GRICE ITALO A-Z R RIN
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rinaldi: la ragione conversazionale – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Bergamo).
Abstract. H. P.
Grice: “As a member of the so-called Oxford School of Ordinary-Language
Philosophy, I know I have gained more enemies than friends!” -- Keywords: H. P.
Grice, Peirce, Joachim, Hegel, semiologia. Filosofo italiano. Inizia la propria attività scientifica quando, a Milano,
espone e discute il problema dell’origine della dialettica oxononiense – H. P.
Grice, “Oxonian dialectic” -- e delle categorie logiche nella filosofia di
Hegel – H. P. Grice, “Da Kantotle a Heglato – and back” --, Spaventa e Gentile
in un saggio pubblicato da Franchini negli Annali della Facoltà di Lettere e
filosofia di Napoli -- cfr., in questo sito, il link “Elenco delle
pubblicazioni.” Dedica la propria attività all’analisi, interpretazione e
critica della fenomenologia trascendentale di Husserl e dei suoi maggiori
seguaci, i cui risultati storiografici e critico-teoretici vennero esposti
nella sua tesi di laurea, nel suo primo libro ed in un successivo articolo in
inglese apparso su The Monist. Vince una borsa di studio presso l’Istituto
Italiano di Studi Storici, fondato a Napoli da Croce, e in tale contesto si
dedica a studi sui fondamenti epistemologici ed ontologici della concezione
marxiana – cf. H. P. Grice, “Ontological marxism” -- dell’economia, della
società e della storia e sulla tradizione filosofica dell’idealismo italiano,
che hanno trovato espressione nel volume Dalla dialettica della materia alla
dialettica dell’Idea. Critica del materialismo storico, in numerosi saggi sul
pensiero di Croce e di Gentile, e nel volume L’idealismo attuale tra filosofia
speculativa e concezione del mondo. Enuncia in forma programmatica i fondamenti
della propria prospettiva filosofica nel saggio “L’atto logico-etico come
principio della filosofia.” Le sue successive ricerche in ambito logico,
epistemologico, etico e storiografico non hanno mancato di conformarsi
strettamente ad essi, sviluppandone in maniera sistematica le implicazioni
essenziali. Il risultato più cospicuo, a livello puramente teoretico, di tale
elaborazione è da vedersi nelle sue dottrine della percezione sensibile, della
LINGUA, del principio gnoseologico, dell’idea della Logica speculativa, della
prassi -- diritto astratto, moralità, eticità, storia universale --, dell’arte
e della religione, esposte, rispettivamente, in ampi saggi destinati a Studi
urbinati: “Essenza e dialettica della percezione sensibile”, “Fondamenti di
filosofia del linguaggio” (1996: cfr. n. 40), “Prolegomeni ad una teoria
generale della conoscenza” e “Idea e realtà della Logica”, e nelle opere
sistematiche Teoria etica, Ragione e Verità. Filosofia della religione e
metafisica dell’essere (cfr. n. 8), L’etica dell’Idealismo moderno (cfr. n. 10)
e The Philosophy of Art. Amplia i propri interessi storiografici e critici
nell’ambito della storia del pensiero italiano del Novecento alla “metafisica
dell’essere” (spiritualismo e neoscolastica). I risultati di tali sue ricerche
hanno trovato espressione nel manoscritto Ragione e realtà. Profilo di una
critica della metafisica dell’essere, che, in versione aggiornata ed ampliata,
costituisce ora la Parte III del volume Ragione e Verità. Filosofia della
religione e metafisica dell’essere -- è membro internazionale della “Hegel
Society of America”, e della “Internationale Gesellschaft ‘System der
Philosophie’” (Università di Vienna). -- è stato anche membro dello
“Arbeitskreis zu Hegels Naturphilosophie”. Ad una globale interpretazione e
valutazione critica del neohegelismo anglosassone ha dedicato più d’uno scritto.
Ha presentato agli studiosi italiani il pensiero e l’opera di uno dei maggiori
filosofi hegeliani anglosassoni odierni, Errol E. Harris (cfr. n. 3). Ne ha
tradotto, per la rivista Criterio, alcuni estratti sulla fenomenologia
husserliana e sulla Logica hegeliana e, in collaborazione con la cattedra di
Storia della filosofia dell’Università di Milano, il volume sulla filosofia di
Spinoza. Ha rivendicato la cruciale rilevanza, per la storia dell’epistemologia
contemporanea, dell’interpretazione “olistica” e “dialettica” harrisiana delle
scienze della natura del XX secolo. Nel 1992 la casa editrice accademica
statunitense The Edwin Mellen Press ha pubblicato il saggio, da lui
personalmente redatto in inglese, A History and Interpretation of the Logic of
Hegel. Nel novembre 2003 ha ricevuto dal Prof. J.R. Shook (Oklahoma State
University) l’incarico di scrivere per il Dictionary of Modern American
Philosophers la voce “Errol Harris” (cfr. n. 52), che è apparsa, in versione
aggiornata, anche nella Biographical Encyclopedia of British Idealism. In
qualità di ricercatore di ruolo presso la Facoltà di Sociologia dell’Università
di Urbino “Bo” e di coordinatore del “Centro di Epistemologia delle Scienze
Umane” della medesima Università, ha dedicato la propria attività scientifica
all’elaborazione di una teoria critica e sistematica dei fondamenti
epistemologici delle scienze umane contemporanee, nel contesto più ampio e
fondamentale della sua prospettiva teoretica (cfr. supra, § 4). Le tematiche in
tale ambito privilegiate sono state: la “teoria dei sistemi” di von Bertalanffy
e Luhmann, la “teoria critica della società” (dialettica negativa, sociologia
dell’arte, teoria sociale) di Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas, l’etica
materiale del valore di Husserl, Scheler e N. Hartmann, la teoria
“antifondazionalistica” e “sistematica” della giustizia di R.D. Winfield (cfr.
n. 48), lo strutturalismo linguistico di Saussure e Jakobson (cfr. n. 40) ed
infine il decostruzionismo di Derrida. Una traduzione in lingua georgiana di
questo saggio da parte del Dr. N. Kopaleishvili è attualmente in corso di
pubblicazione. § 8. Dall’anno 2000 è membro del Comitato scientifico-editoriale
della rivista «Magazzino di filosofia», dal 2014 dello “Internationaler Beirat”
dello Jahrbuch für Hegelforschung (Nomos/Academia Verlag), e dal 2018 del
Comitato scientifico della rivista «Il pensiero storico». -- è stato professore
associato di Filosofia morale presso la Facoltà di Sociologia dell’Università
di Urbino; dal 2002 al 2020 ha ottenuto l’affidamento dell’insegnamento di
Filosofia teoretica presso il Corso di laurea specialistica in Sociologia
nell’ambito della medesima Facoltà; il 22 marzo 2018 ha conseguito
l’abilitazione nazionale a professore ordinario di Filosofia teoretica, che con
decreto ministeriale N. 17728 è stata prorogata -- è stato nominato “Honorary
Senior Research Fellow of the Archive of Caucasian Philosophy and Theology of
the New Georgian University”. Presso l’Università di Urbino ha organizzato tra
il 1993 e il 2008 le seguenti conferenze: a) “Between Finitude and Infinity:
Hegelian Reason and the Pascalian Heart”, di William Desmond (Università di
Lovanio); b) “Hegel o Heidegger?”, di Claus-Artur Scheier (Technische
Universität di Braunschweig); c) “Globalizzazione ed egemonia americana”, di
Vittorio Hösle (Notre Dame University di South Bend, Indiana, U.S.A.); d)
“L’inizio della filosofia: il superamento hegeliano del pirronismo” e “Il ‘lato
libero di ogni filosofia’: scepsi e libertà” di Klaus Vieweg
(Fridrich–Schiller–Universität di Jena); e) “Keplero contra Newton. I
fondamenti della Filosofia della natura di Hegel” di Thomas Posch (Università
di Vienna). Egli ne ha curato personalmente l’introduzione e la traduzione, ed
ha condotto il successivo dibattito. Il testo della seconda è stato pubblicato
nella rivista Paradigmi. Organizza il Simposio: “Estetica ed epistemologia.
Riflessioni sulla «Critica del giudizio» di Kant”, in cui ha presentato la
relazione “Filosofia critica e pensiero speculativo nella Critica del giudizio
di Kant”, e cui sono altresì intervenuti Emilio Garroni (Università di Roma “La
Sapienza”), Renato Pettoello (Università degli Studi di Milano), Luigi Alfieri
e Alessandro Di Caro (Università di Urbino). -- è intervenuto al Simposio
“Heinrich Rickert e l’epistemologia neokantiana”, da lui organizzato presso la
Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino, con la relazione “Idealismo
critico e Weltanschauung nella filosofia di Rickert”. Hanno presentato altre
relazioni sulla filosofia di Rickert e/o hanno partecipato al successivo
dibattito Renato Pettoello (Direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Università
di Milano), Luca Oliva (Università di Milano) e i docenti urbinati Guido
Maggioni, Vincenzo Fano, Giovanni Bonacina, Alessandro Di Caro e Luigi Alfieri.
§ 12. Tra il 1991 e il 2009 egli ha tenuto le seguenti conferenze: a)
Presentazione del volume Salvezza dalla disperazione. Rivalutazione della
filosofia di Spinoza di Harris, nell’Aula magna della Facoltà di Sociologia
dell’Università di Urbino; Commemorazione del Prof. Darrel E. Christensen,
fondatore e primo presidente della “Hegel Society of America”, presso la Penn
State University il 3 ottobre 1992; c) Presentazione del volume di L. Rossi,
Negazioni (Urbino, Quattroventi 1994), presso l’Istituto di Sociologia
dell’Università di Parma “Die Aktualität von Hegels Logik”, presso il
“Philosophisches Seminar” della Technische Universität di Braunschweig il 24
giugno 1994; e) “Metaphysics as a Cultural Presence”, presso il Loyola College
(Baltimora), in occasione del 46° Congresso della “Metaphysical Society of
America”, il 10 marzo 1995; f) “Italian Idealism and Its Critics”, presso il
Dipartimento di filosofia del Loyola College il 13 marzo 1995; g)
“Understanding the Phenomenology Today”, presso l’Istituto di filosofia
dell’Università di Lovanio il 20 novembre 1996; h) “A Hegelian Critique of
Deconstruction”, presso l’Istituto di filosofia dell’Università di Lovanio il
21 novembre 1996, nella serie delle “Thursday Lectures”; i) “Zur gegenwärtigen
Bedeutung von Hegels Naturphilosophie”, presso il “Philosophisches Seminar”
della Technische Universität di Braunschweig “Warum, und inwiefern, ist Hegels
»absoluter Idealismus« heute noch aktuell?”, presso la
Friedrich–Schiller–Universität di Jena, in occasione del 24° Congresso della
“Internationale Hegel-Gesellschaft” il 30 agosto 2002; m) “Method and
Speculation in the Philosophy of the Later Fichte”, presso la
Ludwig–Maximilians–Universität di Monaco, in occasione del 5° Congresso della
“Internationale Johann–Gottlieb–Fichte–Gesellschaft”, il 17 ottobre 2003; n)
“Innere und Äußere Teleologie bei Kant und Hegel”, nell’ambito del workshop
“Zur Kritik des mechanischen Weltbildes: Kant, Hegel, Marx und die Folgen”,
organizzato dalla Prof. Renate Wahsner presso il Max-Planck-Institut für
Wissenschaftsgeschichte di Berlino, il 16 agosto 2004; o) “Über das Verhältnis
der dialektischen Methode zu den Naturwissenschaften in Hegels absolutem
Idealismus”, in occasione del convegno annuale dello “Arbeitskreis zu Hegels
Naturphilosophie” presso la Technische Universität di Kaiserslautern, “Freiheit
als Autonomie des Willens”, in occasione del convegno annuale dello
“Arbeitskreis zu Hegels Naturphilosophie” presso l’Università di Lubecca il 24
giugno 2006; q) “Über das Verhältnis der Ethik zur Metaphysik”, in occasione
del Simposio “Ethik als prima philosophia?”, organizzato dalla “Internationale
Gesellschaft ‘System der Philosophie’”, presso l’Istituto di filosofia
dell’Università di Vienna; r) “Selbstbewusstsein und Substantialitätsverhältnis
in Bruno Bauers Religionsphilosophie”, in occasione del Congresso “Bruno Bauer:
ein ‘Partisan des Weltgeistes’?” presso la Friedrich–Schiller–Universität di
Jena. Nell’ambito del Programma Socrates/Erasmus 1999–2000 dell’Università di
Urbino ha tenuto dall’8 al 12 maggio 2000 presso l’Istituto superiore di
filosofia dell’Università di Lovanio il seminario dottorale “Dialectic and
Speculation in the Philosophy of German Idealism”, articolato in dieci ore di
lezione e/o discussione e dedicato all’analisi e all’interpretazione della
Critica del giudizio di Kant, della filosofia del “secondo” Fichte e della
relazione tra Logica e Fenomenologia nella filosofia di Hegel. Nell’ambito del
Programma Socrates/Erasmus 2003–2004 dell’Università di Urbino egli ha tenuto
presso la Friedrich–Schiller–Universität di Jena le seguenti lezioni: a) “Zur
gegenwärtigen Bedeutung von Hegels Naturphilosophie” (Ernst-Haeckel-Haus, 7
giugno 2004); b) “Die Aktualität von Hegels Logik” (Institut für Philosophie, 8
giugno 2004) ; c) “Die Idee der Philosophie und Hegels spekulativer Idealismus”
(Institut für Philosophie). Nell’ambito del Programma Socrates/Erasmus dell’Università
di Urbino egli ha tenuto presso l’Istituto di Filosofia della
Friedrich–Schiller–Universität di Jena le seguenti lezioni: a) “Über das
Verhältnis der dialektischen Methode zu den Naturwissenschaften bei Hegel” “Freiheit
als Autonomie des Willens. Ad esse ha fatto seguito un’articolata discussione
circa entrambe le tematiche trattate. § 14. Con decreto del 14 novembre 2003 ha
ottenuto dalla Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino la nomina del
Dr. phil. Helmut Schneider, direttore accademico dello Hegel–Archiv della
Ruhr–Universität di Bochum, a professore a contratto integrativo presso la
Cattedra di Filosofia morale. Questi ha tenuto le seguenti lezioni:“La forma
d’arte romantica di Hegel come teoria della Modernità e del Postmoderno
estetico ed artistico. Il futuro dell’arte dopo Hegel”; b) “La teoria hegeliana
della comicità e la dissoluzione dell’arte bella”; c) “I fondamenti
antropologici della filosofia del diritto di Hegel”. Egli ne ha curato la
traduzione e la presentazione, ed il testo della prima conferenza è stato
pubblicato nel Magazzino di filosofia. Cantillo (Università “Federico II” di
Napoli) ha presentato il volume Teoria etica di R. presso la Facoltà di
Sociologia dell’Università di Urbino. Hanno partecipato al successivo
dibattito, oltre all’Autore, il Dr. Andrea Aguti, il Prof. Guido Maggioni ed il
Prof. Piergiorgio Grassi. § 16. Nei due anni accademici successivi la sua
intera attività scientifica è stata dedicata alla composizione di una
sistematica Filosofia della religione, che è stata pubblicata nel volume
Ragione e Verità. Filosofia della religione e metafisica dell’essere. In
collaborazione col Dipartimento di studi su Società, Politica e Istituzioni
(DiSSPI) dell’Università di Urbino, egli ha organizzato e diretto il
Congresso internazionale “Il pensiero di Hegel nell’Età della
globalizzazione”, che ha avuto luogo il 3–5 giugno 2010 presso la Facoltà
di Sociologia dell’Università di Urbino. Il Congresso, cui hanno dato la loro
adesione alcuni tra i più eminenti studiosi viventi della filosofia
hegeliana, si è articolato in 21 relazioni seguite da tre sessioni di
discussione plenaria. Il programma del Congresso può essere consultato
nella sezione “Events” di questo sito. Gli Atti del Congresso sono stati
pubblicati nel volume Il pensiero di Hegel nell’Età della
globalizzazione, a cura di G. Rinaldi e Th. Rossi Leidi, Roma, Aracne
Editrice. Egli ha tenuto presso la Technische Universität di Kaiserslautern
lo “Eröffnungsvortrag” del Convegno annuale dello “Arbeitskreis zu Hegels
Naturphilosophie” sul tema “Systemtheorie(n) im Spiegel der Hegelschen
Philosophie”. Il titolo di questa conferenza è “Hegels spekulativer
Systembegriff und die zeitgenössischen Wissenschaften”, ed il testo è stato
pubblicato nel volume Systemtheorie, Selbstorganisation und Dialektik. Zur
Methodik von Hegels Naturphilosophie. Egli ha organizzato, in collaborazione
col DiSSPI, il Simposio “La filosofia hegeliana della religione oggi”, dedicato
alla presentazione del suo volume Ragione e Verità. Filosofia della religione e
metafisica dell’essere e del saggio della Dr. Stefania Achella Rappresentazione
e concetto. Religione e filosofia nel sistema hegeliano (Napoli, Città del Sole
2010). Sono intervenuti, oltre agli Autori, il Prof. Giuseppe Cantillo
(Università di Napoli), il Prof. Piergiorgio Grassi (Università di Urbino), il
Dr. Cristian Cristofoletti, il Dr. Davide D’Alessandro (Università di Salerno),
il Dr. Marco de Angelis e il Dr. Andrea Aguti (Università di Urbino). § 20. Il
27 aprile 2011 egli ha tenuto presso lo “Institute of Advanced Study” della
Notre Dame University (South Bend, IN), su invito del Prof. Vittorio Hösle e
del Prof. Donald Stelluto, la conferenza “Why Gentile’s Actualism Remains a
Legitimate Philosophical Position”. L’incisione su CD di questa conferenza e
della successiva discussione, effettuata dal medesimo Istituto, è disponibile
nella sezione “Events” di questo sito. Il 29 aprile, su invito di Richard D.
Winfield, Distinguished Research Professor presso la University of Georgia
(Athens, GA), egli ha ivi tenuto la conferenza “Autonomous and Heteronomous
Reason in Contemporary Systematic Philosophy”, ed ha partecipato al successivo
dibattito. Egli ha tenuto presso l’Istituto di filosofia dell’Università di
Vienna la relazione “Die Selbstaufhebung der materialistischen Reduktion des
‘Bewusstseins’ auf das ‘gesellschaftliche Sein’ bei Marx” nell’ambito del
Simposio “Reduktionismen – und die Antworten der Philosophie”, organizzato
dalla “Internationale Gesellschaft ‘System der Philosophie’”. Essa è stata
pubblicata negli Atti del Convegno (cfr. n. 68). § 22. Nell’ambito del
Programma Socrates/Erasmus dell’Università di Urbino egli ha tenuto dal 10 al
17 giugno 2012 presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di
Kaiserslautern, su invito del suo Direttore, il Prof. Wolfgang Neuser, un
“Vortragszyklus” articolato in 5 lezioni sulla filosofia di Hegel e i suoi
ulteriori sviluppi ed interpretazioni nel pensiero contemporaneo: a) “Wahrheit
und Aktualität des absoluten Idealismus” (11 giugno); b) “Diskussion” (12
giugno); c) “Kritik der pragmatistischen Hegel–Deutung”; d) “Diskussion” (14
giugno); e) “Die Aktualität von Hegels Logik. A quest’ultima lezione ha fatto
seguito un’ampia discussione conclusiva. Su invito della “Sächsische Akademie
der Wissenschaften zu Leipzig”, egli ha tenuto il 19 luglio 2012 presso
l’Università di Lipsia la relazione “Hegel und das philosophische Verständnis
der Person” nell’ambito del Convegno “Normativität und Institution”. Essa è
stata pubblicata negli Atti del Convegno. In collaborazione col Dipartimento
di Studi su Economia, Società, Politica (DESP) dell’Università di Urbino,
cui afferisce dal 2010, egli ha ivi organizzato il Congresso
Internazionale “Idealismo assoluto e filosofia contemporanea”, che
ha avuto luogo dal 15 al 17 novembre 2012, e cui egli è intervenuto con la
relazione “Attualità dell’Idealismo attuale. Hegel e Gentile”. Sono state
lette e discusse complessivamente 12 relazioni sul pensiero di Hegel e i
suoi rapporti con la filosofia contemporanea, e sono stati presentati due
volumi recentemente pubblicati: Absoluter Idealismus und
zeitgenössische Philosophie. Bedeutung und Aktualität von Hegels Denken
(cfr. n. 9) di Giacomo Rinaldi, e Il pensiero di Hegel nell’Età della
globalizza zione, a cura di Giacomo Rinaldi e di Thamar Rossi Leidi (cfr.
n. 18). Il primo raccoglie, oltre ad una “Introduzione” inedita, 11 saggi
sul pensiero di Hegel, in inglese o in tedesco, già apparsi in Germania e
negli Stati Uniti di America, che da punti di vista diversi perseguono il
comune obiettivo filosofico di articolare e fondare una consistente
interpretazione dell’Idealismo assoluto come “filosofia
dell’autocoscienza infinita”. Il secondo raccoglie, oltre ad una
“Introduzione” da lui curata in collaborazione col Dr. Thamar Rossi Leidi,
i testi delle relazioni tenute nell’ambito dell’omonimo Congresso
hegeliano urbinate. Nell’ambito del Congresso dell’“Arbeitskreis zu Hegels
Naturphilosophie”, egli ha tenuto presso la Technische Universität di
Kaiserslautern la conferenza “Die naturphilosophischen Voraussetzungen von
Hegels Philosophie der Kunst”, il cui testo è stato pubblicato nel 2016 nello
Jahrbuch für Hegelforschung. Nell’ambito del XXIII Congresso della “Hegel
Society of America” (Northwestern Universit) egli ha tenuto il 31 ottobre la
relazione inaugurale, “The Metaphysical Presuppositions of Hegel’s
Philosophy of Self-Conscious ness”. Essa è stata pubblicata nel 2016 nel
volume Hegel and Metaphysics, contenente gli Atti di questo Congresso. Su
invito del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di
Pescara-Chieti “Gabriele d’Annunzio” egli ha ivi tenuto il 15 aprile 2015 la
conferenza “Dialettica negativa e pensiero speculativo tra Hegel e Adorno”,
dedicata allo svolgimento di una critica radicale della polemica di Adorno
contro il pensiero speculativo di Hegel. Egli ha organizzato, in
collaborazione col Dipartimento DESP, il Congresso Internazionale “Etica e
metafisica”. Il suo programma può essere consultato in questo sito mediante il
link “Events”. La registrazione dell’intero Congresso è disponibile in
Internet all’indirizzo www.filosofia-urbino.org. § 29. Nel corso dell’anno
accademico 2015–16 egli ha organizzato, sempre in collaborazione col Diparti
mento DESP, il Congresso Internazionale “La Filosofia dello spirito oggi”
(26–28 novembre 2015) e il Simposio Internazionale “Il superamento dello
scetticismo e del nichilismo in Platone e in Hegel”. I programmi di entrambi i
convegni possono essere consultati in questo sito mediante il link “Events”, e
la registrazione di tutte le relazioni e discussioni, che hanno avuto in essi
luogo, è reperibile in Internet agli indirizzi www.filosofia-urbino.org e
www.robert-wallace-in-italy.it . Egli ha dato alle stampe un’altra opera
sistematica di maggiori proporzioni nell’ambito disciplinare della Filosofia
morale: L’etica dell’Idealismo moderno (cfr. n. 10). § 31. Nel corso dell’anno
accademico 2016–17 egli ha organizzato, in collaborazione col Dipartimento DESP
e coi Dottorati di ricerca di tale Dipartimento, il Congresso Internazionale
“Il pensiero filosofico e la sua storia” (30 novembre – 2 dicembre 2016), nel
quale ha presentato la relazione “Storicismo e metafisica nella filosofia contemporanea”,
il cui testo è stato pubblicato nel Vol. 29 del Magazzino di filosofia (cfr. n.
80). Come già nel caso dei precedenti congressi e simposi organizzati a partire
dal 2014, la registrazione dell’intero Congresso è disponibile in Internet
all’indirizzo www.filosofia-urbino.org/. § 32. Nell’anno accademico 2017–18 la
sua attività scientifica si è venuta orientando in tre principali direzioni:
(1) l’analisi della storia delle interpretazioni dell’Etica di Spinoza, con
particolare attenzione a quelle sviluppate nell’ambito della filosofia
dell’Idealismo britannico e dell’Esistenzialismo contemporaneo; (2)
l’elaborazione di una sistematica Filosofia dell’arte nella prospettiva
teoretica della filosofia dell’Idealismo assoluto; e (3) la discussione e la valutazione
critica delle più recenti interpretazioni e sviluppi della Filosofia hegeliana
della religione. I risultati di queste ricerche sono stati esposti,
rispettivamente, in un volume pubblicato da Aracne Editrice; in un saggio
apparso nello «Jahrbuch für Hegelforschung» (cfr. n. 81); e nel testo della
conferenza “The Contemporary Relevance of Hegel’s Philosophy”, da lui tenuta
nell’ambito del Congresso Internazionale “Philosophy & Christianity:
Hegel’s Philosophy of Religion”, che ha avuto luogo il 22–23 settembre 2017
presso la New Georgian University di Poti (Georgia). Questo testo è stato
pubblicato sia in lingua italiana (cfr. n. 82) che in lingua georgiana (cfr. n.
88). § 33. Nel corso del medesimo anno accademico egli ha presentato i
risultati delle ricerche da lui svolte nell’ambito dell’Estetica, della Logica
e dell’Etica dell’idealismo contemporaneo in tre relazioni. La prima relazione,
dal titolo “La filosofia hegeliana dell’arte e l’estetica del neoidealismo
italiano”, è stata tenuta il 22 novembre 2017 nell’ambito del Congresso
Internazionale “Arte e Logica nella filosofia di Hegel”, da lui organizzato in
collaborazione col Dipartimento DESP presso l’Università di Urbino, il cui
programma può essere visualizzato nella sezione “Events” di questo Website. La
seconda relazione, “The Development of Gentile’s Political Thought” (e, in
lingua italiana) è stata presentata presso il “Centre for the Study of British
Idealism” a Hull. La terza relazione, “Truth and Logic in Joachim’s Philosophy”,
è stata tenuta nella medesima sede. Egli ha organizzato, in collaborazione col
Dipartimento DESP dell’Università di Urbino, il Congresso Internazionale
“Etica, Politica, Storia Universale”, che ha avuto ivi luogo, e in cui egli ha
presentato la relazione “Ivan Aleksandrovich Il’in e la critica neokantiana
dell’epistemologia di Hegel). La pubblicazione degli Atti di questo Congresso
ha avuto luogo presso la Casa editrice Aracne (Roma). Egli ha tenuto presso
l’Università di Hull (UK), nell’ambito del Congresso annuale del “Centre for
the Study of British Idealism”, la relazione “A Few Critical Remarks on
Collingwood’s Philosophy of Art” Nell’anno accademico, in qualità di Visiting
Professor presso la New Georgian University, egli ha ivi tenuto,, lezioni,
conferenze e seminari sui principi della Logica di Hegel, il suo influsso sulla
filosofia europea contemporanea, l’idea della Filosofia e la storia della
filosofia italiana nel XX secolo. Nel gennaio del 2021 è stato pubblicato a
Tbilisi il suo volume Twentieth-Century Italian Philosophy: A Brief Outline and
Evaluation, contenente la traduzione in lingua georgiana della Prolusione da
lui tenuta in occasione del conferimento della qualifica accademica di
“Honorary Senior Research Fellow of the Archive of Caucasian Philosophy and
Theology of the New Georgian University” Nell’anno accademico 2020–21 egli ha
partecipato al Convegno Internazionale “La presenza di Hegel nei pensatori
contemporanei”, organizzato per via telematica presso l’Università di Messina
dal Prof. Giuseppe Gembillo, con la relazione “La filosofia hegeliana dello
spirito oggettivo nell’interpretazione di Ivan Aleksandrovich Il’in”, da lui
tenuta. Il testo della medesima è attualmente in corso di pubblicazione negli
Atti del Convegno. Su invito del Prof. Iremadze (New Georgian University) egli
ha anche scritto un articolo sui risultati di questo Convegno, che è
attualmente reperibile, nella traduzione in lingua georgiana del Dr. Giorgi
Kapanadze, in Internet all’indirizzo https://www.petritsiportal.ge/ka/article/121,
mentre il testo originale (in inglese) è stato pubblicato nello Jahrbuch für
Hegelforschung, In collaborazione col Dipartimento DESP dell’Università di
Urbino egli ha organizzato il Congresso Internazionale “Attualità dell’Estetica
hegeliana”, che ha avuto luogo nell’Aula Parnaso di Palazzo Veterani, e in cui
ha presentato la relazione “Il significato della Filosofia dell’arte nel
pensiero contemporaneo”. Il programma del Congresso è reperibile nella
locandina pubblicata nella sezione “Events” del presente sito. Gli Atti di
questo Congresso sono stati pubblicati nel 2023 nel volume Attualità
dell’Estetica Hegeliana. Su invito di Kleffmann, Direttore dell’Istituto di
Teologia evangelica dell’Università di Kassel, ed anche col contributo del
Programma Socrates-Erasmus dell’Università di Urbino, egli ha ivi presentato i
risultati delle sue ricerche sulla Filosofia dell’arte nella conferenza „Die
Bedeutung der Kunstphilosophie im zeitgenössischen Denken“, che ha avuto luogo
il 23 giugno 2022, e nelle quattro seguenti lezioni sul tema: “Begründung,
System und Entwicklungen von Hegels Ästhetik”: “Begriff und Formen der Kunst
nach Hegels Ästhetik” ); “Das System der einzelnen Künste in Hegels Ästhetik” ;
“Richard Wagners Auffassung des Gesamtkunstwerks als mögliche Lösung der
Antinomien der Hegelschen Lehre von der romantischen Kunstform” (1 luglio
2022); “Kritische Bemerkungen über den Einfluss von Hegels Kunstphilosophie auf
die Ästhetik des italienischen und des britischen Idealismus”. I testi della
conferenza e delle lezioni, ampliati e preceduti da una Introduzione dal titolo
“Der gegenwärtige Zustand der Philosophie und das Erbe des Deutschen
Idealismus”, sono stati pubblicati nel 2023 nel volume Kasseler Vorlesungen
über Hegels Kunstphilosophie. Nell’ambito del Convegno “Croce” (Messina), il 22
novembre egli ha tenuto la relazione “Idealismo e storicismo nell’etica di
Croce”, che è stata poi pubblicata in «Magazzino di filosofia». Dal 2022 al
2024 egli ha diretto il Progetto di ricerca “Significato e attualità della
concezione umanistica del mondo”, finanziato dal Dipartimento DESP
dell’Università di Urbino. I risultati delle ricerche filosofiche svolte in
tale ambito sono stati pubblicati nel volume omonimo, che raccoglie, oltre a
una sua “Introduzione”, i seguenti saggi: Giacomo Rinaldi, “Umanesimo e
Idealismo” (pp. 25–170); Mattia Cardenas, “Pensare la coscienza. Tracce per una
concezione umanistica” (pp. 171–205); Giacomo Cerretani, “Arte e Umanesimo. Sulla
loro relazione” e Antonio Messina, “Visioni del potere: Un confronto tra il
pensiero politico di Giovanni Gentile e l’umanesimo africano” Nell’ambito del
Programma Socrates-Erasmus dell’Università di Urbino egli ha tenuto presso
l’Institut für Evangelische Theologie dell’Università di Kassel la lezione “Die
neuplatonische Grundlage des Prologs des Johannes-Evangeliums” e la conferenza
“Hegels Auffassung des Christentums. Entrambi i testi, rivisti e ampliati, sono
in corso di pubblicazione nello Jahrbuch für Hegelforschung, Bd. 23. Il
manifesto della conferenza, che ha avuto luogo nel contesto del
“Philosophisch-Theologisches Kolloquium” organizzato dall’Institut für Evangeliche
Theologie, è reperibile nella sezione “Events” di questo website. § 42. In
qualità di visiting professor presso la New Georgian University, egli ha tenuto
ai dottorandi di tale Università le lezioni “Spinoza and Neo-Platonism” , “A
Hegelian Critique of Derrida’s Deconstructionism” (1 agosto 2024) e,
nell’ambito di un Simposio sul pensiero politico organizzato dal Prof. Tengiz
Iremadze, la relazione “Some Reflections on Italian Political Thought in the
20th Century” (2 agosto 2024). Il testo di questa relazione è attualmente in
corso di pubblicazione, insieme a quelli degli altri due relatori, il Prof. M.
Gogatishvili e la Prof. L. Zakaradze, negli Atti di questo Simposio. § 43. In
collaborazione col Dipartimento DESP dell’Università di Urbino, egli ha
organizzato e diretto ivi il Congresso Internazionale “Filosofia e religione
nella storia e nel presente”, che ha avuto luogo dal 2 al 4 ottobre 2024, e nel
cui ambito egli ha tenuto mercoledì 2 ottobre la relazione “Lineamenti fondamentali
della Filosofia della religione”. Il programma di questo Congresso, cui hanno
partecipato, in presenza o in videoconferenza, eminenti studiosi provenienti da
diversi paesi e continenti, può essere consultato nella sezione “Events” di
questo website. § 44. In data 20 gennaio 2025 il Rettore della New Georgian
University, Metropolita Dr. Grigoli, ha firmato la nomina di Giacomo Rinaldi a
Professore di Filosofia presso lo “Archive of Caucasian Philosophy and
Theology” di questa Università. La sua attività scientifica ed editoriale in
questo nuovo contesto accademico è iniziata con la preparazione degli Atti del
Congresso Internazionale “Filosofia e religione nella storia e nel presente”
(Urbino), la cui pubblicazione è prevista in una delle collane di Aracne
Editrice (Roma). Il testo della nomina può essere visualizzato nella sezione
“Events” di questo sito. STUDI URBINATI/B4 ECONOMIA SOCIOLOGIA Fondamenti di
filosofia del linguaggio di Giacomo Rinaldi Dedico questo scritto alla memoria
di mia Madre, recentemente scomparsa. I: Il linguaggio come forma ed atto dello
spirito 1. L'interesse del pensiero filosofico per il problema dell'ori gine e
dell'essenza del linguaggio è non meno antico del primo tentativo storicamente
noto di elaborare una teoria sistema tic a del suo oggetto, principio e metodo
peculiari. In effetti, nel Cratilo (che è interamente dedicato alla questione
del lin guaggio), e quindi nel Fedro, nel Teeteto, nel Sofista e nell'Epi stola
VII1, Platone delinea i fondamenti della sua filosofia del linguaggio nel
contesto delle medesime discussioni in cui egli enuncia le sue tesi
epistemologiche ed ontologiche più decisive. Ma in verità l'intima affinità tra
l'essenza del linguaggio e quella del pensiero era già stata chiaramente
avvertita, prima ancora che dall'esplicita riflessione filosofica, dal 'genio'
inconscio della lingua greca, che infatti designa con la medesima parola - Myoç
- così il concetto di 'discorso' che quello di 'ragione'. Nella fase culminante
della storia della filosofia moderna, quella dell'idealismo tedesco,
l'oggettività ideale del logos greco viene più originariamente e profondamente
risultato dell'attività creatrice compresa come un dello 'spirito' (Geist). Mentre
in fatti l'Idea platonica (o, per quel che qui importa, lo stesso Atto puro
aristotelico o l'Uno di Plotino), in ragione della sua pura Presentato
dall'Istituto Metodologico Economico Statistico. 1 Cfr. Platone, Phaedrus,
266b-279c; Theaetetus, 189e-l 90a; Sophistes, Epistola VII, 342b-344d. 485
immediatezza, non può dar ragione, sul piano ontologico, della negatività del
finito, né, su quello epistemologico, delle media zioni 'discorsive' in virtù
delle quali la sua necessità viene pro vata, il concetto dello spirito,
sviluppato specialmente dalla filo sofia di Fichte e di Hegel, è piuttosto
quello di una soggettività di un 'Io= Io' - che non 'è' già ma che 'si fa', che
'media' sé con sé, che si realizza soltanto in virtù della negazione della pro
pria immediata astrattezza ed unilateralità, e dunque finitezza. Nella totalità
concreta dello 'spirito' il principio platonico del 1' oggettività ideale è
certamente conservato, ma solo in quanto intrinsecamente mediato tare,
dell'interiorità con quello opposto, ma complemen soggettiva dell'autocoscienza
umana. Anche in questo ulteriore contesto storico, l'intimo nesso che avvince
l'essenza del pensiero a quella del linguaggio non manca di riproporsi con
inconfondibile evidenza. Esattamente allo stesso modo in cui Kant, Fichte,
Schelling e Hegel concepiscono l'essenza del pensiero e dell'Idea in termini di
autocoscienza e di spirito, Wilhelm von Humboldt pone a fondamento delle sue va
stissime ricerche scientifiche e filosofiche sulla morfologia, la struttura e
la storia delle lingue umane una concezione della loro essenza che scorge in
es~e il 'prodotto' (Erzeugtes) mai com piuto dell'attività creatrice, del
'lavoro dello spirito' (Arbeit des Geistes). Come egli dichiara in una celebre
pagina del suo capo lavoro, la lingua ist kein Werk (Ergon), sondern eine
Thatigkeit (Energeia). Ihre wahre Definition kann daher nur eine genetische
sein. Sie ist namlich die sich ewig wiederholende Arbeit zum Ausdruck des
Gedanken des Geistes, den articulirten Laut fahig zu machen Die Sprachen als
eine Arbeit des Geistes zu bezeichnen, ist schon darum ein vollkommen richtiger
und adaquater Ausdruck, weil sich das Dasein des Geistes iiberhaupt nur in
Thatigkeit und als solche denken lasst2. La coerenza, e consistenza,
dell'orizzonte concettuale all'in 2 W. von Humboldt, Uber die Verschiedenheit
des menschlichen Sprachbaues und ihren Einfluss auf die geistige Entwickelung
des Menschengeschlechts, Berlin terno del quale la storia della filosofia
occidentale ha tradizio nalmente impostato e risolto il problema dell'essenza
del lin guaggio, sembrerebbe dunque predeterminare quivocabile il in maniera
ine senso, e la stessa possibilità, di ogni tentativo odierno di delineare i
fondamenti di una adeguata teoria del lin guaggio. Quest'ultimo sembrerebbe non
poter essere altrimenti concepito che come una determinata manifestazione
dell'attività dello spirito, la cui peculiarità consisterebbe nel fatto che in
essa l'interiorità soggettiva del pensiero tende ad oggettivarsi nella forma
sensibile del suono articolato. Tra le forme essenziali in cui l'attività dello
spirito di necessità si dirime vi sarebbe dunque pure quella del linguaggio.
L'obiettivo fondamentale della filosofia del linguaggio verrebbe così ad esser
quello di comprender la sua essenza, la sua morfologia e la sua storia come
forma ed atto dello spirito. La necessità di questa conclusione sembra tuttavia
essere in firmata non solo dall'orientamento prevalente nella scienza odierna
del linguaggio, quello della linguistica strutturalistica, ma anche dalle
cosiddette tendenze 'antimetafisiche' dell'onto logia contemporanea, e
segnatamente dal 'pensiero dell'essere' dell'ultimo Heidegger. In entrambi i casi,
si sostiene infatti che la considerazione del linguaggio come espressione
fonetica del 1' essenza logica dell'Idea, o dell'attività creatrice dello
spirito, non solo non ne esaurisce la concreta genesi, struttura e fun zione,
ma rischierebbe addirittura di 'occultarne' l'originaria au toidentità. Prima
di procedere ad enucleare i fondamenti della filosofia del linguaggio, appare
perciò opportuno discutere, sia pur solo per sommi capi, le concezioni
alternative suggerite da tali tendenze odierne. 2. Se il linguaggio è la
manifestazione dell'interiorità dello spirito nella forma sensibile del suono
articolato, allora l'unità della sua essenza si dirimerà in due momenti
mutuamente com plementari, ma anche nettamente distinguibili: il segno sensi
bile, o meglio il fonema, da un lato (signans, signifiant, Zeichen, ecc.), ed
il suo significato logico o ideale (signatum, signifié, Bedeutung, ecc.),
dall'altro. Inoltre, la totalità espressi da una lingua, ossia, giusta
l'appropriata dei significati espressione di 487 Hmnboldt, la sua «forma
interna» (innere Sprachform)3, in ra gione del suo caratter-e logico o ideale,
non potrà che coincidere (in maniera diretta o indiretta) con la stessa
struttura formale generale dell'attività dello spirito. In virtù del suo significato
(e, a fortiori, del referente oggettivo di quest'ultimo: cfr. infra, § 16),
dunque, la sfera del linguaggio tr ascende di nec es si tà sé stessa, accenna
ad una totalità logica di concetti, essenze, od oggetti id e a li, o di
funzioni dello spirito, che precede e fonda la sua articolazione ed evoluzione
immanente. In polemica con questa concezione 'tradizionale' dell'essenza del
linguaggio, la linguistica strutturalistica nega recisamente il carattere
qualitativo ed essenziale della differenza tra segno e si gnificato, e di
conseguenza la possibilità e necessità di fondare la scienza del linguaggio su
una teoria filosofica generale dell' es senza dello spirito, o per lo meno dei
significati logici in cui essa si oggettiva. Secondo Saussure, la differenza
tra signifiant e signifié costituisce innegabilmente una struttura fondamentale
del fatto linguistico, ma ciò nondimeno sarebbe meramente rela tiva; ed inoltre
il rapporto di azione reciproca che tra essi si istituisce in ogni espressione
linguistica particolare non esclude rebbe la determinazione, in ultima istanza
decisiva, dell'idealità del significato da parte della corporeità sensibile del
segno. Nel caso di
qualsiasi processo evolutivo del linguaggio, afferma Saussure, [t]out s'est
passé hors de l'esprit, dans la sphère des mutations des sons, qui bientòt
imposent un j o u g abso1u à la pensée et la forcent à entrer dans la voie
spéciale qui lui est ouverte par l' état matériel des • 4 s1gnes . Prima e indipendentemente dalla sua espressione nel
segno linguistico, il pensiero non sarebbe altro che una 'massa' inde
terminata, 'amorfa'; il sistema delle differenze logiche, ideali dei
significati 3 sarebbe originato esclusivamente dal suo 'contatto' Saussure,
Cours de linguistique générale, Paris (spazieggiatura nostra). con l'opposta,
ma non meno indeterminata, massa della 'catena fonetica' 5• In maniera ancor
più radicale di Saussure, J akobson nega addirittura qua 1 si asi sorta di
differenza tra segno e signifi cato. Il significato di un segno non sarebbe in
realtà che un altro segno, e così l'intera essenza del linguaggio si risolve
rebbe in un mero aggregato di segni, che non rimandano più ad alcun significato
ideale o referente oggettivo, comunque concepito, da essi distinguibile: l'une
des thèses les plus éclairantes de Peirce pose que le sens d'un signe est un
autre signe par lequel il peut etre traduit. Peirce – H. P. Grice: “I don’t
really know what led me to give a seminar on Peirce at Oxford!” -- donne une
définition incisive du principal mécanisme struc tural du language quand il
montre que tout signe peut etre traduit par un autre signe dans lequel il est
plus complètement développé 6 • La concezione strutturalistica alla perentoria
del linguaggio perviene perciò conclusione che la linguistica, in quanto
scienza di meri segni, non sarebbe altro che una branca della semio-logia, e
dunque una disciplina scientifico-positiva del tutto auto noma, radicalmente
indipendente fica o teoria generale dello spirito. L'intima inconsistenza di da
qualsivoglia logica filoso queste tesi strutturalistiche può esser facilmente
mostrata anche solo mediante un'analisi pura mente immanente della struttura
del linguaggio. Se il significato di un segno non fosse che un a1tro segno da
cui il primo po trebbe essere 'spiegato', allora il secondo segno dovrebbe
esser contro ogni evidenza - per principio privo di un proprio signi ficato,
perché, in tal caso, sarebbe evidentemente necessario un terzo segno per dar
ragione del suo significato, e così la tentata dissoluzione semiologica
palesemente dell'idealità del significato finirebbe con l'avvolgersi nella
tipica assurdità di ogni re gressus in infinitum. Ma v'è di più. Il significato
della circonlo 5 6 Jakobson, Essais de linguistique générale, tr. par N. Ruwet,
Paris Cours de linguistique générale, e Essais de linguistique générale cuzione
che dovrebbe spiegare (e, spiegando, eliminare) quello del primo segno, non può
che coincidere con esso (o meglio: col suo referente oggettivo, che comunque è
esso stesso una unità ideale: cfr. infra, § 16). In effetti, se i referenti
delle due espres sioni fossero differenti, allora la seconda non potrebbe in
alcun modo fornirci un'affidabile 'spiegazione' del significato della prima. In
virtù del ricorso a tale circonlocuzione, dunque, il medesimo referente segni
di f ferenti. verrebbe palesemente ad inerire a due Di conseguenza,
contrariamente a quanto af ferma J akobson, la differenza tra la forma sensi bi
1 e del segno e l'unità 1ogica del significato appare radicale ed inelimina
bile8. Sostenere, inoltre, che l'infinita ricchezza delle distinzioni ideali
del pensiero non è che il risultato di un (misterioso) 'con tatto' tra la sua
indeterminata meno originariamente 'massa' originaria e quella non
indeterminata dentemente che l'indeterminatezza del segno, presuppone evi
dell'indeterminato (o meglio: la relazione esterna tra due indeterminati) possa
costituire la ra gion sufficiente della sua differenziazione, e della
determinazione: controsenso 9 • quindi l'origine il che è palesemente un puro e
semplice L'idealità del significato, dunque, non solo è irriducibile all' e
steriorità sensibile del segno, ma il suo ultimo fondamento 1ogico, in quanto
tale, trascende di necessità l'intera sfera del lin guaggio. Di conseguenza, è
senz'altro falso sostenere che la lin guistica può legittimamente 8 costituirsi
come una disciplina Tale differenza viene altresì testimoniata con evidenza dai
fenomeni lin guistici dell'omonimia, della polisemia, dell'equivocità e della
catacresi, da un lato, e da quello della sinonimia, dall'altro: nel caso dei
primi, infatti, un medesimo opposti; medesimo 9 segno porta ad espressione due
o più significati div e r si o persino nel caso della seconda, invece, due o
più segni div e r si esprimono il significato. L'esempio addotto in
proposito-da Saussure, e cioè che il 'contatto' tra la massa indeterminata
(anzi, 'caotica'!) del pensiero e quella non meno amorfa del suono darebbe
origine alle sue differenze pressappoco come quello tra la massa dell'aria e
l'acqua del mare dà luogo alle onde, è senz'altro inappro priato, se non altro
per il fatto che nel secondo caso esiste un determinato principio attivo di
differenziazione - il vento - che nel primo è invece comple tamente assente!
Cfr. Cours de linguistique générale scientifica autonoma, ed ancor più che essa
sia una mera branca della semiologia. In effetti, il linguaggio (umano)
differisce non solo quantitativamente o empiricamente, ma piuttosto essenzial
mente, da ogni altro genere di segno (indizio, indicazione, raf figurazione,
gesto, mimica, ecc.), giacché esso soltanto è in grado di portare ad
espressione l'unità ideale di un significato. Nel caso degli altri segni, al
contrario, un mero fatto sensibile present e si limita ad accennare, in virtù
della sua somiglianza o contiguità spazio-temporale, ad altri fatti sensibili
assenti. Se una qualche continuità essenziale tra linguistica e semiologia dev'
esser comunque ammessa, allora sarà piuttosto la prima a sussumere sotto di sé
la seconda, in quanto essa tematizza in forma esplicita ed attuale quell'unità
di segno sensibile e di si gnificato ideale che nella sfera del mero segno è
invece presente, nel migliore dei casi, in maniera solo virtuale. Ma nella
misura in cui in tale unità la distinzione tra l'esteriorità del segno e l'i
dealità del significato rimane comunque essenziale, allora la stessa teoria del
linguaggio non potrà che desumere la sua ul tima ragion d'essere, e condizione
di possibilità, dalla 1ogica fi1osofica, in quanto l'oggetto essenziale di
quest'ultima non è appunto che l'idealità dell"ideale' in quanto ideale, e
la sua genesi immanente nell'attività dello spirito. 3. In un certo senso,
l'essenza dello spirito non è che l'im pulso, lo 'sforzo' verso una sempre più
compiuta unificazione, o 'sintesi a priori', della molteplicità data. Tale
unificazione, stematica negazione, empirica immediatamente ora, è possibile
solo in virtù di una si o meglio 'idealizzazione', di ogni diffe renza
radicalmente esteriore, di ogni eterogeneità meramente ir relata. E ciò vale,
ovviamente, non solo nel caso della relazione 'fenomenologica' tra la coscienza
e la natura, bensì pure in quello del rapporto, più propriamente 'spirituale',
l'alter Ego, l'individuo tra l'Ego e e la società (nazione, istituzioni, Stato,
ecc.). L'opposizione tra la coscienza umana finita e l'oggettività della natura
può esser pienamente compresa e spiegata solo come risultato della
differenziazione immanente di un'unità più originaria: quella di una auto-coscienza
infinita, di una ragione che è l'unità assoluta dell"essere' e del sé. In
maniera analoga, l'opposizione, empirica e storica, tra le auto-coscienze finite
dell'ego e dell'alter. Ego, o tra !"individualità spirituale' 10 e la
totalità storica del processo dello spirito, può e deve essere egualmente
trascesa ed inverata in una superiore forma di auto coscienza: quella di un
'Io' che è nel contempo un 'Noi', e di un 'Noi' che è nel contempo un 'Io', 11
ossia di un'assoluta totalità spirituale in cui lo spirito individuale è in
grado di identificare la 'forma' del proprio sé con l'oggettiva 'sostanzialità'
dell' «unità della natura umana», e quest'ultima, correlativamente, perciò di
presentarsi, cessa e di agire, come una «potenza estranea» nei confronti della
sua soggettività. La considerazione del linguaggio come prodotto dell'attività
dello spirito, dunque, esige anzitutto il superamento di qua lunque
contrapposizione rappresentazione) tra la coscienza (più precisamente: la della
sua forma fonetica e l'esistenza esteriore del suono come fatto fisico
localizzato empiricamente nello spazio e nel tempo del mondo. Tale esistenza si
risolve esau stivamente nella sua rappresentazione, si identifica assoluta
mente con essa. Il cosiddetto 'linguaggio interiore' - il «dialogo dell'anima
con sé stessa» di platonica memoria è una forma di espressione linguistica
tanto concreta ed attuale quanto quella che invece si esteriorizza nello spazio
in virtù della fonazione operata dall'apparato vocale. Contrariamente Jakobson
13 , la struttura a quanto sostiene della seconda non aggiunge nulla di es
senziale a quella della prima. 10 Cfr. Uber die Verschiedenheit Hegel,
Phèinomenologie des Geistes, Frankfurt a. M. 1SelbstbewufJtsein, IV, p. 145:
«Ich, das Wir, und Wir, das Ich ist». 12 Cfr. Platone, Theaetetus, 189e-190a. 13 Cfr. Essais de linguistique
générale, cit., p. 32: «Quant au discours non extériorisé, non prononcé, ce qu'
on appelle le language intérieur, ce n' est qu'un substitut elliptique et
allusif du discours explicite et extériorisé». L'unica ragione che sembra poter conferire una
qualche plausibilità a questa tesi di Jakobson è che solo il 'discorso
esteriorizzato' può fungere da mezzo di comunicazione tra due ( o più)
individui empiricamente diversi. Ma in verità lo scambio di 'informazioni' è
una funzione meramente tecnico strumentale del linguaggio, che esso svolge, per
così dire, solo per accidens, ma che è senz'altro estranea alla sua essenza, dal
momento che quest'ultima consiste piuttosto (cfr. infra, § 6) nell'originaria
presentificazione dello spirito' nell'elemento dell'intuizione della 'verità
sensibile in virtù dell'unità ideale del significato. 492 D'altra parte, il
discorso attualmente pronunciato dall'indi viduo risulta originariamente
identico nità cui egli appartiene. alla lingua della comu In ciascuna parte o
frase del suo di scorso, infatti, è virtualmente immanente la stessa tot a lit
à del linguaggio (ovviamente, non già in senso empirico-sensibile, bensì come
consapevolezza, più o meno chiara, del sistema delle regole grammaticali che
consentono la formazione e l'e spressione delle parole e delle frasi possibili
nella sua lingua). Viceversa, l'unità organica della lingua di un popolo si con
centra e realizza solo nel concreto atto espressivo dell"indivi dualità
spirituale', e quest'ultima, ove sia pienamente sviluppata ( come nel caso dei
grandi poeti o pensatori), non manca di eser citare un potente effetto
retroattivo sulla lingua passivamente tramandata o 'data'. Ma la prospettiva
dell"autocoscienza infinita' viene drastica mente rifiutata dalla
linguistica strutturalistica. La celebre di stinzione saussuriana tra il
linguaggio come langue e come pa role 14 ( o quella, più recente e radicale, di
J akobson e degli odierni teorici della comunicazione tra fonda su una
concezione diametralmente code e message) 15, si opposta del rapporto tra
individuo e società. Quest'ultimi costituirebbero i termini di un'opposizione
esclusiva. Dal punto di vista del soggetto par lante, il linguaggio
coinciderebbe con la singola 'parola' (o frase) isolata, fornita di una
peculiare esistenza fisica prodotta dagli organi della fonazione. Essa sarebbe
il risultato di un apprendi mento fondamentalmente passivo della lingua della
comunità cui egli appartiene, e sarebbe radicalmente condizionata dalla 'forza
cieca' (farce aveugle) della 'convenzione' sociale che conferisce ai singoli
fonemi il loro specifico valore semantico, ed inoltre stabilisce le regole 'meccaniche'
della loro 'associazione'. La di mensione sociale della langue, al contrario,
non avrebbe altra at tualità che quella meramente 'differenziale', ossia
convenzionale, del suo v oc ab o 1 ari o (in altre parole, consisterebbe in una
sorta di media pronunciate statistica delle singole 'parole' realmente dagli
individui parlanti); e sarebbe espressione delle tendenze evolutive 'fortuite'
ed imprevedibili del 'corpo sociale', 14 Cfr. Cours de linguistique générale,
cit., pp. 25-39. 15 Cfr. Essais de linguistique générale, cit., pp. 31-32 e 90.
493 della 'massa parlante' di un'intera 'etnia'. Quest'ultima, certa mente, non
sarebbe nulla più che un mero «aggregato di indi vidui» (ensemble
d'individus)16, ma si distinguerebbe ed oppor rebbe ad essi per una decisiva
ragione: essa soltanto costitui rebbe quanto di 'essenziale' (essentiel) v'è
nella lingua di un po polo. La singola parola (o frase) pronunciata
dall'individuo attualmente parlante, al contrario, non sarebbe altro che una
sua 'accidentale' appendice. L'inconsistenza di questo fondamentale dua1ismo
della lin guistica strutturalistica diviene subito palese non appena si ri
fletta sul fatto che la semplice possibilità di una parola pura mente
'interiore' (in più di un'occasione esplicitamente ricono sciuta dallo stesso
Saussure) 17 impedisce senz'altro di conside rare l'esistenza fisica esteriore
come un carattere peculiare della parole a differenza della langue. D'altra
parte, l'atto individuale della parola, nella misura in cui è inscindibile
dalla totalità orga nica della lingua in esso virtualmente immanente, è esso
stesso determinato dalla necessità a priori della sua forma logico-gram
maticale (cfr. infra, § 6), e perciò è, in definitiva, tanto poco 'ac
cidentale' quanto lo sarebbe la struttura 'sincronica' della langue: Infine, se
la 'massa parlante' non è nulla più di un mero aggregato di· individui
inessenziali, essa stessa non potrà risultare meno inessenziale cetto
dell'aggregato è anali di questi. In effetti, il con tic amen te identico alla
cate goria della totalità come 'somma estrinseca' di parti originaria mente
differenti e indipendenti dalla loro successiva unificazione nel tutto 18 • La
forma logica dell'aggregato non può dunque per 16 Cours de linguistique
générale Alcune isolate ed incidentali osservazioni di Saussure sul fatto che
il lin guaggio costituirebbe un 'tout global' che è 'più' della mera 'somma'
delle sue parti (cfr. Cours de linguistique générale, cit., pp. 38-39),
appaiono incoerenti e fuorvianti da un triplice punto di vista: anzitutto,
perché sembrano alludere a qualcosa come una concezione vagamente
'organicistica' della sua essenza, che è invece in toto inconciliabile col
fondamentale orientamento associazionistico e contingentistico della linguistica
strutturalistica; in secondo luogo, perché il concetto di tale presunta
eccedenza rimane del tutto oscuro e indeterminato; infine, perché il 'tutto'
del linguaggio potrebbe avere un carattere genuinamente organico solo nella
misura in cui esso implicasse qualcosa come la negazione de11'esteriorità de11e
sue part i, ponendosi così come la loro 494 princ1p10 aggiunger nulla di nuovo
e di essenziale alla costitu zione ontologica originaria dei suoi componenti:
può soltanto reiterarne indefinitamente l'originaria inessenzia li tà. In
quanto mero prodotto delle 'convenzioni sociali' di un'i nessenziale 'massa
parlante', la stessa langue, proprio come la parole, non può quindi dar in
alcun modo ragione dell'essenza della lingua. I due 'poli', distinti ma
complementari, in cui la sua unità originaria di necessità si dirime, vengono
indebita mente 'tradotti' dalla linguistica astrazioni, strutturalistica in due
fa 1 se separate l'una dall'altra e caratterizzate da predi cati mutuamente
esclusivi. Ma la loro falsità non può rimaner celata all'acume del pensiero
dialettico, che mostra piut tosto come tali presunti opposti esclusivi in
realtà trapassino l'uno nell'altro, dissolvendo così l'essenzialità della loro
differen za, e nel contempo accennino ad un'unità piuttosto l'originaria che ne
costituisce verità. Tale unità, ovviamente, è quella, pre cedentemente
accennata, dell'essenza dello spirito come autoco scienza infinita. La
necessità di concepir l'essenza del linguaggio come forma ed atto dello
spirito, dunque, non solo non viene inficiata, ma piuttosto ribadita dalle
insuperabili antinomie in cui si avvolgono i fondamentali assunti della
linguistica struttu ralistica. 4. La considerazione filosofica dell'essenza del
linguaggio come forma ed atto dello spirito viene criticata e respinta, per
'idealità' o 'unità semplice': ma quest'ultima è una determinazione ontologica
di cui il mero aggregato è per principio sprovvisto. In An Essay on Man e in un
articolo apparso postumo, Structuralism in Linguistics, Cassirer mostra di
fraintender radical mente l'intima tendenza epistemologica dello strutturalismo
linguistico nella misura in cui egli propende a scorgere in esso una sorta di
reazione 'organici stica' (se non addirittura idealistica!) all'atomismo
positivistico dominante nelle scienze e nell'epistemologia. Cassirer, Saggio
sull'uomo. Introduzione a una filosofia della cultura, tr. it. di C.
D'Altavilla, Roma ., e Id., Lo strutturalismo nella linguistica moderna, tr.
it. di Cardona, in Saggio sull'uomo). La radicale antitesi tra una concezione
genuinamente organicistica e 'generativa' (generative) del linguaggio quale
quella di Humboldt e la prospettiva meramente 'tassonomica' sviluppata dallo
strutturalismo linguistico non è invece sfuggita all'acume di Noam Chomsky
(cfr. N. Chomsky, Current Issues in Linguistic Theory, London-The Hague-Paris ragioni
diametralmente strutturàlistica, opposte a quelle allegate dalla linguistica
anche dal cosiddetto 'pensiero dell'essere' di Heidegger. Esso tende a
configurarsi come una sorta di onto logia poetica del linguaggio, i cui
fondamentali assunti vengono esplicitamente contrapposti a quelle 'metafisiche'
sia alle concezioni 'scientifiche' che tradizionali. sisterebbe una
fondamentale Allo stesso modo in cui sus 'differenza ontologica' tra l'Essere e
gli enti, così anche l'essenza della lingua sarebbe senz'altro irriducibile ad
un aggregato «cosale» (dinglich) 19 di morti voca boli, e dunque ad un mero
'fatto umano' o 'fatto sociale' (come vorrebbe invece Saussure). L"essenza
del linguaggio', piuttosto, si identificherebbe con un «Dire originario»
(Sage)20 , che è lo stesso 'linguaggio dell'essenza', ossia la rivelazione
essenziale ed originaria dell'essere – Sein --, la cui comprensione, come tale,
costituirebbe l'intima essenza dell'uomo, ma che non per questo potrebbe esser
ridotto ad un risultato - o meglio: ad una «posi zione» (Setzen)21 -
dell'attività ideale dello spirito. L"esperienza' dell'essenza del
linguaggio si imporrebbe piuttosto all'uomo con la forza di una fatalità
ineluttabile, in rapporto alla quale egli rimarrebbe meramente concezione
'metafisica' identificazione passivo. L'errore fondamentale della del
linguaggio, culminante nella citata humboldtiana spirito', della sua essenza
col 'lavoro dello sarebbe dunque, secondo Heidegger, quello di tematiz zarlo
non già quanto alla sua originaria identità-con-sé, bensì solo in relazione
alla soggettività dello spirito: ossia, po tremmo dire noi, solo come esso è
'per un altro', e non già come è 'in sé e per sé'. L'essenza del linguaggio
sarebbe infatti 'altra' e più originaria di quella dello spirito, se non altro
perché essa non si esaurisce nella dimensione logico-razionale del significato.
La corporeità sensibile, l'eufonia ed il ritmo della parola, rilevanti
specialmente nel caso del linguaggio poetico, non co stituirebbero infatti un
momento meramente particolare e subor dinato, distinto e giustapposto a quello
del significato, ma coin ciderebbero piuttosto con la sua stessa verità
originaria. L' es Heidegger,
Unterwegs zur Sprache, Pfullingen, 'Das Wesen der Sprache' 'Die Sprache' 'Der
Weg zur Sprache', p. 248. 496
senza del linguaggio precede, limita e determina, in definitiva, quella dello
spirito, perché l'Essere che in esso si rivela non è già l'astratta
soggettività 'quadratura' della 'ragione autocosciente', bensì la (Vierung) del
'quadrato' (Geviert) del mondo: ossia la medesimezza, la 'compenetrazione
organica' ( Gegen-einander uber) di «terra e cielo, mortali e divini» 23 •
Dobbiamo, dunque, ritenere che le meditazioni heideggeriane sull'essenza del
linguaggio siano veramente riuscite ad elevare il pensiero umano ad un punto di
vista superiore, più originario ed 'autentico' di quello della 'metafisica'
tradizionale? Più d'un dubbio appare a questo proposito legittimo. Anzitutto,
ci sembra innegabile che il suo pensiero 'antimetafisico' ricada malgré lui nei
limiti della più angusta ed unilaterale 'metafisica dell'intel letto finito',
nel momento stesso in cui egli contrappone l'espli cazione dell'identità-con-sé
della lingua a quella della sua re lazione con lo spirito in quanto
essere-per-altro. Anche am messo, infatti, che l'essenza dello spirito sia
realmente 'altra' ri spetto all'identità-con-sé del linguaggio,
relazione-ad-altro non risulterebbe l'esplicazione di tale eo ipso
inessenziale, o co munque irrilevante, in rapporto al problema del chiarimento
della sua essenza, per la semplice ragione che un adeguato sviluppo di a 1 etti
c o delle categorie dell'Essere-in-sé e dell'Es sere-per-altro mostra con
evidenza che esse non possono esser pensate isolatamente l'una dall'altra, ma
solo come momenti in scindibili di un'unica totalità logica 24 • Ostinarsi, per
contro, a te matizzare l'identità-con-sé qualsiasi riferimento della lingua
prescindendo alle sue relazioni-ad-altro, da non può aver in definitiva altra
conseguenza che la riduzione del discorso filo sofico ad una sterile sequela di
vuote tautologie, come è per l'appunto testimoniato ad oculos dalla
proposizione in cui cul mina la conferenza 'Die Sprache': Die Sprache spricht
25 • Ma, m realtà, la stessa plausibilità della tesi heideggeriana 'Die
Sprache' Hegel, Wissenschaft der Logik, Frankfurt a. M. 1969, vol. 1, Erstes
Buch, Erster Abs., Zweites Kap., B. 'Die Endlichkeit', pp. 125 sgg. 25
Unte,wegs zur Sprache, cit., 'Die Sprache' che l'essenza del linguaggio sia
radicalmente 'altra' rispetto a quella dello spirito, appare quantomeno
problematica. L'Essere, il Sacro, il Dire originario possono essere infatti
concepiti come irriducibili all'essenza, o meglio allo sviluppo immanente,
dello spirito, solo nella misura in cui questo venga tacitamente identi ficato
con la soggettività unilaterale del «pensiero rappresenta tivo» (vorstellendes
Denken) 26 , e venga così eo ipso degradato ad una mera determinazione
'antica', più appropriata spirito, tuttavia, considerazione mostra ossia
particolare 'speculativa' e finita. La dell'essenza dello come esso possa esser
pienamente compreso solo come unità di soggetto dunque come una tota1ità
concreta ed oggetto, e che 'toglie' o ingloba in sé stessa ogni possibile
«dualità intenzionale» 27 , e quindi anche la 'differenza ontologica'
heideggeriana tra l'Essere e l'ente, il Dire originario e la parola antica o
casale. Da questo punto di vista ( da Heidegger pregiudizialmente respinto
senza esser mai stato reso oggetto di qualsiasi seria 'critica immanente') 28 ,
la stessa identità-con-sé dell'essenza sultare assolutamente del linguaggio non
può che ri immanente vità dello spirito; e la considerazione a quella della
soggetti filosofica del linguaggio come forma ed atto dello spirito coincide
perciò senz'altro con l'esplicazione 'ontologica' della sua 'originaria'
autoidentità. Infine, l'appello heideggeriano alla forma fonetica del lin
guaggio quale elemento palesemente irriducibile alla sua 'spiega zione' in
termini logico-razionali, si presta a due fondamentali 26 Cfr. ad es. M.
Heidegger, Holzwege, Frankfurt a. M. 1950, 'Hegels Begriff der Erfahrung', pp.
124 sgg. 27 Sulla 'dualità intenzionale' tra Essere ed ente, soggetto ed
oggetto, fun zione ed argomento, ecc., quale carattere 'sintattico'
fondamentale del cosid detto 'pensiero antimetafisico' contemporaneo, si vedano
le illuminanti osserva zioni di C.-A. Scheier in Die Grenze der Metaphysilc und
die Herlcunft des gegen wiirtigen Denlcens, «Abhandlungen der
Braunschweigischen Wissenschaftlichen Gesellschaft»; e in Hegel o Heidegger?,
«Paradigmi» (si tratta del testo di una
conferenza tenuta da Scheier all'Università di Urbino. Tale, infatti, non si
può senz'altro considerare l'Auseinandersetzung (per altri versi indubbiamente
pregnante e 'simpatetica') di Heidegger con l'Einlei tung alla Fenomenologia
hegeliana in 'Hegels Begriff der Erfahrung' (cfr. supra, n. 26) e con le fondamentali
categorie hegeliane dell'identità e della differenza in I dentitiit und
Differenz, Pfullingen 19 51. 498 obiezioni. Anzitutto, esso chiaramente
presuppone che la sua co stituzione essenziale sia come tale irriducibile
all'attività crea trice dello spirito, laddove, come vedremo tra breve (cfr.
infra, § 7), il suono artico1ato mostra piuttosto le tracce indelebili
dell'immanenza in esso di tale attività. In secondo luogo, la fon damentale
distinzione heideggeriana tra l'essenza del Dire originario e quella 'casale'
dell"inautentico' 'non-casale' linguaggio comune, non dovrebbe senz'altro
consentire la determinazione del primo in virtù di mere rappresentazioni
sensibili o, per me glio dire, 'antiche'. Nel contesto dell'esplicazione
heideggeriana dell'Essere nei termini del 'quadrato' del mondo, tuttavia, la di
mensione della sua corporeità, e dunque il fondamento della sua presunta
alterità originaria rispetto all'essenza dello spirito, viene senz'altro
identificata con una rappresentazione inequivo cabilmente 'antica' quale quella
della 'terra' (Erde). D'altra parte, l'unica ragionevole via d'uscita da questa
palese difficoltà, e cioè quella di considerare il termine 'terra' come
un'espressione me ramente metaforica (bildliche Redeweise), viene decisamente
re spinta da Heidegger: la lingua del suo 'pensiero poetante' non consta di
mere metafore, non lascia perciò adito alla pos sibile ulteriore esplicazione
di un più profondo 'significato spiri tuale', bensì coincide con lo stesso
'linguaggio dell'essenza'. L'Essere è «la terra e il cielo, i mortali e i
divini»; il linguaggio è «il fiore della bocca» (die Blume des Mundes), ecc.
Come evitar dunque di scorgere in questi esiti palesemente assurdi della con
cezione 'antimetafisica' del linguaggio il medesimo infinito' ( ovverosia
controsenso) 'giudizio che Hegel aveva saputo acu tamente scorgere nelle
conclusioni di una celebre pseudoscienza del suo tempo, la 'frenologia' 30 : e
cioè l'indebita confusione tra l'innegabile 'realtà' attuale dello spirito e la
sua 'esistenza' mera mente esteriore ed immediata nel cranio Né la concezione
strutturalistica dell'uomo? della langue come morto ag gregato di segni
arbitrari, né il tentativo heideggeriano (certa mente assai più profondo) di
comprender l'essenza della parola (poetica) alla luce dell'alterità radicale
del Dire originario, ap paiono quindi realmente in grado di fornirci delle
alternative 29 3 Cfr. Unte,wegs zur Sprache, cit., 'Das Wesen der Sprache' Phiinomenologie
des Geistes, cit., C. (AA) Vernunft, V, A pp. 244-62. 499 teoreticamente suole
oggi liquidare come l'impostazione valide a quella che troppo frettolosamente
'metafisica' tradiziona le del problema del linguaggio. Nelle ricerche che
seguono, dunque, quest'ultimo potrà senz'altro esser legittimamente consi derato
come nulla più (e nulla meno) che una specifica e neces saria forma ed attività
dello spirito. Siccome, ora, l'essenza dello spirito, come tale, può esser
adeguatamente si esplicata solo da una considerazione genuinamente f i 1 oso
fica della sua es senza, il me t o do cui a tale proposito si dovrà far ricorso
sarà ovviamente quello stesso che risulta appropriato nel caso di qualsivoglia
tematica filosofica: e cioè l'esplicazione 'fenomeno logica' e 'dialettica'
della sua origine, essenza e processo 31 • II: Essenza del linguaggio 5. In
quanto oggettivazione essenziale dell'attività dello spirito, il linguaggio si
costituisce anzitutto come una tot a lit à organi c a: non è un mero aggregato
di singoli vocaboli, e nep pure di frasi elementari isolate, bensì la
continuità articolata e discreta di un unico discorso. In effetti, l'unità
dell'orga nismo non esclude, anzi di necessità implica, la sua intrinseca
differenziazione: come non vi sono parti senza totalità, così non v'è totalità
senza parti. Le differenze che l'analisi linguistica di scerne nel continuum
del discorso, dunque (contrariamente a quanto ritiene Saussure, non sono
meramente differenziali, ossia convenzionali e relative, ma si radicano in una
sua discrezione originaria, le cui unità concrete o elementi minimi coincidono
con le paro1e. L'ulteriore possibile scomposizione della parola in radici o
sillabe non distingue più unità linguistiche at tuali, bensì mere astrazioni o
possibilità. La sillaba, infatti, è sì un'unità fonetica, ma è, come tale, priva
di significato; la radice, al contrario, esprime sì l'unità di una pluralità di
significati af fini, ma è (come tale) priva di esistenza fonetica. 31 Cfr. a
questo proposito R., Essenza e dialettica della percezione sensibile, Studi
Urbinati, Introduzione: questioni di metodo' Cours de linguistique générale, .
Solo nell'unità della parola, dunque, pervengono a compiuta e discernibile
esistenza entrambi i momenti in cui l'essenza del linguaggio originariamente si
dirime: ossia la forma sensibile del segno e l'unità ideale del suo
significato. Quest'ultimo è una rappresentazione universale attivamente
prodotta dall'interiorità dello spirito; il primo, al contrario, è il 'dato'
immediato, relati vamente passivo di un' eterogenea intuizione sensibile Il SEGNO
linguistico si distingue perciò essenzialmente dal simbolo. Quest'ultimo,
infatti, connette un dato concreto dell'intuizione ed una rappresentazione
generale astratta in virtù di un tertium, ossia di una proprietà comune ad
entrambi, che costituisce così il loro fundamentum relationis -- il leone, ad
es., essendo il più 'forte' degli animali, è stato tradizionalmente elevato a
simbolo della 'forza', del vigore fisico o morale. Un siffatto fondamento è
invece per principio assente nel caso del segno linguistico. Abbiamo in
precedenza osservato che l'idealità del significato espresso dalla parola
distingue radicalmente il linguaggio da ogni altra specie di segno contemplata
dall'analisi semiologica. Ora è altresì risultato che non meno essenziale è la
sua differenza dal simbolo. La teoria filosofica del lin guaggio, di
conseguenza, può e deve senz'altro 'mettere tra pa rentesi' qualsiasi elemento
o presupposto teorico derivato dalla semiologia, e limitarsi piuttosto
all'esplicazione tre momenti costitutivi fondamentali sistematica dei della
parola: a) il signifi cato; b) la sua forma fonetica; e) la loro relazione. Il
significato (Bedeutung) è 'ciò che una pa Hegel, Enzyklopiidie der
philosophischen Wissenschaften im Grundrisse, Frankfurt a. M. Per una sommaria
esposizione, discussione e rivalutazione della celebre e geniale teoria
hegeliana del lin guaggio, cfr. il nostro saggio Sul significato metodologico
della teoria hegeliana della 'rappresentazione' per le scienze umane
contemporanee, in AA.W., Livelli di rappresentazione, a cura di F. Braga Illa,
Urbino Il concetto del simbolo svolge un ruolo di primaria rile vanza nella
filosofia hegeliana dell'arte. Una mirabile esposizione del suo con tenuto
essenziale è reperibile nell"Introduzione' al Cap. sulla 'Forma simbolica
dell'arte' Hegel, Vorlesungen uber die Asthetik, Frankfurt a. M. rola vuol
dire' (deut-et), ciò che s’intende – alla H. P. Grice -- con essa quando la si
pronuncia o la si ascolta. Ma che cosa precisamente si intende, ad es., con la
parola 'rosso'? Senz'altro, nessun ente o qualità che abbia una qualsiasi
somiglianza o analogia coi cinque fonemi -- r, o, s, s, o -- da cui la sua forma fonetica è composta. Ma
neppure - e ciò è senz'altro assai meno ovvio, e filosoficamente più rilevante
- nessun o degli oggetti singolari della percezione empirica, nessuna di quelle
'cose' sensibili con cui il realismo ingenuo del senso comune è acriticamente
proclive ad identifi care l'intera 'realtà'. Il significato della parola
'rosso' non è né questo né quell'oggetto rosso, bensì l'idea stessa per dirla
con Hegel, una 'rappresentazione del rosso: generale', o, come dice non meno bene
Platone, un yÉvoç o una ova(a 35 • 'Questa penna rossa qui' e 'quella sfera
rossa là' non sono altro che sue individuazioni particolari, contingenti,
transitorie: il significato originario della parola 'rosso' non è appunto altro
che 'il' rosso Platone, Cratylus Licciardi mostra di frain tender radicalmente
il fondamentale concetto platonico del yÉvoç quando so stiene che «[i]l
rapporto tra il nome e la cosa in sé si realizza [secondo Platone] per il
tramite della classe Licciardi, Introduzione a Platone, Cratilo, Milano 19942 ,
p. 39). L'idea platonica, infatti, non solo è palesemente irriducibile a
qualsivoglia concetto di 'classe', ma, in quanto 'unità semplice', costituisce
nulla meno che l' esse n zia 1 e negazione della sua immediata esteriorità! Da
questo punto di vista, la teoria platonica del linguaggio è senz'altro su
periore alla concezione aristotelica dei 'nomi' (,:à Èv 'tfi cpwvfl), che nel
De Interpretazione (16a) vengono infatti identificati con una sorta di
'simboli' (mJµ ~oÀa) o 'segni' (miµifa) degli stati psichici (:rm{h)µa,:a)
dell'anima, i quali a loro volta non sarebbero che mere rappresentazioni, o
meglio copie (òµou-.o µa,:a) delle cose reali (:rcgayµa,:a). Questa teoria
aristotelica sembra chiaramente precorrere quelli che saranno senz'altro gli
errori più perniciosi di tutte le fu ture teorie scientifiche e filosofiche del
linguaggio: ovverosia lo psico 1 o gismo ed il realismo empirico. Con Platone e
Hegel, e contro Aristotele, dunque, è opportuno tener ben presente che: a)
esiste una differenza essenziale tra il rapporto del segno e quello del
simbolo, che debbono perciò esser tenuti accuratamente distinti: solo il primo
è rilevante in rapporto al problema filoso fico dell'essenza del linguaggio; b)
il significato del nome non è mai un fatto psichico contingente, ma piuttosto
un'unità ideale a priori; lo stesso referente oggettivo del significato non è
un mero fatto, bensì un'essenza ideale, un'idea oggettiva (per quanto non
necessariamente coincidente con l'unità ideale del significato in virtù del
quale esso viene espresso in un determi nato contesto linguistico: - il rosso in
sé, l'identità, tò aùt6, ongmaria, invariabile, riflessa in sé stessa' della
sua essenza. La peculiare rilevanza fi 1 oso fica dell'intero problema del 1'
essenza del linguaggio ha qui modo di emergere in piena luce. L''Idea', niti,
'et philosophia in effetti, è l'elemento originario della verità filosofica:
come dice profondamente Hegel, «Idea est synthesis infiniti et fi omnis est in
ideis» 36 • Nella sfera dell' espe rienza e della coscienza soggettiva, essa si
presenta originaria mente ed immediatamente proprio e solo in e mediante il si
g n i fica t o di una parola. Da questo punto di vista, il linguaggio non è
nulla meno che la stessa esistenza immediata della verità filosofica, e dunque
dell'interiorità del pensiero e dello spirito. Hegel comprende con
impareggiabile acume l'essenza del lin guaggio quando scorge in esso die
hochste Macht unter den Menschen: ma esso è tale potenza, ovviamente, solo in
quanto nell'idealità spirito'. del suo significato si oggettiva la stessa
'verità dello È infatti solo in virtù e in nome di tale verità che, nel celebre
Cap. 1 della Fenomenologia dello spirito, esso è ritenuto in grado di
'confutare', con la sua mera presenza, la presunta 'verità' priva di spirito
della 'certezza sensibile' 38 • Il significato originario di una parola,
dunque, è l'identità ideale di un'essenza. Esso, perciò, non può per principio
coinci dere con un peculiare 'stato' o 'fatto psichico' reperibile nella
'corrente di coscienza' del soggetto parlante, dei suoi (eventuali) ascoltatori
o della comunità linguistica cui essi appartengono. L'errore esiziale delle
teorie psicologiche del linguaggio, e in specie della linguistica
strutturalistica (che, in rapporto a questa tematica, sembra senz'altro
riproporre 36 le più viete concezioni Hegel, Jenaer Schriften, Frankfurt a. M.
1970, 'Habilitations thesen' Hegel, Nilmberger und Heidelberger Schriften,
Frankfurt a. M. , 'Philosophische Enzyldopa.die filr die Oberldasse', Hegel,
Pha.nomenologie des Geistes, cit., A. Bewuf3tsein, I: 'Die sinnliche Gewi/Jheit
oder das Diese und das Meinen ', pp. 82 sgg. ma spec. p. 92. Il linguaggio,
osserva qui profondamente Hegel, «die gottliche Natur hat, die Meinung
unmittelbar zu verkehren, zu etwas anderem zu machen und so sie gar nicht zum
Wort kommen zu lassen. psico 1 o g i s
tic h e dell'idealità confonder l'assoluta interiorità del significato, è
quello di del significato con quella meramente relativa del fatto psichico. È
certamente vero che qualsiasi 'dato' del 'senso interno' - ossia qualsiasi
evento con tingente .e fuggevole reperibile nella mia autocoscienza sensibile -
è in certo qual modo necessariamente 'ideale': se non altro perché è privo di
oggettività ed individuazione spaziale, che è per l'appunto l'opposto immediato
dell' 'ideale' in quanto tale. Ma l'analogia tra il fatto psichico e l'identità
ideale del signifi cato si ferma qui. Le differenze ontologiche tra essi sono
ben più rilevanti. Anzitutto, il fatto psichico è originariamente indivi duato
nel tempo interno della coscienza sensibile: è qualcosa che sorge e si dissolve
in esso. Ciò che una parola 'vuol dire' - ad es., il fatto che 'rosso'
significhi una determinata specie di colore - è invece del tutto indipendente
dal contesto temporale in cui il locutore, o l'ascoltatore, percepiscono (o
percepirono) una parti colare sensazione di rosso. A rigore, l'identità ideale
del signifi cato (e, a fortiori, quella del suo referente ideale oggettivo: è
indifferente persino all'esistenza storica della lingua cui la sua espressione
fonetica appartiene. Se è infatti in negabile che nell'età dell'impero romano
la parola 'rosso' non esisteva ancora, il contenuto di senso da essa espresso
conserva intatta la sua (possibile) validità oggettiva anche in relazione a
tale età: ciò che 'il rosso' è in sé e per sé, non è senz'altro il risultato
del processo di formazione della lingua Mentre, dunque, il fatto psichico è una
mera esistenza rale, l'idealità del significato è piuttosto un'essenza
italiana! tempo 'eterna'. D'altra parte, le 1eggi che, secondo la psicologia
empirica, connettono il dato psichico contingente alla totalità della cor 39
Saussure in effetti dichiara esplicitamente che i significati dei segni lin
guistici «considérés en eux-memes, appartiennent à la psychologie» (Cours de
linguistique générale, cit., p. 144). Ma l'orientamento radicalmente stico'
della linguistica strutturalistica 'psicologi diviene ancor più palese ove si
rifletta sul fatto che i cosiddetti 'rapporti sintagmatici' ed 'associativi',
che secondo lui co stituiscono le leggi fondamentali del 'meccanismo' della
langue, si risolvono senza residuo nelle celebri leggi humiane dell' a s
sociazione delle idee: i primi in quella della 'contiguità' temporale, i se
condi in quella della 'somiglianza' Hume, A Treatise of Human Nature, Oxford. rente
di coscienza sono radicalmente diverse da quelle che si fondano sull'essenza
ideale del significato. Le prime si risol vono, in sostanza, nelle celebri
leggi humiane dell'associazione delle idee, ed hanno perciò carattere
empirico-quantitativo; le seconde, al contrario, si fondano sulla necessità a
priori della sua identità logica, son dunque di ordine qualitativo-essenziale,
e si risolvono, in definitiva (sia pur tramite complesse media zioni cui è qui
impossibile accennare in dettaglio), nel processo di differenziazione immanente
della totalità sistematica dell'Idea logica, che costituisce l'oggetto
peculiare della logica filosofica 40 • L'unità ideale del significato, dunque,
non è un fatto psichico né una sua parte, comunque configurata: piuttosto, essa
tra scende essenzialmente - come sostiene Husserl 41 e, prima di lui (in
termini alquanto differenti), Platone 42 - la singolarità contin gente
dell"anima' umana. Ciò significa, forse, come entrambi hanno finito per
concludere, che essa coincide con una sorta di oggettività 1ogica – H. P.
Grice: “shaggy means hairy-coated, not what _I_ think is hairy-coated” -- radicalmente
diversa ed indifferente a qualsivoglia funzione o processo del pensiero
autocosciente? Se le cose stessero effettivamente così, allora anche il nostro
fonda mentale proposito di concepir l'essenza del linguaggio come forma ed atto
dello spirito sarebbe non meno fuorviato in par tenza dell'approccio
psicologistico si può sensatamente da noi ora criticato. In realtà, negare che
l'oggettività ideale del signifi cato sia, in qualsiasi senso, il prodotto
dell'attività intelligente di 40 Sarà qui sufficiente addurre il seguente
esempio: le categorie (e rela zioni) logico-grammaticali, e dunque
linguistiche, del sostantivo, dell'ag gettivo, del pronome, del soggetto, del
predicato verbale, del predicato nomi nale, del complemento oggetto, del
complemento di termine, di mezzo, ecc., non sono che l'individuazione, nella
forma specifica del linguaggio, rispettiva mente, delle fondamentali categorie
(e relazioni) logico-metafisiche della sostanza, dell'attributo, del soggetto,
dell'atto, dell'essere, dell'oggetto, della te leologia, ecc. Quanto
all'essenziale differenza tra la forma logico-grammati cale e quella
logico-filosofica delle categorie del significato, cfr. Husserl, Logische
Untersuchungen, Halle 'Erste Un tersuchung' Sarà qui sufficiente ricordare che
proprio nel luogo dell'Epistola VII in cui Platone espone la versione più
matura della sua teoria del linguaggio, e ri conosce in definitiva il carattere
meramente 'convenzionale' del rapporto tra segno e significato, egli altresì
ribadisce in maniera inequivocabile la differenza tra la 'conoscenza' primato
come atto dell'anima umana e l"oggetto conoscibile', ed il ontologico di
questo rispetto a quella (Epistola). un soggetto autocosciente se e solo se
l'essenza di quest'ultimo si risolve esaustivamente in un mero aggregato di
fatti psichici contingenti: ossia se, come Husserl sostiene esplicitamente
nella Prima ricerca logica 43 , la parola 'io' non esprime l'identità ideale di
alcun significato, ma è un'espressione meramente 'occasio nale'. Ma questo, in
verità, non è altro che un esiziale errore fi losofico che il radicale
logicismo del primo Husserl stranamente condivide col suo avversario storico.
Affinché io possa a buon diritto asserire che l"io' non è che un aggregato
temporale di meri dati psichici, debbo poter essere c o sci ente di tale aggre
gato, che è come tale una totalità empirica. Ora, ciò è possibile soltanto se,
come osserva genialmente Kant nella 'Deduzione trascendentale delle categorie,
io sono in grado di unificare in un unico atto di coscienza l'intera
molteplicità della sua successione temporale. Ma una siffatta 'sintesi a
priori' è chiara mente impossibile se io non rimango assolutamente iden tico a
me stesso nel corso dell'intero processo di pensiero. Qua lora l'essenza
dell"io' si risolvesse veramente in una semplice successione temporale di
dati psichici - nella mera 'rapsodia' delle percezioni di un 'io variopinto' -
sarebbe dunque impos sibile comprendere e spiegare come noi possiamo divenir
con sapevo 1 i di tale essenza. Esiste di conseguenza un'accezione logicamente
valida della parola 'io' - in termini kantiani, quella dell'Io come 'unità
sintetica originaria dell'appercezione' - per cui ciò che essa significa è
un'unità non meno identica-a-sé di quella dei significati logici 'oggettivi',
ad es. quello espresso dalla parola 'rosso'. D'altra parte, lo stesso atto in
cui noi diveniamo consapevoli dell'unità logica di un significato, non
diversamente da quello in cui 'apprendiamo' un molteplice empirico, non si
limita a riflet tere passivamente un contenuto oggettivo, ma lo 'pone' attiva
mente come risultato della 'nostra' originaria 'spontaneità'. Di conseguenza,
dobbiamo prender le distanze anche da Platone e da Husserl, e concludere che
l'identità ideale del significato non 43 Cfr. Logische Untersuchungen, cit.,
voi. 2, 'Erste Untersuchung' Kant, Critica della ragion pura, tr. it. di GENTILE
(vedasi), Bari, Logica trascendentale è semplicemente un oggetto trascendente,
indifferente all'interio rità soggettiva del nostro spirito, bensì è un
essenziale risultato della sua attività sintetica - del suo «sforzo interiore»
(inneres Streben), come mirabilmente si esprime Humboldt 45 • La verità logica
che i significati delle parole originariamente presentifi cano non è, dunque,
uno statico x6aµoç vorp;6ç di meri oggetti ideali, bensì l'infinito processo
(auto-)creativo della soggettività dello spirito. La fondamentale di f f ere n
z a tra una siffatta considerazione della totalità dei significati espressi dal
linguaggio ed ogni pos sibile teoria psicologica delle 'idee,' si fonda e si
risolve ovvia mente in quella, non meno essenziale, tra la necessità a priori
dell"Io puro' e la singolarità contingente dell"io empirico'. 7. Il
linguaggio è la sintesi estrinseca di un segno fonetico e di un significato
logico. Come abbiamo or ora visto, nell'identità ideale di quest'ultimo si
fondano leggi essenziali necessarie a priori. La tesi strutturalistica, secondo
cui, in ragione del carat tere 'immotivato' della relazione linguistica
fondamentale, 'tutto' nel linguaggio sarebbe meramente 'differenziale', ossia
contin gente ed arbitrario, è perciò da reputarsi senz'altro falsa. Ma in
verità la forma della necessità a priori caratterizza non solo il lato del
significato, bensì pure, sebbene in grado assai diverso, quello stesso del
segno. Quest'ultimo è il contenuto di un'intui zione sensibile, e come tale è
dunque contingente. Assai prima di Heidegger, Humboldt ha perciò potuto acutamente scorgere nelle
peculiarità fonetiche di una lingua, nell'eufonia e nel ritmo dei suoni in cui
essa si articola, la sua individua 1 i t à più originaria e radicale, e quindi
la tipica espressione della sua identità nazi on a 1 e. Ma è altresì vero che -
a diffe renza del loro contenuto - le forme dell'intuizione sensibile, lo
spazio ed il tempo, sono anch'esse necessarie a priori. Lo spazio è la
posizione immediata dell'esteriorità del molteplice. Il tempo è la non meno
immediata negazione di tale esteriorità. La sua essenza è perciò forma 1 mente
identica a quella dell' atti 45 46 Cfr. Uber die Verschiedenheit vità ideale
dello spirito, che non è infatti altro che la negazione 'riflessa' o 'assoluta'
del dato esteriore dell'intuizione sensibile. Nella misura in cui, come abbiamo
ora visto (cfr. § 6), l'unità ideale del significato non è che il prodotto
dello 'sforzo interiore' dello spirito, la sua oggettivazione originaria potrà
dunque aver luogo so 1 o in un contenuto dell'intuizione le cui differenze non
si limitano a giustapporsi staticamente nello spazio, bensì si sus seguono,
sorgono e periscono nel tempo. E tale è palesemente il caso del segno fonetico,
o 'fonema'. La forma fonetica che lato talità ideale dei significati espressi
da una lingua assume imme diatamente in essa, non è dunque meramente
accidentale, né è determinata da qualsivoglia arbitraria empirica necessità
psico-fisiologica, 'convenzione' sociale, o bensì si fonda sulla stessa essenza
ideale del linguaggio. Ciò non significa, ovviamente, che le innumerevoli
differenze fonetiche particolari in cui ogni lingua storica si articola, pre
sentino del pari una analoga necessità essenziale. Al contrario, si può e si
deve ritenere che in tale sfera domina per lo più la ca su a lit à più
irrazionale ed imprevedibile. Ma si deve senz'altro riconoscere a Humboldt 47 ,
di nuovo, il merito di aver saputo in dividuare nello stesso contenuto
sensibile della forma fonetica del linguaggio alcune differenze che non solo
non sono mera mente empiriche, ma che si radicano immediatamente nella stessa
essenza in te 11 et tu a 1 e dell'attività dello spirito, la quale è dunque
presente ed immanente - per quanto in forma ancor meramente inconscia,
'incoata' o 'virtuale' - non solo nel contenuto logico-semantico e
logico-grammaticale del lin guaggio, bensì pure nella sua stessa forma
sensibile-fonetica. Anzitutto, a differenza dei suoni percepiti nella natura
inor ganica o emessi dagli animali, quelli di cui consta la forma fone tica
della parola non sono mai informi, bensì, sempre e di ne cessità, artico1ati.
Il suono informe diviene articolato nel mo mento in cui le sue differenze
cessano di esser meramente con fuse, vaghe, imprecise e casuali, ed assumono
piuttosto una identità stabile e determinata, facilmente riconoscibile, che con
sente perciò di distinguerle chiaramente l'una dall'altra. Ma la parola non
solo non è una massa acustica informe, ma neppure un aggregato di unità
fonetiche atomiche, reciprocamente indif ferenti ed esclusive. Essa, piuttosto,
è la fusione, la compenetra zione dei fonemi elementari di cui consta, in una
unità organica secondo leggi determinate, che, in definitiva, sono quelle
stesse che regolano l'enfasi ed il ritmo del discorso. Il suono articolato si
distingue dunque da quello informe perché esso si configura come
l'unificazione, la 'sintesi' di una pluralità di differenze de terminate in una
totalità fonetica coerente. Ora, l'attività ideale dello spirito, in certo
senso, non consiste in nient'altro che la produzione di un sistema ordinato di
forme di unità 'sintetica a priori' nelle differenze del molteplice empirico.
L'articola zione della forma fonetica del linguaggio in una successione 'li
neare', ossia temporale, di suoni, dunque, non solo non è mera mente
accidentale, ma la sua palese necessità a priori si fonda sulla stessa 'e~senza
intellettuale' dello spirito 48 • Inoltre, come già nel caso del discorso (cfr.
supra, § 5) il ca rattere organico della sua totalità consente di individuare
in esso delle 'unità concrete' o elementi minimi - le parole - che non hanno
carattere meramente 'differenziale' o arbitrario; così la natura non meno
organica dei suoni articolati di cui consta la forma fonetica delle parole,
rende possibile individuare anche in questa una sorta di unità minima. Essa è
la si 11 ab a; e la sua 48 La quale, dunque, determina intimamente non solo l'elemento
'logico' del linguaggio, ovverosia l'unità ideale del significato, bensì pure
la forma tem porale dell'articolazione fonetica del suo stesso elemento
'intuitivo'. La teoria crociana del linguaggio, secondo cui esso non sarebbe
certamente riducibile ad un mero aggregato di suoni fisici, essendo piuttosto
un prodotto essenziale dell'attività dello spirito, ma quest'ultima si
oggettiverebbe nella parola solo in quanto attività puramente intuitiva,
sensibile, fantastica, e dunque radicalmente a-1ogica, appare perciò senz'altro
insostenibile. In effetti, non solo è in linea di principio impossibile
concepire in maniera coerente una qua 1 si asi attività 'spirituale' di
carattere puramente di essa della sfera particolare intuitivo, ma la
sussunzione sotto del linguaggio appare altresì inconciliabile con l'intera
analisi sinora svolta della sua specifica essenza immanente. Croce, Estetica
come scienza dell'espressione e linguistica generale (1902), Bari 196511 , Cap.
XVIII, pp. 153-66; e, per un breve profilo critico della 'filosofia dello
spirito', o meglio dello 'storicismo assoluto' di Croce, G. R., A Few Criticai
Remarks on Croce's Historicism, «Idealistic Studies» unità viene genialmente concepita da Humboldt come
intrinse camente differenziata in due momenti opposti ma complemen tari,
nettamente distinguibili inseparabili: la vocale estrema differenziazione
apparentemente ma ciò nondimeno essenzialmente e la consonante. Anche questa
della forma fonetica del linguaggio così estrinseca e casuale - si fonda dunque
(per quanto ovviamente in maniera senz'altro difficilmente discerni bile) su un
rapporto necessario a priori, che, qui come altrove, è sempre indizio
inequivocabile dell'immanenza in esso dell'atti vità ideale dello spirito 50 •
8. La dimostrazione ora svolta del carattere intrinsecamente fonetico del segno
linguistico consente di avviare agevolmente a soluzione il problema, lasciato
in eredità da Platone alla filosofia 49 Cfr. Vber die Verschiedenheit. Onde
comprender pienamente il senso di questa argomentazione humboldtiana, si tenga
presente che in greco e in tedesco il suono vocalico è sempre preceduto da una
conso nante, anche se questa può ridursi, rispettivamente, alla debole
aspirazione di uno 'spirito dolce' o ad un mero 'AnstofJ'. 50 Uno dei limiti
epistemologici più seri della linguistica strutturalistica è senz'altro quello
di procedere, in tutte le tematiche linguistiche prese in esame, ad un radicale
1 iv e 11 amento delle differenze qualitative, essenziali o 'interne', che
vengono infatti generalmente risolte in mere differenze 'esterne' di ordine
quantitativo. L'elementare distinzione fonetica tra vocale e consonante è per
l'appunto la prima a soccombere a tale procedura Cours de linguistique générale.
Ad essa faranno quindi seguito quella tra le forme (o 'parti') grammaticali del
discorso, tra le diverse lingue, ed infine addirittura tra lingua e dialetto o
idioletto (H. P. Grice). In questo contesto sarà sufficiente osservare che il
detto livellamento non solo equivale ad una distorsione radicale dell'essenza
stessa del pensiero raziona 1 e in quanto totalità organica di differenze
interne o essenziali, ma può esser sistematica mente perpetrato solo violando
palesemente i dati intuitivi di quella stessa 'os servazione' sensibile alla
cui 'testimonianza' la linguistica strutturalistica di Saussure non esita a far
in definitiva appello. La dissoluzione quantitativa delle stesse differenze
fonetiche elementari, ad es., viene resa plau sibile solo mediante
l'escogitazione di una serie di suoni puramente fittizi, che, per sua esplicita
ammissione, non possono essere in alcun modo attestati dall' e sperienza dei
soggetti parlanti (cfr. ibid., p. 153: «Pour échapper aux illusions, il faut
d'abord se convaincre que les entités concrètes de la langue ne se présen tent
pas d'elles-memes à notre observation»); nel caso di quella tra la vocale e la
consonante mediante la teoria dell"implosione' e dell"esplosione',
chiede nulla meno che il raddoppi amento poi, si ri degli alfabeti di tutte le
lingue. La lettera 'a' (come tutte le rimanenti) non sarebbe infatti 510
occidentale, scrittura. della differenza e della relazione tra la parola e la
La prima è un contenuto dell'intuizione sensibile che sorge e svanisce nel
tempo. La seconda si estende invece nella statica esteriorità principi o
costituire l'originar dello spazi o, e perciò non può per i a oggettivazione
dell'attività ideale dello spirito, e dunque della stessa unità logica del
signifi cato. Il celebre argomento svolto da Platone nel Fedro per ri vendicare
il primato del discorso orale su quello scritto, e cioè che solo il primo
rimane in possesso dell'anima umana, e quindi può sempre «difendere se stesso»;
e quello, di carattere più em pirico, addotto a tal proposito da linguisti
'fonocentristi' come Jakobson e Halle 52 , e cioè che sia gli individui che i
popoli prima imparano a parlare e poi a scrivere - rendono senz'altro entrambi
palese il carattere secondario, derivato, in definitiva meramente subordinato
della funzione della scrittura, ma non ne colgono il limite essenziale, che
consiste esclusivamente nel fatto che l'oggettivazione dell'attività può aver
originariamente dello spirito nel linguaggio luogo solo nel tempo, e non già
nello spazio. La scrittura non è, dunque, altro che una mera 'imma gine',
raffigurazione o riproduzione e finalità è di ordine puramente della parola; la
sua essenza tecnic o-strumentale, e come tale non pone perciò alla riflessione
filosofica alcun pro blema veramente rilevante. Questa conclusione sembrerebbe essere
stata recentemente infirmata (o, per lo meno, resa assai più problematica di
quanto possa prima facie apparire) dalla polemica avviata da una dif altro che
una mera denominazione convenzionale di due suoni realmente di versi: uno
'implosivo' ed uno 'esplosivo'! L'un i ca differenza essenziale cui la sua
linguistica sembra in definitiva tener fermo è quella tra parola e scrittura:
la prima sarebbe la forma 'naturale', originaria del segno linguistico, la
seconda solo una sua riproduzione artifi ciale, che tenderebbe fatalmente a
risolversi in una mera distorsione. Derrida ha perciò senz'altro ragione ad
insistere sull'intima incoe renza tra il generale orientamento
convenzionalistico strutturalistico di Saussure e la sua rivendicazione e
'livellatore' del metodo 'fonocentrista' del primato naturale della parola sulla
scrittura (cfr. J. Derrida, Positions. Entretiens avec Henri Ronse, Julia Kristeva, Jean-Louis
Houdeline, Guy Scarpetta, Paris. Platone,
Phaedrus Derrida, De la grammatologie, Paris fusa tendenza filosofica odierna,
il Decostruzionismo Derrida, contro il 'fonocentrismo' di J acques della
filosofia e della stessa linguistica tradizionale. naria' La scrittura sarebbe
in realtà più 'origi della parola: o meglio, in quanto 'scrittura trascenden
tale', costituirebbe la 'scena', la fondamentale sibilità-impossibilità
condizione di pos sia della 'voce' che della scrittura nel senso corrente del
termine. La ragione del rovesciamento della concezione tradizionale derridiano
del rapporto tra parola e scrittura è esattamente identica a quella che noi,
sulla scorta di Hegel, abbiamo ora accennato al fine di dimostrare invece il
carattere intrinsecamente fonetico del segno linguistico. Quest'ultimo, in
quanto essenzialmente temporale, oggettivazione dell'interiorità è l'immediata
dello spirito, e ed originaria non costituisce perciò un 'altro' radicale
rispetto alla sua essenza, che invece, secondo Derrida, potrebbe e dovrebbe
essere pensata - dopo la 'distruzione critica' della metafisica occidentale
operata da Hei degger - solo in rapporto ad una radica1e a1terità. Nella misura
in cui la scrittura si estende nell'esteriorità dello spazio, essa costituisce
senz'altro parola all'interiorità un'esistenza assai più estranea della dello
spirito e all'unità ideale del signifi cato. Di conseguenza, rapporto la
scrittura, semiologico originario e solo essa, incarnerebbe e fondamentale,
coinciderebbe il col segno (o meglio: con la 'traccia') xat' È;ox;tiv53 • Ma è
veramente possibile pensare ed esprimere sensatamente qualcosa come un 'altro
radicale' della soggettività dello spirito? Noi abbiamo altrove 54 tentato di
mostrare come l'essenza stessa della categoria logico-ontologica
dell"altro' l'interno sia pensabile solo al di un più originario sistema
di relazioni tità, di iden in cui esso finisce in definitiva col risolversi, e
dunque solo come 'altro relativo', e non già 'assoluto' o radicale; e, inoltre,
Derrida, La voix et le phénomène. Introduction au problème du signe dans la phénoménologie
de Husserl, Paris; Id., L'écriture et la différence, Paris Violence et
métaphysique. Essai sur la pensée de Lévinas. Per la critica derridiana della
filosofia hegeliana del linguaggio, cfr. Marges de la philosophie, Paris , 'Le
puits et la pyramide. Introduction à la sémiologie de Hegel R., A Hegelian Critique of
Deconstruction (in preparazione), Metaphysics and Othemess. In questo scritto viene delineata una sistema tica
analisi e critica del decostruzionismo di Derrida. come le 'operazioni
testuali' svolte da Derrida nei confronti della storia della metafisica e del
'logocentrismo' occidentali riescano in verità soltanto ad impigliarsi nei più
stravaganti e paradossali controsensi. Proprio perché un 'altro' radicale
dell'attività dello spirito è in sé e per sé impossibile, impensabile ed
inesprimibile, la forma sensibile originaria del linguaggio deve di necessità
coincidere con l'interiorità l'esteriorità temporale della parola, e non già
con spaziale della scrittura. 9. L'unità ideale del significato e la forma
fonetica in cui essa si esprime non esauriscono, come tali, l'essenza della pa
rola, e dunque del linguaggio, che infatti consiste piuttosto sol tanto nella
loro relazione. Non diversamente da ogni altra sintesi, anche la parola è un
prodotto dell'attività 'analitico-sinte tica' dello spirito, e quindi ha
carattere intrinsecamente mico. Contrariamente dina a quanto Husserl mostra di
ritenere, il significato non è una statica oggettività ideale che inerisce im
mediatamente ad un determinato suono articolato: così l'interio rità della sua
identità ideale che la stessa esteriorità del fonema sono piuttosto il
risultato di un unico e medesimo pro ce s s o creativo, in cui tuttavia
svolgono funzioni ed assumono valori opposti. In ragione del suo carattere
originariamente sensibile, la forma fonetica è sì immanente nello spirito, ma
solo come un dato ineliminabilmente p a s si v o, cui perciò lo spirito può con
ferire un 'senso', e dunque una funzione ed una finalità logico ideale, solo
negando, o meglio 'idealizzando', tezza. Come Humboldt profondamente la sua
immedia osserva, nel processo di a 1 etti c o dello spirito la forma fonetica
costituisce qualcosa come l'ostacolo, l'opposto immanente, che esso deve
superare, 'padroneggiare', subordinare quanto più è possibile all'ordine ideale
del significato, al fine di conferire a questo un'oggettività (per lo meno
tendenzialmente) adeguata: Man muss die Sprachbildung iiberhaupt als eine
Erzeugung an sehen, in welcher die innere Idee, um sich zu manifestiren, eine
55 Cfr., ad es., Logische Untersuchungen, 'Erste Untersuchung Schwierigkeit zu iiberwinden hat. Diese
Schwierigkeit der La u t, und die -Oberwindung gelingt nicht immer in gleichem
Grade 56 • ist In maggiore o minor misura, dunque, l'immediatezza del suono
articolato viene costantemente foggiata e rifoggiata dallo spirito, sì da
adempier sempre più efficacemente alle esigenze e alle finalità espressive del
linguaggio. Ciò significa, forse, che esso diviene idoneo ad esprimere un
significato perché lo spirito lo elabora in maniera tale da trasformarlo in una
sorta di imma gine, raffigurazione o rappresentazione del suo significato?
Questa, come è noto, è la celebre tesi sostenuta da Cratilo nel 1' omonimo
dialogo platonico : i 'nomi' ( òv6µm:a)
sono imita zio n i dell'essenza delle cose da essi designate; esiste perciò
qualcosa come una 'giustezza' ( ògfr6tl'}ç) natura 1 e dei nomi; quest'ultima
potrebbe essere esplicata dalla loro analisi etimolo gica; la ricostruzione
dell'origine e della storia del nome po trebbe così contribuire in maniera
significativa alla conoscenza dell'essenza e della genesi della cosa da esso
denominata. L' ana lisi etimo 1 o g i ca delle parole equivarrebbe ad una sorta
di analisi onto1ogica delle cose, o per lo meno ne costituirebbe un'utile
propedeutica. Nel pensiero contemporaneo, come è noto, questa tesi è stata
ripresa, in forma ancor più radicale, da Heidegger 58 • Mentre l' o riginaria
formulazione di Cratilo, quale si può desumere dal dia logo platonico, non
sembra infatti escludere che la conoscenza dell'essenza delle cose possa esser
conseguita anche per altra 56 57 Uber die Verschiedenheit Platone, Cratylus In
assenza, per quanto ci è noto, di una esplicita teoria heideggeriana in
proposito, cfr. ad es. Untenvegs zur Sprache, cit., 'Das Wesen der Sprache',
dove in rapporto al concetto di 'metodo' (Methode) egli offre un esempio
concreto di spiegazione, interpretazione e critica etimo 1 o g i ca dei
fondamentali concetti filosofici. Nella storia del pensiero moderno, lo
sviluppo più significativo della teoria del linguaggio esposta da Platone nel
Cratilo (che non coincide senz'altro con quella da lui stesso avallata, che
nella sua versione più matura è piuttosto repe ribile nell'Epistola, in cui
viene per contro riconosciuto il ca rattere radicalmente esterno della
relazione tra segno e significato) è probabil mente quello delineato da VICO
(vedasi) nella Scienza nuova VICO, Scienza nuova, Milano, Della sapienza
poetica. via, ossia mediante l'esplicazione 'idee', il 'superamento'
heideggeriano razionale dei loro concetti o della e dunque della forma del
pensiero razionale, da un lato, e la sua immediata identificazione
'metafisica', dell'Essere col Dire originario, dal 1' altro, non gli consentono
ormai altra alternativa che quella di interpretarne l'essenza mediante la sola
analisi etimologica (spesso del tutto arbitraria) delle parole in cui esso più
'autenti camente' si rivelerebbe. Ma tutto ciò è in qualche. misura legittimato
dall'essenza della relazione tra la forma fonetica della parola ed il suo signi
ficato? In realtà, come già abbiamo potuto osservare, essa è incurabilmente
esterna, e dunque piuttosto 'con venzionale' che 'naturale'. Ed una volta di
più, la ragione di ciò non è meramente accidentale o empirica, bensì si fonda
sulla stessa natura essenziale di entrambi. La prima è un contenuto empirico
dell'intuizione sensibile; sentazione generale del pensiero. il secondo è una
rappre Essi sono dunque il pro dotto di due funzioni del processo del conoscere
immediata mente e radicalmente eterogenee, che si dispongono, per così dire,
agli estremi opposti dello spettro del suo svolgimento im manente. Il rapporto
che tra essi originariamente si istituisce è quello della mera esclusione
reciproca, che è per l'appunto la relazione esterna xm' È~ox~v. In un certo
senso, si potrebbe addirittura sostenere che il ca rattere radicalmente esterno
della relazione tra segno e signifi cato diviene tanto più esplicito e palese
quanto più il contenuto del secondo si determina in maniera conforme alla sua
essenza. In ogni concetto empirico, quale ad es. quello di 'albero', l'u nità
ideale del significato si Jimita alla forma dell'universalità sotto cui un
eterogeneo contenuto empirico-sensibile viene sus sunto. Ma nel caso di un
concetto puro quale quello dell"es sere' o della 'realtà', non solo la
forma universale del significato, bensì pure il suo contenuto attuale,
determinato ha carattere puramente logico o intellettuale. Ora, se il contenuto
di un con cetto empirico denota un oggetto sonoro, una relazione di carat tere
onomatopeico, ossia di imitazione del suo effetto acu stico mediante una
determinata configurazione della forma fone tica della parola, può senz'altro istituirsi
tra segno e significato; ed essa non è certo meramente immotivata, giacché si
basa su 515 una specifica somig1ianza sensibile tra la forma fonetica ed il suo
contenuto semantico. L'imitazione onomatopeica, tuttavia, non può che risultare
per principio i m perfetta pria, ed i m pro se non altro perché il fonema è un
suono articolato, il quale, come si è visto (cfr. § 7), non è mai un mero suono
fisico, bensì un prodotto dell'attività sintetica dello spirito. Ma è chia
ramente affatto impossibile concepire un suono articolato che presenti una
'astratta', qualsiasi assolutamente o della 'realtà'. somiglianza indeterminata,
sensibile con un'idea quale quella dell"essere' Siccome la tendenza
fondamentale del lin guaggio, in quanto prodotto dell'attività dello spirito, è
verso una progressiva idea1izzazione del contenuto dei significati da esso
espressi - e dunque verso la formazione di concetti il cui contenuto
corrisponda effettivamente alla loro forma ideale (come è appunto il caso dei
concetti puri) -, la rilevanza lingui stica del rapporto onomatopeico -- e con
esso la possibile giustezza naturale o fisica dei nomi -- non può quindi che
decrescere corri spettivamente, fino ed estinguersi radicalmente 'esterno'
completamente. Il carattere della relazione tra segno e significato, inerente
come tale all'essenza del segno linguistico, consegue al lora piena attualità
oggettiva. Nessuna affinità 'naturale', ossia intrinseca e sostanziale, sus
siste quindi tra il significato di una parola e la sua forma fone tica. Di
conseguenza, contrariamente a quanto mostra di rite nere Heidegger, l'analisi e
la ricostruzione etimologica delle parole in cui la metafisica occidentale ha
espresso i propri con cetti fondamentali non può fungere da surrogato della
loro pura esplicazione logico-immanente. Dobbiamo dunque concludere, con
Saussure, che il linguaggio non è altro che un aggregato 'caotico' di segni
arbitrari; che nulla in esso è veramente essen ziale, intrinsecamente motivato,
e che esso perciò non è che il prodotto 'fortuito' della farce aveugle di una
'convenzione' so ciale che si impone ab extra all'individuo attualmente
parlante, costringendolo ad uniformarsi ad essa pena l'impossibilità di es sere
compreso? In verità, la concezione strutturalistica dell'es senza del
linguaggio è non meno astratta ed unilaterale, e di conseguenza falsa, di
quella opposta della 'giustezza naturale' dei nomi. La relazione or i gin ari a
tra segno e significato è senz'altro meramente esterna: ma tale non è
certamente l'unità ideale del significato. Inoltre, nella misura in cui la
forma tem porale del segno linguistico è necessaria a priori, essa stessa si
fonda su una relazione interna. Infine, il carattere originariamente immotivato
del segno linguistico non esclude che, in una lingua sufficientemente
sviluppata, qualcosa come una relazione di ana1ogia possa stabilirsi tra il
sistema delle molteplici funzioni 1ogico-grammatica1i che una medesima radice
può svolgere (ad es. quelle del sostantivo, dell'aggettivo, del verbo e
dell'avverbio; i loro diversi casi, persone, numeri, modi e tempi, ecc.), ed un
corrispettivo sistema di suoni articolati: facil-e facil-it-à facil-e facil
facil-it-are { { facil-i { facil-issim-o facil-issim -a { facil-issim-i
facil-issim-e facil-it-o facil-it-i facil-it-av-o, ecc. ecc. facil-mente Questa
serie di parole non costituisce, con ogni evidenza, un aggregato meramente
casuale ed arbitrario di fonemi isolati. Solo nel caso della radice, infatti,
la relazione tra segno e signifi cato è puramente esterna; in tutte le altre,
essa è invece moti va ta dal loro significato, come· pure dalla specifica
funzione grammaticale che esse svolgono nel contesto organico della frase e del
discorso: si tratta, dunque, senz'altro di una relazione (per lo meno
relativamente) in terna. In ogni espressione linguistica, dunque, si fondono in
un'u nica totalità concreta non solo l'interiorità ideale di un signifi cato e
l'esteriorità sensibile di un segno, ma piuttosto un intero sistema esterne; di
re1azioni interne ed uno di re1azioni e questa ulteriore sintesi non è, ancora
una volta, me ramente arbitraria o casuale, bensì necessaria a priori, giacché
essa si fonda sulla stessa dualità essenziale del linguaggio in 517 quanto
unità di segno e di significato: il primo, infatti, è come tale una relazione
esterna, il secondo una relazione interna A questo punto, diviene finalmente
possibile rispondere all'in terrogativo che ci eravamo in precedenza posto, e
cioè in che cosa precisamente consista il 'superamento' della 'difficoltà' che
l'esteriorità fonetica del segno pone, secondo Humboldt, alla 'forma interna'
della lingua, e dunque alla stessa attività crea trice dello spirito. Esso non
coincide senz'altro con la trasforma zione del fonema in una sorta di immagine
o raffigurazione sensi bi 1 e del suo significato. In tal caso, infatti,
l'elemento del 1' esteriorità fonetica non solo non verrebbe trasceso, bensì si
porrebbe come un 1 imi te originario ed insuperabile, e dunque come una
negazione dell'attività ideale dello spirito. Nelle lingue in cui prevale il
criterio della formazione analogica delle parole, al contrario, il carattere
originariamente esterno della re lazione tra segno e significato viene
certamente (per lo meno in qualche misura) negato, ma il fondamento della sua
motivazione non consiste più nella peculiare configurazione sensibile del
segno, bensì nella specifica forma e funzione 1ogica del suo significato. Non
già l'immediata ricchezza sensibile dei suoni e delle parole di cui consta una
lingua, ma piuttosto la sistema tic a 1 imitazione dell'arbitrarietà e della
ridondanza della sua forma fonetica mediante le regole della formazione
analogica delle parole, costituisce dunque l'indizio inequivocabile dell' ef
fettiva potenza creatrice della sua 'forma interna' - dello 'spirito' in essa
immanente. 10. L'essenza del linguaggio si configura dunque come l'e 59 La
necessità a priori che caratterizza come tale ogni relazione interna esclude
per principio che essa possa esser ridotta al prodotto, come dice Hum boldt,
della «potenza estranea» (fremde Macht) di una mera convenzione so ciale. Essa
si fonda piuttosto sull'unità 'trascendentale' in finita, o, per usare un'altra
felice espressione di Humboldt, sull'«unità della na dell'autocoscienza tura
umana» (Einheit der menschlichen Natur: cfr. Uber die Verschiedenheit,
nell"individualità, la quale, come già abbiamo osservato (cfr. supra, §
3), è affatto la stessa spirituale' e nello 'spirito oggettivo' della comunità
linguistica. Da questo punto di vista, appare semplicemente privo di senso so
stenere, alla maniera di Saussure, che la langue si impone ab extra al locutore
come la farce aveugle di un'arbitraria e coattiva convenzione sociale sancita
dalla 'massa parlante'. instabile,
quilibrio segno sensibile e l'interiorità temporale di un dinamico tra
l'esteriorità ideale di un significato, come l'in faticabile 'sforzo' dello
spirito verso una sempre più compiuta ed adeguata oggettivazione della sua
'essenza intellettuale' in una successione di suoni articolati, mediante la
progressiva subordi nazione della loro contingente immediatezza al sistema di
leggi logiche (a priori), in cui la sua unità ideale di necessità si dirime. Il
tradizionale problema dell'origine della di versi tà delle lingue umane può e
deve essere affrontato, ed auspicabilmente avviato a soluzione, sulla base
dell'accennata definizione dell' es senza del linguaggio, e di quella, svolta
dalla logica speculativa, della struttura formale-generale dell'attività dello
spirito. L'unità dello spirito non è un mero 'concetto di genere', ossia una
forma estrinseca che si limita a sussumere 'sotto di sé' una pluralità di
differenze, fenomeni, o individui ad essa eterogenei. Essa, al contrario, è un
universale concreto 60 , ossia un concetto che contiene 'in sé', o meglio che
pone attivamente, il sistema delle sue differenze specifiche, nella cui
particolarità, perciò, la sua unità o 'semplicità' rimane immanente, si man
tiene identica a sé stessa. Di conseguenza, tali differenze non si escludono né
si giustappongono estrinsecamente, ma piuttosto si 'sovrappongono', costituendo
così le fasi successive, gradi progressivi di sviluppo del processo in cui
l'identità dell'univer sale perviene ad una realizzazione sempre più compiuta,
ed in fine alla sua individuazione i concreta. In quanto univer sale concreto,
dunque, lo spirito è un processo teleologico che si muove tra due estremi: il
suo cominciamento, essenza si contrappone immediatamente suo compimento, in cui
la sua alla sua esistenza, ed il in cui essa consegue invece piena attualità, Le
più compiute e profonde esplicazioni sistematiche dell'idea dell"universale
concreto' a noi note sono quelle svolte da Hegel, Collingwood e Harris. Wissenschaft der Logik, Die
Lehre vom Begriff', Erster Abs., Erstes Kap., 'Der Begriff, Collingwood –
citato da H. P. Grice in ‘Metaphysics’, in D. F. Pears, The Nature o
Metaphysics, An Essay on Philosophical Method, Oxford, The Overlap of Classes',
'The Scale of Forms', e Harris, Formal, Transcendental and Dialectical
Thinking: Logie & Reality, Albany, NY, spec. 'The Logie of System. Su questa intera
tematica R., A History and Interpretation of the Logie of Hegel, Lewiston-New
York London. Per un profilo della filosofia hegeliana
di Harris, cfr. G. R., Saggio sulla metafisica di Harris, Bologna -- in cui
essenza ed esistenza, dunque, si identificano senza re sidui. La considerazione
dell'essenza del linguaggio come forma ed atto dello spirito implica perciò che
l'unità della sua essenza si dirima in una serie graduale di differenze
specifiche, che co stituiscono il terminus medius tra gli opposti estremi del
suo co minciamento e del suo compimento. Contrariamente a quanto sostiene la
linguistica strutturalistica 61 , dunque, il problema del 1' origine della
pluralità delle lingue non è senz'altro uno pseudo problema; né la loro
diversità un mero fatto contingente, con statabile solo empiricamente, e
prodotto da nient'altro che una serie 'diacronica' di 'eventi fonetici' isolati
e 'fortuiti'. Al con trario, tale diversità è tanto necessaria quanto lo è
l'unità dell'es senza del linguaggio; essa perciò ha carattere organico e si
stematico; e le differenze che l'analisi comparata delle lingue storiche pone
in luce non possono e non debbono quindi esser ridotte a mere differenze
quantitative (cfr. supra, § 7, n. SO), bensì esplicano (ovviamente in maniera
più o meno perfetta ed intelligibile) la stessa articolazione
qualitativo-essenziale del processo teleologico – o intenzionale alla H. P.
Grice -- della lingua in quanto atto dello spirito. Ciò significa, in ultima
analisi, che il giudizi o di va I or e - o, come dice Humboldt , l’apprezzamento
– Wurdigung -- pronun ciato a proposito della maggiore o minore perfezione o compiutezza
di una lingua particolare non è già il mero risultato della proiezione
arbitraria ed 'antiscientifica' dei privati pregiu dizi di un individuo
contingente ( o di quelli 'etnocentrici' della comunità cui egli appartiene),
bensì l'esplicazione della più in tima ed oggettiva essenza e verità di tale
lingua. L'origine della diversità (temporale e geografica) delle lingue umane
diviene certamente un problema insolubile, se non pro prio uno pseudoproblema,
nella misura in cui essa venga identi ficata con un evento particolare nel
tempo storico dell'uma nità. In tal caso, infatti, la riflessione non può
evitare di avvol gersi nell'insolubile a n tino mi a che già Kant, come è noto,
aveva mostrato inerire essenzialmente al problema, logicamente 61 62 520 Cfr.
Cours de linguistique générale Uber die Verschiedenheit del tutto analogo, del
cominciamento del mondo nel tempo 63 • Non esiste, dunque, a rigore, qualcosa
come un'origine empi r i ca della diversità delle lingue umane, bensì solo
un'origine idea1e; e la sua essenza e fondamento non può esser riposto in altro
che nella struttura formale-generale spirito, di cui è essenziale
manifestazione. dell'attività dello In quanto attività sin tetica, l'essenza
dello spirito non può esser concepita né come pura unità né come pura
molteplicità, ma piuttosto come un processo chE; differenzia originariamente la
propria unità e che identifica progressivamente il risultato di tale
differenziazione. In quanto atto e forma dello spirito, dunque, l'essenza del
lin guaggio è senz'altro impensabile ed impossibile se la sua unità non si
differenzia in una successione progressiva ed evolutiva di lingue particolari.
Tale è l'origine esse n zia 1 e della diversità delle lingue umane. In altri
termini, l'infinita attività creatrice dello spirito può manifestarsi
compiutamente organica non già in un sistema linguistico astratto, o in uno
particolare ed isolato, bensì solo in una tot a lità ed evolutiva di lingue
concretamente esi stenti. Ciascuna di esse, o meglio la sua fisionomia
peculiare, de v' esser perciò concepita come l'oggettivazione di una determi
nata forma o grado ideale in cui il processo dello spirito di necessità si
dirime. Nella misura in cui le differenze nazionali degli 'spiriti dei popoli'
possono esser legittimamente conside rate come la sua fondamentale espressione
storico-oggettiva, la 'forma interna' di una lingua potrà senz'altro esser
concepita, con Humboldt, come l'inconscia 'emanazione' del 'genio lingui stico'
del popolo che la parla. Da questo punto di vista, un'interessante analogia è
stata so vente rilevata tra la lingua e l'opera d'arte 64 • Essendo entrambe Critica
della ragion pura, cit., 'Dialettica trascendentale', pp. 362-69. Secondo CROCE
(vedasi), nella misura in cui l'essenza del linguaggio si esaurisce
nell'attività intuitiva dello spirito, e quest'ultima coincide con la creazione
arti stica, l'intera tematica della linguistica finisce addirittura col non
distinguersi più da quella della filosofia dell'arte (cfr. Estetica). Si deve
senz'altro riconoscere a GENTILE (vedasi) il merito di aver acutamente avver
tito i limiti di questa teoria crociana, pur senza negare quanto di vero v'è
nella rivendicazione del carattere originariamente 'estetico' della parola: Dal
mo mento che l'essenza dell'arte si identifica col 'sentimento puro', e
quest'ultimo 521 delle· totalità organiche, esse sarebbero perciò entrambe indi
vid uali tà concrete, indipendenti, 'autonome', che trovano la loro ragione
ultima solo nel genio creativo del loro autore: la personalità cosciente e
riflessa conda; lo spirito inconsapevole dell'artista, nel caso della se di un
intero popolo, in quello della prima. Questa analogia, tuttavia, risulta in
definitiva fuor viante qualora, sulla traccia ad es. della filosofia
schellinghiana o crociana dell'arte, ciascuna lingua storica, non diversamente
dall'opera d'arte, venga considerata come una sorta di monade spirituale chiusa
in sé stessa, e perciò priva di essenziali connes sioni storiche e sistematiche
con la totalità del processo del lin guaggio, e dunque come non valutabile in
base a criteri un i versa li di perfezione e di valore, che come tali, infatti,
trascen dono di necessità la sua singolarità esclusiva, e si fondano piut tosto
sulla stessa unità ideale dello spirito. Al qual proposito sarà qui sufficiente
rammentare _ che l'elemento essenziale del lin guaggio è l'unità ideale del
significato; e che questa, come tale, trascende ogni immediatezza intuitiva,
ivi compresa la sua parti colarità nazionale (che infatti, come si è visto,
trova piuttosto espressione nella sua forma fonetica), e si fonda per contro
sulla natura universa1e della ragione, dell"auto coscienza infinita' (cfr.
supra, § 3). In virtù dell'essenza logica del significato, dunque, appare
senz'altro legittimo considerare (e non già il mero dato dell'intuizione
costituisce l'originaria sensibile, come sostiene invece Hegel) matrice
estetica del linguaggio, la manifestazione pecu liare della sua essenza
coincide senz'altro con la 'parola lirica', ossia con la pa rola come creazione
artistica. Ma, a differenza di Croce, egli nega perentoria mente l"attualità'
del sentimento puro, e dunque, in definitiva, della stessa arte: la sua
immediata soggettività può divenir attuale solo nella misura in cui si esprime
o si oggettiva: il che è possibile solo in virtù dell'attività 1ogica dello
spirito. Affinché la parola lirica possa esser concretamente articolata e
pronun ciata, dunque, la sua immediata forma estetica dev' esser compenetrata
ed unifi cata dall'interiorità del pensiero losofia dell'arte, Firenza
autocosciente. GENTILE (vedasi), La fi 3:
Non c'è lingua senza auto-coscienza. Se si pensa che nella storia della natura
questa auto-coscienza comincia con l'uomo, ecco, l'uomo è il solo animale che
parli. E progredire nella co scienza di sé con un'analisi sempre più profonda
di se stesso (e cioè di tutto), progredire nel pensiero e nel sapere, è
progredire nella capacità di esprimere esattamente il proprio interno». l'individualità tiva particolare spirituale e
transeunte di ciascuna lingua come una fase evolu del processo totale dello
spirito; e dunque sostenere che essa costituisce un'oggettivazione più o meno
'riuscita', un grado più o meno elevato di realizzazione dell'essenza ideale
della lingua. La distinzione tra lingue più o meno perfette, più o meno
sviluppate, più o meno 'nobili', su cui Humboldt insiste con tanto vigore 65 ,
ha dunque un innegabile fundamentum in re. Il problema epistemologico reale che
a questo proposito si pone, perciò, non è già quello della soggetti vità od
oggettività di tali distinzioni, bensì quello dell'effettiva validità a priori
del criteri o di va 1 or e in base al quale esse vengono stabilite. Tale
criterio, ovviamente, non può che coincidere con la stessa finalità essenziale
della lingua, col peculiare 'compi mento' che ogni suo sforzo creativo ha
infallibilmente di mira. Quest'ultimo, come abbiamo osservato, consiste nella
compiuta subordinazione dell'elemento senza intellettuale. fonetico del
linguaggio alla sua es Il criterio ultimo di perfezione di una lingua, dunque,
consisterà zione, precisione, essenzialmente nella chiarezza, coerenza e
compiutezza distin con cui la sua 'forma interna' riesce ad oggettivarsi nella
materia sensibile del suono articolato. Dal punto di vista semantico, ciò
significa anzitutto che una lingua è tanto più perfetta quanto più è ricca di
vocaboli il cui significato trascende la sfera dei meri concetti empirici, ed è
perciò in grado di esprimere delle idee 'razionali' in maniera appropriata. Una
lingua quale l'altaico, il bantu o l'ewe, ad es., in cui non esiste alcun
termine specifico in grado di esprimere il concetto dell' 'essere', e la sua
funzione copulativa viene supplita da una mera pausa, o dalla ripetizione del
pro nome personale dopo l'aggettivo 66 , sarà dunque, con ogni evi denza, una
lingua sommamente imperfetta. Inoltre, la forma zione dei concetti in una
lingua è tanto più perfetta quanto più l'accezione determinata che giunge ad
effettiva espressione lin guistica è conforme all'intrinseca essenza del
concetto in que Uber die Verschiedenheit Derrida, Marges de la philosophie,
cit., 'Le supplément de copule. La philosophie devant la linguistique' stione.
Dal punto di vista grammaticale, poi, la distinzione fon damentale è ovviamente
quella tra le cosiddette lingue 'isolanti' (ad es. il cinese), in cui il
sistema delle connessioni logico-gram maticali del discorso (declinazione del
sostantivo e dell'agget tivo, coniugazione del verbo, formazione 'analogica' di
parole af fini mediante l'impiego di prefissi e suffissi, ecc.) non perviene a
distinta e precisa espressione; le lingue 'agglutinanti' (ad es. il messicano),
in cui esso consegue sì un'esistenza fonetica speci fica, ma meramente
particolare ed esteriore; ed infine le lingue 'flessive', in cui esso si fonde
invece con la forma fonetica della radice nell'unità della parola, e così
determina in maniera im manente l'intera articolazione del discorso 67 • Di
conseguenza, il sanscrito, il greco, il latino ed il tedesco, che possiedono un
si stema flessivo compiutamente sviluppato, realizzano senz'altro l'ideale
compiutezza della lingua in maniera superiore non solo a quelle, come il
cinese, in cui esso è del tutto assente, ma anche a quelle, come l'inglese ed
il francese, in cui è solo parzialmente sviluppato. Inoltre, l'essenza del
linguaggio in quanto totalità or ganica trova senz'altro espressione più
adeguata in una lingua in cui prevale la costruzione ipotattica piuttosto che
quella paratat tica. Da questo punto di vista, come osserva Humboldt, il greco
è superiore persino al sanscrito. Quanto alla forma fone tica, infine, essa è
tanto più perfetta quanto più organica è l'articolazione dei suoni di cui
consta (il che trova precipua espressione nell'eufonia e nel ritmo delle
parole, delle frasi o dei versi) e quanto meno ridondante essa risulta in
rapporto alla sua finalità essenziale, che, come sappiamo, non è altro che
l'espressione dell'essenza ideale del significato. Questa fondamentale
articolazione 'triadica' dell'evoluzione delle lingue umane, già genialmente
presagita da Humboldt (cfr. Uber die Verschiedenheit, pochi anni dopo fu posta
da A. Schleicher - un lin guista influenzato in un primo tempo da Hegel e
quindi da Darwin - alla base delle sue celebri Sprachvergleichende
Untersuchungen -- Cassirer, Filosofia delle forme simboliche, tr. it. di Arnaud,
La lingua, Firenze, e meriterebbe senz'altro ancor oggi di essere attentamente
meditata e - nei limiti del possibile - ulteriormente sviluppata. 68 524 Cfr.
Uber die Verschiedenheit Dialettica dell lingua L'essenza della lingua è
l'oggettivazione dell'attività ideale dello spirito nella forma sensibile del
segno fonetico. Essa non è un'unità immediata, bensì un processo teleologico,
le cui fasi determinate di sviluppo coincidono (in linea di principio) con la
diversità delle lingue storiche reali. La totalità concreta dello spirito si
manifesta dunque nel linguaggio, è immanente in es~o, e perciò, in certo senso,
si identifica con esso. Tale identità, ora, è puramente immediata o
indiscriminata, o piut tosto contiene in sé stessa anche un momento di
essenziale diffe renza? In altre parole, l'essenza dello spirito è asso 1 u tam
ente immanente nel linguaggio, o v'è pure un senso in cui risulta legittimo
asserire che essa lo trascende altresì essenzial mente? E, in tal caso, quale
significato si deve attribuire alla tra scendenza dello spirito? Lo spirito
trascende il linguaggio forse nel senso che la sua unità originaria si
differenzia in un sistema di attività ideali distinte, o meglio coordinate, una
delle quali è appunto il linguaggio? O si deve piuttosto ritenere che lo
spirito trascenda il linguaggio nel senso che la sua essenza logica si ri vela
in esso in maniera solo imperfetta, inadeguata, e che la sua piena attuazione è
perciò differita ad altra sede, ad es. alla sfera pratica della volontà etica,
alle 'rappresentazioni' e al culto della religione, o all"assoluta
immanenza' del pensiero speculativo? Quest'ultima possibilità viene pressoché
unanimemente re spinta sia dagli scienziati che dai filqsofi del linguaggio. Per
il linguista strutturalista, come sappiamo, è già difficile concepire come la
mera unità ideale del significato possa in qualche modo trascendere
l'esteriorità sensibile del significante. Ma anche un filosofo del linguaggio
della statura di Humboldt, che così vivo ha il senso del primato della sua
'forma interna' o 'essenza intel lettuale', sembra incline a ritenere che
linguaggio e pensiero siano piuttosto due manifestazioni parallele, egualmente
attuali dell'attività la loro unità indeterminata, indifferente dello spirito,
che in sé non sarebbe perciò altro che come per Schelling l'assoluto non è che
l'Indifferenz-punkt di natura e di spirito, e dunque in definitiva
incomprensibile (proprio Noi riteniamo invece che le analisi precedentemente
svolte abbiano messo da più punti di vista in luce non solo l'identità, bensì
pure la differenza tra l'essenza dello spirito o del pensiero e quella della
lingua. In certo senso, si potrebbe dire che l'attività ideale dello spirito si
MANIFESTA – concetto usato da H. P. Grice, après Witters – the senses of the
Martians and method in philosophical psychology -- sì ne cessariamente nella lingua,
ma che in questo essa incontra, al trettanto necessariamente, un limite
insuperabile, che la nega, la costringe a riflettersi in sé stessa, ed infine a
trascender l'intera sfera del suo processo e della sua storia. Appare quindi
legittimo affermare nel contempo che lo spirito è tanto immanente quanto
trascendente all'essenza del linguaggio. Da questo punto di vista, essa non è
una semplice identità affermativa, bensì appare come essenzialmente scissa in
sé stessa, come intimamente autocon traddittoria. Esiste, dunque, qualcosa come
una dialettica della lingua -- quantunque essa in genere sfugga in toto alla
mentalità angustamente specialistica del linguista --, che noi ten teremo di
delinear qui per sommi capi. 12. Abbiamo in precedenza osservato (che la
fondamentale relazione linguistica tra segno e significato è origi nariamente
immotivata. La sua peculiare esteriorità, e dunque irrazionalità, vien
certamente limitata dall'attività creatrice dello spirito, che in virtù del
criterio dell'analogia procede infatti alla costituzione della forma fonetica
delle parole in maniera conforme alla struttura logico-grammaticale dei loro
significati, trasformando così l'immediata molteplicità 'caotica' dei fonemi
delle radici in un sistema relativamente razionale ed ordinato di derivazioni.
Ma è anche vero che l'originaria arbitrarietà della forma fonetica delle
radici, lungi dall'esser compiutamente 'tolta' dal processo di costruzione
analogica dei significati, si ri propone piuttosto ad infinitum in ciascuno dei
nuovi termini co niati. L'essenza dello spirito, in quanto Idea logica, è
invece una totalità organica di pure re 1 azioni interne: senz'altro 'esterno'
contraddetta dal carattere essa viene perciò insuperabilmente della sintesi tra
il segno fonetico ed il suo significato. La prima a n tino mi a inerente
all'essenza del linguaggio è dunque che esso è l'unità contraddittoria di un
sistema di rela zioni interne e di un aggregato di relazioni esterne. L'unità
ideale del significato, abbiamo altresì visto, si distingue dal segno perché, a
differenza di questo, essa non è un contenuto dell'intuizione empirica, bensì
una 'rappresentazione generale'. Ma questa differenza vien subito cancellata da
ogni concreto esempio di concetto empirico: sì una rappresentazione il 'rosso',
ad es., è generale, ma solo in virtù della forma dell'universalità nuto
determinato, ad esso essenzialmente particolare, inerente: il suo conte rimane
palesemente di ordine sensibile e contingente. Nella misura in cui in una
lingua l'ele mento dell'universalità non va più in là della sfera immediata dei
meri concetti empirici, l'essenza del linguaggio si avvolge di necessità in una
seconda rappresentazioni a n tino mi a: esso esprime delle generali che sono
tali solo per la loro forma, e non già anche per il loro contenuto. Anche a
questo proposito si potrebbe osservare che la tendenza essenziale delle
cosiddette lingue 'nobili' (o meglio: più filosoficamente dotate, ad es. il
greco o il tedesco) è certamente quella di limitare l'originaria prevalenza dei
concetti empirici mediante la coniazione di termini in grado di oggettivare in
ma niera precisa e chiaramente distinguibile i concetti puri e le rela zioni
logiche fondamentali in cui si articola il processo ideale dello spirito. Ma
qui è necessario tracciare una netta distinzione, le cui conseguenze
epistemologiche appaiono di rilevanza pres soché incalcolabile, tra
costituiscono i l ' ordine concetti puri determinato nella sfera in cui del si
lin guaggio e quello che invece di necessità inerisce a1la 1oro più vera e profonda
essenza. In qualsiasi espressione linguistica reale o possibile, le idee
dell'Essere, della Qualità, della Quantità, della Misura, della Relazione, ecc.
si pre sentano immediatamente alla coscienza come il contenuto se mantico
peculiare dei termini loro corrispondenti (in genere so stantivi, oppure
aggettivi e verbi sostantivati). Ma quest'ultimi possono svolgere pienamente la
loro specifica funzione significa tiva ( e cioè in maniera non meramente
astratta o lessicologica) solo nella misura in cui vengono pronunciati o
compresi all'in terno di un contesto linguistico assai più vasto ed articolato:
sia esso la totalità relativa della fra s e, o quella più comprensiva del
discorso. Tale totalità, ora, non può per principio consi stere esclusivamente
di concetti puri o relazioni a priori: i termini ad essi corrispondenti, al
contrario, si integrano in un con testo semantico e sintattico generalmente
costituito da meri con cetti empirici, le cui connessioni (vicendevoli e coi
concetti puri) sono fondamentalmente arbitrarie 'tre', e casuali (nella frase:
«il qua derno rosso è tre volte più spesso del quaderno verde», ad es., 'è',
'più' son termini che chiaramente esprimono dei con cetti puri o delle
relazioni a priori; 'quaderno', 'rosso', 'spesso', 'verde' designano invece
meri concetti empirici; 'volte' è un ti pico esempio di polisemia; l'ordine e
la connessione di tutti questi termini sono senz'altro privi di ogni necessità
a priori). Nella sfera del linguaggio, dunque, i concetti puri si presentano
immediatamente, in quanto significative iso1ate: concetti puri, solo come un i
t à le relazioni che connettono i termini da cui essi sono espressi con la
totalità organica della frase o del discorso sono invece di carattere
contingente-arbitrario. Se consideriamo empirico-sensibile, oppure invece i
concetti puri dal punto di vista della loro pura essenza logica, le cose stanno
assai diversa mente. Essi non sono che le autodeterminazioni immanenti del
processo dell'Idea logica. Quest'ultima, infatti, è una totalità or ganica solo
in quanto essa dirime attivamente la sua unità as soluta in un sistema di
differenze logiche. Ma in ciascuna di tali differenze - ossia in ciascun
concetto puro determinato - la sua stessa totalità infinita rimane immanente:
all'incirca nello stesso senso in cui, secondo Spinoza, in ognuno degli a ttri
bu ti della sostanza l'infinità 'assoluta' di quest'ultima si conserva, sia pur
in una forma determinata («in suo genere»)7°. Nella misura in cui tale forma
risulta inadeguata al suo contenuto infinito, ciascuno di tali concetti puri si
nega, si trascende, si rovescia necessariamente nel suo opposto, ed insieme a
questo dà luogo ad una nuova totalità logica più coerente e comprensiva. L'iden
tità determinata del concetto puro, di conseguenza, non è in de finitiva altro
che l'indice di un sistema di a priori: in forma virtuale o potenziale, con la
stessa totalità del l'Idea relazioni logica 7 e di ogni sua possibile
autodeterminazione; in ° Spinoza, Ethica ordine geometrico demonstrata, et
Expl. forma attuale, in quanto esso
coincide con la specifica relazione 'dialettica' che lo avvince al suo
essenziale opposto. Dal che segue, con ogni evidenza, che, astratto dal
contesto delle sue connessioni logiche essenziali e considerato isolatamente
(detto altrimenti: identificato col contenuto 'noematico' di un'intui zione
immediata, e non già col risultato di una 'deduzione' tra scendentale o
dialettica), e posto invece in una relazione imme diata (fondata cioè sulla
mera affinità sensibile o sulla contiguità temporale) con concetti o, peggio,
rappresentazioni strettamente determinate sensibili non a priori dalla sua pura
essenza logica, la sua identità essenziale viene irreparabilmente mutilata o di
storta, sino a divenire irriconoscibile, o a dissolversi addirittura nel vuoto
non-senso. Se, dunque, definiamo 'significato' la forma (e la connes sione)
determinata di un concetto puro in una lingua storica reale, e 'concetto puro'
la ben diversa forma (e connessione) che il medesimo significato assume nel contesto
sistematico della to talità logica dell'Idea, allora potremo senz'altro
asserire che il significato di un'espressione esso corrispondente linguistica
ed il concetto puro ad div erg on o in maniera essenziale e signifi cativa.
Parafrasando e rovesciando una celebre tesi spinoziana, si potrebbe allora
sostenere che l' «ordine e la connessione» (lo gica) dei concetti puri non
coincidono necessariamente con l'ordine e la connessione linguistica gere in
tale divergenza la terza dei significati; e scor fondamentale antinomi a
inerente all'essenza del linguaggio. Come abbiamo in precedenza osservato, il
mancato rilievo della differenza fondamentale tra l'ordine dei concetti puri e
quello dei significati linguistici è stato gravido di negative conse guenze
epistemologiche, di portata eccezionalmente rilevante, nella filosofia del
nostro secolo. Da un lato, esso ha indotto Hus serl a identificare
immediatamente i primi con i secondi, disgre gando così la totalità 'olistica'
dell'Idea logica in una pluralità indefinita, irrelata, atomistica di 'essenze'
ideali -- categorie logico-grammaticali, logico-analitiche, formali,
ontologico-materiali, logico-formali, ontologico ecc. -- fornite ciascuna di
un'iden tità oggettiva isolata, e come tali perciò essenziale correlato noe
matico di un atto intuitivo meramente immediato, privo cioè (per lo meno a
parole) di qualsiasi mediazione discorsiva e negatività dialettica (ovverosia
la cosiddetta 'intuizione eidetica. Dall'altro, in assenza di un'adeguata delle
relazioni logiche distinzione tra la totalità che determinano ab intra
l'identità di ciascun concetto puro, e quella delle connessioni esterne (dei
'rapporti sintagmatici' ed 'associativi') in cui è invece contestual mente
immerso il corrispettivo significato linguistico, l'acuta cri tica derridiana
dell' atomismo logico latente nella teoria hus serliana del significato non ha
potuto evitare di dissolvere, in maniera ancor più illegittima e in definitiva
assurda, ogni es senza o identità ideale nel complesso delle relazioni esterne
o 'differenziali' tra il segno ed il suo immediato contesto lingui stico (per
Derrida senz'altro coincidente col tessuto della scrittura. Si tratta
palesemente di due errori opposti, ma strettamente complementari, in quanto
motivati entrambi da una medesima causa: e cioè l'indiscriminata
identificazione del 1' ordine e della connessione dei concetti puri con quelli
dei cor rispettivi significati linguistici. Una quarta 'casale' e 1 antinomia
inerente all'essenza del lin guaggio può essere agevolmente individuata nella
forma tempo rale del segno fonetico. Questo trascende l'immediata esteriorità
tangibile' dello spazio e del segno grafico, e perciò, come si è visto,
costituisce l'oggettivazione pecu liare ed originaria dell'identità ideale del
significato. Ma è altresì innegabile che, in quanto meramente temporale,
l'esistenza che tale segno può conferire al significato è di necessità tra n se
unte e fin i t a: in quanto segno sensibile, la parola non è nulla più che un
flatus vocis, che, nell'atto stesso in cui è profe rita, si dissolve nel nulla.
Se è vero, ora, che, come afferma Hege, la verità dello spirito è eterna,
allora sembra inevita bile concludere che la sua essenza si realizza nella
sfera del lin guaggio in forma meramente inadeguata. Anche da quest'ultimo
punto di vista, dunque, si può con egual fondamento tanto affer mare quanto
negare che l'attività ideale dello spirito è imma nente nell'essenza del
linguaggio. 71 Per una discussione e critica del metodo husserliano
dell'intuizione eide tica, cfr. G. Rinaldi, Critica della gnoseologia
fenomenologica, Napoli Cfr. Enzyklopéidie Immanenza e trascendenza del pensiero
nel linguaggio 16. La soggettività ideale dello spirito che si oggettiva nella
lingua è l'origine trascendentale dell'essenza logica dei signi ficati da esso
espressi. L'essenza della prima è l'atto de1 pensare; quella dei secondi è il
concetto: per dirla con Gentile, un 'pensiero pensato'. L'unità originaria del
pensare e del pen sato può esser convenientemente designata col termine di 'pen
siero'. Il contenuto della dialettica del linguaggio esposta nel § precedente,
dunque, può essere compendiosamente anche nella forma seguente: il pensiero
nente (presente) 1' essenza del quanto linguaggi trascendente o. è tanto
(assente) espresso imma nel La soluzione di tale dialettica potrà e dovrà esser
perciò ricercata nel carattere specifico della relazione tra pensiero e
linguaggio. Il chiarimento della natura di questa relazione (che costituisce
senz'altro il problema cru ciale di ogni filosofia del linguaggio), viceversa,
non potrà che trarre giovamento da un accurato sviluppo della dialettica del
linguaggio. Il pensiero è immanente nell'essenza del linguaggio perché la
finalità peculiare del segno fonetico è l'oggettivazione di un si gnificato, e
quest'ultimo non è altro che un contenuto ideale del pensiero. Inoltre, le
forme grammaticali (morfologiche e sintat tiche) che connettono la pluralità
dei significati nella totalità or ganica del discorso coincidono senz'altro con
la specificazione, nella forma del linguaggio, delle funzioni
logico-categoriali in cui di necessità si dirime l'unità trascendentale
dell"Io penso.’Infine, il carattere articolato, e non già mera mente
informe, della forma fonetica del linguaggio è possibile solo in quanto anche
in essa è in qualche misura presente ed attivo il processo analitico-sintetico,
'discorsivo' del pensiero. Nella misura in cui il pensiero è immanente nel
linguaggio, il contenuto logico del primo si fonde, si compenetra, in
definitiva si identifica con la forma sensibile del secondo. Da questo punto di
vista, pensiero e linguaggio si costituiscono come momenti in scindibili di
un'unica totalità. Come non è possibile linguaggio che non porti ad espressione
alcun pensiero, così non è possibile pensiero che non si 'incarni' in qualche
espressione linguistica determinata. La loro relazione essenziale sembra così configu
531 rarsi come una sorta di azione reciproca: da un lato, l'unità logica del
significato determina attivamente la forma sensibile del segno linguistico (ad
es., ogni qualvolta una nuova frase viene formata mediante l'appropriata
applicazione delle regole grammaticali - come tali di natura palesemente logica
e non ne cessariamente espresse - della lingua cui essa appartiene) Dal 1'
altro, tuttavia, l'espressione linguistica determina lo stesso pro cesso del
pensiero, nella misura in cui essa soltanto può con ferire chiara e distinta
articolazione alle rappresentazioni e ai concetti in cui questo si dirime. Sia
Humboldt che lo stesso Hegel 74 riconoscono perciò che è da reputarsi un mero
con t rose n s o l'idea di un pensiero che sia per principio inesprimi bile in
qualsiasi lingua determinata. La concezione p 1 atonica del linguaggio come
l'involucro esterione, la veste inessenziale di un'oggettività ideale 'in sé'
sussistente prima e indipendente mente da ogni sua possibile espressione
linguistica, appare dunque, da questo punto di vista, palesemente
insostenibile. Ma, in realtà, esistono ragioni non meno cogenti onde as serire
che il pensiero trascende altresì essenzialmente l'intera sfera del linguaggio.
Anzitutto, in virtù dell'unità logica del suo significato, il segno linguistico
si riferisce ad una 'cosa', ha un referente oggettivo, che non solo, come
abbiamo visto in precedenza ( cfr. supra, § 2), non è in alcun modo riducibile
ad 73 La plausibilità di questo esempio è ovviamente condizionata dal fatto che
l'essenza della regola grammaticale venga correttamente concepita come un
universale 'sotto' il quale viene sussunto il caso particolare dell'espressione
linguistica attuale, e non già (come è invece il caso della linguistica
strutturali stica) come il mero risultato delle 'solidarietà' sintagmatiche ed
associative di segni sensibili-particolari. Enzyldopiidie Zusatz: Ohne Worte
denken zu wollen, wie Me s me r einmal versucht hat, erscheint daher als eine
Unvernunft, die jenen Mann, seiner Versicherung nach, beinahe zum Wahnsinn
gefiihrt hatte. Es ist aber auch lacherlich, das Gebundensein des Gedankens an
das Wort fiir einen Mangel des ersteren und fiir ein Ungliick anzusehen; denn
ob gleich man gewohnlich meint, das Unaussprechliche sei gerade das Vortrefflichste,
so hat diese von der Eitelkeit gehegte Meinung doch gar keinen Grund, da das
Unaussprechliche in Wahrheit nur etwas Triibes, Garendes ist, das erst, wenn es
zu Worte zu kommen vermag, Klarheit gewinnt». In maniera sostanzialmente non
diversa da Hegel, anche Gentile nega che la parola sia «come volgarmente viene
concepita, quasi veste del sentimento e del pensiero, che sia da aggiungere
alla vita dello spirito -- La filosofia dell'arte. un mero segno, ma che, a
rigore, non coincide e on l' immediata identità st'ultimo, logica infatti, può
determinare del significato. neppure Que l'essenza del suo oggetto in maniera
più o meno adeguata, appropriata, e dunque non neces sariamente coincide con
esso. Humboldt osserva che in san scrito il concetto dell'elefante viene
espresso da tre diverse frasi: 'l'animale che beve due volte', 'l'animale con
due zanne', e 'l'ani male con la mano' 75 , che palesemente non differiscono
solo per la loro forma fonetica, ma per il loro stesso significato. Ciò non
dimeno, il loro referente oggettivo è il medesimo: è un'identità che viene
determinata diversamente (e in maniera presumibil mente più o meno adeguata) in
ciascuna di esse, senza purtut tavia identificarsi es pressione lingui con
nessuna, e dunque stie a determinata. con nessun a Il referente ogget tivo del
significato, di conseguenza, trascende senz'altro l'intera sfera del
linguaggio. D'altra parte, solo il più ingenuo empirismo del senso comune può non
avvertire che tale referente non è per principio mai un mero individuo, una
cosa sensibile, ma piut tosto l'universalità di un'essenza, di un'idea
oggettiva. Ciò che le citate espressioni diversamente designano, infatti, non è
già questo o quell'elefante empiricamente esistente, bensì solo il concetto,
l'idea, l'identità essenziale dell'elefante. La trascenden za del referente
oggettivo del significato non è, dunque, in defi nitiva altro che una forma
fenomenica determinata della stessa più generale trascendenza del guaggio.
Inoltre, l'analisi della dialettica pensiero rispetto al lin della lingua
svolta nei §§ 11-15, ha messo in luce almeno altre quattro fondamentali ragioni
onde affermare che il pensiero trascende la sfera del lin guaggio: in primo
luogo, perché il rapporto linguistico fonda mentale tra segno e significato è
originariamente immotivato; in secondo luogo, perché il contenuto dei
significati immediati espressi dal linguaggio è di ordine empirico-sensibile;
in terzo luogo, perché i concetti puri che si oggettivano in esso si presen
tano in forme e relazioni immediate ed arbitrarie, che non coin cidono
senz'altro con quelle che costituiscono la loro pura es senza logica; infine,
perché l'esistenza che l'oggettivazione del Vber die Verschiedenheit ... , pensiero
nella lingua può conferire al significato è soltanto quella meramente negativa
e transitoria della parola. Da questo ulteriore punto di vista, dunque, la
rivendicazione platonica dell'essenziale differenza tra il linguaggio e le
'idee', del primato logico ed ontologico delle seconde rispetto al primo, e
quindi di quello epistemologico della conoscenza della verità delle cose (la
'dialettica', ossia la filosofia) rispetto all'arte della parola (la retorica),
appare ancor oggi senz'altro valida e con divisibile. · e Quanto più si
approfondisce l'essenza della relazione tra pensiero linguaggio, paiono le
contraddizioni tanto più complesse e ramificate ap che ad essa essenzialmente
ineriscono, e tanto più urgente ed imprescindibile diviene altresì l'esigenza
di una loro adeguata so 1 u zio ne o 'riconciliazione'. Ma difficil mente
quest'ultima potrebbe esser effettivamente conseguita fa- . cendo ricorso ad
una teoria del pensiero logico che, alla ma niera di Platone (o di Kant),
contrapponga dualisticamente un pensiero 'umano' meramente soggettivo e finito
ad un pensiero 'divino' oggettivo (o infinito), e che quindi identifichi col
primo il pensiero che si incamà nella forma sensibile del linguaggio, e col
secondo quello che invece la trascende essenzialmente. Tale concezione
dualistica, infatti, perde di vista l'originaria un i t à esse n zia 1 e del
pensiero logico, che precede e fonda ogni sua possibile distinzione e, a
fortiori, opposizione. Noi per contro crediamo che la concezione hegeliana
dell'intima natura 'oli stica' e processuale dell'Idea logica possa assai più
fruttuosa mente e potentemente contribuire ad offrirci (almeno in linea di
principio) una appropriata soluzione guaggio. Il p~nsiero è essenzialmente
della dialettica del lin attività e processo nella misura in cui esso: a) nega
la propria identità originaria, differenziando la sua unità in una pluralità di
distinzioni che assumono di ne cessità la forma dell'opposizione; di tale
differenziazione ma b) nega altresì la negatività (negatio negationis), in virtù
della 'sintesi a priori' del molteplice e degli opposti in un'unica coerente
tota lità concreta. Nella misura in cui il pensiero differenzia la pro -- Platone,
Phaedrus -- pria unità originaria, esso 1 imita far ciò solo contrapponendo
limite è il (relativo) altro la sua stessa essenza, e può ad essa un limite che
la nega. Tale del pensiero - ossia l'immediata intui zione sensibile. In quanto
limitato da tale altro, il pensiero vien reso finito (laddove la sua essenza è
invece infinita): esso non è più l'unità che comprende in sé ogni differenza,
bensì una mera 'esistenza' distinta e contrapposta ad un'altra esistenza, e che
sta perciò in un rapporto con essa che è fondamentalmente quello della
determinazione re cipro c a. Si configura così una sorta di connessione tra il
pensiero (finito) ed il suo limite essen ziale, che rende palesemente possibile
e necessario il rapporto di identità (o di immanenza) tra pensiero e linguaggio.
Ha dunque un senso affermare che il pensiero non solo è imma nente
nell'espressione linguistica, ma che quest'ultima può attiva mente contribuire
a renderlo articolato e distinto, solo nella mi sura in cui il pensiero in
questione è quello meramente fin i t o che risulta dall'originaria
autodifferenziazione della sua essenza. Ma il pensiero di necessità trascende
tale differenza di sé da sé, negando o 'togliendo' in sé stesso l'opposizione
tra la propria finitezza ed il suo limite sensibile, e dunque la stessa
determina zione reciproca tra pensiero e linguaggio. Tale negazione come è il
caso di ogni negazione dia1ettica o aufhebung' non ha tuttavia il senso di una
mera soppressione della finitezza del pensiero, e con essa della sua necessaria
'incarnazione' nella sfera del linguaggio. Quest'ultima, al contrario, non solo
non vien resa contingente dal fatto di essere negata, ma viene altresì
conservata nella totalità concreta del pensiero infinito, ma solo come una sua
condizione negativa, come un 'mo mento' privo di verità e realtà indipendente,
che si subordina completamente alle esigenze espressive del processo logico del
l'Idea. La soluzione dell'accennata trascendenza antinomia tra l'immanenza e la
del pensiero (dello spirito) nel linguaggio potrebbe esser dunque formulata
nella maniera seguente: l'attività pen sante dello spirito è certamente
immanente al linguaggio; que st'ultimo è senz'altro una 'spontanea' creazione,
o meglio 'ema nazione', dell'essenza dello spirito nella totalità delle sue
artico lazioni. Ma la forma determinata in cui lo spirito si mani festa nella
sfera del linguaggio non solo non è l'unica possibile e pensabile, ma non è
neppur quella più compiuta o 'perfetta'. 535 L'attività dello spirito consegue
infatti un'attualità guata solo in una forma ideale diversa ad esso ade a
quella del linguaggio - sia essa quella della volontà etica, delle rappre sentazioni
e superiore religiose o del pensiero speculativo - e da questo punto di vista
esso perciò ne trascende senz'altro l'essenza. Ma il pensiero che è immanente
al linguaggio e quello che lo tra scende, il pensiero finito e quello infinito,
non sono due realtà o attività spirituali eterogenee ed irriducibili, bensì
piuttosto due diverse fasi dello spirito. 536 o gradi di sviluppo dell'unica
totalità infinita dello spirito. Nome compiuto: Giacomo Rinaldi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rinaldini:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- del cimento del
Lizio – filosofia marchese -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Ancona).
Filosofo italiano. Ancona, Marche. Studia a Bologna. A servizio di Urbano VIII, ottenne da Barberini, nipote del papa,
la supervisione delle fortezze di Ferrara, Bondeno e Comacchio. Insegna a Pisa.
Amico di GALILEI e BORELLI, il quale lo soprannomina Simplicio per la
sostanziale fedeltà al LIZIO. È in corrispondenza. Uno dei soci fondatori del
Cimento. Tuttavia ha numerose controversie con i suoi amici e con Redi e
Ruberti. Nonostante il conformismo, si oppone alla teoria della virtù zoo-genetica
delle piante, sostenuta dagl’altri accademici del cimento, precedendo Malpighi
con l'ipotesi che anche gl’insetti delle galle nascessero d’uova deposte da
individui della stessa specie. Insegna a
Padova. Saggi: “Philosophia rationalis, atque entità naturalis.” Un'altra delle
sue glorie è la sua proposta di scala termo-metrica utilizzando come riferimento
fisso il congelamento e l’ebollizione dell'acqua all'ordinaria pressione
atmosferica. Prropone di dividere l'intervallo in XII gradi. Altre saggi: “Opus
algebricum” (Ancona, Salvioni); “Opus mathematicum” (Bologna, Dozza); “Mathematica
italiana”; “Geometra pro-motus” (Padova, Frambotti); “Ars analytica mathematum”
(Firenze, Cocchini); “Ars analytica mathematum” (Padova, Frambotti); “De
resolutione atque compositione mathematica, Padova, Frambotti, Philosophia
rationalis, naturalis, atque moralis opus in quo praesertim physica universa ex
accuratis naturalium effectuum observationibus deducta et ubi rei natura
patitur geometrice demonstrata exhibetur, Padova, Frambotti, Ad artem quam ipse
conscripsit mathematum analyticam para-lipomena” (Padova, Frambotti);
“Commercium epistolicum” (Padova, Frambotti). Redi scienziato e poeta alla
corte dei Medici, Lo sviluppo delle ricerche sulle galle, Redi scienziato e
poeta alla corte dei Medici Pighetti, Il vuoto e la quiete: scienza e mistica:
Cornaro e Rinaldini (Milano: Angeli); Dizionario biografico degli italiani,
Roma, Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Museo Galileo di Firenze.
crjuairKpifaf/jfrox, et quanta sit roam necefinat. CII ani)iu/r>orrpro- dtni
m Ut ut NATURALI tr nrmenlir/anNJliu. SONI auccin nomine dd>et intelligi,
quod auditu percipitur ciim omne id fomnesse dicaturi noo umen 1'onus omnis cR
vox sed Uleunu uti modo qui animalis orc PROFERTVR. Sonus emm ex corporum
jacrirque perculEo-ne muhiriril efficitur} TONVS tamen ilJe dumtaxat qoiab
animali eftcitur non modo quocunauc> sed ons prolatione vox nunc upaturi 6c
iure quidem per suturalia dicitur instrumenta formatus tum expiicacioois maions
gratia tum etiam sonum excludendi CAVSA I qui cUi forfan ore ab aminali
prolatus nono tamen per vocis instrumenta fbmutus fit > ItekaiSr Multa pottd
fum ad vocem est brmandam inAru- uiuBe- mentanatur x; PULMONES videlicet guttur
dentes u W . lingua labra et cetera. Equibus LINGVA prarertimen qu cii varia
fui rexione» txKitioneque et ad palatum dencc t^ que conhmChone acrem ex p^ote
in os vitali fiicul- cueitae vsmucf atqi pulmoni agitatione deducum nrietate
mira franzit percutit atque componit. Ita voce tn tuodotatur ac tamas vocum,
vcrbonimq; varietates e^rmai . Hinc mirabilis illa verboiunu» copia hinc magnus
eloqueittiz thcfaunK. Tocii diVox autem vatiam atqve multiplicem fafaitpar-
Bifioin ciiioneui elini pnmd dividatur in illam quf NIHIL SIGNIFICAT }nfcdulitz
ac ARTICVLATA sic homini propriz st exteris convenire non poflint. lu qurdem
philosophus T'uces inquit nrat nimiruinfi; na earum PASSIONVM qtu; SVNT IN
ANIMO per passiones incelli geo mcmis CONCEPTVS. Hxc. tutem vox quam homo
quatenus rationis particeps sibi vendicat propriam rc dicetur, qux mentis
CONCEPTVS poteA imnifena- rc £x his quidem intelliges quid mtcnltdifitiir.i- m$
imer sermonan sonum et vocem i naaifenno quidem cA hominis vox animalis sonus
autem corporis. Agd nunc quanta sit vocum vtilitii quancanecef Vnluu fitas
paucis aperiamoj. Heraclitus eivsqve iorcs cq iorum numero CRATILO putabant
verbis nihil exprimendum sed horum loco digttts geAi- bufque manuum ad mentis
conceptus manifestandos vt endumi non quod voces aliquo iiabcteni odio sed
quoniam nihil Aabilc>nUuiqoc firmum ARBITRABAMVR quin omma in continuo efie
fluxu dicebant proinde- 9ue dum vox profenur quod exprimendum crai>cran !uAe
putabant. Non inficiandum fanc quibusdam SIGNIS hominem Homine ad intimiores
animi SENSVS ex promendos indtgerC. alinumio cum nihil poiTit interius latens
ac in mente regium Tmint NOTIFICARI, mfiali cuius REI sensibivs opimlationc fi-
animiqut ue przfidio. Hinc fiinum ejl illud, quod prtttr fui agnitionem, quam
m^rrrr sensibus, facit nos tentre in cognitionem ALTERIVS. Vt vox
iAa»lJowo»praterfpe.r cicin quam imprimit in auditu tanquain lonus nos in alterius
pma in humanz nanirx cognitionem deducit. HuiufnKsdi proinde li.um dic debet
vt, co per sensus cognuo dcocniamusm cognitioitem rei etim qua SIGNIFICAT
signuiv fiabci connexionem. Iu sit VT SIGNIFICARE non fitaR quam aliquid aliud
a se diflinCtm cognoscemi reptxTcmaiO. Quam ohrcir jdco^noscentem fotciuiam
cmrcprxfc, H^ai quara reptx- sentatiorji hgii».n TamcUj I\-. r purr, cn
cogitari. Wv'aVi‘n mienram ft VOX, Vx A H aiuH Ctreli Reiuliim Diprtttunit
DuUtBic. tnleii conceptnm tlteri d atque ngiuBcet vt funt oculi manus et id
genus aUa tamen inter omnia Tcrbii princeps debetur locus aim his qaio quid
humana mens perceperit longe melnis atque commodious quamc cemiignis eaprinu»
declarari qocpoint Veees ad Voces ad resnianirrflandaaomnind Becclfanarnon m
mtnK Tunt cum ad id non mediocri tu opportuna itgna repelcftarvd a riantur;
nemini tamen infictandum idonea przler o inA tim ad hoc munus estc inArumenta,
et forfan etiam necedant jptilTima, cum longe quidem facilius atque com II
roodms, quaccunque concipimus ammoque gerimus per voces qudmperalia
Agnanobisliceat explicare. fi Kakt lotera in vonbus momenti sti ad CIVILEM vium
ducendam neminem praterti si non nihil ad- phirimBttcrtCTit non par lim
oblidlam emiquem libet et voca-qaeetMa. Ji fennone delumcrei itemque ad
amicitiam societa- cit.adci- temque exercendam conducere addocendum ad btkn vi
intenogandum jaddicendum ad urxcipienduni ad ttoi de finiul et ad petenda
consilia conterre. MuiIhI WiJabtiia denique vocis potilTHinim humana qua hanlMa
caterorum animantium voci multis nominibus ante- vocu e6 ccliie videtur indoles
atque NATVRA. Hoccnimmaditie. xinia, si corpusculi moJcm exiguam respicias{h
vana admodum pro varietate singulorum h litauis in primis htcdrnique fuir m
teneritatis ac mollitudinis maxime enim Hqgitur frangitur ac Ace- tur niht!que
pluribus flexionibus prpeipue in cantu commutatur nunc in longum trahitur
continuato spiritu nune variatur infiexo nunc conciso diiUnguitur modo falsis
voabus mollitur modo entis atque severis intenditur quandoque deorfum a furo-
ma vel Ultuj vel per gradus prteeps ruiti non rard fiurfumahimo pariter
attollitur. Nedum autem vtilitas verom etiam neccesitas vocum cA explorata sine
ipsis enim haud fieri potcA » n anmd ienla» atque conceptus hominibus loco
quidem ab semibus traCfuque temporis futuris manu Acnnjr quod scribendo verba
literisque CONSIGNANDO ailcquimur iac id sine vocibus obtineri non potcAj quid
cmm liceris CONSIGNAREMVS antmraUont vocibus pgncatiocoKHtmat i Vletib. TT
Veteres ilioa philosophames Heraclitum Jl CRATILOk PITAGORA CROTONE CALABRIA
omnes dcnwniia t mut no cyt .t VI dicerent NOMINA fuifle REBVS i natura im- n
na te pofica et rem vnaroquamque pro1'ui conditione for boi a M tuam luilic
nomen vun et efficatiam habens ad illam tia etireprimendam ainue repryfenandaro
vc sapientis ft irapofinmnus videretur mud nova rebus IMPONERE nomina sed
cuique natura tributum peculiare et prerium inquirere. Hermogenes contra
SIGNIFICANDI VIM omnem in vocibus hominum voluntati penitus reterebat acceptam
mhilm hoc tribuendum natur potans, cum fonuito singulia rebus nominu quoquO
lugula tuerim imposta. Vocet nfi Voces non omnes vnms modi fum; propterea quod
alique vtfufpirta GEMITVS Ac. qus nimirum arti- vomIib ifon sum non ex homrnum
IMPOSITIONE ariiom. Si sf2tuue Sed fui NATVRA SIGNIFICANC. Arcicuiaesautctn que
Ium» non ucm SED EX HOMINVM IMPOSITIONE ac placii Oi quod AriAoicIci eleganter
exprcAti diccns nomen signifitut steimditm fUettum y nwniam natura. MminM
nidlam. x\i\n, CnmUoraiiotfl SIGNIFICAT significa UtunoH iUinfinmcnumt
stdstatndm fiatittmi In quo ducem habuit PLATONE apod quem lo CRATILO hzc eadem
exprcAa legimus. Ab his nec facr Paginz dtflcntiunt in ijs enim cA feriptum Dnu
om^atf>iii Rtfnrra4d^dosqu« placuerint nomina rebus imponeit. Et certe si
res quolibet ab ipsa natura suum obeinuififet nome nulIi dubium quin omnes
populiinationdqs omnes eodem non nncresiiias appcilare dcbuillcnt. Quod a
veritate quanrurr sit alienum cuicunuc cene perspc^um animaducncmi rem aliquam
duicr-fis nomirubus APVD DIVERSAS GENTES atque rutionec exprimieandem itidem
vocem vel in diversis linguarum generibus diversii penitus denotare i vel in
vna j quidem aliquid finalia veru NIHIL SIGNIFICARE. Ineo em etiam IDIOMATE
frequenter aqumo ex voces occurnint qus abfque omm PROPORTIONIS fundamento
diversa SIGNIFICAM; sic etiam voces fynonitrx ncnipd fie SIGNIFICATIONIS
ciusdeiu quam vis vocis subAantii dil-fcr.'m. Tainctfi autem res ita fi: habeat
non tnficiandum MulniOt tamen multa quidem cAe nomirta determinatis rebus
SIGNIFICANDI simpefiu non temere amue fortuito sed dati opera et ex in Aituto
quod arnnlle Platoni ttne-mori literisque traditum cAjidque sicvsurpauduin
mulca fcUictt nomina talem ac cantam cum rebus conucnienciaro ac proportionem
obtinere vc ad ciprimendas illas pre cztcris idonea line Neque hino aliquem
admiratio subeat inam esfi LIBERA VOLUNTAS libera cC-s stomina rebus poirme
imponi cognitis tamen rerum naturis et proprietatibus congruum ac idoneum nomen
l'cicc qui singulis imponere datum erit } Oc cenc hoc sapientis ac prudentii cA
munus isenia ciim rerum naturas probe cognoueric confemanea consruentiaque
nomina ad tllas denotandas prudenter feliget etc profeCld nomen iAud lebemah
zpnd Hcbnros Deo Optimo Maximo congruit appnmc cum quod cAa fi; ipso et
Derfuamem fuiam quod r qucnecefle cpic necvnquam delinet et cetera. A tbns ac
origo lotitii esse cuiufino Deus eA significac. Nominis ad rem iAa proportio
contingit vel per Noiuis ETYMOLOGIAM in eo confiAcmem vtcum prius fuerit ad rem
nomen IMPOSITVM ad quid piam SIGNIFICANDVM fiini- ledeinde nomen ad rem itidem
fiivilem denotandam ad hibeatur quamuis eo tandem deueniendum vc nomen citra
quam libet ETYMOLOGIAM AD REM SIGNIFICANDUM vsurpetur. Ica quidem Logica
dicitur a Itigot Physica i fityfu “homo” ab “humo”, et id genus alu. Eli itidem
aJiud vnde proportionis ratio nempe nominum cum REBVS SIGNIFICANDIS cognatio
quadam quae penes foQum attenditur propterea quod tnultxltinc voces humiles
atqfue suaves ad res qualdam prxeipud SIGNIFICANDAS talis conditionis idonea.
Alta vera alperiores naturi func quaadrearcpr encandasinquibus alpehus maxime
conveniences lunt ac oppornuue. t^id SIGNIFICAT hYoeit, cui, et 4fuidf
SIGNIFICAT. Tria igitur in praienda sum consideracu dignissima. Et quid sit
vocis SIGNIFICATIO A: cui ngo aaS fiti.1 1 et quid penpiam SIGNIFICETVR. can Vt
ex ocdixri prund tnepte admodum quidam Digi!ijccj !:v CjO( Nihil flBM>cc i-
fiuScMit nisi, si SiSi»Tmt4i: jf ii|^1SIGNIFICA n^aiKli^ ffi obcitiBa m:; ti
prait ai(lAg|Acarefio (eir Ideoijircr rproirrifniu non uciiQsipdcoAofcamu$>
itdur isio{>t>(!o;oiucartFrismamft^cu]us. Non inficiendam tamen i vsii
venire po(Tc, ut re ipsl protcren et Attdiwafeidem; cum po(ntquiJ)«anieA>
(ib.CKcna/eiHi VDci. Gttttioociudai dcducttur quod torfan ex cum animo Niptf et
u^ueTnfiab inexciderat Nd: idctn de protcreno; oiiliuwmium j. jf» ad oinuihisf
d)or» dum enim hica hi loquiiuti «eirfu d4Curto:; niti- ac notimin habnc. hac
prxtcritdj nom rmiOU ruiTiHrntiririrni ffl(, inctuTdcni rcinocitiam dedaci- i
quadam pro. Setinoirailmvocibutabiblai poteA quin &; noti- lkttv
ttamiho)aitclo]ucntis et rem crprcflani per 4 rriiiflitp volita ffioCTi^W
IMPOSITA nec non supponit icuniquilqucderccogmca Icloqoi cx- vivi dif
.Aie%uiAea(a tealdIi eliquciu rcspectanrcoi> iHTicntii cognolcatjqao nonimm
critd philosophan-ieA, qui JteefiWi xubil igitur uuimui tium animos dubitatio
subipde rciignihcau pci vo-fc i»o(kiI DENOMINATIONEM i^defunipiain Igiuticarc
qupar, exquidem habft I vimqt J^i^rcndum obuocti vt homi 9am iuiiTc deum
aliquid (tbi denoti- I illam proferat vocem illud idem imeUiga? »* ;%e£^alem
eilb DENOMINATIONEM rccdaderiuatani. eandem per cari cum quali vir- )lcat in
voce relatio- animo gignendam. cem nito‘-c InfuJ quibufdam est visum per vocci
prinw incn T tis CONCEPTVS secundo siiplar SIGNIFICANT ciimpotiils primo RES
conceptas SIGNIFICANT ex iAiininduitUi, 51 quod degatuer apud Anllocdem
ARISTOTELE LIZIO PLATONE expressum iegt-uppoaa 1 t l inquit 1 jScri nm potffl t
vt rct ipsi frtenltt dtfputmui nominthu ytmirr fissis. Putalwt enitn aflumi
nomina ad RES ccmccpras DENOTANDAS quod comprobatum inde pariter inrclligcs)
qudd primus humani generis }»rciis animalibus nomina quidetn impgfuic»
nominibus qupfuis animantia cunela nun cupauit icxquu hicilc tnicUtgcs
nominibiores ipios Agnihcart. In hanc autem Imtcncbm adducori quoniam id
sx>t Ibo af pnrad SIGNIFICAT ad quod prirnb DENOTANDVM itutionc liominum
lini imp a Prnnd fune autem J voces impolioe ad res SIGNIFICANDAS has igitur
priraii Jj icmrmtono- Jiwfenir^lii^tr^» expU- e -r- X SIGNIFICAN. oho.4iiilhJ
£t oend uoctbus id prim^ SIGNIFICARI putandum iin ctiius NOTITIA
iuiiiwncdt2ce»^ moqocno sillxdcdu- Aluadd» steodum proptetta ia eunt.
Jdporr6funcresips«>hx promdepfiu) 6%ai» ctu r. physice cognitio,
SIGNIFICANTVR.w*„ nt concrcttone mate- QiuU ade6venim ut etiam
voecsantmiooeeeMv Vm c aiiii riamininierfo>ni vox DENOTANTES dirc^c
tesngnthcare dicendsmtiotuonaafifai. Jt^propterca-tamumcioon- enim cognitiones
concepcufuc cognoscimus vocibus SIGNIFICANT qqptjiichgi Bipriiis causa mentem
auutimur ad ILLOS SIGNIFICANDO sicauc non fccus acre omoqfdi eaqtit hic enim ob
vocis in liquz res cognitu se habeant atque ad cocognitio apHpiBii j&cftAa
quwdeipnis Conitioneha quatenus rescognicacA perproprium Agnibeatur Imi
bc^Mlitttuf^co nmtctde uotormallequitur. nomen. dx««i{« oiuff ^l^iscwfiv et
iMbe^CT picndumyVtvoxid (it> TatuetA autem vocibus res cognitis SIGNIFICAR
di-mM pfo nat coctionis atquin ceremus tamen id nbnfvufurpandum in uafirctn uni
Qgo tpQ ja rriCxcitarequc co i- et: comeionem ntiWaudicnttmmaU- tisuoabuscoi
Atyi gflCi" fi»IT€r. 0' iVc"’^«fa«icaoubos qip»t- in wcBtt
ilje^niinaiuili^SWcis prodii, quod ||liin quod audietj iK pnmo concepti
ct^mcioneiuc ferum vocibmn^tHcan- attingi. Careobrem i uens vt iine huiulmo-tc
voaft) ir^uat(.nuau| mirumconim loco Jubffieut Kadobic di conceptu nequit
alctri quidquam ea liqutdem est humani audicasiinc iUo percipere. lumT
intflJtgcmi conditio, vt nihil afleqtacuK^tulatio 'B*|karte autem loqumU
praeter commemoiamm^Tl^ koi coooqitwn alia indem NOTITIA, /iueconecinus,nuem
i^indtci »du»miftrantibus comparetur. Quod igitur in aho
vlunrnumappclUfaOreqairirur. Nisi enim quilpUm proW tcBucrir, quodem
cepitaiiima, linjuu rofc qyencc id ccrtddedaratc non poterit picc mirum, vo
rkinaiS ehimloccfconceptuuin rubror^antufi conceptos eaim vt ob idvenjm,
quacanquc (uit i^ib SIGNIFICANDE, iu^ tinuM pommtufinmence QiMdadcoVerum.
Ttfatu ad loquendutn de re aliqua pnchabuiflenodeiam, ied oportet ut d^^liloq
armilla rdc qua fkfcruiocDgnofcacur. Ninfor fu est de deba . rius eA animo haud
Itoct nobi perctpese, ndt quibus dam CTii'd»Ubua, prafertiin vocibus (ucrit
eapreflunr» l^unc icitur in m^iim conceptus menets vocibus iV gmhcart dicuntur
hoc sentu ca iunt VSVRPANDO, quz de vocibus dtci solcnt, nCmpc qvid d mcmiscoiv
ccpius exprimant, eorundcm qnc notufint, acli^na non ad cum modum, quo Hma
remtn cHc dicuntur, sed quaccnos conceptuum foco Tubrogantur. Hinc auditi voce
bene licet arguere cognitionem Ic^ucn ecquiTpiimcarui forcnttd querem voci
rqidigTtiAcario rc aliqua u. jn. k. nem Ignorans, certum aliqwod vocabulum
proferat fr^halxiiC quod apud alio idctermiato e igiithcationis nc
SIGNIFICATIONE, tnne icnutit. Autem n)X non
velutadH«afi50atidumapta>^dutronus quidrrn profcnir ucauibusquibuldam
contingit, dum voces qualdam o^Wnunt, quibus nihil pbnd SIGNIFICANT, cilm mhi
concipiam, teli ARTICVLANS vo- mo, co MS prononcient, quo mattr^iter tantum
voces pro gnol. Icrredicunn. tuc At in audieote nullum iap^ptam, millamuc noti
ri stine quibus amdetj idque ceni de coOTicionis;c i!ur i fluueor ad rationem
quand?m rcJpexit exquafccim {uadcrcnimncun quoniam hac potitis mmiflerio iiuf^d
dum quamUmi etyrroJogiam anlam certum iiiipo vocis, IN AVDIENTIS [H. P. Grice,
RECIPIENT] meme gigni procrcaiique di; luJie «n 4f ncndinomtnde fumplttiiionaJ
raiione millam» led non tgitur hscprzte quduaii iQa, quippe, qnxvo uuut. i, L.
j-.,. T- .it- lt(cnuficaniiscrtwai»,Pcr' Hinc etiam diuerlis concepubus, voces
diversic vart^que respomlemi itari delicet ut eadem in re, 6 plures inucmanciir
rationes, secunduir qaas A: plurei conceptus Ibrmari queant VOCES mdem plures
extern, cum ijs proportionem habenies. Nccpropre- rca fvnomniz reputanda i
huius modi enim ut tint ne duin rem eandem, Icd litcundum eaudem rationem»
eundcmqueconccpuim ftgnincarc debent. AUcsefl præter cundum, quovl trequencer
usii veni- oDcepnt re ToU t, ui alius lu conceptivex quo Tumitur vox, et
iqriblu- alius, ad queinalTuinitur. Primusemm nominis i»> iiiur araiiufjid
qu potius ad itmiplam SIGNIFICANDAM luiJlc quidem advertens. Numcnfuprfltnum
profpicere, ac pronidc- xe, Dei proinde nomine dignum exiihinamc, non^ quod hoc
prorpicientiam>acprouidcntiam,lcd No* men ipTum, cuius cil prorpiccre ac
piouidcrc SIGNIFICARE vellet. ¥( tem lUud etiam libenter adi)riam, quod »nt
voces conceptoum loco fubrogamur ita pro eorum diUmdio- ne, condhionequc voces
distmguumuT. Ali igitur simplices, in complex que, primae inteHc- coiQ adeoaS
hoc etiam vocis se excenda gni&ario, uc nedum vox polTit ie mentem
redttcere, qua alioqum U qui audit aliquando cognouiile ropponicuri etiam hadlmos
prorfus incogniu iMmifi:uaie,acqi noci are polTic Hatc tamennili
rcdldduteme^eRntr facile noi in ci rorem deducent. Htccrte It absoluid
hacintcIlUan tur maxtmd fum i iTritait remota ciim luud heri poflit, ut
AVDIENDO qtiifpiamincdligacuny igno RARA SIGNIFICATIONE j u nat^t profiuncict
altq^u, t sunt parw numero; jtdd senttrimmus totius orationis l^iiicatumpere re
non pot Aitdingularumvo- cum hgniHcadonc ignorat d oportet enim dc hac voce d
no tumpiahabuffic, St ita dc rciiq4is, uc retn int igot exprclTaoi p integram
orationem, M qu?tan n nullo modo tunc in inAte fdideat, introlpedioncrci
proposit yiei si quidcm fiteUe conhoccnmctiftivcritirenullum habet
coraroerciunu, flabit in LOQUENTE, et AUDIENTE simul ahquam cogni ciim fi
prahJcric, quam tamen obiivio delcuerit, non ruacio. titmcinrequiri,
qu^-cuiufmodi fu, explicandum fufulKciat; fed-opotxc atficiliarum vocum
SIGNIFICATA DypKtpcreft. Vtautemi uuniftfiis ad iiumis^rfpjcita-s nomHc,
utS'ocibus tudms vocum in memoriam is lutMii cd. gredum hietf c videamur, non pigebit
in memonam SIGNIFICATIO reccurrat, quod «ft eorum in habitu noti ccpnMvI. Sed
q^ere, cognitionem, (fueconcc^in mentis in non iimicuLic vltioMtuin/lr
ulniiiatudifiribuiiilie sonum vocis tan I Illi;; n nim, hiercm{igaiiicatan
aumgit) illum on. mndnc- ccdanmntam cx pane loqucmis, qu2m aumcncis, cuique
paiaiii efl ) ik apenum i non enim hcct quidquam aup voce SIGNIFICARE, nisi
voce tn ipiaoi nos tbqaoRcs, et auduract iiidcm imclltgamusi quod ne miiu debet
adrpirauoncm ingerere, vorenim e> ip vnum, qua subsiiilum c^ura in igitur
imeUedus cognoicuualkqttitund in quo Vito figit obtutum tiammbere.
icdpociiumco» 4ju%haiKtuco carciJtovtamut Qlibivulc mnurum maudiouisani-
«dKwero opoim. Iu parucrfxp equisptanj umcoRmtio einmducrcj qoamobrcni
perfectcli- VitJum. Mrxioc«tkHK dodrinaqucaicett05td(lircit>qu2RU7t-
gntiicare. cA «idem perh^dam rei co'4nitiuBcinin;'C‘ ic uno qmro iciuemi
quoniam tt/i pniubere notuiaiu- rcrc:utdar^, quiddintiu4 quefrgindctrej
cAcctcla- iS«nut. oportet dc fiwgulafu/n vocum ftffudcati auodcA tajn
grqutddtcaciuaiiiin cuiiUcntlnuiion ouiianL^ hacfaabiracpgno rc, non
taiiicnneceflceit j ine (farr«diAiiiAcquc cn icci^ ranafVcqua- a Uja- idd^c
('tfn^tdarnmvocam/umiiicieBpcnitusiroo- curfVOcancqnK-nprotvrat »qiuedarain>
peiferfam V9a*do rsc i imde nec a&a, nec habitiulU cogp^cic t nuita. ue
cor; nitioncra non pntheat ptoGsCld rem ii pcrli> wmenexillts vocibus apud
cam£pndcandivmiol daamq(icnocitiatqaflcqiiatur; ille procu!du- C^tmiantreipil
vox nullam SIGNIFICAT adtviinolHmec biopcrfcClc>diIUiidcquerem ti^itacallc
dicetur, urtloqttonitfk^atidiauisammiiu conuemaiK 0| Voccatamcttuon poliunt
pcilediuifera audienti i luc prolati vo hucincci ligetubimiV.
quimlunottloqucnti, SIGNIFICARE jacque adedpr - AAsalis mcdli es. ut opmor
yqoidde cognitionis bemio nouamrci notinam cura aoJicna res abundo
pcrfn«dumpnrreqQi^per rpcdaooai'ucnt»prati]3rcultnnumcpo :enc rem au« fvi isip^
(tcanoneilyTcd Aad/ica adom i et exercitium lign^ Nec inconiubo |nmcul«m
ajt(.Cbmi raiAitocs» d^m vcchecn» uc eun co£oorcar)'cdmtierinoapoin i^notx>
e^a hic ell fermo: vel per raodumcxcitan- qii diexercitio. Rnamyoxqtnnhrem
prout concepu inlignihcat, tt >n Non fie impedimento ertt> in habitu
nodtia con> igitur perti^lid^quaniipfa concepta tuent jii^n i|. filUus hac
cnimhabitif vokadhdcpotefVattditmch .care poteticjquamobccm ut voccj quod non
concept- Bniiuuin in mX^tun coKiMifi: endi|ebi tantam babim mustiigobSc
noobcec|icanec perfectiuii mr.va-peteepomdediscere) l^autero fi^iiicaciore^di*
rciniiuisi«led^cotKeptumt%niticareliccj4. v'u-cetut ca«quxreuocat
inCiciiiem«qaod aiias/iocum cctcnim luun c conceptui j ijideniquc pru rnu. a
tqoepmpcdbsin fuerat. Dcrci'pondcnc}cuiuImudii^ituxiufum>casquu.^-j.:Hincf
adliqaidem iBceUiges^fktiusqQidpiafliene cHeooercc, loquir qudraltdni Bciretcdm
iliudvechiaro^iprot' £t«rtc^voc«KC(Mcepcuttmfocolubro?amur>n i''«* ”
fcae,vtlprC| Telniemepn*clcrat$fiocautcfttiddat liuiitmcJbgo* curhis mx
pcifcclioms mcnturi k- iiK0^ttx’rei./4iidiemit Bainvo cognitioncith ing> .
ponBere non tkbeamsioco tiqmdem conccpiiisim xaciqud ad Oaun loquimur» cui
uunen nihil lignifi-perf^Ic rcpfxlbicamti fubfVttuta vox impcirc Cic ti*
caxeUctt i ei oOTon^ia pc^pedb tine, aeexdorau ai^abit (^ctmdraodum
lococonccpius rem p;r« Sedhlc noniidulscquirp Umf^upcibituidubium.
KdcxcprxlcmajKiBTot itidem subUuuta pcrtlclc li mpq£ otunufBvnnrepoAitj
utaliquisuceodo uocil^ps Sc gmticabic. Ncqtiemlrum» namrocesomnem lii^ni-
veltmponctidoyVd un|dmpro^iend6 iiias»qwA. hcanfli vim hab^cdictimur.. quatenus
loco conevp- SIGNIFICASSEpoihint rcmperkclius dgttiHca» quano^ xusun
fubfUtuamdr» 'quibus natotd mamitliarc. icait u* ip&mee ct^no&ax .
rcprxfemaxc conuenit d>*"i^S cbnsqmdcmdiAicultxs mamca inen«x parte d
parucc bancueriu temrum in opere conHnnat. ortum ducem ex diverso modo
acraiendi pertedio- Si quis rei conceptum immediate quidem altcnpol ratiT'^
lKmcoerfiriorBB/&e Bdmct{bca4laodint^O) quo fcconendcxetcarcis»cmraani
felutioricrct maio m f«||Voxxei%miic3t no6tiamprxbcrepqtefi{ec(taucera xems-
ct^oremue notitiam rei conceptx ct ua Bliona mnnqngfuppctant j dc
adoftcndcndain fen- maoilmaii conceptus aDcqtu non poflex quam iit e
nuamaifirmaiuem ik ad MmoiJbandim negan- idem conceptus. Hoc nis autem de uocc
dicem im|tarncnc?»r>ediun SIGNIFICATIO vocis sed etiam QOXpcrlcCtiOfrm qujm
m LOQUENTE (H. P. GRICE, UTTERER) notitiam indu per/edbo dpt^catioms dqpc cti
(iquiJem iu»a. ceie poliet.Vndemautem m loqucntc non poHcc.
XRJiomniBinorrmucreitigniiicatxBOtitiamvoKiJia £t ut ingmuc sive arihuc tantum
abc/liutlrcqucnccr cis* mifitifoe icm ipbun percie %oihcaie dicitur, penire usu
soleat aocibosndura pcricciacnnomiam B^rtita rcidefl lUafBtl^tO
>quxmcogniuonOj ini udiencss ammuniiaduci quam m loqmntelk.
%ni/}c4Xioaeq»c'pot^^*ttendi>iicmpecIarias»acqne Qisod Plarodi l^le pcrfpc
umi ac expioraramac- 'ddhiHSiodiuTi ciBriuBjdiiluB^ufoefcs ognolctcur) cepimus
cum de Deo loqueos diceie conlueuiilct* fcppnecas iodexa conerpo^ dum pcopriou
quiddi dt^ile cliopeumi i^udlcCtu peicipcte cioqut ucid impoHibilc. A.W.- u »1
d»tl$ RrntUin^ Dijftriatmet DUUBit^, Skfr»U- 7d am«ni passim cMitingere nobis
com namcA) iit> caTu»mcnucr(>tprotuIcr(t> uodfam aJhaeai 0a
«i^fii|uisenim qui(lpiafn ocuIis vf Drpct« atque adc6in > lert quid piam
fj^nificaiunn (k; cilm concepms attcrv tue« Tttr« haud potcricemif
voQibuireinocicumal» didcocat cuius loooivudIioininesh Qiuiipodtrcmio Mt«acc6
teri pate^icere» qui rem eandem aiueocuida non ha- fubAtiw (blctj quainiMrcm fi
duo lint » qniljabcanc boerit»ruxqucTifionisv aqndcIaramnotkiamnoiu inzquaics
conceptus > ijfdcrotamciivocibusutaj^r» iucrtt coiUecutusi quoniam» ut hoc
pauos perfi/in- coDdcn>qticremK>ncniadhibcaat) a^taliter SIGNIFICAT ftni»
DequiiUQiPCT sed res oocibosea primi buht Vt cntm cadeui de r« conceptus haberi
pofTunt fi|nirican Loqueos Non eotansctiiddico» quasi taoi dtuerCts adinue cmm
videndo claram aeque findam ret notuian\, ntri vam> Icmt conceptus mcnco i
sed c»haitn allero, diuerial imungdpntbcndumaflcnfnminducK. JUeigiturvi»
iDflttutasfuiilcvocrsps nmabilcmdtucrliutcnicon> iusopituJationecoputionem
adipilcitui': alceraite» cepeuum* Non negandum tamen voces ccoKepnbtucI,
fiacionis»n-.cdijs vocibus fkdbem prxMiojrci nottoam-» proportione rdpon^ere »
m quo dariortf sic diflro acqniru Igitur qui foquuor miniflecio vocum nequic
chores quis 4o rcquspiaiuiIiM ^bucrit co ctianu audienti tanipcdrdbmbotiriam
ingerere I quoniam chnutydifiinChust dc aperriu^rctoipram vocibuf bic non eodem
utitur CDCnolccnds modo Iciitca explicare ibieat propriae visionis qmi Ulc ruam
sibi notitiam coiopa Qua autcinvtruas in humana mmisconceptiboi rautiat iocfi»
csdcmipntad ex xcrn et sroc^traasiundicursut usietn- Sed hic aliam veritatem
qccadtare non licet nimi- enhn cognitio verd vel/aUo repnrrentet obieCtum: ita
ingttjvt >}[nlxpe contingere Ut vores pcrlrciiUs rem au;licn>
nxcogiuuo^mexprmicns rem illam nl falso' tifignificenc»quamnou iiiloqoenci
«ocitandolciii- /tgriilkat' Ncqucmltumvoxenimtdt rmi •0^'j^i cec m audiente
cognliioncm in labita conliuutam clt qnontam concepsns loco cadenp de re
rtiblVuat- fieniMt iquttenim reialicuiasc Urani dinhiaamucnodtiai)i tut ita vcrffigiiiMa^ptopuereaqDdtilocovericon-
quioinD filcrit adeptus» poOir. odumea dc It nibU cc^iunss Geptus;
rals6auteui^qtfDnumrd U'C>nceprisloco{ui> M (k
fa>.ilumdeipiaJoqucrta»atidic» quaniuii indiimuma togauir* qiKMi*
vdutiiiuui»inquoeiurdcmtc; notitia admoduniim* 'Vroz>inumcA nequid vcrlus
quidque firasfit Qpij pertecta cfi»AioL'^rai txpexictur utiquccogmtio>
invoabaa»ufenamu>. £amporr6dcno«mnacioncm riacsraunucnr» fiiii'zquc iint»^
mqutr^ notitiam» quam in l'c habeat» induci. fign)ncactoncprobcMCi(or'/qu«
ciiincxhancmis Ji Hoc plausibikihncnuximd rationi con entaneom butaus in
exuinfc quadam detximmatton; coa'N quoniam nedum voci concedenda vis ilia
ingerendi ibt hun modi qu vocibmclK»puuidum Pfoiivlclthounnesootlcnc
xificntemuidemexcita Mipuliuin iQlubicu» quacfi anipUu subccminiidt qua
rignirica aorieQrurpare »nu! pciic Clionc mneat aefuperet stlam qui IeK]uemts
laeausinu-ujOrcdpmuiiunela .itcdpcrlolasciRrin amrrnsmtrirroatur
cuiNcaiprafie^quarnouiiercxcv' finsdcnotmnauOflfts ueruatem auxl^i(atcm amic- tatttr
nulli dubtmu»cum pcrtedlior^ura fit co^m itrcc. Vtcomra*» ri uo> nihil
ItgniliCins ad aliquid no annno qimkm auditmus ingefia qudm ca qux
l|gniitcanduiii aUbnicrctur rchdct mloqueme, Voces y itur prterem c rf i tando
Hax amcmdcnd Mlmtiofico imcUuttuscogmtKK Oenoaii- numtam» inaudiente
pctltiibns» ^tiufqoc rcfn«a ne dcrumiiur >. Ucperconnouuoocm 'ipsaramrcruin
iMtto ex* fi^niHcarc poliunt et cetera- s^mlia pttdt iAam noiitiamnoncx ri
vocis rigo^cMiooifue aj lqaucruatc»lainuu'quccognicioms»cuio>iocovo. da*cmas
notiuamrci aliasigno&nouiicvprocrcandamdedpo. «tsTubrogamor»
dcmmlTiatioventatis» ac fallTcaus CIUS ad rei pratcoemtxvctetcra excittodain
haben . in vodbus er vcM j fehaqoc coghiuone dscctur dio Non enim hxclu,
ruhcardivis adnm per fedilamrci dcTntnpu. Aii cu ni Dom iain gignendam dcteunin
.ell sed penitus inut et fane in audicmisanimotiutlljei signlfica arco-
incmeeogrfi loocm uaam oppolicum tamen e«tet- g^tioncDouiicrgenicaAfcti
pri0mitaotrimcxciuti ms uocibus alfirinac uaut eucma*I^usio tmemo twxadhuc
SIGNIFICATIO aiscifccliniiobu DuilhriSttn conceptui nonconniat Prion ruedo
vocalu talla OicmemaudtciMiscogniuoncm iaduxiJle dicetur
JocutroaUlUTUcncisnotmadc nomtnacur bccundo Hic libenter iubi dam aliquid
notatu dignilhniums modo non quoniam iemu> vocibus cipreliusmcmii aempe si
quempiam accidat, au ccrfeChis sit rei con> coiKeprui, cmm veruni luppommus
congrhir hinc ceptus» uti uoeibos niiiuisper ptofeiTc uocca perfcdiabfiunih
te$n^(cruli> cum quaicnusde iplu longdtaciliusilJa prxeepu-uj of dirigtf.
Ier ut aiunt» (altcm perfedierem significaiuniim ad
uadumuriquxdeincnrt$concepcibus»quonnu*oco e«r> couc»
eiuinfiJoquciisnuiiuiiicucooccptujo habuc*,
iub(tuutziwu»ihuUtgcndikvo&mu$»(.vr4(/wjiny/tfr/u> Vnmftf»* r^^f
ffnprmctpiat et conclusiones Yniticrfalit dicuntur si juonijmcHmmat
tumbxqufdamYtti'- l«pj'r'ri(» mrffUttmmcidtHmti^edebent. In complexum
aucununmrrfaiccftrcsijuedam simjilcx inconipicio tcrmi- Maltipl« i'
niuerfaledicituT mcaufando, cUquci placiula untuer-Vmueifi. Iklis rfj dtfiu,
mmiam ud plures, ac plures si extendit effectus, iuxta muUilndinim quorum,
prout nimirum u i..com. plMTifpaucior^qMefmS, eaufa tna^it minufue dict fdet
Yniuerfdis. 1'niuerfaUlfmaommimtH caufa prima fleiom. Yt animalis natura tqua
inomnibus animals et Vntutrf bcMinii; omniimi spcasdmucmturt boc sdem dtcitur
et:.:myniutrfait in prsdicandu, quoniam quod in mtdtiseJUe le id fig.
omUisqmifm pradtcaTipottll. £jlautemm figmficando (pmependo seu prædicando
vniversali illud, in cumi simil. Logicus mcumbit X immeritd, cum buiiu. Artificis
omnis eo coUimet imittflria» vi inteOe^ius co. Vcu«c£»* gmtmm dirigat, iure
ihtudmem in tllam inducat I quod prafertim Yniversalism hic medii
traiimioHeconfe- ialm\Timquta ad pradicamentorum notatam sntellKlmtisre Utudini
fsmm opera conferentem tnedsmYtilii ijla y, umV. io^^fod mtuffaria efls
pradicamenta si quidem borum qumaueYnmerfalnm fme prædica et ilium funt tndma-
k« pr«. Tmoiti Meonm quemlibet af^misgeneTioui, mfpeaeiperdtfferetttias Yfquead
Yliima indiuidita dividatufi (p djcaaio. fnprutaUt^ oUrsbuta ifsadnectaniur,
ita Yt in eorb errainattone nihil frequentius Mam haec de quibus loquim ut
l>c q«t> ymmrfaiuttYfwrpentMr.' Tum qniaadfmgsda infirumenta lcgka hac
magno pereconducst notitta et quidtmad iueilaii dtffMitiemts quemau Ynius cuutfqi
res definitio per genus et differentiam: deferiptio per proprium,Yei per multae
afwuuai safmsdfumpta tradcndaffi Jl£ divismemmern
poptcreaqsMin^entiaJabusdmfiwdsus^^^ ftntm JfrrmiM I ataiJnlMii3 fiibirit
MmmacciJ mudiflTiSMwrvIlmilxo y^irms, xnplinmus. M ima Otiakmt, mipiiiutmfiiim
est definitio, veldferntia, u ohniodoffiflimeidefnbitbodimm- ffrmdut
ifiettiamad olt4o VrMtpuatauunYtilitati ob quaerat opera pretium hanc
(r.a^i^toii/m m/iiiHerrj uetfait t^^amiiufouda t
qmmiamYtdapradicamentitdifceptatioadintelleaionmdirigendamcondiKit, qitstenus
ante bw, yitit ociimfeTmnomns smgnnafi spectei, differentiafqne conjlstuit, Yt
fuhindHong melius, atque facilius in du, i*T*^ V peretpertipc bac
contemplaiio,quatenus nuais tamen ab^rabie omnia ad hac qusnqt t^sredigit,
imdle&umdocen^,qMulfitgenHs,qntdfpecies et Cn ut uleriti suas extreere
poGit operatmet m id supg^ttdm proteli, &adtsunent9n. Carlo Renaldini.
Carlo Rinaldini. Rinaldini. Keywords: cimento, cimentare, provando e
riprovando, del Cimento, filosofia naturale, filosofia razionale, Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Rinaldini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Rindaco: la ragione conversazionale o, la setta di
Lucania – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crottone, Calabria.
Lucania. A Pythagorean, cited by Giamblico. Giamblico sometimes spells his name
“Bindaco” (non si veda).
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