ; se io possa o no trovare i componenti razionali di queste
grandi parti, fenoli è F espressione loro complessa sia incommensurabile. Miro
jè il dire che un dato effetto derivi dalle date cagioni; ed altro £ ;] dire
ch’egli sìa di caràttere o simile o dissimile di quella delle sue canoni. Altro
è il dire eli5 egli sia in sè stesso composto n misto; ed altro è II dire che
abbia un'essenza cosi, semplice, univoca e propria* corno quella di ogni
cagione considerata singolarmente. Due spinte uguali ad angolo retto fanno
seguire al corpo sospinto la diagonale dì un quadrato: due dati suoni fanno
sentire sotto un cerLo angolo un terzo suono. Ora domando se la direzione del
corpo sospinto dai due impulsi suddetti. od il terzo suono che si fa sentire
per la vibrazione dei due, siano o no cosi semplici o indivisibili come le due
direzioni c i due suoni presi si li gelar m cu le, nell' allo puro che sono
tulli e tre dissimili. Che cosa segue da ciò? Egli ne segue* che io non potrò
certamente tradurre l'idea dd terzo suono, o della direzione diagonale, iu
un'altra, perchè ne distruggerci il concetto, e convertirei il sì in no; ma
potrò ciò nonostante trovare gli idem cu li coefficienti deifessenza da me
concepita. Ecco ciò che accade nei nostri concetti nel compórre, o nelF
analizzare Funi Là complessiva. In essa V asso eia zi ori e del,v en*ù
geometrico ed aritmetico si palesa apertamente, In tutti i composti
assoggettati ad umLà dir sì può die il centro formale e reggitore dell* unità complessiva
iwu risiede dentro ale a uè delle parti si ugola ri» ma fuori (lolle medesime*
l([ là egli comunica al latto le sue affezioni* Da ciò nasce die iu ogni parte
dd> Lono esistere Lauto le qualità singolari^ quanto le attitudini comuni ;
seu /a ili die non potrebbero concorrere a formare un solo tutto individuo, e
dotato di vera uni Là. Queste atti Ludi ni sono il fonda me ulti dello
proporzioni} le quali nell unità complessiva logicamente sostengono molti
rapporti simultanei, tu esempio Io abbiamo accennato già sopra, tpiaudo abbiamo
parlato del quadrato dell* ipotenusa. Disi lozione della commensurabilità dalla
unifica bil ria. Per fa qual cosa tino dui primordi i della scienza conviene
aectmilamente distinguere la commemurahiUth dalla unificabili la. La prima ad
altro non si riferisce, fuorché alla coincidenza dei limili dati alle parli di
un tutto*; sia con un metro comune, sia col paragone ad un alito tutto. La
seconda per lo con trario si riferisce alfa cospiri rione simultanea di piu
cose anche diverse a formare un lutto semplice ed indivi' duo, fatta astrazione
se queste cose siano o non siano fra di loro cornine □ su rabdh òla questa
unificazione viene considerala qui per quel Punico aspetto che può interessare
la logica della quantità : dunque conviene ben distmguere il concetto proprio
matematico dì essa da quello ili qualunque nitro finitimo* Il numero a prima
giunta presunta uno di questi finitimi conccLli. Ma se voi considerate il
numero conni ["espressione di elementi ideali simili ed eguali (corno
sarebbe aritmelicameule quello di più esistenze. e gecun eliacamente quello di
più punti escogitabili), voi non ruggì ungere te mai ridea generica dell’uailà
complessa; perocché questa può abbracciare nel suo concetto unità, varietà e
cniitinuiLà, Ora per ciò solo, che ili linea di quantità contiene solia u Lo la
varietà, essa con in. ne parli disuguali ariime bearne ubi, e parli dissimili
geómetricamenle/ruUa al più dunque il numero, considerato come sopra, potrebbe
bensì fermare una specie particolare doll’umlà complessiva, tiui non ne
racchiuderebbe tulli i caratteri. Dir dunque si dovrebbe quei numero essere
unità complessa similare^ tua non unità complessiva genericaQuesta distinzione
h impor Lautissima per il calcolo, perche, uc fa variare necessaria roc ut c il
metodo. Questo metodo dev’essere atteggiato a norma della natura propria delle
parti e del tutto, e a norma dei rapporti logico-matematici che si multai)
Aleute passano sia fra parte e parte, che fra le parli ed il tu ILO. Questo
basti per ora. onde preparare il concetto delle idee primitive matematiche in
mira allo stnbìlìmeolo del miglior metodo deli’ insegnaiocuto primitivo. Queste
idee implicitamente cd eminente monte racchiudono la virtù logica die deve in
progresso determinare anche le vedute pratiche. Un ulteriore sviluppa mento
delle medesime sara forse necessario nel progresso delle proposte disquisizioni
31i riserbo adunque di presentare questo sviluppa mento, pago essendo di aver
fissato nota solo h proprietà dei primitivi cuuceLLÌ? ma eziandio la
connessione loro razionale colle altre tenni cria conosciute del nostro
intendimento. Cosi si avrà quel nodo v t? 3"5 D * # e si conosceranno
quegli anelli di comunicazione che connettono le sdente mate maliche colla
razionale filosofia. iNìola al Solini ente coll' aurora della buona Filosofia i
matematici hanno tralasciato dal riguardare il punto c la linea come enti reali
^ ma non so se siano gì un li a riguardarli come segni di pure logie ossia come
segni di idee ultime relative estratte soltanto dal nostro intellètto. Prima di
quest1 aurora, al punto ed alla linea veniva attribuita una realità
sostanziale, la quale ripugnava colla ragione. Ci^ fece dire ut Labbé: » Quid
est punctum? Si coLorem quncris, expers si a parles, non habet; si nomcn, nihii
acutius; si naturarci, niliil obscuriusj si ok m lieta, nihii ineertiiis. Noe
corpus est, quia malcriam neseit* nec spirilus, quia ), qimjiiitatcm rèspicitj
nec quanlilM, quia partes cxdudit. Quid est puna ctum ? Nihii, si cxperientìac
credisi aliquid est, si rationem consniis ; et ah» quid et nihii, si
plnlòsophos àudis. Aliquid est, quia par Ics net Ili 5 et nihii est, 3ì quia durti est pun
etimi, vinculiitn esse nequit. Quomodo
enim partes necLit, si 33 non Ungiti, si non adacquai? Quomodo adacquarsi est
minila ? Quomodo n non est miims,sÌ est punctum? Et si est mi ntis, quomodo id
taluni unit, quod » totum non tangit? Quomodo unum non est minus, et alte min
majus? Quoj> modo unum non est niimtS, si est punctum j et alterniti màjns,
si est lo „ tuns ? Quid est punctum?
Si non interrogai*, sei&j si urges, nescioq si )> mavìs, ludo. » Ho
detto che dal modo di assumere il punto qui supposto dal Labbe hanno in oggi
receduto i matematici. Leggale il Grandi ed il Lacrolx nei loro KJeinenLi, 0 ve
ne convincere le. Ivi vedrete le giuste definizioni anche della linea, deli'
angolo ec. oc-, c vi convincerete vie ptu della verità delle cose da me esposte
iu questo primo Discorso. Sull oggetto, sulle parti e sullo spinto delle
dottrine m atema ti eli e . Passaggio dalia contemplazione metafisica ed
isolala alla spedale e di fatto delia quantità, Conce Et I nuovi e reali che no
nascono. L unità, sia metrica, sia complessiva . considerata nella massima
tu;generalità, non veste alcuna posizione determinala. Ma questo aspe Ilo ì
puramente fattizio. Esso viene preso lu non siderazione da noi soltanto per
semplificare V oggetto delia nostra analisi, e determinare I caratteri eminenti
e perpetui dell’oggetto analizzato. Co li vi no duncpio disceudm da questo punto
altissimo di prospettiva, onde rilevare piu davvicitioii naturale aspetto di
lui. In questo secondo punto di vista die cosa vergiamo noi ? Noi non vegliamo
più F unita indefinita ma E vediamo finita, e veramente figurata. Noi non veggi
amo più il numero a gelsa tF unii «empii co pluralità 5 nò una grandezza
geometrica, come un pici o no mcuo di estensione, ma a questi concetti sì
aggiungono quelli delle loro proprietà naturali -, siano assolute, siano
relative, Mtoru gli cali matematici ci appariscono dotati d’uua specie di
personalità propria, come le altre cose tutte esistenti in natura. Rappreseti
tamloli con ordiu&j si forma la loro storia naturale, e nello stesso tempo
si generano i pieni elementi del calcolo. Qui appunto consiste tutto Io spirito
eminente della dottrina di fatto del primitivo insegna mento delle Matemali di
e. S Necessità dì questa contemplazione speciale e di fatto per oLEcuerc h
prona scienza ed il calcolo efficace. Indole e leggi della quantità dt fatto.
L'arte di osservare somministra Farle di calco lare. Ma Farle di osservare è
necessariamente determina la dallo stato reale difatto dui soggetto, e dai
rapporti che pass a un fra di lui e la nostra intelligenza. Sarà dunque
necessario di porre sotF occhio tutto il soggettò cóme sta J altri menti non
avremo uf piena scienza, uà calcolo efficace. Pochi squarci saltLiarii o uno
sfumalo profilo non somministreranno adunque clic risultali imperfetti, o di
una rimotissima applicazione, I veri concetti matematici non sono nè fantasie
poetiche, nè elaborazioni trascendentali. Essi sono risultati necessarii degli
oggetti aritmetici e geometrici esaminati da noi. Ma questi oggetti ci
presentano qualità assolute e qualità relative proprie e inseparabili. Dunque
prima di tutto conviene studiare queste qualità, e le leggi necessarie che ne
derivano. Questa sentenza è comprovata tanto dai nostro senso sperimentale,
quanto dalla proposizione, che il principio della figura è la stessa figura.
Questa proposizione altro non è che l’espressione di una legge necessaria, la
quale, anche non volendo, si manifesta agli attenti calcolatori. Essi veggono
diffalli più volte comparire ora una similarità dominante fin nelle minime
parti d’ una divisione determinata dalle ragioni costituenti un tutto ; ora un
predominio di certi termini posti in una data maniera; ed ora altri fenomeni
consimili. Tutti questi accidenti sono la necessaria conseguenza di una legge
necessaria che deriva dalla natura degli enti matematici medesimi. Se gli enti
geometrici fossero soltanto generazioni di punti fluenti e di linee scorrenti;
e se gli aritmetici fossero nude pluralità più o meno ampliate, ossia elevale a
maggiori o a minori potenze; tutti questi accidenti e tutte queste affezioni,
che ad ogni tratto si palesano nel calcolo, non potrebbero sorgere giammai.
Qual partito adunque ci rimane? 0 di studiare di proposito la natura e le leggi
proprie di questi enti, o di ricorrere alle qualità occulte dei peripatetici
del medio evo. Ma se l’occulto si potesse render palese, non è egli vero che,
ommeltendo le ricerche, noi ci condanneremmo ad una ignoranza volontaria? À che
prò allora studiare di proposito le Matematiche? Forse che carpire qua e là con
fatica improba qualche teorema forma la ricompensa e costituisce il vero frutto
degli sludii matematici? 40. Antichità dello studio sull’indole e sulle leggi
della quantità. Sua interruzione. Necessità di ripigliarlo. Lo studio che io
propongo non è nuovo: ma è tanto antico, quanto la scienza. E°ii è in sostanza
uno studio abbandonato od interrotto dalla o solita nostra impazienza di
scorrere di salto al generale ed all’assoluto, prima di avere gradatamente
esaminati tutti i particolari. Le Matematiche poi hanno dovuto subire una
vicenda particolare non comune agli altri rami dello scibile; e questa si è V
arcano che uno spirito di naturale ed universale analogia ha suggerito ai primi
coltivatori e maestri. Questo arcano, al quale si unirono gravi interessi, ha
soltanto permesso di esternare i metodi delle prime operazioni aritmetiche,
occultando la loro origine e le loro ragioni, e il mezzo onde renderne
sensibile la derivazione. Così il mondo fu condannalo a contentarsi di un cieco
meccanismo, anziché ottenere una filosofica derivazione dell’arte di calcolare.
E tempo ormai di ristabilire la scienza nelle sue basi; è tempo ornai di
riannodare il filo interrotto della sua generazione: è tempo ornai di conoscere
le ragioni di ciò che operiamo; è tempo ornai che gli apprendenti siano
sollevali dall’ improba fatica di un insegnamento preso per la coda, o fatto
con precipizio. 41. Come dev’ esser fatto questo studio. Per far ciò convien
salire dal sensibile, dal semplice e dal particolare, all’ astratto, al
complesso ed al generale. E poiché il senso geometrico deve prestare il fondo,
e questo fondo è essenzialmente vario, egli fa d’uopo incominciare ad occuparsi
su di lui, ed acquistare la cognizione almeno delle qualità matrici da lui
presentate, per indi passare alle filiali . Queste qualità matrici si rilevano
dall’esame delle differenti forme, e dai ualurali movimenti e periodi delle
rappresentazioni simboliche delle quantità. Il nome di simbolo sembrami più
adatto che quello di figura^ sì perchè negli studii puramente teoretici non
intendiamo di rappresentare forme esistenti realmente in natura, e sì perchè
l’oggetto del loro esame è propriamente quello di condurre all’arte del
calcolo. Il loro carattere simbolico si è quello appunto che può autenticare i
dettami scientifici. Questo carattere consiste nel porre sotto agli occhi le
posizioni, le distinzioni e le composizioni nostre mentali. Ogni specie di
disegno ricavalo dalla nostra fantasia ha questo carattere. Essi altro non sono
chepitture del pensiero. Questo schiarimento è più importante di quello che a
prima giunta possa comparire. Senza di lui si dà luogo a tutte quelle
illusioni, alle quali un rozzo senso di analogia trascina gli uomini. Senza di
lui non si distingue ciò che ci viene dal di fuori da ciò che noi ricaviamo dal
di dentro. Senza di lui non si rintuzzano quelle pretese colle quali intendiamo
di dominare la natura . Senza di lui finalmente togliamo la fiducia logica alla
scienza, stante eh è col personificare i nostri concetti noi comunichiamo loro
una natura indipendente da noi, la quale, oltre d’involgere un falso supposto,
gli assoggetta alla critica dei fenomeni esterni. Per lo contrario col
riguardarli come puri modi della nostra mente ce ne assicuriamo come di
qualunque altro reale nostro sentimento. Questi simboli dunque si debbono
riguardare come le note della musica, e farli servire come ci serviamo delle
note suddette. Scoprire le qualità razionali degli enti matematici, prodotte o
dalla loro composizione ? o dalla loro divisione, o dai loro nessi, e così
discorrendo, ecco Toggetto logico immediato del primo esame di questi simboli.
Varie possono essere le forme o del tutto o delle parti loro; ma esse non
possono servir tutte al calcolo. Le prime sono quelle che nascono dalla
formazione o divisione di un tutto avente unità di concetto con radici
razionali. Esse allora fanno la funzione di guide e di mediatori proprii e
naturali. Senza il loro soccorso ogni concetto rimarrebbe necessariamente
isolato; senza le indicazioni loro non si potrebbero veramente tessere certi
calcoli. Esse formano, dirò così, i muscoli ed i nervi del corpo matematico. Il
calcolo è un’arte che riposa sopra una scienza di fatto. La scienza di fatto
non si acquista che colla osservazione dei fatti medesimi. Questi fatti altro
non sono che i concetti nostri geometrici, sia primitivi, sia secondarii, coi quali
comprendiamo o paragoniamo le quantità. Per fatti primitivi io intendo quelli
che si manifestano per via di una ordinaria attenzione, madre del senso comune;
per fatti secondarii intendo quelli che si manifestano per via di una studiata
induzione. Quando la scienza è nata, si trascelgono e si classificano questi
fatti. Quelli che debbono essere sottoposti agli occhi degli apprendenti, sono
certamente i più semplici, ma ad un tempo stesso i più fecondi. Tutte le
posizioni dunque primarie del mo ndo matematico debbono in via di fatto essere
poste sottocchio. Vedete la natura: essa non ci presenta ver un testo mutilalo.
Imitiamola dunque almeno nella prima proposta, per far intendere che quando
studiamo in particolare non dobbiamo rimanere stazionari!. Le prime posizioni
sono rappresentate col simbolo dell’ unità geometrica, che a bel bello si va
trasformando, e secondo le apparenze ampliando, diminuendo, ed associando con
altre. La trasformazione somministra la vera ed essenziale differenza ; V
associazione somministra la vera unità complessiva. Tutte queste forme debbono
essere proposte e delibate, riserbando l’esame delle leggi generali ad altro
periodo. I, Jfezri e modi rii questo sii ni io. Uso ilei ceiÌcqIo primitivo
natura]^ dfslinìii tini secondario arltfieiule. Oltre di ri levare i fenomeni
deità quantità ? >1 dm1 far avvertii^ ai movimenti nostri interni. Nel
tessere questo esame si dovrà certamente for uso ili raziociuih e però di un
vero calcolo. \Ia questo calcolo non è il calcolo matematico aftìjtziaìe^
conseguente alla cognizione delle leggi della quantità: mai' un calcolo
primordiale generale della teoria, e quindi delle regole speciali de Ila le
dalla cognizione di queste leggi . Calcolo inizialivo pertanto denominar si
potrebbe quello elio ricce impiegato in questa prima operazione; nella quale si
tratta di scoprire l’indole c le leggi delle diverse follile della qp aulì là.
la questo esame primordiale non basta fare Fanalbi dei simboliche slan nojkòri
di noi, ina convieu fare eziandio avvertire ai movimenti eie accadono dentro di
noi nell'atto di compiere quest'analisi. Per Iti qual cosa convieu far bene
avvertire, ohe ora il senso aritmetico è suWdiin-to al geometrico, ed ora il
geometrico all1 aritmetico, in modo però che omeudue Intervengono sempre a dar
l'orma ai nostri giudizi! rd alk nostre espressioni. Posto diffatli lo stesso
simbolo Figurato, egli può diviso o estimato in mille diverse maniere. Fra
tuLte però con vira preli'rire quella sola die viene determinala dai rapporti
essenziali della sna posizione, e dai bisogni della nostra mente, rivolta a
determinare sì il vaiore di tutte le parti dell'esteso esaminato, clic le loro
prò j elioni, le lai a con cessioni, le loro convergenze; e, in breve, tutto
ciò clic può èsig.'w in futuro il mini s lem del calcolo. Ordine delle ricerche
sui fenomeni della quantità. Queste ricerche nascono spontaneamente le noe
dalle altre alforcliè Insanie venga incominciato a dovere. La figura stessa,
corno Vi somministra le risposte, cosi vi suggerisce anche le ricerche clic
dovete insilare. \ fine d? incominciare a dovere quest’ esame si debbono
proporre tre generali ricerche: la prima, quali siano i caratteri propni di
tjaell.j lai figura la seconda, quali ne siano i coefficienti tanto a riguardo
oeh porti, quanto a riguardo del tutto: lo terza finalmente, quali ne siano i
vincoli di connessione, di tendenza con altre, e quindi quali ^ìì elementi per
convenire a formare mi tutto individuo. I risultali di queste rkudic. fatte a
dovere somministrano tutti i lumi primitivi di fatto per conoscer le leffgi
naturali della quantità. Studiando posatamente queste formano le regole
speciali e getterai: del calcolo. Distinzione della parte ostensiva dalla parte
operativa della dottrina. Definizione generica del calcolo. Con queste regole
si effettuano le leggi delP.umana intelligenza rivolta all’esame della
quantità. Le figure diverse, esaminate in senso diviso e in senso unito, vi
presentano di nuovo un gran tutto, le varietà del quale altro non sono che le
metamorfosi, dirò così, cì’una grande unità. La serie ordinata di queste
metamorfosi, le relazioni e i passaggi dalle une alle altre vi somministrano
appunto i termini e i modi del calcolo universale matematico. In lui si
riuniscono tutte le differenti specie di calcolo come altrettanti rami d’uno
stesso albero. Qui noi entriamo nella parte operativa delle Matematiche, nella
quale appunto consiste il merito loro. La parte ostensiva o contemplativa non è
che il mezzo per giungere all’ operativa. Questo scritto versa sul metodo
d’insegnamento . La parte dunque operativa esige una speciale attenzione.
Domando adunque in primo luogo che cosa sia il calcolo. Esso viene comunemente
definito = quella operazione del nostro intelletto* mediante la quale noi
procuriamo di determinare e di esprimere i diversi rapporti delle quantità. =
Questa operazione, a norma dell 'oggetto e dello scopo speciale che si propone,
riceve pure speciali denominazioni, la tutte queste specie per altro
l’operazione suddetta tende sempre a ridurre a termini più semplici e più
compendiosi, che può, l’espressione di questi rapporti. Quando si conoscono i
mezzi opportuni di far tutto questo, si conoscono le regole del calcolo; quando
effettivamente si sa impiegarli con esito, si ha la perizia del calcolo. La
collezione o il complesso di queste regole costituisce l’espressione dell’arte:
il possesso pratico maggiore o minore dell’arte forma la perizia maggiore o
minore, e quindi il merito maggiore o minore di un calcolatore. Domando in
secondo luogo il perché sia necessario il calcolo. Perchè da una parte gli
oggetti che dobbiamo o vogliamo conoscere sono tanto varii, tanto numerosi, e
in massima parte nascosti: e dall’altra la nostra percezione è tanto angusta,
confusa, ed arrestata dalle prime apparenze. Questo fatto è comune ad ogni
specie delle nostre cognizioni; e però in tutte le nostre deduzioni interviene
veramente una specie di calcolo. L’argomentazione e opera doli" iute
Utenza limitala. Mediante il paragone di due idee eoa una terza, essa può
scoprire quei r ri p porli i quali immediatamente non si presentano
alPinLelleHo. La natura è la prima maestra. L’arte alleo non fa else imeagtee
quelle maniere le quali l'esperienza mostrò seconde ad ottenere ['inizilo
proposto. Ecco la logica artijièiafe. figlia e campagna della naturiti a Dico
anche compagna^ perocché anche dopo il ritrovamento del!V$ciale essa esercita
ancora il mio dominio iu mille e mille occasioni, le quali non furono
contemplale dall arte, La logica dunque naturale si più dir sempre predominante^
perocché sono inolio piu numerose le circestanze nelle quali si ragiona cd
agisce senz’arLe, che quelle nelle quali si ragiona cd agisce con arte* Per tal
mozzo l’uomo anche nella più inah trata civiltà è più discepolo della natura,
che delle instìluzioui fat tizie della socieLà* \ eneo do al calcolo, noi siamo
costretti a confessare che il calcolo matematico è figlio del calcalo naturale
^ e forma un ramo particolare di questo calcolo primordiale, Diffatù cello
studiare la storia naturali della quantità per ricavare le leggi della
medesima, e quindi far nascere )e regole del calcolo matematico, noi slamo
costretti di usare il calcolo. Per la qual cosa le regole del calcolo un a
temati co derivano da un litro calcolo anteriore, il quale si confonde colpirle
di pensare comune a tutto lo scibile umano. Non con fon diamo le regole del
calcolo coi principii filosofici del medesima; né lo origine e V analisi dei
concetti logici oollr pure definizioni e collo deduzioni secondarie. Il calcolo
èun arte, ed un'arte di prima necessità; esso ha preceduto la scienza
filosofici, crune tutte le altre arti primitive* In esse la ragióne dell’arte
viene dedotta dal1 a pra fica e dall e prod azioni dell’arte medesIma. La prima
creazior e è inspirata, dirò cosi, dalla natura, I/norrio allora contempla F
opera della sua mano Da ciò dia ha fallo impara a far qualche co sa di piu; ma
per lunga pezza prosegue a fare. Finalmente studia la ragione di quella eh
fece; lacchè egli pratica rientrando iu sé stesso, ed indagando h natura e 1
andamento de suoi pensieri. Iti mane certamente*, come rimarrà sempre, molto di
inavvertito e di occulto: perocché la ma un può fare assai più di quello die la
mente possa discernereed intendere: ma smaniente collo studiare ciò che si può
Jisceraere, c col dare la ragione di ciò clic fi può intendere, si può ampliare
il nostro dominio razionale Necessità dell'analisi filosofica del calcolo. Pare
a prima giunta che il calcolo non abbisogni di alcuna analisi filosofica,
perchè egli porta un frutto certo che acquieta 1’ intelletto. A che rompersi la
testa, dirà taluno, ad indagare la natura propria del calcolo, quando veggiamo
offesso ci somministra i risultati che domandiamo? Prima di tutto io rispondo:
non esser vero che col calcolo usitato si ottenga tutto ciò che si vuole. Se
ciò fosse, io non sentirei a parlare nè di casi b’reducibili, nè di equazioni
irreperibili, nè d’insufficienza della Matematica applicata, nè di altrettali
argomenti. In secondo luogo rispondo: che per lo stesso motivo il farmacista,
il tintore, ed altri che professano molte altre arti, potrebbero pretendere che
la Chimica sia inutile. In terzo luogo poi rispondo: che quando al calcolo si
voglia attribuire il privilegio d’essere usato senza la cognizione di cui
parlo, allora non conviene parlarmi più nè di calcolo algebrico, nè di calcolo
sublime, ma solamente del comune aritmetico. Diffatti nell’algebrico non solo
si considera la quantità sotto un aspetto più eminente che nell’aritmetico
usuale, ma eziandio si fa uso di certe affezioni e di molte leggi comuni degli
enti matematici. Ne abbiamo una prova luminosa nell’applicazione dell’Algebra
alla Geometria. Quanto poi al calcolo sublime, noi scopriamo che le di lui
massime fondamentali non possono essere nè giustificate nè migliorate senza la
cognizione filosofica, della quale parlo qui. Invano pertanto ci potremmo
sottrarre dalle proposte ricerche sulla natura primordiale delle quantità, a
meno che non preferiamo un cieco e fortuito empirismo all’ illuminato e
ragionato modo di operare. 49. Necessità di conoscere ciò che si deve ommettere
e ciò che si deve fare. Esempio. Il calcolo è un’opera di ragione, e non ài
fatto arbitrario. Dunque è necessario di conoscere tanto le cose che si debbono
ommettere, quanto le cose che si debbono fare. Quanto alle cose che si debbono
ommettere vige un principio generale, che tutto ciò che è assurdo logicamente,
e tutto ciò che è fraudolento praticamente, dev’essere bandito dal calcolo,
sotto pena di nullità. Se per una considerazione generale non fosse possibile
di annoverare tutti questi assurdi e queste frodi, dovrebbero almeno i maestri
segnalare quegli assurdi e quelle frodi che illusero con effetto tanti uomini,
e salire alle cagioni che ne possono rinnovare gli esempli. Il celebre Lagrange
ha pubblicato un libro che porta il seguente frontispizio: Teoria delle
funzioni analitiche, contenente i principii del calcolo differenziale scevri da
ogni considerazione d infinitamente piccoli o di evanescenti, di limiti o di
flussioni . e ridotti all' analisi algebrica delle quantità finite. Questo solo
frontispizio manifestali colpo d’occhio e il sentimento d’uu uomo di genio, che
non tollera nè l’assurdo, nè la frode. Qui l’autore allro non dichiara, che di
volere far senza di infinitamente piccoli, di quantità che svaniscono, di
limiti per tramutare gli eterogenei in un solo concetto commensurabile, di
flussioni per confondere in uno le essenziali dissimiglianze. E perchè mai egli
non si è prima occupato a dimostrare che se ne deve far senza? Perchè mai quel
gran genio non ha voluto precluder l’adito a quei metodi che egli ha rigettati,
mostrandone l’illusione logica e la fallacia? Col dire semplicemente al
pubblico: ecco che si può far senza di questi melodi, non ha dimostrato che se
ne debba far senza, e però ha lasciato ancora la facoltà di usarne, come se
anch’essi fossero acconci a trovare la verità. Ma qui siami permesso di
domandare: o l’autore era persuaso della irragionevolezza dei metodi dai lui
rigettati, o no. Se ne era persuaso, dunque non doveva lasciare a’ suoi lettori
la facoltà di abbracciare o la scuola Leibniziana, o la Newtoniana, o la sua :
perocché fra il vero e il falso, fra il leale e il fraudolento non si può
transigere. 0 l’autore non era persuaso della mentovata irragiouevolezza ; ed
allora fare e dimostrar doveva che il suo metodo fosse piu facile, piu comodo e
piu spedito degli altri da lui rigettati. Se diffatti anche questi venivano da
lui riguardati come altrettante strade conducenti allo stesso scopo, altro
motivo non rimaneva per far preferire la strada segnata da lui, che quella
della maggiore comodità e speditezza. Ma egli non ha fatto nè l’una nè l’altra
cosa, forse per la somma modestia che Io animava. Cosi noi siamo rimasti
defraudati di un massimo servigio che quel sommo genio avrebbe potuto rendere
alle Matematiche. Solamente col dimostrare l’ irragionevolezza dei metodi da
lui rigettati egli avrebbeci compartito un inestimabile ed eterno beneficio.
Abbattuto una volta dalla possente destra del genio il grand’albero piantato da
suoi antecessori, e strappatene le radici per sempre ; eretto quindi un muro
insormontabile ai veri confini della scienza; tutti coloro che venivano dopo
avrebbero almeno imparato a non tentar più la strada dell’errore e della Irode.
Perciò, quand’anche non avesse egli segnata la via diretta, avrebbe obbligati
gli altri a non ismarrirsi pei sentieri fallaci tracciati da’ suoi antecessori.
Questo beneficio sarebbe stato durevole, quantunque il metodo da lui inventato
avesse dovuto perire. Consumata una volta l’opera della di ùtmzione.n si
avrebbero potato rinnovare più volto anche io vano i tonfativi della
edificazione' ma quelli clic fossero striti ben distrutti ima volta non
sarebbero risorti mai più. Per la qual cosa so fosse vero quanto da un
settentrionale trascendentalista è stato bruscamente rinfacciato al Lagrange.,
die il di lui metodo è falso OX avremmo almeno un criterio negativo per
giudicare se quello del suo censore sia escuto dai vizii già diin o stràni.
Dico un criterio negativo*) per far intendere che se Tan La gomito avesse
impiegato mezzi già riprovali dalla ragione nel costruire il suo nuovo
edificio, si avrebbe potuto, posta una chiara dimostrazione* accordargli esser
vero non avere il La grange ancora indovinato il vero metodo del calcolo
proposto' ma esser vero nello stesso tempo clic il suo censore ha pure tentato
invano Y opera medesima. Difetti, dimostrata una volta con rigore lilosohco Tir
ragionevolezza dei metodi rigettati, ossia dei loro mezzi fondamentali j se per
avventura il nuovo riformatore gel leu Lrionale si fogge prevalso di alcuno di
codesti mézzi? ogni, lettore avrebbe potuto dirgli : Guardate bene, o riguo re*
che voi adoperate un mezzo assolutamente riprovato* e però il vostro assoluto
trascendentale è un assoluto trascendentalmente, e In via assoluta riprovalo.
Tutto questo serva in via di esempio per far sentire quanto sia necessario
(specialmente prima die Limi scienza o un- arte sia giunta al suo apice!,
quanto, dico* sia necessario di far notare le cose che si debbono ora me Ltere,
prima di mostrar quello clic sì debbono o che si crede dovérsi praticate* 11
mostrare quello che doveri uni mettere non Importa assola lamento la cognizione
di ciò die po trebbi:. ri con buon successo operare. Io mostro ad un navigante
esservi scogli e voragini in doli punti dell3 Oceano ; il mare in certe
stagioni essere soggetto a desolanti tempeste, Se io tralascio di mostrargli la
via più breve c più sicura onde approdare ad una data costa, o die io la
ignori, o che io prenda abbaglio, cesseranno forse d1 esser vere le notizie di
fatto da me date? Tingiamo ora che taluno proponesse di seguire la via piena di
pericoli, e che porta a certa perdizione, come se essa fosse strada opportuna:
lasserebbe forse d: esser vero che colui mostra la via della perdizione invece
di quella del salvamento? Dalla similitudine passiamo al fatto* Per dimostrare
le cose dalle quali ci dobbiamo attenere nel calcolo non è sempre neces (i)
Wruoski, Intimi tiz> *atc atta filosofia ttnllè Materne iu-ht'* pBg* • ario
possedere Carte del calcolo, Àtìzi quando non si ira Ita delle jdid maniere di
esecuzione^ ma si Lratta invece dei prmeipii eminenti di rà$0n$rj ed anteriori
al calcolo, non solamente non è necessario di possedere il meccanismo del
medesimo: ma, anche possedendolo, la d’uopo guardarsi dall usarne* specialmente
quando si vogliono dimostrarci dovéri negativi eminenti ed universali. al*
terza dei doveri negativi. Con quali principi! debbono essere discussi e
stabiliti. LIó clic uon si può uè si deve fare in forza soltanto dei prindpii
primitivi universali ed irrefragabili di ragione costituisce il tenore ili
questi doveri negativi. Se ni un mortale ha diritto di comandare alla Logica* e
meno poi di capovolgerla, i maestri di Matemàtica dunque dovranno piegare il
collo a questi doveri. Invano porrebbero sottrarsi col mostrarmi una lanterna
magica, un giuoco di bussolotti-, o una i'antasmngona. \ 01 commettete,
risponderei loro, un circolo vizioso. Qui si tratta dei principi! di ragion
comune. 11 terreno, sul quale dobbkmi disputare, non è quello delle fate, ma è
quello del buon senso e della natura* A oi, col rifiutarvi dal venire in questo
campo, vi sottraete dal combatli mento decisivo. Qui si deve cót&battere e
qui si deve vincere, per dichiarare so la vostra vittoria sia legittima, o no:
ogni altro partito è wa sullerfu gio, ed ogni sotterfugio è nu rifiuto di
volere una decisione- le*giltima della causa della verità. Si racconta che
Cremo nino peripatelico.j invitala da Galileo a mirare col suo telescopio il
ciclo, abbia ostili a lamenta rifiutalo di farlo, per timore dT essere
costretto a confessare cLe i cieli uon erano incorruttibili e cristallini, come
aveva imparato -dulia scuola, ed aveva pur egli insegnato. Ecco il caso di quei
matematici éz si sottraggono dalla discussione dei primitivi principi! di
ragion coiti Dee che presieder debbono al calcolo, o che alle censure della
filosofia contro i melodi adottati contrappongono no colpo di fantasmagoria
matematica. Primo dovere: non confondere il sensibile fisico coti1
escogitabile. Esempio. Invano per altro ricorrono anche a questo partito,
perocché la Biosofia sa cogliere i concetti nascosti, sa decomporre i composti,
e sa dissipare gl’ illusoli!. U per verità quando i matematici, nell’ impotenza-
di far coincidere la valutazione di due oggetti essenzialmente incomincnsul
abili, stabiliscono un valore o una misura di mera approssimazioncj'd ragione
mi dice die se essi presentano una cosa speaditiivameMe inutile, non mi
presentano almeno una cosa logicamente assurda o fraudolenta. Ma allorché, dopo
aver diviso ed angustiato l’ oggetto, e ridotte le cose ad un residuo, a loro
dire minutissimo, e peggio infinitamente piccolo, lo volessero scartare, e
quindi valutare Foggetto accomodato senza far entrare lo scartato, la ragion
primitiva, ossia il senso comune, mi direbbe che essi non solamente mutilano
Foggetto proposto, e realmente lo tramutano in un altro, ma pretendono che io
debba riguardare Foggetto scambiato come identico al primo proposto. Quindi esigono
che il calcolo che versò sull’oggetto scambiato venga da me riputato come fatto
sull’oggetto domandato, e però che tutte le proprietà, tutte le leggi e tutte
le affezioni dimostrate jiroprie dell’oggetto sostituito si debbano appropriare
per equivalenza all’oggetto principale proposto. Così, dopo aver modellato le
persone sul letto di Procuste, pretenderebbero che io dovessi riguardarle come
dotate della dimensione che sortirono dalla natura. Quanto all 7
approssimazione^ ho detto in primo luogo essere speculativamente inutile. Con
questa frase intendo significare, che se per gli usi della vita può essere
utile di stabilire valori approssimativi, ciò è inutile per la teoria
intellettuale della quantità. Negli usi della vita noi abbiamo per confine il
discernibile fisico, e per motivo un interesse sensibile. Voler eccedere questi
limili sarebbe una follia frustranea. Per la qual cosa siamo obbligati di
adattarci ai pesi ed alle misure sensibili, e sensibili il più delle volte ad
occhio nudo, malgrado che colla mente possiamo concepire che rimanga ancora
qualche margine, il quale potrebbe essere assoggettato a divisione. Quindi è
bene che la Matematica insegni il modo col quale si può misurare e ragguagliare
colla possibile esattezza il campo del sensibile, malgrado che raggiunger non
si possa la quantità escogitabile. Lungi adunque dal rigettare assolutamente i
processi approssimativi per gli usi della vita, io li conservo e gli apprezzo :
di modo che io terrò in maggior pregio, per esempio, la geometria del compasso
di Mascheroni, che tutti gli assoluti d’un trascendentalista. Ma allorché dal
mondo esteriore ci trasportiamo all’interiore, couvien cangiare di maniera. Nel
mondo interiore dobbiamo prendere per norma i confini dell’ escogitabile per la
stessa ragione per cui nel mondo esteriore prendemmo per norma i confini del
sensibile. Ora siccome il più o meno sensibile di un oggetto materiale ne fa
cangiare la quantità fisica, così pure un più od un meno escogitabile di un
oggetto imaginato ne fa cangiare la quantità pensata. Il concetto intellettuale
della quantità è così immedesimalo collo stato particolare di lei, ch’egli è
violato allorché viene in qualunque minima parte alterato lo stato suddetto.
Allora, qualunque sia, non è più quel desso di prima, ma un altro. Imperocché
l’essenza stessa della quantità consistendo nell’attitudine di ricevere aumento
o decremento, ogni stato della medesima consiste appunto in quella tale
grandezza, sia numerica, sia geometrica, e non in altra. Dunque ogni piu ed ogni
meno escogitabile costituisce essenzialmente uno stato diverso della quantità.
Dunque siccome è metafisicamente impossibile che un meno sia nello stesso tempo
un piu nell'identico subbierò, così sarà metafisicamente impossibile che una
data grandezza pos1 sa rimanere identica togliendo o aumentando qualunque
benché minima parte escogitabile alla medesima. Qualunque sia il nome che voi
diate a questa parte, qualunque sia il concetto sotto il quale la presentiate,
tosto che essa è suscettibile del concetto di parte della grandezza.?, ssa
costituisce un piu od un meno rispettivo. Ma tostoché costituisce un piu od un
meno rispettivo, essa per ciò stesso fa cangiare stato alla grandezza, e ne fa
nascere un altra. Con qual nome piace a voi di chiamare questa parte?
scegliete: per me è tult’ uno. Amate voi di chiamarla un infi ultamente piccolo
? Qui vi risponderò: o voi volete ch’esso sia un vero nulla, o che sia qualche
cosa. Se è un vero nulla, dunque è assurdo appropriargli il nome di piccolo, il
quale involge l’idea di cosa esistente e sussistente $ dunque è pazzia farne
menzione nel calcolo, in cui si tratta di combinare e di paragonare resistente.
0 volete che sia qualche cosa, ed allora egli è una vera quantità.
Considerandolo poi come parte d una grandezza, egli ne costituisce così l’unica
essenza, che senza di lui ella cessa di esser tale. Col dirlo infinitamente
piccolo altro non dite che esser egli d una piccolezza indeterminata rispetto
al tutto col quale lo confrontate, e nulla più. Con ciò che cosa mi dite voi? 0
mi ditedi non sapere di quanto sia minore: o figurandovi un quanto, non volete
esprimere questo quanto. Che se poi vi saltasse in capo di prescindere dal
rapporto speciale della data grandezza, e mi voleste scambiare questo
infinitamente piccolo puramente rispettivo con un infinitamente piccolo
assoluto ed universale, in tal caso io vi rimanderei alla irrefragabile
dimostrazione già fatta nell’antecedente Discorso, e vi convincerei di formale
assurdo, degno solo d’essere guarito nella casa dei pazzi. Questa dimostrazione
altro non è che una traduzione del principio stesso di contraddizione, come
ognun vede; e però essa è cotanto rigorosa ed irrefragabile, quanto il
principio stesso di contraddizione. Questa dimostrazione è comune tanto alla quantità
geometrica, quanto all’aritmetica: anzi, a dir meglio, essa è eminentemente
universale e primitiva: essa altro non è che uno sviluppamene dell7 idea stessa
della quantità. Niun trascendentalista assoluto potrà mostrarmi concetti più
estremi, e ontologicamente anteriori a quelli dei quali ho fatto uso. A che
dunque servir può il concetto dell7 infinito nel calcolo matematico
speculativo? In buona logica non serve a nulla di determinato. Bla per ciò
stesso che non serve a nulla di determinato, non serve a fissare niuno stato
positivo della quantità, il quale risulta da un piu% da un meno definito. Non
serve dunque a stabilire alcuna induzione rispettiva, e quindi non può fare la
funzione di verbo. L’unica espressione ragionevole pertanto, che ricever può
questo infinito, sia grande, sia piccolo, si è quella che indica che una data
cosa figurata viene concepita indeterminatamente maggiore o minore di un7
altra, e nulla più. Bla col semplice epiteto di maggiore o minore voi esprimete
lo stesso concetto, senza ricorrere a locuzioni tenebrose d'infiniti grandi e
piccoli. Bla ridotto il significato al suo vero valore, ed impiegando quindi le
nude parole di maggiore o minore, io domando ai calcolatori che usano degli
infiniti: potete voi, o no, adoperando le nude parole o i segni di maggiore e
minore, far procedere uè più nè meno il vostro calcolo? Se mi rispondete di sì,
allora io v’intimo in nome del buon senso di abbandonare la tenebrosa e subdola
denominazione d’ infiniti, e di far uso degli umani e ragionevoli vocaboli di
maggiore e minore. Se mi rispondete di no, allora, anche prima di entrare nel
labirinto del calcolo, fermamente vi predico che quel che fate con questi
infiniti è una mera illusione, alla quale sta sotto l’assurdo, perocché l’opera
vostra è un vero logico delirio. Voi stessi alla lunga ve ne accorgereste con
vostro rossore. Allora, aprendo gli occhi, comprendereste che la vostra ragione
fu preda di un sogno ingannatore, e vi riconciliereste colla ragione comune e
colla buona filosofia. Poste queste considerazioni fondamentali, io predico che
nel calcolo speculativo non solamente ammettere non si dee veruna
considerazione di quantità infinitamente grandi o piccole, ma eziandio che
astener ci dobbiamo da ogni espressione definitiva frazionale e da ogni
tentativo di approssimazione, il quale scinda la unità rispettiva, sia
complessiva, sia metrica, determinata dai rapporti uecessarii dei termini
assunti. Prematura sarebbe qui la dimostrazione di questa conclusione
particolare, perocché non ho ancor posto in luce tutta F indole essenziale e lo
spirito logico del calcolo. La vera imagine filosofica del calcolo sfuma sotto
i processi, come il principio dell’organizzazione e della vita sfuma Sotto Fan
alisi e Je combinazioni chimiche* Quest'imagtne uou pnò esser colta c
tratteggiata che media u te quello luce mtille#luale e mediante quella
perspicacia che fa ravvisare i tratti reconditi dell uomo interiore. 53Dm' ere
fo mia menta le negativo nel calcolo degli escogitabili. Esempio. Nou eccedendo
i confini del punto di prospettiva, dal quale ora rimiriamo il nostro soggetto,
e valendoci soltanto dei principi! primitivi di ragione, qui si presentano
alcuni doveri negativi risgtiardanli 11 calcolò degli escogitabili, il primo
consiste = nel non confondere ciò die ò imagi uà ria in ente, e in senso diviso
dìciam possibile con ciò che véramente ed in senso unito può esistere, ed
effetti vani ente può esser fatto. = Contro questo dovere si pecca
quotidianamente anche dai sommi matematici* e da questi peccati sorgono
concetti mostruosi e locuzioni assurde. Io mi spiego eoo un esempio. Posto un
circolo diviso in quattro parti e Inscritto mi quadrato, In di cui diagonale
venga da me presa come F ipotenusa, avrò due latici quadralo inscritto, elio
faranno la funzione di caldi. Qui lutto pòrta Firn prò ola del l eg u a gli a
nz-a * ma qui ne11o stesso tempo si pr c c 3 U d e fallito a distinguere* a
paragonare, ed a vedere ciò che una diversa mìstin dei cateti presentar ma
potrebbe. Ira questa posizione però io rilevo certe proprietà e certe leggi, le
quali essendo indipendenti dalla ccfìtsiderazbue dell eguaglianza dei cateti,
si dovranno rispettivamente verificar sempre* anche posta la disuguaglianza,
dosi ve^^n. per esempio* clic dal vòrtice dei triangolo rettangolo tirala una
perpendicolare sino al fondo dei quadrato deli’ ipotenusa, ognuna delle parli
di questo quadrato* qu dunque ne sia la dimensione* sarà eguale rispettivamente
al quadrato del cateto che le sta sopra la lesta. Cosi pure veggo, die se qui
l’altezza ilei triangolo rettangolo coincide col raggio perpendicolare a
lFipdi^ti usa, quest'altezza non si può verificar pili, tosto che variano I due
cateti inscritti nello stesso semicircolo e poggiati sulla stessa ìpotoaosa
Allora per necessili deve scemare l’ area del triangolo rettangolo uel
semicircolo, il quale altro non c che la metà del para 1 eli og rem ma
inscritto cairn tutto il circolo. Veggo allora che cessa un’ altra coincidenza
superficiale ha l’area del triangolo rettangolo ed il quadrato del raggio
perpeu dicchi. Allora nascendo un quadrilungo maggiore di quello di due
quadrati perfetti* ue segue, che il quadrato del Iato minore di questo
quadrilungo m mi può offrir più F equivalente della mela delFarea di lutto il
quadrilungo: come il quadralo delfallem del primo quadrilungo, compila di due
quadrali perfetti, ini oilrìva le qui valente della mela deJFarea dello stesso
quadrilungo ('). Qui facciamo punto, Se per una considerazione puramente meta
fisica io penso di formar due cateti disuguali, quali induzioni trarre ne
potrò? Io potrò tosto figurarmi che questa disuguaglianza sia, in astratto,
grande o piccola, vistosa o minima. Io dovrò vedere allora uou so lame irle
diminuirsi la lìnea dell'altezza del triangolo rettangolo formato dai cateti e
dairìpotcnusa, ma questa linea più o meno discostarsi paralellamenta al raggio
perpendicolare col quale prima coincideva 3 e lasciare frammezzo uno spazio più
o meno largo in forma di lista rettilìnea* Allora io veggo che la potenza della
linea di quest'altezza, più la potenza di quella che forma la testa della
lista, mi cou trassegnano due quadrati, b somma dei quali equivale all area del
quadrato del raggio. Allora veggp nel così detto quadrato geometrico della
testa della lista un equivalsole di quello che è stato tolto alla metà del
quadrilungo primo, composto dai due quadrati perfetti, cui chiamerò
(jundrilungo dette guafianza primitiva. Qui dunque paragonando la posizione
delheguaglianza con quella della disuguaglianza suddetta, trovo nella prima
elementi tutti costanti, e quindi risultati sempre identici. Per lo contrario
nella posizione della disuguaglianza possibile dei cateti e dello altre parti
conseguenti no lì trovo di costante che l’ipotenusa e il suo quadrato, il
raggio del circolo ed il suo quadralo. Ora se io soltanto dicessi essere
possibile che Io stato delle linee e delle aree vari! più o meno, che cosa
avrei dello io che possa servire al calcolo? (Nulla, e poi nulla. Converrà
sempre almeno che io liguri in via di prima posizione ipotetica l-n nò o vk
ìyieino positivo, sìa per via di aumento, sia par via di decremento, sia per,
via di aggregazione, sia. per via di divisione, sia per via di proporzione, sia
per via di ragione, cc, Questa verità ó ontologica mente evidente, pensando
soltanto che il calcolo, consideralo anche me la fisica mente, consiste nel
complesso delle funzioni necessarie, ossia di quello che far si deve per
giungere alla valutazione delle quantità algoritmiche (ah La t dilatazione ^ io
lo ripeto, la salutazione forma V oggetto finale del calcolo. Ora è vero, o
nocche lava (i) lo adopero ìi nume di quadrilungo nir he nc connota io il parai
«Ito grani ma a venaiiehe col volo di celebri od e, gatti ma lena alite quattro
.angoli rcìlù con quattro lati* due ci, i quali col nome generico di pardìàfo*
più lunghi e due più corta. (Vedi Legeodre.) gramma ( 50 1 lo il quale anche
gli antichi (2) YV ronfila. Introduzione itila filosofiti, comprende vano si ài
quadrato che qualunque delle Matematiche, pag. s&G. figura a lati parale! li)
ri con escono non velutazione è metafisicamente e praticamele impossibile senza
la considerazione di una quantità positiva determinata? Dunque la nuda ed
astratta considerazione del piu o del meno della variabile grandezza, sia
aritmetica, sia geometrica, ossia meglio il concetto della metafisica
possibilità di questa variazione, e quindi dei gradi comunque possibilmente
piccoli, è una considerazione od oziosa od incompetente per il calcolo, o per
qualsiasi altra funzione nella quale si tratti di paragonare le quantità. Per
la qual cosa, tornando al mio esempio, io potrò bensì figurarmi cbe la
perpendicolare ebe divide il triangolo suddetto possa per ugainsensibile lista
discostarsi dal raggio, e quindi cbe debba a bel bello sempre più accorciarsi.
Potrò quindi anche figurarmi cbe il raggio perpendicolare e verticale a guisa
d’una sfera di orologio vada scorrendo tutti i punti del quadrante, fino a
coincidere colla metà dell’ ipotenusa proposta, ossia col semidiametro
orizzontale: e, scorrendo questi punti. miseI gni l’estremo di tante
perpendicolari verticali di altrettanti triangoli. Potrò in conseguenza
figurare un graduale incremento o rispettivo decremento possibile di aree, ec.
Ma a cbe giova tutto questo per effettuare la valutazione, o per istabilire qualsiasi
differenza positiva o geometrica o, aritmetica? Nulla, e poi nulla. Io traccio
su d’una carta un circolo; tiro il diametro; poi colla penna segno un taglio a
capriccio o sul diametro o sulla periferia, senza sapere cbe cosa abbia
tagliato. Piglio questa figu; ra, e dico ad un geometra: determinatemi il
valore dei cateti, delle linee e delle aree cbe vengono in conseguenza di
questo taglio. Che cosa aspettare mi potrei da questa proposta? Ognuno mi
risponde, che quel geometra mi domanderebbe ch’io gli dica quanto abbia
tagliato; e cbe quindi si presterà alla mia inchiesta. Ma se io, non volendo o
non sapendo dirgli questo quanto, pretendessi ciò non ostante che soddisfacesse
alla mia inchiesta, cbe cosa aspettar mi potrei? Ognuno mi risponde, cbe almeno
in suo cuore quel geometra direbbe cbe io sono una gran bestia. 54. Principio
logico del detto dovere negativo. Dall’esempio passiamo alla teoria. Altro è
cbe una considerazione metafisica mi presenti l’astratta possibilità della
valutazione, ed altro è : cbe me ne somministri il mezzo. Altro è cb’essa mi
fissi certe condizioni costitutive della qualità o delle leggi essenziali d’una
grandezza, ed altro è cbe mi ponga in fatto i dati pei quali possa determinare
la rispettiva loro quantità. La valutazione generica altro non è cbe quella
funzione, per cui stabilisco il giudizio cbe un oggetto è maggiore, minore o
eguale ad un altro. La valutazione specifica è quella funzione, per la quale
conchiudo 0 essere ella maggiore o minore di tanto di uuT altra, o lessero la
somma delle parti alìquote dell' una identica alla somma delle parli alìquote
dellVUra, La valutazione specifica forma, o no.. Loggcttc finale del calcolo?
Se io do hi Latamente lo Forma, sarò dunque assurdo il far entrare concetti
incompatibili con questa funzione, od esigere condizioni impossibili alla sua
possanza. Ma così è che questa valutazione risulta essenzialmente dall* impiego
di mi dato eleménto die mi serve di misura, e quindi dì criterio, per
pronunziare un pia od anche uu meno positivo. Dunque egli sarà assurdità
stravagante il volere nello stesso lompo o sciogliere P elemento assunto, o
scambiarlo o mescolarlo con un altro vago $ metafisico non avente veruna
corresp&££u> Uà col soggetto propósto, lu questa sola c or respeL Evita
consiste la potenza di mena iva ilcllVlemcnlo ; perchè V uno metrico assoluto
non esiste né può esistere per età stesso che esistono incommensurabiìi.
Certamente sia in mio arbitrio d dividere, per esempio, una data linea o uu
dato spazio, o allargare un *é Spr.esSiene aritmetica qualunqueMa tosto che io
scelgo una di queste parti come punto di paragone, c che uè fo uso, non mi è
piu permesso di togliere il concetto di questo termine. Egli è un fabbricare e
uu distrugaere nello stesso tempo. Posso in vero cangiare la scelta; ma in
quesLo casa rin noverò la valutazione sul secondo metro da me Irascelto ; ma
non mi perderò mai alla considerazione che questo possa essere o maggioro o
minore : come quando peso o misuro non mi perdo a pensare inutilmente che i
gradì della ì dia u eia o del metro potrebbero essere più piccoli o più grandi.
lJer un* inversa operazione poi io veggo essere frustraneo, ridicolo ed assurdo
il volere, al favore della considerazione metafisica del pili o del meno,
stabilire un criterio positivo di valutazione, il quale esser roti può clic
puramente rispettivo, concreto e ipotetico. Hiteuiamo il principio fonda me
fila le e massimo, che nella valutazione la i ntclli^ctìza e subordinata alla
potenza .« io voglio dire, che utd calcolo di valutazione i risultali non
dipendono da ciò che si può in astratto pensare^ ma da ciò che si può effe
Divamente praticare. Se i matematici avessero posto mente a questa importante
distinzione, non si sarebbero penosamente ed invano affaticati a violentare la
natura, ed a sottomettere ad un'assurda identità di trattamento gli enti
essenzialmente dissimili mediante la male intesa applicazione di un
escogitabile puramente metafisico. Io presento ad un geometra un cerchio, in
mezzo del quale sta un raggio mobile simile alla sfera d’uu orologio. Io muovo
a capriccio un tantino di questa sfera, Metafisica meri le parlando., lo spazio
percorso è realmente una quantità ri spettiva del circolo. Ma, posto questo
fatto, potrà mai il geometra servirsi teoricamente e col solo pensiero di
questa porzione di spazio percorsa, onde tessere un calcolo qualunque, o per
misurare in qualunque maniera tanto le linee quanto le aree? Ognuno mi risponde
che ciò sarà impossibile fino a che io non determini la porzione di spazio
trascorsa, Qui dunque vedete che la cognizione da me domandata rimane
essenzialmente subordinato alla condizione concreta di determinare lo spazio
suddetto. Qui dunque la potenza dell’ escogitabile è necessariamente dipendente
e subordinata alla determinazione di fatto dello spazio suddetto. Io non potrò
mai conoscere i valori delle aree e le dimensioui delle linee, se prima non
conosco di fatto la porzione rispettiva dello spazio suddetto. Ma per ciò
stesso cbe si tratta di correspettivo, si esclude ciò che non contiene la
correspettività, e per ciò si esclude ogni altro rapporto diverso puramente
escogitabile, e possibile soltanto in una diversa o in milioni di diverse
posizioni. Imperocché il primo è essenzialmente determinato, ed il secondo è
essenzialmente indeterminalo: il primo si riferisce ad un dato tatto, il
secondo- volteggia e sorvola libero nel caos immenso del \* idealismo. Egli è
dunque pessimo ed irragionevole partilo quello di fermarsi allo sfrenato e vago
escogitabile, per trarne indi una regola direttiva di ciò che è praticabile, e
dipendente da una determinata ipotesi. Tale appunto è T infinito, ossia l’
indefinito, dal quale sorge la incommensurabilità, contemplato in una vista
indipendente e generale. Rispetto a questo concorre una doppia assurdità. La
prima è quella che risulta dalla considerazione di una vaga e metafisica
differenza, quasi che ogni grandezza rispettivamente incommensurabile non
avesse uno stalo determinato, o quasi che vi fosse un’unità metrica assoluta, e
ch’essa non fosse cbe puramente rispettiva. La seconda assurdità poi, che qui
concorre, i risulta dall’attributo d’ infinito^ cui assoggettar si vuole a
valutazione, sia di eguaglianza, sia di differenza. Malgrado l’evidenza logica
di queste osservazioni, io trovo i seguenti due teoremi, cui rimetto al
giudizio del lettore, prima di tradurli logica| mente, ed indi giudicare del
loro merito. I. Lorsq’on peut
prouver que la différence de deux grandeurs » invariables est plus petite qu
uue graudeur donuée, quelque petite que )) soi t celle-ci, il en resuite que
les deux prémières grandeurs sont ega» les entr’elles. » e IL Lorsque trois
grandeurs sont telles que la première, variable, » surpassant toujours les deux
autres, qui ne changent point, peut ap . f i ca >i prodi ti t e u m £ metemj
)S de t onte a deux, a assi pr ès qn 'a a v ou dra, e es ?j deux demléres
grande urs sotiL cgat.es atilr’clles (’X n V questi due canoni si riduce quasi
tutta 1T altissima sapienza moderna matematica in latto di salutazione nou
ordinaria dei commensurabili, ma degli intrattabili ed indefiniti in
commensurabili. Questi canoni. una volta stabiliti,
autorizzano a coniare tutti ì zero relativi., c ai quali si è tramutato il nome
degli in fin i temente piccoli. Queste denominazioni di zero relativo^ sinonimo
dì quantità infinita mente pìccola $ le trovi amo anche presso il proclamato
riformatore nordico delle Matematiche Wrousfii, pagp 204 della citata
Introduzione. 55. Cautela ììlosofica conseguente. Se invece di tentare questi
gì noe Li di forza., riprovati dalla ragioneed eseguili col far intervenire il
puramente fantastico escogitabile nelle operazioni della pratica possibile
alPtiomo : se invece, dico, di questo irragionevole partito, i matematici
avessero voluto rispettare i veri confini della sragione ., essi avrebbero
tenuto II seguente discorso. Sappiate che per un essenziale concetto passo un?
insormontabile differenza tra il curvilineo ed il rettilineo 5 fra certe
grandezze e fra certe altre, sia geometriche, sia aritmetiche. fS oi
riconosciamo di buona fede la impotenza dello spìrito umano a ragguagliare con
una sola misura queste grandezze. Quindi nei cìrcolo, per esempio, non potendo
noi far uso che di rette linee . Io rappresentiamo come un poligono di lauti
lati, quanti fa di bisogno pel nostro calcolo ili valutazione; intendendo
peraltro sempre che k periferia non serva che di limile a questo poligono* Jn
conseguenza noi non vi presentiamo questo poligono nè come requivalenle dell5
area del circolo, nè come esprimente la sua periferia* ma invece noi lo poniamo
solfi occhio corno figura adattala ed accomodata ai nostri bisogni, e come una
creazione dirò cosi della nostra mano. Li circolo resta in natura qual è;, la
figura per lo contrario da noi conformala serve di mezzo allo scopo che si può
colle nostro forze aLtuaìl oli cu ere, fio stesso diciam pure della altre curve
s delle quali abbinino bisogno sia per calcolare il moto, per esempio, dei
pianeti, sia la linea segnata da un pròjelLile, sia per determinare certo leggi
meccaniche, co. ec. In breve, tutto questo lavoro altro non è che una possibile
approssimazione per supplire ai bisogni della ragione nello studiare la fisica
quantità e per giovare alle opere (e) Vud, lì&eroibq Essalssur
l'enseìg,ne-mmt tu generai et sur r cisti des ]\$athvmatiqnc$ en partivtdikrej
pag, it)&, Paris iBiib dell’ arie Per la qual cosa dici] a ariamo di non
voler .sorpassare le forze deiromano intendimento, e meno poi di violare i
concetti logici delle rose, tramutando il diverso in idèntico, e viole uLin do
la potenza della vakt azione co c uno sfrenato Ubali* ma ; o, viceversa,
pretendendo che ho barlume indefinito, clic si riceve ad occhi chiusi, serva di
metro e dì criterio ad mia valutazione determinata* (*ou questo discorso ogni
nomo di senno avrebbe applaudito al buon critèrio ed alla perspicace industria
dei matematici. Ma ben lungi cbW abbiano voluto rispettare i confini dello
spìrito umano, hanno tentato ìdvece dì occupare il posto di un Dio, al quale
nou abbisognano nè cab coli nè induzioni, ma che lutto comprende per un atto
puramente intuii ivo. Con quéste osservazioni io credo di aver dato abbastanza
ad intendere quello ebe ammettere sì deve rigirarle del calcolo; o almeno credo
di avere richiamalo la dovuta attenzione sul peccalo capitale della moderna
Matematica nel calcolo delle quantità. Gli altri doveri negativi sono mollo mi
non ; e ciò da cui dobbiamo astenerci è più facile a ritti* v arsi, ed è. opera
di osservazioni pii! particolari e pratiche, le quali nou potrebbero trovar
luogo in questo Discorso, né in verini1 altra parie di quest5 Opera 5 rivolta
soltanto a fondare le basi del buon insegnamelo primitivo dello Matematiche.
56. Di ciò ebe far si deve. Prima avvertenza: conoscere il perchè di quello che
far si deve* Dopo di queste osservazioni .generali su ciò che dehbesi o'mmeUm:.
nel calcolo, passiamo a ragionare di c iò che far sì deve*, colla mira soltanto
di comprendere in che consisti lo spiritò eminente dell’arte di calcolare. Ciò
che far sì deve non differisce sostanziai mente da ciò dii: a fa o far sì può
naturalmente : ma rid acesi a far bene, e in una nani ora avvertita e
preconosciuta, ciò che si fa o si può fare naturalménte* Fra 11: diverse
maniere possibili dì fa re, scegliere quelle che possono riuscire, ossia quelle
che ci procacciano Pimento proposto, e ce Io procacciano in una guisa piò
facile, più breve e più proficua, ecco in ée consistè r invenzione d \ fatto d’
ogni arte nostra. Con essa insegniamo tutto quello che far si deve, ed
ommetliamo quello che far non sì de V& Scegliere poi queste maniere non per
un cieco empirismo, ma colla cognizione del perchè si debba fare piuttosto così
che così, assicura I invenzione deli* arte scoperta, e tic estende la sfera
finc a quel segno si quale giunger può la nostra potenza. Imperocché conoscendo
il perche delibi tic, si distingue per ciò sLesso quello che si può da quello
che non si può 5 quello che si deve fare da quello che si deve ammettere* Ma
cau ascendo ciò che far si può, sì spìnge l'arte fin dove può gri u ngere * e
quindi si aumenta la nostra possanza lino a quel segno al quale può es~ sere
porla la. e nella Ilo stesso si previene ogni lenta live frustraneo. Conoscendo
poi ciò che (are od ammettere si devt\ ed il perche si debba fare od ammettere*
si presta la direzione utile, e si prevengono i traviamenti nocivi. In [Questa
maniera soltanto si verifica il dello di Bacone, che l'uomo tanto può quanto sa
; ritenendo che il sapere non sia ristretto alla perizia empìrica^ ma comprenda
eziandio la perizia filosofica» Ciò premesso, io doma mio in che consista lo
-Spirito positivo e f dosa f co dell1 arie del calcolo ì Badale Lene ni termini
della qu istinti e, Se voi voleste rispondermi col mostrar mi come si fa a
calcolare * voi non soddisfareste a questa domanda: imperocché quella risposta,
che voi mi date, io r ottengo anche dalla macchina aritmetica inventata da
Pascal, Orsù dunque, se volete, mostratemi pure il fatto del calcolo: ma
esponetemi eziandìo le parti e le ragioni dì questo latto, e io sarò pago. Così
volendo essere bene instruilo del meccanismo con cui da una macchina si segnano
le ore, voi mi soddisfarete quando rm mostrerete le parli prima segregate, indi
congegnate delia macchina; e mi segnerete la forza che la rn ove e quella che
nv. tempera il movimento, e i modi meccanici della spinta e dei tempera nòe n
ti. Coll queste condizioni potete voi rispondere alla mia domanda ? Se lo
potete allora potete fissare anche le condizioni del Luca metodo del primitivo
in segna me cito dello Matematiche ; ma allora egli riuscirà ben diverso dal
praticato. Noti potete voi risponderò colle condizioni da me richieste 7 Allora
io dico fermamente chele Malemaliche sì aggirano tuttavia entro la crassa
atmosfera d'un cieco empirismo, e che l'arte del calcolo non è ancora divenuta
arte dì ragione*, ma rimane ancora arte puramente sperimentale, ne Ih atto
stesso che aspira ad una possanza eminenti; ed illimitata. 57. Confutazione
della massima de ir empirismo cieco. Per quanto io potessi pensare ad unire
questi estremi, io lì troverei logicalo ente Inconciliabili. Passiamo ora al
fatto positivo, ho sento da lui a parte che sómmi matematici erigono V
empirismo in principio dì ragione difettiva; e dall’ altra sento altri
egualmente celebri, che mi citano i risultali infausti dei metodi sperimentali
adottati nel calcolo sublime. Ecco gli esempli, Sauriu impegnalo a sostenere e
a propagare d calcolo ìnhn itesi male, e volendo togliere di mezzo le
difficoltà che veni v a egli o.ppoTom. E 7Ì | fi}G . sic. baciò scrìtto nelle
Memorie dell’ Accademia delle Scienze ili p)|&j del 17*23 quanto segue : t1
tròp, non à la raisou, mais aux raisonaemens _ Nos calcufe nWtpas n tanl de
besoia qu gu penso d’elre éekirésj ils portoni avec eux uce » lumière propre;
et c'esl #ordinaire de lenr sebi mème que snrt touli >j celle qu W peni
rópandre sur eux, et que peut recavo ir le sujet fjuon ■ traite.... Ce rissi jamais le caleul qui
nous trompé quaud il est' biro a fidi: il tda pas besoiu d'otre appcyé par des
raisoutieniens: mais dW)) diuaire ce soni les raisounemeus qui uous trompen t.
et qui ne dolvcu* » nou$ determinar quauLnut qu il sout appuyés par le cale
ni). m Con questo discorso ognuu vede canonizzato il cieco empirismo del
calcolo sublime. La somma di questo discorso rido cesi a
dire, die bastar deve il vedere belletto e la riuscita dì questo calcolo, senza
vederne h ragione; Ma per mia fè, qual è il principio di ragione col quale qui
sì tenia di gius li fiep re questa sentenza ? 1 nostri calcoli, sì elice, una
hanno tanto bisogno d? essere illuminali: essi portano con sé una luce propria.
1 filat soli coi più gran lumi e le migliori intenzioni potrebbero guastar
lutto, dando troppa non alla ragione, ma a) ragionamento. Esaminiamo questa
causale. Che cosa è codesta luce propria, cui i calcoli portano con sè? e che cosa
ò questo guasto^ che Olosolì Èli orni nati, i quali vogliono sdbiarìr tutto,
potrebbero recare? Forse che la luce algoritmica è luce dina sole che, dire
itameli te miralo, abbaglia i riguardanti? In tal caso essi abbaglierebbe tanto
coloro che maneggiano il calcolo senza pretesa (li schiarirne i movimenti e le
ragioni logiche primitive, quanto coloro che volessero investigare questi movi
menù e queste ragioni, lo questo Cftw dunque il fatto del calcolo, e
spinalmente del calcolo sublime, invitalo dopo lauti secoli e praticato da
tenie poche persone, sarebbe uu nomeno imperscrutabile, simile a quello del
principio della vita. Cosi ridurrehbesi la cosa al punto dì ricevere ima
invenzione larda ed elaborata dell' arte umana, come non suscettibile di genesi
razionale. Cosi uè segue, d/essa amministrar si dovrebbe senza cercare il pere
h è, anzi epa espressa proibizione dì cercarne il suo perche . Io venero fi
abilità dina Ycd. Lbcl’oìx, Opera eriarn. pag, ^fg^tljo. uùi calcolatore: ma,
sapendo che ragionevole dev’essere d mio ossequio., gli domando i molivi della
fede cieca ch’egli esige da me. Egli mi parla di luce intellettuale, e quindi
di ragione che discerne; ma egli nello stesso tempo mi vieta d’usare di questa
ragione* Come va questa cosa nella Matematica ? scienza eminentemente razionale
ed evidente? Come va questa cosa nel calcolo sublime, metodo Lullo artificiale,
e inventato per una elaborata induzione di uomini moderni, dei quali veggi a
nio seguati tulli i passi, e i quali, Leu lungi di aspirare al titolo d una
rivelazione sovrumana, si fecero mi dovere di assegnarne I fondamenti e 1T
artificio / Voi dite che i filosofi coi sommi lumi c colie migliori intensioni
del mondo potrebbero guastar tutto, dando troppo non alla ragione, ma ai ra
gionamenti. Qual linguaggio ò questo mai? Che cosa sono i ragionamenti, altro
else V esercizio stesso della ragione, vale a dire la ragione stessa non in
potenza, ma in atto? 0 questi ragionamenti sono giusti, o uà. Se sono giusti*,
essi non possono venire in con il ilio colla verità e con qualsiasi principio,
perche essi non sono che l’ espressione stessa della ve ri Là : o sono fai si,
od allora nan meri tane lì nome di m gì onarnenlLm a di sragionamenti; c sì
potranno dimostrar labi analizzando i termini die contengono. Ma voi II
supponete fatti con sommi lumi e di buona fede. Dunque voi temete che la
massima del calcolo vostro non possa reggere a ragionaménti fallì eoo tutto l1
Ingegno, con tutta la dottrina e con tutta la buona fede. Voi esigete Inoltre
d'essere dispensalo dal mostrar la fallacia di questi ragionamenti, e che ciò
non ostante si riceva il vostro calcolo, lo non permetto che sì vada
investigando il mistero del calcolo sublimo, ma esigo cdie venga ricevuto come
sta, e maneggialo alla cieca, pago dì vederne ]’ dì et Lo. Ecco la forinola
vostra* Basta averla accennata. perchè venga rigettala Imo dal scuso comune*
Piacesse al ciclo che questa fosse una pretesa particolare del citalo
scrittore: ma essa pur troppo è quella del volgo dei matematici, e perfino di
taluno che occupa fra essi lui posto eminente. Un esempio lo abbiamo in
un’Opera d* un celebre matematico 5 piena di eccellenti viste suir insegnamento
delle medesime. Questi c il signor De Lacroix, il quale, dopo di avere
applaudito ai sentiménti del Sa uri u* ripetutameli le professa d’ignorare la
maniera colla quale sì acquistano le idee del numero c della grandezza. Je confessa mori ignorane e sur
la manière doni ics idées de nombre et. de grati denti? £ acqui érent. In un'altra Opera pubblicata cinque
anni prima sul càlcolo infinitesimale egli aveva di già emessa questa
professione dì fede. (i) Ve J. Da croi Opera diala, 'pi. I l OS 1 ja prelesa
(degli empiristi ma le malici pare else fosse fondata sopra la sicurezza dì
possedere uno strumento di universife valili azione. Loro bastava il possesso
di fatto di questo stromeuto, e si credevano dispensanti dal discuterne la
legittimità Ma questa sicurezza pare che cessaidebba a fronte del terribile
scandalo avvenuto coi calcoli di Eràtnp, dd merito del quale ninno può
dubitare. Egli è stato sospinto suo malgrado, a tante mostruosità; al dire del
Wrcaslu, che lo stesso Kvamp h lasciata scritta 3a seguente sentenza, die ri fi
il e questioni dei prmdpìi matematici i piu grandi geometri sono obbligati dì confessare
ingenua mente la loro ignoranza (0. $ £5S. Cenno di una massima posk ivo- fon
da meni, alt? per Parie (Iti en I l u-1 u di valutazione! degli escogitabili»
Ciò posto, rimane ancora la necessità dì discutere quésti prkieipìi: o, a dir
meglio, rimane Fobbliga zinne di scoprirli, c di derivarli dalfunìca loro fonte
legittima. Questa è la filosofia che. mediante un T analisi allenta ^ ordinata
e perspicace, ponga in luce le condizioni e le leggi io uriamentali della parie
operativa del calcolo, e supplisca indi e rettifichi w fi che è stato fatto sin
qui» Afon è del mio istillilo il tentare tanta impresj; nè questo sarebbe il
luogo opportuno per farlo. Annoterò ciò non osinoli' un’idea fondamentale, che
pai mi luminosa e decisiva per la buona riaf scila dell arte di calcolare. Fino
a che la teoria della valutatone uón venga intimamente associala con quella
delle ragioni e delie proporzioni, iu modo che il passaggio dall’un a all’altra
nou sia e (letto àe\V industri^ ma della condizione necessaria degli cuti
geometrici ed aritmetici, ì quali concorrono a formare un tutto sistematico di
ragione., l’arte del calc.sb universale sarà essenzialmente imperfetta. Essa
esisterà soltanto albi® certamente e pienamente soddisferà all’intento cui è
destinata. Ma questo intento non si può ottenere col ramo delfalgariLmo
algebrico separalo dal geometrico i, e, quei eh’ è più, senza riunirli amen due
eoo up ucuId comune, e mediante un terzo criterio indicato dalla sLcssa natura,
CoiFaTgorilmo algebrico si passeggia realmente sulle creste dei monti, senza I
discendere mai al piano che gli unisce. JL’algoritma algebrico non è dunque nè
potrà essere mai del tulio soddisfacente ai bisogni della valulazione, ma vi
soddisferà soltanto imperfetta mente. U imperfetta riuscita dì Ini, applicato
alla Geametrkj è un fatto solenne riconosciuto da celebri matematici, e fra gli
altri dal Alaseli croni. Esso diiTaUi non comprende (i) WWski. Introduzione
aìfo filosofa delle Matematiche, pag. a5-j. 1 ! tì9 tutti i termini naturali
die realmente intervengono, e die sono necessari! per valutare anche
simbolicamente le quantità. Fisso dunque appellar si può col nome di algoritmo
semilogico. La sua pienezza deve ancora essere supplita, e quindi la lacuna
sarà riempiuta. Tutto ciò sìa detto semplicemente di passaggio. Qui io mi
contenterò solamente di accennare a! ernie osservazioni psicologiche intorno a
ciò che accade nello spirilo nostro nell'atto di calcolare, onde preparare le
basi del metodo dell’ in segnarne □ lo primitivo. 59. Dei conceLU meritali che
Intervengono nel calcolo. Del conce Ito complessivo del medesimo. Incominciando
dalPogrgjbtto proprio del calcolo matematico, io fo avvertire che questo non
consisto in qualunque quantità, ma solamente m quella clic può dirsi finca. La
prova risulta dalle cose dette nel Discorso primo. Questa quantità fisica però
non viene considerala fisicamente . ma solo razionalmente } vale a dire, noi
prescindiamo (lolla consideratone dello stato reale delle cose esistenti in
natura., e volgiamo V esame sai mondo solo intellettuale. Per questo motivo
distinguiamo la Matematica pura dalla mista o applicata, Sebbene l3
intellettuale derivi dal lisico, ed involga il concetto del fisico, ciò non
ostante distinguiamo l'uno dall' altro per la maniera con cui la mente nostra
Io contempla Riuueado quindi questi tiara Iteri, dir possiamo die la quantità
jidca intellettuale forma l' oggetto materiale dal calcolo matematico puro .
Dico Y oggetto materiale per distinguerlo dalle logie, ossia dalle idee
parameli Le relative eccitate e risultanti dai paragoni e dalle connessioni, e
che appartengono tutte al nostro intimo scuso. Su di ciò non abbisogno di
estendermi, dopo le cose notate ned bau lece dente Discorso. Le diverse qualità
dell' oggetto materiale determinano lo diverse relazioni. Dunque i diversi
concetti propri! delle quantità, paragonati o uniti agli altri, determinano le
logie. Il complesso delle idee degli oggetti materiali delle logie e delle
funzioni a Ulve del nostro spirito, riguardanti la quantità fisica-in Ielle L
tu ale, forma il concetto complessivo del calcolo matematico puro. La parte
Intuitiva non si può disgiungere dall’ operativa, pero celie qui la cognizione
subordinala all’opera serve unicamente all'opera. L'uomo non è un automa, ma un
essere in .cui qualunque azione esteriore od interiore avvertita deriva sempre
dal conoscere^ dal volere e dall' eseguire ; talché 1’ effezione dell* opera
appartiene solida* mente a tulle tre lo suddette facoltà Del magistero logico
del calcolo. Sua affinità col magistero generale scientifico. Esempio.
Studiando la maniera con cui queste tre facoltà operano nel calcolo matematico
puro, si comprende qual sia il magistero di questo calcolo. Esso presenta per
sè stesso tanto i caratteri generici, quanto gli speci, ilei; voglio dire,
tanto le condizioni comuni, quanto le proprie. Con ciò noi giungiamo a
stabilire la differenza fra il magistero del calcolo matematico puro, ed il
magistero del calcolo generale scientifico. Certamente ' Ira 1 uno e l’altro
bavvi molto di comune: perocché l’ io che calcolalo Matematica è quello stesso
io che calcola in Fisica, in Morale ed in Psicologia ; e però convien conoscere
questo comune aspetto, per rilevare quindi quello che è speciale al matematico.
Il calcolo scientifico, del quale parlo qui, non riguarda la scoperta d’ogni
specie di verità, sia di fatto . sia di ragione. L’arte di verificare i latti,
che appellasi critica* nou entra nelle nostre considerazioni. Non vi entrano
nemmeno le disquisizioni sulle cause e sugli effetti, e sul modo j di agire.
Rimane adunque quella parte che ha una maggiore affinità col calcolo matematico
puro. Questa, sebbene non si occupi della quantità, ma si restringa alla
qualità delle cose, ciò non ostante manifesta un magistero, il quale si
verifica anche nel calcolo matematico puro: talché per | questo lato si può
dire con tutta verità, che il magistero fondamentale del calcolo è lo stesso,
sia che si tratti di determinare il piu, il meno o Vegliale incognito nelle
cose, sia che si tratti di dedurne la occulta somiglianza o dissomiglianza . Io
entro in una camera, e vi trovo due cembali vecchi abbandonati. Alzo il
coperchio, e veggo che non rimangono piu che le cinque prime corde ad ognuno.
Mi viene la voglia di scoprire se le corde dell’uno siano concordanti o
discordanti da quelle dell’altro. Che fo io? Incomincio a toccare la prima
corda del cembalo A* e tocco pur anche la prima del cembalo B. Sento che queste
due sono concordanti. Ecco un primo giudizio semplice d’identità. Esprimo
questo giudizio, e I nasce la proposizione singolare, che la prima corda del
cembalo A con| corda colla prima del cembalo B. Passo avanti: e sempre toccando
la ' prima del cembalo A, la paragono colla seconda del cembalo B. Qui sento la
discordanza. Ecco un secondo giudizio, ma di diversità, ed una seconda
proposizione che lo esprime. Vado avanti toccando la prima corda del cembalo A,
e la paragono successivamente con la terza, la quarta e la quinta del cembalo
2>, e la trovo discordante con tutte. Fatto questo primo giro, io esprimo i
cinque giudizii singolari con una sola proposizioue, dicendo: tutte le corde
del cembalo B, tranne la prima, sono discordanti dalla corda prima del cembalo
A: oppure dico: la prima corda del cembalo A non concorda che colla sola prima
del cembalo B. Con questa semplice proposizione io effettivamente esprimo
cinque fatti, cinque rapporti e cinque giudizii diversi, uno affermativo, e
quattro negativi. Questa proposizione adunque inchiude una recapitolazione, un
compendio, e in fine esprime un concetto di risultato comune e semplice, il
quale non si può confondere con veruno dei giudizii singolari prima emessi. Io
prego il leggitore a far punto su di questa osservazione. Procediamo oltre.
Fatto questo primo giro, passo al secondo. Qui tocco la seconda corda del
cembalo A, e ne paragono successivamente il suono con quello delle cinque corde
del cembalo B, e lo trovo discordante con tutte. Ecco cinque altri giudizii
singolari ed uniformi, tutti affermanti diversità. Questi cinque giudizii
singolari, colle loro proposizioni rispettive, gli esprimo con una proposizione
negativa, sola, semplice e comune, e dico: la seconda corda del cembalo A non
concorda con veruna, del cembalo B. Con questo metodo passo a confrontare le
altre, e non trovo più consonanza, lo dunque conchiudo colla proposizione
generale, che tutte le corde di questi due cembali, tranne le due prime, sono
fra loro discordanti. Quest* ultimo giudizio generale e questa semplice
proposizione che cosa suppongono veramente? Essi in primo luogo suppongono
venticinque confronti, che somministrano ventiquattro giudizii negativi, ed uno
affermativo. In secondo luogo suppongono che questi venticinque giudizii
singolari siano stati convertiti in cinque giudizii speciali ; e finalmente che
questi cinque speciali siano stati convertiti in un solo generale. Tutte le
cognizioni generali, dedotte con senno, esigono questo processo: perocché le
condizioni di lui sono rese necessarie dai rapporti reali e costanti che
passano fra la limitata nostra comprensione e gli oggetti delle nostre
cognizioni. Dunque parmi di potere giustamente affermare, che il magistero
fondamentale del calcolo è sempre lo stesso, sia che si tratti di dedurre le
quantità, sia che si tratti di scoprire per via di deduzione qualunque altra cosa.
Passata la sfera deiriuluilivo simultaneo, incomincia quella del calcolo. Qui V
intuizione non è ristretta solo alla sensazione, ma comprende anche quella che
ci può essere somministrata dalla memoria o di fantasia. 1 1 n . g Gl* %irito
eminente ed ultimo del magistero del calcolo. Cui calcelo scientifico noi
vogliamo ottenere la vera cognizione Mle cose, Dunque qualunque specie di
calcolo forma uu ramo della Lo* gica generai,.!. Dunque la Matematica è uu ramo
di questa Logica, Ecco perchè io E Lio denominala la Logica dette quantità*
Scoprire uri 'incognita identità o diversità mediante mi' identità o divemità
già coaoscÌLita, ecco a clic si riduce io spirito eminente ed ultimo del
magistero del calcolo, e di ogni minima mossa del medesimo. Nel calcolo jiritmetico
noi ci occupiamo a scoprire l' identità o la diversità della quantità fra più
oggetti diversi, o Ira le parti di uno stesso oggetto: nei geometrico noi ci
estendiamo a determinare anche la situazione, le forme e l’auihmeuto ec. di un
dato soggetto. Amen due perù questi calcoli uao seni o che parli dei medesimo
processo* Ogni quantità considerala ruspe Ito ad inda lira è identica o
diversa. L ìdenti ii rispettiva non può avere che un solo concetto: questo è
quello dell eguaglianza. La diversità ne può aver due; e questi sono il piu ed
il meno. Li eguale e il disitguale non è die uu verbo nosLro, LVgfóflgìianza
altro uovi c elio V identità di quantità applicala a due o più aggetti, lussa
esprime uu giudi/io affermativo di questa identità . La dò1uguaglianza non è
che I affermazione della differènza, di quantità fra due o più soggetti* e
quindi la negazione di eguaglia nza fra i medesimi. L 7 eguaglianza c la
disuguaglianza si possono esprimere a n die con forme rispettivamente negative.
Dico con j$jtrne negative*, e non con un concetto negativo * si perche io non
conosco idee negative, e si perche Fan imo nostro sente la diversità come sente
['identità. Io sento cosi positivamente la differenza fra d bianco e il rosso.,
co me sento p o sitivi m co te V im pressione del solo bianco e del solo rosso*
Più ancora: per affermare che il giglio è bianco come la neve, ini è necessaria
l’idea di ameuditc; come per affermare che il giglio e pili o meno bianco del
narciso. S 52. Deli intervento dulie idee rì1 eguaglianza e di disuguaglianza.
L 'eguaglianza interviene perpètua mente nei nostri calcoli ^ come v'
interviene la differenza. In essi ora forma lo scopo delle1 nostre ricerche* ed
ora forma uno del mezzi per giungere alla scoperta che desideriamo. là eguaglianza
h nome ó.’ identità, come la dUitguagìianz-a è nome di diversità. La semplice
distinzione dònna Grandezza da uu altra non io chiude il concetto uè di
eguaglianza, nò di disìtguaghanza^ perchè due o più cose distinte possono
essere s't eguali che disuguali- come possono essere simili o dissimili. La
sola distinzione adunque può costituire una circostanza, ma non un elemento del
calcolo. L’elemento del calcolo matematico rigoroso viene somministrato dal più
e dai meno di un dato oggetto o di più oggetti. Quando annunziate un più od un
meno, voi esprimete qualche cosa di più o di meno. Questa qualche cosa è
veramente un’idea positiva che voi riferite ad un dato oggetto. Il nulla
infatti non forma oggetto nè di più) nè di meno. Se non manca nulla ad una cosa,
o se non tolgo o aggiungo nulla, non si verifica nè il più. nè il meno. 11 più
e il meno adunque inchiudono Tidea di una quantità positiva, che riferisco ad
un oggetto pure positivo. Questa relazione è o ipotetica o eli Jatto, assoluta
o condizionata. Coll’ ipotetica o condizionata altro non dico, che se
aggiungessi o togliessi tanto, ne seguirebbe la tale conseguenza: per lo
contrario colla relazione assoluta e di fatto esprimo di aggiungere o levare, o
che è stala aggiunta o levata, o che manca o che esiste una data quantità.
Nella relazione condizionata altro non fo che paragonare, lasciando intatto il
valore della cosa: nell’ assoluta per lo contrario altero effettivamente la
quantità. Usando del più o del meno condizionato, finisco coll’ affermazione o
negazione de\Y eguaglianza^ e collo stabilire una data proporzione o un dato
valore. Usando per lo contrario del più o del meno assolute ), io aggiungo o
tolgo una quantità al soggetto aumentato o diminuito. Colla prima maniera
rimane tutto nel soggetto, a cui applicai il più od il meno; colla seconda per
lo contrario se ne cangia la dimensione, il valore, la proporzione ec., ed esso
non è più quello di prima. La verità dunque dei concetti esige due espressioni
diverse per due operazioni cotanto fra loro diverse. Lasciando al più o al meno
assoluto i nomi di piò o meno, io denominerei il condizionato colle parole di
se-più o se-meno (0. Con questa distinzione io fo tosto comprendere se io
annunzio uno stato della cosa, o la mia operazione di aggiungere o di levare
qualche cosa al soggetto, o se pure semplicemente misuro o paragono per
giungere alla scoperta bramata. (i) Io esprimerei, per esemplo, 11 più o Il
meno assoluto col soliti segni di -fo di . 11 se-meno o il se-pi'u io gli
esprimerei nella seguente maniera: t H primo signifi cherebbe se-meno, il
secondo se-piu. Spediti, semplici e analoghi mi pajono essi, e pero acconci per
gli apprendenti. Evvi una terza ma niera, nella quale s’impiega il più e il
meno, e questa è quella del binomio. Con questa non si accresce o detrae nulla,
ma si segnano distintamente i coefficienti di un tutto semplice. Per questa
espressione impiegherei I SEGUENTI SEGNI [cf. Grice, the formal devices] :
-j-^, ovvero Nell1 esami tiare le diverse quantità intervengono, secondò 1
casi. Inalo i giudizi! di differenza assoluta^ quanto quelli di distanza
maggiore o minore dall eguaglianza. Queste idee sembrano coni penetra Le. ma
jjure sono diverse. La differenza quantitativa risulta dal rapporto immediato
fra due grandezze. La distanza dalla eguaglianza risulta dai rapporto di queste
grandezze eolio stato di parità non esistente fra le me! destane. Nel primo
caso T intelletto paragona solamente i due soggetti fra di loro: nel secondo
caso li paragona coli un terzo archetipo, ossia colla forma pari5 clic
risulterebbe togliendo qualche cosa attinia, e dandola all’ altra. La
differenza dunque assoluta si potrebbe denominare totak J,.a disianza poi dall’
eguaglianza dir si potrebbe differenza media, Li assoluta in chiude l'idea di
appartenenza di un pili ad mi dato so"* getto, e di mancanza rispettiva
all1 altro. La media per lo contràrio involge il concetto dWa detrazione di
questo di piìt dall uno dei soggetti, e di ripartimenlo eguale di esso fra amen
due. In tutti i casi nei quali sì tratta di lar intervenire gli esftejni ed i m
edi t la distanza ni aggìore o minore dall'eguaglia n: a è cos i de e biva .
eli essa per sé sola sembra somministrare una positiva creazione o
auuientameuto^ quantunque il senso geometrico attesti il contrario. Col
trasportare soltanto no àtomo dall’imo all’ altro medio per tenderli arabi
egiuli, voi non diminuite in nulla la superficie del tutto; e pure nel prodotta
della moltiplicazione avete un aumento, lo accenno questo fenomeno per far
sentire quanto importi ili distinguere la differenza assoluta dalla media. \J
assoluta si può calcolare co 117/ no,' ta media solamente col due Ciò nasce
dall’essenza stessa di relazione doppia e di pari aggio, ^ t>4. DcL vario
conccLto del piu e del meno che interviene nel calcola. Tutto questo avviene
quando si tratta di differenze dete/umnate. ta queste ha propriamente luogo un
tanto di pia od un tanto di m$nO,$ non un meno o uu piu indefinito. Il pili o
11 meno indefinito si espimi! colla maggiorità o minorità generica. Il maggiore
o II mio ore in gè urrà non vi dà di per sè l’idea di quanto uu soggetto sìa
maggiore o minare di un altro; ma altro in sostanza non esprime s se non eli’
essi inaurai di eguaglianza* ossia che sono disuguali Fra ridea della
maggiorità o minorità* e l’idea di un dato vaiar nutrì urico, sia quella della
rispettiva grandezza* e quindi -jaclU delle proporzioni. La proporzione
determinata non importa per sè stèssa il concretto' di un determinalo va love
intrinseco o io a Itera bile aritmetico, perocché ad una grandezza determinata
sì possono dare tanti valori, quante sono le parti nelle quali possiamo
dividerla. Se io figuro una superficie o una figura doppia, tripla o quadrupla
di Linf alLva, io altro non fo cdie determinare lui rapporto estrinseco ira di
esse, e nulla più. Quindi io le astrazione ? sia dalla generazione, sia dai
eordficieu LÌ dai quali può risultare., sia dal valore metrico interno che può
o deve ìli tali casi ricevere, sia da T attitudine sua ad unirsi con altri
soggetti per costituire o una serie o un complesso, e così discorrendo. lt
concetto di grandezza determinala segna i limili rispettivi della quantità sia
discreta, sia continua. Essa di per se non presenta dati dimeusivi particolari
se noti quando concorre con altre a formare un tutto* g 65. Del paragone dei
dìsTtgiialq e di ciò else allora avviene nel nostro spirito. Quando paragonale
duo quantità disuguali, che altro avviene nello spirito vostro? Ciò die ò pari,
sia grande* sia piccolo, lo considerate come una cosa sola, e non ponete mente
fuorché alla disparita. Allora è lo stesso paragonare due grandezze, per
esempio, dì quattro o cinque digiti, come paragonarne due dì quattrocento o
cinquecento. Gin non è lutto. Questa operazione implica una sottrazione di puro
paragone di tutta la grandezza pari di lei* ossia un sè-meno. Ma il concetto di
questa grandezza rimane immedesimato eoi soggetti paragonati, c serve di punto
d'appoggio al vostro intelletto. Qui dunque la forma di eguaglianza astratta
serve a determinare la differenzaSe dunque il sentimento della differenza è
positivo, il mezzo dì determinarne la misura viene somministrato solo da ir
idea di eguaglianza. Ma questa non è che mia ideatifa ripetuta. Quest'identità
deve io vestire un qualche oggetto, ossia consiste essenzialmente nel concetto
di qualche oggetto geometrico. Dunque la cosa si risolvo in ultima analisi nel
concepire un soggetto geometrico come sta, e farlo servire di punto di paragono
onde determinare la diversità di quantità con un altro e eon molti altri. 66.
Mezzo conscguente di valutazione. Suo princìpio fondamentale logico ed unico.
Omogeneità. Qui facciamo punto. Fu detto di sopra e dimostrato, che Yunò
metrico generalo non esisto uè può esistere*) ma ch'egli è sempre rispettivo*
Parimente ogni grandezza ò cosi determinata, e di un concetto cosi individuo ed
immutabile, che non si può aggiungere o diminuir uulla senza tramutarla in
un’altra, e così senza distruggere la sua essenza. Dunque se venga o paragonala
o accoppiata ad un’altra, nasceranno certi rapporti, e non certi altri; certe
convergenze o divergenze, e non altre; certe proprietà comuni o certe
opposizioni, e non altre. Questi rapporti saranno necessarii ed immutabili,
quanto l’essenze stesse delle grandezze dalle quali emanauo. Se dunque queste grandezze
siano considerate come parti di un tutto, esse dovranno necessariamente
somministrare un metro analogo ai rapporti che sostengono. La natura dunque di
questo metro risulterà o semplice o composta, a norma dei rapporti essenziali
della posizione loro. Dunque ne viene il solenne ed inconcusso principio, che
per calcolare con verità nei casi in cui queste grandezze essenzialmente
diverse concorrono insieme, non si potrà far giuocare nè il piccolo né il
grande, ma si dovrà far uso soltanto dell’omogeneo . Quest omogeneità non
consiste nè nell’ unità polverizzata, nè nel1 estensione microscopica, ma
nell’essenza composta secondo l’indole della figura. In Geometria ciò viene
confermato anche dalla proposizione sopra dimostrata, che il principio della figura
è la stessa figura. Ma la presente dimostrazione essendo tratta dalla natura
comune dei concetti sì geometrici che aritmetici, ne viene che il principio
suddetto dell o/?zogeneita e comune a tutta sorta di calcolo. Allora cessa Fuso
i/nmoderato dell estrazione delle radici: allora vengono banditi gli
infinitamente piccoli; allora non si parla più di approssimazione ; allora non
si tenta più di dividere la certezza come una focaccia, e di trarne risultati
mostruosi: allora sottentra uu’ altra specie di calcolo analogo ai dettami
della filosofìa e all’andamento della natura. Conseguente ripugnanza c falsità
positiva matematica dell’ algoritmo infinitesimale. Io non pretendo per questo
che si debbano abolire i metodi attuali; ma solamente partiti che in certe
parti si possa illuminarli di più, e quindi riformarli ed unificarli. Questo
può esser fatto soltanto usando del principio dell omogeneità, il quale esige
come condizione, che a parte rei nulla venga da noi alterato nel concetto delle
quantità impostate o derivate, e per pai te del calcolatore la piena cognizione
della posizione intiera della quautità e dei rapporti logici di lei. Voi mi
direte che si sono fatte molte scoperte. Ed io vi rispondo domandandovi, se
tutte siano solide; e quelle che sono solide, nelle specie dei casi di cui
parlo, non coincidano appunto, senza saperlo, col principio dell’omogeneità.
Niuua verità può fare i pugni con un’altra, nè la verità matematica può venire
in conflitto colla buona filosofia. Ora ditemi se questa possa ammettere le
denominazioni di calcolo infinitesimale, di infinitamente piccoli o grandi, di
quantità aggiunte o neglette, ed altre simili. E quanto alla denominazione di
calcolo infinitesimale, credete voi che sia filosofica? Chi chiamasse la
pittura arte delle ombre userebbe egli d’una denominazione conveniente? Lo
stesso è in Matematica coll’ attribuire ad un calcolo il nome d’
infinitesimale. Il calcolare importa discernere e paragonare. Ora sull’iufinito
si può forse esercitare il discernimento? Dove non si discerne regnano le
tenebre per noi. Attribuire adunque il titolo et infinitesimale ad un calcolo è
lo stesso che denominarlo calcolo tenebro SO) calcolo delle ombre. Questa
denominazione impropria, la quale manifesta una pretesa incompetente allo spirito
umano, sembra derivare dal trascendentalismo mal inteso, del quale ho già
parlalo. Essa poi suppone che si possano oltrepassare certi limiti che la buona
filosofia dimostra insormontabili, e che vi possa essere un’essenziale
differenza fra il grande ed il piccolo . Sappiate, dice l’inventore di questo
calcolo, che i fondamenti della mia invenzione non sono rigorosamente
dimostrati, ma sono passabilmente veri (')• Tutti piegano la fronte, malgrado
le grida della Filosofia e del buon senso. Così pure il Leone, nel tempo che
pioveva, e nell’atto che i suoi cortigiani grondavano d’acqua, avendo sostenuto
che risplendeva il sole, i suoi cortigiani d’accordo proclamarono che il sole
gli avea bagnati. Ma, per mia fè, che cosa significa questo passabilmente vero,
fuorché un’asserzione non dimostrala? Ora un’asserzione non dimostrata può
forse servire di fondamento ad una teoria che esige una rigorosa dimostrazione?
La dimostrazione non ammette nè verità dubbie, nè verità passabili; ma accoglie
soltanto un vero pieno ed un vero dimostrato. Da quando in qua la Matematica,
che appellasi la scienza emi (i) Il calcolo differenziale, basato sopra gli
altri principii (cioè diversi da quelli del Lagrange), forma una scienza
separata dall'Algebra, giacché in essa non avviene mai che quei principii
s'inconlrino. Talvolta questi principii dimandano che si accordi la sussistenza
di cose le quali hanno in sè delle proprietà contrarie affatto alla geometrica
evidenza e ad ogni comune concetto; e questi sono gli infinitesimi, che ora si
prendono per nulli, ora per quantità di misura che si confrontano con altre, e
sopra le cui analogie ebbe a dire lo stesso Leibnizio, Acta Eruclitorum,
Lipsiae, ch’esse non sono vere, ma ioleranter verae. Brunacci, Memoria premiata
dall'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova,. Edizione di Bettoni.
Padova nenie mente certa ed eminentemente dimostratila deve ri posare su basi
passabilmente vere? Questo é ancor nulla Se taluno affermasse elio il quadrato
di un cateto può essere uguale al quadrato dell' ipotenusa, o che il calete
stesso può essere uguale all* ipotenusa, uou direbbe l'orso ima propó^iótte
apertamente ed agiatamente falsa? \ oi lo coti vincereste di falsità si colla
dimostrazione della figura, e si col tagliare una lamina ed uri cartone in modo
ch’egli dovrebbe confessare la falsità palmare delia sua proposizione. La
verità della proposizione pitagorica è assoluta ed uaiv ers al e, perocché in
essa si prescinde dulia considerazióne di qualunque divisione o proporzione
particolare dei cateti o dei loro quadratile però per fa sua vera nni versali
tà può sostenere il confronto della ebe dei Lcil>mziani. fi a sta aver
delibalo i primi elementi ili Leoni etri a per essere Intimamente convìnti di
questa universalità* Ora se, contro V uaivefsale verità ed evidènza del dogma
pitagorico, io volessi contrapporre S etmempimenti Loie r et n ter veri 5 coi
quali Letbmlz stesso denominò i fondam e u li del suo calcolo, cLe cosa si
direbbe di ine? Dir si dovrebbe che i pensamenti toleranter veri debbono cedere
II passo agli avide nUr veri; e che se i toleranter veri ripugnassero agli
evidenter veri essi diverrebbero evidentemente falsi, per ciò stesso ebe gli
altri fosseroe^dentc mente veri. Ora dico, sostengo e dimostro, che il concetto
Lada monta le del calcolo di Lcibnitz ripugna positiva mente al dogma suddetto
pitagorico ; e però coacbiudo, essere il pensamento Leibmziano evidentemente e
ma te ma tic a mente falso. La prova di questa ripago ansarisulta dalla
dimostrazione posta appiedi di questi Discorsi. Come mai mi ’ impostura come
questa ha potuto trovar seguaci iti tanti nomini d’ ingegno di Lutti I paesi
d'Europa ? Come mai un fantasma, il quale comparve sul Leatro matematico
coperto non colle diviso della evidenza, ma colle spoglie ingannevoli d'ena
volgare fantasie, mori tata col trascendentalismo e coi passi vacillanti del
passabilmentetwo, potè illudere cotanto da regnare stille menti dei matematici,
e resistere agli assalti del buon senso? Come mai anche oggidì egli esteuJe la
sua dominazione, ed acquista campioni al suo partilo? Forse sta scritto nei
libri del fato che aoche il mondo matematico debba talvolta essere colpito da
uno spirito di vertigine come il mondo civile? Vi avviereste voi forse di dire
che il dogma pitagorico è dogma geometrico e uou algo ritmico -i e che però noo
può colpire la massima del calcolo Inim ilesini ale, nel quale si fa uso di
principi! algoritmici? In questo caso $ Ai dimostrerei che il dogma pitagorico
ò e mi ne me ni ente algoritmico ed li ni camente algoritmico, e versa
intieramente sullo scopo unico d’ogni calcolo. E per verità il dogma pitagorico
non determina egli il valore dei quadrati dei cateti rispetto ai quadrato dell’
ipotenusa in tutti i casi nei quali i quadrati dei cateti o siano eguali fra di
loro, o possano differire per qualunque quantità escogitabile? Ciò posto,
domando io: la valutazione non è essa lo scopo unico del calcolo? L’algoritmo
non è forse il mezzo di questa valutazione? La determinazione del piu^ del
meno, eguale * sia delle quantità impostate, sia delle derivanti o costanti o
variabili 5 sia delle indicate, sia delle differenziali, non costituisce forse
la funzione, anzi 1’ essenza propria dell’ algoritmo ? In esso si domanda forse
di conoscere o quantità dubbie, o quantità insussistenti, o quantità false; o
non piuttosto quantità certe, sussistenti e vere? Ora se la valutazione
attribuita dall’algoritmo passabilmente vero ripugna colla valutazione
evidentemente certa del dogma pitagorico, non si potrà sfuggire l’assurdo,
perchè cade sullo stesso soggetto e sull’ identica operazione. Invano pertanto
si avrebbe ricorso alla distinzione suddetta per sottrarre gl’ infinitesimi
dall’anatema del buon senso, e invano gli Ercoli del calcolo potrebbero
accorrere per impedire la caduta dell’edifizio poggiato sopra i medesimi. Mi
direte che non sempre la massima del calcolo Leibniziano esige l’impiego di
questi infinitesimi, e però che quel calcolo non resta sempre colpito dalla
taccia dell’assurdo e della frode. A ciò rispondo, che qui si cangia di
quistione senza affievolire la mia dimostrazione. Io ho parlato del modo
praticato degl’ infinitesimi nel calcolo, e non ho parlalo del calcolo eseguito
senza di essi. Ora se mi parlale del calcolo in cui essi non intervengono, voi
non mi parlate più del calcolo veramente iulìuitesimale, ma di un’altra cosa; e
però la vostra difesa cade su di un soggetto diverso. Allora il calcolo sublime
altro non è che il calcolo naturale elevato a regole più generali, e nulla più.
68. Principio preservativo dagli errori e dalle frodi. Onde però togliere per
sempre la sorgente primitiva di questo e di altri simili delirii, è d’uopo
avvertire che altro sono le considerazioni del possibile fantastico « ed altro
le considerazioni del possibile esistente. Egli è metafisicamente possibile che
esistano Pietro, Paolo e Giovanni; ma allorché figurate Pietro esistente, egli
è metafisicamente impossibile eh’ esso sia nello stesso tempo Paolo e Giovanni.
La esistenza effettiva della persona di Pietro rende metafisicamente impossibile
ch’egli sia nello stesso tempo Paolo e Giovanni. Così dicasi delle quantità.
Una grandezza è metafisicamente suscettibile di vani gradi tr atimenlo o
ijpcn> mento: aia posto iti fatto qualunque aumento o decremento
eseegtlabtJiì di lei. si esclude per ciò stesso resistenza di fatto di
qualunque altro aumento o decremento meramente possibile, e por ciò s Lesso di
quatuqqiEfi altra possibile differenza, ragione, proporzione o rapporto logico
poggiala a termini diversi. Questa sentenza altro non e che cu a traduzione del
principio stesso di contraddizione. Posto questo dato, ce viene che quando in
fallo voi figurate die una quantità impostata riceva tei dato aumento o
decremento qualunque escogitabile, voi escludete perciò stesso qualunque altro
auménto a decremento maialisi cani ente possibile di i 'crso d?i quello elio
voi figuraste, qti&ud’ anche non sappiale 0 uou esprimiate d valore di
questo pìk o di questo meno. Allora il pih ti il Meno figuralo riesce
necessaria mente parte aliquota o non aliquota della quantità impostata. Potrà
essere a voi sconosciuto il valore rispettivo di questa parto. Ma la ragione vi
dice sempre, che siccome ossa noti può esistere e non esistere nello stesso
tempo,, nè essere ad un solo trailo identica e diversa; così (quanti* a nell e
il di lei valore non sia da voi conosciutoj, ciò) non ostante essa esclude la
possibili la della coesistenza di uno sfiato diverso da quello, sotto del quale
realmente esiste • Con ciò Inni gli altri stati mela fiate amen le escogitabili
rimangono sepolti ad caos dell idealismo, e non ha véramente luogo che quello
stato solo, sello il quale essa esiste. Indefinito dunque a parie rei non è nò
può essere questo sialo; e però) è logicamente assurdo il concetto di un
influitoti indefinitamente piccolo esistente* sia ideale* sia reale. Io sfido
tutti i matematici a sovvertire la verità di questa o* set' razione. Ma nello
stesso tempo domando loro se sia vero, o no. die col loro do: non lanciano
intervenire e coesìstere tutti gli stati metafisicamente possibili della
piccolezza, nellatlo che non è possibile fuorché la esistenza tT li o solo di
èssi? se sia vero, o no, die confondono il meta stato incognito col possibile
stato escogitabile di questo quantità, e cfuda questa confusione e da questo
scambio sorga la mostruosa progenie degl* infinitesimi e la Illusoria fabbrica
del calcolo relativo ? Perché io non conosco quanta sia faltezza dei monti
della luna, pollò io dunque supporla indefinita ? Voi mi parlate di grandi e di
piccoli come di oggetti del calcolo, Voi dunque distinguete un grande ed un
piccolo ad uso pratico W calcolo. Ma questo grande e questo piccolo vengono da
voi associti o tu senso unito o i u senso diviso [Grice: Don’t multiply them!]
. Sogli assumale in senso unito, e m a a sfésLo che dire e provar mi dovete in
che consista il grande^ e dove n ni* sca per dar principio al piccolo. Se poi
gli assumete in senso diviso, voi mi dovete dare un criterio certo e stabile
per distinguere il grande dal piccolo, perchè io possa iodi attribuire ad ognuno
il suo posto e la sua funzione. Senza di ciò io taglio un terzo di una montagna
? e gli pongo il nome di infinitamente piccolo. Invano ricorrereste alla
puerilità volgare del granello d’areua di Wolfio ; perocché questo stesso
granello, o sotto al microscopio solare, o agli occhi d’un animale
microscopico, pare o una massa di un metro di diametro, o una montagna. Il
globo terracqueo è un punto rispetto all’universo. Queste norme nel regno
dell’evcogitabile non possono aver luogo, e però conviene determinare il
piccolo e il grande in via di rapporto logico assoluto. Ora dico essere
logicamente impossibile agl’ in fi n itesi malis ti lo stabilire
filosoficamente in che consista il grande e il piccolo per ciò stesso che gli
stabiliscono indefiniti, stantechè V indefinito non ha confini. Dunque per essi
è logicamente impossibile lo stabilire il fondamento primo esecutivo, ossia
pratico, del calcolo del V escogitabile. Dunque quand’anche egli non fosse
logicamente assurdo e matematicamente falso, egli sarebbe umanamente
impraticabile. Universalità «Duna stessa legge segreta che presiede al calcolo.
Lasciamo questi assurdi, e proseguiamo. Vi può esser forse un aspetto, sotto
del quale la massima del calcolo Leibniziano può essere accolta come vera: ma
questo aspetto non può essere presentito che internandosi nei più reconditi
misteri dell’algoritmo naturale, e non può essere annunziato colle forme
assurde degl’infinitesimi. Penetrando questi misteri si distingue il calcolo
coerente dal calcolo vero; perocché havvi una specie di calcolo, la bontà o
inutilità del quale non può essere scoperta e verificata se non si sale alla
massima sua fondamentale. Allora si esclude quello che non tiene conto della
diversità originale ed essenziale degli elementi, e che tratta gli enti
matematici sul letto, dirò così, di Procuste. Io non posso e non debbo entrare
nell’esame di queste massime, perchè dovrei dare un trattato di Aritmetica o di
Geometria, invece di osservazioni generali sul primitivo insegnamento delle
Matematiche . Quindi non è mio disegno d’impugnare veruna costruzione
fondamentale dei calcoli usitali dai matematici. Ma altro è la meccanica del
calcolo, ed altri sono i principii filosofici del medesimo; altro è la verità
intrinseca dell’operazione, ed altro è l 'espressione conveniente della
medesima. Ciò che ho annotato, parlando del calcolo sublime, versa soltanto
sull’ abuso degl’ infiniti, e non percuote il merito intrinseco dello stesso,
Su questo mento aneli e noo conoscendolo * si può osservare ciò che deriva dai
principi t d'ima solida filosofia, e può interessare la prlmEtiva istruzione,
la però, parlando del calcolo sublime, dico che se la tnassitua di questo
calcolo e giusta, essa dev'essere stata traila da un fallo certo* ed essere
conforme a leggi perpetue già conosciute. Uno è il» getLo della scienza . e
identiche sono le leggi dell* umano intelletto. Le diverse specie di calcolo
non sono che diversi artifici] per roggiiiogetsi diversi concetti delle
quantità; ma questi artifici! non sono che medi diversi di queste leggi lo rida
meu tali, Per vedere il sole e la luna vi bastano gli occhi nudi: per vedere i
satelliti di Giove c l anello di Salem bastano i telescopi] ordiuarii: per
vedere Urano, ed altri più lontani o più minuti oggetti, occorre d telescopio
di Jlerskclma per questo vengono forse alterale le leggi della luce o quello
dell’ Ottica? La massima dunque sulla quale è fondato il calcolo sublime, deve
derivare da un fatto certo . primitivo ^ costante, e dì una influenza generale.
Questo latto, lungi dal contrastare cogli altri, dovrà apparirci concordante.
Dunque tutte le. specie possibili di calcolo dovranno risentire la sua
inOueiiza, e però adattarsi ai rapporti ch’egli fa nascere. Dunque fino dai
primo r sd 1 1 della scienza egli iu fluirà sui nostri concetti anche senza che
ce ue avvediamo, e determinerà i nostri risultali dì ragione. Quando lo
reggiamo alla scoperta, lo esprimiamo co’ suoi lineamenti genuini; quando
all’opposlo non facciamo che presentirlo, o no I ravvisiamo che al favore di un
languido barlume, uni gli prestiamo una forma confusa 3 la rappresentiamo con
divise non sue, e, quel ri/ é peggio, gli attribuiamo funzioni Incompatibili
colla di lui natura, lo potrei recare iu mezzo esempi i, nei quali celebri
matematici fanno eseguire all’ infinitamente piemia le funzioni le più strane e
k più assurde. Qua lo vedete far la funzione del mallo del tarocco; là lo
vedete far la figura ò* un. blietri; qua le funzioni dei maghi di Faraone >
f ioà cangia le curve in rette, e i segmenti In tangenti ; là fa la funzione di
giocoliere, facendo sparire e comparire ciò che si vuole ; talché qualche gran
maestro, invece di voler adattare i uoslri concetti distinti a ciò che accade
in natura, ha preteso clic la natura non possa procedere che secondo questi
concetti Lnv.I^ iJ di cui arco si assume come arco di circolo. Ma a rigor
geometrico è dimostrato che il quadra Lo sopra AI C è uguale alla lista E P Q E
Questa lista poi costituisce la differenza fra il semiquadra lo A B F E ed d
quadrilungo A B Q P . Brunitevi, Memoria schietta, Aln i Leibniziani
considerano questa corda come se non esistesse. Essi dunque tolgono Li lista
suddetta, e quindi annullano la relativa differenza. Dunque essi 05» su mono il
quadrilungo, che forma la parte, come eguale al semiquaJrab, che 1 forma il
tutto. Questo tutto c appunto compost# dal quadrilungo e dalla lista suddetta.
Qui domando se il porre una parte uguale al tutto sia cosa che conceder si
possa come passabilmente vera. Voi mi direte che tutto questo si fa per giungere
ad una valutazione tipprossima tiva, a fronte d’linairis u pe ra h il e in
comme n su ra bili tu. Pi ù cose si posiono opporre qui. La prima si é, che non
dovete porre avanti cose assurde per coprire 1 impotenza vostra j ma dovete far
la dichiarazione già sopra espressa La seconda si tì, die lungi di aprirvi La
dito alla co mmensu razione rettilinea possibile, voi lo precludete* Lai
esèmpio perpetuo per tutte le gradazioni dell'area del quadrato lo vedremo nel
Discorso VI. Parte 3» Ivi faremo vedere che nei casi della rettilinea
incommensurabilità tanto la valutàz.icjnfl superficiale competente, quanto là
conversione in forma linearmente r[ tunica bile dipende assolutamente dalla
fissazione della potenza della minima corda circolare soppressa dai Leibnìziani,
e dalla tassazione rie! laro infinitamente pìécdì di primo o di secando grado*
Fu pure dimostrato il mudo di determinare questa potenza. Tutto ciò vien fatto
procedendo in una maniera precisamente contraria a quella che viene praticato
dai Leibnizirmi, Egli è vero che questa teoria non fu mostrala fuorché pei casi
della graduale diminuzione del quadrato) ma egli è vero del pari che può essere
colle debite aggiunte estesa: e sopra tutta é vero die con essa si escludono
tutti i processi impotenti ed assurdi inventati per superare io scoglio delia
incommensurabilità almeno relativo . Dico della relativa? perocché ogni sforzo
è inutile nell1 assoluta, la quale risulta dal curvilineo rispetto al
rettilineo. La valutazione è un processo che suppone identità ira le idee
paragonate. L3 omogeneità s posta come principio praLico di vahttaztonCj rende
indomabile qualunque essenziale c t erogene ita. fra gli Oggetti paragonali, La
regola che obbliga a paragonare quantità della stessa, spècie è di assoluta
necessità. Chi sara da tanto da volerla infrangere, e da pretendere ciò non
ostante di somministrare un calcolo di fatto dimostrativo? È ornai tempo di
abbandonare una ciarlataneria, colla quale, imitando I giocolieri eli
bussolotti > ^i vuoi far travedere i sempliciotti. Dell' unificazione
matematica sì logica che morale. 71, In quanti sensi si possa prendere la
parola u n ijìciizioìic* Presa come operazione di calcolo, che cosa significhi.
In due scusi si può prendere V unificazione fìiatanctticu* II primo come
operazione di calcolo $ il secondo conio ordinamento della scienza in uno.
Presa corno calcolo, tosto si distingue la coacérv azione dall’wn/ficazione 5
come si distingue un m« echio di pezzi dTuna macchina dalla loro co ni pagìna 1
1 ira. Altro è d i f fa Iti fo r m are a gg re gali, ed a Itr o è unì licare
altro ò numerare e sommare, ed altro è porre in rapporto una quantità. La prima
operazione, altro non considerando, non produce che una collezione* e ntm mai
un unità complessiva. Produrre quesPuniLà è opera appunto delF unificazione
Essa importa che non solamente le parti stiano insieme, ina clic vi stiano con
tali rapporti da produrre un co u cotto cosi unico ed indivìduo, come quello
che appartener può ad ogni parte presa singolarmente, Se si possà proseguire ad
unificare, come si prosegue ad enumerare. Considerando le cose in una vaga
possibilità, paro che Fu ubicazione ìioo abbia confini, e si possa seguitare od
unificare come si prosegue a numerare. Se qui distinguete la pura amplt azione
dall luiijìcazioìie, e \ unificazione primitiva dai perìodi soli della
medesima, non pare che in Ma Le ma t le o si possa a mine Ile re un inde Unita
unificazione di quantità nel senso di produrre uu' unità veramente complessiva,
nella quale si trovi varietà e continuità accoppiata ad un solo e individuo
concetto. Imperocché da una parte converrebbe che immensa fosse la comprensione
umana . e dall’ altra clic i rapporti cospiranti delle quantità fossero pare
indefiniti. Quando parlo dì comprensione * io intenda non la sola facoltà di
percepire c di combinare, ma quella di abbracciare simultanea cicute molle cose
distinte* La parola stessa con? prendere racchiude questo significato. Ora,
lungi che noi ci possiamo vantare di questa mi* mensa comprensione, ci dovremmo
anzi lagnare di una somma angustia. Quanto poi ai rapporti cospiranti della
quantità, vale la stessa ragione sotto un altro aspetto; perché questi rapporti
non sono che le idee re* Jative dei nostri stessi concetti della quantità, nate
dalle leggi fondamentali del nostro discernimento. Dico del discernimento 5
perocché i rapporti indiscernibili non possono formare materia di calcolo.
Questo discernimento è tutto relativo alla costituzione attuale del nostro
essere; come 1 attitudine d’uu cembalo a dar suoni distinti, e quelle tali loro
combinazioni e non altre, viene determinata dalla sua costruzione. Ora se m
questo stato di cose tutto divien finito, e conformato d’unadata maniera, ne
segue necessariamente che i concetti dell’ unificazione saranno non solo per sé
circoscritti, ma che non potranno eccedere un dato numero di variazioni. 73.
L'unificazione appartiene al senso integrale: da ciò nasce l’implicito. L
unificazione appartiene al senso integrale, del quale abbiamo parlato da
principio; e quindi essa è l’operazione la più originaria e la più naturale di
tutte. L’unificazione matematica dunque pare ridotta soltanto a collegare i
concetti del senso differenziale, e trovare i mezzi discernibili coi quali far
si può l’unificazione naturale. Ma il senso differenziale non può raggiungere
mai l’integrale. Dunque rimaner deve sempre un margine, dentro il quale eseguir
si deve l’unificazione matematica. Questo margine dovrà al nostro discernimento
apparire come una caligine, la quale limita il campo della luce intellettuale.
Anche questo margine, quando è finito, potrà servire al calcolo; ma ciò in
diversa maniera: imperocché avvi in Matematica un non so che, il quale riesce
principio e fine dei concetti successivi della quantità, e che dir non si può
essere egli stesso una data quantità. Egli non è nè lo spazio, nè il tempo, nè
1 estensione, nè l’unità metrica, nè il numero; ma egli è un reale senso
recondito, dal quale sorgono rapporti aritmetici e geometrici determinati. Egli
quindi nou è nè un infinitamente grande o piccolo immedesimato colla
sostanziale quantità intesa; ma è una cosa posta fioriti lei, e che fa sorgere
varii rapporti con lei. Egli è nello stesso tempo variante ed unificante;
continuo nella sua essenza, e discreto ne’suoi effetti; esteso ne suoi
progressi, e perentorio ne’suoi limili; diverso nelle sue forme, e identico
nella sua potenza; dilatato nel suo sviluppo, e comprensivo nel suo concetto:
egli è, per dirlo in breve. I’ indice ultimo della nostra attuale intelligenza
riguardante la quantità estesa. Usando una greca etimologia, io appello questa
specie di recondita potenza col nome di implicito posotico, dal nome greco
iro^òryjg 5 che corrisponde al latino QVANTITAS. L’esistenza di questo
implicito fu presentita da qualche profondo matematico, ma non fu qualificata;
perocché l’esistenza di una potenza occulta non può essere definita o
contraddistinta se non mediante i suoi effetti. Così distinguiamo la forza
motrice, la forza di coesione, ed altre simili a noi sconosciute, colle idee
degli effetti che producono, o che crediamo dover loro attribuire. Se questi
matematici avessero esplorati i fenomeni di fatto della quantità estesa, essi
avrebbero scoperti questi effetti, e in conseguenza avrebbero indicati i
caratteri proprii di questa potenza, e ne avrebbero espressa almeno l’essenza
nominale, nell’impotenza di assegnare la reale . Un solo di questi fenomeni fu
da essi oscuramente presentito; e questo consiste nel sostenere il carattere di
termine nascosto, o di punto di paragone algoritmico, senza che a lei
attribuire si possa il carattere positivo di quantità, quale viene comunemente
iuteso. L’esistenza di questo principio occulto non può essere scoperta per via
d’induzione, analizzando le quantità in sè stesse; ma apparisce soltanto
indirettamente come un fatto primitivo nello sviluppamento progressivo e
paragonato dei numeri naturali posti in un certo ordine. Ciò verrà fatto
palese, almeno in parte, allorché esibiremo l’alfabeto aritmetico e geometrico,
il quale, secondo il nostro parere, servir dovrà di primo fondo del primitivo
insegnamento delle Matematiche. Ivi ci verrà fatto di mostrare che in virtù di
questo implicito si fa nascere una vera quantità comparativa, simile alle altre
quantità differenziali, la quale nella prima volta è uguale alla quantità
esplicita impostata. Questa comparativa quantità non sorge dal paragone di due
quantità esplicite impostate, ma bensì dalla relazione immediata d’ una
quantità esplicita col luogo dell’implicito. Questo luogo non entra nè punto nè
poco come elemento sostanziale nel calcolo; e però non riceve nè aumento, nè
decremento, nè stato positivo alcuno proprio della quantità. Egli forma il
tuono, dirò così, decisivo del senso integrale. 74. Scambio irragionevole dell’
implicito, sia colla quantità impostata, sia col nulla assoluto. Lo scambiare
il concetto d e\Y implicito col noto concetto della quantità, o porre la
quantità sostanziale al posto dell’implicito, fa nascere tutte le oscurità,
tutti gli enigmi, tutti gli assurdi logici, de’ quali viene accusata la
Matematica sublime. Così lo attribuire ad un’imagme riflettuta da uno specchio
i caratteri materiali dell’oggetto presentato fa K j il 1 1 , nascere la falsa
supposizione che esistano due masse concrete, mentre che non ne esiste che una
sola. \ iceversa il supporre che qualunque apparenza non possa nascere che
dalla massa medesima presentata direttamente alF occhio, esclude la potenza
reale dello specchio a provocare il paragone delle identità distinte. Lo stesso
dicasi in Matematica. Ivi è del pari erroneo Y attribuire all’implicito i
caratteri della quantità variabile conosciuta, ed il negare allo stesso
qualunque virtù od influenza sui nostri giudizii nel calcolo. Non si può dunque
riguardare Y implicito nè come uu residuo indeterminato della esplicita
quantità, uè come un nulla . ossia una negazione assoluta di essere o di
potenza ; ma conviene ammetterlo come una virtù occulta residente in noi, la
quale per se influisce in alcuni giudizii comparativi, nei quali non veggiamo
il secondo termine del paragone vestito dal concetto di reale e nota quantità.
II fatto ci palesa l’esistenza d’una causa occulta, che in dati luoghi fa
sorgere una quantità di paragone esplicito. Questo stesso fatto poi ci fa
toccar con mauo che l’ implicito non ha alcun carattere riconosciuto proprio
delle quantità sostanziali ; talché egli non ci palesa altro che il suo luogo,
e ci nasconde la sua persona. À torto pertanto si è preteso di vestirlo colle
divise della quantità comunque escogitabile: ed a torto pur nuche si è preteso
di annientarlo, o di privarlo di qualunque virtù. Fra questi due estremi hanno
fin qui fluttuato i giudizii dei matematici, mentre pure che i fatti primitivi
dettano un concetto intermedio, il quale d altronde si concilia colla ragione e
colla esperienza del calcolo. Io mi riserbo di allegare questi fatti, dai quali
sorge questo concetto intermedio fra il discretivo esplicito ed il zero. II
discretivo esplicito nasce per via di addizione o di sottrazione, o anche di
segno apposto da noi fuori delle quantità impostate, che formano il corpo da
valutarsi. L’implicito per Io contrario sta nel fondo della nostra
intelligenza, ed opera anche senza che noi Io vogliamo e che noi ce ne
avveggiamo. Egli è un oracolo interiore, il quale, consultato da noi, pronuncia
sempre risposte fedeli e veraci, e ci avvisa della posizione nella quale ci
troviamo nel mondo geometrico ed aritmetico. Allorché passeggiamo tra le file
di una serie naturale di quadrali, egli ci avverte dove dobbiamo proseguire,
dove arrestarci, e dove rivolgere i nostri passi. Qua ci mostra la mela della
coincidenza e delFeguaglianza prodotta dallo sviluppamelo completo dell unità
complessiva naturale. Qui, egli ci dice, si compie il primo viaggio della
ragione algoritmica; qui si consuma la prima evoluzione dell’unità logica
complessiva; qui s’incomincia un altro pen°do staccalo, il quale non racchiude
più la pienezza del primo. L quando aravamo per viaggio, se volevamo arrestarci
a certe pause, nelle quali incontravamo due termini massimi concorrenti c un
terzo eoo eludente, latti e tre perfetta me ni e razionali, quest’oracolo ci
avvertiva che lo sviluppa mento logico non era ancor compiuto* perchè ci
mostrava mancare ancora V interiore naturale coincidenza, nella quale non sì
verificava la omogeneità unificante V algoritmo. Allorché poi in mezzo alle
file giungiamo alla fine del primo stadio integrale e differenziale, noi
vegliamo sorgere il mezzo assodante e conciliatore della prima parte
sviluppata, onde unirvi un’altra parte a formare un tutto massimo dì unifica
zio ce razionale geometrica ed aritmetica. ^ ih* Predominio naturale del senso
naturale implicito nella unificazione. Nella unificazione poi. della quale ci
occupiamo in questo Discorso, questa potenza p esotica interviene precipuamente
non tanto per collegare, quanto per limitare i confini della unificazione
medesima, c per la r sentirò eziandìo come si possa accoppiare Fidentità colla
diversità. L'impero del scuso integrale è Firn-puro della stessa natura. Dunque
vi avrà una unificazione naturale che si opererà in noi per una legge secreta*
la quale agirà anche all’ insaputa nostra. Onesta legge diffalti si fa sentire
cosi in tutti ì passi latti da! discernì me u Lo, che pare non potere Fin ielle
tto nostro riposare finche non abbia soddisfatto allo inchieste di lei. Questo
sentimento naturale, costante, invincibile, riesce tanto più forte, quanto è
più viva la nostra curiosità, e quanto più una fantastica analogia gli presta
un interesse estrinseco. Se voi percorrete la storia dello scibile, o delle
inslitimom che no derivarono, voi al lume dì questo fatto troverete la cagione
di tante dottrine, di tante allegorie, di tante pratiche, di tante usanze, ec,
ec. 1/ unificazione artificiale si può dunque considerare figlia della
naturale^ e come rappresentante piccoli abbozzi grossolani della naturale, o, a
dir meglio, come esprìmente alcuni simboli staccali della naturale. Ecco a die
si riduce il valore anche della unificazione matematica considerata come
operazione del calcolo. J 7£i, Ragione intellettuale che caratterizza
Firnificazione. Quest* ultima specie di unificazione non è legata nè alla forma
apparente del simbolo, nè all1 espressione accidentale numerica attribuita chi
principio da noi : ma appartiene in fieramente alla ragione intellettuale, che
risulta dai rapporti intrinseci ed essenziali fra le partì e il tutto. f j
96SLi che voi tentiate dì scoprire questi rapporti per dlscerncre il valore e
la connessione o la forza delle parli;, sia che voi stesso abbiale per iscopo
di comporre un tulio dotato di rigorosa india, voi dovrete sempre attenervi
alla ragione intelletto ale suddetta* Voi potrete dunque per comodo del vostro
discernimento allargai' e repressione,, ma non cangiti' re giammai i rapporti
della unificazione-. Se cangiaste questi rapporti, voi mutereste lutto 11
corpo, dirò cosi, de3F oggetto prima proposto. Iti questa posizione adunque di
cose col numerare non si uuificitj ma sì divide; e col. far frazioni realmente
non si divide, ma si moltiplica, Allorché dunque si tratta delFun die azione
non si deve badare nè alk forma nè alla espressione materiale, ma bensì al
rapporto che passa ha 1 una e 1 altra quantità. Quindi si può e molte volte si
deve tradurre una figura o una espressione numerica Iti un’altra! salva fessene
lo ridarne □lale dei termini da paragonarsi, ossia della ragione clic passa fra
Fune e 1 altro. Ciò si fa per porre in evidenza il rapporto medesimo, e Far
sortire il mezzo conciliatore, il quale indichi la ragione unificante, ossia il
rapporto coll unita complessiva. Questo artificio, che dir si potrebbe 1
istanza delia niente* forma appunto 31 merito dei buoni metodi. Trova* re.
queste istanze* mostrare quando è d’uopo le seconde e le terze, segnare le loro
traduzioni, fissare l'ultima più breve; ecco In che consiste 1 essenza e il
merito delle formolo matematiche* Dall unione dì queste forinole nasce uua
specie di topica nmlcmat tea, della quale si suole far uso nei casi occorrenti.
In tolte le operaio* ni che formano questo calcolò unificante, se annientate o
detraete sfiata toccare le ragioni fondamentali*, voi non aumentale e non
diminuite nulla : ma altro non late, che domandare il rapporto bramato. E
quando stabilite i medii5 voi realmente non fate entrare persone straniere; ma
sos lag zìa Ime irte non faLe che unire le due ragioni in una terza, e vi
senile poi di questa per legare gli estremi. 77. Dd mezzo logico dcìT
unificazione* Né la cosa, parlando filosofica mente, può procedere dive rsame
ole. Ogni ragione è un’idea per se unica, semplice, indivisibile: quiudi essa
non si può dividere per ritrovare qualche cosa di mezzo* Dunque questo mezzo
apparente non può essere die un composto di queste due: ragioni 5 ossia
dclJespressione di queste due ragioni per concorrere in compagnia a far nascere
F unità. Questo composto forma per sé stesso una cosa a sé. Esso fa nascere
nuovi rapporti cogli elementi suoi, e dal complesso di questi rapporti nasce F
unità che domandate. Dico l’unità} e HOT poh YtinOf vale a diro quella unìla
complessiva, la quale comunica tosi a tutto faggrcgaLo la sua natura individua,
eh e non si può cangiare fuorché distruggendo il concetto suo essenziale. Per
ìa qual cosa in ultima analisi quelli clic di co osi incommensurabili o
irrazionali si potrebbero considerare come prodotti di razionali ri dotti ad
unita. Qui si entra nello scabroso delle Malemaliche, il quale forse non riesce
tale se non perchè non furono premesse le cognizioni necessarie sì Rifatto che
di ragione, Ho sentito valenti matematici a distinguermi la quantità discreta dalla
continuai e lagnarsi della difficoltà di cogliere quest* ultima. Cerio,
semplicemente numerando, essa non si coglie. Io veglio dire, che usando dei
metodi ordinari! propri i della sola quantità veramente discreta, dove
sfuggirvi. Anzi dovrà avvenire talvolta, senza dio ve ne avvediate, che
Rincontriate in un nodo nel quale queste due specie di quantità sono venute ad
incontrarsi ed allora voi col metodo discretivo vi trovate in imbarazzo. Ma se
le cose fossero preparate a dovere, questi scontri non recherebbero sorpresa:
u, a dir meglio, se avvenissero, ciò accadrebbe senza sorpresa, e si saprebbe
come rimediarvi. q 78, Della continuità., e quindi della maturità. Degli
estremi e dei mediò Ma, prescindendo da questi arcani altissimi della
Matematica, io fa riflettere che le altre cose riguardanti V unificazione
matematica sì possono rendere intelligibili, ed anzi visibili, onde porre in
guardia gli apprendenti a non confondere la numerazione o f aggregazione colf
unifrazione. Ora che cosa viene praticato nelle nostre scuole? Ld dicano tutti
coloro che hanno fatto II loro corso con una sincera applicazione. Credete voi
forse di poter applicare il calcolo discretivo per indovinare le 1^1 della
natura, e quindi soccorrere le arti? Quanto sarebbe delusa questa aspettazione!
La natura, si suol dire, non va per salti, ma tutto procede per via d’ una
stretta gradazione, Da ciò fu dedotta la legge della continuità.; la quale
imperiosamente presiede a tutte le opere del mondo fisico e morale. Quella che
dicesi opportunità, maturità, si può dire essere il complesso dello condizioni
necessarie ad effettuare la legge della continuità* Quando questa legge nou sia
effettuata, io stato delle cose è puramente fattizio, e quindi o violento o
debole, e sempre non durevole. Ora ditemi, di grazia, quali cavalieri
concorrono nella continuità ? Quello della varietà accoppiata all1 unità. Ma la
varietà suppone dilleTonni. f . reuza fra le cose appellate varie. Dunque bevvi
non differenza che u [mè associare colf uniti, Limila complessa inchinile a
ppUDlo questi Lewisiti, Quest5 uni Li complessa si verifica Lauto n elle /òrme
apparenti, quanto nelle forze operanti Essa imporla il concorso degli estremi e
dei weda collegati per una specie di mutua transazione 3 nella quale le forme vane
e le disuguali iorze producono un solo ed individuo effetto. L’eccesso nou è
estremo anzi è tanto opposto alleeremo. quanto 3a tlisLruzioiie è opposta alla
conservazione, la discordia all’armoma, la vita alb morte. L’estremo consiste
in un tale stato, pel quale stando la ci i versici o la dis uguaglianza
rispettiva d?una cosa, essa può concorrere con altra a produrre io stesso
effetto, L5 eguaglianza perfetta tra le forze porla 1 equilibrio, i! riposo, e
quindi mancanza di viLa5 di varietà e di progres* so: la Smodata sproporzione
di queste forze porta oppressione, ed ancfj.c distruzione* Perche dunque siavi
vita, conservazione e progres.soje forze disuguali debbono stare fra di loro in
una data proporzione, Ss il maggior eflelio nasce dove havvi ÌJ maggiore eccita
meu Lo dello forze, questo maggiore eccitamento nou segue dove sono le più
grandiose forze, ma dove queste forze stanno fra di loro in un rapporto che
faccia succedere la reazione in conseguenza dell’ azione. Ma se questo,
rapporto non e quello della eguaglianza perfetta, se non è quello della
disuguaglianza smodala, resta dunque che sarà quello di uua disuguaglìaozà
dentro ceri! limiti. Il termine di proporzione di questa disuguaglianza
appellar si potrebbe termine temperante e conciliante, o termine moderai ore.
Questo termine moderatore riveste essenzialmente un concetto sen^ pliee^
univoco, e nel tempo stesso relativo . Ma è logicamente impossibile il ricavare
la nozione di questo termine dalla con side razicae isohte dei due estremi,
perchè eglino, considerati isolati, non offrono che itetmini di una scambievole
discordia. Dunque è assolutamente necessario di ripetere il concetto di questo
termine da una considerazione composta di questi estremi con qualche altro
cosa. Questa Èpa si de razione composta non si può fare che con una so^
posizione, ossia solamente con un dato stato. e non con altri; perocciii uu
pili od no meno, sìa nelle formo, sia celle forze, non produce pii l efletto
inteso. Dunque la possibilità di produrre questo effetto dipende da urna
posizione unica di tutto il complesso. Dunque essa appone cosi esclusivamente
aìV unità variata, continua e vitale, die eoe c possibile alla mente umana ili
ripeterne il eoucetLo fuori clic dalla meda si ma. Dunque sarà impossibile col
calcolo di enumerazione, di sovrapposizione, di aggregazione, di ampliazione,
di sottrazione dei singolari estremi di stabilire il termine moderatore e
vivificante, dirò così, di questa unità. Voi potrete bensì esaminare le parti
di lei come si fa nell’Anatomia e nella Chimica ; ma il principio della
organizzazione e della vita non si raggiugne. 79. Unità, varietà e continuità
delle cose naturali. Insufficienza relativa del calcolo oggidì usitato. Tutte
queste considerazioni nascono dalla natura stessa del soggetto. Ora venendo al
positivo: se esaminate la natura e l’arte, voi troverete che la vita, la forza,
l’ armonia, la bellezza composta derivano appunto da una serie di transazioni
fra due o più estremi accoppiati in un sol tutto, e che però involgono l’esistenza
dei termini ora esposti. Ciò posto, io domando se col solo calcolo discretivo
proprio delle cose isolate si possa determinare questa unità. Il calcolo comune
alle cose isolate è insufficiente per ciò stesso che è comune. La qualità di
comune toglie appunto quel che è necessario sia per iscoprire, sia per formare
l’unificazione: o almeno prescinde, sia dai rapporti, sia dalle regole speciali
richieste dall’unificazione. Esaminando diffatti l’indole di lui, si trova che
non tien conto di questi rapporti e delle regole conseguenti, come palmarmente
io potrei dimostrare esponendo la massima di questo calcolo. Dunque ne viene la
necessaria conseguenza, esser egli insufficiente tanto per esprimere, quanto
per imitare l’unificazione e continuità delle cose naturali. Dunque col solo
calcolo discretivo la Matematica non potrà certamente servir d’interprete della
natura, uè cogliere quegli oracoli che nello stato nostro presente essa ci può
rivelare. Pochi e simbolici sono questi oracoli iu paragone di quelli che ad
intelligenze superiori potrebbero essere comunicati. Ma se tralasciamo
d’impetrar dalla natura quelle risposte eli’essa ci darebbe, la colpa è nostra,
e però la maggiore ignoranza è solamente imputabile a noi. Gl’antichissimi
coltivatori della scienza, con assai minori sussidii di noi, erano più
solleciti a stabilire e ad insegnare una Matematica opportuna a questo intento;
e quindi distinguendo, come i Pitagorici, l’unità dalr z/zzo, s’occupavano a
rintracciare l’unità e a mostrare i mezzi di ritrovarla. Nè qui obbiettar mi
potreste, che se queste cose sono vere in un’astratta Metafisica, o se sono
buone per vaghe considerazioni morali, non valgono per la Matematica, nella
quale si tratta di un finito certo, su cui far riposare l’intelletto;
imperocché con questo obbietto fareste fare alla Matematica un divorzio
perpetuo dalle cose del mondo, per non costituirne che un oggetto di sterile
curiosità. Allora non vi sarebbe male che la professione di questa scienza
fosse ridotta ad una specie di monopolio esclusivo a’ suoi coltivatori. Ma se
da una parte è vero chela 3Iatematica servir deve a spiegare le opere della
natura ; se essa venir deve in ajuto della potenza umana: e se dall’altra parte
è pur vero che 1 unità complessiva forma il punto massimo del vero stalo delle
cose; sarà pur vero che la ricerca di questo punto dovrà formare uu oggetto
massimo delle Matematiche. 80. Spirito filosofico del calcolo di unificazione.
Io prescindo dalla questione, se il calcolo dell’ unificazione sia
implicitamente o esplicitamente compreso in qualcheduno dei rami del calcolo
oggidì praticato. Dirò solamente, che in linea di fatto egli non parte dalla
supposizione, che il punto indivisibile generi la linea, che la linea generi la
superficie, e la superficie il solido: che egli nemmeno pone verun
infinitamente piccolo senza forma e senza virtù, il quale si possa maneggiare o
espellere a piacere del calcolatore : ma che rispetta i i apporti della
quantità, e li tratta ognuno secondo il suo merito uatulale. Dirò inoltre, che
in linea di risultato egli non pretende che in tutte le posizioni debba
risultare l’espressione della perfetta eguaglianza nei prodotti degli estremi e
dei medii, perchè sa che l’unità complessa abbraccia tanto i razionali quanto
gl’ irrazionali; e sa pure che fra grandezze essenzialmente diverse, poste in
una maniera non conforme alla loro vera natura, il pretendere F espressione
della perfetta eguaglianza, come fra grandezze della stessa natura, è un
assurdo logico. Dirò finalmente, che altro é il paragone di puro fatto
dell’eguaglianza e della disuguaglianza individuale delle parti, o dei
coefficienti dell’unità complessa, ed altro è la loro convenienza in uno, ossia
la loro attitudine a costituire 1 unità complessa, nella quale concorrono i
requisiti dell unità, della varietà e della continuità. Certamente essere vi
dovrà un criterio pei distinguere quest attitudine; e questo criterio dovrà in
prima emergere dalle leggi conosciute e certe del calcolo praticato: e però
esige, come prima condizione, che mediante il calcolo praticato si faccia
sorgere il testimonio assicurante della verità del calcolo di unificazione. Ma,
ottenuta questa testimonianza, non ne viene la necessaria conseguenza che il
calcolo di unificazione, nel quale solamente si tratta della convenienza in
uno? debba essere nella sua ultima espressione perfettamente identico al
calcolo discretivo o infimo o sublime praticalo. Anzi il pretendere quest’
assoluta identità sarebbe un pretendere cosa ripugnante alla ragione, perchè
sarebbe un pretendere che ciò che è essenzialmente diverso diventi identico.
Per la qual cosa deve avvenire che, trattando gli enti di diversa natura nella
maniera univoca e nella forma perfettamente uguale, propria degli enti della
stessa natura, dovrà nella prova degli estremi e dei mezzi sortire la
differenza nominale del piu e meno uno; per la ragioue stessa che fra enti
della stessa natura sorte l’espressione zero, ossia il segno della perfetta
eguaglianza. Io ho appellata nominale questa differenza; imperocché analizzando
profondamente la quantità estesa, e facendo uso di rigorose dimostrazioni
geometriche ed aritmetiche, si trova infine che la quantità estesa si può
figurare a guisa di un zodiaco, il quale abbia due limiti, ed una linea di
divisione nel suo mezzo. Nel valutare questi limiti si verifica per necessità
il piu e meno uno nel prodotto degli estremi e dei medii tutte le volte che
ambi gli estremi non sono quadrati aritmetici perfetti. Il piu uno, quando
emerge dalla moltiplicazione dei medii, può essere ridotto alla equazione zero^
trasportando quest’ uno ad uno dei medii medesimi. Quando poi il piu uno sorge
dalla moltiplicazione dei due estremi, non si può fare questo trasporto. In
questo stalo di cose, trattandosi di stabilire valori superficiali, si debbono
adoperare solamente elementi superficiali. Estrinseca riesce dunque la potenza
quadrata dei contorni. Nella unificazione, in cui si tratta non di distruggere,
ma di conservare la quantità estesa sostanziale, quest’avvertenza è
assolutamente necessaria. Dall’altra parte poi viene soddisfatto ad un gran
principio filosofico, qual è quello che l’unità dell’esteso non viene mai da’
nostri calcoli esaurita, ma più o meno limitata; talché rimane sempre un fondo
inesausto di qualunque specie di unificazione si fìsica che intellettuale. Per
la qual cosa soggiungerò, che il calcolo dell’unificazione si deve riguardare
come il calcolo eminentemente naturale, non solamente perchè egli è il solo
acconcio per avvicinarci un po’ più alla cognizione delle leggi che reggono la
natura esteriore, ma eziandio perchè indica, dirò così, i limiti ultimi
dell’alleanza fra il nostro senso integrale e il differenziale, e ne esprime il
simbolo il più chiaro possibile. Dico i limiti, e non la linea; perocché le
produzioni integrali non furono, non sono e non saranno mai suscettibili d una
espressione sola, assoluta e perpetua. Ciò apparisce specialmente quando i così
detti irrazionali o incommensurabili concorrono nella unificazione. Allora si
presenta, dirò così, un emblema di tutto l’uomo interiore. 11 cuore umano vuole
spaziare in no indefinito Ubero, e J intelletto ama di riposare sopra un finito
certa Casi il senso integre non vuole assoggettarsi ad espressioni uni? oche,
fil diffcrénziale non sa usare che espressioni finite. Àia nella varietà stessa
dell espressione sta, dirò cosi,, la vera sapienza ^ a facon dita del calcolo.
Imperocché lungi die questa varietà restringa a scienza, essa per lo contrarlo
? amplifica e raccomoda ai rapporti oc* djc sosteniamo colla natura. Imperocché
in ogni posizione 'voi avete la conveniente espressione nata dai rapporti
intrinseci delle quantità poste a paragone; per cui sorgono altri enti, dei
quali vi potrete prevalere uelfe composizioni non solo della mente, ma eziandio
della mano: carne, per esempio, nelle architettoniche e nelle meccaniche.
Conseguenze pel metodo delT insegnameli lo primitivo. ha perfetta cognizione
dei fondamenti e dello léggi da questo calcolo drAta anche le leggi del buon
metodo particolare dell’ insegnamento. Culi essa si stabiliscono aulicipatàmeu
Le gii oggetti da Osservare, c se traccia la via che gli apprendenti debbono
percorrere. Nulla havvi desolato sphcialmente nelle Matematiche, nelle quali la
Geometria e l'A ri Implica gènerale formano tutto il corpo della scienza. Tutte
le parti di questo corpo, come ognun sa, sono subordinale le noe alle altre: e
però ciò clic vieu dettato da principio, serve sino alla fine. Ma se ciò che si
pone al principio è insufficiente per quel che segue, come riuscir potrà T
istruzione ? Se . parlando in particolare ddi unificazione, gli apprendenti non
possono ancora conoscere le leggi uerali, e i arne applicazioni iu guisa di
problemi, si può, anzi si deve ciò non ostante esercitarli sopra esèmpi!
particolari proporzionali alla loro capacità. Dunque converrà che i meLodi d’
istruzione siano rivolti a questo punto, come a compimento della scienza.
Dunque difettosi saranno quei metodi, uri quali questo soggetto non sia
diligentemente tiàltato. Che cosa direste d un Corso distruzione architettonica,
nel quale s insegnasse come vada formala una porta, una finestra od un pilastro
ec., e si tralasciasse di parlare della solidità, comodità ed armonia del
tutto..? Tal'è h istruzione matematica, se òmmette di proporsi come Eoe vm~
simo lo studio dell1 unità complessiva e della continuità. La scienza allora è
fermata a mezza strada, e, quel cld è peggio, è interrotta colla ignoranza
dello scopo il più importante al quale doveva essere diretta* I dati per
cogliere quest/ tufi frazione si presenteranno natura Innate mediante uno
studio posato, graduale e bea simboleggialo degli coli geometrici ed
aritmetici. Per la qual cosa non avrete bisogno di andare a caso o di
instituire penose disquisizioni, perchè la natura stessa vi guiderà per mano, e
sembrerà dirvi : Mirate, esaminate $ là troverete quel che ricercate. Se il
modello dell’ unificazione fosse una invenzione artificiale, egli non avrebbe
nè Timportanza uè l’influenza estesa, della quale è dotato. Egli nemmeno
inspirerebbe quella fiducia, nè si concilierebbe quell’adesione che è propria
del linguaggio della natura. Ma questo modello non è punto artificiale, e da sè
stesso si mostra a chiunque sinceramente ed energicamente voglia ravvisarlo.
Energica, sincera e insieme temperata deve essere questa volontà: perocché non
dee volere spaziare in problemi indeterminali, i quali sembrano lusingare la
nostra piccola capacità, ma seguire docilmente i suggerimenti che lo studio
naturale va comunicando. Io non pretendo con questo che noi dobbiamo ripudiare
l’eredità dei nostri maggiori ; ma anzi pretendo che dobbiamo darle un valore
che senza questo studio essa non può acquistare. Le cognizioni didatti che
abbiamo trovano il loro posto, si collegano e si rassodano con questo studio.
Quando la scienza tocca il suo apice, tutte le vere opinioni si conciliano, e
le erronee stesse si spogliano di quella larva o di quei mancamenti che le
viziavano. Quel poco di vero che contenevano apparisce sotto il suo genuino
aspetto, e concorre ad accrescere il tesoro delie utili verità. 82. Obbiezione
contro la possibilità del calcolo di unificazione. Io sono convinto, mi potrà
dire taluno, della immensa utilità che apportar potrebbe alla scienza delle
cose naturali ed alle arti la teoria matematica deH’unificazioue. Ma è forse cosa
che ridur si possa ad effetto certo, stabile, solido ed universale? Da punctum
ubi consistami caelum terramque movebo^ diceva Archimede: ma siccome il trovare
questo luogo, che servisse di punto d’appoggio, era cosa impossibile ad un
mortale abitatore della terra: così l’opera di muover cielo e terra rendevasi
impossibile. Altro è la considerazione speculativa di un fine, ed altio e la
possibilità del conseguimento del medesimo. Questa possibilità risulta soltanto
dalla considerazione delle forze e dei mezzi che stanno in nostro potere. Non
basta dunque presentare l’idea della unificazione, e farne presentire i
rnaravigliosi effetti che ne risulterebbero; ma fa d’uopo eziandio mostrarne a
noi la possibile esecuzione. Voi prima mi dite che col puro calcolo discretivo,
usitato dai matematici, non è possibile di effettuarla. Dunque bisogna
inventare un’altra specie di calcolo, che appellar dovrebbesi calcolo
sinottico. Ora di questa specie di calcolo quale nJua ne alziamo noi? Nessuno,
e poi nessuna* Due specie dì unifiéteione es^Ler possono, come voi avete
annotalo sul principio. La prima risulta dal complesso sìa naturale sia
artificiale, di più oggetti dolati di qW luà, atteggiati in. modo da formare
un' individua unità, La seconda risii Ita dal collegaménto e dalla cospirazione
delle vario parti, ossia dei vani metodi particolari (Marie matematica, in modo
da formare un alLcro sistematico ed individuo di operazioni ragionate. Con ciò
silW ^eie oli lutto composto non solamente di funzioni e di parti contigue i ma
di funzioni e di parli coprenti per logiche affinità, e cospiranti Lutti! olto
stesso in lento. La prima specie di unificazione riguarda gli 'oggetti della
nostra Contemplazione, ì quali per noi altro non sono clic ifiiùgini dello
stato o reale o ipotetico delle cose o dei simboli ne1 quali ravvt&iamo ^
omta complessiva summenlovata. La seconda specie riguarda 1 àppo* razioni della
nostra atiìeiUt. rivolta ad ottenere lo scopo propostoci)!! quindi abbraccia il
complesso dello funzioni valevoli ad ottenere rpieslp intento. Lio vien fatto
col magistero dell arte, il quale appunto merita un tal nome, perchè ordina e
dirige Jri nostra potenza in una guisa prò conosciuta efficace ad ottenere ciò
chebramiamo. Per brevità damjue chiamar potremo la prima specied’u nifi nazione
col nome di unìficmhM sostanziale i la seconda col nome di unificazione
magistrale. Ora parlando della possibilità della unificazione sostanziale*
osservo cne in essa non si potrebbe far uso del metodo conosciuto dei lì filiti
a degli indeterminatiperchè questo metodo non ha un punto fisso a m arrestarsi,
mentre clic voi volete dati me dii e dati estremi, e perciò stesso arrestate ad
un dato seguo il corso della limitazione. La limitazione, isolata per sé
stessa, non conosce altri confini, che quelli ileJlWogitabik. Negli estremi per
Io contrario Lavvi sempre un dato numeratore ed un dito denominatore n cos
Lauti o variabili. Nel me dii poi esiste mi rapporto determinato di ragione. Ma
per ciò stesso che si parla di numeratori e di denominatori, e di rapporti
determinati, si esclude l'indefinito^ c si costituisce il definito ; e, quel
eh7 è piu, se lo atteggia ad ogni caso concreto . nel quale si tratta di
raffigurare un tutto avente unità, varietà e continuità. Ora vi domando come
ciò sia fattibile in Geometria, a. fronte del fatto notissimo, certo* costante
ed universale, lì quale ci manifesta clic il commensurabile sì alterna
perpetuamente col Li n commensura bile, o si mescola In varie guise nei
composti geometrici? Come ciò sarà fattibile in Aritmetica, a fronte dell'altro
fatto egualmente noto delL impossibili ti di estrarre da Lutti I numeri
inlenuedii ai quadrati numerici le vere radici? Non è egli manifesto die sì in
Geometria che in Aritmetica converrà almeno necessariamente ricorrere all’
approssimazione^ la quale involge nel suo supposto la posizione d’un indefinito
dal canto della quantità figurata 5 e di un processo indefinito di diminuzione
della mente del calcolatore? Figuratevi pure limiti determinati., fra i quali
poniate queste indefinite quantità. Esse saranno sempre un indefinito, cioè una
quantità non assoggettabile a porzioni aliquote comparate » e quindi realmente
incommensurabile 5 e non riducibile a valor determinato. Ma toslochè manca il
valore domandato, non restiamo forse defraudati del nostro intento? 11 calcolo
allora non divien forse nullo? Qual è E oggetto proprio del calcolo, fuorché il
conseguimento di questo valore^ fatto con mezzi aritmetici e geometrici? Sia
pur vero che voi distinguiate la coincidenza metrica dalla convenienza in uno:
sarà sempre vero che voi dovrete determinare se le parti della vostra
unificazione abbiano E attitudine di convenire in uno, e che dovrete
accertarvene in una guisa irrefragabile. Ora in fatto di quantità ciò importa
uri estimazione* una valutazione, e quindi una misurazione sì geometrica che
aritmetica. Ora l’ indefinito, E incommensurabile, il mancante di radici
razionali contrappone sempre un ostacolo insormontabile. Dunque anche nella
convenienza in uno, nella quale si voglia dimostrare il concorso della unità,
della varietà e della continuità, sorge quesE ostacolo. Egli in sostanza forma
la pietra dello scandalo d’ ogni calcolo sì generico che specifico, sì
primitivo che secondario, sì infimo che sublime. Ora, a fronte di tutto questo,
non dovrò io forse temere che E unificazione sostanziale da voi concepita non
rimanga che un puro desiderio? Veniamo all’ unificazione magistrale. Egli è di
fatto che le diverse specie di calcolo conosciute fin qui non ci presentano
quel magistero connesso, continuo, unico e soddisfacente, cui dalla semplicità,
unità e coerenza delle Matematiche aspettar ci dovremmo. L’Àlgebra, per
esempio, delle quantità finite, che occupa il luogo di mezzo fra l’Àritmelica
comune e il Calcolo sublime, uè soddisfa intieramente alla scienza, nè serve a
tutte le mire del Calcolo sublime. Che l’Algebra non soddisfi intieramente alla
Geometria è un fatto notorio ai nostri padri, e ne troviamo la confessione
negli scritti di molti matematici. Che poi non serva a tutte le mire del
Calcolo sublime, questo è pure quanto viene preteso da alcuni celebri
matematici moderni. Tutti poi riconoscono una differenza fra il magistero
dell’Algebra suddetta e quello del Calcolo sublime. L’Algebra dunque, posta fra
EAritmelica comune ed il Calcolo sublime, apparisce come u n tronco staccalo
dalle sue radici c da' suoi rami superiori, mentre pure die il magistero dì lei
dovrebbe risultare coerente ed tui dicalo così da fermare uu tutto Individuo 3
compaginato e contiene, mediante il quale Fumana ragione potesse salire,
scendere ed aggirarsi per ogni dove, colla scoria delle stesse massime di
ragione, c con modificazioni soltanto di un magistero unico ed universale. Lgli
è vero che il calcolo per la sua data è la più antica delle arti razionali 5 cd
ha esistito e prima e senza della scrittura : egli è vero ciac per la sua
materia offre concetti più semplici di qualunque altra parte delle umane
speculazioni: ma egli è vero del pari, eli’ egli oggidì um ù assoggettato ad uu
magistero unico e contìnuo. Ora, senza di questo magistero, come sarà egli
possìbile a qualunque mente umana o di costruire o di raggiungere mediante il
calcolo Vunijlcaztone reale o ideale'/ Egli sarebbe lo stesso che voler salire
alla cima di un muro o senza scale, u con addentella LÌ posti tratto tratto ad
una distanza che non possa essere raggiunta dalla mano dell'uomo. Nelle cose
clic eseguir si debbono*, non por un cieco empirismo, ma in conseguenza di
princìpi! ragionatala potenza umana è Lai mente subordinata alla scienza, eh
egli è impossibile (H efieLLuare colla mano ciò che la mente non dimostrò prima
praticabile, e se non dopo che la ragione espressamente insegnò la maniera onde
operare. Ciò posto, se man elimino della unificazione magistrale $ come comjùe
re si potrà la sostanziale? Due ostacoli pertanto si oppongono alla
unificazione da voi concepila. Il primo sorge dagli oggetti i quali voi volete
sottoporre, o nei qual) ten tate di scoprire Firnificazione, e le leggi dalle
quali essa risulta» Il secondo sorge dagli strumenti o dai mezzi che oggidì
possediamo p^r gere a questo intentosia che si tenti di ottenerlo in via di
costrti^ont sia che si te n li di ravvisarlo in vìa di semplice scoperta, il
primo ostacolo risulta dalla incoììimensiirabiliia degli elementi che concorrer
debbono a formare un solo tutto dotato di unità, varietà e continuità. H seco a
do ostacolo risulta dall* Insufficienza riconosciuta dell’algoritmo algebrico,
il quale se dentro cerLi limiti è riconosciuto sicuro, riesce impotente a
raggiungere e a determinare le quantità tutte che concorrono nell7 imitazione.
Gonlro questi due ostacoli si è fino al di d'oggi lottato invano. Quei sommi
uomini, i quali hanno tentato di abbatterli, rassomiglia no a 4UW Uniti
orgogliosi che vanno ad infrangersi a’ piedi d’ uno scoglio solida ed enorme.
£3* A quali condizioni soddisfar debba la soluzione de IR obbiezione proposta.
Grave, lo confesso, è r obbiezione espressa iti questo discorso; e lauto più
grave per me, quanto più mi senio mancante della forza di quei gemi», i quali,
si sono studiali di vìncere gli ostacoli ora accennali* lo quindi non farei
altre parole sulla possibilità del calcolo di unificazione, se non sentissi
quanto ella sia decisiva per fissa re le vere condizioni del perfetto
insegnamento primitivo delle Matematiche. Pare che P insegnamento per sè stesso
possa essere fatto bene», sia efie la sciènza sia perfetta., sia disella sia
imperfetta. Insegnar bene quello clf è stato scoperto. pare che soddisfi allo
scopo di ogni insegnamento. Ma più addentro investigando lo cose, io trovo che
colla scienza imperfetta non si possono stabilire che metodi imperfètti e
puramente precarii, c mai il metodo perfetto c durevole della data disciplina.
La bontà d; un metodo d' insegnamento. clje prescinde dalla perfezione
intrinseca della scienza o d tirarle, non ò che bontà puramente relativa, e non
assoluta; estrinseca, e non intrinseca. Un precettore potrà porre ordine,
chiarezza e allettamento; ma se egli non conosce pienamente i caratteri, ìc
partì, i principili e i nessi della cosa insegnata, sarà mai possibile che il
suo metodo soddisfaccia allo scopo logico delF insegnamento? .11 metodo che io
richieggo si è quello che riguarda la dottrina quale può e deve essere /
perocché da questo stato bolo ili lei si possono determinare le condizioni di
ragione dei linoni metodi. Non esistono due intelligenze in noi, nè due mondi
fuori di noi; e però non esistendo che un solo fatto ed un solo vero ed una
sola mente, e non essendo possibile che questo vero sia inteso e sìa bene
esposto, se tutto martino non è compreso, ne viene di necessità che il perfetto
metodo dT insegnamento è inseparabile dalla perfetta cognizione dulia cosa da
insegnarsi* Ecco il perchè io mi sono avvisato di parlare del V unificazione *
la quale forma il fuoco centrale di tutta la scienza dello Matematiche. Io non
ho dissimulalo nè a me stesso nè ad altri la difficoltà somma di questo
argomento, come ognun vede dui discorso lo via di obbiezione ora presentato; ma
nello sLesso tempo pormi dì aver fatto se n Lire olia la riuscita del buon
metodo, in quanto riguarda il merito intrinseco della scienza, dipende
unicamente dalla cognizione delle leggi di questa unificazione. Altro dunque
non ci rimane, che il vedere se la difficoltà opposta si possa superare* I due
ostacoli sopra mentovati csisLouo pur troppo; ma sono essi forse insuperabili?
Se le discipline matematiche fossero stale nella nostra età preordinate al lume
d’una risplendente ed esatta filosofia; se tutti i recessi ei movimenti non
meramente possibili, ma indicati, della mente nostra nel valutare la quantità
estesa, fossero stati diligentemente esplorati e riferiti; se i lineamenti
tulli dei nostri concetti fossero stati abilmente disceverati e compiutamente
tratteggiati; io confesso che dovrei riguardare come disperata 1’ impresa di
sciogliere l’opposta difficoltà. Ma egli è più che notorio che oggidì il paese
delle Matematiche si può riguardare come una terra non esplorata ancora dalla
razionale filosofia, benché dalle officine di questa terra ci siano pervenuti
tanti lavori sorprendenti per l’improba fatica che dovettero costare. Le
pochissime cose detteci da un Condillac, da un Mejran di Berlino e da un Limmer
ec. 5 il silenzio assoluto conservato dagli inventori dei calcoli superiori, e
la stitichezza straordinaria degli espositori nella parte che precipuamente
abbisognava di luce 5 ci lasciano ancora in un bujo, dal quale almeno non
risulta la prova dell’ assoluta impossibilità di sciogliere la difficoltà
proposta.Una lusinga pertanto ancor ci rimane, la quale se non possiamo elevare
al grado della speranza, non ci getta almeno nella desolante certezza
dell’inutilità di qualunque umano tentativo. Lodevole dunque sarà almeno il
tentare; e se l’esito non corrisponde al desiderio, si potrà almeno finir col
detto: in magnis voluisse sat est. Io non credo potersi affronlare addirittura
la difficoltà, ma doversi prima preparare la strada per giungere alla soluzione
della medesima. Così adoperando, la scienza vi guadagnerà sempre, quand’anche
la soluzione non riuscisse. Cogli inutili tentativi di ritrovare il mezzo di
convertire i metalli in oro, e di fabbricare Yelixir vitae, fu arricchita la
farmacia di utili ritrovati. La soluzione della proposta difficoltà
necessariamente importa di entrare a trattar di proposito di tutto il magistero
del calcolo matematico, in mira specialmente di assoggettare a valutazione
quelle persone geometriche, le quali ci si presentano sotto un aspetto
incommensurabile. Per questa sola qualità esse somministrano al nostio
discernimento un margine deserto, oltre il quale incontrando ancora il
commensurabile, nasce in noi l’idea di un passaggio, nel quale non sentendo una
distinta vibrazione numerica, siamo portali a qualificare questo tratto
intermedio come indefinito. L’ostacolo di questo indefinito si affaccia fino
dai primordii dello studio delle Matematiche, e quindi deve esser tolto di
mezzo fiuo primo periodo di questo studio. Ma in questo primo periodo non può
aver luogo che quel calcolo che denominammo iniziatico. Dunque col calcolo
iniziallyo si deve superare l’ostacolo dell’ intervallo indefinito fra i veri
commensurabili esplorali nel primitivo insegnamento. Questo intervallo altro in
sostanza non è, nè può essere, che un prodotto della fondamentale e nascosta unità
intesa, che si fa divenire misuralrice di sè stessa. Ma in questa funzione la
mente nostra è necessariamente soggetta alle leggi naturali e recondite dei
concetti differenziali ed integrali, discreti e contiuui, variati ed uniformi,
segregati e uniti, progressivi e periodici, ec. ec. La maniera di superare
quest’ostacolo deve soddisfare alle condizioni fondamentali fissate nella
nostra Introduzione* e però dovrà soddisfare tanto al V indole propria della
materia da insegnarsi, quanto al bisogno mentale degli apprendenti. Ma nello
stato attuale del magistero matematico troviamo noi forse la maniera di
superare col calcolo iniziativo il tenebroso intervallo dall’uno all’altro
commensurabile? Non solamente non lo troviamo nel calcolo iniziativo, ma nemmeno
nel sublime. Resta dunque die per ottenere l’intento dell’ottimo insegnamento
primitivo si dovrà perfezionare il calcolo iniziatico in modo da superare la
difficoltà dei così detti incommensurabili, che si presentano entro la sfera
del primo periodo della scienza. Dunque entro questi soli confini si dovranno
limitare le ricerche onde ottenere il calcolo primitivo di unificazione, contro
la cui assoluta possibilità versa 1’ obbietto proposto. Ognuno prevede che con
questo perfezionamento noi innestiamo il calcolo algebrico sull’ iniziativo, o,
a dir meglio, noi diamo all’algebrico tutte le sue vere radici, e lo poniamo in
grado di protendere i suoi rami superiori fino a quel seguo che la mente umana
può arrivare. Allora il calcolo algebrico acquista una luce ed una possanza
ch’egli attualmente non ha, e quindi tutto il magistero diviene coerente,
compaginato e compiuto. Il calcolo algebrico si può considerare come occupante
il posto di mezzo fra il calcolo iniziativo ed il sublime. In esso fanno capo e
si sfogano tutti i passi dell’ inizia tivo ; come da esso prende le sue mosse
il sublime, o ritorna a lui, o si ritorce in lui. La forza dei rapporti
naturali è tale, che il calcolo stesso infinitesimale non si considera
veramente compiuto se non quando risolvesi nel calcolo algebrico. Il calcolo
infinitesimale (dice » Carnot nella sua bella Memoria scritta sulla metafisica
di questo cal» colo) è un calcolo non finito, o che non è compiuto ancora;
perchè » diffatli, eseguita l’eliminazione delle quantità sussidiarie, egli
cessa di » essere infinitesimale, e diventa algebrico. Riflessioni di Carnot
sulla metafisica giunte del Magistrali, 3o. pag. 26. Pavia del calcolo
infinitesimale 3 traduz. con agi8o3, tipografia Bolzani. Qui si aggiunge S
^ella metafisica del calcolo iniziative). Prime osservazioni per trovare; I
mezzi termini sostanziali di questo calcolo. Per la qual cosa col dare la vera
logica del calcolo iniziative si compie la logica di tulio il calcolo
universale, ossia meglio si dà la prima ed unica logica fondamentale di tutto
il calcolo matematico. I na logica incombuta non merita il nome di lògica^
avvegnaché essa non può soddisfare al suo in Leu Lo. Logica, magistero e
metafìsica del calcolo (preso il flonoe dì metafisica nel senso u sitato dai
malematici) significano la stessa cosa, Quella che t matematici chiamano
metafisica di un calcolo altro non è ]n sostanza che il magistero ragionato,
ossia il complesso delle massime di ragione direttrici delle operazioni del
calcolo. Le regole pratiche sono figlie di queste nozioni direttrici. eiezione
di queste regole forma il meccanismo del calcolo. Ma queste nozioni direttrici,
quando siano vere e quindi proficue, che cosa possono essere in sé stesse,
altro che ima espressione di quelle leggi naturali che nascono dai concetti
uostri riguardanti le quantità? Queste nozioni non sono dunque arbilr&rk^
ma sono necessario. La forza dei rapporti che le dettarono è tale, che la
potenza della niente umana è obbligata ad ubbidire alla medesima. Tutte h. 1
cosi ruz ion L La Lt e J c trasform a zion u, Ini Lo 1 e combinazioni nosi re a
rtificiali uno sono dunque né possono essere fuorché mezzi pur far sortive v
rendere espliciti od avvertili quei rapporti. i quali stanno nascosa ni nastro
sguardo allorché imprendiamo a valutare le grandezze., ossia i vani stali della
quantità estesa. Trovare il mezzo termine della valuttìzione^ ceco la forinola
generale della prima funzione del calcolo. Jpplì* cure questo mezzo termine al
caso proposto) ecco la fot mola generale della seconda ed ultima funziono del
medesimo. Ogni specie di od cu io sublime, medio ed infimo non può sottrarsi da
queste due funzioni* perocché esse altro non sono che urf applicazione delle
leggi universali indeclinabili e perpetue dell’umana intelligenza. Il mezzo
termine altro io sostanza non ù, che f espressimi e ossL d concetto esplìcito
dei rapporti logici fra una cosa cognita ed un+:dira incognita. Trovare un’
identità o diversità incognita mediante una identità o diversità già
conosciuta, ceco l’ufficio proprio ed essenziale del mezzo ter 7 nine,
JTalgoritmo altro non è che un maniero di v ah dazione. ^ lmmù in noia : «
Ognuno sa infatti, cLe un calcolo, slitta lesa ttez sia ilei risii! lato SR
nt>n^L- JLj' «in cui fini l’ilio $elLè quantità miinilesimali, n mento in
rj«t le quantità infici tesi nóf li ** di uonta pfìitertninatOj e ciiq non ni
va" intieramente clini indie. Di 11 aerila adunque ili ogni algoritmo
consisterà nell' insegnare come si possa trovare il mezzo termine della
valutazione* Ma il mezzo termine è determinato dai rapporti essenziali logici;
e talmente determinato-, ch’egli non è soddisfacente se non quando comprende
tulli 1 rapporti cospiranti a far nascere [a valutatone. Dunque V algoritmo è
nullo quando uou è pienamente logicoossia quando Ì1 mezzo termine non è assoli!
lam eia te plenario. Ora domando quali possano essere le forme del mezzo
termine di valutazione, e quali condizioni racchiuder debba per essere
plenario. Il mezzo termine, di cui parliamo, può avere ad uu solo tratto tre forme.
La prima appellar si può mezzo termine dell eguaglianza; Ina seconda m ezzo
termine della disuguaglianza ; la terza mezzo termine dell’ unificazione.
Questi tre aspetti derivano tanto dalla posizione della quantità, quanto dalla
operazione fon da menale del nostro intelletto, fi concetto di ecuagm aìvzà
all.ro non è che quello di nn ideati tà ri peliti a; esso non ò che una idea
ontologica £ esso uou è elio una mura logia, e Dulia più 5 esso non è che
quella espressione prodotta dal giudizio col quale pronunciamo non esistere
differenza alcuna fra le quantità paragonate* Egli esprime adunque un nulla
assoluto differenziale. La disuguaglianza* per lo contrario oltre di essere una
logia ^ involge nel s li o concetto un piu di reale quantità. Questo più è una
vera entità essenzialmente indistruttibile, fino a che almeno si pensa che
esista realmente, Il concetto adunque della disuguaglianza involge l'idea di un
piu reale che si afferma esistere nella grandezza maggiore, c che non le può
venir tolto senza distruggere la sua essenza. Dunque è cosi assurdo e
ripugnante che il piti possa coesistere collo stato di eguaglianza nello stesso
soggetto, coni7 è assurdo, ripugnante ed impossibile che l’idea dellV.vsere sia
identica con quella del nulla assoluto. Questa osservazione è decisiva per il
maneggio dei numeri pari c dispari, nei quali si verifica appunto questo nulla
e questo essere^ e nei quali l’unità o in vìa di addizione o di sottrazione
discreta, o in vìa di ampli azione o 86. Dell’ elemento sostanziale della
continuila. Accentrare i rapporti costituisce la condizione precipua e
fondamentale di questa legge; impiegare un espressione comune forma la seconda
condizione di questa legge. Quando abbiamo scoperta V eguaglianza^ che cosa
abbiamo noi in mano, fuorché la cognizione dell’ identità di quantità ? Ma che
cosa ne risulta da ciò per P unificazione vitale ? Ancor nulla, e meno di
nulla. Abbiamo scoperto al più lo stato di equilibrio; abbiamo fissato il punto
della morte. Questo punto adunque non può servire ad altro, che a fissare i
limiti di esclusione della vita, ma non mai le condizioni attive ed efficaci di
questa vita. Negativa è dunque la norma delP eguaglianza per la teoria
dell’unificazione vitale. Essa non può divenire positiva se non quando si aggiunga
la cognizione di una data quantità sostanziale, che riesca simbolo d’una forza
centrale appartenente non al vuoto àe\Y eguaglianza^ ma residente nella reale
sostanza con tali rapporti da congiuugere la varietà colla unità e col
progresso graduale. L’eguaglianza dunque è, nella teoria dell’unificazione,
termine critico, ma non termine sostanziale. Esso serve per limitare, ma non
per comporre; esso è, in una parola, mezzo per confrontare, ma non elemento per
costituire P unità sostanziale complessiva. Resterà dunque sempre a ritrovare P
elemento sostanziale della continuità e della unificazione. Ora domando io:
dove dobbiamo noi rintracciare questo elemento? E facile il prevedere la
risposta. Noi lo dovremo rintracciare nelle viscere stesse delPe.vte.JO ridotto
alla più stretta ed uniforme unità, esplorandolo mercè un’altra unità di forma
diversa, ma egualmente semplice e individua. Un esempio ci potrà servire di
lume. Aprite un compasso speculare (0 sotto qualunque angolo vi piaccia. Se voi
per caso v’incontrerete in un angolo che divida il circolo in tante parti
aliquote, egli vi darà altrettante divisioni perfettamente uguali, e vi
ripeterà altrettante volle l’oggetto unico presentalo, computando anche
Poggetlo reale. Allorché poi Paperlura di detto compasso non dia un angolo
dividente aliquote, egli ripeterà alcune volle Parco segnalo, e vi darà
condensato il residuo che sopravanza a pareggiare l’eguaglianza degli archi
tagliati. Lo stesso potete fare anche con un circolo descritto sulla carta.
Posto questo fenomeno, qual’é la conseguenza che ne deri (i) Questo compasso
speculare è formato da due lastre di specchio che si aprono e chiudono a guisa
di compasso. va? Che vi sono divisioni del contorno circolare, le quali ripar
lire lo poprno in laute parli aliquote; e ve uè sono alcune altre, le quali non
servono a questo line. Ma da idi e derivar può questo fallo, se non che dàlia
natura ìntima e recondita della i orma circolare, la quale riesce Miscelò bile
deirideutilà o non identità ripetuta di nua data dimensione delle sue parli? lo
non voglio ora procedere più, addentro a s qui ubare la tintura ed i rapporti
dì questo fallo: mi basti dì averto accénuatOjper formarne oggéilo di
meditazione. Ora posta questa proprietà naturale di questa forma estesa, Don è
lorse chiaro di’ essa imporrà alcune leggi necessarie alla nastra ragie* uc
tulle le volle che assumeremo questa forma o come criterio di eguaglianza, o
come associata nei proce dimenìi del nostro calcolo? Non è egli chiaro che la
forma circolare ci rileverà molti misteri della quantità esLesa, semplice,
uniforme, paragonala coi rettilinei? Ora se colla unità ci presentasse
accoppiala la varietà e la continuità, uoiì dovremo noi forse accogliere come
una specie di oracolo tulle le indicazioni che Liei vari! siali della quantità
essa fosse per manifestare? Ecco ciò che io prego di avvertire come un punto d1
insegnameli lo primitivo delta Matematiche. o come li u lume decisivo per la
geometria di valutazione. Ritrovare 1* elemento sostanziale della continuità e
della unificazione* ecco dò che resta a fare alla Matematica per compiere 11
calcalo si u ottico. A scanso dì equivoci c di aLssurdi che si possono
insinuare colla mllucuza d uno stolido trascendentalismo 5 io prego di
distinguere i;i contiguità dalla continuità * La contiguità astratta nel regime
della quantità esc ogì Labile è una parola vuota di senso* o almeno un idea
priva dì qualunque virtù algoritmica. La contiguità, viene espressa con punti
estesi o non estesi, ì quali si toccano im mediala niente. La continuità per lo
contrario è quella ragione logica* la quale la che una grandezza passi
successivamente por diversi stati d* incremento o ni tleciennmto senza interro
in pere o violare i rapporti d eli’ unità imperatile dia presiede a questi
stali diversi, e però salva lutti i riguardi delle affinità iudoLte dalla
potenza predominante nascosta. La contiguità è un idea mal eriàle o puerile,
dalla quale non sì può ricavare alcuna legge ll1" glorie* continuità
alPopposto forma una condizione j ) ri rn aria del vicolo di unificazione. Rite
nula ferma questa distinzione, io insìsto di nuovo sulla ricerca del Tele me
uto soslauziale della continuila. Qui, come ognun senfe, Laitasi una qui silo
ne aritmetica, geometrica psicologica, o5 a dir mcgh^Ja questione del fondameli
lo primitivo logico della valutazione della tjimn tifa continua e ào\V unità
complessiva. Quest’ elemento sarà certamente omogeneo agli stati diversi delle
quantità che possono cospirare a costituire l 'unita complessa. Unico adunque
ed uniforme non potrà essere in sè stesso., ma sarà variato secondo la natura
delle diverse quantità alle quali dovrà servire di mezzo termine. Poniamo
eziandio che si potesse esprimere a guisa di un numeratore frazionale, e che
fosse identica la espressione: sarebbe sempre vero che il corrispondente
denominatore cangerebbe necessariamente, per ciò stesso che il numeratore fosse
costante, e che il corpo della grandezza andasse variando. Ciò che caratterizza
il valore d’ un esteso non è Tespressione singolare o letterale, ma bensì il
rapporto proporzionale delle grandezze paragonate. Questo è ancor nulla. Dopo
reiterati e certissimi sperimenti, e dopo la considerazione della legge
fondamentale dell’umana ragione, si trova che l’elemento di continuità non può
venire somministrato che dal fondo stesso unith complessiva strettamente tale
quale fu da uoi definita. Questi sperimenti di fatto e questa legge di ragione
ci accertano in una guisa indubitata, che in ogui nostro calcolo intervengono
costantemente i tre concetti dell’ zz/zo, del piu e del complessivo in una
maniera così associata, che, posto il più) non si può respingere l’impressione
del complessivo . II pari e il dispari aritmetico uon sono che mere circostanze
di questo fallo primitivo. In forza di questa legge ne viene che il complessivo
o aritmetico o geometrico deve necessariamente da sè stesso, e per una suprema
necessità, indicare l’elemento proprio della continuità tutte le volte che il
calcolo parziale discretivo maneggia grandezze, dalle quali con coefficienti
puramente razionali e quadrati uon può emergere la quautità necessaria a
convenire in un solo concetto complessivo. Questo fenomeno viene posto in
evidenza anche usando della più rigorosa geometria di proporzione. Qui
propriamente si tocca il vero punto di contatto, o direi meglio il nodo vero di
connessione logica fra la geometria delle proporzioni distinte e quella delle
proporzioni associate . Allora questa geometria unisce i suoi rami, e diventa
geometria di valutazione. In questa geometria conviene formarsi una ben chiara
nozione della commensurabilità ed incommensurabilità, e delle diverse idee che
questi nomi traggono seco. iVItro è T incommensurabilità lineare, ed altro è la
superficiale. La lineare si verifica allorquando paragonando due ì2m fra dì
lo-ro, med ìnule non divisione qualunque sii dell’ una sia del1 altra, nou
potete trovar mai una coincidensa perfetta,. ma vi sopravgtiza sempre qualche
cosa, L’ itìeoaìmDDsuT'abHità superficiale si verifica, aliai quando, latta
astrazione dalla dimensione particolare del contorno, e considerando la pura
superfìcie; voi no a potete ritrovare mai coincidenza fra gli elementi estesi ?
nel quali potete figurare divìsa l’arca d’nua data figura. La commensurabilità
superficiale si può spesso accoppiare colla in* commensurabilità lineare.
Tagliate uu quadrato per mezzo della diagomde: voi avrete due triangoli
rettangoli isosceli. Pigliate uno dì questi triangoli: voi avrete nei due lati
di quest®: triangolo due cateti perfettamente uguali, e odia diagonale avrete P
ipotenusa rispettiva, È nolo ck il rapporto lineare fra la pura diagonale e il
Iato del quadrato eoa si pim definire, e quindi sono rispettivamente
incommensurabili, Ma, malgrado ciò, non è forse vero dm voi potete affermare
clic l'area del quadrato della diagonale è doppia di quella di uno dei lati?
Questa proposizione che cosa è in sé stessa 3 fuorché una valutazione
superficiale? .'Miro esempio. Descrivete un triangolo equilatero. Dal vertice
di lui calale una perpendicolare sull® base. Voi troverete che il quadrato di
questo perpendìcolo sta al quadrato del lato come tre a quattro* ossia clic
egli La una superficie minore di un quarto di quella del quadrato del lato.
Questo perpendicolo adunque è linearmente incommensurabile rispetto al lato*
perchè non esiste un numero clic,, moltiplicato per se stesso, vi dia per
prodotto il numero Irei tua ad un tempo stesso questa incommensurabilità
lineare non v’impedisce di stabilire II rapporto superficiale di ire a quattro.
Questa specie di commensurabilità superficiale accoppiata alla
incommensurabilità lineare, si verifica in tutte le gradazioni intermedia fra
le radici perfettamente quadranti. Il primo e massimo problèma della geometria
di valutazione consiste nelfasseguare la legge naturale coti cui itali unità si
passa alla pluralità 5 e così, per esempio., cerne da IL quarta parLe di un
quadralo si passa alla sua metà. Conosciu ta la legge naturale od intima dell
ampliandone continua, si conosce pur anche quella della menoiftazione. La
soluzione di questo primo problema imporla di con ist ambiare i modi diversi di
misurare, c molto più esclude la pretesa d’impiegare un modo solo: ed esclude
pure fuso universale di cstrrirre radici aritmetiche dove esister non possono
siffatte radici. La misurazióne lineare univoca non può convenire che a
grandezze superficiali per ogai pur Lo tignali, e pe deità mente slmili allumo
misuratore assunto. Ver ben I>1 iole Dii ere Lullo questo Io fr>
osservare, die altro è la potenza ^ ed a 11 io |a dimensione ài uua linea. La
potenza ài una linea altro non è che la espressione relativa alla grandezza del
quadrato geometrico die descrivere si può su tutta una data linea, e nulla più.
La dimensione della linea altro non è die I1 espressione dd numero delle parti
nelle quali un dato contorno o una data parte di esso si considera diviso. Dico
un contorno. perocché la linea astratta fisicamente non esiste, né può
esistere. La linea reale non è, nè può essere, die V estremità della superficie
j e par ciò stesso altro non è, die la superficie stessa considerala nella sola
sua estremila, come fu giù dimostrato nel Discorso primo. Dico poi, die la
dimensione non e die l'espressione numerica; 0 dirò meglio, altro non è che il
concetto stesso complessivo dd numero di queste parli. La dimensione adunque è
cosa della nostra intelligenza, e non è proprietà dellVstoo. Essa è una logia
applicala, e uon tiu! alleai tuie reale cleri I esteso. Ad una data area
identica voi potete applicare tutte le divisioni die a voi piace, senza che si
cangi lo stato dellditoo. La dimensione adunque è cosa puramente mentale,
nostra, e nulla più. Passiamo alla potenza della lutea. La sua significazione
lu da ni e legata al concetto di un quadrato geometrico. Dico di un quadrato
geometrico per indicare la forma sola della figura estesa, indicata da tutta
una data linea, prescindendo dalla considerazione se questo quadralo sia 0 non
sìa anche quadrato aritmetico. Per quadrato aritmetico intendo il prodotto di
un dato numero di unità identiche molli plica lo por se stesso. Il quadrato
aritmetico appartiene al numero metafìsico distinto dal numero matematico, li
numero matematico porta con &è l'idea di estensione, perocché la quantità
estesa forma P oggetto delle Matematiche, La forma quadrata estesa è per finzione
sola quadrato aritmetica. Essa è tale sol La n Lo quando un lato del quadrato
viene da noi diviso m tante parti eguali. Allora per F identità dei lati e
degli angoli la somma dèlio parti è Identica col prodotto della radice
moltiplicala per se stessa. La dimensione lineare o è asso lutti* 0 è
comparativa, L assoluta si verifica allorché in divido un dato lato di un
esteso in date parti, senza considerare se queste partì possano 0 non possano
essere 0 aliquote, 0 crì.u rìdenti colle parti del contorno di indoliva
grandezza. La comparativa per lo contrarlo è quella clic si serve dell’imo
misuratore dì una data linea appartenente ad u uà grandezza, per misurare e
valutare la linea di un'altra. Questa dimensione sì dovrebbe appellare col nome
di camme figurazione, perocché essa piglia da una data lunghezza ì unita sua
dime oziente, per farla servire di unità di m cimeli le d un altra lunghezza.
Prima che colla incute o colla mano io divida una liuca iu parli ideutiche od
aliquote per far nascere il numero ed il quadrato aritmetico, si può a questa
linea associare l’idea di potenza univoca, qual’ è appunto 1 unita estesa di un
quadrato geometrico, al quale la linea serve di limite o d indicatore. Così,
per esempio, come mi figuro uu’ipolenusa della potenza di 50, mi posso figurare
i cateti della potenza 25, senza pensare che questi cateti possono essere
divisi iu cinque parli, I’una delle quali non può essere mai aliquota dell’
ipotenusa. Finche considero un quadrato geometrico per sè solo, qualunque ne
sia l’ampiezza o la piccolezza, io posso dividerne il contorno in quante parli
mi piace. Ma allorché lo confronto con uu altro d’una diversa ampiezza, potrò
io più pretendere che la parte aliquota àeWuno sia aliquota anche dell’altro ?
Tulio ciò che in teoria generale io posso stabilire si è, che dividendo amendue
questi quadrati iu tante parli di numero eguale, ogni siugola parie del1 uno
starà ad ogni siugola parte dell’ altro, come l’un tutto sta all’altro tutto.
Proporzionali adunque solamente risulteranno queste parti, e nou
comparativamente aliquote. L’ essere o non essere comparativamente aliquote uon
può risultarmi che da uu rapporto logico assolutamente indipendente dall
arbitraria divisione da me praticata. Per ottener dunque la bramala valutazione
per mezzo della conimensurazione competente io non mi posso giovare del partito
di dividere le linee in più minute parti eguali all’infinito; avvegnaché Y uno
misuratore della prima grandezza starà sempre all’arco misuratore delT altra,
come l’un tutto sta all’altro tutto. Il mezzo meccanico adunque della divisione
e suddivisione della linea . come non può alterare il rapporto logico delle
proporzioni, così è del tutto inconcludente a stabilire la vera ragione della
commensurabilità. In ogni divisione pigliando Inno elementare del quadrato
geometrico A, e confrontandolo co\Y uno elementare del quadrato geometrico B.
si può ripetere eternamente la stessa pioposizione annunciata da principio;
vale a dire, che il quadrato uno elementare di A sta al quadrato uno elementare
di B, come il quadralo A sta al quadrato J5, ec. Nella co mmen sur azione
pertanto il metodo suddetto è frustatorio per condurre la mente nostra ad una
valutazione omologa ed univoca di due grandezze estese. L’impero della
relazione logica, la quale sta sopra ai concetti dell’esteso, e la quale altro
non è che l’esercizio mentale del discernimento nostro, è tale che conviene
onninamente consultare le sue leggi? oude stabilire la vera commensurabilità
i\e\Y esteso. Consultando queste leggi, noi troviamo che ogni esteso per sè
stesso è un quid unum determinalo. Piira^o u li Lo da noi con im a Uro, fa
sorgere Vkha relativa d^idetiLÌLà o di (Uvei1* iti di dimeusioutì o di
formal'osla una torma identica, si possono verificare diversissimi valori delle
aree, come posta una forma diversa, vi può essere equivalenza di area, U
equivalenza altro non è che il conceilo della slessa quantità di estensione
racchiusa sotto una diversa fiorai geometrica. Essa ò in sostanza V eguaglianza
estesa trasformata. Due figure diverse equivalenti sono certamente
commensurabili fra loro quanto alfarea. Ma sono forse sempre commensura bill
fra loro quanto al loro con torno? Ecco ciò cito nino matematico potrà
affermare giammai. Cotrje vi sono estesi simili od equivalenti
superficialmente, ma di lati commensurabili, cosi vi sono estesi dissimili
equivalenti superficialmente di lati incommensurabili * Ciò ù più che notorio,
nè abbisogna di essere comprovalo» Ma qui ancora sorge la stessa osservazione
già fatta di sopra, che la grandezza proporzionale e rispettiva dell’ esteso si
desume non dalla dita e n si one m atonale di una l i r> n a, ma dalla rctg
io n c ilei! e sup e rji c le, d \ modocbè la grandezza viene spogliala da ogni
considerazione della sua forma, e si pone mente soltanto all' astratta quantità
della superficie, e Dulia più „ Questo concetto dunque è tolto spirituale,
tutto mentale, tulio logica. Citi amasse di simboleggiarlo, dir dovrebbe die in
quesla posizione la mente umana nel valutare lo grandezze estese fa essenzialmente
uso citili' idea di unità individua spogliata di qualunque forma speciale,
sotto la quale potrebbe esistere. g S8Del mezzo di Valutazione considerato in
sè stesso Procediamo oltre. Posto questo concetto, allorché vogliamo valutare
due grandezze clic cosa ne nasce dal canto della incute nostra ì il -.'aiutare
importa di trovare una data quantità, la quale misuri completameli Le le due
grandezze proposte. Fu già dimostrato a quali necessità soggiaccia la potenza
nostra meuLale in questa funzione. Qui volendo considerare questa funzione
rispetto olla commensurabilità degli estesi, è necessario distinguere \'
intento dal mezzo. Duo soli possono essere gl'inlEnli proposti nella
commcnsurazione dell’esteso. 11 primo riguarda la dimensione paragonata divisa
o unita dei lati : il secondo riguarda la dimensione paragonala divisa o unita
delle superfìcie. L’estetmoue sola non può occasionare che queste due sole
ricerche, perchè la superficie non presenta fuorché uno spazio uniforme fiuilo.
Nel cercare la dimensione Ad™ dei r.A'i'i si vuol sapore se i! lato di un
estero possa essere più lunga, più corto u eguale a quello dell’altro, e di
quanto ecceda p manchi dell'altro. Nella cemmeusurazione poi unita ilei In li
si vuole sapere quanto l'un Imo unito all’aliro può offrire di luogJiej'.zn, e
quindi aneli e quale He sarebbe la potenza risultante. Nel cercare poi la
dimensione diviso o unita delle superficie si vuol sapere quanti elementi
estesi identici comprenda una data area rispetto all'altra, o rispetto ad un
tutto di cui quella data area forma parte integrante. Cosi, per esempio, avendo
su dinas diagonale di un quadrato descritti due quadrali, l’uno dei quali è
doppio dell altro, volete sapere quanta sia l’estensione o il valore
superficiale dei complementi, ossia dei quadrilvtugLi cimisi dai lati dei due
quadrali? In questo caso la ricerca è tutta superficiale, ma limitala alla data
figura. ( tnde soddisfare a questa ricerca può giovare certamente il sapere la
dimensione comparatila dei Iati. Ma l’ottenere questa dimensione è forse si
ntpre possibile ? Ogni matematico di buona fede mi risponderti sicuraniente
essere ciò impossibile tutte le volte clic le due grandezze geomeii ielle non
stiano Ira loro nei rapporti identici ai quadrali aritmetici. Paoli ni quésto
caso i lati saranno discretivamente iu commensurabili, e però non potranno
venir disegnati che eoi nome fi ella potenza a cui appartengono. \ ani adunque
risulterebbero lutti gli sforai per assorge Ita re fjiu’sh iii lì ad una
dimensione discreta e veramente aritmetica. Frustraneodunque riuscirebbe ogni
tentativo di giungere per questo mezzo all j bramata valutazione, la qui cade
la risposta sul seconda membro delta proposta inspezi od e. Questo riguarda
appunto il mezzo della vai illazione. Qui sì possono ins Litu Ire due ricerche
: la prima si è3 di qual natura ila il mezzo che ricerchiamo^ la seconda 3
quale esser possa la maniera di adoperarlo» Quanto al primo punto., osservo
clic noi versiamo ora nel paese della Matematica pura 3 nel quale valutar
dobbiamo F estensione pensata. Ciò posto, altro streme u lo non abbiamo 3
fuorché 1 esteso per misurare I esteso. La natura del mezzo ò dunque identica a
quella delf oggetto da valutarsi. Quanto alla maniera poi5 in generale altro
dir non possiamo due quésta dev'essere analoga alla natura delle idee e alle
leggi fendamentali della nostra intelligenza . Certamente, a simigliatila delf
é$te» so materiale, noi ricorriamo naturalm&nle alla misurazione lineare j
mà ossa deve forse essere sempre la a lessa ? Piu ancora . Conosciam poi bei-m
tutte le funzioni mentali ciac all'insaputa nostra intervenga*»? 1 mal mente
abbiamo noi forse scoperto il gioco segreto primo ed mi timo dei concetti
geometrici ed aritmetici, i quali talvolta si avvicendano por imprestare c per
togliere un elemento costante o decisivo della vaio t azione ? I rapporti
logici della grandezza estesa continua non possono esse¬ re sempre identici,
specialmente nei concetti pari e dispari. Nel pari havvi un intermedio di
eguaglianza, il quale non si verifica nel dispari. Più ancora: nei concetti
sinottici o periodici della enumerazione, applicali all* esteso i se s’incontra
una costante legge, esistono però rapporti speciali ad ogni grandezza
periodica. La sfera della potenza dell’unità continua è limitala quanto è
limitata la nostra mente, e non può essere simboleggiala che a seconda delle
affezioni interiori della nostra mente. Ciò posto, ne viene che un unico e
material modo di misurazione non potrà mai soddisfare a tutti i bisogni della
valutazione. Converrebbe che l’unità continua crescesse a modo di circoli
concentrici, la distanza e gP intervalli dei quali fossero eguali al diametro
del primo circolo figurato come uno elementare. Con una, due o tre linee
uguali, ovvero colla divisione identicamente lineare di un contorno, voi in
primo luogo non potete indicare che una radice aritmetica superficiale. Se
questa linea è retta, voi indicate perfetti quadrati singolari, e nulla più. Ma
Vano quadrato elementare ha un determinato rapporto rispetto al tutto. Esso poi
in sè stesso è sempre una grandezza suscettibile o d’essere accoppiala ad altra
in via di aggregazione sgranata, o di essere ampliata in via continua. Ma
quando dividete il lato di un tutto in tante parti eguali, voi create
effettivamente un numero che vi dà l’idea della radice . Vi dà poi l’idea del
quadrato se figurate tutta la figura generata da questa unica radice simile
all’ elemento unitario assunto. Da ciò ne segue, che colla divisione di una
sola liuea fatta con un’altra linea voi supponete o siete forzato a supporre un
tutto perfettamente simile al vostro uno perfettamente quadrato; e però se
fingete che il vostro uno lineare stia tante volte e non più nella data linea,
voi dividete un tutto in tante parti quadrate aggregate, oguuna delle quali vi
rappresenta un’unità elementare. Ma qui è evidente che l’ eguaglianza
predominante ed unicamente predominante nou dà luogo fuorché ad un rapporto
identico ripetuto, e nulla più. La vostra radice altro non è veramente, uè può
essere, fuorché una serie di sgranati quadrati elementari identici ; ed il
vostro complesso altro nou è che una determinata pluralità di questi quadrati
elementari. Questa pluralità poi la figurate limitata d’ogni parte da un
identico contorno egualmente luogo di quello della serie o della lista, cui
chiamate col nome di radice. La commisurazione dunque finita e perfetta univoca
lineare degli estesi rettilinei risolvesi in ultima analisi nel ragguaglio duna
grandezza univoca, l’elemento radicala della quale non pnft essere die identico
col l' elemento nui-radicale .Tuo’ altra grandezza. Dico uni-radicate,^ b., re
c,ie fIllesto elemento vieu proso soltanto sopra di un solo lato ilelIV, fe.ro,
e fa parte aliquota di questo lato. Ecco il concetto nascosto odia
commisurazione finita di due sole linee. Jlav vi certamente un’altra
commisurazione finita, e fatta con radici Sgranate di altri estesi rettilinei:
ma questa non è unitaria, perché rigo l'HLa con più radici sgranale. Tutti i
parale diagrammi non equilateri, fatti e°[^a m°HiplIcazione di due frazioni
lineari identiche, cioè o eoa tatù -a n non è die una pluralità o ripetizione
maggiore dello stesso elemento del ] 0. 1 io qui non maneggiamo che la polvere
o Parerla delle Malcmaliche. Le grandezze die dicami discrete si possono
considerare a guisa appunto di aggregali composti, o cdie si possono risolvere
in elementi sgranati, che stanno insieme per via di cumulazione. Esse sono la
omomerie del mondo matematico, nelle quali la quantità crescènte va in lirn^a
risolversi. Ma la considerazione isolala o cumulativa di queste omomerìc non vi
palesa ancora J* ultimo arcano della valutazione, perdiodalla considera zi oii
e della pura identità non può nascere quella della diversità, L eguaglianza
predominante in tutto il corpo dulie grandmi? razionali isolalo (come sono i
singoli quadrati geometrici ed aritmetici) non vi può no potrà mai
somministrare l'idea positiva delLw/ifl soélniizialc della rispettiva
diffidenza contmta; come le tenebre non vi danno lume, nò il silenzio vi dà il
suono, il più continuo, posto fra un prfmn uno esteso ed il suo duplo o triplo
continuo, come non è partorito dall idea di eguaglianza, cosi pure non è uu
elemento sgranato attaccato per apposizione. Accoppiando due radici eguali, la
grandezza aniLaria quadrata non si duplica, ma si quadruplici 1 ignratevi pure
distintamente queste grandezze, e dividetele pun? ì una e 1 altra in tante
partì rispettivamente aliquote. Sarà sempre vero che ogni parte aliquota.
delFono starà ad ogni parte aliquota dell1 altro, coinè l’un tutto sta aUàhrn
tutto. Qui dunque Vidcntica dividane 6 in cd udu de lite per Li valutazione sia
Molare, sia superficiale di fucsie grandezze. Allorché poi vi piacesse di uni
rie per formare una figura sola, e costruire uu solo lutto 5 voi sareste privo
di qualunque lume* H imàrrèbbe dunque sempre la necessità di litro vare la
parola s ossia il mezze termine comune, di valutazione dell" esteso
considerato ueT suoi diversi stati, e questo dovrebbe sorgere dai rapporti
stessi cieli’ unità sostanziale collo stato diverso al quale passò, c non mai
limitandosi ai rapporti ùuWùgH&glìanza individuale. Assurdo è dunque l’uso
di applicare t grandezze prive di radici discrete quadranti il metodo di
valutazione, proprio soltanto agli aggregati numèrici, aventi radici aritmetiche
qua> tiraoli. Illusorio è dunque il finire con uu’ approssimazione
indefinita* Dico indefinita, perocché avvi una riduzione di residuo indicala,
la quale può prestare un lume massimo alla geometria di valutazioni; La
quantità continua non tollera die ragguagli superficiali; e però la linea non
si può assumere che come segno indivisibile di potenza unita, e con come radice
d’ una grandezza di aggregazione, A dir vero, anche odia grandezza di
aggregazione Tn/ro lineare è puro segDo di potenza* ma allorché si accoppia cou
altre unita eguali e discrete, indica una po lenza divisibile in parti eguali;
doveché nella potenza continua indica èiij rapporto solo dì proporzione che non
tollera una data intima divisione razionale lineare. Consultando la natura propria
della quantità estesa . si trova che moli si è fallo veramente nulla fino a
{fbc non si lavora che sulla linea pura matematica. Conviene trovare le liste
estese indicate dai rapporti stessi delle grandezze estese, e determinare il
valore areale di queste listi;. Per esse e per esse sole si possono indicare le
leggi di incremento e di decremento della quantità continua^ sia
colJTaggiuugere, sia col determinare la potenza delle diagonali che nascono
naturalmente, sia finalmante Col ridurre agli ultimi termini possibili gli
elementi iniziativi delle diverse proporzioni. Imperfetta, grossolana e senza
simbolo è quella Geometria, la quale pretende di esaurire sempre I esteso^ e di
spingere tutto all indivisibile ed qlW insensibile ; quasi che i nostri raziocina
e le nostre valutazioni o versassero sul nulla, o in sliluir si potessero nelle
tenebre. Io sfido lutti I matematici dell’universo colla posizione mera dei
punti e (lidie linee inestese a mostrarmi come le grandezze aritmetiche,
geometricamente simboleggiate, passino per una vera affinità logica da uno
stato all5 al ivo di grandezza continua. Questo passaggio, senza la
cotìfcì[lera zi onc ed il maneggio d una Geometria superficiale e di un
rapporto concludente di grandezze estese, rimarrà sempre incognito, e? quindi
il calcola sempre tenebroso. La quantità estesa, io lo ripeto3 la quantità
estesa forma 1 oggetto vero delle Matematiche, e però i concetti contigui forma
no 11 primo loro elemento. £9* Delia incommensurabilità spuria; suo uso nelle
Matemàtiche. ialvolta nella geometria di valutazione in mezzo ad estremi
veramente razionali (ossia con efficienti lineari veramente commensurabilii si
accoppia un inGommettsìnabiluà parziale. Ma questa è in sostala pu* ramenle
relativa, e quasi direi precaria; perchè applicando il principe dell omogeneità
e dell unità di denominazione viene agevolmente superala. La comparsa di questo
fenomeno non è nè casuale, nè urbi tram; m t soggetta a certe leggi
determinate, e nasce natura! mente nel p presso paragonato della quantità
estesa discreta. P reziusi sono questi scontri all attento osservatore,
perocché essi fanno Tufficio di interruzioni d’n ua catena elettrica, nelle
quali II fuoco elettrico si mostra alla scoperta, o indica date qualiLi e date
leggi proprie* Dilla Ili da questi scontri, uà li nello stesso paese del
commensurai/ ile, si pone costa n temente in chiaro ck la possibilità della yà
lutazione, cosi delta razionala finita dipende iutieramante dalla coincidenza
dei limiti delibilo misuratore, il quale iev’es* sere identico specialmente per
valutare tanto i mezzi termini dì eguaglianza e di disuguaglianza, quanto il
termine concludente,, come dimostrerò a suo luogo con esempli. Allorché poi
vien tolta di mezzo questa specie d incommensurabilità melante l’mntà e
l’omogeneità della delio' mlnazionc, siamo condotti per man o alle vedute
sinottiche*, le quali ci rivelano le recondite leggi e gli intimi rapporti di
affinità e di continuili fra I diversi progressi della quantità. Questa spuria
incommensurabilità è appunto mi mezzo Le rad né fra il discreto e il continuo,
il quale, mediante mi' analisi indicata, ci conduce In Irne a ritrovare con
qual legge e con quali proporzioni accrésca o decresca continuamente la potenza
rettilinea. Essa didatti procede passo passo 5 e segue con minimi coefficienti
rettilinei tutte le graduazioni indotte dalla curva circolare nel tagliare le
rette e nel far nascere certe potenze lineari, e quindi certe grandezze estese
proporzionali coesistenti coi rapporti della varietà, della continuità e dell'
unità, sia iu uno stato addensalo 5 sia In uno staLo diradato. Essa mconnucia
da una posizione rispettiva di eguaglianza e di rispettiva unità e varietà, C
aggiunge Vano continuo. Così vegga rao II passaggio proporzionale al .più con
ti uno; e ci a v veggio mo che questo passaggio corrisponde all’ ultima
vibrazione della grande unità implicita, che presiede a tutto il sistema
dell’enumerazione, ossia meglio del senso differenzia le, che distingue e
calcola l’unità estesa. Per essa si determinano non solo i graduali incrementi
traili dalle viscere medesime del primo uno sostanziale, ma si determinano
eziandio i medii di eguaglianza superficiale segnati dal primo movimento del
centro e della curva circolare5 che va diminuendo l’ area compresa fra due
curve, ec. ec. 90. Conseguenze per fondare la possanza del calcolo iniziativo
sinottico. Sperimento proposto. Tavola posometrica. Esclusi quindi gli
antilogici e tenebrosi concetti di un trascendentalismo indeterminato ed
assoluto (nel quale le vere e reali leggi di fatto naturale della mente nostra
non sono consultate), noi seguiamo le indicazioni necessarie del vero naturale
algoritmo, il quale predomina e predominerà mai sempre qualunque nostra
operazione di calcolo. Allora fi incommensurabilità lineare non oppone più
ostacolo alla vera e competente valutazione delle grandezze continue estese: ma
per lo contrario serve di ajuto ed anzi diviene mezzo termine necessario per
questa valutazione. Didatti senza questa incommensurabilità non si potrebbero rappresentare
i termini concludenti, ossia le grandezze continue risultanti dai coefficienti
razionali, ossia discreti. Qui lutto vien regolato con un metodo unico, ma
adattato alla natura della quantità discreta e continua. Allora la Filosofia e
la Matematica non solo si conciliano, ma si danno scambievolmente lume ed
ajuto, e ci prestano una potenza prima sconosciuta. Tutte queste cose si
operano mediante un magistero facile, spedilo, e quasi intuitivo, il quale non
eccede punto la sfera del calcolo iniziativO) benché i casi che maneggiate e
che scegliete contengano per lo meno vere equazioni di secondo grado. Questi
casi coll’algebra comune (allorché soltanto si tratta di superare l’
incommensurabilità spuria ) non vengono sciolti che per una triviale approssimazione,
mentrechè coll’omogeneità complessiva vengono luminosamente e di salto definiti
in una maniera finita e senza residui inesauribili. Io sembrerò forse
promulgalore di sogni a tutti coloro i quali non sono iniziati nella scienza
primitiva della quantità estesa. Prodigii matematici sono questi, dirà taluno,
affatto incredibili, perchè nè veduti mai da noi, nè praticabili colla forza
dell’arte che possediamo. Io perdono questa incredulità, nè esigo che venga
deposla fuorché in conseguenza di fermissime e luminosissime dimostrazioni.
Tollererò quindi con pazienza la taccia di sognatore, d’illuso e d’ignorante,
fino a che produca le prove di liuto ciò che asserisco. Dico fino a che produca
tali prove, perocché io sono certo che alla prima comparsa loro svanirà ogni
dubbio contrario. Duoimi che l’indole di questo scritto non mi permetta di
soddisfare incontanente alla giusta curiosità de’ miei leggitori. Io debbo
compiere prima tutta la proposizione del mio soggetto, essendo questo il fine
primo di questi Discorsi. Io debbo quindi astenermi da ogni discussione sopra
oggetti particolari 5 perocché diverrebbero digressioni enormi, condannate da
quella economia che presiede ad ogni libro bene ordinato. in aspettazione però
delle prove da me promesse io invilo qui ogni lettore a gettar boccino sulla
seguente TAVOLA POSO-METRICA. Radici Gno mon Qua¬ drati Radici Gno mon Qua- i
tirati Radic ( Gno mon Qua¬ li diati Radic Gno 1 mon Qvai diati o 0 0 5o 99
25oo 00 000 0000 100 «99 10000 1 i 4 49 97 2401 5 1 101 2601 99 «97 98o‘ 2 3 48
95 23o4 52 io3 2704 98 195 96°4 3 5 9 47 93 2209 53 io5 2809 97 «93 94°9 4 7 16
46 9i 2116 54 107 29,C 96 «9« 92lC 5 9 25 45 % 2025 55 109 3 0 2 5 95 189 9025
6 ir 36 44 87 i936 56 ni 3 1 36 9Ì 187 883G 7 i3 49 43 85 1849 57 ii3 3 249 93
i85 8049 8 i5 64 4 2 83 1764 58 n5 3364 92 i83 8404 9 81 4i 81 1 68 1 59 117
348i 91 181 8281 IO «9 100 40 79 1600 60 “9 36oo 9° «79 8100 1 ] 21 1 2 1 39 77
l52 I 61 121 3721 89 «77 7921 I 2 23 «44 38 75 «444 62 123 3841 88 i75 7744 1 3
25 .69 i96 57 73,369 63 125 3969 87 i73,5C9 *4 27 36 7i 1296 64 127 4ouC 86 «7«
739C 1 5 29 220 35 ®9 1225 65 129 4225 85 169 7225 16 3i 206 34 67 1 156 66 i3i
4356 84 167 7066 *7 33 289 33 65 1089 67 i33 4 489 83 i65 6889 1 8 35 324 32 63
1024 68 i35 4624 82 i63 6 724 ' *9 37 36i 3 1 61 96 1 69 i37 4761 81 i6r 656 1
20 39 4oo 3o 59 9°° 70 i39 4900 80 i5g C O 2 I 4r 44 1 29 57 841 7 « i4i 5o4 1
79 157 62^1 2 2 43 484 28 55 784 72 x43 5 184 78 i55 6o84 23 45 529 27 53 729
73 i45 5329 77 i53 5929 24 47 576 26 5r 676 74 147 5476 76 i5i 5776 2 5 49 626
75 49 S II DISCORSO ®ERZO, \22ì) F o lo prego a fissa v raltouziooe almeno
sitile due prime colonne di que¬ sta tavolo. Nella prima,, scendendo dal primo
grado lino ai ventesimoquai lo, voi vedete difessa contiene una serie Maturale
di radici Crescenti dall1 uuo (ino al ventiquattro. A fronte delle ventiquattro
nella seconda colonna sta la 20. che va salendo tino al 50* Qui la prima
colonna presenta uua serie che daìFaUo al basso va crescendo ad ogni grado con
una radice sgranata, accresciuta sempre di un' unità j e viceversa salendo dal
basso all’alto, la serie va decrescendo dèlia stessa unità. La colonna seconda
va del pari sempre crescendo d’ima radice: ma ciò fa salendo dal basso in alto.
Da ciò nasce., che qui abbiamo due serie finite di 24 gradi* Tuna crescente e
l’altra decrescente. Luna parallela all’ altra* Tn questa posizione se da ogni
quadrato della seconda colonna noi deduciamo il quadralo clic le sìa contro
nella prima, noi troveremo una serie di differenze crescenti dal 100 al 2500* e
che ogni termine di questa serie rii differenze dista dall’altro dì 100 unità.
In questa serie di differenze voi trovato cinque perfetti quadrali aritmetici.
1. 10.0 radice 10 Tf. 400 » 20 III. 900 » 30 IV. 1600 » 40 V. 2500 50 Prescindiamo
ora dal quinto 5 e fermiamoci sugli alili quattro, Scegliete quello che vi
piace. Unitelo col quadrato della prima colonna clic gli sia di fronte. Voi
avrete due quadrati perfetti coefficienti^ iul mi terzo complessivo. Così, per
esempio*. 57G (r. 24 ) -|100 £r. IO) : fì'rfì (r, 26), 441 ( r. 21 ) -j400 { r.
20) = 841 { r. 29). Compiacetevi ora di simboleggiare geometricamente
qualcheduna di queste composizioni. Figuratela secondo la costruzione
pitagorica dei quadrali del? ipotenusa e dei cateti. Per agevolare poi meglio i
confronti,, pigliate la metà deb l'ipotcnusa: e fattone raggio* descrivete un
circolo. Nelle ipotenuse divise in numeri dispari voi sarete costretto a
dividere V uno esteso, e quindi si duplicherà 1 espressione della radice, e si
quadruplicherà il valore delle aree. Ciò, per fare un semplice esperimento *
non importa. Il fenomeno risulta sempre Lo stesso, sìa che dividiate, sia che
conserviate luterò l’uno primo componente le radici suddetto. Fatta questa
costruzione*, esaminate le parti della vostra figura. \oi troverete chetaci
onta dei cateti e dell' ipotcnusa» tuLti razionali,, sorgerà a primo tratto V
in eom m cnsu ra bili l a spuria fra i aegmcu li deir ipotcnusa e la mezza
proporzionale che viene costituita, calando una perpendicoToiii. T* 78 •1 230
lare dal vertice del triangolo rettangolo sulla sottoposta ipotenusa. Domandale
a voi stesso il valore, sia lineare, sia superficiale, tanto di questi segmenti
delP ipotenusa . quanto della mezza proporzionale. Glie ue avverrà? Se voi
impiegale di salto l’Àlgebra comune, non otterrete che una triviale indefinita
approssimazione: ma se applicherete il metodo della omogeneità ed unità di
denominazione, la pretesa iucommeusurabilità sparirà, e voi otterrete i valori
finiti di ogni segmento e di ogni differenza. 91. Concorso del curvilineo e del
rettilineo per valutare le grandezze estese, e quindi fondare il calcolo
sinottico. Fu detto di sopra, che vi possono essere due specie R
incommensurabilità: la prima di contorno ; la seconda di superficie. Quella di
contorno si può verificare tanto fra il curvilineo ed il rettilineo, quanto fra
i rettilinei medesimi. Fra i rettilinei però ; come fu detto,
l’incommensurabilità dei lati non fa ostacolo alla competente valutazione delle
superficie. Non è così fra il curvilineo ed il rettilineo. Fra la curva eia
retta è così impossibile la coincidenza lineare, come è impossibile che un filo
metallico fissato nelle sue estremità, e teso come una corda sonora, venendo
tagliato, possano le sue parti toccarsi fuorché in linea retta. Alzando od
abbassando queste parti di un solo punto, per toccare la curva j di cui formano
la corda, amendue non si polrauno mai vicendevolmente toccare. La curva quindi
non può essere mai rappresentala con due soli punti, ma per lo meno con tre. 11
minimo dunque della curva inchiude tre relazioni, mentre che la retta ne
inchiude essenzialmente una sola. L uno esteso e finito esige per lo meno tre
limiti rettilinei, ossia per chiudere qualunque spazio si esigono per lo meno
tre linee rette. L uno esteso adunque finito, ridotto a’ suoi minimi termini
possibili di contorno, sarà necessariamente un esteso o triangolare o
circolare. Seguendo le analogie, e rammentando ciò che abbiamo detto nel
paragrafo antecedente rapporto all’espressione estesa delle linee rette,
potremo conchiudere che al perfetto quadrato rettilineo corrisponde il circolo,
ed al quadrilungo corrisponde l’elisse. L area circolare adunque si può
figurare come unità curvilinea continua ed univoca; l’area elittica per lo
contrario si può figurare come pluralità estesa curvdinea. Così simbolicamente
la linea retta unica non può essere che segno associalo di unità o quadrata o
circolare, assumendo questa linea o come lato del primo, o come diametro del
secondo. m\ QfS premessa dominilo se n«co.mmensural.)iIitii curvilinea, e
prlmar j a erteti l e la circolare, possa formare ostacolo alla Geometrìa ili
valutatone, Io prego ad esaminar bene i termini della quislione. Altro è dire
die fra la curva e la retta sia impossìbile ogni coincidenza metrico- linetire,
cd altro e il dire che questa impossibilità dì coincidenza possa servire di
ostacolo alle valutazioni superficiali. Parimente altro è domandare se si possa
stabilire il valore superficiale delParea del circolo, cd altro è il dire se
quest’area o il giro della periferia possa servire di ostacolo alle valutazoni
superficiali rettilinee determinate dal giro o dal taglio della curva
circolare. Sarà sempre vero die il concetto della curva circolare non c
identico a quello della linea retta c viceversa. Sarà piu vero essere
impossibile una coincidenza metrica fra queste due specie di liner, lo dunque
non sarò cosi pazzo da voler misurare le parti dell’ mia colle partì dell'
altra, e pretendere di trovarne il ragguaglio. Giù involge un assurdo, perde si
suppone una possibilità di coincidenza, e quindi una identità fonda me □ tale
de non esiste. Ma, malgrado questa diversità essenziale nella forma dei
contorni, ninno vede l’ impossibilità di determinare le superficie dei veri o
sparii quadrati fabbricati sulle rette determinate dal giro della curva
circolare, senza per altro esaurire mai la diversità fra questa curva c la
retta. Così, per esempio.* alzando dal diametro diviso in tante parti alcune
perpendicolari alla periferia, io posso ottenere rapporti certi fra le diverse
grandezze dei quadrati fabbricati su queste rette. Si dirà perciò de io possa
ritrovare la quadratura del circolo? Ciò sarebbe ridicolo ed assurdo. Ma
dall'altra parte poi non si potrà negare che io possa ritrovare la superficie
dei veri quadrati geometrici c aritmetici, de si possono fabbricare sulle
diverse rette variamente limitale dal giro di questa curva, iu conseguenza
della divisione da me fatta del diametro sottoposto. Ognuno vede didatti de qui
la curva non segua die due estremità della linea retta, la quale non cangia per
la diversità dello str omento che taglia o limila, ma viene variamente limitata
per la distanza solamente fra i due punti che formano l'estremità della lìnea
medesima. La curva circolare pertanto nella Geometria di valutaziooe sì deve
considerare come uno strumento variamente limitante la lunghezza delle linee
rette; ma con tal legge però, che le diverse dimensioni da lei indotte stiano
fra di loro con determinali rapporti, soltanto propri! dì una grande unità? la
quale viene rappresentata appunto dal raggio del cìrcolo stesso che percorre
gradai a mente i punii diversi che formano l’estremità delle ordinate e delle
ascisse. Ora considerala la cosa sotto di questo punto di vista, c meditando tutti
i fenomeni che nascono dalle rispettive costruzioni, lungi che nelP andamento
circolare e nella rispettiva incommensurabilità curvilinea si possa trovare un
ostacolo alla Geometria di valutazione ed alla teoria del calcolo unificativo,
vi si trova al1 opposto tutta la virtù logica necessaria alla valutazione ed
alla unificazione. Tutto considerato, noi siamo condotti alla conclusione, che
nel1 incommensurabile sta racchiusa la vera unità metrica rispettiva^ nou posta
dall arbitrio dell’uomo, ma determinata dalla natura stessa del soggetto
analizzato. Talvolta questa unità metrica della natura coincide con quella che
lu posta da noi: e ciò accade appunto scorrendo gl’intervalli Ira le radici
quadranti. Ma il passaggio e l’unione logica dei coefficienti a formare una
sola grandezza appartiene così all* unità non materiale, ma all intellettuale,
che sembra potersi solamente rappresentare dal simbolo della curva circolare, e
non da quello della linea retta. V associazione logica de\Y identità e della diversità,
la quale costituisce l’essenza di ogni mezzo termine, si effettua appunto
associando l’azione della curva circolare coll azione della linea retta. Questo
è così vero, che se per un ipotesi impossibile si potesse ritrovare la così
delta quadratura del circolo, la figura rettilinea che ne sorgerebbe non
potrebbe giammai prestare gli ufficii logici che la curva circolare presta e
prestar può alla Geometria di valutazione. Questa nou segue la materiale
dimensione della superficie racchiusa in un dato spazio, ma bensì la ragione
intellettuale e logica delle diverse grandezze accoppiate insieme, ed associate
ad una mentale unità sistematica, nella quale lo spirito umano adempie la legge
fondamentale di ogni raziocinio. Infinitamente dunque più estesi ed importanti
sono i servigi di questa Geometria di valutazione ( la quale sa giovarsi dell’
incommensurabilità medesima), che i vantaggi o i servigi che ritrai’ si
potrebbero dalla impraticabile quadratura del circolo, lo prego a por mente a
questa osservazione, la quale versa propriamente sull ultimo fondo delle leggi
del nostro spirito nel paragonare 5 giudicare e comporre le diverse grandezze
estese. Didatti per virtù di questo simbolo noi possiamo cogliere i traili
caratteristici del principio dell’omogeneità applicato con un’identica
denominazione, tradotta e trasformata dappoi in conseguenza dei rapporti ue1
cessarli che ne emergono. Guardiamoci dal confondere l’unità del principio
colla uniformità delle maniere . L’uniformità di maniera nou può convenire che
a grandezze identiche logicamente: l’unità del principio deriva, per lo
contrario, dall’unità e dall’identità della mente che istituisce il calcolo, e
che nel far ciò è necessitata a sentire i rapporti concorrenti ed i concludenti
dei proprii concetti. L’applicazione del principio dee variare a seconda
dell’oggetto. Così Io sguardo corporale varia di movimento o di mezzi, secondo
l’aspetto degli oggetti ch’egli ama di esaminare; ma la legge ottica è una. Se
didatti trattar dovete le famiglie delle grandezze continue e delle discrete,
delle linearmente commensurabili e delle incommensurabili, la vostra ragione vi
annuuzia ipso facto, che deve occorrere qualche diversità nel metodo della
valutazione, per ciò stesso che gli oggetti presentano qualità tanto contrarie.
L’ assoluta o perfetta identità di maniere pertanto non solamente riescirebbe
sospetta, ma costituirebbe almeno una fortissima presunzione di falsità e
d’incompetenza. L’esperienza verrebbe indi in soccorso di questa presunzione, e
vi accerterebbe che non vi siete ingannato. Ora tornando al proposito dei veri
e pienarii mezzi termini di valutazione, si può stabilire la massima: che se il
principio dell 'omogeneità e dell’ unità essenziale dei metodi di valutazione
deve predominare nel calcolo, debbesi nell’atto stesso soggiungere che
quest’omogeneità variar deve secondo la reale natura degli enti valutati: e
però che l’omogeneità importa bensì unità, ma non uniformità perfetta, la quale
anzi violerebbe il principio stesso dell’omogeneità. L’omogeneità è appunto
tale, perchè segue la natura delle cose. L’unità poi essenziale ? e non modale,
verificar si deve atteso appunto l’identità e la diversità che si accoppiano
nella quantità estesa. Tutte queste osservazioni riguardano il inerito
intrinseco del calcolo, la potenza del quale risulta appunto dall’ attitudine
sua a somministrarci le valutazioni che bramiamo. Io sono ben lontano dal
pretendere di aver dimostrato in che consista e da che derivi la plenaria
possanza del calcolo iniziativo che ci occupa. Converrebbe stendere un lungo
Trattato per rendere palesi gli elementi di questa possanza, e corredarlo con
esempli. Si ritenga dunque ciò che ne ho detto come una mera proposta e come un
primo presentimento 5 per indicare in generale qual’ idea formar ci dobbiamo, e
dove dobbiamo volgere le nostre disquisizioni per fondare la possanza di questo
calcolo. Passo ora ad una fondamentale ispezione, riguardante la maniera di
procedere nello stabilire le prime teorie della valutazione. A questa maniera
si riferiscono le tre condizioni seguenti. Per esse la teoria della valutazione
dev’essere: l.° prefinUa nella sua tendenza ; obbligata nei suo maneggio ;
omogenea nelle sue conclusioni Quando dico clic deve essere prefinita nelle sue
tendenze, io intendo che si debbano escludere tutti i tentativi arbitrarli e
casuali, e però che ogni passo debba essere indicato dalle uozioni ritratte
dallo studio precedente già compiuto nella parte ostensiva della scienza. In
esso appunto ci vengono rivelate tanto le affezioni e le leggi della quantità
estesa, quanto le esigenze della nostra mente nel meditare questa quantità.
Colla cautela di stabilire la teoria della valutazione in vista d indicazioni
preparate e preconosciute, si dà finalmente nesso, vita e possanza alla intiera
logica della quantità estesa. Per questo mezzo si empie quella fatale lacuna,
la quale oggidì è frapposta fra la Geometria e I Aritmetica: per questo mezzo
si connette strettamente Puna coll’altra, per farle servire amendue allo studio
della natura ed al perfezionamento delle arti. Così l’Àlgebra, figlia della
Geometria, rammentando dopo molto viaggio, e dopo molte gesta impotenti, di
avere una madre, volge indietro lo sguardo e i passi suoi, e va a porgere la
mano a colei che da tanto tempo fu abbandonata sulla strada; e da essa implora
lume ed ajuto per poter camminare senza traviamenti e con buon successo nel
paese specialmente degli incommensurabili, e indi servire ai bisogni del1
umanità. La Geometria, io lo ripeto, la Geometria dee fondare la vera e piena
teoria della valutazione ; e deve farlo in una maniera certa, facile, breve, ed
a mano a mano preindicata dai simboli stessi della quantità. Couvien dunque
compiere Io studio della Geometria, per compiere la teoria fondamentale delle
valutazioni àe\V esteso. Questo complemento importa di fare uno studio speciale
di un ramo ebe io appellerei Geometria di valutazione, del quale la teoria
delle proporzioni ci offre già molle preparazioni importantissime. Quando io
scorro i libri di geometri abilissimi; quando ad unauiea facilità e limpida
chiarezza veggo accoppiata uua buona scelta (loccliè specialmente ammiro negli
scrittori francesi), io esclamo: Qual pe ccato che così belli ingegni siensi
contentati di darci soltanto una vecchia materia, o non fabbiano aumentata che
di qualche particella! Ad essi eia nota pur troppo l’insufficienza e la
difficoltà degli algoritmi usitati. E perchè mai non si sono occupati ad
indagarne la cagione ed a suggerirne il rimedio? E perchè mai non si sono presa
la briga d’interrogare la natura e di ascoltarne i primi suggerimenti? Essi
avrebbero scoperto coti quanta munificenza questa -buona madre soglia premiare
i figli c^e ^ consultano con raccoglimento, e ne seguono fedelmente le
indicazioni. Lume, facilità, certezza, possanza razionale, e indi Gsica e
morale, sono i Lenefizii che la natura largamente comparte a’ suoi ingenui
cultori. Te nm ugjjre difficoltà, incertezza, impotenza, sono i mali che a fil
isserò* aifiigrotiu e affliggerà uno semp re tulli coloro die o per ignoranza o
per orn 1 5 ìj si scostarono, si scostano e si scosteranno dalle tracce segnate
dalla natura. Così anello nel mondo intellettuale regna un ordine eterno,
munito d’irrefragabile sanzione; così coll* irrogare le pene suddette la natura
relrospinge ì traviali entro V orbita del grand3 ordine col quale reg£rc r urna
uila ; cosi col castigo stesso ci fa sentire la sua provvidenza, 0 C'L conduce
e sospinge a quella perfezione a cui essa ci destinò. Ho dello die la Geometria
di valutazione ha una in Lima connessione con quella delle proporzioni* Ora
soggiungo, che la Geometrìa di valutazione non è nè può essere altro, clic la
teoria stessa graduale delle paorjpitssioiNij raccolta da tutti i rapporti
deli/ unita cohplessiva, estesa e maneggiata col principio dell omogeneità lu
questa teorìa io disliuTuo due grandi parli. La prima contiene le condizioni
assolide; la seconda le condizioni relative. Giù che So dico del tutto
verificar si deve in ogni parte, e però anche nella soluzione di qualunque
particolare problema. Se la cosa non fosse cosi, non sarebbe più vero che la
data legge generale presieda ai procedimenti dei calcolo; perocché essa Io
tanto è generale, in quanto regge e predomina in tutti i casi particolari. Io
offrirò a suo luogo un esempio d1 una soluzione latta con questo procedi monto
preludio aio, al lume del quale sì potranno m s lituiro esperienze dì questa
Geometria di vaio Lazio ne. Ora mi conviene iar avvertire a’d una particolarità
dì questa Geometrìa, a ila quale non SO se 1 moderni abbiano posta bastante
attenzione; e questa è la suddivisione indicata delle prime radici naturali dei
quadrati posti Io serie con Linea (LX Lo scoui parto di questa serie fu latto
(iti conseguenza dTma uàturale indicazione) in la fitte colonne, ognuna delle
quali contiene ventiquattro termini, facendo in modo che il ventesimoquiuto
serva di anello e di con ne ssi mie per unire una colonna coll’altra. Queste
colonne, consiiltjrate come una via percorsa, presentano l’idea di altrettanti
stadii della unità elementare: perocché si può figurare che Vano primo metrico
progredisca successi vameu le per una data strada retta, e a mano a mano si
vada con identiche ri petizioni discrete ampliando ad ogni passo con certe
leggi tanto assoluto quanto relative, bua palla che rotola gin per un erto
pendio coperto di neve-, come farebbe una ruota sempre girante sopra uno stesso
asse * e che a mano a mano ravvolga una striscia di i ') Valgasi liL tavolaL In
quéijifr invola vicini csposi.a Solww l1 espressione numerica- luuiiu Lililulc
quiialO superilo ni c* mìe* lxI 1K. iJtìVldcUa larghezza odiale al proprio
diametro; una "rossa, ma assai JlessUjìht ° 0 pasta d ima data grossezza,
la quale si figari inca rnine! are ad avvolgersi con uà noccìuaìo di diametro
eguale alla jjliìi grossezza, fa sorgere In fìtte im rotolo, la di cui base vi
presenta un rotondo fatto a lumaca, ossìa diviso in una spirale cui potete 3
quando vi [date, chiudere iti un solo circolo. La grossezza della pagina
ravvolta, considerata nella sola sua superficie, vi presenta una lista minima
super* licitilo j la larghezza quadrata delia quale (ossìa il quadralo della
cui testa j sì può assumere come unità prima superficiale. Estraete quesihma
meln co quadrato, e sen itevene come di elemento fondamentale prima Noi vedremo
cou quali rapporti naturalmente indicati si faccia la visione ricercala di
questo elemento, a quali tisi poi serva questa sudilivisione nella soluzione
dei profilami competenti io mi riserbo dì presentare osservazioni convenienti
sulla costruzione e sui rapporti si di /ulto thè di ragione di questa tavola,
Lauto per la dimensione lineare, quanto per le valutazioni superficiali: e eli
porre in evidenza lo scambio antilogico clic viene praticato dal più dei
calcolatori, special mente della linea colla lista, e dì far avvertire ai
risultati tenebrosi e mortali che iodi ne derivano. Proseguiamo. Esaminando,
per esempio, la prima colonna o studio di questa serie ad oggetto di ottenere
una suddivisione indicala dalie radici, ossia meglio delibano elementare esteso
(che dapprima si presento compatto nella sua torma e ne' suoi passi }, io non
trovo che il salo ter mine decimo* il quale mi olirà una naturale e non
artificiale indi cazioa& di questa sud di visiono. Potrei certamente nel
dccimoterzo e nel diciassettesimo conseguire suddivisioni indicate*, e ciò cui
duplicare la radici:, sia colla divisione, sia eoli' addizione: ma questo
tentativo sarebbe arbitrario e prematuro, nè mi prese uterehfie gli altri
rapporti naturali dÌTtflutazione che concorrono nel quadrato decimale. !.. uico
pertanto iu qaesio primo stadio riesce questo quadralo, atto a soddisfare alle
condizioni imposte al mio procedimento. Dopo di lui viene il ventesimo. Convita
dunque arrestarsi al sìmbolo di questo termine* ed in ogni sua parte esami uà
rio. Qui non conviene perder nulla, perchè ogni indicazione contiene rapporti
importantissimi per tutte ì valutario ui cansec ulive. Q ci sta propriamente la
luce prima del calcolo inìziativo specialmente cotiìfi inalo, perchè qui prima
di tutto sì palesa lo stato dogli estremi massimi vitali entro l'unità, come fu
sopra spiegato. Qui sorgono ì primi rapporti palesi della composizione continua
di due ragioni, luna doppia dell’ ah tra, e della coincidenza in una stessa
persona. Qui sì palesa e da qui sideduce il medio limile fra i limili eli
unificazione (diversi da quelli di semplice esclusione) ri s guai danti la
ragione fon dame u tale del simplo e duplo raccolti nel concetto unificato del
tt iplo^ e riportati alla legge* e sottoposti all’impero primo ed ultimo dell’
implicito 3 del quale abbiamo di sopra ragionato (ved, 73), Ida ciò sorge una
nuova specie di calcolo trilogicQy Tunico proprio del? unità estesa, e concorde
alle leggi fondamentali e perpetue delbumana intelligenza. Qui si nasconde
eziandio un mediatore massimo razionale per comporre cd unire grandule di
natura diversa complessa, come si vedrà a suo luogo. Il calcolo del quale
parlo*, per essere iudicato, deve soddisfare alle condizioni assolute e
relative* Si deve Incominciare dall’ esame delle assolute per fondare r dati
delia competente valutazione, c passare indi alla costruzione di movimento, per
dedurne poi le suddivisioni del't’ftfto metrico prima assunto. Con ciò sempre
proceder dovrà F in segnarne □ lo primitivo delle Ma tema licite. \, chi ama il
ben tenebroso ed il ben difficile queste cure sembreranno vere fanciullaggini;
ma il fatto sia, ebe questi signori coi loro x -jV + 3 si trovano talvolta bene
imbarazzali, cd anzi del tuLlo incapaci a sciogliere questioni clic vengono
agevoli&simamenle sciolte con queste fanciullaggini. Sprezzato quindi, come
fa il giudizioso viandante, il garrire di queste cicale, o9 a dir meglio, di
questi automi calcolatori, io proseguirò fermo nella mia carriera. g 93. Come
riguardare ed usare sì debba del? implicò o. Nel mio secondo Discorso bo fatto
presentire clic la legge (là quale Del Calcolo sublime assoggetta
gPincommcusurabili ad un dato algoritmo) si dove far certamente sentire fino
dai primordii delle valutazioni delF esteso. Il Calcolo sublime, riguardalo nel
suo complesso, deve essere eziandio calcolo di .unificazione 5 senza di die
egli inanellerebbe della sua parlo migliore, ed uuzi essenziale. In questo
calcolo la possanza implicito si la sentire gagliarda mente « sia per
differenziare, sia per palesare le leggi di una serie, sia per segnare certi
periodi. L implicito quindi e decisivo, sìa comemezzo di salutazione^ sia come
mezzo di linutazione., sia come mozzo di conclusione^ ec. Egli, non ravvisato
nella sua lucida origine, viene sfigurato sotto l'assurda denominazione ora $
infinitamente piccolo, ora di zero relativo, ora di quantità sprezzabile e da
eliminarsi^ oc. cc. Nel l'Algebra stessa quest' implìcito dà causa alle radici
immaginarie^ e confonde sotto una stessa legge artificiale le valutazioni del
commensurabile c fall’ incommensurabile 9 ossia del dìscroto enumeralo c del
contìnuo. In tutti questi concepimenti bavvi certamente un f ondo nascosto
pieno ili verità. Lo sconcio pertanto risaita dalla cattiva maniera di
esprimersi: e questa cattiva maniera di dirti nasce dalla contusa maniera di
concepire. La confusa maniera poi di concepire deriva dal non salire alla
cognizione delle leggi primitiva e fonda mentali di puro fallo, clic reggono
imperiosamente la nostra intdJjgeu&a nello valutazioni della quantità
estesa. Questa cognizione primitiva nou si può acquistare fuorché cou
esperimenti variati, reiterali e cerli^ i quali facciano sortire alla nostra
vista le leggi recondite ed inde* olioabili della nostra intelligenza nel concepire,
paragonare e combinare lo quantità estese. Quella pondera zione,
quell’industria, quella pertinacia, quella saga dia che viene impiegata intorno
Tele liricità, il magnetismo, Jj Chimica, per far parlare, dirò cosi, la
recondita natura fisica, si J gì* p u i c i m piegare pe r lai* pa r I a re d
reco□di lo uomo i rt ter i o re. 0 ra e s epeitata a dovere 1 arte di osservare
cogli sperimenti co nvenienti, e rilevatele parli coi arila tulle, emerge
appunto anche una quantità implicita mntale^ì a quale non appartiene
propriamente agl] estesi rettilinei ini posta* h 5 raa mteryicne sempre nei
concetti dei cosi delti incommensurabili pei compiere la vera e logica
unificazione. Questa scoperta è un fatto primitivo semplice-, e dirò quasi
intuitivo, col quale si rettifichilo tulle lo cattive maniere dì diro adottale
dai matematici, e uel fatto stesso si dà ragione dell esattezza dei loro
calcoli, e del fondo di verità ravvolto sotto le cattive loro locuzioni. L
implicito si ravvisa pròpria meri le da* suoi effetti a guisa dulie Jorze
esistenti io naLura. e non già per la sua forma, come ho già avvertito di sopra
(ved, l3y, V olendo neJjf uuificazio no magistrale Impiegarlo a dovere,
conviene necessaria mente conoscerne lo 1? Ì juUitrali^ uuLl altrimenti che per
dar corso ad un'acqua, o per dirigere una correalr delinca, è necessario di
conoscere e dì rispettare lo leggi naturali di questi di ti dì. Ora si domanda
por quale maniera si possono urna destare a noi le leggi naturali di quesLo
implicito. Ogni ma te malico filosofo mi risponderà che tali leggi ci verranno
rese manifeste mediante le funzioni naturali della quantità estèsa, come le
leggi della natura vivente vcagcìJtJ rcsc manifeste dai fenomeni che accadono o
che emergono da sugaci esperimenti. Determinalo questo mezzo, che cosa dunque
ci resta a fare per ricoprire almeno le prime leggi naturali che bramiamo?
Ognuno mi risponderà, che converrà incominciare da uno sviluppa mento in Serie
^ proseguire indi colf analisi si assoluta che comparativa indicata dai Litio mi
di questa serie, e ciò sì per le grandezze discrete che per lo cmiliuue5 e
finir ludi culi’ indicazione dei risultali che nc emergeranno. Qui io non posso
presentare questo lavoro. Ciò nou ostante in via eli primo presentimento io
invito il lettore a gettar nuovamente Y occhio sulla tavola posometrica qui
annessa. Dopo un breve esame, limitato soltanto ai fenomeni presentati dalle
due prime colonne, si avvedrà che allorquando noi vogliamo contemplare le cose
sinotticamente, ci si presenta una segreta funzione precisamente inversa di
quella che esplicitamente abbiamo eseguila. Noi infatti, incominciando
dall’zmo, avevamo per una positiva apposizione fatte crescere radici e
fabbricati quadrati. Ma considerando bene le cose, noi ci avveggiamo di avere
invece praticata una divisione d’una grande unità nascosta, e ciò tanto per
tutto il corpo dell’unità, quanto pei gradi di distanza fra l’uno e l’altro
termine. Più ancora: troviamo ebe ciò che ne fa specchio nell ultima
evoluzione, nella quale si effettua Y eguaglianza^ e si finisce assolutamente
il primo periodo, ciò, dico, che ci fa specchio,non è il zero segnato di Ironie
al termine di 50, ma bensì una quantità nascosta, la quale ci dà per differenza
Io stesso quadrato di 50. Nè qui dir si potrebbe che la costruzione di questa
tavola sia arbitraria ; ma all’opposto confessar si deve ella essere indicata.
Mirate prima di tutto le ventiquattro desinenze scritte dei quadrati perfetti.
Esse si variano solo fino al grado di 24, e appuntino si ripetono identicamente
all’infinito; talché leggendo voi materialmente qualunque numero espresso con
tre cifre o più, e non incontrando qualcheduna delle dette 24 desinenze, siete
certo ch’egli non è un quadrato aritmetico. Paragonate in secondo luogo ogni
quadrato di ciascuna colonna col quadrato di quella che gli sta contro a
sinistra. Voi vedrete che fra la prima e la seconda la differenza ad ogni grado
cresce costantemente di 100; fra la seconda e la terza cresce di 200; fra la
terza e la quarta cresce di 300, ec. ec. Tutto ciò si fa con tal legge, che
giunti al fine di ogni colonna vi avvedete che il periodo è così compiuto, che
non potete far valere l’aualoo ia, e proseguire in via di differenza a far
nascere il quadrato che naturalmente vien dopo, nemmeno duplicando o rispettivamente
triplicando i termini indicati. Il primo periodo è il più pieno; ed in questo
non si possono eccedere che i primi cinque quadrati naturali. Oui taluno mi
potrebbe ricordare che noi abbiamo cinque dita in una sola mano; che siamo
dotati di cinque sensi distinti; che noi colla mente o coll’ occhio possiamo ad
un solo tratto al più cogliere un com¬ plesso di cinque idee, come avvertì
anche Carlo Bonnet; e che, oltre a questo segno, siamo costretti a contare.
Queste indicazioni però non presentano che una congettura di analogia per
Spiegare la legge indicata dilla favola. Li basti il fatto per farci avvertire
die lumi nello sviluppa- incubi ilei concetti nostri fpsometrici mia legge
segreta, la quale si mauilr.'iia nello sviltippament# paragonato della quantità
Ma vestendo i concetti aritmetici con forme estese, e congegna qlIoIì ni modo
che la ragion nostra abbia sotto la mano i termini assoluti ei tei mini
relativi convenienti per eseguire V unificazione giusta le conilizjom
pienamente logiche già accennate, che cosa ne dovrà seguire? Egli seguiva, che
la mente umana dovrà conciliare lo ragioni proporzionai! intellettuali colle
spoglie, colle forme e colle condizioni irrefragabili del1 esteso. \ olendo
quindi trattare eongi un Lamento due o piu proporzioni con una forma di
eguaglianza incompatibile all’indole logica di esse* tlnv ra lW£cere nei
prodotti uu pia ed nu meno rispettivo, il quale 3 Iirugi dui i iprovarc 1
esattezza del calcolo, anzi lo gl li stili citerà, e cì potrà servili di
passaggio e di mezzo termine a comunicare la forma logica coma alle assunte
grandezze. Allora ci verrà fatto palese l 'elementi) rispettivodi continuità;
allora vedremo come co Ih identità si c'oodlii b varietà, come la
disuguaglianza vitale si cangi unga colla eguaglianza eiemontare; allora
vedremo come le parti stiano insieme, e tutte conciprra- 1,0 a ili re un tatto
unico, individuo, pieno di concordia, di forzai di bellezza, ect e e. Aulla è
qui 1 industria, come è nullo V umano arbitrio. Tutte è kdicalo espressamente e
determinalo imperiosa meuic da Uà mi ame rito al.eslSo della natura, la quale
corona l’opera di colui che seppe in lei' rogar là. e volle docilmente seguirne
i dettami . Io sarò come J ho 5 dice in suo cuore il trascendentalista: ma egli
non s avvede, clic invece di occupare il trono della luce e della possanza, si
assido su quello delle tenebre ù dell impotenza. Egli non s? avvede die legge
di oscurantismo ù quella t,h egli detta seguendo 1 orgogliosa pretesa di
possedere uu assoluto ae* goto ad ogni mortale. Egli non travede il pericolo
che il genio delle leu e lire a l quale egli serve, possa essere debellato
dalla luce possente q dalla spada acuta della semita e parlata ragione. Bastino
questi cenni per segnare almeno In via di prima proposta lu tracce generali
dell unificazione magistrale domandato. Qui non n Irattava che del semplice
magistero del calcolo sinottico, atteggiato iu conseguenza delle leggi
necessarie delia utiiiìcaziouù sostanziale. I /esce il alone positiva di questo
magistero darà, a suo Wmpo, lume, e presterà la prova e la sanzione a questa
proposta. 94De II’ unificatici n e morale delie Matematiche. Quando il calcolo
di unificazione venga fondalo, dimostrala, è fino dai primordii della
disciplina esercitato, cito casa avvenir de? e nelle Malemaliche? Ognuno lo
prevede agevolmente, dopo le cose accennate ud 83. T junie. possanza, unità,
semplicità, facilità in tutta la scienza, saranno le conseguenze dì questo
genere di calcolo. Allena si andranno a fondere io uno stesso complesso tulle
le scoperte faLle sin qui: allora lolle le opinioni vere si daranno mano, e le
erronee sLesse si spoglieranno di quella larva o di quei difetti che le
viziavano. Quel dì vero che contenevano apparirà sotto il genuino suo aspetto,
e contribuirà ad accrescere il lesero delle utili verità. Di questo tesoro bau
diritto gli apprendenti di approffklsfBr, ed c dovere dei precettori di coma
oleario, per quanto si può. genuino, splendida. completo. Ciò fare non si può
con una esposizione la quale manchi dì unità; o quest'unità mancherà sempre
fino a tant o che le nostre ricerche saranno, dirò così, diramate, come veggi
amo nelle Opere dei matematici. Convien dunque almeno riunirle ed unificarle,
riducendo le cognizioni alle cose fondamenta li, e di una vera e solida
utilità. Ma per eseguire conio conviene questa intrapresa convien possedere fa
n a lo n i ia e la fisiologia, dirò così, m a te m allea la qual a’n o s E ri
giorni pare negletta, o non forma almeno che V occupazione segreta di i]u:er fa
qual cosa l’aver ereditalo uu ricco patrimonio non ci dispensa dal sapere come
vada amministrato ed aumentato* Quindi l'economia dell5 insegnamento dev’essere
tanto più perfetta, quanto più le ricchezze nostre sono accresciute. Ma la
perfez ione di questa economia uou si otterrà mai se non a proporzione che
imiteremo enn piena cognizione ed accorgimento il primo periodo della
invenzione. Fu detto che gli estremi sì toccano senza confondersi: ecco ciò che
osservar dobbiamo nelle opere nostre.! primi passi furono fatti alla cieca, ma
furono giusti. Ripetiamoli con piena cognizione, e facciamo che siano graduali
ed opportuni,e saranno più rapidi e più utili. Con questo consiglio io non
intendo che svolgere dobbiamo le panne della storia positiva delle Matematiche,
e trame indi modelli d.' imitazione. lo proporrei una sciocchezza, ed una
sciocchezza d? impossibile esecuzione. Le origini matematiche si perdono nella
calìgine di un indefinita antichità, della quale una abbiamo monumenti. Dall7
altra parte sì tratta di valerci dei prodotti dell5 invenzione, per trapiantare
le cognizioni acquistate nei tardi posteri che vengono al mondo. Quando
propongo dJ imitare gli antichissimi coltivatóri, io intendo d* impiegare una
frase ch’esprima lo spirito filosofico, c non la forma positiva del metodo da
me creduto necessario. Processo logico della parte dimostrativa. Sue funzioni
emine mi. Tutto l'affare adunque si riduce ad eseguire le condizioni
indispensabili prescritteci dallo natura ad apprendere con verità e con
profitto. Fin qui ho accennate le condizioni eminenti di questo metodo. Ho di¬
stinto lo scopo logico dallo scopo morale ^ e la parte dimostrativa dalla parte
interessante* Ora mi conviene dire io particolare qualche cosa della parte
dimostrativa della istruzione matematica, perchè essa è quella che somministra
l’oggetto proprio che si pretende di conseguire. Le altre condizioni non
riguardano clie la maniera migliore di trasmetterlo e di assicurarlo. La parte
dimostrativa, della quale intendo parlare, non riguarda la forma minuta ed
esteriore, colla quale si scioglie un problema osi dimostra un teorema: ma
bensì il complesso delle funzioni logiche, colle quali si acquista la scienza.
Tutto il processo logico pertanto forma per ora 1 argomento del mio discorso.
Questo processo iutiero si è quello che io comprendo col nome di parte
dimostrativa dell’ insegnamento. Le parti di questo processo sono le stesse in
Matematica, come io qualunque altra disciplina. Io mi restringo qui alla parte
eminente, perocché gli artificii pratici sono una conseguenza dei dettami della
medesima. Distinguere, connettere, esprimere, sono le funzioni simultanee ed
inseparabili di qualunque invenzione ed istruzione possibile umana. Lsse sono
indispensabili alla limitata nostra comprensione, perocché ad un solo tratto
non possiamo ben cogliere colla mente se non quanto cape una nostra mano.
Queste successive funzioni non sono necessarie allTutelligenza suprema: come
nou sono necessarie quelle forme simboliche che denominiamo idee generali, le
quali realmente non sono che monogrammi per ajutare la limitata nostra
comprensione. Distinguere, connettere 5 esprimere uella maniera la più facile,
la più breve, e la più proficua all’ intento che ci siamo proposto, forma il
inerito dei buoni metodi sì d’invenzione che d’istruzione. L’effe Ito primo ed
intrinseco, il più segnalato di essi, si è quello di ridurre le idee ai minimi
loro termini. Con ciò intendo dinotare quell’ operazione, per la quale si
estraggono e s incorporano i concetti, e si rannodano a pochi centri di
richiamo, per mezzo dei quali tutte le idee principali, riguardanti quel tal
soggetto logico, vengono ad un tratto risvegliate. Da ciò nasce quello che
dicesi colpo cl’ occhio, il quale forma il merito eminente dell’ingegno: e
quando coglie gli estremi più lontani e li unisce, costituisce il genio. Il
distinguere si può prendere in due sensi: il primo come pui'O fatto, ed il
secondo come operazione logica. Il distinguere, considerato come puro fatto,
altro non significa che quell’alto mentale, por il quale facciamo sortire le
idee differenti componenti i nostri concetti. Questo risalto puramente mentale
deriva dall’esercizio della nostra al tentivitìi} ossia dell’ attivila dell’
animo nostro, il quale nelle masse delle percezioni, sia interne, sia esterne
(le quali a prima giunta si presentano confuse, uniformi, incorporate), si
sforza di discernere, sia le parti che le compongono, sia i limiti che le
separano, sia le relazioni che le connettono, e cose simili. Fino a che non
figurate uno scopo a questo esercizio, egli rimane un’operazione di puro fatto,
ma tosto che voi volete con questo esercizio scoprire la verità, la operazione
di distinguere esige d’essere fiancheggiata da quelle funzioni, senza le quali
sarebbe impossibile di conseguire la cognizione del vero. Posto questo scopo,
conviene avvertire che altro è il distinguere, ed altro è il disgiungere . La
prima operazione altro non importa, che di avvicinare l’occhio o adoperare una
lente, per vedere in una maniera distinta e propria ciò che veggiamo in
confuso. Il disgiungere, per lo contrario, importa il segregare un oggetto, e
costituirne una cosa avente o un esistenza propria, o un attività isolata. In
ambi 1 casi interviene un nostro giudizio. IN e 1 pumo si atti i— finisce
un’essenza ed esistenza puramente logica, propria all’ oggetto; nel secondo se
lo considera spogliato da ogni relazione o di causa o di effetto o di concorso;
in breve, se lo riguarda come dissociato. È più che noto, che non tutti gli
oggetti logicamente distinti possono essere realmente esistenti ; e che non
tutti gli oggetti realmente esistenti sono effettivamente disgiunti. Eppure un
rozzo istinto ha tratto e trae ancora alcuni pensatori a confondere questi
concetti. La famosa setta dei Nominalisti, combattuta e fin condannata dalla
Sorbona, mostra quanto grossa e illusa (benché astrattissima e meglio
sfumatissima) fosse la filosofia dominante di quel secolo. Le produzioni poi
moderne di alcuni cervelli lenti e grossi ci somministrano le prove attuali.
Per ben distinguere e per ben disgiungere ricercansi gli occhi e le ali
dell’aquila, e non gli occhi e le gambe della talpa. I cervelli grossi e lenti
non potranno mai e poi mai nè ben cogliere le differenze, nè bene abbracciare
il complesso degli oggetti logici. Dunque il loro ufficio nel mondo scientifico
è quello di occuparsi di que’ lavori che si fanno coll’arco della schiena, e
non col cervello. Quando, violando la loro vocazione, si vogliono ingerire in
ufficii superiori, e dal portar sassi e calcina vogliono passare a far da
architetti, le loro produzioni sono moli informi, slegate, rovinose, oltre
d’essere meschine, goffe, e senza splendore. Voi diffatti non ravvisate che
brani staccati di concetti compatti. \oi vedete che colle loro pretese
astrazioni uon iscompongono le idee, ma le piglia¬ no pei capelli, e le palpano
al di fuori, limitandosi quasi sempre o al davanti, o al di dietro, o al
fianco, c mai abbracciando il tutto della cosa. im Oa ciò devo nascere, CO me
nasce difftt ti * che uhm osservatore si Lrova d’accordo coll’alito; e quindi,,
so egli La seguaci, si formano ialite scuole, le quali sì rombatoli o a
vicenda* e souo lutti cebi che. giro» caco alle bastonale. Finn a che essi si
limitano all1 anfiteatro de IF idealismo puro, essi non presentano die uno spettacolo
ridicolo: ma aliarci u: invadono le scienze e le discipline interessanti. il
loro procedere dive afa intollerabile non solamente per le mostruosità che
partoriscono, ma per la boria colla quale deprimono e rigettano le cose
veramente eccellenti non Configurate alla loro maniera. A] brn distinguer è e
al ben disgmngere ostano pure i cervelli vivaci, sottili, ma puerili, i quali
pigliano j concetti a volo di uccello. La vivacità, la varietà e la disi u voi
tura alba* gllano, ma non creano opero die reggano al crocinolo (Firn pieno
esolido esame. A udì’ eglino bau do II loro orgoglio; ma è più scusabile c pii
tollerabile di quello dei primi. DiffatLi se consideriamo le loro produzioni.
esse non banuo ! aria goffa e pesante, ovvero stentala e strana dei pumi: essi
a banco di no concetto pie no non pongono un’ appicciata ra, nò dopo di un
pensiero nobile soggiungono una trivialità. Leggende le Imo Opere non vi sembra
di camminare sopra una grossa gìnaja* ma mv pia un terreno sebbeu disuguale, dò
nonostante agevole, spedito, e circondalo di amenità. IJ loro orgoglio poi è
più tollerabile: perocché se essi non vi ofirouo le produzioni di un genio
vasto, possente, profondo c solido, ciò nonostante Lamio Mèitudme di sentirne
almeu di lontano il pregio, e dì stimarlo ari die co! plagio. Che se poi
passiamo alla sfora dell Inteièssante^ essi non li armo la balorda pretesa di
violentare la natura c dì trattarla sul letto di Proclisìe, come lamio i primi;
ma sì piegano alle voci della medesima. E se mancano di grandi principi!,
almeno suppliscono colla finezza di un senso morale clic nobilita e raccomanda
i loro divisamente Vi sono altri cervelli, i quali hanno una profondità
parziale* ma mancano di quella Ubèra spiritiudita* la quale non solamente sa
sollevarsi alle grandi vedute, colle quali ben si connette e ben si disgiunge
ma eziandìo si spoglia da quelle illusioni, e sgombra quei fantasmi clic
circondano la si era delibiamo interiore. Di dò làmio fede lo loro produzioni.
delle quali vedeto profondità e disordine, indipendenza e pregiudìzi i.
presentimenti morali c violenza; e sogliono mancare sempre di varietà, di
finezza, di amenità e di armonia. Anche questi hanno il loro orgoglio ma esso
non impedisce loro di stimare c di riconoscere il btto ll0; qua mF anche uou
sia fatto alla loro manierale di accoglierlo con istòria* Sonovi finalmente
cervelli d’ una tempra viva, ma riposata, aimonica ed estesa, i quali
presentano le cose con isplendore, finitezza, armonia e connessione, quale si
ricerca per la scienza completa. Tali erano, per esempio, quelli dei Greci.
103. Delle funzioni sussidiarie ai ben distinguere. Ho detto die per ben
distinguere sono necessarie alcune funzioni sussidiarie. La prima di queste
funzioni consiste nella proposta della materia o dell 'oggetto della data
scienza o disciplina. Se, senza presentare un oggetto al vostro sguardo, voi
non lo potete esaminare, egli sarà egualmente vero che se no’l presentate
tutto, non lo potrete esaminare per intiero. Ma non esaminandolo per intiero,
l’idea ultima particolareggiata, che ne risulterà, non costituirà giammai
l’intiero concetto distinto della cosa. Ora mancando una parte di ciò che
cercavate, voi siete realmente defraudato nel vostro intento. Esso anzi manca
intieramente, perchè voi volevate il tutto, e non la parte. Bonuni ex integra
causa; malum autem ex quocumque defiectu. Dunque la proposta dell’intiero
soggetto ed oggetto è la prima condizione assoluta per ben distinguere. La
proposta dell’oggetto non può dirsi logicamente intiera fino a che non lo presenterete
co’suoi estremi. Vi sono estremi intrinseci ed estremi estrinseci. I primi
costituiscono V unità delle cose; i secondi ne segnano la latitudine, e però
più propriamente meritano il nome di limiti o di confini. Questi però non sono
che rispettivi alla nostra intelligenza ed ai rapporti che noi sosteniamo colla
natura. Gol nou conoscerli si tralascia di ottenere tutto quel bene che la
Provvidenza offre alla nostra potenza; col volerli trascendere si dà di cozzo
contro un muro di bronzo. Ma quando si conoscono, non si pensa di oltrepassar¬
li. Parlando della prima proposta scientifica, io non esigo altro che gli
estremi estrinseci, perocché gli intrinseci non si possono conoscere se non
dopo l’esame. Non ogni proposta scientifica si può fare colla stessa facilità.
Questa facilità cresce o decresce a norma del posto che la data scienza o
disciplina occupa nell’albero enciclopedico. Diffatti, inoltrandoci in esso, si
trova in molte parti non solo che i risultati di più scienze antecedenti
formano le radici d’una stessa scienza conseguente, ma eziandio che i limiti
d’una data scienza sono fissati dai limiti delle altre confinanti.!: |(U. Della
prima proposta filosofica, Suoi llmiÈÌ, suo interno, suo spirito eminente* La
prima proposta puerile e sensibile della Melemalica è fatta dàlia stessa natura
coll’ averci dato cinque dila por mauo e per piede) ed uh sole ed una luna die
dilla mina no. La prima proposta, per lo contrarlo) filosofica non può essere
dettala fuorché dalla cognizione profonda dolio leggi die governarne la nostra
intelligenza* Queste leggi debbono essere esplorate con Sperimenti certissimi e
concatenali, i quali ci addilitio i yen limiti della scienza. La proposta data
in esame agli a ppre uditili deve riunire V apparenza puerile ed il valor
filosofico : quella deve eoadurre alla scoperta di questo. Il valor filosofico
della proposta dev'essere eminente io voglio dire, ch'egli deve virtualmente
comprendere tutta la sfera dell' oggetto^ in modo che Pesame, che si farà,
somministri i risultali che si ricercano* Dunque la proposta apparente dovrà
essere espressa in modo da abbracciarti virtualmente tutta la sfera suddetta.
Una buona proposta pertanto non può esser fatta da un mero erudito in una data
scienza o disciplina, ma solamente da colui elio conosce il valore complessivo
della m ed esima. Quello che i Latini dicevano pitti et potesiatem tenere è
cosi Indispensabile, che ninno potrà nemmeu dare il vero succo di un libro
senza possedere la materia di cui egli traila., o almeno senza avere qnel colpo
d’occhio il quale sappia cogliere le idee fondamentali* e radunarle in un
compendio ordinalo. Considerando io scopo vero della Matematica, essa definir
si potrebbe la logica delle quantità . Essa è dunque un arie razionale. Qui
dunque la re téma servir deve all’ opera. Il calcolare costituisce appunto
quest’opera* La dimostrazione d'un teorema o la soluzione d'un problema
geometrico sono un vero calcolo, perocché ogni raziocinio, nel quale si tratti
di scoprire i rapporti di qualunque quantità, ò no vero calcolo. In natura si
presenta no quantità finite e quanlit k indefinite. Quando voi pesate una cosa,
voi maneggiate una quantità i n defili ititi quando all’opposto misurate una
pianta, voi maneggiate una quantità finita. Ntl primo caso, dopo avere
stabilita l’oncia e il gratnma, potete ancora suddividerli fino a clic F indice
della bilancia non segni alcun movimento ad occhio mi do.. Voi potete ancora
figurare una bilancia pili sensibile e un occhio armato di microscopio, che vi
segni altri gradi ancora* Dalfeltra parte poi l’idea della forza di gravità,
alla quale attribuite il p15’ so, non vi presenta ver un limite fisso, al quale
possiate riportare la divisione della quantità* Ciò che ditesi della forza di
gravila dire pur si deve dì qualunque altro concetto non circoscritto da limiti
conoscili Le Per lo contrario nella misura della pianta v ha un limite certo,
oltre iE quale vedete c toccale elfessa nou esiste* Qui dunque la quantità può
essere dvfinita^ sia per voi* *sia per la formica che cammina sulla pianta* \
oi usate uu metro più esteso di quello della formica. Ma ciò è puramente
rispettivo. Ogni idea sémplice ed isolata è perse, illimitata: essa non viene
circoscritta die col paragone di altre della stessa specie. Po suono non limita
fidea dTuno spazio; nè un sapore quella di un colore. Col raduna* re molti
odori, molti sapori, molti colori; o molli suoni 5 non si può uè fondare nò
esprimere un calcolo dimenslvo. Voi potrete bensì sentire che Tono ù diverso
dalP altro, o che lo stesso è piu o meno gagliardo 5 ma non poLrete misurarne
due diversi, e meno paragonarne il più 0 meno delibino coti quello delbaltro,
per determinare l’eguaglianza o la disuguaglianza reciproca., cd ottenere i
concetti logici del calcolo dimenslvQì Quando ne esprimete molli, altro non
fata che annunziare la diversità di tutti con una sola locuzione A v re Le
dunque un calcolo enumeratilo^ ma non dimenswo. Il calcolo dimensìvo adunque in
ultima analisi deyesi ali7 idea delV ostensione derivataci dalla vista e dal Latto.
Dico anche dal tatto; perocché (senza entrare in disquisizioni psicologiche, e
dimostrare la potenza primaria del tatto) osservo che i ciechi nati calcolano
quanto i veggenti. Testimonio ue sia il cieco- nato Sauuderson « il quale
meritò ili succedere nella cattedra di Matematica al celebre Newton, Ma l’idea
dell* estensióne^ presa vagamente* non determina ancora il calcolo dimensivo.
Essa ricerca d'essere finita e circoscritta. ÌJ illimitato può, dirò così?
servir dì margine^ come il bujo spesso servo di limile ad un esteso
illuminato:, ma non può costituire un elemento di calcolo. Chiudete gli occhi,
c poneteli contro il sole o contro una fiamma vicina. Avrete un {barlume
rosseggiante ed esteso, ma non definito né circoscritto. Questo ed altri simili
soggetti sono sottratti dal dominio delle Matematiche* Ilio muras aeneus esto,
dico la Filosofìa a qualunque uomo il quale voglia conoscere tutta la
latitudine possibile dell4 orbe matematico. Dico dell'orbe matematico-; e con
ciò comprendo tanto la parte contemplativa* quanto l’operativa : tanto la
geometrica, quanto l’ar itm etica, lauto i limiti della quantità escogitabile*
quanto i limiti dell* algoritmo praticabile, « L’algorilme (dice d 'Alembert
nell'Enciclopedia] selou Sa force des mots siguifie proprement l’art de
supputer avec justesse et faeili» té.... c’est ce qu’ou appelle logistique
nombrante ou numerale.)) L’algoritmo adunque forma in sostauza il calcolo puro
aritmetico. Ora per questo calcolo esistono due principi!, coi quali si fissa
la massima latitudine sì del suo oggetto, die del suo mezzo ; e quindi si
determina la massima sfera possibile della sua possauza. Questi principii sono
proclamati dai matematici. Col primo si prescrive che le quantità adoperate
debbano essere della stessa specie \ col secondo che il nulla e il tulio sono
due estremità poste fuori dei numeri, e quindi fuori del regno dimensivo
escogitabile. Siami qui permesso di servirmi delle parole proprie di matematici
celebri, per indi procedere senza contrasto a quello che sono per dire in
appresso. « L’unico mezzo di misurare una quan» tità (dice il celebre Paoli) è
quello di riguardare come cognita e fissa » un’altra quantità della medesima
specie, e determinare il rapporto di » quella a questa (l). » Questo principio
riguarda il mezzo e l’ intento d’ogni possibile algoritmo. Esso presenta
l’iniziativa del principio dell’omogeneità, del quale ho parlato nel GG. Se
questo principio, annunziato da Paoli, non racchiude tutte le condizioni
positive dell’ algoritmo in qualità di mezzo termine logico plenario, esso però
segna gli estromi dell’algoritmo stesso: di modo che dir si deve impossibile,
allorché per misurare una quantità si volesse far uso di una quantità di specie
diversa, o che non si potesse tradurre in una specie identica. Frustraneo poi
diverrebbe l’algoritmo allorquando non servisse a determinare il rapporto
domandato. Tutto questo riguarda i limiti della parte operativa di tutta la
Matematica, sia quanto all’intento, sia quanto al mezzo, sia finalmente quanto
alla potenza umana nell’ occuparsi della quantità. Passo ora ai limiti ultimi e
massimi della parte contemplativa . Il cel. Leibnitz in una lettera scritta nel
Settembre del ITI 6, ultimo anno della sua vita, esponendo il vero significato
dei nomi, e il vero valore meramente approssimativo del suo calcolo
infinitesimale, dopo d’aver dimostrato che Io zero moltiplicalo per l’infinito
darebbe l’unità, prosegue, (c Mais on peut dire que cela y va, et non pas qu’il
y arrivo, car a la » rigueur nihilum, qui est l’extrémité des nombres en
diminuant, de¬ li vrait ainsi étre divise par omnia, qui est l’extrémité des
nombres en » augmentant. Mais X omnia pris cornine numerus maximus est une elio))
se contradictoire comme numerus minimus. Les deux extrenutes nani » et omnia
sont hors des nombres, extremitates exclusae non inclu (i) Elemenli di Algebra.
Tomo I. pag. i e 2. Pisa iyg4 -1 sa e (0
» Qui, come ognun vedo, si parla dui nutnero puramente aritmetico a metafisico,
v. mm del vero numero matematico esprimente la quantità fisica escogitabile. I
limiti della Fisica coincidono con quelli qui tracciali dal Leibnitz L’idea di
quantità estesa sla fra le chimeriche idee del punto ine steso e dello spazio
infinità . Al punto iuesleso geometrico corrisponde il nihìlnm aritmetico, ed
ulF omnia aritmetico corrisponde lo spazio in lini lo geometrico* Detratto cosi
V esteso illimitato, cesia dunque per le Matematiche il solo esteso
circoscritto. Questo è o commensurabile, o incommensurabile 5 vale a dive
suscettibile di misura coincidente 0 non coincidente con un dato altro esteso
fluito e circoscritto, preso come termine di paragone. Ma per ciò stesso che
esisto uu incommensurabile esisto un indefinito entro certi confini. Ilavvi
dunque un indefinito illimitato ed im indefinito limitato 11 primo è sottratto
totalmente dal calcolò ; il secondo può andarvi soggetto. Ma., atteso hi sua di
versili dal commensurabile^ il calcolo avrà alcune leggi spedali. Queste leggi
proprie de IV incanì mensurahile soffrono modi fio azioni subalterne, a norma
delle diverse specie d ' incommensurabili ih. Due specie principali $
incommensurabilità $ incontrano: la prima ì V apparente^ la seconda ò la reale.
La reale poi si suddivido in omogenea ed eterogenea. L’omogenea u quella che,
sottoposta al trattamento della moltiplieadoue dogli estremi e dui mediì, vi dà
ntf identità perfetta fra i prodo Lti. L’eterogenea poi è quella che non
somministra questa identità, quantunque vada soggetta a leggi corte, e
conciliar si possa colf unificazione. Senza calcolare V indefinito limitalo à i
m possibile di misurare le forze e le composizioni della natura 0 delle arti, é
anche d1 illuminare i risultati che riguardano quei soggetti limitati e finiti,
i quali esistono od agiscono in uno stato unito e continuo. 11 calcolo del
fruito c dell’indefinito limitato sono adunque due parti integranti cd
essenziali della stessa scienza ed arte, sia integrale, sia differenziale, sia
compositiva, sia risolutiva, sia primitiva, sia secondaria. Essi non solamente
sono inseparabili quanto allo seopo^ ma eziandìo quanto al processò: io voglio
dire, che con si possono far succedere in senso diviso, ma usar si debbono
alternativa mento, secondo V avvicendamento del commensurabile e
incommensurabile^ c si debbono far concorrere In compagnia nell* unificazione*
Per la qual cosa i due algoritmi debbono essere associati Fimo all* altro per
compiere il viaggio, e debbono darsi mano per tutta la strada, Opero, omnia. G-rmHiu si pad Frairvs Dei
olirmi, i-p^. ] général, cornine nous Favons déjà remarqné en dounauL la
doductiou » de la tedi Die de ralgovitbmie . Nnus le repétous : toni ce quìi j
a de » géaéral daus la lésolulltm lliéorique des équations, ai usi que dans
toujj te la ili éo rio de faigoriLlimie, se Irouye domié par les lois
londamenì) lales que nous avous assìgtiées aux differeuLes brauebes de collo ih
do» rie: oii no saurait alter au-delà; et jamais mi n’auva des lois oli des j j
procédés li j é o ri ques gét i ère t ux d i fio r e u s de con \ que nous
avous d e l o r3i luinos. La certitude absolue de euLLe assertion osi lo lido e
sur les pnu» cipes i neo Lidi tic nnels dcsquelles derive ni les lois iheonques
doni il 31 Sigilli ('). Siena reso grazie
al signor W ronski, il quale cou queste ed alito simili dichiarazioni ci La
rivelalo la nullità completa delle sue formule algoritmiche, dedotte dalla con
siderazione delle somme ed ultimo generalità. Grazie si angli pur rese per la
causale ch’egli adduce di questa nuli ila, benché questa causale sia
assolutamente antilogica. .Mi si domanderà da quale litoio di ragione io derivi
questo giudizio. Prima di rispondere categoricamente mi si permeila di
domandare se sia vero, o do, che il signor Wronsld abbia confessalo cou lutto
il mondo, che lo scopo d’ogui calcolo consiste uelT oLle nere le misure o le
valutazioni da noi domandale. Qual è il mezzo per olle aere questo scopo, se
non che l algoritmo? In che consiste F essenza dell' algoritmo, se non se nella
virtù, ueda possanza, ne ih efficacia a farci ottenere il suddetto intento ?
Senza que si* efficacia che cosa diventa ^algoritmo, fuorché una spada che nou
taglia, uno stromento che non suona, un interprete che non parla; in breve, un
mezzo futile, incompetente e nullo? Ma d’ oude l’ algoritmo U'ar può la sua
virtù e la sua efficacia, se uou che dalla qualità degli oggetti e dalle leggi
naturali e indeclinabili del nostro intendimento ? Dunque sono oziose ed
incompetenti le considerazioni colle quali si prescinde dal concelLo intiero e
pratico delie leggi di questo intendimeli Lo applicato alle quantità
matematiche* io m L riserbo nel sesto Discorso di porre in chiaro la maniera di
vedere del signor Wronsld in fatto di Filosofia. Allora il Pubblico vedrà, che
altro egli non. La fatto elio seguire appuntino ìl solito costume di tulli (0
Inli'ùdiicttQJi à ht i>htlwoj>Jitc ics Mitih àmitujucs2 pag. uGi-aGa. rm
i Jvati risii . Essi senz'altri .apparecchi escono dal mondo e &’ tu abituo
nei tnt&endentalismO) per ivi cercare h pietra filosofale ètftasmkk. Quando
credono di possederla rientrano nel mondo; ed a costo dì-faro a p tigni col
pieno cero pretendono che a\V assoluto si assoggetti ogni cosa. Scorrete le
Opere degli scolastici dei medio evo; esaminate Indoro maniera di vedere, di
parlare 3 e perfino dì tessere alberi di idee; eroi ' accorgerete tantosto eh
essi rassomigliano ai moderni trascendentali^ r specialmente al signor Wronski,
Cosi adoperando-, si fa precisamente !' tiocedeie la scienza, e sì riconduce lo
spirito umano ad una seconda ignoranza peggiore della prima. Nell a prima i
concetti delle cose riuscivino iucompeLeuti per mancanza di distinzione; nella
seconda lo som i •-! mancanza dì pienezza. La prima ignoranza presenta vasi
coti linea* menti grossolani; la seconda si annunzia con viziose dicotomie. Ma
celli j nniLi ignoranza si aveva la realità} e non mancava die la dlsiuiziom:
> U acciò, progredendo, si poteva cogliere il distinto senza sorpassare il
*i £l e' '^ll secoada ignoranza, per lo contrario, si abbracciano quasi ìt S0 K
Uuvo^5 e progredendo si allontana vieppiù dallo stato reale delie ose, t. dalle
condizioni necessarie alla potenza logica umana., ( |Jll0Da 501 te fi?
Matematica, specialmente pratica, è cosa che non 1 u soiliiie ti svisamenti ; e
però, trattandosi delle equazioni, non si posu. lai vuleic algoritmi frustranei
. Quindi Y assoluto deve contentarsi au pi im.jto di puro nome, e iP investire
i suoi seguaci del possesso l • campagne dei poeti d1 Arcadia* Tutto ciò è in
regola, uè può ac* . a^1 hricnli; perocché col disfare non si fabbrica, e collo
sciòglierò uon si tesse. h* che * par tic ola ri sono indipendenti fra di essi
e da og ì ce u mento generale, Disti ugniamo la diversa possibilità astratta 1
A i,J diversa possibilità delle leggi logiche alle quali postiti delìu! forril°
e ceni binazioni materiali possono essere il costa/1"'3 T 3 L algoritmiche
sono essenzialmente limitate, certe stoiche ] l inazioni dei vocaboli sono
indefinito: si dirà per qui v m l^L ^ bar|are siano indefinite, e che le regole
grammatica /KJ^U yUtì rJa °&ai procedimento generale? Onesto scambio no puU
vacare latech* mi «g0o del caos 8 della fotte, ma noe »d r° esistente, nel (i[b
ale tutto è soli||ósto a leggi determinale C°S,TÌe S‘ 1>UÒ Jirc “*>
Fontcelle. cLo la Lg uita .1 ruord'f.! r* ?* *°U0 iu **M*m tjucsle leggi
«lgorilmkbe L ^ 0èr‘cI1^ lcog' psic.blogicLe, leggi di r^e, loggiato interiore
? Voi, voi stesso ce lo dite al principio del vostro libro. « Il » faut savoir qu’il exisle,
pour les fouctions iutellecluclles de lhomme, » des lois déterminées. Ges lois
trascendentales et logiques caraclerisent » T intelligence humaine5 ou plulòt
constiluent la nature meme du sa» voir de l’h ottime. Or en appliquant ces lois
5 prises dans leur purete » subjective, à l’objet generai des Mathématiques, à
la forme du monde » pbysique, il en resuite, dans la domaine de nòtre savoir,
un sistème » de lois parliculières qui régissent les fonctions intelle cluelles
spécia» les porlaut l’objet de cette application sur le temps et l’espace. Ce
sont ces lois parliculières qui constiluent les principes philosopbiques des
Mathématiques, principes que nous avons nommes 0). » Ciò posto, ne viene la conseguenza: o che tutte le
buone teorie in ogni ramo possibile dell’umano sapere si riducono ad una
sterile speculazione; o che esse regolar debbono 1 casi contingibdi entro la
sfera del consueto, al quale esse si estendono. Larghissima riesce questa
riflessione per la Matematica, nella quale non si tratta che delle pochissime
leggi della misurazione, e nella quale la posizione dei fatti non importa 1
arte congetturale necessaria alla storia reale, fisica, morale e politica. Fra
l’algoritmo e la grammatica avvi la più grande somiglianza. Come l’algoritmo è
l’arte di supputare con giustezza e facilità, così pure lagrammatica è l’arte
di parlare con giustezza e facilita. I nomi rappresentano le quantità
sostanziali; i verbi le loro funzioni. Le altre parti dell’orazione poi
rappresentano le affezioni, i rapporti e le combinazioni dei concetti
matematici. Facile mi sarebbe di provare questa somiglianza, come utile
l’eseguirla. Questa verità risulta dalle cose dette da Condillac nel suo libro
intitolato Langues des ccdculs, nel quale se non troviamo questo
ravvicinamento, si può ciò nonostante ricavamelo. I parlari degli uomini sono
infiniti, nè può mente umana comprendere in quante forme particolari si possano
accozzare i particolari concetti e le loro espressioni. Dovremo noi dunque dire
che la risoluzione pratica dei casi grammaticali dip enda intieramente
dall’azzardo? Fino a che si mescolerà lo sfrenato escogitabile col reale contingibile,
fino a che si confonderanno le esistenze possibili dei fatti colle leggi
logiche dell umana ragione, e si userà ed abuserà delle viste sommamente
astratte e generali, si commet¬ teranno questi peccati. Oltre a ciò, non si
comprender anno mai i pim” cipii solidi e le vere leggi delle cose, se non si
tralascerà il costume di affrontare ex abrupto le scienze, e non si avrà la
pazienza di procedere socraticamente; ma per lo contrario non si farà che
oscurare e traviare. (i) Introduciion à la philosophie des Malhernalic/ues,
pag. 2. Delle forinole compete ufi* Lasciamo la falsa causale allegala dal sig.
Wrouski delFmefecfa del suo algoritmo, e ricerchiamo da che veramente proceda.
Como è faipossibile di eflettuare la valutazione cou dati incompatibili^ cosi
puro è Imslraueo il tentarla con dati insufficienlL La prima parte di questa
proposizione in ampiamente provala nel Discorso secondo, Quanto nlEa seconda
parie, ella è per se manifesta, pensando che un mezzo insufjl dente non può
procacciare un line plenario. Ma così è, che una formo la troppo astratta e
generale non vi somministra punto i dati suflh cienii, ma anzi ve li toglie;
dunque con una formala troppo astraila n generale reti desi frustraneo ogni
tentativo dolina piena c perfetta va- iu La zio ne* Ma quale sarà la formo fa
troppo astratta o troppo concreta } e perdi incompetente, e quale la forinola
competente? Ogni formala altro non ò *-fi.e un indicazione più o meno direna di
una data nostra maniera Jì operare, lolle le arti hanno le loro forinole, come
tutto le scienze possono avere le proprie. Principiando dal cuoco, dal
farmacista, dal datore, e giungendo duo al sommo matematico, al sommo filosofo
e al somma politico, tutti hanno o possono avére ie loro formolo. Regole t
canoni, fa rm oh, ’i c elle, prò cessi 5 m o ditte, oc. e c . * esp ri m o n o
in sosia xm J a sfossa cosa: esse contengono il magistero o parti del magistero
dellarte, o a ! rn cn o segnano t dati im media ti, dai quali si p u ò tosto
rie avare il' magistero suddetto. La for mola è giusta., quando ci fa conoscere
con verità.} la formula è Intona, quando ci fa operare con effetto, ed ottenere
Fé/fello inteso, Ma la formala è data per essere applicata come sta; s^nza tli
ciò non è completa. La formula è tino stromento, il quale, SD abbisognasse d
essere ancora ridotta ad uso deJFuomo, uou meriterebbe il nome di formata, ma
di principio tT una forinola. Concedo che m I ormala può essere più o meno
speciale; ma essa dovrà essere sempre di un uso immediato. La brevità, la fci0lità
e V applicabilità a tutti i casi di una datasfera sono pregi della forinola ;
essi ne costituiscono la perfezione. io ho già accennato iu die consista Io
spirito delle forinole maternalidie . e la topica die ne nasce. Ora rispóndendo
alla fatta domanda, quale: sìa ia forinola competente, dico che dir si deve
cornpatonte quella formula die soddisfa all’ufficio a cui è destinala;
incompetente, quella die non vi soddisfa. Ma qual è l'ufficio proprio ed
immediato al -piale è destinata la forinola? Indicare la maniera pronta r
sicura (li ottenere In data cognizione., di produrre II da Lo offe Lio, Ma nel
regno razionalo a eìje ridar sì può quest* ufficio delle formolo ? Nell'
indicare il mezzo pel quale dal cognito si possa procedere ;iW Ìncognùo7 e con
da li ammessi coree celli acquisi a re là regi licione di una incognita verità
. o confermarne la dimostrazione, La formola non è una storia o ima dot Irina
spianala: ma, dove si traila di conoscere, altro non è che un rj sl.ro meri Lo
per acquistare una cognizione bramata. Sommi ni$ Ir a rei dunque il mezzo
efficace costituisce il vero ufficio, e quindi la vera competenza, il vero
valore, il vero merito di una formola scientifica» Parlando adunque del mondo
mtelleLLuale» il valore d'ima formola si ridurrà a somministrarci il mezzo
termine logico di una scoperta o di una dimostrazione. o almeno ad indicarci il
modo sicura e pronto di cogliere questo mezzo termine (0. Qual' è la
conseguènza ciré deriva da tulio questo? Che incompetente sarà in Matematica
quella formola la quale ci taglie la vista del mezzo termine logico sia coll*
ài lontana rei da lui. sia col non condurci a lui. Ma il troppo generale e il
troppo compatto producono questi effetti: dunque le forinole troppo generali o
troppo compatte sono forinole incompetenti* Volendo fissare i requisiti delle
formolo competenti ^ osservo che noi abbiamo già notato intervenire nei calcolo
tre cose cioè gli oggetti, le logie e i movimenti, Le forinole in ultima
analisi riguardano i movimenti nostri intellettuali» c propriamente quelli àeN
attenzione * la quale costituisce il vero potere esecutivo razionale. Sebbene
lo formolo vengano esibite alla facoltà di conoscere^ esse veramente si
riferiscono alla facoltà di eseguire* Esse vengono presentate alla facoltà di
conoscere ^ perchè non esiste altro modo possibile per farle passare alla
facoltà di eseguire. Agire è lo stesso che produrre un dato effe Ilo, e nou un
altro, lui solo di questi effe Iti produr si deve: gli altri debbono essere
scartati. Escludere V arbitrario » ecco l1 ufficio primario negatilo di una
buona formola \ somministra re il mezzo efficace all’ intento proposto, ecco
l'ufficio suo positivo. L 'arbitrario dev'essere escluso, perché il vero non è
che tiu solo, e però ogni altro concetto diverso non è quello che vogliamo
ottenere, ma che anzi vogliamo sfuggire. La moralità del vero ha le sue leggi
certe, necessarie, eterne* come la moralità del L utile ; e però come vi sono
diritti e doveri astemi per le azioni, vi sono pure diritti e doveri interni per
li pensieri. Prefinire i modi certi 5 eoi quali di', rosa ;-.ìa (jiictUj mezzo
iprmiftp io l'ho spiegato él! fl-h entro Li sfera del consuèta debba la meste
immuri procedere, ecco in clic consiste l'ut fimo immediato dhiuu buona forni
ola. Coti ciò ad untolo tratto si esclude \ incompetente v ì’ arbitrario ^ e aT
ìndica Ì1 mezzo kimine confacente all uopo, bacile riesce rescindere
\'incompetenle3 perché si tratta di un ufficio negativo. Piu diffìcile riesce
di escludere V arbitrarlo^ perché importn di scegliere Ira le diverse maniere
di agire quella che mèglio rnudnea allo scopo proposto. Scegliere un modo
qualunque d’agire importarli preferirne uno e dì lasciare gl’altri. La
preferenza doverosa poi importa la necessità d’appigliarsi alcuna, e di
escluderò tutto l’altre. Ma per preferire in questa maniera couvlen conoscere
il merito della cosa Irascelta Ora in matematica chi ci condurrà a questa
cognizione? o, per parlare più in particolare^ ohi ci guiderà a ritrovare le
forinole alga ritoclic escludenti ogni arbitrario procedimento, e conducenti
più facilmente alle valutaci oui ? À questa questione fu già risposto ned 92,
al quale mi rimeUo. 112. Se l'algol timo delle equazioni sia puramente
fortuito. ì ernia dèa al positivo. Il sig. \\ ronski pretende d'aver trovato la
formola massima ultima ed immutabile di ogni a Igor limo algebrico, c
pi'fitende che tutte le formole si risolvano nella sua. Dall’altra porto consta
di lutto esistere per le equazioni „ almeno fino al quarto grado, oc raetodo di
soluzione, Malgrado ciò, il slg* \\ ro usiti sostiene che l algoritmo delle
equazioni sia commesso al caso, il motivo di questa sua scalena e ioudato sul
riflesso, che ^algoritmo delle equazioni sia iudipeuikiilp da ogni procedimento
generale, come resistenza di ogn i caso comparisce a noi iu dipo udente
dall’esistenza dell’altro caso. Oui v’è uno scambio ih termini ed una falsità
di iaLto. Prima, scambio di termini, pevch| IlflLJ s* tratta dell esistenza o
della posizione dei casi c dei problemi, ma bensì elidi, 'i maniera colla quale
si possono sciogliere. Ciò posto, qui h scambia 1 oggetto materiale dell1
algoritmo coll7 oggetto logico del medesimo. Inhuite possono essere le suonalo
che si presentano ad un perito esecutore3 e queste tutte iudipeudenti le uno
dalle altre: dirò io duuq11® che sarà puro caso elicgli Le eseguisca a dovere?
Dico in secondo luogo, che la causale del sig. Wrouski in eh in de una falsila
di fatto. (Quando a taluno si presenta uu problema 5, uu quesito, un caso da
sciogliere^ elio cosa si fa dal proponente e che cosa d.J rispondente? fi
proponente domanda la soluzione, cioè domanda di co11 ose ere una cosa ch’egli
non vede. Che cosa far deve il risponde1» le Prima., esaminar bene le
condizioni del quesito ; secondo* trovare il mezzo termine della risposta;
terzo, tessere finalmente in via di risultato la risposta sull’ oggetto
domandato. Ecco il processo logico nella soluzione di qualunque caso matematico
: qualunque nome piaccia di dare alle parti di questo processo, la sua sostanza
è quella cbe ora con vocaboli più comuni e più noli generalmente ho qui
indicata. Posto ciò, io domando in che si risolva la possibilità della
soluzione del quesito, fuorché nella possibilità di trovare il mezzo termine
della risposta. Ora questo mezzo termine è racchiuso nelle date condizioni, o
no. Se e racchiuso, la soluzione è possibile; in caso contrario, impossibile.
Ma Wronski parla di casi di soluzione intrinsecamente possibile, e pei quali
appunto egli dice aver trovato le formole eterne, benché in pratica inapplicabili.
Ristretta la considerazione a questi casi, io domando se la formola esposta
teoricamente da lui sia almeno analoga al procedimento effettivamente
praticabile. Se risponde di sì, dunque altro non resta che vestire la foimola
generale colle circostanze che i diversi ordini di equazioni esigono, e così
assoggettare le leggi algoritmiche ad un solo sistema concatenato, unito,
continuo. Se poi mi risponde che il procedimento indicato dalla formola
universale non è almeno analogo all algoritmo delle equazioni praticabili,
allora soggiungo francamente che il suo algoritmo è un vero castello in aria.
Aggiungo di più, ch’egli a torto gli attribuisce il nome di generale, perocché
non ha quella virtù e quella influenza che procacciar gli può il titolo di generale
. Il generale e il particolare sono termini correlativi. Qui si parla
d’algoritmo, e però si ha in mira la sua virtù operativa, e non la sua forma
materiale. La mano d’una perfetta statua di cera è simile alla mano di un uomo
vivente: si dirà per questo che la mano della statua abbia la virtù della mano
dell’uomo? Pare che si possa pronosticare esservi un sistema concatenato
algoritmico anche pei differenti ordini di equazione; ma questo sistema non
potrà essere stabilito giammai colle viste, dirò così, spolpate, e coi semplici
scheletri aritmetici usitati fin qui; e meno poi colle considerazioni
trascendentali ed assolute del sig.Wronski. Converrà migliorare e completare il
metodo, e ristabilire sulle sue basi naturali la scienza; altutnenti non si farà
che traviare sempre più, o dar di cozzo contro uno scoglio insuperabile. La
boria di sapere e di poter tutto colle cognizioni che si posseggono, è un
insulto alla ragione umana. Con questa boria si lenta di spegnere anche la
speranza di migliorare, lacendo credere impossibile di giungere ad una meta
perché non fu raggiunta traviando. Se noi, per esempio, dovessimo prestare una
cieca lede a quanto dice Wronski, noi dovremmo giungere ad uua conclusione. la
quale nelI atto che sarebbe fatale alle Matematiche, formerebbe uu pessimo
augurio per tutto lo scibile umano. Se l’algoritmo veramente utile fosse
abbandonato al caso : se nel ramo il più semplice, il più antico e il più
uni'ersale dell umano sapere fosse necessario commettersi all’impero d’una
cieca fortuna: che cosa sarebbe dell’arte tutta di pensare e d’insegnare? A che
giova rompersi la testa in teorie, direbbe taluno, se quando veniamo al fatto
pratico siamo costretti di darci in braccio alla fortuna? Allora torna meglio
gittarsi a dirittura ad occhi chiusi nel pelago che ci deve trascinare, invece
di stemprarci il cervello onde acquistare uua possanza illusoria. A questa
conchiusione spinge il trascendentalismo sfrenato. Fiat noxv egli par dire al
genere umano: ma coll’augurare la notte perpetua ed universale non pronuncia
forse un voto impotente? Le buone lormole costituiscono certamente il miglior
fruito della ìeoiica delle arti. Ma per trovare quelle che sodo veramente
buone, per ben esprimerle, per ben ritenerle, e per facilmente applicarle, che
cosa c ouv^en fare? Eccoci alla seconda disquisizione proposta. Abbiamo detto
che nell’algoritmo concorrono le quantità impostatecelogie ed i movimenti. I
movimenti sono diretti dalle logie ^ e le logie sono determinate dall aspetto
degli oggetti contemplati. È dunque prima di lutto necessario che V aspetto
degli oggetti sia atteggiato iu modo da suscitare in noi le logie algoritmiche,
e quindi determinare i movimenti . Atteggiare questo aspetto appartiene alla
buona costruzione ed alla buona posizione dell’oggetto da esaminarsi. La bontà
d’uua costruzione consiste nel presentare gli elementi dai quali sorger possano
i mezzi termini lo0ici. Ma quali saranno le buone costruzioni algoritmiche
almeno pei 1 insegnamento primitivo? Quelle dei simbolic i quali rappresentino
sensi bli elementi necessairi a far sortire i mezzi termini di valutazione e la
maniera d’ impiegarli. Dico anche la maniera d' impiegarli, peiocchè non si
tratta solamente di giovare alla parte ostensiva, ma eziandio di dirigere la
parte operativa. In conseguenza di ciò dico, che le vere figure algoritmiche
debbono essere costrutte ben diversamente da quelle che comunemente sono
presentate agli apprendenti; ed invece si deve ripigliare l’antichissimo
costume di costruire figure complesse. L’importanza delle figure complesse U
Semita aQche daI celehre Leibnitz, il quale, dopo avere annotato che primo ii
romper*' il ghiaccio io questa parte tu Giovanni Keplero, nel fjbro IL *3ol suo
il armonico prosegue dicendo, che con queste complicazioni non solamente si può
arricchire la Geometria 1 infiniti nuovi Leon: mi, ma eziandio die questa è f
unica strada di penetrare negli ai> cani della natura. Il primo motivo viene
da lui provalo eoi far osservare rìie con ogni complicazione si forma una nuova
figura composta. Studiando le di lei propri età 3 si creano nuovi teoremi e si
danno nuovo dimostrazioni Quanto poi al secondo motivo, riguardante lo studio
della natura* osserva che tutte lo cose grandi sono formate dalle piccole,
qualunque sia il nome elio dar vogliate a queste cose piccole. Chiamatele
atomi, molecole^ elementi, ec.: sarà sempre vero che la legge apparente della
natura fisica sarà sempre questa. Qui LT autóre distingue le figure in
rettilinee e in eufvilmce ; e facendo valore il buon senso sperimentale e
naturale, non lenta di confondere i concetti umani con finzioni sofìstiche, ma
rispetta le essenze logiche delle cose. Figura omnts simplex (dio egli), md
rectiìinm, ani curvilinea est lìeciìlincae omnes sym metri cae: commuti e entm
omniuni principium tnangulm. Ex ejus variti complica don ìbus con gru is omnes
figurac redi line a e eoeuntes^ idest non hiantes, ordinine. Qui Ledimi lz ci
auiumzia uu risultato scientifica delle figure rettilinee. Egli esprime il
principio filosofico, che oirui figura rottili uca sì può risolvere finalmente
nel triangolo. Dopo ciò prosegue: Veruni cuivilineamm, ncque circuiti et in
ovalem eie., ncque contea reduci poteste ncque ad aliquid communi Qual è lo
spirilo di questa proposizione di Leibnitz ? Che le essenze logiche delle cose
essendo immutabili, non si possono tradurre le nnc nello altre nemmeno per
equivalenza Latte le volte che il diverso loro concetto sia univoco. Questo ha
luogo anche fra gli oggetti dello stesso genere, come appunto ha il circolo e
lelìsse, Da questa proposizione stessa emerge che il principio formale della
figura è la stessa figura, come fu detto nel principio di questi Discorsi. Dopo
queste distinzioni Leibnitz prosegue classi fica u do le costruzióni,
distìnguendo quelle di forma continua da quelle di forma discontinua, allorché
ci figuriamo vacui inlermedu, eli* egli chiama hiatus . Egli accenna le zone,
ossia le liste estese. Egli dice positivamente, che linea Imene nonnisi ejus de
m gèneris imponi poteste verbi grati a recta ree Ine; cui vilinea ejus de m
generis et sectionis, Parlando poi della costruzione complessa delle figure
discontìnue, ch’egli chiama tessiture* concilili de. dicendo; Satis est prima
line amenta du. visse tractationis de texluris hactenus fere n egire ine. Queste
furono trascurale totalmente anche dappoi. Io invito i lettori a consultare
nell’originale tutta questa Memoria, che versa sull’arte combinatoria ('), e
l’altra sui complessi C2), e trarne i principii fondamentali, e svolgerli come
si deve. Malgrado che il genio di Leibiiitz fosse come pianta agitala dal vento
dell’eslreme generalità, e quindi piegasse all’impeto, ciò non ostante tornava
a rizzarsi, e non fu mai strappata dal suolo suo naturale, e data in balia del
vento che imperversava. Questo è così vero, che parlando egli del suo parto
prediletto, pel quale avea dovuto sostenere la lotta coi partigiani di Newton,
io voglio dire del calcolo infinitesimale, egli non Ira potuto tradire le
inspirazioni del buon senso, come far sogliono que’ compositori di caratteri
algebraici, i quali stanno al senso materiale delle cose. In Leibnitz la
coscienza del vero non fu soffocata dall’amor di padre. La voce del filosofo si
unì a quella del matematico per pronunciare la decisione ultima del suo genio.
Con questa decisione fece trionfare la filosofia a dispetto delìmposluia.
Quantunque io creda che la lettura di questa decisione non sia per correggere
quella plebe che vuole agire senza coscienza logica, ciò non ostante io la
riprodurrò a luogo opportuno, quale preservativo degli altri che non amano di
essere zimbello delle illusioni. La costruzione complessa delle figure è
destinata a concretare e ad agevolare tanto lo studio delia parte teorica,
quanto le funzioni della parte \ ìatica delle Matematiche. Ecco lo scopo di questa
costruzione. Essa, come bià detto, dev essere atteggiata in modo da far sorgere
le logie, e quin11 a^oritmi* Ecco ^ forma eli ragione di questa costruzione. Ma
eoa questa pioposizione non s’indicano che le condizioni fincdi della
costruzione, e non la forma positiva e sensibile dei simboli e dei mocelli. Oia
si domanda come questa forma debba essere disegnala. Cercare come dev’essere
conformata una figura onde riuscire algoritmica presuppone una scelta fatta fra
mille altre che l’imaginazione può creare. Quale dunque sarà il criterio di
questa scelta? Questa domanda involge due requisiti in colui che deve farla. Il
primo, ch’egli conosca ] ttamcnle gli ufficii ai quali servir deve la figura;
il secondo, eh egli 1 trascelga quei tratti che sono idonei a prestare questi
ufficii. Servire al calcolo, ecco l’ufficio generale ed ultimo della figura
algoritmica e della sua costruzione. Ma tre specie di calcolo esister debbono
nell’orbe mate(0 Questa trovasi nel Tomo II. Parte I. [*ag. 34o in avanti. (2)
E questa si trova nel principio del To¬ mo malico. 11 primo è lo sperimentale,
che denominammo anche iniziative); il secondo è il logistico, che denominammo
anche derivativo ; il terzo finalmente è il sinottico, che appellammo anche di
unificazione. In queste tre specie di calcolo l’ oggetto materiale è sempre lo
stesso: ma noi lavorar dobbiamo su di lui in diversa maniera. Così, per
esempio, nel calcolo sperimentale si tratta di scoprire i fatti dei numeri
matematici; nel logistico di determinare le leggi comuni; nel sinottico
finalmente di riunire i due algoritmi, e ritornare con coscienza filosofica
sullo stesso oggetto. Si piglierebbe un grande abbaglio se si confondessero
questi tre aspetti del calcolo colle specie ora conosciute e praticate. Esse
intervengono e intervenir possono bensì come sussidii, ma non costituire i veri
caratteri specifici di questi aspetti. Ciò verrà spiegato meglio nel Discorso
in cui esporrò i tratti principali del metodo primitivo proposto. Proseguiamo.
Le tre forme di calcolo suddette esigono viste diverse: dunque per ogni specie
di calcolo si dovrà scegliere una costruzione corrispondente. Siccome però in
tutte tre le specie è mestieri sempremai presentare i mezzi termini logici,
così ogni figura dovrà racchiudere la costruzione valevole a somministrare
questo mezzo termine. Havvi dunque una costruzione dominante per tutte tre le
parti del calcolo teorico, ed havveue una propria e subalterna adattata ad ogni
specie di calcolo. La costruzione dominante deve racchiudere gli elementi dell’identità
e della diversità, dell’ uguaglianza e della disuguaglianza, del discreto e del
continuo, del diviso e dell’ unito, dell’ assoluto e del comparato, come
condizioni essenziali ai mezzi termini logici. La costruzione subalterna poi
deve racchiudere le particolarità che dipendono e si rannodano col mezzo
termine comune . Qui, per non divagare in discorsi generali, dovrei parlare
delle forme relative al calcolo sperimentale o iniziativo; ma questo è
argomento proprio del Discorso nel quale ho divisato di esporre i tratti
principali del metodo suddetto. Ora mi resta a parlare di un’altra costruzione,
e questa ò quella dei modelli delle funzioni. Altra è la costruzione delle
varie forme della quantità estesa, ed altra è la costruzione dei modelli delle
funzioni. Le prime dir si potrebbero modelli di proposta ; i secondi modelli di
sviluppo. Coi modelli di proposta si cercano e si determinano i valori
fondamentali dei composti geometrici; coi modelli di sviluppo si ripartiscono,
si riducono, si amplificano, si associano, ec. ec. Coi risultati emergenti
dall’esame della proposta si passa a costruire le funzioni. I modelli di
proposta si possono dunque appellare antecedenti ; quelli di lunzione dir si
possono conseguenti . I primi si possono ralfigurare come . poi te d ingresso,
i secondi come altrettante guide conducenti ad esplodale i seni reconditi dei
composti algoritmici. L'arte di costruire questi modelli si potrebbe denominare
simbolica matematica. Mi si domanderà se con modelli sensibili e perpetui si
possano convenevolmente rappresentare le funzioni principali algoritmiche. Il
fallo risponderà meglio delle parole. Con questo fatto si vedrà che almeno nell
inseguamento primitivo si presta una tale stabilità, una tale facilità od una
tale evidenza alle operazioni algoritmiche, che non solamente non si possono
dimenticar più, ma aprono una strada a scoperte importantissime. Nò qui temer
si potrebbe di privare la Matematica di quella semplicità e generalità che la
rende o almeno render la dovrebbe pregevole, imperocché non si eccede la sfera
delle figure geometriche. Ciò mette al coperto il punto della semplicità. Nihil
(diceva Leibnitz) in reus corporeis figura prius, simplicius et a materia
abstractius cogitando consegui licei. L b01 a *a generalità, osservo cb'essa in
ultima analisi è una iteutita applicata a tutti gli oggetti di uu dato genere.
Ora le figure gelimeli jc e algoritmiche non sono, specialmente nel primo
insegnamento, a. stessa figura assoggettata a diversi valori a norma delle
divervi si o u i e pioporzioni congegnale. Dunque rilevali una volta iu una
uzione i caialteried i rapporti che esistono indipendentemente dai va on
particolari, non si può temere che i risultati manchino di quella generalità
che giustamente desiderar si può nelle Matematiche. Soggiunb l 01j che il
cogliere precisamente queste generalità appartiene al secondo stadio dell’
insegnamento. E però quando anche nel primo nou si tassei o fuorché i
particolari, colla semplice coscienza della Joroparavi(dJbe fatto assaissimo perii
vero e solido frullo della scieuisti li lo di generalizzare iu Matematica
dev'essere frenato per il moche in I sicologia dev'essere risvegliata l’analisi
dell'uomo inQeriie la coscienza matematica vale assai più che far correre a
mente per le oasi dei teoremi e per le giostre dei problemi. 116. Necessità
assoluta ed universale dei modelli proposti. 1 utt° considerato, io ardisco
affermare che senza la pratica di que1710 C 1 a " alemallca tutta non
acquisterà mai e poi mai quel corpo, (•) Epistola quarta ad Thomasium. Orcra
omnia, queir anima e quella vita che deve avere, e che presso di noi oggidì non
ha. A questa proposizione alzeranno forse altissimo grido di scandalo tutti
quegli uomini volgari, i quali, abituali ad una cieca pratica, si appoggiano
all’idolo dell’esempio. Ma se fossero suscettibili d’un poco di buona
filosofia, si accorgerebbero che io non ho bestemmiato, ma che tendo a
promovere il vero studio delle Matematiche. Se col generalizzare le idee non si
debbono mutilare, con pari ragione le idee competenti non si dovranno
presentare in nube e in una maniera così fugace da sfuggire ad un’analisi
ponderata. Senza idee distinte, stabili e lucide c impossibile cogliere tutto
il vero. Dove la memoria non ci può presentare uno specchio fermo, fedele e
luminoso, supplir si deve altrimenti. La prima rappresentazione dell’oggetto
decide di tutti i concetti e di tutti ; risultati conseguenti. Ricordiamoci che
nell’arte convien vedere per operare, e convien veder bene per operar bene. Ma
credete voi di veder bene a proporzione che vedete più in generale e col
soccorso della sola fantasia, o non piuttosto a proporzione che acquistate una
maggiore facoltà ad’ operare utilmente? Perchè insegnate voi la Matematica?
Forse per addestrare i vostri allievi a fabbricare castelli in aria e ad
eseguire giuochi di forza, o non piuttosto per somministrare loro un mezzo
d’indovinar meglio la natura e di esercitare arti utili? E quand’anche far
voleste delle Matematiche oggetto di mera speculazione, non è forse vero che
voi dovreste proporvi di cogliere il pieno fatto ed il pieno vero ? Ora questo
pieno fallo e questo pieno vero non si coglie a proporzione che si fanno
sfumare le differenze individuali, o che si ravvolgono nello nuvole del
fantastico; ma bensì a proporzione che si afferrano quei rapporti distinti e
complessivi,! quali ci danno in mano le redini dell’umano sapere. Senza di ciò
voi imitereste il cane della favola, il quale per cogliere la carne da lui
veduta nello specchio dell’acqua perdette anche quella ch’egli teneva in
realtà. La quantità estesa limitata, e variamente determinata, forma o no la
materia prima ed unica della Matematica pura? Qui non v’è dubbio. Ecco dunque
il campo, entro il quale dobbiamo aggirarci. Di che si vale la mente nostra per
esplorare questo campo? Leggete, svolgete, meditate : e troverete eh’ essa si
vale del solo senso aritmetico, il quale altro non è che la facoltà nostra di
distinguere, cui in Matematica applichiamo alla quantità estesa. Ora vi
domando: col nulla di esistenza si può forse ragionare in Aritmetica? Voi mi
rispondete di no. Come in Aritmetica non si può ragionare col nulla di
esistenza, così pure in Geometria non si può ragionare col nulla di estensione.
Questo è aucor poco. Siccome il giudizio 'Mi’ esistenza suppone il fatto Jeìb
cosa esistente, c la distinzione di più esistenze inchiude se u zia Im ente i ì
fatto di piu cose esistenti^ cosi né viene la conseguenza, eJltJ ^ ^ea
delPgj/ejp limi fato precede, coesiste, ed é accoppiata colle lofie di
distinzione : così clic lobi I concetti assoluti dei fatti esteri, ee&sa*
uo i conce Iti relativi, ossia le logie che ne furono provocate. Spingiamo le
considerazioni alla massima possibile generalità. $oi esprimiamo tanto
l’esistenza dei fatti, quanto resistenza delle logie; wSl U01 esprimiamo tanto
una serie di l[l^' f'g t1rati? (fi,jiic.jtìiì guantoni, di jjncfiO fjt murai.»
qìigoWc di i|uesie braccia!' successive varietà ed alle successive differenze
si associno le viste della perpetua concorrenza logica, conforme alla
generazione naturale delle quantità e dei rapporti della data operazione
proposta. Ora parlando della quantità estesa, vi domando se colle sole cifre
sia possibile rappresentare alla mente i varii stati o isolali o complessivi, o
fissi o varianti, o primitivi o secondarii, o progressivi o regressivi, o
dominanti o dipendenti, necessarii alla loro valutazione. Non solamente coll’
usare delle sole cifre è impossibile di far tutto questo: ma, restringendosi ad
esse, si nasconde positivamente il punto di allusione, e quindi la relazione
logica fondamentale cbe predominar deve sulla vostra operazione. Sollevate, se
potete, lo sguardo all’ultima considerazione fondamentale della possanza
algoritmica. Dopo averla ben raffigurala vi prego di fermar V attenzione sul
mezzo termine, del quale facciam uso per valutare la quantità estesa. Questo
mezzo termine, come fio già avvertilo al 84, ha tre forme; cioè quelle del più)
del meno e del Vegliale. Queste tre forme sono sempre accoppiate: ma ora
predomina la vista dell’ una, ora quella dell’altra. Cosi, per esempio, nei
quadrati perfetti aritmetici e geometrici quantunque si paragonino grandezze
disuguali, ciò nonostante predomina la ragione dell’eguaglianza. Le forme dei
pih e del menov delle quali parliamo qui, non appartengono allo stato materiale
delle grandezze, ma alla ragion logica nascosta, cbe ne forma, dirò così, il
carattere morale . Questo pih e questo meno poi non si desume da una vaga
possibilità, ma bensì dall’essere una data grandezza al di sopra o al di sotto
dello stato di perfetto quadrato aritmetico e geometrico. Questo stato si
verifica in tutte quelle grandezze alle quali gli algebristi attribuiscono le
così dette radici sorde. Supponiamo per ipotesi cbe, rispetto a queste
grandezze, si ritrovi e si giunga a quella equazione logica, la quale è
richiesta dalla vera natura e dagli essenziali rapporti della continuila. In
questo caso i mezzi termini per valutare queste grandezze racchiuderanno certe
condizioni; ma la ragione dell’eguaglianza presterà la sua sanzione al calcolo.
Ma colle sole cifre aritmetiche, e meno poi colle algebriche, non si potrà mai
salire alla prima generazione dell’ algoritmo. L’Àlgebra non solamente suppone
questa generazione, ma incomincia ad esercitare la sua possanza solamente dopo
che nacque, dirò così, la parola matematica,e senza poter mostrare come nacque
ed originariamente si sviluppò. All’opposto colla Geometria di valutazione,
prefiuila nella sua tendenza, obbligata nel suo maneggio, ed omogenea nelle sue
conclusioni, quale appunto fu caratterizzata nel 92, questa parola si palesa in
una maniera lucidissima. Così dove incomincia la possanza algebrica si potrà
far finire il primo sviluppo della Geometria di valutazione. Venendo ora al
metodo naturale matematico, quale sarà la conseguenza di questa quanto facile,
altrettanto luminosa impresa? Che restringersi alla sola indicazione delle
cifre egli è un voler navigare senza bussola, e senza la carta avanti gli
occhi. Si potrà giungere a qualche fine, perchè si sente all’ingrosso la
tendenza algoritmica; ma è forse questo il lucido e compiuto processo delle
Matematiche? Vi sono stati uomini zotici che hanno sorpreso il mondo per la
loro possanza nel fare conti a memoria. Ma che perciò? La vera Matematica è
forse ristretta alla volgare Aritmetica? Collo studio di queste cifre mi
potrete heusì segnare alcune grandi e comuni logie puramente aritmetiche; ma
non mi indicherete mai le connessioni e le relazioni di fatto, le quali sorgono
dallo stato complessivo delle proporzioni delle grandezze estese coesistenti ed
associate. Ma, se mancano queste connessioni, voi non mi potrete coudurre
giammai a cogliere il vero mezzo termine delle valutazioni subalterne. Io
potrei convalidare la mia sentenza anche coll’esame dello spirito dei diversi
metodi oggidì u si tali. Come verrebbe posta in chiaro la loro incompetenza,
cosi verrebbe dimostrata la loro correzione. Ma ciò mi spingerebbe fuori dei
limiti che mi sono proposto. Attenendomi invece all oggetto proprio di questo
Discorso, credo di poter conchiudere colla seguente TESI Lo studio e 1
insegnamento specialmente primitivo delle Matematiche dev essere fatto
simbolicamente, nel senso sopra spiegato: I. Atteso 1 oggetto veramente logico
delle matematiche. IL Atteso i bisogni della ragione, e la tendenza naturale ed
iuyiucibile del nostro intimo senso. IH. Atteso lo scopo morale e sociale delle
Matematiche. Atteso finalmente l’imperiosa necessità d’adattarsi allo stato
mentale degl’apprendenti. Lettre a Dagincourt sur les monades et le calcul infinitésimal.
II. 1 our ce qui est du calcul des infinite simale s, je ne suìs pas loutà
fiait coment des expressions de monsieur Herman dans sa réponse à monsieur
Nieuwentyt, ni des nos autres amis. Et monsieur JSaudé a raison dy finire des
opposilions. Quand ils dìsputerent en France avec Vabbé Gallois, le Pere Gouge
et A autres, je leur lémoignai, que je ne croyois point quily • eut des
grandeurs véritablement infinies ni véritablement infin itésima l es; que ce
nétoient que des fictions, mais des fictions utiles pour abréger et pour
parlei' universellement, commes les racines ima ginaires dans V Algebre, telles
que ; quii fiaut concevoir, par exemple, l.e le diamètre A un petit élément di!
un graia de sable, 2. c le diamètre du graia de sable méme, 3.e celai du globe
de la terre, 4.e la dislance d’une fiixe de nous, 5.c la grandeur de tout le sy
sterne des fiixes cornine 1.e une dififièrentielle du second dégré, 2.c une
dijfièrentielle du premier dégré, 3. e une l’igne ordinarne assignable, 4 .cune
ligne ìnfime, 5.e une ligne infiniment infiinie. Et plus on fiaisait la
proportion ou V intervalle grand entre ces dégras, plus on approchoit de V
exaclilude, et plus on pouvoit rendre Verreur petite, et méme la retrancher
tout d’un coup par la fiction d'un intervalle infimi, qui pouvoit toujours otre
réalisée a la facon de démontrer d! Archimede. Mais comme monsieur de V Hópital
croyait que par là je irahisois la caus e, ils me prièrent de n en rien dire
outre ce que j'en avois dit dans un endroit des Acles de Leipsic, et il me fiat
aisé de défiérer à leur prióre, III. Pour venir enfia à -JL-, ou zero divise
par V infini, et choses semblables, je dis que cela aussi ne peut avoir lieu
que dans une interprctalion commode, en prenant zero pour un nombre Aune grande
pelilesse, et Vinfini pour un nombre très grand . Or plus vous diminuerez le
numérateur, et plus vous augmenterez a proportion le denominateli}' de la fir
action, plus vous approcherez du zèro - et . I 00 -, ce qui va vers = 0, T : oo
i ou — = 0, ou rc rc = 0, de sorte que le carré de V infimi, mulliplié par le
zèro, donneroit l’unité. Mais on peut dire que cela y va, et non pas quii y
arrive ; car à la rigueur nihilum, qui est V extrémitè des nombres en
diminuanl, devroit aitisi dire divise par omnia, qui est V extrémitè des
nombres en augmentant. Mais /'omnia pris cornine numerus maximus est une chose
contradictoire comme numerus minimus. Les deux extrémités nihii et omnia sont
hors des nombres, extremitates exclusae non inclusae. IV. Il est aisé de tomber
dans des paralogisìnes quand on ne reclifie pas ces choses par les idées que je
viens de donner. Un habile matliématicien de Pi J2!Ì0 0^/V/rj G'rajijf/i, àpiMl
ioutemi f/f om ^Var ^ jj ensemble foisoienl mie grtmdeur assignable, ùi aitisi
par tuie elégànte tillégo* ti, il illa strali In production des crea Lurex du
rieri par le more ri de l’ htjhii d fon fieni Alessandro 3f archetti, nutre
fiatile ntathémnibien de Pise, ffiàppo'"'J disunì tjit tuie infinite de
rum s ne seroi f j a me is mitre chose que rièri* Ei pr$utìnt h s ien a la
rtgueur, il avoit raison. Cepe fidata le Pére. Grandi prouvoit sa pi oposiuon
pm fa divisimi. / vu$ save*, monshur, qifien divisa rii ~ - on l:i>Cu i X ^
I (i>ca fivKrt" (fi eie. à V infui L Doni a fi tuta \, il y tundra 1 2
1 IX I 1X1 1 età. d rinfittii ce qui filtra 0X0 Xi)X!JXO eie* On nfia consulte
la dessus, et vinci camme je cróis (Vavoir tifi thtfirv l cntgme. Il ne fata
paini dire qi fi ime infinite de rie tu pris à la rigum fusseia queh] uè chose
‘ nessi rette sfi rie ne le dii paini, quoique elle paramele due. ] our la bien
entendre il funi la resoudre en sfirifis fi nics dpprocharues é f infinte. SoU
dono la serie 1 lX ! 1 eie* jinìe, alors si vous prenez tir, n umbre impair,
par eoe empio 1 anités ì lxl 1 X 3 IX !> h tò«f fitit 1. Or lors tjftiè cela
ce termine dans l' infìtte m il ni a ni pnir, ni impaip il finn prenda e le
milieu arithmfitique etnee 1 et 0> qui est -1 . €ar dans lesestiwmmbigueSj
quand il }li a pas plus de raison pùur Puh que pour f a atro, il futi prandi e
le milieu uriihmétique. Par exemple entro 1 et m il finii prandio j cut ',,
oxt, i u diro cesi udire - a V-J ai tacile de m aepliquer, et fio spère d’avoir
ré assi passabletnerUÌiltLg/ud dune persona e de voi re p énfi trai ioti mais
qua ut tinse dijf culle s tpn pira vent resicr dans ime ma dò re (lussi
difficile t que collo doni il s tigli j fio taciturni *fir satlsfaire, oi ce
sera le moren d fida ire ir la vérde* Ju reste je svisele. Nanii, Come nel regime civile per formare buoni
cittadini e buoni magistrati si considerano gli uomini quali sono, e le leggi
quali debbono essere; così nel regime scientifico per formare buoni allievi e
buoni maestri si considerano gli studiosi quali sono9 e i melodi quali debbono
essere. La bontà di un metodo, come la bontà di una legge, viene desunta dalla
bontà del suo line accoppiala alla convenienza dei mezzi ch’ella pone in opera.
Ogni buon metodo adunque ed ogni buona legge formano per sè stessi un ordine
attivo di cose cospiranti ad un dato line. Quest’ordine viene in prima
configurato in forza delle necessità costanti e transitorie della natura, in
mira al fine proposto; e poscia viene da noi accomodato alla possibilità
dell’esecuzione. L’esame adunque dell 'ordine finale antecedente e ùeWordine
pratico conseguente deve somministrare per risultalo necessario il buon metodo
che ricerchiamo. Ecco il motivo e Io spirito eminente di lutto quello che
abbiamo discorso fin qui. L’ordine delle materie, l’andamento dei pensieri, il
tenore dei principi!, la possanza dei risultati altro non furono che
applicazioni di questa formola filosofica alle discipline matematiche. Abbiamo
distinto un ordine finale antecedente da un ordine pratico conseguente. Ora
parlando del mondo scientifico mi si domanderà in che consister possa c\ues\l
ordì ne finale antecedente. Esso consiste nel complesso dei mezzi necessairi
per giungere alla cognizione di un dato geuere di verità. Questi mezzi altro
realmente non sono che le operazioni ipoteticamente necessarie della nostra
mente e della nostra mano, onde conseguire l’intento di conoscere la verità (0.
Essi dunque formano altrettanti doveri logici dell’uomo. Considerati come norme
per agire, essi sono vere leggi di ragione scientifica. Dico leggi di ragione
per di Dico anche della mano j perocché incaniche, ec. ec., è sempre mestieri
che la ma cominciando dalle costruzioni geometriche, no venga in soccorso, dirò
così, dell’ occhio, passando per gli esperimenti fisici, e venendo ossia della
melile finalmente alle prove p. e. chimiche, alle mec I. klingiiedc sì
dalTordiuc necessario Rifatto della uaUira, e si dalle leggi Ri [mi 'o fatto
umano seguilo o per un casuale impulso, o per pura imitazione o per deferenza
sola all* altrui autorità* Ma donde ricavar possiamo In cognizione di quest'
ordine? Offiatccurata c chiara cognizione dello stato sì assoluto elio relativo
de^li oggetti. combinata colEadcquata cognizione delle leggi della nustra
inielttgenza. Imperocché (siami permesso di ripeterlo) la eogubdom; vera ddln
cose non dipende dal nostro arbitrio, come non dipendono dalla nostra potenza
le forze che facciamo operare* Le cognizioni sono determinale dai rapporti
reali e necessari! che passano fra la nostra io tei licenza ei genuini concètti
delle cose. Dunque è manifesto che la cognizione dd* l'ordine teoretico se te 1
1 tifico, e quindi del buon metodo essenziale, dev essere tratta dalla suddetta
considerazione combinata* Lcco il motivo (Iella prima ispezione proposta nella
Introduzione a questi Discorsi In ossa m traila di sapere che cosa esiga da noi
T Indole propria della materia ila insegnarsi, per ottenerne la piu facile, la
più breve e la più proficua cognizione del vero, i tre primi Discorsi furono
consacrati a questa ricerca, II quarto poi fu rivolto a soddisfare alla seconda
ispezione cnacern ente lo scopo morale e sociale, al quale dev'essere destinato
I itisegnàmenLo delle Matematiche, L qui furono di proposito considerate le
leggi necessarie di jatlo e di ragione della mente umana, sia in se stessa^ aia
per rispetto alle Matematiche, sempre colla mira di ottenete lo sc0P° quale
sono o debbono essere destinate. Ma, considerando la tetìdeaza di questi
quattro Discorsi, noi cl av vergiamo che tutti insieme riga andino Il soia fine
logico^ morale e sodi de de Ih insegnamento suddetto, e prò sono puramente
finali e antecedenti. Resta dunque a parlare della parie conseguente d eli1
istr azione: tocche abbraccia ì mezzi convenevoli pei avere buoni maestri e
buoni allievi. Certamente col formare buoni allievi si preparano anche i buom
maestri : ma siccome Fra pochi buoni allievi ne sorgono molti cattivi » cosi,
posti anche i buoni metodi, si possono fare pessime elezione Ad evitare le
cattive scelte conviene avere un criterio si pei’ disltti gnerc anticipatamente
i buoni dai cattivi precettori, e sì per assiemala di non esserci ingannati
nella scelta da noi fatta. Prima della scelta^ db possiamo far valere che mere
presunzioni; ma dopo la scelta possiamo accertarci cogli sperimenti. Per far
tutto questo è necessario di conoscere pienamente tanto il vero metodo
essenziale, quanto la maniera di comunicarlo agli appreu( demi. Come si.
distingue il magistero di un'arte dal suo tirocinio^ si distingue la massima
dell’ insegnamento dalla maniera dell’ insegnamento. La massima riguarda
propriamente il metodo dimostrato, considerato in sè stesso: la maniera, per lo
contrario, riguarda gli artificii coi quali si fa apprendere ed esercitare il
metodo medesimo. Ho già avvertito che quest’artificio è perfetto quando,
compatibilmente alla natura delle cose e degli uomini, egli riesce il più
breve, il più facile e il più proficuo possibile. Quando il buon metodo è
scoperto, altro più non rimane cbe di tradurlo alla capacità degli apprendenti;
ma quando o non fu scoperto, o fu perduto, cbe cosa rimane a fare? Ognuno mi
risponde cbe in questo caso conviene prima scoprirlo: poi dimostrarne la
verità, l’efficacia, la fecondità, la facilità; e, per dirlo in breve, conviene
dimostrare cbe il magistero, o inventato o dissotterrato dalle ruine del tempo,
racchiuda tutti quei caratteri e quei pregi cbe sono inseparabili dalle opere
umane modellate secondo tutte le istanze della natura. Se mancano queste
condizioni, o qualcuna di esse, allora sorge una forte presunzione cbe il
metodo sia imperfetto. E quando il metodo è imperfetto, conviene
necessariamente sospettare cbe sia stata trascurata qualche condizione
richiesta dalla natura degli oggetti, e dai rapporti loro reali e necessairi
colla intelligenza umana. Se i metodi perfetti si contraddistinguono dagli
imperfetti per la loro possanza, essi riuniscono eziandio il pregio d’un’esimia
facilità. Questa facilità è come una leva congegnala in modo cbe può essere
agevolmente maneggiata con mezzi ovvii cbe sono a disposizione di tutti. Le
cose più facili sono appunto quelle cbe più naturalmente si connettono colle
cose più perfette ; e la facilità di apprendere le cose perfette deve formare
l’ultimo voto di un ordinatore di studii. Fare cbe il calcolo più sublime matematico
sia accomodato ai non matematici, ecco il supremo termine di perfezione di
questa disciplina. Pie rumque (diceva Leibnitz) facilia negligimus, et multa
quae clara videntur assumimus (cioè le pigliamo ed usiamo senza esame). Quod
quamdiu faciemus, numquam ad illud quod mihi videtur in rebus intellectualibus
summum perveniemus ; nec genus calculi etiam non mathematicis accommodatum
obtinebimus 0. Ora passando allo stato odierno di jatlo dell’insegnamento
primitivo, cbe cosa presumere possiamo circa la perfezione dei metodi?
Considerando le cose già notate negli antecedenti Discorsi; considerando la
difficoltà, la secchezza e l’astrazione cbe ributta ogni spirito generoso; (i)
Epìstola Leibnitz ad Oldenburgiurn ISewtono communicanda. Opera omnia 1 2jM. considerando
il recente toivol girti culo (fatto per pigrizia ) di insega re 3 "Algebra
prima die la elementare Geometria sia esaurita 5 e special, mente prima die la
Leoria si speciale clic generale delle ragioni e delle proporzioni sia Leu
conosciuta c simboleggialaconsiderando che k de* finizioni delle Idee tuono
ovvie e meno famigliar! vengono espresse molto imperio LLaraen le, e sempre
senza genesi logiche^ o almeno ssflza una spiegazione particolare dei loro
termini, illustrate con esempi! ||eidi; considerando V liso di presentare brani
staccali soLLo l'orma di problemi c teoremi, invece d1 un corpo unito e
dedotto; considerando f abuso di imbarcarsi senza biscoLLo nell'oceano ddla
dottrina, e l’ impazienza ] tiene® Ics vcrités gbisniétnqnes. Non seulcmcuL elle accou Lume
Ics elu-,j dìans 3 uno grande rigueur dans le raìsoDuemeol. ce qui est un
avan-,> lago prócitmx; mais elle leur offre en méme lemps uu geo re d’exer»
esce qui a son cara etere pa r tieni lev, dì fiere uL de celui de Faualyse, et >}
qui, daus des reclmrebes matbematiques imporlanlcs, pcut aider puls„ sarament à
trouver les Solutions Ics. plus simples et les plus elegante^. » Ua poco dopo soggiunge quanto segue: u Les àncious
qui ue connois» soienE pas F Àlgebre, y suppléoìeut par le raisoimcmenl et par
Fusagc des proportìous, qu’ils mauioìeut avec beaucoup de dextérite* Poni* no
us, qui avo ufi cet mstrumeut de plus qu’eux 5 nous aurions lori de » iFcu pas
l'aire usage, s'ìl eu peni resulter uno plus grande farilitéO). n A quest’
ultimo tratto ohe cosa vi dice una sana filosofìa ;J Essa vi dice ebe qui il
signor Legendre col rimanente de suoi contemporanei pretendono che per
conoscere la generazione algoritmica delle proporzioni è meglio far uso dei
risultati generici di questa generazione, di quello che mostrare i dati
primitivi di fatto dai quali naturalmente deriva. Più ancora: che per Scoprire
i risultiti particolari 5 ed 1 fenomeni d istinti ebe ne nascono in
conseguenza, è meglio valersi degli effetti generali e indistinti 5 di quello
che seguire F andamento e le combinazioni delle cause distinte e competenti*
Dubitate forse voi che questo senso sia giusto? Compiacetevi di esanimare non
il meccanismo algebrico, ma l' ìndoli: propria dei concetti adoperali in
Algebra: e poi decidete se io abbia ramane o torlo. A fine di porre iu evidenza
il vostro giudizio, ditemi che cosa sia propriamente TAIgebra. A questa domanda
risponda per ine il Leìbuitz. Qaantilatem interdum quasi extiijinsece re Elio
ne seti rei tiene ad aliati in smisi unni {nempe quando munerus partium co
gnitus ilòti est) expo ni. Et haec origo est tngeniosae. annuite a è. spe El*!
meritò tic Gifauivtric XWI$, chez I’ ir min J)kEuì. i8o, deli/ insegnamento
delle matematiche. non dosa e, qua ni excoluU in primis Cartesius^ poste a in
praecepta colle» getti Fnmciscus Scuttcnìus et Erastnus Bartholinus hi e
edemmth Mg» theseos universalìs^ ut vocaL Est igltur aualysis dùchina tic rat
log [Luì et proportiouibus^ seti CìU arili tute non exposita, Arilhnìètìcd de
qu;mtilate e.\posila3 seti e li me vis ([). Il Paoli dice che FAlgebra Ita per
fì£getto di considerare i numeri elio rappreseti Li do la quaulil+ serza arcr
riguardo alle diverse specie di quantità cifrasi rappreseci. ano (fl). k Lea ^
nombres [dice Wronski) 3 cotti tue ioni les olqets inkdlecluels, peu« vedi étre
considercs en generai et en particuliei ; c'est-A-dire qfl'oti | » peni,
consulti ver sepa romeni les loìs des nombres et. Ics Jaits des □ e ni» bres. Par
ex empie 3 + 4 = 7 est un lait des u ombrosa et la proposiìì liun la lucilie de
la somme*, plus la moitió do la dillo rene e de tic ut u nombres egri lo ni Je
plus grand do ces uornbres, esL mie loi des » nombres. m n Cotte cousidéralion
est puromenl ìogirjue^ et idapparlieel par eoaii acque uL qné à la toc th ode
de la scieuce: quoique qtfll cu soit k&mh zi des uombres formuli Vohjet
datine brandi e de Falgo i' itimi le, qui est » FA u+ef.e : et les faits des
uombres formenL Polijet duine aelre bran» dio. qui est 1 A iTir meti qlt e (j).
» Io Lo seri lo ad arte le sentenze diverse
di questi tre auto ri ^ perebb malgrado le loro dissomiglianze* tutti tre
convengono che i concetti., i quali vengono assunti e maneggiali dalFAlgcbra,
sono d1 una ceserauta la quale nou può essere uè ben intesa, nè ben ritenuta se
ood dopo che si è veduto quali sia un i fatti della quantità cou creta* Se
ili.iA.i F Algebra fa uso di sole idee di jl apporti co.vum5 dunque si deviane
prima conoscere i tèrmini positivi dai quali sorgono questi rapporti. I w
ancorar se questi rapporti sono generici^ essi sonoper ciò stesso (isttai^ I
fi, ed appropriati a tutti gli siati simili delle grandezze. Ma corca formar ci
potremo F idea AxAV astratto» prima di aver idea del concreto^ t come potremo
noi fare applicazioni genera U, prima di aver idea "'i particolari J La
natura delle cose* il senso comune5 e; I istinto, diro Cos« generale cospirano
òi accorato contro questa sovversione 3 c impenni mente comandano un a u da
mento opposto. Aprile i libri dei ma le co a Liei* svolgete le pagine della
storia della Matematica: c voi scoprirete che duo all'età presente non cadde in
mento ad alcuno di capovolgere, come ora si fa. il metodo del primitivo
insegnamento 5 ma che. per universale coir Operiti u /finta. Ttmio IJI, p:ig,
3r [. (+ Clementi dì ilpvùra* Toni, I, pag. a, PjsEi 1 .7 A égaux.Le poligone
se nomine quavré.v Lacroix, Elémens de Geometrie. Pari. I. Scct. I N.° 14 a.
Così nella divisione prima e compatta dell’esteso l’alfabeto v’indica i primi
venticinque modi, i quali se dappoi si suddividono ed ammettono intermedii, ciò
non ostaute non alterano nè l’indole individuale, nè le ragioni interne ed
esterne, nè la loro azione periodica. Anzi, considerati, do le cose più
addentro, si prova che i termini più compatti sono eminentemente i più
predominanti. Passo ora all’interna loro struttura. Ogni nome rivestir deve la
forma di termine progressivo rappresentante i suoi componenti alleggiati e
ripartiti secondo la legge degl’estremi e dei medii, e con una derivazione
continua, lo mi spiego con un esempio. Nella tavola posometrica al grado decimo
troviamo il quadrato 100, la di cui ladice è 10. Di fronte troviamo il gnomone
segnato col numero 19. Ne bi amate voi uua pittura sensibile? Gettate 1’ occhio
sulla figura della tavola annessa. Ivi vedete il gnomone Peb 'K E ineguale a 1
9. Là vedete il quadrato E N e b spigolare uguale ad un ceutesimo del quadrato
dell’ ipotenusa, che può fare la funzione di primo estremo, nel mentre che le
due liste possono fare quella di medii. Questo ripartimenlo è comune a tutti i
gnomoni della tavola. 11 valore di questi guomoni è sempre il doppio della
radice del quadrato inchiuso, più 1 unità elementare: ed è pure il doppio della
radice del quadrato iuchiudente, meno la detta unità. Che cosa è questo
gnomone, fuorché la difitrenza che passa fra l’antecedente grandezza quadrata e
la susseguente? Come quésta differenza forma la misura dell’aumento dell’una,
così forma la misura del decremento dell’altra. Ma questa differenza e questa
misura è veramente in sè stessa una grandezza reale? Essa è una superficie
determinata al pari di quella dei quadrati, dei quali forma la differenza, anzi
essa è parte integrante della superficie del quadrato maggiore. I nomi adunque
di differenza o di misura, di aumento o di decremento non sono che puramente
relativi oII’ufficio che questa superficiale grandezza compie in questa
posizione. Se considerate la differenza fra un gnomone e 1 altro, questa è
costantemente di due unità sostanziali. L’uuitcà assunta forma 1 uno misuratore
tanto delle moli generate, quanto degli stessi gnomoni. Quest osservazione è
sommamente importante per tulio il calcolo. La mole del grado nono è tale, che
formata in quadrato perfetto geometrico, si può dividere io nove liste uguali,
ed ogni lista si può suddividere in nove quadratali perfetti. La lista prima
appellasi radice; ogni quadratelo della medesima appellasi unità elementare . È
per sè mauifesto che i nomi di radice e di elemento non sono che nomi di
uffizio^ e di uffizio, dirò così, domestico ed interiore alla grandezza, della
quale lo lista o il quadra tello formano parte. Qui ò 13 e cessarlo fare
attenzione alle due prime maniere colle quali siamo accostumati ad usare dì
queste misure. La prima maniera si può dire monogrammatica3 la seconda poligram
malica. La mono granì malica consiste nel supporre una data figura
perfettamente quadratal e quindi nel considerare la potènza quadrala di uu solo
lato come rappresentante il valore di tutta la superficie . La poligrammatica
consiste Liei considerare la potenza radicale di ogni lato come concorrente a
formare la potenza di tutta la superficie cldu&a da questi lati . Quando
voi moltiplicale una base per un* altezza, e determinate un'area, voi usale di
una forma digrammatica. . Voi usate della digrammatica implicita audio quando adoperate
due radici eguali . Se 1* eguaglianza vi dispensa dalla doppia estimazione
delle radici, la funzione fon damen tale non lascia d’essere ! a medesima. Nel
trattamento monogramma Lieo abbiamo parlato di potenza quadrata, nel digramma
Lieo di potenza puramente radicale. Perche questa differenza ? Pensateci uu
momento, e voi ne troverete là ragione. Quando su tutta una linea io fabbrico
un quadrato perfetto, la potenza di questa linea uon acquista che una sola
espressione. L area dei qua di ali tulli perfetti fabbricati sui lati di un
quadralo perfetto è sempre uguale a lui. L'espressione adunque potenziale
esterna è identica coll espressione superficiale interna . Non è cosi quando ad
una superficie vengono fissati limili disuguali. Figuratevi un quadrilungo, uu
lato del quale si possa dividere iu tre, e l’altro in quattro parti identiche.
La sua superficie risulterà di 12 quadrateli!, ma la potenza quadrata de7 suoi
lati non coincide col prodotto dell'uno Dell'altro. Oiffatti il quadrato sul
lato 3 ò uguale a 9 quadratoni: il quadrato su! loto 4 è uguale a 1(5. Qtiesli
valori non sono quelli dell' area del quadrilungo, ma solamente dei quadrati
creiti sui lati di questo quadrilungo. 11 valore adunque potenziale univoco dei
f ati d'una figura è lutto p,stuilskco al valore superficiale intèrno di lei.
il valore potenziale individuo dì un lato non può essere equivalente ossìa
identico col superficiale interno se non nel solo caso che tutta una superficie
simile ed uguale venga ripetuta, e ripetuta in uu modo simile. Dico anche in un
modo simile-.Eccovi un quadralo clic fa la I unzione di unità. Volete voi
averne un secondo, ritenuta la potenza dei lati del medesimo? Voi dovrete
contornarlo con altri Ire. Lite cosa olici (t) Un detto eliti queste sono te due
prime fjufiltì si Là prr Lina sm-n \ntazumc Simile a 'p1 I ? Miniere, o noti
tutte le maniere. Havv.cnc h Sà quadrata dcilvipùienusa, o per uu amtUmuiL una
icraa ÌLidlvUna a siqicrfkiulr . La piiazwne incommensurabile. rete voi? Un
grande quadrato perfetto, composto di quattro quadrati primitivi. Ecco il
processo di apposizione dei contigui simili ed uguali') processo che si
verifica anche colla divisione di una superficie continua quadrata in parli
tutte uguali e quadrate: ed ecco il vero simbolo della prima serie naturale
discreta dei perfetti quadrati aritmetici. La tavola posometrica annessa al
terzo Discorso è fatta in sostanza con questo processo. Ivi il quadrato del
secondo grado non è una duplicazione superficiale del primo elemento, ma una
quadruplicazione del medesimo. Questa quadruplicazione qui viene fatta per
un'associazione del quadrato primo antecedente col gnomone susseguente. Tutti i
nomi quadrati della tavola vengono formati nella stessa maniera. Dal si m pio
al quadruplo evvi un salto: frammezzo evvi il duplo e il triplo. Or bene, tutta
la progressione è fatta con questi salti. I gnomoui mostrano la misura di
questi salti. Essi fra l’uno e l’altro grado segnano col loro valore la
grandezza di questi salti. Ma questi salti si verificano con una serie di
radici senza salti, perocché la radice antecedente nou differisce dalla
susseguente che di una unità sola elementare. Questi salti sono una condizione
necessaria ed inseparabile del processo monogrammatico discretivo quadrato
fatto con un elemento ideuiico. Dunque le latitudini d’ogni nome monogrammatico
quadralo si possono considerare come limili discretivi di altrettante
superficie continue che si succedono giusta una legge graduale e compotenziale.
In forza di queste ampliazioni fatte colla serie progressiva di gnomoni aventi
in ogni grado la differenza costante di due, e con radici aventi la differenza
costante di uno^sì formano grandezze di superficie similari quadrate sì
geometricamente che aritmeticamente \ le quali grandezze, nelLaHo che si
possono tutte convertire in elementi identici, presentano certe leggi costanti
ed universali, parte proprie e parte comuni coi non quadrati, come si vedrà più
sotto. La pluralità maggiore o minore delle parli di queste moli, la quale è
relativa alla rispettiva loro grandezza, non è che una pluralità mentale, la
quale altro non fa che concretare tanto lo stalo rispettivo proporzionale delle
moli generate, quanto la misura della differenza fra le medesime. Sotto
quest’aspetto esse sono comparabili tanto fra sè stesse, quanto colle moli
intermedie e colle altre grandezze che naturalmente si associano in forza del
trattamento per estreme e medie ragioni. Con questo trattamento appunto è
costrutta la tavola ; ma costrutta in modo, che il compositivo, il differenziale
ed il co inpotenziale esercitano simultaneamente il loro uffizio. Li mp m m cu
sniiibili tà di alcune grandezze intermedie non oppone ostacolo alcuno.
Figuratevi else queste suino simili ad altrettante dissi * come i quadrati sono
slmili ad altrettanti circoli. L’un a figura, come os¬ servò anche il Lcibnitz,
non si può tradurre nel l’altra; ciò non ostante esse vi danno teoremi
algoritmici di sommo uso. Serva d’esempio il teorema col quale si esprime che
qualunque poligono inscritto nel cerchio sta al corrispondente polìgono
Inscritto ivelT elisse s corno il diametro del cerchio sta all’ altro asse
dell5 disse. Vi sono grandezze metafisiche di ragione elittica, come ve nc sono
di ragione circolare. Questo carattere è indipendente datila forma sensibile
della grandezza, ^ 125, Dell5 alfabeto del non quadrati. Ora passiamo all'
alfabeto, dirò cosi, artificiale di queste grandezze cliniche. Questo è un
alfabeto, col quale in forma quadrata geometrica si esprimono i non quadrati
-aritmetici. La tavola A annessa a questo Discorso uè offre uri modello. Essa
con 97 termini svolti dalle viscere della ragione di 48:49, compagna della
ragione di 3:4, percorre algoritmica mente lo stadio delle ragioni e
proporzioni inchiuse ed associate fra il si m pio ed il quadruplo. La forma
materiale della serie è quale appunto era desiderata dal Lcibnitz, come
rilevasi dai passi delle tre lettere scritto aì signor De la Lo ubère, membro
dell1 Accademia Francese e di quella delle Iscrizioni e Belle Lettere (0. lo
ignoro se il De la Loubère abbia pubblicato le sue ricerche. Quanto al
Lcibnitz, egli soltanto ne congettura la possibilità. Fato (egli dice) hoc
possibile esse, et ex attenta conskìeratione rntionum commensurabiiiuìn talern
rnethodum generalem clìgì posse • Ea attieni habita^ haberetur*. ut diri.,
algorithmus talls caladi*, et periti-* de calca lare possemus adhìbilìs a e
sfanno ni bus aids quìlmslibei fmltis ordinari is . Antequam miteni alias
hrtjusmùdi calca II algórithmus intteniattfT} id estralionum addillo et compositìo,
sic e multi pi leni, io sem riva h.erebimuS, nec ni si panca et faciliora
dabìmus. Nell’ ultima lettera
del Novembre 1705 scrive quanto segue: Je souhaìterois. moti sieur 5 que cous
fusale : de loisir et di humour de poursuwre vos bel Ics pensée s sur les
pròportions^ en Ics eherchant par là cole de F inquisii ton^ maxìmae comtminis
mensurae, on par urie su bs tra ct i on retetee du RE&imr (come appunto ho
fatto io). Il est remarquable^ que par cette vote non seulement la rock orche
se termine quanti les grandeurs (e) Opera ojtuiìa, Tom. Iti. pag, G 5-4 C 5 G .
A' e di questi (re dibatti in 13 lic. 1 soni commensunibleS) mais musi qua mi [
ìneomtmnsimd filiti est ài premier dégne; c’èsi-à-dire, quanti Tèquation est
dii seconda la propor don infime des quoiiens est périodlque. Cod questo metodo appunto fu stesa la delta tavola.
che si potrebbe intitolare Alfabeto posometrico dì yon quadrati aritmetici
trattati informa quadrata geometrica. La secondo aspetto di questo alfabeto
vieti presentato colla tavola B. Ivi si veggono i nomi generici delle
proporzioni diverse colla rispettiva valutazione finita in serie confinila e
concatenata. Questi nomi generici tengono appunto luogo delle radici segnate
nella scala ordinaria dei quadrali naturali aritmetici, lu questa favola B si
rilevano i seguenti fatta principali, 1 ♦ Se unirete le membra dei dii è numeri
tassanti le due prepuziali u voi rileverete che la loro somma forma sempre un
quadralo privilo aritmetico d’ un numero pari. La serie incomincia dal quadrato
prie Ilo di 4, e giunge fino al quadralo perfetto di 192. Così, per esempio,
avete le ragioni Ih IV* r di cui numeri sommali danno G, La prima parta 1 2, c
la seconda 24: unite le due somme, avrete 36 / 6. IL II membro maggiore
d’ognuno dì questi quadrati snstieue col minore proprio Ja data ragione,, la
quale differisce dall* altra di due gradi, Egli poi passa a costituire il
membro minore del quadrato susseguite, ed a rappresentare un termine di ragione
minore t\f un grada, ili quello eli’ egli portava u dinante cedente. Con ciò i
membri sodo conca te nati. III. La somma degli esponenti delle duo proporzioni
forma appunto la radice d’ogni quadrato diviso nei due membri suddetti. CosL
per esempio* Il + IV 6 | 12 -f24 == 36 6. Con questa legge pròcede tutta la
serie. IV. 5c unite gli esponenti delle due proporzioni della stessa casa. v
moltiplicale la somma pei numeri romani esponenti, voi avrete pr prodotto il
numero sottoposto di valutazione. Così I + 111 = 4 4 X 1 4 | 4X3 r12 4. -f 1 2
=; 1 6 ir + iv— 6 0X2—12 0X4 = 24 12 + 24=30 m + v= 8 8X3=34 8X5 = 40 40 +
24=04 fi) I numeri rnnumi jnilicano ter proporr a .fti sta nome ire a rinquts,
o ebe v’K.L.itJ «iftuì, Così, per esemplo, Uh V significa ire sa5 : 5 j>u
1325 discorso quinto; è intermedio fra il quadrato 16 c il 25: il gnomone 25 è
inierme/12 i/13 dio fra 1 44 e 1 69 : e così del resto. IL Questa tavola vi
dice clic tre dì questi gnomoni appartengono alla prima colonna 5 gli altri
sono ripartiti ad uno ad uno sulle colonne seguenti. Cosi 9, 25, 49 cadono
sulla prima colonna; la seconda non ha che 1T 81 : la terza, che il 121 ; e la
quarta, che il 169. III. Ponendo mente al numeri delle distanze, e alla
differenza costante di 4 fra questi numeri, la tavola vi dice che P elemento
normale di proporzione nascosto, che regge questa serie, è il 2: perocché in
tutte le serio differenziali il numero ultimo identico, come in questa, è
sempre il doppio del numero reggitore. Questa osservazione sarebbe prematura
per gli apprendenti; ma qui non si tratta di quello eh5 essi osservar
potrebbero, ma di ciò che osservar debbono l maestri per conoscere il valore e
la possanza delle cognizioni che. debbono comunicare. Soggiungo adunque, che l’
indicazione di questo 2 nascosto allude alla ragione circolare, ossia alla progressione
dei quadrati perfetti aritmetici. Ciò si vedrà meglio nel seguente Discorso.
Trovati i componenti quadrali di queste radici, ed anche trovata soltanto la
progressione aritmetica delle disianze e delle differenze, ognun vede di
leggieri il metodo ch’egli può usare per andare avanti a trovare altri termini
maggiori, 0 tornare indietro per ritrovare i minori. Nell’esame delle serie ciò
è importante, perche molte volto esse nascondono la loro sorgente, nella quale
sta riposta la virtù eminente che si manifesta in tutto lo svolgimento delle
medesime. Se si fosse pensato che qualunque variabile soggetta ad una data
legge non è che una creatura soggetta ai rapporti com potenziali cFuna serie,
si avrebbe mai preso il partilo tV infrangerne le leggi, assumendo anche in vìa
sussidiarla una linea da potersi maneggiare àq arbitrio «ostro? Questa linea
sussidiaria nelT esame p, e. d* una curva, quando sia presa o fra le ordinate 0
fra le ascisse, non diventa forse necessariamente una variabile soggetta alle
leggi com potenziali di questa curva? Posto ciò, non è forse manifesto, ch’ella
esclude ogni nostro arbitrio? Studiate adunque le leggi delle serio proprie, e
uou malmenale lo stato naturale e necessario delle cose, IV. ih visibile che
coi soli sei gnomoni quadrati espressi nella tavola posomclrica, che va fino
alla radice 100, non si compie la serie dei hinomìi di quadrati dei primi nove
numeri semplici; ma che questa serie ò troncala, e vi mancano i due ultimi di
113 e 145. Per rendere adunque compiuta questa prima serie couvieue aggiungere
anche questi due termini. Con ciò abbiamo la prima serie naturalmente composta
di otto termini. Si vedrà iu progresso quanto ciò sia naturale ed essenziale
aliandole della duplicazione, considerata come ragione segreta di compotenza
logica proporzionale. Noi abbiamo qui un primo segnale dei miti periodici
naturali di questa ragione. Comunque si possa continuare indefinitamente,
resterà 'sempre vero che questa ragione espressa in serie si dividerà sempre in
altrettanti periodi composti, o almeno risolubili in otto termini fondamentali.
Anche di quest’asserzione daremo una prova a suo luogo. Ora passo alla
composizione riflessa. Dovrò io temere d’essere giustamente censuralo per
questa denominazione? A me par di no. Ditemi infatti: quando voi assumete in
astratto le potenze lineari di due differenti grandezze determinate col disegno
di farne risultare unaterzaje ponete queste due linee ad angolo retto, e tirate
l’ ipotenusa, è vero o no che fate una composizioue riflessa ? Prima di esibire
la forma di questa composizione debbo avvertire, che niuua figura sì geometrica
che aritmetica deve essere data a brani, come far sogliono generalmente i
matematici. Con questi rottami non si può mai cogliere assolutamente il
complesso delle affezioni e delle leggi della quantità, e quindi far sorgere
quelle logie, dalle quali risulta la scoperta : allora per lo meno si rende
assai difficile l’esito di una ricerca, e manca sempre il corpo sì della
scienza di fatto, che del magistero dell’arte. Per la qual cosa conviene dar
sempre ogni figura compiuta nel suo genere. Essa sarà nel suo genere compiuta,
allorquando a guisa di specchio rifletta sempre l’imagine di quel tipo che
interviene sempre in tutte le composizioni naturali posometriclie. Due estremi
ed un medio, un principio ed un fine, un’evoluzione ed un periodo, uno slancio
ed un riposo: ecco i fenomeni ed i segnali comuni di una figura compiuta. Passo
ora alla composizione proposta. Qui. come ogimn vedersi hanno binomi i con
coefjficietrti 3 0 somma complessiva Ut Hi quadrali, A dii voglia continuare la
serie noa resta altra briga die di frapporre fra lo radici delle ipotenuse le
distali* Ze c^]e passano fra i quadra ti perfetti* e pnjò procedere dove vuole
Ora vegliamo come si possano per se stesse comporre le ràdici deb le ipotenuse
mediante una costatile ed una variabile iu serie. Co ni posilo n£ dello radici
dei quadrati aventi per coefficienti due altri quadrati peregrini I 11 IH IV V
VI VII fui IX 25+1 25+4 25+9 '25+16 25+25j 25+36 |5+49 25+64 25+81 26 29 34 4)
50 Gl 74 S3 m 3 5 7 0 11 13 15 17 Da questa serie apparisce manifestamente che
tutte le ipotenuse esprimono nella loro misura lineare altrettanti hiuomii
aritmetici di quadrati, La prima misura ha sempre 25 unità, loccliè ari Lm elicameli
le inrma II quadrato \/5* e Ja seconda misura ha per nome la serie pat. orale
dei quadrati aritmetici.) incominciando dall7 uno, e proseguendo
iadelìnìtameute. Questa serie abbraccia i primi 9 nomi quadrali, associali col
nome quadrato di 5, Con ciò l’ abbiamo prolungala quanto la sene precedente dei
gnomoni. e per uniformarla alia medesima; ciò non ostante si deve notare^ eli7
essa in forza dei pieni suoi rapporti manca di tre levmini, Questi sono i
seguenti: X Xt mi 23+ 100 25+121 25+ 1 44 -- 125 ] 46 m 1 9 21 23 Con quest’
ultimo termine, il quale rappresenta il quadrato portello aritmetico di 13. sì
pone In corrispondenza il termine primo ih 26 = 13> sta serie come sta* Vi
Tom. I. 85 ìm Ossbrvjlziqkb. Trilla ispezione dì questa serie ognuno vede clic
dalla parie siuislJ-i i cateti decupli hanno il di sopra: nella destra poi di
chi legge Jirmaoit di sotto, Nel centro i termini diflerenzialL ossia i residui
di sottrazióne^ si concentrano al punto iélFunilù, e le differenze di questi
resi dai vca^fono alla perfetta eguaglianza. Da ciò si ricava Jd i u dolci di
questo ped> do? il di cui mezzo è occupato dai tre termini neutrali. Nel
mezzo ap punto nasce il pareggiamento dei cateti, meno un* unità; c quindi il
passaggio dei decupli in meno. Cosi figurandovi un diametro di un circolo, nel
quale diverse corde si vanno aumentando da sinistra a diritta * si giunge al
mezzo. L28. Delle prime sii In he matematiche. Fin qui abbiamo esaminato le dna
maniere spontaneamente offerte od espressamente indicate dalia tavola
posomolrica* onde ottenere emuposti geometrici di lati perfettamente
coiruaensurahilì per un ideatici} elemento. Queste sono per gnomoni ufi nome
quadrato c per luncmii quadrati, dedotti dal paragone a specchio colla serie
para iella di quadrali irai arali. Ora ci resterebbe a parlare di una terza
fonte primitiva di coro* mens orazione razionale, la quale nasce dalle ascisse
razionali sfatte sia dalla scala naturale dei nomi quadrati, sia dalla
riduzione a eanniae misura delle medie proporzionali, le quali nei gradi
compatti della seno dei quadrali aritmetici presentano una spuria
iiieonmsensurahilitàMa re credo di trasportarne V esposizione dopo clic avrò
discorso delle sillabe matematiche. Dico delle sillabe^ e non della
compilazione matcmàtkn. Con ciò lo voglio indicare asse re azioni teoriche
sulla cosa, e non H$h ì e m agistra li per fari e appronti e re . lo lo ri
pelo: non parlo della man i ^ ra di comunicare agli apprendenti il metodo . ma
parlo de! minilo dd metodo medesimo. Con questa mira Lo esaminato 1T alfabeto.
Se si fosse trattalo della maniera di farlo apprendere, avrei dovuto procedere
diversa mente. Volendo parlare delle sillabe matematiche teoreticamente sortii
posso dispensare di porre solfoceldo almeno il materiale. Proseguiamo. Il punto
delP eguaglianza perfetta forma il zero differenziale, ossia la negazione
d7ogni differenza. Ecco il puulo positivo d ogni mossa algoritmica. Ciò posto,
qualunque punto voi prendiate, per esempio, nella semicirconferenza A C/?(fig.
VI. tav. I.), sia a diritta, sia a sinistra del punto C, voi avrete un segmento
di curva. Sia questo punto scelto in il/. Tirando la linea MB parallela ad E F,
voi farete nascere la lista E JS P F. Lo stesso avverrà figurando che per gradi
comunque piccoli la linea E F si abbassi parallelamente. In amendue i casi voi
avrete una lista, la quale conterrà un arco di cerchio più o menogrande. J1
quadrato sopra il/ C sarà equivalente a quella lista. Che cosa sarà questa
lista, fuorché una porzione reale del quadrilungo A EFB? Questa lista può
essere parte aliquota o non aliquota, sia del quadrilungo, sia del tutto. Ma
l’essere o non essere parte aliquota dipende unicamente dai rapporti logici
essenziali della figura, e non dall arbitrio del geometra. Dal suo arbitrio
dipende la posizione del fatto, e non la ragione del fatto. Qui per ragione non
s’intende il motivo^ ma il rapporto intrinseco e logico degli oggetti. Ciò che
abbiamo detto figurandoci un movimento dall’ allo al basso, accade pure
figurandoci un movimento da diritta a sinistra, e viceversa. Così, per esempio,
nella figura XVIII. tav. I. posso figurarmi che la linea Cd proceda a diritta o
a sinistra per misure date verso l’una o 1 altra estremità del diametro; e
viceversa, che la linea DF proceda verso (») Qui si può proporre ai matematici
il sedi uno dei binomii incrociati, trovare il memguente problema = Dato il
membro minore bro minore dcll’allro binomio. = j[ centro, lu luLlì questi casi
avrò a dati intervalli le liner e le superficie die vedete nella figura. Queste
linee o ascisse ra-ppr esenterà» no diversi stati di questa linea, die perciò
di cesi variabile* Qualunque sia la mussa di questa variabile, sarà sempre vero
che dal punto delia partenza al punto della sua prima fermata ella avrà
lasciato uno spazio dietro a sà, Questo spazio sarà essenzialmeuLe finito e
determinato dai rapporti ai quali nella data figura va soggetta la detta
variabile. Altro è die io pòssa o non possa valutare con misura comune questo
spazio e le sue particole 5 ed altro è ch’egli non sìa in se sLesso esse ozi al
me n Le finito e determinato. Figurare un’ eguaglianza reale o un infinito
reale, perchè 10 non posso trovare un espressione numerica determinala di
questo spazio 5 sarebbe la più mostruosa assurdità. Perche ti mancano gli
occhiali per vedere il grano di cenere, dirai tu ch'egli non esista? perché 11
manca il compasso per misurarlo, lo dirai tu infinito ? Nella Matematica pura
dipende da te fissare la prima lista. Comunque minima ella sia, sarà sempre un
che, ossia una quantità reale e finita sottratta da una delle parli eguali.
Paragoni Lu la parto scemata colla parte integra ? Allora dovrai dire che la
parte scornata è minore d’un tanto della par Le integra, e che la parte integra
è maggiore di quello stesso tanto della parte scemata. Allora dir devi quel
tanto essere una grandezza reale. Divìdi lu questo tanto, e aggiungi tu la
parte divisa alla parte scemala? Finché non raggiungerai £ut£as vi resterà
sempre un meno che toglierà regu-aglianza* Alte corte: ira il con ce Ilo dell'
'essere e dei nulla muta fisi O co, ossia fra V eguaglianza e la disuguaglianza
astratta non si può figurare veruna determinala quantità. È dunque assurdo e
stranamente assurdo lo stabilire come logicamente possibile una quantità minore
di qualunque assegnabile, perchè appunto in astratto si può assegnare qualunque
differenza escogitabile. Come la logia àeWegttaglianza astratta non ammette
gradi, così la logia della disuguaglianza astratta non ammette limiti. Se ho
fatto uso dell'idea duna linea variabile* Filo latto per adattarmi al modo
volgare ricevuto. 11 fatto sta però, che quest1 uso non è uè filosofie o 5 uè
algoritmico* Non filosofico, perchè uua linea in est e sa non può ne
camminare*! uè generar l'esteso (C; c però in realtà colla variabile non si se
ti) Linea utcumq.uc multi jdì&ata ( disse Newton) jiq |ì potei t evadere
siipeìficìe^ ìdeoque haec mperficìei e iuteh generano (ùnge alia est a multipli
callo ne (Ari Mimetica mnversalisj Py,i £ 1. La mohlplk-nzìcme fìmu pie
superficiale é prò pii a™ co le quale I abbiamo sopra presentata, e si fa o
poi' via di quadra Lo, odi a! tre fi gore semplici prese coinè uni Là. JAiso ha
iAto prevalere di prendere il quadrato come unità (vedi Ne\vto)ifÌoc.cii.).
deli/ insegnamento delle matematiche, JHJa che un limite d’uoa superficie
estesale però si allude essenti al metile ad uno spazio variamente limitato^
fipusideraio ila un Iato solo, fc è poi q 1 1 es t’ u $ o verameute a ìgo rii n
i ico [Grice, decision procedure], a ] m eco finché non si c an side n1J0 r libili
ili questo esteso in modo che ne sorga imo spazioseterminato chiuso da confluì,
e configurato d7 una data maniera. Alloro egli contrae un'essenza propria,
dalla quale sorgono tutti i rapporti di competenza l' orse si crede potersi a
beneplacito arrestar Pesame ad un profilo^ senza considerare i] resto» Quando
ciò si volesse fare abitualmente y cd ottenere ciò non ostante una valulazioue,
sia complessiva* sia comparjti^ a* lia 1® parti della figura* si tenterebbe una
cosa impossibile; prcìi è i valori non possono risultare fuorché dai rapporti
dì compotenza del erminati dal] unità individuale costituente e caratterizzante
la data fruirà, Come la data foglia, il dato ramo di uu albero, il dato membro
di un corpo animale sono determinali dall’unità organica ed unificante del
tutto y così i rapporti geometrici compitemi a li ed algoritmici sona
essenzialmente determinali dalFiiuità individuale c caratteristica della data
figura* 1 rollami adunque ed i profili staccali delle figure non possono essere
esaminati con frutto e valutati con effetto, se non eoustderandalì in relazione
al tutto di cui fanno parte* Dunque in Ma I ematica procedei si dee come nell
Anatomia e Fisiologia dei corpi vegetabili cd 3nimalu Dopo che si acquistò
l’idea della forma, delle proprietà e delle leggi del tutto 5 si potrà
certamente far uso di costruzioni frazionarie; ma prima di questo tempo sarebbe
il più stolido e il piò riprovato partilo quello di proporre ad esame questi
rottami e questi profili spolpati* Aidlo studio adunque primitivo della
quantità estesa incominciar si deve col presentare lutto iutiero il ritratto
della cvealunt matematici c passar iodi ad esaminarlo partita mente, e fino
ne’suoi ultimi coni ponenti c indi ritornare con mi senso distinto allo stesso
concetto complessi* \ o* che dapprima apparve contuso. Foco il perchè avendo in
confi a ciato culi assumere il quadralo geometrico* credo necessaria la
costruzioni et hi no Olii incrociati. Mediante questa sola costruzione si
possono otieucn-' le convenienti valutazioni nei tre stati successivi già sopra
distìnti delle grandezze estese quadrale*, ed ottenerle nella maniera la pia
breyc3 la più facile e la più proficua. In conseguenza diffaliì dei binomi!
incrociali si segnano e si valutano i differenziali 1353 poiché la sua base,
come modio, è propriamente in A C. Tosto si vede che l’area di questo modio è
uguale al quadrato geometrico che si può costruire sulla perpendicolare FG.
Così si può stabilire perpetuamente, che il modio nato daH’unioue di due
triangoli rettangoli isosceli sarà sempre uguale al quadralo delle due altezze
riunite di questi due triangoli. Forse taluno crederà che la costruzione di
questo modio sia improvvisata. Bene al contrario. Essa è anzi preindicata dalla
costruzione a binomii incrociati. Ciò consta osservando che il quadrato del
cateto maggiore del binomio verticale è appunto eguale a questo modio. Si
esamini la fig. VI. della tav. 1. Ivi vedete il cateto il ID. Il quadrato di
questo cateto è uguale al quadralo del detto modio. Usando del teorema
pitagorico, noi non otteniamo clic la metà del nome necessario per le
valutazioni dei composti geometrici di quadruplice relazione. Il tetragonismo
logico non consiste nella forma quadrata materiale ed isolata, ma risulta
invece dalla quadruplice possanza e compotenza variata ; così che posta la
varietà, ed ommesso un solo dei termini, manca necessariamente la valutazione.
IBI. Delle trasformazioni preindicale. Noi abbiamo notato di sopra esservi tre
maniere primarie di costruzione della parola matematica, cioè la prima per
posizione, la seconda per trasformazione, la terza per trapodestazione . Queste
due ultime maniere possono eseguirsi ad un solo tratto, come abbiamo veduto
nell’esempio del modio ora osservato. Ma giova il vedere come siano preindicate.
Quanto alla trapodestazione, ne abbiamo offerto l’esempio: quanto alla
trasformazione, serva il seguente esempio. Ritorniamo alla figura. della tav.
I. Ivi vedete il triangolo rettangolo A MB. Mirate ora la fig. XV. Questo
stesso triangolo lo vedete segnato AEB. Parimente nella figura VI. abbiamo
fatto osservare l’altro triangolo rettangolo D M C . Ora volgete l’occhio sulla
fig. XVI. Ivi vedete questo triangolo segnato in AEB. Se nella fig. XV. e nella
XVI. dalla parte inferiore descriverete il triangolo eguale AI1B, voi formerete
i due quadrilunghi che vedete dentro lo stesso circolo. Questi due quadrilunghi
inscritti sono, come ognun sa, eguali ai quadrilunghi aventi per lato la
diagonale degli inscritti, e per altezza la media proporzionale, ossia il lato
comune dei due triangoli simili AEG ed EG B. Ma i lati dei quadrilunghi
inscritti non sono nè punto nè poco eguali ai lati degli impostati sul
diametro, e chiusi dalle tangenti J A, FB: abbiamo dunque aree uguali con lati
disuguali. Ciò incomincia a somministrare l’esempio d’una trasformazione
lineare più aritmetica che geometrica. Dico piu aritmetica che geometrica,
perocché i due quadrilunghi inscritti sono simili ai non inscritti, ed eguali
in superficie, ma non eguali in Iati. Dunque la misura e quindi la potenza dei
lati è cangiala, senza che siasi cangiata nè la superficie, nè la forma
complessiva generica della figura. Così supponendo che in ambi i circoli il
diametro sia diviso in dieci parli, e che AG nella figu ra XV. sia eguale a 2,
ne verrà che A E sarà eguale a 20, ed EB~ 80. Ma siccome il quadrilungo
ABFI—AO, dunque il quadrilungo inscritto AEBJI sarà eguale a 40. Or qui d
ornando se A E ed All siano commensurabili. Dunque abbiamo qui la stessa area
prima compresa fra lati commensurabili: e questi sono i lati IA ed A 2?, il
primo di 4, ed il secondo di 10: poscia fra lati incommensurabili, il primo di
potenza 10, ed il secondo di potenza 80. Ecco quindi una trasformazione
lineare. Bramate voi un esempio di trasformazione di figura? Mirate la figura
\. della tavola I. Ivi la curva A L 11 è un quarto di cerchio, avente per
raggio tutto il diametro A B diviso in dieci parli. La linea B d" (eguale
a questo raggio) viene portata in cl" un grado al di là della metà; di
modo che avremo d'Bz=G. Ora se Bd"— 10, avremo cl! d"— 8. Dal punto
d" tirate la linea di' A; avremo il triangolo AdtB, la di cui area sarà
40. La di lui area sarà dunque uguale al quadrilungo superiore AJSBB. Bastino
questi cenni fuggitivi per far intendere i tre stati della parola da me sopra
indicati. Fra questi quello della posizione prima del quadrato dev’essere
rappresentato in modo da soddisfar sempre ad un quadruplice rapporto. 132.
Delle parole composte. Come vi sono parole semplici, così vi sono anche parole
composte . Questa distinzione non si può comprendere fino a che non abbiasi
formato il concetto della personalità della figura. Quando figurate uu
quadrato, un triangolo, e qualunque altro poligono, voi da principio li
ravvisate con uu concetto solidale ed individuo. Se poscia pensate che iu forza
di quei dati lati, di quei dati angoli e di quella data superficie ne debbano
nascere date relazioni, e non altre, voi potete attribuire ad ogni figura un
carattere proprio geometrico, in virtù del quale nasceranno date affezioni e
date leggi. Ecco ciò che costituisce la personalità logica della figura. Fino a
che voi vi aggirale entro la sfera personale, voi non trattate che la stessa
parola. Essa si moltiplicherà, se farete altre fi discorso quinto. iggs gure
sìmili; ma tulio avranno la sics sa personalità* Questa si altererà, quando di
due persone dlssìmUi ne farete una terza. Ognuno iu leu ile che Ih composizione
non sì può coli fondere eolia trasformazione, quale sopra lu definita;
imperocché colla nuda trasformi azione altro non si fa elio sostituire sotto
forma diversa una data superfìcie identica ossia uguale alla prima. Ciò potrà
bensì f ar cangiare i rapporti parziali $ ma essi saranno sempre puramente
individuali* Cosi io potrò a lutto il complesso, considerato come un tulio ^
cangiare un quadrilungo iu un quadrato o in un triangolo, e viceversa; ma i
rapporti compolcnziali delle partì riusciranno sempre puramente individuali. Un
esempio luminoso delle parole composte si è quello della composizione coi
quadrali peregrini, di cui sopra ho ragionato : la quale, fatta nei primi sta
dii della tavola poso metrica, fa sorgere un* interna spuria
incorumepsuralaililà. Nelle parole semplici, quali sono espresse nella figura
sopra esaminala, questo fenomeno utm può sorgere, pèrdi è Lutto viene ivi
determinato in conseguenza delia divisione data al diametro. Allora fra le
divisioni di Lutto il diametro, e quelle rlcì dì lui segménti determinati dalla
media proporci ou alo, li avvi sempre una perfetta coincidenza. Nelle parole
originari aMffjyrE composte questa coincidenza manca. Badate bene: dico
originariamente^ per dinotare che la coincidenza operata dalla successiva
conversione dei nomi superficiali in lineari non deroga per nulla all7 indole
fondamentale di questa logica composizione. Io mi spiego con un esempio.
Spiegate la tnv. Ih, e mirate la fig. IX. Ivi vedete il triangolo rettangolo a
b c. Fingiamo che èia fatto iu modo, che la linea eh sia un terzo piò lunga
della a e. Avremo il quadrato della a e~4, e quello della c b = Ih II quadrato
adunque dell’ ipotenusa ab sarà eguale a 1 3, Dunque qui la linea ab sarà
incommensurabile. Suppóniamo ora che dal punto c sia calata una perpendicolare
sulla ah. Questa £ nell* aito che farebbe nascere due triangoli rettangoli
simili fra di loro, e simili al terzo che li contiene) dividerebbe f ipotenusa
a b iu due parti. Si domanda ora quale sarebbe la misura dei segmenti dell1
ipotenusa, e quale quella della perpendicolare suddetta. Ognuno mi risponde,
che converrebbe trovare una misura comune, la quale, senza alterare le ragioni
delle quantità impostate, mi sommiti ìs trasse la valutazione bramata. Dovrò
quindi determinar prima queste ragioni^ e riguardarle come condizioni
inalterabili. Fissata questa preliminare ricerca, veggo in primo luogo che il
quadrato di a c al quadrato di he sta co un.' h a 0, Veggo in secondo luogo che
l'area del triangolo ab c è uguale a \ dell3 uno, ed a l dell'altro. Ciò
premesso, ecco come io procedo, Si converta il nome superficiale di ab io nome
lineare. Allora avremo bai tra ìig-m-a mgmiH^ in cui A B sarà divisa io tredici
parli. Sa questa linea se pendete quattro parti, ossia ^ * voi prendete il nome
superficiale dì e [p trasportate in A II Allora avete A lì— A e Moltiplicando m
p I uno per l’altro, avrete D L’rzz 3G, e quindi la linea D 6T=G, Ma pr
ottenere la misura lineare di I) C potete dispensarvi da questa operaione ' ta
quale dandovi il quadrato vi obbliga ad estrarre la radice) col mi Implicare
invece le due radici del quadrati delle a c e cb^ e dire 2X3=6; P dunque
7TLr=G5 /Jc“36. Compiendo la figura come la vedete, avrete p p da uua’parlc A L
7= 16 + 30 = 52, dall1 altra Clì—Si + 3G = MT, Som ma: 1 G9 = 1 3X13.
Moltiplicando poi /) C per A /», e presa la metà, avrete barca del triangolo A
Cfi 39. Ora tutti questi valori non serbano forse le prime proporzioni ? 52=
I3X^ 117 = 13X'I 39 = 1 3 X 3 1G9 = 13 X 13? Qui dunque avete po r misuratore
comune il nome superficiale del( T ipotenusa, iudballo che avete fatto uso
della divisione lineare. Xna discostandomi dal mio proposito 5 ed incontrandomi
m ila tavoli prometeica nel grado 13, e facendo la seconda costruzione ora
eseguita, egli h manifesto che bavrei fatto risultare dalla divisione della
radice, ossia del diametro; ma la composizione del quadrati dei cateti sarebbe
forse stala primitiva, originaria e semplice ? Non mai. Qui col 52 e col I IT
alidaino due grandezze che st anno fra loro come 4 a 9 se no neh è non abbiamo
due nomi quadrati, ma due non quadrati aritmetici, i quali non sono nemmeno
multipli dei quadrati originarli. Ciò che abbiamo eseguito qui si può eseguire
in tutti i casi nei quali abbiamo cateti rispettiva meate corri mena tira bili,
sia o non sia razionale 1* ipotenusa* lì i teniamo adunque, die ciò che
costituisce la parola composto nJrttematica non consiste nella ripetizione o
divisione materiale della Jais figura, ma bensì nella compaginala™ solidale ed
univoca di più persone diverse e indipenden ti NeH’incomiuciamento del 1 28 ho
indicato come terza fonte di commensnrazioue lineare le ascisse, le quali si
possono dividere in parti aliquote identiche a quelle di tutto il corpo al
quale esse appartengono. Yarii, estesi ed importanti sono gli ufficii loro.
Spiegherò il mio pensiero con alcuni esempii. Mirale nella tav. I. la fig.
XVIII. Ivi la prima ascissa DF è divisibile in tre parti decime dei diametro.
Unendola dunque alla linea F F\ avremo DF' = 13. Parimente l’ascissa a et è
uguale a 4. Prolungata dunque sino al fondo, avremo eia" zzi 14. Questi
valori comuni e preiudicati somministrano vincoli di cognazione fra diversi
nomi dell a tavola posometrica. Tutte le radici dei quadrati aritmetici, le
quali, detratta un’unità 5 segnano un nome quadrato, hanno questa proprietà. Il
valore potenziale della prima ascissa è appunto sempre uguale al valore
superficiale della radice, meno un’ unità. Così \/5 1=4, eguale al quadrato
della prima minore ascissa, e però essa sarà eguale a f; v/10 1=9, eguale al
quadrato della prima minore ascissa, che sarà f0; \/l7 1 zzz 1 G, eguale al
quadrato della prima minore ascissa, che sarà di 4, ec. Per la qual cosa, presa
la scala naturale dei quadrati, ed aggiunta a tutti un’unità, si avranno radici
colla prima ascissa razionale. Ottenuta questa prima ascissa razionale, ne
viene in conseguenza tanto l’ordinata corrispondente, quanto un’altra ascissa
maggiore . Gol soccorso loro acquisterete il potere ora di porre in movimento
il lato del quadrato inscritto e di trovare altri coefficienti, ed ora di fare
ulteriori composizioni, suddivisioni, e in fine stabilire serie estreme e
medie. Mi spiego con un esempio. Ritornate alla fig. XVIII. della tav. I. Ivi
vedete la DjFz=3, D C zìi 5, ed F C zzi 4. Ora su C B (che è l’altro
semidiametro ) pigliate CG—acl FD ; alzate quindi la perpendicolare G E. Questa
perpendicolare sarà uguale ad F C. Uniti i due punti D E, voi avrete D E uguale
al lato del quadrato inscritto; avrete l’angolo D C E retto, ed il rispettivo
triangolo DCE uguale ad \ del quadrato inscritto, ed uguale ad l del
circoscritto. Se poi dal punto D tirerete la paralella D IL questa taglierà la
linea E G ad angolo retto nel punto /,* e però avrete i due cateti D I ed 1 E.
Quando il valore lineare o potenziale di essi o di uno solo dei medesimi siavi
noto, voi determinerete il valore di due nuovi coefficienti dello stesso
quadralo deH’ipolenusa D E uguale al quadralo inscritto. Quando non avete una
radice pari, come nel caso antcGedènk', ma una dispari, cui non vogliale
duplicare, allora soUciilra la cosUndoinj della hg, XI. della tav. IL Con
questa voi potrete talvolta essere condollo a nomi che non abbiano veruna
comune misura eoi nomi originagli dai quali furono tratti, e però potrete
creare persone (Futi Carattere totalmente proprio. Cosi si ottengono le nuovo
composizioni prcindicatepcDa si col Legano anche i numeri per sé primi; cosi sì
passa alle analisi spechi Questo non è ancor tutto. Colle costruzioni dì
movimento, lòlle eolie ascisse suddette, si passa a suddivisioni indicale, le
quali sona cuiw le dissoluzioni chimiche necessarie a formar nuovi composti, lì
donila nifi alla lig X\IIL della tav, I. Ivi vedete il triangolo DEL Cotte
L-uliatc FaUenzìoce sul primo segmento DJ. Ivi vedete il piccolo triangolo Bit,
C certo che la linea il sta alla D / come la 2?/ sta alia D L Ma E I . DI :! :
7; dunque il;D l II ì :7. Dunque si deve dividere ogni grado in fólte minuti;
dunque À B sarà suddiviso in 70. Senza questa suddivìsile non potreste passare
alle, couve uien li valutazioni che far dovrete nelle successivo composizioni
dipendenti . Ciò ohe abbiamo osservata iti questo caso si verifica in lutti
quelli nei quali accade di ottenere 1 movimenti ed i valori simili a quelli ora
osservali. Questi triangoli analitici, accoppiati alla parte alla quale sono a
[lacca li . sì possono estrarre da tutto 11 corpo della figura, è passare a
composizioni graduali pie in dicale, e tessere una catena non interrotta di
composizioni e di analisi, e quindi dedurne serie differenziali ih un uso
universale. Fissate Io sguardo sulla fig. Vili, della tav. IT. Qui nel
triangolo ABC vedete uno di questi triangoli analitici: cosi pure ne vedete un
altro segnalo D L C*1 1 la Lo L C é quello del maggior coef6 cicale. Compiendo
la figura, si ottiene sempre uu quadrato in seri Ilo iu un altro. Si hanno pure
i differenziali di primo e di sccond5 ordine, valn I uttr suddivisi, ec. Il
minimo triangolo poi C a b vi dà le misure comuni Ira le tre grandezze quadrale
complessive di questa costruzione, alla quale impongo il nome di compasso
algoritmico. Tutto questo fu accennato di volo por indicare gli nfficii che
prestare o derivar possono dalle ascisse razionali . c far p rese ù lire con»
ess.fi divengono fonti rii commeusurazioui discrete. Altri servigi subalterni
risultano pure; ma di essi non conviene far parola che in uri Tra Lia lo fallo
di proposilo. Colle cose esposte fin qui intorno agli alfabeti, alle sillabe,
'alle parole. e alle fonti di commensurazione ragionale, altro da me non 1 lì
fitto, che addurre alcune pcu'Hcoltiriiìu le quali possano raccomanda re il
modo col quale io crèdo clic incominciar si debba lo studio delle Matematiche,
Mi rimane ancora di esporre i! magistero di quello clic appellai calcolo
inizialo. Ciò ven a fatto da me nel segue n Le Discorso, 1M. Della composizione
delle parole di comm co àura zio ne lineare quadrata. Problèma. Risposta,
Raccogliamo in uno le membra divìse del ramo esaminalo fin qui, e riportiamolo
all’ oggetto reale, sul quale caddero le ultime nostre cousiderazioni» Quest'
oggetto qual fu? Il tetragonismo 5 in quanto può essere valutato discretiva
mente. Intatto è ancora il campo dei veri continai^ altri meati detti
incommensurabili* Qui ci siamo ristretti a cogliere le co m potenze quadrale
che si manifestano per misure lineari aliquote. Qual fu il fine primario di
queste ricerche? laudare una Geometrìa di valutazione. Glie cosa intendete
dinotare cou questo Dome ? lo iute u do dinotare un corso primitivo analitico e
compaginato di osservazioni di fatto sulla quantità estesa, mediante il quale
si possano assegnare canoni plenarii algoritmici. La quantità estesa,
considerata in tutti i suoi stati possibili 3 presenta uu campo immenso, nel
quale si possono fare per secoli milioni dì osservazioni e di combino zio eh.
Conoscere Iti Lio queste possibili circostanze, o tentare tutte queste
possibili combinazioni, non può formare lo scopo logico morale e sociale delle
Materna lidie | cogliere quei fatti e quelle leggi che ci possano condurre a
dettare linone regole ad uso dilli a vita, ecco Toggetlo duale dì questo esame.
Fra mille sìmboli abbiamo prescelto come primo il quadrata. I suoi stati
diversi offrono intervalli à' una coramensurazione discreta. ì rapporti di
questa co m mense razione sono dipendenti dalle leggi di com potenza, che
padroneggiano tanto i discreti, quanto i continui. Avendo prescelto i gradi nei
quali si può manifestare la possibilità delle valutazioni discrete ) b
necessario di vedere il complessivo aspetto di questi gradi. Cosi esaminando un
paese nel quale a dati Intervalli sorgono colonne miliarie3 e trovato con qual
legge proceda la distanza dall' una all'altra, si può indovinare anche la
distanza di quelle che non furono sottoposto al nostro sguardo, 11 tei}
agonismo^ simboleggialo con blu ormi incrociali, presenta sempre due mezze
proporzionali, le quali sono coordinate ad angolo retlo. Queste coordinate sono
appunto un'ordinata ed un’ascissa, le quali formano due lati di un triangolo, o
due lati d’ un quadrilungo. La diagonale di questo è costituita dal raggio.
Cercare a quali intervalli queste coordinate siano commensurabili, o possano divenir
tali, ecco il primo argomento dell'esame del tetragonilmo simboleggiata. Posto
questo argomento di ricerca, si può fissare il problema die serve di multalo
delParalisi premessa. Questo problema è 31 seguente. =sDato qiuiluDijni
quadralo aritmetico, trovare radici che servano a formare sempre due quadrati,
la somma dei quali formi un terzo quadrato. = I, Prendete un quadralo
aritmetico qualunque, ira eoe l’am Scrìtto il quadrato, detraete da lui mi'
unità. II residuo (z/) segnerà h radice di uno dei coefficienti. Ih Prendete la
radicò di questo sLesso quadrato 5 c duplroalcla. Il prodotto ( B 1 costituirà
la radice quadrata del secondo coefficiente. HI. Prendete ancora il quadrato
assunto, ed aggi ungetevi ni/ imiti La somma (£)5che oc risulterà, formerà la
radice quadrante della somma suddetta. Così potremo rappresentare linearmente
cou un triangolo rettangola tutte queste radici. E quindi // sarà eguale al
primo cateto. B sari eguale al seco □ do cale Lo, C sarà eguale all7 Ipotcnusa.
Qm, come oguuu vede, per tonnare A si sottrae; per formare Ètì moltiplica: per
formare C si aggiunge. Le operazioni cadono sullo stessa oggetto, Dato un
quadrato numerico, se aggiungete a lui un’ .natili, sorge n u’ ipotenusa : se
la togliete, sorgo uno ilei cateti: se duplicale- la radice, sorge Tallio
cateto, il rama le voi di tessere in un modo immediato c semplice laverie di
questi catc li e di queste Ipotenuse? Scrivete una serie che incominci dal o .
e progredisca in definì la mente 5 colla differenza di due fra ogni termine.
Scrìtta questa serie, se volete ottenere i cateti 0 scrivete un 0 ; 0 sommatolo
co! primo termine, seguitate a sommari;, come ali i 1,1 Esempio h { i 5 A et 4
+ 1 = 5 C, 5x3 = Jj 4 x 4 j6 h X h = a:S a* B3 C1 Esempio II, 1 s A 1/3x2= fi
il 9 -Jr = io c Sx 8— Ci A' fix 6= 56 B3 io X ro too C'J A 22. a i?= G a c a8t)
l/,vuijitù IN. ifi 1 il, A K4x& a B i fi q - 1 1 ^ c Fiatilo l'alto nel
generare la potè □ za delle ascisse circolari. ìSe volute ot- tenere
ripoteuu&a C? scrivete sotto ai 5 un altro 5V e fate lo stesso. Ecco un
saggio. Serie fondamentale 5 7 9 lì 1 3 1 5 ec* Serie delle ipotcnuse 5 IO 17
2G 37 50 65 ee. Serie loudanientale CaLeli A B 5 7 9 1113 15 ec. 3 8 15 24 35
48 63 4 6 8 10 12 14 Iti Pigliate su t numeri, e fate le figure; avrete: a b 3
4 c a b S 6 c 10 rt h lo 8 ce. ce, C 17 Le due prime ligure a b sono i due
cateti ossia le due radici dei coefficienti; la terza, segnata c, è V
ipotcnusa, ossia la radice del quadralo risultante. V1 accorgete voi qui dì
avere in roano i mezzi termini per costruire lutti i b inondi incrociati
discretiva mente valutabili? V’ accorgete voi die ; rappresentali questi
elementi colla forma sviluppata conveniente al te Ir agonismo, voi avete in
mano b ordinate^ le ascisse ed il raggio., lutti fra loro commensurabili, e per
ciò stesso avete in mano i tre mezzi term i o i n e e e e sa rii al tei ragon
ism o di-sere io? Per intendere quos to risellato mirate ìa fig. \ L delta tav.
T., e paragonatela colf esempio pi imo sovra prodotto . In quest* esempio abbiamo
it cateto a = 3* Mirale nella figura Lordi naia M Q: ecco questo cateto. Nello
stesso esempio abbiamo il cateto b— 4. Mirate nella figura L’ascissa M c : ecco
questo secondo cateto. Nello stesso esemplo abbiamo V ipotenusa o = 5. Fingete
nella figura II raggio MQ: esso formerà V ipotenusa rispetto ai cateti M Q ed
ili (\ corno costituirebbe la. diagonale del quadrilungo M C 0 Q. Ottenuti
questi tre termini, voi loslo compite le parli tutte sìmbolidie del
tétragOnisiiiò ed avute tutti gli altri valori lineari e potenziali del binomio
incrociato t e quindi gli elementi fon darti onta Li della valutazione
discreta. Ciò die qui Iio mostrato nel primo grado della detta serie si può
eseguire in tutti gli altri gradi : c però il cateto minore forma V ordinata, il
maggiore Y ascissa ^ F ipotenusa il raggio. Quelli forbimmo nel tei ragù r i
ism o i m c % % i termini dell a disugu ag l la n za ; ques la della
eguaglianza. Così abbiamo tutta la scala graduale dei binomii incrociati
valutabili discretivamente, e il modo spedito di descriverli. Dico anche il
modo spedito di descriverli ; imperocché costrutto un quadrilungo coi lati
disegnali pei cateti, e tirata la diagonale, e con questa diagonale fatto
raggio di un circolo, si hanno tutte le condizioni per compiere la figura.
Costruite adunque geometricamente i gradi successivi di questa scala
progressiva, e voi incomiucerete a disegnare il primo ramo della Geometria di
valutazione, della quale ho parlato di sopra. Non tutto questo ramo con ciò
viene disegnato, ma un solo profilo del medesimo. Qui non si vede altro che una
progressione in serie, ma non si ravvisano ancora i periodi singolari della
medesima, e però uou si scorgono i punti rispettivi degli estremi e dei medii
singolari, in forza dei quali tutta la scala si può ripartire in tanti tronchi,
ognuno dei quali contenga una propria sfera di compotenza estesa e sopra e
sotto fiuo ad un certo grado. Le ascisse e le ordinate suddette furono qui
assunte in modo, che il lato maggiore del triangolo rettangolo servisse di
raggio ad un cerchio, per cui ne sortisse la fig. VI. della tav. I. Il tetr
agonismo discreto adunque fu qui rappresentato sotto forma, dirò cosi,
quadruplicata e di un uso immediato; ma questa forma si può cambiare, e far sì
che le due coordinate formino due corde d’uu semicircolo, al quale il raggio
serva di diametro. Allora, come ognun vede, le due coordinate esercitano un
impero proprio, indipendente ed unito, in forza del quale convien ragionare con
altri rapporti. Qui è dove nasce la spuria interna incommensurabilità nel
costruire il binomio incrociato. E per addurre un esempio luminoso io sceglierò
il sesto grado della serie. 49 1 =48 V 7X2 = 14 49 + 1 = 50 Ognun sa che, preso
un cateto eguale a 30, l’ altro eguale a 40, si ha internamente tutto il
razionale; di modo che la mezza proporzionale è uguale a 24, il primo segmento
dell’ ipotenusa è uguale a 18, il secondo eguale a 32. Parimente nell’ altro
binomio l’ ipotenusa è divisa in 49 ed 1 ; di modo che i Iati dei triangoli
simili, che fanno le funzioni (li mezze proporzionali, coincidono colle
divisioni assunte dell’ ipotenusa. Tutto ciò segue in conseguenza del binomio
sommato di radice 30 e 40. Ma colla divisione del sesto grado della serie ora
espresso non accade più questa coincidenza, e quindi avviene una spuria
incommcnsurabililà, come nei quadrati di composizioue peregrina. Onde veder
lutto mirale la lig. XI. della tav. I. Sia _///?:= 50; sia MC~ 1 4: sarà M D—
48. 14X'l/i19Gz -MC 48 X 48 = 2304 = M D Somma 2 5 0 0 ~ D C Domaudo qui: cosa sarauuo
il/ T, C T, TD, o almeno la loro potenza? che cosa saranno i latino almeno le
potenze dell’altro biuomio? e però, che cosa saranno AM* MB, A R, RB, RM, o
almeno le loro potenze? Ognuno troverà, che per rispondere a questo quesito
convieu distruggere la spuria incommensurabilità che nasce pel motivo che la
linea M T non cade su alcuna delle divisioni stabilite alla D C, e quindi
stabilire una comune misura. Tutto questo vien fatto in una maniera immediata,
senza Algebra, e senza il lungo giro delle proporzioni, come sopra si è veduto.
Questo sia detto di passaggio. Al proposito nostro mi giova osservare, essere
questo un altro aspetto del ramo dei commensurabili lineari, mediante il quale
si passa ad altre ricerche e ad altre affezioni del tetr agonismo discreto .
Con ciò si tesse anche una serie di binomii sommati di composizione peregrina,
la quale nasce dalle differenze a specchio della serie dei quadrati naturali,
come abbiam veduto al 127. A questi, dopo la comune misura, si aggiunge Y altro
binomio sommato incrocialo. Questo nuovo aspetto tien luogo della teoria delle
frazioni o dei frazionali, perocché appunto convien suddividere (salvi tutti i
rapporti di proporzione) l’unità elementare assunta in più minute parti. Per
tal modo si ottengono i nuovi rapporti di compotenza colla legge di omogeneità,
e coll’unità dei nomi. Io mi riserbo a dimostrare che quel meglio che si dà in
Algebra non forma nemmeno l’abbiccì dei vero e pieno algoritmo naturale .
Lascio il modo grossolano e anlifilosofico dell’ estrazione delle radici sorde,
e attenendomi al solo razionale, dico essere ben poca cosa l’elevazione delle
potenze e il maneggio dei poliuomii ec. tal quale viene praticato. Colla scala
dei binomii sopra seguata si fa realmente passare la grandezza quadrata da un
grado all’altro, e però si ha una serie di trapodestazioni. Tutti i nomi
quadrati della tavola posometrica sono convertiti in tante ipotenuse,
coll’aggiunta di un’ unità. Allorché poi si uniscono due quadrali in una figura
di cateti per formare un biuomio indipendeute? si La il metodo universale delle
frazioni accomodato sempre al quadruplice rapporto del le trago [risma.
Preparati questi materiali, si può passare a tutte le funzioni aho. ritmiche
cLe si vuole con im processo proindicato uclle sue poloni, obbligato nel S1I0
maneggio, e plenario nelle sue conclusioni. Largii sono i gradi
dell'espressione razionale; c lauto più largiti, quanto più sono compatii ed
apparentemente contigui. La cosa è tale, die ih il primo e secondo grado accade
la duplicazione lineare, e quindi la quadra* pi reazione superficiale.
Riteniamo perpetuamente, che nella quantità estesa . trattata aritmeticamente,
col progredire si divide e suddivide a guisa di raggi distribuiti iu tante zone
circolari, le più lontane .(Itili [uà i accolgono tutte le divisioni
antecedenti, e vi aggiungono lo proprie, iNTot.a I. al H9, pag. 1294. Dell*,
analisi dallo prime idee matemàtiche. Le prime idee Fondamentali e perpetue
adoperate hi Matematica sono quelle di estensione e di numero. Ma sull* una c
sull'altra idea si arrestano forse i prece Li ori come si deve ? Fanno essi
sentire la differenza logica fra la prima comparsa (cui direi materiale) di
queste idee, e l'ultimo loro concetto 3 die può dirsi intellettuale? Fanno essi
notare clic in Matematica noi abbandoniamo il primo, e ci prevaliamo
costantemente del secondo? fi vero che l' idea di estensione è un1 idea tanto
semplice, quanto quella del colore, dell'odore ecq nè si può definire, ina solo
connotare. 1 Vgli e vero del pari che Videa di ostensione per sè sola è
astratta, perchè in tintura noi non possiamo figurarla per sè esistente, ma
solamente come qualità dì un ente reale. Ma egli è vero del pari che, In forza
di altre operazioni nostre intellettuali, questa idea primitiva e materiale
subisce tali trasformazioni, per le quali ella forma una nuova materia tutta
propria del mondo ideale, e somministra leggi applicabili vigorosamente al solo
escogitabilePer essere adatte al fisico a b l>ìsogna no o di detrazioni o di
supplementi, come tuttodì cì viene attestalo dalle scienze fisiche c dalle arti
meccaniche. Ognuno converrà, dopo quello clic Tu no Lato nel 1d7, clic in
Matematica noi investiamo Y estensione col concetto delVass cinta continui* lù,
di cui fisicamente manca j c nell’ ano stesso la priviamo di solidità, ossia la
rendiamo assolutamente penetrabile. Allora assunta ì*cstensìone.3 o a dir
meglio il fantasma mentale dì lei il più astratto possibile, è tolto allo
stesso ogni limite determinato, noi ci eleviamo in fine all'idea dello spazio
assoluto, la quale forma In sostanza V ni timo concepimento intellettuale ed
artificiale deli estensione. Che cosa è dunque lo spazio? V idea dèli1 esteso
continuo indefinito. Dico V idea j si perchè, quanto a noi, nulla esìste so non
por le idee die nc abbiamo j si perchè è dimostrato che Fu ni verso stesso non
è che un fenomeno ideale di risu fiato necessario e sì finalmente perchè noi
conósciamo la genesi logica dell'Idea dello spazio, c ben d accorgiamo essere
egli un grande fantasma configurato dal nostro pensiero. Sìa pur verri eli e
non possiamo immaginare corpi distanti, senza figurarvi uno spazio intermedio.
Sarà sempre vero che lo spazio assoluto costituì ra 1 idea generale che
racchiuderà tutti i possìbili intervalli, e che questi intervalli si
considereranno come Laute partì di questo spazio assoluto* Qua bè la differenza
che passa fra lo spazio assoluto e la superficie piana geometrica? Quella clic
passa fra un' indefinita atmosfera che ne circonda, e nella quale siamo
immersi, ed un piano imaginano di quest atmosferaConsiderate voi questo piano
limitato e circoscritto? ecco la figura piana geometrica. Considerate voi
questo piano indefinito? eccovi una superficie indeterminala. Ma si Luna che V
altra superficie sono della slessa pasta si La loro, che fra Io spazio
assoluto. La differenza consiste solo nei Limiti elio il penaìer nostro \\
aggiunge» Questa identità fra il tutto e le parti, questa identità suscettibile
tarito di divisioni grandi e piccole, quanto delle varie forme Mille escogitabili,
costituisee appunto il fónda mento eri il principio della possibilità delle
commensurazioiu c delle valutazioni escogitabili. Senza di questa identità di
natura, eq^. sta varietà di forme e di misure coesistenti ed associate nello
stesso oggetto, etssa. la possibilità ds ogni logico paragone c d' ogni
dimostrativa induzione, Con ! questa identità e suscettibilità dì divisione e
di forme il numero sia nascosta nel1 unita, e Y unità investe la moltipiicith
con un semplice ed individuo .ecncfitlo* Poste queste considerazioni
indubitate, io domando se sia o no necessario dj stabilire queste prime nozioni
come il perno massimo sul quale versa la Ma| tematica pura? se sia o no
necessario di porle nella più chiara lacere di co-n£ rassegna rie come anelli di
passaggio, i quali connettono la co in un e razionali filosofia colla scienza
ridia quantità estesa escogitabile 2 Senza la genesi 5vitup* pata, senza
^esplicita coscienza dell'Ìndole Vera e della potenza propria delfc^gelto
studiato s non t forse manifesto che maneggiamo cià che non conosciamo., die
camminiamo senza bussola, e inventiamo solo per caso? Ora clic cosa viene
praticalo nell' attuale Insegnamento? Il pritTìO mateiiaic e fortuito concetto
d diptero viene assunto tal quale si affaccia a primo iniLto alla mente nostra,
e si passa di sai Lo ad un alleo genere d'idee che pare la stesso, e che si
assume come perfettamente equivalente, mentre pure eh 'egli l logicamente
diversa* Che cosa ne segue da ciò ? Con un accozzamento imi ig ss lo si corrompono
i veri concetti geometrici. Là seconda idea fondamentale e perpetua, della
quale facciamo n$o ndlìi Matematica pura, si è quella del jvumsro. Anche questa
idea, ai pari di quella del L esteso, dev3 essere considerata in due stali
diversi* Il primo è quello di prima comparsa meniate ; il secondo è quello di
risultato di ragione. Nel prima stato ella è un' idea di puro assunto; nel
secondo ella e nozione Jilésof cu. quasi tutte le nostre idee morali si veri
deano questi due statiE però plbrcàvii tratta di defluire se suole dai più
diligenti distinguere la semplice slgnifcuziom ilei vocabolo dalla definizione
lo pie a ; la definizione nominale dalla JihsoJìcà. Nella nominale $\ esprimono
appunto le idee di assunto, cioè quali nei coutil senso si affacciano a primo
tratto alla mente nostra* nella filosofala per lo con^ Irario si esprimono le
idee di risultato^ vale a dire quelle che dopo un esatta disquisizione si
trovano costituire gii attributi essenziali e perpetui del dato Oggetto* Nel
parlare del numero conviene diligentemente presentare amen due qui* sti stati.
Ma che cosa si a fatto sin qui, alLro che ripetere da lutti la défniìXW^
nominale di Euclide, alla quale Newton volle aggiungere quella delle eaàfér
guenti logié numeriche? Ma domando io se la definizione di Euclide sia la vera
o pieno nozione filosofica del numero, o non piuttosto la prima idea, dirò
cosi, materiale del numero'? Badate bene alla quistione, Jo non dico che la
deli ardo ne di Euclide sfa falsa; dico solamente ch'ella non ò la definizione
filosofica àcl nu> in,*!'.'. I indicazione materiale di mia cosa non è falsa
j ma la indicazione o Ja descrizione materiale non è una definizione. Euclide
deli ntsce il numero cóme segue : IVumerus est ex unitatibus compost ta jnu hi
nido. Per ben conoscere filosoficamente che cosa sia ì inumerò è necessario di
esaminarlo tanto come fenomeno me ntale, quanto come oggetto avente la sua
logica essenza. Esaminandolo come fenomeno ? noi indaghiamo da quali cause egli
derivi, e come agiscano queste cause onde produrlo: esaminandolo poi come
oggetto logico, noi lo raffiguriamo a guisa d’ un essere di regione, del quale
dcterminiamo i caratteri essenziali. La chiara c completa enumerazione dì
questi caratteri essenziali costituisce appunto la logica definizione del
numero che ricerchiamo. Ora considerando iit primo luogo il numero come J'en
amen o mentale, noi in» fine troviamo ch’egli altro non è che l'espressione
unica ed indi visibile dell azione simultanea del senso discretivo e
comprensivo, come il corso di un pianeta e l1 espressione delazione simultanea
della forza centrifuga e delia centripeta. Dico che questa espressione è unica
ed indivisibile ; perocché tanto il concetto solo di oggetti dispersi e veduti
ad uno ad mio, quanto il nudo concetto isolato delibi trita non somministrano
fi idea di numero, ma si esige una pluralità da noi compresa e veduta in un
solo concetto. Ma siccome il distinguere più cosce funzione del senso
discretivo, e il comprendere ed unificare e funzione del complessivo* cosi ò per
se chiaro che il numero, consideralo come efe nome no mentttle7è fi espressione
della simultanea azione di questi due sensi. Passando poi a considerare il
numero come oggetto avente la sua logico es* senza, cadono tutte le
considerazioni da me fatte negli antecedenti Discorsi, L’idea dì numerò è d’un
uso assolutamente universale, e si accoppia a tutti i concetti nei quali
interviene pluralità ed unite. Essa si nasconde nell esteso continuo per
parteggiarlo in parli escogitabili; essa si avvolge nello Spazio assoluto per
dividerne gli Intervalli; essa investe la successione per dar essere al tempo;
essa percorro le serie per distinguerne le partì anteriori e le posteriori;
essa si interna nelle forze per segnarne i gradi ; essa si ripiega sulTaninio
per annoverarne gli aLti, cc. ec. Ma in tutte queste funzioni ih numero
presenta sempre la stessa essenza logico, e si mostra sempre come effetto
composto ed individuo dei due sensi sopra notati. Da ciò si può intendere che I
estensione matemai tea in ultima analisi è un effetto di questi due sensi, e
viene ini medesima la nel numero* Allorché nella Matematica pura si fa uso del
numero, si fa forse dai precettori avvertire che si assume il numero solamente
maritato C°H esteso, e però non si prende in considerazione che una sola fra le
moltissime comparse logiche iM numero? Allorché poi ci isoliamo all1
Aritmetica, si faforse avvertire che assumiamo il numero spoglialo e solitario,
e solamente appoggiato alla nuda idea di esistenza? Nulla, nemmeno per sogno,
sì fa di LuLto questo; c solamente facendo valere un cieco impulso, si confonde
ogni cosa. Allora nascono le improprie denominazioni di numeri intieri e di
numeri rvtìi, invece di dire numeri assolati c numeri relativi ; allora nascono
le radici sorde, e peggio poi le imaginane ; allora per dire che una quantità è
al di sotto dello stato di eguaglianza si denomina minore dello zero ; allora
s’inventano enigmi, nei quali si tira in iscena Y infinito a fare da mago, per
coprire da una parte col suo manto o l’ignoranza o T impotenza, e per
allontanare dall’altra il mondo dall’ indovinare il mistero tenebroso. Mancando
la limpida e filosofica nozione del numero, si sovverte o si violenta anche
quella dell’ unità. Io trovo in Leibnitz il seguente passo: «Quandj’ai » dit que 1 unite n est
plus résoluble, j’entens qu’elle ne sauroit avoir des par» ties dont la notion
soit plus simple qu’elle. L’ unite est divisible, mais elle n’est J> Pas
rdsoluble; car les fractions qui sont les parties de Yunité, ont des notions »
moins simples, parce que les nombres entiers ( moins simples que Yunité) en»
trcnt toujours dans les notions des fractions. Plusieurs qui ont philosophéen »
Mathematique sur le point e sur Yunité, se sont embrouilles, faute de distin»
guer entre la résolution en notions, et la division cn parties. Les parties ne
i) sont pas toujours plus simples que le tout, quoiqu’ellcs soient toujours
moia» dres que le tout. » Opera
omnia, tom. IL pag. 332. Che cosa vedete voi qui, altro che un confuso
presentimento, nel quale le idee non essendo ben disceverate, si accozzano
aspetti incompatibili? Distinguasi 1 unita aritmetica dall unità logica, Y
individuale dalla complessiva, e tutto rimarrà conciliato ed illuminato. Noi
abbiamo già spiegata questa distinzione nei paragrafi 36. 37. 71, ed altrove.
Leibnitz dice che 1 unità è divisibile, ma non risolubile. Distinguo: o mi
parlate dell unità aritmetica, o della geometrica . Se dell’aritmetica, nego
che sia divisibile, perche 1 idea nuda di esistenza non è divisibile : l’ irresolubile
e l’indivisibile qui sono tutt’ uno. O mi parlate dell’unità geometrica, e qui
suddistinguo di nuovo: o mi parlate dell oggetto materiale abbracciato ed
investito dal concetto complessivo esteso o mi parlate dell’idea individua ed
astratta che da forma all oggetto stesso. Se mi parlate dell’oggetto materiale
suddetto, concedo eh egli sia divisibile; se poi mi parlate dell’idea astratta
ed individua del1 unita, io nego eh ella sia divisibile, salva la sua essenza.
La divisione o fa nascere altre unita similari, come la facoltà d’uno specchio
rotto moltiplica le stesse imagini ; o fa nascere altre Jorme diverse, come i
triangoli che dividono un cei chio. Nell uno e nell’altro caso però la vera
unità complessiva è assolutamente perduta. Dunque Y unità logica, presa nel suo
semplice e rigoroso concetto, non è ne risolubile, nè divisibile. Dunque Y
unità estesa, presa soltanto come corpo dell esteso, è divisibile; ma non è
divisibile la forma logica chela costituisce, senza cessare d’essere unità.
Allorché presso i sommi genii delle Matematiche convien disputare sull abbicci
della scienza, avvi o no motivo di bramare una ristaurazione ? imi Nota II al
suddetto. Sullo studiò anticipato dél-V Algebra. il celebre Newton riguardava
cotanto necessario di far precedere le studio della Geometria a queliti dei
l'Algebra., che spesso dolorasi di non avere incoiai intinto coll"1
applicarsi di proposito alla Geometria degii antichi, n Mane (cioè quella
Geometrìa) esse voluti praeparationem Ànalysi addi scenda t abunde Lestaji iLis
est Isaacus Newtorms f quemadmodum eutn dìt-ère solitum refert llcnrijj cus
Pembertonus in praefa tiene ad Phìlosophiam Newtonianam. Doluti saepen numero
vir summus, quod rum se studio mathematica totum iiadidisset, priits „
sdChartesii Gcomehiam aliosque scrìptores aigebmicos progress us fuisset, quam
» Elemento liudidis attente perlegeret. Nec utujitam probavii tiorum conrilbì
m, jj qui Geomelriae mcllmdo syrnhetica veterum prorsus neglecta, in solo
calculo algcbraico studìum ornile consti m paia se ut E qui questo commentatore
di Newton soggiunge: Nam s ut alia omìttani:, ahsquc ornili Geomelriae »
praesidio vii calai lo algebra 3 co focus esse patos tj elpraeterea ii qui ad
ahi ora ji proficisei volent, esperimento intelÈigent plora interdum oecur rere
probiemata, » quae metti odo ve torti in multo brevìtis et degan Lì us
solvuntur, quam per caln eolum amdyticum, qui persa epe ad modula perplexus et
o pero su s esh » Altri insigni geometri posteriori s e fra gli altri il
celebre Mascheroni nella sua bella Opera Della geometria dèi compasso,
osservarono clic in molti casi col soccorso dall'Algebra non sì può giungere
alla soluzione dei problemi -, c questi casi, come osservò un altro valente
matematico, sono quelli nei quali le condizioni della soluzione dipendono dal
carattere particolare e limitato delle figure. So diffatti il generato riceve
la sua possanza c la stia forma dal generante, e non questo da quello 7 se dì
più questo generato, non raccoglie in sè stesso che i rapporti comuni a molti generanti-,
ommessi ì pvoprii ad ogni particolare, egli è logicamente impossibile c lic V
Algebra, figlia delle generalità geometriche ed aritmetiche., possa supplire a
tulle le ricerche speciali. Tutto questo nasce io conseguenza del tenore
intrinseco deiralgontmo algebrico. La filiazione essenziale di lui è tale, clic
si riprova come strano travolgimento l' insegnare 1* Algebra prima che 3 di lei
naturali fondamenti siano resi manifesti e familiari. Le idee assolute debbono
precedere lo relative, e quelle dei rapporti generali debbono succedere a
quelle degli oggetti dai quali essi derivano, Senza che voi stesso ve ne a
vveggia te 3 sentite a primo tratto un urto, una violenza, ed un tenebroso che
vi respinge tutte le volte che volete affrontare, o che altri vi vogliano far
affrontare un oggetto di rapporto senza la cognizione {.} AWkmtH/m unhemlìs
/«*»« *>»Cfip.IProp.I. SflhoEona -%P»g6M^'oiodi G:>mwvutarhim* martore.
Antonio Lee, lari r758: ex lypugmila Biblioteca Ambr. chi De nielli odo mcXytko.
Lih. IL Bari. I. apucl Marcili 1, tk-i termini fondamentali. Ciò ù comune a
qualunque scienza. La Ma le malica ha pai questo di particolare, che gli end
primi della medes una essendo per sihtEssi Sommamente intellettuali e fattìzi!,
non può somministrare le ultime sue foriti^ generali fuorché come prodotti d}
una terza sfera del Lutto lontana dalle idee consuete alla specie umana,
jNciretà in cui una corpulenta e tumultuante fan tasm non può ad un solo tratto
convertirsi in una spirituale e pacala intdlellualilu, nulla vi può essere ili
piò ributtante e di più violento del partite di ferie ricevere i prodotti dì
questa terza ed ultima sfera artificiale spiritual iz^, fot la qual cosa ù
sempre avvenuto t come avverrà sempre, quanto narra il lodato commentatore: « AnimadverU
longo a ano rum esperimento > ex quo lapidarli >j hunc volvo erudicndae
in mathemalicus (disciplinisi s t udiosac juventnlb, adoj> ìescenles
plerosque Geometri ani, Medi a ni cen, Sia Eicon, rdiquasqoc Malheu seos
aijipéniores partes avide il la 5 qn idem arripero., ijsque so totos d edere.
Al w gebram v ero Ita o m i i es prop c fastidiose reqr > ti e re, ni a I i
ire 1a l o confe.$ I i m ped c j> ante hujus discendae voi uni a Lem
abficknlp quam ÀÌgebram ip.sam primi), Ut » ajuntj e limine sa luta verini j
ali! vero oliquot post mensibus, ne clicum fUebuSj. » verccundius castra
deserant; pauci admadum innpepLo persista ut; » (d A questo grido costante ed
energico della natura non solamente si sono ned sordi j precettori matematici
> ma hanno vie più imperversato fino ai puntadt premettere e rendere
assorbente V insegnamento dell 'Algebra ; ed alcuni hanno spinto le cosa al
punto d’insegnare la Geometria per via di semplici coordinata Questo e 1
estremo della stoltezza c dell' assurdo, e questo è l'ultimo attentato contro
la vita slessa delle Matematiche. Malìa prefazione al suddetto trattato,
sull’uso sussidiario dell’algebra. L’ufficio dell’Algebra di venire in sussidio
allorché il numero delle parli non é conosciuto, non si può verificare in un
senso assoluto in tutte le materie. Nella Geometria, per esempio, allorché
incontrate l’ incommensurabilità spuria, voi mediante l’Algebra non ottenete
che una volgare approssimazione, la quale da una parte riducesi ad una vera
frustrazione, e dall’altra ad una privazione di luce dannosissima. Molti
esempii io potrei allegare • ma qui mi contenterò di un solo. Ad un valente
matematico ho proposto il seguente puerile problema. = Dato il diametro di un
circolo diviso in 58 parti, e dati due cateti, l’uno dei quali sia eguale a 40,
e l’altro a 42, avremo si i cateti che l’ ipotenusa razionali. Dal vertice del
triangolo rettangolo calate la perpendicolare sul diametro: essa costituirà la
media proporzionale fra duesegmenti del diametro. Dal centro del circolo elevate
pure il raggio perpendicolare: esso riuscirà paralello alla suddetta media
proporzionale, e farà nascere la linea intercetta fra l’estremità del raggio e
l’estremità della media proporzionale suddetta. Ora si domanda: quale sarà la
misura lineare, o almen potenziale, tanto dei diversi segmenti del diametro,
quanto della media suddetta? In conseguenza quale sarà il secondo binomio
incrociato ? = A f ine di rispondere a questa interrogazione ognuno vede essere
necessario di trovare il comune misuratore,* e per far ciò conviene usare del
metodo indicato. Ma volendo a dirittura tentare coll’Algebra la soluzione del
quesito giusta i metodi adottati, sorge l’inciampo della 1/2, la quale rende
impossibile ogni valutazione definitiva domandata. Ecco ciò che al detto
matematico e ad altri pure avvenne. Oltre di far mancare la soluzione
definitiva, si toglie 1 adito di vedere la varia legge colla quale la stessa
spuria incommensurabilità suole agire nei varii casi. Cosi, per esempio, se nel
caso recato nel 130 vedemmo clic dopo la suddivisione i primi cateti rivestono
una misura meramente potenziale, noi troviamo che nel caso presente essi
ricevono ancora una misura razionale . Cosi pure si rivela il fenomeno d’ una
compotenza concentrata, la quale a guisa di germe racchiude una eminente virtù
algoritmica, per la quale passandosi dal superficiale al lineare, o viceversa,
si assoggettano le moli elittiche allo stesso trattamento delle circolari, e si
compie con due radici la misura finita delle elittiche, come si compie con una
nelle circolari. In conseguenza le cognazioni, l’influenza, il passaggio, il
predominio, ed altre tali cose, si manifestano all attento indagatore. Questi
ed altri tali lumi sono tutti perduti, attenendoci al1 uso esclusivo o male
applicato dell Algebra. Quando col segno X ? od altra lettera, voi disegnale
un' incognita, voi non definite mai if carattere naturate di ques fincognita.
Ma se dà questo caràtteri* dipendessero i rapporti logici della sua
valutazione, non è forse manifesto clic i risultali riuscir dovrebbero o
ambigui, o impotenti, o fallaci? Resta dunque* /issare ancora la dottrina de
11’ app He abilità dell* Àlgebra alle diverse materie ed ai vani casi die si
presentano ncfla Matematica pura. I_ rosegtio senza interruzione {'esposizione
delle nozioni fondamen¬ tali die dovranno formare la maLcria dèlT insegnamento
primitivo. Le osservazioni de me divisate sul libro do! signor W ronski sono
subalterne a queste nozioni . Esse debbono servire a sebi a ri re o a
confermare alcuni tratti, cui non potei maggiormente sviluppare dapprima. Non
per ismauia di criticare, ma per necessità d'istruire, ho divisato di esaminare
il libro suddetto. Io bo in co in in ciato colfesporre i fondo menti della
Geometria di valutazione, cui il signor W rem db chiama Geometria algoritmica.
Coti questo nome egli disegna quella che volgarmente vi en chiamata Geometria
analitica. Qui il nome dì analitica viene desunto dall1 Algebra, appellata
Analisi. L'Àlgebra 5 come venne caratterizzata da Leibnitz, altro non à che la
scienza generale delle grandezze lì ci Le. da questa scienza generale ha i suoi
fondamenti e la sua origine nei particolari, uè può essere intesa, uè di
buonavoglia a ffro n t a l a, fu orcb è d a Ics te già i m bevute dalle
cognizioni dei particolari Produrre e dimostrare questi particolari, ecco V
oggetto e i limili della Geometria di valutazione destinata agli apprendenti.
Essa noti è dunque la Geometria analitica usitata, ma bensì una p ile fa
razione a questa Geometria. In questa preparazione fatta a dovere si ordiscono
tulli gli arti Li eli dVin nuovo calcolo. Il solo vero ed il solo utile: io
voglio dire del calcolo di unificazione annata, nel quale sì vanno a fondere
tutti gli algoritmi conosciuti fui qui. La Geometria che conosciamo non ci somministra
che altrettanti amminicolh i quali (issano alcune condizioni-estrinseche di
questo calcolo. Essa anzi aspetta da lui la sua unità e la sua possanza. Una
leg.au imperiosa ci sforza a procedere in ordine inverso di quello col quale L
concetti della quantità nascono di fatto nella mente umana. Per insegnare con
vie u distinguere, connettere od esprimere, mentre pure else n pluralmente iu
cominciamo coll' ammassare e col confondere, Tom, I. Quest’avvertenza é
importante $ perocché se, amando di ripesare sopra un finito certo, iu
cominciamo a studiale e ad occuparci per eiezione dd partito c del
dìscret&Q elementare 5 noi dall* al tra parte siamo segreta* monte tratti
ad iti cominciai'1 per natura coll' unito e col caulinno complessivo, e sempre
alludiamo a lui, [ u segreto antagonismo fraia ragù* ne clic distìnguo e
divide» e fra il senso die confónde ed unisce, sospiuge la me ule nostra per
una via di mezzo, odia quale convìen transigere perpetuamente col senso
discretivo e col continuo, nell* atta pure, ck sin ino costretti od esprimere
successivamente le affezioni di queste due Jorze mentali. La necessità di
dimostrare le cose a brani successivi fa sì clic eoa possiamo raccogliere il
vero concetto delle cose die alla fine della trattazione; e frattanto siamo
condannati ad nua sospensione di giudei, die Irrita la nostra impazienza, o die
ci porta a conclusioni precipitata. Ma per adoperare diversamente converrebbe
avere una mente divina die apprende, distingue ed esprime ad un solo tratto.
Ciò sia detto per rendere ragione dell1 andamento usato nel Discorso antecedei]
le. Ivi avendo impreso ad esibire I primi materiali dell’ insegnamento
primitivo delle Matematiche, fui costretto a separare Tesarne dei quadrati
aritmetici dai non quadrati intermedi]. Dico degli intermedi!, perocché i nomi
non quadrati in genere non possono tonnare oggetto di primitivo insegnamento,
co. Ma in questa separazione pura me Elle mentale, fatta solo per agevolare
Tesarne delToggetto proposto, io udii ho mai preteso di snaturare il vero
concetto delle grandezze estese* t meno poi Intesi che fosse om messo l’esame
dello stato interno delle grandezze da noi studiate. Io ho voluto sollaDto che
venissero cólti i grandi e progressivi intervalli nei quali si annunziano i
tuoni Interi razionali, riserba adorni di compiere lo spazio Intermedio, ossia
di segnare I algoritmo necessario a valutare logicamente questo intermedio.
Dare un saggio del metodo di valutare questi spazi! intermedli forma appunto il
puma oggetto di questo Discorso. Dico il primo, perocché il secondo consisterà
uclTesame del libro del signor "YYrouski* Io debbo necessaria mefite
restringermi a pochi Lraili primitivi, ed esporli in un modo intelligibile ai
non matematici. Le osservazioni si presentano In folla. Io trascesile! ó quelle
sole che vanno a dirittura allo scopo proposto. Primo snggio dell' algori Imo
dei continui dittici, Esempio; valutare il quadrato deli’ eccesso della
diagonale di un quadrato rispetto al quadrato del Iato. Fissale lo sguardo
sulla lig, IX. della lav, I. Sia descritto il quadrate A CD lì, e siano tirate
le rispettive diagonali A 1\ BC. Presa la metà di una delle diagonali {e cosi,
per esempio, la C K ), si faccia centro ju C, e si porli sui due lati CD e CÀ,
li compasso taglierà la CD nel punto IL e la CA nel punto EParimente fatto
centro in A, e presa Salila metà A Iv, e portato il compasso sul lato AB,
questo verrà tagliato in GFinalmente fatto centro in IL e preso il raggio D K,
e portato il compasso sul lato D lì 5 questo verrà taglialo nel punto F.
Congiungote i punti, e voi avrete; Luil quadralo interno E GII 1 di un'area
eguale alla metà dell3 esterno; 2.° avrete il gnomone E 111 I)B A di area
eguale al detto quadralo interno. Questo gnomone è ripartilo in tre parti, La
prima è formata dal quadrato dello spigolo GIF lì, e le altre due dalle due
braccia o quadrilunghi ÀE1G ed IHBF. Si domanda rpiale sarà il valore
particolare di queste àree, o almeno in quale pròporzione staranno, sia col
grande quadrato interno, sia coll3 esterno, Prima di pensare a stabilire valori
veggiamo se la costruzione geometrica imponga condizione alcuna, onde servire
di guida e di garante ai nostri procedimeli ti. Fissata questa, ispezione, io
rilevo quanto segue. I, Comi iato là geometriche alle quali il calcolo deve
soddisfare. Posto che il grande quadralo esterno AD è il doppio dell1 interno E
li, ne verrà che la quarta parte del quadralo A D sarà eguale alla metà del q u
a d ra lo Eli. D n n q u e II tri a ago! o D K B sarà eguale alla m e là del
quadrato E IL Ma anche II gnomone suddetto è uguale allo stesso quadrato E H.
Dunque la di lui metà IilB I) sarà eguale al triangolo DTCB. Detratta dunque la
porzione comune I) MI Bg ne risulterà clic il triangolo IKM sarà eguale al
triangolo M II D. Dunque il lato MD sarà eguale al lato MI. Ma MD ù idiote u
usa rispetto ad HHeHI). —fi,, ^ Dunque MD è doppia di HD. Alzate ora lo
sguardo. Voi vedete II quadralo spigolare GII B diviso in due parti eguali,
ognuna delle quali è per costruzione uguale al triangolo M II D, e per ciò
stesso a! triangolo IKM. Dunque il triangolo MIL sarà eguale al dello quadralo
spigolare. Ma questo triangolo non è che la metà di un quadrato. Dunque tutto
il quadrato su LI sarà doppio del quadrato sulla IF. Compiendo quindi la
costruzione, avremo là %. X. Che cosa vegliamo in essa? Noi veggio mo tutto il
grande quadrato A BD C diviso in modo, che nel suo mezzo presenta il quadrato
NOQP d’area doppia di ognuno dei quadrati spigolali. Il rimanente poi è diviso
in quattro quadrati e quattro quadrilunghi, che formano tanti complementi. Ma
qui dentro esiste pure il quadralo E 0 MG, die è identico col quadrato EIIIC
della fig. IX. L’area di esso è divisa appunto in modo, che sulla sua diagonale
OC stanno descritti i due quadrati NOQP e PLCG, il primo dei quali è doppio del
secondo. Esso dunque contiene ed eguaglia il binomio pdrtito fatto dal quadrato
del1 eccesso della diagonale sul lato rappresentalo dalla linea CL, e dal
quadrato PO duplo di questo, coi rispettivi complementi. Osservo
incidentemente, che se nella fig. X. fossero tirate le diagonali dei quadrati
spigolati, noi costituiremmo un ottagono perfetto, l’area del quale sarebbe
uguale a tutto il grande quadrato, meno il quadrato centrale NOQP. Quest’
ottagono diffatti escludendo la metà dei quattro quadrati spigolar!, queste
quattro metà pareggiano appunto il detto quadrato centrale NOQP. Invito i
matematici a cogliere l’addentellato che qui si presenta, e che forma un primo
anello d’una importante catena di teoremi. Proseguiamo. IL Costruzione e valutazione
del rispettivo binomio incrociato. Metodo di assimilazione. La geometrica
costruzione ci ha somministrati i dati sopra notati: ora tocca all’Aritmetica a
fare il resto. Si tratta di determinare il valore relativo ossia proporzionale
del quadrato spigolare CP(fig. X.) e dei due complementi. Come procederemo noi
in questa bisogna? Mirate la fig. XI. Sia il diametro AB diviso in tre grandi
parti. Quella di mezzo verrà suddivisa in due, e però il segmento B 0 sarà
eguale ad un sesto del diametro. Alzate la perpendicolare BM. Dal punto Murate
le due linee MA ed MB. Compite il binomio incrociato tirandole altre linee M C,
MD. Ciò fatto, per una facile dimostrazione troverete che il quadrato sulla MB
sarà doppio del quadrato della AM. Disegnau —q —9 do per la stessa lettera q il
quadrato geometrico, avremo A M • MB •• I : 2. Parimente ABI : AB ;; 1 ; 3,
Finalmente MB ; AB ;«* 2 • 3. \ 3ì 7 Per uno necessario costruzione abbiamo
diviso 1 Ipotenusa A. 13 in ~q “ Ora arrestai] deci alla fig. AIA., il quadrilungo
V B iN lo vedete nel vicino e crns. La sua metà e C df sarà uguale all'area A
LB del suo vicino. .IL aedf àchg. Dunque achg sarà uguale all’ area dui
triangolo rettangolo suddetto. Qui il quadralo echi è uguale al quadrato della
mezza proporzionalo. Qui il braccio i h df c uguale al braccio aeig Dunque
unendo il delio quadrato a questo braccio, avremo il rettangolo tfcàg uguale
alla metà del quadrilungo e c ni s. Dunque il rettangolo màj sara uguale all
area del triangolo vicino A L IL Dunque l'area di questo triangolo é uguale al
quadrato di della mezzo proporzionale, piu nn braccio di detto gnomone* Convien
ridurre le cose in questa forma per la comodità e speditezza del calcolo.
Venendo ora al concreto, e nchiamaudo i gin fissati valori, ecco la loro espressione
ì A C 2 33 ex* 33 544 Somme F 35 577 E 612 G À =r alio spigolare, B a quello
della media proporzioni aie- G ~ al braccio del gnomone. Fatte le somme,
abbiamo E alla metà del quadrilungo* e quindi al- barca del triangolo
rettangolo AMD della XL lav. I. Abbiamo F =: al braceio. più d quadrato
spigolare. Unendo queste due parli, abbimi iti G al quadrato del raggio.
Ottenuto il valore dell'area suddetta^ ecco come si procede alla lormazloue del
modio, Qui portate l attenzione sulla Lav\ IL 6g. Posto che A 1?‘= 8 I fis sarà
F \l 408 ^ G E A. Posto elisi E i 1 032, sarà E et 8 1 G J > E B Som m a 1
22 4 rrz all7 inserii te. F è uu quadrato 5 e posto che il l ri □ ugole Alili è
uguale alla sua melò, ue verrà che il quadrilungo À fi SD san. uguale a tutto II
quadralo FATI D. 4.° La porzione A N M D è composta dal qua d ra to m a ggì ora
E }J e dal complemento E N, Dunque {la esso detracndosi lì quadriiango A US D
(eguale alla metà del tu ilo), rimarrà la lista R S M N a n q u e nel riparti
to re q li osto ri da Cesi a d i, e j >e r ò uguale al ' J uadrato della
metà del laLo di questo eccéssoProseguiamoli quadrilungo AMHS = BIG -f 577 =
131)3Il quadri^ A 11 SD z 1 189Dedotto questo da quello, rimaiie 204, Dunque k
lista li ài \ S =r 204. Ora se prenderemo quattro di queste liste, come nella
%* V.s più quattro metà di 35 5 ossia 70 5 avremo 810 + 70 z: 88G. Se
aggiungeremo lutto il quadrato E F 11 G eguale a quello della % IV-, cioè 2378,
avremo 32G7, Ala. SiO. Dunque il qua* 4 tirato \BDC è ugnale a quattro quadrali
delFesUremo maggiore, senza AUMENTO? NiL DIMINUZIONE, Fate la stessa operazione
con qualunque eom me usura bile s e voi avrete lo stesso risultalo* V. Analisi
p proTP cloHn vai u Lezione del secondo btnoniiu. Dopo di aver esaminala la
prima parte della parola 5 cioè il binomio appartenente alla parte superiore
(direttamente predominata dal curvi 9 —(ì lineo 1. cioè il binomio prima
sommato, e poi pdrtito da AM + MB, fìg. XL lav. I., ragion vuole che esaminiamo
l’altro binomio appartenente alla parte inferiore dipendente 3 e più dire tiara
ente spettante al rettilineo. Questo è il biu orma pdrtilo sopra T D. Il primo
termine è segnato dalla potenza di T 0, elio è il quadralo della media
proporzionale: il secondo dalla potenza di O LE che è il quadrato del raggio s
ossia della metà dell’ ipotenusa. Onde raffigurare le cose nel loro lucido
aspetto colivi e u trasportarci alla fig, XIV. della stessa tav. I, Ivi il
quadrato erta deve figurarsi esser quello ebo viene costruito sulla TD, fig.
XI. Ivi la linea ih corrisponde alla T 0. lig. XI.:, e la linea ho corrispondo
alla O D, fig. \I, Ciò stante, il quadrato eihctft rò quello della media
proporzionale, ed il quadralo h o l n sarà quello del raggio, ossia della metà
dell’ ipotenusa* Qui dunque abbiamo il binomio pdrtilo dei due mezzi termini
della disuguaglianza e della eguaglianza. Questi formano gli estremi. 1 loro
medi! o complementi sono i due quadrilunghi cho il ed ir uh* Questi quadri
lunghi sono fallì sul lato della della mezza proporzionale e del dello raggio*
Che cosa ne risulta? \ eggumudo. Il quadrilungo irnh è formato dal quadralo fu
ugnale a quello della mezza proporzionale, c dalla id eguale ad una delle
braccia del gnomone già sopra valutalo. Dunque Farea di questo quadrilungo è
esattamente uguale a quella del primo triangolo rettangolo inscritto. Dunque
gli fi Lessi valori ebe formarono i me dii., ossia i Complementi delFaulece
dente binomio, formano pur anello i medii, ossia i complementi di questo
binomio susseguente* Dunque Ira 11 quadrato della mezza proporzionale e quello
del raggio intervengono gli stessi MED ri proporzionali che intervengano fra i
semìqtiadrati del primo binomio inscritto nel semicircolo. Ora venendo al caso
par Li colate proposto . ecco le valutazioni clune sorgono. 1386 DELL’
INSEGNAMENTO DELLE MATEMATICHE. 1.° Fu dello che il quadralo della inedia
proporzionale è uguale a . 544 2. ° Che quello del raggio è uguale a . 612
Somma 1156 (44 il quadrato della mezza proporzionale. Attigua a questa vedete
la squadra 08 e gu a 1 e al quadratude 1 1 a d i (Te re n z a fra F u u a e Fa
l tr a, e sop a u e vede le 11 riparto nei numeri 33.33 clic segnano il braccio
del gnomone, e nel numero 2 che segna il quadrato spigolare. Ora qui vedete 16
sottrazioni che vanno a finire in zero, cioè nelFgguagZ/VzftStf fra il
sottraente ed il sottraendo. In tutti i biuomiì sommati composti di due
quadrati* fra i quali intercede una ragione prossima proporzionale (come
sarebbero simplo e duplo, duplo e triplo, triplo e quadruplo, quadruplo e quintuplo,
ec.) avviene sempre l’ultima equazione perfetta, della quale parlo qui. La
tavola numerica è generalo. Non conviene confondere questa equazione fra i
quadrati delle due ascisse ( cioè della media e del raggio ) coi quadrati dei
cateti. Noi qui parliamo dt quelli, e non dì questi. Questi sono i principali,
quelli i secondarli ; questi gli antecedenti, quelli i conseguenti. Tom. f. $8
. f secondari^ per adempiere le funzioni rigorose ed algoritmiche di
principali, abbisognano di ulteriori preparazioni, sulle quali nou posso
estendermi per ora. Considerando adunque la serie dipendente di questi quadrati
delle medie in relazione ai quadrati del raggio . importa di osservare eli e i
nominativi delle proporzioni si assumono sempre duplicati. Così per la possibilità
del calcolo non possiamo dire 8:9;maconvien dire 16: 18, come nel caso nostro.
Ciò nasce in conseguenza dei rapporti necessairi del metodo di assimilazione
applicato al tetragonismo. Così si vede quali gradi subalterni vengano
racchiusi entro il dato grado. Onde ravvisar meglio questa circostanza
esaminale la tavola numenca B. Questa incomincia dove l’altra finisce. Ivi
vedete alla casa XY1, e X^ III. seguati i quadrati della media e del raggio.
Ivi vedete, giusta la già fatta osservazione, formare entrambi uniti il
quadralo numerico perfetto di 34, somma dei due esponenti XVI. e XVIII (0. Qui
pure vedete che nella fissazione dei valori, mediante il processo di
assimilazione, il calcolo estimativo delle due ragioni del simplo e duplo non
può essere portalo ad altro grado più di sotto. Qui non finisce la cosa. Un
braccio del gnomone circondante il quadrato del raggio è uua specie di radice.
Qui quello del raggio ha il valore monogrammatico di 35. Il braccio di quello
della media ha il valore di 33. La somma dei nominativi delle due proporzioni è
34, intermedio fra 33 e 3o. Se poi uniamo le aree ossia i numeri lassativi che
stanno di sotto, abbiamo il quadrato di 34. Vi prego a notare questa
circostanza, per cogliere i primi dati apparenti dei tre termini inseparabili
dell’eslimazione dell’esteso continuo. Ciò tutto appartiene alla serie
decrescente subalterna fatta per sottrazione gammata. Il frutto che voi potete
ricavare da questa operazione egli è quello stesso che si può ritrarre in
Chimica dalla dissoluzione d un composto, vale a dire somministrare la
cognizione degli elementi per noi discernibili dei corpi. Quest’ ufficio si
palesa anche qui. Eccone un esempio. Allorché sopra nel n.° IH. di questo
paragrafo, considerando le figure IX. e X. tavola I., cercammo di valutare il
quadralo dell eccesso della diagonale sul lato (cioè lo spigolare in
conseguenza della più ristretta assimilazione di 8 con 9), questo quadrato ci
risultò di 70 in relazione a 408. Ora che cosa ci dice la nostra Chimica espressa
nella (i) Credo inutile di avvertire che io distinguo, come sogliono i
matematici, l 'esponente dagli esponenti. Qui parlo del primo, e non dei
secondi. Al primo io imporrei il nome di nominativo della ragione o
proporzione, lasciando agli ultimi il nomo di esponenti. DISCORSO SESTO PARTÌ;
PIUMA. i 39 I tavola numerica À? Essa ci dice che questo 70 è un composto eli
seconda mano} il quale comparirà più lardi a Fare la sua funziono, Geltale
l’occhio sulla casa XCT\ . Ivi vedete il residuo 12: attiguo vi vedete il
gnomone 5-j-o + 2. Ponetelo lulla iu figura ^ avrete la seguente \ A .2 C 5 G 5
lì ri Qui, come vedete,, avete il gnomone uguale all5 a rea del residuo ni-
terno j qui nel complesso avete il 24, che nella tavola À occupa la seguente
casa XGI11. 5 è il di cui braccio di gnomone è 7, Questa corrisponde alla casa
terza della tavola lineila quale vedete i nominativi li. IV,* i quali, sommati,
danno 6, il quadrato del quale è 36, Qui ricordiamoci essere stato questo il
primo quadrato dell* ipotcnusa per formare Ì termini dcirassimila/.ioue; e perù
operavamo Érnza saperlo Ira lo radici 5 e i. Proseguiamo, Fatto questo schema
primo 3 voi avete gli elementi per formare un binomio p&rtito. Prendete 12
(A) per primo estremo. Piglialo 24 (G) per secondo estremo. Pigliate A + B per
medio da una parte e dall’ altra, avrete: A 12 un B17 C 24 F 70 Eccovi il 70,
ossia il nome equivalente ricercalo. IX. Elementi coin potenzia li, (lai quali
rUulci 11 vàio re dato ni quadrate dell’ eccesso delia dindonale sul lo lo, I
n’ altra osservazione i m porta u Le cade qui. I due numeri 29 (Di e 41 (E) qui
seguano le due parli di tutto il quadrato geometrico del valore di 70 (F).
Queste due parti souo realmente i quadrati del due cateti che costruire si
potrebbero sul lato del quadrato F, e i due quadrilunghi rappresentano il loro
valore superficiale. Ora 29 (D) e 41 (E) fanno le funzioni di due biuomii
sommati di quadrali, come abbiamo veduto uel Discorso V. pag. 1327-1328.
Considerali come radici lineari, noi troviamo il 29 risultare da 25 +4, e il 41
risultare da 25 + 16. Considerati poi i loro quadrati ed i loro coefficienti
nella tavola posometnca, troviamo la rispettiva loro composizione peregrina.
Egli è vero che nel Discorso V. souo considerati come nomi lineari, mentre che qui
si considerano come nomi superficiali; ma egli è vero del pari che anche sotto
questo rapporto essi sarebbero sempre due binomii di 25 44 e di 25 41 G. Oltre
ciò, in forza del processo di assimilazione per tulli i casi simili, mostrato
di sopra 5 questi coefficienti si possono, anzi si dovranno convertire in
lineari, ritenute le condizioni aritmetiche; e però anche il quadrato
risultante subirà la relativa conversione. Per la teoria delle quadrature ciò è
indispensabile; ma vien fatto con un processo frazionale preindicalo ne’ suoi
dati, obbligalo nel suo maneggio, ed omogeneo nelle sue conclusioni; quindi
filosofico e dimostrativo in tulle le sue parti. Esso respinge tanto le radici
sorde, quanto le imaginarie; esso non fa uso di minuti indefiniti ritagli, nati
da suddivisioni e suddivisioni materiali; esso li lascia alla zotica
commensurazione fabbrile, la quale, giunta al fine del suo lavoro, trovasi
ancora impotente come al suo principio. 137. Dello stato monogrammatico e
digrammatico dei continui dittici. Scelta del metodo preindicato. Prima di
proseguire questo primo saggio del calcolo iniziativa degli incommensurabili,
applicato specialmente alla serie delle proporzioni continue associate, ragion
vuole che io dia ragione di ciò che ho più volle accennato sul trattamento
algoritmico di queste proporzioni. Insisto su quella del simplo e duplo. Io ho
presa la prima mossa alla maniera consueta, proponendo un problema, e sono
saltato al metodo di assimilazione per un analogia coi razionali. Ora prendiamo
la cosa altrimenti. Procediamo con preindicazioni già stabilite, e usiamo del
metodo devi vativo. Ritenuta ogni condizione sì generale che particolare della
Geometria come condizione sine qua non, scelgo di lasciarmi guidar per mauo
dalla natura. Questa legge è così indeclinabile, che l’Algebra stessa deve
rispettarla assai più di quello che il più ligi o vassallo feudale li spettar
doveva la fede data al suo signore 0). Ricordiamoci sempre, che noi maneggiamo
la quantità estesa escogitabile, e che però le condizioni assolute dei nostri
giudizii sono di esclusivo dominio della Geometria. Qui per condizioni generali
intendo quelle che nascono dai rapporti necessarii dei binomii incrociati; per
condizioni speciali poi intendo quelle che vengono indicate come proprie al
binomio del simplo e duplo. Quanto a quest* ultimo, noi abbiamo rilevato quelle
che nascono immettendo il simplo nel duplo, e abbiamo veduto che col metodo di
assimilazione le valutazioni soddisfacevano, benché noi trattassimo le nostre
grandezze a guisa di quadrati aritmetici ed in forma monogrammatica. La sola
differenza di un elemento uasceva fra i prodotti degli estremi e dei medii
moltiplicati fra di loro. Io ho detto che questa dilterenza non era eh e
fattizia^ e però più nominale che reale. Ma quand anche fosse stata reale, come
nelle approssimazioni materiali, si avrebbe avuto almeno una valutazione
relativa. Per la coscienza larga dei Leibuiziani, i quali considerando il
comodo, non si fanno scrupolo di violare il rigore geometrico, questa
inequazione sarebbe nulla, specialmente quando i termini della serie sono assai
inoltrati (2). Ma siccome questi signori hanno per costume di esigere da altri
una coscienza rigida, neH’atlo che per sé stessi si prevalgono d* una coscienza
lassa, egli è perciò che anche rispetto ad essi sarò tenuto a giustificare la
mia teoria. I. Esempio della proporzione del simplo e duplo su due ascisse
nello stesso circolo. Forma non quadrata dell’eccesso del duplo sul simplo. Per
far ciò in una maniera preindicata osservo quanto segue. Nel 133 ho già fatto
osservare, esaminando la fig. XVIII. della tav. I., che la seconda ascissa a d\
tirata sino al fondo, è uguale a 14. Alzate lo (1) Je dis encore une pois, quii esttres-aise
de se tromper en Algebre quand on ne raisonne pas avec rigueur, a la facon des
anciens geom'etres. Leibnitz, Opera
omnìas tom. III. pag. 636. (2) Io propongo il seguente schema, il quale risulta
dalla quarta evoluzione del simplo e duplo. ^ i386o 10601 G X B 19601 27 720
Moltiplicate A per B: avete 384,199,200. Moltiplicate G per G: avete
384,199,201. Qui la differenza 1, rispetto a trecento oltan- taquattro milioni
e più, sarebbe o no una quantità sprezzabile, secondo i Leibniziani? Nei
calcoli ordinarli di approssimazione è vero o no che, quando siamo solamente a
cento millesimi, i matematici si sogliono contentare ? j 304 dell" iìvse
giramento delle matematiche. sguardo sulla figura \ . \ oi vedete questa linea
nella bblf’.Ota fingiamcclie su questa lìnea venga costruì lo un circolo. Qui
compiacetevi di osservare la tavola IL. e di portare lo sguardo sulla figura
XIV. Sia Ab \ h: ? —q ^arà ALI 1 1? G. La linea A 0 sarà raggio. Dnuque AÙ 49.
Da À Ó detraete \ : avrete A E % ed E .0 ” 5. Dunque A Jò 4: E 0 =: Sfi. Ciò
posto» alzate la perpendicolare lino a die lacchi la circo uiWeD&i in C:
ìndi tirate la linea CO. Questo non è clic lo stesso raggio, il quale vi fa la
Inazione d’ ipoleu usa rispetto ad K 0 e ad E C. Sopra abbiamo q q q veduto die
CO /j-9ma EO 25 ; dunque E C ~ 24, Ora da ÀO detraete un unità. Sara EF = 4.
Dunque El: ' = 16; q dunque 1' Q 1. Se dunque alzate la perpendicolare l E),
avremo il suo quadrato ~ 48. Ma E ti ~ 24. Dunque E C ■ I' D *• 1 ^ Abbia* mo
dunq ue qui, dentro lo stesso quarto di cerchiole due ascisse EEe D F5 tra la
cui rispettiva potenza passa il rapporto del sire pio al duplo. Aggiungasi
tanto alTuna che a [fa lira linea la porzione inferiore: avremo cd 90, e i) il
7= 1 92. Ora portiamo amen due queste linee sullo stesso piano orizzontale,
come nella fig, XV*, in modo che amen due siano perpendicolari adii stessa
lìnea (1 L a ritenuta fra di esse la stessa distanza che avevano deatro al
circolo* Avr e mo C G fig, X V = C G fig. XIV, e D li %XV- DII fig. XIV, Più,
avremo ognuna delle linee A D3 CE* G li figXV, %fua‘ 10 ad EF fig. XIV, Ciò
ritenuto, pigliale la distanza G €/ e fallo centro in II 3 portale 11 compasso
sopra la linea |ID: voi la taglierete in E. Portatala sopra la Gl : voi la
taglierete in I. Campite la figura: voi avrete due rcUaugoh, E uno dentro dell'
altro. Il primo sarà E F I II, che per la fatta costruzione sarà uu perfetto
quadrato : ma quanto all’altro^ ossia al maggiore., c cosa da esaminarsi. È 10
dubita Lo eli e il quadrato che venisse costruito sopra D li starebbe al
quadrato sopra Eli in ragione del duple al sintplo* Ma nella prcseuLe
costruzione non sappiamo se 1)E sia eguale a CE* c però se i! rettangolo A D £
C sìa un perfetto quadrato, ©ra carne potremo noi accertarci del sì 0 del no?
Eccolo, Se A D E C fosse quadralo perfetto, e quindi i lati CE e DE lasserò
uguali, noi avremmo non solamente i! gnomone uguale in snpurfa al quadrato
interno E I, ma avremmo eziandio questo rettangolo spigo DISCORSO lare maguloue
almeno di ln sesto dello stesso quadrato interno (Ned. 1 I 9) Ora questa
maggioranza si veri Bea forse qui? Niente allatto. Imperocché $ abbia m o
veduto eli e la G E 4, e però C E ~ I G. A bbia tuo ved lì to e h e GG = 96; e
però che EFI H=9B. Ma I 0 : 96 sta appunto come 1 a G, Dunque G E qui non
sùpera questo sesto ; dunque egli non eguaglia i! vero quadrato spigolare del
sitnplo immesso nel duplo in forma monogrammatica. Ma dall'altra parte è certo
die DE forma Y eccesso del duplo sul si m pio. Dunque J.) E sarà maggiore di G
E. Dunque lo due ascìsse del si m pio e duplo entro lo stesso senili: ircelo
non tengono fra loro una distanza eguale alla differenza della loro rispettiva
lunghezza. Dunque la loro forma di esistere entro V unità assoluta circolare
non e monQgrammatic(t) ma digram malica* Dunque la forma monogra tu malica e
perfetta mente similare da noi data a questo due grandezze, come nelle ligure
[X, e X, della tavola I., è del Lutto artificiale. Quale sarà dunque nel caso
nostro la conseguenza ? La conseguenza sarà, che nella fìg. XV. Lav. 11.
dovremo riconoscere che il quadralo ilei sim pio viene inscritto in no
rettangolo, un la Lo del quale è di potenza dupla del primo: e I altro lato poi
è uguale a quello del siniplo, piu aggiuntavi la potenza di Ciò, lo confesso,
sarebbe da un lato poco sodili sfaceli le : ma dall’ altro Iato otteniamo il
luminoso principio risguardunlc la forma o il modo d’esistere di queste due
grandezze rispetto all’ unità circolare* li. Delta (orma alternativa quadrala e
non quadrala del si in pio o duplo. E qui non posso contenermi dal far
osservare ebe il quadrato a ri \ melico perfetto è per se stesso essenzialmente
circolare per essere appunto monogramt natica in tùlio. Aritmetica mente
parlando, se il sì m pio è quadrato, lo potrà forse essere anche il duplo, o
viceversa? Non mai. Ora sappiale che la Geometria vi dice esattamente lo
stesso. Essa quando vi dà il s ira pio in forma di quadralo, ossia circolare,
vi dà il duplo iu forma di quadrilungo, ossìa dittico ; aozi ossa avvicenda
perpetuaci eoi e queste Forme, come io potrei dimostrare con molti c molli
esempli, Ciò accade sempre, sia che le due grandezze vengano immesso fumi nel
['altra, sia clic vengano poste contigue, sia che vengano sommate. Ognuno
Intende che io parlo di queste grandezze risultanti hi radku razionali, le uno
mon ogra tnmalicam cute, le altre digrammaLicanienLe. Nm parliamo di l
'illutazioni aritmetiche* nui parliamo di calcolo 'discretivo. In questo
conviene usare Io stesso trattamento tanto pei commensurabili quanto per gli
incommensurabili ; senza di cbe non vTè uè logica, nè fifa, sofia, nè ni a
tematica. 5 13b, Della forma razionale degli eli Ilici, ossia dei non quadrati
aritmetici. Esempio sul simplo c duplo, À 6 ne di procedere anche in questa
parte con un metodo preludicato5 giovami di richiamare alla memoria due cose* La
prima, eli e abbianao veduto Ltelfesamo della divisione decimale, lav, I. lig.
V., ris alla rei la linea bh ~ 1 -i. La seconda. che in forza del movimento
fatto udla bg, X\ IH, abbiamo suddiviso ogni grado in sette partì: talché il
lato do! quadralo iutiero vìe oc diviso in TO* e Tascissa a a* viene suddivida
In 28 parli. Così abbiamo qui 98= 1 4X? 7 Ili tenute queste preludienti oiii3
trasportiamoci ora alla fig. X. lav, II. Ivi sia C D = 98, e sia C A = 1 00 :
con aggiungere 1 del grado decimai intacchiamo bensì la lista della squadra»,
ma non assorbiamo il margine della figura. Qn est' aggiunta era necessaria,
posto che abbiamo veduto che il segmento verticale del rettangolo spigolare èra
più lungo del semento suo trasversale. In forza di questa costruzione avremo
farsa del j rettangolo A B D C = 9800. Ciò fatto, sul lato AB prendiamo i!
segmenLo A 1=28, eguale appunto a quello determinato dalla divisiuoc circolare.
Parimente sul lato A G prendiamo il segmento À H= 3:0. Tiriamo le linee
paralelle IL ed HG. Che cosa ne risulterà? liicorJjaniod clic dobbiamo
verificare tutte le condizioni imposteci dalla Geometria nella 1 orina
mouogrammatica5 e che furono già esposte ne l paragrafo antecedente. Posto ciò,
ecco che cosa in primo luogo risulta da questa costruzione, L Posto cL e il
lato A lì =98*. c che da esso fu detratto il segmento A r = 28, ne verrà che Ì1
segmento 1 II saià=Ttl. Par ini cote, posto che il lato ÀCt=100, e che da esso
fu detratto il segmento AH— ne verrà clic 11 reslauLe segmento LI C sarà eguale
a 70. Avremo dunque perla costruzione la linea IB alla HO. e però le altre
tutte paralclle parimente uguali Avremo dunque FE, ED, D G, GF, tulle quattro
eguali, e poste ad angolo retto $ e però il quadrata F G D E inscritto uel
rettangolo avrà per suo Iato 70. Ma 70X70=4900. hf area dunque di questo
quadralo inscritto sarà eguale alla metà del barca del quadrilungo
circoscritto* Dunque il gnomone circondante avrà un'arca eguali? d quadrato
inscritto o immesso* Ecco la prima con dizione soddisfatta. La seconda
condizione precipua sì è, che la grandezza spigolare de! gnomone risili tao te
dalla immissione del simplo nel duplo sia maggiore del sesto del si m pio. V
uggiamo se questa condizione sia adempiuta, e come lo sia* La grandezza
spigolare, della quale si IralLa qui, la vegliamo nel rettangolo À l F H. Due
Iati di questo rettangolo sono eguali a 28* due alti! a 30, Ma 2S> Ivi pure
vedete il duplo sotto figura di quadrilo Ugo compreso dalle quattro linee
estrema . Il simplo è ~ MÌCIO; il duplo è " 9800* Ma il duplo eli 980 0 è
'! 9 G G 0, quadrato di ì 4 0 . A h b. iam o q u i d uu qu e u u q uà d r alo
aritmetico che può essere rappresentato geometricamente . Questo quadrato
aritmetico è duplo d’un rettangolo c quadruplo tFun altro quadralo. Ora si domanda
quali oc saranno gT inter valli . Facile è la risposta. Ea linea À C~100.
Dunque aggiunta xm’aUra linea 4G, si avrà uua delle distanze daH'oQ duplo
alTaltro duplo. Parimente la linea b D = 9S. Aggiunta dunque una Enea = 42, si
avrà 1 altra disianza. Dunque 40 dall'alto al basso 5 e 42 trasversalmente
saranno i gradi di distanza Ira l'ultimo rettangolo ed i lati di questo
quadrato di 140. Dunque lo spigolare sarà uu rettangolo di 1G80, eguale al
centrale i1 EMQ. Così li a il duplo ed il quadruplo bavvi un gnomone, il quale
sarà eguale all'area del quadrilungo duplicante, e le di cui proporzioni
intime, siano lineari, siano superficiali, vengono determinale colla maggiore
facilità, A1F addizione discreta appartiene questo esemplo, e nell' addizione
discreta si vede la vicendevole forma di quadrato e di quadrilungo, colla quale
le grandezze si succedono. Qui si fabbrica un importante addentellato per le
composizioni medie. Ma per porlo in evidenza sono obbligato di esporre prima
un’altra operazione, della quale ignoro se esista alcun esempio, ed il relativo
modello. Essa è universale per l’algoritmo della duplicazione, e ci rivela
un'arcana possanza algoritmica. Essa pare formala per dar vita a dii non Fka, e
a portar giustezza a chi u'era privo. Essa supplisce al metodo di assimilazione
nella duplicazione, ed anzi lo inchiude nel suo seno s e Io pone in opera senza
che noi s lessi ce ne avveggiamo, I. Coa umici tic doirapproSEÌTnatcnc di
equazione. Lugge d'i nere mento che ne risulta. Differenza dell* unità nei
discreti. Per intendere tutto questo fissate F attenzione sulla fig. X1L della
tav. II. Ivi vedete lì quadrilungo acjnp. In questo si distinguono due parti:
la prima è il quadrato a r k p+, le parti del quale sono segnate coti lettele
maiuscole latine; la seconda si è il quadrilungo rknq* le parli del quale sono
sognato con lettore niajuscole greche. Considerando la prima parte, voi vedete
di' egli vieu diviso in modo da contenere nove qnaémti perfetti minori (e
questi sono A, C, E, E. X, l\ X, Z, B ), e Tarn, l quattro quadrati pure
perfetti maggiori (e questi sono G, I, R? T). Oltre a ciò, egli co u tiene
dodici complementi (e questi sono B, D, F, II, IL M, 0, Q, S, V, Y5 A'). Quanto
poi alla seconda sua parte, cioè al quadrilungo posto a’ piedi, voi vedete
esser egli composto di tre quadrati minori, di due quadrati maggiori, e di
ciuque complementi. Se voi domandale da quali iudicazioni io sia stato condotto
a costruire questa figura, io potrei indicarne parecchie tutte cospiranti.
Scelgo la più semplice, e la prima che si presenta nella tavola posornetrica.
Questa è il binomio pdrtito del quadrato di 5. Consultate il 134, pag. 1359.
Ivi vedete il uumero 5 formare la prima ipotenusa nella serie dei quadrati ivi
contemplati. Fate ora la seguente costruzione: A. 4 G 6 G 6 B 9 Che cosa vedete
voi qui? Voi in prima vedete che i due estremi danno il binomio diquadrato di
13, il quale co’suoi complementi dà il quadrato numerico 25. Questo binomio
sommato 13 sta fra il quadrato di 3 ed il quadrato di 4. Esso non comparisce
nella tavola posornetrica ma ciò non ostante nou lascia di esistere . Ora
raccogliete i numeri su perficiali di questo schema: voi avrete il numero delle
parti componenti il quadrato della detta fig. XII. Voi avrete: 1.° il 9
consacrato ai quadrali minori; 2.° il 4 consacrato ai quadrati maggiori; 3.° il
6 -f 6, cioè 12, consacrato ai complementi. Raccogliete ora i numeri radicali
2, 3, 5 ; e voi avrete i numeri delle parti del sottoposto quadrilungo, e così
avrete: 1.° il 2 consacrato ai due quadrali maggiori: 2.° il 3 consacralo ai
tre quadrati minori: 3. ila consacrato ai complementi. Sommaudo adunque le
parti di tutto il rettangolo, avete 12 quadrati minori, 6 maggiori, e 17
complementi: in tutto 35 parli in genere. Questa somma divisa in 25 e in 10
(che forma due' parti di ragione di 5:2), e indi suddivisa ogni parte come
sopra, non offre in ogni suo membro che altrettanti moltiplicatori di estremi e
di medii, astrazion fatta dal rispettivo valore concreto di questi estremi e di
questi medii. Questo modello adunque si può considerare come una fokmolA
figurata. primo aspetto questa forra ola non è clic binaria; ma considerandola
nel successivo suo sviluppo, non comparisce tale che pei periodi materiali
delle operazioniEssa allora È cosi binaria come la pila yoltiauà nella Fisica,
o come una spirale in Geometria 0). Ora passo a sperimentarne V effetto^ ed a
mostrare 1' uso di questo modello. Incomincio da] tipo stesso di sopra recato,
dal quale si può ricavarlo. Sia in primo luogo preso il grande quadrato arkp
segnato colle maiuscole Ialine. Ogni quadrato minore sia valutato 4. Avremo Ì
nove 1 _ Ufi rumori. Ogni quadrato maggiori' è valutato 9. Avremo i quadrati
maggiori .Somma dei valori I complementi essendo dodici, ed ognuno avendo per
va loro 6, sarà la somma di tutti . . Somma dì tutto il quadralo arkp .1 4 A y
\ 2 E manifesto che prendendo le radici lineari 2 + 3 -j-% 3 + 2, avre mo 12;
il quale, moltiplicato per se stesso, dà per prodotto 144. Qui, come ognun
vede, Lavvi una perfetta eguaglianza in in Ilo. La somma dei valori di minori
estremi uniti è qui eguale alla somma dei maggiori estremi uniti. La somma poi
dei maggiori e minori estremi uniti è uguale alla somma dei dodici complementi.
Procediamo oltre. Nel quadrilungo posto a' piedi, e segualo colle lettere rqnk,
veggi amo i Ire quadrati minori FI T Q eli 4. Somma = J 2 Veggiamo pure i due
maggiori A A 9. Somma I N Somma,, . . “ 40 Veggi amo i cinque complementi
segnati F 0 H ^ T di tu Somma .... “ 30 Totali 60 ( i } Questa ìbnnòla figurata
può a vere un’altraorigino; e questa può essere tratta dàlia fini: dal primo
periodo della tavola posarne trite», còme ora fu tratta dal principio di questa
periodo. La fine di questo periodo è segnala eoi So, Ora fai a un oìrcolo, il
di cui diametro sia diviso in So parti, come nella fì / U 6 ] L V. Clic nel
quadralo dell’eccesso del triplo sul duplo sta la prej orinazione organica,
anzi il germe compiuto delle due proporzioni già valutate lo grande, poiché À :
13 : : 2 : 3. Più sì offre il binomio partito di queste due ragioni m forma di
estremi e medii. Ma supponendo die la valutazione non fosso siala giusta,
sarebbe mai sialo possìbile che ìu ultimo ne risultasse 11 residuo similare qui
ottenuto ì Questo residuo similare non ci svela forse la legge arcana di quella
cOMpOlsnzu che investe uu tutto unificato ? Non è l'orsa questo un aspetto di
quell impU cito z del quale ho ragionalo nel Discorso terzo 1 Quest5 implicito
B.o.n torma forse il verbo essenziale, i delta mi del quale costituiscono la sapienza
matematica? Ju ultima sentenza dì questo verbo (il quale nel diflereumie, ossia
nel quadrato dell’eccesso d5uua proporzione sull altra, ci svela i rapporti
complessivi identici del gran tutto prima impostato ; non rende forse una nuova
testimonianza^ la quale conferirla la giustizia delle nostre operazioni, e
sanziona ripetutamente il nostro algoritmo? Vi, Ottenuti questi germi organici,
ognuno vede cifessì divengono altrettanti moduli per ordire una seconda forma
di Geometria (che dir si potrebbe di estratto o derivata)* la sola adatta per
interpretare le opere della natura e giovare a quelle delle arti. Questi moduli
formano propriamente altrettanti luoghi geometrici nella scienza della quantità
estesa escogitabile ; c la teoria sfumata delle coordinate viene rimpiazzala da
grandezze coni poto oziali clic passarono pel crocinolo. Di questa seconda
Geometria dirò qualche cosa più so Lio, Qui passar mi conviene a mostrare
alcuni esempìi di uif assimilazione di secondo grado, dopoché ho esaminato quello
del primo, e più vicino a lui. Dopo V unità radicale conviene studiare la
pluralità, C 50 A 40 Il 00 D 48 V 10 V 8 l H S 18 'Esempio d’una valutazione di
secondo grado nella valutazione della proporzione di tre a sette. Ritorno alla
tav. I. fig. V. Abbiamo già fatto notare i due cateti Ac e c D. Secondo la
costruzione della figura, il diametro AB viene diviso i . ~ci ~(l in modo che
Ac/ = 3,ed il segmento c'B = T. Dunque Ac : cB :: 4 i termini In un circolo) :
avremo X Moltiplicate estremi e medii Ira di loro* Da una parte avrete 195, e
dalfaiha 196* differenza 1. la quale è il quadrato della media distanza
suddetta. Dc'i vftl uri dti due limo ih il io caccia ti nella tleiia
proporricinc di 3 ; Premessi questi schiarimenti, torniamo al nostro esempio*
fu conseguenza «lei valori sopra stabiliti presentiamo il prospetta nfiUato dei
due binomi i incrociali. Incomincio dal primo. AM( = 30)> avremo Q L— 5, Ma
siccome V 6) 1 : dunque À Lzz (ì„ F u detto che Q B— 5 : dunque Q B 25* Ma Q L
5 ; duo bug ' V q tf L B dO. Cosi se A L = G, e se L B =3 30, avremo la somma
dìM A EDiffalli G X 0—36: dunque 0 d 9 e QO = -'i. Fu detto die QL 5, e clic 0
C !b Unendo questi due tiòmi, formano 14, Quadruplicandolo 3 avremo 56. Con
questo moltiplicantla ? 7 —a Q F ed O Cj sarà Q L rzz 280 ^ e CO 50 4. La
differenza ira c n tra jnhì t di 224. pari appunto a 56X4. Posti questi valori,
couvien disili H buire gnomonicamente il valore di QO. Per far ciò io dico: 0()
% Dunque QO 4. Ora 4X4 = 16; e L(>X2 =3‘2. Detratti 32 da 224. rimangono
192. Questi divìsi in due parli danno 90, Douqueanc —q ' » mo LP 224; P C :=
32; L C 256, Ogni braccio del gnomone 06. Or ecco lo schema ; 32 96 96 280 128
376 504 Ridotti i valori ai loro minini termini, e moltipllcali gli estremici
medi], avremo la differenza di 4, come uelFakro caso, la quale: colla il
DISCORSO SESTO PARTE PRIMA. 142,1 visiono cidi prodotti suddetti può essere
ricolta all’ unità. Tra spoi lata poi h detta differenza, ci conduce a dare
alle moli la loro forma razionale competente. Ottenuti e verificati questi
valori * passiamo a valutare ìE rimanente, —H ^ ^ f .? e ritorniamo alla
predetta Lg. XIII. tav. I. A Lm 0X56“ 336. L .13 = 30X56 = 168(1. Dunque A 6 =
2016, eguale appunto a 36X56. v “ff ~y Dunque CD=2{HG. Ma 1. C =256. DulraenJolo
adunque da C D, re sLerà LD = 1760. Ma dallbltra parie LP= 224, Detratto dunque
da L I), resterà PD = 1530. Valutato cosi il binomio incrociato, immettiamo il
simplo nel quiutu pio, come al solito. Per far ciò io dico: AL 1 GB, L B = S40,
168 “IT TT + 256 = 424. Detraili da 840, avremo 416. Ma = 208. Dunque avremo X
Dunque V eccesso del quintuplo sul simplo stara um aoR i66 ne in questo grado
compatto al simplo stesso, come 32 : 21. I medi! poi staranno 26 : 32 e :: 26 :
21. Date la prova colla moltiplicazione, e voi vi accerterete della verità.
Ecco dunque un altro caso, nel quale praticando l’assimilazione di secondo
grado, e spingendo il quadra Lo dei minimo, ossia della dìi Icren za di secondo
grado, alla potenza quinta, si ottiene l'oggetto desiderato. Con questa
valutazione e colle altre simili si preparano i mezzi termini, coi quali si
veggono ad un solo tratto tanto le proporzioni principali, quanto le associate,
e soprattutto i quadrati degli eccessi cogli esempli allegali. Oltre il
triangolo equilatero e il quadrato, potrete valutare anche il pentagono con
lutti i suoi annessi e conseguenti. A questo proposito mi resta ili avvertire,
che fra le costruzioni geometriche del pentagono, la più semplice, la più
facile, la piu luminosa, la più feconda, e la più conducente alla valutazione,
si è quella di lolorneo astronomo alessandrino, riportata da Glavio(’). Essa vi
dà ad un solo tratto d lato del pentagono e del decagono da inscrìversi ne Ilo
stesso circolo, e v’indica nel medesimo tempo b strada della valutazione finiLa
di Ini e de’ suoi accessorii. Soggiungendo poi la dimostrazione di Gam ( i
Lib.XlII. TJiaar. y. Prupo.ùt. y . ^choljitm., pag. 1 RL' mstc, apu, Ma 7
446^4— 1784. Dunque 11 G = 7 I 30, Per la regola /issata il primitivo valore
del minimo deve portarsi a 32. Dunque aggiungendolo al valore di estimazione di
M3G, avremo 7158. Dunque per le fatte dlmostrazio ui 31(3 = 71 08. Questo sarà
pure il valore della lista EFQP. Ora si coordinino» se si vuole, tutLe le valn
[azioni. Ma qui possiamo abbassare V espressione, ed ecco in qual modaAb* hkmo
detto che 110—7136. Detratto il minimo 32, si divida il residua hi due parti
eguali. Avremo 3552, ognuna delle quali segnerà il valore superficiale del
rispettivo braccio della squadra che circonda il quadrato delia mèdia
proporzionale 31 R, Ora si divida fino al quarto: avremo il valore = 888. Si
faccia Io stesso col quadralo spigolare; avremo et Ecco lo schema :1 425 A 8 G
888 G 888 B 98566 D 896 99454 E (0 v Riportandoci quindi alla suddetta fìg. XI.
tav. J., avremo CO 100.350: A lì = 401,400: A INI = 1 73,940 ; MB = 227,460; MR
' —q J ? = 98,566; 110 = 1784. Avremo pure per l’altro binomio MG = 1792; M D =
399,608 ; T U = 397,824. Premessi questi valori, passiamo ad immettere il minor
termine del q —q AM MB primo binomio nel maggiore. - =86970. - = 113730.
Sommata 2 2 la metà di ÀM con MC, avremo 88,762. Detraendo questa somma dalla
della metà di MB, avremo per residuo 24,968. Diviso questo residuo per metà,
avremo 1 2,484. Ecco quindi lo schema : ( i) Stendete la tavola dei puri
quadrati dispari colla massima della tavola posometrica annessa al Discorso
III. ( vedi la tav. C): i gnomoni saranno geminati, e il quadratino spigolare
sarà sempre 4> perchè havvi fra un termine e l’altro la distanza di due.
Distribuite le parti di questa serie in tanti rami paralelli, contenente ognuno
dodici termini, piu il i3 appartenente al quinario, e disposti collo stesso
ordine serpeggiante e continuo della tavola posometrica. S’incontrerà nel
quadro retto dall’anello 2 25 \/i5 il primo ramo contenente il quadrato di 221.
Questa radice è uguale al nome superficiale primo della mezza proporzionale
sopra segnata. Ora la superficie tutta del gnomone geminato, che con torna 4884
squadrato di 221, è appunto 88S, che nello schema non occupa che un solo
braccio del gnomone. Ma se al quadrato suddetto aggiungete due radici
superficiali, avrete un rettangolo di 49283 = 221X223. Questo sarà esattamente
uguale alla metà del quadrato B dello schema. Voi potrete in conseguenza
trasformare il quadrato B in complemento del binomio, i due termini del quale
siano le radici 221, 223, e viceversa fare la costruzione dello schema. Oltre a
ciò, il quadrato v/22 1 ed il quadralo \/6o formano l’altro quadrato v/229;
talché qui esiste un nodo massimo, la soluzione del quale guida ad ulteriori
preziosissimi risultati. 12484 00 8G970 cì Ora lormiatno il binomio partito, e
assoggettiamolo al ripartimeuto della fig. IV. tav. II. Il quadrato L AEG sarà
.= 86,970 Il quadrato EBMD sarà = 113,730 Somma A 13 . 200,700 Il complemento
CEDO 99,454: così pure il complemento A N B E = 99,454. Unendo questi due
numeri all’ antecedente somma, avremo il quadrato LNMG = 399,608, appunto
eguale al quadrato del maggior cateto del minor binomio incrociato. 11 quadrato
AFDH è uguale alla metà di tutto il grande quadrato suddetto, e però viene
valutato a 199,804. Detratto adunque dal quadrato sulla AB ~ 200,700.
rimarranno per residuo 896=:BH. Dunque la di lui metà, ossia il quadralo sulla
R N, sarà eguale a 448. La porzione ANMD è uguale al maggior termine del
binomio, più il complemento. Dunque questa porzione sarà 213,184, Detratta
dunque la porzione A 11 S D uguale alla metà di tutto il grande quadrato,
rimarrà la lista R N M S ni 1 3,380. La sua metà dunque sarà n: 6600. Ma se da
questa metà vengano detratti 448, eguale al quadrato della lesta della lista,
rimangono 6242. Dunque la lista accollata al minor quadrato del binomio sarà zr
6242. Ottenuto questo valore, formiamo un gnomone, nel quale il primo braccio
sia 6242, e dibattiamo dallo stesso il 448. Avremo 5794. Duplichiamolo, ed
aggiungiamo il 448. Avremo in tutto 12,036. Dibattiamo questa squadra dal
quadralo LA E C, e seguiamone il residuo. Di nuovo spingiamo Boperazione fin
dove può giungere. Che cosa otterremo? I. Dopo dodici sottrazioni abbiamo per
residuo 390. Ma questo 390 era appunto il nome del quadralo del minor cateto
del binomio maggiore anteriore all’assimilazione. Dunque abbiamo qui per via di
successiva sottrazione gammata il termine primo del binomio restituito come
prima. IL Questo nome porla per suo estremo di confronto 448, e per complementi
due nomi identici di 418. Quanto al 448, sappiamo essere il quadrato deli7
eccesso del termine maggiore sul minore; e quanto al 41 8? nome d’ogni
complemento, si dimostra essere egli appunto il bino* mio partilo e completalo
della ragione del simplo e triplo essenzialmente legato al triangolo
equilatero, cui gli antichi ponevano come simbolo della Divinità. III. Se da
418 dibattete 390, rimangono 28. Ripetete il 28, unitelo a 390: avrete 446.
Dibatteteli da 448: rimarranno 2. Ecco lo schema : 2 28 28 390 30 418 448 Pieno
d7 infinito senso e di somma importanza si è questo schema; perocché
dall’impero della pluralità si passa sotto quello della singolarità ^ e però si
accenna un importante passaggio teoretico, che vedesi appartenere allo sviluppo
delle ragioni di 13 a 17, la somma delle quali è il 30. IV. Preso il binomio
partito del simplo e triplo co7 suoi complementi, espresso dal numero 418, e
fatto esso stesso servire di complemento alle altre due grandezze
monogrammatiche corrispondenti di 448 e 390, ne nasce il seguente schema : |
390 418 | 418 448 808 866 1 674 Ouesli numeri sono suscettibili di divisione
senza frazioni. Quindi dividendo tutto per mela, abbiamo: 1 Vi 8 1 WS 20.9 X
209 22 4 404 438 837 4Xukip]icale estremi e rnedii: voi avrete per di Ile rem a
I fra i priftiotli, benché fra 195 e 224 siavi la differenza di 29. j1 1‘wdralo
avente per radice 1 4 =190. ile ma Lo di un'uuità 1 9n. Così pure il quadrato
di 1 5 = 225, scemato di un’ uniti = 224 Dall’altra parte poi 195= 13X15, e 224
= 14X10. Parimente 209 = 19X1 I. Prendete la figura iutiera: avrete 3(1 xfl 4.
3'2x 14, 22X19, ovvero 3Sx 1 1 A I. Ma ciò oli e importa sopra lui Io di rii e
va r c ss c 1 V n i/ìe tizio n t?, ossìa meglio il germe della mi è fica zi quo
particolare clic otteniamo (la tutto questo processo, il quale nelle altre
nostre costruzioni non era possìbile di ottenere colla eterogeneità dell’ unità
e della pluralità. g 142. Osservazioni algoritmiche incidenti. Prima
osservazione . Il valore del minimo di primo grado à ugnale a due. Quello del
secondo e dei eotiseguenlt luguale alla quarta potenza duplicata della
differenza primitiva fra il quadrato della media proporzionale c quello del
raggio. Seconda osservazione sul passaggio dal superficiale al lineare. Le
disquisizioni antecedenti cadono sui due primi casi, nei quali si può
luminosamente praticare IJ metodo di assimilazione, e ricavare ìt minìmo
relativo clic forma la luce iniziativa eli tutta In valutarne. Il primo caso è
quello, nel quale adoperando i più ristretti valori, il quadrato ddJa media
differisce da quello del raggio del quadrato unoIvi la proporzione ira i due
termini del primo binomio è continua, come per esempi 2 9 2 : 3 s 3 : 4, oc. Il
seco ej do caso poi è quello, nel quale sì i quadrati dei mezzi termini, cito
quelli del binomio impóstati, differiscono dal quadrato quattro de im
mediatameli le sussegue quello delibo. Nei primo caso abbiamo trovato die,
faLta F assimilazione, il minimo riesce uguale a 2 $ u per fi eia J e, N el
secondo caso p pi ri esce se m p re u gua le a 32: Lacchè costituisce la quinta
potenza di 2 lineare. Onesta valutazione proporzionale JYt trovata anche comune
agli altri gradi, elevando cioè il co me lineare primitivo, che forma la
disianza fra il raggio e la media, alla quarta potenza duplicata (0. Ora qui
cade un’osservazione subalterna. Assumendo ogni quadrato perfetto del raggio,
si può dal superficiale passare al lineare, e costruire quadrati d’ ipotenuse e
di cateti tutti commensurabili; Ioccbè apre l’adito ad una nuova specie di
calcolo, dirò così, di suddivisione, ed a procedere dall’ esteriore all’
interiore Geometria, e dalla valutazione delle grandezze impostate alla
valutazione delle grandezze dipendenti o associate per logica compotenza, ec.
ec. Noi abbiamo mostralo il metodo di primo grado nel 132 col sottrarre 1’ uno
quadrato da una parte, e coll’ aggiungerlo all’ altra, e col duplicare la
radice del dato numero quadralo. Abbiamo quindi segnala la serie di questi
cateti e di queste ipotenuse tutte commensurabili, formanti lo stesso corpo di
figura. Ma questo magistero ristretto allumo relativo e alla duplicazione della
radice del quadrato assunto, era appunto correlativo al primo grado solamente.
Ora soggiungo, che anche usando del 4 si ottiene la serie della triplice
commensurabilità: e, quel eh’ è più, eh’ essa può essere derivata dalla stessa
fonte materiale geometrica. Per intendere questa particolarità conviene
rammentarsi che lo stesso diametro diviso in sei parti ci ha somministrato le
prime valutazioni per il sim (i) Qui ricorre alla mente una doppia analogia fra
il lineare ed il superficiale. Abbiamo veduto nella costruzione
tricommensurabile, l'atta coi quadrati che appellammo peregrini, che da tutte
le fissate ipotenuse maggiori del 5o detraendo questo numero io quintuplicato,
si ricavano gli altri due cateti razionali. La maggioreo minore lunghezza non
contrappone ostacolo. Così nel caso nostro, oltre l’unità metrica dividente il
diametro, quando la media sia linearmente incommensurabile (fatta l’
assimilazione come sopra), detraendo la quarta potenza duplicata del numero
lineare intercetto fra il raggio e la media, si ottiene il ripartimento dell
area del quadrato di questa intercetta. Più ancora abbiamo veduto (pag. 1 336)
che il nome medio e quasi reggitore delle compotenze si è il 1 6 0, la cui
radice è i3. Qui se osserviamo la serie lineare seconda, che daiemo più sotto,
si trova che il numero delle parti della prima ipotenusa è u, e quindi il suo
quadrato è 169. Se poi osserviamo nella va lutazione fatta sì
dall’approssimatore, clic altrimenti, quale sia il medio fra il simplo e il
duplo paragonati in primo grado, troviamo pure lo stesso 169. 1° 1 169 /|o8 239
577 816 Sembra dunque che come il 5 o il 10 è costituito primo reggitore dell’
zz/zitó, il i3 lo sia della pluralità. L’uno e l’altro però sostengono fra loro
la relazione di estremi : talché se ognuno nel proprio zodiaco regge le
rispettive serie, havvi fra loro un altro medio che può associarli e reggerli
ad un solo tratto. Quanto al lineare, ne veggiamo la traccia ; perocché nella
fig. XVIII. tav. I. la linea A G; è uguale a 5, e la stessa prolungata in DF' è
/ l uguale a 10, ovvero AL~ 10, eDF— i3. lJio e duplo, come ce le ha
somministrate per il simplo e il quintuplo. Periodi è il quadrato del raggio
eguale a 9 è riuscito in entrambe il primo termine costante di conlronto e di
consociazione, e quindi elemento di assimilazione. Ora volendo convertire il
superficiale in lineare ad oggetto di tessere una serie indefinita, nella quale
si abbia la triplice simultanea commensurabilità dell’ ipotenusa e dei cateti
anche colla sottrazione ea addizione del 4, come l’avemmo coll’1, questo stesso
9serve al medesimo scopo. Eccone la prima sorgente. Grado I. Grado II. 9—1=8 8X
8= 64 3X2= 6 CX 6= 36 9+1=10 10X19=100 9 4= 5 5X 5= 25 3X4 = 12 12X12 = 144
9+4=13 13X13 = 169 Mirate ora I esempio II., prodotto in nota alla pag. 1360, e
voi vedrete che nel primo grado si può tentare l’esperimento sul quadrato
anteriore di 2, cioè 4. Ma l’esperimento comune non può essere eseguito che in
quello della radice 3, cioè 9 (0. Se voi proseguirete gli esperimenti sui
quadrati successivi delle radici 4, 5, 6, 7 ec.5 voi troverete tanto fra le ipotenuse
quanto fra i cateti ottenuti per la sottrazione costante di 4 la progressiva
differenza di 7, 9, 1 1, 13 ec., e fra i cateti fatti per la moltiplicazione
della radice col moltiplicatore costante 4 voi troverete la differenza di 4.
Paragonando poi le due serie di primo e di secondo grado fra di loro, voi
troverete che si può passare da una all’altra, aggiungendo alle ipotenuse di
primo grado la serie intermedia di 0, 2, 4, 6, 8, 10, ec. Con quest aggiunta
ogni ipotenusa di primo grado diventa cateto di detrazione di secondo grado.
Duplicando poi l’aggiunta suddetta, e facendo 8, 10, 12, 14, 16 ec., ed
aggiungendoli alle rispettive ipotenuse della prima serie, voi pareggiate le
ipotenuse della seconda. Per vedere tutto questo si faccia attenzione alle
seguenti due serie, esprimenti misure lineari. La prima appartiene al primo
grado, del quale abbiamo già parlalo nel Discorso quinto; la seconda appartiene
al secondo grado, del quale ora parliamo. (i) Io prego di ricordar qui il
problema così dello postumo di Leibnilz, inserito nel tomo III. delle sue Opere
minori s pag. 4, 22 I, apre I adito ad una bellissima costruzione, e quindi ad
una luminosa analisi feconda di interiori ed esteriori rapporti co nipote
oziali. Qui non mi è permesso di estendermi a dare queste costruzioni coi loro
accessorie Bastar mi deve di aver somministralo alcuni sussidi] al calcolo
iniziativa, il quale formar deve oggetto dello studio primitivo delle
Matematiche. Debbo però avvertire, che dopo le prime costruzioni giova assai
più procedere dalle maggiori dimensioni alle minori, che dalle minori o dallo
zero di differenza alle maggiori. III. Prospetto unito delle serie delle
ipotenuse e dei cateti tutti commensurabili. A compimento necessario dei primi
sussidii del calcolo iniziativa ì cosa indispensabile di ravvisare il prospetto
unito delle serie delle ipotenuse e dei cateti tutti commensurabili. seguendo
l’ordine della tavola posometrica. Qui mi ristringo ai soli primi nove termini
componenti la tavola pitagorica, avvertendo che questo prospetto abbisogna
d’essere ampliato per compiere almeno il primo stadio. La tavola D annessa al
presente Discorso offre questo prospetto. r^re direzioni conviene rilevare nei
termini che compongono il prospetto. La prima è quella dal basso all’alto, che
appeller erao verticale^ la seconda da sinistra a diritta, che appelleremo
orizzontale,• la terza dalla punta sinistra della base al vertice, che
appelleremo trasversale od obbliqua. Golia prima e coll’ultima si passa pei
successivi gradi del prospetto 5 colla seconda si percorrono i termini
successivi dello stesso grado. Il grado è costituito dall 'identità del
quadrato, che sempre si sottrae dai successivi. Cosi nel primo grado si sottrae
sempre il quadrato 1, nel secondo il 4, nel terzo il 9, nel quarto il 16, nel
quinto il 25, ec. ec. II. Nella direzioue verticale salendo dal basso all’alto,
e segnando la differenza fra le ipotenuse dei diversi gradi, si trova sempre la
progressione di 3, 5, T, 9, ec. CO. Nella direzione orizzontale la differenza procede
colla stessa progressione: ma il primo termine in ogni grado non incomincia
sempre collo stesso termine come nella verticale, ma o col secondo, o col
terzo, o col quarto, ec., a norma che il grado è più o meno rimoto dal primo
segnalo col 5. Quanto alla trasversale, le differenze procedono colla
progressione di 85 1 2 1 6. 20. 24. ec. ec. * come vedesi appunto al 12G, pag.
1324. 111. E qui cade un’ importante osservazione. La serie espressa alla
pagina suddetta segna le radici sulle quali cadono i guornoui di nome quadrato
della tavola posomelrica annessa al Discorso III. Ora confroutando il prospetto
D, si vede che questa serie è appunto la trasversale sopra notata. Ma iu questa
trasversale si colgono soltauto i capi primi di ogni grado successivo, e non si
percorre mai il grado stesso. Dunque la serie dei nomi, sui quali cadono i
gnomoni aritmeticamente quadrati, contiene i capolista d’ogni grado successivo.
Questi capolista lineari, come vedesi alla delta pag. 1324, sono formali in una
maniera, dirò così, concatenata, perchè vengono formali unendo il secondo
membro del nome antecedente col primo del susseguente. Si può dire adunque che
la trasversale, la quale va a finire nella punta della piramide, rassomigli ad
un ramo della catena omerica dell’algoritmo primitivo. Rammentiamo qui, che con
questo stesso magistero procede appunto la tavola B annessa al precedente
Discorso. In essa viene esposta la serie delle proporzioni continue, in modo
che il membro maggiore del quadrato antecedente forma appunto la prima parte
del susseguente, come nella serie razionale ora prodotta il uome quadrato
antecedente forma la prima parte della radice susseguente. IV. La sola metà del
primo stadio di questa serie trasversale fu segnata nella tavola D $ perocché
dev’essere spinta fino al grado 20, irn V/ 29 V 20 v/21 portante il nome
lineare di 841, formante la somma di 400 e 441; e però 1’ ultima differenza fra
un ipotenusa e l’altra dev’essere di 90. Questo grado è il primo punto di
riposo, un gran centro ed un gran nodo pieno di luce algoritmica. V. E qui non
posso contenermi dal far osservare, che fatto il diametro di 58 e i cateti di
40 e 42 cotanto vicini all’eguaglianza, e che rappresentano una specie di
equatore algoritmico, si fa nascere una spuria incommensurabilità fra i
segmenti dell’ ipotenusa ed altri, per togliere la quale convien convertire i
nomi superficiali in lineari, e giungere appunto alla dimensione suddetta di
841 del raggio. Così per una legge comune il grado 20 compatto, formato dai
quadrati .400 e 441, che forma il primo termine di riposo posometrico, da
superficiale si converte in lineare. VI. Quanto alle serie orizzontali conviene
rammentar qui le cose dette nell’antecedenle Discorso dalla pag. 1328 alla
1340. Due cose distinte debbomi ivi rilevare, I.;ì prima si ò la seria propria,
:i cui sin ia mezzo il 169, quadralo di 13; e 1* altra la serio disimi &[
anteriore * che finisce col oli. Mirale il quadro iu seri to alla par*, Jj$j
Ivi vedete k cinque prime case, che dal 20 vanno al 50; e poi redele le altee
olio, che dal 61 procedono avanti. Le prime cinque apparta* £oao ai ll» il cui
capolista è 26: le altri? ad un aliro.it cui a polista è Gl. Il prospetto D vi
segua il luogo competente. Per vederi! auche questo innesto esaminate il quinto
grado del prospetto R Tvi vedete in capolista i due cateti 11 e 60, e V
ipotcnusa 61. il nome del vm minore, cioè 1 I, è Identico col quarte termine
progressivo della dilL ronza 5. L 9, 1 L Volendo voi procedere dal 6! in ordine
relrogra^ colla progressione suddetta farete 61 11 56 | 50 9 ^4l | 1 fJ i | o-j
3 29 | 29 3 =z 26* Ora mirale il premito Bv e voi vedrete clic dal piano del
primo senliuo del grado quia tosi passa ad una linea i magi n a ria di 50,
duplo di 25, che vedete in fidate di sotto. Indi si scende immediatamente a!
primo scalino degrada, quarto, e si Locca Pipoteuusa 4L Qui si cala giù a
piombo, ossia pia verticale, e s’ incontrano appunto il 34, il 29 e il 26. La
progressione continuala salendo, qui vien fatta nella segaeMff maniera : Grado
L verticale* 20 3 IL 29 HI. 34 IV. 41 Qui dal nome dell’ipotenusa 41 si passa
al quadralo assurte 25, e si duplica, così si fa il numero 50, il quale dista
di 9 da 4L e dì 11 da 61. \ IL 11 grado al quale come capolista appartiene il
61 è il grado quieto di questo primo prospetto. JNel prospelte non vergiamo che
il ramo destro di queste grado ; il ramo sinistro è soppresso. Esso pur .litro
vedasi esposto , nelle quali abhiBfma insistite sulTanalist dei termini, dell*
economia e della compoteu/.a propria di questo grado. Importava assaissimo per
P algoritmo il ponderate a preferenza i rapporti di questo grado medio,
perocché da lui si apaade una luce dolina vastissima possanza. vili. Se voi vi
arresta! e ad esanimare la posizione maierìale di questa grado, voi lo vedete
chiuso di sopra e di sotto dà due serie, lo quali fanno, dirò così, causa coli
Ini, e le quali costituiscono ì due ESTitEVti paradelli, Ira i quali egli sla
nel mezzo. Tutto il prospetto pertanto si può figurare riparlilo in tre grandi,
zone contigue, ognuna composta di tre gradi. La prima contiene i gradi pili
compatti: la seconda i medi! più vitali e ró.m potenziali ; la terza i più
dettagliali. La pjù in fi nenie e la più ricca di lami riesce la media,
perocché in essa conlluiscono i rapporti coni potenzia li di tulio questo primo
prospetta. IX, E qui lue orni nciando ad esaminare V ultimo termine segualo
dall* ipotenusa 109 . che forma il centro di questo grado, voi trovale □el
grado superiore e nell’ inferiore le rispettive ipotcnuse coi loro cateti star
fra di loro colle ragioni di 3, 4, 5, come stanno naturalmente sempre nella
ragione della divisione quinaria del diametro., per rendere ;d oTado 50 tulle
le linee del binomio incrociato commensurabili. Nello c stesso tempo le misuro
dei cateti rispettivi dell* ipotenusa 169 vengono fissale coi rapporti della
più vicina «gangliari za, cioè in 120 e 111), Se esaminate la tavola poso
metrica, voi al grado 26 del paragono avete ì cateti di costruzione peregrina
eguali a IO e 24, c f' ipotcnusa eguale a 26, Togliete 13 n commensurabilità
spuria, e voi ridurrete il raggio a 1 60, tiuVrdinata a 11 9, e Fasclssa a 120.
Così in questo prospetto avete naturalmente l'ultima liquidazione della
triplice commensurabilità, come Fa veste negli altri gradi. Quando i tèrmi ni
si avvicinano così all’ eguaglianza come qui, e nell equa loro del grado 29, si
possono infine alternare le linee, e costruire 1 lati superficiali, Allora la
Geometria è al suo colmo. X. Il magistero algoritmico che presiede alla
formazione di questo prospetto e unico ed invariabile; le qualunque grado dal
quadrato aritmetico assunto còme capo di lista si sottrae il più vicino minore.
11 residuo forma la misura del primo cateto, c pei' conseguenza la prima radice
od il primo termine del binomio. Golia doppia radice del quadralo sottratto si
moltiplica la radice del quadrato assunto, e col prodotto si costituisce la
misura del secondo cateto e il secondo termine del binomio. Fin film ente al
quadrata assunto si aggiunge il quadralo di sottrazione, e culla somma
risultante sì costituisce la misura dell* ipotenusa, ossia la radi oc del terzo
quadrato complessivo. Il modello del binomio algebrico limalo, qual. ih da noi
offerto all \ png. 1351, non apparitene elio al hinowio pttrt'Ho* e non serve
punto .il Tu fri. T, t)1 ì W8 mromio sommato ragionale co me questo, Pormi
coUstn una lacuna da; doveva essere supplito nei primi elementi, XI [ sondo tli
questo magistero, nei due primi gradi nasce una perplessità, la quale non viene
lolla che al terzo. Nel primo grado respressìone delle due radicq che serve di
moltiplicatore, eccede nominalmente il quadrato sottrailo di 1, ed anzi Io
duplica per intero: nel secondo grado la dóppia radice del quadrato 4 sottratto
lo pareggia: e però liayvi una coincidenza di nomi, la quale lascia ambiguità
se si debba per nidifi pii calore assumere il quadrato sottratto 3 oppure la
doppia radice soli. Quest* ambiguità vieti tolta al terzo grado, e viene
dissipata per sempre nei successivi, ne' quali si vede che la doppia radice del
quadrato sottratto forma il vero ed unico moltiplicatore della radice del
quadrato assunto, onde costituire il secondo cateto, che direi ih
fitQltiplicftzionG, come II primo è di soìtrazione* Cosi a nell e in questo
caso si palesa ì' indole logica fonda mentale della relazione ternaria : e si
conferma che se il 2 segua distinzione* non somministra un completo giudizio.
Per lo contrario col ternario si sviluppa il discernimento, e si conclude il
giudizio. Ciò è conforme ai priaci pii logici e geometrici tli già esposti nel
*2G ed altrove. Cosi dirsi può che il primo numero logico e y ora mente
razionale è il 3; come il primo puramente discretivo ò il % 11 primo
complessivo è il il primo associ a. ni e poi è il 7. Nelle perfette costruzioni
algoritmiche conviene pa mente a queste proprietà, s tantoché quelle che noi
chiamiamo p copra, tu dei numeri altro realmente non sono che leggi necessarie
logiche della niente umana nel pensare alla quantità, Perla qual cosa dopo h
notizia generica delle proporzioni tassa Le conviene assumere divisioni ? e
stabi lire valori d’uua piena virtù e di una completa com potenza. XII. Fu già
cìa noi osservato col LeìbnitZj che il |ud#cipio tinte lice di tutte le figli
re geometriche rettilinee si riduce al triangolo* clH chiamo questa
considerazione alla Geometria sistematica ? noi tsoviamo che il parlilo di
studiare il quadrato, e quindi il triangolo rettan^o o* è una strada di mezzo
fra le gradua te situazioni che presenta r Puo stesso triangolo, Diffatti,
consultando il Già vio nel Tu Iti mo suo 1 eon^1 accessorio al Teorema ,
corrispondente alla famosa Proposizione n. di Euclide, col quale in una guisa
più generale di quella di I Appo 1 mostra l'eguaglianza rispettiva dei para le
Ilo grammi costituiti sopm i di un triàngolo qualunque d \ noi ci accorgiamo
che un angolo I t ) È rtc/ii/ì s Eie ni ce tv ru w 1*3 J>, XV, L Ih, I. p,
^i.Rom ac, apriti Burlliolo ai 1(111 ^ ' 1 aL/1 golo gradualmente avvicinandosi
al cello, la proposizione pluagorlca forma ini solo grado di no a più generalo
teoria, XI li. Più ancora* per passare alle curve geome D i che fingete per
primo esempio il seguente. Da un piano orizzontale alzale due perpendicolari
paraletle Furia, all’ altra indefinita mente. La lista che ne nasce veofTa
divisa per mela da un* altra slmile paralella perpendicolare indefinita, Sulla
base orizzontale potete alzare lauti successivi triangoli, i quali abbiano
lutti una base comune, ed i vertici dei quali cadano luLli stilla parai dia di
mezzo. Cosi successiva mente Fangolo ve ri [calo di ognuno Susseguentediverrà
sempre più acuto del precedente* che sta di sotto. Oui paiole variare le
distanze di questi vertice Fingiamo che ira I uno e l'altro vertice passino le
distanze potenziali degli eccessi del duplo, triplo, quadruplo, quintuplo ec.
superficiali. Falla questa costruzione, dividete in due parti quesla lista, e
ponete ad angolo retto le due parti, in modo che ogni semilriangolo abbia
l'origine delle sue ipotcnuse in un solo punto. Voi farete una squadra, colla
quale alzando e congiungendo le rispettive parcelle, disegnerete i punti pei
quali passa un* iperbole. Questa iperbole congiungerà i punti angolari dei
rettangoli appartenenti alle diverse proporzioni continue sopra figurate. Il
lato esteriore delle due liste rappresenterà gli assi titoli deifi Iperbole*
Ciò sia dello come esempio delle, costruzioni sistematiche risanar Jan lì i
rapporti com potenziali geometrici, ì quali sembrano Ira loro eterogenei. 14:!.
Riflessioni relative al metodo sovra esposto. Arrestiamo per un momento ì
nostri passi, e riflettiamo uu poco su quello che abbiamo fatto, c sui mezzi
tanto materiali quanto intellettuali die abbiamo Impiegati. Pensiamo che
abbiamo un sommo bisogno cT inferire una coscienza matematica^ e che qui non si
tratta di dimostrar teoremi o di sciogliere problemi, ma di accennare soltanto
alcuni traili principali del metodo del più facile e del più naturale primitivo
insegnamento, In conseguenza di ciò discendo alle seguenti riflessioni. Dtii
modelli di proposta c iti funzione. Osserva?. ion è sull’ 1x50 elei medio, I
/esposizione dei primi passi delTalgorUmo dei continui dittici fatta si lì qui
sembrerà lunga, perchè lu analitica, 0 perchè si trattò di esporre uu nuovo. 0.
a dir meglio, un dimenticato arlifìciò. Ma. la loro esecuzione pratica é rapida
. semplice» evidente, e quasi intuitiva. Essa è resa visibile dai modelli
sensibili di proposta e di funzione^ che furono da uoi impiegati (vcd. '1 IG\
Quanto ai modelli di proposta . uoi abbiamo usalo due binomii incrociali -t dei
quali abbiamo giù giustificata la necessità* l' imporla nza e la fecondità
logica ;ved. 120). Quanto poi ai modelli dì funzione^ noi ne abbiamo impiegati
sei, a norma delle operazioni algoritmiche occorrenti alla \ abitazione, Questi
sei modelli sono i seguenti: cioè L 11 vicnio. clie voi ve de Le nella fig. I.
della lav, II. IL La squadra, clic risulta dalla immissione di un quadralo:
minore dentro mi maggiore, come nelle figure l\. e XIV. Parte IL tav, 1. HI. Il
eTn'ovtiq partito dellé grandezze principali*, come per esempio nella fig* XII.
tav. I. Ivi il quadrato A E l G forma la prima grande^za. e il quadrato 1 II 13
F forma la seconda. IY. li in parti ronK. quale voi vedete nella fig* I\* tav.
IL 1 /associa n te progressivo. quale sta descritto nelle figure M. VII. e VIIL
della tav. 11. VL Finalmente f approssimato he di equazione, quale sta esposLo
nella fìg. XII. della stessa tav. 11. Questi sei modelli sensìbili sono
perpetui e di un uso universale. JUspetto al ai omo però occorre una
osservazione 5 ed. è: eia og li con k universale se non nel caso delle
composizioni dimezzate ^ le quali sci vono a fissare la mole media allorché ci
restringiamo a con templare e ad agire entro V unita circolare. Del rimanente,
allorquando si vaglia passare a modelli composti e complessivi, dei quali non
In ancora pailn I o5 conviene adoperare tutto intiero il rettangolo o quadri 3
ungo interno* Io mi spiego. Mirale le figure \\. e XYL della lav. IVói ivi
vedete il ' risultato dì 35; quindi quello del L ll,*la delia lista sì dovette
dividere iti IT, b Questo in co li veti leu Lo non &au accaduto, se
avessimo prese le due principali grandezze nella b|T0 t'-'ul beta. E però la
regola vuole allora elic si duplichi il valore del mino1 * mine del binomio in
crociato: e invece di prendere la sola arca Jcl ftaiti golo rettangolo per
complemento, .sì deve prendere tutto il quabi ' H ' L c&-e-, la divisa di
sensualismo* nel mentre pure eli e Condrite è quel desso die La a minutalo come
fondamento essere 1 universo un fenomeno ideale,, nel scuso sopra spiegato, e
nel mentre che Gouddlac Ila arricchito la filosofia della bella e fondamentale
teoria della forma/, ione delle idee astratte et della loro associazione,
mediante le quali veniamo sottratti dalla schiavitù dei sensii quali ci assoggÉftavano
al solo corso fortuito della esterne impressioni? lo prescindo dai liLoli di
benemerenza che Condì] he si è acquistato applicando 3 a sua teorìa alTarte di
pensare e di scrivere: cosa che niun trascendentalista assoluto potrà fare
giammai. Dirò solamente., che se la lingua del calcolo non piacque come opera
matematica al sig. Wronski ciò nulla detrae al merito di Condillac 5 il quale
non si propose di trattare della filosofia della Ma tematica, ma solamente
volle offrire oaJ iti astrazione della sua teoria in fallo di linguaggio^ q
nulla più. Leggasi il solo frontispizio dell’Opera, c si rileverà la prova di
quel che dicoEccolo come sia nelf edizione di Parigi di Carlo llouel* dell’anno
sesto repubblicano* m La langue des calcola onvragc posili u me et Cementai re,
imprime » sur les manuscrits aulograpLes de l’autonr. dans le quel des
observa>s tious fai ics sur Ics coni m enee me ns et les progni: s de celle
I angue, deil, moulrent Ics vices des langues vulgaircs, et fo ut voir coni
meni un » pourroit; dans toulcs Ics Sciences*, reduire Lari de raisouner à urie
Irm>j gue bieii fai Le* » Leggasi l’Opera, e si troverà no limpidissimo
dizionario filosofico h He primitive nozioni algoritmiche,, la lettura del
quale noti saprebbesi mai raccomandare abbastanza agli apprendenti per
calcolare con una esplicita coscienza^ lontana del pari dal cieco meccanismo
degli empiristi, che dalli: : sfumate elaborazioni dei trascende ala listi. La
difesa dello dottrine di Goudillae e inseparabile da quella dei progressi della
coscienza fi toso fica anche in Matematica* Cosi pure l’esame dell’Opera del
sig. Wronski da me vico fatto sellante colla mira dì porre in evidenza i
principia e te regole della matematica filosofia* in quanto specialmente
concerne l insegnamento primitivo* l. ua critica fatta di proposito della sua
Opera esìgerebbe ben altro lavoro. Lo mi contenterò dunque di Irascegliere
solamente quei tratti i quali riguardano direttamente L’oggetto di questi mici
Discorsi. L’Opera del sig. Wroushi, alla quale egli diede il pomposo titolo d
'Litmduzione affa jilosùjia delle Matematiche, altro veramente non fi che un
saggio di metafisica aritmetica. Io nou voglio entrare ad esaminare gli
algoritmi dell’ autore* sì perchè qui non esibisco vermi Trattato di Matematica,
e sì perchè non amo di eccedere la sfera del primitivo inseguamenlo. Mi
restringerò dunque a sfiorare quegli aspetti i quali convengono aU’assunlo di
questi Discorsi. Le mie censure versano sulle opinioni. Io rispetto assai la
persona del sig. "Wronski, e nulla detraggo alla possanza de’suoi calcoli.
Io anzi godo di vedere che lo spirilo eminente e filosofico delle sue teorie
(comunque espresse con un gergo per noi strano) collima collo spirito
fondamentale della vera arte matematica. 145. Di alcune nozioni preliminari del
sig. Wronski. Le prime cinque pagine del libro del sig. Wronski sono consacrale
ad indicare V oggetto universale delle Matematiche, ed a segnarne i grandi
rami, per concentrarsi indi sulla parte teorica deiralgoritmo numerico. Quanto
all’oggetto esteriore ed interiore delle Matematiche, egli ripete meramente le
idee di Kant; quanto poi alla partizione loro, egli ripete la solila divisione
della Matematica in pura ed applicata. Egli suddivide la pura in due rami,
l’uno dei quali egli ascrive alla Geometria e l’altro alla scienza numerica
astratta, ch’egli chiama Algoritnua. In ognuna di esse distingue la parte
dimostrativa dalla parte precettiva. Alla prima dà il nome di teoria, alla
seconda di tecnica. I teoremi appartengono alla prima ; i canoni o le regole
alla seconda. Ciò tutto era uotorio. Il sig. "Wronski premette tutte
queste nozioni alla sua Introduzione alla filosofia delle Matematiche. Noi
dunque avevamo diritto di aspettarci qualche cosa di filosofico in questo
ingresso. Noi tanto pai potevamo pretenderlo, quanto più è certo ch’egli, dopo
un breve esoidio sul complesso della disciplina, concentrò il suo lavoro sulla
parte numerica astratta. Ora che cosa ha egli fatto? Le nozioni preliminari,
ripetute colla scorta di Kant, parte sono false, e parte nulle. Eccone le
piove. Se voi domandate al signor Wronski che cosa sia la Matematica, egli nou
vi risponde con una categorica definizione; ma vi dice solamente, che la forme,
la manière détre de la nature ou clu monde phjsique est l'objet generai des
Mathémcitiques. Gli scolastici distinguevano la sostanza dalla forma, come si
distingue la materia dalla figlirai ma nello stesso tempo i più giudiziosi
confessavano che la forma non è che un modo di essere della sostanza, di
maniera che la forma do» Può sussistere per sè stessa, come la figura d’uu
corpo nou può esistere senza di lui. Con ciò la cosa si risolveva nel dire, che
in realtà la forma altro non era che la stessa sostanza così esìstente, e che
Ja distinzione dell una dall altra non era die puramente mentale* Fin qui non
avvi nulla che ripugni alla ragione. Ma queste Idee impastata dal t rasc&n
d e u t ali fi m o assoluto som ministra no recipienti) nei quali si fa vedere
forma e contenuto, e Le monde » pliysiqtie presente, daos la causatile unii
intelligente, dans la nature*, » deux objets distìnets; Fun, qui est la forme ^
la manière dVlre^ Fa atre, » qui est le conienti} Fessence mème de Faci imi
plmupe. Con queste parole s’intnfiiì a qii Introduzione alla filosofìa delie Matematiche,
.Analizziamo questo passo. Quali sono i primi nominativi di questa sentenza? il
mondo fisico, una causalità noti intelligente nella natura. Ma parlando filoso
ficamen te, che cosa è e può essere rispetto a noi questo mondo fisico, fuorché
un fenomeno ideale in noi eccita Lo dfi [Fazione e reazione ira qualche cosa
^incognito che crediamo esistere fuori di noi, e fmert? nostro pensante? Questa
è una verità rigorosa, la quale emana dal fatto, che Funaio pensa ole non esce
mai da sé stesso, e non può nè vedere nè render conto se non di ciò cV egli
vede e sento in se stesso. Ciò posto, il mondo fisico si risolvo realmente nel
complesso dello idee da noi attribuito ad oggetti esterni, e nulla piò. bissata
questa nozione, la sola filosofica possìbile, io distinguo nel mondo esteriore
tanto particolarità, quante ne distinguo nelle idee da me attribuite ad oggetti
esterni, i quali essendo lutti individuali^ altro concetto non mi som ministra
no, che quello di cose semplici o complesso, le quali in diversa guisa affettano
ì miei sensi, o, a dir meglio, suscitano in me ideo e sentimenti che io
classifico secondo ì mezzi pei quali mi figuro che vengano iu me suscitati. lo
quindi non conosco nò posso conoscere cause prime ; ma altro non conosco, che
effetti seconda rii e di puro rapporto. Questi effetti non sono che idee mie,
le quali Io debbo riguardare come segni reali dt effettiva corrispondenza ? e
ualla più. Ma non conoscendo le cose esterne nella lóro realtà, ma veggendole
per speculato et in enìgmateò lungi che Io possa ragionare di causalità
intelligente o non intelligente} e peggio poi dell* ras tr stessa dell' azione
fisica (come pretende il sig, Wronski ), io mi veggo cestro Ito a limitarmi al
puro l'atto delle apparenze.. e delle apparenze che accadono nel mio essere
senziente, L1 essenza dell* azione fisica*. secondo il sì g. Wronski, forma il
contenuto. lo so che il cibo è contenuto in un ventre, come so clic un liquido
è con Lo nulo in un vaso^ ma contesso di non saper comprendere come T me/Crt
delazione fisica possa divenire contenuto di qualche cosa. Agire è lo slesso
clic prodarre uq certo effetto. l'azione mm è che Ve servìzio di una forza,
ossia ima funzione di un èssere attivo. Laute reale, l'auto esistente, e la
sola cosa di fatto esistente in natura, Lersenza logica di mi azione consìste
nei caratteri eli e la contraddistinguono da qualunque altra cosa. Come
applicare a lotte queste idee il carattere di colite tutto/ Per contenuto
intende forse l’ cute esistente? In tal caso egli contiene se stesso, ossia
esiste cornac, e nulla più: continente e contenuto è inumilo. La causalità non
intelligente deila natura formali recipiente . e questo recipiente presenta
appunto forma e contenuto, Ma ciac cosa ù questa causai Uh non intelligente ?
Jl forse la materia} ù forse la chimera scolastica ? Che diavolo è mai essa?
Dobbiamo fera1 apprendere la trascendentale filosofia per mezzo di sibilimi! e
ili strambotti? Gli eqiiipondialiter e gli archi gingie c di alcuni scolastici
dui medio evo erano modi eleganti in confronto di questo. Forma e maniera di
essere sono tu IL’ imo pel signor W'roùsH La forma sin qui fu riguardata come
una delle qualità essenziali dei colpi; ma ogni maniera di essere del corpi nou
fu mai ridotta alla sola forma. Le maniere dì essere risultano da tutto il
complesso delle qualità essenziali, e non da una sola dì queste qualità. Quando
II sìg. W reo sii ami di dir cose ragionevoli, o parli diversamente . o si
degni almeno di darci d suo dizionario. a La deducimi! de celle dualità de la
nature, prosegue Wronski appartieni à la Philosnpliie: uous nous conteuterous
iti i de nòtre savoiiq eL uommèmenl daus la diversi! ó qui se t rotivi calie
>> le lois transcéndantales de la sensibili te (de la recepibile de notte
» voi r), e! des lois Iranscendantales de Tenie □ de meni (de fa spontanulc
3> ou de racliviLÓ de no tre savoir). (Tesi, ca effet, dans la divergile {1U1 jj roani te de
Tappi ìcation do ces lois ani pljcuomèues donnea a postene » ri, que consiste
la dualità de T aspect sous le quel se presente la ualA1 ?; re; duali E e quo
iious raugoons, conduits de nonveau par des bbs tia“ >y scénda □ talea, sous
Ics conceptìons de forme et de conteim du 1110,1 c p pi iy si que. » ff Or
Informe^ la manière d'étre de. la nature, ou du monde ph)ftl » que. est lèda
jet gèuèràl des Matiiììmatiques f et sou contenti^ &ml cS" ii scuce
meme est Tobjel gè udrai de la Pitystquti. Mala laissnns celle deiti i ère.
pour ue nous occupar icl que des MatLèmatiquOs. » Clie cosa vegliamo in questo passo? Clic Fautore
pretende di ghermire le esisf.jvze stesse componenti il mondo ìsico. Con queste
ptcf.csi non siamo forse gettali u elio plebe© Illusioni^ lo quali precèdettero
la nascila della Filosofia? Come? V essenza stessa del mondo fisico forma
IVg^etto generale delle scienze fisiche? Futti gii uomini di senso comune
dichiara no eoo De Buffon, che noi non solamente non conosciamo essenza
alcuna.,, rna che tulle le nostre fisiche teorie consistono nello spiegare un
effetto meno cognito e particolare mediante mi effetto più coguito c generale.
Effetti c puri effetti (e mai cause prime, o peggio poi essenze) noi
conosciamo, e possiamo solo conoscere. Volendo tradurre in un senso ragionevole
h cose delle dal signor VVi-ónski. pare thè ne esca il seguente scuso . La
natura sì presenta a noi sotto lui do (Mio aspetto, il quale nasce dalla nostra
maniera di vedere le cose, Ber questa maniera noi distinguiamo la sostanza e ì
u fórma. Alla prima appartengano gli attribuii essenziali: alla seconda le
diverse maniere di esistere ìu conseguenza di questi attributi e della loro
azione. Posto questo senso, la dualità da lui asserita riesce puramente mén
tale, lassa consiste nella distinzione da noi latta fra 1 idea deli essere. c
quella dei diversi modi coi quali egli può esistere . Ma col dirci tutto questo
die cosa c insegna egli? Passando all’ uomo interiore, la facoltà di sentire
viene del pari logicamente disilo La da quella di ragion ci re Fa il is l in z
1 o i u j del senso dalla ragione è la uto antica, quanto è 1 a Filosofia, Abbisognavano
forse le Matematiche dJ incorni Gelare dall esordio dell' Ideologia, e da un
esordio così vago, per mostrare la loro generazione filosofica ? Proseguiamo. « Informe dii monde
pbysique, qui resulto de F apri pii calie n des lo i s tra ascendati talea de
la sensibilità aux phenommes » [PEANO successione GRICE] do u n és a
posterìot'ì* est le temps ponr tous Ics objeLs physiques cu » generai, et Vespa
ce pour Ics objels physiques extérieurs. » Spazio e, tèmpo costituiscono, secondo II sig.
AVronski, la forma del mondo fisico. L n spazio è una forma; il tempo è una
forma. Ma lo spazio e il tempo quale forma folca possono essi avere? Più
ancora: L’aggregato dei corpi, considerato intrìnseca mente^ sarà dunque zero? Volendo parlare contro senso,
non v’ha nulla di meglio. L’ ombra è tutto, e il solido b nulla. k Qe sont dono
les lois du temps et de V espace, en considera rtt ces » derni èrs cornine
appartenant aa monde phjsìqne donne a posteriori, » qui font le pèritabie oh
jet des Matliémaùques. h L( £b appliqui! ut a u temps. considerò objeclivemeut
comm e appari®» uant au\ phònornónes pbjsiques doriùòs a posteriori. les lois
trauscenri danlales du sa voi r, et uommémont la première des lois de IV n
terni e)i meni, la quanlib-' prisc daus Loute sa generalità . il cu ròsulle la
conception de la succession des instans, et daus la plus grande abstra» clion
la conception ou plutòt le schema da nombre. De plus, eu ap» pliquant la méme
loi transcendantale à rintuition de l’espace, ce der» mèr etant de raème considerò
objectivemeut comme apparteuant aux » phénomènes physlques donnés a posteriori,
il en résulte la conception » de la conjonction des points, et daus la plus
grande abstraction la con» ception ou plutòt le schema de Yétendue . Ges deux
déterminations » particulières de l’objet generai des Malhématiques donnent
naissance » à deux branches des Mathématiques pures. La première a pour objet »
les nornbres : nous l’appellerous Algoritiimie. La seconde a pour ob» jet V
etejidue : c’est la Geometrie. . Esame
delle nozioni preliminari suddette. Eccoci finalmente entrati in argomento. Qui
domando se la Filosofia possa ricevere le nozioni somministrateci dall’autore.
Egli, senza definirci che cosa sia quantità, ci annunzia in un tuono assoluto,
ch’essa forma la prima legge dell’umano sapere. Fin qui si è sempre pensato che
la quantità consistesse in un attributo o in uno stato pel quale una cosa è
suscettibile di aumento o decremento, e però niuno al mondo sognò mai ch’essa
fosse una legge dell’umano sapere. Egli pretende con Kant, che l’idea del
numero nasca dall’idea del tempo. Ma il senso comune respinge questa sentenza,
come un travolgimento della naturale generazione della idea del numero. Ho già
dimostrato nel Discorso primo, che il concetto del numero è concetto individuo
e complessivo . Quest’idea è iuchiusa nelle definizioni del numero dateci dai
matematici da Euclide in qua. Ciò essenzialmente importa. che gli elementi
omogenei siano compresenti al nostro pensiero, e compresi sotto di un solo
concetto; così che, tolta questa simultaneità e consociazione, cessa l’idea
propria di numero, e soltentra quella di unità sgranate e disperse. Ma il
carattere precipuo dell’idea del tempo consiste nell’idea di successione. Se
coll’ajuto della memoria e della fantasia noi non ci formassimo l’idea
complessa ed unica d’una serie d’istanti o di esistenze, mai giungeremmo a
creare l’idea individua del tempo, e vestirla con un coucelio proprio; ma
saremmo affetti passivamente da un’attualità staccata d’istanti, senza poter distinguere
nè passato, nè presente, nè futuro. Lungi adunque che la successione effettiva
(che costituisce il tempo reale ) somministrare ci possa l’idea del numero,
essa per lo contrario ce ne priverebbe perpetuamente. Ma la fantasia
presentandoci i successivi a guisa dei simultanei col giudizio della loro
successione, noi investiamo la successione col concetto individuo del numero,
il quale, così conformato, presenta la nozione del tempo . Diffatli il passato
ed il futuro realmente non coesistono col presente. L’istante presente soltanto
esiste; ma l’istante presente non può somministrar mai l’idea di numero, ma
quella sola di unita. L’idea di numero essenzialmente importa quella d’una
pluralità compresa in un solo concetto. L’idea dunque del tempo non è idea
matrice, ma idea filiale del numero. Essa non può essere conformata e intesa da
noi se non in conseguenza del concetto d’una pluralità d’istanti compresi sotto
di una sola nozione; locchè appunto involge l’idea di numero. In questo senso
il concetto del tempo altro uou è che quello di un numero trasformato, ossia
meglio altro non è che l’idea di numero associata a quella di successione. Le
unità di questo numero sono gli istanti. Chi all’opposto dicesse die il numero
altro non è che il tempo trasformato, non travolgerebbe forse ogni senso
comune? Eppure questa è la nozione sublime e trascendentale che ci viene
somministrala da Kant, e ripetuta dal signor W ronski. Veniamo ora alla
generazione dell’idea di estensione . Assegnarle come origine la congiunzione
dei punti è un vero controsenso. Figurate voi questi punti inestesi ? Allora
accoppiate un assurdo. Figurate voi punti estesi ? Allora l’estensione si
presenta da sè stessa come uu’idea primitiva, uè abbisogna d’essere altrimenti
generata. Cosila successione degli istanti per creare il numero, e la
congiunzione dei punti per creare V esteso, attestano che razza di filosofia
sia quella che ci fu regalala da Wronski. Questo non è ancor tutto. Wronski
pretende che l’estensione presentataci dal mondo fisico sia identica all’idea
di estensione maneggiata in Matematica. Con questa sentenza egli ci prova che
il vero senso trascendentale non è stato da lui raggiunto, come non fu
raggiunto nel pensare al numero ; imperocché, tutto considerato, si trova che
l’idea di estensione, quale viene assunta e maneggiala in Geometria, non è
propriamente quella che la ragione può ammettere nel mondo fisico, ma è bensì
un’idea fattizia, derivala dalla vista uniforme e indistinta delle superficie.
Dico che l’estensione, quale viene assunta in Geometria, non può
filosoficamente essere attribuita alla natura esteriore; e ciò non solamente
per essere astratta, ma eziandio perchè la continuità assoluta, chele
prestiamo, ripugna alla pluralità di estesi discontinui . Figurate monadi, atomi,
od altri elementi sensibili. Le loro aggregazioni respingono l’idea d’una
rigorosa continuità, com’essa è respinta da un rnucchio di sabbia, al quale
imprestiamo un individuo concetto superficiale. Fra l'idea inlriseca di
estensione geometrica attribuita alla monade, considerata come unità
elementare, e quella di cui rivestiamo l’area di ima grande figura, non v’ha
differenza alcuna. Se questa differenza esistesse, 1 identità di specie, che
forma la condizione prima e fondamentale della commeusurazione, mancherebbe, nè
sarebbe possibile nè valutazione, nè algoritmo alcuno. Secondaria dunque ed
artificiale risulta l’idea dely estensione, della quale ci serviamo nella
Matematica pura. Essa è esattamente quella dell’ uno continuo e indiviso. Essa
per questo concetto forma appuuto il mezzo termine comune delle valutazioni. Da
ciò ne segue, che la quantità fisica escogitabile non è una copia materiale
della fisica reale della natura, ma uu emblema enigmatico di quella
dell’esteriore natura. Questa quantità fisica escogitabile, io lo ripeto, non
può essere sensibile, ma puramente logica. Essa è un impasto formato da noi per
valutare l’esteso in generale. Mercè questo impasto noi vestiamo gli aggregati
colle spoglie dell’ unità: e viceversa, a grandezze continue associamo l’ idea
di valori numerici. Per la qual cosa la Matematica, a parlar rigorosamente, non
fa uso nè della quantità discreta, quale esiste in natura; nè della continua,
quale può e dev’essere concepita; ma veramente assume la sola quantità continua
parteggiata. L’unità dell’ io pensante, che apprende e distingue ad un solo
tratto, crea per una naturai legge questo enle f attizio, e ne la uso senza
nemmeno avvedersi della sua indole e del suo vero valore. Noi siamo forzati a
valerci di questi concetti; perocché per questi soli simboli ci è peimesso di
ragionare sulle cose esteriori. Logica dunque e non fisica 11guardar si deve V
estensione della quale facciamo uso nella Matematica pura. E però allorché
dall’escogitabile passiamo al reale, deve ìnteivenire una traduzione di
concetti. 147. Prima conseguenza pratica. Calcolo superficiale. In forza di
questo concetto dell’esteso ne segue non poter noi frapporre differenza fra il
commensurabile e l’incommensurabile, se non a riguardo della potenza del nostro
senso discretivo. Una corda pei date i tuoni maggiori ben distinti dev’essere
divisa a dati intervalliEcco il commensurabile lineare. I gradi inlermedii
escogitabili occupano il campo tra l’uno e l’altro limite commensurabile. Ma sì
ueH’uno che nell altro caso per paragonare l’esteso debbo computare le
superficie, e quindi assumere le lince o le divisioni come equinotanti, e non
come equivalenti a superficie. Tanto la linea, (pianto qualunque altro indice
anime im tìco litri) Li otisi assumere come segni, c non come ii reale oggetto
valutato. Se si fa corrispondere mimerò a numero ? non conviene sostituire il
concetto del segno al concetto della -cosa, .1 /assumer lineo o parti di esse
udii si deve considerare che come un’ indicazione indiretta, e come mi segno
eomspoudeuLe di commeosu razione superficiale. La computazione lineare è utile
quando usar si può; ma essa riguardar si deve sempre come un mezzo parziale^ e
non mai come esclusivo*, uè padroneggiatile tutto 1’ algoritmo. Impiegatelo
dunque, ma senza dimenticare ch'egli non lignifica qualche cosa se non colF
associazione dei concetti superficiali. La buona Matematica non ripugnò mai a
questo metodo anche quando fu dominata dalla mania delle quadrature, e fu
illusa dalle viziose dicotomie, f( Mos oblili Li ii (disse Newton), ut geucsis
seti descriptio superri. ideici per linearti super aliarli linearci ad ree Los
angulos moventem, cìì» catur multi pi icario i siimi m l'mearum. Nam quamvis
linea ni ulti plica la » non pomi evadere superficies. Ideoqtie liaec
superiìciei e lineis gene» ratio [ùnge alia sìt a nuilliplieatione ; io hoc
tamen conveniuut, quod y> numerila u ni taluni in al ter u tra linea, m uhi
plica tu $ per mime rum titilli p furti in altera produca! abstracLum numerimi
uni taluni in superficie I| i_t e i s islis compre] musa, si modo unitati super
ficialis de buia tur ut son Ih. quadratoni, eujus balera suoi imitateti
superficiales. » [Àrithmetka
ttnivers'aUsi £b ) Il sig. La Croi*. ne* suoi Elementi di ^Geometria CO osservò
che a mesurer des grandems u’étant autre chose que comparer etitre clles H
cclles de ménte espèce^ il est d vide ut que la mesure dos aires doit Jf avfqr
poviv bui de savoir combien ime aire qu eleo n que en conticnt >} Ul]e auire
psiae arbitraircment pour servir de termo de comparaìson.» Usando egli di questo principio dimostrò la
proposizione, che due rettangoli qualunque stanno fra di toro come ì prodotti
della loro base per |Li joro altezza* o come i prodotti dei due lati contigui. Dopo di aver data la dimostra
zio uè, soggiunge in noia: w Je me suis servi ebdessus de la » muUiplieatiou
par ordre camme du moyeu plus sito pie pour par venir » a u resultai eh orche:
mais il pourrail arriver que Fon éprouvat qucl» que àif fienile à concevoir ce
efrangemenl daus le quel il serable quii )> faut mulliplier des aires eulre
elles. Celle difficili té cesserà si Fon imu rnaglue que ccs aires pour ótre
comparées mitre elles soni rapptwlées ?)à urie certame aire pvise pour mesure
comniune ou pour unite, » La (i) Siemens (h Geometrie. Hulttoe nditlon, PaiL T. n.° 167'itì^ Paris, chez
Gourcicr, ai), difficoltà téinuta dall'autore tiou può cadere die nelle teste
stravolte o tu quelle che non avvertono che nella cmnmen sur azione geometrica
con si la uso propri am e u te die di aree anche quando si assumono sole lineo
: orni v lia che l'esteso che possa misurar restoso. Golia idea ustru U ìa non
si fissano fuorché rapporti di confini e di direzioni; ma noti si può creare
uno slromeulo vero misuratore e di geometrica valutazione, 1 più valenti
geometri c'insegnano che le superficie astratte si debbono considerare come
puri limiti dei corpi, e le linee astratte come estremità di queste superficie
; e finalmente I punti come limiti di queste linee. lutto questo non segna che
logie nostre, e non il carattere coiliUUivó delle grandézze reali estese* Anzi
queste logie si fondano tutte è si qipoggiano così al concetto intuitilo ed
intero dell' esteso, che senza di ciò uè esistere potrebbero, nè servire ai
nostri raziocini!. Glabre senza corpo, segni senza significato riuscirebbero
essi senza la realità dell esteso primitivo. Newton disse, che la
moltiplicazione a non tantum fit per » abstractos un in eros, sed etiam per
concretas quantitates* ut per li» neas superficie^ motum Incateni pondera etc.,
quatenus bue ad ali» quam sui generis nolani qua alitateci tamquam un itale in
relatae ram tiones nunierorum esprimere possunt el vices supplire. »
{Arithmetica universalis, 8.) Il numero per se non indica alcuna specie deter
min. a la dì cose, come ognun sa. Dunque egli non altera ì caratteri delle cose
5 ma si associa con Lutti. Dunque ndlo valutazioni il numero serve a questi
caratteri. Dunque, parlando dell'esteso, lascia al punto ed alla linea
geometrica la loro natura; e però nell'atto che no connota Io parti non
attribuisce loro altra virtù dimermva*, che quella eh essi hanno naturalmente.
Ma E essenza di questi enti di ragione esclude in essi Ir qualità proprie
dell’esteso reale, c lascia loro soltanto la virtù rii segni associati, e nulla
più. Dunque nelle valutazioni superficiali l’uffizio delle linee sarà solamente
equinotante. e uon propriamente valutante c di~ mensfaa deiresteso. Tutto
questo è d’ftna verità così rigorosa, che non può essere impugnato senza
distruggere il principio stesso di contraddizione, perocché nasce dal concetto
stesso essenziale del punto ? della linea c deb V esteso. Io dunque non escludo
l'uso delle espressioni numeriche lineari, come non escludo l 'espressione
numerica dei luoghi, dei grttdh delle combinazioni 3 e di qualunque altra logia
ripetuta; ma avverto urlio stesso tempo uon essere permesso di sovvertire le
leggi di ragione 3 f acendo che la linea usurpi i! posto della superficie* o
che la superjicie si converta in linea . Viceversa poi dico e sostengo, essere principio
es&en m ziale di ragione. che la valutazione geometrica* sì continua cbo
disco ntifimi* iìA essenzialmente superficiale, e clic l'algoritmo lineare sia
essenzialmente sussidiario^ associato e subordinato ai superficiale. La natura
stessa della mente umana si fa. dirò così, giustizia da sè stéssa. Ellaa
dispetto dei matematici non bene avvisali, ì quali vogliono sottoporre il
superficiale al lineare, si emancipa da questa tirannia; imperocché trattandosi
di valutar superficie» olla sostituisce aneli e a nostra insaputa il numero
superficiale al lineare. Di [Talli un vittorioso is liuto ci fa sentire essere
impossibile valutazione alcuna delle aree, se non si assumessero altre aree
elementari* Distinguasi dunque la posizione del numero lineare daìl'Vifo di
questo numero. Se Fuso inirin seca mente non fosse quale io fi annunzio» i
risultati della valuLazioue superficiale o sarebbero assurdi 3 o sarebbero
nulli. Gol!7 iuesteso non si misura l' esteso. Ponendo a paragone l’esteso
co-Il’inesLesò 5 non solo non paragoniamo quantità della stessa specie, ma
ragguagliamo coso fra loro ripugnanti. La Geometria riposa perpetua mente sulla
base della conim emulazione superficiale tutte le volte cld essa paragona
Festensione rispettiva di due grandezze. Cosi la famosa proposizione pitagorica
viene dimostrata confronta Lido superficie con superficie, S aro I j Ij e ben c
osa ettrana die u 11a for m a, u n a 1 egge 5 u n fistio, un mezzo clic si
dimostra e che si usa pei generali usar non si potesse audio pei particolari ;
o viceversa, die ciò clic ripugna ai particolari co live n I v dovesse a i
genera l L 11 i te n i a in o dunque, che le uni tà e i uumeri lineari uou sono
dementi, ma equinotanti degli elementi super fidali. Questi poi sono i soli
competenti alla valutazione degli estesi: e però ci gioviamo dei concetti
lineari come di sussidii o di segnali e gut notanti^ ma non equivalenti. Ecco
un canone fondamentale per valutare gli estesi. In forza dì queste
considerazioni non solamente rimane giusliiicaLo il calcolo superficiale
geometrico come primo, precipuo cd unico, ma la natura*, gli uffizi^ la
competenza^ \ limiti del lineare sussidiario vengono filosoficamente
determinali. Allora si vede che col subordinare il superficiale al lineare, o
col voler generare la scienza col lineare, egli e lo stesso che far dipendere
il corpo dall* ombra, e coll* ambra generare il corpo. Rovinoso, distruttivo»
antilogico sarebbe dunque l’ insego amen Lo primo della Geometria per mezzo di
due od amebe di tre coordinate. come alcuni pretendono. Questo mezzo tu L fi al
più sarebbe buono per richiamare in ultimo un profilo delle leggi algoritmiche
riguardanti la Geometria. Allora con una incute nutrita delle cognizioni della
naturale generazione degli enti geometrici ed aritmetici SI POSSONO FABBRICARE
ALCUNI SIMBOLI – cf. Grice on Austin SYMBOLO --, ai quali associandoci le mille
idee sottaciute (le quali dal processo nudo delie coordinate uou possono essere
presentalo';, cspvi1110110 le leggi generali geometriche . come coUfAlgsbra si
seguano le leES'1 generali numeriche. 1/ ultimo eccesso, n a dir meglio l3
assassinio massimo dell is Inizio uè, sarebbe il sostituire I* insegna tn e alo
per coordinate a quello della primitiva arte di osservare. Concludo ponendo per
primo canone pratico 31 valutare con elementi superbcsall le quantità estese
presentate e computate nel primitivo msegna rimi ito, 148. Da quanta eticità hi
VI a le malica vigente sia dominata'* secondo il sig. Wfon&bi, Kitoruo al
sig* Wrorisbi. Dalle prime pagine del libro mi con vieti saltare alle ultime,
perocché Iti queste a lui è piaciuto di concentrare i motivi reali del suo
lavoro. Kg lì fa la seguente
domanda: e Quid était » Téiat des MaLbomatlques. et sur toni de IbAlgoridirme,
avau t celle piliss losophle des Ma ib erna ti ques? » A questa dmnauda cosi ampia egli risponde
restringendosi soltanto a ciò clic spetta al puro algoritmo: perocché dello
stalo della Geometria non fa cenno, e solamente si contenta di dame in Bue i
rami attuali in forma di albero .all’ uso di quelli degli scolastici del medio
evo ('X Ristretto quindi Tesarne allo stato dell algoritmo. dice in primo luogo
clic i primi principi!, ossìa i me La fisici, risguardanti T arte di computare
. non avevano prima di lui fuorcliè una ce /'tozza problematica. Resta a vedere
se dopo di Ini abbiano acquistata una certezza soddisfacente. Sarà vero per
altro clic presso la comune non avevano certezza veruna, perocché una certezza
probi ente tied noti è uè punto nè poco certezza. Il carattere essenziale della
certezze Caa_ siste nell7 escludere qualunque dubbio del contrario. IN luna
meraviglia può nascere sulla controversa natura della metafisica di Non
impugnando il latto s e tributando omaggio al discernimento del si*-, Wronsk't
si domanda se and/ egli abbia conosciuto il principio riguardante queste
quantità imaginarie. Se lo avesse veramente conosciuto, coinè pretende, non si
sarebbe, prevalso deUVpileto di ideai u, ina avrebbe usato f|uel!o di
snaturate.) e snaturate per via d’uu incuocetenti-: artifìcio ([). So di' egli
La preteso di giustificare la sua sentenza \ ma il mezzo da Ini impiegato è una
viziosa petizione dì principio . Per confermare poi filosoficamente il suo
assunto ha avuto il coraggio di regalarci un tenebroso paradosso ^autìstico
dopo una più tenebrosa dimostra?, ione ccU’iubnÌLo, e Quaut à Fefipcec do
contro die lion qne ecs » ìw mbres pava ssent im pi i q a e r* c t dont ti o u
s nyons don u la de d action, » ou volt in ai u le nani qne cc n’est poiut ime
coutradiction l&giqite qui o Ics reudrait ahsurdcs., mais bien uno
conlradiction tra nscc n da nlale^ JA-iniè veri tabi e antinomie dans
luntclligence ìmmaine, pvovenant de » lopposilion des loia de l’enten dome ut
avec les lois de la valsoli. >s (Pag. 1 Gì,) (n II celebre Lcibuil»
cliUmiava queste raposti fra l' essere e il nulla. Opera omnia, dici
imiigiiiarb eoi nome di mostri amfibìi Esame della sentenza del signor Wronski
intorno le radici imaginarie. la questo passo la sana ragione rileva tre cose.
La prima una mostruosità assoluta morale; la seconda un controsenso matematico
; la terza una stravagante applicazione di questa mostruosità, onde
giustificare questo conlrosenso. Queste tre qualificazioni debbono essere
provate per esteso, perocché qui si tratta di una legge fondamentale della
natura umana, la quale oggidì non solamente è poco conosciuta dalla comune dei
filosofi, ma, quel che è peggio, fu presa in senso contrario a quello che viene
indicato nella suprema economia della natura. I. E cosa nota che l’uomo non è
predominato da un ristretto, uniforme e materiale istinto, come i bruti: ma è
governato da una forza e con leggi tali, per le quali nei diversi secoli e nei
diversi paesi egli uou solamente varia le sue maniere di pensare e di agire, ma
in certi luoghi egli va migliorando il suo modo di vivere, vale a dire,
equilibra ognora più i mezzi di potenza cogli stimoli dei bisogui. Le rondini
ed i castori del dì d’oggi fabbricano i loro nidi e le loro case come al tempo
di Adamo* ma gli Europei del dì d’oggi non errano più nei boschi per pascersi
di ghiande, uou si rifugiano più negli antri, nè abitano più semplici capanne,
costrutte con rami strappati, e coperti di fango (l). Le campagne coltivate, le
paludi asciugate, le città innalzate, le vie appianate, i ponti costrutti, l’oceano
tutto navigato, il fulmine condotto, le invenzioni tutte diffuse, ec. ec., sono
tanti fatti visibili e palpabili, i qnali attestano in faccia al sole la
possanza morale della quale la natura dotò la specie umana. Per essa gli uomini
si perfezionano cogli anni, e le nazioni coi secoli. Posto questo testo
indubitato, luminoso, solenne, quali sono le os servazioni prime di fatto che
si presentano? Una è la specie umana, e identica fu sempre la sua costituzione
ed il tenore fondamentale della di lei economia. Ma daH’allra parte la storia
tutta ci fa fede che la possanza morale umana dovette talvolta sormontare sì
ardue difficoltà e vinceic si gravi ostacoli, che gigantesche ci appajono le di
lei imprese. Talvolta poi Di quest’ultimo modo di abitare non veggiamo esempli
fuorché o in paesi oppressi da un assorbente inveterato feudalismo, come
sarebbe l’ Irlanda, le Ebridi, e le rnonta& della Scozia, o nei paesi posti
sotto al C11C0 polare. eìb cammina cosi moderata e cosi tenue, che a guisa di
persona adagiata su d’ima barca sembra abbandonarsi a grado del vento delia
fortuna. Qual’ è la conseguenza prima di questi altri fatti? Esisterò nella
costituzione dell essere umano mi principio motóre^ 1T energia del quale,
cornunque finita, misurar non possiamo. Dunque ti imi uomo preveder può (in
dove giunger possa la sfera di questo motore segreto, nè quali fenomeni
ulteriori apparir possano nel mondo delle nazioni. Così nel mondo lisi co
veggeudo i turbini e gli oragani die sconvolgono il mare e la terra3 e i zefiri
ed i favoni! die accarezzano i fiori e fecondano le piante, noi non possiamo
tassali vani e nl.e prèfiu ire la forza assolata dell1 atmosfera, benché
asserir dobbiamo esser ella finita. Ma come nelTa imo sfera lo zefiro e lordano
sono effe L ti della stessa forza e della stessa legges cioè della tendenza a
ristabilire l\i Iterato equilibrio: così pure nella specie umana i conte a rii
effetti intellettuali, morali* economici, politici, sono elfeLLi della stessa
forza, e conseguenza, della stessa legge. Quella molla che in un orologio ben
compaginato e ben equilibrato vi segna esattamente il corso del tempo, quella
stessa molla lo segna male o arresta la macchina, quando le condizióni del buon
meccanismo sono alterate. Anzi questa contrari elei di effetti fa lede deibum?
a del principio energico, perchè sarebbe logicamente assurdo che, variale le
condizioni degli impulsi e delle resistenze, no dovesse ciò non ostante seguire
lo stesso effetto. Qui facciamo punto. E vero, o no, che la contrarietà dagli
effetti deriva in ultima analisi dalla contrarietà del meccanismo, e non da
contrarie qualità della inolia centrale? Essa si suppone sempre la stessa: la
sua forma, la sua dimensione, la sua energia elàstica, per la quale tende a
svolgersi, non è punto cangiata. E dunque più che manifesto, elio se pav
[spiegare la contrarietà dei fenomeni io affermassi o che la molla cangiò di
natura^ o che racchiude in se stessa qualità e leggi contraddittorio, Io
pronunzierei un'assoluta bestialità. Ecco il caso deUVmtfriiouria morale del
trascendentalismo di Kant, ripetuto qui dal sig. Wronslri., E per far sentire
che la parità corre perfettameuLe, io prego il lettore a seguirmi con
attenzione. In altra mia Opera ho detto che se, prescindendo da particolari
circostanze, si volesse assegnare una grande leggo generale, dir si dovrebbe
che il cuore umano ama di spaziare in un infinito libero i e lo spirito ama di
riposare su di un finito certo * Tutto questo nasce dalla indefinita capacàtxi
di bramare tuUo ciò che può appagare i suoi deriderli. Questa capacità deriva
in sostanza dalla facoltà di sentiree di volere, non limitata da verno
particolare istin* to (0. Gii effetti di questa indefinita capacità sono
appunto la creazione, i periodi e le vicende del mondo delle nazioni, delle
quali parlai nel detto libro (1 2): e quindi la maturità rispettiva, da cui
deriva V opportunità^ la quale altro non è che la necessità pratica della
natura riguardante la specie umana (3). Questa prau legare universale fu
ricevuta a controsenso dai vecchi moralisti e politici. I moralisti divisero
l’uomo in due parti fra loro contrastanti; e distinsero un uomo inferiore, al
quale attribuirono cecità di mente ed intemperanza di cuore : ed un uomo
superiore, al quale attribuirono lumi intellettuali e temperanza di affetti.
Nelle transazioni poi delle diverse età delle umane aggregazioni riguardarono i
successivi progressi dell’ incivilimento come aberrazioni della specie umana, e
come un’antinomia delle leggi fondamentali di lei. Così fu fatto insulto a
quella divina economia, nella quale se si pone l’uomo fatto ad imagine di Dio,
è cosa assurda ed empia lo stabilire uu manicheismo, pel quale o conviene
ammettere non esservi più speranza di migliorare la vita umana, o che la causa
prima non voglia far trionfare, per quanto può, la sua bontà e la sua
provvidenza (4). Questa sconcia dottrina fu coniata perchè l’ordine morale fu
da loro configurato colle massime claustrali, e la bontà della sua economia fu
misurala giusta i dettami di un amor proprio individuale. L’umano intendimento
non era ancora stato espressamente ìuvaso da questo manicheismo; ma Kant tentò
di assoggettarvelo, e il siguoi Wronski di aggiungervi la conquista del paese
delle Matematiche. La teoria dei progressi dello spirito umano respingeva
queste sentenze, e le aveva rigettate nell’ ammasso delle rugginose ed
ammuffite produzioni del medio evo; ma ecco che si tornano a porre in commei
ciò sotto forme più oscure e con un aspetto più elaborato. Qualunque però siano
queste forme, qualunque sia il linguaggio col quale si vogliano presentare, non
lasciano d’essere assolute mostruosità. E prima di tutto osservo, che
s’incomincia a scindere la mente umana in due parti: l’una denominata
intendimento, che è la facolta di assu mere, concepire ed intendere; l’altra
denominata ragione, la quale è la facoltà di avvertire, distinguere e
giudicare. Ma è più che notoiio che queste due facoltà non si possono
distinguere fuorché per una men a e Assunto primo della scienza del Diritto
naturale Vedi la mia Introduzione allo studio del Diritto pubblico universale
astrazione. Una è Y anima, uno è l’ io pensante. Quando si considera questuo
pensante in fatto, senza badare se pensi giusto o no. gli diamo il nome
generico di intendimento ; quando poi lo consideriamo occupato a sottoporre a
sindacalo i suoi pensieri, e a pronunziar sentenze a norma di una verità o
reale o presunta, allora gli diamo il nome di ragione. Così distinguesi il
fatto dal diritto. Ma il diritto è sempre un jatto, ed un certo fatto^ vale a
dire è un fatto regolato ; dovecbè il fatto nudo può essere sregolato. Così
pure la forza in genere può essere una forza regolata o sregolata; ma è sempre
forza. In che dunque si risolve la distinzione fra V intendimento e la ragione
? Nella sola distinzione dell’ esercizio delle sue funzioni, o, a dir meglio,
della direzione di questo esercizio. La ragione altro non è né può essere che
lo stesso intendimento, in quanto è occupato a pronunziare i giudizii aventi
per iscopo la verità. La mira a questo scopo forma la tendenza che caratterizza
la ragione. Il complesso dei mezzi creduti valevoli ad ottener questo scopo
forma V ordine o reale o presunto di ragione. Questi mezzi trascelli, purgali,
confermati e proposti come modelli perpetui, formano le regole di ragione. Ma
questa ragione non è che lo stesso intendimento in funzione, ed occupato in un
certo ordine di funzioni. La sua tendenza, anche quando sbaglia, è sempre una e
sempre la stessa, vale a dire la cognizione del vero. So che vi sono uomini che
scientemente impugnano la verità conosciuta, e si servono della conosciuta
menzogna. Ma so del pari che la simulazione e la menzogna non possono alterare
la interiore coscienza del vero. La legge dell’mtendimento è così necessaria,
quanto è necessaria la visione colla luce. Ma ommessa la simulazione e la
menzogna, e concentrandoci nell’ intima coscienza dell’animo, ognuno sa che,
posta qualunque nostra indagine, si possono frapporre due ostacoli all’ intento
di acquistare la piena e certa cognizione d’uua data cosa. Il primo di questi
ostacoli è Y errore^ e il secondo è la mancanza dei dati competenti. Questa
mancanza è vincibile o invincibile. E viucibile allorché l’oggetlo è compreso
entro la sfera dello scibile umano; è poi invincibile allorché l’oggetto è
fuori di questa sfera. Così la cognizione delle essenze, quella delle cause
prime, dei fenomeni, quella della fabbrica totale del mondo, quella del futuro,
ec. ec., oltrepassano la sfera dello scibile umano. Vane adunque sono le
ricerche, insolubili i problemi, interminabili le quistioni che si possono
agitare. Prima che la filosofia abbia dimostralo i confini insormontabili
dell’umano sapere, l’umana curiosità tenta di penetrare, e si lusinga di poter
giungere alla cognizione di quel clic brama. In questa posizione o ella si
persuade dell’ impossibilità della soluzione della quistione, o no. Se si
persuade di questa impossibilità, ecco pronunziala una seulenza giusta. In caso
contrario possono presentarsi due partiti. Il primo si è quello di astenersi da
qualunque giudizio definitivo di fatto, ma pure di lusingarsi della possibilità
della soluzione. Il secondo si è quello di supplire con ipotesi, con analogie,
con induzioni imperfette, e farle valere come dati pieni, certi e concludenti.
Nel primo caso si commette un errore di presunzione ; nel secondo o un errore d
ì f atto positivo 5 od un giudizio temerario. Ma in tutto questo processo la
mente umana agisce come in tutti gli altri casi, e niuno potrà trovare nè
antinomie, uè contrasto fra le leggi dell’ intendimento e quelle della ragione.
Sia pur vero die la curiosità, ossia il desiderio di sapere, porti l’uomo a
ricerche eccedenti la sua possanza: e che per ciò ? La curiosità è un bisogno,
e non una legge di ragione ; la curiosità è la madre del sapere ; la curiosità
è lo stimolo che porta a ricercare e a domandare. Tocca alla ragione e tocca
sempre alla ragione il pronunziar la sentenza sulle domande della curiosità; la
ragione e la ragione sola fu, è, e sarà il giudice. Forse che per trovare
antinomie si farà valere l’umana fallibilità ? Che razza di antinomia sarebbe
questa mai? Essa è la conseguenza dell’ inseparabile limitazione umana; essa
non richiede un manicheismo logico, ma solamente l’abuso nel giudicare. Colla
stessa ragione si giudica bene e male, come colla stessa forza si fa bene e
male. A questa fallibilità poi viene o presto o tardi rimediato colla revisione
delle sentenze pronunciate, e colla riforma delle erronee. Questa revisione
ìaie volte vien fatta dai primi giudici, e spesso un secolo posteriore rifoima
i giudizii degli anteriori. La cassazione versar può su tre punti; vale a dire
la falsità, l’ incompetenza e la temerità. Orsù dunque, dove sta X antinomia
trascendentale asserita? Foise nella curiosità, ossia nel desiderio di sapere
ciò che alla nostra possanza non è dato di scoprire? Ma, prima di conoscere i
confini dello scibile, qual è l’oracolo che mi dica che io tento una ricerca
frustranea? Ufi ancora: senza di questa indefinita curiosità potrebbe mai la
specie umana giungere alla cognizione delle verità competenti? Chi è che
coraggiosamente apre il cammino in regioni sconosciute prima, fuorché 1
illimitata curiosità ? Chi è che rovescia i sistemi chimerici, o compie gli
imperfetti, fuorché l’ illimitata curiosità ? Chi è che, ricercando cose impossibili.
ha arricchito il mondo di scoperte utili, fuorché l’ illimitata curiosità? Chi
è che apre la guada ad u l ili rivelazioni, fuorché l’illimitata cuj'ÌQScta?
Chi è Infine die fa progredire I lumi, eliminare i p regni dizìi, purgare gli
errori, ampliare le dottrine, migliorare le Invenzioni, ec. ec., fuorché V
illimitata citriosiih? Un osservatóre si reca ìli una bigattiera per vedere il
nascimento cd i progressi del baco da seta. Egli vede schiudersi 1 uovo, e s
cime il bruco; indi lo vede cangiare la sua pelle, chiudersi nel bozzolo, e
trasformarsi in farfalla. Volendo dio sola re. ecco il suo argomento. Un bruco,
come bruco, per la legge generale dei viventi tende a conservarsi nel sno stato
di bruco. Egli difTalli mangia, cresce, riposa come bruco. Ma in veggo che
getta via le pelli, e si cangia in farfalla. Dunque esistono in lui due leggi-,
due poteri, due economìe $ e quindi àm facoltà fisiche trascendentali opposte,
lima delle quali vincendo Fai tra. ne nasce la metamorfosi. Clic cosa direste
voi di questa filosofìa? Il corso delFuma.no incivilimento è una serie continua
di metamorfosi. Il principio impellente sono i bisogni fisici e la curiosità .
A uhm mortale è dato di prevedere quale possa essere Fui timo termine delle
acquisizioni delFumaua potenza sospinta da questi stimoli. Stolido è dunque il
contrasto figurato fra l'uomo guidato dalla spinta dei secoli e Fuomo della
presente età. Su la natura non ci condannò ad un’ eterna infanzia, deve dunque
essere accusata di antinomia '? Eleviamoci a considerazioni eminenti. Negli
oggetti individuali della natura noi dobbiamo collocare mi* energia
sovrabbondante* della quale non conosciamo I limiti. Dalla coesistenza, dal
congegno, dall’ azione e reazione scambievole dogli esseri attivi nasce
l'energia vitale, per la quale fd effettuano I temperati sistemi e Y armonia
universale. Fino a che a guisa di lumache non ci occuperemo che del nostro
guscio, fino a elio penosamente non ci trascineremo che da particolare a
particolare, fino a eh c ri a li al ih r acciere mo la calena conosci I ili e
della nato r a e d ci secoli, noi calunnieremo sempre la Provvidenza.
Ripigliamo. Nelle ricerche delTettero pensante la curiosità* avvivala aneto da
estranei interessi, interviene per isti mola re ; ma Y intelligenza sola in ter
vien e per vederee per giudicare. 1uq n està li iteli ige nza non racchiudasi
ubo una sola forza, un solo principio, una sola essenza* una sola tendenza .
Coglie l'uomo la verità? questa tendenza è soddisfatta. Coglie egli l'errore?
questa tendenza e realmente frustrato: ma di fatto è appagata, perchè si crede
dovere abbracciata la verità. In Lai caso il giudizio di aver colpito il vero
Licu luogo del giudizio vero, c apporta la stessa soddisfazione. Che se poi
parliamo di una curiosità che non può venire soddisfatta perchè l’oggetto
sorpassa la sfera dello scibile umano, lungi dal vedere alcuna opposizione fra
V intendimento e la ragione, noi altro non veggiamo che una impotenza ed una
limitazione di mezzi a scoprire un vero nascosto. Uua potenza anche angustiata
non è una potenza gladiatoria, ma uua potenza contenuta eutro certi confini, e
nulla più. Fingere dunque nell’io pensante potenze contrarie, e personificare
la f'agione come diversa dal V intendimento ^ e che lo fa ubbidire suo
malgrado, è una mostruosità la quale non può venire partorita fuorché da quei
cervelli che veggono gli uomini come alberi ambulanti, e dipingono gli oggetti
colle gambe in su. Stringiamo Pargomento. Distinguendo anche a modo vostro V
intendimento dalla ragione, a quale dei due attribuite voi la funzione di
giudicare ? 0 P attribuite alla ragione sola, o la rendete comune all’
intendimento. Nel primo caso non esistendo che un solo potere giudicante, non
esiste più un altro potere discordante, il quale possa suo malgrado essere
costretto a cedere al potere della ragione. Uno sarà sempre il giudizio, sia
vero, sia falso, ed uno l’assenso dello spirito umano. Dunque chimerica,
mostruosa e contraddittoria riesce allora P antinomia e Y opposizione delle
leggi asserita da Kant e da Wronski. 0 volete porre duepoteri giudicanti con
tendenze e leggi diverse nell’/o stesso pensante; ed allora non solamente voi
stabilite una duplicità ed una opposizione di potenze senza prove, ma
introducete una mostruosità, un assurdo nell’economia dell’essere umano e di
tutto Puniverso.il senso comune non ammette jatti senza prove, e senza prove
chiare, tassative e concludenti. Il fatto di questa duplicità intellettuale non
solo non e provato da verun sentimento nostro interno, ma è fisicamente assmdo
in vista della triplice unità sopra dimostrata. Dunque risulta che questa
duplicità è un’assoluta mostruosità morale. Le funzioni contraddittorie delle
opinioni vere e delle false ? delle adottate e delie ritrattate, delle mature e
delle precipitate, delle compe tenti e delle eccedenti, non sono fisicamente,
ma solo moralmente con traddittorie ; e sono tutti fenomeni d’una stessa
potenza, e conseguenza d’una stessa legge. Dico in primo luogo che non sono
fisicamente contraddittorie. VLU la parola fisicamente non viene da me assunta
nel senso materiale o corporale, ma solamente nel senso di cosa appartenente
alla realità di una sostanza o d’una potenza effettiva. Posto qu esto senso, io
vi domando se l’imagiue dello stesso oggetto presentata da diversi specchi, 1
uuo perfeltaineule piano, labro ondulalo, l'altro cilindrico, co. cc, siano
forse funzioni fisicamente conir addii lori e, e che palesino una opposizione
nelle leggi della riflessione della luce* Tulli vi dicono quello clic vi
debbono dire ed io tutti la legge della riflessione viene modificata senza
violare la sua unita. Invano voi mi opponete die uno vi presenta una faccia
storia, un altro una testa lunga che non avete. Voi scambiate con questa
opposizione la quistioxie ài fatto colla quistione di diritto $ senza
controvertere il principio delpHmtà fisica da me asserita. Quando contrapponete
la vostra faccia dritta e corta, voi uscite dallo stato di fatto dei fenomeni,
e ricorrete ad no modello esterno che late servii di regola Allora voi fate contrastare
fatti véri, reali e costanti di natura coli un altro fatto ipotetico preso da
voi come archetipo. Ma por verificare questo fatto archetipo voi dove te porre
in fatto altre circostanze reali : e voi otterrete il fatto archetipo e
regolare in iorza della stessa potenza c della stessa legge generale, per la
quale otteneste ì fatti non regolari. Tal1 è appunto la costruzione dello
specchio perfettamente piano, e tale la riflessione conseguente della luce.
L'opposizione dunque da voi imagi nata non k fisica ^ ma ò puramente morale ed
ipotetica ; vale a dire, che assumendo per norma un dato stalo non esìstente,
voi lo trovato non conforme all* esistente. Ma che perciò ? Ne vico forse la
conseguenza, esistere nella potenza e nelle leggi reali il e II a natura
un’originaria contrarietà? Molli uomini insigni sono caduti in questo scambio.
Essi assumendo il diritto astrailo ed ipotetico come norma dei faLLi fisici
della natura hanno Ogn rato aberrazioni ed opposizioni fisiche nell’ aito
ch'esse non erano che puramente specolative, f pè nate dalla considerazione dei
faLti, i (piali fisicamente essendo ciò che debbono essere, non sono quali
moralmente dovrebbero essere. Ma questa moralità nascendo dal solo paragone con
un Ordine finale concepito dalla nostra ragione 5 non no segue altra
conseguenza, che cangiando le esterne circostanze che fanno nascere il fatto
moralmente discordante ^ e introducendo quelle circostanze che possono produrre
il concordante^ si la allora coincidere il fisico col morale i c si fa coincidere
in forza di quella stessa potenza c di quelle stesse léggi fondamentali, le
quali produssero i lalLi moralmente discordanti. Ecco il vero punto di vista
della reale economia della natura riguardante le nostre azioni cd ì nostri
pensieri. La seconda qualificazione da noi dala glia sentenza del sig. Wronsti
è quella di contenere un con tro.se uso matematico. Il vero elisegli
dogmaticamente afferma di aver dimostrala la legittimità delle ràdici
imagùiane; ma. esaminando i mezzi da lui adoperati, si scopre F illusione-c fa
iallacia del suo tentativo» idgli, maneggiando le cifre delFny finito
assqj.cto. reca una dimostrazione la pi li tenebrosa possibile, ed anzi la più
antilogica di tulle. Quando Leibuitz pretese di giustificare il calcolo nifi ni
Le si male, egli Lento di coprirne il difetto colle radici imagiuarie.
Viceversa il sig. W-tfoaski per legittimare le radici -ima gin arie ricorre al1
infinito assoluto, e con ciò ne dice ciré esse « emanenterc tonte pur et é
>j de la facul le méme qui donne des Icùs à Fili te 11 igeo ce humaiuc. n
Così mi artificio in ventato pochi secoli fa per sottoporre tutto ad un tratta*
mento unico razionale o discreto r dal sìg. Wrouski viene convertito in una
legge di sapienza purissima sovrana e ciò vico da lui fatto colle cifre dell7
infinito. Provare una cosa tenebrosa od assurda per un altra egualmente
tenebrosa e non accettabile, ecco, secondo il sig. \Y r a ositi, le leggi
altissime die coti tutta purità emanano dalla legislatrice ragione; ecco i
mezzi coi quali egli pretende die venga soggiogato suo malgrado 1 umano
intendimento. «Telie est la
ddducliou methapdjpiquc ile » ces nombres vraimeul e^traordiualres, qui forme
uL un des plieflótìiè» nes inteUectucds Ics plus remarquables* eL qui donne ut
uue preuye » non equlvoque de Finllueuce qui eierce daus le savoir de 1 hormne
la » Jciculté legislative de la raisom douL ces nombres soni un produrt en »
quelque sorte malore VentendemenL » Ma dii ha dello al sig. Wrouski che queste radici imagmarm siaco Lina
produzione di questa ragione sovrana legislatrice? Forse la sua dimostrazione
por infiniti assoluti? no certamente* Forse la buona filosofia? nemmeno. Forse
la storia? nemmeno. Anzi la storia e la filosofia attestano lo strano travolgi
mento che partorì questi mostri. Se d signoi Wrouski avesse consultata l’Opera
veramente classica del sommo aiatematico Cassali . riguardante la storia
dell’Algebra fcdj sarebbe £taLo largamente istruito dell1 origine di questi
mostri di ragione (dj C del torlo ( i ) Orìgine tra$portt} in ì ial ia >
progressi in essa de IF Àlgebra* Storia critica. TJ.l]]:i rtì filo lì pag rafia
pru’menar:. l’jr'j-, i'ì ) I larjiic elci^nns el mi rubi le. utilizi uni
repcrit «n ilio Ànalfseos mi macula idvahs tu itndi .piene imur ens et nati ruS
cpicd radiùem imagin&rìatn ^ppr-tbJ“:MS>,ì fcg Leìbrnf.a, Opera ojnnm *
^ ^ lL na 5^ hi, Qui Lribnili manifes.13 SG|J o l’ urlo dell^aspBUa tli quegli
uiòstrì-i ltlA die baiano i malemalici di farne uso. Egli avrebbe veduto
ch’essi furono partoriti dalla mania della commensurazione fabbrile, e dalla
tirannica pretesa di prender sempre come prevalente il razionale volgare, a
Sono » qui dunque (dice il lodato Cossali) le parti delle radici » imaginarie,
laddove nell’ antico metodo da Fra Luca esposto a pagiuna 126 risultavano
reali. E d’onde cotanta differenza ? Dal tenersi » nell’antico metodo all’ in
violabil legge di prendere per rappresentante » della somma dei quadrati delle
due parti della radice cercata il ternii» ne del proposto binomio piu potente,
ancorché irrazionale ; e dal )) prendersi nel moderno metodo, con legge
diversa, a rappresentante di « essa somma dei quadrati delle due parti della
cercata radice il termine » razionale, ancorché meno potente % E quale di
queste due leggi è la » giusta, la conforme alla natura? La prima senza dubbio.
» E qui l’autore entra con un chiarissimo calcolo a dimostrare la sua sentenza.
Indi prosegue: « E che? E egli dunque vizioso il metodo moderno? Non si » può a
meno di non riconoscerlo illegittimamente generalizzato, od » esteso dal suo al
non suo caso. » Da questa fonte illegittima escono appunto le radici imaginarie
; e però in qualità di mostri, e di mostri inutili, vanno bandite dal paese
delle Matematiche. Se il signor Wronski nella sua riforma dell’algoritmo algebrico
ha ignorato lutto questo, ed anzi è trascorso all’eccesso sopra notato, noi
dobbiamo confessare che, malgrado la da lui proclamata propria superiorità di
aver veduto o insegnato in Algebra ciò che veruu mortale non ha nè veduto nè
insegnato fiu qui, e malgrado il non plus ultra da lui intimatoci, egli è
dominato ancora da tutti i pregiudizii volgari della preseute età. Una doppia
prova 1’ abbiamo nel vederlo buonamente manipolare l’ infinito in molti casi, e
specialmente per avvalorare il nefando paradosso sovra piantato; locchè accusa
non solo la mancanza di quella filosofia della quale si vanta, ma eziandio la
privazione di quello slro mento algoritmico, il quale da uno studio profondo e
conforme alle leggi della natura viene somministrato ad una mente sagace. non
di averne conosciuta P origine. In generale la mente di Leibnitz aveva delle
grandi inspirazioni ; ma esse furono da lui lasciate quasi sempre compatte ed
indigeste. Così il vero merito dell’uomo di genio manca a’ suoi scritti. Fino a
tanto che non si padroneggiano le idee travedute, e non si dà ragione a sè
stessi e ad altri del loro tenore, della loro connessione e della loro verilà,
non si può dire che un pensatore abbia adempiuto il suo ufficio. Ma per far
questo conviene essere dotati di quello spirito analitico, il quale non è dato
che ad uomini cui un cielo benigno fece sorgere ed educò. 1 \u Delle lacune algoritmiche
ulteriori accusate dal sig,Wronski. Il sig+ W rousskì prosegue, u La théorie
generale de la numératiqNj h doni le schèma est raarqué, et qui embrasse Ics
séries (Vili.) et » les Iractions contiuues (I\. ), ifétait poi n t contine
daus ses pnucipes, jì Eu eflet, la forme generale (2 '2; de S algori ih me de
la numeratili » u etait pas ancore deduite; et la loi fonda mentale de celle
theorie, qui n en embrasse tonte Félendiie.) n’esl pas non plus cornute eneore:
oous » la don nero us daus ìa seconde panie de cet ouvrage. Quant i Falgo>]
rì ih me des uumcrales 5 formanl un cas parliculier de la iLeoriu w de la
numerario □, ou ue le disli inguai t pas eneore. >j n La theorie generale
des facultes iTétait co un ne que par indù« cUon* Le principe premier de cette
ih norie-, marquó (3 1 : . et sa loi fondamentale que uous dounerons également
daus la seconde parile » de cet ouvrage, u etaieni point counus. Quanl à
l’algorithme des fa» c lori el les (25), il n'est qti’mi cas particulier de la
iLeovie des Lctillcs. ?j tf La loi fondamentale de la ihéorie des logaritit^es.
marquees (40) » et (A l), on daus sa plus grande generatile (43)s n’était.
eucore deduile » que de la ili éo rie de smas. De plus, la loi fondamentale et
la plus sitav pie de cette thdorie, marqoée, natali poi ut reconnoe ancora pour
w le principe mème de la Littorie des logarilhmes: ou ne la considerai! « qtie
cornine une expressiou in slru mentale, pronte à donner les devei> loppemens
de ces fouctions. Quaut au principe archi teetonique de » ceLLe théorie, la
transitioo de la numeration aux facaltesj on non avaat » pas li dee. 33 ff La
loi fondamentale de la tliéòrie des smus* marquèe (47), cl les 33 expressious
(48) qui en proviennent 5 uetaient point connnes. Ien » plus, cette théorie. eu
la considerali! me me daus le premier ordro de 3> son état transceodaut,
rrietait eucore do onde que par L GEometne. 33 Pour ce qui concerne les ordres
superìéurs de la Lheorie des sauiis>J auxquels correspondent les expressions
(54), (55) et (5Ì?)5 ^ otaieut » enlièrement iriconnus. m « La loi fondarne
alale de la ih do ri e generale des diffÉrENcEiSt> » quée ( C ) et (c)'? u’étaiL
pas con no e. Mous savana bien que Ondarci j) etait parvenu, par inductiou, ù
Feipressiou marqoée (A). qui eSt >i le plus particulier de cette loi; mais
nous ne savori s pas qu’on ai1 ^e_ ìì dujt rexpression genera le (c) s et sur
lo ut qiTon Fait recounue p our ^ h Ini fon darne nlàle de tonte la thè ori e
des différeaces et des diilerenticd DISCORSO. 147!) ?> Ics, directes et
inverses, Sons savona au eonlrairc que* poni* ce qui )j concerne en
piarlieulier le calcai différeutiel, on o fini par cu méccrnj} u altro enti ère
meut la Dature, en lui dormati t, polir principe, le pròn tenda Lbéorème de
Taylor, ou dWtres ejtpressious teclmiques pa» reillcs. » a La tlmorie des
ghades et des gradueles n’était pomi connue; on j> n’eu soupconnail rrième
pas Tcxistence. » a La lol fondamentale de la tliéorìc des nombres, marquée (D\
qui i) est le principe de la possibilité des congruences, élait iu. contrae. Il
eu >? élait de me me du prìncipe arcliileGlGiiique de ce Ho timóri e. n a
Les principes téléologiques de la thè arie generale des equjvalenw CES
ufétaìent pomi eonnus: et quant aux lois fondarne mlales de cotte n rimerie, la
loi principale, marquée, n'était pas coprine non plus: n ori ne connaìssait que
la loi marquée qui est yisìlilemeul d uno )> m omette importa noe
philosoplrique. » (t La résolution ibéorique des équati'oks jTéqui valevo e
élait deve)) nue tont-à-fait problématique. On ne eonnaissait que la rèsola ti
on des » équations des quatres premiers dégrés, et on u’avait nulSc idee de La
n nature et de la forme des raciues des équatìons des dégras supèrieurs. Cesi
cotte nature et catte forme qui donne la loi generale de la resoa lulion des
équatìons d’éqnivaleoce, exposée dans larticle coueernaul i> ces équatìons,
et dorivée de la loi fu oda montalo (pp) de la thè n ne des » equi vai ences*
>? La résolution thè ori que des equations de dtffkhences et de diejj
ferentielees élait eucore plus imparfaite* Les precède s qi/ou a pone » Ja
résolution de quelques cas pmiculìers de ces équatìons, soni mdi» vecls cl
arlifciels: ìls ne sout pas numi e encorc ramenés à la loi gé» cerale de la
résolution de ces équatìons; à la loi qui est exposé*; dans » farli eie
concerna ut Ics équatìons des dilTérences, et démée de la luì j) fonda mentale
de la lliéorie generale de ces fonctions* » v La résolution th cori que des
Équatìons des giudes et des gra»j dueeés n'était pas eucore eu question. » u
Enfia, la résolution fhéorique des Équatìons de con cruente se J} tròuY.ait
dans le mèma ètàt dumperfection que la résolution des équa» tiuns de
différéuces et. de d i ffére ali elle s. n ii Tour ce qui concerne la tecunje
de l’algqkii jimie. oh u\jii avait » encore nulle idée; et eu offet, la
déuomìualiou iucxacle de méthodes n d*appróximatim qumu avail do uuée a
quelques procedei Lecbmques » isolés, aux quels on s’ctail U-ouvc forcò de
recourrir, prouve, avee cvi h deuce, toute Tabsence de l’idée de cette partie
intégrante de l’algo» rithmie. On ne se doutait nullemeut que les différeus
procédés techni» ques, qu’on nommait methodes d' 'approximation, formassent des
sy» stèmes particuliers et dépeudaus d’uu principe unique. Meme dans ces »
methodes isolees on ne connaissait eucore que les cas les plus parti» culiers:
par exemple, dans les methodes dites d' approximation, qui « fouruissaient les
séries, ou connaissait seulemeut quelques methodes » dépeudautes du pretenda
théorème de Taylor: la loi de la forme plus » generale (X) des séries, et
eucore moins la loi de la forme la plus gé» aerale (Vili) des ces fonctions
techniques, et par conséquent les mé» thodes fondées sur ces lois, n’étaieut
nullement connues. Quaut à la » loi technique ou algorititmique absolue
(XXXII), et aux methodes )) qui en dépendent, on ne s’en doutait méme pas. » «
Voilà quel était l’état de rAlgorithmie avant cette philosophie des »
Mathematiques. Pour ce qui concerne la Métaphysique méme de 1À1» gorithmie, il
est superfiu d’en parler, parce que, suivant nous, ou n’eu » avait pas eucore
entrevu l’idée (0. » A questa
umiliante Iliade che cosa sanno rispondere i matematici ì Basterebbe la metà
per far sentire il bisogno d’ una ristaurazioue generale di questa disciplina,
e prima di tutto dell’Aritmetica. 151. Se nel supposto dell’ insufficienza
degli attuali algoritmi il sigWronski abbia almeno cominciato a provvedere come
doveva. Alla quistione proposta in questo paragrafo fu antecedentemente
risposto nei paragrafi 110. 111.112. Poco nocivo sarebbe il cattivo esempio di
Wronski, perocché il suo libro porta il suo correttivo con sé. Ciò di cui
dobbiamo dolerci si è il costume invalso di trattare una disciplina pratica
come le Matematiche con formole algebriche astratte anche quando si deve
esporre un nuovo argomento di dottrina interessante. Questa è una positiva
sovversione degli ufficii della Matematica, cd un vero insulto ai comuni
bisogni. Io mi presento ad un uomo di Stato e filosofo, e lo prego di darmi il
progetto d’un buon Codice civile. Clu fa egli? Scrive la seguente forinola =
Pareggiare fra i privati rutilila mediante l’inviolato esercizio della comune
libertà. == Ecco, egli mi dice, in che consiste tutto un Codice civile. Sia pur
vero che questo sia lo scopo di un Codice ; sia pur vero ehe tutte le sue
disposizioni si debbano poter ridurre a questa formola: ma egli è vero del
pari, che con (i) Wronski, Inlroduction d la philosophie des Mathematiques,
pag. 257 alla 260. Vi S Ì questa sola forinola i giudici, i magistrali e i
privali rimarranno privi ili uea direzione pratica negli usi della vita.
Svolgete dunque od applicate questa formola traducetela ai casi piu. frequenti
risguardariti lo stalo delle persone., le cou trattazioni c le successioni
ereditali e; e voi soddisfo rete alla mia domanda. Questa mk risposta sarebbe
essa ragionevole? Eppure i grandi calcolatori non La vogliono ammettere. Con
poche direalgebriche si cavano d’impaccio: e qua odo siamo per applicare le
loro forinole con vie u tessere una specie di trattalo, prima di poterci
accostare all’ applicazione. Questa peste ha invaso anche V insego a mento : e
però nell1 atto die si soddisfa alla pigrizia dei precettori, si proclama
metodica in eri Le la boria. F ignoranza e l1 oscurali li sino. Quanto al
signor Wrouski, io m1 appello a tutù quelli che 1 hanno letto., se non sin
necessaria un7 improba fatica per intenderlo, cd un. assai più improba fatica
per guidare le suo formolo a qualche pratica applicazione. Eppure egli si vanta
di aver dato a tutto 1 edificio delle Matematiche i fondamenti dei quali egli
mancava. Notale bene: i fonda-* mentii ed i fondamenti non conosciuti di latta
la Matematica. Gol proclamare s col ripeterà j coir inculcare i suoi non plus
ultra fondamentali ogni uomo crederebbe averci egli rivelata la scìen za fo nda
menta h \ distinta e complessa de IV esteso escogitabile e delle leggi
numeriche. Per la qual cosà dovevamo presumere aver egli dato alla teoria delle
curvo geometriche una genesi concentrata, connessa ni unificata, di cui ora
mancano, c della quale sono pure suscettibili (come verme già effettuato da un
valente nostro matematico in un lavoro ancora privato). Da questo lavoro,
accompagnato da un armonico tessuto rettilineo, la prima Geometria può ripetere
queir ordinamento in orco da lauti secoli aspettato. l'ila nulla di tutto
questo fu operalo, tentato, e nemmeno sospettato dal signor NVrouski, il quale
pretese dare alla Matematica i fonda Nienti dì cui mancava. Ma abbandonata la
Geometria, egli si è concentrato io(forameli Le entro la sfora algoritmica,
quasi che in questa tosse possibile vedere ed agire senza il soccorso della
Geometria, ad oggetto special’ meute di conseguire il nero intento ultimo delle
Matematiche, Ma anche seguendo i suol passi in questa regione tenebrosa . e
volendo pur conoscere se egli abbiaci somministrato non quintessenze slama Le,
ma i veri e solidi fondamenti dell'algoritmo^ noi troviamo che egli ha
praticato precisamente 1? opposto di quello che pretendeva. Gol darci le ultime
astrazioni delle foggi più universali algoritmiche non da i fondamenti della
piramide scientifica 5 ma E ultimo vertice della medesima. 1 veri e solidi
fonda menù dovevano consistere nella cognizione beo dedotta da fatti accertati
delle proprietà e delle leggi primordiali delle quantità numeriche, sia
quadrate, sia non quadrale, riguardale particolarmente in serie ; e nel farci
rilevare la fonte da cui emanano, i luoghi che le uniscono, i periodi ai quali
vanno soggette, e le leggi compotenziali alle quali ubbidiscono. Così avrebbe
fondata la vera teoria dell algoritmo, e l’avrebbe atteggiata a norma delle
esigenze perpetue dello spirito umano. Ma nulla di tutto questo fu praticato
dal sig. Wronski. Con qual titolo dunque pretende egli di averci dato questi
fondamenti ? L’Opera del sig. Wronski dev’essere riguardata come un y ultima
esaltazione dei cattivi metodi regnanti. Essa al più è un volo fatto con ali
più robuste degli altri: ma un volo fatto nella regione del caos e della notte.
Que’ pochi frammenti che ci furono trasmessi dai nostri antichi progenitori
giacciono ancora nello stato di rottami staccati, i quali furono dissotterrati
dalle mine del tempo e della barbarie. Noi gli abbiamo fin qui descritti a modo
degli antiquarii: ma non mai gli abbiamo studiati col genio di uu Bramante, di
un Michelangelo e di un Palladio. V’è ancor di peggio. Noi gli abbiamo
confinati in un magazzino; e di là estraendone alcuni pochi, presumiamo di
ordire la tela della dottrina con fili di ragno, e di affrontare così Io studio
della natura, e di soccorrere le arti. E fino a quando dureranno questi
traviamenti? E fino a quando ci risolveremo noi a ricalcar le orme tracciate
dalla natura? E fino a quando ci persuaderemo che l’oscurità, la secchezza e la
difficoltà non sono gli attributi della buona scienza, ma l’appannaggio del
cattivo metodo e della imperfetta o snaturata dottrina? Io m’accorgo di
predicare oggidì al deserto, e di seminare nell arena. Di ciò sono tanto più
convinto, quanto più il metodo da me proposto è totalmente contrario al
praticato. Ma so che la verità è la più forte delle cose, e che la voce della
ragione, il bisogno dell’istruzione si fa sentire nell’alto che la secchezza e
l’oscurità disgustano ed annojano. Per la qual cosa se non potremo raccoglier
nulla nell’adulta vivente generazione, a bel bello la verità si farà strada
presso un’incorrotta posterità. Pour moi en particulier j’aurois souliaité de voir votre
méthode d esimici » les grandeurs par la recherche de la commune mesure (ou d
une serie de quo » tiens, lorsque cette mesure ne se sauroit trouver) poussée
plus avant. Vous » vous souvendriez, peut-èlre, que j’avois coutume deprimer
votre sèrie des » quotiens par une Ielle équation: a 1 n + 1 p + - h eie.
8.&+i.tì5— = IV 1 83+ 182+ 2 193 18624 igt . la' + a 1 8024 384 38q 17800
576 17484 %a 17112 568 195 + 1881 7 384 18240 1 9012 7 7^+ L 70+2 IX 1 ++1 73+^
X e 7 1 4” ^ 7 ^ H— 2 XI ^9+iG+j-a X[[ 017+167+1 35* 15312 548 14904 544 14620
391 1 4280 356 ‘5&+l59+a xvir,57+f57+3 xv in > 35+ t 55+Ji 1 XlX 1 53+
163+ XX *5 1 + i5 1 +a 1 2640 3 16 12324 5u 12012 3>H 11704 5o4 l40+l43 + a
XXV Vi I+E + +2 xxu i3i)+i39+a XX VII ''7+5+i p5+s XLIV |03+ 1 03+3 2 3.1 fi
ICO 230 5040 a 1 G 5724 aia bbV2 aofi g5+9H-2 X L IX £H+9:)+a L 9'+G'+2 LI 8o-|
«9+* LH B7+B7+3 1 39 Go 1 192 m 1 2 188 4324 184 4140 176 79+19+2 LVIt 77+77+*
la Vili 7^+7^+2 L1X 73+75+ t,x 71+7!+* I
t0o 3120 t_56 2964 I 5a 2812 W 2604 44 G3+G3+2 L.XV 6 1+0 1 +3 : LXYI 5iì+i;t+1
Lxvn 57+5'+ LA Vili 55+5 5+ a 1 - - - - 1024 'l 1 28 . 1984 13.1 1860 1 740 1 G
1 i* 47-K7+ I.AX11I 43+ ì j+3 LXXIV 45+43-)-* LXXV j 4[+i,+1 LXXVI Sr,+%+a et 1
1 04 r 1012 88 dii 1 I Bi 840 8a 1 J 3, +3, +4» L,XAXJ ^9+29+a LX X X 1 1 37+37+2
LXXXIII j 3 5+aS+i LXXXlV a3+a5+5 1 G'i 480 cv tm, -ti 1| 364- ! z712 4f 1 j 5—
(— 1 54"'! I.XXXIX 1 .’/•+ f ^+^ XC l i + i 1 +: 1 SCI ! 9+9+1 xcii 7+7+:
1 3a 112 84 2' ; co 1 j > 40 il 1674/i -xi ir 1 3944 9 11 2 5304 fi I -JI 8
I -)— 2 m iG.38.ti iGS^4$iH-2 53* 5on t 55+ »5j+ a 68 Xiv 13(M2 XXII 1 \ ] 00
XXX 8844 1 7 + 1 1 7+ a «5(3 i i + iot+: ao.'l 85+85+: 6 fj+6+ha XXXV III 6844
XLVl 5 i oo 79+ [ 70+ 2 3.Cr: fj.3+lfi3+: 3+ 4 7? + 1 4 7 + - 3|| 3i+i5i+a
16,020 xv 1 3284 77+177+a 556 16.+1Ó1+: 15064 XXIII 1 0804 xxxt 8580 S2.fi t
45+ i ']Ij + : 2 () S 2^+ 1 2Q+ H G.O xvi 12960 XXIV 10-412 xxxn 8320
l,5+M&+3: XXXIX m\ 6012 iri+llS+a ir, 0384 99+M+a| xlvu | a'+4+ 1.36 I4V
B3+83+a i6ft 3612 } 4900 1412 5,'i -+ v'— 6 j 2380 XLVILI 4704 lofi LXXVH 700
LXXX V 2G-' xeni 24 3-+S7+a 74,9'*° 8,0 G i : 8,5 20 8,320 : 8,58(i 1 2,64o h.
11,960 12,960 1 5,2 84 i8,e4o : .8,0=4 igì 18,6*4 f : XII XIV XVI xvii : XIX
xxx : XXXII xxxiil : xxxv xlvi : x l Vi 1 1 xlix ; 11 ixit 1 LXIV LJt T : xxvi
1 lxx vi ti ; lxxx LX XXI : LSXXLIl xeiy : XCVI 4 : J 2 420 ; 480 6l3 : 684
ijSGo >#4 2,44 : 2,58o 4,024 : 4,5 12 4,900 ; 5, 100 7,812 : 8,06 ■; 8, 5 80
: 8,844 1 2,334 : 1 ifiia 13,284 ; l 3,6 13 1 7,860 1 1 8,340 ‘ lì : IV xtu ;
XV xvii i : XXIX XXXI XX XIV 1 vxxvi xi. v ; xivii L t ili lxi ; 1XIII LXVt :
LXVm lxx Vii : lxxix LXXXII 1 L XXX IV xeni : xcv .g5 1 8, 8 1 7 1 2, i *4 5G4
: 430 884 : 760 h'jio 1,860 3*580 : 2,520 4s4o : 4>3*4 5,100 : 5,5o4 7,564 :
7,813 8,841 : 9, tu 12,0 12 : 12,324 1 3,6 [£ : 1 5,944 > 7,484 : 1 7,SGo ■
9,01* . iix : Y xtx ; xiv xix : XXI XX VI 11 ; xxx xxxv : xxxvu xliy : kivi 11
: lui lx : IX Li LXVH ; lxix LXXYI : lxx Vm lxx.xj.ii : ixxxv XC1I 1 SCI V 1 '
24 : 4° 3l2 : 364 7G0 : 84o 1,624 > >,74° 3,5 30 4 3,664 3,960 ; 4, i |o
5,3o4 : 5,5 12 7,020 : 7,5G:j 9,112 : 9,334 1 1,704 : 1 3,0 1 a .3,94 5 :
.4,280 17,112 1 >7,484 ; IV VI si ; XIII xx : xxri XXVII J XXIX xìxvi :
xxxviii xim : xlv ni : 1 iv 11% 5 LXI LX Vili ; lxx LXXV : LXX VII LKXXIV 4 LXX
XVI xci : xeni I 1 ! 4 ; Go sG4 : : 3i2 84 0 : 9=4 1,512 ; 1,624 a, 664 £}8 1 a
3,784 : 3,i)Go 5,5 il : 5,724 7,080 : : 7,3ao 9,584 : 9,660 1 1,400 : 1 1,704 I
^,280 : 1 4 1.6 so 10,7,44 : 17,1 12 ' v 1 V» x : XII xxi : xxjrr XXVI ; XXVIII
XXXVII 4 XXXIX sur : xlzv liti : iv LVHi ; x£ LXIX 1 XXXI LXXIV : tsxyt LXXXV :
LXX XVII xc XGH j Go : 84 2 20 : e 64 9*4 : 1,0 I 2 >,4»4 1 IjS 1 2 2,8 i 2
: 3,f)64 3, Gì 2 : 3,784 5,7*4 : 5!4° 0,844 : 7,080 9,6 60 : 9>94° I l,ioo :
1 1,4 00 1 14,620 ; 14,96! 1 6,38 0 : .6,744 vx : Vili ix ’ ; xi xxu : XXIV xxv
: xxyii xxxviii ; xl x Li : XUiì iìv : ivi L VI 1 1 LlX LXX : ixxn lxxiii :
ixxv I.XXXVI ; LKXXVllJ LXXX1X: set 84 : 1 1 2 180 : 320 1,012 : m°4 ij5oo :
i,4o/f E,cj64 • 3,130 5,444 : 5,61 3 0,9 50 : 6, 1 60 ! 6,612 : 6,844 9:94° ;
10,214 ^ 1 o,8i>4 : i i,i 00 14,964 : 1 5*3 1 2 16,020 : 16,380 tu ; vni : x
xxiu : xxv XXTV : xxvi xxxix : xii IL : XLlì xv ^ xyii LVt t IVI II LXXt 1 txxm
lxxii : ixxiv LXXXVII : LXXX1X Lxxxvm : xc T 12 ; >44 >44 : 180 m«4 :
1,200 1,200 : i,3oo 5,120 : 3,280 3,280 ; 3,444 6,t6o : 6,384 1 6.384 t 6,6 1 2
10,22 4 : io,5 la io,5i2 : io,8o4 1 5,3 13 : 1 5,664 1 3,664 : 16,020 Tjv. (
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19 361 C 00 961 31 69 4761 1800 6561 81 119 14161 5 0 00 17161 13 L 1 j 21 441
/|OU 841 29 71 5041 j 200 6241 79 121 14641 3000 16641 12S 23 1 529 atro 729 27
73 1 5329 600 5929 77 123 15129 1000 16129 1 27 1/24 := 62 fi QUADRO TERZO 1/
75 5625 V/Ì2S ==“16625 QUADRO QUARTO 151 3 155 157 159 161 163 1 65 167 1.69 17
L 173 22801 23409. 24025 24649 252SL 25921 26569 27225 27850 28561 29241 29929
fe5 b 1 C 800 iD4no l/j.000 1 2600 1 ì 200 g8oo 8^j 00 7006 56 00 fy 200 ^
Stili i4oo 3960 J 3 8 809 38025 37249 36481 35721 34969 34225 33489 5*761 32041
I 31329 1/ 175 30625 fi Cd 199 197 195 193 191 189 187 185 183 181 179 177
QUADRO QU1INT0 Radici 1 | et a a P £ s Quadrati "u e sd \201 40401 2 1G00
6.200 L 24:' 203 41209 igS&o 61009 247 205 ; 42025 18000 60025 24d 207
42849 16200 59049 247 209 | 43681 i44or 58081 241 . 211 44521 1 isti OC 57121
23» 213 45369 io Rao 50169 231 215 46225 1 9000 55225 j M 217 47089 •J00JÙ 1
54289 23: 219 47961 53361 tà: 221 48841 5 600 52441 22[. 223 L 49729 1800 51529
1 m V/225 50625 i prospetto unito Della prima serie delle ipotenuse e dei
cateti Lutti commensurabili seguendo la Tavola posometnea . Tav. D . Caldo cori
Calcio con X Ipotenuse con -f- 4— i = 100 8izz 19 10X18=180 1 00 + 8 izzi 8 1 1
2 1 - 8 IZZ 4° 1 1X18=198 12 1+8 1ZZ202 144—81= 63 1 2X18=216 1 44 + 8 1=225
/^y 81—64= 17 9XiGzzi44 8i + G4=»45 100 64= 36 1 0X1 Gzz 1 60 100+ 64=164 121
64= 57 1 iX 1 6=176 121 + 64= 1 85 144 64= 80 1 2XiG=ig2 i44+G4=208 • .x'j/
b'VX /v%y G4 49= i5 8x1 4— 1 1 2 G5 + 4g=* i3 8l— 49= 52 9x1 4— » 2G 81 + 4 9=
1 3 0 100 4 9= 5i ioXi4=i4o 100 + 49=149 121— 4 gzz 72 1 ixi4=i54 12 1+ 49=170
144— 4g= 95 I 2Xl4 *C8 144+49=193 O^yZ 4 49+ 1— 5o 64— izz 63 8x 2zz iG 64+ izz
G5 81— izz 80 9X azz 18 81+ izz 82 ! 00 * 1= 9£ JOX 2= 20 100+ 1 = 10! j 121 1
ZZ 1 20 llX 2= 22 121+ 1=122 i/,4 i=i43 12X 2= 24 1 44 + i=*45 ) •> li 13 15
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Fiff-VT. 1> A E !» a'uiiL'iiisaBma aaasaasa&aa CONSlbKlUZION] Kb ESEMPI
I IHSUOAJtDANTl I.* IKSKGNAMBXTO PRIMITIVO IH ESSA Pt GIORGI dotto* e im musoni
e m léggi \H.Ì\ SERVIRE l>I DI G. D. R. Dì Torri, I. AVVERTIMENTO [Io
creduto conveniente aggiungere all'Opera del Roma- gnosi sull insegnamento
primitivo delle Mateiiiatiehe que¬ sto mio breve Saggio* pensato già molli anni
prima che mi fosse nota, sembrandomi che possa servire ad essa di opportuno
schiarimento* perchè si accorda in molte idee fondamentali con quelle
dellÀutore* e ad un tempo s acconcia meglio al linguàggio adottato da tutti i
cultori delie scienze esatte. Ciò che mi proposi in questo opuscolo il Lettore
lo rileverà dalla Prelazione che vi premetto, ÀDGL PREFAZIONE (Questo Saggio,
come indica il suo titolo, non è un Trattato di Algebra, ma soltanto la
sposizione di alcune dottrine fìlosolìche che mi sembra possano condurre a
formarsi una giusta idea delVindole della Matematica, ad apprezzare
l’importanza dcllinsegnamento primitivo di questa scienza in vista dello scopo
suo, e quindi a stabilire quale sia il miglior metodo d’ impartirlo. Io non mi
proposi però di dare tutto lo sviluppoche si potrebbe ai principii che accenno;
ho cercato soltanto di toccare le idee capitali, come esigeva la natura di
questo breve scritto, limitando pure le mie considerazioni all'Algebra sola: e
procurai di rendere evidente col mezzo degli esempii alcuno tra i canoni che
indicai rapporto al metodo. Se avessi voluto far vedere tutte le applicazioni
delle dottrine da me esposte, avrei dovuto stendere un compiuto Trattato di
Algebra; ciò che era fuori del mio assunto. Mi sono quindi accontentato di dare
il piano di un Corso d5 Algebra elementare, accennando le materie che mi
sembrano da trattarsi, e i limiti entro i quali dovrebbe essere ristretto V
insegnamento ; e quanto agli esempii, scelsi la dimostrazione della formula
newtoniana del binomio per l’esponente intero positivo, e il metodo per
l’estrazione delle radici quadrata e cubica dai polinomii e dai numeri. Della
prima mi cadde in acconcio parlare trattando brevemente la quistione
importantissima del valore della induzione "scientifica nelle Matematiche;
ls altro lo esposi 1490 estesamente, onde rendere manifesto in qual modo io
vorrei associare Y insegnamento dell'Algebra e dcU’Àritmetica. In questo metodo
quanto a!! Vstrazi one delle radici dalle quantità numeriche, oliera ciò su che
piu mi premeva d insistere, io parto dal principio, che le potenze dei mimeri
si possono e debbono considerare come potenze di polinomii; e fin qui io ripeto
ciò che fu detto da altri. Ma, per ridurre il metodo alla maggiore evidenza,
stabilisco che la scomposizione delle radici numeriche non debba essere
arbitraria, ma quella di tre cifre si debba avere come un trinomio, quella di quattro
come un quadrinomio ec., secondo il loro ordine, cioè imita, decine, centina ja
echi questo credo essermi scostato dalla comune maniera di considerare le
radici numeriche, e quindi le loro potenze. Se pur qualche cosa tf interessante
v’è in questo seritto, mi pare debba essere la dimostrazione della formula
newtoniana del binomio per Y esponente positivo intero, tentata assai volte, nè
mai ottenuta coi mezzi elementari. Io spero d’ esservi riuscito, c di averla
ridotta al principio d* identità; senza che non potrebbe appellarsi dunosi
fazione, Io la deduco dal seguente assioma: dati identici fattori^ si debbono
avere identici prodotti Del resto, io pubblico questo mio lavoro più filosofico
che matematico senza alcun’ ombra dì pretensione. Il uno scopo è soltanto
quello di pormi in grado di sentire il giudizio altrui sulle nuove dottrine che
per avventura lo ssei o in questo Saggio, onde rettificarle se errate, o averne
la conferma se saranno trovate giuste. Lungi adunque che la cri fica mi sia per
i spia cere, io anzi crederò di avere conseguito il vero fine che mi proposi
nello scrivere questo opuscolo, se arriverò ad ottenerla. Dell indole del
calcolo. leseti do essenziithì alla metile umana il procedere sempre {lai
particolari alle genertìjLà, la classificazione come modo indispensabile alla
formazione appuro dei concètti Onerali, è assolutamente necessaria per avere
delle notimi distinte degli oggetti. La limitazione delle sue facoltà costringe
l’uomo a ridurre tulli gli oggetti a certe classi, onde rapprese n[arseli
disliiUanmnle, e non [smarrire nella immensità degli individui. Da quest!
principi i, che la Filosofia ci somministra* ne viene che uno dei primi bisogni
dell* uomo sia quello di calcolare* lì calcolo infatti non è che la maniera ili
classificare gli etiti cotit ingenti rapporto alla loro quantità. La qualità e
la quantità sono il fondamento di qualunque classificazione, I numeri non sono
altro che generi o specie; ma generi e specie che, èssendo formati mediante 1
astrazione di una proprietà comune a lutti gli individui, quali che siano per
altra parte le loro qualità, abbracciano tutto quanto esiste o può esistere,
quando sia capace di aumento e diminuzione, ossia quando abbia quantità CA)«
ilo dello che calcolare non è altro che classificare. Infatti uel cairn lo non
si fa altro in line che numerare e de nume rare (05 ossia riunire molle unità
omogenee, onde formarne un aggregato che si chiama numero; o quando si abbia
l’aggregato, scomporlo u e' suoi elementi. Né ciò è vero soltanto per la
quantità discreta^ alla quale appartiene il calcolare propriamente detto ; ma
anche per La quantità continua, alla quale spetta il misurare. Misurare non è
possibile senza un regolo, un elemento; ciò che dicesi unità di misura. Dunque
tutta la differenza che alil i potesse vedere fra il calcolo delift quantità
discreta e la misura LT Ente supremo emendo esanimaimenfr uno? non Ism 'quanti
tàj quindi non 6 soggetto a calcolo. Tutto ciò die ha rapporlo'W ordino morale
ri ter ami osi alla quai'Utt, non pud essere soggetto a calcola. L’anima li ori
è spggaua a calcolo che per la quantità discreta (molle udendo hjuiiaie), non
mai per la ; ìjuànlìta continua f mancando di estensione Mi si perdoni un
vocabolo clic limi sarà Torse in nessun 13 ut io noria, ma che però è
indispensabile per rendere esano la nozione di feltra; vocabolo che non
significa niente s o almeno non significa quel clic con esso si vorrebbe
significare. tifila quantità contìnua non è che apparente; ma in sostanza In
tutta la Matematica non si tratta di i;ir altro che comporre o scomporre ;
nume* rare cioè, o eie numera re. Si dice, con molla esattezza, dir* la
Matematica è la scienza de! rapporti della quantità* Ora un rapporto non è
altro che r eguaglianza o la differenza di date quantità, e l'eguaglianza o la
differenza non si possono determinare che mediante il confronto tra una
quantità e Pulirà; Ptjjxità di misura nelle quantità eguali, quando non si
riferiscano ad una comune misura, è Puna o V altra di esse quantità: Punita di
misura nella differenza è la minore delle da Le quantità, ovvero una terza
quantità determinata [»er convenzione. Dunque quando si cerca jl rapporto fra
due quantità continue, o si prendano a vicenda per unità se si consideri la
loro eguaglianza, o si prenda jier unità la minore se si tratti deliri
differenza, oppure si confrontino ad una terza quantità, sempre trattasi di
numerare o de numerare anche nella quantità continua: perchè nel [elmo caso si
considera la quantità coatimia come unità : nel secondo si prende per unità la
minore, c la maggiora è il composto risultante dalla numerazione ; e finalmente
nel terzo si considerano tanto ie quantità eguali, che le differenti, come il
risulta me ilio della composizione formala colla terza quantità presa come
unità Ilo detto die ì rapporti delle quantità sono soliti nto l'eguaglianza e
la differenza, nè credo che su ciò possa cader dubbio; giacché aneliti quando
si riferiscono le quantità te mie alle altre per averne o confrontarne i
quozienti (come nelle proporzioni ma lamcute appellale geometriche) non si fa
che diridere z ossia compendiosamente sottrarre, che io a ppe Ilo de numerare .
La verità di questa proposizione, che anche nella misura delle quantità
continuo una si fa che numerare e de nume rare ^ mi sembra assai evidente, per
quelli almeno che hanno rifleUtiLo pili al T Indole delie Matematiche, die alla
loro l'orma* Può darsi però che ad alcuno apparisca strana, attesoché non si
trovano simili considerazioni in veruno scrittore di cose matematiche. Ma ciò
non importa alla verità del principio, che lotto in M atematica si riduce a
numerare e denumerare^ a comporre c scomporre; in una parola, alla sintesi e
alP analisi. Il sdo ConcIUlac, oidio mi sappia, ne intravide la verità; ma lo
ha limitato &jIUttLl0 alla quantità discreta, cadendo in una manifesta
contraddizione colPaltro suo principio, die l'Algebra è la lingua in cui sono
scritte le Matematiche Liti gira il^ì caLolù Se la scienza delle quantità di
qualunque specie non d altro può occuparsi che nel determinare i loro rapporti;
se i rapporti delle quantità non sono che eguaglianza e differenza ; se 1*
eguaglianza e la differenza non si determinano che colle frasi dell Àlgebra: il
calcolo dunque si applica tanto alla quantità discreta che alla quantità
continua: o piuttosto il misurare la quantità non è altro che calcolare, cioè
numerare e denumerare . Non insisto di più su questo punto, perchè essendomi
proposto di ragionare in questo Saggio dell’ indole dell’Algebra, ossia della
parte delle Matematiche che si occupa del calcolo della quantità discreta, il
fermarmi più a lungo su ciò che spetta alla Geometria mi farebbe uscire del mio
soggetto. L’Algebra dunque non è altro che il mezzo indispensabile onde
classificare gli enti contingenti rapporto alla loi'o quantità. Sotto il nome
di Algebra io non comprendo soltanto il calcolo delle quantità espresse con
segni generali, come sono le lettere dell alfabeto, ma altresì il calcolo delle
quantità espresse con cifre. La sola differenza fra il calcolo colle cifre e quello
colle lettere è dal meno al pili) dal generale al V universale. Un numero è una
generalità di quantità ; una lettera esprimente qualunque generalità e 1
universalità della quantità. Ogni lettera può esprimervi qualunque numero, e
perciò non ne indica alcuno. Supponete di avere una formula ossia una frase
della lingua algebra, che vi esprima qualche relazione tra quantità espresse
con lettere: voi potrete dare a queste lettere qualunque valore, ossia potrete
adoperarle per esprimere qualunque numero, purché conserviate i rapporti. La
quantità universale è necessariamente meno determinata della particolare, ma fa
vedere con maggior precisione i rapporti. E d’onde nasce questa precisione?
Siccome le parole sono indispensabili per fissare nella mente ed esprimere agli
altri i concetti particolari, generali ed universali formati colle qualità
degli enti, così sono necessarie le parole per fissare i concetti esprimenti la
loro quantità. Le lingue comuni o volgari servono anch’esse ad esprimere i
concetti della quantità, e in questo modo di esprimerli non hanno i concetti
della quantità nessun vantaggio su quelli delle qualità per rapporto alla
precisione. Ma l’indole della quantità permettendo di adoperare una lingua
tutta propria di lei, ammette un’esattezza che d’ordinario non si riscontra
nelle altre scienze, perchè le lingue adoperate per apprenderle e per esporle
non hanno i caratteri distintivi della lingua della quantità. IA repressioni
costatili, brevi e ciliare, rispondenti sempre esattamente ad nu oggetto ben
determinato; procedimento da un’espressione all’altra, conservando la più
rigorosa identità : ecco ciò die rende l’Algebra una scienza lauto esatta.
Dissi l identità 5 uou F analogia . come malamente il Condillac nelI Opera
sopraccitata. L'analogia non è clic rassomiglianza, e Fuua dall’altra sono
immensamente distanti. Egli definisce \' analogia «una relazione di
somiglianza; oud’ è che *» una cosa esprimere si può in molte maniere . non
essendovene alcuna ” che ad altre molte non rassomigli.?» Ma se le molle
maniere devono egualmente esprimere una data cosa, esse sono fra loro
identiche, non soltanto rassomiglianti. Se per avventura egli avesse confuso F
analogia colla identità, noi avremmo una buona ragione per ritenere che il
tuono di superiorità anche ributtante non può far le veci del buon senso, e
mollo meno dell’ingegno o del genio. L’ identità^ che è il principale motivo
dell’esattezza della scienza o lingua che diciamo Algebra, non riscontrasi
soltanto nelle espressioni o frasi sue. ma innanzi lutto nel suo oggetto, che è
la quantità. Senza ciò non sarebbe possibile la perfetta identità neppure nelle
espressioni. La quantità infatti, considerala come attributo delFente, è sempre
costante ed identica in tutti gli enti. Se voi prendete un individuo, egli è
identico per la quantità con qualunque altro, di qualsiasi altra specie, per
quanto differente nelle qualità: nelle qualità vi possono essere delle
differenze nel grado di loro perfezione, nella quantità non mai. Quantità è la
proprietà delFente, in quanto si considera capace di aumento o diminuzione ; o,
come la definisce il Ilomagnosi^ « quel modo ?» di essere, in virtù del quale
una cosa si rende capace di aumento o di »» decremento »» (2). L’intelletto non
ha quantità: non si accresce o diminuisce l’intelligenza; ma si sviluppa, si
perfeziona. L'unità è l’ente puro: al vero ente appartiene propriamente 1
unita; quindi a Dio solo. Degli enti contingenti è proprio il numero o la
pluralità; e però 1 unità dell ente contingente non si può considerare che come
elemento di più composte pluralità, che diciamo numeri. L’unità non è numero;
ma si considera come numero, in quanto esprime l’elemento del numero. Il
calcolo e la classificazione degli enti rapporto alla loro quantità. l’Algebra,
compresa F Aritmetica, è il mezzo per questa classificazione; e (i) Lingua dei
calcoli. Introduzione. (2) Nell 'Assunto primo del Diritto nat.} l’àlgebra non
è altro die la lingua in cui sono scritte le Matematiche, come la Geometria è
la lingua in cui è scritto il gran libro dell Universo. Premessi questi cenni
sull’indole del calcolo, vediamo quale sia lo scopo del primitivo insegnamento
delle Matematiche, e quali le regole fondamentali per impartirlo in modo
conveniente allo stesso scopo. A che debba tendere 1 insegnamento primitivo
delle Matematiche. Difetti di alcuni metodi. Un geometra uscendo dal teatro
dopo avere assistito ad una tiagedia del famoso Raciue, indispettito dagli
applausi dei quali era stato testimonio5 chiedeva : che cosa ella prova ì Ecco
il difetto troppo comune ai matematici, di non trovare cioè niente
d’interessante nè di provato, fuori delle loro lucubrazioni. Certo che gli
applausi dati dal pubblico ad un capolavoro dell arte non provano che i tre
angoli di un triangolo sieno eguali a due retti, ma provano il buon senso e la
coltura di una nazione. È inutile ch’io avverta (il lettore lo pensa da sè),
che accennando qUi [ yizii dei matematici, non intendo parlare di tutti i
cultori delle scienze esatte, fra i quali furono e sono uomini pensatori. I
matematici si possono dividere in due classi: matematici ragionatori, e
matematici calcolatori. Se ad alcun matematico sembra strana questa
distinzione, tenga pure per provato ch’egli appartiene alla seconda classe.
L’insegnamento primitivo delle Matematiche è forse diretto a preparare soltanto
dei matematici calcolatori? Se ciò fosse, Galileo avi ebbe avuto gran torto
quando interrogalo a che serva lo studio della Geometria, rispose: a misurare i
goffi. Egli avrebbe dovuto dire invece, che serve a formarli. Altro dunque dev’
essere lo scopo dell’ insegnamento primitivo delle scienze esatte. Questo scopo
è doppio : per una parte si tratta di preparare alle più sublimi dottrine della
scienza della quantità quelli che vi si destinano di preferenza: per l’altra
parte di esercitare la mente anche di quelli che d’altre scienze vorranno
occuparsi, mediante la ginnastica intellettuale, eh’ è frutto delle scienze
esatte studiate a dovere. MtìG Soauniaistrare le nozioni fon dame ululi per
pntor procedere lidio stu ^e^'Matematiche* preparare la mente allo studio di
qualunque sclenza: ecco il doppio scopo doli’ iu sogna meato primitivo dì cui
parliamo, i )h il secondo c il più importante: poiché se manchi, non si è fatto
(pianto è necessario a preparare gli allievi neppure allo studio delle alte
dottrine matematiche. Quindi mi sembra clic il peccato capitale de llf
istruzione primitiva su quieto punto (generalmente parlando) alia nel
trascurare lo scopo principale. per guardare soltanto al secondario. Ih qui
nasce,, die quelli i quali si dedicano allo studio esclusivo delle Matematiche
riescano calcolatori, anziché veri mafemulìri ragionatori; e qurlii che sì
danno ad altre scienze non vi riescano t menu poche ecce* zhuin, come sarebbe u
desiderare. Di qui ancora trae origine il disprezzo col quale per ordinario si
guardano dai matematici le scienze morali, quasiché quella ragione die è buona
a dire la verità in Matematica non servisse più nelle altre scienzo, coniti se
il io ndamento della verità e delia certezza fosse diverso. 10 potrei citare
dei rispettabili materna Ilei che non hanno rossore dì dire che la Geometria è
una scienza sperimentale . e ridono quando ai parli di verità dimostrate a
priori / c questi per quanto siano estese In loro cognizioni matematiche, sono
calcolatori, non ragionatori. Dada trascuranti dello scopo principale dell'
iusegnsuneiiU) primitivo delle Matematiche ; che sta, come dissi, nel preparare
forti e giusti pensatori 5 deriva un altro disordine, che è poi anche una delle
cagioni dei vizi! de’ mate malici che teste accennava. Tale disordine consiste
ne! h stendere di troppo questo insegnamento primitivo. 11 tempo accordato per
impartirlo è di un anno scolastico, e questo basta per preparare le menti dei
giovani alle discipline superiori. Ma guai se r istitutore voglia in un periodo
così breve esaurire tutte le teorìe elementari che servono di fondamento alle
sublimi ricerche della Matematica! Egli è allora costretto a percorrere di
passaggio mi enorme ammalo di dottrine che ingombrano la, mente degli allievi
di mal digerite nozioni, egli da una lunga serie di calcolisenza farne vedere
le in lime ragioni; e in luogo di preparare alle scienze delle menti esercitate
alla riflessione e al ragionare esattamente, forma invece delle teste imbarazzate,
e ibrs anche disgustate di uno studio die è pure della più alta importanza.
Forse il difettodi cui parlo, è ima conseguenza deila estensione che
ricevettero k Matematiche, eh' è veramente maravigfiosa nella parte
Speculativa, non so poi so altrettanto nella pratica, lo su questi) non voglio
proferire giudizio: ma se è vero che gli antichi erano assai più indietro di
noi in fatto di cognizioni matematiche, chi non deve rimanere sorpreso
confrontando l’immenso cumulo di teorie, che ingombra tante menti da qualche
secolo, colla potenza esecutrice degli antichi? Ponendo a paragone ciò che
hanno fatto gli uomini di trenta secoli fa. col non plus ultra che ci
consentono le tante applicazioni delle nuove dottrine matematiche, siamo
portati a stabilire, almeno per certe cose, la nuova legge, che quanto piìt
procede la teoria, tanto la pratica resti indietro . Per quanto strana possa
parere questa conchiusione, inviterei quegli che non Y ammettesse a veder modo,
con tutti i nostri progressi, di costruire una piramide come quelle dell’
Egitto, di tagliare da una cava un monolite come l’obelisco del Vaticano, e
d’incendiare una dotta con degli specchi, come ha fatto Archimede. I frutti
delle nostre cognizioni saranno più vantaggiosi, sebbene meno giganteschi, ne convengo;
e ciò vuol dire, che noi le dirigiamo ad una meta piu ragionevole! ma sembrami
fuor di dubbio che, prescindendo dall’uso che ne facevano, la potenza degli
antichi sia immensamente superiore a tutto ciò che il vantato nostro progresso
ci pei mette di eseguire. Forse io sono un tratto uscito dal seminato : ciò che
dissi valga, se non altro, a renderci meno orgogliosi del nostro sapere.
Ritorniamo all’argomento. e limitiamo le nostre considerazioni all’Àlgebra,
come esige l’indole di questo scritto. Le condizioni cui deve soddisfare l’
insegnamento primitivo delle Matematiche sono determinate dal suo scopo,
indicato nel precedente Capo. 1. ° Sviluppare l’intelletto di quelli che si
dedicano allo studio di qualunque scienza. 2. ° Offerire le nozioni fondamentali,
onde procedere nello studio delle più elevate teorie di questa scienza, per
ottenere non dei calcolatori, ma dei veri matematici. Ecco le due condizioni
essenziali cui deve soddisfare l’insegnamento primitivo delle Matematiche, e
clic segnano anche le norme al giusto metodo d’ impartirlo. I canoni principali
di questo metodo mi sembrano i seguenti. 1. Osservare la maggior brevità, ossia
limitare V insegnamento alle sole nozioni strettamente elementari, onde rimanga
tempo di mostrare agli allievi il fondamento, la ragione dei metodi insegnati,
e lasciar qualche cosa da fare anche ad essi. 2. Non far precedere un esteso
Trattato di Aritmetica all’Àlgebra, ma insegnare congiuntamente l’uua e
l’altra. Esporre almeno i rudimenti e alcune capitali dottrine dell’Àlgebra,
prima di procedere molto innanzi nell’insegnamento della Geometria. Del primo
canone ho detto nel Capo precedente quanto mi consentivano i limiti che mi sono
proposto in questo scritto. II secondo potrebbe forse non essere così
facilmente ammesso, giacché ho veduto a questi ultimi anni qualche scrittore di
cose matematiche esporre assai estesamente l’Aritmetica senza cercare alcun
soccorso dal1 Algebra (0. Io stesso un tempo non aveva avvertito alla
sconvenienza di questo procedimento, e prima che mi cadesse tra mani l’Opera di
cui intendo parlare aveva tentato dimostrare la legittimità di alcuni metodi
usati nell’Aritmetica senza il soccorso dell’Àlgebra, a cagiou d’esempio quello
per l’estrazione delle radici dai numeri. Ho dovuto però convincermi che ciò
riusciva inutile, ed anche dannoso. A che prò infatti battere una strada lunga
e piena di difficoltà, per arrivare a risultati che si potrebbero ottenere con
semplicissime osservazioni? A che prò impiegare delle frasi oscure e inesatte, in
luogo delle brevi e chiare dell’Algebra; e invece di approfittare dell’ immenso
soccorso di questa lingua, perdersi nel labirinto delle lingue comuni? Un
Trattato di Aritmetica scritto a questo modo è inutile allatto allo studioso
dell’Algebra, che cammina per vie più brevi e più facili ; ed è inutile e
dannoso a chi vuole apprendere estesamente la scienza dei numeri, perchè esige
un dispendio di tempo e una fatica enorme per acquistare delle cognizioni che
si possono ottenere in brevissimo tempo, e con molto minore fatica. Del terzo
canone poi niente si avrebbe a dire, ammesso l’ incontrastabile principio
esposto nel Capo !.. che l’Algebra è la lingua in cui sono scritte le
Matematiche, perchè è impossibile imparare una scienza (piando (|) Intendo dire
dall’ Algebra propriamenmenti sieno espressi con parole o con segni te detta,
poiché è impossibile trattare scienconvenzionali, per la sostanza della cosa è
tificamente l’Aritmetica senza l’ajuto di una tutt’uno; non però cosi per la
facilita, chiacpialehe specie di Algebra. Che i ragionarezza e brevità – Grice:
be brief: avoid unnecesary prolixity --. s’ignori la lingua in cui è scritta.
Però siccome in apparenza io mi discoslo su questo punto dall’opinione di sommi
matematici, die vollero la Geometria insegnata prima dell’Algebra: cosi gioverà
aggiungere ancora un cenno sopra ciò, onde mostrare che queste due opinioni, in
apparenza opposte, si conciliano benissimo tra di loro. È indubitato die
l’Algebra trasse origine dal seno della Geometria: ma è altresì indubitato che
la necessità del sussidio di questa scienza fu la cagione che determinò, per
così esprimermi, la Geometria a procrearla. « Fu la Geometria una madre che
partorì nell’Algebra una figlia pveci» puamente a suo vantaggio (0. » Se
adunque l’Algebra è di grandissimo sussidio alla Geometria (ed io aggiungo,
appunto perchè l’Algebra e la lingua della Geometria e di tutta la Matematica
pura ed applicata), non si potrà negare che sia necessario insegnarla prima
della Geometria, per la gran ragione che i mezzi devono precedere lo scopo che
con essi si vuole conseguire. Io però non ho detto che si debba del lutto
lasciare dall un dei lati la Geometria, finché non sia esaurita la trattazione
elementare dell Algebra: ho detto soltanto, che non si proceda troppo innanzi
nella Geometria, prima di avere insegnato le capitali dottrine dell Algebra. Mi
si potrebbe opporre, che l’Algebra esseudo nata dalla Geometria, per insegnarla
convenientemente bisognerebbe procedere dall originante al derivato, dalla
causa all’effetto, dal principio alla conseguenza, dalla madre alla figlia. A
ciò rispondo, che altro è il metodo dello scopritore, altro quello dell’
institutore. Guai se per insegnare le scienze si avesse a camminare per la
strada lunga e spinosa che calcarono quelli i quali all’attuale loro
ingrandimento le condussero 1 Noi abbiamo nell’Algebra uu sussidio potente per
lo studio delle Matematiche: ebbene, facciamo nostro prò di esso, e lasciamo
alla storia della scienza il mostrarci che strada abbiano tenuto per rinvenirlo
i primi che ne la arricchirono. Io prego il lettore, che prendesse qualche
interesse in questo importante argomento, a meditare il Capo Vili, del tomo II.
della celebre Opera del Cossali, che ho citato di sopra, nel quale sebbene non
sia espresso il principio che io annunciava come terzo canone riguardante il
metodo dell’ insegnamento primitivo delle Matematiche, e dell’Algebra iu
particolare; tuttavolta si trovano delle riflessioni e delle applicazioni a
molti casi, le quali giustificano pienamente questa mia proposizione. Cessali,
Origine, trasporto in Italia, lume li. Cap. Vili. pag. e seg. Edizione primi
progressi in essa dell Algebm., ec. Vodella Reale Tipografia di Parma,, in /,.°
1500 Non iusisto maggiormente sulle cose dette in questi tre Capitoli, perchè
mi sembrano bastare ad un semplice Saggio. Serviranno di maggiore schiarimento
a questi brevi cenni gli esempii che darò dopo avere esposto il piano di un
Corso di Àlgebra puramente elementare die mi sembrerebbe da adottarsi, avuto
riguardo allo scopo dell’ insegnamento primitivo delle Matematiche, e
segnatamente dell’Algebra, che è la lingua in cui è scritta tutta la scienza
delle quantità . Premessi, a modo d’introduzione, brevi cenni sull’indole delle
Matematiche, sui diversi rami in che si dividono, sull’origine dell’Àrilmetica
e dell’Algebra, io dividerei tutto il Corso di questa scienza in sei Sezioni,
delle quali ecco il prospetto. Cominciando dalle prime operazioni sulle
quantità espresse colle cifre arabiche, si dovrebbe man "ere alla ricerca
dei divisori. Essa potrebbe essere divisa in tre Capi suddivisi in paragrafi
nel modo seguente. Capo I. Delle operazioni che si fanno sulle quantità
espresse colle cifre numeriche. Della somma o addizione. Della sottrazione.
Della moltiplicazione. 4. Della divisione. Capo II. Delle operazioni principali
che si fanno sulle quantità espresse colle lettere. Della riduzione. Della
sottrazione. Della moltiplicazione. Della divisione. In questo Capo, oltre le
osservazioni essenziali sul coefficiente, sull’ esponente, sull’ uso dei segni,
e sulle quantità negative, conviene por molta cura nel fare avvertire la
essenziale differenza tra queste operazioni fatte sulle quantità espresse colle
lettere, e l e stesse operazioni eseguite sulle quantità espresse colle cifre
numeriche. Se ogni matematico anche il più superficiale sa che passa una gran
differenza fra la sottra aritmetica e l’algebrica, è pur vero che
nell’insegnamento molte volte si passa leggeraveute sopra cose elio sembrano
piccole, ma alle quali è legato il frutto ilelF insegna mento elementare delle
Matematiche* Io forse nr ingannerò: me ne dorrebbe molto, perchè eli quanto
scrivo ho acquistato il convincimento dopo avervi meditato sopra assai, dopo
averne fatto l’esperienza nelle lezioni che privatamente ebbi occasione di
dare, e dopo avere adempiuto oltre misura al precetto oraziano: nonum p re
nudar in annum . Io vorrei pérò bene clic misi dicesse come si fa ad avvezzare
rapprendente a riflettere alle cose grandi, so non si comincia a fargli osservare
le piccole. Ho sostituito alla parola somma l'altra di riduzione^ relativamente
alle quantità esprèsse colie lettere, seguendo Fe seni pio 4 li altri. Se
avessi saputo Lrovare nuove parole per esprimere con più giustezza anche le
altre operazioni algebriche, lo avrei latto. XjC definizioni e gli schiarimenti
debbono nel Trattato supplire al difetto ili migliori espressioni. Capo FU. Di
alcune operazioni secondarie sullo quantità espresso colle cifre, e colle
lettere, I* Del raccoglimento dei fattori — 2* Della ricerca del divisori — 3,
Dei numeri primi, ec. n[ FRA Zi ONU Intitolo così questa Sezione, per
abbracciare tanto il calcolo delle frazioni veramente tali che appartengono alF
Aritmetica, così proprie come improprie, quanto anche le espressioni algebriche
che uou hanno altro ili frazionario che la forma; essendo ben noto che in
Algebra uou vi sono propriamente frazioni, ma divisioni indicate* Questa
Sezione si divide in cinque Capi come segue. Cato IV. Idea delle frazioni^ e
modo di calcolarle* (V ^ /dea delle frazioni ; e principii fondamentali — Della
ricerca del massimo comune divisore di due o più quantità, * % Somma delle fr
azioni. Sottra delle frazioni. Moltiplica delle frazioni Divisione delie f
'azion L Delle frazioni letterali od algebriche* Velie frazioni decimali. è j .
Somma dei decimali. Sottra dei decimali Molli/ dica dei decimali. Divisione dei
decimali. Utilità dei decimali. Eh Trasformazione delle frazioni ordinarie in
decimai ì} e viceversa. Caco Vii Delle serie. C apo Vili Delle frazioni
continue « Tomr L 9^ i r>0‘ 2 DELLE POTENZE E DELLE RADICI. Delle potenze
dei monomii. Delle radici dei monomii. Capo XI. Delle operazioni che si fanno
sui radicali. 1. Della riduzione dei radicali eterogenei. Semplificazione dei
radicali. Somma dei radicali. Sottra dei radicali. Moltiplica dei radicali.
Divisione dei radicali. Elevazione dei radicali a potenza. 8. Estrazione di
radice dai radicali. Delle quantità imaginarie. 1. Somma e sottra delle f— au+
4 a*b+ G aW+ 4 « b>+ b' a'b 1 IO a'b*— 40 a*i5— 5 abK—b\ Supponendo
finalmente che un termine sia positivo «. e 1* altro negativo) si ha: (« t)a a
s 2 a b + (a— 4)s=as— 3 à*h + 3 ab*—b* (a a*— 4 a H> + G n^5— 4 a //+ 4* (a
bfzzz a 5 a 'b 10 a*b*~ 10 ttE4s+5 ab'—b3. Esaminando attentamente i risultati
ottenuti dalla successiva moltiplica zio ne di a + 4, —a lu a b per sé stessa
una, due, tre, quattro volte, si vede che i termini di questi sviluppi formansi
colle seguenti leggi. I, Gli esponenti del primo termine a vanno sempre
decrescendo secondo 1 ordino dei numeri naturali: di modo che il primo è il
gradodella potenza cui si eleva il binomio, e Tu Rimo ò zero, che rende uguale
ad J il primo termine del binomio nell'ultimo dello sviluppoGh esponenti del
secondo termine h invece vanno sempre crescendo secondo lo stesso ordine ; in
guisa che il primo è zero, e l'ultimo è il gradò della potenza* IL lì
coefficiente del primo ed ultimo termine dello sviluppo è l, quello del secondo
termine è uguale al grado della potenza cui si eleva il binomio. Quello poi degli
altri termini è uguale al coefficiènte del termine precedente, moltiplicato per
l’esponente del primo termine del binomio rìde nel termine precedente, e tutto
diviso pel numero dei termini antecedenti: per esempio, nel termine 10 a 'b* il
coefficiente 3 0 è 2 2 HI. U numero dei termini dello sviluppo è espresso dal!
esponente cui si eleva il binomio, aggiuntovi 1 ; cosicché la seconda potenza
ha tre termini, la terza quattro, la quarta cinque, ec, iy jje]i0 sviluppo di
ciascuna potenza vT e un coefficiente massimo, dopo il quale ritornano i
coefficienti precedenti con ordine inverso. La ragione di ciò si rende
manifesta solo che si osservi, che si Sarebbero ottenuti gli stessi termini con
ordine inverso, se invece di sviluppare il binomio a + b si avesse preso
l’altro b + a; in guisa die il primo termine sarebbe stato rultimò, ed il
secondo il penultimo, ec. Tale massimo coefhcicnle è quello del termi ue medio
per le potenze pari, e per le dispari il primo dei medii. Questa legge riguarda
il valore dui coefficienti: non la loro forma, la quale resta sempre quella
indicala nella legge IL y [ termini dello sviluppo sono tutti positivi tanto
nelle potenze pari che nelle disparis se quelli dei binomio sono pure Lutti
positivi; e per h pi di- use ['il cucile se sono tulli negai ivi : sono invece
Lutti, nr gali vi nello potenze disparì, se quelli del binomio sono tulli pur
negativi Finalmente se im salo termine del binomio è negativo, sono negativi
tulli quei lumini dello sviluppo, in etti entra tome fattore il termine
negativo del binomio con esponente dispari. Queste leggi, secondo lo quali sono
formati gli sviluppi delle potenze del binomio, noi le abbiamo dedotte dai casi
speciali di questo cinque potenze. Possiamo noi ora conchiuilcrc che si
verificheranno per ogni altra potenza ? Ecco il secondo caso dT induzione
applicata alle Matematiche, clic accennammo poco sopra» Le s pressione u-\-h è
tutta algebrica, e perciò noi possiamo stabilire che, qualunque siano i valori
di a e di si verificherà la legge duo alla quinta potenza. Ma 1 esponente fin
qnì assunto è numerico, c perciò, quanto alle potenze, non ìndica clic casi
speciali l dunque noi non possiamo co&cLitulefc Funivi -realità di quelle
leggi, se prima non dimostriamo elicsi verificilino per un esponenti qualunque
m> Noi dubbiamo dunque ritenere, filetto tale semplicissima osservazione,
che questa specie di induzione non può essere sufficiente fondamento per
ìstabilirtì 1’ universalità delle esposte leggi. Ma giova cercare se vi sia
modo di dimostrare la verità della formula newtoniana coi mezzi elementari
almeno per 1 esponente m posi! ivo intero, perchè avremo occasione di fare
dulie riflessioni phi diffuse sull' importante argomento del quale ci
occupiamo. Questa dimostrazione elementare fu tentata da altri matematici, c
valentissimi; maio credo offessi non sieno stati mai persuasi pièna melile di-
Ila giustezza dei metodi coi quali corcarono giungere al loro intento, giacche
la dimostrazione che generalmente fu adottata involge sempie una petizione di principio.
So noi infatti cominciamo a dire che se h leggi sovra esposte si verificano, a
c a gioii éf esempio, fino alla quinta potenza, si avrà la formula generalo (a
-f b)m =am + m am~' h + m (m 1) 5 i: se sulla baso dì questa formula si
dimostri clf esse si verificano audio per 1J esponente m -jJ, noi abbiamo già
posto ciò clic si deve appunto provare, cioè la verità del canone newtoniano
per fi esponente generale m; abbiamo conduuso dal particolare al generale senza
aver reso legittimo questo nostro passaggio. Abbandoniamo adunque questa via
già battuta con esito inldiCC, c tentiamone uu 'altra So iu buona Logica noi
non possiamo argomentare dai particolari ade generalità in quello scienze ove
si esige la certezza assoluta, come sono appunto lo Matematiche, niente
c’impedisce di passare da una forma paiticolare ad una generale, dacché
l’indole della scienza, di cui trattiamo, ce lo consente, onde poter osservare
i rapporti delle quantità che calcoliamo. Mi spiego. Noi non siamo autorizzati
a dire che la potenza in del binomio a + b sarà formata secondo le leggi
newtoniane, perchè lo sono le potenze seconda, terza, ec. ; ma possiamo ben
dire che se si supponga 5 », lo sviluppo ottenuto per (a + 6)5 sarà identico
collo sviluppo di (, i + b)n ; ed avremo in questa trasformazione il vantaggio
di poter osservare meglio le relazioni che sono nei termini di esso sviluppo.
Dietro ciò, posto re in luogo di 5, avremo : (a + re an~ lb + n(n
t)re"““52 + » (re 1 ) (n 2) a " 3 b ' 2 . 3 + re (re 1) (re 2) (re 3)
re’1-4 è4 2 : 3 : ~ + re (re 1) (re 2) (re 3) (re 4) a”"5 b\ 2 ! 3 ’ 4 ' 5
Espresso a questo modo lo sviluppo della quinta potenza di a + b,
moltiplichiamolo per a+b, onde avere la potenza successiva, cioè la sesta.
Disponendo ed eseguendo l’operazione al modo solito della molliplica5 avremo :
a" + n an~'b + n (n \) an~%V + re (re 1 ) (re 2) re ” b 2 2.3 + re (re— 1)
(re 2) (re 3) re”-4 è4 2 ' 3 ' 4 + re (re 1) (re 2) (re -3) (re 4) re”-5 b‘ 2 (
3 ! 4 ! ~ a + b + 1 q nau b + n (re 1) re”-’ b* + re (re 1) (re 2) re b 2 2 . 3
+ » (re 1) (re 2) (re • 3) a”-3//' 2 • 3 ! 4 4» Ire D(re 2) (re 3) (re 4) 2 ^ 3
! 4 1 5 i + a n et + n un^1 b3 -{n { n I) a n“a 6S-|n (n 1 } (n 2) a * “3 b*' 2
2 . 3 + n (n 1) [n 2) ( n 3) ati~^b5 2 7 I ! 4 + n (» 1) fri 2) (n 3) (ri 4)
an~*b* 2 .3 ; 4 ; 5 ' (ri + f) rz ^ J + n 1 ^ a*~s // n (n *) / f » 2 \ a *-a
&3 2 ^ 3 ' n (n 1 ) (n 2) f 1 -f ri 3 ^ a n ~ 3 &4 2 ~ 3 ' 4 / n (« f)
(n 2) (n 3) ( fl + n 4 ^ ^ 2 3 . 4 v 5 ' n(n—1) (n 2) (« 3) (n 4) a 2, 3 « 4, 5
Osservando il modo coli cui sono forma Li i termini di questo prodotta, sì
scorge a prima giunta che il coefficiente di ciascuno coasia di due coeh
fìcienti consecutivi della serio presa a moltiplicare, in guisa ohe fuori della
parentesi si han no successivamente i coefficienti dei termini di questo
sviluppo, e dentro la parentesi 1 + n 1 . 1 -f ri 2 3 1 + n 3 ec. 5 2 3 4 cioè
n 1, n + A, n + f 2 _ 3 Quanto agli esponenti s essi evidentemente seguono
nello sviluppo la stessa legge thè nel moltiplicando. Quanto al numero dei
termini 5 essi nel prodotto sono uno di più che nel moltiplicando. Quanto all
ultimo termine del prodotto^ egli è identico colf ultimo del moltipllcando ; m
guisa che essendo LI coefficiente di questo eguale ali’ unità, è uguale
all'unita anclic il coefficiente di quello* O' i segni non parlo, giacché è
troppo chiaro che so b~ a. cagion d'esempio, fosse negativa, sarebbero negativi
e nel moltiplicando c nel prodotto tulli i termini ove b fosse elevala a
potenza dispari. Tutto ciò dipende dalla natura della moltiplicazione algèbrica,
e non abbisogna di alcuna spiegazione. Facendo ora n + 1 z= r, il prodotto
trovato acquisterà la seguente. forma : (a + by—a'+ra'-’bi-r (r— 1) ar“*ia+ ;■
(f— 1) (r— 2)ar~ib 2 2 . 3 + r{r 1) (r 2)|r— 3)« *4‘ 2 . 3.4 4r(r 1 ) (r 2)(r
3) (r 4) ar~9 45 2 3”. 4 . 5 + r fr 1 > Cr 2) (r 3) (r 4) (r 5) aT~f‘ br' 2,
.3 . 4 . 5 . 6 Par ridurre l’ ultimo termine alla forma degli aliti nou ho
fallo alito ohe moltiplicarlo per r, cioè per 1 . L'identità di questa formula
eoo quel6 la dello sviluppo di (a -f b)" uon abbisogna d’essere avvertita.
Se eoi ora moltiplicassimo questo sviluppo di (a + b)r per a + b, onde averne
la potenza r+ 1, cioè settima, potremmo ripetere le stesse considerazioni che
abbiamo falle, e così in segnilo. Onde resta dimostrato, che per qualunque
potenza intera e positiva del binomio si ottiene uno sviluppo dell’ identica
forma, cioè formato secondo le esposte leggi. Ma come avviene che quella
conseguenza, la quale non ci credevamo autorizzati a dedurre quando ì
coefficienti erano numerici, pensiamo poterla trarre ora che hanno la forma
algebrica? Ossia perchè allora l’induzione uon ci bastava, e adesso la troviamo
sufficiente fondamento alla bini os trazione ? Perchè il principio induttivo lo
abbiamo ridono a principio tutto rimonaie: o, a meglio dire, perchè all’
analogia, fondamento dell’induzione, abbiamo sostituita l’identità, che è il
solo fondamento proporzionato della dimostrazione. La conseguenza Infatti che
noi deducemmo dalle considerazioni sul prodotto ottenuto dalla moltiplica dello
sviluppo di (a + b)n per a + ^ non è altro che V applicazione di epe s Lo
assioma: Dati identici fattori*, debbono aversi identici prodotti Dobbiamo
dunque conchiude re j che Y induzione scientifica non è fonie di cognizioni tu
aiematiche neppure presa nel secondo senso accennalo in principio dì questo
Capo. Veniamo al terzo caso et’ induzione 5 die, come dicemmo 3 è quando dalla
legge elio seguono alcuni termini di una serie deduciamo clic tutti gli altri
termini di essa saranno formali allo stesso modo* Abbiasi da sviluppare in
serie la espressione frazionarla — Dispo I ~X nendo ed eseguendo F operazione
al modo solito della divisione, avremo \ a a -f a x 1 x # + a x a -|ax + ax*+
ec* a x + a x' a x a ar'4a;5 * + a X* Osservando i termini ouenutì per
quoziènte, noi diciamo che* proseguendo quanto sì voglia nella divisione 5 ogni
termine del quoto «ara eguale al suo antecedente moltiplicato per x* Ma non
v’ha Insogno di molte parole per rendere palese che anche in questo caso poi
argomentiamo Sriiìl’appoggio del principio delFitlenliù, porcile restano sempre
identici il dividendo, il divisore, eT indole della operazione colla quale si
ottengono i successivi residui. Siamo dunque condotti a conchiudere questo Capo
collo stabilire io t^si generale che ~V Induzione scientifica, fondata sull*
analogia, non può mai essere fonte per dedurre verità matematiche; o che se in
qualche caso sembra che a ciò P induzione ci servai1 intervento suo non è che
apparente, poiché sempre ove vi è verità dimostrata non altro può essere d
fondamento che il principio della identità, = . Della estrazione delle radici
dai polinomi! e dai numeri* Io accennava nel Capelli, come mio dei canoni del
metodo, che F insilamento dell1 Yritm etica e delFÀIgebra sia impartito con gin
ala mente* .Molti esempli dovrei addurre per mostrare h diverse applicazioni di
tale principio; ma i limiti che mi sono proposto Io questo Saggio non
consentendomi maggior diffusione, scelsi esporre la teoria della estrazione
delle radici dai poli nonni e dai numeridiserbate ad altro fiori t lo so lo
circostanze me lo coose olirà imo, appi io a zio oi più estese. Osservando come
si formino le poterne dei binomi itrinomi! oc., ci è facile rinvenire il metodo
per 1 estrazione della radice dai polinomi!. Abbiasi ad estrarre la radice
seconda del polinomio a + 2 a x + a;3. La prima osservazione da farsi è, se il
dato polinomio sia una potenza peifetta del grado indicalo dalla radice (nel
nostro caso del secondo grado). Per accertarsi di ciò basta esaminare se il dato
polinomio sia conforme a tutte le leggi, dietro cui vedemmo formarsi le potenze
dei polinomio Gin fosse esercitato abbastanza per fare in ogni caso una tale
osservazione, potrebbe estrarr® a colpo dmecbio la radice di qualunque
polinomio clic fosse: potenza perfetta, o risparmiare, nel caso contrario, una
operazione talvolta lunga, per accertarsi die il polinomio dato non è una
perfetta potenza del grado indicato. Facilmente ncUVdotto polinomio si scopre
eli' egli è potenza seconda perfetta di un binomio a + a?, perchè è composto di
ire termini, del quadrato di rt, di quello di e del doppio prode Ilo dì iQlLo
positivo Ma non sempre è possibile, specialmente ai principianti, lo scorgere
così a colpo d* occhio la radice delle potenze dei gradi superiori ? od aneli e
delle seconde dei polinomi! di molli termini Però conoscendo che il primo
termine di un polinomio elevato ad una potenza qualunque segue nel suo sviluppo
lordine decrescente dei numeri naturali dal grado della potenza fino all’ 1, e
conóscendo con quali leggi sieno formati i termini dì una potenza qualunque, ci
è facile ottenere la radice dei polinomi! con un me lodo un poco più lungo, ma
sicuro. Converrà dunque primieramente ordinare il polinomio dato per rapporto
ad una lettera, precisamente come nella divisione dei po! inondi per polinomi!.
g 1, Estrazione delia radice quadrata dai polinomii. Abbiasi dunque ad estrarre
la radice seconda dal trinomio mz +J* + 2 mf* Ordinato questo trinòmio per
rapporto ad m. si Là: quadrato radico ) -f m + / ™ _ 2 in residuò m + ‘i»‘f+.r
Siccome il primo termine della potenza contiene il primo termine della radice
elevato (nel caso nostro) a seconda potenza, così il primo termine della radice
sarà + ni. Faccio il quadrato di /??, lo sottro, ed ho il residuo Ora il secondo
termine è e dev’essere un pro dotto, in cui entra come fattore il primo termine
della radice moltiplicalo per 2 ; pongo sotto la radice questo fattore 2 ni, e
dividendo il termine 2 mf per esso, trovo Y altro fattore f eli’ è
necessariamente il secondo termine della radice. Moltiplico 2/»X/; e faccio il
quadrato di f Sottro: e vedendo che non ho alcun residuo, con chiudo che i m
i/^ la radice quadrata del dato trinomio : radice che si è ottenuta facendo
precisamente le operazioni inverse di quelle con cui si eleva alla seconda
potenza un binomio. Il doppio segno si pone per la stessa ragione che nei
monomii. Se invece di un trinomio fosse dato un polinomio, si opererebbe in
sostanza allo stesso modo: poiché nella formazione delle potenze dei poliuomii non
vi sono che delle differenze accidentali, e non essenziali. Sia, per esempio,
da estrarre la radice seconda del polinomio a'-2^3 + ^-2aV + 2 &V + c6 CO;
avremo 1. ° residuo 2 a%b2-\-b^ 2aV + 2^c5 + cs radice ja2— c\ -f 2 a2b2 bw
1.°divis.2a2 2. ° residuo *— 2 «V + 2 Z>V + c6 2.°divis.2a2— W + 2 ac% 2
b2cz c6 Nel secondo divisore abbiamo raddoppiato i due primi termini della
radice a 2 b2, onde avere i doppii prodotti che sono nel quadrato. Del resto
non si fece altro che distruggere ciò si era fatto innalzando alla seconda
potenza il trinomio a 2 b2 c3; con che si ebbero appunto i tre quadrati a\ b\
c\ e i tre doppii prodotti 2 a2b2, 2 ac\ 2 b2c\ Sembra che in questo caso non
si conservi la regola degli esponenti; ma una tale eccezione è solo apparente,
e deriva dall’essere i termini della radice essi pure affetti da esponente. (i)
Essendo il termine 2 aV dopo il ternon la contiene. Ma in questo caso è inutile
mine h\ sembra che il polinomio non sia oril trasportare il termine 2 aV,
poiché Tespodinato per rapporto ad a, perchè dopo due nenie di a è ancora 2,
come nel termine termini che contengono a ne viene uno che 2 a2l2. Estrazione
della radice quadrata dai numeri . Olii numero si può considerare composto di
tante parti, quante sono le cifre delle quali è formato. Per esempio, 26 si può
considerare composto di due parti, cioè di 20 + 6; 359 di tre, cioè 300 + 50 +
9, ossia tre centinaja, cinque decine, nove unità; ed il quadrato che si
ottiene moltiplicando il numero 359 per sè stesso, sarà il risultato dei vari!
termini che si otterrebbero sviluppando la espressione 300 + 50 + J nel modo
con cui si opera per innalzare al quadrato l’espressione algebrica a + c + d.
Ciò è evidente solo che si consideri la generalità della formula à + 2 a c + 2
ad + c2 + 2cd + d\ che è la potenza seconda del trinomio a + c + d. Sarà dunque
3592 = (300 + 50 + 9) 3002 +2. 300. 50 + 2. 300. 9 + 502 +2.50.9 + 92 90000 +
30000 +5400 +2500 + 900 +81 = 128881. Volendo ora rimontare da questo numero
alla sua radice, il metodo algebrico vuol essere alquanto modificato, perchè le
varie parti componenti il quadrato non più si scorgono dopo la loro unione in
un termine solo, essendo la loro somma eseguita, mentre nell’Algebra è soltanto
indicata ; ma però siamo sicuri che in esso si contengono tutte quelle parti
che costituiscono la seconda potenza di un trinomio. Vediamo adunque in qual
modo si venga a scoprire la radice di un numero. Per comprendere chiaramente il
metodo che siamo per dare, premettiamo alcune osservazioni sulla natura dei
quadrati dei numeri. I. I numeri semplici non hanno nel loro quadrato più di
due cifre, giacché il quadrato del minimo numero composto, cioè di 1 0, è 100,
minimo numero di tre cifre. I quadrati dei numeri semplici sono: numeri 1, 2,
3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 quadrati 1, 4, 9, 16, 25, 36, 49, 64, 81 II. Il quadrato di
un numero terminato con degli zeri è uguale al quadrato delle cifre
significative coll’aggiunta di un numero doppio di zeri. Il quadrato di 1 0 p.
e. è 1 00, quadrato di 1 coll’aggiunta di due zen; il quadrato di 100 è 10000
ec. : giacché tali quadrati dipendono affatto dal sistema della nostra
numerazione per decine. Così il quadrato di 40 è 1600 giacché 40 X 40 non è
altro che quaranta volte quattro decine, cioè 40X4X^ = 160X10 = 1600. III. Un
quadrato non può avere più cifre, che il doppio di quelle della sua radice. Per
esempio, il quadrato d’ un numero di due cifre non avrà più di quattro cifre,
perchè 100, primo numero di tre cifre, ha per quadrato 1 0000, primo numero di
cinque cifre. In tal caso il quadrato ha un numero pari di cifre, poiché il
doppio di qualunque numero è pari. I\ . Un quadralo non può avere meno cifre,
che il doppio di quelle della sua radice, meno una. Il quadrato di 100, per
esempio, mimmo numero di tre cifre, è 10000, die è il minimo numero di cinque
cifre. Qualunque altro numero adunque di tre cifre, che è necessariamente
maggiore di 100, non potrà avere nel suo quadrato meno di cinque cifre. In
questo caso il quadrato ha un numero dispari di cifre. Y. Dalle cose anzidette
rilevasi, che dividendo il proposto quadrato in membri di due cifre, si avranno
tanti membri, quante sono le cifre della radice. L’ ultimo poi di tali membri
potrà essere anche di una cifra sola (nel caso del n. IV). Tale divisione in
membri si farà da destra a sinistra, poiché così vengousi a riportare ai loro
luoghi gli eccessi delle somme delle cifre dei varii ordini, come si rileverà
più chiaramente da quanto diremo in appresso. Fatte queste osservazioni,
disponiamo l’operazione nel modo seguente: quadrato proposto radice termini
eliminati 12,88,81 359 300 . 9 1.° divisore G,5 1.° dividendo 38,8 2.° divisore
70.9 2. 300. 50 + 502 . —32 5 2.° dividendo 638,1 2 . 300 . 9 + 2 . 50 . 9 + 92
638 1 0 Ripartito adunque il proposto quadrato in membri di due cifre da destra
a sinistra, come dicemmo, osserviamo primieramente: che la radice del massimo
quadrato contenuto nel primo membro 12 è la prima cifra della radice ricercata,
e non può nascere mai il caso che dalla somma dei doppii prodotti e quadrati si
riporti tanto, che confonda il quadrato della cifra dell’ ordine massimo della
vera radice con quello di un’ altra cifra. Se, per esempio, la cifra prima di
una data radice di tre cifre sia 1, non si potrà mai riportare 3 di eccessi;
con che si avrebbe nel primo membro il quadrato di 2 invece di quello di 15 e
non si saprebbe determinare per conseguenza se tal prima cifra della radice
fosse 1, oppure 2. La ragione di ciò si è, che siccome la data radice non
arriva a 200, così il suo quadrato sarà minore di quello di 200, che è 40000.
Ma essendo essa radice di tre cifre, il suo quadrato deve avere almeno cinque
cifre (pel n.° IV); ed un numero di cinque cifre minore di 40000 non può avere
4 per cifra massima, come è evidente. Dunque è certo che non potrassi mai cogli
eccessi, che si riportano, confondere il vero quadrato della cifra massima con
uu altro, valendo uu simile ragionamento per ogni caso possibile. Ciò posto,
dal massimo quadrato contenuto in 12, eh’ è 9, estratta la radice 3, poniamola
al suo luogo; facciamone il quadrato, e sottriamolo da 12. Abbiamo il residuo
3: onde intendiamo essersi riportate tre decine di migliaja dalla somma delle
varie parti del quadrato. Conosciuta così la prima cifra della radice, che è 3,
esprimente centinaja (dovendo la radice avere tre cifre pel n.° V.), ed
eliminato dal proposto numero il primo termine di quelli ond’ è composto, cioè
il quadrato appunto delle centinaja 300’, abbassiamo accanto al residuo 3 la
prima cifra del secondo membro 8, alla quale deve certo arrivare il doppio
prodotto delle centinaja nelle decine, perchè egli arriva almeno alle migliaja;
cosicché dividendo 38 pel doppio delle tre centinaja scoperte, cioè per 6, il
quoto che otterremo sarà la seconda cifra della radice, esprimente le decine.
Il quadrato di queste, che è almeno di centinaja, deve arrivare all’ altra
cifra del secondo membro, che appunto esprime centinaja. Abbassiamo adunque
anche questa seconda cifra, e separiamola con una virgola, indicando di non
tenerne conto nella divisione che siamo per fare del 38 .* 6.Diviso 38 per 6,
abbiamo 6 di quoto. Prima però di scriverlo alla radice conviene esaminare se 6
divisore moltiplicato per 6 quoto, più d quadrato di 6, si possa sottrarre da
388. giacché questo prodotto e questo quadrato devono essere contenuti, come
dicemmo, in 388. A tale effetto posto il quoto accanto al divisore, così, G6,
ed eseguita la moltiplicazione per 6, abbiamo ad un tratto il quadrato ed il
prodotto, che danno 39G. Ora essendo 396 >388, dobbiamo conchiudere che 6 è
una cifra troppo grande, e che conviene diminuirla di 1 (e, se occorresse, di
2, di 3 riducendola anche allo zero, come nella divisione). Fatte le stesse
operazioni col 5, avendo per risultato 325 c 388, poniamo 5 al luogo della
radice, e sottriamo 325 da 388. Ci resta G3. Noi abbiamo con questa seconda
operazione eliminati altri due termini, cioè 2 . 300 . 50, e 50 . Accanto al
G3, che rappresenta gli eccessi riportati dall’ altre parli del quadrato,
abbassiamo l’ultimo membro 81. Nel G381 si deve contenere il doppio prodotto
dello centmaja nelle unità, quello delle decine nelle unità, ed il quadrato
delle unità* Nessuno dei due prodotti può appartenere all ultima ci Ira clic
rappresenta unità : essi sono adunque compresi nelle cilro 038. Ora i doppi i
prodotti conte nuli in quéste cifre inumo due i allori comuni, cioè il 2 e La
cifra che esprimerà le unità, gli altri due sono tre centinaja e cinque decine.
Se ri divida adunque 638 pel doppio di Ire centinaja, più cinque decine, cioè
per 70, noi troveremo ad un trailo l altro iatture esprimente le unità.
Separata dunque dal G38i 1 ultima cifra 1, ed eseguita la divisione di 038: 70,
abbiamo per quoto 0. Posto il 9 aceanLo al divisore 70, ed eseguita la
moltiplicazione di 709 X 9, abbiamo ad un tratto il doppio prodotto dell® unità
nelle centi naj a, e delle unità nelle decine, ed il quadrato delle unità 6381
3 che sottriamo; e non avendo residuo alcune, concliiudlamo essere il 9 la
terza cifra della radice, e quindi esattamente \/ 128881 r: 3 59. Con questa terza
operazione abbiamo eliminato i tre termini *2 * 300 * 92.50,9, 9*. Se di
maggiori cifre fosse composto un dato numero, di cui si volesse la radice
quadrata, è evidente che si opererebbe in un modo affatto simile a quello testé
esposto, vale a dire distruggendo dò che si fa colT innalzamento a potenza. Se
poi il dato numero non fosse potenza perfetta, si avrebbe un resìduo. Rapporto
alT estrazione della radice quadrata dei decimali, essa si la come negli
iutieri. Soltanto è da avvertire, che siccome nel formare la seconda potenza dì
un decimale si separano tante cifre nel prodotto* quante sono quelle del
moltiplicando, piu quelle del moltiplicatore ; cosi nella radice, che si
troverà, dovrà separarsi la metà di cifre Contenute nella potenza. Le quali se
saranno in numero dispari, si avrà 1 avvertenza di aggiungere uno zero, che già
non altera ii valore, onde sia possibile separare nella radice le cifre die
dicemmo. Cosi, per esempio, V 3b i ~ 1/ 5 I j0 71 circa: ed aggiungendo altri
due zeri al quadrato; V 5 17000 = 7,19 più prossima me u te. Lo stesso vale,
coro e otnaro5 anche qualora non vi siano intieri, ma soltanto decimali; ed
altresì pd easo clic un dato mimerò non sia potenza perfetta, onde levala la
radice del mass Imo quadrato in esso contenuto, rimanga un avanzo: poiché
aggiuntivi due, quattro, sei zeri, o più se occorra, si troverà la radice
approssima*# espressa in decimi, centesimi, milleri mi, oc. OssKfiY AZIONE, Nel
caso die un numero non sia quadrato perfetto, potrebbe nascere il dubbio se la
radice trovata sia quella del quadrato massimo contenuto nel numero proposto, o
se un quadrato maggiore in numeri interi vi si contenga. Per uscire d’
incertezza si esamini se il doppio della radice, aggiuntavi Punita, superi il
residuo. Se ciò avvenga, il quadrato della radice trovata è il massimo che si
contenga nel numero dato. Infatti chiamando a questo numero, b la radice
trovata, il resto è espresso da a b, e la radice prossimamente superiore a
quella che si rinvenne sarà b + 1, il cui quadrato è b1 -f 2b + 1. Se dunque
sarà 26 + 1 > a b\ sarà anche 2 6 + 1 + 6 2 > a (aggiungendo da ambe le
parti 62). Ora 5 3 _p 2 b + 1 non è altro che il quadrato di b -f1 : dunque il
quadrato di b + 1 è maggiore di a . Dunque il massimo quadrato, in numeri interi,
contenuto in a è b. 3. Estrazione della radice cubica dai polinomio 3 Abbiasi
ad estrarre \/ ( a 3 + 3a6 + 3a6s+ ò3). Essendo già ordinato questo polinomio
per rapporto ad a, disponiamo 1’ operazione nel modo usato di sopra per
l’estrazione della radice seconda. a1 + 3 ab + 3 a b2 + 6 5 radice + b a5 3 a
residuo 3 ab + 3 ab + bl 3 ab 3 a 65 6 5 * * ~ Caviamo la radice terza dal
primo termine, sapendo eh’ esso contiene il solo primo termine della radice
elevato nel caso nostro alla terza potenza: con ciò otteniamo il primo termine
a della radice cercata, che si pone al suo luogo. Fatto ora il cubo di e
sottrattolo, abbiamo il residuo 3 l) _[_ 3 a 5 2 + bs. Siccome il secondo
termine della potenza è il triplo del quadrato del primo termine della radice
moltiplicato per l’altro termine della stessa ; così fatto il triplo del
quadrato di che è 3 a\ ed assuntolo per divisore, noi potremo scoprire l’altro
termine della radice. Dalla divisione otteniamo il quoto 6; ma siccome nella
potenza data, oltre del termine 3 ab, vi deve essere anche il triplo del
quadrato di b moltiplicato per così, per accertarci che b sia veramente un
altro termine della radice, esaminiamo se il termine 3 b‘ a corrisponda ad un
termine che si trovi nella data potenza. Vedendo che ciò si verifica, fatto
anche il cubo di 6, sottriamo dalla potenza i tre termini 3 a26, 3 ab\ 63; e
non avendo più alcun residuo, conchiudiamo che a + b è la radice cubica del
dato polinomio. Basla dfire un occhiata a queste operazioni per conTom, I. 9G
SAGGIO FILOSOFICO 4 518 vincersi che non sono altro che le inverse di quelle
con cui si ottiene la terza potenza di un binomio. Alquanto più complicata
riesce la estrazione della radice cubica dai polinomii che hanno una radice
trinomia, quadrinomi ec., ma però sempre dipendente dal modo con che si formano
le potenze. Debbasi estrarre, a cagion d'esempio, (/ (a3+ 3a3c + 3 ad 3a c* +
Gacd + c5+ 3ad3-\3 c d\ 3cG?‘-f-(f). Disponendo Iterazione al modo solito,
avremo radice I a -p c + d 4,° divisore 3 a 2.° divisore 3 cì -f 6 a c + 3 c* a
3 + 3 a2c -j3 ad + 3 a c-f G a c d + c3 + 3 a d3 + 3 c*d + ^ cc^ "t"
^ 4 .° res.° +3 a c -(3 a’d + 3«c3+ Gacd -(c3 -f3 ad' 3 cd + 3 cd +• d 3 a3 c 3
a c c3 2.° residuo * +3 ad * +6acd * + 3 a d*+ 3 cd + 3 ctf+ d* 3 ad 6 acd Sad
Zcd—Scd'—d' Essendo il polinomio già ordinato per rapporto ad cominciamo ad
operare come nel caso precedente. Estratta la radice cubica dal pi uno termine,
abbiamo a; fattone il cubo, e sottrattolo al solito, abbiamo il primo residuo.
Preso ora come divisore il triplo del quadrato di ? 0100 3 abbiamo il secondo
termine della radice + c. Fatti i due piodotti 3 eie, 3ca, ed il cubo c3, li
sottriamo, ed otteniamo il secondo residuo. Assunto adesso per secondo divisore
il triplo del quadrato ( i a abbiamo alla radice -fd. Fatti i soliti prodotti,
cioè (3 a + G aC - f 3c2) d, 3 d~ [a -fc), ed il cubo cP, li sottriamo; ed
osservando che non si ha verun residuo, conchiudiamo che a -fc -fd è la radice
cubica del dato polinomio; la quale noi abbiamo evidentemente ottenuta
eseguendo le operazioni inverse di quelle che si fanno per innalzare un
trinomio alla terza potenza. Osservazione. Sarebbe facile stabilire dei metodi
per estrarre la radice dei gradi superiori al terzo da qualunque polinomio che
fosse potenza perfetta del grado dato ; e ciò dietro la semplice avvertenza,
che per estrarre la radice basta eseguire le operazioni inverse di quelle colle
quali si ottiene l’ innalzamento a potenza, le leggi del quale sono già note.
Questi metodi non hanno altra difficoltà che la lunghezza dei calcoli ? e in
pratica non sono quasi di nessun uso. Però, senza cercare oltre, si possono
estrarre alcune radici di gradi superiori nel modo che abbiamo usato finora.
Così per estrarre la (/ basta estrarre due volte la radice seconda dal dato
polinomio, giacché p. e. (a + bf =: (. KOMAGWOSI wvertimento Questi Opuscoli
medili., coi qua [I si compie il preseti te Ycdunrc, avrchhi'ro dovuto andare
uniLi agli alivi che si leggono dalla pagina 469 alla '44, se Q1 momento della
stampa di questi ne avessi avuto notizia, ed agio di pTouij farmeli* 11
lettore, die sa quanto sia difficile cosa raccogliere ed ordinare scritti
inediti, tollererà questo lieve sconcio* 1 paragrafi sono pru> nunu reti in
seguito all'ultimo degli Opuscoli edili, COL Or. Ilo alla denominazione di
leggi dell' umilila perfettibilità io contèndo lauto lg leggi di «paolo quelle
di dovere. t) 602, Per leggi di fatto io intendo li modo connine e naturale cui
quale gli uomini in generale, ossia meglio le unzioni procedono cello sviluppo
del loro spirito relativamente alle scienze, alle arti ed ai costami; ossia il
costume dalle nazioni tenuto, o che pur anche terrebbero e terranno sèmpre
tanto nelle invenzioni, quanto nell’ addottrinamento o nella civilizza e io ne*
G, G03, Per leggi di dovere io intendo generalmente tutto quello che le nazioni
far dorrebbero, non tanto per Scoprire il vero, sia speculativo, sia
interessante, ed evitare l’errore; quanto per ottenere di farlo nel modo pii!
breve e più facile, e col maggior frullo e durala possibile. g GOL Ogni legge
di fitto, qualunque siasi, altro essere non può elio ui/risnltalo dei rapporti
che legano le cose fra di loro. Questo risultalo, che, a parlar propriamente,
non è die un effetto, non potrà ma! essere conosciuto a dovere, se non si conosceranno
convenientemente 1 rapporti e le forze delle cagioni che lo producono. È dunque
&’ uopo il conoscere le forze ed i rapporti dello spirito umano, lauto per
assegnare la ragione di quello che fa, quanto in parie per additare la regola
ilt quello clic far deve e dovrebbe rispettivamente alle scienze ed alle arti.
Come infatti potreste voi esattamente assegnare le leggi di fallo colle quali
scorre un fiume, e quelle colle quali farle lo potrebbe dirigere, se prima nou
conosceste le leggi fondamentali e le forze della gravitazione e
dell’equilibrio dell’ acqua tanto in istalo di quiete . quante in istato tii
ruoto? Da qui adunque nafica !a necessità di ricercare e di fissare,,,JU!iUl° “
P“6» (iudI° cL° Ptó fare l’uomo tanto iu fctralLo,, manta 0Gcret0‘ Per apporto
die scienze ed alle arti» dof' ' ÌJ ^ ^ 1 ^elerm‘Qtlre questa potenza conviene
conoscerne fiuÌ y ' | P estensione* Tutto questo non si può ottenere eoo ve 5lj
p . ll t &amr: dei reali primitivi, e seuza commentali], Oueiti* qua i qui
Ji contempliamo 5 costituiscono Io stato fonda me ala k ^ Dm#° C°r^ °ggeUÌ
tutti dello scibile* t dunque mestieri spingere le j', cucili tino a questo
punto estremo * o, a dir meglio, è cosa lui sa bile incominciare Ja qticy t0
punto, per procedere a detcrmi..." ~_J '* ài potenza e dì é&mm
ddl'utnana perfeìfjiiitóf / 11 uili cosi dei lumi fondamentali, e chiamando ad
esame d inthia la storia eogaìia del geuere umano . uoi potremo assegnare r
ndurre a certe determinate leggi generali e costanti Ai fatto \\ costamitui liL
intellettuale delle nazioni nei loro processi rapporto alle -cieuze ed ^ alle
arti: o, a dir meglio, potremo scoprire queste leggi di (UtQ) so esistono. À
vicenda poi da quello eli’ è avvenuto costantemente in circostanze -simili
potremo trarre la conferma delie cagioni che ne addurremo, e della teoria clic
ne risulterà» y Gli 8, Cosi si vedranno Io cagioni delle verità e degli errori
5 dei ritardo e deilfpceleramenlo della coltura, do ll’au mento e delia
decadenza -,lL i si giungerà ad uu risultato forse non mai osservalo linea qui:
qual e. che tanto gli errori tutti umani, ossia la false opinioni; quante il
mal gusto e la depravazione delle arti, hanno leggi cosi reali o costanti, come
le venta ossia come I giudizi! veri, e come il bello e buon gusto: e chti gli
uni e gli altri, e piuttosto tali che tali altri* sono fruiti di stagione. t)
G09. Dal hu qui detto pertanto sì può indovinare die tre sono le gieiudi parti
di quest* Opera, oltre la parte preliminare sui fondamenti delle scienze e ddle
arti. b CIO. Nella prima tracciar si deve la storia filosofico dello sviluppo
della perfettibilità delle nazioni, per feci) prime le leggi naturali indecliu
a bili e generali Ai fatto in tutti i periodi del di le! sviluppo. OH. Nella
seconda è mestieri assegnare quello che le nazioni possono lare, a norma delle
forze e delle leggi con cui agisce necessariamente lo Spinto umano, per
procedere oltre nelle scienze e nelle arti. 01 2. Nella terza poi. die è il
vero scopo (kit’ Opera, si dovranno prescrivere le leggi normali per le nazioni
e per gl’individui, «ode 0 Renerei progressi delle scienze e delle a rii nel
modo più ideilo e [dii fet* e col maggior frutto possibile. -. 1/i2£) Giova per
altro aver presente, che siccome quello che Tuomo fa e deve lare non può eccedere,
quello ch'egli può fare ; e quello ch 'egli può fare in alto pratico non è
sempre quello die fare potrebbe assolutamente i cosi questa parte, concernente
la potenza dello spirito umano, è suscettibile di diverse trattazioni, ed entra
necessariamente come un ingrediente attivo nelle altre due parli. Nella prima,
per dar ragione dei fenomeni dello spirito umano nei diversi periodi della
perfetti hi lìti sviluppantesi, nella terza, per determinare il modo ed i
confini dei doveri intellettuali sotto la direzione del buon metodo tanto nell'
invenzione, q uan lo n Ìli ? istruzion O., Ciò non pertanto non vengono cosi
assorbite le considera** zio ai risanar danti la potenza dello spirito umano
nello mentovate due parti, che uou rimanga ancora tutto intiero l'oggetto a
trattare separa la niente. Imperocché là dove viene In acconcio per determinare
il latto dei fenomeni e delle vicende dello spìrito umano, so ne osservano
piuttosto gli effetti in ragione composta dì certe determinate circostanze .
clic E intrinseca assoluta estensione od energia della potenza medesima* Là poi
dove essa si considera rapporto al dovere, viene piuttosto fatta un’
applicazione ed un uso pratico di essa, anziché il ritratto, dirò così, della
di lei personale e propria entità, e della sfera assoluta della di lei energia*
Gl 5. Ciò premesso, sì fa ornai luogo ad esporre e ad intendere tnl La
l’orditura dell5 Opera ch'io progetto, o, a dir meglio, che ho progettato:
avvegnaché mi sarebbe stato impossibile formare il piano di un’Opera nuova come
questa, se dapprima non avessi almeno all'inda grosso scoperto lo parti che
deve contenere, e il nesso che queste parli debbono avere, e le ragioni della
loro esistenza o dolio loro connessioni. Piano ragionato della parte pud ini in
are, ossia del Trattalo dei fondamenti * G. Gl G. Pinna di Lutto deve
precedere, come ho già accennalo, la esposizioue dello stato naturale e reale
dell’ uomo cogli oggetti dello scibile, cui anche Ito definito* Quante coso
deve comprendere questa trattazione preliminare 1 con quanta antiveggenza ne
debbono essere raccolti i pezzi! con quale economia irascel li e trattali! cou
quanta solidità assicurati! cou quanta chiarezza cd ordine esposti! Questi
pezzi quali sono? È chiaro ch’essi debbono essere tali, che dopo averli ottenuti
uou debbasi più ricercare la dimostrazione della loro verità. Quindi o che
eglino debbano inchiudere in loro medesimi la certezza, oppure che debbano
essere dedotti in guisa, che con irresistibile evidenza si senta o che non ne
può essere addotta dimostrazione alcuna, o eh essi s’appoggiano davvicino ad
una base che esclude ogni ulteriore inchiesta. Gl 8. Dunque o ch’eglino debbano
involgere nella loro enunciazione il seguente concetto; cioè io sento, e sento
in questa maniera ; ossia meglio: ogni uomo sente in questa maniera, senza
abbisognare di altra deduzione. Oppure che da questo latto primitivo, e non
suscettibile di raziocinio, ma solo di esperienza, debbano procedere tutte le
viciue coucbiusioni d una necessaria ignoranza o d’una irresistibile certezza.
Dunque questo Trattato preliminare sullo stato naturale dell’uomo cogli oggetti
dello scibile non deve racchiudere se uou che o mere esperienze sentimentali
notorie ed incontroverse, oppure conchiusioni evidentemente dedotte e
dimostrate dai puri rapporti di queste stesse esperienze. E però tali
conchiusioni non debbono inchiudere nei loro elementi o involgere nei loro
supposti relazione alcuna a veruno stato particolare di fatto o reale o
ipotetico delle nazioni. G19. Non credo ciò non ostante che sia mestieri il
fare una storia completa dell’intimo senso, la quale rassomiglierebbe
assaissimo ad una Psicologia sperimentale; come dall’altra parte non credo
nemmeno di dover sorpassare totalmente certi oggetti che sono di quella sfera,
e passare di salto a trattare direttamente l’argomento dell’Opera. Quindi io
avviso essere necessario fra questi due estremi lo scegliere certi punti che
hanuo un’influenza universale in tutto il progresso dell’Opera; e ciò vieppiù
perchè fino al dì d’oggi, per quanto è a me noto, alcuni non sono stati nè con
bastante accuratezza snocciolati, nè colla dovuta forza compiovati, ed altri
non furono per anche scoperti. G20. Questo partito, nell’alto che ci fornirà
preventivamente eh ccili lumi necessairi a guidarci e ad assicurarci della
certezza di quello che dovremo in progresso osservare, ci farà eziandio evitare
nel corso dell’Opera lunghi episodii, i quali se da una parte si rendessero
necessari* a dimostrare la verità di certi risultati che resterebbero privi di
certezza, dall’altra parte però colà situati riescirebbero d’imbarazzo al corso
spedito e strettamente collegato delle deduzioni. Questo inconveniente sarebbe
certamente effetto di mancanza di quell’ordine, mercé il 9liale convicn porre
lo cose al loro luogo. Le altro osservazioni di esperienza sentimentale poi, le
quali Li questi preliminari non prendiamo in considerazione, farse cadranno in
acconcio nel progresso delf Opera,. e sarà allora opportuno far presunte il
tenore ora delle ime ora delle altro, appunto perchè se ne sentirà il bisogno;,
ma ciò far si potrà senza disordine, perde oltre 1’ evilare vane e sconcio
ripetizioni, sì produrrà assai meglio la persuasione merce il ravvici nani culo
delle cagioni ai loro effetti, dei principi! alle loro conseguenze, senza che
ciò ne possa costringere ad inopportune digressioni per provare i principi!
medesimi, essendo essi di quelli, cui basta d essere rammentati pur essere
dimostrati, g 022. Dal [in qui licito adunque risulta, de in questo Trattato
dei fondamenti : 1+° Non debbono essere esposti quei dati primitivi,
concernenti lo stato naturale e reale dell' uomo cogli oggetti dello scibile, i
quali siano d' un'assoluta notorietà, o, pome sì suol dite, per se evidenti,
essendo più acconciodi farli presenti nelle parti interiori dell1 Opera, quando
l’uopo 10 richiederà-: ma solamente occupar ci dobbiamo di quelli che
abbisognano di dimostrazione* 2. ° àia nemmeno lutti quelli che in questa sfera
abbisognano di dimostrazione debbono entrare in quesito Trattato, ma solamente
quelli che per il progresso delle nostre ricerche divengono di uso universale,
Che debbono essere dimostrali in guisa, che veggausr appoggiati sciiz
'ambiguità ai fatti evidenti primitivi e sperimentali dell'intimo senso, 4*°
©he la loro trattazione non dev'essere protratta in guisa, che sTiiuoIlriuo
nelle partì interiori dell’Opera, ma bensì che debbano ad esse parti trovarsi
così vicini, che se ne possa far uso senza trattenersi in uno svolgimento
preparatorio per tessere la dimostrazione dell’assunto attuale. E però debbono
essere per maniera preparati, che con uno dei loro estremi tocchino il confine
insormontàbile e primitivo della sperieuza sculi mentale 5 è coll'altro estremo
giungano ad occupare, dirò così, 11 vestibolo ossia il confine delle materie
proprie di quest' Opera, il di cui campo almeno in generale è stato aulici
palarne □ te determinalo. lu questo modo è chiaro che per una parte l’Opera
intiera riuscir dovrebbe a guisa d' una grande catena, i di cui anelli tulLi
appoggiano sopra un punto Turni inconcussa solidità: e dalbaliva parte ì pezzi
integranti non solamente sarebbero allogali a dovere, ma inoltre dilatati e (se
mi e lecito il dirlo) impinguati in guisa, on d'esse re scambievolmente tu un
giusto avvici □amento, anzi in un contatto logico, per cui produrre la facilità
e la certezza tanto in me, quanto in ogni altro sensato leggitore. Si è detto
di sopra, che non tutte le primitive nozioni, che per se stesse abbisognassero
di dimostrazione o di sviluppo, debbono aver parte in questo nostro Trattato
dei fondamenti, ma solamente quelle che iu progresso ncscouo d’uu uso
universale. Ora come faremo noi a disceverile dalle altre, onde lame la scelta,
e sottoporle alla nostra meditazione? . Qui ci è d’uopo d’uu colpo d’occhio,
che almeno ci faccia pievedere ad un tratto la sfera d’influenza di questi
fondamenti in tutta la macchiua che abbiamo divisato di fabbricare. 625. Esiste
egli per avventura un punto centrale di vista, che ci possa guidare a questa
scelta? Se esiste, egli pare che dovrebbe essere 1 idea universale stessa delia
scienza, dello scopo di lei, e del modo cou cui 1 acquistiamo o la possiamo
acquistare. 626. Analizzando diffatti la nozione medesima della scienza, noi vi
scopriamo tautosto due grandi parti: la prima riguarda i dati primi, i quali
nel soggetto universale dello scibile non sono che fattizia seconda riguarda il
ragionamento che sui fatti medesimi si va tessendo. Così la cognizione dei
primi appellar si potrebbe la erudizione, o la storia, o i materiali, o i dati
della scienza. La cognizione poi, o, a dir meglio, 1’uso del secondo appellar
si dovrebbe l’esercizio dell’attenzione umana sopra dei fondamenti, a fine di
scoprire il vero di qualsiasi genere. La prima parte diffatti corrisponde alla
sensazione, all’esperienza, all’osservazione; la seconda corrisponde alla
riflessione, al raziocinio, alla teoria. 627. Per quello poi che concerne ai
mezzi coi quali acquistiamo o acquistar possiamo la cognizione dei fatti, non
ve n’ha che di due maniere; vale a dire o per propria esperienza, o per altrui
tradizione, la quale deriva appunto in ultima analisi dall’esperienza fatta da
altri. Di queste diremo qui sotto. Ora torniamo a contemplare la scienza in sè
stessa, cioè facendo astrazione dal modo col quale l’acquistiamo. 628. In ogni
scienza, e principalmente in quelle che hanno pei °noetto di conoscere lo stato
delle cose, due sono gli argomenti precipui delle umane ricerche, il di cui uso
è universale; cioè: L Le qualità e circostanze costituenti l’entità, sia reale,
sia fittizia, delle cose di fatto ^ o siano permanenti, o transitorie, o
assolute, o relative, ec. ; lo che appellasi anche stato o tenore d’una cosa.
2. Le derivazioni delle cose medesime ; lo che riguarda la cognizione tanto
delle cagioni loro, quanto del modo col quale le cagioni operano nel produrre
questi loro effetti. 629. Nel nostro Trattato adunque dei fondamenti è mestieri
in primo luogo trascegliere quei dati primitivi abbisognanti di dimostrazione.
i quali Laudo una relazione necessaria ed universale eolia cognizione vera e
certa tanto del tenore quanto delle derivazioni degli oggetti Lutti di fatto
fondamentale dello scibile* | fi 3 03 1 . Ma il cercare del tenore e della
derivazione d'uua cosa presuppone resistenza della qualità e delle cagioni, e
per ciò stesso T esìste u za reale della cosa medesima* Ora o queste ricerche
versano sulla propria nostra persona, o sono rivolte ad altri esteriori
oggetti. Sulla ventai e sulla certezza della nostra propria esistenza, e di
tutto quello che uni sentiamo, non è necessario far parola; ma rapporto alle
cose esterne con è più lo stèsso, 032. Altro è la certezza del sentimento d’uua
cosa, altro la certezza della dì lei realità, Da prima è un fatto di
esperienza^ ma la seconda ine! linde un giudizio, mercè il quale affermiamo
resistenza reale d’uua cosa fuori di noi, cagione del sentimento che ne
abbiamo, od almeno corri^ ponderi te a lui. Questa esistenza è un fatto posto
fuori di noi, e però non può involgere nel suo concetto un evidente e
sperimentale sentimento di verità- 033, Di più, anche supposta resistenza reale
d’uua cosa qualunque, altro è la certezza di sentire un impressione di lei, ed
altro è che noi possiamo assicurare che a queste impressioni diverse veramente
corrispondano negli oggetti altrettante qualità a modi reali. La ragione è la
medesima che per f articolo dell’esistenza. Ma anche supposta ls esistenza
reale di queste diverse qualità o modi reali corrispondenti, altro è la
certezza di sentire le tali e le tali, ed altro è che noi le sentiamo, ossia le
conosciamo o le possiamo conoscere tutte. Per la ragione medesima sovra recata
questo punto c vieppiù complicato. g (335. Anzi tari Lo è lungi eh a quegli
articoli possano essere certamente decisi mercè d’uua sola occhiata di senso
comune, quanto più 6 certo ch’ossi tutti sono ancora, dalla nascita della greca
filosofia in qua, soga disputa. Nò si può dire che questa sia una petulanza di
alcuni inTom. o visionarli o temerarii. benché si opponga al consenso, dirò
cosi, (li tutto il genere umano, mentre da alcuni stimabili pensatori moderni.
Con tutto questo però ben volentieri io mi esimerei dall’aggi1Jrmi su questo
orlo estremo del mondo intellettuale, se fare il potessi senza ledere gl
interessi della verità: o, a dir meglio, se questo punto non avesse un influsso
decisivo sopra molte cose di cui debbo trattare in piogresso. lo non parlo
della certezza o della incertezza fondamentale di tutta quella parte dello
scibile che riguarda l’universo intiero. La questione tutta sarebbe, se la
realità di tutto quello ch’esiste fuori di noi si debba riguardare come
ipotesi, o come verità: se avrebbesi altro da ricercare. o da decidere. Io
parlo dell’influenza sopra molte regole di pratica nelle scienze derivanti
dalla decisione di questi articoli. E per verità, benché sembri chiaro che in
qualunque ipotesi la convenienza e la discouveuieuza delle idee, la loro forma
di astratte, di generali ec., e tutte le deduzioni ed i sistemi di riflessione,
in conseguenza della semplice forma o numero delle idee medesime, e di tutti i
loro rapporti che ne derivano, possano avere una verità, una certezza, anzi un
evidenza incontrastabile, anche riguardando l’universo tutto come un fenomeno
puramente ideale; e che però quelle che dai nostri secchi denomiuaronsi verità
subbiettive non soffrano alcuna scossa dal1 incertezza di questo punto:
tuttavia se ci volgiamo a quella classe di idee che riguardano la potenza o
l’impotenza, il possibile o l’impossibile reale, le cagioni o gli effetti, le
origini, le successioni, e fin anche a tutta la fondamentale sfera
dell’ontologia; non possiamo più trovare questa indifferenza nella decisione
dei mentovati articoli, come appunto vedremo nel progresso di quest’Opera. Ora
quante cose ne derivano dall’uno o dall’altro partito? Apprezzare giusta il
loro valore vero le idee tutte ontologiche, sulle quali riposano tante
fabbriche anche importanti di valentissimi pensatori, ed assegnare indi l’uso
logico che far se ne può; valutare non solo l’intrinseco, ma il progettatolo di
tutte le cosmogonie, sulle quali gli uomini dall’ infanzia della ragione in qua
si sono preso diletto di occuparsi; dar retta o rigettare certe generali
quistioni sui pnncipn motori, e su quello che può o non può fare la natura;
avere od essere privi di una parte almeno delle osservazioni sulla ignoranza
necessaria o sulla scienza ottenibile, e quindi una fonte di precetti sulla
moderazione dell’umano ingegno, per non disperdere la sua attività in fru ii
straripi ricerche, ed occuparsi delle fruttìfere: deciderà se esista o nou
esista un punto dì vista nel tare d vero albero enciclopedico di cui tuttavia
manchiamo, nude inserire od escludere dal corpo delle scienze certi oggetti per
eccitare gli uomini ad occuparsene, o per rilegarli nella storia del fenomeni,
o, a dir meglio, delle aberrazioni della mente umana: tutte queste ed a II
rettali cose interessar debbono certamente il filosofo che si occupa delle
leggi di fatto, di potenza c di dovere dell’umana per fruibilità rapporto alle
scienze ed alle arti. Ora questi sono oggetti, sui quali, a mio credere, non si
potrà mai prendere un parlilo decisivo, se prima non si decidano i tre artìcoli
sopra mentovati, e se rie deducano i conseguenti corolla ni. 638. Ecco perchè
io mi sono determinato a farli entrare nel trattato dei fondamenti dclf Opera
da me divisata, addicendone appunto una mia soluzione dedotta dai principi!
primi di ragione 5 comuni ed incontroversi tanto all’ idealista che al
pirronista, e dai quali anche la parte interna della celebre ipotesi deira
emonia prestabilitasi dimostra assurda; senza per altro convenire uè’ mici
risultali coi filosofi del contrario partito, no cogli altri in generale in
quello che concerne la cognizione della realità. Qui si sente che in dovrò
spingere le ricerche verso i risultali, ed in questi cercare lo scopo comune a
tutte le scienze, cioè 1 unità e i di lei fondamenti. E siccome essa ha per i
scopo m questi oggetti la rea-* litù. ; quindi la verità, di cui qui trattar si
deve, è quella che denominasi di sensazione^ ossia, come i nostri antenati I
Spellarono, verità obbiettivù.: perciò con verrà mmi definirla e valutarla, per
potere da questo lato apprezzare lo scibile intiero. Ma prima di lutto sarà
mestieri raffigurare e valutare la verità in genere, che abbraccia tanto questa
specie, quanto l’altra detta di riflessione^ ossia verità mbhiettiva^ cosi
dagli scolastici appellata, ed al lume di un senso più semplice fissarne
l’idea. 5 640. Scarsa, io lo confesso, è la luce di chiarezza che iu cotanta
profondità può rispondere sopra questi argomenti, e l’aspetto loro non è punto
fatto per piacere: solo può interessare per la relazione alla solidilà ed
all’economia di quello che viene in progresso. Ciò nou ostante io mi studierò
di raddoppiare il lume, pei' quanto sarà da me. Cosi mi lusingo che arii
intendenti non riuscirà discaro di aggirarsi meco entro questi ullìmi fondarne
ululi recessi di tutto lo scibile umano. Cosi un abile architetto, ohe brama
istruirsi in tulle le parti del T arte sua, nou si contenta solamente di
visitare, come fanno I viaggiatori di diletto, le parti esposte di un vasto e
ardilo edificio: ma affrontando l’incomodo d’ incontrare : oscuri! ìu umidità*
ed un camminar chino, discendendo por 1 ungo ordine df anguslc, disagevoli ed
oscure scale, si porla a ricercare tutto il sotterraneo. dove ie basse voile, i
frequenti rei enormi colonualt, ì rozzi muri, 1 apparente disordine ve la
mancanza della dilettevole simmetria punto 11 0 ^ rd m Unno 5 ed anzi lo scorge
inevitabili, e le approva rii buon grado, piucfji? giunga a scoprire con quale
-artificio le parti nobili c magnifiche di tu [lo l edificio superile vengano
so s te ri u te, onde recare ai risguard Liuti quell imponente meraviglia che
risvegliano, e possa cosi trarre una nuova regola del come le leggi della gre
viti si possano far cospirare alla maggiore magnificenza, senza nuocere alla
maggiore solidità. bàL Dopo la Irati azione di questi putiti fondamentali,
quali alili ulrar fieli trono !□ questo trattato preliminare? liti solo momento
di attenzione sulla prima parte della scienza ci rende avvertiti che la
cogni^oujr ri, die qualità e delle eircosla uzr dei falli sia apparenlc . sia
reale, uni versai metile necessaria per le scienze e per le nrli Lulle* Ibi 2.
fo in questi preliminari non mi d'-M io occupare specialmeflta di quello che
far debbono o possono o fanno le nazioni per acquistare la pui vera e la pia
completa cognizione del tenore dei falLi che servono singolarmente a certi rami
di scienza ; ma bensì debbo primimmÉiito indagare se, prima di trattare di quello
dtp riguarda l'ininuscco dei falli m genere, sia necessario assicurare qualche
alito principio primitivo di ragione, onde procedere poi speditamente e con
solidità alfa trattazione loro intrinseca. Ora esaminando i mezzi coi quali
Lauto le nazioni quanto i privati acquistanti od acquistar possono cognizione
del tenore deifatli. Li lì mezzi, come si è già delio, si riducono a due; e
questi sono^ l'La propria speriti nza, la quale produce la scienza propria (lei
lalti, e che ^guardasi anche come la più certa, 2." V informazione o
relazione o tradizione altrui. Questa in luogo della scienza propria produce la
credenza. Essa ha per fondamento r altrui auto ritti 0. 043. Quello che pensar
si deve intorno ai fondamenti della certezza della propria spene nz a ci viene
appunto som ministra lo dai risu Ila li sogli auledi espressi di sopra. Ma cosa
pensar si deve intorno al fonda menb della credenza? Questione importante e
d’un uso universale* weulie non si troverà quasi scienza alcuna risanar dante
tanto 1* ordine fisico, tpumlo (') To w Ja™ ajll^e la imita vcrìrà bqjfrrlantc,
e ili un Oso prati*0 Fr Jc *lal]j Ài lei ^eutra^kjnr t ossia dui modi, eoo
bcÌvivic c per Ir; urti, cui si l’or cria io noL fluì quale si rileverà una j
i> r J i ne m ora I e, i di cui fatti fon da men tali in in a ss \ tu a pa
ite, pe r gl inventori, per gl’ istruttòri e per gli addottrinali particolari,
non riposino sulla fede alt mi. (j 044. È chiaro per r alita parte * die nell’
arte £&' verificare i fatti, speda tenie del genere dei fmraitòm, consiste
appunto quello che far debbono gli uomini per ottenere quella maggiore certezza
che è possibile. Ma quest’arte suppone un fondamento primitivo teoretico e
naturale 5 giustificante nell'uomo dissenso alEasserrione altrui: In ima
parola, suppone in natura una base di fatto solida della credenza. Di questa
base non è certamente acconcio il trattare là dove si deve solamente parlare di
quello die deve e può far I' uomo per verificare criticamente i fatti. 645.
D'altronde non tanto di queste regole critiche sarebbe vano Posare in qualsiasi
argomento* quanto sarebbe anche impossibile aJPuomo il trovare verno fondamento
di certezza autorizzante la credenza specialmente dei falli passaggcri.se prima
non esistesse in natura un principio di ragione ceri amen Le dimostrabile, che
almeno, poste certe condizioni. 1T asserzióne a Unii si può riguardare come
certa* ossia che esista la veracità; e che. poste certe circostanze, affermare
si deve che essa viene fedelmente osservata. Questa mia proposizione non può
soffrii controversia, Dilla Ili. posto dall’un cauto E nomo privo della notizia
intuitiva dei fatti; e posto dalla Uro questo stesso uomo, che non può entrare
tietl* interno del suo slmile per vedere se i fatti siano veramente stati da
lui veduti e sperimentati in genere, e come lo siano; e però se hi di lui
esposizione corrispónda alla di lui esperienza* e la di lui esperienza sia
stata fatta a dovere: c troppo evidènte che se per un altro proprio principiò
di ragione non esistesse un fondamento di credibilità, la nostra fede sarebbe
per lo meno sempre precaria, o« a dir meglio, sarebbe avventurata ad un
sentimento di un ragionevole perpetuo dubbio. Gi 6. È dunque mestieri in questa
parte preliminare dei fondamenti E esporre colla dovala forza e chiarezza questo
princìpio ; ìocchè è tanto più necessario, quanto meno i pensatori si sono
occupati di lui. Così il trattato su di questo argoménto, inserito nei nostri
preliminari, dovrà liuire là dove appunto gli altri trattati di crìtica
incornili ciano. g 547, \on debbo per altro ammettere un* avvertenza. L* arte
di osservare riguarda i falli che cadono sotto alla propria esperienza : 1*
arte critica propriamente delta versa intorno ai fatti conoscimi per altrui
Iradi rio ne. Ora qui si presenta un' importante riflessione, V arte di
osservare ha pei: oggetto di verificare la realtà delia cosa stessa: por lo
eouk.irìo {'urta critica non ha altro scopo, clm di verificare la verità della
testimonianza. Ma se l’aulor primo della tradizione non può avere notizia del latto
che mercè la propria sperieuza; dunque X arte di osservare e tanto necessaria a
lui per iscoprire e quindi esprimere tutta la verità, e per non prendere
abbaglio, e quindi trarre in inganno anche altri, quanto è necessaria a
qualunque altro che osserva per solo proprio conto il tenore dei fatti medesimi
(«). G-48. Ciò stante, se contro la verità e la certezza dell 'esperienza
propria può sorgere il conllitto degli errori di una osservazione mal eseguita,
contro la verità e la certezza della credenza possono militare tanto questi
errori di osservazione, quanto la menzogna avvertita. Là abbiamo la sola nostra
testa a dirigere ; qui abbiamo la testa e il cuore altrui da esplorare e da
valutare. G49. Da ciò ne nasce, che prima dei canoni critici propriamente detti
conviene aver notizia dell 'arte di osservare, ed esporre le regole, onde
trarne indi per l 'arte critica una seconda sorgente delle di lei regole, qual
è quella che concerne l’accuratezza dell’ osservazione fatta dall’autoie della
tradizione nel rilevare il tenore dei fatti notificati. Amendue queste arti, in
quanto vengono specificate (e conviene anche farlo), appartengono a quella
parte dell’ Opera, dove si tratta di quello che debbono fare le nazioni per il
progresso delle scienze e delle arti. Quindi a questa parte preliminare non
riserveremo se non le cose generali, e la ricerca se veramente e certamente
nella natura dell’uomo esista una forza impellente ad osservare i fatti in
geuerale, e quali ne siano le leggi, e quali finalmente i risultati di
cognizioni che ne possono derivare per la cognizione del vero completo tenore
dei fatti. G50. Ottenuti questi schiarimenti, ci sarà facile in progresso,
esaminando lo stato non solo degli uomini particolari, ma delle nazioni
medesime, e ponendo mente alle circostanze operanti o ordinatamente, 0
disordinatamente, o per eccesso, 0 per difetto, o per giusta proporzione sulla
loro attenzione, e calcolando lo stato reale delle cose e delle persone
medesime, ci sarà, dissi, facile il trarne una moltitudine di risultati non
Tutti 1 primarii precetti per gli storici primitivi, sia dei falli della
natura, sia dei latti umani, derivano da queste basi. Dopo manca solo additare
l'arte di esporre in quanto all’ordine ed allo stile. La storia primitiva altro
non può essere che un sussidio all’osservazione sperimentale dei fatti per un
ente come l’uorno, che non vederli tutti in un medesimo istante, nè 2re in
luoghi diversi, nè occuparsi nel Jgliere simultaneamente i fatti, e làbbriun
sistema. ( fucilo adunque che deve dirsi dell os zione, con maggior ragione dir
si deve storia, dove un muto foglio deve pone BELLE LEGGI DELL’UMANA
PERFETTIBILITÀ’. 1 5L5L» solo concernenti la critica dei fatti, ma eziandio
riguardanti gli oggetti di tutte e tre le parti dell’Opera che progettiamo.
Diffalti tutta iutiera l’arte eli ragionare in tutte le scienze possibili:
tutta 1 educazione concernente lo spirito, tanto per le scienze quanto per le
arti; tutte le risorse e gli eccitamenti per isvegliare ed estendere i lumi ed
il gusto; cosa altro sono veramente, che impulsi, soccorsi, direzioni date all’
umana attenzione (>)? Cosa sono inoltre tutti gli errori, se non che effetti
immediati d’una mal esercitata attenzione ? A cosa si riducono infine in
massima parte i poteri degli uomini e delle nazioni per inoltrarsi nelle
scienze e nelle arti, se non che a quello dell’ attenzione? . Cercare adunque
dell’esistenza, dell’indole, delle leggi di jatto sperimentali e naturali di
questa facoltà umana ; dimostrare solidamente c distinguere accuratamente i
risultati, dev’essere uu oggetto precipuo di questa parte preliminare della mia
Opera concernente lo stato naturale dell’ uomo con tutti gli oggetti dello
scibile e del praticabile. . L’importanza di quest’oggetto viene tanto più
sentita, quanto più è manifesto che l’opera della perfettibilità dello spirilo
umano anche in fatto riducesi in sostanza all’esercizio attenzione. Esame
fatto, si giunge al grande ed unico risultato che spiega la legge suprema di
fatto, cioè che il principio attivo dell’ umana perfettibilità è l’ attenzione.
. Ma analizzando le leggi dell’ attenzione, noi ci troviamo necessariamente
condotti a parlare degli effetti che ne derivano. Quindi le astrazioni, le idee
generali, i raziocinii, le teorie divengono oggetto delle nostre ricerche.
L’ordine stesso delle cose altronde ci guida a questo punto, 654.Proseguiamo, e
proseguiamo con ordine. Qual è il punto di prospettiva, sotto del quale
rimiriamo noi ora lo scibile? Egli è pari a quello col quale contempleremmo
l’aspetto della terra in un planisferi, nel quale tutte le masse fossero poste
giusta le loro proporzionate dimensioni: oppure egli è pari a quello, sotto del
quale vedremmo l’orbe lunare in vicinanza di alcune centinaja di leghe. 655.
Tutto sta sotto il nostro sguardo, e nulla veggiamo d’ individuale. Solo le
grandi masse rendonsi visibili; ma tutto vi è confuso, duello che ne otteniamo
non è che la universalità del complesso e le «randi differenze. Conviene qui
adunque insistere per determinare gir ometti ch’fentrar debbono nei fondamenti.
(t) Sarà bene il vedere un’Opera d’uno superflua reudizioue ha studiato di
provare Spaglinolo, il uguale con uua vastissima ma questo punto rapporto ix\Y
educazione. Egli è vero die per l'utilità delle scien» e delle arti conviene
discendere da qu«ti punti di vista rotante elevali, ed approdi mar si agU ogge
li leali ; e clic queste viste generali non sono di valore, se non sono .1
risii tato piano, socco», c .piasi direi un perfetto compendio delle cose
panico ari analiticamente indagate, paragonate e re capi telate. Ninno più di
me può essere persuaso di questa verità. Ed anzi, per quanto mi verrà concesso
dal tempo e dalle forse, io procurerò. modo più certo, o almeno più ridarò,
onde ottenere sùkiLLi risultati gtujcralb l i ai ti iman. I ai te ddlìcilissimn
di lar uso delle stesse nozioni generali nelle materie concernenti la pratica,
3 Finalmente, nell’ eseguire l’Opera lidio progetto, gradatamente isct ui ni n
dalli piu coiiiuse, vaste eri uniformi viste generali, alle più k LiuU, i faln
iti. . dille renti e particolari * distinti prima i rami principali dello
scibile ungilo, .3 separatili «In quelli che alm-sÌYftmeute furono iV hn,>Ì
tu 1 corpo di lui: Io mi sforzerò «li accennare in ognuno quello die j.Li
tltitbono ^ I i uomini tanto per V invenzione, quanto per f istruzione. Ma cori
tutto questo io persisto tuttavia a sostenere esser ti1 uopo,,mzi isslm.
indispensabile per ora, d'mtrat tener ci in questo punto di viste elevatissimo
. malgrado che noi reggiamo solamente in confuso; e ciò appunto per ottenere di
vedere dappoi tutto distintamente, e trarne valevoli sussìdi! per la verità,, e
per il più completo progresso delle scienze e delle ani. $ bòì. Biffa Ltj le
viste generali e confuse ili assunto precedono Pana[i.m. e ne danno il tema; le
generali, figlie dell’esame, e che io denominili th risultato, la seguono, e ne
somministrano un distinto compendio. Li; prime presentano 1 ulto il campo dell’
osserva dune : le seconde ne ajportano il Irulto. Senza le prime l’analisi non
si potrebbe aggirare con ordine, nè essere avvertito se rimanga tuttavia o no
qualche cosa ad esaminare; e quindi rimarrebbe dubbio se le nozioni generali di
risultalo siano compirle. Senza le seconde non si potrebbe mai avere una
distìnta notizia dello stalo delle cose: e però saremmo soggetti agli errori,
ai pregiudizi!, ed alle teorie azzardale. U seconde adunque alla perfine
debbono coincidere col corpo delle prime, cioè avere la medesima estensione
delle prime, senza averne la confusione o la precarietà. Le prime adunque
assicurano il compimento alfe seconde; le seconde dando il giusto valore e
scòta nmento alle prime. ti.iS. ibi ciò uc vii.ne, ebe delle prime non si può
far uso ohe per preparare le ricerche alla ragione, ma eiasu di esse non è
lecito prònunciare sul vero stalo delle cose ; che l’abuso consiste nel
sostituii le a quelle che debbono risultare dall’analisi. Che all’opposto
incominciare un’analisi senza di quelle, egli c un esporsi al rischio di farla
tumultuariamente, e che il risultato rimanga incompleto; e però tale risultalo
venendo valutato come generale, riesca falso. L’analisi non può che separare le
parli: ma per sè saper non può d’avere il tutto sott occhio, o no. Dunque tali
viste generali sono necessarie, anzi indispensabili nell ìntiaprendere
qualunque lavoro, specialmente là dove il concetto ideale della cosa tiene il
luogo della cosa medesima da analizzare. 659. Se diffatti io abbia solt’ occhio
un animale od una pianta, io assicurare mi posso di averla ben nolomizzata in
tutte le parti, e posso da una in altra procedere ordinatamente, per la ragione
appunto che i miei sensi m’assicurano di tutto il suo complesso. Ma se il
soggetto stesso fosse, come il nostro, per sè astratto e intellettuale, è
evidente che conviene appunto incominciare dal raffigurarlo per una prima vista
nel totale e nelle sue grandi parti, per ass icurarsi di non ommelter nulla, e
di procedere con ordine. 660. Allora l’analisi procede con compiacenza; allora
ne sorgono le buone nozioni generali, che sono la recapitolazione in compendio
dei particolari giudizii rettamente iustituiti. Questo paralello, sebbene
verissimo, è ancor troppo compatto per potere ravvisare lutti i rapporti delle
nozioni venerali tanto di assunto quanto di risultato nelle provincie tutte
dello scibile. Egli basterebbe, se una scienza sola fosse l’ oggetto delle
umane cognizioni. Ma essendo molte le scienze, e le uue essendo più vicine, e
le altre più remote dalla storia pura dei fatti; le une essendo logicamente
anteriori ed autrici, le altre logicamente posteriori e dipendenti; ne viene di
necessaria conseguenza, che le nozioni generali di risultato di una o più
scienze diventano come elementi integranti delle nozioni generali di puro
assunto di altre più complesse e vaste scienze. Allora nasce un nuovo corpo di
nozioni, in cui sebbene le parti, prese individualmente, siano conosciute colla
dovuta distinzione ; tuttavia il complesso unito producendo nuove idee relative
che inchiudono nuovi ed incogniti rapporti. egli è d’uopo sottomettere il corpo
stesso ad analisi; e però tali nozioni speciali, nel loro carattere non di
risultati d’elementi costituenti, osSia come costituenti un tutto, diventano
puri argomenti proposti alla decomposizione intellettuale. 661. Tali sono quasi
tutte le scienze pratiche, ma particolarmente le morali. Se si ponga mente
tanto all’indole delle nozioni che la scienza susseguente prende, dirò così, ad
imprestilo dall’ antecedente, quanto al iT* I ontmc materiale cou cui ri
smjècdouo, sembra a prima vista clic il mygìslero sia sintetico. Ma ciò che
risulta non si verifica. AOiacLè dù avvenisse conterrebbe che le nozioni
generali di risultalo si rivenissero, dirò cesi 3 entro la sola provincia da
coi furono estratte, e cui virtualmente i jppn sentano. Vi i allorché esse vengono
impiegate coll" unione di altre ad una nuova provincia dello scibile >
lungi d’usare Ai una sintesi, altro veramente non si fa che un vero progress©,
cioè un lutavo e piè esteso Um.i non Lini Lo di queste medesimo unzioni, quanto
anche di altre coli cui si accoppiano por formare il tòma di un altra carpo di
scienza piu complessa, djr riveste nuovi caratteri, nuovi rapporti, e che
produce una nuova arte ed altri speciali eiTeltL Ad mira dunque dell* astratta
gcnerstEiia calta quale sì presentano le nozioni particolari dello scienze
successive. che fanno uso dello parti metafisiche d' una scienza anteriore,
tali nozioni non Coflitutseono propriamente la vera metafisica dulia scienza
posteriore, ma unicamente certe parti singolari, e nulla piu. 9 (ibi. Laonde
parlando delle nozioni cldcntrano nel corpo delle scirri* ze pratiche, le quali
sono sempre derivanti dai risultati di fatto dello siala ossia delle qualità e
delle leggi del le cose tutte, egli devi' sempre avvenne die le loro prime
teorie sembrino meta tìsiche, ad onta die rispetti vani tute alla scienza in
cui s impiegano non Io siano veramente. Old. Lcco quello die si verifica nelle
scienze dì Diritto, e pyrlkoja ralènte in quella del Diritto pub Idi co. Esse
lamio uso do ila cognizione dei risultati proprii «lelTaudroiogia, e delle
relazioni fisico-morali degli uomini:; ma nello stesso tempo si occupano a
determinare un sistema sii azioni particolari, di cui esse costituiscono un
corpo dì scienza separato, e die si fonda sulla pura osservazione, dirò così,
storica ed immediata dai fenomeni fisici, morali e misti, che nascono m\Y
ordine di fatto dèli universo. Così affinchè le sue prime nozioni fossero meli
fisiche per I&h cou‘ verrebbe ch'esse esprimessero almeno in generale il
sistema risultante dalla c Olisi de raziono dogli uomini in società, avuto
riguardo al fine eli essi debbono conseguire. Ma nulla di lutto questo avviene,
uò può avvenire, se non che nella ricomposizione progettata, 064. Non si può, è
vero, negare che un vero premesso generale di risultato particolare d’analisi
non avvenga ned dall dì fatto eh7 entrano nulla scienza dd Diritto pubblico, ma
ciò non viene praticato pel caialtere essenzialmente costitutivo della scienza
medesima, ma solamente sopra di un ordine parziale d’ idee del di lei soggetto.
Il di lei carattere esse oziale u costitutivo è propriamente finale e
precettivo, perdi è il caratLi-rr proprio e spedale delle di lei teorie è
quello di addurre luì sistema di foli ^ di azioni 0 di effetti più 0 meno
subordinati al bue generale, u quindi dedurne delle regole per l'arte fisico-
morale di far gli uomini felici, 0 mono infelici che si può, mercé Y azione
pubblica delle società e dei privali, L'ordine adunque graduato dei fai Li dal
generale a! parti coh^e 5 quale fu esposto, è una concomitanza necessaria
bensì, ma che non viola T Indole delf analisi che et impiega per le competenze
proprie della scienza medesima. Periodi è le viste generali proprie delle
scienze proposte, prima dei dettagli analitici, sono nozioni di pura proposta,
ossia di assunto, le quali è d'uopo analizzare, e quindi ricomporre, per
rilevare di effetti in senso unito, GG5. Per le scienze pratiche quindi abbiamo
un punto normale generale ben provato, dì cui non rimano che una felice
applicazione. Quella pertanto che appellasi sintesi presuppone tre altre
operazioni : 1d la preliminare veduta generale e provvisoria dell’ oggetto: %°
la di lui analisi; 3.° \ risul Lati, ossi ano i principi i generali. Da questi
poi si procede all' applicacene, ed il metodo onde farlo costituisce appunto la
sìntesi. iSoa e dunque no di sintesi, uè di prmeipii sintetici, di cui io fa
uso iu questo piano, e di cui intendo prevalermi nell* esporre effettivamente i
fondamenti dell'Opera: alfopposto io mi prefiggo di far uso dai soli fatti
reali e delle cose ben provate, senza ulteriori raggiri Qui poi altro non f0
Gbe preparare il campo alle meditazioni, e dare la ragione degli oggetti che io
(ras colgo Lauto per formare il corpo del soggetto, quanto per preparare i dati
die servano di fondamento. Ma ciò basti per quest' oggetto. Iti tori damo in
sentiero* 5. bbO.. Dopo la notizia dei fatti, e dopo le ricerche sulla certezza
della V fri la loro, sia intrinseca, sia estrinseca, e prescindendo per ora da
ogni s pi : c i Gcazi 0 n e sull a qual i là de i fatti m e desimi, q uà I al
Lro ogge Ito d ’ un a p.iL'l influenza universale e della s Le ssa categoria
dobbiamo noi scegliere, il quale si possa veramente dive clic appartenga ed
anzi che faccia parte dello stato naturale dell' uomo collo scibile intiero, e
che, giusta Le condizioni sovra proposte, debba entrare uelf Opera preliminare
dei fondarne ni 1 ? In conseguenza della cognizione dei fatti, come si è già
osservato, in ugni scienza si formano le deduzioni, ossia il ragionamento^
mercè il quale appunto si fabbrica la scienza medesima. L’oggetto del
ragionameli Lo è la verità. Questa è appunto quella che risulta dai paragoni
moltiplica e di vario genero die fa la mente umana fra le idee che da prima no
ricevette: questi paragoni, eseguila m una maniera, som miai strano la verità;
tessuti in una maniera diversa, producono Y errore. Questa verità*, la quale
nasce da tali operazioni del : ! intendimento, appellasi dt riflessione o di
deduzione, È Lea chiaro djt' i requisiti di questa, come anche che In può
accompa fronre, entrar debbono nella imi Lagone dei fondamenti. Sarà qimtìfi
0pportai*® notar qui un importante risultato di mi caso universale die ne
deriverà ; qual e, che l 'evidenza rigorosamente tale può appartenere a tutu
li: materie dì riflessione^ comunque complesse, ossia a Lulle le scienze, i cui
dati si possano analizzare u paragonare fra loro* 0(jSr Esposto Io scopo, sì fa
passaggio al mezzo, cioè al raziocinio j fenomeno della mente umana, il quale
fa fede così della di lei estrema piccolezza, come della dì lei meravigliosa
industria* Se lo scopo ultimo di lui si ò, come si disse. In cognizione della
verità, è chiaro che il di lui tenore consiste appunto nei paragoni evidenti ed
accurati, recapitatali poi e ristretti nel più piccolo spazio possibile. Lordi
eappunto costituisce lo spirito Ji tutti i metodi possibili utili per F uomo in
ogni ramo dello scibile. ClìO. Ma quante cose debbono procedere prima di potere
upprczzare, fri usta il suo vero valore ed estensione ^ questo magistero della
m etite umana, e prima di assegnarne le natura II ed artificiali leggi di
fatto, di potenza e di dovere ì G7ib Misurare ìa forza comprensiva naturale
stabile, e non mai aumentabile, dello spirito umano relativamente allo stato
reale degli oggetti dello scibile, d'onde nasce appunto h necessità del
raziocinio, delle idee generali, dei metodi, e delle troppo voluminose scienze,
che sarebbero assai più brevi e più piene dì risultati, se 1T uomo rii gambe
cotanto corte non dovesse prima far tanti passi per giungere alle concJiiusiom
; determinare in conseguenza Io leggi dì fatto è di potere di questa forza, per
acquistare la cognizione delle coso; indicare ad un tempo stesso i sussidii
delle facoltà umane, e delle circostanze che di fatta concorrono o concorrer
possono alla più completa e pronta cognizione delle cose: ecco il gran campo
che ci si presenta in questa parte dello stato reale naturale della mente umana
da percorrere, prima d’ indicare le leggi dì doeere dei ragionamento per
servire al progresso dello scienze r dello arti: ài eCco pur anche quello che
per altri ridessi ci con vieti prima meditare, onde prepararti in questa parte
dei fondamenti quelle basi solide, quelle nozioni direttrici, e quelle
connessioni sistematiche 5 senza delle quali r Opera riuscirebbe, a guisa di un
accozzamento fortuito distaccali. pezzi, inutile all intento. , Urti ci sarà
il’ uopo per iiiLro di molta au Li veggi -ir za v rii sur» tnii economìa, si
por non oauueiiei* nulla di quella clic dopo necessario d* aver già preparato,
e si ancora per uou lasciarci trasportare a trascorre^ avanti tempo entro il
campo proprio ridi Opera clic succedo ai pivliminan. E siccome I soggetti della
meditazione cPentrambe le parli ìi anno fra di loro una grandissima affinità;
così sarà bene distinguerli, pur avere avanti agli ocelli tuia chiara norma di
contegno nella trattazione, Perloeliè, hi cominciando da quelle che concernono
la potenza comprensiva dello spirito umano, conviene aver presenti le
considerazioni die segno no. * I;"1 ConSider astone. Ewi nell ordio e
naturale e reale delle cose un confine, il quale, quand'anche ci figurassimo Y
uomo dotato d'una comprensione quanto si vuole più vasLa (03 non sarebbe mai
possibile di olire passare, attesoché ripugna alla natura ed ai rappar.li
naturali della cognizione, ossia alla nozione die della cognizione noi ci
possiamo formare. Per cognizione intendo Y acquisto, il sentimento dell’idea di
qualsiasi «‘osa: per comprensione poi intendo la simultanea. cognizione di cui
ì: capace la mente umana in un solo alto. Tal è didatti anche la forza del
vocabolo comprendere^ che esprime abbracciare tu uno le cose* 673. Da questa
prima considerazione nasce l' idea di. una potenza e rispettiva impotenza
assoluta comprensiva, propria dell’ ente pensante in genere, e che appellar si
potrebbe metafisica. "La potenza abbraccia lutto il campo die sta entro al
confine; Y impotenza principia da questo confine, é si estende a tutto l5
infinito. 677, 2,a Corvsinj; inazione. Contemplato fu omo colla quantità di
forza comprensiva di cui egli è realmente dotato, ma ad un tempo stesso
prescindendo da qualsiasi angustia derivante da esterióri impedimenti, avvi un
confine, oltre il quale ei non può estendere la sua comprensione* De1 e imi uà
ti tali confini* noi avremo tu Ita l’ampiezza della comprensióni; naturale
effettiva dello spirito umano in qualunque possibile sì Inazione, cioè
quand’anche V nomo fosse dotato ili maggior numero di sensi, o se anfdm nc
fosse spoglialo * e che ciò giovar potesse a spiegare la massima di lui
naturale comprensione. Questa d fornisce Y idea d’ una seconda misura di quella
potenza o impotenza. Questa ò tutta propria dello spirito umano: in lei
reggiamo il max unum effeUivù della sfera a cui si può fi) Quésta Ei adori nè
un unite di carmivenati die io usa ài comma modo di penswe, per agevolare, il
punto, di vista che ptcfi'énto* Del resta s parlando filosofiti mente, io non
so so quella tmatonc si possa Iì^ arare acnnneno possibile, Sfinii violare al
tre no al ani e reWJpkni troppo note sull espcro nopiro pensante, il solo a noi
veramente cogrillo, e elio servir ci possa di norma in tutte le ipotesi
apprezzabili sol tonto a quel lume della ragione che risulta dalle G.p.gtiite c
fon* dam cnl ali le^gi di lei. estendere la di lui forza comprensiva in
qualunque stato. Quindi la potenza e la rispettiva impotenza, che ne seguono,
sono assolute del pari clic le antecedenti, perchè non è possibile, senza
cangiare la costituzione naturale dell’ uomo, variarne i limiti. 675. Se per
altro il concetto di questa misura è assoluto, e in forza del concetto fdosohco
della cosa stessa è veramente tale: pure considerando una tale potenza
relativamente alla situazione di fatto del genere umano, calcolando cioè tanto
il complesso delle umane facoltà, quanto le condizioni alle quali in realtà
l’esercizio loro deve so". 3.a Considerazione. Ponendo questa forza reale
accompagnata e determinata da tutto il complesso delle facoltà che
costituiscono l’essere umano, ma ad un tempo stesso collocando l’uomo nelle
migliori circostanze possibili per la sua completa comprensione delle cose,
evvi un confine reale cui lo spirilo umano non può oltrepassare, e vi sono
delle condizioni alle quali è forza sottomettersi nell* esercizio della forza
comprensiva. Ecco una terza maniera di considerare la potenza o Y impotenza
della forza intelligente dell’uomo. 677. Se qui non viene diminuita o aumentata
la forza intrinseca dell’ente pensante umano, ne viene però legato l’esercizio
a certe determinate condizioni, e sottomesso all’influsso delle determinazioni
d’ un essere misto dotato di certi sensi e d’uria certa struttura. Quindi la
esposizione di quello che può fare l’uomo in quella considerazione deve essere
un risultato derivante in ragion composta del concorso di tutti gli elementi
che compongono l’ipotesi, ossia di tutte le condizioni che costituiscono
l’essere reale umano collocato per altro nelle migliori possibili circostanze. Questa
per altro meno astratta e più prossima considerazione non si può riguardare
ancora come esprimente il fatto universale delle nazioni. Dallo stato in cui si
considera qui l’uomo, allo stato reale in cui egli fu, è e sarà su questo
globo, vi passa tanta distanza e differenza, quanta si può figurare che ne
passi dalla situazione del più grand’uomo di genio, preso nelle ore della sua
meditazione occupato intorno ad un soggetto, i cui dati ei conosca
perfettamente, e che di più sia nel piu bel fiore degli anni (vale a dire di
cervello il meglio temperato possibile, e che abbia tutti i soccorsi possibili,
e ne approfitti il meglio che sia possibile), alla situazione comune della vita
umana nelle società. Cioè alla situazione degli ingegni ordinarli collocali
nelle circostanze comuni. Riguardando finalmente quella forza comprensiva dello
spirito umano, collocata e modificata come realmente e di fatto sta nelle
diverse nazioni della terra, senza per altro discendere ai minuti dettagli
storici 5 ma solamente contemplandole nei passaggi che subir debbono e
dovettero, o rispettivamente dovranno fino alla scoperta del buon metodo; e
proposto e scoperto l’oggetto dello scibile, e computando in questa
considerazione lo stato di una società incivilita, ed i bisogni, le vicende, i
soccorsi e le relazioni indispensabili, sia fisiche, sia morali, che
costantemente l’ accompagnano ; valutato specialmente il diverso ipotetico
temperamento ed eccitamento mentale (0; evvi pur anche un confine reale, o, a
dir meglio, una legge imperiosa ed indeclinabile, alla quale questa forza,
qualunque siasi, è d’uopo che si sottoponga, e proceda in consonanza nei
progressi delle scienze e delle arti. Ecco una quarta maniera di considerare la
forza comprensiva dell’ uomo, per determinare quindi quello ch’egli può o non
può fare rapporto allo scibile. Questa considerazione è veramente più concreta
della precedente, ed anzi la rinchiude in s è tutta, coll’aggiunta di altre
condizioni più vicine all’uso pratico. Ed anzi se tutti gli elementi di questa
considerazione verranno scelti a dovere, e tutti compresi nel di lei tenore,
ardisco dire essere essa appunto quella che potrà servire di norma onde
valutare la forza intellettuale delle nazioni e del genio, e suggerir potrà in
conseguenza quello che conviene provvedere. In tutta questa serie di
considerazioni, se poniamo mente a questa forza comprensiva, noi rileviamo che
il concetto di essa dal più semplice punto di vista passa successivamente al
più composto, ed a guisa (piasi della cima d’una piramide, discendendo dal più
astratto e generale al più speciale e complesso, va via via aumentando di
volume; talché i risultati debbono riuscire in proporzione vieppiù complessi.
Diffatti nella prima considerazione abbiamo sottocchio la forza intelligente,
senza che vi sia mescolata circostanza alcuna imaginabile, avendole levato
persino ogni limile che ne possa determinare la quantità. In questo punto di
vista i caratteri di lei sono universalissimi; e tali caratteri si possono
estendere Sotto di questa denominazione, cd in questo caso in cui si
contemplano i fondamenti del raziocinio, io non comprendo se non le condizioni
della aie/noria, cioè una memoria piò o meno fedele, più o meno rapida, più o
meno vivace; a cui appartiene anche l’ magi nazione, la quale per lo spi rilo
umano è la miglior serva e la peggiore padrona. Nel progresso di questo Piano
si sentirà la decisiva influenza di questo temperamento per r invenzione, e si
potrà arguire quanto la natura debba contribuire per formare T uomo di genio.ad
t>"Eii imaginabjle intelligenza; ma è pur anche varco, che in questa
elevatissima categoria ella c spogliata di tutti quei caratteri reali, coi
quali ella esiste In natura, per non riteucre che quella salo cl/è
indispensabile, e senza del quale sarebbe distrutta ogni dì lei idea. Onde sì
può dire che ella, a proporzione che acquista di estensione estrinseca, perde
altrettanto di realità intrinseca, G82. Nella seconda considerazione poi ella
viene vestita de1 suoi limiti naturali, od acquista cosi un grado di
approssimazione allo stato suo naturale: ma ad mi tempo stesso perdo' il
carattere superiore di universalità suprema c li 1 essa iti quel grado aveva,
ossia il di lei carattere non può convenire ad ogni genere d* intelligenza,
G83, VI fu terza e nella quarta accade lo stesso iti proporzione; ij divenendo
intrinsecamente più complessa, ili pari passo cessa d'essere più generale, 084,
Ju fi ite nr Ila prima considerazione la forza comprensiva umana viene figurata
come quelle ili im Dio; nella seconda come quella di pii angelo; nella terza
come quella di un uomo perfettissimo ed eruditissimo-; nella quarta finalmente
come suole realmente esistere nelle diverse popolazioni della terra, 085. Ora
venendo al nostro proposito, dico die le tre prime maniere dì raffigurare la
forza comprensiva dell’uomo appartengono appunto a questa parte preliminare dei
fondamenti; la quarta appartiene alle parli interiori dell' Opera progettala*
68 G. Parlando poi delle leggi di fatto e di dovere, che anticipatameli te si
possono e debbono esporre . io fò osservare quanto segue* Per quale ragione
premetto queste considerazioni? Certamente per potere dappoi con chiarezza, con
certezza, e con Luna estensione spiegare, dimostrare e determinare quello che
far debbono e possono gli uomini pei progressi delle scienze e delle arti, dopo
dì aver fatta la storia di fatto dello sviluppo dell’ umana perfettibilità, ed
assegnata la cagione dei fenomeni che nello svolgimento di lei sì presentano
all'&sservataEC. Giù pósto, sarebbe cosa inutile, anzi stravagante, 1*
imaginare fatti puramente ipotetici che non abbiano una vera influenza su
quello che in progresso si dovrà meditare. Dunque se può essere cosa
interessante il rilevare i limiti della potenza o impotenza di questa forza
nelle due prime ipotesi, per con chiudere sòlidamente o con maggior ragione i
limiti di lei in atto pràtico, uou potrebbe certamente essere del pari
interessante il fantasticare in dettaglio sulle operazioni dì tali situazioni,
cui d’altronde de tenui cani non potremmo che gratuitamente, per non essere noi
mai siati nè Dei, nè angeli. 087. Non può essere adunque conveniente il
ragionare di quello che fa o far deve l’uomo se non nella terza ipotesi, cioè
in quella in cui si considera l’uomo reale e naturale nella migliore situazione
possibile. Ma il fine per cui anticipatamente ci occupiamo in questo esame qual
è ? 1. ° Per dare la ragione dei fenomeni reali naturali della perfettibilità
umana in atto pratico, ossia per poter trovare le leggi di fatto del costume
delle nazioni nell’ avvezzarsi nella carriera dello scibile, e dimostrare che
tal legge è vera, naturale, indeclinabile. 2. ° Per potere indicare la
conformità o le aberrazioni della mente umana dalle traccie del vero, e cosi
avere come una modula di paragone, onde valutare il metodo naturale della mente
umana abbandonata, diro così, al destino delle cose. 3. ° Per potere dappoi
dire in concreto quello che le nazioni far debbono e possono per giungere nella
maniera più breve, più facile, più certa e più fruttifera allo scopo inteso
delle scienze e delle arti. G88. Ciò stante, è chiaro che in questo trattato
preliminare dei fondamenti io debbo identificare quello che può far l’uomo
sulla terra, ipotesi la più perfetta, con quello che far deve nel ragionamento,
per avere un punto di vista che serva a questi fini consecutivi. G89. Ma qui
nasce un dubbio. Come dunque si distingue quello che far debbono le nazioni, di
cui trattar si deve qui in progresso, da quello che far deve l’uomo nella
situazione assunta in questi preliminari, a fine di ottenere la cognizione
della verità? Se il metodo che si assegna è il solo ottimo, se tutto è fondato
sui rapporti reali dell’uomo, se la verità è invariabile, se deve servir quindi
d’unico modello aH’uomo in ogni stato; cosa rimarrà più oltre a dire su questo
proposito ? Prima di tutto io rispondo: che rimarrebbe sempre ad esporre quello
che far deve l’uomo in tutti i rami principali dello scibile, di cui mi sono
prefisso ragionare; sebbene anche in quelli non rimanga che l’applicazione del
metodo universale. Ma siccome quest’ applicazione deve per ciò stesso
abbracciare degli oggetti più concreti ancora, così anche il metodo diviene più
complesso, quantunque abbia in sè stesso un’invariabile conformità alla massima
generale, che serve come di bussola nelP immenso oceano delle scienze. G91. In
secondo luogo, prendendo anche lo scibile iu massa, cioè sotto di un unico
concetto generale, tuttavia passando alla considerazione del cenere umano, come
sta esposto nella quarta considerazione, non Tom. T. i ri vm) k a ri i n \ no m
i„v operi pub ^ "l'-rxlo risili m ut.' utili rapporti de Un sia in più
somplhe antecedente Minio bastare por far produrre dio ii azioni -1 '
iuoi'cmuiili desiderali «elle scienze e nelle ari t. Rimane auc nmoliti a fare
per citeriore Ymt f 1 j to+ Ora questo, n rimati, r mi* rigirinola ili piu rii
spirilo che finir* hoiio fare. Orni è, dir siddinm il metodo siti lo slesso iu
entrambe le situazioni. vate a dire eb egli io luti il la sua strati lira
soffrir ami debba imitazione alcuna nel passane all’alto pratico; La Ita via
non è da se solo capace, quando ria anelili atto a produrre 1* intento voluto,
e perù vi occorrono altri sussidi) ohe deh ho no essere impiegali. Per
conseguenza ne viene, cric quel lo die realmente far debbono le nazioni per
^avanzameli’ lo dette scienze e delle arti consiste udì’ unione di questo
metodo cori unii gH altri sussidi i a quel to relativi* Queste complesso
costituisce lui corpo ili scienza pratica, ossia maglio di arte, die io
chiamerei Legista"ione ossia Politica scienUJièjji. lauto por l’ in v
dizione . quanto peri' istruzione nelle scienze e orile arti. G92. Ecco la
grandissima differenza che passa fra quello die bir tlcbbono gli uomini, nella,
considerazione astratta propria di questa parie dei fondarne ri li, e quello
die veramente debbono fare lo nazioni nelle sthi azioni complesse iu cui si
trovano nell’ universo. GtKb Qudlo che viene esposto nella detta parie
preliminari sn questo punto (che per altro non ò die un ramo sdo dì lei)
abbracciar deve il meglio, e quello ancora die manca d’ importante, e direi
quasi di capitale, ai piti celebri Trattati di Logica, alle arti di pensare,
agli organi delle scienze, die dai filosofi fino al di d’oggi ci sono stati
fomiti. Diftalli in essi si contempla l’uomo iu altra forma, o almeno non si
assumono altri efementL ebe quelli die convengono all* nomo ipotetico, clic «db
i rza considerazione abbiamo rappreseti tato, E perù con do veniamo avvertiti.
die comunque eccellen ti possano essere i loro precetti, manchiamo perù
tuttavia di quei s^ggerimenlL ossia di qnd corpo complesso c ben dedotto di
metodo e di leggi, die più largamente e più da vv lcuio e cou vera efficacia
contribuir deve all’ incremento dello scienze fi delle arte 5 G9i. Q indio poi
dio esporre si deve nella terza parte interiore del* lT Opera racchiuder deve
tutto il complesso del metodo dei banda menili, senza ripeterlo; e solo
riassumendo i risultati finali antecederli** die a vicenda servir debbono di
altrettali fi principìi per avanzare più (dire, aggiunger dov cassi tutta la
collezione dei sussidii c dei mezzi die s mas praticamente indispensabili alle
nazioni por effettuare i progressi intesi. Quesii sussidii non debbono essere
ìmaginati a forma di progetti jpo&Sibili, m a bensì debbono essere dedotti
dall’intima cognizione delle nren m\fKfrmiLlTA\ i 55 i stanze reali iti cui
furono, in cui sono, e ut cui potranno o dovranno scmprfe essere le nazioni
'Iella terra* 695. Ciò tutto schiarilo, tanto per propormi una norma certa, in
cui le lince di demarcazione vengano fortemente eoo (rassegnate e le parli
esattamente subordinate, cju auto audio per far comprendere il segreto
magistero dello stesso lavoro, e darne come il tipo, si vede ormai fino a ijual
punto possa essere nei preliminari in u oli rata la trattazione sul ra~
gionamento* e quali oggetti possano esservi più specialmente compresi. In tre
SENSI – Grice: “Do not multiply them!” -- diversi si suole comunemente assumere
la parola morale e moralità* Noi primo sì vuole denotare la capacità in genere
di conformare io proprie azioni interessanti sé stesso e gli altri ad una
redola preconosciuta. Da questa capacità viene costituita quella che appellasi
libertà mora le, dia li n La dalla mera spontaneità; perocché una volontà
illuminata da una norma preconosciuta ed Interessante, ed una forza esecutiva
esènte da ostacoli, pud sottrarsi dalla direzione dei ciechi appetiti, ed
uniformarsi alla norma preconosciuta. In questo senso la moralità forma il
fondarne alo della cosi detta imputazione morale ^ in vista delia quale sì
ascrive a merito o a demerito un’azione onesta o colposa, doverosa o criminosa*
ti €97, Nel secondo senso la parola morale si assume come attributo degli atti
umani; e come dicesi bella o brutta una cosa* dlcesi morule o non morale nn
atto. Qui si veriGcano due concedi: il primo è quello di essere conforme o non
conferme ad una data norma: e il fiction do di essere o no praticato io una
maniera imputabile. Quando è imputabile, Fazione forma un allo così detto Umano
^ ucl scuso del moralisti, sia flloscdi, sia teologi. 698. Il terzo senso usi
tato della parola mortile si è quello di regoAi. ossìa di norma delle, azioni
interessanti sia sé stesso, sìa gli altri. Cosi dìcesi, per esemplo, h morale
pU$ffirìca$ la stoica* la peripatetica, per significare le dottrine direttive
dei costumi secondo gl* insegnarli culi di queste tre scuole: cosi puro dieesì
la morale eva ngelica, la mìmsultnanica 5 ec. 5 In tu Ltì . jnesli sensi però
con viene por melile aIPo££efto unì* u e proprio sempre su! Li u le so 0 sempre
con Lem pia Lo» Questo sì à quello ( he viene denominalo il costume ossia i
costumi} chiamati In latino maresi CL1 condannati dalla buona Morale, c vengono
dal senso comune qualificali come immorali. 702* Poste queste considerazioni,
che cosa ne segue? Cbe in ultima analisi il concetto di moralità e à*
immoralità viene atteggiato dalla conformità o deformila dì uu alto coir ordine
voluto e dettato da una norma direttrice degli alti liberi ed interessanti;.
talché non basta che il motivo ne sia plausibile, rna si esige che lotto
eseguilo sia regolale* (j 7 (Kb Affinchè però questi ruotivi lodevoli non sicno
traviati, ed aiti nolo1 le passioni non sic no cieche, si esige clic la volontà
sia illuminala,; mediante l’intelletto venga sospinta giusta le direzioni dell ordine
normale di ragione. Con questo mézzo sì opera anticipatamente sulla
sor^"'[ilc delle azioni morali; con questo mezzo si opera sulle cause
stesse de* costumi, li! siccome per far ciò si esìge la cognizione dell’ agire
umano dedotta dalle sue cagioni, così si esìge quella che diccsi morale
jdosojica. Conoscere le cose per via delle loro cagioni assegnabili costituisce
ciò che appellasi filosofia: assegnare e suggerire i motori c le direzioni ibi
tu opere in conseguenza delle leggi naturati di questi motori costituisce h
filosofia pratica. Volendo quindi dirigere la volontà umana giusta nua data
norma, conyien parlare alla ragione, e mostrare e far sonine i mutivi
impellenti di questa norma. 5 704. Quale dunque sarà 1* ufficio dalla morale
filosofia ? = Parla re alla coscienza di un uomo ragionevole; mostrandogli le
norme drl ben vivere, deLEate non dall’ arbitrio : ma dalle necessita
interessanti, indotte dall’ ordiue: naturale delle cose. = liceo 1 ufficio
pròprio, essenziale e caratteristico della morale filosofia. Con questa
cnimziazioiie generale la morale filoso Ila non paro distìnguersi dalla scienza
del diritto : ma piu accuvalametile considerando fi? coso, si trovano rimili
tratti che diversificano l’ima dall’alt m dottrina, Prima di lutto nella
scienza th 1 diritto no u si assumono clic gli ulti i quali md commendo degli
ugnimi possono toccare gli scambievoli interessi: e però col diritto si
regolano solamente le azioni verso gli altri uomini. Nella filosofia morale,
per lo contrario, si contempla 1’uomo in tulle le posizioni, in tutte le
relazioni; di modo die a lui si mostra come fin anche nel governo del suo
pensiero egli proceder debba onde godere tranquillità e soddisfazione. 705. Iu
secondo luogo nella dottrina dei diritti e dei doveri reciproci conviene
attenersi alla venta estrinseca, e talvolta comandare cose che la Morale trova
indifferenti: e viceversa lasciarne libere alcune die la Morale disapprova, ed
abbandonarle al sindacato dell’opinione ed alle sanzioni della convivenza. La
sicurezza sociale da una parte, e il rispetto alla padronanza naturale di
ognuno dall’altra, obbligano a scegliere partiti ne quali al minimo d
inconvenienti sia accoppiato il massimo de’ vantaggi del tutto. Nella morale
filosòfica per lo contrario, se pensale ai limiti, voi vedete che, dopo aver
accolto lutto quello che la giustizia sociale comanda, si sorpassano i gretti
confini del diritto, e si tratta delle virtù e dei vizii, del merito e del
demerito, delle buone e delle ree intenzioni, delle sane e delle nocive
opinioni. Se poi pensate al fondo, voi vi accorgerete di non ragionare sullo
stato esternamente dimostrabile delle cose, ma sopra 1 essere ed il fare loro
intrinseco: e sopra tutto di considerare gl interni motivi degli umani voleri,
dei buoni o tristi effetti dentanti realmente dalle umane azioni. Finalmente
nel Diritto si tratta di afforzare la colleganza: nella Morale di santificare P
umanità. Si nel1 esempio del diritto che in quello della morale personale
agiscono gli stessi motori: ma nel Diritto essi piegano alla necessità della
convivenza ed alla forza dei tempi. Per lo contrario nella Morale essi dominano
colla convinzione della loro intrinseca bontà, e si giunge al seguo di mostrare
Puomo innalzato e potentemente agitato da emozioni scevre da mire cosi dette
interessate . Questo trionfo della ragione, questa elevazione delJ umana
natura, per la quale Puomo si emancipa in certa guisa dai ceppi dell’autorità
terrena per sovranamente dettare, a sé stesso le leggi de’ suoi voleri: questa
elevazione sopra la sfera del mondo fortunoso, per cui Puomo si accosta al
carattere della Divinità, non sarebbe possibile, se la natura non avesse dotato
l’uomo di certe tendenze della mente e del cuore : peiocchè la specie umana non
può operare verun bene stabile o abituale, se Dio non è con lei. Come l’arte di
ben pensare altro non è che la logica naturale perfezionata, così Parte di ben
vivere non è che la morale naturale (. sovranaturalmente ) perfezionata. E
siccome Parte di ben pensare pare esercitarsi nei meditati pensieri, e nel
rimanente supplisce Pabiluale buon senso; così Parte di ben volere pare
esercitarsi nelle meditale azioui? e nel rimanente supplisce un senso morale
comune. Diciamo di più: quando si giunge ad abituare la mente ed il cuore a ben
pensare e a ben sentire, sembra essersi ottenuto il miglior frutto della
educazione. 706. Ma benché una buona coscienza sia il più bel dono del Cielo,
ciò non ostante rimane esposta a traviamenti, quando non sia soccorsa dalla
ragione. Decipimur specie recti . Altri uomini poi esistono, pei quali una
buona azione diviene un affare di calcolo. È dunque necessario che la ragione
si armi di possenti motivi, onde dirigere tutti coloro che travierebbero, se
mancassero di lumi ossia di motivi illuminati. J litio considerato, l’ufficio
dell’Etica consiste più nel dissipare 1 ignoranza e nel rattenere
l’intemperanza, che nell’eccitare ai doveri ed alla virtù. Or ecco la necessità
della morale filosofia, nella quale si distinguono due grandi parli, la prima
delle quali versa sull’ ordine normale del libero arbitrio individuale, e la
seconda nell’ istruire la mente sulla necessità di mezzo di quest’ordine. La
cognizione di quest’ordine non si vuole solamente a modo di autorità o di
morale istinto, ma a modo di dimostrazione, come la cognizione delle teorie
fisiche e meccaniche. L attributo di filosofica imporla la cognizione delle
cose per via delle loro cagioni assegnabili. Queste cagioni assegnabili non
sono che effetti ossia leggi più note e generali, assegnate come tanti perchè
di altri effetti o leggi meno note e particolari; perocché le cagioni prime e
propriamente tali non sono da noi assegnabili. Nella filosofia de5 costumi
queste cause assegnabili sono i così detti molivi, i quali nelle azioni libere
eccitano la volontà. La cognizione dei vantaggi procacciati dall’osservanza
dell’ordine non sarebbe sufficiente, se non si aggiungesse anche quella de’
guai che vanno annessi alla di lui violazione. Socrate, che, al dir di
Cicerone, trasse la dottrina morale dal Cielo, fu sollecito nell’ insegnare che
i mali seguono l’infrazione dell’ordine, come l’ombra segue il corpo. Senza la
doppia sanzione dei beni e dei mali, la giustizia diventa una speculativa norma
destituita d’ogui forza motrice dei cuori umani. La sapienza del dolore forma
la precipua salvaguardia della Morale. Benché la morale filosofia non sia scienza
contemplativa, ma bensì operativa; benché insegni ad essere operatori e non
meri contemplatori; ciò non ostante essa si occupa nel conoscere, per operare
secondo l’ordine necessario dei beni e dei mali. In essa si vuole beu
conoscere. attesoché conoscere il vero egli è lo stesso checonoscere il reale;
e quindi possedere il vero é lo stesso che possedere il modo di far servire le
forze reali delle cose, e. a dir meglio, di prevalersi dell’ordine ei-fettivo.
Per questo mezzo 1 uomo diventa veramente possente. Così la sapienza diviene
per 1 uomo madre della possanza, e l una e l’altra autrici del godimento.
Questa parte della scienza forma il fondamento della teorica della morale
fdosofia. Ma questo stesso fondamento della teorica riposar deve sopra un
principio operativo di fatto e di ragione, il quale predomina tutta quanta la
dotlriua. Questo principio operativo consiste nella cognizione della forza
motrice perpetua ed universale che interviene in tulle le umane azioni, e delle
leggi, per noi irrefragabili, colle quali questa lorza suole operare. Come
importa conoscere e dimostrare le leggi naturali delle acque, per dirigerle con
utilità e divertirne i danni: così importa conoscere le leggi naturali dei
libero arbitrio, onde dirigere gli alti umani a procacciare i beni e ad
allontanare i mali. La tendenza assoluta ad uno stato felice, e l’avversione ad
uno stato infelice, è un fatto d’immediata coscienza, del quale è impossibile
dubitare. Questa tendenza viene assunta come principio certo, operativo,
assoluto, dal quale dipende tutta la certezza, tutto il valore, tutta
l’efficacia della morale filosofia. Senza di esso la dottrina riesce o
illusoria o assurda. T08. Ma questa cognizione non basta; si esige eziandio la cogni¬
zione dei mezzi possibili di agire di questa forza. Dal desiderio di guarire
non viene suggerita la medicina opportuna. La tendenza suddetta è dunque
principio, ma non direzione, nè caratteristica della scienza. Col1 amore del
bene si compiscono ogni sorta di azioni anche estrinseche alla scienza del
giusto e dell’onesto. Non è dunque l’amor del bene principio direttivo, ma
semplicemente impulsivo. S’ egli è finale, egli però non suggerisce la via. Non
qualifica dunque la scienza, ma solamente la spinge e la rinforza. IL Opinioni
disparate sui fondamenti. 709. Dopo una lunga serie di secoli, durante i quali
gli uomini e le genti insegnarono precetti c leggi dettate da incognite
ispirazioni del senso morale, accolte ed applaudite dalla coscienza comune, finalmente
domandarono il perchè tali precetti e tali leggi obbligar dovessero gli uomini.
Allora il consenso, comunque rispettabile, ai proverbii, alle massime ed ai
precetti di Morale, fu sottoposto a sindacato, come qualunque altro ramo
dell’umano sapere; e prima di tutto fu domandalo, se tutto l’edificio della
morale avesse basi certe e dimostrabili, talché 1* uomo si dovesse realmente
tener obbligato a seguire certe vie, e a lasciarne certe altro. Allora le
dottrine morali dal dominio del cuore passarono sotto quello dell midi elio* o,
a lIi l* mèglio, al dominio del scuso morale comune si volle aggiungessero
quello della ragione dimostrativa, onde comunicare al rispettivi dettami la
certezza, la probabili I à 0 il dubbio che meritavano. Allora fu che si disputò
sulla natura del libero arbitrio; allora si propose li problema del come il
giusto e 1 utile si associano o si escludono; allora sì parlò delle azioni
interessale e delle disinteressate; allora fu imitato della concordi a e del
conili Ito fra la morale sociale e la individuale: allora si disputò delle
sanzioni naturali e delle soprannaturali; in breve* le questioni sugli articoli
fon da mentali della Morale furono posto in discussione. L'esame di questi
articoli, come ognun vene, ioima uno studio preparatorio e preliminare alla
teorica stessa della morale filosofia, come nella costruzione di un edificio
raccertarsi della solidità del terreno preceder deve li gettare dei fondamenti.La
necessità di questo studio lui sentita lino dalla più alla antichità, come si
può vedere, fra gli altri libri, in quelli di Cicerone, ma runico risultato che
se ne ottenne fu, essere necessario di accertarsi ferma mente dei fondamenti
logici deli7 Elica, L Etica sta al volere, come la [logica sta al ragionare. La
logica fu detta arte di ben ragionare:, cosi l Etica dire si può l'arte di ben
volere. E siccome la logica Irne la sua solidità ed il suo valore da unii
scienza anteriore che ci assicura della verità degli umani gìudizii; cosi
ridica trac la sua solidità e il suo valore da una scienza anteriore della
norma obbligatoria degli umani voleri. Come dunque esiste mia proto lo già
logica, così pure esiste una proto logia etica. In questa appunto si tratta
degli articoli fondameli tali sovra annoverati, sui quali gli scrittori non
sono fra toro d’accordo! e però la filosofìa morale non è ancora riconosciuta
come vera scienza, ossia dottrina dimostrata con logico rigore, ^ 71 b Queste
dissensioni per altro presso gli Europei non influirono sensibilmente sul
regime pratico delle genti, sì perchè i disputami riconoscevano che utdia vita
pratica conveniva obbedire al senso morale c comune, e si perche per buona
sorte bau tonta delle leggi, della religione e dell'opinione comandavano i
buoni costumi ed i buoni esempli. Linai ai popoli se dovessero essere
ballottali a grado delle scuole diverse! La differenza de’ costumi non armò gli
uomini gli unì Cóntro gli altri, come fece la differenza de' culli. Se fu forza
respingere ltinvasioni, se si dovettero reprimere i facinorosi, la diversità
delle opinioni morali non eerìtò quel fanatismo e quelle persecuzioni clic
informarono le diverse setto religiose. La movale pratica rimase sempre fórma,
r le dìspute dei filosofi furono rilegale nelle aule accatendehe 0 nd licL
Necessità di richiamare il j cassato. i 1 2, Siccome però importa clic le
grandi convinzioni penosamente raccolte da una lunga tradizione fra le genti
incivilite, non aleno dimenticate. specialmente ìli mezzo alla maggior
complicazione e le divisioni degli interessi di uu alta civili a* cosi giova
richiamare alla memoria la parte più solida di quella Morale, la quale
infiltrata nelle leggi ? nella religione e nelle massime volgari, ci richiama
la sapienza de* nostri antenati, IFnrp e c nocivo si è il non usare della
miglioro ere ili là de' nostri maggiori: questa trascuratila siccome equivale
ad una ripudiazlone * cosi ridonda a nostra vergogna ed a nostro danno. E
quand'anche dall' antica sapienza non si potesse a ili nostri ritrarre dogmi
pratici proporzionali allo stato nostro attuale, ciò nonostante Io studio delle
scuole antiche farebbe fede come a boi hello si fosse proceduto nella dottrina
de* costumi Meditando lo spirito e l'andamento delle antiche scuole, non
solamente ci vien fatta palese la cagione delle apparenti discrepanze delle
medesime, le quali pur troppo sussistono tuttavia fra le moderne: ma ci si
rivela eziandio un altissimo punto dì vista, il quale domina tutta F economìa
degli agenti morali, e dimostra la possibilità di elevare l'uomo intcriore più
amalo dal Cielo ad una specie di sereno e tranquillo Olimpo, dal quale si
ravvisano sotto i piedi [e nubi e le tempeste domin atrici nella bassa sfera,
entro la quale si avvolge una moltitudine bisognosa di direzionee nella quale
d'altronde la fantasia robusta e non disseccata può sospingere a gagliarde ed
nidi imprese. Col In morte filosofica del Pitagorico s'iucommcjava h vita del
sapiente non ascetico, unii (spruzzatore degli interessi materiali, non
trascurante II bene de* suoi crm cittadini e delFnmamt^ ma del sapiente
convivente e dirigente questi materiali Interessi senza essere schiavo de
medesimi, e che si vale dell' opinione volgare p^r condurre i suoi simili a
convìvere con industria, con dignità e con cordialità, la scuoia stoica sì può
;t buon diritto riguardare come uu ramo della pitagorica t e i dogmi stoici
professati dai sapienti di Roma, fanno formato ['eccellenza dei loro responsi .
INI ori panni che questa opinione si possa sospettare come dettata da boria
nazionale, perchè emerge da prove positive di fatto già conosciute. Se i
moderni, i quali si sano occupati cotanto di chimica psicologica, si fossero
egualmente occupati a considerare le scuole antiche non da! solo canto delle
loro esterne divise, ma eziandio dal cauto del loro spirito e dell' occulta
loro filiazione e del loro elicilo, forse avrebbero prevenuto sia un umiliante
sensualismo, sìa un desolante astenici sm o5 sia una tra scen dentai e nullità,
sia ni d esecranda versatilità nella parte pratica della Morale, Se dunque
lodevoli furono lo loro mire nell accertarsi del fondamenti, fu dall1 altra
parie biasimevole la loro trasc u ralezza a non tener vive le buone tradizioni»
Perchè calare il sipario sul passato, e dilaniare fallendone degli spettatori
su di una polemica in» considerala, nella quale da una parte vedasi il divorzio
fra gl’ interessi materiali e gf interessi morali, e dall* altra una guerra fra
gY individuali ed i sociali: da una parte le affezioni generose sacrificate ad
un egoismo dissolvente 5 dall* altra fissale norme senza impulso: e: così discorrendo?
Io li oli sono per condannare le discussioni e le controversie; ma dico che era
un dovere degli scrittori di non lasciar cadere in dimenticanza quel meglio che
nell1 antica filosofìa contribuisce ad elevare ad una sfera, dirò così,
celestiale d saggio, e renderlo augusto a sè stesso, sia quando diffonde al di
fuori le delizie delle virtù, ssa quando Lsla fermo contro Fa v versa fortuna,
Fissi tulli dovevano dire ai loro lettori : eccovi le lezioni che la sapienza
de5 nostri maggiori ci hanno trasmesse, e die Fesperìenza de' secoli ha
confermate. Fino a qui esse hanno per sè 1 autorità de' maestri e F applauso
delle buone coscienze. Vero è che a' di nostri sono insorte dispute sol loro
logico valore: ma questa è una lite pendente e non finita, Frattanto la
presunzione della verità milita pei dettami dell’ autorità e della integra
coscienza. Dall'altra parie e voi e noi abbisogniamo di massime prati eh e e di
precelli speciali non rivocali in disputarci vi raccomandiamo d' informarvi dei
medesimi, di penetrarvi della loro rettitudine, e di riguardare le nostre
dispute fonda me u tali come puro spettacolo, o come una lite che aspetta
ancora la sua decisione. Con questo contegno gli scrittori moderni avrebbero
saviamente proceduto. 7 1 h . Fra Se dispute sugli articoli fondamentali e i
dettami dell aulica sapienza sta il tessuto primordiale della morale filosofia
propriamente detta, cioè di quello 'Stadio nel quale si vogliono conoscere le
cose per via dello loro cagioni assegnabili. Queste cagioni vengono rese
manifeste col doppio studio delF ordine necessario dei beni e dei mali, e dell
iodolo e leggi naturali di fatto dell* uomo interiore, considerato sì \u senso
assoluto, che sotto F impero del tempo e della fortuna. Col primo studio si
rivela la cognizione dell' ordine normale necessario onde ottenere il vivere
migliore; col secondo sì scuoprono te tendenze del cuore umano, sia propizie,
sia contrarie, e le disposizioni indotte dall* impero del tempo in relaziono
alla pratica possibile delVordine suddetto. Avvertiamo che qui sS irrita duina
scienza operativa: ram meri tiamocì di dover dipendere dati l'ordine di lla
natura, della quale formiamo parie. Posto ciò, la vera c completa morale doso
11 a consisterà es se n alai metile nel doppio studio ora divìsalo. 7[fn Dopo
un Picoloroini ed un Panila* che scrissero piu distili iai nenie in Italia nel
XV J, secolo intorno I Etica, lo SleUlni, nato sulla fine del \\1L secolo, din
un nò In Morale suddetta primordiale colla psicologia la più accerta la* Si1
Bacone traccia il metodo della fisica, egli non indirò come trattar si dove la
morale* I suoi Serrnonas fulclcs sono pensieri staccali esposti alla ma ni era
degli antichi: 1 suoi Cenni psicologici non sono che riproduzioni dulia maniera
di vedere I uomo interiore insegnata dagli scolastici della sua età . [topo lo
Stelliti] l' Italia ebbe la Diceosina del (ienaveri; ebbe ripetitori e
compendiatovi: rnn un lungo letargo succedette, e libri rimarchevoli sulla
morale filosofia in balia non comparvero più. Ni : almeno si fosse pensato a
volgere nella É avèlla il aliali a la grand-opera dello Stellili!, si avrebbe
forse contribuì Lo a risvegli .uè l' industria di altri ingegni* ma uemmen
questo venne latto; laicità una vergognosa inGugardaggine oscura al di d’oggi
il nome italiano. C\ 7 IO* À line di scusare questa mancanza, taluno dir mi
potrebbe : a che vi querelate voi perchè sia stato om messo ogni nuovo
tentativo* mciiIre confessate che dura ancora la disputa sopra gli articoli
fonda tu midi, Mentre il terreno ci trema salto i piedi, còme sì può fabbricare
. A 1 In. servir può l' istruzione» se manca il fondamento della credenza?
loiyeliù almeno il dubbio non intacca tutti j singoli dettami, allorché esso si
aggira sui fondamenti ? Yoi accusale il bisogno di direzione inni .di. *. J 11
J rollò religione e Còlle leggi non si provvedo forse abbastanza •* La
religione e le leggi, io rispondo, sono cose eccellenti ed indispensabili: ma
esse amano rii non avere meri servi* ma bi a roano avere quanti più compagni
trovar si possano. La religioso eie h -ned sa suonano, ma non dimostrano
razionalmente la Maiale. L,m una legge reale effettiva, polente di lotto, la
quale domina si la. mente che il cuore. Allora si può dallotdiue dei beni e dei
mali ricavale e l-Tt scegliere un ordine normale, nel quale la filosofia del
pensiero e qau a della volizione ai può disciplinare collo stessa principio e
colla sU,ssj 1jos sauza. All'opposto se si potesse sol dubitare che questa
reciproca tu ueit za sta an? illusione, ne seguirebbe che la consistenza logica
della may c svanirebbe, per lasciarci in preda ad un desolante pirronismo. Qua
Hno poi avrebbero gli ardimenti dei soverchiatovi quando potesseio losin gar$l
o sol dubitare di non aver contro di loro la forza onnipotente l o a natura, e
Tira presta o tarda del Nume? 11 capo
saldo adunque massimo ed unico, al quale sta lacco mandata tutta la dottrina
dimostrativa del conoscere e del volere umano, consiste nella dimostrazione
della reale esistenza e della reciproca azione delle cose esterne sul me umano,
e di questo me sul mondo estenui1-* lo nou mi occuperò in questo Discorso a
tessere tale dimostrazione. in mi lusingo di aver già tìata nella prima Parte
del mio Discorso Su lift n ì m t e sa mt; e per ò procedo olire V. Necessità di
accertare la possibile influenza delle lezioni dell Etica. . \\ secondo punto
scientifico assicurativo dell1 Etica consista isp\ formarsi una giusta e
distinta idea della potenza interiore dell’uomo sotto il regime dell' ordine
reale del mondo da Itti abitato. L'Etica si propone di guidare le azioni col
ino ve. re la volontà: ma se questa volontà fosse cosa che sfuggisse sempre
dalle mani senza che si potesse mai colpire col discorso, o che fosse
trascinata da fatali impulsi che mai vincere io potassi colle mie ragioni, è
vero o no che le mie parole sarebbero geliate a! vento? Frustranea allora
sarebbe la dottrina, e stolida la pretesa di "miliare la umana volontà con
qualunque discorso. Ora se voi figuraste la volontà o trascinala da un ferreo
fatalismo . o sempre in dipeli don le dair impero della persuasione, è vero o
no che vi mancherebbe la possibilità di rendere progne le lezioni della Morale?
Dunque prima di spiare il corso di queste lezioni conviene assicurarci se dalle
dimostrazioni e dai precetti avvalorali come quelli dèli' agricoltura posslam
riprometterci qualche frutto. La possibilità o impossibilità di far frutto non
si pud scoprire, se voi non proviate la pieghevolezza della volontà umana alla
impressione dei molivi presentali alla ragione sviluppa La : e però se non
conosciate a dovere quale sia la naLnra ossia la legge di catto naturale che
distingue la spontaneità dalla libertà. Questa legge venne disegnata dai
moralisti col nome di libero abbi trio, sol proprio dell'uomo già reso
ragionevole: e che si distingue dall' istinto, ossia dalla spontaneità animale,
725. Duole al filoso lo d’ internarsi nel tenebroso recesso sul quale cotanto
In disputato dalle scuole, e su cui in oggi stesso si discorre senza
discernimento. 1 legislatori e gli uomini d affari si ridono con ragione di
queste controversie, e a dirittura operano sugl' interessi come su qualunque
altro oggetto industriale. Ma chiamato il filosofo ad appagare f intelletLo,
egli è condannalo a sostenere la lotta tanto delle illusioni di buona fede,
quanto dei sciismi di obbliqua intenzione. C> 72f>. L’importanza e l'uso
pratico de IL argomento della libertà morale, ossia del libero arbitrio, negli
affari civili e di coscienza, a fronte della confusione e dei dispareri delle
scuole, e di storte apologie sosteTgrl t99 nule tiri difensori dei delinquenti,
obbligano J 'espositore dell3 Etica a siabilire un’ idea chiara e dimostrata
sull indoli;' propria del lìbero arbitrio. Dovrà dunque il maestro di Ltiiui
prendere le mosse dai daLi certi e conceduti, e progredire a segno ili far
sortire ht genuina nozione del libero arbitrio, T2T. V oi accordale, egli dir
potrà che in esseri irragionevoli non regna, nè regnar può il libero arbitrio.
Ma l'essere fornito di ragione non m verifica solamente col! essere capace a
divenir ragionevole, ma bensì col possedere elteuivuineule l'uso della ragione.
La libertà dunque morale, ossia il libero arbitrio, non può essere attribuito
al bambino, al pazzo, a! rimasto stupido, et:, ec. Ninno diffalti sognò mai di
giudicar? costoro imputabili di merito o demerito, uè di dar loro abilità a
scacciare le tentazioni degli appetiti. Ma d barn buio pensa, vuole e agisce
per energia sua intima e personale, e gradatamente giunge al possesso della
ragionevolezza, la questo intervallo qual è il carattere che attribuite a suoi
voleri ed alle sue azioni ì Quello della spontaneità^ ma non quello della
/fiorale liber* tà * L’uso dunque di questa libertà è acquisito come fuso della
ragione, e mediante la ragione. Dunque la libertà morale, ossia il libero
arbitrio, non è un potere primitivo sostanzialo innato dell'essere senziente,
ma un modo di essere dell’umano svilii ppamen Lo. (2!b Posta questa prima qua
[ideazione, mi si domanderà come la libertà morale si distingue dalla mera
spontaneità . Rispondo colle seguenti osservazioni. Altro è un impulso esterno
accompagnato da piacere o da dolore- ed altro è uu motivo di volere^ nel quale
interviene razione tutta dell'uomo che usa della ragionevolezza. Altro sono poi
in quest uomo ragionante i ino Lo ri di prima azione,, ed altro i motori hi
lane ulti e in line prevalenti. Si gli uni che gli altri possono assumere il
nome di motivi; ma gli uni operano in uu modo assai diverso dagli altri. A dìi
meglio, r uno agisce con modo Leu diverso. L’uomo sensuale agisce da schiavo
degli appetiti; Tu omo ragionante, all'opposto, agisce da padrone, io un
spiego, rdO. Il nome di motivo., sin animo dì motore*, quale idea esprime.
Quella di una forza morale impellente o repellente della volontà. Se figurate
l'animo umano come una monade la quale riceve uu dato impulso esterno, voi non
potete supporre uu' azione contraria a quest' mi polso : ma se aHoccasione di
quel tale impulso sì suscitano altri impulsi interui contrai il. pari o
prevalenti, voi prevedete che l’atto sarà rat tenuto, 0 seguirà il contrario.
Ora contro disordinati o ciechi appetiti somministrare impulsi coibenti o
debellanti è opera della educazione, ossia delle idee acquistate
delfieducazione, madre della ragionevolezza. Allora voi vedete 1"
intelletto die pondera, la volontà che oscilla finché abbia deliberato: allora
vedete lallazione e fiirresolutezza che viene abilmente espressa nei buoni
drammi ; allora ingomma vedete l 'esercizio della morale libertà. Volete voi
sapere come ciò si operi? Rispondo, che ciò si fa col gioco de U’asso eia %
torte delle ideo prodotte dall educazione e vali orzate da IT abitudine .
Quando voi educate il vostro cavallo e fa una mossa inconveniente, voi
adoperate la sferza, e nello stesso tempo gli fate eseguire il da Lo movimento
regolare. Co! ripetere alcuna volta queste pratiche che cosa uè nasce? Che
l'Idea dell1 in condita movimento si associa all’idea dolorosa della frustata,
e però il cavallo si astiene dal ripetere il vietato movimento: la frusta
allora sla, dirò così, nel cervello, od agisce per prevenire in futuro il
cattivo movimento del cavallo. Questa frusta mentale esercita o no una forza
ripulsiva dì questo cattivo movimento? Con quest'ufficio merita o no il nome di
malore ossia di motivo? Ciò che dicesi d’uti motivo doloroso è repellente, dir
si deve di uno piacevole ed impellente. Or bene, ecco come nell’ uomo
ragionevole si possono considerare svegliarsi ben altri motivi distinti, e
contrarii a quelli di prima azione, sia dei sensi, sia della fantasia* Quésti
debbono essere preparati; r ciò si fa sia colf istruzione, sia eolia
riflessione dell’uomo educato. fi 734. Nel cavallo io no 1 posso fare che colla
frusta; nell’uomo per lo contrario ciò si fu colf Istruzione, sia comunicala,
sìa procacciata da luì si esso: da ciò fi uomo può prevedere ciò che aspettar
si deve d alfa zio no proposta. 735, Questa previdenza costituisce fiunmo
agente morale; e quando non sia violentalo, lo rende mponsabile del suo
operato: dò che dir non potete del fanciullo, del pazzo, dell' insensato, nel
quale preparar non potete quest? previdenza e questo corredo di motivi
preconosciuti. 736. Voi dunque vedete la diversità fra la spontaneità animale e
la morale libertà. Da questa diversità risulta il vero, unico e concepibile
concetto del libero arbitrio; da ciò intendete come io, dotato di ragione, sia
libero autore degli atti mici, come sono lìbero espositore de’ miei pensieri,
Allora voi vedete come io sia Imputabile delle mie azioni, e come le léggi
divine ed umane, e la fede storica e la morale sicurezza riposino sulla stessa
base, e concordino col senso comune. fi 737. Bastino questi pochi cenni per
indicare il tèma della trattano uc su E libero arbìtrio, Se la capacità Ut
volerti in 1 1 le e imUè coso divèrsa rd anche contrarie suppone
necessariamente una facoltà che abbisogna di essere piegata da tic ter mi nate
idee interessanti . e se Fammo umano non è un Dio. che abbia il principio e il
fine ditlf-agir suo In se stesso: ne consegue che il libero arbitrio sarà un
effetto*, e l’agir suo dovrà formar parte del grande movimento dell* universo,
al quale l’essere umano appartiene, ed in lui riceve c rimanda le impressioni
sue giusta le sue forzo limitate, vi Controversie sul principio direttilo* e
quindi .irti merito dclln Morale. Posto I uomo in commercio sostanzi a le col
mondo dèlia natura e degli uomini che lo circonda, e conosciuta la legge colla
quale le facoltà sue interiori effettuano i di lui liberi voleri . coiivieii
passare a vedere il modo col quale agire dovrà al dì fuori la di lui moralità,
1 dii Or eccoci ad nn altro campo di dispute e di sentenze contrastanti 5
tuttavia vigenti sulta regola degli atti liberi degli immi ni e delle genti, e
specialmente nei vicendevoli loro uf fieli, * AD. Qui tratta dì sapere qual sia
la vera forza e podestà d*dlu forale* considerata come regola degli alti umani:
e ciò prima ili esaminarle i dettami particolari. Se tn dimandi alF agricoltore
se esìsto mi’artc di coltivare fa terra : se Io ecciti a decidere se quest*
arte sia reaie o immaginaria: quale risposta ti puoi tu aspettare? Se poi pii
domandassi se tulli ì terreni, in qualunque luogo ed in qualunque clima,,
debbano esscn Dal iati alio stesso modo, quale concetto formerebbe di te?
Eppure in iaLlo di Morale queste ed altre simili questioni furono e sono
trattate sul serio, c i dispareri sono tuttora vigenti a danno immenso della
vita CJV'le e politica. 1 Ninno ignora che prima che la Morale fosse trattata
come scien za, la quale riposa sui falli a] pari della idraulica e deiragidcoltura,
alcuni negarono esìstere un ordine di cose, che viene espuso col nome di nata
ridi1 diritto, da cui nasce la relazione del giusto ed ingiusto morale. Essi
asserirono essere Lulle queste cose parti dell* opinione imaginati
al['opportunità di governare gli uomini. Con questo ateismo morale s’ impugnò
un faLLo visibile e palpabile dei l'eco no mfo reale deirnroanUà* e si tentò di
annientare il potere della coscienza. S ™2* Altri confondendo doperà deli- urna
uà ragione nelFeconomia di fatto dell'universo, e non pensando che all Etica,
fattosi l'uomo centro di mi sistema, van tessendo la tela mentale deirade del
miglior vivere. Questi ima " in ino no una contraddizione Interna reale ed
universale ueir economia stessa di fatto della natura, u però introdussero una
specie di numidi sismo morale, il quale suscita acerbe querele contro la
naturale provvidenza. 743. Miri finalmente non avvertendo che le leggi morali
sono bensì di ragione necessaria, ma di posiziono contingente (non però
arbitraria all'uomo^ e che questa posizione è tanto ampia quanto la necessità e
I ordine della natura operante sull'uomo nei luoghi e nei tempi, invaginarono
certi modelli spolpali, i dilessi bili, uniformi di Morale, ai quali
sottoposero h vita privata e pubblica delle genti viventi nel tempo e sotto il
vario impero iTuna prepotente fortuna. 744. Da ciò uè seguirono due alternativo
del pari disastrose, Fai Lu vali re le assolute e rigide formule stabilite *
Ecco la vita umana trattata sul letto di Proc uste. Vuoi tu per lo contrariò
dispensarti dalle dette (orinole ? Eccoti gettato ueir arbitrario; eccoti una
morale secondo le passioni, ed un diritto secondo la forza. g , Mia perfine che
cosa pretèndete voi dalla Morale? Voi mi risponderete di voler adempiuto ti
voto dogli uomini, i quali nelle reciproche loro relazioni invocano pace,
equità e sicurezza, e nel loro interno tranquillità e contentezza. Ottima
risposa, io replico; ma soggiungo nello stesso tempo di non lasciarvi
trascinare ad astrazioni ed a raffinamenti che conducono ad un misticismo
inconcepibile, o, dirò meglio, ad mi vero con Irose uso. Guardatevi dall
attribuire alle frasi vaghe e sfumate di felicità e di sommò bene altro senso,
che quello che possono avere in natura; guardatevi diti confondere i canoni di
ragione dedotti dall intelletto col procedimento eli fatto della natura
medesima, e lo condizioni strumentali dei beni prefissi alla scelta degli
uomini (denominate necessità di mezzo ) col regime positivo e prepotente di
questa stessa natura. Con questa confusione voi uscireste dal mondo per
gettarvi senza posa nel cieco caos dell’ idealismo, onde lottare senza frutto
colla servitù o colla licenza. Ma l’amóre della felicità uoa è forse cosa
reale, ingenua, permanente, invincibile nell' uomo? lo rispondo che questa
tendenza si trova mi singoli atti umani, 1 soli possibili in natura: ma che
l’amor separato e generale suddetto nè esiste, nè può esister giammai. L’amore
della ieiìciLà non è die conseguente degli atti concreti umani. Desiderare di
sentire sempre più aggradcvolmeute e lungamente che si può, ridotto a forinola
generale, altro non è che un’ astrazione intellettuale. 14 amore della felicita
realmente non è che un desiderio sempre riprodotto j ma non è che desiderio,
ossia meglio una serie di singolari desiderii. si tratta del cancella della
legge morale di natura. Le cose dette da quel celebre pensatore meritano di
essere sottoposte ad. esame, perocché appunto presenta una di quelle
conclusioni le quali derivano da molle verità e da molte con fusi oni Ù), (ij
L'Autore parla divisameli te itagli erimi Genesi del Diritto n>ri di Bentham
e delta confusione d1 idee péft&le. fDG) elle ài trova nel io tuia meliti
lIcI ntio sisicrna, Vello studio pieno dell' Etica. . Or eccoci condoni allo
studio pieno dell’Elica, lutto il disegno fin qui tracciato non riguarda
realmente fuorché la prima Parte, e piuttosto E introduzione, e non la
esposizione competente della scienza. Non il corpo della dottrina, ma la radice
e le direzioni sole vengono somministrale dalla trattazione generale usi tata
fin qui. La cosa coll andar del tempo fu ridotta a tale, che i limiti di questa
scienza furouo ristretti a mano a mano ; e troncata la parte tutta della civile
sapienza, tutto il campo fu ridotto ad una esposizione più imperativa che dimostrativa
dei doveri verso gli altri e verso sè stessi; ed oltracciò fu spolpata di modo,
che sotto l’alchimia dialettica di Kant fu mandata in fumo. Quanto poi alle
altre scuole nelle quali fu trattata con basi più larghe, essa non soipassò i
confini della parte che io riguardo come solamente primordiale e introduttiva
della morale filosofica. Il punto di vista, sotto del quale è necessario di
trattare la scienza, si è quello che somministra la iagione dell’ordine reale
più 0 meno progressivo dell’economia divina risguardan te la natura umana; e
però dopo l’ordine normale di ragione discende alle disposizioni degli uomini
considerali nel loro vero stalo natuiae, che non fu nè potè essere mai
l’insociale. L’uomo individuale interiore si può nell’ordinazione naturale
appellare figlio del suo secolo, e le sue opinioni e i suoi costumi riguardar
si possono come altrettanti . frutti ^ 1 stagione . Quella graduale
dissoluzione dei poteri originali indivi ua ^ gretti e compatti; quella
divisione, direm così, delle capacita Peis colla contemporanea fusione nel
tutto sociale : quella successiva ia 1 ne dell’eredità intellettuale e morale
de’ nostri maggiori a mano a mano aumentata, e insieme purgala e concentrata:
quella continuità di fon zioni effettuata negli umani consorzii civili, e per
la vita stessa ^s a mente fissala sui lerritorii: quella formazione di grandi
Stali sorti ca tribù ignoranti e barbare; quell’ordinamento, in una parola,
lento, ie condito, possente, che si appella vita degli Stati, nei quali si ravvisa
un conoscere, un volere, ed un potere solidale, e ne sorge una vera mora t
persoli filila nula dalla cospirazione dei voleri, dei poteri e dei doveri dui
più: è vero o no thè presenta il vero e reale stato dogli uomini e delie ge
nti? Qui il volere* il potere e il dovere umano, concepiti in astratto, jù
trovano, per dir cosi, talmente trasformati dal processo vitale organico
operato in società e per la convivenza m società, clic la filosofiti molale
usilata si trova trasportala come iti un mondo nuovo, benché realmente sia li
mondo da lei supposto. Nel mondo delle nazioni s’eccitano e dirigono i motori
mo-,-nlÌ in una maniera cosi assorbente, così determinata c cosi propria, eli e
-lì appetiti, i desiderai personali e le affezioni verso degli altri acquistano
o perdono di vigore, pigliano una retta o storia direzione, compiscono un moto
ascende nle o retrogrado, o rimangono stazionari!, a norma delle varie
circostanze predominanti. I tre motori dei beni, dell'opinione e dell'alito
ritù imperante sono o no gli eminenti nella vita sociale delle nazioni? Le sole
aspettative incoraggiate o scoraggiate, le opinioni comuni rette o storte non
esercitano forse una possente decisiva influenza uni vivere civile? Siene
dunque pur veri gli avverti menti normali dei moralisti e dei politici; siano
pur sante lo massime proclamate: sarà sempre vero che tali avvertenze e massime
riscuoteranno sempre una fredda approvazione ed applausi speculativi, tutte le
volte che Tonda degl1 interessi ed 1 fantasmi delT opinione non saranno, almeno
all’ ingrosso, concordi con quelli dell1 onda morale. 762. Ora col modo fin qui
tenuto nello studiare e nell* esporre le dottrine morali, vie li forse reso
manifesto come le suste ed il movimento naturale sociale possono concorrere alT
esecuzione deli" ordine normale di ragione? Diciamo di più: apparisce
almeno come dev’essere tracciato questa stesso ordine morale sociale di ragione
ì SÌ dimostrano forse i conte m pera m culi degl* interessi e dei poteri
indispensabili alla socialità, di m odo che la teoria della vita civile si
vegga trattata come Tarn male, certamente assai più difficile a stabilirsi?
Dall1 altra parte c vero o no non esistere nè ragionevolezza nè umanità senza
società, e senza una data società? f? unica dunque filosofia morale vera e
possibile naturale si è quella nella quale interviene la dottrina della vita
degli Stati, e non ciucila che viene dettala dalle consuete astrazioni, o dai
soli dettami privati. Non mi si dica che questo punto di vista formi un ramo
speciale della scienza generale, c che iu esso si faccia un applic azione dei
principii della scienza. Come mai, io rispondo, potete considerare quale ramo
vm processo di fatto, per cui la natura va creando voleri^ poteri e dottóri?
che nel punto di vista astratto non erano contemplali ? l' orsechè la specie
umana si può pareggiare alle rondini ed ai castori, i quali in oggi fabbricano
i loro nidi e le loro case come al tempo d’Adamo? Forsechè le ostinate fantasie
e gli educati costumi, rattenuti anche da lreni politici, agiscono colle
compatte illusioni e colla violenza di una fanciullezza sbrigliala o di una
adolescenza sconsigliata ? Dall’altra parte poi sarebbe grave errore figurare
che nel punto di vista da me inteso si tratti solamente dei doveri verso gli
altri, e non piuttosto delle relazioni tutte dell’ uomo, e dell’ azione e
reazione fra tutto l’uomo collettivo e tulio l’uomo individuale. Quell’amore
immenso del vero, e di un vero, direm così, disinteressalo di un Archimede, di
un Galileo e di un Newton, per cui le storie ci presentano lino abdicazioni
fatte al principato: quella caldissima carità sociale ricordata negl’ateniesi e
nei Romani, perla quale l’individuo sembra rinunciare alla stessa sua
personalità: quella elevazione augusta e religiosa, per la quale l’uomo sembra
dimenticare la terra: si riferiscono o no alla triplice relazione verso sè
stesso, verso gli altri, e verso la suprema Provvidenza? Or bene, ditemi se sia
possibile sperare colali sensi fra i Boschmans e gli Eschimesi. . Voi mi
parlale di applicazione de’ prineipii astratti. Perchè non parlarmi piuttosto
di aggiunte sostanziali? Mi direte forse che nelle comuni dottrine si
comprendono tacitamente le vedute da me accennate . Qui vi rispondo, che ciò
che espressamente non viene contemplato non esiste in una dottrina; vi
rispondo, che da prineipii astratti e generali non derivano che conseguenze
astratte e generali: vi rispondo, che dovendo maneggiare oggetti reali, i quali
per necessità di natura non esistono sempre in una data maniera, non interessano
in una data maniera, non soccorrono in una data maniera, le forinole generali
riescono insulficienti e disastrose: insufficienti, perchè mancano di speciali
direzioni, disastrose poi, se vengono applicale colla loro cruda generalità.
Potici anche soggiungere l’irruzione dell’arbitrario non prevenuta da codeste
formole astratte, atteso che si lasciano negli affari vastissimi campi non
disciplinati, e però non guardati da sanzione dimostrabile, costituente motivi
efficaci alle coscienze: ma questo è un inconveniente abbastanza nolo, e pur
troppo sentito colle desolanti dottrine de5 casisti. Vili. Quanto sia
necessario questo studio delia civile filosofia* 765. Per la qual cosa ognuno
può giudicare se a ragione o a torto io riguardi i Trattali morali lino al di
d’oggi conosciuti come altrettanti prolegomeni della vera ed integra morale
filosofia. Resta dunque ancora a tra U arsi del merito naturale pieno e proprio
d i cjuesLa scienza* Il proporne il tèma esige per se solo una vastità di
vedute ed un accorgimento di scelie, che non possono derivare fuorché dallo
studio di quella oidio chiamo civile filosofia. La sua necessità nello studiò
delle dottrine morali si può dire dimostrata, quando questa necessità sìa
dimostrala nelle dottrine intellettuali, Ognuno sa che non si possono avere
Linone volizioni seu za buone cognizioni ; ognuno sa che il coltivare L
intelletto forma una parie degli uffici! dell1 Elica; ognuno sa che il dì scemi
ni e Mio morale onde valutare rettamente un bene ed uu male, e quindi la possanza
pratica del libero arbitrio, consiste nella coltura intellettuale oltre gh
impulsi della coscienza, Allorché dunque la necessità della civile filosofia
sia dimostrala por ben conoscere le leggi reali della mente sana, questa
necessità si deve' riconoscere anche per ben conoscere lo leggi reali del cuore
umano. Io mi credo dispensalo di tessere la di mas trazione domandala, dopo
quello clic no ho scritto negli ultimi cioquc num.1 dell’Opu&colo Dotta
suprema economia delì umano sapere in relazione alla mente sana. Tutto questo
riguarda la connessione Intima ed indispensabile fra le firnriunì intellettive
e le volitive. Ma qui non sta ancora tutta la cosa. \ oi mi parlate nell’ Etica
dell' amor dell’ ordine,, di quello della giustizia, della patria, e così
discorrendo. Ma V amore si può farse comandare, o non pii mosto inspirare, L’amore
anche spontaneo non viene forse raffreddalo. e in line ributtato da uiLudiosa
corrispondenza 7 Piu ancora: rolla coscienza che altri debba in certi oggetti
prestarci uffici! corrispettivi cui effettivamente non presta, si potrà forse
af tribunale della coscienza accusare tal uno di non essere affezionato ad un
ingannatore e ail uno sleale 7 Ora d vedere e il dimostrare come la natura
proceda neri lT attiva re e nello sviluppare! motori morali, e come essa
somministri Lordi na mento fonda mentale, o, a dir meglio, i mezzi ed i poteri
sia fisici, sìa morali di questo ordinamento, appartiene essenzialmente ed
e&cWiv arnen lea ! Ia ci vi1e filósofia. Dunque cs sa è la y er a madre
della morale adatto agli uomini individuali e collettivi, posto che l’
individuale, in forza rii naturale necessità, riesce privo di valore senza del
collettivo. Lo stimolo non manca; solamente vi occorre di conoscere la strada
sicura, i» ili essere in grado di affrontare la lotta di potenze avverse.
L’istruzione non può die illuminarvi ; il potere della coscienza deve Compiere
L impresa. Allorché ì suggerimenti di un buon cuore erano sufficienti a
provvedere ad un cerchio ri sire Un dì circostanze, la Lesta, d cuore, il
bràccio si trovavano collegati nella loro azione in virtù di una naturalo
bontà; ma allorché col progresso si allargò quid cerchio, allorché fu
necessaria hi sperienza c la tradizione. quesLo collegamento uou si potè ornai
più effettuare clic mediante la dimostrazione scientifica. Questa dev’essere
tanto più convincentespecificata c connessa, quanto meno é ovvia. quanto piu
contrastata e più importante. Loco l’opera che rimane ancora a compiersi. Il
successo di lei non può mancare, perchè la verità è la più forte ili tutte le
cose. Frattanto ponendo metile all' ordinamento dello studio della morale
filosofia, io osservo essere questione capitale: se gli uomini nascono buoni o
cattivi. Questa quistioffe di fatto è stata pur troppo decìsa contro 1 umanità
: e 1 opinione sinistra adottata suggerì dottrine detabuli. La questione doveva
esser posta in altri termini, e domandarsi doveva: se F ignoranza e l'appetenza
in defluì la umana nell* economìa della natura si possano per fatto generale
opporre oli1 eflezione dell’ordine morale di ragione; ed in caso affermativo,
in quali oggetti, dentro a quali circostanze, e fino a qual segno valer possa
questa opposizione* % 168. La soluzione di questo quesito, siccome necessari a
mefite involge la posizione degli umani individui in uuo stalo di sociale
convivenza. così avrebbe condotto ne cessavi amen Le ad indagare quale sia la
legge suprema dell’ umano incivilimento sotto il regime uaLurale del tempo. Or
ecco lo studio della civile filosofìa ripartilo ne3 suol tre rami essenziali;
cioè F economico* il morale ed il politico* Senza di questa cura la morale
biosofia si aggira negli spazi! imagmarii: e non conoscendo la provvidenza
naturale, non solamente avventura la sorte umana ad un cieco empirismo, ma
accora non si trova in grado di combattere dottrine maligne o soverchiasti.
760* Volendo voi trattare della migliore coltura di una pian La. potreste mai
prescindere di trattare c del terreno e del clima piu opportuno? La
suscettività stossa della pianta a fruttificare non è forse affetta da queste circostanze
? Mir ale nelle nostre serre la pianta della noce mosca da, e rispondete* 770.
E qui sì apre uu’alLra grande considerazione* ebe dimostra la necessità dello
studio della civile filosofìa. Figuratevi un uomo, il quale non abbia veduto la
pianta della noce moscada fuorché nei nostri paesi, e ignori d’onde sia venuta,
e non sappia che nel suo clima e torre native reca frutto: che cosa direbbe
questiona.©? lo non ho mai veduto piatile di noce moscada a far frutti: dunque
codesta pianta è in fruttifera. Ecco quello che per solito avviene a coloro che
intraprendono a trattare della Morale senza la precedente cognizione della
civile filosofia. Colpiti dalla folla dei fatti della storia, la quale quasi
sempre non rammentò che le opere dell’ignoranza e dell’intemperanza umana,
pronunziano sentenze sinistre contro il carattere ingenito dell’umanità: e se
per sorte si rammentano loro esempli di sode ed alte virtù, essi li nguaidano
come eccezioni, ed a guisa delle mostruosità del mondo fisico. Di mala ed instabile
natura sono gli uomini, dicono essi: e però conviene rattenerli e fermarli
colla forza. 771. Ma questo modo di vedere è poi giusto? Se all’uomo figuralo
nel sovra recato esempio voi presentaste il frutto della pianta noce mosca da:
se con moltiplici testimonianze lo convinceste non essere quella pianta
europea, ma orientale; che cresce nelle isole indiane, e che produce il frutto
da voi mostrato; è vero o no che cangierebbe opinione sulla suscettività
naturale della pianta suddetta? Or bene, ecco l’effetto naturale della civile
filosofia, quando venga mostrata e provata a dovere; e, quel eh’ è meglio,
quando si vegga randamento della natura, la quale se tende a cangiare, è per
migliorare. 772. Ponete (dice questa filosofia) gli uomini sul terreno e sotto
il clima propizio, e voi scoprirete di quale bontà, vigore e sublimità sia
suscettiva la natura umana, e con quanta inconsideratezza voi confondiate le
provvide innovazioni del tempo con una insana e riprovevole instabilità . Voi
vi querelate che la natura vi sia stata matrigna, e gridale per le battiture
che soffrite nel mondo delle nazioni. Ringraziatela piuttosto (risponde la
civile filosofia) che adoperi il flagello, per avviarvi sul terreno e sotto il
cielo da lei destinato. 773. Io preveggo che questo mio modo di vedere
incontrerà molti increduli. Io li scuserò: ma tempo verrà che questa
incredulità sarà dissipata, e i detrattori rimarranno certamente disingannati,
semprechè questa filosofia civile venga loro mostrata col suo corredo e colla
sua possanza. Frattanto io non posso dispensarmi dall’ eccitare lo studio di
lei, tanto per riempiere l’ immensa lacuna che ancor rimane nello studio delle
morali dottrine, quanto per dar vigore all Ltica medesima, la quale senza la
posizione di uno stato normale di fatto riesce pressoché nulla. Milano, 6
Maggio 1830. Bi ano sul 1 aleuto logico^ e he può servire di sviluppo a qual
che luogo delle Vedute fondamentali sull arte logica, . 7 7 i. li nome di
talento non esprime una facoltà o una disposizione qualunque a pensare o a lare
qualche cosa, ma bensì a pensarla o a lai la bene. Questo ben Jare o pensare
costituisce un tipo normale dell opera o del pensiero, lo imaginazione è nome
di potenza di puro fatto generico, sia o non sia ordinala, bene o male
disposta. Per lo contrario il talento dir si potrebbe una imaginazione bene
disposta a pensare o ad operare qualche cosa. Ciò serva a spiegazione della
parola. ,el ras. dal quale fu trailo questo brano gli tìen dietro un altro
intitolato: Della memoria e della sensibilità estetica in relazione al ben
pensare. Questo si omette, perchè leggesi testualmente nell’ Introduzione allo
studio del Diritto pubblico ai 221-422. fDG; OSSERVAZIONI DI GIORGI som v
Intorno ai 1 delle Vedute fondamentali sul? arte logica, pag, 241-242; e al 2
degli Opuscoli pag. 472. Il sW. Ab. Rosmini, nella sua Opera sul Rinnovamento
della filosofia in Italia ec, (Lì-b, III. Gap. XLYJII. pag, 506-5.67, ediz.
IL), dico molte cose intorno olio opinioni m ani festa le dal nostro Autóre in
questi luogIlÌ: e specialmente rispetto alle parole del 2 degli Opuscoli
filosofici cosi sì esprimer « Io vorrei dimandare se sia in potere di alcun
nomo il d definire, clic v’abbia una sola fra Le verità a noi conoscibili, die
si pos» sa dire al tutto inutile. A credersi autorizzati di pronunciare una
somw >j c/li ante sentenza, o couvien conoscere Pi ncateu amplilo di tutte
le verità i) fj »aute esse sono, o couvien essere un ignorante Per altro il
Romaji .>110 si è coerente al principio: lolla la verità assoluta, resta la
sola venta j> pratica, che non è verità: la contemplazione è inutile in
questo sistema* flutto si riduce alla vita attiva: che è appunto il sistema
contrario di^rittamente a quello di colui che disse dell* amante
contemplatrice, che >3 optima m pari em eie. gii, 33 Si potrebbe osservare
primieramente che* senza essere ignorante, e smiza bisogno di conoscere
l'iutiera connessione di tutte le verità, si pnò lieti dire che vi sieno delle
verità in utili* proprio inutili. Poniamo 5 a cagion d'esempio, due uomini, uno
dei quali si proponga di voler trovare il numero de' sassi che coprono una
certa porzione ile! letto di un torrente * e l’altro invece la natura dei
terreni circostanti e la coltura ad essi adattata. Tutti due cercano una
verità: il pruno trova Tom. I. *^a che quei sassi sono 100,000: l’altro trova
il modo di rendere fertili delle pianure prima incoile; e il senso comune
giudica stolto il primo, saggio e benefico il secondo: giudica cioè inutile la
prima verità, utile la seconda: quel senso comune che dettava la nota antica
massima: nisi utile est quod facimus, stulta est gloria. Ma lasciando da parte
tutto ciò (giacché in queste osservazioni è mio scopo trattenermi soltanto di
quello si riferisce direttamente alla dottrina religiosa del R.), mi pare che
l’osservazione del Rosmini, fatta in fine del brano riferito, sia del tutto
insussistente. Infatti il R. parla soltanto relativamente all' ordine naturale,
e quindi non è da opporgli una sentenza riguardante Y ordine soprannaturale. E
poi, questa evangelica sentenza è ella veramente opposta al principio, che il
valore del sapere consista nell’opera proficua, e che ogni speculazione dalla
quale non derivino cognizioni utili sia vanità? A me pare che no. Diffatli la
contemplazione non è sinonimo di speculazione, perchè la contemplazione non
esclude certo Y amore; anzi la vita contemplativa è apprezzata a preferenza
della vita attiva, perchè appunto giova a condurre l’uomo ad una maggior
perfezione di carità. La stessa fede è morta, se dall’amore scompagnata : tanto
più lo sarebbe la nuda speculazione, scompagnata dalla carità e dalla fede. La
scienza gonfia, e la carità edifica; dunque la contemplazione non è apprezzata
se non in quanto la scienza che procura serve alla edificazione. Ora edificare,
amare è sì o no opera, ed opera proficua? H bene morale sta egli forse nella
sola speculazione? II premio è egli promesso alla nuda scienza, o non piuttosto
allamore? Dunque la contemplazione è scienza accompagnata da opera proficua; ha
valore per l’opera proficua, eh’ è appunto la carità; e qualora si riducesse a
nuda speculazione, sarebbe vanità. Pare dunque che ogni dubbio in proposito
cessi, quando si avverta che la vita contemplativa non esclude l’opera; anzi la
esige tanto, che senza questa si ridurrebbe a vana speculazione. Intorno al
delle Vedute fondamentali ec., Il eh. sig. Ab. SERBATI (vedasi), al proposito
della parola utilità adoperata dall’Autore in questo paragrafo, e riferendosi
anche ai 650 e 651, dice: « La morale filosofia del R. non mostra quasi mai
alcun » altro fondamento, se non quello dell’utilità, e dirò anco deH’utililà
ma„ teriale. » E nella nota: «Alcuni col vocabolo di utilità comprendono »
anche i beni morali, cioè la virtù e la giustizia. Il R., non par» landò che di
que’ beni che nascono dall’azione di noi sulla natura e J u della natura su
noi, ci toglie fin anco la possibili là dr Interpretare il suo >j detto In
un senso meno abbietto* » (ÌUttnov. ee,, . od. Ih) lo non entrerò qui a parlare
diffusa mente intornio al senso in die il Roma gii osi adoperò la parola
utilità, si perchè sarebbe cosa troppo {natta per ima semplice osserva dono, si
perchè ne bn detto a sufficienza nelle noie alla Genesi del Diritto penale e in
quelle ùW Assunto primo del Diritto naturale* sì perchè in (ine avrò campo ili
trattare più di proposito quest* argomento nel Sàggio promesso. Dirò adunque
poche cose. In primo luogo la censura del Kos mi ni 4 cadendo sopra un brano
staccato* non merita di venir calcolala, perché il senso delle parole di un
autore deve risultare da tutta l'opera, e non da brani trasenti. t LSi osservi
ili passaggio che il censore usa la frase restrittiva quasi orni: o di queste
espressioni se uè vuol tenere gran conto I u et ec ondo luogo, qua u do pu re
alcuna volta il R orna g li c si avesse parlato dell1 utilità in senso vago, ed
anche materiale (ciò che però non concedo \ non ne verrebbe per giusta
conseguenza ch’egli avesse ammesso il principio delPulllilà In tutta la sua
estensione, e con tolte le sue conseguenze: potrebbe nelle deduzioni e
applicazioni aver offeso la logica, o salvale delle esigenze molte più Sante.
tu terzo luogo non è poi vero che le espressioni di questo paragra lo, anche
prese isolata meri te, in chiudano quel scuso abbietto che loro attribuisce il
Rosmini* La parola natura si prende io senso latissimo, die abbraccia tanto la
natura tìsica che la natura spirituale e morale ; e mi pare che il tenore ilei
paragrafi seguenti, e specialmente , tolgano ogni dubbio sul senso datissimo in
cui si prende in questo la parola natura. Ora 5 e parliamo, a cagione d*
esempio, dei beni morali, della virtù, delle azioni le più sublimi, noi potremo
giustamente dire die essi ci sono procurati dall' azione di noi sulla natura e
della natura su noi (o sulla nibuLe nostra, come dice R.)» Infatti, so Fatto
virtuoso è tale che si limiti alla sola iÉÈjenzione, esso è il risultato di un*
azione nostra (della- volontà) sulla natura morale dell’uomo, colla quale
azione vien diretta la mente a quei pensieri o guidici che sono moralmente
buoni, ossia il bene morale. So poi Fatto morale è anche esteriormente
manifestato, egli non pnò esserlo se non a condizione eli e P uomo agisca sulle
cose esterne, ossia sulla natura materiale. Reciproca metile dalle cose esterno
possono venire degli eccitamenti auclie al bene morale, come avviene mediante
l'esempio, gli scritti, l'eduedizione cc. : e questi eccitamenti sono un’azione
della natura esteriore su non Onesto cenno, a imo credere, basta per provare
l'assunto proposto™ mi. che in questo paragrafo non vi è quel senso abbietto
che crede vedervi il Rosmini. Intorno al delle f edule fondamentali ccv pag.
2tì2, nella nota. Piacque al cL Ab. Rosmini richiamare a serio esame la noia di
R. a questo paragr, 704. e interpretatala nel senso In cui egli intese altri
luoghi del nostro Autore, gli parve poterne trarre delle couseguente cosi
serie, che meritano un imparziale e diligentissimo esame. Ecco come egli si
esprime nella som Opera // nn nova mento della lulosojifi ec., , Ediz. IL t*
Uno dei poco dignitosi artificii del Romagnost si è pur quello di « avvolgere
insieme alcuni sistemi manilesta monte erronei e strani con » delle verità
religiose certe, ed anco dogmatiche; pittando poi queste » c quelli in un
fascio fra le cose mutili . e peggio* A ragion d* esempio, J) trae in beffa
quelle di* egli chiama ultra- astrazióni Fino che per noi >ì non si sa che
cosa egli in tenda per codeste ultf'dfi^traz loni^ ninno » adombramento ci
nasce della sua dotti Ina: ma non cosi ove si licer» chi che voglia significare
con quel vocabolo nuovo» opportuno ali bi» lento d’avvolgere in un notai velo
quanto intende cT insegnare con esso. » Udiamo noi adunque la spiegazione
ch’egli stesso dà di quel vocabolo, w = Sotto il nome di u Itr a~as traz imi i
io intendo que* predoni irnaginarii) ne* quali Y uniformare e Fagg raudire
vet^nò spiali df ultimo seguo escogitabile. Tale è, per esemplo, la sostanza
unica di Spinoza: !o spazio Immenso per tatti ì versi, da Newton appellato
sensorio dì Dìo; jj durata senza tempo; la perfezione somma attratta; in kne V
assolai* Lutti questi concepimenti derivano in sostanza dal convertire una
relazione iu entità, e ragionarvi sopiti, come appunto fanno i matematici colle
loro infinità, le quali appartengono appunto a queste u Iti a-as trazioni. lo
non voglio per ora dir nulla del loro valor ontologico, e però non definisco se
entrar possano nel conto di mere! logiche. 1/ istinto mentale non basterebbe a
soddisfare alla decisione* perocché allora il politeismo r ogni altra illusione
sì dovrebbero assumere come fonti di verità: dirò solamente ciò clic Lribnitz
disse dell' infinito matematico, cioè dm queste n l Ua-as trazioni non
istillano dentro, ma fuori del calcolo. Ad ogni modo io sono autorizzato a
lasciarle da una parte, a farne conto come gli scolastici della loro chimera,
di cui così spesso facevano menzione nelle loro logiche dottrine, e a lasciarle
a chi vuole camminare nelle tenebre e correre dietro ad ombre di morte. = Merita
questo brano, che gli si dia tutta l’attenzione, a fine d’in» tender bene la
mente di R., e di conoscer la sua maniera di » esprimersi. Osserviamo adunque,
che In esso egli ci mette insieme un sistema panteistico, quello » di Spinoza,
e un’ardita e gratuita opinione di Newton, con due o Ire » proposizioni, che
per molti altri filosofi sono verità delle più iuconcus)) se, e per tutti i
Cristiani sono dei veri dogmi religiosi: cioè: 1.° la du» rata senza tempo,
ossia l’eternità : la perfezione somma astratta, e » l’assoluto, ossia Dio.
Questo amalgama di veri così rispettabili ed au» gusti non meno in filosofa che
in religione, con delle empietà e delle » stranezze, è cosa che sola basta a
dar notizia chiara di un uomo che » non è sciocco, e che non può credersi non
avvertire a quello che dice. Or egli dichiara di tutte queste dottrine di così
diverso gene» re affastellate insieme, eh’ egli = non vuol dir nulla del loro
valore « ontologico, e non vuol definire se entrar possano nel conto di merci »
logiche. = Ma però notate bene, che nello stesso tempo ch’egli vi fa » questa
dichiarazione, vi dice ancora francamente: a) che quelle dot» trine sono
prodotti iniaginarii; b) che tutti questi concepimenti deri» vano dal
convertire una relazione in entità, il che è quanto dire in er» rori madornali,
come è appunto il prendere una mera relazione per » una cosa reale: c) che non
istanno dentro, ma fuori del calcolo ; d) che » si può lasciarli da parte,
riguardandoli come là chimera degli scola;) siici, cioè come un essere
fantastico, privo al tutto di realtà: = finalmente ch’egli crede di poter
lasciare quelle dottrine a chi vuol cam» minare nelle tenebre e correre dietro
ad ombre di morte !! = » Ora leggendo tutte queste belle cose, accompagnate
dalla solenne » protesta di non voler dir nulla sul valore ontologico e logico
di tali » dottrine, è egli possibile che ad un uomo di buon senso non corra to»
sto alla mente la filosofia beffarda dei sofisti francesi del secolo scorso; »
e che non ravvisi in R. i vizi! dell’ età in cui crebbe, e i ve» sligi di una
scuola che, per grazia di Dio, pute nauseosamente al nuo» vo secolo in cui
viviamo? Dopo di tutto ciò, viene quasi superfluo l’osservare, che il Ro»
magnosi non solo limita la conoscenza del vero alle cose sensibili, e »
n’esclude le soprasensibili; ma non concede neppure, come la il C. M., tm » che
a queste si possa pungere colf istinto, il quale, dice, se aver pon tesse
antoiità, convaliderebbe fio anco le stravaganze del politeismo, r Ma che è eu\
dopo cì dogli già disse, che 1* eternità, la somma perfé>] zìone, l'
assoluto, sono tenebre ed ombre di morte? Nò possiamo rim spondere che il
Romagtiosi nomina Ideila con rispetto in molti luoghi >j delle sue Opere;
perocché non cl starai noi accorti dì aver clic fare i) con una filosofìa
beffarda ? >1 H nel suo et iggio sulla dottrina religiosa dì Ro magnasi^
inserito anche nel Volume delle Opere dì Apologetica * così parla Saggio
separato, e \ìeW Apologetica) u ÌE Romagnoli dice, che la durata senza tempoy
ossia ìe temiti, la » perfezione somma astratta^ e Vassoiata^ che non è altro
che Dio sleali so, sono ultra-astrazioni ; e dichiarasi autorizzalo a lasciarle
da una » parte, e di farne conio come gli scolastici dulie loro chimere, dì cui
» cosi spesso facevano menzione nelle loro logiche dottrine, e lasciarle ii a
chi vuole camminare nelle tenebre e correre dietro ad ombre di « morie. Ma 1
eternità. Li perfezione somma, e Dìo, sono i fondamenti del » Gattolicismo,
come anco della re li gioii naturalo. » e Dunque la dottrina del Roroagnosi in
questi punti é anticattolica*^ Ometto tulio ciò che può essere questiono di
sola iilosoha. coni e mio costume; perchè sulla moralità della polemica ho dei
gran dubbi, quando non vi sìa una grave necessità dì usarne, anche se si
rispettino quei confini che la decenza e qualche altra cosa ancora
prescrivono;! quali credo di non avere oltrepassato in questa, nella quale fui
obbligalo ad impegnarmi dal convincimento di fare opera giusta e santa* Limilo
quindi le mie osservazioni a ciò che riguarda le capitali venta che il Rosmini
crede offese dalle espressioni del lì orna gnosi, Sì potrebbe innanzi tulio
notare, che un’accusa eli smhl blta porta già con sè un cerio sospetto
d’inesattezza: perché se d Roma gnosi (come confessa il Rosmini : nominò con
rispetto Iddìo in tnolH luoghi delle sue Opere; se egli, come risa Ila dai
passi che ho citato nella seguente osservazione (al 84 J delle Vedutè^onàa
mentati)) ammise chiaramente ed esplicita mente hi vita futura, cioè Icieruità;
non è a presumere eh* egli voglia con parole velate insegnare il contrario di
ciò che disse enti parole aperte, le quali per Io meno sarebbero state da lui
omesse, ove avesse avuto in animo dJ insegnare II con Ira rio in modo non
bcilniente intelligìbile* Pare adunque che Su tali circostanze mr passo oscuro
dovrebbe essere inteso m buona parte, almeno per non far torio al buon scuso dei
lettori imparziali Ma lasciando questo argomento,, dirò cosi, # priori, andiamo
al fondo della questione. Spremerlo il succo di lutto il discorso del Rosmini,
noi ricaviamo che la sua censura va in fine a cadere sulla qualificazione di
prodoLLi iraaginarii ec,., data da Roniaguosi a queste tre cose, che c^ama
ultra-astrazioni Ciò sono: La durata senza tempo. La perfezione somma astratta.
L’assoluto* Analizzi a mole una alla volta. La cluni ia senza tempo viene dal
Rosmini presa puvamenie e semplicemente come sinonimo dì eternità, E ciò posto*
quale conseguènza più giusta dì quella eh' egli ne trae? Ma 1 imbroglio non
Istà già uelPammettere la sua conseguenza, accordata la promessa : rimbtfBglio
sta appunto ucir accordargli la premessa: giacché non credo che ad alcuno sia
mai caduto in mente di definire Y eternità in durata senza temp0 ; e (pianti'
anche questa definizione fosse stata data, non ne seguirebbe clic fosse giusta.
La parola eternità si prende in due sensi: nel primo ìndica la csistanza senza
principio 0 senza [ine, e questo concetto deir eternità non può applicarsi che
a Dio; nel secondo indica la continuazione senza Ime didl’esistenza attualo
ch'ebbe principio, e si applica, a cagion d esempio, alle pene della vi la
futura. Tanto nell’ uno che nell1 altro senso la parola eternità non può
esattamente tradursi nella frase durata senza tempo. Infatti la durata esprime
la continuazione dell’ esistenza anteriore, ma non esclude i concetti di
principio 0 di fine: il tempo poi esprime un complesso finito d’ istanti. Ld e
ciò così vero, che. anche nel comune linguaggio si contrappone il tempo all1
eternità. Ora F idea di eternità nei primo senso esclude l'idea di ogni limite,
e net secondo senso esclude ridea del fine. Volendo dunque tradurre la parola
eternità in un'altra espressione, bisognerebbe chiamarla durata senza limiti
nel primo significato, c durata senza Jitie nel secondo, e non mai durata senza
tempo, lo me ne appello a quanti sanno apprezzare II valore delle parole, anzi
al linguaggio comune. Ma v’ è qualche cosa di più. Se le parole durata e tempo
hanno il significato sopra stabilito, com* è fuor di dubbio, esse In sostanza
sono idee cosi connesse, che 1 una non può stare senza dell* altra: non
potendosi concepire la continuazione dell esistenza precedente, se non m ull
complesso d* Istanti successivi. Perciò la durata senza tempo è un concetto
contradditorio, come sarebbe quello di quadrupede bipedenò più uè meno; 0. per
parlare più chiaramente, e con maggior relazione alle frasi del R. nel luogo
che esaminiamo, il volere separare dall’idea di durala, cioè di continuazione
delPesistenza precedente, l’idea di tempo, è un astrazione viziosa,
un’ultra-astrazione, che conduce a un concetto contradditorio, vale a dire a
una chimera. Che se esaminiamo ancor più intimamente questi concetti, quello di
tempo non è che un’idea di relazione, nel quale necessariamente si unisce
all’idea di durata: se questa relazione noi la convertiamo in una realtà, e
vogliamo separarla dal concetto nel quale si compeuetra non come attributo
reale, ma coinè semplice relazione, noi andiamo, come si diceva, nell’ assurdo,
nel contradditorio, audiamo dietro ad ombre vane. Tanto è lungi adunque che
l'idea di eternità sia traducibile in quella di durata senza tempo, che anzi,
ammettendo la possibilità di questa versione, si verrebbe a stabilire che
l’idea di eternità fosse assurda, contradditoria, e quindi impossibile; perchè
appunto assurda, contradditoria, impossibile è l’idea di durata senza tempo. Ma
poniamo che tutto questo ragionamento fosse falso, cioè che le nozioni di
durata e di tempo, come io le diedi sull’appoggio del comun modo di adoperare
questi vocaboli, non fossero giuste: sarebbe sempre da vedere se quelle parole
avessero nella fraseologia del R. il significato che io loro attribuiva,
giacché alla fine poi le parole adoperate da un autore vanno iutese in quei
senso in cui le usava. Per accertarci su questo punto, vediamo com’egli
definisca la durata e il tempo. Io trascrivo le parole sue dai degli Opuscoli
filosofici, Tutto il mistero (in qualunque cosa capace di più e di meno)
consiste nell’unità continua, a cui si ae^iun^e il nostro giudizio di potei J
co o u, crescere o diminuire all’infinito. Questo giudizio, speculativamente
metafisicamente concepito, viene di fatto applicato alle cose reali esistenti
fuori di noi, senza avvertire se questo modo e se questo giuoco delle no sire
idee possa o no effettuarsi in natura. Un’analisi più esatta dell idea del
tempo, e quindi della durata, potrebbe vieppiù rendere chiara questa verità.
Siccome il numero altro non è che una pluralità compì esa sotto di un solo
concetto, così pure il tempo si può dire essere una pluralità di istanti
compresi sotto di una sola nozione. = = 11 carattere precipuo dell’idea del
tempo consiste nell’idea di successione; e questa idea si forma colla
compresenza di un’idea stabile e di altre variabili. Cosi, per esempio, da una
parte sento il movimento prolungato di un carro, e simultaneamente sento molti
tocchi di una campana, che si succedono l’uno all’altro. Durante il romore del
carro conto dieci colpi di campana; questi si associano all’idea unica del ro
Dòli? more del carro: ed ceco che io mi formo Videa di un periodo. Io jueoutrn
piùcasi simili presentatimi dalVespcrienza, e quindi passo ad estraniti l'idea
generale: c con qo està estrazione generalo nasce V idea del tempo in generale.
Per quella tuiuione poi ordinària del mio intelletto di togliere ì limili,
forino 1 idea di un tempo indefinito e di una durala senza fine. =* Risulta da
questo passo, clic Ru mago osi intendeva la durala e il Lem* pò nel triodo clip
ho sopra spiegato, cioè secondo sodo intese queste parole nel comune
linguaggio, giacché egli viene a stabilire: C Che ! idea di durata è
correlativa a quella di tempo, poiché dice i.lut aLiollsi più esatta dell idea
di tempo, e quindi della durala, = Gtc il tempo si può dire una pluralità d’
istanti compresi sotto una sola nozione, come appunto io lo definiva. 3V Che
lidea del tempo e della dorata inddudc dei limiti, i quali bisogna togliere
quando si vuol formare Videa di tempo indefinito, di durata senza fieleDunque
il significalo elio lì ornagli osi dava alle parole durata c tempo confermi
quanto dissi; e perciò resta fermo, elio lespressione durata senza tempo è
assurda, perché eolie funzioni della nostra mente non possiamo formarci che
Vìdea di tempo indefinito e di durata senza fine, c non mai quella di durata
senza tempo* perchè non possiamo formarci idee contradditorie. Ma di ciò basta.
Passiamo alla seconda frase da Ramaglia# qualificala per ultra-astrazione, che
è la perfezione somma astratta* lo uou saprei Leu dire se SERBATI (vedasi)
censuri queste parole prese da sé, oppure le consideri unite còlle altre,
durata senza tempo e V'assòlulQ. Pare dai due brani sopra riferiti, ch'egli
prenda 1 -espressione di perfezione somma astratta unita alla seguente, V
assoluto, come sinonimo di Dio ; e se si guardi al modo con cui espóne
nuovamente uellV//ìtf/ogeiica a questo luogo di R., ripetendo ciò che aveva
detto nel llitmQV&nictitQ ec., pare anzi che le unisca insieme tutte Ire,
perchè così discorre, tc li Romagnoli dice, che della durala senza 3i tempQ)
della somma perfezione astratta* e del l* assoluta ^ il che ò qu aulì to dire
del V eternità di Dio, egli fa quel conte che della chimera face» vano gli
scolastici esc.» (Saggio sulla dottrina religiósa pag. tffl.) Che che pero ne
sia, egli ò evidente che quelle frasi sono da R. prese di sg.iu uta metile : e
ad ogni modo, se non hanno, isolato, quel senso clic loro dà il Ilo smini, non
lo avrebbero neppure unite. Venendo dunque ad esaminare questa seconda frase;
la perfezione somma k co usid ariamo o in Dio, o udlVuomo. Toi La perfezione in
Dio esprime queiratlributo essenziale della divinità, il quale consiste
neiresclusioue d’ogni difetto, d’ogni limite in tutti i sensi : e quindi la
perfezione somma non può, a parlare propriamente, convenire che a Dio. La
perfezione nell’uomo, ente finito, non indica che il continuo accrescimento o
sviluppo in qualsiasi sua facoltà, c specialmente ravanzamenlo sempre crescente
nel bene morale, nella virtù, ed inchiude sempre l’idea di limite, essendo
l’uomo un essere finito; per cui la perfezione nell'uomo non può mai dirsi
somma. Dunque la perfezione somma non può ammettersi che in Dio. 3Ia quale idea
possiamo aver noi mai della perfezione di Dio? Quando abbiamo detto che in Dio
non havvi alcun limile nò alcun difetto, abbiamo detto tutto. Il filosofo e il
teologo asseriscono Dio perfettissimo, ma, se sono sani di mente, non intendono
con questo vocabolo altro die l’esclusione da Dio di ogni difetto in tutti i
sensi: e se qualche filosofo vuol parlare della perfezione somma astratta, e
pensa di comprendere che cosa sia, e ne discorre come se ne avesse l’idea
distinta; egli spinge la sua mente a cercare l’ incomprensibile, e parla di ciò
che non conosce, ne può conoscere; egli ingrandisce oltre la misura delle forze
della ìagione umana quell’ idea di perfezione limitata, e quindi impropriamente
detta, die si è formala coll’astrazione; e questa sua perfezione somma asti
alta si può giustamente lasciarla da parte, perchè è fuori del dominio e a
mente umana. Malebranche, che certamente non era ateo, nè aveva un idea bass. e
vile della Divinità, diceva molto giustamente: Vous devez savoir que pour juger
dignement de Vieti il tic Jan lui attribuer que des atlributs incompréhensibles
. Cela est ai *
puisque Viete est t infini en tout sens ; que rieri de fini ne ^Hl c 01 vient ;
et que tout ce qui est infini en tout sens, est en toutes n nières
incompréhensible à l'esprit huniain. ( Entretiens de Metap ; que. Entr. VII. Ve
Vieti et de ses attributs.) . j.
Ora, se nessuno può dubitare che la perfezione, come attributo Dio, è infinita;
se nessuno può negare che l’infinito sia incompien bile alla mente umana
finita; ne segue che molto a ragione il R. collocò fra le ultra- astrazioni la
perfezione somma astratta, in quant con queste parole si pretenda esprimere
un’idea distinta della peifezio ne somma considerata in sè, e si pretenda di
ragionarci sopra, corT1 si farebbe in quelle cose che stanno nei limili delle
forze della mente umana. Non saprei come si potesse trovare in ciò nulla che
offenda Religione, la quale, ben lungi dall’ ingiungerci di occupare la mente
no sira nella ricerca di cose incomprensibili, ci avverte anzi che: scrutator
ma j estati s opprimetar a gloria. Riflettendo un momento a questo brano del
R., che nomina Iddio con rispetto in molti luoghi delle sue Opere (e la
confessione di SERBATI mi dispensa da ogni citazione), e che, al dire del
censore medesimo, non è sciocco, e non può credersi non avvertire a quello che
dice ; si vede apertamente ch’egli pensava di lasciare a chi vuole camminare
nelle tenebre quei concepimenti che sono assurdi e conlradditorii, ovvero
incomprensibili, i quali tutti stanno fuori del calcolo, cioè non possono
essere oggetto dell’umano pensiero, alcuni perchè importano l’assurdo, altri
perchè sorpassano le forze della mente umana. Io credo che queste riflessioni
rendano così evidente non essere nel passo che esaminiamo nulla che offenda le
cattoliche verità, che più non si potrebbe ragionevolmente desiderare. Ci resta
a parlare dell 'assoluto^ da R. pure chiamato ultraastrazione, prodotto
imaginario. Io non so come mai il Rosmini, conoscitore profondo qual egli è dei
sistemi filosofici, abbia potuto credere che con questo vocabolo venisse
significato solamente ed esattamente Dio. Io non andrò cercando nella storia
della filosofia le molte significazioni nelle quali si prese la parola
assoluto: questa fatica, quantunque poca, sarebbe gettata, poiché resterebbe
ancora a stabilire iu quale di queste significazioni lo intendesse R.. Adunque
riferirò qui a dirittura un brano del nostro Autore, dal quale rileveremo
apertamente in che senso egli intendesse l’assoluto, e se avesse ragione di non
farne alcun conto. Si noli che questo brano è tratto da un articolo sulla
filosofia di Kant che si pubblicassero le Vedute fondamentali sull'arte logica,
nelle quali si legge questa nota sulle ultra-astrazioui censurata dal Rosmini.
Ciò avvertito, ascoltiamo le parole del R.. Dapprima Senofane fra i Greci
antichi, indi Spinoza un secolo e mezzo fa, e finalmente alcuni successori di
Kant iu Germania, si avvisarono di annientare la reale esistenza della
pluralità degli esseri, per ritenerne un solo che fosse senza limiti e senza
condizioni, e che fu denominalo assoluto, il quale avendo in sè stesso il
principio e il fine di tutte le esistenze, non abbisognava di accattare il
sapere da veruna potenza. Ecco il così detto sistema dell1 identità e dell1
idealismo trascendentale ; sistema il quale, come osservò l’Ancillon, non è che
una modificazione dello spinozismo. E nolo che Spinoza sostenne non esistere
che una sostanza unica, che fa la figura di mondo, di uomo e di Dio. Or bene,
alcuni maestri alemanni annientano Y individuo, «e si posano nel seno
dell’assoluto, dal quale sortono poi mediante diversi atti liberi della loro
onnipotenza, per dar nuova vita agl’ individui e per generare le scienze. Se
l’assoluto inghiottì tutto, ciò fu per restituire la sua preda. Hanno ridotto
tutto al nulla, ed anche loro stessi in qualità d’individui, onde arricchire r
assoluto; e l’assoluto si mostra riconoscente a questo servigio col riprodur
lutto. Questo sistema si ò quello dell’ idealismo trascendentale. » = =z Si
domanda che cosa sia questo assoluto, che assorbisce tutte le esistenze
individuali per formarne una sola. O ò un nulla, o ò qualche cosa. Se è qualche
cosa, egli sarà un ente reale ed una sostanza unica. L’idealismo dunque
trascendentale altro non òche lo spinozismo sublima to. Aucillou qui descrive i
modi di questo sistema; ma la tesi è: uou esistere fuorché una sostanza unica,
la quale si pascola colle sue fantasie. Lidea lismo di Fichte, ristretto agl’
intelletti umani, fu trasportalo alla sostali za unica universale, che fa la
figura di mondo, ili uomo, di Dio, animai landò l’universo lutto, compreso Y io
umano. Leggansi le Opere di Sche ling, di Villers, di Krug, di Bardili ec., e
si troverà quest ultima £ia,^a zioue dell’aseismo (devaio alliufiuito.zz:
[Opusc»fdos.^ Questo assoluto infine non è dunque altro che la relazione di
dipeli denza del finito, del contingente dall’Essere infinito e necessaiio,
conve ti La in entità reale, per cui quest’assoluto si figura essere il lutto.
Ora non pare che Uomagnosi s’ingannasse, dicendo che asso u un prodotto
imaginario ! Ecco a che si riduce tutta la censura di SERBATI (vedasi). Io
credo c ic possa più restar dubbio sul senso vero di quelle tre espressioni
l’oggetto delle nostre ricerche; c quindi, riassumendo, arriviamo a | ste
conseguenze : La durala senza tempo non vuol dire eternità . La perfezione
somma vien giustamente collocala lia astrazioni, non in quanto si limili ad
indicare l’esclusione da Dio ( 1 o difetto in tutti i sensi, ma in quanto la
perfezione somma asti alta comprensibile. 3°. L’assoluto non è per molti
filosofi che un’espressione equivalente a quella di sostanza unica: e il R. lo
intende e ceUSU in questo senso. 4.° Dunque la dottrina di R. non è in questi
punti aulì cattolica. Se la giustizia vuole die le parole oscure di un Autore
d’intemerata fama sieno intese nel miglior senso, ne segue che le espressioni
di questa nota dovrebbero essere prese in buona parte, auche se fossero
veramente oscure, anche se non avessimo altri luoghi delle Opere sue che le
rischiarassero. Che si dovrà adunque fare quando le frasi, ch’egli dichiara
prodotti imaginarii, sono tali realmente, e non hanno che fare coi dogmi
cattolici; e quando abbiamo de’ luoghi chiari delle Opere sue nei quali parla
di Dio con rispetto, e si professa veneratore delle grandi e sublimi verità
cattoliche, dall’ esprimere le quali le frasi da lui riprovate sono tanto
lontane, quanto la luce dalle tenebre ? Intorno al delle Vedute fondamentali 1
e 41 degli Opuscoli filosofici^ . Delle cose dette dal R. in questi paragrafi
il Rosmini ne parla nell’Opera sul rinnovamento della filosofia ec., Lib. III.
Cap. 33. pag. 385-387, ediz. IL; e nell’opuscolo sulla dottrina religiosa di
Romagnosi* pag. 8 ( pag. 304 Apologetica). Nel primo luogo egli si esprime di
questa maniera: « Il R. dice che sulle disposizioni della economia divina »
riguardante la natura umana = convien far punto =, soggiungendo » di poco buon
umore: = e che perciò? vorreste forse colle tenebrose » vostre cosmologie
gettar ancora la filosofia nelle larve analogiche nien» te più valevoli delle
cosmogonie caldaiche, indiane, cabalistiche ? A » che prò trascinarci in un
pelago oscuro, infinito, inutile alla mentale » educazione? {Vedute
fondamentali = » « Ora questa maniera di parlare è, a dir vero, non poco
equivoca. » Si nominano, è vero, con dispregio le sole cosmogonie caldaiche,
ìn» diane e cabalistiche ; non si parla dell’ ebraica : ma che intende egli »
per cosmogonie caldaiche? io non voglio rilevarne il mistero. Dico bensì » che
quella maniera di parlare esclude tutte le cosmogonie, e non le n sole
nominate. Se ad una sola egli facesse grazia, se avesse voluto ser» bare
l’ebraica, e almeno come documento storico non polca preterirla, » l’avrebbe
assai probabilmente nominala. Ma egli vuole che sull’ econo» mia divina
riguardante il genere umano si taccia del tutto. Or questo » assoluto, questo
profondo silenzio sopra ciò che forma e formerà sem» pre T interesse massimo
dell’umanità, e di cui si parlerà sempre, chcc» che si faccia o si dica, nou
solo è impossibile, non solo non ista con » chi professa la religione di Gesù
Cristo, ma non è degno nè pure di » un filosofo; e chi proibisce a’ suoi simili
il ricercare onde provennero e a quale destinazione vanuo, il meno che dir si
possa di costui si è, » ch’egli professa uua filosofìa assai povera, e al tutto
insufficiente ai hi» sogni dell’ umanità, una filosofia a cui egli medesimo dà
ben poco va» loro 5 quando non la crede atta a travalicare di un passo il breve
cir» colo della materia segnato alla vita presente. » u E però non fa
maraviglia se dica in un luogo, che zz il limite del» r impenetrabile riguarda
le cause prime zz {0 pus c. filo s.^ 1), dopo » aver detto che zz l’impenetrabile
è assoluto, perchè non si può tra» scendere da veruna potenza umana zz (ivi). E
tuttavia fa maraviglia la » maniera onde esclude la filosofìa dell’economia
divina sulla vita futu» ra, perocché dice che zz essa non abbisogna delle
arguzie della filoso» fia per assicurare il suo trionfo zz (ivi, 41). Anche
coloro i quali so» no persuasissimi di questa sentenza converranno meco, che
ella non » può essere sincera in bocca del R.: ch’ella pare anzi conle» nere un
dispregio affettato della filosofìa, alla quale in tanti luoghi lo » stesso R.
commette l’umano perfezionamento. Piuttosto il di» videre sì fattamente la
filosofia dalla religione., e il non volere che quel» la si mescoli punto nè
poco delle cause prime e degli eterni destini » dell’uomo, potrebbe indurre
altri a credere, che si voglia con ciò sta» bilire una filosofia ai tutto
materiale, e, mi si permetta il vocabolo per )) ributtante eli’ egli possa
parere, atea. » E nell’opuscolo sulla dottrina religiosa di R. (. Apologetica-:
« 11 R. dice che zz l’impenetrabile è assoluto, perchè non si » può trascendere
da veruna potenza umana zz: e poi dice che =1 impenetrabile riguarda le cause
prime zz; e che sulle disposizioni del» l’economia divina riguardante la natura
umana zzeonvien far punto » escludendone anche le cognizioni positive e
storiche, non solo le fdo)) sofiche. » « Ma il Cattolicismo ci svela l’economia
divina riguardante la na» tura umana; anzi non tratta, si può dire, che di
questa sublime e » consolante economia, e ci dà in mano dei documenti storici,
che ci di» chiara infallibili, i quali manifestano inoltre le disposizioni
divine e po» silive circa i destini dell’umana specie. » « Dunque la dottrina
del R. in questa parte non si concilia )) colla dottrina cattolica. » Ora se abbiamo
ascoltato pazientemente queste amare parole, ascoltiamo anco il R.. Egli nel
luogo in parte citato dal Rosmini dice precisamente: = accordo che il mondo
della natura non viene compreso fuorché nei rapporti dell’economia divina
riguardante la natura umana. c però conTien far punto suUe di^ensa^oni Ji
questa economia. E che perciò ? Vorres Le forse colle latebrose vostre
cosmologie oc. = Negli O/^ic^^o/a poi ($$9. 40. 4f) cosi saleimemenle sì
osprime3 ch’io reputo conveniente riferirli qui, alide dall immediato confron
10 tra la censura rosmìnkiua sopra qualche lrasc ambigua o.° che questo dogma
basta per sè solo a far perdere irreparabilmente la causa al materialista; C.
che 1 articolo dell’economia divina sulla vita futura, base su cui riposa la
sanzione religiosa, trionfa senza bisogno dei puntelli delle umane
sottigliezze; 7.‘J che non bisogna confondere ciò che spetta alla filosofia con
ciò che spelta alla teologia, ec. ec. Ora domando se tutte queste proposizioni
facciano supporre che chi si esprime cosi chiaro ed aperto non creda alla
rivelazione. Domando se un luogo oscuro possa essere interpretalo cosi
aspramente, a fronte di confessioni di questa fatta. Domando infine se una
filosofia, la quale conduce dii la professa a simili conseguenze, possa essere
sospetta di ateismo, di materialismo ! Potrei aggiungere, che le oscure parole
tanto temute dal Rosmini significano in sostanza, che quantunque si debba
ammettere una divina economia riguardo alla natura umana, tuttavolta non si
deve spignere la curiosità fino all’ intemperanza, e pretendere di scandagliare
colla ragione gli abissi di questa economia. Potrei soggiungere che il
cattolicismo, a parlar propriamente, non ci svela V economia divina riguardante
la natura umana; ma ci svela solo gli effetti, i decreti, le disposizioni di
questa economia, che servono a nostra guida e conforto; mentre quando
c’instruisce, a cagiou d'esempio, sulla redenzione, sulla grazia, sulla
predestinazione, ce li dichiara misterii incomprensibili all’umana ragione; c T
insegnar dei misterii non è certo svelarli. Èri Potrei dire queste e molte
altre cose, potrei addurre altre testimouianze del Romaguosi; ma ciò non mi è
concesso dalla brevità che mi proposi, e temo di aver violata anche troppo in
queste osservazioni ; e non è poi neppure domandato dalla necessità di
convincere i più ritrosi della verità di quella proposizione che ho tante volte
ripetuta e spero provata, non essere, cioè, anticattolica la dottrina di R. 10
dovrò altresì ritornare un tratto sulle cose dette dal Rosmini in una nota al
luogo sopra riferito, ed altrove, riguardo ai Cenni di Romagnosi sui limiti e
direzione degli studii storici, e confido di recare altre prove della medesima
consolante verità testé accennata. Intorno ai delle Vedute fondam. ec., ; e al
degli Opuscoli JìlosoJìci, 1. 11 SERBATI (vedasi) riferendo alcune frasi di
questi paragraG, crede poterle interpretare in modo da essere condotto a
pensare che la dottrina di Romagnosi penda, e non poco, al materialismo. Io
riferirò per intero le parole sue, come al solito; sembrandomi che io dispute
cosiffatte il lettore, per giudicare rettamente, abbia bisogno di aver
sottocchio le frasi scelte a base dell’ accusa e il preciso tenore di questa.
Il Rosmini adunque nell’Opera più volte citata: il rinnovamento ec., adduce le
seguenti espressioni del Romaguosi, ove parla del potere della ragione: Quando
tu saprai dirmi che cosa intrinsecamente sia la vita, allora pure dir mi potrai
che cosa intrinsecamente sia questo potere. Forse fra amendue esiste una
comunione ed un nesso segreto che finora non fu rivelato. ( Vedute fond . = ;
poi prosegue: « Con dei semplici » forse^s i può trarsi mollo innanzi
nell’indagine di un’assoluta certez» za? Per altro queste parole assai chiaro
dimostrano, che il Romaguosi » non afferrò l’essenziale distinzione fra il
conoscere e il vivere animale ; » e però non vide l’opposizione che il primo
tiene al secondo per sì fatta » guisa, che la natura dell’uno esclude la natura
dell’altro. Sospettò dun» que che il conoscere sia qualche cosa di simile ad
una funzione amma» le; il che solo basta a mostrare che la sua certezza non è
concepita da » lui come dotata di vera razionalità, e però non è punto nè poco
cer» lezza. » E nella nota così discorre: « Quanta attenzione io credo doversi
porre a non attribuire agli scrit» tori opinioni men rette, le quali non
appariscano chiare nelle loro » scritture ; altrettanto estimo non doversi
dissimulare o velare quello » che v’ ha d’ erroneo e di pernicioso per entro
alle opere loro fatte di pubblica ragione ; il cbe darebbe in noi mostra o di
vile adulazioue, o di pusillanimità, o di piccolo amore pel pubblico bene. Dirò
dunque » di nuovo* secondo il mio costume, assai francamente quello che io »
penso della dottrina del llomaguosi: penso eh’ essa penda, e non poco, » al
materialismo. Intanto qui si vede, che fra il potere razionale, e la » vita
animale, egli non trova una essenziale differenza; anzi vien sospet» tando fra
loro una comunione, un nesso secreto. Questo già è molto, » perciocché è un
disconoscere nell’ intelligenza quell’ elemento immula» bile e veramente eterno
che la costituisce; quando nella vita animale » nulla v’ha che non sia
distruttibile. Ma che concetto s’ è poi egli for» mato della vita animale ?
Quiudi conosceremo il concetto che s’è for)) mato anche dell’ intelligenza, die
con quella sospetta aver secreta co» munioue. Il nostro autore dà manifesto
segno di credere che la vita » animale sia un risultamene di atomi e di gaz! In
un luogo egli vuol » mostrare che tutte le idee sono derivate. Ora fa Y
obbiezione a se stes» so, che le idee hanno de’ caratteri opposti a quelli
delle sensazioni, p. )) e. la semplicità. Ma egli risponde, che non si può da
questo dedurre, « quelle idee non essere un prodotto di più forze anche estese,
perocché » un effetto di nozione semplicissima può derivare da cause cornpo ))
stissime =: ( Vedute fondi .); e reca in esempio la vita che risul w ta dagli
atomi e dai gaz, sebbene con essi ella non mostri alcuna ias» somiglianza, m
Vorreste forse, dice egli, darmi la vostra impotenza a » conciliare le cause
delle cose sperimentali per pronunziare sulle ori» gini ? Allora io comincierei
col dirvi non esistere vita alcuna, peulu » cogli atomi e coi gaz non posso
vedere come nasca la vita. (Vedute ì) fond ., 8 05). In un altro luogo esprime
lo stesso pensiere, dicendo » contro quelli che dall’ analisi delle idee
vogliono indurne che non ven » gon tutte dai sensi: rz nei composti razionali
di unita complessa anno » scomposizioni dialettiche, come se si trattasse di
scoprire semplici rap » porti di quantità. Ma è noto che come sotto all’ azione
della chimica^ » vita sparisce, e la forza vitale non si coglie giammai; così
sotto a ^ » mica dialettica si dissipa la forza razionale, e la generazione m »
non si raggiunge giammai in. {Opusc. filosofie). Quesle Pa10 ' non avrebbero
nessun senso e valore, dove non si supponesse per c » to, che la vita è un
prodotto di elementi chimici, ragionando 1 auloi » nostro così: Come gli
elementi chimici e temperati insieme a „ foggia producono la vita, ma
scomponendoli questa si perde; cosl scoro » ponendo il pensiero umano, ci
restano tali elementi, coi quali non vec » giamo il modo di ricostruirlo. L’
argomento è antilogico, come ogmm vede; e, a (lire solo alcuni dei molti peccati
che gli pesano addosso: » 1.° la esso si suppone per certo che la vita animale
sia un risultamen» to di elementi materiali: or questo è meno che un'ipotesi, è
meno che )) un’affermazione gratuita, è un errore. La parità dunque non vale,
non » prova nulla, non esiste in natura. 2.° Nella scomposizione chimica la »
vita ci sfugge, e ci restano in mano delle particelle materiali morte. Non
)> è già così nella scomposizione dialettica; anzi in questa ci restano in »
mano degli elementi vivi, e tanto vivi, che son questi appunto, queste »
nozioni e idee, che involgono una contraddizione in terminisi voler» le
dichiarar sensazioni. L’argomento avrebbe qualche forza, se dopo » aver noi
analizzati e scomposti i pensieri, non ci restasse che seusazio» ni, e ci svanisse
tutto ciò che è razionale; allora si potrebbe dire in qual» che modo: ecco qua
gli elementi del conoscere: è vero che il razionale » è svanito; ma ciò sarà
avvenuto, perocché egli dee essere un risulta» mento di questi elementi fra di
sé congiunti, noi non sappiamo in che » modo. All’opposto, facciasi ciò che si
vuole, la parte razionale non si per» de mai; sta sempre là innanzi agli occhi
dei sensisti, ferma come uno » scoglio: taglia, assottiglia, lambicca; la parte
razionale non si fa che più » pura dal senso, più inesplicabile. la fatto
adunque riesce per appunto al » contrario di ciò che afferma il R., e prova
dirittamente contro di » lui. Gonvien riflettere che le ultime, le più
elementari idee non hanno » nulla di comune colla sensazione: ove fossero solo
differenti da questa, » si potrebbe Tampinarsi; ma che nature intrinsecamente
contrarie sieno » prodotte da altre nature intrinsecamente contrarie, ciò cozza
non solo » col principio di causalità, ma ben anco con quello di
contraddizione. » Molli altri errori potrei osservare ; ma me ’l vieta la
brevità di una no» ta. Raccoglierò piuttosto l’argomento, e dirò: L° il R.
sospetta » una comunità fra la vita animale e il principio razionale dell’uomo;
la vita animale è considerata da R. come un accoppia» mento di particelle al
tutto materiali. Dunque la sua dottrina precipita » verso il materialismo.
Recherò altrove delle altre prove della rne» desima increscevole conclusione, e
tutto ciò in avviso alla buona gio» venlù italiana. » Abbiamo già veduto nella
nota precedente quale materialismo di nuovo conio sia quello del Romaguosi:
gioverà però rifarsi un tratto sull’argomento, che è, per verità, di
grandissima importanza. Analizziamo adunque le frasi sulle quali il Rosmini
appoggia queste sue censure, onde vedere qual senso abbiano, specialmente
quando si leghino alle precedenti o alle successive. fu queste parole: quando
tu saprai dirmi che cosa intrinsecamente sia la cita, allora pure dir mi potrai
che cosa intrinsecamente sia questo jjotere (della ragione), io uou so vedere
che il R. sospetti il conoscere essere qualche cosa di simile ad uua funzione
animale. Parmi che egli voglia dire soltanto, che V intrinseca natura di questo
potere è incognita. com’ è incognita l’essenza della vita; cioè che la natura
di quello e di questa hanno ciò di comune, d’essere entrambe iucoguite. Forse
(soggiunge il R.) fra amendue esiste una comunione ed un nesso segreto che
finora non fu ricelalo. La quale espressione s’ intende benissimo nel senso,
che tra la vita e il potere della ragione vi sia un nesso, un legame, una
relazione ancora ignota: ma non mi pare se ne possa inferire che il R. non
trovasse alcuna essenziale deferenza fra il potere razionale e la vita animale.
Tanto più ch’egli tosto soggiunge: ina siccome, a fronte dell' ignoranza dell'
essere intimo della cita, si può distendere una igiene ed una chimica ; cosi
pare che . malgrado r ignoranza dell' indole intima del senso razionale,
stabilir si possano le condizioni dei buoni melodi scientifici, della buona
educazione morale, e dei confacenti ordinamenti sociali. Nelle quali parole ini
sembra confermato il senso che io credo, fuor di dubbio, doversi dare alle
altre testé riferite, e segnata evidentemente la separazione dell ordine
materiale dal morale, e non già confusa la vita animale colla ragionevolezza.
Il Rosmini stesso nota, che le parole del R.: un effetto nozione semplicissima
può derivare da cause compostissime, sono tiatte da quel luogo, ov’egli vuol
mostrare che tutte le idee sou derivate. Che ne segue dunque ? Ne segue che
quel paragrafo fu inteso da SERBATI a rovescio di quel che suona, perchè
l’Autore evidentemente vuol dire, non potersi dalla semplicità delle idee
dedurre che uua o più sieno ni nate, potendo bene un effetto di nozione
semplicissima 5 coni è il Pcu siero, derivare da cause compostissime, cioè
dalla percezione avuta col mi nistero dei sensi e dalle operazioni dell’anima
su queste percezioni. L al tributo di composta non si riferisce certamente ad
alcuna di queste cause presa separatamente, ma all’azione loro unita; esso cioè
significa soltanto il concorso, l’unione di più cause a produrre un effetto
semplice. Ciò si conferma anche dalle altre parole di questo medesimo
paragrafo, clic cosi suonano: di tutti i pretesi trascendentali si dimostra la
genesi dallo sperimentale fatta dall' astrazione e dalla imaginazione. Quanto
poi alla similitudine ch’egli nuovamente adopera nel succes sivo nel ITO degli
Opuscoli filosofici . tratta dagli clementi della vita, io non disputerò sul
suo valore scientifico; dirò bensì dia non so vedere alcuna tendenza male rial
fatica in queste espressioni (se mai a tal senso volesse traile ì! Rosmini),
perdi è il dire die scomposta la vita si hanno i tali elenìenli* e scomposta la
forza razionale rèsta uo i tali clementi, non è confonderò la natura degli
elementi stessi, nè dd risultato ddla rispettiva loro composizione. Riassumendo
adunque il fin qui detto-, risponderemo allò ultime conclusioni di SERBATI: CR.
prende la vita animale come similitudine ad ispirare i suoi pensamenti circa il
potere della ragione e non già come cosa che si possa confondere con questo
potere* 2° Che la comunità da lui accomiata fra la vita animale e il principio
razionale non c identità o somiglianza di natura 9 ma solo nesso, legame fra
Runa e Fai Irò ; e quindi, qualunque sia il modo, anche erroneo* nel quale egli
intenda la vita materiale, non può questo essere argomento per dire che la sua
dottrina precipiti verso il inalemlismo* E, a maggior conferma di Lutto ciò,
sentiamo ancora una volta ddh splendidissimo dichiara zio ni del nostro \ li
ture. Egli nel ’H degli Opuscoli filosofici cosi discorre sull’idea
dell’anitiiik = Studiando sè sLesso, c fissando Y esame sul me interiore, 1
uumo scopre in questo me tre funzioni massime psicologicheQuesto sono? il
conoscere i il volere e Y eseguire. Egli sente di possederle m proprio, c quindi
le riguarda coniò attributi propri! di sè medesimo. Le dico por essenziali.
perche mancando di alcuna di esse non esisterebbe pm >'u tne che iutende*
vuole od eseguisce, ma bensì un essere di diversa natura. Queste tre funzioni
generali sono tre modi d’essere di una sebi od individua sostanza: perocché
l'io pensante sente d'essere uu solo ed individuo ente senziente, volente ed
operante. VI non essere non possiamo attribuire facoltà veruna. Ora siccome io
scoto di pensare * di volere e di operare: Cosi conchiudo esistere in me un che
reale che compie tutto questo. Dall- altra parlò poi sento di essere imo; e
però concimilo che questo che reale è un solo ed individuo onte, una sola e
individua &n~ stanza-) e non una pluralità di sostanzeCiò è sinonimo di
semplice* spi rituale, indivisibile, indistruttibile, cc_Ecco fufea
ddftìfniÒHrt. Quésta idea è dedotta da fatti indubitati quanto la stessa mia
esistenza : talché il è e mi mento complessivo di questi fatti c inseparabile
dal conci:. Ito univoco della mìa esistenza. Questa idea mi soni miufa Ira un’
essenza logica pari a quella di ogni altro oggetto, Tu definisci l’arcimà non
in conseguenza della cognizione dell’intima realità, ma bensì della cognizione
delle di lei costanti e certe operazioni. la questa guisa ci formiamo il
concetto dello forze conosciute della natura. Quando nominiamo la forza
motrice, h aLlrafliva, In ripulsiva, esprimiamo noi forse die cosa sicrto in se
stesse? No certamente: altro non diciamo, se non che esiste ima forza eli e fa
movere, una forza che avvicina, una forza clic allontana, senza saper dire che
cosa inlrìnsecameute sienp in se medesime. Un che incognito sfa sotto di questi
concetti. Lo stesso avviene rispetto alla cognizione dell'anima nostra. Un che
incognito sta sotto di queir io unico ed Individuo, il quale pensa, vuole ed
eseguisce ; e però io non posso definirlo se non mediatile il concetto delle
sue operazioni da me conosciute. Le riflessioni sono ovvie: il lettore le farà
da sii, lo credo di aver detto troppo piu che non era necessario per produrre m
lui il fermo convincimento dell5 insussistenza delle accuse di SERBATI
(vedasi). I ormino queste Osservazioni rinnovando la protesta che ho latto
altre yolle, di non voler cioè recare alcuna offesa allo intenzioni dell'
illustre AL Rosmini. To mi proposi soltanto di far vedere il torto elicgli ebbe
nel reputare anticattoliche certe prò posizioni di R. Quanto al modo col quale
adoperò fame della critica contro un uomo celebre, che non polca piu difendersi
perchè era morto, io converrò con tutti essere riprovevole, perchè questo è nu
fatto clic balza agli occhi alla semplice lettura dei passi che ho riferito; c
l'ammettere i fallì, c II dire ad un uomo voi siete ito ma non è fargli ingiuria. Però siccome anche dai
falli altrui possiamo trarre degli utili ammaeslramentì, cosi dai difetti che
si scorgono nella polemica rosromiana possiamo imparare, che la polemica anche
sotto la penna dei grandi uomini e religiosissimi non perde la sua uattira, di
essere facile a trascorrere all’ ingiustizia, e a varcare i confini segnati
dalla moderazione. (Sì leggano le Prefazioni alla Genesi del Diritto penale e
alle Opere sul diriitto filosofie Ò, e fra queste le Note all’Assunto primo del
Diritto naturale) Padova. C tinnì sulla "Vita di G, IX R. Avvertimento
deir Editore. LA LOGICA dem/Àe. GENOVESI (vedasi), Ài Lettori l’ Editore .
Ragione dell’ Opera di R.. Prefazione dell’Autore. Proemio Jìdìa definizione
della Logica {Aggiunta di R.). Della p&fihìone della Logica (Aggiunta di
R.i). Dell1 emendatrice, Ctro Della natura dell’anima «inaila, e delle sue
facoltà e operazioni. Della definizione dell uomo (Aggiunta di R.) IL Oidi1 igi
larari ?,a3 ddlVrrore e delle prime loro cagioni Ili, Degli ertovi provenienti
dal corpo.Delie cagioni de’nostri falsi giudi zìi, clic sono al dì fuori dì
noi. DEGL’ERRORI CHE NASCENO DALLE PAROLE. Dell' inventrice. C*.eo L Della natura
e delle varie specie delle idee, e forme c noi Die delle nostre sensazioni, c
còse dio ne sono gl’oggetti. IL origine o invenzione dell’idee, ossicno notizie
delle cose. DELLA NATURA E FORZA DELLE PAROLE. So gl’autori han potino e voluto
sempre spiegarsi. Dell'arte dì ben intendere ì libri, chiamata dai Greci
Kriìtejteyiic&. Della giudicitricl. Del vero e dd falso in generale. Dd
gradi delle nostre conoscenze. In clic ni odo si vuol giudicare pel* Patte
stazione dei sensi. Dell' usò ddl'au ter dii umana nd formare i nostri
giudizìi. Come si vuol giudicare dd fatti per rapporto ai diritti qhc nr
nascono. Della evitica dei libri. PROSPETTO DELLE OPERE. Delle enunciazioni,
dette altrimenti proposizioni e come se ne debba giudicare. Dell’altre
proprietà delle enunciazioni.Della ragionatrice. Della capacità, estensione ed
attenzione che si richiede a ben ragionare. Del raziocinio in generale. Delle
usitate maniere di argomentare. Dell' arte sillogistica. De’sofismi. Carattere
dei cervelli romanzeschi, fanatici, sofistici . . io! L’arte di disputare.
Della ordinatrice. Del metodo, ossia ordinamento de’ pensieri per iscoprire od
insegnare il vero . . ina Regole della sintesi, o del comporre.Del metodo
analitico. DcH’ordinamcnto delle nostre idee. Considerazioni su le scienze.
VEDUTE FONDAMENTALI SULL’ARTE LOGICA di R. AGGIUNTE ALLA LOGICA DEL GENOVESI.
Prefazione dell’autore . Introduzione. Del conoscere con verità. Della scienza
dell’uomo intcriore. Indicazioni generali. Limiti e tenor pieno della scienza
dell’uomo iutcriorc. Studio del perfezionamento umano. Della maniera di
studiare e di esporre la filosofia dell’uomo. Avvertenze generali. Avvertenze
speciali. Valore delle scienze, dei metodi e del criterio. Del vero e del falso
possibile. Del campo e delle funzioni del potere intellettivo. Generalità.
Suilà psicologiche. Dell’ operare con effetto. Della causalilà. Della causalità
in relazione alla scienza dell’uomo interiore. Causa delie intime emissioni.
Delle apparenze. Delle idee innate.Della co gì» mone in linea di fatto. Della
legge fondamentale e per pelila del movlrnenli intelleUoal]. Idea della, i a na
ragione. Della legge fon sperata nella maniera la più generale iVeeejjiró di
ben défhiitv Vi dea di legge. Concetto fondamentale tornirne a quaìtmqjte idea
dì legge Quale sia Videa predomiftànte c caratteristica inchiusa nel concetto
di qualunque legge. (3uaJe idea ci dobbiamo formare dei rapporti attivi d'onde
risulta tefijp Ìvi Inaile applicarmi dell' idea di necessitò, Quale è la
necessità che iMendene nd concetto della legge. Primo aspetta della miti ito.
delle leggi. Illustrazioni ddh antecedenti veditte fìellt% legge considerata
come cagione Della legge considerata come effetto Odia tiunitmé dei due aspetti
della legge Etfezione della legge in senso universaleDelle potenze elettrici.
Definizione universale della legge . Deir opime in generai e consideralo come
legge, Variò a ppiic azioni deU." idea di ordine, Di (piali di e^i parla
qui . Prima carattere dell' ordì ne legale. MotipBciia di leggi Seconde carattere
dèlt ordine legale Concorso di più leggi pMdurre in comune lo stesso effetto
FINE E MEZZI. FINE E MEZZI INDISPENSABILI ALL’ESISTENZA D’UN ORDINE ATTIVO. –
H. P. Grice, P. G. R. I. C. E. Philosophical Grounds of Rationality:
Intentions, Categories, Ends. Means and Ends. Doppiò carattere che investono le
leggi singolari nella supposi zio di un o ridite legale. Legge considerata come
norma. Giustìzia universale Che cosa propriamente è la giustizia universale.
Come l’idea di giustizia si verifica in OGNI SPECIE D’AZIONE anche fuori delle
cose di diritto. liti mutabilità e realtà ncdV ordine. Come si dove intendete
che ógni ordine è necessario ed immutabile. Leggi è ordini esclusivi e non
esclu/wì. Leggi e ordini di posizione necessaria e non raeccjwìz’in. Del l '
arte ivi 5.^0 Neees&ttà delle relative nozioni ÌVecejfitò madre
delTarte.Ufortsifc conrcgueiUe. Quaìltó importi una definizione analìtica dell
arte Entro quali D'iprUisì restringa qui la trattazione.Sua mira universale.
Primo Miri bùio dnll’a rie. Imputa /ione morale. Primo giudizio nascosto nella
nozioni dell’arte, Imputazione Azione reale dell arte. Suoi caratteri proprìi .
Timi. PROSPETTO DELLE OPERE Presunzione che interviene nell'idea detrazione
dell'arte. Precognizione e libertà essenziale all'arte . Differenza fra l
industria delle bestie e l'arte dell'uomo, e fra gli altri atti di lui
ucConseguenza per distinguere la scienza dall'arte. Differenza fra l'arte e le
operazioni così dette naturali e le avvertite. Passaggio all' efficacia
dell'arte. Secondo attributo, bfficacia. Sue condizioni essenzali. Donde si
deduce l’esistenza o la mancanza della potenza artificiale. Definizione di
questa potenza. Come l’efficacia venga associala alla nozione di arte.
Distinzione fra la potenza virtuale e la effettuale. L’arte non puo essere che
effettuale. Efficacia reale e presunta. datura puramente contingente e relativa
dell' arte. Sua opportunità. Elementi dell' efficacia dell'arte. Terzo
attributo dell’arte. Direzione. Elementi costituenti di lei . applicazione loro
all'arte come ente morale. Del magistero. Sua definizione. Parti del magistero.
Educazione madre di tutte le industrie. Sua necessità $ sua definizione . Tre
stati dell' industria. Torma conseguente della causa delle arti . Stato
personale e cause originali della direzione delle arti. Definizione risultante
dell’arte. Sua derivazione dalla natura e soggezione perpetua a lei.
Definizione dell'arte come funzione . Famulato reciproco della scienza e
dell'arte . Connessione loro inseparabile . Derivazione originaria loro.
Principio vitale del pensiero Occhiata retrospettiva sulla ragione umana . vf
Reazione dell arte sulla natura. Emancipazione dalla cicca fortuna. Impero
conseguente umano .Concorso delle società e dei secoli per fondarlo ed
ampliarlo Predominio della natura tuttavia assoluto . . Necessità perpetua
della connessione, dell'opportunità e della continuità nelle opere dell'arte.
Conseguenze pratiche pei tempi piu illuminati Universalità delle leggi di fatto
dell'impero della natura rispetto all' arie Fiducia nel regime della natura a'
tempi della coltura maggiore. Dei. provare con certezza. Nozioni prime sulle
prove. Prima idea della prova e dei mezzi relativi. DELL’INFORMAZIONE [cf.
FLORIDI, GRICE, SPERANZA] e della sue specie Dei man i di prova e dei loro gen
ti ri . Dal valore delle prova. Della certezza ? della probabilità e del
dubbio* h„ 'Delle diverse q udì ifc azioni date ai giudi ili di fatto in
conseguenza del vaio jv dalle prove Fdmenii dell’INFORMAZIONE (Grice, Floridi,
Speranza). Estimazione delle prove. Delle presunzioni) della vcrisimigliànza e
dell’inverishniglianza. Fondamento universale e primo dell' impero delle prove
. Effetto comune ddl' accertamento sperimentalee del tradizionale. Necessità di
occuparsi qui del tradizionale . 1 »> fin» Dell: 'accer tomento tradizionale
e. de1 suoi fondamenti. Estensione ed importanza massima delt accertamento tradizionale.
„ Come fi generi là credenza. Cke cosa tacitamente supponga la credenza. Deli
integrità. c verarità della notizia dì H. Defmìmne &W trictt'ifi-iriéjtfo
-Pimio di vista da trattarsi qui . Estrèmi contrarii entro cui sta F
incivilimento. Aspetto logica V. idea sommaria della viift di unii Stato
incivilita . Economia fondamentale di lei .Effetti civili Jt/OÌ Vr Come
intendere si dove che uno Stato puo andare effeituàn, volta c soddisfacente
convivenza. Detta colta e soddisfacente convivenza . Cvndhiotù assolute della
soddisfacente vita civile. Per quali mezzi r con quali impulsi è avviata mi
inoltrata a vr degli Stati j(J \ [ ! . Poi r ri vitali degli Stari e rispettivo
antagonismo ed ac renio a q J paludi . /[S2 l’HOSI'KTTO IJKI.Li: OPERI: l(W(ì VJN
Procedimento originario detti nei vili menta. rHmo modo .png-, ij-a j \'1V
tanti nunzio rtt Umt dell opinione di potenze iimsìàilì. W. Cvnlimuizittrir F
due azione untale à'h& inciampo ad emanciparsi . ijii \V I. Stcù/idù mòdo
dei procedimeli fu origintinu dell tneivilìmenia TRi?f5ECU Quali sie.no. Della
Protohgia . 3ieiìiiìEÌpJìe . 1 7 emcrità dialettica dd trascendentalisti. , /
niosa mauiertt di studiare i fatti ' Ultimo eccesso trMcendentahu Circolo
illusorio. Causa naturale di questo eccesso. Nodo capi tuie di tutte le
questioni. Soluzione fondamentale dì tutti i sommi problemi. Grave ommisdone
anche oggidì praticata nello studio del pennuto. l)i unti, filosofia dd sapere
umano positivo. Sua alleanza, colla psicologìa. Istanza fattane dal pubblico.
Come si debba e possa soddisfai a questa istanza. Co tuli zi u ni uuusegueaù di
questa filosofa. Esposizione storico-critica dei Kantismo e delle consecutive
dolivi. Cniduuiaziotie dell' Articolo precedente. QuesiicÉ. sulle apparenze
tisiche sull’ esteti sione e sulla durala 5i8 5 ig 530 5a t Si2 ivi Sji.I
&2& a filosofia. L? a b ite S5'i 5> 5gt Co i5(i5 iUì:>,4 ^74
Orano sul talènto logico che può servire di sviluppo a qualche luogo delle
Veduta fondamentali sull’arte logica. RICERCHE sulla validità dei giudizu DEL
PUBLICO A UISCERNEUL n. VERO DAL FALSO. Ai Lettori V Editore Esposizione dui
quesito. Imparzialità e rispètto dell Autore. Stato della quistioke. Supposto
del quesito. Ordine delle ricerche. Considerazione di que* rapporti ohe possono
servire a determinare lo stato dulia qm&uone. Delta testimomanza del
pubblico. Della credenza del pubblico. Del gusto de! Pubblico. Della opinione
pubblica. Della nozione del pubblico. Del modo del grildicu del pubblico. Vili,
Ri capitola zio rre . P«£7av nJJ rji 74. 7 4 li rM Soi,i:z.io-ìk pel questo. I.
Risposia al quesito. Esposiiionc delfaspeSio preciso cui è d'uopo di chiamare
ad esame. Qual genere di prova ri eh legga si dall1 indole del quesito.
Inefficacia dèlia prova tratta dai soli fatti. Teoria sulla fallibilità
perpetua dei giudicii del pubblico. Modo di dimostrarlo. Di LI ti CHE L* UOMO
NK CES SA RI Attente R et &K E IRA l SI R* T E DEBBA CONtMUUIHE r£E
CflKOSCtUt LA VERItL I, Sialo delle verità in generale [L Delle yerllà
semplici. Dell’evidenza
[Cf. Grice, “Do not say that for which you lack adequate evidence”]. Che lT evidenza può appartenere a nttte le Utenze.
Del metodo ad ottenere l1 evidensa. Necessità n^olttta di e quindi dui metodo
opportuno alla cognizione della verità DcLl'uomo superiore al suo secolo e
delEuomo prontamente celebre. Esclusióne delle verità per sk evidenti dalle
ricerche del programma. Avvertenze sulla necessità di Umiiarc le nostre
osservazioni a quei rapporti generali delle venia complesse per cui reminosi
necessarie cel le operazioni dello spirito umano a ben comprenderle VII. Dello
coesioni c delle dipendenze fra le verità. Deir attenzione 0 della dì lei
natura - Sua necessità a fissare le ideenella memori. H VILI. Coni in nazione.
Necessità thW attenzione a formare le idee astratte c 1C generali, Necessità
dèi segni e dell’intensione per conservarle. . Co sitimi azione, Altre
riflessioni sulla necessità della Udizione analitica a formare le idee
generali. Necessità dell1 astenzione analitica nella deduzione dei rapporti
ipotetici e nella perfezione delle opere del bello. Perchè l’uomo debba
uecesBàrlamcnlc contribuite dal ruoto suo tmir le sovra enunciate operazioni a
fine di co uose ere la ve ri La qSÌi, 7 -M,S5 l6!» n* 1 t ] * j'ó X I f xm. xii
r ÀKT. FU US PETTO DELLE OPERE Quìstiorjt' itillu necessita dell# nozium e dei
principi! generali ad ar rjyr^ttrc U cognizione dei veri rapporti delle rose .
pa Necessita d Lina breve analisti Ielle idee generali, onde scoprire Ea
ragione per cui I uomo ne abbisogna a conoscere le retila. Degl] oggeili
sìmili. Degli pagelli di unn scambievole differenza totale, . lidie nozioni
generali degli oggetti di rassomiglianza parziale. Occasione di esaminare le
nozioni ontologiche Degli universali e della loro vera estimazione . ^
ornlamtmio d estensione della necessità delle idee generati, . lidie regole
proprie alle nozioni ed ai principi! generai»,, onde relUiniente ragionare.
Ricapitolazione delle condizioni nei escane allo spirilo umano, onde ro
tiosevrc t) giudicare della verità . Appendice suda memoria. Delle quali là
della memoria relativamente alla it matta ragion evclezza. Del potere della
natura e dcllVduciiziouc sullo spirilo umano. Di pcnu.0 ciie possono vvxi eri
comi ni feH CONOSCE HK 11 VélllTi. Nccessi li dei molivi all’ i sere r zio
dtìd’aUenzionr. Ostacoli e Ima? Proporzione tra la forza dei motivi e l’cnergra
iMI'at tensione Corrispondenza lia la direzione daU’attenziottC e la
drittibuziané dei molivi sugli oggetti. Cagioni degli errori. Fonti elei motivi
dell1 attenzione. Cognizione fortuite della verità. Probabilità somma delD-muc
tttì grudieii umani T, Del lume della ragione Falli bili là maggiore intorno
alle idee generali Passaggio alle clrtosianZB di fatto sodali Quali possono
essere in società Ircosi enti e generali cagioni cieli* i«iruzione umana?
Aspetto della ricerca presente. Confermazione della fallibilità perpetua del
giudici! del Pubblico. Prime prove deU* etì attiva fi i ronie loro SlliblM »
Con ferma zio ne del Capo precedènte, Errori frequenti ed inevitabili del
Pubblico in ogni genere dello scibile, in qualunque epoca ni' Ila ' | u :j I e.
Il maggior mimerò di una .^n. irtà rum nc perluiia metile istrutte. . v n .
Delle condizioni necessarie alla propagazione -lei lumi. . Efscontro delle
cognizioni necessarie all" istruzione scientifica coi!» pr&J lice
possibile del Pubblico . t >t E Dette condizioni necessarie affinchè uìl
Pubblico possa mhh* passivamtMù istruì io in pratica su dt un genere speciale
di sógni* zimu. Prima condizione: Jhéùtiùiie delie idee, dd genio alla misura
comune di condire. Ripugnanza dd gufilo a questa ridati o ne i ostacolo alla
pronta propagazione dette verità li ÌYoecsshù detta coincidenza. delle scoperte
dd gemo col genere attuale dette occupazioni del Pubblico, prima condizione a
propagare senza ritardo la verità . ( f1' ivi iM 7«D A 79J 8oi finti Sia Si 5
S»7 Suo 2 2 84 Hji.j 83 o 83a m 838 S3q B-J ’S A h, t Esame della prima età
detti società relativamente alt' istruzione umana . Esumi' delta seconda età
delle società, relativamente distruzione umana . Delle affezioni sociali
virtuose. Loro origine . Dell intemperanza morale. Dello stato morale rapporto
allo spirilo ed al cuore delle società nel periodo della seconda età > 5»
^1) Vili, Continuazione dell' Articolo precedente . “ Esame di quel tratto
dell' età dell imaginazione che pià ai avvicina alla mgiozMTO' lezzo ernie . In
qual senso fi debba intendere V espressione^ che i popoli in quest' epoca non
hanno le pozioni della morale. Perché 2u cógniaian&' delle vere regole
speculative della morate debba essere assai laida e dilfidlc a scoprirsi nelle
|M>pd|^xioui . . . 88a A ut. I. Che debba far l'uomo per discoprire le
fregole speculative della morale. Se gli uòmini nell epoca barbara della
imaginazione possano co nosperc le regole della morale . Necessità di conoscere
la base della certezza delle cose dì latto. Ricerche relative. Dei giudicii deu
Pubblico sui fatti esterni. Paute [metafisica nnm y^jucirà. (Xro 3. (Questioni
sulta veracità del Pubblico. . Il, Tràine dpP idealismo. Delta prima idea - .
UT, Corttiuua&ifiue, Dello idee posteriori. Couimuaziottc, Con l’erma zi
one deiCapi antecedenti . Obbiezione. Esame del fondamento delP armo nia
prestabilita comune utL1 idealismo Jp0 Conferma z ione dei precedenti riflessi
Osservazioni Su IV unità deh T essere pensante. Applicazione delle idee del
Capo antecederne alta esistenza reale de gli oggetti Inori dì noi Della
cognizione della iiainra dello cose, n D1,J IX, Co rdc ma alone del Capo
antecedente . Certezza invariabile ne1 nostri giudici! per rapporto allo stato
reale del le case nella totale ignoranza della loro natura Dell' esistenza
degli alivi uomini »* {P-s Ita PROSPETTO DELLE OPERE Capo XII. Della
convenienza ilei giudicii ili sensazione fra gli uomini Limitazione . • . rton
. y-*7 Nozione filosofica della verità di sensazione. Deirunico metodo a
scoprire le verità di fatto ossia la realità . Deila parte morale della
veracità [Grice: Do not say what you believe to be false – try to make your
contribution one that is true] Capo I. Principii della credenza c della critica
rapporto all'esistenza dei fatti. „ g3i II. Fondamento generale dei principii
riguardanti la credenza dei fatti. Schiarimento. Quale specie di certezza vada
annessa alle testimonianze umane . „ q\o VI. Gradazioni della credibilità.
Della credibilità in favore del Pubblico. „ g{i VII. Continuazione . g^ó Vili.
Se la credenza del Pubblico possa servire di prova alla esistenza di un fatto .
. g4 j Se il Pubblico comunemente inteso, c quale sopra lo abbiamo definito,
possa riuscire generalmente giudice autorevole di verità Come, quando, in quali
materie e fino a qual segno IL GIUDICIO CONCORDE DI MOLTI s’ ABniA A TENERE PER
UN CRITERIO DI VERITÀ. Preliminari e generali teorie. Capo 1 Dove sia fondata
l’autorità attribuita al giudicio concorde di molti intendenti sopra quello ili
uno o di pochi privati . Conciliazione del Capo precedente colle cose dette
dapprima. Necessità di esaminare il ragionamento precedente . 9ja III. Che, in
forza di sole generali c più favorevoli considerazioni, il g>" dicio
dei dotti tutt'al più esser può un criterio probabile, ma non ^ certo, di
verità Quali precisi supposti racchiuda la tesi che attribuisce al giudicio di
molti intendenti una maggiore presunzione di verità che a quello di un privato.
» 9° VA quali confini venga ristretta l’idea del Pubblico intendente, ossia
della repubblica delle lettere . 9J7 SEZIONE II. Esame delle questioni proposte
nel Ciro 1^ • della Sezione precedente. Verificazione del primo supposto. Del
mozzo infallibile a scopile la ^ verità .Degli errori nelle materie complesse
IV. Come il metodo sopra accennato escluda tutti i casi possibili dell cr rore
ed abbracci tutti gli accidenti della verità. Di quali errori e di quali verità
. V Continuazione. Come il metodo sovra esposto escluda tutti i casi ^
possibili dell’errore ed abbracci tutti gli accidenti della verità • » 9 iJ
Art. I. Effetto ed estensione dell' efficacia dell' accidente sulla cognizione
della verità . Come il metodo gradualmente analitico e recapitolante escluda i
PaS . casi dell'errore, e racchiuda tutti gli accidenti favorevoli alle verità
di riflessione. Che il metodo e le leggi dei giudici! e dei raziocini! delle
cose sensibili s’applicano rettamente a qualsiasi mateiia. Degl’aspetti diversi
sotto i quali si può assumere il giudicio del pubblico. Che in qualunque epoca
della ragionevolezza esiste una cagione comune a commettere errori simili e
durevoli. Della prima epoca. Filosofia volgare. Della distanza che i progressi
dei lumi frappongono fra il popolo e la repubblica letteraria. Che il giudicio
sulle materie complesse potrebbe al più avere validità nell’epoca dei maggiori
lumi quando deriva dai pochi versati specialmente nelle materie intorno alle
quali s’aggira il giudicio. Dei contrassegni – GRICE, SEGNO E CONTRA-SEGNO --
esterni ed ovvii per riconoscere il secolo della maggiore scienza. Della
seconda epoca della civile ragionevolezza. Della scoperta delle verità.
Osservazioni preliminari sulla promulgazione dell’opinioni, e sull'accettazione
fattane dal pubblico. La decisione e la scelta del pubblico intendente può
esser fallace. Che la concorde uniformità o la moltiplice diversità dei pareri
su di un dato oggetto non può servire di contrassegno – GRICE, SEGNO E
CONTRA-SEGNO -- certo per indicare piuttosto la verità che l’errore. Quale
validità aver possano i giudicii del pubblico per accertare della verità. Dei
diversi gradi del loro valore. Analisi del senso comune [cf. H. P. Grice,
“Common sense, scepticism and ordinary language”] Dell’uso pratico che in
generale far si deve del giudicio del pubblico. Come si puo il privato
accertare dell'esistenza del primo requisito necessario alla validità dei
giudicii del pubblico. Delle regole riguardanti l'uso dei giudiciidei pubblico
per rapporto all'imparzialità del cuore ed alla loro promulgazione. Su QUALI
MATERIE I GIUDICII DEL PUBBLICO POSSANO O NON POSSANO ESSERE RIGUARDATI PER UN
CRITERIO DI VERITÀ. Prospetto generale delle materie dei giudicii del pubblico.
Divisione generale delle scienze. Radici dell'albero enciclopedico. Nozioni
direttrici per determinare in quali materie il pubblico può recar giudicio
autorevole. Del vero e del falso speculativo. Separazione del vero e del falso
speculativo, di cui il pubblico /-7I r-i/j orrli itiifi T'pf'ni ' tri urli CIO
10D4 pub giudicare, da quello di cui egli pub recar giudicio. Del vero e del
falso speculativo nelle materie di fatto. Del vero e del falso speculativo
nelle materie d’inflessione. Del giusto e dell’ingiusto. Del bello e del turpe.
Delle rivoluzioni del gusto del pubblico. Effetti delle rivoluzioni del gusto a
prò dell'umana perfettibilità Della distinzione e combinazione fra il bello e
l'interessante, considerato come cagione dei giudicii del pubblico. PROSPETTO
DELL’OPERE Del bello per se ossia considerato separatamente dall' ittterefsa
flit, jiit^ S r-}f>I[a differenza dei giudica intorno al bello reale
schietto Delle specie diverse del bello e dèi valore del gl lidie ii del
pubblico iti torno ad esse. C^o VI Bel giudi di del Pubblica intorno »U*u(ilu
ed a! nocivo,, Ur E Dei giudìcu del Pubblico intorno all utile ni al nocivo
fìsico . O. Dei giudici i del Pubblico intorno alle materie politiche. Della
legislazione. Dell applicazione delle visir legislative alla pratica. II. DO
merito . A ut. I. Dei giudìcii del Pubblico sul merito per rapporto alla
cognizione che ne puh avere li, Dei giudica del Pubblico sul turrito
considerato nei rapporti della dì lai stima Nata dei primi Editori. Aggiunta
alla tedili a del bello. Legge del In continuità. Avvenimento dell' Editore
DELLO INSEGNAMENTO ^PRIMITIVO DELLE MATEMATICHE Dedicatoria deli’ Autore.,
Motivo dell' Opera. Sl.L],’ IMiqLE E GtxLfLAZIDNJt iNATt «ALE nti PII IMITIVI
CONCETTI MATEMATICI. Necessità di ctìaofe-tTc l'indole e Ih gtmertìztone degli
etiti ma toma ilei . Genrtazìàpc naturalo delle idee del punto e della finca .
Che il punto matematico non é i] principio roAMiiE della figura-, ma è la
stessa figura, 11 Delle essenze logiche c del possibile ideale . Dei [‘esteso
finito e figurato. Limiti Grandma e piccolezza, CoTo^gcandiro o dopa -cu li re
non si altera il carattere formale della Sgm^ Fallacia dd concetto della
divisibilità infinita ddfesteso finito, DimustraKiune logica diretta, {.jome
nasca il giudizio ddla divisibilità infimi» de llf esteso finito. Sua ir
ragionev a ìczzu, . Si conferma fa dimostrazione di questa irragioncvolezza .,
che la pretesa Infinità sudile! u altro in sostanza non à clic la impossibilità
di cangiar l'essenza logica della quantità . Da ohe deriva I illusorio giudizio
dòli' infinità dell’ esteso finito. Assurdità del concetto fefjl I IDJ f Eoi
no; lira ivi 1 j i4 1 e e a ufi ili; ! I I Cj I I iO ivi 112 1 I V ii 1 1 rH I
Uà I>*7 contenuti; in questo volume. Delle vere Retraziont mote maliche wajj
^ , Legge universale dì associazione dei concetti geometrici cd aiiMnetìd
Distinzione fra 1' idea di estensioni e quella della materia. Virtù logica
fondamentale dell'idea d’estensione, identità e diversità in un punto solò rt a
r33 Tki. Senso preciso della commensurabilità co-esistenza in uno stesso
oggetto dei ili versi rapporti di simigliEmza, ragione, proporzione, coni me
usura biUtiiK esempio. Delle quantità poste, dello imprestate, u dèlie logie
die intervengano ridi'osarne della quantità stessa Dd senso integrale e del senso
differenziale in generale natura dell’idee ontologiche loro connessione
coll’ideo Mnienifl tiche jj itc della sfera delle matematiche considerata nella
loro fonte primitiva psicologica s» S j(>. od concetto dell’unità
complessiva. Come si concili i col senso discretivo. „ t i4c> distinzione
della dammènsurahiltlà dalla 11 ni Inabilità 1 f4a ttm al if\ .Suli/ oggetto,
sulle parti e svi, lo spìrito belle dottrine ZIàT ematiche passaggio dalla
contemplazione metafisica od isolata alla speciale c di fatto della quantità.
Concetti nuovi c reati che ne nascono necessità di questa con torri pia-zio ne
speciale e di fatto per ottenere la piena scienza cd il calcolo ctàoàcé, indole
e leggi della quitti irta di fatto aniirhità dello slml io sull’indole e sulle
leggi proprie della quatti. Sub in terra zinne necessità di ripigliarlo come
dov’esser fatto questo studio oggetto logico immediato di questo studio natura
della quantità mezzi e modi di questo studio uso del calcolo primitive naturale
Il significare naturale primitivo il significare artificiale secondario GRICE
distinto dal secondario artifìciale oltre di rilevare i fenomeni della quantità
si deve far avvertire ai movimenti nostri interni ordine delle ricerche sui
fenomeni della quantità distinzione della parte estensiva dalla parte operativa
della dottrina definizione generica del calcolo. lt4q „ I* crollò sìa
necessario il cale ole Come nacque in prima il calcolo e si perfezionò m5o „
48Necessità dell'analisi filosofica – philosophical analysis was in everybody’s
lips – Grice -- del calcolo Necessità di conoscere ciò che si deve ommetterc n
ciò che ei deve fare Esempio, ivi un. Dei doveri negativi. Della laro
cognizione. Forza dai doveri negativi [Grice, IMPERATIVES, conversational, “Do
not...”]. Con quali principi! debbono essere discussi c stabiliti Sa, Primo
dovere: non confondere il sensibile fisico co! Lesto gii abile, Esempio M Sa.
Dovere fon d amen tal e negativo uni calcolo degl’escogitabili Esempio
Principio logico del detto dovere negativo. CAUTELA FILOSOFICA – “My motto” –
Grice -- conseguente. Di ciò che far si deve. avvertenza: conoscere il perchè
di quello che far si deve 1 iG.| I f>2(> confutazione della massima
dell’empirismo cieco pai cenno di una massima positivo-fondamentale per farle del
calcolo di valutazione degl’escogitabili. Dei concetti mentali che intervengono
nel calcolo del concetto complessivo del medesimo del magistero logico del
calcolo sua affinità col magistero generale scientifico esempio spirito
eminente ed ultimo del magistero del calcolo dell'intervento dell’idee
d’eguaglianza e di disuguaglianza distinzione fra la differenza assoluta e la
distanza dell'eguaglianza del vario concetto del più e del meno che interviene
nel calcolo del paragone dei disuguali e di ciò che allora avviene nel nostro
spirito mezzo censeguente di valutazione suo principio fondamentale logico ed
unico omogeneità conseguente ripugnanza e falsila positiva matematica
dell'algoritmo infinitesimale principio preservativo dagl’errori e dalle frodi
universalità d’una stessa legge segreta che presiede al calcolo condizione di
ragione del calcolo universale sul postulato fondamentale del calcolo
infinitesimale deli unificazione [Grice, AEQUI-vocality thesis] matematica si
LOGICA CHE MORALE in quanti sensi si possa prendere la parola unificazione
presa come operazione di calcolo, che cosa significhi se si possa proseguire ad
unificare come si prosegue ad enumerare l'unificazione appartiene al senso
integrale da ciò nasce l’implicito scambio irragionevole dell’IMPLICITO [cf.
Grice, IMPLICATURA], sia colla quantità impostata sia col nulla assoluto
predominio naturale del senso naturale implicito nella unificazione ragione
intellettuale che caratterizza l’unificazione – Grice: “Why I love Occam’s
razor!” del mezzo logico dell’ unificazione della continuità e quindi della
maturità degl’estremi e dei medii unità varietà e continuità delle cose
naturali insufGcienza relativa del calcolo oggidì usitato spirito filosofico
del calcolo d’unificazione conseguenze pel metodo dell’insegnamento primitivo
obbiezione contro la possibilità del calcolo d’unificazione a quali condizioni
soddisfar debba la soluzione dell’obbiezione proposta della metafisica del
calcolo iniziativo osservazioni per tiovaic 1 mezzi termini sostanziali di questo
calcolo dell’uno misuratore e delle quantità indicate e sussidiarie considerate
in sé stesse dell’elemento sostanziale della continuità delle diverse specie di
commensurabilità e d’incommensurabilità del mezzo di valutazione considerato in
sè stesso dell’incommensurabilità spuria suo uso nelle matematiche conseguenze
per fondare la possanza del calcolo iniziativo sinottico rimento proposto
tavola posornetrica Spc- Concorso del curvilineo e del rettilineo per valutare
le grandezze estese, e quindi fondare il calcolo sinottico dell’unificazione
magistrale in che possa e debba consistere come riguardare ed usare si debba
dell’implicito dell’unificazione morale delle matematiche considerazioni
generali sul metodo dell’insegnamento della scelta degl’oggetti dell’istruzione
primitiva matematica in mira allo scopo morale e sociale di lei distinzione
dell’oggetto logico dal materiale entro quali confini versar debba la detta
istruzione con qual ordine ne debbano essere presentati gl’oggetti logici
taccia a Bacone ed agl’enciclopedisti galli della scienza e dell’arte legge
suprema a cui soggiacciono conseguenze pel metodo dell’insegnamento sua
triplice opportunità dell’imitazione degl’antichissimi coltivatori delle
matematiche processo logico della parte dimostrativa sue funzioni eminenti
della funzione di distinguere attitudine dei diversi cervelli delle funzioni
sussidiarie al ben distinguere della prima proposta filosofica suoi limiti suo
intento suo spirito eminente della forma logica della prima proposta degl’oggetti
bando della forma sintetica della funzione di connettere sue condizioni della
funzione di esprimere della rappresentazione competente si intellettuale che
sensibile delle cose e degl’algoritmi della competenza algoritmica osservazione
fondamentale per ottenere la bontà assoluta fatti comprovanti la incompetenza
assoluta dell’astratto smodato delle formole competenti se l’algoritmo
dell’equazioni sia puramente fortuito della rappresentazione sensibile
degl’oggetti e delle funzioni algoritmiche delle diverse costruzioni sensibili
algoritmiche utilità dei modelli [cf. H. P. Grice, “A model of conversation”].
Necessità assoluta ed universale dei modelli proposti si conferma la detta
necessità lettre à Dagincourt sur les monades et le calcul infinitesimal tratti
principali del metodo DA R. PROPOSTO oggetto di questo discorso necessità d’una
ristaurazione dell’insegnamento primitivo dei primi fondameuti della
ristaurazione del primitivo insegnamento canoni fondamentali osservazioni
teoretiche per istabilire i canoni derivanti dall’esigenze naturali della mente
umana degl’alfabeti algoritmici PROSPETTO DELL’OPKUK 7G2S degli uMibcti dei
quad ilrati V*l «j i s5* dell’alfabeto dèi non q u rada ti t. iab, dei gnomoni
e delle differendo quadrate fra ì termini della serie ripiegata osservazioni
sui quadrati di eomposmonc peregrina, H [àH, delle prone siila tx? matematiche
tacp delle parole matematiche did Limimi' incrociati . w i3a dei binomi]
portiti e dei complementi dèlie traforaiazioni prcmdicate tJ sài delle parole
composte osservazioni speciali sitile ascisse razionali r sui loro ufficii
primitivi.della cornposidione dolio parole di e q 1 1 1 incus uni zio nc
lineare quadrata problema risposta dell’analisi delle primi idee mtttewÙUich#
nota IT. al suddetto sullo stmli» antro; peto defflÀ ìgèbra nota UT. b!
Suddetto sull'uso sumuilario dell'algebra DISCORSO \L P s rtk 1* £ |35, oggetti
di questo discorso saggio drirfllgontmo dei coni inni (dittici esempio i
valutare d quadrato dell'eccesso della si ing;osia.lc di un quadralo rispetto
al quadralo del lato condizioni geometriche alle quell il calcolo deve
soddisfate, *T li. costruzione e valutazione del rispettivo binomio incrociato
metodo d’assimilazione NT soluzione categorica del proposto problema tre
maniere rchuivi'. piu ma maniera o risposta conseguente circa il valore cercato
seconda e terza pianterà della l'orma al tornali va quadrata © non quadrata del
film pio c dup o della (orma razionale degli dir, ilei, ossia dei non quadrati
aritmetici esempio sul riraplo e duplo. i3q. dell’incremento dei quadrati dcU1
mcrerneolò eonliìiutì esclusione assoluta dell’iollrul o, F # ¥ dell’incremento
discreto cenno su dì un incremento arcano ,f I. costruzione dell’approssimatore
d’equazione legge d'incremento ebe ne. Risulta differenza dell’unità nei
discreti alternazione di questa differansia d’unità nei discreti UT azione
recondita del lappi-ossi malore nella duplicazione per ctìmìtirre il valore
imperfetto del quadrato dell'eccesso ni suo giusto limite. ivi r^Q V.ì taffS i38B
i) i5p‘ iqi |qr>«%G 1 |oo j44 1 i 0 s S '. jfì del secondo grado
di’assimilazione valutazione preliminare della ragione di quattro a sei, ossia
del duplo al triplo esempio d’una valutazione di secondo grado nella
valulazioue della proporzione di tre a sette osservazione sulla prova per
moltiplica d’estremi e medii essa è di confronto, ma non di stato dei valori
dei due binomii incrociati nella detta proporzione di 0:.,, V. esempio della
valutazione di secondo grado trovare il quadrato dell’eccesso del quintuplo sul
simplo, onde poi servire alla valutazione del pentagono valutazione di secondo
grado valutazione della proporzione di 10:.analogia mirabile degl’ultimi
risultati di sottrazione colla valutazione di primo grado ricomparsa del primo
termine del binomio impostato come nella proporzione di 2:0. osservazioni
algoritmiche incidenti prima osservazione il valore del minimo di primo grado è
uguale a due quello del secondo e dei consguenti è uguale alla quarta potenza
duplicata della differenza primitiva fra il quadrato della media proporzionale
e quello del raggio passaggio dal superficiale al lineare della serie di
diversi gradi di commensurazione lineare saggio d’una tavola di quadrati
dispari fatta a specchio prospetto unito delle serie dell’ipotenuse e dei
cateti tutti commensurabili riflessioni relative al metodo sovra esposto dei
modelli di proposta e di funzione ossservazione sull’uso del modio aumento dei
complementi degli dittici nel passare dalla forma monogrammatica irrazionale
alla digrammatica razionale punti capitali dell’algoritmo valutazione del
minimo formazione delle tre moli legge di coincidenza ambiguità della dualità
come debba essere considerata la valutazione finita dei così detti irrazionali
o continui dittici giudizio filosofico sulla valutazione del minimo delle parti
del processo di valutazione finita della divisione mascherata onde ottenere un
comune misuratore limiti e leggi compotenziali di lei indicazione d’altre
grandi operazioni ommesse delle quadrature come si debba assumere lo stato
delle grandezze geometriche rettilinee della geometria di valutazione e de’suoi
gradi necessità dell’intervento della filosofia per creare la doppia geometria
indicata osservazioni sull’opera di Wronski oggetto proprio di questa parte
d’alcune nozioni preliminari di Wronski esame delle nozioni preliminari
suddette conseguenza pratica calcolo superficiale da quanta cecità la
matematica vigente sia dominata secondo Wronski esame della sentenza di Wronski
intorno le radici imaginarie delle lacune algoritmiche ulteriori accusate da
Wronski PROSPETTO DELL’OPERI; VAI Se nd supposto i^ra:iW n'pe/u/a, M saggio
filosofico sull Ugebra plemmLire considerazioni ni esempli riguardatili
l'insegaamento primitivo ili questa sciènza, ili a+ ix a, per servire ili appenditi
n e sdì io firn caloall’ Insogna* rilento pnniilivo delle M a terna tiri i e il
i G J>. JloaucNQ&i* Avvertimento., H f1 PrefaìtiQne . t « Givo L DftlT
infide dei calcolo . Uno classi di matematici, A che debba tendere I
insegnamento primitivo delle Materna! ielle, Difetti di alcuni metodi
Condizioni cui t leve soddisfare rinsegnamento primitive delle Matematiche.
Plano di un Corso (IVAÌgcbra demminrc. Della indimene ccm^derma ndsuor rapporti
colle Matematiche. Dell’estrazione delle radici dai poi in ornili e dai numeri.
Estrazione delia raffici' quadrata dai fnììnamit. Estrazione detta radice
quadrata dai numeri. Estrazione della radice cubica dal palìnamii. Estrazione
della radice cubica dai numeri. ifjf t4- iLoo 1 Sei» i S H» i b m) .1 NOIE ED
OSSERVAZIONI PRINCIPALI AGGIUNTE. Nlu Lo note presegnate con asterisco non sono
cicli' Editore. Nella logica di GENOVESI (vedasi). Delle vedute fondamentali
sull’arte logica. Sul manuale della storia della filosofia di Tennemann, con
supplementi di POLI (vedasi). Sulla metafisica. Sulla vita contemplativa.
Sull’utilità. Intorno alle ultra-astrazioni. Sull’economia divina riguardante la natura umana, Sul
materialismo. SULL’INCIVILMENTO NATIVO ITALIANO – Grice: “When I started my
serious study ino Italian philosophy, I noted that whereas I always took pride
on my ‘civilmento,’ Italian philosophers especially proceed in an inverse way:
they take pride on the INCIVILMENTO NATIVO ITALIANO, as Romagnosi calls it – I
suppose to justify what Italian philosophers should do for their nation!”
-prospetto delle opere , Su IT idra dj Db cc. Sullo scopa delle ptinubni da certe iegip a nìIìIL^
aulì animali omicidi. {jt ftiegii Opuscoli lilusoiici. S i, Vedi lt osservai
iuni al (Selle Vedute fondamentali, ifiot 3. ^ udì le osservazioni ai dóo e Ibi
delle Vedute fondamentali Vedi b osservazioni al 8.', i lìdie Vedute
fondamentali . „ ifc'oi J4^> Sulla catena delle eosÉ? e isull'oTiii ne
attuale ddl'tìoi verso ec. >t &3(? « V edi le osseryaziijul oi delle
Vedute fQiidftnwnudi„ ido5. Dì una questione relativa alla cognaiouo delle
essenze 1t 3k|iì, Sulla creazione 63u „ ìSj, Lettera del Prof. B, Poli, tratta
dalla Biblioteca Italiana, nella quale espone il piano di una Statistica degli
usi pedagogici dei diversi paesi dT Italia. Cenno sulla Filosofia di De
Malslre, u *fi£i .p5 Cenno sulla Filosofia di Condillac. Sull* ecciti Isroo Sul
vario significato dell'espressione di timor proprio CORREZIONI E VARIANTI Nella
V ilo dell’A ufo ce, mila jjog. vni dopo la linea 2$ 4 fg giucco ia alarne
copie il se- gui'tj Lf periodo. Multe accademie vollero ascritto 31 fiomagnosi
a] loro consorzio^ noteremo fra tante ¥ Istituto Beale di Francia, die lu
nominava suo socio per J a classe delle scienze morali con, diploma ÌH3jk Sì
mostri egli ricono- stente ii questo Leo meritalo non comune onore, mandando ad
esso Istituto una Memoria intitolata {'edule eminenti per a mmìnìstrtire
1’economìa suprema dei- V incivilimento e lasciandogli colla sua disposizione
di ultima volontà una grande medaglia col suo ritratto a cesello, opera dì
CESARI (vedasi), che una società di estimatori suoi gli aveva offerto poco
tèmpo prima della sua morte. !S e-.: n 1 1 1 1 o un tu s. d u li 1 0 [>e fa
SulT insegna jnefltQ primitivo delle Metejfiatiche^ alta pa timi 1 'fc 7 ",
yn luogo di dò che sta dalla lin lo alili t(j, dovrebbe leggersi coinè segue I
politici poi riguardarono le innova/doni del tempo come attentati di una rea
intemperanza, e quindi suggerirono un regime reprimente e retrogrado. Ninno
quindi rese omaggio alia suprema provvidènza della natura e a quella di¬ vina i
-con ornili, nella quale e rusa sssurda eil empia il supporre cose tra loro
cotanto ripugnanti. Più ancorai con questa specie rii morale manicheismo non si
avvidero di ragionare secondo impulsi plebei. L'ordine morale fu da loro
configurato e e. 1 ~. nella nota. Credo si trovi /en-gi Si trova. lin. ult. co
1 I. nota. si scoprirono/egli scoprì Che giova nelle lata dardi cozzo.1 InJ'.
Cauto v. . .penult nota pel punto/sul punto per regola/per la regola uh.. del
fato Forse si dee leggere del fatto Veggasi un’espressione simile uh. uota
psicologioi/prieologiei a. importanti/importali. Villers Nell’edizione
originale si legge it 1600.. Villers f 'eiller. Sembra però clic vi sia errore.
Vedi la nota . vedemmo formarsi/si formano penult. nota reudizionc erudizione.
Impresso in Padova coi tipi di Sitea. Luglio. S B.N. Ucc I\3hS ‘ S. Gian
Domenico Romagnosi. Romagnosi. Keywords: scienza simbolica, scienza simbolica
degl’antichi romani, il vico di Romagnosi, la terza Roma, la prima Roma, la
prima eta, la terza eta, la logica di Genovese, la matematica, Sacchi,
Cattaneo, incivilamento, gl’italiani, la nazione italiana. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Romagnosi," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Romanoto: la ragione conversazionale e l’implicatura
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). To be identified.
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