GRICE ITALO A-Z R RIM
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rimini:
la ragione conversazionale, o del significato totale, la percezione del pane e
Socrate è seduto – scuola di Rimini – scuoladi BOLOGNA -- filosofia emiliana --
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Rimini).
Abstract. H. P.
Grice: “I ever committed myself to the existence of a proposition, but then
neither did R. At most, we commit ourselves, to the existence of a
propositional COMPLEX!” -- Keywords: propositional complex. Filosofo italiano. Rimini, Emilia. M. Vienna. Il
primo a conciliare gli sviluppi delle idee d’Occam ed Aureolo. Questa sua
sintesi ha un impatto duraturo. Insegna a Bologna, Padova, Perugia, e Rimini.
Da lezioni sulle sentenze di LOMBARDO (vedasi). Oltre alla sua opera
principale, il commento alle sentenze di Lombardo, scrive diversi saggi, tra
cui: “De usura,” “De IV virtutibus cardinalibus” – cf. Grice, philosophy, like
virtue, is entire -- e un estratto del
commento alle sentenze, il “De intentione et remissione formarum,” un’appendice
sulla IV distinctio del I libro del commento alle sentenze, una tabula super
epistolis. Augustin. Manifesta una certa attitudine sincretistica tra gli
sviluppi d’Occam ed Aureolo. Mostra analoga tendenza anche nella ri-costruzione
e dell'analisi del processo della percezione animale e umana e il conoscere
umano, nelle quali si fondono in maniera originale elementi etero-genei desunti
da Aristotele del Lizio, Agostino e Ockham. Causa un grave fraintendimento della
sua filosofia, è qualificato come tortor infantium, per la supposizione di aver
condannato alle pene eterne i bambini che muoiono senza il battesimo. In realtà
espone tale dottrina senza pronunciarsi. Talvolta è indicato quale antesignano
dei nominalisti. Altre saggi: “Gregorii lettura super I et II Sententiarum”; “De
imprestantiis venetorum”. Mazzali, Gori, Manuale di filosofia medievale, Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di
filosofia. Gregorio da Rimini Il beato Gregorio da Rimini, detto anche de
Arimino o Ariminensis e soprannominato splendens lucerna, dottore acutus,
dottore authenticus -- è stato un filosofo e teologo italiano, appartenente
all'Ordine di Sant'Agostino. Forse
l'ultimo grande scolastico del Medioevo, fu il primo a conciliare gli sviluppi
delle idee di Ockham ad Oxford con gli insegnamenti di Pietro Aureolo a Parigi:
questa sua sintesi ebbe un impatto duraturo sul pensiero europeo. De imprestanciis venetorum (De usura), 1508
Nacque a Rimini intorno al 1300, ricevette la sua prima formazione presso
l'Ordine mendicante degli Eremitani di sant'Agostino, nel quale era entrato.
Studiò a Parigi (dal 1322/23 al 1328/29), fino al conseguimento del
baccellierato.[2] Fu attivo come lettore
a BOLOGNA – cf. Oxford -- , Padova e Perugia. Tornò a Parigi – SORBONA -- ,
dove preparò le lezioni sulle Sentenze di Pietro Lombardo, che tenne nel
1343-1344. Influenzato da lui fu Peter Ceffons che scrisse un commento sulle
Sentenze. Nel 1345 conseguì il grado di Magister teologiae. Nel 1346 era a Rimini per recarsi l'anno
successivo a Padova. Nel 1351 il Capitolo generale di Basilea lo nominò lector
principalis nel recentemente costituito Studio agostiniano di Rimini e lo
incaricò, a ulteriore prova della sua autorevolezza, di procedere alla nomina
del nuovo priore del convento. Nel 1357
divenne priore generale degli agostiniani come successore di Tommaso di
Strasburgo. Morì a Vienna verso la fine
del 1358.[1] Oltre alla sua opera
principale, il Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, del quale sono
pervenuti solo i primi due libri, scrisse diversi trattati, tra cui De usura,
uno sulle quattro virtù cardinali, De quatuor virtutibus cardinalibus[1] e un
estratto del commento alle sentenze, il De intentione et remissione formarum,
che probabilmente costituisce una versione ampliata della IV distinctio del I
libro del Commento alle Sentenze. Dubbia è l’attribuzione a Gregorio di una
Tabula super epistolis B. Augustin.[2]
Pensiero Nelle sue opere filosofiche e teologiche Gregorio manifesta una
certa attitudine sincretistica tra gli sviluppi del pensiero di Guglielmo di
Ockham ad Oxford e gli insegnamenti di Pietro Aureolo a Parigi.[1] Mostra
analoga tendenza anche nella ricostruzione e nell'analisi del processo del
conoscere umano, nelle quali si fondono in maniera originale elementi
eterogenei desunti da Aristotele, Agostino e Ockham.[3] Causa un grave fraintendimento del suo
pensiero, Gregorio è stato qualificato come tortor infantium (torturatore dei
bambini), per la supposizione di aver condannato alle pene eterne i bambini che
muoiono senza il battesimo; in realtà Gregorio espone tale dottrina senza
pronunciarsi. Talvolta è indicato quale antesignano dei nominalisti.[1] Opere Gregorii Ariminensis OESA, Lectura
super Primum et Secundum Sententiarum, A. Trapp et al. (a cura di), Berlino -
New York, Walter de Gruyter, 7 volumi, 1981-1987 De quatuor virtutibus
cardinalibus De intentione et remissione formarum De usura (LA) De
imprestanciis venetorum... et de usura, Reggio nell'Emilia, Lodovico Mazzali,
1508. Note Enrico Gori, Gregorio da
Rimini, su filosofico.net. Gregorio da
Rimini, su Manuale di Filosofia Medievale on-line, www3.unisi.it, Università di
Siena - Facoltà di lettere e filosofia.
DBI. contiene citazioni di o su Gregorio da Rimini Collabora a Wikimedia
Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Gregorio da Rimini
Collegamenti esterni Gregorio da Rimini, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata (EN) Gregory Of Rimini,
su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata
Roberto Lambertini, R., in Dizionario biografico degli italiani, vIstituto
dell'Enciclopedia Italiana, Gregorio da Rimini, su ALCUIN, Università di
Ratisbona. Modifica su Wikidata (FR) Bibliografia su Gregorio da Rimini, su Les
Archives de littérature du Moyen Âge.Gregorio da Rimini, in Catholic
Encyclopedia, Robert Appleton Company. Modifica su Wikidata Gregorio da Rimini,
in Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. (EN) Schabel, Gregory of
Rimini, in Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for
the Study of Language and Information (CSLI), Università di Stanford. Gregory
of Rimini, in Catholic Encyclopedia, New York, Encyclopedia Press. V · D · M Famiglia agostiniana Portale Biografie Portale Cattolicesimo Portale Filosofia Portale Medioevo Categorie: Filosofi
italiani del XIV secoloTeologi italiani Nati a RiminiMorti a Vienna Agostiniani
italiani Filosofi cattoliciScolastici Scrittori medievali in lingua
latinaStudenti dell'Università di Parigi[altre] Le informazioni relative alla
provenienza familiare di R., nato probabilmente a Rimini, sono pressoché
inesistenti. I tentativi di attribuirgli un cognome sono riconducibili a tardi
tentativi eruditi, oggetto di fondato scetticismo. Una testimonianza
postuma gli attribuisce, nel contesto di una narrazione edificante, una
sorella, di cui non è noto il nome. R. deve essere distinto dall'omonimo
nipote, anch'egli agostiniano e maestro di teologia. Una volta messe da
parte le tradizionali, ma erronee identificazioni con un magister Gregorio,
anch'egli agostiniano, il quale compare nei registri papali, da ritenersi
senz'altro Gregorio da Lucca – Delucca --, le informazioni a nostra
disposizione a proposito della biografia intellettuale di R. dipendono in gran
parte da una lettera papale. Con questo documento Clemente VI, in seguito a una
supplica del cardinale Gozio da Rimini, ingiungeva al cancelliere
dell'Università di Parigi di conferire a G. la cattedra magistrale e la
licentia docendi entro un mese, nonostante la normativa universitaria vigente.
Poiché lo scritto papale afferma che G. era impegnato nello studio già da 22
anni, e aveva trascorso - a quanto se ne desume - un primo soggiorno di sei
anni a Parigi prima di rientrare in Italia, si è potuto calcolare che G. abbia
compiuto un primo periodo di studio nello Studium parigino dell'Ordine. Dal
momento che la normativa interna all'Ordine prevedeva che il soggiorno presso
lo Studium agostiniano parigino non potesse prolungarsi per più di tre anni, e
richiedeva che per una permanenza più prolungata fosse lo studente stesso a far
fronte ai costi derivanti all'ordine, è lecito ipotizzare che, nel caso in cui
questa norma sia stata applicata, G. potesse contare su di un valido sostegno
in grado di mettergli a disposizione i fondi necessari. Non risulta tuttavia
agevole spingersi al di là di questa considerazione, perché l'appoggio
necessario poteva giungere da più fonti, per quanto fosse verosimilmente
insostituibile il consenso del priore generale dell'ordine. Resta quindi in
buona sostanza non risolvibile la questione se G. sia stato a Parigi in qualità
di studente de provincia -- appartenente quindi al contingente disponibile per
ogni provincia --, oppure de gratia, per quanto V. Marcolino propenda per la
prima possibilità. La lettera di Clemente VI riporta che G., in seguito,
avrebbe tenuto la cattedra principale, e quindi sarebbe stato attivo come
lettore, negli Studia di BOLOGNA, Padova e Perugia. È verosimile, per quanto
non certo al di sopra di ogni ragionevole dubbio, che lo scritto papale elenchi
gli Studia in ordine cronologico. Usualmente si pone il periodo di presenza a
Bologna tra il 1329 e il 1338, poiché nel capitolo generale tenuto in
quest'ultimo anno a Siena G. compare quale delegato della provincia di Romagna.
Marcolino ipotizza che in questa occasione G. sia stato trasferito a Padova, e
in seguito a Perugia. La sua presenza a Bologna come lettore negli anni
Trenta è comunque attestata in modo indipendente da alcuni documenti notarili
che lo definiscono lector: il primo, del 28 sett. 1332, lo vede impegnato, a
Bologna, nell'acquisto di una Summa confessorum da uno studente in diritto
civile; il secondo, datato 25 febbr. 1333, lo annovera tra i frati del convento
agostiniano bolognese; il terzo attesta una dichiarazione del "dominus
frater Gregorius de Arimino lector conventus bononiensis ordinis fratrum
Heremitarum S. Augustini", resa nel palazzo vescovile di Faenza, di fronte
a Bertrando di Deux, legato papale in Italia, e del vescovo Giovanni di Faenza,
relativa alla custodia, da parte dello stesso G., di una ingente somma di
denaro, consegnatagli da un confratello agostiniano, già cappellano del
precedente titolare della cattedra episcopale faentina, e di pertinenza
dell'episcopio di Faenza (Delucca). È probabile che già negli anni bolognesi G.
sia entrato a contatto con dottrine provenienti da ambienti inglesi, che
proprio in quel periodo si stavano diffondendo tra i dotti della città
felsinea; questa familiarità con i dibattiti d'Oltremanica ne avrebbe poi fatto
uno dei protagonisti dell'incontro tra la tradizione teologica parigina e
quella oxoniense nella Parigi. Una testimonianza dei suoi rapporti con
l'ambiente dell'Università bolognese di arti e medicina si desume da
un'indicazione marginale del ms. conservato nella Biblioteca apostolica
Vaticana, (Ottob. lat., 318, c. 111r), secondo la quale il maestro bolognese
Anselmo da Como avrebbe partecipato come respondens a una disputa presieduta da
Gregorio da Rimini. Negli anni seguenti dovette essere presa la decisione
di inviare di nuovo G. a Parigi perché vi leggesse le Sentenze di Pietro
Lombardo. Quanto alla data in cui si sarebbe tenuto il corso, gli studiosi
convergono ormai sul 1343-44, a partire dall'accertamento del periodo in cui
altri confratelli, tra i quali Giovanni da Piacenza e Alfonso Varga di Toledo,
in un periodo rispettivamente antecedente e susseguente G., tennero la lectura.
Con questa ipotesi concordano le normative interne all'Ordine agostiniano, che
prevedevano un'alternanza tra baccellieri di diversa provenienza, e le
informazioni relative a un baccelliere domenicano, Francesco di Treviso, che G.
stesso indica come suo socius, ossia come baccelliere che ha letto le Sentenze
contemporaneamente a lui. Partendo da questa datazione è stato possibile
ipotizzare che G. sia stato scelto per il baccellierato al capitolo generale di
Montpellier nel 1341 e si sia recato a Parigi nel 1342, per l'anno di
preparazione previsto dalla normativa agostiniana e, usufruendo del privilegio
concesso ai baccellieri degli Ordini mendicanti di non dovere trascorrere un
periodo preliminare come baccellieri biblici, avrebbe iniziato nell'ottobre
1343 a tenere il suo corso sulle Sentenze, concludendolo nel giugno 1344.
Questa ricostruzione degli eventi concorda in modo sufficientemente preciso con
le indicazioni contenute nella lettera papale, sempre che si interpretino in
senso non rigido i quattro anni del secondo soggiorno parigino di G. lì
ricordati. Nell'edizione veneziana del 1522 pubblicata da Lucantonio Giunta si
legge in verità che il commento al secondo libro delle Sentenze sarebbe stato
iniziato il 17 maggio 1342: questa data, difficilmente compatibile con gli
altri elementi a nostra disposizione, se non semplicemente risalente a un
errore di trasmissione, potrebbe riferirsi a un corso tenuto da G. in uno degli
Studia dell'Ordine, o al testo del corso, preparato in anticipo. I manoscritti
e l'edizione a stampa attestano in ogni caso l'esistenza di più fasi
redazionali della Lectura di G. sulle Sentenze, tramandataci solo per i primi
due libri. G. stesso ci testimonia di dibattiti sostenuti con i suoi socii,
col già nominato domenicano Francesco di Treviso e con il chierico secolare
Giovanni Rathe Scotus, e con altri magistri, il poco noto francescano
Guillelmus de Bellomonte e altri, i cui nomi non ci sono pervenuti. Spunti
derivanti dalle discussioni con questi colleghi sono stati infatti poi
incorporati nel testo - rivisto - del suo commento, il quale, secondo
Marcolino, sarebbe stato pubblicato per il primo libro nel 1344, mentre la
definitiva redazione del secondo non sarebbe possibile prima del 1346. Dalla Lectura
si evince anche che G. ha sostenuto, in qualità di maestro, una disputa
quodlibetale. Se nel suo caso è stata applicata la normativa interna -
che esigeva dal maestro in teologia appena nominato che svolgesse il compito di
magister studentium presso il convento parigino fino alla disponibilità di un
successore - G. si sarà trattenuto a Parigi fino alla metà del 1346. Un
documento notarile attesta comunque la presenza di G., ormai definito
"sacre theologie magister", a Rimini, quando riceveva una ingente
donazione da parte del Comune a favore del convento agostiniano; la circostanza
che questa donazione sia compiuta a favore di G., che non risulta priore del
convento di Rimini, suggerisce che questi fosse una figura rilevante anche nel
contesto politico della città romagnola. Un documento papale ci informa della
sua presenza a Padova per l'anno seguente, dove è incaricato di conferire il
magistero al confratello Gerardo Scolari da Padova. L'attestazione della
presenza di G. in Italia già a queste date rende ancora meno verosimile
l'identificazione - molto discussa - di G. con uno dei maestri accusati da
Pietro di Ceffons di avere voluto la condanna di Giovanni di Mirecourt, per i
quali lo stesso Pietro auspicava l'espulsione dal Regno di Francia. Al
capitolo generale di Basilea, celebrato il 10 giugno 1351, il priore generale,
Tommaso di Strasburgo, nominò G. lector principalis dello Studio agostiniano di
Rimini e lo incaricò, a ulteriore prova della sua autorevolezza, di procedere
alla nomina del nuovo priore del convento. A Rimini pare sia rimasto fino alla
sua elezione al generalato. Documenti riminesi del 4 e del 17 febbr. 1356
menzionano R. come commissario del cardinale Egidio Albornoz, incaricato di
assolvere alcuni sostenitori dei Malatesta. La presenza di G. a Rimini in
questi anni è attestata da ulteriori documenti: -- è presente al capitolo, il
13 settembre è testimone a un atto relativo a un legato testamentario, vicenda
che lo vede di nuovo coinvolto, sempre a Rimini, il 10 ottobre del medesimo
anno. La rilevanza anche politica assunta dalla sua figura è confermata dalla
sua presenza, ad Ancona, nel mese di gennaio del 1357, all'assoluzione di
Giovanni e Guglielmo Manfredi da Faenza (Delucca). La notizia secondo la
quale nel 1356 Tommaso di Strasburgo lo avrebbe nominato vicario generale
dell'Ordine, per quanto accolta nel passato da alcuni eruditi dell'Ordine, è
stata seriamente messa in discussione già da molti anni (Esteban). Il
capitolo generale, riunito a Montpellier, elesse G. priore generale
dell'Ordine. Il Registrum del suo generalato, conservatoci anche se in
modo non completo, consente di seguire le tappe principali dei suoi
spostamenti, che ce lo mostrano profondamente impegnato a visitare molte
province, deciso a ristabilire l'osservanza delle costituzioni, a rimuovere i
contenziosi, a reprimere i ribelli, a regolamentare gli aspetti economici della
vita dei singoli frati e dei conventi, ad assicurare le condizioni per la
formazione culturale dei confratelli. Il registro è stato edito in: Gregorius
de Arimino O.S.A., Registrum generalatus, 1357-58, a cura di A. De Meijer,
Romae 1976. La storiografia gli ha riconosciuto una particolare attenzione per
il rispetto dell'osservanza della regola e delle costituzioni, sia per quanto
riguarda l'adempimento dei doveri liturgici, sia, in particolare, a proposito
della povertà; infatti, G. non solo cercò di imporre uno stile di vita più
austero, ma era particolarmente impegnato a evitare che i frati si sottraessero
al dovere della comunità dei beni. -ALT Nella piena e tarda estate del
1357 la presenza di G. è attestata ad Avignone; nel settembre del medesimo anno
si trovava però già a Firenze, per poi portarsi a Siena in ottobre; tra ottobre
e novembre era a Perugia, città dalla quale si spostò prima a Foligno, poi a
Norcia, da dove l'8 nov. 1357 scrisse a Bernabò Visconti, in relazione a un
frate accusato di gravi colpe che il Visconti stesso aveva consegnato
all'Ordine: a questo proposito G. assicurava il Visconti che avrebbe provveduto
all'incarcerazione perpetua del reo. L'11 novembre era a L'Aquila, per
raggiungere poi Napoli agli inizi di dicembre. A Napoli, centro assai
importante per l'Ordine agostiniano, trascorse i mesi invernali. Agli
inizi del periodo napoletano (8 dicembre) comunicò la sua decisione di
distaccare la Boemia dalla provincia di Baviera, facendone una provincia
autonoma, che comunque comprendesse anche la Moravia e parte della Polonia.
All'origine di questa decisione stanno il mandato - affidatogli dal capitolo a
Montpellier - di procedere alle divisioni che avesse ritenuto opportune, ma
anche l'espresso desiderio dell'imperatore Carlo IV. Alla fine del
febbraio 1358 G. era a Roma, da dove il 18 marzo scriveva al marchese del
Monferrato concedendo particolari licenze a un frate che doveva curarne i
secreta, ma anche a proposito della costruzione del convento di Pavia, nei
confronti del quale il marchese si era reso benemerito. Da Roma G. ripartì per
un viaggio verso nord verso la fine di marzo, sostando a Viterbo, dove la sua
presenza era attestata il 30 del mese, per poi portarsi a Perugia. Tra aprile e
maggio si trattenne a Perugia, ma il 15 maggio era già a Sant'Elpidio, dopo
essere transitato, con tutta verosimiglianza, per Tolentino. Da Sant'Elpidio si
rivolse, il 27 maggio, al vescovo Isacco di Ascoli in relazione a contenziosi
patrimoniali che opponevano il presule agli agostiniani. A Sant'Elpidio si
trattenne probabilmente per un paio di settimane, dal momento che verso la fine
del mese sostò a Recanati e poi a Pesaro, per raggiungere infine Rimini agli
inizi di giugno. Nella sua città d'origine si trattenne per i mesi
estivi. In una lettera datata Rimini, 3 giugno, G. fa riferimento a una commissio
affidatagli dal cardinale Egidio Albornoz; sempre da Rimini, il 18 giugno, G.
ingiungeva al priore provinciale de Anglia di non frapporre ostacoli al fatto
che Andrea de Mediolano (con tutta verosimiglianza Andrea Serazoni, futuro
vescovo di Piacenza e poi di Brescia) potesse leggere le Sentenze a Oxford.
Sempre da Rimini, il 14 agosto, scrivendo al neoeletto priore provinciale della
provincia di Yspania, prometteva di fare tutto il possibile per inviare valenti
lettori italiani in quelle zone, pur ammettendo di mancare di personale
qualificato, anche per andare incontro al desiderio espresso dal confratello
Alfonso Varga di Toledo, ormai vescovo di Osma. La promessa venne mantenuta il
mese dopo, con l'invio del lettore Francesco da Amelia a Toledo. A questo soggiorno
riminese si riferisce anche un documento notarile datato luglio 1358, che lo
vede presente a un atto di rinnovo enfiteutico. A Rimini rimase per lo
meno fino al 31 agosto, ma già il 6 settembre era a Firenze e, di lì a poco, a
Bologna. Il 1° ottobre, da Bologna, disponeva lo sdoppiamento della Provincia
Vallis Spoleti in Provincia Perusina e Provincia Spoletana. Dalla città
felsinea partì il 6 ottobre, per raggiungere Ferrara il 7, nel contesto di un
viaggio, già programmato, che lo avrebbe portato prima a Venezia, poi nelle
province d'Oltralpe. Da Venezia scriveva al provinciale di Lombardia della sua
intenzione di partire, già prima del 1° novembre, alla volta
dell'"Alamannia", attraversando il Friuli e la Carinzia, per giungere
a Vienna, dove contava di trattenersi qualche mese. In effetti, il 21 e 22
ottobre è attestato a Treviso, il 4 novembre a Völkermarkt, il 14 a Baden, il
16 a Vienna. In questa data manifestò la sua intenzione di muoversi, attorno a
Pasqua, verso la provincia Reni, per poi proseguire di lì o verso Colonia, o
verso la Francia settentrionale. Nello stesso giorno inviò ai priori
provinciali dell'Ordine la disposizione di raccogliere fondi per sostenere le
spese che dovevano essere affrontate ad Avignone nel contesto del contrasto che
opponeva gli agostiniani - insieme con gli altri Ordini mendicanti -
all'arcivescovo di Armagh, Riccardo Fitzralph. Nello stesso giorno autorizzava
il procuratore dell'Ordine presso la Curia a utilizzare a questo scopo i fondi
disponibili in quello che egli chiamava depositum di s. Nicola, che vennero poi
reintegrati con l'apporto della raccolta fatta nelle province. L'ultima lettera
è datata 20 nov. 1358, ed è indirizzata ad Hagenau, al priore provinciale della
provincia Reni. Vi si trattava la delicata questione di chi avrebbe dovuto
assumersi le spese sostenute dal convento di Vienna per l'erezione della tomba
del predecessore di G., Tommaso di Strasburgo, morto in quella città nel 1357.
G. morì a Vienna verosimilmente pochi giorni dopo il 20 nov. 1358, e fu sepolto
in quel medesimo sarcofago. Celebrato nelle aggiunte al Liber
vitasfratrum di Giordano di Sassonia come uomo di grande sapienza e di santità
di vita, G. ha esercitato un durevole influsso nella storia del pensiero
teologico ben al di là del suo Ordine e dei limiti cronologici del Medioevo,
godendo di una ricezione positiva anche tra i protagonisti della Riforma. La
tradizione gli ha attribuito gli appellativi di "doctor acutus" e
"doctor authenticus". Tra le opere autentiche di G. va annoverata
la Quaestio imprestitorum Communis Veneciarum, stampata due volte in età
moderna (con il titolo Tractatus de imprestanciis Venetorum, editio princeps:
Reggio Emilia, Ludovicus de Mazalis, 1508) e tramandata da un unico manoscritto
scoperto da Carlo Dolcini. Si tratta della rielaborazione scritta della
determinatio di una disputa in cui G., facendo particolare riferimento alla
situazione di Venezia, affronta lo spinoso problema della liceità non solo
dell'interesse concesso sui titoli di credito emessi dai governi cittadini che
consolidavano il debito pubblico, ma anche della compravendita di tali titoli.
La presa di posizione di G. si inserisce in un vasto dibattito che coinvolse
tra l'altro numerosi teologi appartenenti agli Ordini mendicanti e si segnala
in quanto differisce dalle tesi, a loro volta assai divergenti, sostenute negli
anni Cinquanta a Firenze dal minorita Francesco da Empoli e dai frati
predicatori Pietro Strozzi e Domenico Pantaleoni. La posizione di G. assume un
carattere originale in quanto egli non nega che, in via di principio, le
operazioni economiche in questione possano essere lecite, qualora l'intenzione
sia retta ed escluda il fine del lucro, ma mette in dubbio che la prassi
adottata a Venezia consenta di pensare a una rettitudine di coscienza da parte
dei contraenti (Lambertini). Poiché sia l'intitolazione sia il colophon
dell'unica copia manoscritta conosciuta (Firenze, Biblioteca nazionale, Conv.
soppr., J.X.51, cc. 201r-212r) concordano nel definirlo maestro, il termine post
quem può essere fissato al 1345. Soltanto l'intitolazione, non il colophon,
della Quaestio prestitorum designa G. come "prior generalis ordinis
heremitarum sancti Augustini"; pur non potendosi escludere a priori la
possibilità che questa espressione si riferisca genericamente all'ufficio più
onorevole di cui poté fregiarsi l'autore, e non specificamente alla carica che
esercitava al momento in cui ha sostenuto la disputatio, si può ritenere assai
verosimile l'opinione di F. Cheneval, il quale su questa base propone una
datazione ben più precisa. Da diversi punti di vista si è potuto
sostenere che la figura di G. segna un momento decisivo nello sviluppo della
riflessione teologica del XIV secolo. Secondo alcuni studiosi egli può
addirittura essere considerato come l'ultimo grande teologo scolastico del
Medioevo. Dal punto di vista dell'orientamento complessivo, il suo insegnamento
parigino, insieme con quello oxoniense di Tommaso Bradwardine, marca una svolta
in senso decisamente antipelagiano nella dottrina scolastica della grazia, che costituirà
un antecedente importante per i dibattiti teologici dell'età moderna. Per quel
che riguarda poi il suo metodo di lavoro, o se si vuole il suo stile di
pensiero, sono state spesso sottolineate le sue doti di sistematicità, di
precisione e di chiarezza, la sua attenzione quasi filologica ai testi degli
autori analizzati, in particolare di Agostino, e soprattutto la sua conoscenza
delle più recenti dottrine e degli strumenti analitici dei teologi inglesi
della generazione precedente. In effetti, secondo Courtenay, con G. la teologia
oxoniense di Wodeham, di Fitzralph, di Holcot fa il suo ingresso ufficiale a
Parigi, ove costituirà per diversi anni un modello influente. Anche all'interno
dell'Ordine agostiniano l'insegnamento di G. innesca un rinnovamento importante
rispetto alla precedente tradizione imperniata sulle dottrine di Egidio Romano.
La sua influenza è stata piuttosto rilevante sia su autori agostiniani
successivi (come Ugolino da Orvieto, Pietro di Ceffons, Hiltalingen di
Basilea), sia su teologi secolari come Marsilio di Inghen e Gabriel Biel. Gli
studi più recenti su G. hanno condotto a una migliore definizione delle
etichette di "nominalismo" e di "agostinismo"
tradizionalmente usate per caratterizzare la sua teologia. Se infatti è
certamente sbagliato considerare R. come un rappresentante di scuola del
nominalismo trecentesco (che peraltro non ebbe affatto quelle caratteristiche
di omogeneità dottrinale e di coesione istituzionale che definiscono una scuola
teologica), dall'altro si può rinvenire in lui quella generale tendenza a
concepire in termini diretti il rapporto tra l'uomo e Dio, specialmente sul
piano gnoseologico e soteriologico, che lo accomuna ad autori come Guglielmo di
Ockham o Pietro d'Ailly. Per quanto concerne l'agostinismo, invece, esso si
giustifica innanzitutto per il richiamo continuo e preciso all'autorità del
vescovo di Ippona, con l'intento programmatico di riportarlo al centro del
dibattito teologico dell'epoca, e inoltre, dal punto di vista dottrinale, per
l'insistenza sul tema della grazia. La sua opera principale, la Lectura
sul I e II libro delle Sentenze di Pietro Lombardo, si apre, conformemente con
la tradizione scolastica di questo genere letterario, con la definizione dello
statuto scientifico della teologia. Ricorrendo alla sua teoria del complexe
significabile come SIGNIFICATUM totale delle proposizioni, R. stabilisce che
l'oggetto adeguato della teologia sono i SIGNIFICABILIA delle conclusioni
teologiche e che pertanto il discorso teologico si compone di proposizioni che
discendono da principî autonomi, cioè non derivati da altre scienze, e creduti
solo in base all'autorità della Rivelazione. Da questi principî la teologia, che
ha come scopo eminentemente pratico quello di sostenere la fede e condurre il
cristiano all'amore di Dio, può derivare con metodo scientifico, cioè
logico-deduttivo, tutte le sue conclusioni, esplicitamente contenute nella
Scrittura o derivabili da essa. Non per questo tuttavia G. considera la
teologia in senso stretto una scienza: lo impedisce secondo lui proprio il
carattere non auto-evidente dei suoi principî, che non possono nemmeno essere
derivati da un'altra scienza, eventualmente di ordine superiore secondo lo
schema tomista, cui la teologia sarebbe quindi subalterna. R. accorda un
ruolo primario, o meglio assoluto, alla grazia divina nel determinare il
destino di salvezza dell'uomo, reagendo in questo alle tendenze semipelagiane
che si erano fatte strada negli ambienti teologici francesi e inglesi nel
ventennio precedente. La tradizionale dottrina della predestinazione prevedeva
che le azioni degli uomini possono essere causa della loro dannazione, mentre
solo il volere divino può essere causa della salvezza. Nella seconda decade del
secolo XIV, a Parigi, Pietro d'Auriole aveva proposto un'alternativa a questa
concezione con la sua dottrina dell'obex gratiae: la presenza o l'assenza
nell'uomo, in seguito alla sua condotta morale, di un ostacolo (obex) alla
grazia è ciò che decide della salvezza o della dannazione, quindi l'uomo può
essere causa positiva riguardo alla dannazione, ma soltanto causa negativa
riguardo alla salvezza. In seguito Guglielmo di Ockham, Gualtiero Chatton,
Geraldo di Odone e Tommaso di Strasburgo accentuarono via via il ruolo
dell'agire umano come causa anche della salvezza. La reazione di G. si
sostanzia anzitutto attraverso continui richiami ad Agostino, e su ampie
citazioni dalle sue opere egli basa la sua critica radicale di ogni possibile
contributo da parte dell'uomo al proprio destino di salvezza o di dannazione
eterna: Dio, nell'assoluta libertà del suo volere, ha già predestinato ab
aeterno sia i giusti sia i dannati, e nessun mortale può sapere quale sia il
destino individuale di ciascuno. La radicalità della sua posizione gli permette
di perseguire al massimo l'obiettivo della coerenza dottrinale, al prezzo
tuttavia di una certa rigidità che gli ha guadagnato, da parte degli avversari,
l'appellativo di tortor infantium, per aver insegnato che i bambini morti prima
del battesimo sono dannati. Strettamente connessa al tema della
predestinazione e della grazia divina appare la riflessione di G. sulla
prescienza di Dio e sul problema che essa pone circa la salvaguardia della
contingenza, specie per quanto riguarda le conseguenze dell'azione dell'uomo.
In particolare, dal punto di vista filosofico, porre che Dio conosce da sempre,
in anticipo, la verità di tutte le proposizioni vere solleva il problema del
determinismo, giacché rende inevitabile la conclusione che, per qualunque
coppia di proposizioni contraddittorie, anche quelle contingenti, la
distribuzione dei valori di verità sia già determinata in anticipo, cioè prima
che si verifichi la situazione che rende vera l'una e falsa l'altra. Per
evitare questa conseguenza Pietro d'Auriole aveva sostenuto che le proposizioni
contingenti future, ante factum, non erano né vere né false, ma semplicemente
neutrali. Questa sospensione del principio di bivalenza si rendeva inevitabile
per chi, come l'Auriole, identificava l'immutabilità del valore di verità di
una proposizione con la necessità di ciò che essa significa. Se infatti,
ragionava Auriole, una proposizione contingente futura è vera ora, vuol dire
che non potrà mai essere falsa e quindi significa ciò che significa in modo
necessario. La critica di G. a questa posizione muove proprio da questo punto.
Per lui, come in effetti già prima di lui avevano sostenuto Duns Scoto,
Guglielmo di Ockham e altri teologi medievali, tutto ciò che è stato creato da
Dio è radicalmente contingente a motivo dell'assoluto libertà dell'azione
divina: Dio ha creato il mondo secondo un certo ordine, ma avrebbe potuto
crearlo in modo diverso, quindi la libertà del creatore implica la contingenza
del creato. Di conseguenza, anche se una proposizione contingente futura vera
non potrà mai essere falsa, ed è quindi immutabilmente vera e la sua verità è
determinata ante factum, da ciò non segue che essa sia necessariamente vera: la
sua non è una necessità assoluta, ma soltanto ex suppositione, in base cioè
alla libera determinazione esercitata da Dio con la creazione. L'interesse e il
merito della posizione di G., in questo ambito, non sta tanto nella sua
originalità, quanto nella sistematicità e nella coerenza della sua trattazione
che ne fecero anche in seguito un modello di riferimento nelle dispute contro i
negatori del principio di bivalenza. È opportuno infine sottolineare che, in
connessione con la sua posizione circa la necessità soltanto condizionata delle
proposizioni future vere, G. sembra propendere, anche se non lo dichiara mai in
modo esplicito, per l'idea che anche le proposizioni passate vere sono
necessarie soltanto in maniera condizionata e sembra quindi lasciare aperta la
possibilità che un intervento divino modifichi il passato. Esplorando,
come erano soliti fare i teologi della sua epoca, i limiti dell'onnipotenza
divina, G. si occupa anche della tesi sostenuta da alcuni suoi contemporanei
come Holcot, Fitzralph e Wodeham, che Dio possa mentire. Tale problema è
strettamente legato a quello precedente della prescienza e dei futuri
contingenti. Si ponga infatti il caso di una proposizione futura contingente
rivelata da Dio: o essa è necessariamente vera, e allora la libertà divina
incontra un limite, oppure essa può essere falsa, e allora Dio può dire
consapevolmente il falso, cioè mentire. Di fronte a questo dilemma l'opzione di
G. è decisamente contraria all'ammissione della menzogna divina: tutto
l'edificio della fede nell'autorità della Scrittura ne vacillerebbe. Nello
stesso tempo egli non si risolve neppure ad ammettere un limite all'assoluta
potenza di Dio, tanto gli preme di preservare questa caratteristica divina. Da
qui deriva anche, in radice, il suo infinitismo, cioè la sua presa di
posizione, piuttosto rara se non unica nel panorama della teologia medievale, a
favore della possibilità di un infinito attuale. Così per esempio egli ammette
contro Auriole che Dio è in grado di conoscere tutti gli infiniti punti di
una superficie continua, ed è in grado di creare un corpo più grande di
qualsiasi corpo dato, per quanto grande esso sia. Infine, per quel che riguarda
gli oggetti della conoscenza divina, G. ne distingue due tipi: le cose (res) e
i significati proposizionali (ENUNTIABILIA). Le prime può conoscerle attraverso
la semplice apprensione o attraverso la scientia visionis, a seconda che si
tratti di meri enti possibili o di cose esistenti nel tempo, mentre dei secondi
può avere soltanto una conoscenza giudicativa, vale a dire che li può conoscere
soltanto come dotati di verità o falsità. In ogni caso per G. Dio conosce le
creature direttamente, senza bisogno di alcun intermediario e da questo punto
di vista viene respinta la tesi di Auriole secondo cui Dio conosce tutte le creature
attraverso la Sua essenza. Anche a riguardo del problema della conoscenza
divina, dunque, la posizione di G. si caratterizza per la preminenza accordata
alle prerogative divine, ma senza per questo che egli intenda rinunciare ai
requisiti della coerenza logica delle proposizioni teologiche. Le
dottrine filosofiche di R. sono ancora poco studiate e l'etichetta di
"nominalistiche" che le ha accompagnate non ha favorito una loro
corretta comprensione, risultando ingannevole per più di un aspetto, perché in
definitiva decontestualizza alcune delle sue tesi più note (tradizionalmente:
primato della conoscenza intuitiva su quella astrattiva, intuizione immediata
dell'individuo, negazione dell'esistenza di specie intelligibili nel processo
della conoscenza), e - quel che è metodologicamente ancora più grave - perché
riconduce il nominalismo esclusivamente a una certa famiglia di teorie
gnoseologiche (e teologiche) - imparentate-con o desunte-da quelle di Occam -,
senza prendere affatto in considerazione l'ontologia e la semantica che a esse
si accompagnano. Così dipinge R. come un pedissequo ripetitore della
gnoseologia di Occam; Würsdörfer, pur già in grado di dimostrare come R. si
discosti da Occam su alcuni punti significativi della sua teoria della
conoscenza, lo qualifica ancora globalmente come un pensatore nominalista;
Vignaux, nella voce sul nominalismo per il Dictionnaire de théologie
catholique, lo annovera tra i principali teologi nominalisti; anche Leff ne
parla come di un nominalista, ma non occamista, anche se nella sua monografia
non c'è spazio per una analisi dettagliata delle dottrine logiche e metafisiche
di R. Né maggiore chiarezza hanno portato gli interventi di Trapp, uno degli
editori della Lectura sul primo e secondo libro delle Sentenze (Gregorii
Ariminensis Lectura super I et II Sententiarum, a cura di D. Trapp et alii,
I-VI, Berlin-New York 1979-84), volti a rivendicare per G. un "sano"
antinominalismo di fondo, dal momento che la sua linea esegetica si basa solo
su argomenti esterni, privi di qualsiasi cogenza specifica, anche se
storicamente fondati, e cioè che non c'è motivo di ritenere che tutti i teologi
del secolo XIV siano nominalisti, e che R. su diverse questioni gnoseologiche e
teologiche polemizza con autori di sicura impostazione nominalista -- come per
esempio Occam – citato da H. P. Grice -- stesso, dal quale sembra però
dipendere piuttosto pesantemente nella filosofia della natura) e fu da alcuni
di essi duramente avversato. In verità, senza un esame analitico dei suoi
scritti principali non è possibile pronunciare alcun giudizio fondato
sull'orientamento del pensiero di R., tanto più che l'uso tradizionale delle
etichette di "nominalista" e "realista" (nonché di
"concettualista") è, per le ragioni sopra ricordate e per altre
ancora, legato alle circostanze della loro elaborazione, fortemente datato e
sistematicamente fuorviante. Non è perciò opportuno servirsi di tali categorie
interpretative. Ci si limiterà qui, per conseguenza, a esporre i contributi più
importanti offerti da R. alla discussione filosofica del suo tempo, cercando di
situarli nel loro contesto dottrinale e di sondarne l'interna coerenza, ma
senza la pretesa di offrirne una valutazione generale che aspiri a collocare il
suo sistema all'interno di un quadro teorico che oggi non può non essere colto
che come aprioristico e privo di un effettivo valore storico. Dal momento
che l'apporto principale fornito da R. alla storia della filosofia medievale
concerne il problema della conoscenza e in particolare dell'oggetto adeguato di
essa, sarà opportuno cominciare la presentazione del suo sistema dalla
concezione dell'ANIMA – cf. H. P. Grice, grammatica razionale come rama della
psychologia rationalis -- sede e strumento principe del conoscere umano.
In psicologia R. è stato certamente un anti-averroista convinto. Prendendo le
mosse dalla definizione aristotelica dell'anima, e cioè che l'anima è forma
sostanziale di un corpo che ha la vita in potenza, R. ha buon gioco nel
confutare la tesi averroistica che l'intelletto possibile è unico per l'intera
specie umana, separato e autosussistente, e si unisce ai singoli uomini solo
nel momento del conoscere, come principio dell'attività conoscitiva stessa, e non
come principio costitutivo del loro stesso essere (In II Sent., d. 16-17, q. 1:
"utrum evidenter possit probari animam secundum quam homo est ad imaginem
Dei, id est intellectivam, esse substantialem hominis formam", a. 1). G.
può perciò difendere con successo la tesi della moltiplicazione dell'intelletto
possibile, concepito come semplice funzione delle anime umane, nei singoli
uomini. L'argomento principale che egli utilizza in proposito unisce lo
psicologismo introspettivo di Agostino con la rigida concezione occamista
dell'identità: R. osserva, infatti, che se l'intelletto possibile fosse unico e
identico per tutti gli uomini, allora, per via della transitività
dell'identità, tutto ciò che un uomo pensa dovrebbe pensarlo ogni altro - una
conclusione smentita dalla nostra esperienza interna, che ci rende coscienti
del fatto che nessuno può, tramite un processo mentale, venire a conoscere,
condividendoli, i pensieri di un altro (In II Sent., d. 16-17, q. 1, a.
2). Nell'alveo della tradizione tomista, e perciò aristotelica, è la posizione
che G. assume sul problema dell'unicità o pluralità della forma sostanziale per
l'uomo. R., in aperto contrasto con Occam, afferma l'unicità della forma
sostanziale umana, che identifica con l'anima razionale – H. P. Grice: “rationality
is accidental to Human, but essential to Person” --, e rifiuta con energia
l'esistenza di una forma delle corporeità come un qualcosa di distinto
dall'anima razionale stessa (In II Sent., d. 16-17, q. 2: "utrum praeter
animam intellectivam sit aliqua alia forma substantialis in homine", a.
1). Infine, egli nega una distinzione reale tra l'anima umana e le sue
facoltà, così che, contro Tommaso d'Aquino, può sostenere che l'anima è il
principio diretto anche delle sensazioni, e che non è necessario concepire la
facoltà sensitiva come una sorta di qualità distinta che ha nell'anima stessa
il suo sostrato d'inerenza (In II Sent.: "utrum in homine potentia
sensitiva vel intellectiva realiter distinguatur ab eius anima", aa.
1-2). La medesima attitudine sincretistica G. manifesta anche a proposito
della ricostruzione e dell'analisi del processo del conoscere umano, nelle
quali si fondono in maniera originale elementi eterogenei desunti da
Aristotele, Agostino e Ockham. La sua concezione si fonda su tre diverse coppie
di distinzioni (si legga in proposito l'importantissima q. 1: "utrum res
sensibiles intelligantur a nobis naturaliter", della distinctio 3 del
commento al primo libro delle Sentenze): quella tra conoscenza semplice
(simplex) e conoscenza complessa (complexa), quella tra conoscenza sensibile
(sensualis) e conoscenza intellettiva (intellectualis), e quella tra conoscenza
diretta (immediata) e conoscenza indiretta (mediata, o in aliquo medio
cognito). La conoscenza semplice, che trova la sua espressione linguistica
nei termini, è l'apprensione di un qualche ente atomico, cioè non ulteriormente
scomponibile in entità in grado di sussistere separatamente; quella complessa,
che si articola necessariamente in un asserto proposizionale di forma
affermativa o negativa, è invece la descrizione della struttura metafisica di
un ente atomico o delle relazioni che intercorrono tra due enti atomici di
diversa natura. Per questo motivo la conoscenza della verità si può avere in
maniera adeguata e compiuta solo nella conoscenza complessa, con la quale il
nostro intelletto riunisce quel che inizialmente, a livello di conoscenza
semplice, gli era stato dato come separato (nel caso di un giudizio
affermativo), oppure prende atto che la separazione è in qualche modo presente
nelle cose stesse (nel caso di un giudizio negativo). Conoscenza sensibile e
conoscenza intellettiva non si oppongono l'una all'altra, in quanto ogni
conoscenza richiede comunque l'intervento dell'intelletto, così che ogni
conoscenza deve essere qualificata come intellettiva, ma per la conoscenza
sensibile è necessario in più che alla sua formazione concorra causalmente
almeno uno dei nostri organi di senso, così che il suo oggetto sia un oggetto
di sensazione (e in questo senso le sostanze, se considerate secondo il solo
loro essere sostanze, non sono oggetto di conoscenza sensibile). Conoscenza
diretta e conoscenza indiretta, infine, si distinguono l'una dall'altra per
questo, che mentre la prima verte immediatamente su una entità dotata di
esistenza reale, la seconda è conoscenza immediata di una species o imago
mentale dell'oggetto sensibile, e solo tramite essa dell'entità reale che tale
species o imago rappresenta. A loro volta queste immagini mentali possono
essere di due tipi, o concrete, legate all'apparato sensoriale, o astratte,
appositamente prodotte dal nostro intelletto (ficta, conceptus ficti) per
fungere da promemoria per un intero gruppo di oggetti sensibili tutti tra loro
simili. Così, mentre le prime sono individuali, perché legate a un oggetto
particolare e alle sue peculiarità, le seconde sono generali, prive perciò di
una relazione diretta a qualcosa di preciso e determinato realmente esistente.
Esse sono liberamente elaborate dalla nostra mente astraendo da un certo
insieme di individui quei tratti che essi sembrano avere in comune. Per questo
motivo danno luogo a conoscenze sia semplici sia complesse, in quanto siffatte
immagini generali possono essere formate collegando e unendo in vario modo tra
loro due o più nozioni semplici (In I Sent., d. 3, q. 2: "utrum res
creatae insensibiles naturaliter a nobis intelligantur", aa. 1-2).
Secondo il paradigma gnoseologico sviluppato da R., inoltre, è l'apprensione
stessa di una essenza sostanziale che dà luogo a un atto di giudizio, nel quale
due concetti semplici sono uniti l'uno all'altro tramite la copula, e ciò a
causa della conformazione del nostro intelletto, che è tale da farci cogliere
in maniera discorsiva ciò che nella realtà empirica è dato come unitario,
ricostruendo nelle sue varie parti costitutive la struttura metafisica
dell'oggetto. Nel cuore stesso della conoscenza semplice si radica quindi, per
G., la conoscenza complessa, che ne rappresenta l'ideale completamento e
perfezionamento. Se la conoscenza sensibile ci testimonia l'esistenza attuale
di un ente finito corporeo (per esempio Socrate – H. P. Grice’s and P. F.
Strawson’s example of a substantial that cannot be a predicate) e l'astrazione
intellettuale ci fa comprendere il tipo cui appartiene (nell'esempio scelto, la
specie uomo), è soltanto con il giudizio, cioè con la conoscenza complessa, che
ritroviamo i principî costitutivi dell'essenza della cosa e anche le sue proprietà
accidentali. Il che ci introduce al problema centrale della gnoseologia di G.,
quello dell'oggetto della conoscenza: è evidente, infatti, che culminando la
conoscenza per lui nell'atto di giudizio, ed esprimendosi quest'ultimo tramite
una proposizione, sarà il significato totale di essa (e non la sostanza
individuale come tale - come per esempio per Ockham -, né l'essenza - come per AQUINO
(vedasi)) a rappresentare l'oggetto adeguato della umana conoscenza (In I
Sent., prol., q. 1: "utrum de obiecto theologico per theologicum discursum
notitia proprie scientifica acquiratur", a. 1). E alla determinazione
della natura e dello statuto ontologico del significato totale della
proposizione G. ha dedicato le pagine forse filosoficamente più dense delle sue
opere. La questione dell'oggetto della conoscenza è stata fra tutte le
questioni gnoseologiche forse quella più importante all'epoca di G., e
certamente quella cui egli ha dato il contributo di maggior peso, riformulando
in maniera originale la dottrina del complexe significabile elaborata da Adamo
Wodeham; non a caso la teoria del significato totale della proposizione, o
complexe significabile, che è appunto, per G., come si è detto, l'oggetto della
nostra conoscenza, è di gran lunga la parte più studiata del suo intero sistema
filosofico. Lungo il Medioevo si possono individuare tre impostazioni
principali del problema della verità e del significato della proposizione:
quella teologico-ontologica di derivazione agostiniana, che pone l'accento
sull'eguaglianza di ens e verum, e considera quindi la verità come la realtà
stessa in quanto si conforma alle idee divine e si svela all'intelletto
dell'uomo; per essa, di conseguenza, il significato della proposizione coincide
con la res (o le res) designata (designate) da soggetto e predicato.
L'impostazione gnoseologica di matrice aristotelica, che non si pone
propriamente il problema del significato, e secondo la quale la verità è il
risultato della stretta corrispondenza (adaequatio nel linguaggio di Tommaso,
assimilatio in quello di Egidio Romano) tra il giudizio dell'intelletto e le
cose esistenti fuori della nostra mente. Infine quella logico-linguistica propria
dei nominalisti e di alcuni terministi del '300, per i quali il problema della
definizione della verità si risolve nella determinazione delle condizioni di
verità degli enunciati, e il significato della proposizione è dato dal suo
stesso contenuto di pensiero. La teoria del complexe significabile di G.
risponde all'esigenza di garantire come oggetto adeguato dell'atto di giudizio
una realtà extramentale, a un tempo unitaria e molteplice, in qualche modo
identica-a e distinta-da la realtà complessiva dell'ente finito (ovvero, per
esempio, Socrate considerato nella ricchezza di tutte le sue determinazioni
sostanziali e accidentali) e da quella della sua essenza (nel nostro esempio
l'essere-uomo), che sono, rispettivamente, l'occasione e l'oggetto del momento
astrattivo (o indiretto) della nostra conoscenza. G. indica così come
significato della proposizione una qualche realtà extramentale strutturalmente
omologa all'atto di giudizio che si manifesta nella proposizione, e distinta
sia dal mero contenuto di pensiero veicolato dall'enunciato linguistico, al
quale era equiparata da Roberto Holcot, sia dalla cosa designata dal termine
che funge da soggetto, come sostenuto da Gualtiero Chatton. In un
passaggio decisivo, e assai famoso, del suo commento alla Sentenze G. è molto
chiaro (anche se la sua non è una chiarezza scevra da implicazioni
problematiche) sulla natura e sullo statuto ontologico del complexe
significabile: innanzi tutto egli osserva che deve essere un qualcosa di
unitario che deve corrispondere all'intera proposizione, e non ai soli estremi
(soggetto e predicato) di essa, pena l'azzeramento di ogni distinzione tra
complesso e incomplesso. In secondo luogo, che deve essere un qualcosa di
reale, ma non identificabile né con gli enti categoriali esistenti fuori della
nostra mente, né con alcuno degli enti mentali (termini e proposizioni) che il
nostro intelletto è in grado di produrre. Tutta la sua realtà si esaurirà
nell'essere l'oggetto di un possibile atto di SIGNIFICAZIONE alla H. P. Grice ("omne
significabile incomplexe vel complexe, et hoc vere vel false, dicitur res et
aliquid"). Tali entità sono infine da considerarsi eterne e necessarie,
non ovviamente nel senso in cui Dio è eterno e necessario, ma nel senso che i
significati totali delle proposizioni sono immutabili essendo sempre, per il
passato come per il futuro, in un unico e medesimo modo (eternità) e
impossibilitati a essere diversamente da come sono (necessità; In I Sent.,
prol., q. 1, a. 1). Da quanto detto traspare chiaramente il fermo
tentativo da parte di G. di trovare un corrispettivo in re degli enunciati
linguistici, totalmente autonomo dalle operazioni del nostro intelletto, ma
anche il disagio che tale ricerca comportava, stante l'insufficiente riserva di
entità garantita dalla ontologia tradizionale, e i dubbi e le ambiguità
relativi allo statuto ontologico degli accidenti concreti, la cui realtà sembra
sempre sul punto di confluire in quella della sostanza singolare che funge loro
da sostrato di esistenza. L'oggetto significato da una proposizione viene così
posto come un qualcosa di reale, giacché si tratterebbe di un tratto rilevante
della struttura metafisica di uno o più enti finiti, ma non è propriamente una
cosa, dal momento che non è un ente categoriale anche se a un ente categoriale
deve comunque essere pur sempre riportato, poiché è in definitiva a una qualche
forma di essere con esso connessa che la struttura stessa è riducibile.
Sul piano semantico resta però aperto in G. il problema della determinazione
delle condizioni di verità e falsità degli enunciati, e quindi del rapporto tra
i significati totali delle proposizioni e la coppia di determinazioni opposte
vero-falso. Risultando in definitiva i significati totali delle proposizioni
dei meri possibili la cui realtà è però indipendente da quella degli enunciati
che li esprimono (In I Sent., prol., q. 1, a. 1), essi non possono essere la
causa dell'essere gli enunciati veri o falsi; né essa può essere rintracciata
nell'esistente, non contemplando l'ontologia di G. delle entità esistenti
complesse come i fatti o gli eventi. G. fa a questo punto ricorso a Dio,
rifacendosi apertamente alle affermazioni di Agostino e di Anselmo: i complexe
significabilia sono in se stessi veri o falsi a seconda della diversa relazione
che hanno con Dio, verità prima e increata; gli enunciati, per parte loro,
saranno allora veri o falsi a seconda della verità o falsità del complexe
significabile che designano (In I Sent., prol., q. 1, a. 1). Fonti e
Bibl.: Bologna, Biblioteca universitaria, Mss.ital., 4300, cc. 8v-11r, 14rv,
26r-27r (nuova num.): A. Battaglini, Scrittori riminesi, II; Biblioteca
apostolica Vaticana, Ottob. lat., 318, c. 111r; Iordanus de Saxonia, Liber
vitasfratrum, a cura di R. Arbesmann - W. Hümpfner, New York 1943, pp. 241,
295; D.A. Gandolfus, Dissertatio historica de ducentis celeberrimis
Augustinianis scriptoribus, Romae 1704, pp. 138-141; J.F. Ossinger, Bibliotheca
Augustiniana, Ingolstadii 1768, pp. 74-76; A. Battaglini, Della corte
letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta, in Basinio da Parma, Opera
praestantiora, Rimini 1794, pp. 162, 218-225; Tonini, Storia civile e storia
sacra riminese, Rimini; E. Esteban, Antiquiores quae extant definitiones
capitulorum generalium Ordinis, in Analecta Augustiniana, III (1909-10), p.
468; IV (1911-12), pp. 177, 278, 329; J. Würsdörfer, Erkennen und Wissen bei
Gregor von R., Münster i.W. 1917; M. Schüler, Prädestination, Sünde und
Freiheit bei Gregor von R., Stuttgart 1934; P. Vignaux, Justification et
prédestination au XIVe siècle: Duns Scot, Pierre d'Auriole, Guillaume d'Occam,
Grégoire de R., Paris 1934, pp. 141-175; H. Elie, Le complexe significabile,
Paris 1937, ad ind.; D.A. Perini, Bibliographia Augustiniana cum notis
biographicis. Scriptores Itali, I, Firenze 1938, pp. 53-57; M. Grabmann, Storia
della teologia cattolica, Milano 1939, ad ind.; M. Dal Pra, La teoria del
significato totale della proposizione nel pensiero di G. da R., in Riv. critica
di storia della filosofia, XI (1956), pp. 287-311; D. Trapp, Augustinian
theology of the 14th century, in Augustiniana, VI (1956), pp. 146-241; J.T.
Noonan jr., The scholastic analysis of usury, Cambridge, MA, 1957, pp. 122,
166; D. Trapp, Pierre Ceffons de Clairvaux, in Recherches de théologie ancienne
et médiévale, XXIV (1957), pp. 147-154; Id., R.'s manuscripts, editions and
additions, in Augustiniana, VIII (1958), pp. 425-443; G. Leff, Gregory of
Rimini. Tradition and innovation in fourteenth century thought, New
York-Manchester 1961; G. Schiavella, L'atto morale e il fine ultimo nella
polemica tra G. da R. e i suoi avversari, in Augustinianum, I (1961), pp.
50-78; D. Trapp, New approaches to Gregory of R., in Augustiniana, XII (1962),
pp. 115-130; H.A. Oberman, The harvest of Medieval theology: Gabriel Biel and
Late Medieval nominalism, Cambridge, MA, 1963, ad ind.; J.A. Worek,
Supernaturalis obiective justificationis atque gratiae apud Gregorium
Ariminensem (†1358), in Augustiniana, XV (1965), pp. 419-461; A. Maier, Die
Vorläufer Galileis im 14. Jahrhundert. Studien zur Naturphilosophie der Spätscholastik,
Rome 1966, p. 256; D. Trapp, La tomba bisoma di Tommaso di Strasburgo e G. da
R., in Augustinianum, VI (1966), pp. 6-17; A. Zumkeller, Manuskripte von Werken
der Autoren des Augustiner-Eremitenordens in mitteleuropäischen Bibliotheken,
Würzburg 1966, pp. 122 s.; A. Maier, Die Bologneser Philosophen des XIV. Jahrhunderts,
in Ausgehendes Mittelalter, II, Roma 1967, p. 346; L. Grane, Gregor von R. und
Luther Leipziger Disputation, in Studia theologica, XXII (1968), pp. 29-49; F.
Mathes, The poverty movement and the augustinian hermits, in Analecta
Augustiniana, XXXII , pp. 60-78; E. García Lescun, La teología trinitaria de G.
de R.: Contribución a la historia de la escolastica tardía, Burgos 1970; W.J.
Courtenay, John of Mirecourt and Gregory of R. on whether God can undo the
past, in Recherches de théologie ancienne et médiévale, XXXIX (1972), pp.
224-256; XL (1973), pp. 147-174; G. Nuchelmans, Theories of the proposition,
Amsterdam-London 1973, pp. 227-237; O. Grassi, La questione della teologia come
scienza in G. da R., in Riv. di filosofia neoscolastica, LXVIII (1976), pp.
610-644; J. Kirschner, Conscience and public finance: a questio disputata of
John of Legnano on the public debt of Genoa, in Philosophy and humanism,
Renaissance essays in honor of Paul Oskar Kristeller, a cura di E.P. Mahoney,
Leiden 1976, p. 449; P. Streveler, Two "new" critiques of the
ontological argument in William of Ockham and Gregory of R., in Analecta
Anselmiana, V (1976), pp. 55-64; G. Gál, Adam Wodeham's question on the
complexe significabile as the immediate object of scientific knowledge, in
Franciscan Studies,Piana, Studenti agostiniani a Bologna negli anni 1381-86, in
Analecta Augustiniana, Trapp, Der anselmische Gottesbeweis in der Wertung
Gregors von R., ibid., pp. 47-60; F. Corvino, La nozione di "specie
intelligibile" da Duns Scoto ai maestri agostiniani del XIV secolo (G. da
R. e Ugolino da Orvieto), in Riv. di filosofia neoscolastica, LXX (1978), pp.
149-178; W. Eckermann, Wort und Wirklichkeit: Das Sprachverständnis in der
Theologie Gregors von R. und sein Weiterwirken in der Augustinerschule,
Würzburg 1978; C. Dolcini, Nota sul De usuris di G. da R., in Quaderni editi
dalla Rubiconia Accademia dei filopatridi, XII (1979-80), pp. 243-249; Gregor
von R.: Werk und Wirkung bis zur Reformation, a cura di H.A. Oberman, Berlin
1981; L.L. Davis, Knowledge according to Gregory of R., in New Scholasticism,
LV , pp. 331-347; V. Marcolino, Einleitung, in Lectura super primum et secundum
Sententiarum, a cura di A.D. Trapp - V. Marcolino, I, Berlin-New York 1981, pp.
XI-XVII; W.J.
Courtenay, The role of English thought in the transformation of university
education in the Late Middle Ages, in Rebirth, reform and resilience,
universities in transition: 1300-1700, a cura di J.M. Kittelson - P.J. Transue,
Columbus, OH, 1984, pp. 103-162; J. Kirschner, "Ubi est ille"? Franco Sacchetti on the Monte Comune of Florence, in
Speculum, LIX (1984), pp. 567 s.; O. Grassi, Intuizione e significato. Adam Wodeham ed il problema
della conoscenza nel XIV secolo, Milano 1986, ad ind.; L.D. Davis, The moral
act and love of God according to Gregory of R., in The New Scholasticism, Tachau,
Vision and certitude in the age of Ockham, Leiden 1988, ad ind.; W.J.
Courtenay, Capacity and volition. A history of the distinction of absolute and
ordained power, Bergamo 1990, pp. 174-177; C. Marmo, Gregory of R.:
"notitia intuitiva, species" and semiotics of images, in Knowledge
and the sciences in Medieval philosophy, a cura di S. Knuuttila - R. Työrinoja
- S. Ebbesen, Helsinki 1990, pp. 257-264; M. Santos-Noya, Die Sünden und
Gnadenlehre des Gregors von R., Frankfurt 1990; A. Spicciani, Capitale ed
interesse tra mercatura e povertà nei teologi e canonisti dei secoli XIII-XV,
Roma 1990, pp. 41-43; A. de Muralt, L'enjeu de la philosophie médiévale. Études
thomistes, occamiennes et grégoriennes, Leiden-New York 1991, ad ind.; O.
Langholm, Economics in the Medieval schools, Leiden-New York-Köln 1992, pp.
560-563; M.J.F.M. Hoenen, Marsilius of Inghen. Divine knowledge in Late
Medieval thought, Leiden-Boston-Köln 1993, ad ind.; F. Cheneval, Die Rezeption
der Monarchia Dantes bis zur Editio princeps im Jahre 1559. Metamorphosen eines
philosophischen Werkes. Mit einer kritischen Edition von Guido Vernanis
Tractatus de potestate summi pontificis, München 1995, pp. 411-414; Storia
della teologia nel Medioevo, a cura di G. D'Onofrio, III, Casale Monferrato
1996, pp. 618-625; J. Biard, La science divine entre signification et vision
chez Grégoire de R., in Vestigia, imagines, verba. Semiotics and logic in
Medieval theological texts (XIIth-XIVth century), a cura di C. Marmo, Turnhout,
Halverson, Peter Aureol on predestination. A challenge to Late Medieval
thought, Leiden 1998, pp. 143-157; K. Smith, Ockham's influence on Gregory of
R.'s natural philosophy, in Dialexeis. Akademaiko etos 1996-97, a cura di V.
Syros - A. Kouris - H. Kalokairinou, Nicosia 1999, pp. 107-142; Ch. Schabel,
Theology at Paris, 1316-45. Peter Auriol and the problem of divine
foreknowledge and future contingents, Aldershot 2000, pp. 264-274; P. Bermon,
L'assentiment et son objet dans le commentaire des sentences de Grégoire de R.
(1300-1358), diss., Paris 2000; S. Müller, Nominalismus in der
spätmittelalterlichen Theologie, in Philosophie und Theologie des ausgehendes
Mittelalter, a cura di M.J.F.M. Hoenen - P.J.J.M. Bakker, Leiden-Boston-Köln
2000, pp. 47-65; P. Bermon, La Lectura sur les deux premiers livres des
Sentences de R. de R.O.E.S.A. (1300-1358), in Medieval commentaries on Peter
Lombard's sentences, a cura di G.R. Evans, I, Leiden-Boston-Köln 2001, pp.
267-285; C. Schabel, Parisian commentaries from Peter Auriol to Gregory of R.,
and the problem of predestination, ibid., pp. 221-265; Modality, order and
transcendence: Gregory of R. on God's knowledge, power and will. An English
translation of his lectures on the Sentences, book I, dist. 35-48, a cura di R. Friedman - C. Schabel, New Haven,
in corso di stampa; O. Delucca, G. da R., cenni biografici e documentari, in
Medioevo. Riv. di storia della filosofia medievale, XXVII, in corso di stampa;
R. Lambertini, L'economia e la sua etica: la quaestio di G. da R. su debito
pubblico ed usura, ibid.; Dict. de théologie catholique, VII, 2, coll.
1852-1854; Rep. font. hist. Medii Aevi, V, pp. 222 s.; Theologische
Realenzyklopaedie, XIV, pp. 181-184; Dict. d'hist. et de géogr.
ecclésiastiques, XXII, coll. 28-31; Lexikon des Mittelalters, IV, coll. 1684 s.; Lexikon für
Theologie und Kirche, IV, col. 1025; Routledge Encyclopedia of philosophy. Now
two important consequences follow from R.'s definition of the object of complex
knowledge as the significatum totale of the conclusion. Firstly, it entails a
proposition of a special kind which meets the requirements of both
demonstration and experience.? Not every proposition does so. Indeed R.
distinguishes three different kinds of propositions. They are in two
categories. The first is of mental images representing actual spoken words, or
statements, from which they are directly derived and which vary according to
the language in which they are framed: for example Greek or Latin.3 The second
is of mental images which have no direct correlation with words; it consists in
purely mental concepts undiversified by language, the same for all men.
These are the mind's natural signs prior to words, which have been instituted
to express them.* They are divided into those which are (bid, pono etiam
tetio quod propositio aliqua non est ipsam esse veram 2 Secundo, idem est
obiectum scientie et assensus sciabilis, sive assensus sit scientia sive
distinguatur. Nam ei quod quis scit assentit, sed obiectum
assensus sciabilis est significatum conclusionis. Ei enim assentit quis habens
demon-strationem quod significat conclusio demonstrationis (ibid., O). a
Quidam enim est earum que sunt vocalium enuntiationum imagines vel
similitudines ab exterioribus vocibus in anima derivate, vel per ipsam ficte,
iuxta modum qui infra dist. 3 declarabitur de abstractione et fictione in
anima conceptuum. Et iste non sunt eiusdem rationis in
omnibus Quidam vero genus est enuntiationum mentalium que nullarum
suntultimately founded upon sense experience and those which are not. The former, whether they originate directly or
indirectly by simple or complex knowledge, or just inhere in the mind, have
their source in external things; they are as much the property of the deaf and
dumb as of other men, for experience, not words, is their agent. The other
group, on the contrary, owes nothing to external knowledge; its images belong
to propositions which are held as matters of belief or opinion and remain
unverified. They do not come within the province of knowledge. Of these
three groups only the second represents both knowledge and assent. The first
consists simply of words, devoid of either knowledge or judgement; the third of
judgement, or assent, divorced from knowledge. R. includes in the third
category dissent since it is the negative act of assent. The effect of
this classification is to isolate statement, know-similitudines vocum, nec
secundum illarum diversitatem in hominibus habentibus diversificantur. Sed
eadem sunt secundum speciem apud omnes id ipsum NATURALITER – H. P. Grice, ‘physical
meaning’ – SIGNIFICANTES quid vocales eis subordinate ad SIGNIFICANDUM AD
PLACITUM – Bennett on Grice on Locke on the inalienable right an utterer has to
make any expression – Impenetrability – stand for any idea he pleases!” -- et
per INSTITUTIONEM [H. P. Grice: ‘The etymology of in-stitutio is an interesting
one, and relates to Austin’s obsession with CON-stitutional rules!” --
SIGNIFICANT; et ille sunt illa verba que nullius lingue sunt, et vocalia verba
exteriorius sonantia (Prol.). secundum enuntiationum mentalium
subdividitur: quantum quedam immediate ex rerum intuitivis notitiis
incomplexis, tanquam ex partialibus causis vel ex alis complexis vel
incomplexis, ex illis mediate vel immediate causatis, seu ex habitibus ex talibus
notitiis complexis derelictis causantur, vel forsitan etiam quedam non ex
aliquibus incomplexis notitiis causantur, sed sunt simpliciter prime venientes
in mentem naturaliter. Quedam vero sun que non ex talibus primis notitis rerum
aliquo predic torum modorum causantur, cuiuismodi sunt enuntiationes
quibus quis enuntiat mente et iudicat sic vel sic esse aut non esse, non
cognoscens tamen intuitive, aut alia notitia prima vel ex intuitiva derivata,
que sic sit vel non sit, sicut enuntiat in mente quis dum credit vel opinatur. Secundi autem generis propositiones et enuntiationes sunt
et notitie et assenus propositiones primi generis sic sunt enuntiationes
quod non sunt notitie formaliter, necque assensus, non plus quam enuntiationes
vocales quibus sunt similies. Tertii autem generis propositiones et
enuntiationes quidem sunt et assensus, sed non notitii ibid.). Ex
his autem sequitur quod dissensus non est aliquis actus intellectus a quolibet
assensu distinctus, quinimmo quilibet est assensus quidam. Quod probatur, quantum cum assensus mentalis sit
enuntiatio, dissensus erit enuntiatio sibi opposite] knowledge, and judgement
as separable elements in a mental demonstration. One does not imply the other,
so that the statement can obtain either exclusively or in combination with
knowledge or judgement. Only when all three are joined together can there be a
true demonstration. The statement alone tells whether something is or is not,
according to whether it is affirmative or negative, knowledge enables us to
ascertain its truth or falsity. Assent or belief affords the judgement
necessary to any demonstration, and is thereby the means by which a conclusion
is reached. R., then, unlike Occam, keeps assent and knowledge separate;
although, when present together in the same demonstration, they are all part of
a single mental action, we have seen that propositions containing one do not
logically imply those containing the others. The separation between them gives
rise to the second consequence in R.’s treatment of complex knowledge. For
since assent has to be to a proposition embodying a statement of truth, the
object of assent is the proposition, not an external object. Consequently the
object of assent is a complex, as opposed to a simple, signification; or as R. puts
it, it is Ulterius sequitur ex istis quod non omnis
mentalis enuntiato est assensus, licet omnis assensus sit mentalis enuntiato. Et quod quamvis omnis notitia complexa... sit mentalis
cuntiatio, non tamen e contrario omnis mentalis enuntiatio est talis notitia.
Item quod quamvis omnis notitia complexa sit assensus, non quilibet tamen
assensus est talis notitia quia est circa obiectum scientie, quod proprie est illud
quod significatur per conclusionem demonstrationis, ut patet ex primo articulo,
intellectus habet actum enuntiandi et actum cognoscendi et actum credendi seu
assentiendi nam per ipsam conclusionem enuntiat sic esse, si est affirmativa,
vel non sic esse, si est negativa. Cognoscit etiam sic esse sicut enuntiat unde
primo Posteriorum dicitur, quod scire est per demonstrationem
intelligere, et quod demonstratio est syllogismus faciens scire. Non solum
autem enuntiat et cognoscit sic esse, sed etiam credit seu assentit quod ita
est. Prima conclusio est quod conclusio demonstrationis mentalis propric
accepte est assensus de sic esse sicut ipsa significat ga conclusio est quod
circa taliter demonstratum vel scitum non sunt ponendi tres actus distincti in
anima ad enuntiandum conclusionem et cogno-scendum et credendum, seu
assentiendum, sic esse vel non sic esse; sed quod idem actus sufficiat ad hoc,
et idem actus est conclusio, notitia, et assensus (ibid.). a complexe significabile. Its meaning derives not from
direct sensory experience but from mental activity. It is an expression, as
opposed to thing, describing a set of relations which has no direct
correspondence to an actual object. Hence, although R. has throughout stressed
that the truth of any proposition rests upon its foundation in experience, this
is not the same as saying that it can in itself be directly encountered. Its
reality is of a different order; verbal rather than actual. Now there are
three ways in which something can be said to be. In its most general sense it
embraces any sign, simple or complex, true or false. Secondly it can denote any
sign which is true. Finally, in its strictest sense, it is confined to that
which is actually in being, and conversely by this criterion that which does
not so exist is nothing. While by the first and second modes the totale
significatum can be said to exist, by the third it cannot, as, for example, to
say that man is an animal is both a statement and a true one but not something
which can be seen in itself. R., as Élie shows in Le complese significabile,
here opens the way to what is akin to scepticism in making a distinction
between verbal statements and sensory reality. In his case, however, it had the
opposite effect, since it enabled him to recognize a true description without
seeking to identify it with any specific object in rerum natura. As applied to
God's attributes, the divine persons, and sin, we shall see that the innovation
of the complexe significabile was employed to reassert the most rigorous
traditionalism. If it is here that complex and simple knowledge diverge,
it is also the point at which they meet, for the absence of direct experience
in complex knowledge compels it to depend for its truth upon simple knowledge:
no simple knowledge, no true Ad
probationem dico quod non assentimus proprie loquendo nisi signi-ficabili per
complexum, nec aliunde vere dicimur assentire alicui complexo, nisi quia
assentimus ei quid ipsum significat (Prol.). He regards the terms aliquid, ens, and res as
synonymous. Tertio modo sumuntur ista ut significant aliquam essentiam sive
entitatem existentem, et hoc modo quid non existit dicitur nihil
(ibid.). * Cum dicitur utrum istud totale significatum sit aliquid, dico
quod, si aliquid sumatur pro primo vel secundo modo, est aliquid; si vero
tertio modo sumatur, non est aliquid, unde homo esse animal non est aliquid...
(ibid.).complex knowledge, is the law governing all valid mental demonstration.
There is a constant order between what can be known directly in itself and the
judgements which can be made about it; and ultimately the guarantee for the
validity of the latter lies in the truth of the former.? As R. says, a
proposi-tion is true or false in accordance with the truth or falsity of that
to which it refers. Experience is therefore the final arbiter, appeal to which
transcends the findings of a conclusion taken in itself and so gives rise to
the totale significatum. From this there follows, finally, the
conclusion, or corollary, so momentous for fourteenth-century cosmology, that
knowledge of one thing does not entail knowledge of another. It springs
*logically from R.'s findings over the object of complex knowledge in which
judgement must be based upon simple knowledge, and has two aspects. One is R.'s
sustained re-buttal of the contention of St. Thomas and Henry of Ghent that
there can be a single habit for all knowledge. Apart from in- stancing
the absurdities to which this would lead, in allowing everything to be deduced
from first principles, R. bases his arguments upon the character of complex
knowledge. Firstly, as we have seen above, a demonstration is true only if it
can be verified, and this applies equally to each of the components which make
it up. Thus the knowledge (and habit) of the conclusions is not the same as
knowledge of the principles; one does not engender the other. Secondly, each
proposition must be reached by a separate act of verification: far from
knowledge of one lead-ing to knowledge of another, we can know one proposition
and 1 Aut notitia conclusionis, id est enuntiabilis per conclusionem, sit
notitia nobis naturaliter ex alia prior notitia, aut non. Si non, ergo non est
scientia proprie loquendo unde illud dicitur falsum enuntiabile, cuius
enuntiatio est falsa, vel esset falsa si esset, et illud verum, cuius
enuntiatio est vera, vel esset vera si formaretur. Vel aliter, illud
dicitur verum quod est enuntiabile per veram enuntiationem, illud falsum quod
per falsam non sequitur notitia conclusionis eque preexigit notitiam
premissarum, sicut notitia terminorum nulla autem una enuntiatione nobis
naturaliter possibili possunt tam diversa enuntiabilia enuntiari yet be
ignorant of others,' for each refers to its own object;ª it can be particular,
universal, affirmative, negative, according to its significatum totale.
Thirdly, only that knowledge which derives from direct experience can be
complete knowledge: to know something a priori is not to know something on
account of some-thing else but to infer it from a premiss.' Thus the
proposition which tells us that the moon is liable to eclipse does not tell us
that such and such an opaque body is the cause of a particular eclipse; that can
only be known directly. Knowledge, then, far from being a unity governed by a
common habit and a common set of principles is individual, resting ultimately
upon specific, verifiable experiences. The other aspect of the
individuality of knowledge lies in the status of the subject. Duns Scotus had
held that the subject of any knowledge contained virtually within itself all
the truths pertain-ing to it, and that in God, as the first subject, inhered
the habit of all truths." Gregory rejects this view. A subject, and its
proper-ties, he says, can be understood in one of two ways: as the terms of a
proposition? or as things themselves for which the terms stand. In the first
sense they can obtain either formally in them-selves, if the proposition is a
composite one comprising distinct 1 Notitia unius principii potest stare
cum ignorantia alterius (Prol.). Significata
principiorum sunt alia et alia, et unum non cognositur per alud, igitur
non est unus habitus constat autem quod demonstrationis aliqua est propositio
universalis et aliqua particularis, aliquando etiam aliqua est propositio
affirmativa, aliqua negativa. Item de diversus predicatis vel subiectis
obiective sunt, sicut aliud significatum totale est unius propositionis
demonstrationis vocalis, aliud alterius. Ad confirmationem dicendum quod aliud
est dictu scire est cognoscere hoc propter hoc. Aliud est dictu scire est
cognoscere quod est propter hoc. Primum enim universaliter verum est...
Secundum autem non universaliter, tum quia ille qui scit aliquid precise a
priori et per causam non cognoscit quod hoc est propter hoc (Op. Ox. I, Prol., and Rep. Par.). premitto quod subiectum et
passio in proposito possunt dupliciter accipi: uno modo pro terminis mentalibus
quorum unus vel formaliter secundum se vel quas significant
(ibid.).parts, so that both the subject and properties are separate from each other.'
Alternatively, if the proposition is not composite but simple, standing for
only one term, as it were, then the subject and its properties are equivalent,
in the event of which one can be predicated of the other. In every case the
subject and the proper-ties, whether as terms in a mental proposition or as
self-subsisting entities, are not implied in each other: that is, one does not
virtually contain the other,a nor does one entail knowledge of the other. In
the first place, if the property were contained virtually within the subject,
it would not be a property, for it would then become a different thing from the
subject, and, as Duns says, be joined to the latter in a causal relation as its
effect. Thus, in the case of say a straight line which is divisible, the line
and its divisibility would become separable entities, so that either, by God's
power, the divisibility could exist without the line, or the line, as virtually
containing its own divisibility, could divide itself both absurd. The same
position is reached with whatever is con-sidered, as for example, the
separation of a creature from his property of annihilability, leaving the
latter with no subject.? It is equally inapplicable to God, in whom nothing
inheres virtually, and to the celestial bodies. Si
vero propositio non sic componatur.. tunc inquam talis passio mentalis non nisi
equivalenter dicitur predicari de subiecto. Prima
(conclusio] est accipiendo subiectum et passionem secundo modo, non omme
subiectum scientie vel principii continet virtualiter primo suam passionem. Secunda
quod notitia subiecti non sic continet, scilicet, primo virtualiter notitiam
passionis, et si subiectum et passio primo modo accepta non sunt aliud quam
notitie incomplexe subiecti et passionis secundo modo acceptorum, ut aliqui
volunt, tunc idem dictum, primo modo accipiendo subiectum et passionem, quod
subiectum non continet passionem. Si ista passio est alia res etc., vel est
aliqua res actu existens in linea, qua ipsa linea est formaliter divisibilis,
que vocatur divisibilitas; vel linea non est divisibilis per huius
divisibilitatem quam habet actualiter, sed per divisionem quam habet
possibiliter. Si detur primum, possibile erit per dei potentiam esse lineam
absque tali natura. Patet, tum quia accidens potest esse sine
subiecto... Si detur secundum, igitur linea, quando dividitur, causat
divisionem in seipsa, quod est absurdum In the second place, among nothing
created does knowledge of one thing entail virtual knowledge of another such
that the know-ing of one thing is the cause of knowing something else.1 This
conclusion shows the degree to which the Ockhamist cosmology of individual
experience had gained currency, even if, as we have stressed, this does not
imply scepticism or a purely critical out-look. As we have seen, all knowledge
of the external world, that is knowledge which deals with creatures and their
relation to one another, depends upon direct experience of what is known.
Hence immediate (intuitive) knowledge of one thing cannot by its very nature
engender intuitive knowledge of another not itself directly experienced.
Similarly, abstractive knowledge, since it is dependent upon what has
previously been known, cannot give rise to further knowledge either intuitively
or abstractively.? R. has no difficulty in showing that no virtual
knowledge can meet these conditions: knowledge of man does not in itself entail
virtual knowledge of his capacity for beatitude or his ability to smile;? in
knowing of the existence of rhubarb we do not thereby know virtually its
curative properties in purging choler. To be known these attributes have to be
experienced for themselves. Thirdly, if our propositions are true
only when founded on experience, conversely our experiences do not in
themselves lead to demonstrations—the source of scientia in the strict sense.»
Thus we can have distinct and separate intuitive knowledge of both rhubarb and
of its curative powers without thereby knowing it, as 1.. quia
nulla notitia unius rei continet primo virtualiter notitiam alterius.
Loquor de rebus creatis (Prol.) per notititiam intuitivam unius rei non potest
haberi intuitiva alterius... et per consequens non primo virtualiter continetur
a notitia intuitiva alterius, nec secundum quia nulla talis [abstractiva
notitia] potest haberi nisi pre-habita intuitiva eiusdem rei... Nec tertium
potest dici. Tum quia abstractiva non potest esse prima, et per consequens nec
primo continere. Tum quia multo minus per abstractivam unius rei potest haberi
intuitiva alterius quam per intuitivam. Tertia
conclusio probatur, nam multe sunt propositiones immediate que sunt
principia artis et scientic, in quibus predicantur passiones proprie de
subiectis, nec tamen ad eas sumendas sufficit notitia incomplexa ctiam
distincta subiecti et notitia distincta passionis (ibid., 16 B).a
universal truth, that rhubarb purges choler: this is the property of
propositions which make up complex knowledge.' Thus, simple knowledge does not
virtually contain complex know-ledge. In the same way, one principle cannot be
inferred from another, for in any demonstration each has to be known
imme-diately, nor can the conclusion be known from the subject or knowledge of
the subject. We have thus, as it were, boxed the compass in rejecting any
source of knowledge other than simple intuitive experience and any means of
understanding (or scientia) other than complex propositions. In the one case
each component must be given in experience; in the other a separate mental
process of affirmation and negation is needed. Neither therefore permits
knowledge, least of all universal knowledge, through one first and
all-embracing subject; as this would short-circuit the processes necessary for
reaching a true demonstration as just adumbrated. In short, since one thing
cannot be known from another, and cause cannot be inferred from effect, there
can be no way to the universal knowledge contained in propositions other than
by individual experience; while, for their part, individual propositions must
be combined into a demonstration before they yield universal truths.
What, then, is the subject of knowledge? If the subject is taken to mean that
which is signified in reality, as opposed to one element in a mental
proposition, and knowledge is regarded as that which is signified in a specific
demonstration, then the subject of knowledge is that which is. Thus in the
statement that a line is I etiam si quis novit(a) quod hoc singulare rheubarum
est purgativum cholere, et illud, et sic de pluribus, ad habendum notitiam
universalem, quod omne rheubarum etc, necessario requiritur quedam alia notitia
universalis non causata ex illis singularibus. Ms. Univ.: noverit. Ex his
patet quod notitie incomplexe subiecti distincte et predicati seu passionis non
continet primo virtualiter notitiam complexam principii. Quarta
conclusio quod unum principium non continet primo virtualiter aliud seu una
premissa aliam quia subiectum seu notitia subiecti non continet primo
virtualiter pro-positiones immediatas, igitur nec conclusionem. Quinta
[conclusio] quod subiectum scientie non continet virtualiter primo omnes
veritates illius scientie divisible the subject is the line as divisible.' If, however, we speak of the subject as part of a
mental demonstration, then the subject is one part of the total knowledge thus
gained; for, unlike the object of knowledge, which is reached by a complex of
judgement and experience, the subject is simple.? Taking knowledge in the wider
sense as a collection of conclusions all pertaining to a single body of
scientia, there will then be as many subjects of such knowledge as there are
conclusions and objects known, as in the case of the subjects which go to make
up logic or medicine. Here the determining factor will be the nature of the
subject in question." Accordingly, Gregory's entire treatment of the
relation of the different kinds of knowledge, and of their parts, to one
another is governed by the experience which we gain of them. The validity of
anything known springs from the evidence which experience provides, and that
experience can only be of individuals. It is at once the bond which unites and
the barrier which divides the simple and the complex, the subject and the
object. There remains to be considered self-evident knowledge. It difters from
both purely simple individual apprehension and trom demonstration, and indeed
strictly speaking from a proposition at all, in dealing with necessary truths
immediately evident to all. As defined by Gregory, it is a statement or
its equivalent, the 1 dico quod subiectum scientie est illud quid scitur
per illam esse tale. Et ratio subiecti, seu esse subiectum, est scire esse tale
vel tale, verbi gratia, huius scientia qua scitur omnem lineam rectam finitam
esse divisibilem in duo media. Subiectum
est linea; ipsa enim scitur esse divisibilem etc., et ipsam esse subiec-tum
huius scientie non est aliud quam ipsam sciri esse divisibilem etc (Prol.
supposito quodtalis conclusio mentalis non sit actus simplex...sed
essenti-aliter sit composita ex subiecto et predicato sicut propositio vocalis
et scripta ...et sic subiectum scientie est pars scientie actualisquia
subiectum secundum omnes est aliquid incomplexum. Si
vero loquamur de scientia secundo modo dicta, sicut eius sunt plures
conclusiones et plura obiecta scita, sic etiam sunt plura subiecta. Et ista patent discurrendo per ea que
communiter assignantur subiecta in scientiis... quam etiam per rationem,
quantum non apparet taliter qualiter tot partiales scientie dicantur ad unam
scientiam totalem pertinere. Nome compiuto: Gregorius Ariminensis. Gregorio da Rimini.
Rimini. Keywords: complesso significabile, semplice, complesso, animale, pane,
l’animale percezione del pane, Socrate is seated, truth-functionality, scuola
italiana, scuola di Bologna, studi generali in Italia, studio di Rimini. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Rimini” – The Swimming-Pool Library.
Commenti
Posta un commento