GRICE ITALO A-Z R RI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rivetta: la ragione
conversazionale (Roma). C GRAMMATICA rivoluzionaria
e ragionata DELLA LINGUA ITALIANA e di orientamento per lo studio delle lingue
straniere di Pietro Silvio, Rivetta (TODDI) con lIO grafici dell'Autore e 16
tavole fuori testo DE CARLO 1947 PROPRIETÀ LETTERARIA DELLA CASA EDITRICE DE
CARLO L’Autore e l’Editore si riservano ogni diritto per tutto ciò che, in
questo volume, è nuovo ed originale. Copyright by De Carlo S. R. L. Roma 1947
STAMPATO E RILEGATO NELLO STABILIMENTO DELLA CASA EDITRICE DE CARLO AVVERTENZA
Nella trascrizione dei vocaboli stranieri sono stati ) adottati alcuni ripieghi
tipografici: così, ad esempio, \ per il rumeno e il turco l's con la sediglia è
stato so- * stituito con il digramma « sh » (0 eccezionalmente con ‘ «s,»), ed
il rumeno t con la sediglia è rappresentato . con il digramma «ts» o «tz»;
nell'espressione grà- | fica « a0 » (svedese, giavanese, siamese), il
circoletto “ deve intendersi sovrapposto all’a; parimenti, nelle for- me «C'»,
«g'», «n’», ecc. l'apostrofo ha valore di accento sovrapposto alla consonante;
nelle voci porto- © ghesi, l'accento circonflesso sta talora a rappresentare la
til di nasalizzazione (£ ). Per le lingue indiane, americane, africane e vcea-
niche son stati seguiti i sistemi più comunemente dif- fusi nelle rispettive
grammatiche. Il cinese è reso con grafia italiana, e va quindi letto a modo
nostro: gli esponenti numerici indicano il « tono » delle varie sil- labe. Per
il giapponese si è adottato il « sistema R6maji Hepburn », usando l'accento
circonflesso come segno di vocale lunga. Il sistema Nipponsiki (Nipponshiki) a,
più razionale, ma il R6maji è più diffuso e più sem- Oplice, poi che le vocali
van sempre lette all'italiana, “sia isolate che nei dittonghi, e le consonanti
sempre all'inglese. Analoga è la trascrizione del coreano, o0s- servando però
che la vocale «i» dopo a, u ed o equi- < vale allo Umlaut tedesco: quindi
kai= ki, uihata = linata, yoi = yÒ. x pos, 2 — de ‘>! Il lettore
intelligente correggerà gli errori di stam- «pa, dovuti alle circostanze
eccezionali: il « reperto- ? rio » in fondo al volume potrà servire per il
controllo ortografico. td INDICE I - « Essere» . II - L’energia verbale III -
Numero e armonia aa IV - Non «filiazione » ma « evoluzione » V - Le cellule del
discorso VI - I « modi» dell’energia verbale VII - La localizzazione nel tempo
VIII - Psicologia, fisiologia e anatomia del verbo i Rel IX - L’androceo e il
gineceo dei sostan- tivi sw > è X - Il plurale è a i corte XI - I tipici
surrogati dei sostantivi XII - I pronomi integrali XIII - Parole-catena e
parole X XIV - Il pronome-specchio e il Sig. N. Ne XV - Le voci determinanti
XVI - Le voci descrittive XVII - Le parole sulle terre, sui mari e nei cieli é
XVIII - Dai luoghi alle persone e viceversa XIX - I termometri delle azioni e
delle qualità ; 5 e XX - Gli eredi della declinazione. XXI - Le voci connettive
XXII - Le voci appassionate INTERMEZZO | XXIII - Quando si è « di scena »
" XXIV - Il discorso personale REPERTORIO degli argomenti delle persone e
dei vocaboli ln “Essere,, (1) 1. — Iddio è. Soltanto Iddio è. Il verbo « essere
», nel suo significato com- pleto, assoluto e senza limitazione nel tempo o
nello spazio o nel modo, può usarsi solamente se riferito a Dio. L’« essere » è
indefinibile, perché è il più semplice e generale di tutti i concetti. « Non si
può tentare di definire l’essere senza cadere in un assurdo, giacché non si può
definire una parola senza cominciare con questa: « è... », sia espressa, sia
sottintesa. Quindi per definire l’essere bisogna dire che è, e così adoperare
nella definizione la parola da definire », (Pascal). 2. — Dell’« essere »
abbiamo diretta intui - zione: ed essa è fondamentale: l’oggetto del-
l'intelletto è ciò che è: (objecius infellectus esi enis). | Dalla fondamentale
affermazione: « esistono enti, ed enti diversi fra loro » si giunge alle più
alte vette del pensiero speculativo, pur in aderenza perfetta con l'obiettiva
realtà. Il nostro intelletto non può non dare il suo spon- taneo assenso
all’evidenza oggettiva del reale c dei primi principî in esso impliciti. di La
philosophia perennis (aristotelico-tomi- sta) è la scienza dell'essere. 3. — La
grammalica perennis è parte del- la filosofia, in quanto è un settore della
cono- scenza e della normativa saggezza. cala GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
e ‘essere ? ATL . o î Le. Ae = dA È . 0 \ | 1 { z °° RA Su "ia & \\ °
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4.— La grammatica è l'insieme del- le norme e leggi che regolano il valore e il
nesso dei suoni articolati onde esprimere con precisione e correttezza per
mezzo di essi (a voce o con simboli grafici che li rappresenti- x Roio RI
SOLTANTO IDDIO « È » no) (1) le limitazioni dell’essere, in corrispon- denza
con l’obiettiva realtà esistente e pen- sata (2). e * * * 5. — Iddio è «
Colui-che-è »: in Lui si iden- lificano soggetto e predicato verbale: in Lui
non dobbiamo infatti distinguere l’« agente » dall’« azione », poi che Egli è «
atto puro », e la Sua « essenza » non è distinta dal Suo « es. sere ». li Di
Lui soltanto si può affermare che « è ». Ed Egli soltanto poteva dare di Se
stes- so la adeguata definizione: « Ego sum qui sum » (3). (1) Nelle lingue la
cui scrittura rappresenta più o meno regolarmente i suoni dei vocaboli. La
gram- matica assume aspetto diverso per quelle lingue la cui scrittura è «
ideografica », ossia con segni che sim- boleggiano direttamente l’idea, indipendentemente
(più o meno) dalla loro manifestaziofie orale. (2) Il pensiero formulato è
anch’esso una obietti- va realtà: ed è possibile « pensare ed esaminare il pen-
sato », come ente a sé: è una realtà psico-fisica, in quanto nessun pensiero
umano è possibile senza l’in- tervento dello strumento fisiologico
dell’intelletto, os- sia il cervello, nelle cui cellule corticali il fatto del
pensiero produce variazioni biochimiche specifiche, connesse con quel che si
pensa. Da ciò non deve de- dursi che il pensiero possa considerarsi una «
secre- zione del cervello »: al contrario, le cellule cerebrocor-. ticali sono
tipicamente modificate dall’attività spiri- tuale, pur essendovi sempre tra
spirito e corpo un nesso di interdipendenza. Cfr. Toddi, Geometria della realtà
e inesistenza della morte, Roma, De Carlo, 1946, pag. 71, 276, 357, ecc. (3)
Esodo, III, 14. — Il testo ebraico « dice lette- ralmente: « Disse Dio a Mosè:
— Sono colui che [è] «Io sono ». -- Ed aggiunse: — Così dirai ai figli di
Israele: « Io sono » m'ha inviato a voi — ». È da no- tare che in ebraico «Io
sono » è regolarmente la pri- ma persona singolare del verbo « essere », cioè
Ehyeh, la quale è qui usata perché Dio parla di se stesso. Quando invece l’uomo
parla di Dio lo chiama con la terza persona singolare dello stesso verbo, «
Egli è » cioè Yahveh (Jahvé) ». La Sacra Bibbia. Introduz. e note di G.
Ricciotti, Firenze, Salani, 1939, vol. I, NE rr GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA 6. — In qualsiasi altro caso il verbo essere ha un significato non
assoluto ma limitato, e perciò è sempre accompagnato da elementi i quali
esprimono tale limitazione. 7. — La più semplice limitazione temporale può
aversi: a) dando al verbo essere il significato di « cominciare ad esistere »,
es.: « Sia la luce, @ la luce fu ». (Genesi, I, 3); b) dando al verbo essere il
significato di « cessare di esistere », es.: « Ei fu». (Manzo- ni, Il 5
Maggio); c) riunendo nel verbo essere le due limi- tazioni a) e D), es.: « Il
misero orgoglio d’un tempo che fu ». (G. Capponi) (1). pag. 163. — Ignoriamo
come gli Ebrei intendessero realmente pronunziato il nome di Dic -— che era del
resto «ineffabile » ossia innominabile per rispetto — giacché i testi non
indicano le vocali: le quattro con- sonanti che io compongono (J.H.V.H) implicano,
comunque, l’idea dell’« essere ». — Non certo nella mente del compilatore
dell’Esodo poteva spontanea- mente o per elucubrazione filosofica sbocciare una
de- finizione tanto perfetta: assai più tardi i Presocratici, in Grecia,
cominciarono a porsi il problema dell’« es- sere » e della realtà, problema che
tuttora assilla le menti più acute e più allenate alle profonde specula- zioni
filosofiche: e nessuna di queste menti e di quelle future saprebbe escogitare
una sì grandiosa, sem- plice e precisa definizione. Non è ciò prova luminosa,
atta a dimostrare l’« ispirazione » diretta dei sacri te- sti? — «
Supernaturali ipse (Iddio) virtute, ita eos (gli agiografi) ad scribendum
excitavit et movit, ita scri- bentibus adstitit, ut ea omnia eaque sola quae
ipse iuberet, ut recte mente conciperent et fideliter conscri- bere vellent et
apte infallibili veritate exprimerent; secus non ipse esset auctor Sacrae
Scripturae univer- sae ». Leone XIII, Enciclica Providentissimus Deus, 1893,
Enchir. B. n. 110. {1) Vanno sotto il nome di Gino Capponi, sia nei manoscritti
come nelle stampe, i Commentari dell’ac- quisto di Pisa, anno 1406; ma par che
piuttosto ne fosse autore il figliolo Neri Capponi. Cfr. L. A. Mu- ratori,
Rerum Italicarum Scriptores, tomo XVIII, pag. 1110. : said RETTA E SEGMENTI DI
« ESSERE » Acconciamente il valore del verbo essere può esprimersi con una
retta, la quale è infinita nei due sensi, per il significato integrale di
essere: (« Iddio è »): possono raffigurarsi con semirette i casi a) e bd): il
primo è limitato dal punto o momento iniziale (A): «la luce fu» equivale a «la
luce [da allora] fu»: nel secondo caso (b) la semiretta è determinata dal punto
terminale (B): « Ei fu» equivale a « Ei fu [fino a quel RETTA:» “Dio è” 1000000
0000005: I .. “e la luce fu” YTYT SEMIRETTE i SEGMENTO: I Pili tempo che fu” (8
7) momento] ». In tanto però è esprimibile con una semi- retta, in quanto non
si tien conto che l’esistenza di Napoleone ebbe un inizio: giacché in tal caso
l’«es- sere » sarebbe rappresentato da un segmento, quale è appunto nel caso
c), in cui l’« essere » è limitato da A e da B. 8. — La limitazione temporale,
delimitante il valore del verbo essere nel suo significato di esistenza (o
accadere), può essere espressa o implicita. La limitazione è espressa quando
altri ele- RETE, rr GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA menti indicano il
principio, la fine, o entrambi . 1 limiti dell’esistenza. Nel verso | « Dinanzi
a me non fr cose create » (Inferno, III, 7) il complemento « dinanzi a me »,
ossia « pri- ma di me», è chiaro confine temporale. Nel Verso « Nacqui sub
Julio, ancor che fosse tardi » (Inferno, I, 69) l'indicazione « tardi »,
connessa a «sub Ju- lio », localizza nel tempo il « momento » (seg- ‘ mento di
« essere » nel senso di « avvenire ») della nascita di Virgilio (1). La
limitazione è implicita allorché il sog- | getto stesso ha valore temporaneo,
istantaneo o di durata, Es.: « È primavera » — « Sono tre mesi che... » — «
Sono le 4 e 40...» — « Sa- ranno le tre meno un quarto ». « Era già l'ora che
volge il disìo ai naviganii... » (Purgat., VIII, 1). 9. — La limitazione
temporale può man-. care quando il verbo essere sia accompagnato da una
negazione, poi che in tal caso la sua durata si riduce a. zero. Es.: « Non c'è
modo di... »; « Né creator né creatura mai — cominciò el — figliol, fu senza
amore... » (Ariosto, Orl. Fur., XXXV, 23). 10. — È evidente l’affinità di «
essere », nel senso di esistere (in tempo e luogo limitati) e quello in cui
essere ha significato di accadere, avvenire, in quanto esiste la realtà
dell’even- to, es.: « Che è? » (2) — « Che è sfalo? » — (1) Nato nel 70 av.
Cr., Virgilio era appena ven- tiseienne quando Cesare fu assassinato (44 av.
Cr.), e forse il Poeta non era ancora venuto a Roma. (2) La corrispondente espressione
dialettale roma- nesca va scritta « Ched è? » e non « Che d’è? ». — Ce- sare
Pascarella scrive: «— E mo ched’è laggiù fra li cancelli? » (« Er fattaccio »,
III, 9) . ma l’apostrofo è abusivo, poi che nessuna vocale è RE pai FUNZIONE
DEL VERBO «ESSERE » «Quel che è stato è stato ». « Gli domandai che della donna
fusse » (Ariosto, Orl. Fur., XXIV, 23) 11. — Il verbo essere può avere una
limi- tazione spaziale. Anche questa limitazione — come la tem- porale — può
essere espressa o implicita, es.: « Chi è? » (ossia « Chi è qui? ») — « Sono
io! » (id.) —_ « Quel ore è lî» — «Le chiavi del Mediterraneo sorto nel Mar
Rosso » (Pasqua- le Stanislao Maneini) (1). Può aversi anche una localizzazione
spa- ziale metaforica: « Im vino veritas (sottinteso « est »): « Nel vino è la
verità ». 12. — In tutti i casi sin qui elencati, il ver- bo essere ha
significato autonomo, ed equivale ad esistere o stare oppure ad accadere, avve-
nire, senza altra limitazione che quella tem- porale o spaziale. In tutti gli
altri casi il verbo essere ha la îunzione di aîfermare o negare un'identità:
constatare o negare una qualità nel sog- getto; | constatare o negare nel
soggetto uno sta- to prodotto dall'azione compiuta di un verbo; constatare o
negare nel soggetto uno sta- to prodotto dall’azione in atto di un altro verbo.
La grammatica tradizionale confonde le due pri- me funzioni, ben diverse fra
loro, riunendole in una sola, cui vien dato la impudica ed impropria denomi-
stata elisa: ched è il latino quid (italiano « che »). La consonante d è
rarissima come finale, ma l’abbiamo nella parola sud. Andava invece apostrofato
il « mo' », tronco per « modo ». (= « ora, adesso »). — Come il « Ched è?»
romanesco va graficamente trattato quello napoletano, pronunziato quasi « Cher
è? »._ (1) Seduta parlamentare del 27 gennaio 1885. ria GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA DI «| nazione di « copula » (1). Se la proposizione è nega- tiva, la
grammatica burocratica parla — con patolo- gica contraddizione in termini — di
« copula disgiun- tiva!» (2). : i . 13. — Ben distinte tra loro sono le due
pri- me funzioni (es.: « Questo fiore è una rosa canina » — « Questo fiore è
bianco »). Quando afferma o nega una identità tra il soggetto e un altro
termine, il verbo essere si basa su uno dei principî fondamentali del no- stro
pensiero, quale è appunto il principio di identità, affermando (o negando) la «
me- EGUAGLIANZA a+b=c Ù Ù ---q90c00d- <--- IDENTITÀ I due valori di « essere
» (8 13) desimezza » della cosa. Allorché diciamo che « L’ipotenusa è il lato opposto
all’angolo retto di un triangolo rettangolo » non constatiamo una proprietà o
qualità del soggetto, ma defi- (1) « Per la inriverenza che ebbono al
sacramento matrimoniale, di copularsi prima che avessono la di- spensagione. »
F. Guicciardini, Storia d’Italia, 12 edi- zione, Firenze, Torrentino, 1561,
vol. XV, pag. 749. (2) « Disgiuntivi si dicono quei nessi che servono di copula
negativa di un predicato a un subbietto ». (Tommaseo). ii EGUAGLIANZA E
IDENTITÀ niamo con altre parole la stessa cosa espres- sa dal sostantivo (o
altro vocabolo o insieme. di vocaboli in funzione di sostantivo). Allorché,
invece, si afferma che « Il qua- drato costruito sull’ipotenusa è uguale alla
somma dei quadrati costruiti sui cateti » (Teo- rema di Pitagora), si afferma
un’eguaglianza, ossia una delle proprietà del quadrato stesso, il quale ron è
la somma dei quadrati costruiti sui cateti: questi son due quadrati diversi da
esso (1). Nei primo caso infatti il predicato deve essere un: sostantivo (o
vocabolo o insieme di vocaboli in fun- zione sostantivale), appunto perché non
si può affer- mare l’identità di due cose diverse, mentre nel secondo caso il
predicato ha carattere aggettivale, attributivo, predicativo; esprime un
connotato, una DIODRIEIA, una qualifica. Nel verso dantesco | « Or se’ tu quel
Virgilio e quella fonte... » (Inferno, I, 78) il verbo essere esprime
un'identità, che è raî- forzata dal « quel » e « quella »; e fonfe e Vir- gilio
sono la stessa cosa che tu. . —————————_—_—_—_. (1) Né deve trarci in inganno
l’uso pratico del se- gno matematico dell’uguaglianza (=), adoperato cor-
rentemente per le due diverse funzioni, ossia anche per esprimere l’identità:
riferendosi alle figure qui ri- prodotte, il segno « = » ha ben diverso valore
nelle ‘due affermazioni: AB = ipotenusa atb=c Nella prima il segno significa «
è », nella seconda significa « equivale a », « è uguale a». Nel simbolismo
della « logica matematica », esco- gitata da Leibniz per « assoggettare gli
enti logici ad un calcolo simile a quello algebrico » e perfezionata da varî
filosofi e matematici e specialmente dal no- stro Peano, il segno e (iniziale
del greco esti, « è ») significa « è », «è un... » — Cfr. C. Burali-Forti,
Logica matematica, Milano, Hoepli, 1919, pag. 3, 299 e segg. RI GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA 14. — Più ristretta funzione ha quindi il verbo essere,
ossia quella di affermazione (0 negazione) parziale, quando non stabilisce
un'identità ma predica un accidente, ec.: « E li parenti miei furon lombardi, e
mantovani... » (Inferno, I, 68-69) Non è sempre facile distinguere se il verbo
essere abbia l’una o l’altra funzione; ma la difficoltà di di- stinguerle — in
taluni. casi — non implica che esse siano identiche e neppure analoghe: Nel
verso «Qual che tu sii, od ombra od omo certo » (Inferno, I, 66) quale è la
funzione di essere (sii)? La mancanza di articolo lascia propendere per la
interpretazione at- tributiva, qualificatrice. 15. — L'esame in profondità di
simili casi è utilissimo, addestrandoci alla comprensione dei processi
logico-linguistici e psicologico- linguistici. Attraverso questi meccanismi si
rivela la peculiare forma mentis di un popolo e, anche, di un individuo. Un
errore di sintassi o di morfologia può equivalere, come sintomo rivelatore, ad
una dislalia cui corrisponde una anomalia — sia pur lievissima — fisiopsichica
(1). ———— <+_—————€@6»@m6_ (1) « In realtà non si è mai tanto idioti da non
aver nulla da dire. Se un idiota non parla si è perché ha un ostacolo nella
formazione dei simboli motori della parola, nella ioro evocazione e nella loro
esecu- zione. Chi pensa, sia pure con immagini ottiche e tat- tili-muscolari,
deve esprimere il suo pensiero. Se l’i- diota afasico non parla, si è che manca
della perce- zione dei rapporti fra le cose ce i segni, ha un difetto specifico
di esprimere in simboli verbali le rappresen- tazioni e i sentimenti che
possiede e le sensazioni che prova. Lo sviluppo del pensiero logico e quello
del lin- guaggio sono paralleli ». G. Bilancioni, La voce parlata e cantata,
normale e patologica, Roma, Pozzi, 1923, pag. 421. ROVERE (EE NON « AUSILIARE »
MA PRINCIPE * >» %* 16. — Inesattamente si dà al verbo essere la qualifica
di «verbo ausiliare», Il verbo essere è verbo principe, non servo ma signore.
Il verbo essere vive sempre di vita propria, anche quando ha la funzione di
affer- mare (o negare) uno speciale stato del sogget- to, derivante dall’azione
di un altro verbo. Non esistono, anzi, altri verbi se non in quanto contengono,
come principio attivo e vi- tale, il verbo essere. Postulare che il verbo
essere sia « ausi- liare » nel discorso è come affermare che l’a- nima è
l’ausiliare del corpo. 17. — Ogni voce verbale è scindibile nei due elementi
logici ed espressivi che la com- pongono: cioè appunto nel verbo « essere »
elemento indispensabile per l’azione, e nell’e- lemento specifico che determina
il tipo di azione. Na 18. — Se l’azione si esaurisce interamente nel soggetto
stesso ed ha il suo risultato com- pleto, (e perciò l’azione stessa è
terminata) il verbo, detto comunemente intransiti- vo, si scinde nei suoi due
elementi, Il verbo perde infatti le sue caratteristiche « verbali » di «
persona », (prima, seconda, terza), di di- namismo sotto i varî aspetti (« modo
»), ed as- sume quelle tipiche dell’aggettivo (genere: ma- schile, femminile).
Rimane integro invece il verbo essere, per affermare o negare il risul- tato
statico di questo processo dinamico. Nel. la proposizione « Io sono venuto » il
verbo es- sere ha piena vitalità: afferma, nel soggetto, il risultato della
compiuta azione intransitiva di venire. Nella proposizione « Questo fiore è
sbocciato » il verbo essere afferma nel fiore le condizioni derivanti dalla
compiuta azione intransitiva di sbocciare. RSS, i REC GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA In alcune lingue, più o meno sintetiche, questa separazione o
scioglimento — che potremmo chiamare logolitico per la sua analogia con il
processo elettro- litico — non avviene: il latino veni cquivale al no- stro «
passato remoto » ed al nostro « passato pros- A) Analogo al processo di e-
lettrolisi è quello per cui l’italia- no scinde il latino VENI nei due elementi
dei quali. consta. B) L’ideogramma cinese del- l’azione terminata: l'antico
segno del « bimbo » (a), stilizzato dal pennello nella forma moderna (b), ha
perduto le braccia (c) pormanco così l’ideogramma lia03, (8 the, simo »; in
questo secondo caso l’italiano lo scinde in « sono venuto », ossia sono
(esisto) nelle condizioni risultanti dalla completa esecuzione dell’azione
intran- sitiva « venire » (1). (1) Nelle lingue interamente analitiche, come ie
« isolanti », nelle quali ogni idea, anche accessoria, co- stituisce un
elemento a sé, questa compiutezza del- l’azione ha una sua speciale espressione
fònica, e, nella scrittura, un simbolo specifico. L’ideogramma ci- 12 — Ms
RISULTATI DELL’ANALISI ‘ 19. — Non dissimile è ia funzione del ver- bo essere
nelle forme passive. Qui l’azione verbale è compiuta da persona diversa dal
sog- getto, e può perciò coesistere nello siesso tempo. L’intera Îlessione
passiva latina (« epistu- la scribitur ») è scomparsa, per lasciare il po- sto
alla cosiddetta «îorma passiva» ita- liana: « la lettera è scritta » da «
littera (= epi- slula) scripta esi ». Anche qui il verbo essere ha tutta la sua
vitalità, né può essere « passi- VO »: tipico passivo, nella forma e nel
signifi- cato, è il participio passato del verbo tra n - sitivo, il quale ha
perso ogni connotato verbale di persona (1°, 2°, 3°), per assumere quello
aggettivale del genere (maschile, îem- minile). + poi che il risultato dell’azione
non è nella persona o cosa che la compiono, ma nel soggetto paziente di tale
azione « ransi- tiva », più esatto sarebbe chiamare « participio passivo »
quello che si accompagna con ii verbo essere ad indicare tale stato, e che uî-
ficialmente è detto « participio passato ». 20. — Questa distinzione e questa
deno- minazione presenia due vantaggi: chiarisce il diverso uso e significato
dei due « participî » passaio e passivo (l'uno è proprio il rovescio della
medaglia dell’altro: in « ho letto il libro », nese per tale idea è stato
ricavato dal segno espri- mente « bimbo, fanciullo »: questo era raffigurato da
un neonato con le gambe riunite nelle fasce e le brac- cia aperte (in azione):
rendendo invisibili ie braccia, fuse cioè con il corpo (perché non più in
azione) l'ideogramma così semplificato esprime la compiutez- za e il termine
dell’azione espressa dall’ideogram- ma specifico. li segno si pronuncia lido3,
o lao? o la, a seconda della maggiore o minore energia affer- mativa di tale
compiutezza. — In molte lingue l’indi- cativo passato (perfetto) serve anche da
participio passato: il suffisso d, tipico del passato e participio passato
dell’inglese, è la contrazione di did, passato di to do. = GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA il participio /etto è attivo e passato; in « il libro è lefto
da me », il participio /elfo è passivo e presente) e inoltre elimina il
ridicolo contro- senso — al quale legittimamente si ribellano i nevizî di
grammatica — per il quale il « sog- getto » di un « verbo passivo » resta « sogget-
to » sebbene l’azione espressa dal verbo sia compiuta da altri. Ad un fanciullo
che aspira a conoscere, dalla grammatica, l'aderenza delle parole con il
pensiero e con i sentimenti, riesce ben dif- ficile intendere che nella
proposizione « Pie- tro è picchiato da Paolo », Pietro è il sogget- to del
verbo « picchiare », sia pure in forma passiva. Assai più facile sarà spiegare
a quel- l’anima semplice — ed anche agli adulti — che Pietro è, ossia esiste,
ma nelle condizio- ni di « picchiato »: al vocabolo corrisponde la realtà
obiettiva, il corpo fisico contuso: dolo- rosa limitazione dell’essere. Ma se
Pietro non fosse, non potrebbe essere in tale condizione. I mirabili versi
foscoliani « Ahi, sugli estinti Non sorge fiore ove non sia d’umane Lodi onorato
e d’amoroso pianto » (Sepolcri, 88-89) hanno vera vita e bellezza —
nell’accento e nel significato — solamente se « fiore » sia considerato
soggetto di « sia », e questo come vero verbo « essere », non «ausiliare », ma
completato anzi, predicativamente, dal « parti- cipio passivo ». 21. — Non v'è
ragione legittima per cui, avendo la lingua italiana scisso alcune voci verbali
latine nei loro componenti, questa scis- sione, rispondente ad una forma di
pensiero e di sentimentò, sia negata da un formalismo nominalistico che
continua a considerare lempi composti quelli che sono proprio 1] risultato di
una scomposizione. — 14 — . IL SOLO VERBO INDISPENSABILE 22. — Resta invece
incorporalo nel voca- bolo specifico, per formare il « verbo in azio- ne », il verbo
essere, onde conferire a quello vitalità e diretia efficacia, allorché l’azione
va più immediatamente espressa. Ideologicamen- te, però, anche queste forme
risultanti sono sempre scindibili nel verbo essere, indispen- sabile, e nel
participio presente: es.: «Quel fiore olezza » = « Quel fiore è olez- zanie ».
23. — Ogni voce verbale esprime dunque l’idea dell’esistenza reale o
intellettuale © l’idea di una determinata modificazione unita all'esistenza. «
Essere », pur limitato e modificato, e pur morfologicamente incorporato nelle
voci ver- bali, rimane sempre l'elemento essenziale del. l’azione o dello stato
espressi da esse. Essere è il solo verbo indispensabile (1), persino nel
limitato, come l’°« Essere » assolu- to è l’unico « necessario » in senso assolu-
to (2). (1) «
On pourrait se passer de tous les verbes, excepté de celui-là seul qui, dans
chaque langue, est destiné à exprimer l’idée de l’existence ou réelle ou
intellectuelle ». N. Landais, Grammaire générale des grammaires francaises,
Paris, Didier 1845, pag. 315. (2)
« Tutte e singole le cose dell’universo si muo- vono perché sono mosse, causano
perché sono causate, esistono -perché c’è chi le fa esistere, hanno varî gra-
di di perfezione perché li ricevono, tendono al fine perché vi sono dirette. Ma
non è possibile procedere all'infinito nella serie delle cose che ricevono il
moto, la causalità efficiente, l’esistenza, la perfezione, la ten- denza
finalistica; bisogna arrivare .ad un essere che tutto dà e nulla riceve. . Se
vogliamo spiegare dunque il moto, la causa- lità efficiente, l’esistenza, la
perfezione e l’ordine del- l'universo, al di là dei motori mossi, delle cause
cau- sate, degli esseri contingenti, partecipanti la perfezio- ne e diretti al
fine, bisogna collocare un motore im- mobile, una causa non causata, un essere
assolutamen- te necessario, un essere sommo, una suprema intelli- genza
ordinatrice, Dio ». P. Zacchi, Dio, 32 ediz., Ro- ma, Ferrari, 1944, vol. II,
pag. 59. l'i “L'energia verbhale . 3 (II). 24. — Il verbo è la parte vitale del
lin- guaggio, | | Ogni espressione del pensiero a mezzo della parola, se non
sia una semplice interie- zione, si impernia sul verbo. Il verbo è la parola
fondamentale ed essen- ziale del discorso. | Il verbo è la parola per
eccellenza (1). 25. — Tutti gli altri elementi del discorso servono a limitare
e precisare il fenomeno espresso dal verbo. i 26. — Talora il verbo può
rimanere foni- camente (e quindi graficamente anche) ine- spresso: ma ciò non
significa che esso manchi interamente nella proposizione, la quale è espressione
del pensiero: e, nel pensiero, il verbo è sempre presente ed agente. Allorché,
ammirativamente, esclamiamo « Bello! », intendiamo dire: « È bello! »; quando
invochiamo « Aiuto! », questo solo vocabolo non avrebbe nessuna (1) La parola,
in latino, è verbum: traduce il Lo- gos greco che, psicologicamente, è il
termine della cognizione intellettiva, ossia idea, concetto, « parola della
mente ». Teologicamente, il Verbo è la seconda persona della SS. Trinità, che
procede dal Padre per via di intellezione e di vera generazione spirituale. S.
Giovanni ne afferma l’eternità, la personalità, la natura divina e la potenza
creativa: « /n principio erat . Verbum... Omnia per ipsum facta sunt, et sine
ipso factum est nihil, quod factuni est; in ipso vita erat... » Joh., I, 1-4.
—upa GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA efficacia, se l’appello non significasse:
« Datemi ailito! Prestatemi aiuto! »; — « Silenzio! » non produrrebbe l’effetto
voluto, se non fosse detto ed inteso nel si- gnificato completo di « Fate silenzio!
»: persino i car- telli nelle vetrine dei negozi sottintendono altrettanti
verbi quanti sono i «concetti» numerici o di altro genere cui si accenna
sinteticamente nei cartelli stessi. [INGRESSO | LIBERO | [OGGI FORTI RIBASSI
Persino i cartelli nelle vetrine dei negoziî... 27. — Nella comune grammatica
tradizio- nale, il verbo e gli altri elementi si chiamano parti del discorso.
Possiamo accetta- re questa denominazione, pur generica ed im- perietta, ma
dobbiamo dividere le « parti del discorso » in tre distinte categorie: a a) il
verbo, o parte vitale ed energe- tica del discorso; | 18 LE PARTI DEL DISCORSO
b) il nome o parte sostantiva del di- SCOrso; | | c) le parti accessorie del
di- scorso. o | ‘28. — Gli uomini sono arbitri di usare i vocaboli a loro
piacimento, ma le parole han- no speciali proprietà, indipendentemente dalla
pnl; | È Pri d_P stav Sad. ESTR .. sottintendono altrettanti verbi... (8 26)
volontà di chi le adopera: e perciò esistono leggi grammaticali precise (1).
(1) Taluno ha negato la grammatica normativa, asserendo che la grammatica si
impari « leggendo, leg- gendo, leggendo, e intanto parlando, parlando par-
lando: come per capire appunto le regole del nuoto, bisogna buttarsi in acqua,
e restarvi un pezzo, e muo- vervisi, e nuotare; e si sa che si impara a patto
che — 19 —.. GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 29. — Il verbo può esistere anche
isolato, ed esprimere un fenomeno generale, senza soggetto e senza complementi.
I verbi esprimenti fenomeni meteorologici sono esempi del verbo isolato e senza
limita- zione: piove, iuora, grandina, nevica, lam- peggia... È artificio di
grammatisti voler trovare un « sog- getto sottinteso di 32 persona » in questi
verbi (detti | peraltro « impersonali »!), che sono la più evidente ma- nifestazione
dell’energia verbale non limitata nei ri- guardi di un «soggetto » (1). La
lingua italiana, logica e geniale insieme, non esprime il soggetto di questi
verbi laddove altre lin- gue hanno la necessità formalista di dar loro un sog-
getto grammaticalmente convenzionale (2). 30. — Con ciò non si intende
affermare che l’energia verbale possa stare a sé, senza una subsiantia:
commetteremmo lo stesso er- rore nel quale si dibattono i fisici moderni, i un
po’ d’acqua da principio si beva ». (G. Gentile, La nuova grammatica italiana,
in « Leonardo » sett. 1934, pag. 382). Se così fosse, i migliori nuotatori
sareb- bero coloro che tanto energicamente si sono immersi, inesperti,
nell'acqua e tanto hanno bevuto, da affo- gare. Esistono invece saggissime «
regole del nuoto », alle quali non è estraneo il « principio di Archimede » e
sulle quali premono inderogabili leggi cinematiche e fisiologiche. Così
esistono norme e leggi grammaticali. (1) Le limitazioni, determinate dai
complementi, sono di altra natura, e sempre « impersonali ». Anche quando
diciamo semplicemente « Piove! », l’afferma- zione non è illimitata, ma ben
definita nel tempo e nello spazio. (2) Il latino plui: (senza soggetto) diventa
il pleut, ossia « egli piove, esso piove » in francese. Ciò è do- vuto alla
forma mentis nordica, che si rivela nelle forme similari dell’inglese (it
rains) del tedesco (es regnet), dello svedese (det regnar). Omettono invece
l’artificioso pronome lo spagnolo (//ueve), il portoghe- .se (chove), il rumeno
(ploua), che non hanno subìto tale influenza. IO NU CHI PIOVE? quali, affermano
che «tutto è vibrazione », confondono « energia » e « materia », impo- nendoci
di riuscire a concepire che « tutto vibri », ma che quel « tutto » è la
vibrazione stessa. Logicamente ci chiediamo « che cosa vibri » (1). Parimenti
siamo autorizzati a chie- derci «che cosa piova, nevichi, grandini, ecc.». E la
risposta ci viene spontanea: « L’acqua, la neve, la grandine! ». I Latini
dicevano « plui! aqua »: la « so- stanza » (e quindi il « sostantivo » o «
sogget- to ») è per noi implicito nello stesso verbo meteorologico (2) facendo
ideologicamente corpo con esso. 31. — Questa logica interpretazione ci Îa
comprendere perché, con il « participio pas- sato » di questi verbi si debba
usare il verbo essere e non mai avere. Si usa sempre essere con il « participio
passivo »; si usa essere nel- le iorme riflessive, anche per i verbi che ri-
chiedono normalmente avere (« egli ha lava- to », ma « egli si è lavato »): a
maggior ragio» ne si deve usar essere per questi verbi, nei quali non si tratta
di un’azione, ma di un Îfe- nomeno che si esaurisce in sé, di un « avve-
nimento » che accade: perciò dire e scrivere « ha piovuto », « ha nevicato », «
ha spiovuto », (1) « Supponiamo che taluno chieda se il cammi- nare, l’esser
sano, lo star seduto, e qualsiasi altra co- sa di tal genere siano ciascuno un
essere o un non- essere. Nessuna di tali cose esiste per” natura da sé, né può
esser separata dalla sostanza: sarà un essere ciò che cammina, ciò che sta
seduto, ciò che è sano»... Aristotele Metaphys., VII, 1. (2) In italiano, «
piove » significa «l’acqua cade dal cielo », 0, più scientificamente « avviene
una pre- cipitazione atmosferica allo stato liquido ». Il giap- ponese usa un
verbo unico (furu) per le varie preci- pitazioni, ed ha quindi necessità di
specificare se ciò che «cade» (furu) sia «pioggia» (ame), «neve » (yuki), «
grandine » (arare), facendo di questi voca- boli il soggetto del verbo: ame ga
furu, yuki ga furu, arare ga furu... Ri), pr GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
ecc. è altrettanto erroneo quanto lo sarebbe il dire o scrivere « Na accaduto
», « ha avve- nuto », « ha capitato »: « Questi giorni è piovuto soavemente »
(1). 32. — Usati in senso traslato, questi verbi meteorologici cessano di Îar parte
di una spe- ciale categoria, possono avere un soggetto, e anche forme del
plurale, non essendo più « im- personali »: « Vedi ben quanta in lei dolcezza
piove » (Petrarca. San. 140) «... astrologhi eccelsi d’ogni parie Piovono a
dire delle stelle il corso ». (F. Sacchetti, Rim. 46) x * * 33. — Il verbo
«denota esistenza asso- luta o modificata » (Tommaseo); esprime po- sitivamente
o negativamente ciò che è av- venuto, avviene o ha probabilità di avvenire. 34.
— Il verbo è tanto più autonomo e ge- nerale quanto meno è accompagnato da
altre « parti del discorso », le quali diminuiscono la sua ampiezza: l’area di
significato nel verbo è in ragione inversa degli elementi determi- nanti: nelle
proposizioni. seguenti, qui date come esempi, è sempre più precisa, ma sem- pre
più ristretta la zona verbale, ossia quella in cui si svolge il fenomeno
verbale, nel tempo, nello spazio, nel modo: « piove »; « stamane piove »;. «
stamane a Roma piove »; « stamane a Roma piove a calinelle ». 35. — Nella gran
maggioranza dei casi, l'avvenimento espresso dal verbo non è è gene- (1) A. M.
Salvini, Prose toscane, recitate nell’ Ac- cademia della Crusca, vol. II,
Firenze, Manni, 1735, p. 308. DI i hi n’ AREA DELL'AZIONE VERBALE rale, ma si
limita ad uno o più individui, ad una o più cose. Persone, animali o cose cui è
limitato il fenomeno espresso dal verbo costituiscono il soggetto, es.: «urna
fanciulla cania», — «Hulti quegli uccellini fuggirono » — «il treno parte »; —
«lo giorno se n’andava » (Inf., Il, 1); — « Venga il Regno duo... ». _. “
L'area dell’azione verbale è inversamente proporzio- nale al numero. degli
elementi che la determinano. (8 34) 36. — Il soggetto è un nome (so- stantivo)
o una parola che ne fa le veci, o un insieme di parole in funzione di
sostantivo. 37. — L’avvenimento espresso dal verbo può esser limitato non
soltanto dal « sogget- lo », ossia non esaurirsi in esso, ma comple- tarsi su
un altro elemento; es.: «il soldato canta uno slornello ». Mo, pre GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA L'elemento della proposizione sul quale si compie
l’azione (transitiva) espressa dal verbo è il complemento ogget- to (1). 38. —
Anche il complemento oggelto è sempre un « nome » (« sostantivo ») o una pa-
rola (o insieme di parole) che ne fa le veci. | 39. — Il «verbo» è l’elemento
vitale ed energico della proposizione. 40. — Sel' energia verbale rimane nel
sog- getto, il verbo è intransitivo. 41. — Nei verbi transitivi, inve ce,
avviene la scarica dell'energia verbale (a- zione istantanea) o il Îlusso dell’
energia ver- bale (azione continua) (2). È forse audace, ma chiarificatore il
parallelo tra energia verbale ed energia elettrica: considerando il fenomeno
linguistico del verbo affine a quello fisico dell’elettricità, comprenderemo
come soltanto alcuni vocaboli siano « buoni conduttori » dell’energia verba-
le: questi sono i nomi («sostantivi »). «42. — Soltanto i « nomi» (0 vocaboli o
gruppi di vocaboli che ne assumano le pro- prietà iîunzionali) possono compiere
o ricevere l’azione espressa dal verbo, es.: l'uomo pen- sa; — il leone insegue
la gazzella; — la goc- cia scava la pietra; — la notte porta consiglio. 43. —
Oltre il « soggetto » e il « comple- mento oggetto », altri « sostantivi »
possono limitare indirettamente l’azione espressa dal verbo, ec.: la fortuna addice
agli audaci. (1) Penetrando nella natura intima dei vocaboli, comprenderemo che
i « sostantivi neutri » (nelle lin- gue che posseggono tale genere) non sono
tali sola- mente perché né maschili né femminili, ma perché presentano una
certa inerzia rispetto all’energia verbale, e perciò non assumono forme diverse
per il nominativo (soggetto) e per l’accusativo (c. oggetto). (2) In inglese
questa continuità è espressa dalla scissione del verbo in «essere » e la tipica
forma in ing « Vado a Londra », / am going to London. ca DA a INTEGRITÀ DEI
SOSTANTIVI * * * 44. — Anche aggregandosi Îra loro e con altri vocaboli, e
qualunque sia la loro funzione nella proposizione, i « sostantivi » (appunto
perché tali) non perdono mai le loro qualità e . proprietà intrinseche. Quando
diciamo « ur martello di ferro », il martello resta martello . verbo : — —
verbo intransitivo transitivo Solamente i « sostantivi » e î vocaboli
(o_insieme di vocaboli) « sostantivati » sono « buoni conduttori » del-
l'energia verbale. (8.41) e il ferro resta ferro, sia dal punto di vista
grammaticale che da quello fisico e ideologico; «il ferro del martello » è
un’espressione di- | versa, nella quale però i due « sostantivi » con- servano
integri i connotati, le proprietà- e le caratteristiche. i Nelle due formule «
un uomo alto » e « un monte alto », la parola alto ha un significato in
funzione del sostantivo al quale si riferisce. Nella proposizione « La casa di
Cristoforo Co- DI lombo è tutta coperta di edera», i sostantivi (casa, n. ESSI
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Cristoforo Colombo, edera) non sono
influenzati dal- le altre parole con le quali si trovano in connessione: queste
possono variare, senza alterare.\la forma, la so- stanza e il valore dei «
sostantivi »; il verbo «è» af- ferma l’esîstenza di quella casa in quelle
condizioni, e perciò dà vita alla proposizione; l’aggettivo « tutta » ha un
significato non totale, ma determinato csatta- mente dalla dimensione del «
sostantivo » al quale si riferisce, ed ‘assume anche la forma del femminile,
modificandosi cioè a causa di esso; e lo stesso dicasi di coperta. Parimenti,
non l’articolo la determina il « genere femminile » delia casa, ma viceversa: e
la preposizione di ha due funzioni diverse nei due di- versi casi: di
specificazione («di C. Colombo ») e strumentale (« di edera »). 45. — Il
discorso è l’esposizione dei feno- meni verbali che si svolgono nei sostantivi,
sui sostanlivi e tra i sostantivi. * * %* 46. — Questa introduzione
apparentemen- te prolissa serve a dare un concetto unitario della grammatica,
collocando al legittimo po- sto il verbo, elemento attivo, ed il so- stantiivo,
elemento «sostanziale ». 47. — Tutte le alire parti del di- scorso vanno
considerate in rapporto con il verbo e con i sostantivi: esse infatti posso- no
essere: 4) elementi che fanno-le veci del nome, assumendone perciò le
caratteristiche e pro- prietà; e sono: a) il pronome; b) l'aggettivo oil verbo
sostan- tivati; B) elementi che determinano o qualificano il nome; e cioò:
c)l’articolo; d)lVaggettivo; cla LA GRAMMATICA, PRIMA ‘ARTE C) elementi che
qualificano 6) modificano l'azione del verbo; e cioè: e) avverbio; D) elementi
che esprimono speciali rap- porti tra più sostantivi c più verbi, o tra so-
stantivi e verbi, (o eventualmente tra più ag-o gettivi e più avverbî); € 10è:
Î) la congiunzione; g)la preposizione; E) elementi che esprimono l’intervento
passionale di chi parla; e cioè: h) linteriezione. * * * 48. — Comesi vede,
anche in una visione grammaticale nuova e antiburocratica SÌ pos- sono conservare
le denominazioni tradiziona- li, purché queste non formino un’arida ter-
minologia da museo, ma concorrano a dare una limpida interpretazione della «
rappresen- tazione: linguistica ».. | Affinché questa « rappresentazione »
(nella quale il verbo è l’azione, i sostantivi sono gli attori e le al- tre
parole gli accessorî del costume e della messin- scena) sia opera d’arte, è
necessario che essa sia ar- monicamente costruita, secondo precise norme che la
grammatica deve insegnare. « Arte prima » Îu detta la grammatica da Dante, il
quale, tra gli spiriti beati della se- conda ghirlanda del cielo quarto,
collocò l’au- tore dell’/rs Grammatica — codice secolare per ben parlare e ben
scrivere — « quel Donato che alla primarie degnò porre mano ». (Paradiso, XII,
137-138) Pose Elio Donato grammatico Îra i sapien- ti, in compagnia dei
teologi, poi che la parola è dono di Dio. E ogni sgrammaticalura è quasi una
be- stemmia. Re, x VE Digitized by Google LI Numero e armonia (III) 49. —
L'esame dei fenomeni linguistici con i medesimi criterî e metodi che si impie-
gano nella speculazione delle scienze esatte e per la tecnica ci permette di
riscontrare in- sospettate analogie, convincendoci sempre più che tutto è
coerente nell'Universo (1) e che a questa generale armonia debbono intonarsi —
e normalmente si intonano — anche le ma- nifestazioni umane, Le norme e leggi
grammaticali, che rego- lano la formulazione del pensiero in parole, son norme
e leggi di armonia: armonia dei vocaboli tra loro, e armonia tra i vocaboli e
la realtà, obiettiva e pensata (2). 50. — La presente grammatica è è « rivolu-
zionaria » non nel senso che essa voglia de- molire l’edificio costruito nei
secoli: al con- trario, intende liberarla dalle artificiose super- strutture,
dalle occlusioni abusive (e dalle aperture non meno arbitrarie), ed anche dalle
numerose « scritte murali » che ne alterano la simmetria e l’estetica, mentre
ostacolano l’o- rientamento, la comprensione logica, l’inter- pretazione
naturale, intralciando.non poco l’u-. so pratico. (1) È detto uni-versum perché
riconosciuto unita- riamente e armonicamente rivolto (versum) un unico fine.
Fsso è « governato da Dio con una perpetua ra- gione » (« O qui perpetua mundum
ratione gubernas », Boezio, De Consolatione Philosophiae, III, m. 3.). (2) Vedi
8 4. Ree0,, | E GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA E sembrerà più «
rivoluzionaria » proprio iì ove intende semplificare l’in:erpreiazione dei
fenomeni linguistici, rendere le definizioni aderenti alla realtà, snellire le
regole, dimo- strandone l’armonica derivazione dall’indole della lingua e dal
buon senso comune (1). 51. — Molto ha nociuto e nuoce alla pu- rezza e dignità
della lingua italiana l’illegitti- ma identificazione di essa con il dialetto
toscano (2). È una vecchia pretesa, che | Dante Alighieri — cui non si negherà
la com- petenza come autore italiano e come Îiorenti- no — qualificò « insania
» (3). (1) « Colla riflessione si formano le idee di rela- zione, si
raggruppano le idee (sintesi), o si dividono (analisi). E quando io adopero la
riflessione per ana- lizzare un’idea, e separare ciò che è comune in essa da
ciò che è proprio, allora formo quella operazione che si chiama astrazione...
L’astrazione si deve divi- dere dall’universalizzazione; e l’averla confusa fu
cau- sa di molti errori. Coll’astrazione si toglie via qua!- che cosa alla
cognizione (p. es. le note proprie); col- l’universalizzazione, si aggiunge, si
amplifica, in una parola si universalizza: sottrarre e aggiungere sono pa- role
contrarie ». A. Rosmini, Nuovo saggio sull’origi- ne delle idee, Sez. II, p.
II, c. IIl, a. 2-3. | (2) « La lingua italiana è, con certi contempera- menti e
mescolanze, il dialetto fiorentino, venuto a prevalere per virtù propria, per
opportunità geografi- che e storiche, per l’eccellenza degli scrittori che eb-
bero a servirsene, fra tutte le parlate della nostra nazione ». Pio Rajna. cit,
in F. .Fiamini, Compendio della Storia della Letteratura Italiana, Livorno,
Giu- sti, 1905, pag. 1. (3) « Post hoc veniamus ad Tuscos, qui, propter amentiam
suam infroniti, titulum sibi vulgaris illu- stris arrogare videntur; et hoc non
solum plebea de- mertat intentio, sed famosos quamplures viros hoc tenuisse
comperimus ». Dante, De Vulgari Eloquentia, I, c. XIII, 1. — E il Trissino
efficacemente traduce: « Vegniamo a li Toscani, i quali per la loro pazzia in-
sensati, pare che arrogantemente s'attribuiscano il ti- tolo del Volgare
Illustre; et in questo non solamente la opinione dei plebei impazzisce, ma
ritruovo molti uomini famosi averia avuta ». (Ediz. « Opere », in Ve- rona,
Vallarsi, 1729, pag. 161). — I LINGUA NAZIONALE E DIALETTO Il « risciacquare in
Arno » è uno dei peggiori la- vaggi cui possa esser sottoposto il nostro
idioma, il quale, al contrario, va mondato di qualsiasi impurità regionale, specialmente
quando questa sia in contrasto con i caratteri fondamentali e tipici della
lingua nazionale. 52. — È vocabolo non nazionale, ossia non italiano, quello
che non sia inteso e « sentito » (1) ed usato dalie classi colte di qualunque
regione d’Italia: è locuzione non nazionale, ossia non è locuzione «ita- liana
», quella che non sia intesa, « sentita » e (1) Nel più moderni sistemi di
insegnamento delle lingue estere è ritenuto importantissimo elemento il
feeling, ossia appunto il « sentimento » che ogni vo- cabolo desta in noi; esso
ci stimola direttamente ver- so l’« immagine » o l’« idea »: e ci dà anche
l'esatta «sfumatura » di significato: così, ad esempio, il vo- cabolo inglese
fair, riferito aggettivamente al « tem- po » (clima, stato atmosferico),
significa « bello », ma da esso irradia anche un feeling di luminosità. Quan-
do, per intendere un vocabolo, dobbiamo ricorrere alla « traduzione » di esso,
perdiamo questo feeling e quindi non «sentiamo » il vocabolo. Allorché, fuori
di Toscana, si usi un vocabolo o un’espressione regio- nale, chi ascolta
ricorrerà ad una mentale traduzione, e non avrà quindi la possibilità di «
sentire » diretta- mente il vocabolo o l’espressione «che non apparten- gono
alla sua lingua ». Due secoli prima che la moderna linguistica po- nesse così
in rilievo questo elemento psicologico del linguaggio, un coltissimo e geniale
prete italiano, pro- fessore di greco ed ebraico nell’Università di Padova, lo
identificava e gli conferiva la dovuta importanza: «I termini oltre il senso
diretto ne hanno spesso un altro accessorio di favore o disfavore, di
approvazio- ne o di biasimo; questo secondo senso è ora intrin- seco, ed ora
estraneo... Ma l’estraneo può abolirsi o quando il vocabolo passa da una
nazione all’altra, o anche nella nazione stessa col progresso del tempo; e
talora uno scrittore riabilita l’onor di un termine, usandolo con desterità e
collocandolo acconciamente. Il senso accessorio è quello che distingue fra loro
voci sinonime, e la conoscenza di questo doppio senso è una parte essenziale
del gusto ». Melchior Cesarotti, (1730-1808), Saggio sulla filosofia delle
lingue, P. I, XIII, 1. SUR GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA usata dalle classi
colte di qualunque regione d’Italia. 53. — È buon loscano, eccellente Îiorenti-
no ed è armonico dialettalmente con Piazza della Signoria e S. Frediano, dire:
« Noi si era in ire» o «Ci si vede al tocco! »; ma è pessimo italiano: e perciò
non è «italiano ». È non meno improprio e scorretto che di- re: « Erimo in ire
» o « Se vedemno all'una », romanescamente (1). I due «toscanismi » si
allontanano infatti dalla buona lingua assai più di quel che se ne allontanino
i due «romanismi », pur volgarissimi, in quanto lo « scarto » dei due primi non
è di natura morfologica {come «erimo » e «se vedemo ») (2) ma sintattica, ossia
incide proprio nella struttura e nella forma mentis dell’idioma. « Noi si era
in tre » è errato in sede della lo gica linguistica italiana. Poi che noi è il
soggetto della proposizione, il verbo deve avere anche formal- (1) Insistendo
sull’affermazione che «il Vulgare che noi cerchiamo sia altro che quello che
hanno i popoli di Toscana » (Dante, loc. cit. trad. Trissino), il Poeta
sostiene che, altrimenti, anche le altre parlate regionali avrebbero il
medesimo diritto. (ibid.). (2) Il romanesco «erimo » si allontana dall’ita-
liano « eravamo » non molto più di quel che se ne al- lontani il dantesco «
eram »: « Già eram desti, e l’ora s’appressava » (Inf., XXXIII, 43); e nel
romanesco « se» permane integro il latino se, anche quando esso si attenua nel
«si » italiano. _ «Quanto ai modi di dire genuinamente romani, essi — secondo
noi — oltre il privilegio di essere na- ti sulle rive del Tevere, autentica
espressione del sen- timento del popolo, conservano in maniera efficacis- sima
il ricordo vivo e perenne di antiche costumanze, d'avvenimenti e persino di
personaggi, il tutto sapien- temente velato dalla nebbia o levigato
dall’uso...». P. Romano & E. Ponti, Modi di dire popolari romani, Roma,
Ars, 1944, pag. 6. — Non poche di tali espres- sioni hanno emigrato in altre
regioni, e parecchie si sono affermate nazionalmente, appartenendo quindi
‘oramai alla « lingua ». Ra. e LOGICA LINGUISTICA “Noisi era in tre” = 3
campanelli suona o nana 0° aoroppononosooso® Peo no L’analogia elettrotecnica
dimostra l'errore di un to- scanismo “Noi st-erea- in, tre” eravamo ll verbo
esprime l'energia vitale rispetto a tutto il soggetto (8 53) «ada GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA mente l’estensione che ciò che esso esprime ha nella realtà:
deve perciò essere espresso in forma plurale. L’espressione fiorentina è mal
congegnata quanto lo sarebbe un impianto elettrico nel quale non vi fossero
tante connessioni di circuito quante sono le lampade, i campanelli o altri
congegni che debbono essere in funzione; e l’intrusione del pronome
indeterminato « st» — del quale sarebbe difficile determinare la na- tura. e il
significato — non fa che accrescere la con- fusione (1). Lo stesso dicasi della
proposizione: « Ci si vede al iocco », nel senso di « Ci rivedremo all'una »
(2). È esatto e corretto dire « Qui ci si vede be- ne », nel senso generico — e
perciò con un « SÌ » generico — di « Qui le condizioni di vi- sibilità sono
buone ». È esatto e corretto dire « Qui ci si vede » nel senso di « Qui qualcuno
ci può vedere », « Qui noi siamo vi- sibili »: il « soggetto » è generico,
indeterminato: la «zona di azione » del verbo è correttamente determi- (1) « È
chiaro che la differenza tra la lingua vol- gare (sermo rusticus) e la lingua
dotta (sermo nobilis) non si limita al lessico, ma si estende alla morfologia
e, ancor più, alla sintassi. Quanto alla morfologia, la persona dotta, dopo
averne ricavate le leggi con lo studio della lingua viva, si conforma
strettamente; né può dirsi, per questo, che il suo linguaggio non sia naturale
». D. Tondi, La lingua greca del Salento, No- ci, Cressati, 1935, pag. 12. (2)
Qualche grammatica sente persino il bisogno di chiarire che «il tocco»
significa «un'ora dopo mezzogiorno; non il mezzogiorno, come s'intende in alcuni
dialetti» (Morandi & Cappuccini, 8 357). E i vocabolari non son neppure
concordi nell’accettare (Tommaseo, Palazzi) o escludere (Petrocchi, Zinga-
relli) che «il tocco» possa dirsi anche della prima ora dopo la mezzanotte.
L’indicazione oraria «il tocco» è «regionale » quanto lo sono le espressioni
partenopee «le due me- no un terzo » (i ddoie manco ’nu terzo = le 1 e 40), «le
nove e un terzo » (= le 9 e 20). Il « terzo » d’ora non è una misura oraria «
nazionale ». E, I SINTOMI DELLA COERENZA nata pronominalmente dal «si»; e il
chiaro comple- mento oggetto » è « noi », rappresentato dal pronome « ci », e
il verbo è legittimamente al singolare. È esatto e corretto dire « LÌ ci si
vede be- ne » nel senso generico di « Lì le condizioni di visibilità sono buone
». Perciò il pronoine generico «si» è qui legitti- mamente usato; e il « ci »
non è pronome, ma avver- bio di luogo (= « Lì ci sono buone condizioni di vi-
sibilità »). È esatto e corretto dire: « Cosfì ci si vede », nel senso di «
Costì qualcuno ci vede, o può scorgerci », « Costì noi siamo visibili ». Anche
qui il «soggetto » è generico, indetermi- nato: la. «zona» dell’azione verbale
è indicata pro- nominalmente dal «si »: e il chiaro complemento og- getto è
«noi», rappresentato da ci, che qui è pro- nome (1). In queste proposizioni
tutto è armonico, equilibrato: la logica linguistica è ben disciplinata e
disciplinante. 54. — « Ficcordo » o « concordanza » im- plicano armonia: nel
campo logico sono il sin- tomo della coerenza. Per coerenza, il verbo concorda
con il « soggetto », poi che esprime l’azione di que- sto, limitatamente cioè
ad esso. © ‘Dev’essere perciò in forma plurale, quan- do il soggetto è plurale,
e singolare quando il soggetto è singolare. 55. — Può essere espresso in forma
sin- golare il verbo che sia retto da più soggetti, 1 quali però vengano
considerati come un (1) È scorretto, artificioso e lezioso dire: « C'è delle
persone che non la pensano così». E si arzigo- . gola che si tratta di un verbo
«impersonale »! Ma quelle « persone » ci sono, e sono appunto il « sog- getto
». «sie GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA complesso unico, formando cioè una
sola idea (singolare). Nell’efficace distico dantesco « Grandine grossa, e
acqua tinta e Neve per l’aer lenebroso si riversa » (Inferno, VI, 10-11) il
verbo è in forma singolare, poi che l’infer- nale precipitazione atmosferica
del 3° cerchio è considerata globalmente come un tutto uni- co, come appare
anche dai versi precedenti: « lo sono al terzo cerchio della picva eierna,
maledetta, jredda e greve » (ibid., 7-8) A quesla pioggia (« piova »), unica,
pur se composta, corrisponde un « soggetto » consi- derato singolare, pur se
formalmente plurale, e appunto ciò rende i versi danteschi più espressivi e
aderenti alla realtà. Analogo, pur nel significato inverso, perché ne- gativo,
è il fenomeno meteorologico-linguistico nel 59 girone del Purgatorio: « Per che
non pioggia, non grando, non neve, non rugiada, non brina più su cade... »
(Purg., XXI, 46-47) Il «soggetto » formale è composto di ben cin- que
sostantivi, ed è quindi plurale, ma v'è una nega- tività totale che li fonde,
in perfetta corrispondenza con la purezza atmosferica: e perciò il verbo sta in
forma singolare. 56. — Al contrario, il verbo può avere for- ma di plurale
allorché il soggetto ha signifi- cato collettivo o numerico plurale. Anche in
questo caso, la « realtà » si im- pone, es.: « Una immensa turba di persone lo
seguivano »; « La metà dei deputati diedero volo favorevole ». In questa
concordanza al sen- so, il soggetto pensato è quello (plurale) de- — (0 LA
MISURA È IL NUMERO gli elementi costituenti il soggetto espresso in forma
singolare (collettivo). Tale concordanza col pensiero trova espressione anche
nella disposizione e persino nella diversa ac- centuazione della parola:
infatti il verbo al plurale sarebbe meno armonicamente usato allorché il nome
collettivo (singolare) sia posto in evidenza: in ogni caso, alle due diverse
formuiazioni (verbo al singo- lare e verbo al plurale) corrispondono due
diverse in- tenzioni nel pensiero di chi parla: dicendo « Dei depu- tati, la
metà diede voto favorevole », si considera questa metà del corpo parlamentare
come un tutto unico, mentre dicendo « La metà dei deputati diedero voto
favorevole », si considerano i deputati singolar- mente votanti. Singolarmente
considerate dal Poeta sono lc ani- me componenti la « schiera » dei Sodomiti: «
Quando incontrammo d’anime una schiera che venìan lungo l’argine, 2 ciascuna ci
riguardava come suol da sera guardar l’un «altro sotto nuova luna ». (Inferno,
XV, 16-19) E, pur nel particolare minuto, la prova della gran- de armonia,
della « misura e del numero », che reggono tutta la mirabile struttura della
Comedia (1). (1) La misura e il numero regolano il Creato: «patet quod rerum
diversitas exigit quod non sint omnia aequalia, sed sit ordo in rebus et
gradus». S. Tommaso, Summa contra Gentiles, Lib. III, c. XCVII. — Il vero
credente spontaneamente e fervi- damente si intona a questa universale armonia:
l’arti- sta credente vi si ispira, sì che essa si riflette nelia struttura
dell’opera d’arte. « L’alta fantasia di Dante costringeva se medesima in una
rigida disciplina, al « fren dell’arte » (Purg. XXXIII, 141): e può esser cu-
rioso notare che dei 14.233 versi onde il poema è com- posto, 4.720 costituiscono
la I cantica, 4.755 la II, 4.758 la III; e delle 99.542 parole, 33.444 la I,
33.379 la II, 32.719 la III. Ciascuna cantica si chiude poi con la parola
stelle ». M. Scherillo, Le origini e lo svolgimento della letteratura italiana:
Vol. I: Le Ori- gini: Dante, Petrarca, Boccaccio, Milano, Hoepli, 1919, pag.
142. a È GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA * * 57. — La sintassi — ossia
l’ordinata disposizione delle parole nel discorso, ed il coerente nesso tra
esse — è regolata dal pen- siero, e non viceversa. La sintassi ha le sue norme
e regole, in quanto queste son conseguenti a quelle del pensiero razionale e
affettivo, L’armonia e la coerenza grammaticali e sintattiche non vanno cercate
soltanto nella forma, ma, entro e dietro il fenomeno lingui- stico, va sempre
indagato quello logico e psi- cologico. Così molte apparenti contraddizioni e
stra- nezze linguistiche vengono chiarite, e rientra- no anch'esse
disciplinatamente nella genera- le armonia. 58. — Un'analisi superficiale può
farci ap- parire discordanti l’articolo e il sostantivo hel- la comune
espressione: « fe ore una » (o sem- plicemente « le una »). Tali espressioni
(ana- loghe a « lire una » « chilogrammi uno ») de- rivano dalla preesistenza
di un modulo men- tale, corrispondente a quei materiali moduli nei ‘quali
bisogna riempire i « bianchi », e che hanno una dicitura fissa: peso:
chilogrammi... prezzo: lire... (asta a8s11) Sullo spazio bianco di questo
modulo mentale applichiamo (quasi scriviamo men- talmente) il valore numerico
specilico, la- sciando al plurale la formula fissa preesisten- te: e diciamo
perciò «chilogrammi uno », « lire una e ceniesimi 50 », « ore una », « le (1)
In questi moduli l’indicazione metrica è al plu- rale, poi che la probabilità
che il numero da scrivere nello spazio bianco sia superiore ad 1 è assai mag-
giore che non il caso contrario. Aa L’ARITMETICA È UN’OPINIONE? ore una » (1),
e anche semplicemente «/e una ». Il verbo, coerentemente, assume la for- ma del
plurale, accordandosi con il modulo fisso: « Sararmo le ore una ». Sarà bene,
però, evitare queste forme, che sanno troppo di orario ferroviario e di
ragioneria: il sostan- tivo metrico, preposto in tal modo al numerale, serve ad
esprimere una precisione pedante: « lire cento » son proprio esattamente 100 lire,
mentre « cento lire » può anche avere un valore approssimativo (2). 59. —
Paradossale regola può apparire quella che prescrive il verbo al singolare
quan- do il soggetto sia « più d’uno », es.: « Più d'uno la pensa così ». « Più
d’uno » è evidentemente plurale, sia nell'espressione che nella numerica
realtà. ‘L’aritmetica è dunque un’opinione? Possiamo però chiederci, appunto
con matema- tica pedanteria, in che punto della progressione arit- metica
incominci il « plurale ». Evidentemente, poi che non possediamo il « duale »
(3), il plurale inco- mincia con il numero 2. L’èspressione « più d’uno » è
però matematicamente e psicologicamente diversa da « almeno due »: v’è uno
stato d’animo e un’indeter- minatezza per cui, pur oltrepassando l’« uno », non
specifichiamo oltre. L’espressione « più d’uno », ha (1) « Ore una » significa
piuttosto « un’ora di tem- po », mentre «le ore una» ha valore indicativo del
momento. I due significati son ben diversi: nel primo caso si indica un «
segmento » di tempo, nel secondo un « punto » nel tempo: ed infatti alcune
lingue han- no due vocaboli ben diversi (es.: Stunde e Uhr in te- desco). i (2)
A dimostrare come non tutti i popoli la pen sino allo stesso modo, e quindi
differentemente si esprimano, è interessante notare che in russo, ad esem- pio,
il significato è approssimativo quando il sostan- tivo metrico precede il
numero: rubljéi sorok è « cir- ca cento rubli », mentre sorok rubljéi ha valore
più preciso. (3) Dall’antico ‘indo-europeo, il duale, conservato nel greco in Omero,
scomparve nel latino. sii Bois GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA quindi un
valore simile a quello che in matematica st chiama «asintotico » (1): tende
cioè al «2», ma non lo raggiunge (2). Inoltre, la presenza del chiaro ed
alquanto enfa- tico « uno » — sul quale infatti cade l'accento prin- cipale e
significativo dell’espressione — acutizza nel- l’espressione stessa il
carattere e ii « sentimento » (3) di unicità, ossia del « singolare »,
concorrendo a farci prescegliere appunto la forma singolare del verbo. 60. —
Altrettanto singolare, ma proprio in senso contrario, appare la regola che im-
pone la forma del plurale per il verbo retto da due sostantivi singolari
disgiunti però in modo che, nella realtà, uno solo sia il vero e proprio
soggetto: si dovrebbe dire « O Tizio 0 Caio sposerà Sempronia », poi che uno
solo dei due convolerà a nozze con lei, ma si dice correntemente e
correttamente « O Tizio 0 Caio sposeranno Sempronia »; e, in ogni ca- (1) Non
si confonda l’asìntote, termine matema- tico, che esprime la «tendenza »
geometrica di una curva verso una retta senza mai raggiungerla (e la
corrispondente «tendenza » aritmetica o algebrica), con l’asìrndeto, che è
l’omissione di congiunzioni nelle enumerazioni: « di que, di là, di su, di giù
li mena » (Inf., V, 43). (2) Il numero 1,9 è assai vicino al 2; e ancor più lo
è il numero 1,99; l’approssimazione cresce aggiun- gendo ancora i 9/10
dell’unità dell’ultimo ordine espres- so; ma anche 1,999999999... non è 2, né
pur proseguen- do in infinitum, si potrà raggiunger mai il 2. Tra i due valori
vi sarà sempre non soltanto una differenza, ma un « salto ». Gli stessi Leibniz
e Newton sentirono che qualcosa di insidioso si annidava - - matematicamente c
filosoficamente -— nell’arduo probiema, ma non riu- scirono a capire con
chiarezza di che si trattasse: e ciò condusse — e conduce — non pochi
matematici e filosofi ad « una idea erronea, che per molto tempo ha gettato
un’ombra assai oscura sulle basi de! calcoio infinitesimale ». F. Waisman,
/ntroduzione a! pensiero matematico, Trad. ital., 22 ediz., Torino, Einaudi,
1941, pag. 206. (3) Vedi 8 52 a pag. 28, nota. SERI. IS nd PSICOLOGIA E
GRAMMATICA so, non si può dire altrimenii che « O Caio o io sposeremo
Semprottia » con il verbo al plurale, sebbene il vero soggetto sia singola- re,
e Sempronia non possa esser bigama, il che è appunto escluso anche formalmente
dalla disgiuntiva « 0 ». 8 qposerd . D sposerò “’Sposeremi N (0 empronia Un
plurale (« sposeremo ») che non implica bigamìa... (8 60) Il caso è interessante:
ed è grammaticalmente e psicologicamente complesso. È evidente che «o Tizio
sposerà... 0 Caio spose- rà...»: ma entrambi hanno questa « possibilità », e
ciò è espresso appunto ‘dalla forma plurale, determi- nando con essa l’« area
verbale », la quale comprende l’azione di entrambi i soggetti. Abbiamo,
grammati- calmente una somma dei due singolari, e cioè: sposerà -- sposerà =
sposeranrio. 61. — È evidente che, in casi simili, la forma plurale del verbo è
obbligatoria allor- sla la) GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA ché, usando quella
singolare, non si avrebbe la concordanza di « persona » con il soggetto:
bisognerebbe poter dire: sposerà 5 «0 Caio o io sposerò Sempronia », ciò che
non è possibile: onde la necessità del plurale, comprensivo delle due forme.
62. — Il problema non si pone neppure al. lorquando la congiunzione « 0 » (o
altra equi- valente) non ha funzione separativa ( dilferen- ziativa) ma
dichiarativa (1) poi che in tal caso Il soggetto è non soltanto singolare, ma
uni- co: si dirà perciò: « La miosotide o occhi della” Madonna o
non-ti-scordar-di-me o falco cele- ste è una borraginea » (2), poi che si
tratta di un unico soggetto, di un’unica pianta, della stessa cosa. Le altre «
denominazioni », do- po la prima, non hanno neppure un loro arti- colo, appunto
perché sono in pura funzione dichiarativa. Si dirà invece: « Lo strofanto o la
digitale curano l' arilmìa cardìaca» (3), pur se uno (1) Nel testo di questo
paragrafo la proposizione « La congiunzione « o », o altra equivalente non hanno
funzione separativa» è un altro esempio della appa- rente discordanza tra il
verbo (forma. plurale) e _.il soggetto (sostanzialmente singolare), in quanto
una particella separativa esclude l’uso dell’altra equiva- lente. (2)
Abusivamente taluno dice « il miosotide »: il sostantivo è di genere femminile:
etimologicamente si- gnifica « orecchio di topo », ma poi che la nozione di
‘tale significato non si presenta con il nome, esso ci appare assai più
poetico. Si noti anche come un'intera proposizione può « sostantivarsi »>:
non-ti-scordar-di- me è un «sostantivo ». a (3) La corretta pronunzia
«strofànto » è ora ri- spettata soltanto da alcuni vecchi medici e dagli inse-
gnanti di botanica e di farmacologia. Le « classi gio- vani» e men legate alla
tradizione dicono « stròfan- to », sì che probabilmente tale forma finirà per
imporsi. Già i Latini dicevano che « Graeca per Ausoniae fines sine lege
vagantur », non intendendo però che.i voca- boli greci potessero esser
pronunziati a capriccio: so Ala ® PENSIERO E REALTA dei due medicamenti esclude
l’altro, nel sog- getto grammaticale e nell’uso, 63. — Il numero, nel
significato gram- maticale, esprime la singolarità o la pluralità del
sostantivo: perciò con esso deve concor- dare, in forma plurale o singolare,
ogni voca- bolo che esprime l’azione o lo stato o la qua- lità o quantità del
sostantivo, disciplinando il pensiero in armonia con la realtà. « È nel vero
colui che pensa esser diviso ciò che è diviso, e composto ciò che è composto; e
nel falso invece chi la pensi altrimenti che le cose non sia- no» (1).
l'accento era regolato o sull’accento greco o sulla « quantità » della
penultima sillaba: il vocabolo pote- va esser quindi pronunziato o « alla greca
» o «alla latina ». Così « stròfanto » è ‘pronunzia « alla greca », e «
strofànto » alla romana. (1) Aristotele, Metaphys, VI, 29. Ma 66 ® « “ a Non
filiazione,, ma “evoluzione, RI RI A rin (Iv) 64. — La lingua italiana non
deriva dalla latina, ma è la stessa lingua latina, in un gra- do ulteriore
della sua evoluzione. \ — Una delle più antiche frasi in latino arcai- co che
ci siano rimaste (« MANIOS MED VHE- VHAKED NUMASIOI ») (1) differisce dal
latino classico (« MANIUS ME FECIT NUMASIO ») assai più di Quel che il latino
classico differisca dal- italiano («MANIO MI FECE per NUMA- SIO ») (2). Se
chiamiamo « latino arcaico », cioè latino nella Prima fase del suo sviluppo,
quello di cui abbiamo campioni i quali tanto si allontanano dalla lingua di
Cicerone, di Cesare, di Virgilio e degli altri classi- ©!, non meno legittimamente
possiamo considerare “latino » l'idioma in cui Dante, Petrarca, Boccaccio - _—
nel li È l'iscrizione su una fibula d’oro, LAI la sal Lin una tomba di
Palestrina e conservata nel- « Mu i XL del Museo Preistorico ed Etnografico
(già So Kircheriano »), a Roma. i cn f sla Volta, grande è la differenza che
inter- doc parle Prime frasi italiane che si trovano nei TMiRti del Medio Evo,
a cominciare dai secoli VII dere deb Italiano di Dante. p. es.: (anno 759). «
Red- 960): « S “ uno soldo bono expendibile » — e fini ke I dC ko (= «so come
») kelle terre por kelle Sedette ») € Monstrai trenta anni le possette (= «
pos- "te Sancte Marie». — Cfr. E. Monaci, 'estoma>j, è A ; ch ; Ì ttà
di Castello, 18gocaliana dei primi secoli, 3 voll., Ci — 45 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA e gli altri grandi classici italiani composero i loro
capolavori, e che è, strutturalmente e sostan- zialmente, anche la lingua
italiana dioggi (1). ua B11814AM TMT ap MANIOS MED VHEVHAKED NVMASIOI MANIVS ME
FECIT NVMASIO A . fece Maniîo mi hé fatt 5 per Numasto Lat. arcaico * Lat.
classico :: Lat. classico * Italiano In alto: l’antichissima fibula romana (6
64) 65. — Tra le lingue dette neolatine, l'italiana non è, quindi, la «
discendente » di- retta del latino, ma la continuazione di esso. Le altre
lingue neolatine si diversifica- rono dal latino, ossia ne derivarono e ne sono
quindi la filiazione, per le stesse cause che, in Italia, deter- minarono a
formazione dei dialetti (1). Pa (1) Un dialetto assurge all'importanza e fun-
zione di lingua allorché sia « portato alla scrittura e sia diventato mezzo di
espressione di una colletti- vità per i suoi bisogni letterarî, politici,
amministra- tivi... ». P. Savj-Lopez, Le origini neolatine, Milano, Hoepli,
1920, pag. 166. — Per i dialetti italiani è inte- ressante constatare « come le
linee degli antichi domi- nii linguistici ed etnografici preromani
corrispondano fedelmente ai confini dialettali moderni ». F. L. Pullè, Le
origini dell’Italia contemporanea, Bologna, Monti, 1911, pag. 36. — Analogamente,
le linee che delimi- 4 46 FORZA FONICA E FORZA ANALITICA 66. — AI di sopra di
tuiti i dialetti italiani si è formata la « lingua italiana », ossia si è
sviluppato in latino moderno il latino parlato (1). 67. — Due fattori hanno
principalmente concorso a trasformare il latino tanto che esso divenisse il
moderno italiano, il quale è so- stanzialmente quello che Dante Alighieri usò e
fissò nella Divina Comedia. Questi due fat- tori agirono come due vere e.
proprie forze de- formanti (2): possiamo perciò denominarle lorza Îîònica,
tendente alla vocalizzazio- ne e, al tempo stesso, alla eliminazione dei
contrasti consonantici e delle consonanti Îi- nali; e forza analitica,
tendenteascin- dere le forme sintetiche nei loro elementi ideo- logici. 68. —
Con la declinazione il latino dava a ciascun «caso » del sostantivo, degli
aggettivi e dei pronomi una particolare desi- = tano i territorî delle varie
lingue neolatine (spagnolo, portoghese; francese, ladino, rumeno) coincidono
con quelle etnografiche dei popoli spagnolo, lusitano, gal- lo-celtico,
daco-danubiano: se la lingua latina è con- siderata « madre » di questi idiomi,
la « paternità » va” attribuita a ciascuno di detti popoli: e quindi il pro-
cesso è di « filiazione », e non di « evoluzione » come nell'italiano. Anche i
nostri dialetti derivano dal la- tino per « filiazione »: non l’italiano. —
Cfr. Toddi, Giro d'Italia in cerca della buona lingua, Milano, Hoepli, 1941.
(1) « Il lessico neolatino non è formato soltant dal latino volgare, ma anche
dal latino letterario, il quale con l’altissimo prestigio della cultura poneva
il suo suggello sull’unità idiomatica già creata dalla con- quista romana: e
ancora una volta potremo ripetere che le lingue neolatine continuano veramente
non il latino volgare ma tutto il latino». P. Savj-Lopez, op. cit., pag. 155.
(2) Usiamo il verbo « deformare » non nel senso di « render deforme » o
«guastare la forma», ma semplicemente in quello di « alterare la forma, modi-
ficarla ». cad forza fonica x forza analitica quei che il latino perse irta
PALI cCaresrosgIT o rene vente 0a Rie è N è . . > 7) . Z3A - 9 A ci Po 4 z i
° D : rà ISAIA F A piana na PARA LAROOGI28 8 a ZE a; b'-quel che Ge @ 2 suoni
lessicolibi [#f D' x nie ( \ ) we db 5) S dro Sul latino, rappresentato dal
quadrato ABDC, hanno agito le due forze ® e a, sì che, come in un paral-
lelogramma di fisiche forze, la risultante ha solleci- tato tutto il quadrato a
deformarsi, in modo che il punto p passasse in p’. Il lettore immagini il
quadra- to formato da un filo di ferro, e facilmente lo vedrà assumere la forma
del rombo AB'D’C della figura II, in cui il punto p è passato in p’, e tutta
l’area si è de- formata, non coincidendo più con quella che il qua- «drato
occupava: ha abbandonato alcune zone (AC°CA, ossia a, e AB’ BA ossia b), e
queste rappresentano ciò che, del latino, è andato perduto, sia nella pronun-
zia (a) che nel lessico (b): ma la superficic dell’italia- no si è estesa oltre
l’area del latino, ed ha coperto nuove zone, sia nei suoni (C°D’°DC’ ossia a’)
che nel lessico (B'D’'DB’ ossia b’) Oramai le due figure deb- bono apparire
chiare al lettore. (8 67) BE, gs . 40.000 DISPOSIZIONI DIVERSE nenza, la quale
ne esprimeva la funzione sintattica: era quindi possibile riconoscere la
îunzione stessa indipendentemente dal posto occupato dal vocabolo, e senza
necessità di speciali « preposizioni » che la indicassero (1). I due versi con
i quali, dopo i nove introduttivi, ka inizio il racconto nella 22 favola di
Fedro, si com- pongono di 10 parole: « Ranae vagantes liberis paludibus clamore
magno regem petiere a Jove ». Comunque vengano disposte tali parole, il signi-
ficato della proposizione rimarrebbe inalterato e per- fettamente comprensibile
(2). Ciò è possibile appunto in virtù delle tipiche de- sinenze dei « casì ». |
69. —- L’abolizione delle terminazioni tipi- che avrebbe reso impossibile il
riconoscere la. « funzione » dei vocaboli declinabili, e impli- cava perciò la
necessità di indicare (con la (i) Il latino, però, non è «sintetico » al punto
da eliminare totalmente le preposizioni, le quali esiste- rono sin dai primordi
di tale lingua. Ne è esempio il « complemento d’agente » a Jove. Il latino
arcaico ave- va il « caso locativo », esistente nel sanscrito, rimasto poi
soltanto per alcuni vocaboli. Ed è sintomatico che, a misura che si risale nel
tempo, la paleolingui- stica ci mostra lingue sempre più complesse e com-
plicate, fenomeno che non depone certo a favore della teoria secondo la quale
la parola sarebbe un’invenzio- ne umana. (2) Soltanto l’espressione «a Jove » è
inscindibi- le, e l’ablativo magno non dev’esser collocato in mo- do da poter
esser ritenuto riferito a Jove: ogni altra disposizione è teoricamente
possibile, e i due versi significherebbero sempre: « Le rane scorazzanti per le
libere paludi chiesero con gran strepito un re da Giove ». Il fecondissimo e
geniale sacerdote matema- tico Giacomo Ozanam (1640-1717) calcolò che 8 chie-
rici possono disporsi in 40.320 modi diversi! (J. Oza- nam, Récréations
mathématiques et physiques, Paris, 1694). Altrettante disposizioni, e più,
potrebbero quin- Ai prendere le 10 parole dei due versi di Fedro. RAR, (>
pete PORTOGHESE: . peixe FRANCESE: poisson RUMENO peste Sat ar bere E 0 0 TE 0
e 5 atum PORTOGH, thon - FRANC. ton RUMENO Dal latino all'italiano. — Se la
cosa rappresentata subisse le medesime trasformazioni che il voca- bolo che
l’esprime, il pesce o tonno sagomato nel quadrato del «latino» si
modificherebbe prendendo la forma sagomata nel rombo dell’« italiano ». Si con-
stata che la modificazione è coerente e proiettivamen- te regolare, appunto
perché il latino è « evoluzione » dell'italiano (1). Ciò non avviene per le
altre lingue, dette neo-latine: ‘elementi estranei al latino concor- rono a.
determinare un fenomeno non di « evoluzione » ma di « filiazione », nel quale
cioè la lingua latina rap- presenta uno dei genitori. (8 69) (1) Delle
differenti forme che, nei successivi stadî evolutivi, i vocaboli hanno assunto
prima di consoli- darsi in quella attuale, abbiamo innumerevoli docu- 600 ‘IL
TRAMONTO DELLE DECLINAZIONI. posizione più o meno fissa dei vocaboli nella rase
e con l’uso di altri vocaboli specifici) in quali rapporti sintattici stessero
le parole fra loro. Ciò corrispondeva, del resto, alla tenden- za analitica che
si andava sempre più affer- mando nell’indole della lingua latina. Le due «
forze » modilicatrici svolgevano, così, un’azione concomitante e interdipenden-
te, in quanto la semplificazione fònica delle finali determinava la necessità
della scissione analitica, e questa, a sua volta, rendeva inuti- li le
terminazioni tipiche — o « desinenze » — dei casi. | 70. — Né tale duplice ed
armonico pro- cesso si ridusse alle sole « declinazioni »: an- che i « gradi di
paragone » degli aggeltivi e le « coniugazioni » dei verbi subirono lo stesso
destino. Comparativo e superlativo ed alcune voci verbali assunsero forma
analitica, scin- dendosi negli elementi ideologici, ossia nelle « parole »
corrispondenti alle singole idee componenti. menti nei testi delle lingue più
diverse. E assistiamo anche a fenomeni evolutivi linguistici che si svolgono
sotto i nostri occhi, nel corso di una sola generazio- ne in periodi ancor più
brevi, e possiamo ricono- scere le cause che determinano tale « evoluzione »,
perfettamente identificandole. Il principio evoluzio- nistico geologico del
Lyell può esser accettabile, poi che gli strati terrestri sono la concreta
documen- tazione dei successivi stadî. Ma si può legittimamente rimaner
saldamente aderenti alla teoria della « fissità della specie » sostenuta dal
buon vecchio Linneo nel campo biologico e respingere le teorie trasformiste di
Lamark e di Darwin quando queste si presentano tan- to sprovviste di « pezze
d’appoggio » documentarie, e pretendono imporci una degradante concezione della
nostra origine presentandoci soltanto qualche isolato resto di osso, miserrima
documentazione che pretende esser « probante » di un fenomeno quantitativamente
grandioso: l’evoluzione del genere umano attraverso i millenni! Anche da questo
punto di vista lo studio dei fenomeni linguistici è profondamente istruttivo ed
ammonitore. GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 71. — La « parola» italiana non ha
dun- que la medesima «area di significato » che quella latina, allorché questa
sia sottoponibile a « Îlessione ». Tipico delle « lingue flcssive » — alle
quali con- tinua ad appartenere la nostra pur nella sua sempli- ficazione
analitica — non è soltanto il fatto che al- cune « parti del discorso »
assumono forme diverse per le varie funzioni, ma anche ii fatto che tali vo-
caboli non possono usarsi che in tali forme « flesse ». Ed a ciò corrisponde
una non meno tipica forma mentis, quindi con un diverso sviluppo logico-lingui-
stico. 72. — In greco, in latino — come in san- scrito e nelle altre lingue «
Îlessive » — la pa- rola « idea » non poteva essere espressa — e quindi «
pensata » nel pensiero discorsivo — se non in « nominativo » o « genitivo », 0
« da- livo », ecc., al singolare o al plurale. Finche în italiano, noi dobbiamo
dire o « idea » o « idee ». Tipico delle lingue non flessive («isolanti ») è
invece la possibilità di esprimere (e quindi di pensa- re anche nella
connessione discorsiva) l’idea pura da ogni specificazione sintattica o
grammaticale (1). (1) E perciò è più appropriata la denominazione di « lingue
isolanti » che quella di « iingue monosilla- biche », in quanto la loro
monosillabicità è un conno- tato puramente fònico teorico, limitato alla lingua
scritta (oggi incomprensibile senza l’ausilio compen- satore della speciale
grafia). Nella espressione orale, tali lingue, (quali il cinese, il siamese)
uniscono più sillabe (generalmente due) per costituire quelle unità
fònico-ideologiche che i moderni grammatici cinesi chiamano ming?-tsz?
(letteralm. « espressioni denomi- nanti ») ossia « vocaboli ». Cfr. H .S.
Aldrich, Hua yù hsiù chih: practical Chinese, Peiping, Vetch, 1934, pag. 51. —
Tipico invece è che in tali lingue ogni ele- mento ideologico semplice
costituisca un’entità lin- guistica a sé, inalterata e « isolata ». — Le lingue
a g- glutinanti rappresentano lo siadio intermedio fra. le « flessive » e le
«isolanti »: posseggono « desinen- ze », ma queste conservano una relativa
autonomia, e si attaccano semplicemente (si « agglutinano ») al vo- 69 La _-
MENTALITÀ ED ESPRESSIONE * * .73. — La conoscenza di una lingua non soltanto
nei suoi aspetti morfologici superficiali. ma in pro- fondità, e lo studio
razionale e ragionato della sin- tassi permettono di comprendere la mentalità
del po- polo che in quella lingua ha la sua coerente espres- sione. Utilissimo è
perciò io studio ragionato della grammatica italiana, come preparazione
indispensabile per ben imparare le lingue este- re e per comprendere la
peculiare indole di ciascuna di esse. Le lingue flessive sono coerente
espressione di quei popoli che, come i Mediterranei in genere e par-
ticolarmente i Latini, hanno per caratteristica fonda- mentale della loro forma
mentis la determinatezza e la precisione, e la innata tendenza a conoscere la
real- tà per via sperimentale, analitica e razionale. Gli Asiatici invece, e
particolarmente gli Estremo-Orien- tali, e specialissimamente i Giapponesi, son
portati per natura e per tradizionale allenamento alla com- prensione intuitiva
e sintetica. Non è facile, per noi, concepire che si possa pensare all’idea «
mano » senza associarla ad una mano concreta, e noi determiniamo —- anche
mentalmente — se si tratta di una o più mani, e la pensiamo ò le pensiamo in
riposo o in azio- ne, oppure, ma successivamente, nei due diversi stati.
Perciò, al diverso numero e alla diversa condizione corrispondono « voci »
diverse o in diversa funzione: il sostantivo « mano » non può essere espresso
che al singolare oppure al plurale ed avere funzione di sog- getto, o di
complemento oggetto, o di strumentale, ecc. Ad un Giapponese, invece, il
vocabolo « mano » (l’idea «mano »), rappresentato da un «ideogramma », desta
l’idea astratta di « mano», aderente più al sim- bolo che alla realtà, mentre,
al tempo stesso, egli ha la rappresentazione intima della mano concreta, né
cabolo senza alterarlo (« fletterlo »). Cfr. T. Hamit, Méthode directe et
combinée pour l’étude de la langue rurque, Instanbul, Imp. Hamit Bey, 1933,
pag. 1} e segg. -—— GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA singolare né plurale, e
simultaneamente egli può f- gurarsela (o piuttosto intuirla) in riposo ed in
moto, mentre, sempre sinteticamente, l’ideogramma gli rap- presenta tutte
insieme le differenti pronunce che l’i- deogramma può assumere (1). Così l’idea
«idea» può esser considerata nell’a- strazione più completa, pur aderendo, simultanea-
mente, a tutto ciò che possa avere comunque una struttura ideologica. Negli
esercizî religioso-psicologici della sètta buddhistica Zen (2), la «
meditazione » o « concentrazione » ha un carattere tutto speciale, che questi
due nostri vocaboli non riescono a rendere (3), e che sarebbe difficile
definire con parole nostre. Ma colui il quale abbia veramente compreso la
struttura della lingua giapponese avrà fatto un gran passo per intendere che
cosa sia lo Zen, e come in esso possa esser la chiave di tutta la psicologia
giapponese, per- meando ogni manifestazione spirituale e pratica, fami- liare e
sociale, sentimentale c razionale. Non sembrino Îuor di luogo, in una gram-
imatica italiana (che però è « ragionata ») que- ste note su una lingua ed un
popolo così di- stanti da noi: servono a determinare un estre- mo dell’ampia
gamma nella quale possono classificarsi le lingue in considerazione della (1)
Ogni « ideogramma », normalmente, ha alme- no due pronunzie diverse in
giapponese, quando non ne ha parecchie: il segno « mano » si può leggere te,
specialmente se isolato, oppure, nei composti, te, shu, zu; l’ideogramma « idea
» è letto Kangae e ké. Su que- sta almeno duplice lettura e le sue ragioni,
cfr. P. S. Rivetta, Nihongo no tebiki: avviamento facile alla d:f- ficile
lingua giapponese parlata e scritta, Milano, Hoe- pli, 1943. (2) Questi
esercizî sono molto praticati non sol- tanto dai sacerdoti e novizi, ma anche
dai laici. E vi sono altre pratiche frequenti. le quali hanno sostan- zialmente
lo stesso fine di allenamento dello spirito all'equilibrio. Tra queste, la
celebre « cerimonia del tè ». Cfr. P. S. Rivetta, // Paese dell'eroica
felicità: usi e costumi giapponesi, Milano, Hoenli, 1941; p. 141 e segg. (3)
Come non è facile definire la dhyana indiana, dalla quale essa deriva. DR, LA
GAMMA DELLE MENTALITÀ «mentalità » che a ciascuna di esse è con- nessa (1). * *
%* 74. — Denominiamo « parola » in senso generico l’espressione orale, ossia
Îònica e articolata, del pensiero, o anche la forma del dire. Nella «selva
oscura », Virgilio dice a Dante: « Si ho ben la tua parola intesa » (Inf., II,
43) ossia: « Se io ho ben capito quel che tu hai detto » (« ciò che tu intendi
dire »). Più genericamente ancora va interpretata la « parola » allorché
Virgilio inter- rompe il suo dire nell’Antipurgatorio: « E com'egli ebbe sua
parola detta » (Purg., IV, 97) ossia « appena egli ebbe finito di parlare ».
Equivale invece a «favella », cioè «facoltà di parlare » allorché Buonconte da
Montefeltro dice al Poeta: « Quivi perdei la vista e la parola» (2) (ibid.,
100). (1) In questa gamma, ad esempio, la lingua in- glese occupa un posto
diverso da quello che si sup- porrebbe, ossia a notevole distanza dalla nostra
lin- gua. Il vocabolo hand, ad esempio, non evoca in un Anglosassone soltanto
l’idea di « mano », ma anche quella delle sue possibili attività (verbo to
hand, ecc.). Il fatto che, in inglese, quasi ogni sostantivo di ori- gine
sassone possa aver anche funzione verbale fa sì che lo «stimolo ideologico »
del vocabolo sia diverso che nelle nostre lingue. Più raro è tale abbinamento
per i sostantivi di derivazione latina, specialmente se polisillabi: sicché un
Inglese « sente » in modo diverso un vocabolo sassone e un vocabolo latino, pur
se ne ignora la diversa provenienza. (2) Alcuni dantisti sostengono che la
proposizio- ne (e perciò il senso) non terminano con la fine di questo verso
dantesco, e leggono, con diversa. inter- punzione: e Quivi perdci la vista, e
la parola nel nome di Maria finii... ». ossia « conclusi il mio dire
pronunziando il nome di Maria ». ua GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Parimente
diciamo che taluno «ha /a parola facile », o che « la parola ha tradito il suo
pensiero ». 75. — Oltre questi significati generici — e perciò senza pretesa di
precisione — la pa- rola « parola » ne ha anche uno specifico, e serve ad
indicare l'insieme dei îonèmi che esprimono un'idea. In tal senso la parola è
l'elemento co- stitutivo del discorso, equivalente appunto a ciò che l'elemento
è nella chimica e ciò che la cellulaè nella fisiologia. 76. — Nei suci
significa:i generici, la « pa- rola » è semplice facoltà di esprimersi e l'e-
spressione nel suo insieme: nel secondo sen- so, specifico, ha valore
determinan'!e l’unità fondamentale del discorso. In questo secondo senso, «
parola » ha significato affine a « vocabolo » (1). Il vocabolario di una lingua
è-la raccolta delle « parole » (o « vocaboli ») in uso in quella lin- gua (2).
(1) Il francese usa parole nel senso generico, e mot nel senso di « vocabolo »:
« C'est pour faire usa- ge de la parole que le mot est établi... On a le don de
la parole et la science des mots. « Abbé Girard, Les vrais principes de la
langue francaise ou de la parole reduite en méthode, cit. in N. Landais,
Grammaire gé- nérale des grammaires francaises, 5. éd., Paris 1845, pag. 83.
(2) In inglese, vocabulary ha un significato ancor più specifico: significa il
particolare « repertorio di ‘ vocaboli » di una branca scientifica o che siano
noti ad una determinata persona. « My English vocabulary is very poor »
significa « Il mio repertorio di vocaboli inglesi è molta povero». ossia « Non
conosco molti vocaboli inglesi ». Questo è uro dei numerosi esempî i quali
dimostrano che il significato di un « vocabolo » può variare da lingua a
lingua, pur quando l’aspetto resti assai simile: e ciò può facilmente trarre in
in- ganno lo studioso. Cfr. in proposito, l'eccellente vo.u- me di C. Rossetti,
Tranelli dell'inglese, S. ediz., Fi- renze, Le lingue estere, 1943; e H. Veslot
& J. Ban- chet, Les traquenards de la version anglaise, Paris, Hachette,
1929. — 56 — LA PAROLA E LE PAROLE 77. — La « parola» (in senso generico:
«facoltà di parlare ») è dono divino (1); è. universale e generale nel genere
umano; le « parole » (cioè i vocaboli) hanno invece. aspetto Îònico, uso e
valore diverso presso i diversi popoli (2). i (1) « Formati che ebbe il Signore
Dio daila terra. tutti i volatili del cielo, li condusse ad Adamo, acciò
vedesse come chiamarli; il nome infatti col quale Ada- mo ‘chiamò ogni essere
vivente, è il suo vero nome. E Adamo chiamò coi loro nomi tutti gli animali, e
tutti i volatili del cielo, e tutte le bestie della terra ». Ge- nesi, II,
19-20, traduz. G. Ricciotti. (2) Non vi è quindi un nesso universale per cui a
determinati suoni articolati corrispondano determinate idee definite. Vocaboli
di lingue diverse possono coin- cidere fra loro per suono, e significar cose
del tutto. diverse nelle rispettive lingue: così troviamo, ad esem- pio, non
poche parole che si direbbero italiane ver la loro pronunzia, ma che hanno
tutt’altro valore signi- ficativo in lingue prossime e lontane: è noto che bur-
ro, per gli Spagnoli, significa « somaro », bisofio (pro- nunziato « bisogno »)
equivale al nostro vocabolo « re- cluta »; facultativo è il « medico »; amo,
che per noi è voce del verbo amare. significa « padrone » in spa- gnolo ed è
negazione in coreano; in giavanese topi è «cappello » .e mitra è « amico »; per
gli Albanesi, gas vuol dir « gioia » e urì è « fame », mentre per gli Arabi le
urì son le note fanciulle semprevergini del paradiso coranico; panna è la
«signorina » polacca; affàr significa « onesto » in amarico; in russo, pagoda è
il « tempo » (stato atmosferico), e scirocco vuol dir «largamente »; /argo vuol
dir «lungo » per gli Spa- gnoli. Il monosillabo tu, che per noi è pronome, vale
« due » in coreano ed in inglese (two): tocco è « uno » in galla, salassa è
«trenta ».in tigré, sfo è «cento » nelle lingue slave, mentre otto, in
giapponese, signifi- ca « marito ». Nel linguaggio telefonico ed in usi si-
milari, gli Anglosassoni usano oggi il semplice suono o per indicare lo «zero »
(es.: 307 = three-oh-seven), mentre lo stesso suono rappresenta il « cinque »
(dal cinese ww) in sinico-coreano. Per noi, la sillaba « su » esprime l’idea di
«sopra» (preposizione e avverbio): in francese significa « sotto » (sous,
preposizione), e anche « soldo » (sowu) e « satollo » (sot), ed in cinese vuol
dire « informare », ed in basco « fuoco »; e giù, in giapponese, vuol dir «
dieci »... sit GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 78. — Nel suo formarsi, ogni «
parola » esprimente un'idea ha dovuto necessaria» mente stabilire anzitutto un
nesso ed un con- îronto con altre nozioni conosciute già: par- ‘ tire da
queste, per individuare, definire e de- nominare l’idea da esprimere: ha
eseguito quasi quelvoperazione di tiro, con cui, stando ‘| Dopo aver descritto
una « parabola », una « parabola » è una « parola... » (8/78) i . in un punto,
si mira e si colpisce un altro punto: perciò, nella sua formazione, ogni «
parola » ha descritto una traiettoria o « pa- rabola », proprio come quella di
un proietti- le (1) che, emesso dal punto di partenza (si- gnificato originario
o etimologico), va a col- pire con precisione l’« idea » da Fopnimicre
(significato reale e d’uso). Ed è « parabola » anche nel senso di « racconto
allegorico », poi che si serve di allusi oni ad a!tro per individuare e
definire l’idea. (1) L’uso corrente confonde « parabola » e « traiet- toria »,
sebbene, geometricamente, sian due curve ben diverse. _ 58 — \4 NJ L'EQUILIBRATO
ED EQUILIBRANTE REALISMO L'etimologia è branca linguistica interes- sante e
divertente, poi che ci rivela insospettate ori- gini delle parole e
insospettate « parabole » che esse hanno percorso per arrivare al significato
attuale. Così, ad esempio, l’etimologia ci rivela che da parabola è venuto
parola. 79. — Dopo aver compiuto — in tempo più o meno lungo e con vicende
varie — la sua traiettoria o parabola, ia « parola » si fis- sa a rappresentare
l’idea specifica, salvo a mutar valore col procedere del tempo e attra- verso
nuove’ vicende, in connessione con un'evoluzione ideologica e come riflesso di
un’obiettiva realtà (1). 80. — Il processo evolutivo delle lingue neolatine, e
specialmente quello della lingua italiana, si svolge in armonia con il
progresso scientifico-filosofico, ossia con criterio analo- go ad esso. Alcuni
popoli hanno una mentalità prevalente- mente intuitiva, talora in contrasto con
la « raziona- lità »: la mentalità greco-latina-italiana ha una strut- tura
sillogistica sintetizzante ‘ed analitica: essa ha maturato quell’equilibrato
realismo che, da Socrate a Platone, da Aristotele alla mirabile sintesi
scolastica (1). Dal verbo sophizo, « render sapiente » che lo formò, il
vocabolo «sofista » qualificò in origine il dotto argomentatore, onesto
addestratore degli altri sul cammino della saggezza; ma il prezzolato cavillar
dei « sofisti » alterò il valore del vocabolo, applicato perciò poi a indicar
una trista genìa di pseudo-filosofi. Parimenti l’ingiusto dominio esercitato con
violenza fece sì che il vocabolo « tiranno », originariamente si- gnificante «
Signore, Principe, Sovrano », acquistasse il truce valore che ha oggi. AI
contrario, il vocabolo « martire », che in greco era semplicemente « testimo-
ne» (martyr), si circonfuse di gloriosa aureola, per l’eroica condotta di
coloro che soffrirono tormenti e morte per « testimoniare » come vera la
dottrina pro- fessata. Le « parole » costituiscono, così, anche l’inde- lebile
registro del bene e ‘del male, rispondendo armo- nicamente ad un fine generale
di giustizia. 12 004 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA medievale (S. Tommaso), e
attraverso i filosofi vera- mente italici -— e non importatori di nebbie
nordiche — sospinge sul cammino assolato e mediterraneo del- la limpida conoscenza,
il nostro intelletto al fine di porlo in armonia (e quindi aderenza,
adaequatio) con l’obiettiva realtà (1). Questa armonia tra lo spirito e la
realtà costitui- sce la « verità ». 81. — Pure la grammatica, fissan- do le «
norme » razionali del discorso, e disci- plinandolo affinché risponda ai suoi
fini, è tecnica (ossia « arte ») e « scienza »: e, come tale, è anche branca
della « saggezza ». (1) «In processu generationis humanae semper crevit notitia
veritatis». Duns Scoto, (1265-1308), Theoremata. = 60 \ Le cellule del discors
(V) 82. — Ogni discorso è formato di « pa- role ». Nel parlare, però, nessuna
sensibile sepa- razione Îònica isola una parola dall’altra. Possiamo, in casi
speciali — ossia per valoriz- zare con l’espressione le varie idee — distaccare
con pause una parola dall’altra, e dire, ad esempio: « È questa la quarta volta
che....». o nelle esitazioni, es.: n « Insomma... non... vorrei... » È un
artificio, o il risultato di incertezza, timore, ecc.; e le medesime cause
possono produrre una pro- nunzia eccezionale, nella quale persino le sillabe
sono articolate ben distinte una dall’altra: « As-so-lu-ta-men-te no! » Ma
nemmeno in questi casi eccezionali è possi- bile sciogliere quei legami fònici
che servono di sal- datura acustica tra due o più parole; p. es.: « L'ho
av-ver-ti-to per l'ul-ti-ma vol-ta ». 83. — Questa fusione Îònica avviene in
tutte le lingue. Nessuna di esse è pronunzia- ta parola per parola
separatamente (1). (1) Oitre la « pausa », si può avere una separazio- ne ancor
più violenta (pur se assai più breve) tra i suoni del discorso: l’« occlusiva
laringea », ossia la completa chiusura della rima delle corde vocali. I Te-
‘deschi, allorché pronunziano l'italiano, non dicono «ioavevoancoravuto » (io
avevo ancora avuto »), ma «io*avevo*ancora*avuto », ponendo questa occlusione
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Ad esempio, la proposizione francese « Zls y
ont DI retrouvé leurs bons amis d'’il y a trois ans», che è composta di ben
tredici « parole », viene pronunziata correntemente in tre gruppi fònici:
ilziòn riruvé loer- bonzamì diliatruazàn. Una delle maggiori difficoltà per chi
oda parlare una lingua a lui poco nota, è appunto il riuscire a identificare i
confini Îra parola € parola. Se poi egli sia assolutamente digiuno di quella
lingua anche l’analisi più minuta non gli permetterà di stabilire dove. nella
successione dei suoni ch’egli ode, cadano tali punti separativi (1). 84. —— La
divisione del discorso in « paro- le » è mentale e logica. Ed è tanto
importante da influenzare persino la struttura Îòbnica del- la « parola», la
quale si afferma anche così come entità a sé. Nelle lingue regolate dalla legge
dell'armonia vocalica, l’unità della « parola » come entità a laringea nei
punti qui indicati con asterischi; ma, in tedesco, tale frattura fònica si può
avere anche nel corpo della parola: ad es.: « das Amtsalter », « V’an- zianità
», si pronunzia « das*amts*alter »; -— in « beer- ben », « ereditare », vi è
fra i due e un distacco (« be* erben » — che manca invece in « Beere », «
bacca, aci- no ». — È ben strano che nessun manuale per l’inse- gnamento del
tedesco esponga questa importantissima caratteristica della pronunzia tedesca.
È un appunto (il solo) che si può fare anche a U. C. Ferrero, Ele- menti di
fonetica della lingua tedesca, Modena, S. T. mod., 1937. — Assai utilmente si
potrà consultare: G. Panconcelli-Calzia, Experimentelle Phonetik, Berlin u.
Leipzig, Géòschen, 1921, pag. 101 e segg. (1) Pur nelle lingue che hanno
l’accento in posto fisso (sempre sulla prima sillaba della parola, come in
ungherese o in finnico; oppure sempre sull’ultima, co- me in francese) tale
connotato non è sufficiente guida alla separazione acustica, poi che si attenua
nelle pa- role secondarie ed è invece accompagnato da accenti secondarî nelle
parole lunghe. — Cfr. F. Beyer und P. Passy, Elementarbuch des Gesprochenen
Franzéò- sisch. Gòthen, Schultze, 1905, pag. 59 e segg. ea HIER L'UNITÀ DELLA «
PAROLA » sé è sentita a tal punto che, in una stessa « parola » si trovano
normalmente o soltanto «vocali basse » (posteriori, velari), o soltanto «
vocali alte » (anteriori, palatali) (1). | etkergettem. 1) A macskal az asztal
alòl: (D tupakanpolito oni tall kielletty vocali alte \ (anteriori) P Ì . (2) 1
ra I (8) ù (y) vocail | - N basse a lingua € (a) (posteriori). Esempi di «
armonia vocalica »: 1) ungherese: « Ho scacciato il gatto di sotto la tavola »;
2) finlandese: « Vietato fumare »; 3) turco: «Per un innamorato, Bagdad non è
lontana» (proverbio). (8 84) L’equivoco interpretativo per il quale il dialetto
romanesco dice « un apis » credendo che lapis sia « l’apis », e per il quale
abbiamo in italiano « la matita », formatasi da « l’ama- (1) La pronunzia
popolare turca trasforma perciò l'italiano brillante in pIrlanta, modificando
in / e a (vo- cali « basse ») i due nostri i, che sarebbero in contra- sto con
l’a accentata, la quale dà fisonomia fònica alla parola. Parimenti, dal
francese congrès il turco po- polare forma congrà. — Il nome di Karagoòz, il
noto protagonista del cosiddetto «teatro delle om- bre », contrasta
apparentemente con l’armonia voca- lica, avendo vocali delle due specie: esso
prova in- vece che, in turco, Kara-g6z è considerato composto da due parole: e
infatti significa « Occhio (géòz) nero (kara) ». ii GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA lita » (1), conferma tale sensibilità che il po- polo ha della «
parola », i cui confini vengono così stabiliti: in modo erroneo dapprima, per
diventare definitivi. 85. — Anche la lingua italiana ha leggi fòniche
particolari per l’inizio e la fine delle « parole », pur se queste, nel
discorso, sono pronunziate legate le une alle altre, riunite in gruppi di
respiro (2). Le leggi e norme delia buona pronunzia e della corretta scrittura
formeranno un vo- lume a parte. Qui sono però indispensabili questi cen- ni
fonetici per definire il valore e, anche grammati- calmente, la funzione della
« parola ». 86. — Molti popoli, nello scrivere, non usano la separazione tra
parola e parola, rappresentando così, ———— __——r—r—r—r——_——— 6 (1) Per ematite
(haematites), ossia « sanguigna », che designò una pietra da disegnare color
sangue. — Viceversa il francese chiama l’ugola «la luette », per aver creduto
parola unica « l’uette » (da uvulette), cui premette perciò un secondo
articolo. Una successiva interpretazione popolare (a Parigi e nell’Est della
Francia) ha poi fatto sì che «/a luette» apparisse « l’aluette », e, per
attrazione paronimica, anche l’ugo- la è divenuta «l’'alouette ». Sicché questa
popolare « rondine » (alouette) inesplicatamente annidatasi in fondo alla
bocca, non è che un chicco d’uva (uvulet- ta), proprio come la nostra « ugola
(per uvula). (2) Abbiamo delle vere e proprie idiosincra- sìe foòniche iniziali
di parola: pur possedendo l’arti- colo maschile plurale gli, sempre prevocalico
o pre- cedente gruppi consonantici complessi (s impura, z [cioè is o ds], ps,
gn, x [cioè Ks]), non abbiamo nes- suna parola incipiente per tale suono:
eppure dicia- mo, con raggruppamento fònico, « gl’ingegni, « gl’In- diani »,
ecc. — Nessuna. parola, in basca, comincia per r; e chi si chiami Ramòn diventa
Erramon in Biscaglia o Guipuzcoa. Cfr. B. De Arrigarai, Euskal- Irakaspidea:
Gramàtica del Euskera, San Sebastiàn, S. Ignacio (1935), pag. 11. — Men buono,
per lo studio del basco, il Método pràctico del Euskera, di M. de Inchaurrondo,
Pamplona, Aramendia, 1928; povera co- sa è il volumetto La lingua basca, di E.
Portal, Mi- lano, 1926. ina Ri mi mint + nontiinet Aziz oceania delemic ver
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NARA AE VIII ADISONI ANDSION DI PON, a A GAARA SIATIZIA IRE A Ln II « Il tocco»
è espressione regionale ... ($ 53). In alto: Piazza della Funicolare, a Capri,
In basso: Firenze e l’Arno, da Palazzo Vecchio con il profilo della campana «la
Martinella >, ii di agito © sg + . ae PAROLA E GRAFIA graficamente, la sola
pronunzia, indipendentemente cioè dalle idee connesse con i suoni. Anche in
sanscrito la scrittura era «seguitata » (kramapàtha): L’India ha dato un grande
contributo alla grammatica e alla logica grammaticale (1), ma anche ora
l’isolamento « parola per parola» (pada- pàtha) è più o meno commisto con la
grafia « conte- sta » (2). | 87. — In italiano, l'isolamento grafico del- le
parole si affermò quando la lingua era già solidamente costituita, Di | Oggi
non ci è facile leggere un testo nel quale le sillabe siano graficamente
riunite co- me esse sono oralmente emesse: abbiamo bi- sogno di vederle
raggruppate non come esse lo sono nella nostra voce, ma come lo so- no nel
nostro pensiero. | = 88. — Tale fenomeno è sintomatico, poi che rivela la forte
tendenza analitica che è peculiare nell’indole della lingua italiana. Nel
succedersi delle generazioni, ‘ossia nel suo sviluppo, il genio della lingua ha
compiuto costante- mente un lavoro di indagine analitica. Come i fisio- logi
hanno ricercato nella struttura dei tessuti orga- (1) Preziosa fonte filologica
è l’antichissima gram- matica indiana, che raggiunse la vetta nell’Astadhiaii
(« Le otto sezioni [grammaticali] »), trattato compren- dente circa quattromila
regole, compilato da Pànini, vissuto, secondo alcuni, nel V secolo av. Cr. e
che, con Vararuci Katiàiana e Patafijali, forma la triade dei grandi grammatici
indiani. Secondo Pànini, la gram- matica ha sì grande importanza, che la
conoscenza profonda di essa può bastare per raggiungere la sal- vazione. Il
grande filologo danese Otto Jespersen non esita a proclamare l’opera di Panini
« la più completa grammatica esistente per qualsiasi lingua, viva © morta ».
(2) In essa vale come criteria di separazione l’in- terpunzione oppure il non
collegamento tra vocale fi- nale e la seguente. tu e Mg rate” SERE det n ent
ani SITE RT MV dt Sen no VENERE "POI. RT n Sese © Nd Sharing ii aeneon dai
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA micati (1) l'elemento unitario fondamentale,
così l'ita- liano ha cercato di isolare l’unità biologica del lin- guaggio. 89.
— Chiamiamo testo l'insieme dei vocaboli che sono organicamente disposti a
formare un discorso (il « testo » scritto è la rappresentazione con segni del «
discorso » orale): e « testo » significa « tessuto » 0). In anatomia chiamasi
«tessuto » il complesso di cellule che formano i varî organi del corpo. Il
microscopio ha permesso la scoperta « cellula » (3). Quel che nel tessuto
vegetale e animale è la « cellula », nel tessuto lingui- stico è la « parola ».
L’isolamento della « parola » rappresenta quindi un progresso, in quanto
attesta una più intima conoscenza, una più approîondita ana lisi del processo
psicologico-lingui- stico (4). (1) È un brutto neologismo: « organicato » è in
uso da alcuni scienziati per definire quei composti e aggregati che non sono
solamente « organici », ma di struttura coordinata ad un fine unitario. (2)
Textus, donde textum, è il participio passato (e participio passivo) di texere,
e perciò « tessuto ». (3) Per il fisico inglese Roberto Hooke, che nel 1667
diede il nome alle « cellule », queste non posse- devano una propria
individualità: erano semplici « ca- vità » in una massa fondamentale: « il
primo natura- lista che ha messo in vera luce la struttura cellulare nei
vegetali è stato il nostro Marcelio Malpighi (1675) », R. Galati Mosella, / più
significativi trovati della citologia, Milano, Sonzogno, 1919, pag. 15. . (4) «
Dai fenomeni linguistici noi potremo trarre delle conclusioni sui caratteri
generali del pensiero... Le forme diverse del pensiero, nel loro incessante mu-
tamento, reagiscono sul linguaggio, mentre questo in- fluisce dal canto suo sul
carattere del pensiero: noi non possiamo ammettere che i pensieri dei nostri
an- tenati remoti, si siano svolti nelle stesse forme no- stre; anzi, tali
mutamenti avvengono sicuramente, sia pur in minor grado, in periodi molto più
brevi». G. Wundt, Vòlkerpsychologie, trad. ital. (« La psicologia dei popoli
»), Torino, Bocca, 1929, pag. 44. Ù Po — ESA LA CELLULA DEL DISCORSO 90. — La «
parola », appunto come la cel- lula, è la più piccola entità significativa del
discorso. Non si può quindi scinderla senza pregiudicarne la funzione, ossia il
significato. 91. — Nel processo analitico, allorquando il nostro pensiero riconosce
che un vocabolo, pur costituendo una entità semplice, contiene potenzialmente
due idee, avviene un fenome- no simile a quello della cariocinesi nelle cel-
lule: la formazione di un doppio nucleo (due idee) determina la formazione di
due cellule distinte. | Per questa tendenza analitica la lingua italiana —
ossia la lingua latina in ul- teriore sviluppo — ha trasformato in due o più
parole quasi tutte le forme « declinate » e parecchie forme «coniugate», nonché
i « comparativi » ed i « superlativi relativi ». 92. — Dopo tali premesse — che
appari- ranno persino prolisse — dobbiamo conclu- dere la lapalissiana verità
grammaticale che sono separate quelle parole che non son più unite: dobbiamo
rispettare cioè — nelle de- finizioni e nelle regole. — ciò che il genio della
lingua ha voluto distinguere. * * %* 93. — Impropria e contraria all’indole
del- la lingua italiana è definire e considerare « tempi composti » del verbo,
ossia ciascuno dei raggruppamenti di due o tre « parole», come unica « voce » del
verbo esprimente l’a- zione compiuta (passata o passiva). Il latino veni, nel
suo significato di « passato prossimo », si è scisso nell’italiano « è venuto
». Con- siderarlo ancora « voce » del verbo venire è altrettan- to errone»
quanto lo ‘sarebbe il rappresentarlo grafi- camente in una parola sola: «
evvenuto » (1). (1) Nel volume di ortografia ed ortoepìa sarà ade- guatamente
esaminato l'importante fenomeno del rad- ld L0 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
94. — Nella denominazione « tempo com- posto » si può anche intravvedere la
preoccu- pazione di definire un fenomeno il quale non può apparire curioso e
contraddittorio se si consideri « è venuto » come voce del verbo verire.
Allorché diciamo che « Caio è venuto », noi af- fermiamo anzitutto che Caio «è»:
lo affermiamo presente, sia in senso cronologico che locale: sicché la voce « è
» è proprio il presente indicativo del verbo .« essere ». Ma affermiamo anche
che egli è nelle con- dizioni derivanti in lui dall’aver compiuto l’azione di «
venire »: e ciò è espresso dal participio passato del verbo « venire »: venuto.
Sicché «Caio è venuto» significa chiaramente quel che significa e cioè che |
Caio è venuto e ciò è espresso in tre «parole », manifestando uno pensiero
formato da tre idee: Caio è venuto 95. — Impropria è anche la denominazio- ne
di « passato prossimo », appunto perchè il verbo « essere » al presente (« è
venuto, sono venuti ») indica che si tratta di un presen- te: il participio, o
attributo, è « passato »: ma il verbo è presente. E trova, così, la sua logica
giustificazione la regola sull’uso di tale forma: 96. — Si adopera il
cosiddetto « passato prossimo » (ossia il presente del verbo essere con il
participio passato come attributo): a) quando perdura la conseguenza o ‘
effetto indicato dal participio passato, es.: « Questa lettera è arrivata ire
giorni fa », os- doppiamento consonantico iniziale nella buona pro- nunzia
dell’italiano, ed in quali casi esso avvenga: per ora ci basti constatare che «
è venuto » non si pronun- zia come « eventuale », e che la durata dell’r non è
la stessa in «a Roma» e in «aroma ». RETE; QUeBE IL PRESENTE E IL PASSATO sia «
è » qui presente, nella condizione deter- minata dall’essere « arrivata »; Si
potrà dire « La lettera arrivò due gior- ni fa», intendendo che ogni effetto è
oramai cessato. b) quando il periodo di tempo espresso non è ancora terminato:
« L’anno (oppure il mese, il giorno, il secolo, ecc.) è cominciato bene! »,
intendendo questo anno (0 mese, gior- no, secolo) che ancora dura; ma si dirà
co- minciò se tali periodi sono « passati ». C) in eccezione al comma
precedente, quando l’evento (o lo stato) è incluso nelle 24 ore in corso. Nel
pomeriggio, bisognereb- be dire « Stamane piovve », poi che non è più « stamane
»; ma si dice « Stamane è piovuto », poi che l’evento è così vicino da esser
consi- derato incluso nel « presente » (1). 97. — Questa regola conferma che il
pen- siero espresso è di vero e proprio « presen- te » (2). In molte regioni
d’Italia l'influenza dialettale spinge ad usare il cosiddetto « passato
prossimo » an- che fuori dei limiti prescritti dalla regola del $ 96. AI
contrario, i Siciliani usano spesso il « passato re- moto » anche per eventi
inclusi in tali limiti tempo- rali, sicché essi dicon persino, in italiano (ma
non corretto italiano): « Proprio adesso venne » (3). (1) « Il presente è la
porzione di tempo che ab- biamo la sensazione di occupare... Ma ogni evento che
noi percepiamo come presente, per il fatto stesso che lo percepiamo è già
avvenuto, ossia è passato ». P. S. Rivetta, Geometria della realtà e
inesistenza della morte, Roma, De Carlo, 1946, tomo I, pagg. 33-38. (2) Dice
infatti la grammatica tradizionale che il passato prossimo indica anche «azioni
e fatti compiuti da così poco tempo, che paiono presenti ». Morandi &
Cappuccini, cp. cit., pag. 203, 8 586. — Se « paiono » presenti, è logico che
siano anche espressi come tali. (3) È la letterale traduzione del siciliano: «
Pro- priu ora vinni ». Perna, gp GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 98. — La
distinzione del « tempo » in con- siderazione dell’« effetto » perdurante in
se- guito all’azione è di grande importanza nello studio delle lingue siraniere
(1). 99. — Applicando questo criterio separa- tivo e dando a ciascuna « parola
» l’autono- mia grammaticale che le compete, si rispetta grammaticalmente
l’indole della lingua, men- tre al tempo stesso si semplificano gli artifi-
ciosi paradigmi, tormento dei giovani e imba- razzo degli adulti. Tutti i
cosiddetti «tempi composti» vengono scissi legittimamente nei loro componenti,
sicché. i tradizionali « specchietti » delle coniugazioni vengono già, con ciò,
ridotti del 50%. (1) I grammatici inglesi rimasero incerti nelle de- finizioni
dei « tempi composti » (compound tenses), dividendoli anche in « first double
compound », « se- cond double compound », « third double compound » e « triple
compound » (cfr. J. Priestley, The Rudiments of English Grammar, London,
Rivington, 1772, pag. 24 e segg.), finché non venne adottata una più moderna
terminologia per tali « tempi »: il « passato prossimo » è chiamato « tempo
presente perfetto » (present per- fect tense), ed è giustamente considerato «
presente », differenziato dal semplice « presente » e dal « pre- sente continuo
» (present continuous tense: es.: « He is writing ». « Egli scrive (= sta
scrivendo) ». Crf. G. Brackenbury, Studies in English Idiom, London, Mac-
millan, 1925, pag. 32 e segg., e A. Reed & B. Kellogg, Graded Lessons in
English, New York, Maynard, 1906, pag. 206 e segg. — I grammatcii svedesi
considerano sia il «presens» (es.: han skrifver, « egli scrive ») che il
«perfektum» (es.: han har skrifvit, « egli ha scritto ») come «tempo attuue, di
oggi» (nàrva- rande tid). Cfr. A. Sundén,Svensk Spraoklira i sam- mandrag, 10de
uppì., Stockholm, Deckman, 1890, pag. 90, 8 114. RE | RE I ‘“modi,,
dell'energia verbale (VI) 100. — Il riconoscimento formale (ossia la coerente
formulazione in definizioni e nor- me grammaticali) di quel che sostanzialmente
è avvenuto ed avviene nei fenomeni linguisti- ci italiani, e perciò la interpretazione
rivo - luzionaria di essi conducono alla logica abolizione di tutto ciò che è
artifizio burocra- tico (1). 101. —- La nuova grammatica ha il triplice pro-
gramma di: a) armonizzare; b) semplificare; c) chiarire. Possiamo considerare
b) e e) come logica conseguenza da a). (1) Formati ibridamente con il francese
dureau, « ufficio », e il greco Kratos, « potere », i neologismi « burocrate »,
« burocrazia », « burocraticamente », nel significato peggiore esprimono la
supremazia del cri- terio pedante e formalistico nella pubblica ammini-
strazione, sì che la realtà scompare dietro la « prati- ca» da « emarginare » e
da «evadere »: ciò che im- porta non è il provvedimento sensato da prendere, ma
il « protocollare », 1’« archiviare » la pratica stessa. Nella sua acuta
filosofia e con le volute ssrammati- cature, Oronzo E. Marginati (Luigi
Locatelli) ha eter- nato, come tipica, quella « pratica » « che era un cu- rato
il quale diceva che si non aripparavano l3 chiesa, ci cascava in testa e accusì
ci si mettesse una pezza per via gerarchica »; e la complessa procedura fu tale
che «un mese dopo cascò la chiesa acciaccando il curato; il capodufficio fu
mandato sul posto indove lo fecero cavaliere per il contegno curaggioso... » L.
Locatelli, Come ti erudisco il pupo, 37° migliaio, ediz. « Il Travaso »
Bologna, Cappelli, (s. d.), pag. 27-28. GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Hausa
le definizioni e le regole gram- maticali all’obiettiva realtà (ispirarsi cioè
an- che nella scienza e nella tecnica grammaticali ai criterî di sano realismo
su cui poggia sem- pre più stabilmente da millenni la nostra philosophia
perennis) significa sta- bilire un'armonia (I). Tutto ciò che, non avendo il
suo corrispet- tivo nella obiettiva realtà, è superiluo, impe- disce
l'equilibrio, e va perciò eliminato (2). Tale eliminazione del superfluo giova
alla chiarezza delle definizioni e delle norme gram- maticali (3). 102. — Come
già constatato ($ 19), le voci verbali della forma passiva latina si (1)
Intenzionalmente usiamo il verbo adeguare. con allusione alla tomistica
adaequatio, chiave di vol- ta della «conoscenza ». — «Les choses matérielles
sont sensibles en acte, mais ne sont intelligibles qu’en puissance, et tout le
procès de la connaissance humai- ne consiste à les amener progressivement,
d’abord à l’intelligibilité -en acte (dans la species intelligibilis impressa),
puis à l’état d’intellection en acte (dans le verbe mental et l’opération
intellective). J. Mari- tain, Les degrés du savoir, Paris, Desclée, 1932, pag.
226. — «Et quoniam tripliciter potest aliquis per sermonem, quem habet apud se,
interpretari, ut scili- cet vel notum faciat mentis suae conceptum, vel ut
amplius moveat ad credendum, vel ut moveat ad amo- rem vel odium; ideo
sermocinalis sive rationalis phi- losophia triplicatur, scilicet: in
gremmaticam, logicam et rhetoricam; quarum prima est ad exprimendum, secunda ad
docendum, tertia ad movendum. Prima re- spicit raticnem ut apprehensivam,
secunda ut indica- tivam, tertia ut motivam ». S. Bonaventura, De reduc- tione
artium ad theologiam, T. V, pag. 308. (2) Applicando il criterio
filosofico-economico lella « ragion sufficiente ». Cfr. Enriques, /! principio
di ragion sufficiente nella costruzione scientifica, in « Riv. di Scienza »,
1909. (3) « Definitio sit brevis. Sobria enim brevitas per- spicuitati maxime
inservit. Adde quod brevis defini- tio facilius retinetur... ». « In
definitione nihil redun- det, nihil deficiat ». V. Remer S. I.,, Summa philoso-
phiae scholasticae: I: Logica minor, Romae, Univers. Gregor. pas. 49. PER: (FRI
« PASSA TO » E « PASSIVO » sono scisse: ognuna di esse è stata sostituita, in
italiano, da più « parole », ossia dalle cor- ‘rispondenti voci del verbo
essere completate con il « participio passivo ». Nel verbo essere è espressa
l’idea verba- le; nel « participio passivo » l’idea passiva, | distintamente.
Il« participio passivo » ha i connotati e le. proprietà intrinseche
grammaticali dell’ a g- gettivo, e le funzioni sintattiche dell’ a t - tributo.
Sebbene prodotto morfologica- mente dal verbo, esso, una volta formato,
esorbita dall'ambito verbale: è un’altra par- te del discorso (vedi 8 47 B, d),
e come tale va considerato (1). 103. — Viene così interamente abolita, nella
gram- matica italiana, la coniugazione passiva, poi che non esiste nella
linguistica realtà. 104. — Morfologicamente, il participio pas-. sivo coincide
con il participio passato: (8 9), poi che entrambi esptimono il risultato di
un’azione compiuta: se il verbo è intransiti- vo, il nostro pensiero non la può
considerare « com-- piuta » se non in quanto è semplicemente « passata »; se
invece il verbo è transitivo, l’azione è com- piuta per quel tanto di essa che
si è trasferito nella persona, nell’animale o cosa che risulta affetta da ta-
le passaggio: questa « passività » è espressa dal par- ticipio passivo. 105. —
Poi che il soggetto che è così af- fetto acquista la qualità derivantene, il
verbo essere esprime tale stato (2). 106. — Le funzioni del « participio
passivo » son: ben distinte da quelle del « participio passato ». (1) « Asinus
non differt ab equo per solam for- mam, sed per materiam aliam specificam ».
Bacone, Opus tertium, ediz. Bewer, pag. 126. (2) Il tedesco esprime il passivo
usando il « par- ticipio passivo » retto dal verbo werden: es.: der Brief wird
geschrieben, « la lettera è scritta »: l’idea di pas- sato è espressa o nel
verbo werden oppure con il par- ticipio passato di questo: es.: der Brief wurde
geschrie-- RR sE . GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA La prova che esse non si
confondono è fornita dal ‘fatto che il «participio passivo » ha significato
pre- PRESENTE | ‘Caio PASSATO PRESENTE | PASSATO “Caio A ha ai i COTSO. e eni
to” “| (venire) (essere) PRESENTE | PASSATO “Caio ha portato sons e00eo ‘ “la
valigia IPRESENTE > PASSATO — stata Ogni « parola » conserva la sua
autonomia pur quando collabora intimamente con altre... (8 106). ben, « la
lettera era scritta »; das Brief ist geschrieben worden «la lettera è stata
scritta » (letteralm.: « è di- venuta scritta »). Cfr. O. Basler, Grammatik der
deut- -schen Sprache; eine Anleitung zum Verstindnis des Aufbaus unserer
Muttersprache, Leipzig, Bibliogr. ‘ Inst., 1935. — Affine a questo « divenire »
(« di-veni- re ») è il nostro verbo venire in sostituzione di essere: es.: « la
lettera viene scritta ». A DARE E AVERE sente: per esprimere anche l’idea di
passato, bisogna aggiungere il « participio passato » del verbo essere: es.: «
il pacco è portato » (azione presente, poi che il participio è soltanto «
passivo »); «il pacco è stato portato » (azione passata [« stato », participio
« pas- sato » di essere] passiva [« portato »]). * * * 107. — Si comprende così
anche perché, mentre il «participio passivo » richiede il verbo essere per
esprimere l’esistenza di tale qualità (passività) nel soggetto, il « participio
passato » dei verbi transi- tivi attivi richiede il verbo avere, poi che in tal
caso il soggetto agisce. 108. — Il verbo avere non significa soltanto « pos-
sedere ». Infatti lo si adopera non soltanto nel senso di « essere possessore
», ma anche come opposto di dare: nell’espressione « dare e avere» c’è
un’antitesi di direzione: î > PIA, dare avere AI nostro concetto di « avere
» corrispon- dono, in alcune lingue, espressioni che, pur se coerenti con una
jorma mentis diversa, gio- vano ad illuminarci: | all'italiano « egli ha molti
amici » corri- sponde il latino « ei sunt multi amici »: le due formule, pur
dicendo la stessa cosa, stanno Îra loro in posizione antitetica di direzione:
italiano: « egli he molti amici »; latino: « a lui s o no molti amici ». È
proprio un rapporto analogo a quello di « dare e avere ». Molte lingue
ricorrono a locuzioni del tipo della latina per indicare l’apparlenenza e il
possesso (1). (1) L’arabo non possiede un verbo « avere »: « io avevo » si
traduce «c’era presso di me» (kén ’andi). —- Nel cinese yu? si fondono le due
idee di «essere » (« esservi ») e di « avere », ben distinte peraltro dalle
idee di «essere» («esistere »: scih4) ed «esser in qualche posto » (tsai4). 99
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Anche il tipico verbo inglese fo gef ci illu-
stra eccellentemente tale rapporto. È un verbo ‘sui generis (1), il quale ha.
apparentemente funzioni ed usi varissimi: ma l’idea che è con- nessa con questo
verbo, in ogni sua accezio- ne, è unica: è sempre cioè allusiva ad un ac-
quisto fisico, fisiologico o morale (2): molte volte questo « procacciarsi »,
od « ot!enere », nell’idea corrispondente italiana è incorpora- ta nel verbo:
fo gef married, « sposarsi »; 10 get old, «invecchiare »: passare cioè nello ‘
stato di « sposato » 0 di « vecchio ». Allorché, in italiano, diciamo « aver
fame >», « aver rabbia », o « aver voglia », si tratta di un « possedere »
uno stato fisiologico o psichico, ossia quasi essere in possesso di un’azione.
Ì Analogo è il feeling (vedi ìa nota al 8 52) allorché diciamo « ha corso» o «
ha portato ». 109. — E poi che il verbo avere, come ogni altro verbo, contiene
il verbo essere (egli ha=egli è avente (8 21-23), il signicato logico che ha
ispirato le locu- 0 zioni attive formate con avere + « participio passa- to » è
«essere nelle condizioni di chi ha compiuto l’azione espressa dal participio
passato ». La costruzione habeo + « part. passato » appare già, e non
infrequente, in Cicerone (3). 119. — L’autentico verbo, in queste lo- cuzioni,
è il verbo avere, che non va quindi considerato come ausiliare, poi che è, (1)
« It gives to the English language a middle voice, or a power of verbal
expression which is nei- ther active nor passive ». J. Earle, Philology of
English Tongue, 1871. (2) es. « Get me some paper », « Procuratemi del- la
carta »; — fo get evidence, « ottenere la prova »; — to get talked over, « far
parlare di sé»; — e per- sino to get run over, « essere ‘investito da un
veicolo » (quasi ottenere un investimento »!). (3) «Habeo scriptum », «rationes
cognitas har beo », — Cfr. P. Thielman, « Habere » mit dem Part. Perf. Pass.,
in « Archiv fiir lateinische Lexikographie und Grammatik », Leipzig, II, 372,
pag. 415. PA, E ENERGIA LIBERA O DIPENDENTE - al contrario, la « parola »
energetica della pro- posizione. 111. — Ogni autentica voce verbale è dunque
formata da una sola « parola », espri- mente autonomamente un’idea: lo stato o
l’a- zione. | * * %* 112. — L'azione espressa dal verbo può essere indicata
come certa: tale forma è quel- la del modo indicativo: «Caio vie- ne », « Caio
è venulo ».. I « ella giunse e levò ambe le paline » (Purg., VIII, 10) « Leva
in roseo fulgor la cattedrale Le mille guglie bianche e i santi d'oro ». (G.
Carducci, Sole e amore) 113. — Può essere congiunta, come ipo- tesi (per mezzo
della « congiunzione » se) ad altra azione, o dipendente da altra azione per
altro nesso (espresso da altra « congiunzio- ne »): tale forma è quella del
modo con- giuntivo»: es.: - « Che l’ubidir, se già fosse, m'è tardi » (Inf.,
II, 80); « Come d’un stizzo verde ch’arso sia dall’un de’ Capi... ». (Inf.,
XIII, 40) 114. — Il congiuntivo può esser usato anche indipendentemen'e, con
valore esortativo o imperativo: sulla porta dell’infer- nal città di Dite, i
diavoli dicono a Virgilio: « Vien tu solo, e quei sen vada, che sì ardito intrò
per questo regno. Sol si ritorni per la folle s'rada: pruovi, se sa...» (Inf.,
VIII, 89-92) 115. — L'azione espressa dal verbo può esser subordinata ad una
condizione: tale forma è quella del modo condizionale: «Se a ciascun l’interno
affanno si leggesse in fronte scritto, Sl a GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
quanti mai, che invidia fanno, ci farebbero pietà. (Metastasio, Giuseppe
riconosciuto, I). 116. — La condizione non sempre è espli- citamente enunciata,
e talora è una condizio» ne generica: es.: « Dovrebbero esser già le dieci ». —
« Sarebbe mollo meglio non occu- parserne ». 117. — Poi che il « modo
condizionale » serve ad esprimere non un avvenimento cer- to, ma più o meno
probabile, in quanto dipen- dente dal verificarsi o no della condizione, lo
stile giornalistico l’usa spesso (e più spesso ancora ne abusa) per segnalare
la non cer- tezza di un evento: « Gli scioperanti accette- rebbero il lodo
arbitrale ». Tali forme sono frequenti specialmente nei titoli. Talora la forma
interrogativa inten- de diminuire la responsabilità di colui che se- gnala la «
probabilità »: « La nota diplomatica sarebbe gia partita? ». Queste forme non
nuocciono soltanto al bello stile, ma anche al prestigio giornalistico (1) 118.
— Nell’uso di manuali per lo studio delle lingue straniere, si faccia
attenzione al significato che spesso si dà alla definizione di « modo
condizionale »: spesso infatti si de- finisce tale non quello con cui si
esprime l’a- zione subordinata ad una condizione, ma quel- la che esprime la
condizione stessa (2). (1) Tali titoli in forma condizionale interrogativa
spingono il lettore del giornale a commentare: « E io si chiede a me, che ho
comperato il giornale per sa- perlo! ». (2) Tali denominazioni, che rischiano
di porre lo studioso su falsa strada, son frequenti specialmente nelle
grammatichec per lingue orientali. Cfr., ad esem- pio: C. A. Bell, Grammar of
Colloquial Tibetan, 22 edit., Calcutta, Bengal S.B.D., 1919, pag. 58, 8 15 e
segg. — e l’eccellente Grammatica teorico-pratica del- la lingua araba, di L.
Veccia Vaglieri, Roma, Ist. p. l'Oriente, 1938, vol. I, pag. 128, 8 262 e segg.
sara REI Pi I DUE DIVERSI «SE» Lo studioso di lingue straniere porrà per- cid
molta attenzione, distinguendo la prò - tasi, ossia la proposizione che, nel
periodo ipotetico esprime la condizione, dall’ a pò - dosi, che esprime
l’azione condizionata. 119. — La distinzione tra pròtasi e apòdosi è importante
sia per il corretto uso del condizio- nale in italiano che per il coordinamento
sintattico. nelle lingue straniere. Le norme per l’uso del condizionale non
sono altrettanto rispettate dai dialetti quanto lo sono dalla buona lingua
nazionale: l’impie- go dialettale del congiuntivo invece del con- dizionale e
viceversa si infiltra talora nella lingua, specialmente allorché il periodo sia
alquanto complesso, rendendo più difficile l'orientamento logico di chi parla o
scrive. I nostri dialetti meridionali sono stati par- ticolarmente influenzati,
in ciò, dallo spa- gnolo (1). 120. — Soltanto l’azione condizionata (apòdosi)
può essere espressa con il condiziona- le, in buon italiano: non mai l’azione
condizio- nante: è perciò crrato dire: «se egli vorrebbe... ». 121. — Si noti
però che la congiunzione se può nascondere un tranello: essa non ha sem- pre il
significato ipotetico, ossia non sempre serve ad introdurre la premessa
(pròtasi) di un periodo condizionale: può avere valore du- bitativo o
disgiuntivo. Si potrà dire correttamente: « Non si sa se egli accetterebbe tali
condizioni », poi che qui non si tratta di un'ipotesi, ma appunto di un dubbio
(2). (1) Ad es.: « Si hubiera venido, lo hubiera dicho » (o anche,
indifferentemente, « lo habrìa dicho »), « Se fosse venuto, lo avrebbe detto ».
(2) In tal caso, infatti, la lingua tedesca usa due ‘ congiunzioni diverse per
i due diversi casi: « Se do- mani è tempo bello (pròtasi dell’ipotesi) andremo
a sso DESCa colma :tAl iran o c0ce lisca te ren bna ttt ire Die ONTO |
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Scorretto è, invece, dire: « Se egli accelte-
i rebbe, tulti ne ‘sarebbero contenti », poi che in questo caso la congiunzione
se ha valore ipo- tetico e serve ad introdurre la pròtasi: bisogna perciò dire:
« Se egli accellasse... ». È corretto, nella seconda proposizione, l’uso ! del
condizionale (« sarebbero contenti ») poi che costituisce l’apòdosi. I ! 122. —
In italiano, la pròtasi può indiffe- | rentemente precedere o seguire
l’apòdosi: es.: I « Se egli ci avesse penscto, (pròtasi), lo avrebbe fatto
(apòdosi) », oppure « Lo avrebbe fatto, ce si avesse pensato ». Però sentiamo
che nella’ prima di queste due costruzioni la condizione è espressa con mag-
gior energia che non nella seconda: ed anche l’into- nazione nelle due
costruzioni differisce: la pròta- si ha maggior rilievo fònico nella prima,
mentre si attenua in tono decrescente nella seconda. Diisseldorf »: « Wenn
morgen schònes Wetter ist, fah- ren wir nach Diisseldorf » — «Se dbmani sia
tempo bello [o no] (quindi dubbio e non ipotesi) non lo si può sapere »: « Ob
morgen schònes Wetter ist, das kann man nicht wissen ». — Cfr. R. Mohr, La
lingua tede- sca per gli Italiani: metodo graduale ad uso delle scuo- le e
delle persone colte, Roma, Signorelli, 1938, parte IV, pag. 232 e segg. — In
inglese, il se del primo ca-. so è reso con if (condizionale); nel secondo caso
(du- bitativo), si può usare if o whether. -— Le lingue neo- latine hanno
riunito nel se (spagn., portogh., franc. si, rumeno s,i) il si ipotetico latino
e le varie particelle dubitative: « Rogavit consul adfuissentne ludis necne »:
« Il console chiese se essi erano intervenuti ai giochi o no »; « Nesciunt an
pro filia eam habeat, an pro an- cilla », « Non sanno se egli la tenga come una
figliola o come una serva ». — Cfr. in proposito l’ottima espo- sizione in W.
Ripman, A Handbook of the Latin Lan- guage, being a Dictionary, classified
Vocabulary, and . Grammar, London and Toronto, Dent, 1930, pag. 776 e segg.; la
riduzione in italiano di questo manuale sa- rebbe preziosa per i nostri
studenti, giovando a ben inquadrare le loro idee. Purtroppo continuano ad es-
ser diffusi i manuali più o meno calcati su modelli te- deschi, filiazioni
naturali o artificiose della nefasta grammatica di Ferdinando Schultz. — 80 —
«mu Forma mentis ed espressione linguistica... ($ 73). Catecumeni della setta
Zen, in meditazione. In alto: L'’ottantenne abate buddhista Sugawara Vestovò
della «setta della meditazione » (Zen-sh{). hd ll LIPTPERA Edo RA LITTA LIETTA
LITAPTERI LL LI IITOtenei delhcsi x . _ = 7 Treo agi Troooerergg IT \FTTTRe:ITT
ET PIETER te be LAI LIT TO LILITIETAARO bha 1 CIO tte — asa pay _ —#—Pr
_—__—_—razt L’ «infinito» è immobile sul quadrante del tempo: le «voci ver-
bali» sono lie mobili sfere ($ 158). DA sLa pensée» di A. RODIN (Parigi: Musée
du Luxembourg), I TRE SOLI « MODI » DEL VERBO La nostra elasticità mentale
permette an- che di insinuare la pròtasi come inciso nella proposizione
esprimen'e l’apòdosi: «Tanto m'agrada il luo comandamento che l'ubidir, se già
fosse, m'è fardi ». (Inf., II, 79-80). - Simile libertà non esiste în alcune
lingue, o per lo meno non è alirettanto ampia: e an- che questo fenomeno è
interessante, permet- tendo di intendere l’indole dei varî linguaggi,
corrispondente alla forma mentis dei rispeiti- vi popoli (1). 123. — Allorché
il discorso è puramente narra- tivo ossia obiettivamente espositivo senza cioè
im- plicare l’espressione imperativa (2) di chi par- la o scrive, il verbo non
può manifestarsi che in uno di questi tre modi: indicativo, congiun- tivo,
condizionale. Le altre « voci» sono erroneamente o per le meno impropriamente
considerate apparte- nenti al verbo. Possono derivarne morfologi- (1) Soltanto
la posizione determinava la coordi- nazione della proposizione secondaria alla
principale nella lingua egiziana antica. Cfr. G. Farina, Grainma- tica della
lingua ‘egiziana antica in caratteri gerogli- fici. Milano, Hoepli 1910, pag.
104-105. — Anche in giapponese moderno la pròtasi deve normalmente pre- cedere
l’apòdosi. (Le costruzioni ipotetiche giappone- si sono magistralmente esposte,
con lodevole limpidi- tà, nella Grammatica della lingua giapponese di O. &
E. E. Vaccari, T6ky6, Vaccari, 1942, pagg. 353 e segg. 500, 504; e, per la
lingua parlata — e purtroppo sen- za gli ideogrammi — in Balet, Grammaire
Japonaise, langue parlée, Paris, Leroux, 1925, pag. 245 e segg. — La
Grarimatica giapponese della lingua parlata di G. Scalise, [Milano, 1942]
condensa in 20 righe (15 alla pag. 156 e S alle pag. 209-210) le regole, neppur
chiare ed esatte, delle proposizioni ipotetiche giapponesi). (2) L’intervento
attivo o « presenza scenica » di chi parla o scrive provoca nel discorso tali
mutamenti che tutto il problema sarà trattato unitariamente in altra parte
della « grammatica rivoluzionaria », costi- tuendone uno dei connotati
fondamentali. == GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA camente, ma hanno le so taihi
e le funzioni di aggettivi (participî), oppure di av - verbî (gerundio), oppure
di sostantivi (infinito). Ogni ragionamento procede per «giudizi », che le
«proposizioni » esprimono con « parole ». Le « aree di significato » dei tre
termini del sillogismo. (È interessante ed istruttivo confrontare l’ergo della
dialettica classica con l’erg che, nella moderna fisica, è l’unità di misura
dell’« enERGia » nel sistema metri- co C.G.S. (centimetro-grammo-secondo): 1
chilogram- metro = 9,8 107 erg. Il nome di tale unità proviene anch'esso dal
greco ergon, « lavoro, efficacia », come . lo scolastico ergo con il quale si
esprime conclusiva- mente il risultato del « lavoro » logico, dell'energia dia-
lettica, e la convincente efficacia del limpido ragiona- mento sillogistico
aristotelico. (8 125) —-82— —_- TT N] n i i ii IL VERO VERBO 124. — Il verbo è
davvero verbo allorché ne ha le caratteristiche e le funzioni: allorché esprime
l'azione in atto, e allorché, per tale proprietà vitale, può dar vita alla
proposizione. Soltanto il verbo che venga espresso in uno di questi tre modi
(1) rivela l’azione del soggetto, la defi- nisce e limita, e perciò, con il
soggetto stesso e con gli eventuali accessorî o complementi, forma una
proposizione (2). ——— T_T ——— (1) Sempre, non considerando per ora l’impera-
tivo, per le ragioni di cui nella nota precedente. (2) Una proposizione è,
secondo la defini- zione tradizionale, « un giudizio espresso con parole »: il
nostro ragionamento procede per « proposizioni »; e « proposizioni » sono i due
« giudizî » dai quali, nel sillogismo, si deduce la « conclusione », che è
anch’es- sa un «giudizio » e quindi, grammaticalmente, una « proposizione »: «
Ratiocinium sive syllogismus ex duobus iudiciis tertium concludit, quatenus
instituta comparatione duarum idearum cum tertia, illarum aut identitatem aut
diversitatem statuit ». J. Donat, S. J., Logica et Introductio in Philosophiam
christianam, Oeniponte (Innsbruck), 1935, c® III, art. 1, 216, 10893 — Ul 1) La
localizzazione nel tempo (VID) 125. — Caratteristica proprietà del verbo è
quella di esprimere un’azione o uno stato localizzati nel tempo. Anche con
altri mezzi viene indicata la lo- calizzazione nel tempo, con maggiore o mi»
nore precisione: « alle due meno dieci », «.nel 1492 », « dopo il suo arrivo »,
« în primavera », « ieri >, « sempre », « spesso », « di quando. in quando
», « mai »... Ma tutte queste espressio- ni, anche quando conslino di una sola
parola, sono semplici indicazioni temporali, senza si- gnificare un’azione o
uno stato: sono fuori della parola che esprime l’azione o lo stato. Nel verbo,
invece, la stessa « parola » espri- me l’azione o lo stato e li localizza nel
tempo: camminò nana i se camminava mmina camminera aspeltò : aspettava aspetta
aspetterà piovve > . 1 pioveva piove pioverà 126. — Può apparire
contrastante con l’in- dole analitica della lingua italiana il fatto che essa
abbia conservato la coniugaz ione latina, ossia la flessione dei verbi, mentre
ha abolito la declinazione ossia la Îlessio- ne dei nomi, dei pronomi e degli
aggettivi, ri- solvendo i « casi » in costrutti composti di più parole. — 85 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA - Tale contraddizione — che sarebbe a sca-
pito dell'armonia unitaria della nostra lingua — non v'è: la coniugazione ha
tuttora un legittimo nome, rispondente alla sua Îun- zione, pur se l'etimologia
stessa ci dice che .non si tratta di un fenomeno analitico ma proprio del
contrario. | — PO) — A) Due elementi concorrono nella « coniugazione» dei ‘
verbi... —— B) Due cellule ideologiche, una significante l’azione o lo stato e
l’altra localizzante nel tempo, si congiungono per formare un'unica «idea»
(azione o stato localizzati nel tempo) e quindi una. « parola », coniugata in determinata
forma, così come due cellule si « coniugano » a formarne una sola (ad es. nella
nocti-. duca miliaris, protozoo rappresentato nella figura). (8 126) «
Coniugare » (da con-jugare, « accoppia- re sotto lo stesso giogo (jugum)»),
significa « Congiungere », e « coniugi» o « coniugati » sonoi due sposi
congiunti in matrimonio, allo — 86— NOBILTÀ DEL VERBO scopo di generare prole
(1). Nella « coniuga- zione » del verbo l’idea dell’azione specifica o dello
stato specifico si congiunge con quella della localizzazione nel tempo: ma
queste due idee, rappresentabili con due «cellule » lin- guistiche, ossia due «
parole », si congiungo- no appunto per formare un'idea unica: l’azio- ne o lo
stato localizzati nel tempo. Infatti, al- lorché diciamo « camminava », o «
mangio », o «corre», o « starà», a ciascuna di queste « parole » non
corrispondono, nel nostro pen- siero, due idee, ma una sola: e perciò unica è
la parola, pur se generata da due elementi, appunto come, biologicamente, da
due cellule che si coniugano si sviluppa una nuova spora o un nuovo germe. 127.
— Il verbo è mirabile anche per tale sua intrinseca proprietà, che ci fa
comprendere il suo valore funzionale e, insieme, il suo alto significato
simbolico (2). Abbiamo così una conferma della necessi- tà di considerare
autentiche « voci verbali » soltanto quelle che, in una sola parola, espri-
mono l’azione o lo stato in atto nel tem- po (3). Considerare «voci verbali » i
cosiddetti « tempi composti » e le «voci passive », ossia pensare e de- (1) «
Matrimonium ab eo dicitur, quod foemina idcirco maxime nubere debet, ut mater
fiat... Coniu- gium quoque a coniungendo appellatur, quod legitima mulier cum
viro quasi in jugo adstringatur ». Catechi- smus ex decreto SS. Concilii
Tridentini ad Parochos, Patavii, Gregoriana, 1930, p. II, c. VIII, 2, pag. 284.
(2) Cfr. l’evangelico: « Et erunt duo in carne una. Itaque non sunt duo, sed
una caro. Quod Deus coniun- xit homo non separet ». Matth., IX, 5-6. (3)
Teologicamente, il Verbo è l’'Idea che Iddio genera di se stesso ab aeterno: e
perciò il Verbo è nell’eternità: «in principio erat Verbum » Joh., I, 1; —
incarnandosi, il Verbo passa dall’eternità nel tem- po, nel mondo fenomenico: «
et. Verbum caro fac- tum est, et habitavit in nobis; et vidimus gloriam eius »
ibid., I, 14. TER og ‘GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA finire come scindibili
in due o più parole un verbo (voce verbale) è altrettanto contrario all’indole
della lingua italiana, quanto lo sarebbe il considerare fa- cilmente solubile
il vincolo matrimoniale (1). ‘ 128. — È verbo ogni parola la quale esprima di
per sé l’azione o lo stato localizzati nel tempo. 129. — Perciò non è « verbo »
l’infini- to, in quanto non localizza nel tempo, ap- punto perché ha il
cara:tere di « infinito » os- sia, meglio, di un indefinito. Infatti l’«
infinito » equivale spesso ad un « sostantivo »: « il mangiare » =" « la
nutrizio- ne » ‘0 «il cibo »; ed è di fatto un « sostanti- | VO», potendo avere
l’arlicolo, attributi aggetti- vi, lunzienare da soggetto, oggetto, comple-
mento: | «Un bel morir lutta la vila onora » (Petrarca, Canzoniere, I, Canz.
20) In questo verso, «un bel morir » potreb- be, se il metro lo permettesse,
esser sos!ituito da « una bella merte »: viceversa, nel verso «la morte è fin
d'una prigione oscura » (Petrarca, Trionfi, III, 2) il soggetto «la morte » può
esser sostituito con il soggetto « lil] morire »: la morte e il morire sono
entrambi sosi!antivi; come tali funzionano gramma'icalmente e sin'atticamen-
te, ed entrambi significano « cessazione della vita », mentre nessuno dei due
significa «la vita cessa, o cesserà, 0 Cessò », L'infinito, come« parte del
discorso » non è verbo. 130. — A causa della sua provenienza ver- bale,
l’infinito conserva, pur essendo sostan- tivo, la proprietà di poter reggere, come
suo complemento, un al'ro sostantivo, e cioè ave- re un « complemento oggetto »
(v. 8 37) e non (1) Peggio, anzi, negandone il carattere di « uni- tà » che ne
è essenziale. —_ 288—- L’ACCUSATIVO CON L'INFINITO | soltanto i complementi che
possono accompa- gnare i sostantivi di altra origine: « sì che possibil sia
l'andare in suso; ché perder fempo a chi più sa più spiace ». (Purg., III,
77-78). Nel primo di questi due versi l'infinito (so- stantivo) andare può
essere sostituito da cam- mino, marcia, percorso, o altro che non siano di
diretta origine verbale, poi che il suo com- plemento («im suso») non è «
complemento oggetto », mentre nel secondo verso l’infinito perdere, pur essendo
sostantivo ed avendo un suo articolo, non potrebbe esser sostituito da un
sostantivo non verbale (ad es. « la perdi- fa»), giacché regge un « complemento
ogget- to »: la sostituzione obbligherebbe a sostitui- re questo complemento
oggetto con un com- plemento indiretto («la perdila di tempo », complemento di
specilicazione). L’attento esame di tali meccanismi è assai utile per
comprendere la maggiore o minore vitalità dei vocaboli, ossia quanto permanga e
funzioni in essi dell’ energia verbale, e so- prattutto sviluppa la facoltà di
sentire il tem- peramento delle varie lingue. 131. — La comprensione di tale
meccanismo ci è di valido aiuto anche per intendere, ad esempio, la natura
della tipica costruzione latina dell’« infinito con l’accusativo », sia come
soggetto che comc com- plemento oggetto: « vider pueros studere », « Vede i
ragazzi studiare »: pueros studere forma un tutto uni- co, in quanto le due
idee compongono un solo « com- piemento oggetto »: il caso accusativo dipende
però. dal fatto che studere, non essendo un vero verbo non può avere il
soggetto in « nominativo », poi che ciò è caratteristico dei soli verbi in
funzione ver- bale, ossia effettivamente in azione. Nella proposizio- ne «
Necesse est Deum mundum regere » possiamo chiaramente constatare simile
fenomeno: infatti la proposizione Deus regit mundum, ha un soggetto in
nominativo (Deus) ed un complemento oggetto in ac- ice Qi GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA cusativo (mundum) poi che l’energia verbale passa
effettivamente dall’uno all’altro, e ciò è espresso con un verbo in atto
(regit): allorché questa azione vien portata fuori della determinazione
temporale e diventa perciò indefinita (infinito) perdendo quindi il suo
carattere energetico verbale in atto, anche i due « conduttori » di tale
energia cessano di avere la loro funzione specifica (v. $ 41): anche il «
nominativo » deve quindi attenuarsi ed assume perciò la forma di « accusativo
»: la non distinzione morfologica tra no- minativo e accusativo è una
caratteristica del « neu- tro » (v. 8 239). Tutta l’espressione « Deum mundum
regere » è « neutra » non solo come « genere » (1), ma anche riguardo
all’energia verbale. 132. — Il costrutto latino di un infinito con il soggetto
all’accusativo, usato allo scopo di esprimere l’azione avulsa dal tempo, è
passato anche in italiano per conferire veemenza ammirativa o di sdegno o di
altro sentimento alla frase. « Patrem repudiare fi- lium! », « Un padre
ripudiare il figlio! ». È ovvio che, in questo caso, l’infinito con- . serva
energia sufficiente per animare una vera e pro- pria proposizione. 133. — Non
dobbiamo considerare « ver- bo » il gerundio, il quale non localizza di per sé
nel tempo l’azione o lo stato: tale localizzazione è determinata dal tempo del
verbo cui il gerundio avverbialmente si appone: es.: « sfa scrivendo », « stava
scri- vendo », « starà scrivendo »j « Qual è colui che suo dannaggio sogna, che
sognando desidera sognare ». (Inf., XXX, 136-137) in cui « sognando » equivale
a « nel sogno ». (1) Questa minor capacità dei neutri in fun- zione di
soggetto, rispetto agli altri due generi, è con- fermata dal fenomeno per cui,
in alcune lingue, il soggetto neutro plurale può avere il verbo al singo- lare:
es. il greco « panta rhei», « tutto fluisce »: let- teralm.: «tutte le cose
(panta neut. plur.) scorre (rhei, singol.) ». 59) IL PRESENTE È PRESENTE 134. —
Come l’infinito, anche il gerun- dio conserva dell’energia verbale tracce sul-
licienti per reggere un « complemento ogget- to»: es.: « Perdonando ie offese
si merita maggior lode che vendicandosi » (1). 135. — Parimenti non è «verbo »
il partici- pio presente, il quale è «presente» soltanto quando è retto dal
verbo essere in tempo presente. 136. — Il participio passato edil par- ticipio
passivo esprimono l’azione compiuta o subìta, ma la localizzazione nel tempo è
affidata esclusivamente al verbo essere o al verbo avere (o al verbo venire con
valore di « divenire », v. 8 105) che li reggono. Perciò non vanno considerati
come verbo... ù* * d* ‘137. — La voce verbale che localizza l’a- zione o lo
stato nel momento in cui si parla o scrive, o presenta l’azione o lo stato come
così localizzati, è in tempo presente; es.: « egli corre », « le stelle
splendono »; « il Po ha molti affluenti », « Romolo è il fonda- lore di Roma ».
| — 138. — Le voci verbali è e sono (verbo essere), ha ed hanno (verbo avere),
viene e vengorto (verbo verire con valore di diveni- re) sono in tempo presente
ed espri- mono perciò lo stato presente anche quando sono accompagnate da
participio passato o da participio passivo. Non esiste perciò in italiano una
forma verbale di passato prossimo e non esiste una forma passiva dei verbi.
Esi- stevano in latino: la lingua le ha abolite; an- che la grammatica deve
coerentemente rite- nerle scomparse. Per il passato prossimo avrem- mo la
curiosa equazione. presente + [partic.] passato = passato (1) In latino: «
Zniurias ferendo maiorem laudem quam ulciscendo meretur ». | = GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA e, per le forme passive, la non meno curiosa equazione:
presente + [partic.] passato = presente, ossia be atb=b e atb=a equazioni ‘che
non possono sussistere se non dando ad a (nella prima) e a b (nella seconda) il
valore zero. | 139. — Rarissimamente il « presente » esprime un’azione
istantanea: « sono le 10, 3° e 26” »: un’azio- ne ha sempre una certa durata,
ed uno stato ha ne- cessariamente una durata: es.: « la bomba esplode » (1), «
l’uccello vola », « il Po nasce dal Monviso e si getta nell'Adriatico ». La
continuità e durata dell’azione sono in- dicate: ao a) dalla natura e
significato del verbo stesso: « il fiore sboccia », «la palla rimbal- za », «
Calo accende una sigaretia »... b) dalla estensione di significato tempo- rale
che è implicita nel soggetto, nel comple- mento oggetto: « Je giornate si
accorciano », «la Controriforma occupa la seconda metà del XVI secolo e la
prima metà del XVII ». c) da un avverbio, o da un complemento di tempo: « è
sempre qui », « viene di quando in quando »,.« mon lo si vede mai »... ° d)
dalla connessione con altra espres- sione che implichi continuità o durata: «
fin- chè c’è vita c'è speranza ». 149. — Normalmente, una voce verbale in tempo
presente considera l’azione o lo stato specialmente nella sua stabilità, e
spesso afferma appunto il perdurare dell’azione o del- lo stato: | « la bufera
infernal, che'mai non resta, mena li spirli con la sua ruina... ». (Inf., V,
31-32) (1) Persino la bomba atomica esplode con un pro- cesso di reazione «a
catena ». TAG 31 EOOO CON UNO O PIU’ FOTOGRAFI 141. — Sono generalmente
espresse in tempo pre- sente le verità generali e permanenti, le definizioni,
le leggi fisiche, i dogmi, i teoremi, ecc.: « due quan- tità uguali a una terza
sono uguali fra loro »; « ogni 2. ha diritto al voto », « l'articolo si usa
quando... 142. — Il costrutto sta + gerundio (plura- le: stanno + gerundio) si
adopera in italiano 99 ‘‘vengono °° opuauaa duunzs ‘*,, Un pezzo di film ci
chiarisce la differenza tra « ven- gono » e «stanno venendo » (8 142)
allorquando si vuol porre in evidenza la con- tinuità dell’azione: «i ire amici
vengono » e «i tre amici stanno venendo » esprimono lo stesso evento, ma la
seconda formula dà mag- gior risalto all'estensione dell'a azione che essi «
stanno compiendo ». _ BC GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Con un paragone
ispirato dalla cinemato- grafia, potremmo dire che « vengono » è la
rappresentazione dell’azione in un solo Îoto- gramma, mentre « stanno venendo »
rappre- senta la medesima azione, ma in più foto- grammi, Tale costrutto è
molto usato in inglese (1). Alcuni autori chiamano « permansivo » quel tempo
che, nelle lingue semitiche, non ha significato temporale specifico, e può
quindi applicarsi ad eventi presenti, passati o Îu- {uri (2). * * %* 143. — La
voce verbale che localizza l’a- zione o lo stato in momento precedente a quel.
lo in cui si parla o scrive è in tempo pas - sato. 144. — La lingua italiana
usa una iorma verbale speciale per esprimere l’azione pas- sata non completa,
interamente concomitante con altra o ancora PEBGUTOIIE mentre un’altra abbia
inizio: « Lo giorno se n’andava, e l'aer bruno toglieva gli animai che sono in
terra dalle fatiche loro... (Inf., II, 1-3). (1) La tipica forma in -ing è
molto abbondante in inglese giacché anche il «nome verbale » (verbal noun)
termina oggi in tal modo, avendo alterato, per mimetismo, la terminazione
sassone in -ung: soltanto un’acuta analisi può oggi distinguere la diversa fun-
zione di building nelle due proposizioni: « Forty and six years was this temple
in building » (« Questo tem- pio è stato in costruzione per 46 anni », « Ci son
vo- luti 46 anni per costruire questo tempio ») e « He is engaged in building a
sky-scraper » (« È impegnato a costruire un grattacielo »). — Cfr. J.M.D.
Meiklejohn, The English Language: its Grammar, History and Li- terature,
London, 1887, pag. 82. (2) In assiro, marush=<«è ammalato » o «era ammalato
». Cfr. G. Boson, Assiriotogia, Milano, Hoe- pli, 1918, pag. 38. SL 04 |
L'AZIONE INCOMPIUTA Tale tempo si chiama imperfetto, appunto perché non esprime
il completo per- fezionamento dell’azione. 145. — Non è necessario che l’altra
azio- ne, totalmente o parzialmente coincidente nel tempo, sia esplicitamente
indicata. L’imper- fetto è spesso usato come Îondale scenico dinanzi al quale
il resto del discorso si svol- ge: es.: « era una bella giornata di primave-
ra...»: « Scendeva dalla soglia di uno di que- gli usci e veriiva verso il
convoglio una don- na, il cui aspetto annunziava una bellezza... » (1 Promessi
Sposi cap. XXXIV). 146. — Con maggior evidenza ancora si può esprimere
l’estensione dell’azione passa- ta e la sua incompiutezza in coincidenza (to-
tale o parziale) con altra, usando il costrutto formato con sfava (plurale
stavano) ed ii ge- rundio: la correlazione temporanea, in simili costrutti, è
spesso espressa con congiunzioni quali « mentre » (preposta all’azione
imperîet- ta), « quando » (preposta all’azione totalmente o parzialmente
coincidente nel tempo). 147. — Anche per tali costrutti vale quan- to affermato
nel 8 138: la « voce verbale » è soltanto quella « parola» che iocalizza nel
tempo l’azione o lo stato, esprimendola in atto. È puro artificio grammatical-burocratico
voler considerare « voce verbale » il costrutto chiamato tradizionalmente «
trapassato pros- simo »: complica lo studio, disorienta lo stu- dioso e non
corrisponde a verità. Nella propo- sizione « ella era uscila » il verbo (« voce
ver- bale ») è soltanto la « parola » era con cui si esprime come perdurante
nel passato lo stato del soggetto, e la « parola » uscita qualifica
aggettivamente tale stato: uscifa ha Îunzione di « attributo »: ha terminazione
femminile, appunto perché « aggettivo »: può essere so- stituita da un altro
aggettivo, (ed es. « ella era assente »), senza spostare il valore di era nel
sigg GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA tempo; può esser persino rimpiazzata con
un avverbio (« ella era fuori ») (1): ed era rimane ‘mentre ANRITTZZZZZ ZEBRA
VR N» i scriveva iquella lettera, dd @@@@$è}).YNNTCC___TCc AAA A NY VITARA ARA
. ‘sorridevaì stranamente.” ARRAAAAEZZIACRRE CANE, s MUONRNRN* “A è stava
\ancora scrivendo, vee S SS STESO quando \sopraggiunse B” aa “ella f era \ già
vestita, Nanna! quando ‘giunsero le amiche.” MN VARAAAREAN: N “ella i era già
uscita, quando Ègiunsero le amiche ” L’imperfetto è un passato non concluso, on
« perfetto », e che totalmente o parzialmente coincide temporalmente con
un'altro. (8 147) (1) Infatti in inglese fluido si tradurrebbe « she was out»,
non soltanto nel significato di «ella era fuori », ma anche in quello di «ella
era uscita ». Pa- rimenti « è uscita» si traduce «she is out», poi che è è
presente. — Anche la traduzione in tedesco è chia- rificante: « ella è uscita
»: « sie ist ausgegangen », con ist in tempo presente: se fosse «voce verbale »
ossia . « passato prossimo », la logica linguistica dovrebbe portare a dire «
sie ist gegangen aus », trattandosi di « verbo separabile »: ciò non avviene appunto
perché ausgegangen non è nemmeno in tedesco « voce ver- bale », ma participio,
e regolato quindi dalle norme morfologiche 'e sintattiche degli aggettivi. Ma
anche la burocrazia grammaticale tedesca ha accettato l’artifi- ciosa
classifica complicante, delizia dei grammatisti di tutti i paesi europei e
tormento di tutti gli scolari di tutti i paesi europei. Le lingue vanno sempre
più semplificandosi e razionalizzandosi: je grammatiche ufficiali seguono la
direzione opposta. Perciò è oppor- iO L'AZIONE PERFETTA imperfetto, perché una
« parola » non può essere che quello che è: l'espressione di una « idea ». 148.
— La denominazione di imperiîet. to dato a questo tempo, richiede che si deno-
mini perietto quel tempo del verbo in cui l'azione è espressa come
compiutamente pas- sata: «Nel pensiero di Dio poi simmerse; la croce strinse, e
con fÎioca voce pregò », (G. B. Maccari, Nuove Joao 149. — Scompaiono dalla
grammatica le denominazioni di « passaio prossimo » e « pas- sato remoto », ed
a maggîor ragione quelle di « trapassato prossimo » e «trapassato re- moto ».
Il passato è espresso in due forme sol- tanto, quella che esprime l’azione
incompiuta (imperiîetto) e quella che l’esprime com. piuta interamente
(perîfetio). 150. — Non tutie le lingue hanno questa distinzione (1). | tuna
una «rivoluzione » che le renda snelle e in ar- monia col progresso linguistico
teorico e pratico. La vera grammatica non deve essere una catena al piede, ma
una provvidenziale bussola. (1) Il tedesco «er antwortete », l’olandese « hij
antwoordde », \inglese «he answered» significano tanto « egli rispondeva » che
«egli rispose ». — L’in- glese usa però il perfetto di essere con il participio
continuativo in -ing, quando vuol porre in evidenza la non compiutezza
dell’azione: he was answering, « rispondeva », « stava rispondendo »; he was
going to London, :-« andava a Londra », « stava andando ‘a Lon- dra ». — In
ungherese sono oramai inus!tate, nel lin- guaggio comune, le forme antiche
dell’imperfetto in -a- ed -è-, e quelle formate aggiungendo vala («era ») alle
forme del presente. All’imperfetto e al perfetto ita- liani corrisponde il
perfetto magiaro. — Cfr. E. Vàrady, Grammatica della lingua ungherese, Roma,
Edit. Roma. 1931, pag. 103, 8 148-149. "OTRS GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
151. — Il passato non ha valore sol- tanto perché è anteriore al momento in cui
si parla o scrive, ma anche perché l’azione, non essendo « presente », assume i
caratteri di mi- nore realtà attuale. Questa considerazione aiuta a comprendere
perché il passato indica- tivo possa in alcune lingue essere usato là ove noi
usiamo il congiuntivo (1): e persino come la semplice forma del passato possa,
in altre, assumere addirittura il valore ipote- tico (2). * * %* 152. — Le voci
verbali che localizzano l’azione o lo stato in un momento successivo a quello
in cui si parla o scrive sono.in tempo futuro. Noi non abbiamo però, in
italiano, un vero e pro- prio futuro, come l’aveva il latino, ossia specifica-
mente ed esclusivamente riservato ad esprimere even- ti a venire. Più che la
localizzazione nel tempo suc- cessivo al presente, il nostro cosiddetto Î u -
tur'o esprime l'incertezza dell’azione o dello stato: è piuttosto un dubitativo
in fun- zione talvolta di futuro e talvolta di presente. Allorché alla mia domanda
« Dov'è la mia pi- pa? » mi si risponde «Sarà sul tavolo », la voce verbale
sarà non esprime uno stato Îu- turo, ma afferma che la pipa « probabilmente è
sul tavolo ». Con la domanda « Che età avrà quella bel- la signora? » non si
chiede quanti anni avrà in avvenire, ma quale LOSS essere oggi, al- (1) Es.: in
francese: « Sil était là, il parlerait ». « Se egli fosse (letteralm. « era »)
lì, parlerebbe ». (2) Con l’inversione del verbo e del soggetto, l’in- glese
esprime l’ipotesi per mezzo del passato, omet- tendo persino la congiunzione
if: es.: « Had he been there...» « Se egli fosse stato lì »: letteralm. « [se]
era . egli stato lì». Analogamente può fare il tedesco: « Hcitte ich dieses
gestern gewusst (invece di: wenn ich...), « se l'avessi saputo ieri ». mr NON
FUTURO, MA PROBABILE l’incirca, l’età di lei. Tale interrogazione at- tende
infatti una risposta meno precisa di quel che, invece, si esige con la domanda
« Che età ha quella bella signora? ». Non ha valore di futuro, ma di « presente
probabile », il ripetuto saranno che la musica di Verdi ha reso famoso: «
Saranno i disinganni, le veglie, le astinenze. saran le penitenze che il capo
gli turbar ». (La forza del Destino) 153. — Morfologicamente, il nostro
cosiddetto futuro non deriva dal latino: le forme uamabit, amabunt,- monebit,
monebunt, audiet, audient, ecc. sono scomparse. Sembra che il futuro in -bit,
-bunt della I e II coniugazione fosse praticamente in uso soltanto in Roma e
dintorni (1): somigliava troppo all’imperietto; e quello in -(i)et, -(i)ent
(III e IV coniugazione) si confondeva troppo con il congiuntivo. Per maggior
chiarezza, e anche perché il significato si andava man mano modificando,
l’italiano sostituì il futuro latino con la forma infinito-ha (plurale:
infinito-hanno) così ama- bo fu sostituito da amare-ho=amerò; ad ama- bunt si
sostituì amare-hanno = ameranno. 154. — Una forma diretta per il futuro è
scomparsa in quasi tutte le lingue europee: quelle non latine ricorrono a forme
periîra- stiche (2). | (1) Cfr. P. Thielman, « Habere » mit dem Infini- tiv und
die Entstehung des romanischen Futurums, in « Archiv. fiir lateinische
Lexikograpliie und Gramma- tik », Leipzig, II, 48, pag. 158 e 161. (2) A forme
perifrastiche ricorrono tutte le lin- gue teutoniche e le slave. Il francese
usa il verbo aller infinito per esprimere l’azione futura molto pros- sima: «
Zl va venir sous peu». « Verrà fra poco ». Il finlandese manca di futuro e lo
sostituisce con il pre- = 909 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Potrebbe
dedursi, da tale fenomeno, che l’intero continente europeo ha mutato opinio- ne
in merito agli eventi futuri. 155. — La tendenza a ripudiare le Îorme future si
rivela più evidentemente ancora nei dialetti: rarissimamente il romanesco dice
« Domani annerà a Frascati»: sostituirà il futuro con il presente (« Domani va
a Frasca- ti ») (1), se l’evento è espresso come certo, mentre userà un
costrutto diverso a seconda che l’evento sia considerato come necessario,
voluto, desiderato: « domani ha da annà a Frascati », « domani vo’ annà a
Frascati » (2). L’esame di queste perifrasi dialettali è as- sai utile per
intendere il « pensiero » che de- termina, ad esempio, l’uso di wil/ e shall
per esprimere in inglese eventi Îuturi (3). 156. — Valgono, naturalmente, anche
per il futuro le osservazioni fatte in merito ai « tempi composti ». Scompare
dalla grammatica la comica de- nominazione di « futuro passato ». sente. (Cfr.
A. Himilainen, Finnisch, Berlin, Langen- scheidt, (s. d.), pag. 29) — Hanno
invece un vero e proprio futuro, con una tipica desinenza in -s, il li- tuano e
il lettone. (Cfr. M. Aschmies,Litauisch, Berlin, Lingenscheidt, (s. d.) pag.
35; -— e W. Litten, Lettisch, Berlin, Langenscheidt, (s. d.) pag. 35). (1) Il
presente per il futuro si trovo già in Cice- rone: « Cum volueris ire, imus
tecum », — e, in S. Agostino, il venire habet prepara già il nostro « verrà »
(= venire-ha): cfr. A. Regnier, De la latinité des ser- mons de Saint Augustin,
1886, pag. 128. (2) L’idea di volontà interviene anche in rumeno per la
formazione di entrambe le forme perifrastiche . di futuro (viitorul I e
viitorul II) ottenute con va « vuole », e vor, « vogliono », e l'infinito. (3)
L’inglese usa will e shall per costrutti che spesso possiamo tradurre con il
nostro futuro; ma non raramente il will può esprimere semplicemente
consuetudine, evento ovvio, senza alcuna idea di fu- turo: ad es.: « Boys will
be boys» non significa «I ragazzi saranno ragazzi », ma « Che volete farci? I
ragazzi sono ragazzi! ». — 100 — PER OGNI PAROLA UN'IDEA Allorché diciamo: « La
letiera sarà arri- vaia mezz'ora fa», esprimiamo un presente dubitativo con le
conseguenze di un’azione passata. Ma il vero verbo è sarà, con il valore di «
probabilmente è ». E, infatti, la lettera è (con una ceria pro- babilità) nel
luogo di arrivo. | Ila realtà corrispondono le « parole »,. ciascuna connessa
con una «idea ». — 101 — Digitized by Google Ne Psicologia, fisiologia e
anatomia del verho (VII) 157. — L'idea di un’azione o di uno stato loca-
lizzati nel tempo è diversa dall’idea della stessa azio- ne o dello stesso
stato pensati senza tale localizza- zione. Perciò, come già detto, l’infinito
ha carat- tere non di « voce verbale », ma di sostantivo: le « idee » e le «
parole » camminare, mangia- re, sedere non includono una determinazione
temporale né di momento né di estensione, appunto come passeggiata, cibo, sedia
son vocaboli indipendenti da nozioni temporali. Il camminare, il mangiare, il
sedere di ieri non differiscono, così espressi, né per forma né come pensiero,
dal camminare, dal mangiare, dal sedere di oggi o di domani o di qualsiasi
altro « tempo » espresso o pensato, appunto come passeggiata, cibo, sedia
restano inva- riati, sia nella forma che nel pensiero, pur se altri elementi
della proposizione o del periodo (« complementi di tempo») localizzano nel
passato, nel presente o nel Îîuturo la cosa espressa da questi « sostantivi ».
| Allorché diciamo: » // dipingere a tempera precedette la pittura a encausto:
i primi pit- tori a encausto appaiono in Grecia soltanio nel 1 secolo ed
avranno nelle opere di Apelle la loro più alta manifestazione», le idee .
espresse dai « sostantivi » dipingere, pittura, pittori, opere, Apelle non sono
di per se stes- se localizzate nel tempo; ma altre parole, nel periodo, fan sì
che le cose e persone espresse da tali sostantivi siano mentalmente colloca- —
103 — SUL QUADRANTE DEL TEMPO te in ordine temporale, rispettivamente in
passato, presente e Îuturo (po- nendo il I secolo come «presente »: « presente
storico »). Invece la determinazione temporale poirà essere contenuta nella
medesima parola che esprima contemporaneamen!e l’azione di dipingere, usando
tre « voci verbali ». « Si di- pinse (o dipingeva) a iempera prima che si
dipingesse a erncauslo: nel ] secolo si dipin- ge già in tal modo, ed Apelle
dipingerà pit- ture che... » 158. — Le « voci verbali » sono le mobili sfere
sul quadrante del tempo, mentre l’« infinito » è inciso — immobile — sul
quadrante stesso. Nell’« infinito » l’azione o lo stato non son pensati in
atto; però l'infinito ne suggerisce la possibilità. Si comprende, così, come
alcune lingue possano trasformare in « verbi » molti « so- stantivi »,
semplicemente ponendoli in moto, esattamente come si pone in azione un mo- tore
che, quando è fermo, è « un motore » (so- stantivo) il quale ha possibilità di
essere qual- cosa che « si muove » (verbo) (1). (1) Nella lingua inglese, la
particella fo (espri- mente « moto a luogo ») somiglia proprio alla mano-:
vella di messa in marcia di un motore d’auto: se la si premette infatti ad un vocabolo
che di per sé è un sostantivo, lo si trasforma in «infinito », pronto cioè a
divenire « verbo ». Ciò è frequentissimo soprattutto per vocaboli di origine
sassone, perché congenitamen- te più rispondenti all’indole della lingua
anglosasso- ne. Così, ad esempio, hand è la « mano », ma to hand è « porgere »,
da cui he hands, «egli porge»; they hand, « essi porgono »; — persino man, «
uomo », può divenire to man, « fornire degli uomini necessarî » (una barca da
mettere in mare, un argano da far funzionare, una fortezza da presidiare,
ecc.): il no- stro comando marinaro « Arma la lancia!» è in in- glese « Man the
barge! ». — E la lingua inglese, a sua volta, ci aiuta ad intendere la natura
delle scritture ideografiche che, nello stesso segno, condensano spes- so
l’idea verbale in potenza ostanayo, infinito) e in atto (verbo). — 104 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 159. — Quando l’azione sia pensata in atto,
l’idea rispettiva sembra « flettersi »: conserva il suo significato, ma par
quasi curvarsi in direzione di- versa. i In questo senso, meglio ancora che in
quello morfologico, si possono chiamare îlessive quelle lingue che, nella
strultura della parola, esprimono tale modificazione, La coniugazione, infatti,
si ottiene - non alterando o « curvando » (« Îlettendo ») la Satàru sh,8$, in
hsieh? A B__ € Le scritture ideografiche condensano nel segno l’idea verbale in
potenza e in atto: l’ideogramma « scrive- re », in cuneiforme (A), geroglifico
(B) e cinese (C). (8 159) parola, ma aggiungendo al tema espressivo: speciali
terminazioni, le quali possono Incor- porarsi più o meno con esso (1). La vera
e propria flessione è quindi piut- tosto ideologica che formale. Avviene, in
questo « Îlettersi », un | fenome- no assai simile a quello per cui un raggio
lu- TT Le modificazioni interne deîla parola sono più rare che le aggiunte in
fine di essa. Tipicamente fles- si anche formalmente sono i cosiddetti « verbi
forti », i quali però, appunto perciò, son considerati irrego- lari: ad es.:
presente: fa, fanno; passato: fece, fecero; spagnolo: hace, hacen, e hizo,
hicieron; portogh.: pres. faz. fazem; pass.: féz, fizeram; franc.: il fait, ils
font; il fit, ils firent; tutti dal latino facit, faciunt; feci fe- cerunt. —
Il fenomeno avviene anche in lingue flessi- ve non neo-latine: es.: tedesco: er
tuf, « egli fa», pas- sato: er tat, imperf. cong. tùte. — 105 — UNIVERSALE
ARMONIA minoso si « piega » passando da un mezzo di una certa densità ad un
altro di densità di- versa: ad esempio dall'aria all'acqua. L’idea connessa con
il: verbo, immergendosi nel «tempo », devia, proprio come un’asta im- mersa
‘nell acqua appare piegata: e possiamo. considerare anche che il diverso angolo
sia dovuto alla diversa densità dei tre «tempi »: passato, presente e futuro
(1). 160. — Queste analogie servono non solo a chia- rire il fenomeno, ma anche
a confermare che, in ogni TR AMEN févorto = fiat (1) uit N uu S_ Sl” — ZITTI)
sro dol LL Li: MTEMLOTOUMÉVWG | =fideliter (2) omm ma ni na a diem La più
diffusa parola del mondo, che i Settanta tra- dussero « così sia» (1) e che per
Aquila significò « fedelmente » (2) $ 160) La virtù arcana della. parola. La
formula magico-reli- giosa di sci sillabe, da un talismano lamaista. campo,
ogni evento si svolge naturalmente secondo . leggi armoniche, simmetriche, e
tutte in funzione di un’unica finalità. © (1) Questo « gomito » o angolo
dell’idea potrebbe | essere anche studiato ispirandoci proprio al « princi- pio
di Fermat » del « minimo percorso »: e per esso — 106 — * GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA Vi sono, pur nelle parole, nessi più intimi di quelli che una
superficiale osservazione ri- velano (1). 161. — Le accurate indagini dei
filologi dànno spiegazioni del meccanismo fònico dei fenomeni lin- guistici:
meno chiariti sono quelli psicologici che li determinano (2): del tutto
sconosciute rimangono le cause intime per cui le lingue si modificano secon- do
determinate tendenze. E tanto più rimangono im- perscrutabili tali ragioni,
quanto più le si voglian ri- cercare in puri fattori materiali di clima e di razza.
viene a formarsi una vera e propria immagine « vir- tuale » di un evento che è
« proiezione » dal punto di vista dal quale esaminiamo eventi passati, presenti
o futuri. L’affermazione platonica che « Iddio geometriz- za» è vera in ogni
fenomeno: pure in quelli del no- stro pensiero. (1) L’inglese spelling, ossia
la « compitazione » (enunciare lettera per lettera un vocabolo) è la forma
continuativa di to spell, che primieramente significò — e tuttora significa —
«incantare, ammaliare », poi che spell è anche il « potere magico delle parole
». — Non soltanto le superstizioni di quasi tutti i popoli attribuiscono virtù
arcane alle parole, ma pur le più alte religioni considerano le parole non
soltanto come espressioni di idee, ma anche come veicolo di ener- gie
spirituali e superiori. Tutto il mondo buddhista ha iede illimitata nella
potenza magico-religiosa della «preghiera in sei sillabe» («OM MA-NI PA-DME IUM
»). -- La parola più diffusa che esista sulla ter- ra, perché passata
integralmente o quasi nella grande maggioranza delle lingue e tradotta in
tutte, cioè l’e- braica invocazione amen, ha tale efficacia intrinseca che il
Chatechismus Romanus si conclude con una 'unga trattazione (P. IV, cap. XVII,
art. 1-6) per il- iustrare « quis usus et fructus sit huius particulae »,
«quomodo dictio », e « quanta bona » da essa emani- no. Ed amen è voce verbale
ed avverbiale, insieme: . 1 Settanta la tradussero con ghénoito (= fiat) (Ps.
XL, 14); nel testo di Aquila è resa con pepistuménos (= fideliter): « ma poco
importa che sia tradotta nel- l'uno o nell’altro modo, purché comprendiamo che
abbia quella forza che abbiamo detto » (« Parvi re- fert, hoc an illo modo sit
redditum, modo habere in- telligamus eam vim, quam diximus » (Catech. Rom.).
(2) Cfr. A. Stoppani, La santità del linguaggio, Discorso all'Accademia della
Crusca, 25, IX, 1883. == 0a IL SEGRETO D'UN COMUNE ISTINTO L’uso — che
getermina la scelta dei vo- caboli e delle forme — « non è ciecamente ar-
bitrario, ma vien guidato da certe norme di natura sapientissime, che sono
l’umana ra- gione stessa, o, per dir meglio, rampollano da quell’istinto messo
in noi da una ragione più alta, cioè dalla sapienza divina » (1). 162. — Per
quali ragioni la « coniugazione » » la- tina si semplificò ed armonizzò in
quella italiana, co- me rispondendo ad un piano prestabilito, se la tra-
sformazione fu opera inconscia del popolo italiano? 163. — Le quattro
coniugazioni del latino si ri- dussero a tre, secondo la vocale tematica; e
possia- mo conservare la tradizionale divisione: 1 CONIUGAZIONE: verbi ai quali
corrisponde l’infinito in -are; II CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde
l’infinito in -ere; III CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in
-ire. 164. — Ci limiteremo per ora all’esame delle sole forme verbali di quella
che, nella grammatica tradizionale, è chiamata « voce di 32 persona (singo-
lare e plurale). Questa separazione della cosiddetta « 3? persona » dalle altre
è ispirata ad un criterio che è fondamentale nella « grammatica rivo- luzionaria
» e ne costituisce forse la caratte» ristica più importante. Essa afferma
infatti che il discorso obiettivo, cioè semplicemente espositivo degli eventi
senza implicare né di- (1) I. Amilcarelli, Della lingua e dello stile italia-
no, Napoli, Leitenitz, 1870, vol. I, pag. 25. — E nella sua profonda
trattazione — pur ignorata o quasi non ostante il grande valore dei due grossi
volumi — l’autore aggiunge che tale istinto «in nessuna cosa meglio si
manifesta, che nel fatto delle lingue; dove non sarebbe possibile niuno general
consenso della nazione, se non fosse che tutti parlano, secondo lor natura,
come son mossi per la ragione segreta di un comune istinto ». /d. ibid., loc.
cit. — 108 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA rettamente né indirettamente
l’azione di chi parla o scrive, ha caratteri differenziali che lo diversificano
fortemente dal discorso il qua- le esplicitamente o implicitamente involva la «
presenza in scena » del soggetto parlante o scrivente: tale partecipazione
influenza i con- cetti, altera le forme ed i cosî!rutti in modo co- sÌ profondo
da richiedere legittimamente una trattazione a sé. Molti fenomeni interessanti
e significativi non vengono chiariti dalla grammatica tradizionale: non vengono
anzi neppure segnalati. Essi passano inav- vertiti giacché l’arbitraria
burocratica catalogazione. delle voci verbali in paradigmi artificiosi
allontana proprio quelle voci che dovrebbero essere avvicinate e viceversa, sì
che le somiglianze e le simmetrie scom- paiono, come scompaiono i significativi
contrasti. 165. — L’elencazione delle « voci verbali » secondo la tradizionale
cantilena «io ho, iu hai, egli ha, noi abbiamo, voi avete, essi han- no » è
quanto di più innaturale vi possa esse- re nell’esposizione dell'attività
verbale: nes- sun fatto linguistico o psicologico giustifica tale ordinamento,
mentre non pochi legitti- memente vi si oppongono. Nella recitazione stessa del
tradizionale ri- tornello o canzoncina grammalicale (coniuga- zione) avvertiamo
facilmente l’aritmìa e la dissonanza della 1° e 2° persona plurale: spes- so
non soltanto la forma, ma persino la radi- ce stessa è diversa: eppure ciò non
ha arre- stato la burocratica manìa dei grammatisti, sì che la filastrocca
scolastica continua imper- turbabilmente a suonare (0, meglio, a « disso- nare
»): io dissi io ruppi io vado tu dicesti © tu rompesti tu vai egli disse egli
ruppe egli va noi dicemmo noi rompemmo noi andiamo voi diceste voi rompeste voi
andate essi dissero essi ruppero essi vanno. — 109 — DOPO DIECI SECOLI... Da
più che un millennio tale concatena- mento è stato spezzato nella realtà
obiettiva linguistica: la tiritera « dixi, dixisti, dixit, di- ximus, dixistis,
dixerunt » oppure « vado, va- dis, vadit, vadimus, vaditis, vaduni » poteva
ancora trovare qualche giustificazione nella scuola dell'antica Roma. Ma poi
che l’indole del linguaggio, per ragioni che vedremo, ha rotto formalmente e
sostanzialmente questo concatenamento, riconoscendolo non confor- me alla nuova
mentalità linguistica che modi- ficava parole e idee, ed ha persino attinto ad
altre radici verbali alcune voci, proprio per separarle con maggiore evidenza
dalle altre, sarà ben giunto il momento (dopo 10 secoli) di porre la grammatica
in armonia con la realtà. . 166. — La « grammatica rivoluzionaria » aboli- sce
la denominazione di «33 persona »: sicché non saremo più costretti ad affermare
ridicolmente che sono « voci verbali di 32 persona » quelle contenute nelle
proposizioni: « sul tetto il gatto miagola » (il gatto potrà esser considerato
« persona » in una fa- vola di Fedro, non quando zoologicamente miagola sul
tetto), « il sole tramonta alle ore 6 e 40 » (il sole, astro e non Febo); «il
peggior passo è quello del- l’uscio » (il soggetto proverbiale è il «passo » e
non la persona passante), « chiodo scaccia chiodo » (sen- za allusione né
materiale né allegorica all’individuo che lo pianta), « /a somma degli angoli
di un trian- golo equivale sempre a due retti » (proprio indipen- dentemente da
qualunque « persona » che constati o meno tale verità geometrica), « il
biglietto costa lire 100 » (e nessuna delle persone collegate direttamente o
indirettamente con le operazioni di compra o ven- dita del biglietto ha
rapporti grammaticali con il ver- bo «costare »), « piove, Governo ladro!» (né
il Go- verno, né altra « 33 persona » sono soggetto del verbo « piovere »)...
(1). (1) Pur nell’Inferno dantesco era necessario un minimo di apparenza umana
perché le anime dei dan- — 110 — ni GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA ‘167. —
Sarà facile constatare come l’abo- lizione dei paradigmi artificiosi e la netta
di- stinzione tra « discorso obiettivo » e « discor- so con intervento
personale » chiariscono i fenomeni linguistici e psicologici e pongono in
evidenza le significative analogie delle vo- ci verbali. | * dd %* 168. — I
verbi regolari tendono a conser- vare la vocale tematica; il presente è
espresso con tale terminazione, l’imper- îetto con l'aggiunta di -va. Il
plurale si forma con la voce del singo-. lare cui si aggiunge -i10. PRESENTE:
singol.: am-a - cred-e vest-e plur.: am-a-n0 cred-o-no vest-0=J10 IMPERFETTO:
singol.: am-a-va —cred-e-va — vest-i-va plur.: am-a-va-no cred-e-va-rto
vest-i-va-m0 nati sembrassero « persone »: ..@ ponevam le piante sopra lor
vanità che par persona. (Inf., VI, 35-36) Per « persona » noi intendiamo un
essere umano completo, anima e corpo, indissolubili in un « compo- sto »
indistruttibile » (« quoniam Deus creavit homi- nem inexterminabilem », Sap.
II, 23). Su questo punto è esplicito il parere di S. Tommaso: « Ego sum Deus
Abraham et Deus Isaac et Deus Jacob » quia non est Deus mortuorum, sed
viventium » [Matth. XXII, 31- 32]. Sed constat quod quando verba illa
dicebantur,. Abraham, Isaac et Jacob non vivebant... Anima Abra- hae non est,
proprie loquendo, ipse Abraham, sed pars eius: et sic de aliis. Unde wita
animae Abrahae non sufficeret ad hoc quod Abraham sit vivens, vel quod Deus
Abraham sit Deus viventis: sed exigitur. vita totius conjuncti, scilicet animae
et corporis ». (Summa Theol. Suppl. Qu. 75, art. 1). La religione cri- stiana è
rassicurante in quanto garantisce la totale resurrezione dell’uomo, anima e
corpo, cioè nella sua unica possibile « personalità », integralmente. Cfr. in
proposito Toddi, Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma, De
Carlo, 1947. — lil — RIVOLUZIONE COSTRUTTIVA (Come si vede, la «grammatica
rivoluzionaria » sistematizza la coniugazione e permette di stabilire delle «
regole ». Sicché è «rivoluzionaria » nel senso costruttivo). Il singolare del
presente dovrebbe termi- nare in -i nella terza coniugazione, conser- vando la
vocale tematica: Îa invece in -e, co- me la seconda, perché già nel latino
classico vi era qualche confusione tra la lI e la III co- niugazione (1).
Inoltre, la tipica sensibilità acustica della lingua italiana attribuisce a que-
sta vocale, particolarmente acuta (2), un valo- re espressivo proporzionale
alla sua vivacità, e questa sarebbe eccessiva per la semplice for- ma
indicativa presente. Nel plurale del presente le forme in -ono della II e III
coniugazione son dovute all’in- îluenza della terminazione lalina -uni, sempre
per la confusione delle due coniugazioni. È regolare invece la terminazione
-a-no della I coniugazione, poi che già il lalino aveva net- tamente -ani. Si
osservi che il suono consonantico fina- le # del latino (-ant, -uni) si è
sostituito con la. vocale 0, perché l'italiano non ama i suoni consonantici in
fine di parola (3). (1) Tale confusione è frequente nei nostri dialet- ti. —
Nello spagnolo, tuiti i verbi della III latina pas- sarono alla II. (2) Vedi 8
208. (3) La determinazione -ono è sostituita da -eno in parecchi dialetti
italiani: romanesco crédeno, na- poletano védeno (pronunzia quasi vérene) — In
aitri, invece, il plurale non differisce dal singolare: in abruz- — ‘zese,
cande significa « canta » e «cantano », candéve è «cantava» e «cantavano ».
Identico fenomeno è avvenuto in francese, giacché il chante e ils chantent, il
chantait e ils chantaient non differiscono che nella grafia. Lo spagnolo e il
portoghese riducono rispetti- vamente a -n e -m (che però è semplice
nasalizzazio- ne) tali finali: spagn. canta, cantan; cantaba, canta- ban;
portogh.: canta, cantam; cantava, cantavam. Il rumeno si comporta in modo
diverso nel presente e “= VIVACITA CONCLUSIVA 169. — Il perfetto si forma
accenian- do la vocale tematica: questa, nel singolare della I coniugazione, si
muta in -ò; ritorna però integra nel plurale. Il plurale si forma aggiungendo
-ro-no al singo- lare, ossia lo stesso suffisso -no che per il presente e
l’imperfetto, interponendo la sillaba -ro-. Sicché: PERFETTO: singol.: am-ò
cred-é fin-i plur.: am-à-ro-no cred-é-ro-no Îin-i-ro-n0 Si ottengono così delle
forme « sdruccio- le », per conservare alla sillaba accentata la sua espressiva
vivacità fònica. | 170. — Si chiaman legittimamente « paro- le tronche » in
italiano quelle che terminano con vocale accentata, non soltanto perché molte
di esse sono appunto risultanti da un «troncamento » (ciftà per ciltade, virtù
per viriude), ma anche perché la voce non si pro- lunga sulla vocale stessa,
come nelle « silla- be aperte » (1) delle parole « piane » (accen- tate sulla
penultima): è « troncata ». nell’imperfetto: il latino audit diventa aude,
mentre il plurale audiunt diventa aud; nell’imperfetto, audiebat diventa auzià
e audiebant dà auziau. — L'italiano se- gue invece una linea costante, coerente
a criterî più semplici e più armonici. — (Cfr. G. Savini, La gram- matica e il
lessico del dialetto teramano, Torino, Loe- scher, 1881, pag. 63 e segg.). (1)
Nella sillaba che termini in consonante, que- sta blocca la possibilità di
prolungare la vocale stes- sa, e perciò la sillaba è « chiusa »: se, invece, la
silla- ba termina in vocale, questa ha libertà di espandersi senza ostacolo, e
perciò la sillaba si dice «aperta ». In italiano le vocali accentate in sillaba
aperta sono lunghe e più basse, in sillaba chiusa sono brevi e più acute. Cfr.
fato (pron. fato) e fatto. — Tale distin- zione è importante anche nella studio
delle lingue straniere. Alcune lingue non hanno che sillabe aperte. Questo
connotato avvicina moltissimo la lingua giap- ponese alle lingue del Pacifico:
nella scrittura fonica indigena, nella pronunzia e nella metrica, nessuna
consonante si appoggia sulla vocale precedente: o è — 113 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA Per ora ci basti notare che la « percussio- ne » che ne risulta
si conserva nei vocaboli derivati « chiudendo la sillaba » (ad esempio
raddoppiando la consonante seguente, sì che metà di questo doppio suono
consonatico ap- partenga alla sillaba precedente) oppure con un espediente «
sdrucciolo ». Per mantenere la vivacità Îònica alla vo- cale « tronca » che
caratterizza il perfetto si è adottato, nel plurale, un suffisso bissillabo non
accentato, formando il vocabolo sdrucciolo. Così si spiega la sillaba -r0-,
conservata dal latino -runi (-averuni, -ueruni, ecc.). 171. — Nella II
coniugazione oltre la forma © credé usiamo anche la forma credette per il
singola- re, e credettero per il plurale. Qui il -f finale latino non è stato
elimina- to, né mutato in vocale: si è aggiunta una vo- cale: per conservare
però all’-é tematica la sua vivacità si è « chiusa » la sillaba, raddop- piando
la consonante: cre-dét-te. Il plurale fa credettero e non credetterono, poi che
era superfluo ricorrere all’espediente del suffisso sdrucciolo, quando la «
chiusura » della sillaba era già assicurata da -{l-. 172. — Il futuro non ha
terminazioni proprie, essendo il risultato dell’infinito + ho e, al plurale,
dell’infinito+ hanno (vedi 8 153): FUTURO: singol.: amer-à creder-à finir-à
plur.: amer-à-nroo creder-à-nno finir-à-nrt0 seguita da vocale o fa sillaba a
sé. Nello stornello di Sazanami: kiku momiiji « crisantemi e acero Nippon-jti
no di tutto il Giappone haregi kana son l’abito di gala ». il secondo verso non
è un quinario come gli altri due, ma un settenario (Ni-p-po-n ju-u no), come
prescrive la metrica di tale genere poetico. (kaiku). Cfr. Sh. Matsuoka,
Go-san-shichi-chò (« Sul ritmo di 5, 3, 7 sil- labe »), in « Bungaku », Téky6,
1933, I, 6. 114. REGOLARITÀ DI FORME La vocale tematica della I coniugazione si
attenua in €, per iniluenza della Il coniuga» zione. Il raddoppiamento dell’n
nel plurale è do- vuto alla derivazione da hanno, il quale se- gue la norina
della « vocale tronca » (ossia « percossa » con vivacità: lo stesso fenomeno si
ha nella formazione del plurale di altri ver- bi monosillabi: fa, fanno; dà,
dànno, sa, san- no) (1). 2 * * %* 173. — L'italiano affida alla vocale -a il
còmpito di esprimere il congiuntivo, differenziando così questo modo dall’
indicati» vo. Poi che la differenziazione, così ottenuta, non avverrebbe nella
I coniugazione giacché l’a c'è già nell’indicativo (perché è nel tema), si ha,
per la I coniugazione la desinenza «i. . nu plurale si ha regolarmente con
l’aggiunta di -no al singolare, come nell’indicativo pre- sente. Sicché si ha:
CONGIUNTIVO PRESENTE: singol.: am-i cred-a vest-a plur.: am-i-N0 cred-a-No
vest-a-N0 (1) In armonia con questa norma, la forma dia- lettale ponno come
plurale di po (= può) è più rego- lare che possono, e la si trova anche in
lingua: usato da Dante («il monte — per che i Pisan veder Lucca non ponno »,
/nf., XXXIII, 29-30; e Par., XXVIII, 101), è frequente ancora in Torquato
Tasso: « Vansene gli altri e dan le membra al sonno; Ma i suoi pensieri in lui
dormir non ponno ». Gerus. Lib., X, 78). (Cfr. anche VIII, 57; VII, 122; X, 16
e 44, ecc.). La forma possono è ottenuta aggiungendo la desinenza -no al
singolare della cosiddetta 12 persona posso, come tengono da tengo e non da
tiene. Si noti che anche il plurale del presente indicativo del verbo essere è
ottenuto in modo analogo: sono (plurale) non è formato da è ma dalla cosiddetta
12 per- sona, con la quale anzi viene a coincidere (sum e«=io. sono », sunt= «
essi SONO »). — 115 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 174. — Nel congiuntivo
passato resta invariata, ed è anzi « percossa » fonicamente la vo- cale
tematica: il latino fornisce l’elemento consonan- tico adatto, poi che la
sibilante s è, delle consonanti, la più penetrante ed espressiva (1), atta
perciò ad in- dicare il passato o perfetto del congiuntivo, così come la vocale
«tronca» (fonicamente percos- sa) lo esprime nell’indicativo: le tre
coniugazioni han- no un’unica desinenza -sse. Il plurale si forma con
l’aggiunta di -ro: è inu- tile aggiungere più sillabe, ossia entrambe cuelle
del perfetto indicativo (-ro-no), poi che il vocabolo così formato ha già
entrambi i requisiti ciascuno dei quali è sufficiente a mantenere « percossa »
la vocale: è in sillaba chiusa (a causa del doppio s) ed è in struttura «
sdrucciola ». Abbiamo perciò: CONGIUNTIVO PERFETTO: singol.: am-à-sse
cred-é-sse — Îin-i-sse plur.: am-à-sse-ro cred-é-sse-ro Îin-ì-sse-ro Le forme
sfesse e desse sono irregolari, e probabilmente scelte per evitare equivoci con
slesse nel significato di « medesime » e d'esse. Da queste si formano
regolarmente i plurali slessero e dessero. * * * 175. — Il condizionale
italiano non si formò dal latino (2) ma combinando l’infi- (1) Pronunziata
isolata, la consonante ‘s « può raggiungere valori compresi tra 9000 e 10000
oscilla- zioni al secondo »». A. Gemelli e G. Pastori, L'analisi
elettroacustica del linguaggio, Milano, Università Cat- tol. Sacro Cuore,
Scienze Biologiche, 1934, vol. I, pag. 143. — Per chiamare qualcuno, per
imporre si- lenzio, usiamo questa consonante: « (p)sss! », « Sss! ». Qualsiasi
altra sarebbe inefficace: la labiodentale f ha una frequenza assai più bassa:
non più di 5500 oscil- lazioni, e, generalmente, intorno alle 4000. — «La
chiusura del velo palatino è la più forte, nell’emissia- ne della sibilante s».
G. Panconcelli-Calzia, Experi- mentelle Phonetik, Berlin, de Gruyter, 1921,
pag. 109. (2) Né dal condizionale latino si formarono i con- dizionali delle
altre lingue « neolatine ». Si ricordi pe- — 116 _ 2% SIMMETRIA DELLE FORME
nito con il perfetto del verbo « essere >: da amare-ebbe si iormò amerebbe;
da credere- ebbe si ottenne crederebbe: ed i plurali si for- mano con il
plurale ebbero: sicché: CONDIZIONALE: . singol.:amer-ebbe creder-ebbe
vestir-ebbe plur.: amer-ebbero creder-ebbero vestir-ebbero Si osservi, nella I
coniugazione, la mede- sima attenuazione della vocale tematica che nel futuro
(amerebbe invece di amarebbe); ve- di $ 169). * * * 176. — Così semplificata,
la coniugazione del verbo (nel discorso obiettivo o narrativo) si ridu- ce a 7
voci per il singolare ed altrettante per il plu- rale. Semplificata ed esposta
in tal modo, la coniugazione del verbo italiano pone in evidenza la simmetria
delle forme, connotato tipico della nostra lingua. Non sappiamo come gli
antichi Romani pronunziassero la loro lingua: nel latino cer- tamente esisteva,
oltre l’accento tònico, un «tono musicale» (1): tale differenza di in- rò
quanto già osservato nel 8 118: lo spagnolo ha amara (plur. amaran), « se]
amasse (amassero) », di diretta derivazione latina (amaret, amarent): la gram-
matica spagnola non ha una denominazione del « con- dizionale »: definisce modo
subjuntivo e modo poten- cial i due modi, spesso intercambiabili fra loro. Cfr.
Diccionario de la lengua espafiola dell’Accademia, Ma- drid, 1925, pag. 819. — Il
rumeno ha forme speciali. ‘ del verbo «avere » (a aveà) che si combinano con
l’infinito, senza fondersi però con esso, ma, anzi, pre- cedendolo: ar studià,
« studierebbe » e « studierebbe- ro »; e persino ar aveà « avrebbe » o «
avrebbero ». (1) Cfr. E. Weil & L. Benloew. Théorie générale de
l’accentuation latine, Paris, Durand, 1855. — Il « tono » ha fondamentale
importanza anche in connes- sione con il significato, nelle lingue che hanno
tale caratteristica: i Cinesi « stentano a comprendere gli stranieri che in
nessun modo tengono conto dei toni — 117 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
flessione determinò la peculiare prosodìa, la quale non corrisponde affatto
alla interpreta- zione fònica che se ne dà nelle scuole (1). Ci- cerone afferma
che persino nel comune di- scorso vi è « come un canto sommesso » (2). Il
latino era dunque una lingua che po- iremmo dire «cantata » (3), la quale, man
mano, venne perdendo il suo carattere melo- dico, ‘avviandosi verso la forma
del recitati- VO (4). Questo mutamento richiedeva basi Îfò- niche diverse,
menire conferiva la possibilità di un diverso nesso tra « suono » e « signifi-
cato ». Tale nuova « armonia » rivela il genio e pronunziano il cinese con un
monotono retto tono (cosa sconosciuta in Cina) o con una cantile- na simile a
quella delal lingua materna ». F. Bortone, Sillabario Cinese, Zi-ka-wei, 1935
vol. I, pag. 100; — Nel presente volume, le parole cinesi citate sono ac-
compagnate da un esponente numerico, il quale indi- ca appunto il « tono » di
ciascuna sillaba. Cfr. D. Jo- nes & K. T. Woo, A Cantonese Reader, London,
Uni- versity Press, [1912], che è eccellente, ma riguarda il cantonese e non la
«lingua mandarinica » (kwuan!- huà4). Per il pechinese, ottimo è il corso del
Lingua- phone (in due volumi e 16 dischi doppi) di J. P. Bru- ce, E. D. Edwards
& C. C. Shu. (1) È assurdo pensare che i Romani pronunzias- sero i loro
versi con un’accentuazione tònica diversa che nel. discorso, € che
spezzettassero le frasi in « piedi »: òde- | -runt pec-|-càre bo-|-ni vir-|-tùtis
a- e -mòre (F. Schultz, Grammatica latina, 172 ed., Tonno; Chian- tore, (s.
d.), pag. 299.. (2) « Est autem in dicendo quidam cantus obscu- rior », De
Orat., XVII. (3) Sappiamo da Dionigi di Alicarnasso che gli oratori latini
arrivavano a fare anche l'intervallo di quinta, ascendente e discedente. (De
compositione ver- borum, c. XI). (4) « La melodia gregori'ana nella sua linea
archi- tettonica è calcata sugli accenti grammaticali del te- sto liturgico. Il
che vuol dire che le sommità melodi- che coincidono in generale cogli accenti
tonici delle parole ». P. Ferretti, Trattato delle forme musicali del Canto
Gregoriano, Roma, Pont. Ist. di Musica Sacra, 1934, vol. I, pag. 16. — 1130tme
MUSICALITÀ DECLAMATA musicale italiano, nella lingua che è espres- sione
artistica del popolo che la parla, se- guendo istintivamente alcune norme di
equi- librio sonoro che soltanto uno studio acuto rie- sce a riconoscere, e
soltanto in parte. Accadde, nella parlata italiana, un feno- meno di insieme,
del quale un episodio mu- sico-teatrale può servirci di esempio come ca- so
singolo. Il libretto della Cavalleria Rusti- cana, nel primo testo compilato da
G. Targio- ni Tozzetti, si concludeva con due quinarî: Hanno ammazzato compare
Macca! Essi erano destinati ad essere musicati: in una melodia tutto l’effetto
estetico sarebbe stato affidato alle note musicali: volendone Îa- re un «
declamato », Mascagni comprese che bisognava mutare il suono della parola
finale, che avrebbe compromesso V’eîficacia: la mu- sica avrebbe dato un
tragico acuto; il « recita- tivo» doveva dare un « aculo vocalico » per avere
il massimo dell’espressione. I due qui- narî divennero per ciò un
endecasillabo, e il cognome Macca Îu sostituito col nome Turid- du (con un i
tra due u), formando l’efficacis- simo finale: Hanno ammazzato compare Turiddu!
« Tutta la parlata italiana segue sempre questo procedimento musicale » (1).
—_— ———==2=p=Hkk11_1À_ (1) M. Campana, La musicalità della lingua ita- liana,
Roma, Augustea, 1934, pag. 45-47. — 129 — L'androceo e il gineceo dei
sostantivi (IX) 177. — Tutte le parole che, isolate, posso- no essere soggetto
o complemento oggetto di un verbo sono no mi, ossia sostantivi, oppure sono
altre parti del discorso che fanno le veci o le funzioni di sostantivo (vedi $
41). 178. -- Anche un insieme di parole, può esser: soggetto o complemento
oggetto id un verbo. In tal caso, l’intero costrutio ha, sintatti- camente, le
funzioni di sostantivo: | « è duro calle lo scendere e ’l salir per l'altrui
scale (Par., XVII, 59-60). Tutto l’endecasillabo. « Jo scendere e ’| sa- lir
per l’allrui scale» serve da soggetto alla voce verbale è: può considerarsi
come un’u- nica espressione algebrica incluse Îra paren- tesi e che quindi può
esser globalmente ele- vata a potenza, moltiplicata per un numero, sottoposta a
segno di «radice», servire da « nominalore » 0 « denominatore », ecc. Ha
funzioni di sostantivo, ma è composto di più parole: quindi non è un nome o
sostan- tivo. 179. — Nella lingua italiana ogni nome deve appartenere ad uno
dei due generi grammaticali: maschile o femminile. Nella sua evoluzione, il
latino moderno (ossia l’italiano) ha eliminato il genere neutro, che esisteva
nel latino classico e — 121 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA nelle lingue
precedenti, e che persiste in altre lingue (1). 180. — I nomi o sostantivi SONO
« maschi- li» o «femminili» per ragioni prevalente mente etimologiche e
fòniche, ma anche per altre cause che non è facile indagare. Possiamo adottare
la denominazione di gene - re maschile e femminile, insistendo però soprattutto
sul primo vocabolo di tale denominazio- ne, ossia sulla parola genere, e non
attribuendo troppo il valore distintivo di sesso alla qualifica « ma- schile »
o « femminile » (2). Sono, ad esempio, grammaticalmente « femminili » la
sentinella e la spia, pur se in- dicanti un uomo; son « femminili » l'aquila e
la friglia, anche se si tratti del maschio di tali animali. Sono ripartiti nei
due generi anche i nomi che esprimono oggetti o idee che non posso- no avere un
sesso nella realtà: il fosso è ma- schile, mentre la fossa è femminile; il
/egro non è, fisicamente, diverso dalla legna; gran parte delle malattie hanno
un nome femmini- le (scialica, idropisia, scarlatlina, influenza), mentre sono
maschili il tifo, il carbonchio, lo scorbuto, ecc.; il Coraggio è maschile e
l’au- dacia è femminile; maschile è lo spavento e femminile è la paura. (1)
Tracce del neutro rimangono nelle lingue neo- latine: lo spagnolo /o bueno, lo
malo differiscono da el bueno, el malo; esprimono, appunto con valore neu- tro,
ciò che è «buono» o «cattivo » in senso gene- rale e astratto, o « qualunque
cosa » buona o cattiva: e l’articolo /o (distinto da el) serve appunto a speci-
. ficare tale genere. Parimenti si hanno in porto- ghese i pronomi neutri isfo,
« questo », isso, « code- sto », e aquilo, « quello », distinti dai maschili
éste, ésse aquele. Anche in italiano sentiamo un valore neutro nel pronome ciò
e altri simili. (2) La lingua inglese usa il vocabolo gender nella sola
accezione di « genere grammaticale ». Si consi- deri che il nostro vocabolo
genere, pur essendo con- nesso con generare, significa semplicemente « specie
», — 122 — GENERE E DESINENZA . 181. — Né la sola desinenza in -0 o in -a
basta. a giustificare l’attribuzione all'uno o all’altro genere: l'asma e il
colera sono maschili. Inoltre, la massima irregolarità presentano i nomi in -e,
terminazione va- levole per entrambi i generi. Non v’è regola nemmeno per i
nomi di ani- mali: il formichiere, il camaleonte, ecc. sono sempre maschili,
mentre la vo/pe, la cimice, la pulce, l’anojele, ecc. sono femminili anche se
indicano il maschio di tali animali. Oggi si può liberamente dire «il figre » e
«la figre », « il [lepre » e la lepre ». Più restii ancora ad una catalogazione
ge- nerale sono i sostantivi in -e al quali non cor- . risponde un «sesso»
fisico in ciò che essi rappresentano; il mofore è maschile, mentre l'automobile
e la juricolare sono femminili (1); il bafltaglione è maschile, mentre la
divisione è femminile, Sono maschili i nomi dei mesi (aprile, settembre,
ottobre) ed è femminile l’esfate (2); son maschili i nomi "degli alberi
(abete, elce), ma è femminile la querce (3); son maschili il rame e l’oltone,
ma è femmi- nile la pirife; maschile è il diamanie e femmi- nile è l’orice. « categoria
», senza implicare l’idea di « generazione » e tanto meno quella di « sesso ».
(1) S’intende « una vettura automobile » e « una ferrovia funicolare »: il
francese ha un funicolaire, al maschile, come ellissi di un chemin de fer
funiculaire: lo spagnolo preferisce conservare l’espressione intera: un
ferrocarril funicular. (2) Le altre tre stagioni hanno la terminazione in -a ed
-0. (3) Querce (plur. querci) invece di quercia (plur. querce) è usato
frequentemente in Toscana, ed in poesia o nello stile elevato. Però Dante e
Petrarca usa- no quercia: « La carne dei mortali è tanto blanda, che giù non
basta buon cominciamento dal nascer della quercia al far la ghianda ». (Par.,
XXII, 85-87) « Spenti son i miei lauri, or querce ed olmi » (Petrarca, Rime, II,
Son. 83) — 123 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Sono prevalentemente
femminili i nomi astratti uscenti in -e, e specialmente i nume- rosissimi in
-ione: questione, ragione, addi- zione, interpolazione. Maschili, invece, sono
i nomi in -ore, anche se astratti: dolore, calore, valore, colore, sapore, ecc.
(1). 182. — Complesse e interdipendenti sono le ra- gioni per le quali un
sostantivo può aver mutato ge- nere grammaticale dal latino divenendo italiano
o BEIPANCS in una lingua neolatina. * x x Comunque, il popolo non ha seguìto un
semplice capriccio, ma ha ubbidito ad un istin- to, poi che unanime è stato il
consenso nel- l'assegnare al maschile piuttosto che al fem- minile o viceversa
un sostantivo che era del- l’altro genere, oppure nel determinare a quale dei
due generi dovesse essere assegnato un « neutro » (2). Le cause van forse
ricercate in fattori che . non è facile identificare a distanza di tempo, e che
forse erano anche difficilmente identifi- cabili nel momento in cui essi
agivano (3). (1) I corrispondenti nomi astratti francesi in -eur sono invece
femminili: /a douleur, la chaleur, la va- leur, la couleur, la saveur. Son però
maschili honneur, déshonneur, bonheur, malheur: mentre è femminile la fleur «
il fiore »: e, in spagnolo, son femminili la. flor, « il fiore », Za labor, «
il lavoro » (donnesco o dei cam- pi). In portoghese sono femminili a flòr, «il
fiore », a còr, «il colore », a dér, «il dolore »; «l’onore » è a honra, con
terminazione femminile. (2) Si dice che i «vocaboli seguono l’uso », ma « l’uso
può in verità definirsi: viva e certissima espres- sione delle naturali
proprietà della lingua e dell’indole del popolo che la parla ». I. Amicarelli,
op. cit., vol. I, pag. 25. (3) « Gli antichi, conoscendo più intimamente i
valori dei vocaboli, doveano spesso gustare un’occulta allusione, ove noi non
ne scorgiamo pur l’ombra... Così veggiamo che Eschine chiama spauracchi e mo-
stri alcune frasi di Demostene, che a noi sembrano vi- vaci ed energiche ». M.
Cesarotti, Saggio sulla filoso- fia delle lingue, P. II, XIV, 2. cu fia
MUTAMENTI DI GENERE Il sostantivo basso-latino amuletum, neu- tro, divenne in
italiano e in spagnolo un amu- - leto, ed in portoghese um amuleto, ossia al
AMVLE ETVMO ein i Wmulett di “een amulet can amulet : un i pniuleto. fo ‘une
amulette I ‘um amuleto. | {0 amuletà <> | - MASCHILE: - — “NEUTRO” Valtr
> FEMMINILE: IE Quale sa ha trasformato l'amuletum (neutro) în maschile o
femminile? Amuleto scozzese del XV s;e- colo: reca incise, come parole magiche:
« Consumma- tum » ed i nomi dei tre Re Magi: Gaspare, Melchior- re e
Baldassarre. - maschile, come gran parte dei neutri in -um (ablativo i in -0-,
Inizialmente fu maschile an- che in francese (1): poi divenne femminile — une
amulelte — com'è femminile i in rumeno. (1) Appare nel 1558 in Pontus de Tyard;
è ma- schile in Tabourot, femminile in d’Aubigné. — 125 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA Una causa ha dovuto ben esservi per produr- re questo mutamento
(1). ù* * %* 183. — Constatiamo anzitutto che l’assegnazio- ne al genere è
determinato assai spesso dalla vo- cale finale del sostantivo, o, più
esattamente, che vi è una stretta relazione tra vocale finale e genere
grammaticale. Talora è stata modificata la vocale finale, proprio in armonia
con il genere: meridies era già maschile in latino, ma con aspetto fem- minile,
poi che femminili eran tutti i sostanti- vi in -es della V declinazione (2).
L'italiano ne ha fatto meriggio, con uscita in -0. 184, — Tipica terminazione
maschile è la robusta vocale o. | Sono infatti maschili in italiano i
sostantivi uscen- ti in -0. Fanno eccezione: a) la mano, per diretta eredità
dal lati- no (3); (1) Tatuno ritiene che ciò sia dovuto alla finale, -ette,
presa per suffisso femminile. (A. Dauzat, Dic- tionnaire étymologique de la
langue francaise, Paris, Larousse, 1938; pag. 33). Ciò è possibile, ma il fran-
cese ha un squelette, « uno scheletro », al maschile. (2) Il lat. meridies è
sempre maschile, sebbene composto da dies, che talvolta è femminile al singo-
lare, allorché esprime tempo o termine: praestituta die, « nel giorno
prestabilito »: ha assunto la termi- nazione in -a, ma è maschile, in spagnolo
e in porto- ‘ghese (el dìa, o dia). (3) Già in latino manus è uno dei
pochissimi ‘no- mi della IV declinazione (nominat. e genit. in -us, abiat. in
-w) che sono femminili: il femminile acus ha dato il maschile ago all’italiano,
e il maschile ac al rumeno (acul, « l’ago », un ac, « un ago », ma femmi- nile
al plurale: ace, « aghi », acele, « gli aghi »), men- tre il diminutivo
femminile acucula è divenuto aguja in spagnolo, agulha in portoghese e aiguille
(< ago » e anche « scambio ferroviario ») in francese. Femminile era
porticus in latina, e si è mascolinizzato in « por- tico », mentre arcus, che
era maschile sia al singolare — 126 — ECHI MITOLOGICI b) l'eco, al singolare («
un'eco », con l’a- postroîo), per un riguardo alla ninfa di que- sto nome. | Il
plurale, però è maschile: gli echi, poi che la mitologia non registra che una
sola Eco (1); c) la virago e l’imago, che stanno latina- mente per viragine e
imagine (o immagine): .« Avrem Camilla La gran volsca virago... » (A. Caro,
Eneide, XI, 695) « Vedi le triste che lasciaron l’ago, la spuola e °l juso, e
jecersi ’ndovine: fecer malie con erbe e con imago ». (Inf., XX, 121-123) «
Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago, Levò di su la soglia il grave sasso, E
vi ritrovò sotto alcuna imago... » (Ariosto, Orl. Fur., XXII, 23) d) la
spicanardo o spiganardo, secondo alcuni pedanti. Ma la graîfìa più corretta è
Spi- che al plurale, ha dato al rumeno arc, che è maschile al singolare (arcul,
« l’arco ») e femminile al plurale (arce, « archi », arcele, « gli archi »).
Femminile era Idus, rimastoci soltanto nella forma plurale, mascoli-
nizzandosi: « gl’Idi di marzo ». (1) Soltanto la lingua italiana estende
cavallere- scamente anche al nome comune eco la femminilità della ninfa: è
maschile in francese, (un écho), in spa- gnolo e portoghese (el eco, o echo) e
in rumeno (ecou, « eco », ecoul, «l’eco »), ed è neutro in tedesco (das Echo).
La mitologia greco-romana non è, nel nostro ricordo, svanita come presso altri
popoli neolatini: l’esclamazione popolare « per Bacco! » documenta quo-
tidianamente quanto sia rimasto di romanissimo nel nostro sentimento. Soltanto
la malafede politica ga- reggiante con l’ignoranza può spingere un italiano (!)
ad affermare che «tra Roma antica e noi c’è rottura . storica, etnica e morale
» e che «noi non abbiamo niente a che fare con gli antichi Romani, di cui con-
serviamo i ruderi per motivi unicamente topografici ». G. de Ruggiero nel
discorso inaugurale dell’Istituto di Studî Romani (! 1944-45. (Cfr. « Avanti!
», anno XL VIII, n. 168, 19 dic. 1944). | — 127 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA .canardi, anche al singolare: e, in ogni caso il genere femminile è
determinato dalla parola “spica; | e) alcuni sostantivi moderni, abbrevia-
zioni di parole femminili nella forma intera, come aulo per automobile, joio
per fotografia, torpedo per torpedine, autoblindo per auto- blindata, ecc. Î)
La dinarno e la radio. La prima può considerarsi come abbrevia- zione di «
macchina dinamoelettrica »; la ra- dio è femminile per distinguersi dal radio,
me- tallo oppure osso dell’avambraccio (1). Tale distinzione fa sì che si
chiami « una radio » anche un apparecchio di radiotelefonia: e si dice infatti
persino « una radiotrasmittente », « una radioricevente ». 185. — Vengono
spontaneamente a polarizzarsi nel genere maschile i sostantivi importati dal-
le lingue straniere, i quali terminino in -0, anche se non esprimano un essere
maschio puro se, nella lin- gua d'origine, non siano di tal genere. Si dice
perciò non soltanto « il mikado » (2) e il gaucho, ma anche « un igloo » (3) «
un ki- (1) In un primo tempo si adottò radium per il metallo: e tale è il nome
di esso nelle altre lingue. AI contrario, il « quanto » della fisica moderna
(interpre- tazioni e formule di Einstein e di Planck) tende ad esser sostituito
con il latino quantum. Meglio che « quanto di azione », che si presta
all’equivoco, si di- rà perciò « quantum di azione », ecc. Così è talvolta
opportuno, per chiarezza, sostituire « massimo » e « mi- nimo » con maximum e
minimum ogni volta che si esiga una scientifica precisazione. (2) I Giapponesi
non usano la parola antiquata mikado più di quel che noi adoperiamo Rege per
Re, o Prence per Principe. Usano Tennò (« Celeste Sovra- no »), che ora è
vocabolo in uso anche in italiano. (3) In eschimese idg/o (da cui abbiamo preso
igloo per esprimere la « capanna fatta di blocchi di ghiac- cio) è la forma
tematica della parola che significa «casa » e che può prendere una ottantina di
suffissi diversi, modificatori dell’idea. L’eschimese è un esem- — 128 — LA
VOCALE PIU’ FEMMINILE mono » (o chimono), « un kRakemono » (1), « il macao »
(gioco), anche se questi vocaboli non sono di genere maschile nelle lingue
dalle quali li abbiam presi. * * * 186. — Sentiamo come tipicamente Îîem-
minile la riposante vocale -a. Sono prevalentemente femminili, in italia- no, i
sostantivi uscenti in -a. Fanno eccezione: | a) la massima parte dei sostantivi
in -a i quali indicano persona di sesso maschile: es.: il papa, il poeta,
l'artista, l'autista, il boia, l’ulema, il paria, lo scriba, il pediatra, l’au-
riga, il pilota, il radiogoniomeirista, il fa- scista, il nazista,
l’antinazifascista ed altri nu- merosissimi sostantivi di tal tipo, di vecchio
e nuovo conio: giornalista, linguista, idealista, opporiunisia, legittimista,
barisia, arrivista, camionettista... Eccezione a questa eccezione sono quei
sostantivi in -a i quali, pur riferendosi ad in- dividuo maschio, coincidono
con il sostantivo che indica la loro professione: si dice perciò, al femminile,
«la guardia» (colui che fa la guardia), « la spia » (che fa la spia) (2), « la
pio di lingua « polisintetica »: igdlo è « casa », igdlors- suaq « grande casa
», igdlulorpoq (igdlu-lorpog) « casa- ch’egli-costruisce »; igdlorssualiorpog
(igdlo-rssua-lior- poqg) « grande-casa-che-egli-costruisce ». 1 (1) Il suono,
spesso simile all’italiano, di molti vocaboli giapponesi, non deve lasciar
supporre che questa lingua abbia i generi grammaticali: diciamo « una katana »
(« spada »): ma il Giapponese non vede nel vocabolo un genere diverso che in
kimono, « ve- stito », o kakemono (pannello decorativo). Non ha « genere »
neppure kodomo (« ragazzo » o « ragazza », » figlio » o « figlia », come il
francese enfant: un en- fant, une enfant, o il russo celavièk, « uomo o donna
», « essere umano »). (2) Il familiare « far la spia» non significa sol- tanto
« agire da spione » ma anche «dar notizia se- — 129 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA guida » (che serve di guida), mentre «il ca- merala » non fa «la
camerata », o «il Sren Lama » non fanno «la grande lama » (1), ed « il
caricaturisia » non Îa «la caricaturista » ma la « caricatura », e perciò son
tutti sostan- tivi maschili. L’uso lezioso toscaneggiante di dire «il guardia »
(per guardaboschi ) è altrettanto ri- provevole quanto ‘quello partenopeo di
dire «il guardio ». Questo, anzi, è più coerente, poi che mascolinizza la
terminazione! Sono anche femminili birba e recluta (2). b) parecchi nomi di
cosa o astratti, uscenti in -/a e in -ma e derivati dal greco, co- me poema,
telegramma, cablogramma, feore- ma, pianeta, dilemma, dramma (3), ecc. È rò
femminile fisima, che non deriva affatto. dal greco physema (4); c) alcuni nomi
esotici di animali o di greta e delatoria », coincidendo con il significato che
ebbe anche in lingua: dal gotico spànan (affine al lat. specio: ad-spicio,
con-spicio) « esplorazione », tale fu il primo suo valore: «Il re cercar fe di
Lucina bella, Né sin l’altrieri aver ne poté spia ». (Ariosto, Orl. Fur., XVII,
66) (1) In tibetano [b]la-ma significa « prete », ‘e la traduzione letterale di
Dalai-lama è « Sacerdote-Ocea- no », ossia il più grande fra tutti. 2) Entrambe
le pronunzie « rècluta » e « reclùta » sono giustificabili, per l’incontro
muta-liquida (come « rùbrica » e «rubrica »): più corretto sarebbe « re- clùta
», per la derivazione dal francese recrue, ma più diffuso è « rècluta ». (3)
Dramma è maschil: come componimento tea- trale (dal neutro greco drama) e può
scriversi anche drama (plur. drammi e, più raramente drami), mentre è femminile
come nome di monéta (dal greco drach- me, femminile): plur. dramme. | (4) Forse
da sofisma: anche in tal caso vi sareb- be mutamento di genere, poi che
sophisma, in greco, è neutro. — 130 — « NULLA » cose: gorilla, puma, lama (1),
pigiama, ben- gala (2). È regolarmente femminile froika (0 froica), che è
femminile anche in russo (3). d) il vaglia, nel significato astratto (« uo- mo
di gran vaglia », « scrittore di vaglia »), e in quello bancario o postale; e)
il sostantivo nulla, che alcuni gram- matici definiscono arbitrariamente
avverbio ed altri pronome. Di quale nome fa le veci il nulla? (4). N (1) Più
esatto, parlando del ruminante sud-ame- ricano, è scrivere Îlama e pronunziare
« gliama », alla spagnola: il vocabolo non ha nulla di comune con il verbo
/lamar, « chiamare », provenendo dalla lingua indigena chiciua (quichua). (2)
L’inglese coloniale pyjamas, o pajamas, plu- rale, passato poi nella lingua e
quindi anche negli altri idiomi europei, è originariamente il persiano paejama,
che letteralmente significa « indumento (jama) per le gambe (pae), e indica i
pantaloni portati dai Musul- mani di entrambi i sessi. — Il nome bengala, dato
ai colorati fuochi di artificio, proviene da quello della provincia indiana
Bengala (in inglese Berngal, pronun- zia « bengdl »): si chiamarono « Bengal
lights» (luci del Bengala) i segnali pirotecnici usati nelle campa- gne inglesi
in India, donde il nome. I bengala a sco- po festivo son chiamati dagli Inglesi
« candele roma- ne» (Roman candles) probabilmente in riconosci- mento della
superiorità dell’arte italiana, specialmente meridionale, nella fabbricazione
di essi. (3) Il russo froika non è il nome di un veicolo, ma dell’attacco di
tre cavalli, come per noi « pari- glia » è l’attacco di due: perciò è ridicolo
dire o scri- vere « viaggiarono molte verste nella veloce troika »: per voler
dar troppo il « colore locale », lo si dipinge con strafalcione italo-russo.
(4) L'italiano nulla viene dal latino nulla res, «nessuna cosa »: lo spagnolo e
il portoghese nada stanno per res nata, «cosa accaduta », e richiedono perciò
il verbo negativo (no es nada, ndo é nada), e la negazione è sottintesa quando
vengano usati isolati. Per la stessa ragione vuole il negativo il francese (ce
n’est rien, « non è nulla »), giacché rien è il lat. rem, accusativo di res, «
cosa ». Contiene invece la negati- va il rumeno nimic, « niente », dal lat. ne
mica « nem- — 131 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Con l’occidentale nulla
possiamo associa- re, grammaticalmente, il buddhico rirvéna (1). * * * 187. —
Solamente le vocali -a ed -0, come finali di sostantivi, rivelano una
polarizzazione preferen- ziale di questi rispettivamente verso il genere fem-
minile e verso il genere maschile. Per i sostantivi uscenti in altra vocale,
predomi- na piuttosto, come fattore determinante la scelta, il significato.
188. — Tra gli uscenti in -e son maschili quelli indicanti persone di sesso
mascolino, come pontefice, primate, fante, esule, ecc., ed i numerosi nomi di
pro- fessionisti e artisti in -ere ed -ore: ragioniere, aviere, spedizioniere,
parrucchiere, cerimoniere, gondoliere, ecc.; imperatore, genitore, tutore,
pretore, ecc. Analogamente, esprimendo la caratteristi- ca e la funzione, sono
maschili i nomi in -ere e -ore di animali, meccanismi, strumenti e og- getti a
scopo determinato: frampoliere, formi- chiere; roditore, — candeliere, paniere,
carnie- re; motore. carburatore, silenziaiore, compres- sore, ventilatore; e persino
gli astratti mate- matici o fisici divisore, faflore, denominatore, vettore, i
quali hanno anch'essi una funzione specifica ed operante. 189. — Gli altri nomi
in -e son più difficilmen- te catalogabili secondo norme generali (vedi 8 181).
190. — Preferenza per il genere maschile mo- strano i nomi uscenti in -i, ma
non son numerosi: es.: brindisi tranvai, beri-beri, harakiri (2): ma son fem-
meno una briciola ». — L'inglese nothing è « nessuna cosa » (no thing). — Il
tedesco nichts e l'olandese niets son le rispettive negazioni (nicht. niet)
sostantivate e di genere neutro. (1) Da ni-vana=<« non essere », con un r
eufo- nico interpolato. (2) Diffusa e persino registrata da qualche dizio-
nario rispettabile, è l’errata forma di karakiri, che in giapponese non
significa nulla: harakiri è «taglio (Ki- — 132 — | TRE PAROLE DA CORREGGERE |
rate mah fràja | o nel significato... (8 190) ri) del ventre (lara) >»: ma i
Giapponesi usano più correntemente seppuku, che ha Io stesso significato, e che
si scrive quindi con i medesimi ideogrammi, ma invertiti (sep = setsu = kiri, e
puku==fuku hara). — Il beri-beri deve il suo nome al singalese beri, « de-
bolezza », essendo questa una delle consequenze di tale polineurite epidemica,
diffusa in Estremo Orien- te, e dovuta all’alimentazione quasi esclusiva di
riso brillato (avitaminosi). — 133 — Cd GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA minili
quelli di origine greca: es.: metropoli, crisi, stasi, ipotesi, sintesi,
analisi, crisi, dieresi; tisi, clo- rosi, elefantiasi, ipodermoclisi; ed in
gran DErte so- . no astratti. : sciah sLò scacco. mata -\o matto Na DE Di, . CÀ
Ne Ì: Zeliose FRANC. ! ica et 1 su. "” " \ a noi Ca i " Nrpa
& a _Ò S_Ò i MA XMATBI Lo «scacco matto » ‘non implica idea di follìa... (8
191) Nestia sostantivo italiano termina in -U non ac- centata. 191. — Per il
loro carattere fòrlico forte, sono ‘ di genere maschile i sostantivi uscenti in
vocale ac- centata: esempî: in -à: sofà, baccalà, podestà, scià (1), pascia,
DIAGIIZ, UL, i (1) È il persiano sciah, da cui abbiamo avuto an- che gli
scacchi: e l’espressione « scacco matto » ‘non ha nulla di folle, ma è il
persiano sciah mate, « il Re / i 134 ta I SOSTANTIVI TRONCHI gagà, ragià,
maharagià (1), baccarà; —. in -è: caffè, tè, canapè, viceré, corsè, lacchè,
gilè (2); in -ì: giurì, colibrì, lunedì, mariedì, mezzodì, cadì, ecc.; in -ò:
falò, pagherò (« un pagherò »), oblò (3); in -ù: fisciù, caucciù, bambù. Fanno
eccezione i nomi, quasi tutti astrat- ti) in -tà e -iù, che terminavaon in
-fade (-tale) e -lude (- -tute), come città, verità, castità, ca- rità, virtù
,gioventù. Nell’Italia meridionale è frequente la forma està per estate. Per
analoga ragione è femminile mercè (da mercede): « lo son ]atta da Dio, sua
mercè, tale che la vosira miseria non mi tange » Unf., II, 91-92) È oramai
introdotto nell’uso corrente il no- me della musmé, che è anch’esso femmini- le
(4). — 192. — Sono maschili tutti i nomi terminanti in consonante: bar, bazar,
radar, harem, nord, sud, est, è sorpreso ». Ciò spiega perché tale espressione
abbia suoni simili anche in altre lingue: è lo stesso « matto » che si usa per
distinguere il colore non brillante. (1) Non rajah e maharajah, con grafìa
inglese, che spinge anche ad erronea pronunzia: l’indiano ra- gia significa «
Re » (lat. rex, ablat. rege), e maharagia «gran Re». (2) Oramai corset e gilet
hanno assunto forma na- zionale e l’uso li ha messi abbondantemente in circo-
lazione. (3) I puristi ammoniscono che oblò non è buon italiano, e che si
dovrebbe dire « occhio » o « portel- lino »: ma ogni cameriere di bordo
riderebbe del pas- seggero il quale gli ordinasse di « chiudere l’occhio » o di
« pulir bene il portellino ». (4) AI vocabolo nipponico musmé si è dato arbi-'
trariamente un significato più o meno piccante, men- tre, nel paese di origine,
vale « fanciulla » o « figlio- la »: la più borghese delle mamme giapponese
dirà che ha futari no musmé, ossia « due figlie », come di- rà che ha sannin no
muskò, ossia « tre figli maschi ». — 135 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
ovest, referendum, autobus, film, urang-utang, bùme- rang. 193. — Sono maschili
le note musicali, indipen- dentemente dalla loro terminazione: fa, la, re, mi,
si, do, sol. 194. — Analogamente possiamo adottare un cri- terio il quale
disciplini l’incertezza che regna il me- rito alle lettere dell’alfabeto: si
dice « una emme» o «un emme »? Allorché si voglia esprimere il « suo- no »,
sarà meglio considerar « maschile » qualsiasi lettera: ad es. «l’erre siciliano
», « il c schiacciato », «un d raddoppiato ». Considerate come segno grafico,
lianno fisonomia femminile le lettere il cui nome termina in -a, mentre sono da
considerarsi maschili tutte le altre, ed in special modo quelle che hanno una
terminazione ti- picamente maschile: « un’acca maiuscola », «la dop- pia zeta»;
ma «un ipsilon maiuscolo ». L’uso ha fis- sato, con espressioni correnti, il
genere di alcune let- tere: si dice infatti: « mettere i puntini sugli i», « un
trave a doppio T:, «il doppio v », «l’i lungo ». Nel linguaggio matematico, si
può dire «un x» e « una x ». Nel primo caso si inten- de piuttosto il segno
grafico; nel secondo si allude all’« incognita ». 195. — Sono maschili tutte le
lettere greche, che nella lingua originale son tutte di genere neutro. Il
rapporto fra diametro e circonîerenza si chiama « p greco », o « pi-greco »,
per distin- guerlo dal « pi » italiano, che ha lo stesso no- ‘me (1). I 196. —
Si considerano maschili tutti i vocaboli e i gruppi di vocaboli «sostantivati
»: «il perché », (1) Perciò è inutile la specificazione di « greco » nelle altre
lingue, nelle quali il « p» nazionale ha un nome differente dal «pi»
dell’alfabeto greco: in fran- cese basterà dire pi, poi che la lettera francece
è pé; parimenti in tedesco a « das Pi »; in inglese la lettera latina è pe
(pronunzia « pi »), mentre il @ è pi (pro- nunzia « pài »). — 136 — PIU’ CHE IL
LETTERARIO INCHIOSTRO DI «il dolce far niente », «è vietato transitare sui pra-
ti», «sono arrivati quando l’ite missa est era già passato », « al fre per otto
si può sostituire un sei per quattro ». 197. — Le speciali denominazioni,
marche di fabbrica, tipo di merce, ecc. seguono il genere della parola che
esprime la cosa: si dice perciò: « un Cin- zano » (intendendo vermut), « un
bicchiere di buon Chianti » (vino); «una millecento » (vettura), « una diciotto-ventiquattro
» (macchina o lastra o positiva fotografica); « una tre-cilindri » (vettura); «
un Savoia- Marchetti» (aeroplano); «una tre-alberi» (nave); «una fuori-serie »
(vettura), «un delizioso Lacrima Christi» (vino), «dell’autentico Vedova Clicquot
» (vino sciampagna), « un elegantissimo tre-quarti » (ve- stito, mantello). | o
198. — Il genere di un sostantivo può mutare con il tempo e per speciali
eventi: nessuno dice più, oggi, «il Genesi », parlando del 1° libro della
Bibbia. Dopo ia Grande Guerra, il nome fronte si è militar- mente
mascolinizzato: « Colpito alla fronte, cadde sul fronte della IV Armata ». Né i
puristi possono cancellare ciò che è stato: scritto assai: più indelebilmente
che con letterario in- chiostro. — 137 — Il plurale è a onde corte (X) 199, —
Invece che maschile e femmi- nile, meglio si chiamerebbero solare e luna- re i
due « generi » grammaticali, e quindi anche « so- lari » e «lunari» i
sostantivi appartenenti all’uno © all’altro. Come già detto, (8 180), le due
denomina- zioni « maschile » e « femminile » in uso nel- la terminologia
grammaticale non significano infatti che l'appartenenza all'uno o all’altro «
genere » sia necessariamente connesso con il sesso della persona, dell'animale
o della co- sa che il sostantivo esprime. Un banco, un orologio, un capello o
un locomotore, non hanno nulla di mascolino che li distinguano da una sedia,
una clessidra, una barba ed una locomotiva: quei sostantivi son definiti « ma-
schili » perché, grammaticalmente, seguono le regole vigenti per la classe di
sostantivi alla quale, insieme con numerosissimi altri di tut- l'altra specie,
normalmente appartengono i so- stantivi che significano individui maschi (u0-
mo, leone, gallo) o considerati come tali (ser- pente, verme, granchio); invece
la sedia, la clessidra, la barba e la locomotiva si compor- tano,
grammaticalmente, come la donna, la leonessa, la gallina (e la faraniola, la
lumaca, l’ameba). 200. — Neppure le antiche e moderne nozioni di anatomia,
fisiologia e genetica hanno determinato in modo decisivo l’attribuzione dei
sostantivi all’uno o all’altro « genere » in considerazione della funzione e
dei caratteri dell’uno o dell’altro « sesso ». — 139 — 7 GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA È maschile il seme (lat. semen, neut.), ve- getale o animale
che esso sia (1), ma non in "i restate, “So i : Ù Arcane connessioni
collegano î fenomeni umani — e quindi anche quelli linguistici — con i moti
astrali... A) tavola astrologica medioevale di corrispondenze ed l influenze
dello Zodiaco sulle parti del corpo umano. B) e C) «epatta» e é lettera
domenicale » servono a stabilire le « feste mobili» cattoliche in connessioni
con i periodi solari e lunari. — D) tracce di « raggi | cosmici» nella « camera
di Wilson », alcuni dei quali curvati o deviati da un campo magnetico. (8 200)
4 (1) Gli antichissimi riconoscevano un semen an- che nella materia prima dei
minerali (Lucrezio). — 40 CONNESSIONI ARCANE quanto sia fecondatore, poi che è
maschile anche l’uovo (lat. ovum, neut.), e lo è anche l’ovulo, mentre è
femminile la cellula (1). At- tribuire all’etimologia fonetica le ragioni del-
l'attribuzione all’uno o all’altro « genere » non îa che spostare il problema
nel tempo, senza con ciò risolverlo. Probabilmente più vicine al vero erano
quelle interpretazioni fisiologiche che stabilivano arcane connessioni tra i
Îe- nomeni umani e quelli astrali (2). (1) Biologicamente, l’uovo, come l’ovulo
è una cellula. (2) Tali connessioni vengono oggi definite strava- ganze «
astrologiche » e ridicolizzate come « supersti- ziose »: ma «oggi non si ha più
alcuna idea di quel che l’astrologia antica poteva essere, e persino coloro che
han cercato di ricostruirla son giunti solo a vere contraffazioni, sia per
voler fare di essa l’equivaiente di una scienza sperimentale moderna, poggiante
sulla statistica e il calcolo delle probabilità, e quindi infor-° mata da un
punto di vista che in nessun modo può esser quello dell'antichità e del
Medioevo; sia per dar- si esclusivamente ad un teutativo di restaurazione di -
un’« arte divinatoria », la quale fu solo la deviazione di una astrologia già
prossima alla sua scomparsa, da considerarsi al massimo come una sua
applicazione assai inferiore e ben poco degna di considerazione, come si può
ancora constatare nelle civiltà orientali ». R. Guénon, La crisi nel mondo
moderno, traduz. ital. I. Evola, Milano, 1937, pag. 108. — Il superbo di-
sprezzo ostentato dalla «scienza» moderna verso la sconosciuta o misconosciuta
antica saggezza non im- pedisce che si facciano oggi tentativi serî — o almeno
qualificati tali — per distillare i dogmi e le norme di un’« astroterapia ».
Non si negano, ma anzi si inda- gano i nessi tra macchie solari, raggi cosmici
e feno- meni biologici, ma si ritiene inutile e « superstizioso » riconoscere
ragioni profonde nel meccanismo del « ca- lendario ecclesiastico », reputando
non degni di atten- zicne gli « arcani » motivi (arcani per la nostra igno-
ranza) per i quali ia religione cattolica -- pur nemica dichiarata di ogni
superstizione — continui a fissare le più importanti manifestazioni del culto,
ossia le « feste mobili », con criterî astronomici, ossia « astro- logici» (nel
senso non deformato del vocabolo). — Cfr. Clavius, Romani Calendarii a Gregorio
XIII P. M. restituti Explicatio, Romae, 1603; — L. Ciccolini, Formole
analitiche nel calcolo della Pasqua, Roma, gl GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
201. — Il latino considerava grammaticalmente femminili gli alberi, e ciò
poteva apparir logico, in quanto la pianta può esser considerata la madre dei
frutti, che in latino erano di genere neutro (1). In italiano, invece, i nomi
degli alberi divennero ma- maschili, e femminili, in generale, quelli dei
frutti: il ciliegio dà le ciliegie; si chiamano castagno l’albe- ro e il legno,
castagna il frutto: così « il noce» e «la noce ». . I grammatici
tradizionalisti strepitano a torto contro il nome arancio, verso il quale.
sembra propendere la simpatia del popolo, specialmente nell’Italia
centro-meridionale, Si può dire « ha mangiato un arancio », senza ti- more che
si intenda « un albero di arancio », poi che si dice « ha mangiato un
portogallo e un mandarino » (2). E non son frutta mascolinissime (gram-
maticalmente) il fico, il cedro, il pistacchio, il limone, l'ananasso? La
tendenza maschile ha forse la sua giustificazione nel colore ru- . bicondo, che
ha polarizzato quel frutto verso il «genere solare », come il pomodoro.. Il
latino arbor (îemm.) è divenuto albero, che è maschile. Forma antiquata è
àrbore, che è maschile o femminile, a seconda del « sen- timento » con cui lo
si usi: « Portano le galee 1817; — Elementi del Computo Ecclesiastico, nel «
Ca- lendario del R. Osservatorio e Museo Astronomico ‘di Roma », 1943, n. s.,
vol. XIX, pag. 29 e segg. (1) Il «pero» era pirus (femm.) e la «pera» pirum
(neut.); così malus, « il melo », e malum, «la mela » « il pomo ». (2) Il
francese distingue une mandarine (il frutto) da un mandarin (dignitario
cinese). Quest’ultima deno- minazione non viene dal cinese (i Cinesi dicono
kuan! o kuan!-fu3), ma dal portoghese mandarim « colui che comanda » (mandar= «
comandare »); ed in porto- ghese il frutto è mandarino. Dal Portogallo (Portus
Cale) vennero a noi i portogalli. 1490 RAGIONI CHE IGNORIAMO ordinariamente due
arbori, quello di maestro e quello di trinchetto » (1); ma « di fiori onoraia
arbore amica — le ceneri di molli ombre consoli... » (Foscolo, Sepolcri, 39-40)
202. — Non ragioni botaniche o considerazioni del rapporto di maternità e di
figliolanza, e nemmeno la termînazione in -us hanno determinato la masco-
linizzazione degli alberi e la femminilizzazione dei frutti (2). Verisimilmente
intervennero ragioni di al- tra natura (3). Furon probabilmente le medesime
ragioni. . per cui mar ed aèr, entrambi neutri in latino, divennero «il mare»
(masch.) e «l'aria» femm.). Così la terra (lat. terra, femm.) assor- bì anche
#ellus (femm. non ostante la termi- nazione in -us); il latino ignis (« fuoco
») iu abbandonato, e venne adottato }ocus, che era. piuttosto il « focolare » e
specialmente « il bra- ciere acceso per il sacrificio ». L’assegnamento all’uno
o all’altro genere andreb- be ricercato piuttosto in ragioni « arcane», in un:
(1) Pant. Nav., 47. (2) Mascolinizzandosi, populus (femmin.; genit. populus)
divenne «il pioppo». — La facile confu- sione con populus (masch.; genit. populi),
« popolo » fece sì che a Roma si chiami Piazza del Popolo quel- la che dovrebbe
essere « Piazza del Pioppo», così chiamata per un pioppo stregato, creduto sede
dello spirito di Nerone, e che fu abbattuto da Pasquale II nel 1099 per
erigervi una cappella, più tardi ingrandi- ta nella chiesa di S. Maria del
Popolo. — Cfr. T. Ashby, The Piazza del Popolo, Rome, nella « Town- planning
Review », dic. 1924, XI, pag. 73 e segg. — Î VE i Piazza del Popolo, Roma,
Palombi, 1946]. (3) Ignoriamo i criterî in base ai quali i varî al- beri
fossero consacrati a questa o quella divinità: il cipresso a Plutone, la
quercia a Giove, l’alloro ad Apollo: si decorava con corona di quercia chi
aves- se salvato la vita ad un cittadino romano; di alloro si cingevano il capo
i flamines in determinate feste; con rami di alloro si decoravano i ritratti
dei geni- tori e degli avi defunti. n agi GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
‘tempo nel quale l'istinto popolare manifestava an- ‘cora più potentemente la
sua « sensibilità collettiva », la quale è qualcosa di assai diverso dalla
somma del- le sensibilità individuali (1). Nel periodo in cui la lingua
italiana anda- va formandosi, agivano sulla sua formazione influenze tipiche,
che del resto caratterizza- no tutte le manifestazioni ed attività di tale
periodo. Nel suo «Cantico delle Creature», S. Francesco poteva lodare il
Signore nel nome di « frate ventu » e « frate focu », per « sora acqua » e per
« sora nostra matre terra »: que- sta « mascolinità » e « femminilità » hanno
un vero e proprio carattere cosmico. Siamo pro- prio nel periodo in cui il più
alto fervore mi- stico e, insieme, il più rigoroso ragionamento collaborano ad
intendere e sentire le grandi leggi armoniche che reggono il Creato ed han- no
il loro riflesso nello spirto umano (2). (1) «Les représentations appelées
collectives... sont communes aux membres d’un groupe social don- né; elles se
transmettent de génération en génération; elles s’imposent aux individus et
elles éveillent chez ‘eux, selon les cas, des sentiments de respect, de crain-
te, d’adoration, etc. Elles ne dépendent pas de l’in- dividu pour existér, mais
parce qu’elles se présentent avec des caractères dont on ne peut rendre raison
par la seule considération des individus comme tels. C’est ainsi qu’une: langue,
bien qu’elle n’existe, à propre- ment parler, que dans l’esprit des individus
qui la. parlent, n’en est pas moins une réalité sociale indu- bitable, fondée
sur un ensemble de représentations collectives. Car elle s’impose à chacun de
ces indivi- dus, elle lui préexiste et elle lui survit ». L. Lévy- Biiihl, Les
fonctions mentales dans les sociétés infé- rieures, Paris, Alcan, 1910, Introd.
(2) San Francesco muote nel 1226, ossia nell’an- no stesso in cui nasce S.
Tommaso d’Aquino; e que- sto colosso della filosofia muore (1274) nove anni
pri- ma della nascita (1265) dell’autore della Divina Co- media, tutta permeata
di tomismo, (e non soltanto nella sua concezione filosofica e religiosa, nia
anche in quella estetica e sentimentale). In questo periodo si forma e
consolida la lingua italiana. iL VI I DUE GENERI: SOLARE E LUNARE 203. — Le
denominazioni «genere solare» “e «genere Iunare» si intonano alla concezione ‘
sacra, ed hanno bellezza di poesia. Queste due nuove denominazioni, proposte
dalla grammatica rivoluzionaria, non appari- rarino più stravaganti di quel che
sia l’analo» ga ripartizione delle consonanti arabe in « lu- nari » e «solari»
(1). | | si ò fitog O SOL SECITIO | i Do 1. &ile ODI cosesa NV 0 Goo n SEE,
tutte le cose ge9, po ARA 19 CLCELCÌ stiro 159 | coecao ses ant rv! OSO id LI
so oee0O | veosese. |. Tutte le cose e tutti i fenomeni son dipendenti da un .|
«dualismo » affermato dai più diversi sistemi cosmo- gonici e filosofici. (8
203) . (1) Le consonanti arabe si ripartiscono in «so- lari» e «lunari» non
perché abbiano diretta connes- sione con i due astri, ma perché posseggono o
non . _— 145 — .- Io GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA { 204. — I «generi»
grammaticali sono impor- tanti perché rivelano, anche nel campo linguistico,
quel « dualismo » che, da Platone in poi, è servito di base a quasi tutti i
sistemi filosofici più solidi e per- manenti. Nella cosmogonia cinese, tutte le
cose esi- sienti (Warn+-wu*, le « diecimila cose », le « in- numerevoli cose»)
e quindi tutti i fenomeni dipendono dall’azione dei « due principî: yang? e
yin', attivo e passivo, energia e materia, lu- ce ed ombra, ecc.: e questi
trovano un riflesso nel po e mo tibetano, nello J0h e in nipponi- ci (1). 205.
— Con questi criterî. un nesso può esser ricercato, con reciproca influenza,
tra suono e « ge- nere », intendendo però questo non nel senso di « ses- so» ma
in quello di ampia ripartizione dualista, nel- la quale rientra (ma non tutta
occupandola) anche la distinzione dei sessi (2). posseggono quella « energia assimilatrice
» che agi- sce nell’iniziale del vocabolo «sole » a contatto con la liquida
(/îm) dell’articolo (al+sciams= assciams), energia che l’iniziale del vocabolo
«luna» non pos- siede (alt qgàmar resta inalterato). (1) La terminologia
moderna cinese e giapponese si serve di questi due nomi per formare anche i vo-
caboli speciali di elettrotecnica (« positivo » e « nega- tivo »). Tutta la
medicina «classica » cinese — che è ora in pieno rifiorire in tutto l’Estremo
Est — si basa sullo yang? e lo yin!. Importantissimi sono gli studî che si
fanno in Giappone, a scopo scientifico e tera- peutico. N. Sakurazawa estende
il valore dello yang? e dello yin! anche nel campo delle vibrazioni lumi-
‘nose: il dr. T. Nakayama in quello della biochimica. — Cfr. T. Nakayama,
Acupuncture et médecine chi- noises vérifites au Japon, in « Hippocrate »,
Paris, « déc. 1933, I, 5, pag. 1109 e segg. — Utilmente gli studî vanno
estendendosi nel campo dell’acidità e al- calinità fisiologiche, con una
originale e chiarificante interpretazione estremo-orientale del « pH ». (2) Il
latino sexus significa propriamente « divi- sione », « ripartizione », per la
sua affinità con « sec- LIO ». — 146 — Ut, III « -A », TIPICAMENTE FEMMINILE *
* %* 206. — La natura « melodica » della pronunzia latina faceva sì che la
vocale finale avesse valore so- prattutto per la sua « quantità », ossia per il
« tono » con cui veniva detta (1). Già però la finale -a si afferma in latino
come caratteristica femminile, ossia « lunare » (2). _In italiano, avendo
maggior valore il timbro della vocale, (cioè indipendentemente dal « tono ») la
finale -a è ancor più tipicamente femminile (vedi 8 186). La vocale a è la più
pura e più semplice; è pronunziata con gli organi Îonatorî nello stesso
atteggiamento che essi hanno nella po- sizione di riposo: per pronunciarla,
basta aprir la bocca ed emetter la « voce », senza alterare la forma delle
labbra né collocare in modo speciale la lingua (3). Per tale sua «inerzia »»,
ben le si addi- rebbe la qualifica di « lunare ». Ben differente è invece
l’articolazione della vo- cale o, che nella sensibilità acustica italiana si
affer- ma come finale tipicamente « maschile », ossia « so- lare ». . (1) La
voce, cioè, si alzava o si abbassava: « Na- tura vero prosodiae in eo est quod aut
sursum est aut deorsum: nam in vocis altitudine omnino specta- tur ». Schoell,
De accentu linguae latinae veterum grammaticorum testimonia, Leipzig, 1902,
pag. 75. (2) Maschili in -a son in latino parecchi nomi co- muni e proprî di
individui maschi, nomi di popoli e di fiumi, parecchi dei quali assumono
terminazione maschile in italiano, oppure femminilizzano il signi- ficato:
agricola, l’« agricoltore »j scriba, lo « scriva- no »; conviva, il « convitato
», l’« invitato »; Persa, il « Persiano »; — il fiume Mosa, che è maschile in
la- tino, diventa «la Mosa»; il maschile Sequana diven. ta «la Senna», ecc. —
Cfr. A. Dauzat, Les noms des Lieux, origine et évolution, Paris, Delagrave,
1932, pag. 197-198. (3) Più diffusamente questi argomenti verranno trattati nel
volume di fonetica, pronunzia e grafìa. — 147 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA Le labbra assumono infatti il massimo del- l'arrotondamento, la lingua
arretra verso il palato molle (velo palatino: vedi fig. a pag. 63): il suono è
grave. 207. — Questa « polarizzazione » della vocale fi- nale verso i due
generi persiste, ma in modo diverso, nelle varie lingue neolatine. Son
terminazioni tipiche rispettivamente « maschile » e « femminile » le finali -0
ed -a in spagnolo e portoghese; in francese, l’-0 si perde e l’-a si attenua in
un suono torbido (e muta): in rumeno si ha il fenomeno misto dei due: latino
ital. spagnolo franc. rumeno portogh. portus porto puerto pori pori poria poria
puerta porie poarta * * * 208. — l’indole musicale della lingua italiana, e
quindi l’istinto collettivo del popolo a risolvere « vocalicamente » i problemi
grammaticali, appaiono evidenti nel genialissimo e scientificamente razionale
espediente per formare il plurale. Il plurale dei sostantivi italiani è
espresso dalla finale vocale -i. La pluralità degli oggetti rappresentati in
parole troverebbe la sua più semplice espres- sione ripetendo tante volte il
sostantivo quan- ti sono gli oggetti che si intende esprimere: così libro
significherebbe « il libro » 0 « un li- bro », librolibro «due libri »,
librolibrolibro « tre libri », e così di seguito (1). Ma tale si- (1) Alcune
lingue hanno il plurale per raddop- piamento, ma soltanto in casi speciali e si
tratta piut- tosto di un «plurale generale »: così, ad esempio, il cinese kuo?
« paese », forma kuo!-kuo?, « tutti i paesi », «i varî paesi »; nello stesso
senso il giapponese for- ma kuni-guni da kuni, « paese »: e toki-doki, «
spesso, di quando in quando », da toki, «tempo, volta »; — 148 — 2A A
F‘FZ[(‘1ZI «-1», VOCALE DEL PLURALE stema non sarebbe fonicamente economico
(1). Genialmente, l'italiano — istintivamente — invece che aumentare i in tal
modo il vocabolo, aumentò al massimo il numero delle vibrazio- ‘ni della vocale
finale scegliendo appunio quel- la a « frequenza » più alta, ossia la vocale
-i. La vocale -i è tipica desinenza del plurale ita- liano perché è il suono
più acuto, ossia a ciclo più alto. 209. — Il latino aveva due terminazioni
tipiche per il plurale: in -i ed in -s, ossia vo- calico e consonantico: nella grande
concorde evoluzione, l'italiano ha portato alla desinen- za -i anche quei
sostantivi che, in latino, ave- vano la terminazione plurale in -S: così lupus,
plur. lupi rimase lupi, ma anche piscs, plur. pisces divenne pesci. Lo spagnolo
e il portoghese seguirono le via consonantica, unificando nell’uscita in -S
tutti i plurali: anche quelli che in latino usci- pe in -i: spagnolo /obo, «
lupo », /obos, « lu- ì »; pez, « pesce», peces, « pesci »; portog. lobo, lobos;
peixe, peixes. tokoro-dokoro «varî posti», da tokoro, «luogo »; nichi-nichi,
«ogni giorno », da nichi, «giorno». Il giavanese anche: ad es.: dongèng
«racconto », don- géng-dongèng « racconti d’ogni sorta »; woh « frutto »,
woh-woh, « varie specie di frutta »; e persino con pa- role straniere: /ampu, «
lampada », lampu-lampu, « lam- pade d’ogni specie ». Si pensi anche al valore
di plu- ralità continuativa che è nel nostro «eccetera ecce- tera »: e nel
continuativo onomatopeico della locu- zione familiare francese «et patati et
patata» allu- sivo ad un discorso interminabile. -— Cfr. Toddi, Gui: da alla
lingua francese viva parlata e scritta, Milano, Ceschina, 1936, pag. 418 — e L.
E. Kastner & J. Marks, A Glossary of Colloquial and Popular French, Lon-
don, Dent, 1930, pag. 279. (1) La parola è « un simbolo dell’idea » e il sim-
bolo «exprime simplement d’une manière économi- que un acte que l’on juge trop
grave pour l’accomplir en réalité ». P. Janet, L’intelligence avant le langage,
Paris, Flammarion, 1936, pag. 97. — 149 — LADEN POT ARR ER RAT SATTA NA TAR e
anta ara ARAN APCRAA TRAVIANZE BI AA RAS ANO ve e afro eni ae i e rei iau
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA :210. — Il suono «s» (0 meglio «rumore ») è
tra le consonanti ciò che il suono «i» è tra le vocali. (vedi nota al 8 174)
(1): 211. — Alla regola generale della formazione del plurale con la desinenza
in -i sembrano far ecce- zione i sostantivi femminiti in -a, i quali hanno il
plurale in -e. | L’eccezione è apparente, poi che questa -e non è che la
risultante di a+i. La desinenza -i esprime il plurale. Per indicare più cose,
si usa la vocale che ha più vibrazioni. (8 206) (1) In portoghese l’s finale si
pronunzia « SC » (come nell’italiano « scìa »): anche così palatizzata la
sibilante è efficace e penetrante, e la si usa per im- porre silenzio. — +150 =
L’« A» NON FEMINEO Il suono vocalico e è prodotto dagli orga- ni fonatorî in
posizione intermedia fra quella necessaria per emettere il suono a e quella che
serve per produrre il suono i. Nell’alîa- beto sànscrito — che è disposto con
criterî Îfo- netici — tale suono non è considerato vocale semplice ma «
dittongo »: e il suono vocalico lungo ad esso corrispondente è al. Ha $i Su Hr
dll Has: dar de Fai) Flo =au) Vai cai) Il au eau) In sanscrito, la: vocale e è
un dittongo (=a + i) (8 211) semplici idittonghi 212. — Non formano il plurale
in -e, ma in -i, ossia perdono l’-a del singolare, quei sostantivi nei quali
tale suono -a non esprime la femminilità (0 « lunarità ») del vocabolo. Questa
è la ragione per la quale i « maschili » in -a hanno il plurale in -i: artista
(masch.), pliur. arti- sti; ma artista (femm.), plur. artiste. * * %* 213. —
Rimangono inalterati al plurale i sostan- tivi — maschili o femminili che essi
siano — i quali già hanno -i come vocale finale al singolare: perciò si dice e
scrive «i brindisi, le tesi, le sublimi estasì ». 214. — Rimangono inalterati
al plurale i sostan- tivi femminili in -ie provenienti dalla IV declinazio- ne
latina, come serie, specie, canizie, superficie (lat. series, species,
canities, superficies). | — 151 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Quest'ultimo
fa però anche, e oggi lo si preferisce, superfici. Il sostantivo moglie fa
mogli, giacché deriva da mulier. ‘ 215, — I] due i che risulterebbero dalla
modifi- cazione della vocale finale in -i dopo un -i- preceden- te si
unificano: perciò abbiamo mogli e non moglii, superfici e non superficii; così
anche nei maschili figlio fa figli; occhio fa occhi. 216. — A maggior ragione
scompare il segno -i- quando, al singolare. serve soltanto ad indicare il suono
schiacciato (palatale) del c o g precedente: per- ciò: sorcio, sorci; orologio,
orologi. 217. — Però l-i- va conservato: a) quando sia accentato: leggio,
leggîi; b) quando l’ometterlo potrebbe generare equi- voci: principio,
principii; (per non confonder con prìncipi, da principe). La grafla -ii non è
economica: oggi vien. sostituita con -î. L’uso dell’î lungo (principj) è
antiquato: in un testo moderno o in un gior- nale fa l’effetto anacronistico di
una biga in una stazione ferroviaria. ; Si può usare la grafia -î anche per
espri- mere una maggior accuratezza di pronunzia, allorché appunto il suono
della parola impli- ca un prolungamento, poi che l’-i finale è pre- ‘ceduto da
un -i- tematico: es.: Umversità degli Studî. E talora è bene mantenere distinti
i due i: es.: «i carmi dei Salli». 218. — Nei nomi femminili scompare l’-i- che
sia puro segno grafico indicante la palatizzazione del _c o del g precedente:
guancia fa guance; frangia fa frange; spiaggia fa spiagge. Si conserva però
l’-i- quando abbia l’accento: magìa fa magìe; farmacia, farmacie. | . La si
conserva anche in provincia (provin- cie) per reminiscenza dell’amministrazione
— 152 — « PATER FAMILIAS » romana (1); in reggie (da reggia) per non confondere
con la voce verbale « egli regge). Si conserva l’-i- anche in tutti quei nomi
femmi- nili nei quali esso sia preceduto da vocale: acacia, acacie; socia,
socie; camicia, camicie (2); valigia, va- ligie; guarentigia, guarentigie;
minugia, minugie. 219. — Assai perplessi sono i grammatici per i plurali dei
sostantivi maschili in -co e -go, non aven- do sinora potuto escogitare una
norma direttiva, atta a stabilire quando il plurale debba essere in -chi e -ghi
e quando in -ci e -gi. Tutte quelle finora formulate contemplano tante
eccezioni da perdere il valore di «re- gola ». Unica guida sarà. un buon
dizionario, il quale av- vertirà ad es., che cuoco, fuoco, fungo, valico, chi-
rurgo, ecc. fanno cuochi, fuochi, funghi, valichi, chi- rurghi, mentre porco,
amico, traffico, medico, antro- pofago fanno porci, amici, traffici, medici,
antropo- fagi. Mago fa maghi (però «i Re Magi»). Piccola consolazione è sapere
che tutti i nomi in -òlogo (di derivazione greca e indi- cante scienziato
specializzato) fanno in -gi: feologi, filologi, otorinolaringologi... 220. —
Importanti sono i due plurali anomali uomini, da uomo, e dèi da Dio. (1) Alcune
forme antiquate restano appunto per affermare una tradizione: il latino pater
familias man- ‘tenne la forma arcaica perché essa fosse simbolica custode della
tradizionale autorità paterna e della santità familiare: questa forza
sentimentale ed espres- siva dell’eccezione non fu capita dai profanatori della
grammatica latina: (Schultz e seguaci) i quali si limi- tarono ad elencare le
eccezioni, con burocratica in- sensibilità al grandioso fenomeno. — La forza
socia- le della nazione inglese ha la sua espressione lingui- stica nel fatto
che «l’inglese si scrive come all’epoca Tudor e si pronunzia come all’epoca
vittoriana »: co- sì due potenti epoche si perpetuano nel linguaggio e nella
grafìa. (2) Invece camice fa camici, e la distinzione è utile per due vocaboli
di significato affine ma distinto. — 153 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
Però morologo fa monologhi, perché non si tratta della persona. E così dialogo.
Come spiegazione non basta il riferirsi al latino homo e homines, poi che i
sostantivi italiani, normalmente, non si son formati dal nominativo ma
dall’accusativo o dall’ablativo: da leone(m) e non da leo si è avuto il /eone,
da ordine(m) e non da ordo l'ordine. Ma, nel mistico e possente Medio-Evo,
calunniato quanto misconosciuto (1), l'aderenza della vi- ta con la fede ed il
culto rendeva vivo il voca- bolo evangelico homo. Considerare questo sin-
golare « irregolare », senza motivarlo è tra- scurare un fenomeno
significativo, espressio- ne intensa di un’epoca (rivedi nota al $ 216): è come
visitare una città e volerne intendere la storia medievale senza neppur
sbirciare la cattedrale. Analoga spiegazione va data del plurale « irregolare »
dèi, sebbene qui il fenomeno sia inverso: deus divenne « dio », come meus di-
venne mio (2); ma il sentimento religioso eb- be il suo riflesso sulla lingua:
il Dio della ————— (1) « Nel 1179 Alessandro III prescrisse che ogni chiesa
cattedrale avesse un maestro, «il quale istruis- se gratuitamente i chierici e
gli scolari poveri nella grammatica e nelle arti »; particolarmente per le
chie- se metropolitane prescrisse che il grammatico fosse distinto dal teologo
e che questi tenesse lezione an- che per j laici. Forse in quest’ultimo
ordinamento si deve cercare la causa dell’eminente cultura teologica di uomini
laici che tutto seppero il profondo sentire cristiano che tanta luce irradiò
sui genii italiani del- l’ultimo Medioevo, e fu poesia inarrivabile in Dante,
fu arte sublime in Arnolfo di Cambio, in Giotto, in Nicola Pisano: era
l'armonia del divino e dell’umano, che risplendeva nei genii in cui tutto era
luce, e che il cosiddetto oscuro Medioevo possedette ben più che il secolo dei
lumi ». G. B. Nigris, Zl Medioevo, Mila- no, Vita e Pensiero, 1933, pag. 49.
(2) Vedi D’Ovidio-Meyer Liibke, Grammatica sto- rica della lingua e dei
dialetti italiani. Milano, Hoe- pli, 1919, pag. 60. == ° V'È UN SOLO DIO nuova
fede non poteva avere «plurale: dii sa- rebbe suonato eresia: e perciò Îu detto
dèi, alla latina, come si disse e sì dice dea, alla latina, lasciando pagani i
due vocaboli, poi che pagane eran le idee espresse. Infatti Si può e si deve
anzi dire Dii soltanto in senso negativo, allorché si afierma che « le tre Per-
sone della SS. Trinità non sono tre Dii, ma un solo Dio». Solamente in tale
accezione (negativa), si può avere il plurale grammati- cale e concettuale di
Dio: il plurale dèi è tut- l'altra cosa: lo sì scrive infatti con la minu-
scola, e sentiamo che, parlando di una singo- la divinità pagana, è
‘preferibile dire « Giove, sommo tra gli dèi », anziché « Giove, sommo dio
dell’antichità ». È più chiaro, più ‘ortodos- so e più consono alle ragioni che
hanno deter- minato la distinzione tra Dio e dèi, distillando istintivamente
nella differenza formale un in- tero brano di Summa Theologica e di fede (1).
In questo periodo formidabilmente signiîi-, cativo e plasmante per noi
Italiani, si è for- mato, con materiale linguistico pagano (mea domina), il
nostro Madonna, mentre il senti- mento e il fervore d'arte traducevano le fede
in capolavori tali che il vocabolo si irradiò, e permane gloriosamente
italianissimo, in tutti gli idiomi civili. 221. — Maschili al singolare, hanno
il plurale , femminile i due sostantivi uovo e miglio, con la de- sinenza -a:
uova, miglia. (1) La dottrina dei rapporti tra ragione e fede ha la più chiara
formulazione in S. Tommaso: «il fer- vore mistico di cui è pervaso il suo
spirito non gli impedisce di mantenere ‘al ragionamento un assoluto rigore: logico,
e l’uso dell’argomentazione sillogistica, esente da ogni vano formalismo, e
spesso addolcita da esempi e allegorie, aggiunge vigoria e precisione alla
dimostrazione. L’equilibrio della mente di S. Tomma- so si manifesta in ogni
aspetto della sua sintesi ». L. Stefanini, // pensiero antico e medioevale,
Tori- no, S.E.I., 1940, pag. 185. — 155 — III NI OLII I PARI PARO RIE ICI
PEARSON E Ca IERIOT, SEE I sparitazana GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA La
desinenza -a del neutro plurale (ovum, plur. ova; — millum e mille, plur.
milia) ha prodotto questa îemminilizzazione. L’eteroge- neità del plurale crea
dei con!rosensi appa- renti nell’uso: si deve infatti dire: « delle due uova
fresche, egli ne ha mangiato uno solo », e « molte miglia delle quali il primo
è stato percorso... ». 222. — Parecchi nomi in -o, maschili al singo- lare,
hanno al plurale, oltre la forma regolare, un’al- tra forma femminile in -a,
generalmente con signi- ficato lievemente o fortemente diverso (1). Così fempo
ha il plurale fempi, e anche fempora, nel significato esclusivo, però, dei
quattro giorni di digiuno prescritti dalla Chie- sa all’inizio di ciascuna
stagione (2): «le Quattro Tempora ». Parimenti: membro, plur. membri; ma son
«le membra » quelle del corpo; (1) La grammatica rumena considera neutru ogni
sostantivo che sia « de un gen la singular si de alt gen la plural»: es.: vin,
« vino », vinuri, « vini», vinurile, « i vini »; amor, amori, amorile; bal («
ballo »), baluri, balurile; amestec (« miscuglio »), amestecuri, ameste- curile;
ecc. (2) Le Quattro Tempora ebbero inizialmente ca- rattere eucaristico per
ringraziare Iddio dei frutti del- la terra e fargliene quasi sacrificio per
mezzo del di- giuno. Nelle ricorrenze e feste cattoliche «tutto fu così ben
disposto e alle singole circostanze adattato, cerimonie, parole, canto e ogni
altra esteriorità, da far penetrare profondamente nell’animo i misteri e le
verità, o i fatti celebrati, e da muoverlo ad affetti ed azioni corrispondenti.
Se i fedeli fossero ben istruiti in proposito e celebrassero le feste con lo
spirito vo- luto dalla Chiesa nell’istituirle, si otterrebbe una rin- novazione
e un accrescimento notevole di fede, di pietà e di istruzione religiosa, e, per
conseguenza, l’in- tera vita dei Cristiani ne uscirebbe rinvigorita e mi-
gliorata ». Catechismo di Pio X, Append. II. — 156 — DA «LE OSSA » A «LE
PECCATA » muro, plur. muri, ma son mura quelle di una città, di una fortezza, o
anche di una ca- sa, se considerate nel loro i insieme; osso, plur. ossî, ma
son «le ossa » quelle del corpo, se considerate nel loro insieme, o di un
membro, oppure quelle di grandi ani- mali. . Perciò si dirà:' « i due membri di
un'equazione », « il co- mitato si compone di sette membri effettivi », ma «
quel bimbo ha le membra gracilissime »; ca « è vieato scrivere sui muri »; ma
«fra le mura di un convento »; « O patria mia, vedo le mura e gli archi... »
(G. Leopardi, All’Italia, 1) « mangiar la polpa e lasciar gli ossi », ma « le
ossa del cranio »; — « è proprio lui in carne e Ossa », «un Sasso che distingua
le mie dalle injinite ossa che in terra e in mar semina Morle ». (U. Foscolo, I
Sepolcri, 14-15) Un buon vocabolario dà gli opportuni av- vertimenti per l’uso
corretto, e indica quelle locuzioni nelle quali il plurale regolare non è ammesso:
sarebbe infatti ridicolo sostituire con i plurali regolari maschili quelli
femmi- nilizzati in -a delle locuzioni seguenti: « leccarsi le dita »; « avere
il lalte alle ginocchia »; «Jar saltar le cervella »; « roba da far cascar le
braccia »; « gli Ja le corna »; « volger le terga »; poeticamente, in Dante: «E
quel conoscitor delle peccata » (Inf., V, 9) AIAR rr ani IT TI dI TON NOTIFICA
rn grI Zona; 4 RR e PILATO LOTITO IERI ONION 3» Maga ISIN PARI NEMENTORI RINT
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 223. — Non hanno forma differente per il plu-
rale, ossia non mutano nei due numeri tutti quei sostantivi la cui vocale
finale non è passihile di mu- tamento: e cioè: a) i sostantivi uscenti in
vocale tronca; Il troncamento implica la perdita di una sillaba, nella quale
avveniva il mutamento: virtù è abbreviazione sia di virtute che di vir- tuti;
città può significar citfade o ciltadi; an- che il monosillabo Re è
abbreviazione di Rege odi Regi. I sostantivi a vocale « tronca » perché per-
cossa tonicamente non possono alterare que- sta tipica vocale (1): si ha perciò
« gli scià », «i caffè », «i falò », « gli gnu» (2). b) i sostantivi in
consonante; - È erroneo dire e scrivere «i filmi », poi che non si dice o
scrive « gli haremi », «i ba- zari » o «i trami »; ma è non meno erroneo, oltre
che antinazionale, scrivere «i films», « gli sporfs », con una desinenza
plurale che non è italiana e non è pronunziata. c) le parole sostantivate ossia
che han- no solo « funzione » di sostantivo, ma non ne ‘hanno acquistato la natura
e le proprietà: Si deve perciò dire «i quando e i come »; « | distinguo »; «1
bravo! »: «1 bene! »j «I bis ». (1) La lingua inglese, per la quale la vocale
fina- le non dittongata è rara, la isola graficamente nel piurale: e ciò spiega
perché il plurale di potato, do- mino, negro sia potatoes, dominoes, negroes,
mentre fanno regolarmente boy, day, key, bee (boys, keys, bees). La vocale in
fine di parola ha in inglese valore tonale simile alla nostra accentata. (2) Il
nome di questa antilope africana, derivato dalla lingua ottentota, va
pronunziato cen il g duro (ghnu) e non con il suono gn come in « sogno ». Abu-
- sivamente gli Inglesi lo pronunziano « niù ». — 158 — PROPRIETA TIPICHE DEI
VOCABOLI A questa categoria appartengono i tre so- stantivi vaglia, boia e
domino (1). d) i cognomi e i nomi proprî usati come tali, ad indicare individui
di una stessa fami- glia o di uguali qualità fisiche o morali: Si dirà perciò:
« i Bentivoglio », «i Colon- na», «i Savoia »s — «Î Pietro e i Paolo », « sono
altrettanti San Tommaso », « due veri Quasimodo », « fre autentici Barabba ».
L’uso è incerto sui due plurali possibili: « due ottimi ciceroni » o « due
ottimi cicero- ne ». È evidente che, trattandosi di persone che servon da guida
nelle visite dei musei o delle città, si dirà «due ciceroni », come si dice «
due automedonti » (2); mentre di due orato- ri, valenti quanto Cicerone si dirà
« due Cice- rone », lasciando questo nome al singolare e scrivendolo-con
l’iniziale maiuscola. e) a maggior ragione sono invariabili i cogno- mi e nomi
di scrittori ed artisti quando significano le loro opere: «alcuni magnifici
Carpaccio », « due Tasso in elzeviro e tre Ariosto in-folio ». I nomi delle
gentes e delle familiae latine ‘hanno però il plurale regolare: «i Giulil »,
(quelli della gens Julia), «i Claudii » (della gens Claudia). (1) Il nome
vaglia è propriamente voce del ver- bo valere, ossia valga (="« abbia il
valore di lire... »). Sconosciuta è l’etimologia del sostantivo boia, e quin.
di ignota è la causa della sua invariabilità grammati- cale. — Il gioco del
domino deve il suo nome al rin- graziamento che i giocatori (originariamente i
mona- ci che lo avevano inventato) pronunziavano alla fine della partita: «
Laus Domino! ». È dunque un dativo e non un nominativo. Ciò prova come i
vocaboli con- servino delle proprietà tipiche, all’insaputa di coloro che li
adoperano. — (E il gioco prova pure che si può servire il Signore ed onorarlo
anche con il gio- co, specialmente in una religione che prescrive di « servire
Domino in laetitia »). (2) Come il cicerone deve il suo nome al celebre Marco
Tullio, così l’automedonte perpetua quello del guidatore del cocchio di
Achille. — 159 — al 'etdiaitron ina IECIAALILI 7797000100044 1] IPT97 0O6d pe
EI è; Tonsono L*rRra.. (01 a6e/8 trrde das (PE Sd REbiSdr ASA 3 331% MILIARI
AIA cotone nio GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA f) i sostantivi — in massima
parte neologismi . tecnici — che han forma abbreviata o sintetica (vedi 8 184-e
e 197): es.: «le foto», « due Cinzano », « po- tenti dinamo », « alcune moto »,
«tre o quattro mi- tra»; i g) i nomi delle lettere dell’alfabeto italiano o di
quello greco, anche se bissillabi o trissillabi: « le acca », (o « gli acca,
vedi 8 194), «due enne», « gli omega » (1); | Quelli di una sola sillaba sono invariabili
anche perché rientrano nella categoria a), ter- minando in vocale
necessariamente accentata perché unica. Per la stessa ragione è inutile
elencare a parte, come invariabili, le note musicali: «i ja», «ire»,«i sol»
(uscente in consonante). h) i nomi composti, dei quali la seconda parte sia un
sostantivo diretto dalla prima parte del com- posto stesso. Generalmente questo
secondo elemento del composto è già un sostantivo in forma plura- le: « il
portasigarette », «i portasigarette »; il guardacoste, un mangiapreti, un
serrafili, un cavatappi, un caccialorpediniere, un lanciasi- luri, un
acchiappanuvole, un fagliacarie, un copialettere, ecc., tutti invariabili al
plurale. Alcuni però hanno il secondo elemento al sin- golare, ma ciò,
generalmente, non impedisce l’'invariabilità: il reggipetto, i reggipetto; il
pa- rabrezza, i parabrezza; il portalampada, i por- falampada; e così sono
invariabili lo stringi- (1) È corretto pronunziare « òmega » e non « omè- ga »,
poi che si scrive come parola unica (in greco è «o méga», ossia «o grande »),
seguendo la norma la- tina della « quantità » della vocale (l’e è breve) e non
quella dell’accento greco; altrimenti bisognerebbe dire: anche « omicròn » (in
greco «o mikròn», ossia «0 piccolo ») e «ipsilòn », (in greco «y psilòn», ossia
« y spelato, nudo, semplice », perché non dittongato), ed « epsilòn ». — Cfr.
L. Macinai e L. Bianchi, Gram- matica greca, Roma, Lux, 1900, pag. 39 e segg. —
160 — 7 HEI IAA 17 6; 4 4; TE di ji 6; LA LOGICA DEI COMPOSTI naso, l’abbassalingua
(strum. med. ), il para- pioggia (1). ‘224. — Non tutti i composti di deine ca-
tegoria seguono però la regola: si dice «i parafan- ghi», «i ficcanasi », «i
guardaportoni », «i lavama- ni», ecc.; plurali di i ficcanaso, guardapor- tone,
ecc. Questi sostantivi hanno un plurale norma- le, perché hanno perduto oramai
il loro carat- tere di composto. 225. — Con troppa disinvoltura alcuni gramma-
tici hanno affermato *che «il plurale di queste parole composte non è sempre
sicuro » (2). Al contrario, l'esame di questi vocaboli e dei rispettivi plurali
è interessante e persino divertente, poi che dimostra con quanto acu- me logico
ed istintivo equilibrio la lingua sap- pia distinguere ed armonizzare. (1) I
superpuristi hanno in orrore questo voca- bolo: bisognerebbe usare « ombrellino
» per il para- sole e « ombrello » per il paracqua. (C. Meano, Com- mentario
Dizionario italiano della Moda, Torino, En- te Naz. della Moda, 1936, pag.
267). Il Fornaciari trova giustamente ridicolo che si. chiami ombrello lo strumento
che non serve a far ombra ma si usa proprio quando non v'è il sole, e piove: il
Fanfani, in testa alla falange dei puristi, sostiene che ombrello non deriva da
ombra, ma da imber, « pioggia ». Sta a dimostrare il contrario l’inglese
umbrella preso dal- l'antico francese umbelle, nel quale i Francesi stessi
inserirono nuovamente l'r nel XVI sec. (1588, Mon- taigne): e il latino
umbratilis corrobora tale deriva- zione lampante. Ma il Fanfani adduce di «
aver sen- tito gattigliare un Senese con un Fiorentino a pro- posito di questa
voce ». Sarà più saggio e italiano, ossia non regionalistico ma nazionale, non
seguire i dettami di coloro che usano il verbo « gattigliare » come moneta a
corso.legale: e diremo parapioggia, limpido vocabolo sostantivo italiano nella
forma e nel buonsenso. Ché, se ombrello viene da imber, « piog- gia », sarebbe
improprio usarlo come parasole! — Ma la lingua cammina e si perfeziona, anche
se i « puri- sti» si affannano a mettere i bastoni o gli ombrelli fra le ruote!
(2) A. Panzini, Gwida alla Grammatîca italiana, con un prontuario delle
incertezze, Firenze, Bempo- rad, 1933, pag. 26. — 161 — Il GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA La forma assunta nel plurale pone in evi- denza il processo
mentale e linguistico attra- verso il quale il vocabolo composto si è for-
mato. La figura di una mezzaluna rappresen- ta la metà di una luna: al plurale
avremo al- . trettanie metà quante sono le mezze-lune raî- ligurate: perciò si
dice e scrive mezze-lune: e così mezzenolli, mezzelinte, ecc. Tipici sono i
nomi composti con capo-: la seconda parte può infatti esser connessa alla prima
in modo diverso: se il secondo ele- mento è un sostantivo o aggettivo con
valore attributivo, entrambi gli elementi prendono il suffisso del plurale: un
capocuoco è un capo che è cuoco; al plurale saranno altrettanti ca- pi che sono
cuochi: quindi capicuochi; il capo- saldo è un capo ossia un punto che è ben
sta- bile cioè saldo: al plurale avremo altrettanti capi i quali dovranno esser
tutti saldi al loro posto: e quindi capisaldi. Ma un capostazione è capo ossia
dirigente della stazione: al plura- le avremo tanti capi, ma il numero delle
sta- zioni non varia per ciascuno di essi, e posse- no esser persino parecchi
capisiazione della imedesima stazione. Il composto caporione ofire un
bell'esem- pio dell’armonia tra forma del plurale e signi- licato: se il
caporione è inteso come capo di un rione, il plurale sarà capirione; ma se in-
vece si intende non nel senso storico e signi- fica colui che sia capo di una
combriccola di bricconi o burloni, perde il caraitere di com- posto,
l'etimologia passa in secondo piano, 0 mi. svanisce, ed il plurale è caporio-
ni (1 (1) Anche una sottile differenza di pronunzia di- stingue i due
significati: come «capo di un rione» il vocabolo diventa di 5 sillabe
(caporione), mentre nel significato traslato è di 4 sillabe, senza insistenza
fònica sull’-i-. E la stessa sfumatura di pronunzia è, più accentuata ancora,
nel plurale: capirione, capo- riont. — 162 — UNA BUONA GUIDA Molti vocaboli hanno
perduto appunto la loro fisonomia di « composti »: perciò sostan- tivi come
falsariga, madreperla, melarancio, biancospino, cartapecora sono oramai consi-
derali come semplici, ed hanno quindi il plu- rale normale. La sensibilità
linguistica è buona guida: essa, ad esempio, ci îa percepire la differenza che
v'è tra due plurali possibili del nome pomodoro: si può dire pomidoro e
pomodori: nella seconda forma il vocabolo è considerato semplice, ed esprime
l’idea nel suo insieme: Invece pomidoro è più lezioso ed insiste sul valore dei
componenti: « pomi d’oro ». V’è poi una terza forma di plurale, più popolare,
più SImpatica e più pittoresca: pomidori. — 163 — Digitized ù Google I tipici
surrogati dei sostantivi (X1) 226. — Un sostantivo, il quale sia già noto a chi
legge od ascolta, in modo cioè che non vi sia possibilità di equivoco, può
essere sostituito da un surrogato. Questa sostituzione ha un triplice scopo: a)
economizzare fonèmi; | b) evitare ripetizioni esteticamente nocive; c) porre in
rilievo speciali rapporti. 227. — Il vocabolo che serve da surrogato di un nome
si chiama «pronome, poi che sostituisce il nome ». da SÈ Secondo la ufficiale
definizione della gramma- tica tradizionale, il pronome è quella parte del di-
scorso che fa le veci del nome (1). 228. — Non è dunque « pronome » un vocabolo
al posto del quale non si possa collocare il nome del quale esso fa le veci.
Nel periodo testé enunciato, le due espres- sioni « del quale » e «esso»
possono esser sostituite da « del pronome » e « il pronome ». Nella figura qui
annessa, la prima propo- sizione contiene tre sostantivi (San Martino, un
povero ed il mantello): nelle proposizioni successive, raggruppate sotto i
numeri 2 e 3, - (1) Il latino pro (dall’umbro pru, sanscrito pra) aveva il
significato fondamentale di « avanti »: da que- sto si svilupparono i due
significati di « difesa, van- taggio, favore » (pro-fitto, proteggere, « pro
patria », « far buon pro ») e di « sostituzione, scambio » (pro- sindaco,
pro-cura); in questo secondo senso esso en- tra a far parte del vocabolo «
pro-nome ». — 165 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA la ripetizione di tali
sostantivi non avviene, poi che essi sono sostituiti da surrogati, o « pronomi
»: questi, alla lor volta, possono esser sostituiti dai sostantivi che ciascuno
di essi rappresenta, e ciò senza alterare né la forma né il significato delle
proposizioni. ‘S.Martino € nni - senza un povero “IS i copertose-. i me, se ne
va, il dopo aver: fp lo rin- val. ii graziato td È "0 n } ì “Sid on tutto
il egli are sino le N0I e ® 6 et pla oznanini Il complesso gioco dei pronomi...
(Le due figure son ricavate da un manoscritto miniato del XII secolo) Nella
prima proposizione (contrassegnata con il n. 1) era indispensabile usare nomi
(so- stantivi), per indicare di quali persone ed 0g- getti si intendeva
parlare: erano necessarî vo- caboli con significato specifico: e questa è
proprietà essenziale dei « nomi ». Se non si «nomina » la cosa, non si può «
conoscere »' — 166 — . VALORE « ALGEBRICO » DEI PRONOMI di che o di chi si
parli o scriva (1). Nelle pro- posizioni seguenti basta, invece, quel tanto di
allusione che permetta l’identificazione: da ciò l'espediente genialissimo dei
« pro-nomi », vo- caboli con significato generale, il quale diven- ta specilico
a causa della loro collocazione formale e quindi ideologica. 229. — I « pronomi
» sono, nel dis@orso, ciò che le lettere sono nel linguaggio algebrico.
L'equazione atb=c— b non ha nessun signilicato quantitativo, poi che ciascuna
delle ire lettere che in essa ap- paiono può avere qualsiasi valore (2).
Infatti l'equazione stessa risponde perfettamente al- l’interpretazione
aritmetica. (I) 0,00005 + 0,00001 = 0,00007 — 0,00001, ma. è anche altrettanto
vero che essa corri- sponde non meno esattamenie alla interpreta- zione
aritmetica _dD 1.235.336 + 6.444 = 1.248.224 — 6.444, (1) IH sanscrito naman
(donde il greco ò-noma, dorico onyma; gotico namò, tedesco name, slavo [n]i-
me; — lat. nomen, ital. nome) sta per [g]jnaman, don- de il lat. co-g-no-scere,
come ben appare dai compo- sti co-gnomen, co-gnitio, ecc. (2) Le lingue
isolanti, alcune agglutinanti, e, fra le europee, l'inglese, ci mostrano come
alcuni prono- mi possano presentare una tendenza a ridursi e scom- parire,
seguendo cioè un processo evolutivo di sem- plificazione. Cfr. J.M.D.
Meiklejohn, The English lan- guage; its Grammar, History, and Literature; Lon-
don, Blackwood, 1887, pag. 23. — Vedi anche 8 271. — La ricerca di una
«paleolingua » rudimentale e senza pronomi sarebbe altrettanto infruttuosa
quanto lo è stato l’affannosa e vana ricerca di un « paleopo- polo » o popolo
primitivo senza Dio. (I due problemi hanno una connessione più intima di quanto
possa apparire a prima vista). — «L'esplorazione storico- culturale ha
constatato che, prima di ogni mitologia astrale e al di sopra di essa, si trova
la figura del- l’Essere Supremo ». G. Schmidt, Manuale di Storia comparata
delle religioni, 33 ediz., Brescia, Morcellia- na, 1943, pag. 131 (con
ricchissima bibliografia). — 167 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA . In
unequazione, il. simbolo (lettera) può esser sostituito dal suo valore
numerico, sen- - za mutare il significato (valore) dell’intera espressione. Non
possiamo però scambiare il valore che una lettera ha in un’equazione (ad es.:
nella (I)) o serie di equazioni connesse, S.Martino 0000 I gua, incontra —.
> un povero | (Senza po gue D: Ti iL mantello; __| QUegli 3 É \; è | prende
È me, Se ne va, dopo aver- “o rin- graziato g contutto il “Suo cuore. ha bad.
ba Gi a: DI di. epli SI toglie ca S il suo nie ta-?h; 9 glia la metà,
eglieladà. | I I pronomi sono i simboli algebrici nel discorso (8 229) con
quello che possa avere in un’alira equa- zione (ad es.: nella (II)) o serie di
equazioni connesse. | Cosìil valore (significato) di tutti i « pro- nomi » contenuti
nella figura della pag. 166 e , Il loro complicato gioco nelle proposizioni —
168 — UNIVERSALITÀ DEL PRONOME nelle quali compaiono sono dipendenti dalla
premessa: in virtù di questa a= San Martino; (III) b= il povero; C = il
mantello. Se la premessa fosse stata: « Giorgio incontra un amico senza cappel-
lo », le proposizioni successive avrebbero po- tuto esser composte con i
medesimi pronomi che nella figura in esame, ma i! valore di essi sarebbe ben
diverso, poi che, per la premessa, a = Giorgio; (IV) b= l’amico; c = il
cappello. Il pronome questi può dunque significa- re S. Martino, Giorgio o
qualunque altro per- sonaggio; il pronome gli può significare « al povero,
all'amico, all'individuo N. N. »; il pro- nome /o può sostituire il mantello,
il cappello o qualsiasi allro oggetto, come le lettere alge- briche a, b, c
possono rappresentare qualsiasi numero; ma non è possibile ad un pronome usato
nelle proposizioni del gruppo (IV) il valore (significato) che essi hanno nelle
pro- posizioni del gruppo (III) o viceversa. 230. — In questa universalità e,
insieme, nella possibilità del significato specifico è la geniale carat-
teristica dei pronomi. | E, poi che i pronomi sono, tra le parti del discorso,
ira le più antiche, e complicatissimi nella forma, nella connessione ideologica
e nell'uso, e presenti nelle lingue considerate « più primitive » (1) essi
stanno formidabil- (1) «Il Lévy-Bruhl non ha mai definito in modo esatto che
cosa intenda per primitivo... L’autore pone tutti i primitivi allo stesso livello
in modo così con- fuso da ricordare per questo i classici dell’evoluzio- nismo
». R. Boccassino, La religione dei primitivi, in « Storia delle religioni » di
P. Tacchi Venturi, Torino, UTET, 1939, pag. 53. — 169 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA mente a documentare (con una imponente massa di esempî probanti, in
ogni tempo € paese) che il linguaggio non può esser opera di « evoluzione » nel
senso che esso sia stato congegnato dall’animale (pitecantropo, antro- poide o
altro fantasma scomparso senza trac- ce) il quale decise un bel giorno di
trasîor- marsi in uomo ragionevole, artista, creatore, forse per l’arcana virtù
magica di coloro che, nei secoli del razionalismo, avrebbero trasmes- so a
ritroso nel tempo l’energia miracolosa (1). 231. — Il mirabile e logico
criterio di economia e del « massimo rendimento », il quale regola tutto il
Creato e i suoi fenomeni (2) irova nell’uso dei pro - nomi una sua
interessantissima manifestazione. Il ripetere un sostantivo, ossia usare la
medesima quan- tità di suoni (e perciò di energia muscolare) per espri- mere
idee che, per esser state già espresse, non han- no più il medesimo rilievo che
ebbero nella prima emissione (allorché cioè si presentavano come nuove
all’ascoltatore) sarebbe stato in contrasto con tale principio, poi che sarebbe
bastato un minimum di suoni per riconoscerle. Anche il fenomeno dei pronomi
trascende il puro fatto grammaticale, concorrendo a convincerci che (1) Non è
raro che i programmatici negatori del- la fede obblighino i loro « fedeli » a
credere in feno- meni miracolistici assai più « eccezionali » di quelli che
essi per partito preso combattono. E la scienza « arcipositiva » moderna non ha
portato forse al mi- steriosissimo dogma irrazionale della « materia-ener- gia?
». Cfr. L. de Broglie, Materia e luce, Milano, Bompiani, 1940. (2) Un massimo
scienziato ed artista tipicamente italiano, Leonardo da Vinci, formula e ripete
questo fondamentale criterio: «// principio di causalità si identifica col
principio di finalità e col principio di ragion sufficiente, senza residui... ”
Ogni azione na- turale è fatta per la via brevissima” — ” Nessuna azione
naturale si può abbreviare” — ” O mirabile e stupenda necessità, tu costringi
colla tua legge tutti gli effetti per brevissima via a partecipare alle lor
cause, Questi son li miracoli!” ». F. Orestano, Leonardo da Vinci, Roma,
Optima, 1919, pag. 83-86. — 170 — PRONOMI « SCIENTIFICI » mon è troppo
esagerata l’affermazione per cui «la grammatica è parte di metafisica la più
sublime » (1). * * %* 232. — Brevi e sintetici, i pronomi possono an- ‘che
sostituire tutto un insieme di vocaboli, sostanti- vando tutto il loro
complesso è ponendosi quindi al posto di tale sostantivo ideologico. Così, ad
esempio, dopo aver riferito tutta intera la celebre Prima Catilinaria
pronunzia- ta da Cicerone nella storica seduta senatoriale dell'’8 novembre 6
av. Cr., possiamo aggiun- gere: « Cicerone, detio ciò, sollevò le braccia, €...
». La semplice sillaba ciò, pronome, rap- presenta, globalmente sosiantivale (e
con la sostituzione del « pronome » al «nome» o « sostantivo » ideologico),
tutte le parole e idee dell'intera orazione. ‘’ Anche per questo caso vale il
paragone al- gebrico: complicatissima, ad esempio, è, nel- la moderna fisica,
la formula quantistica di Planck riassumente la legge dell’intensità di
radiazione lungo lo spettro del corpo nero: E, =2hcX—5 i e ben complicato
sarebbe il riferirla tutta in- tera ogni volta che ad essa si allude. Sempli-
ce e pratico, data l'equazione, è servirsi del solo simbolo E; , intendendo con
esso la for- mula completa. Sicché E, è proprio un « pro- nome » scientifico
(2). (1) P. Giordani, Opere, Milano, Botroni & Scotti, 1854-65, in 14
voll., vol. I, pag. 323. (2) Parimenti, in chimica il simbolo Cy può es- ser
considerato un « pronome » dello stesso tipo, in quanto rappresnta un « gruppo
di atomi » (il cui « no- me » è CN): il gruppo, costituito da un atomo di car-
bonio ed uno di idrogeno, funziona infatti precisa- mente come un atomo di un
metalloide monovalente. — 171 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA * * %* 233. —
Tipici connotati e proprietà di prono- mi e solamente di pronomi hanno quelli
che la gram- matica tradizionale chiama «pronomi dimostrati- vi» (1). i | 234.
— Questi pronomi tipici, ossia veri e proprî pronomi, si usano infatti per
rappresentare individui, animali o cose di cui si sia già parlato o si stia per
parlare e ne sostituiscono il nome, senz'altro: riferimento o rapporto. È 235.
— Sono «pronomi tipici» (o « dimostrati-. Vi», O « indicativi »): egli, quegli,
colui, questi, costui per il maschile ella, quella, colei, questa, costei per
il femminile ESSO) cd pae 0000 sei per il neutro I « maschili » (o « solari »)
si usano per indicare: le persone o. gli animali umanizzati (ad es., nelle fa-
vole). Chiamiamo «neutri» i due pronomi esso e ciò (2) in quanto, pur avendo
aspetto maschile (giac- ché l’italiano manca di genere neutro formale), cor-
rispondono ad un’« idea» che non è né maschile né femminile. Tali pronomi si
usano infatti per surroga» re anche un complesso di vocaboli presi glo-
balmente (vedi 8 232). 236. — I pronomi questi (questa) e costui (co- stei)
fanno le veci di nomi che, nel periodo, sono più . (1) La grammatica
tradizionale considera a parte: egli, ella, esso, definendoli « pronomi personali
», in- sieme con io e tu. La grammatica rivoluzionaria nega persino l’esistenza
di « pronomi. personali », non ri- scontrando in essi nessuno dei connotati e
nessuna delle proprietà dei « pronomi », (vedi $ 480). ‘ (2) Potrebbero venir
inseriti qui anche i pronomi neutri quello e questo, ma essi sono propriamente
aggettivi dimostrativi sostantivati. Lo sono anche le forme quella e questa, ma
la loro « pronominalizza- zione » è più forte, appunto per il carattere di «
ge- nere », — 172 — DECLINAZIONE PRONOMINALE prossimi, mentre colui (e colei)
sostituiscono nomi più lontani (I). Prescindiamo qui dal valore che gli stessi
vocaboli hanno nel discorso nel quale inter- viene come attore colui che parla
o scrive (vedi 8 480 e segg.). 237. — In tutti questi pronomi tipici si
conservano abbondantemente le tracce della « decli- nazione », pur se le forme
si siano allontanate da quelle latine, e sia stato persino spostato il valore
delle desinenze dei casi (2).. Abbiamo infatti: Singolare: genitivo: ne (per i
tre generi); dativo: masch.: gli; — femm.: le; accusativo: masch.: lui, lo; —
femm.: lei, la; neut.: /o. . (1) In alcune lingue tale vicinanza o lontananza è
espressa con speciale evidenza: il francese, ad esem- pio, usa l’enclitica -ci
nel primo caso e l’enclitica -là per il secondo: celui-ci, celui-là; celle-ci,
celle-là; ed usa cela («ciò ») riferendosi a cose già dette, mentre ceci si
riferisce a cose che seguiranno: « Après avoir dit cela, il lui dit encore
ceci», « Dopo avergli detto tutto ciò, gli disse ancora questo [che segue] ». —
L’inglese ha vocaboli specializzati per riferirsi alle persone in connessione
con l’ordine in cui sono state già indicate: «Jack and John are in the garden;
the former is reading, the latter is singing», « Gianni e Giovanni sono in
giardino: il primo legge e il secon- do canta ». (Si noti che Jack è diminutivo
di John ed equivale a « Giovannino », « Giannetto » e non a « Gia- comino! »).
(2) L'italiano loro, valevole per tutti i casi, si è formato sul genitivo
illorum, sebbene il genitivo non sia normalmente sfruttato per la derivazione
in ita- liano, essendo un caso che non è retto da alcuna pre- posizione, e la
tendenza analitica scindeva perciò il genitivo in « de + ablativo ». sla
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA. Plurale: nominativo: masch.: eglino (1),
essi; femm.: elleno (2), elle, esse genitivo: loro; ne dativo: loro; (e le
forme del nominat.) accusativo: masch.: loro, lis | e le forme del femm.: loro,
le J nominativo Si hanno anche, per i casi diretti, i plurali: quelli, quei,
(ant. queglino); questi; coloro; costoro; per il maschile; — quelle; queste;
costoro; coloro per il femminile. 238. — I pronomi riservati alle persone non
van- no usati riferendosi ad animali e tanto meno per sostituire nomi di
oggetti. , Perciò si dirà correttamente: « gli mette il cappello », poi che gli
significa « a lui » (per- sona); e « le mette la cultia », poi che /e= a lei:
ma sarebbe improprio dire « gli mette il coperchio », trattandosi di un oggetto
(= ad esso) (3). (1) Forma antiquata: «E alla madre narrò lo °’nganno, il quale
ella ed eglino da Gisippo ricevuto avevano », Boccaccio, Decam., g. 10. (2)
Forma antiquata: « E elleno conoscono me », Fioretti di S. Francesco, ediz.
Firenze, Tartini, 1718, pag. 60. (3) Questa distinzione tra esseri animati e
oggetti è importante, e si rivela ancora più evidente in alcune lingue: il
francese, ad esempio, pone precise limita- zioni all’uso di pronomi riservati
alle persone: è abu- siva, è vero, l’espressione « on en parle » (nel senso di
« si parla di lui »), frequente nel linguaggio fluido: ma anche, nella
conversazione più familiare, alla doman- da «Parlera-t-il de Jean? » nessuno
risponderebbe: « Certainement il en parlera », si dirà: « Il parlera de lui ».
Viceversa, anche parlando di un animale, è cor- retto dire: « Ce chien mord,
n’en approchez pas », ap- punto perché l’animale non è persona. Parlando di
nersone si dirà « Elle leur a répondu », « Ha risposto loro », ma, parlando di
lettere, si dovrà dire: « Elle y a répondu », «Ha risposto ad esse»
(letteralmente: « vi ha risposto »: e perciò si dirà, di un recipiente
(oggetto) « il faudra y remettre un couvercle ». — Cfr. — 174 — ANIMATO E
INANIMATO 239. — Importante è constatare un’altra parti- colarità dei pronomi
tipici: che, cioè, essi for- mano il plurale assumendo le desinenze
caratteristi- ‘che del plurale dei verbi (8 168-169): eglino corrono; costoro
dissero; coloro amerebbero; Queste forme, nelle quali è implicita un’i- dea di
energia, non sono mai connesse con l’idea neutra, la quale rimane limitata al
sin- golare (1). Si può affermare che l’italiano, nella sua struttura e nella
sua mentalità linguistica, ha soltanto in questa occasione il concetto e l’e-
spressione di « genere neutro ». Non bisogna infatti confondere il « neutro »
grammaticale con il concetto di « oggetto inanimato ». Que- sta coincidenza,
invece, esiste in alcune lin- gue (2). I 240. — Significativa è anche, in
questi « prono- mi tipici» la desinenza in -i del nominativo singola- re (vedi
8 208), sintomo della loro vitalità. — P. Martinon, Comment on parle le
francais, Paris, Larousse, 1927, pag. 291. — Questi esempî ci chiari- scono il
processo mentale in relazione con l’espressio- ne linguistica. — Non per
imitare una lingua straniera, ma per porre l’espressione in- buona lingua
nazionale più aderente al pensiero, diremo perciò: « mettercì (o: mettervi) un
coperchio ». (1) Vedi nota al 8 180. (2) L'inglese, salvo specrali eccezioni,
usa il pro- nome neutro if, «esso », per tutto ciò che non sia persona. — I
Giapponesi, i quali pur conferiscono una sensibilità e persino un’« anima »
anche alle cose (cfr. I. Yamazaki, La concezione giapponese della Natura, in «
Yamato », 1942, a. II, XII, pag. 296), usano due diversi verbi «essere », uno
per gli oggetti e l’altro: per gli esseri animati (persone o animali): hon ga
ari- masu, « c'è un libro »; neko ga ori-masu, « c’è un gat- to ». — L’inerzia
del neutro è messa in evidenza dal- l’uso del russo TO, dimostrativo neutro,
che, aggiun- to encliticamente ad un pronome o avverbio indeter- minato, ne
esaspera l’indeterminatezza: ktò-to, « qual- cuno, non so chi », gdjé-to, « in
qualche posto, non so dove »; kudà-to, id. (moto a luogo). i Le GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA Questa terminazione, espressione di vita- lità, si trova
anche nel nominativo dei femmi- nili (costei, colei); il pronome ella esce in
-a per la sua origine aggettivale (lat. illa): ma hon ga arì-masu ì (9 "po
- pri Cedesi Pai pri ceti - i! A) esseri animati e cose: in giapponese, il
verbo « es- sere» non è il medesimo per un soggetto animato e per un soggetto
non vivente (neko ga ori-masu, « c’è un gatto »; hon ga ari-masu, « c’è un
libro ») — B) lV’i- nerzia del neutro: il neutro russo «-TO » unito encli-
ticamente ad un vocabolo, ne accresce l'indetermina- tezza, (vedi nota al $
239). l'uso, appunto per questo, tende a sostituirlo con lei (uscente in -i)
anche nel nominativo. | 241. -—— I pronomi lui e lei sono propriamente due
accusativi: l’uso però tende a dar loro anche il valore di nominativo, e ciò a
causa della loro inten- sità tonale. — 176 — (4%) sO = " el : S he” Q v
no) % _Ò = v v po iu e) = gas 9 3) 5 $ >= pronome monosillabo sost Cat n U
Inaria ») ... il a lin i at cne e C icet C ( ARI MACC IG affresco d lare dell’
| PN POT ICO (parti icerone seaCanaltnan oa C Tre M "na SI ABBUET uan i di
i; È hi SEUI È Hi FEAR He sisi ERA, dti ;) MII iii e n A di; FORME E TONALITÀ
DI Non soltanto è lecito, ma è obbligatorio adope- rare queste forme,
tonalmente. più forti: a) quando, per inversione: (ossia per la prece- denza
del verbo), l'intonazione richiede maggiore in- tensità tonale sul soggetto
così posposto; b) nelle opposizioni concettuali ad altre per- sone; c) quando
siano isolate, sottintendendo il verbo. Perciò sarà erroneo dire «lui arriva
con l'elettrotreno delle 5 »; si dovrà dire « egli ar- riva... »; — ma si dirà
benissimo « con l’elet- irotreno delle 5 arriva lui, e con il seguente arriva
lei ». — Alla domanda: « Chi è stato? » non si può rispondere « È sfafo egli!
», ma si dovrà dire « È sfato lui! », 0 anche semplice» mente « Lui! ». Per le
stesse ragioni si dice « Poveretto ‘ lui! », « Felice lei! » (1). 242. — Al
contrario, allorquando, per il minor rilievo che il pensiero dà all’idea
espressa dal prono- me, anche l’intensità tonale è minore, l’accusativo di tali
pronomi tipici assume una forma «atònica »: lo, la, li, le. | Queste forme
atòniche precedono il verbo, pro- “cliticamente (il /o ed il /a potendosi anche
ridurre alla sola consonante: «I°» apostrofata); oppure lo seguono
encliticamente, sì che, nella scrittura, si fon- de in unica parola con esso: «
/o vede, l’abbraccia; li ammira; credevalo; lodanli »; «io l’odiai sì, che non
potea vedella » (Ariosto, Orl. Fur., XLIII, 45) In questo verso, vedella sta
per vederla, con un’assimilazione che è frequente in molti dialetti. (1)
Rivelatore del nesso che lega il « sentimento » con il «caso » grammaticale è
il latino, il quale pone in accusativo il nome della persona o cosa che desta
il sentimento espresso esclamativamente: infatti, do- po 0 si può usare non
solo il vocativo ma anche (ed è più efficace) l’accusativo: « O stultum
hominem! » =« Ma che imbecille! »). — 177 — 13 | GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA Il raddoppiamento della consonante si ha invece normalmente quando
tali pronomi se- guono una voce verbale « tronca », per la già nota legge
fonetica (vedi $ 172): « farallo, ve- stilli » (= « lo farà, li vestì »). Anche
altre forme pronominali (dativi gli, le; ge- nitivo ne) diventano atoniche e si
aggiungono encli- ticamente al verbo. Non si può raddoppiare la consonante ini-
ziale di gli, perché di natura composta (=1+ D | e già quindi equivalente ad
una doppia (1): perciò si ha vedranne = ne vedrà; mostrolle = le mostrò; udillo
= lo iudì; ma diragli = gli dirà; lanciògli = gli lanciò (2). « e ’I grifon
mosse il benedetto carco sì che, però, nulla penna crollonne ». (Purg., XXXII,
26-27) Gli atonici possono anche unirsi Îra lo- ro: in tal caso il pronome gli
assume eufo- nicamente la forma glie: e si ottengono così i gruppi: glielo,
glieli, gliene, ecc., che si pos- sono scrivere anche staccati: glie /o, glie
li, glie ne, ecc. 243. — Il complicato gioco dei pronomi e, spes- so,
l’intricato intreccio ideologico che essi determi- nano nelle proposizioni che
li contengono richie- (1) L'articolazione italiana del suono gli si può
insegnare facilmente agli stranieri, addestrandoli fa- cendoli pronunziare
sempre più rapidamente « fil-li-jo, fil-1jo », « filljo, figlio ». (2) Questo
vocabolo, così congegnato, non è trop- po bello, ma può servire, ad esempio,
nello stile fa- ceto: è bene scriverlo con l’accento (/anciògli) per non
confonderlo con il presente in 12 persona (/ànciogli). In greco — sia antico
che moderno — il fatto che più enclitiche possano seguirsi (ciascuna inviando
il proprio accento sulla precedente) non impedisce che esse si scrivano
staccate: es.: dòs moi to, (« damme- lo »: pron. mod. « dhos-mi-to »); an tis
pote éipe («x se alcun dicesse »: pron. « an-tìs-pote ìpi »). Cfr. C. Ca- pos,
Nouvelle grammaire grecque (gr. moderno), Hei- delberg, Groos, 1908, pag. 11 e
segg. — 178 — Ma . — — ur ————» & “o —= Faa Lera IL SIGNIFICATO INTUIBILE
dono la massima attenzione è cura nel loro uso, af- finché questi ottimi
strumenti di semplicità, eleganza: e chiarezza non si risolvano invece in coefficienti
di oscurità e confusione: sarà bene che il «nome» che ogni pronome sostituisce
non sia troppo lontano da questo nel periodare; la « concordanza » serve appun-
to a determinare una maggior chiarezza: un nome maschile o femminile, singolare
o plurale deve avere come suo «surrogato » un pronome dello stesso ge- nere e
numero. Non è raro, nel parlare familiare, l’uso er- tia del dativo maschile
gli per il femmini- e le. Talora può essere imbarazzante stabilire quale sia il
nome che il pronome rimpiazza. Vi sono dei casi in cui, ad esempio, il pro-
nome la sta invece di un nome femminile che non è espresso perché tale nome non
esiste nella lingua italiana: è vano arzigogolare di grammatisti il voler
trovare ad ogni costo il «nome » che il « pronome » la sostituisce nel» le
espressioni: « Chi la dura la vince ». « Chi la fa, l’aspetta ».. « Me la
pagherà! ». «L'ha fatta grossa! ». Ma sappiamo benissimo che cosa si inten- da:
il «sentimento » ci rivela intuitivamente Il vero significato, che qualunque «
nome » preciso attenuerebbe. , E si ha anche il plurale le, con analogo
significato; efficace perché indefinibile: « Ma le pensa proprio tultel ». —
179 — ta I pronomi integrali (XII) 244. — Mentre i « pronomi tipici » hanno la
li- mitata funzione di sostituire il nome, e possono quin- di esser sostituiti
alla lor volta con il nome che essi rimpiazzano, poi che non aggiungono alcun
altro ele- mento all’idea espressa dal nome stesso, vi sono altri pronomi i
quali non hanno puramente e semplicemen- te questa funzione di sostituzione,
poi che contengo- no qualche altro elemento. Ricollocando al posto di essi il
nome del quale sono « pro-nomi », è infatti necessario aggiungere ancora
qualche vocabolo, che cor- risponde appunto a tale elemento inte - grante il
significato del nome. Allorché diciamo « uno è venulo », « cia- scuno la pensa
a suo modo », « nessuno è lì », «Checché se ne dica », usiamo, come prima
parola in ciascuna di queste proposizioni un pronome,. che sostituisce il nome
di persona o cosa, ma che non potrebbe esser sostituito semplicemente con il
nome che es- so rimpiazza, dovendovisi aggiungere — per mantenere inalterati il
significato e il rappor- to ideologico — qualche altro elemento inte- grante il
nome stesso: « un uomo è venu- to », « ciascun individuo la pensa a suo mo- do
», « nessun uomo è lì », « qualunque cosa se ne dica ». A Paolo e Francesca
Dante dice: « venite a noi parlar, s'altri no! niega! » (Inf., V, 81) ss
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA con una proposizione ipotetica, nella quale il
pronome altri sostituisce « persona, Individuo, essere », ma non senz’alira
indicazione: ed è infatti una riverente ed eîlicace espressione. che significa
« Iddio ». 245. — Come si vede, l’aggettivo specificante che va aggiunto al
nome perché questo abbia un signifi- cato equivalente a quello del pronome,
coincide spes- | so per forma, e sempre per significato, con il prono- ‘me
stesso. Nella grammatica tradizionale questi pro- nomi sono chiamati «
indefiniti ». Tale deno- minazione è vaga ed inesatta. Nella grammatica «
rivoluzionaria >» essi assumono il nome di pronomi integranti o inte- grali.
a 246. — Definizione' di tali pronomi può dunque essere la seguente: « Chiamasi
pronome integrale quella par- te del discorso che, sostituendo un nome (e perciò
« pro-nome »), aggiunge all’idea espressa da questo l’elemento-limite nel quale
essa va intesa » (1). (1) Intenzionalmente usiamo l’espressione mate- matica di
«elemento-limite », appunto per stabilire un’analogia con il signicato che la
qualifica di « inte- grale » ha nel calcolo differenziale: l’area (di signi-
ficato) del pronome è data appunto da tale concetto di limite che il pronome
integrale pone all’idea espres- sa dal semplice nome: la definizione corrente
di « pro- nomi indefiniti » potrebbe esser accettata con la ri- serva di dare
ad essa un valore matematicamente as- sai complesso («integrale indefinito »
della funzione della variabile per la: quale s’intende il valore del pronome
stesso), e ciò non gioverebbe alla chiarezza. — È interessante notare come i
grammatici, nel de- finire « indefiniti » (ossia «illimitati » nel significato)
questi pronomi, abbiano commesso un errore assai simile a «quello che per molto
tempo ha gettato un’ombra oscura sulle basi del calcolo infinitesimale » (« il
cosiddetto rapporto differenziale non è affatto un rapporto, ma è semplicemente
il limite di una succes- sione di termini, che sono dei rapporti ») F. Waisman,
Introduzione al pensiero matematico, Trad. ital., 22 ediz., Torino, Einaudi,
1941, pag. 205. — Al lettore 2a 182 — usi gie lr PRE INIE Siia rai I a rie RO «
TUTTO » NON HA PLURALE 247. — Il «limite» che determina l’ampiezza massima
dell’« area di significato » di questi pronomi può essere anche 0 (infinito =
indefinito), ma, nel- la grande maggioranza dei casi, il contesto pone un
limite più o meno ristretto: sicché questi prono- mi sono quasi sempre
«relativamente indefiniti ». Allorché diciamo: « Chiunque avrebbe agi- to come
lui », il pronome esprime qualsiasi persona, senza limitazione. Parimenti nel pro-
verbio « Ognuno per sé, e Iddio per tuffi ». 248. — Va qui notato che il
pronome tutti è ap- punto il plurale di ognuno, ciascuno, come appare —
evidente dal proverbio or ora citato (1). Che, per forma, esso sembri il
plurale di lutto non deve indurre nel facile errore. Il pronome tutto (con
valore neutro = lat. omnia, « tutte le cose ») non può avere plurale, poi che
già ha l’estensione massima. 249. — Generalmente, però, vi è una limitazio- ne,
normalmente espressa con una proposizione rela- « letterato » queste «
divagazioni » matematiche sem- breranno fuori luogo: auspicabile è invece il
giorno in cui un intelligente Ministro dell’Istruzione Pubbli- ca comprenderà
quale funzione chiarificante e coordi- natrice potrà avere sui giovani avviati
nel cammino delle belle lettere lo studio del calcolo infinitesimale, della
geometria analitica, e di tutti quegli affascinanti settori
matematico-filosofici esclusi oggi dai program- mi della Scuola Media. — Legga
il lettore «lettera- to » il delizioso volume dell’Ing. G. Bessière, ZI calcolo
differenziale ed integrale reso facile ed attraente, Mi- lano, Hoepli, 1930, e
scoprirà insospettati panorami, grandiosi ed inspiratori. E ricordi che Dante
aveva una vasta cultura scientifica, e che Wolfango Goethe avrebbe avuto
miglior successo nei suoi studî sulla teoria della luce e dei colori, se una
maggior cono- scenza delle matematiche l’avesse controllato nel suo « dirizzone
» anti-newtoniano. — Cfr. W. Goethe, Zur Farbenlehre, Tiibingen, Gotta, 1810.
(1) Tale affermazione vale anche per le altre lin- gue: cfr. il francese «
Chacun pour soi, Dieu pour tous »; spagn.: « cada uno para sì. y Dios para
todos »; ted. « Ein jeder fir sich, und Gott fiir alle »; ingl.: « Every man
for himself, and God for us al/». e 183 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
tiva: (vedi 8 266): parlando del proprio amore, dice il Petrarca: « e proval
ben chiunque E infin a qui, che d'amor parli o scriva». (In morte di Mad.
Laura, s. XLI, 10-11) limitando, nel secondo verso, l’estensione del prono- me chiunque
| “chiunque o: chiunque contravvenga...” | ° { violazione della legge So °° a
(d(0 ES I. Nella proposizione « La legge è uguale per tutti >, il pronome è
illimitato. — II. Nelle disposizioni di legge la zona del pronome chiunque è «
infinita» ma non «illimitata» (è limitata dall'angolo). (8 249) Per giuridica
coerenza ha valore limitato il chiunque contenuto nelle disposizioni di leg-
ge: «Chiunque contravvenga alle presenti LIMITI DELL'AREA PRONOMINALE norme
sarà punito... ecc. »: è evidente che la pena non è comminata a chiunque nel
senso generale, ma limitatamente a coloro che vio- lino la legge emanata. Tale
limitazione può essere rappresentata geome- tricamente con un angolo, il quale
ha un’area infi- nita ma non illimitata. Un angolo di 360 gradi esprime ottima-
mente il valore di questi pronomi, allorché nessuna determinazione precedente o
succes- siva interviene a limitarne l'ampiezza di si- gnificato: tale, ad
esempio, è il valore di ognu- no nel detto: « Ognuno ha il suo ramicello [di follia]
(1) e il valore di tutti nella massima: « LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI » (2). *
* * 250. — Analoghe limitazioni hanno i pronomi negativi, in quanto sono gli
stessi pronomi che i precedenti, i quali hanno attratto e incorporato la ne-
gazione che, propriamente, si riferisce all’azione o allo stato espressi dal
verbo. « Nessuno è venuto » significa infatti che ognu- no si è astenuto da
tale azione (venire), ossia « ognu- (1) Franc.: « Chacun a sa marotte »;
spagn.: « To- dos somos locos, [los unos y los otros] »; ted.: « Jeder hat
seine Schelle »; ingl.: « Everyone has his hobby ». (2) Anche tutti, perchè
plurale di ognuno, ciascu- no, ecc., e il singolare tutto con valore neutro
posso-. . no avere limitazioni: la limitazione numerica è espres- sa in italiano
con una forma speciale, ossia interpo- nendo la congiunzione e tra tutti e il
numero « tutti e cinque », « tutti e due »: non si tratta in realtà del- la
congiunzione, ma di una trasformazione della pre- posizione a, come è rivelato
da antichi esempî: « Mettiamo caso ch’un venga a sonare - *N un campanile ove
cinque ne siano, E tutte a cinque (campane) le voglia adoprare (A. Firenzuola,
Rime burl., I, 289). Tale forma idiomatica italiana non va trasportata nella
traduzione in lingue straniere: in francese si dirà «tous les trois». Notare
anche la forma idiomatica inglese all of them, « tutti loro » (letteralm.: «
tutti di loro », come noi diciamo « due di loro »). se 185 GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA no non è venuto »: da cui si è avuto, appunto con tale
spostamento della negazione, « né-uno è venuto »: «niuno è venuto » (1). È così
posto in evidenza il trucco del noto falso sillogismo dei sofisti, i quali
pretende- ognuno non è venuto x II Nè a NANO Ci —, (| €DI < Di a cm ef \—
44/8 7. da DL) e . o ‘0, cotipa uno è venuto niuno è venuto La negazione
negante il verbo è passata nel pronome... (8 250) vano di dimostrare che «ogni
gatto ha tre code », ponendo «nessun gatto» come un gatto realmente esistente
(2). (1) Le forme neuno e neuna si trovano ancor nei trecentisti: « Neuna ebbe
mai gli dèi sì favorevoli » (Boccaccio, Fiammetta, V). (2) Il noto sofisma era:
« Nessun gatto ha due code; ma ogni gatto ha una coda di più che nessun gatto;
quindi ogni gatto ha tre code ». Questo falso sillogismo non potrebbe neppure
es- ser formulato in quelle lingue nelle quali non esisto- no pronomi e
aggettivi negativi: « Nessun gatto ha due code » deve tradursi in giapponese «
A qualsiasi — 186 LA DOPPIA NEGAZIONE 251. — Niuno (e niuna), nessuno (e
ressuna) sono i pronomi negativi di ognuno, ciascuno. Poi che escludono persino
il singolo individuo, a maggior ra- gione implicano l’esclusione di più
persone. Perciò non hanno plurale. 252. — Si osserverà che l’idea connessa a
questi pronomi ha sempre un contenuto di pluralità: la forma « singolare » è
dovuta al fatto che queste « più persone » son conside- rate uti singulae
(ciascuno, ognuno) mentre il plurale (futli) le considera uti universae: si
tratta sempre dello stesso contenuto se di- ciamo: | « Ciascurto è padrone in casa
propria, ma nessuno è padrone in casa altrui ». « Tutti son padroni in casa
propria, ma, nessuno è padrone in casa altrui ». 253. — Il negativo di tutto è
nulla o niente. Es.: « Chi tutto - vuole, nulla stringe » (1). 254. — Come il
pronome tutto non ha plurale, così non lo ha il suo negativo nulla (e niente).
255. — In italiano non vige rigorosamente la nor- ma per la quale due negazioni
affermano, ossia non è rispettato il criterio matematico per cui —(—a)= ta LI
Si dice infatti « Non è venuto nessuno »: le due gatto, due code non sono »
(Nan no neko ni mo, fu- tatsu no o ga nai), oppure « Gatti di due code non ve
ne sono » (Futatsu no o no neko ga nai; — futatsu no o wo motte iru neko ga
nai). — Il sofisma poggia appunto sul fatto che la seconda premessa sembra af-
fermativa, (« nessun gatto ha due code ») mentre è ne- gativa («nessun gatto »
equivalendo a « [ciasc]un gatto non... »): ed interviene perciò, a dimostrare
la falsità del ragionamento, la sana regola tradizionale del sillogismo: «
Utraque si praemissa neget, nihil inde sequetur ». Non poche argomentazioni
delle varie fi- losofie postcartesiane son gatti con tre code! (1) O «Chi
troppo vuole, nulla stringe» — cfr. il ted.: « Der alles will haben, soll
nichts haben ». — 187 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA negative dànno anzi
maggior forza negativa alla pro- posizione (1). Tale duplicazione non è però
ammessa allorché il pronome negativo precede il verbo: si dovrà dire quindi: «
nessuno è venuto ». La negazione può essere espressa anche con altro vocabolo
negativo: si dirà perciò « Senza che l’abbia visto nessuno », ma si do- vrà
dire « Senza che alcuno l’abbia visto ». I pedanti obbietteranno che la doppia
ne- gazione è sempre da evitare: ma le lingue — e non l’italiano soltanto —
camminano pro- prio verso l’uso sempre più invadente di tale raddovpiamento: i
« veto » contrarî a tali cor- renti « non otterranno nulla », « non serviran-
(1) La doppia negazione appare anche in spagno- lo ed in portoghese: « No falta
nada », « Nao falta nada », (« Non manca nulla »). Il rumeno può usarla anche
quando il pronome negativo preceda il verbo: « Nimeni nu l’a vazut » (« Nessuno
l’ha visto », lette- ralm.: « Nessuno non l’ha veduto »). — L'’equivalente
francese « Personne ne l’a vu non contiene propria- mente una doppia negazione,
poi che personne (lat. persona) non ha intrinseco valore negativo, e va quin-
di sempre accompagnato da negazione. Questa può esser inespressa: alla domanda
« Qui l’a vu? » si può rispondere semplicemente « Personne!» intendendo però
«... ne l'a vu ». — La doppia negazione è da evi- tare nelle lingue nordiche
(ed in altre): si dirà per- ciò in inglese « Nobody saw him »; in tedesco «
Nie- mand hat ihn gesehen ». — Il cockney {dialetto-gergo di Londra) e lo slang
(= franc. argot) americano in- frangono con grande frequenza il divieto della
dop- pia negazione: nello East End londinese si può udire « You don't know
nobody » per « You don't know any- body » 0 « You know nobody »; e nei
quartieri an- che non popolari di New York non appare troppo «scandaloso dire:
« He had never seen nothing like that » (« Egli non aveva visto non mai nulla
di si- mile »). — Cfr. R. Kron & R. J. Russell, Slang and Colloquial
English, Ettlingen, Bielefie!ds, 1929, pag. 34. — W. Matthews, Cockney Past and
Present: a Short History of the Dialect of London, London, Routledge, 1933 — e
C. Rossetti, Lingua Americana, Firenze; Lin- gue Estere, 1944, pag. 147. — 188
— “ranno, alcunché », PRONOMI QUANTITATIVI no a nienie», «non convificeranno
nessu- no » (1). i * * * » 256. — Pronomi integrali quantitativi so- no troppo,
poco, molto, tanto, quanto, ecc., che al- cuni grammatici definiscono
impropriamente sostan- tivi: quando non siano avverbi (vedi 8 405) o agget-
tivi (vedi 8 384) o chiaramente sostantivati (vedi 8 177), essi sono veri e
proprî pronomi: possono es- sere collocati, grammaticalmente e ideologicamente,
nella gamma pronominale che ha per estremi niente e tutto (ossia da zero alla
totalità). “non lascia altrui passar i do Lal L, t LI Ù e d \ h n° Ù Ù | Ù I Pi
IN ì "i 1) se So N Pa . SN L # e “- . Sei, o % ", VIZZAS ni eg 14 n ,
in A, « altri » = « chiunque » (tutti) fuorché la lupa »; in B, « altri» = «
chiunque (tutti) fuorché gli uni ». (8 257) (1) Si dovrebbe dire,
correttamente: « Non otte- «Non serviranno ad alcunché » « Non convinceranno
alcuno ».. GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA * *_* 257. — Limitazione di natura
del tutto speciale è quella che fa sì che l’« area di significato » del pro-
nome altri sia illimitata, con esclusione però di una «zona di significato »
determinata da altri elementi, estranei al pronome stesso. Nel I Canto della
Divina Commedia, la lupa «non lascia altrui passar per la sua via » (Inf., I,
95) . Il pronome altrui (= altri) si riferisce al chiunque, ad eccezione della
lupa stessa. Pa- rimenti, nell'espressione « gli uni e gli altri », il
significato di aliri non ha altra limitazione che quella di escludere « gli uni
». 258. — Il pronome dltri richiede quindi neces- sariamente un’esplicita
dichiarazione correlativa, la quale permetta di conoscere chiaramente la « zona
di significato » che è esclusa (1). | 259. — Il pronome dltri ha la
privilegiata desi- nenza in -i (caratteristica dei « pronomi tipici » (vedi 8
240); vale per i due numeri (singolare e plurale). Al singolare, però, si usa
solo riferendosi a persone. 260. — Come corrispettivo con valore neutro si ha
il pronome altro: es.: « altro è dire e altro è fare ». Il valore neutro e
generico di tale pronome è evi- ‘dente in numerose espressioni tipiche della
nostra (1) Inorridirebbe il lettore non simpatizzante con le matematiche se
qui-si affermasse utile ed interes- sante lo studio di questo fenomeno con
criterî « to- pologici », ossia riscontrando analogie con i postulati della
nuova scienza (la topologia), che può ben defi- nirsi «la geometria senza forme
e senza dimensioni ». Anche l’analysis situs è invece meno astrusa e meno
lontana dalle pratiche applicazioni (grammaticali com-. prese) di quel che ne
possa pensare il profano, atter- rito dall’aspetto esteriore. Lo studioso di
buona vo- . lontà potrà consultare utilmente il bello studio rias- suntivo di
K. Menger, Bericht iiber die Dimensions theorie, nello «Jahresbericht der
Deutschen Mathe- matiker-Vereinigung », 1926, vol. XXXV, fasc. 5-8, pag. 113
essegg. — 190 — IL COSTRUTTO RECIPROCO lingua: « fra l’altro », « senz'altro »,
«tutt'altro» (1), «ci vuol altro!», «non fosse altro», «...e tant’al- tro... ».
261. — Il pronome altri, al singolare, non è mai preceduto da articolo: questo
si può usare con la for- ma altro, poi che è l’aggettivo sostantivato. Si dirà
perciò « Un altro non agirebbe così », ma « Altri agi- rebbe altrimenti ». Sia
altri che altro derivano etimologica- mente dal latino alfer, il quale però
aveva il significato ristretto di « uno dei due » o « l’al- tro dei due »: es.:
Audialur et altera pars (2). L'italiano vi ha incorporato anche il significa-
to di alius « altro » (fra più). La distinzione se si tratti di « altro » fra
due oppure di « altro » fra più di due è molto importante in alcune lingue (3).
262. — Sebbene tale distinzione si sia perduta in italiano, abbiamo però il
pronome entrambi (femm. entrambe) che riunisce «l’uno e l’altro »: « Colei
Sofronia, Olindo egli s’appella, D’una cittade entrambi e d'una fede ». (Tasso,
Gerus. Lib., II, 16) 263. — Con questi stessi pronomi si forma l’ori- ginale
costrutto reciproco «l’un l’altro », che va (1) Tale risposta è frequente,
contro la domanda: « Vi dispiace? » o « Vi disturba? » o altra simile. (2) «Si
ascolti anche l’altra delle due parti », « Bisogna udire anche l’altra compana
». I latini dice- vano altera ripa per « la sponda opposta »: talora alter
equivaleva persino al numerale ordinale « secondo »: anno trecentesimo altero,
« nell’anno 302 ». (3) L’inglese ha either, « uno o l’altro (di due) »: es.:
either of them can go, « uno o l’altro dei due può andare ». — Ed ha anche il
negativo neither: es.: nei- ther of them knows, « nessuno (dei due) sa ». Nel
lin- guaggio corrente si usa, pur se abusivamente, anche il verbo al plurale:
neither of them know, « nessuno dei due sa» (letteralmente «sanno », come noi
di- ciamo « entrambi sanno »). Tale abuso non è troppo deprecato nemmeno dal
Dizionario di Oxford. Cfr. The Concise Oxford Dictionary of Current English,
3rd edit., Oxford, 1934, pag. 759. — 191 — ” dea dbm or - Tizio | | = saluta
—> _ Cai == saluta=3 Tizio: si salutano l al tro Menjehen follen| cinander
helfen [ They are spoaki ng fo each other CETTE icnsicà A) Nel costrutto
reciproco, i pronomi « l'uno » e l’al- tro » sono bi-valenti... — B) (tedesco)
« Glì uomini deb- bono aiutarsi l'un l altro ». Formato con due pronomi,
einander è un avverbio. — O) (inglese) « si parlan l'uno all'altro »
(letteralm.: « al ciascun-altro »); each other è un costrutto globale,
preceduto da preposizione. (8 263) — 192 — « UN, UNO » HA TRE VALORI DIVERSI
considerato in funzione unica, poi che il significato risultante è diverso da
quello dei due componenti: infatti la proposizione « Tizio e Caio si salutano
l’un * l’altro » non significa soltanto che Tizio saluta Caio, ma che anche
Caio saluta Tizio: sicché «l'uno» fa le veci di entrambi i nomi, e la stessa
funzione ha « l’altro » Perciò questo idiotismo italiano non va tradotto
letteralmente nelle varie lingue: ma soltanto in quelle che ammettono tale
ampli- ficazione (1). 264. — Il pronome uno non va confuso con il mumerale né
con l’articolo: soltanto come pronome può avere plurale: « gli uni ». Parlando
del numero uno ripetuto più vol- te, sarà più corretto e più chiaro dire «gli
uno ». È inesatto grammaticalmente e poco chiaro l'esempio addotto dal
Tommaseo: « Scrivete cinque uni e ditemi che numero fanno » (2). Più
correttamente, più moderna- mente e più elegantemente si dirà: « cinque, UNO »,
0, a maggior chiarezza « cinque volte ciîra 1 » (3). (1) Per esprimere tale
reciprocità, il greco si ser- vì del tema di dllos, « altro » ripetuto
(allo-allo) e ne formò alléloin, « l’un l’altro », il quale, naturalmente,
manca di singolare (e manca anche del nominativo): è in forma di duale o di
plurale. — Il tedesco ha einander, che, pur formato con ein (« uno ») e ander
(< altro »), è avverbio (= « reciprocamente »). — L’in- glese ha in each
other (letteralm.: « ciascun l’altro ») un costrutto unico, che va préceduto
dalla preposi- zione che noi, invece, inseriamo fra i due pronomi: «They are
speaking to each other », « Essi si parlano l’un l’altro », «parlano l’uno
all’altro » (letteralm.: « Essi parlano a Vun-l’altro »). (2) N. Tommaseo,
Dizionario della Lingua Italia- na, ediz. UTET, Torino, 1929, vol. VI, pag.
340. (3) È vero che si dice « tre zeri », ma tale voca- bolo è di uso assai più
frequente, ha aspetto fònico diverso, ed il plurale non ammette equivoci. — Il
fran- cese non apostrofa l’articolo le né fa la liaison fònica dinanzi a un
quando questo ha valore di numero e — 193 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
265. — Il « gioco dei pronomi», ossia la loro complessa funzione, ha molta
importanza ideologica, grammaticale e stilistica. Chi apprenda una lingua
straniera troverà gran giovamento osservando l’uso dei pronomi come rive-
latore dell’indole della lingua stessa. Così considerati, gli appariranno più
lim- pidi alcuni fenomeni, quali ad esempio, quello dello « stato costrutto »
dei nomi érabi cui en- cliticamente venga aggiunto il pronome suî- fisso (1).
Molti fenomeni linguistici appaiono strani se li consideriamo senza indagare il
processo ideologico che li determina, o se prendiamo come unico punto di vista
quello della nostra lingua nazionale. Le frequenti esplorazioni nelle lingue
este- re vicine e lontane servono, viceversa, a me- non di.articolo: dice l'un
et l’autre », ma «le un qui précède la virgule... »: pronunzia «c'est un fait!
» (« c’et-t-un fait »), «è un fatto », «è così»; ma dice senza liaison: ce un
est inal écrit, « questo uno è scrit- to male ». (1) L’arabo Kitéb diventa
kitàbuhu, «il libro d> lui », e Kitàbuka «il libro di lei », che han
significato determinato. Per « un libro di lui (o di lei) bisogna ricorrere ad
una perifrasi: « un libro [appartenente] a lui (o a lei). Con due punti di vista
di lingue diverse intendiamo il doppio fenomeno: le forme italiane en- clitiche
-gli e -le (diedegli= diede +. gli; chiesele = chiese + le) ci fan comprendere
come un suffisso pro- nominale possa esser aggiunto, in altra lingua, ad un
nome come noi lo aggiungiamo ad un verbo (kirabuhu = kitàb + u + hu; hu=«-gli»;
— kitàbuka= kitàb + u-+t-hà; hà = «-le »); ed il significato determinato ci
appare più chiaro, quando pensiamo che il france- se « son livre », l’ingiese «
his (o her) book », lo spa- gnolo « su libro » significano « il suo libro »
(determi- nato), e che anche in queste lingue è necessaria une perifrasi per
esprimere «un libro di lui (o di lei)»: «un livre à lui (à elle) », o « un de
ses livres »; « one of his books»; o un’inversione come neilo spagnolo «un
libro suyo ». — 194 — IDIOTISMI glio renderci conto delle peculiarità idiomati-
che del nostro idioma (1) la cui natura e la cui importanza ci sîuggono, poi
che non pre- stiamo ad esse maggior attenzione che alle altre locuzioni, comuni
a parecchie lingue: e rischiamo, così, di tradurre alla lettera o qua- si, in
lingue straniere ciò che, in queste non ha alcun significato. (1) In inglese,
idiom, « idioma », è correntemente usato nel significato di «idiotismo, modo di
dire » La lingua inglese è formata prevalentemente di « modi di dire ». Per
quelli tradizionali, e per riferimenti sto- rico-letterarî vi è il grosso (1440
pag.) Dictionary of Phrase and Fable, di E. C. Brewer, 105° migliaio, Lon- don,
Cassell, 1897; — moderno ed agile è il volumet- to di J. M. Dixon, English
Idioms, London, Nelson s. d.;: — abbondante di « idiomatic notes » il manuale
pratico di M. M. Mason, English as spoken and writ- ten to-day, London, Nutt,
1910. — 195 — Digitized by Google Parole - catena e parole X O (XI) 266. —
Alcuni pronomi hanno non soltanto la funzione di sostituire un nome, ma anche
quella di indicare chiaramente il rapporto che intercorre fra questo nome
sostituito e lo stesso nome contenuto in un’altra proposizione. Essi segnalano
dunque la ripetizione della mede- sima «idea sostantivale » in due proposizioni
diverse. Nelle due proposizioni « L'uomo che giun- ge è un amico », il soggetto
fisico della prima (« L'uomo è un amico ») è un certo uomo; e il soggetto della
seconda (« che giunge ») è an- che un certo uomo, rappresentato dal pronome
che, il quale però ha anche l’ufficio di indicare che si tratta del medesimo
uomo. Per espri- mere tale nesso non basterebbe dire « L'uomo è venuto; l'uomo
è un amico »: bisogna ag- giungere l'indicazione specifica di relazione
(identità) contenuta nel pronome relativo: « L'uomo è venuto; quell'uomo è un
amico ». 267. — Il pronome relativo più usato in italiano è il pronome che,
agilissimo, perché, invariato (in- declinabile), può riferirsi a persona,
animale o cosa, di qualunque genere e di qualunque numero, in fun- zione di
soggetto, di complemento oggetto, e, oggi più raramente, anche per i casi
obliqui (1). (1) Nel verso del Petrarca « Ed io son un di quei che ”l pianger
giova », (In vita di Mad. Laura, c. III, 5) il pronome che può esser inteso
come dativo, sebbene — 197 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 268. — Non v'è
altra parola italiana che sia usata con tanta frequenza, quanto la parola « che
» (1). Diciamo « la parola che », poi che tale mo- nosillabo può essere anche
congiunzione (ve- di $ 444) la quale è però pur essa derivata dal «pronome, sia
nella sua Tunzione connettiva tra proposizione e proposizione, sia in quella
con- sequenziale o comparativa, e persino quando, scritta con l’accento (ché)
equivale a perché, poi che (poiché; vedi $ 448). 269. — Il nome, espresso in
altra proposizione, ed al quale il che si riferisce, costituisce l’ante- il
Leopardi ed altri lo intendessero come accusativo, alla latina (« Quem iuvat
luctus »). — Il Boccaccio scrisse persino: « Che rusignuolo è questo, a che (=
al cui canto) ella vuol dormire? » (Decamer., g. VIII, n. 3). Nel detto
proverbiale « Paese che vai, usanza che trovi» il primo « che » equivale a «
nel quale ». (1) Nel 1° canto della Divina Commedia il mono- sillabo che
ricorre ben 55 volte in 45 terzine. Nell’ul- timo canto appare 59 volte in 48
terzine, con la mate- matica precisa proporzione: 55 145 1:59: 48 Il fenomeno è
tale da stupirci come altri consi- mili nell’opera del Poeta, il quale
certamente non contò i « che » man mano che li usava nei suoi versi. Né contò i
versi di ciascuna cantica: e pure 4.720 compongono la I cantica, 4.755 la
seconda; 4.758 la terza; e persino le parole (99.542 in tutto) son distri-
buite con eguale regolarità: 33.444 nell’Znferno, 33.379 nel Purgatorio; 33.719
nel Paradiso. Ed ancor più stu- pefacente è la constatazione che persino la
frequen- za del «che» secondo le diverse funzioni di prono- me, congiunzione
connettiva, congiunzione comparati- va o consequenziale e causativa (che=
perché, poi che) ha una proporzione rigorosamente costante nel- la 12 e
nell’ultima cantica, e quindi verisimilmente anche nell’altra. Infatti abbiamo:
Inferno, Canto I: 28+12+11t4=55 Paradiso, =» XXXIII: 29+13+14+3= 59 Dal che
possiamo inferire che il monosillabo che sia ripetuto circa 5.700 volte nelle
4.744 terzine della Divina Commedia. — 193 — ae ri. > META fr ei ra, e UR di
tr" Ai Tetide «6 a: saro LA PAROLA PIÙ FREQUENTE “- cedente, del quale il
«relativo » che è apppunto. il conseguente; ad es.: « Chi guarda pur con
l’occhio che non vede ». . sO (Purg., XV, 134) (occhio = antecedente; che =
conseguente). PASTE SII ZASE , CANI] gli (1) y, LA > RO IE f) J La 14
Cantica della Divina Commedia contiene 55 volte la parola «che »... Verisimilmente
questa è ripetuta 5.700 volte nelle 4.744 terzine del poema, Xilografia in
un’edizione veneziana (ed. Matheo de Codecha) del 1493. (8 268) ‘ 270. —
L’antecedente può anch’esso es- ser costituito da un pronome: | «Questo misero
modo ‘tengon l’anime triste di coloro che visser sanza infamia e sanza lodo ».
(Inf., III, 34-36). — 199 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 271. — La
proposizione « antecedente » può es- sere — e assai spesso lo è — spezzata
dalla « conse- guente », la quale viene così ad insinuarsi in essa co- me
«inciso »: « Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui... ». de
(Inf., V, 100-101). . « Amor prese costui» è la proposizione antecedente: «
ch'al cor gentil ratto s'apprende » è la conseguente. La proposizione «relativa
», cioè conte- nente il pronome «relativo », ha infatti fun- zione globale di
attribuito specifico nei riguar- di del sostantivo specificato. Il considerare
come attributive (ossia con il valore globale di « aggettivo ») le proposi-
zioni relative faciliterà la comprensione del loro comportamento sintatiico in
parecchie lin- gue siraniere (1). Parecchie iingue collocano la proposizio- ne
relativa in modo che essa sia evidentemen- te in funzione aggettivale rispetto
al ncme che essa qualifica (2). (1) Quando l’antecedente è indeterminato,
quella che per noi è una «proposizicne relativa » perde il pronome « che »
passando in arabo, ed i grammatici arabi la considerano un « qualificativo »
del nome. Co- sì « Vidi una donna che aveva con sé un bimbo » si traduce: «
Vidi una donna con lei un bimbo », (« ra’aya- tu ’mrahat(an) ma'aha tifl(un)
>»), in cui con-lei-un- bimbo è il qualificativo di una donna. — Qualcosa di
assai simile avviene nell’inglese corrente, appunto con la soppressione del
pronome relativo quando sia .in accusativo o in caso obliquo: « Ha visto il
bimbo che la donna portava» si traduce infatti: « Ha visto il bimbo la donna
portava» (« He saw the child the woman was carrying »), in cui /a-donna-portava
può utilmente esser considerato « qualificativo » di « bim- bo ». Ed infatti
noi possiamo trasformare le due pro- posizioni in una sola, con un procedimento
che ci chiarisce il fenomeno: « Vide il bimbo portato dalla donna ». I (2) Due
lingue lontanissime, quali l’amarico ed il giapponese traducono infatti in modo
del tutto paral- lelo l’espressione italiana «l’uomo che venne ieri»: — 200 —
IL SINTETICO PRONOME «CHE » 272. — Il sintetico pronome che può esser sem- pre
sostituito dalle formule equivalenti il quale, la quale, i quali, le quali. i ‘
Queste, accordandosi chiaramente, per ge- nere e numero, con il nome o pronome
che ne sono l’antecedente, servono ad elimi- nare la eventuale possibilità di
equivoco, quan. do cioè l’uso del che potrebbe generarlo. Dante, dopo aver
parlato « dell’alma Roma e di suo impero » (antecedenti), aggiunge la
proposizione relativa: «la quale e ’I quale, a voler dir lo vero, Îùr stabiliti
per lo loco santo u’ siede il successor del maggior Piero ». (Inf., II, 22-24).
chiarificando nettamente in tal modo un rap- porto che il semplice « che » non
avrebbe po- tuto esprimere: /a quale si riferisce a Roma e il quale all'impero.
273. —— Il pronome che (1) ha conservato traccia di declinazione: dal dativo
latino (cui) e conglobando in esso anche le funzioni del genitivo (cuius)
nonché quelle dei plurali, si è formato il pronome italiano cuì, che vale per
tutti i casi tranne il nominatvo: « Molti son gli animali a cvi s'ammoglia »
(Inf., I, 100). « Parea ciascuna rubinetto in cui raggio di sole paresse sì
acceso... » Parad., XIX, 4-5) in entrambe le lingue essa diventa «i/
che-venne-ieri uomo » (amarico: «tfeulante yamaettàu saeaù »: in giapponese: «
kinò kita hito». — Etnicamente, geo- graficamente e per struttura lontanissimo
da entram- be le lingue è il basco, che pur ricorre ad espediente analogo, poi
che manca di pronomi relativi: tale rap- porto viene espresso con la lettera n
posposta al ver- bo, e la nostra proposizione relativa diventa un at- tributo
dell’« antecedente »: eldu diran gizonak, « gli uomini che son giunti »,
letteralmente: «i giunger-che- sono uomini ». 0 (1) Il nostro che deriva
dall’accusativo maschile latino quem. — 201 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
‘ossia ciascun’anima sembrava un piccolo rubino (1), nel quale brillasse vivido
un raggio di sole. 274. — Poi che il pronome cui può significare tanto «il
quale » quanto «al quale », nel caso dativo lo si può usare con o senza la
preposizione «a »: si può dire egualmente « la persona a cui faceva cenni » o «
la persona cui faceva cenni ». Questa seconda for- ma è migliore. Nel genitivo,
invece, la preposizione « di » è obbligatoria, tranne però quando l’espressio-
ne genitiva venga a trovarsi fra l’articolo ed il nome: Beatrice dice a
Virgilio: - «O anima cortese mantovana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e
durerà quanto ’| mondo lontana » (Inf., II, 58-60) poi che l’articolo segue
l’espressione « di cui ». Non avrebbe potuto dirgli « /a di cui fama »:
séltanto «la cui fama » era ed è la forma corretta. Ciò è dovuto alla
permanenza, nel prono- me cui, anche del valore che aveva l’aggetti- VO latino
cuius, cuia, cuium (2). ‘ok k 275. — Gravissimo torto è fatto dalla gramma-
tica tradizionale al pronome chi, classificandolo con gli altri « relativi »,
misconoscendo così le sue parti- (1) Il nome francese robinet, dato alla
chiavetta terminale di un tubo, appare solo nel XV secolo: fu preso da Robin,
soprannome fiabesco e familiare del montone, poi che i « rubinetti »
raffiguravano spesso una testa di tale animale. Soltanto in tempi recenti il
vocabolo è passato in italiano, ed è ancora ripreso «come « gallicismo » dai
puristi. Si trasformò in rubi- netto per influenza del rubino, il cui nome è
dovuto al basso latino rubinus, lat. classico rubeus, « FOSSO >. (2) Lo
spagnolo dice: « E! padre à cuyos nifios he visto », « Il padre i cui figlioli
ho veduto » (lat.: « Pa- ter cuius pueros vidi »). — Il francese direbbe: « Le
père dont j'ai vu les enfants », usando un relativo di tutt'altra origine, poi
che. dont si è formato da de . unde, come il nostro donde, il quale ha conservato
il valore di provenienza da luogo (e PERCIO anche conse- guenza da premesse). —
202 — IL PRONOME BIVALENTE colari proprietà e funzioni, che nettamente lo
diver- sificano dagli altri. Nel latino qui (1) e nell'italiano chi è
condensato al massimo il valore « relativo ». I « suoni di relazione », ossia
quelle paro- le o parti di esse che non esprimono idee spe- cifiche ma i
rapporti ira esse (pronomi, arti- coli, preposizioni, congiunzioni, prefissi,
suî- fissi) hanno ciascuno una propria struttura intima, che è interessante
studiare, poi che essa presenta delle « linee di fcrza e di resi- stenza »
proprio come un corpo materiale (2). Pur se non possiamo ancora — poi che è un
vasto còmpito a venire — riconoscere e trac- ciare queste linee con un
procedimento ana- logo all’esame fotcelastico della più moderna Scienza delle
Costruzioni (3), dobbiamo per lo meno intuire tale mirabile insieme di linee di
forza, e sentirle, sì che più evidenti ci ap- paiano le « proprietà » tipiche
di tali « gruppi di suoni », e ci sia più agevole servircene in armonia con la
loro naturale funzione. Un aviatore non può esser buon pilota se egli non
conosca la struttura ed il funzionamento del velivolo, e non ne senia il
meccanismo in azione. I pronomi che, cui, il quale, ecc. necessitano di un
«antecedente »: essi si limitano ad indicare una (1) Dalla stessa radice
(sanscr. Kos, ka, Kod: lat. qui[s], quae, quod {[quid]) si son formati anche
qualis, quantum; e dall’analogo hwa gotico il sassone AWA, donde l’inglese who,
what, which, where, when etc. (2) « Les signes dont la langue est composée ne
sont pas des abstractions mais des objets réels ». F. de Saussure, Cours de
linguistique générale, Paris, Payot, 1931, pag. 144. (3) Due valorosi tecnici,
il prof. Danusso e l'ing. Oberti, banno compiuto nel laboratorio di Meccanica
del Politecnico di Milano studî e ricerche di fotoela- sticità, che non sono
affatto inferiori a quelli dello U. S. Bureau of Standards di Washington o del
Na- tional Physical Laboratory di Teddington (Inghilterra). Da GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA relazione con tale irecsnenie: ma appartengono in- teramente
alla proposizione relativa. Il pronome « chi », invece, non necessita di
antecedente, poi che lo contiene: è un pronome bi-valente, il quale equi- vale
a due pronomi, uno dei quali appartiene alla proposizione antecedente, e
l’altro alla relativa. « Chi m'ama, mi segua » è formato da due proposizioni,
poi che vi sono due verbi: il pro- nome « Chi » è soggetto di entrambi:
equivale infatti a « colui che mi ama mi segua », poten- dosi cioè scindere nei
due soggetti. E possibile anche l’operazione inversa, 0s- sia fondere « colui
che » in « Chi »: «Qual è colui che sommniando vede » (Parad., XXXIII, 58) può
esser ridolto in « Qual è chi vede so- gnando ». 276. — Il pronome chi,
indeclinabile, si usa uni- camente per le persone, e vale soltanto per il
singo- lare (1): può avere perciò come equivalenti « colui il , quale », «
colei la quale ». * * * 277. — È interessante constatare che, in tutte le
lingue europee (2) e nella gran maggioranza delle al- tre, i pronomi relativi
coincidono con gli interro- gativi: la tipica intonazione (3) sembra trasfor-
marne interamente il valore e la funzione. (1) Queste esclusioni non valgono
per tutte le lin- gue; in ungherese, ad esempio, si usa aki (che ha il plurale
akik) per le. persone: aki szeret, kbvet, « chi mi ama, mi segue »; e ami
(plur. amik) per le cose in- definite: amire vàrtam, megérkezett, « ciò che
atten- devo è avvenuto »; — amely (plur. amelyek) s’usa per cose definite. — In
arabo, man, « chi, colui che», e mà, «ciò che» possono rappresentare, pur
restando aio anche un caso obliquo: « Allah[u] Khalig{u] mà fî ’l-’alam[i] », «
Allah è il creatore di ciò che è nell'universo ». o (2) Tranne il basco, che
non ha pronomi rela- tivi. (3) L’intonazione interrogativa non è però ugual-
mente modulata in tutte le lingue. Si può anzi affer- — 204 — LE « INCOGNITE »
In realtà si tratta proprio dei medesimi pronomi, e la funzione è analoga.
L’interroga- ‘a il “un povero | 4 mantello ?_2 sm i ra un inconi chi \é Senza,
n, ) mantello <, N NS Î\ / v )) gpr-a SE DE” —>—-=55 il VAT I pronomi
interrogativì sono, nel discorso, i simboli algebrici delle incognite’ (8 277)
mare che essa varia, in misura minore o maggiore, in tutte le lingue, e persino
in molti dialetti. Il tono interrogativo napoletano e siciliano differiscono
non poco da quello romano, veneto o genovese. — 205 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA zione contiene infatti implicitamente una re- lazione con la risposta
attesa, altrimenti sa- rebbe inutile rivolgerla. La risposta costitui- sce l’«
antecedente virtuale » del pronome in- terrogativo. « Colui che giunge è un
amico » è un’aî- fermazione; « Chi è colui che giunge? » è una interrogativa
equivalente a « Colui che giun- ge è chi? », ossia « Colui che giunge è X », in
cui X è l’incognita (1). I pronomi interrogativi corrispondono infatti a quel
che le incognite (x, y, z) sono nella no- tazione algebrica. (1) In alcune
lingue la struttura della proposi- zione interrogativa (pronominale o non) non
differi- sce dalla positiva: la positiva « Quell’uomo è un ami- co » (cinese: «
na4-ko sgén? scîh4 p'éng?-yu»; giappo- nese: « Ano hito wa hòyi desu ») diventa
interroga- tiva con la semplice aggiunta di mo in cinese e ka in giapponese; e
la domanda « Chi è quell’uomo?» si! traduce sostituendo «chi?» ad «amico »,
senza Va- riare l’ordine delle parole: « Na4-ko sgén? scîh4 sciùl? » (senza
neppure il tono interrogativo). e « Ano hito We dare desu» (con una intonazione
assai diversa dalla nostra interrogativa). — 206 — Il pronome - specchio e il
Sig. N. N. (XIV) 278. — Del tutto a parte va considerato il pro- nome
riflessivo, poi che esso « fa le veci» di un nome, ma vi aggiunge l’idea di «
rapporto con se stesso ». Questo rapporto, evidentemente, differisce da
qualsiasi altro. Nella proposizione « Giorgio si lava », os- sia « Giorgio lava
sé » si può ancora scorge- re un’analogia con « Giorgio lava un altro », e si
può sostituire il pronome sé (sì) con il nome che questo sostituisce: « Giorgio
lava Giorgio ». L'espressione non è economica né elegante, ma il significato è
comprensibile. Evidentemente, però, allorché diciamo « Gior- gio si sveglia »,
l’azione espressa è ben diver- sa da quella che Giorgio compie per destare
un’altra persona: sarebbe perciò assurdo ri- solverla sostituendo « Giorgio »
al pronome: « Giorgio sveglia Giorgio », Le lingue sono ricorse (1) ad
espedienti varî per esprimere questo singolare rapporto. In geroglifico, il
gruppo simbolico che lo indica significa « corpo » (h°); l’ideografia ci- nese
adottò il segno che indica anch'esso il « Corpo » (ÎsZ') e che anticamente
raffigurava il naso, sintesi dell'intera persona (2), oppure (1) Vedi 8 32. (2)
Nell’embriologia cinese il naso è il punto di partenza dello sviluppo fetale.
Cfr. G. D. Wilder & G. H. Ingram, Analysis of Chinese Characters, Pei-
ping, College of Chinese Studies, 1934, pag. 40, n. 104. 200 | GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA . una linea curvata in modo da simboleggiare le volute
dell’aria espirata (chi*) (1). L’amari- co, come altre lingue semitiche e
cuscitiche, ie — | Muta bnuxKHero Kax camoro cea CA) i HMUero cede » TaK cede
‘‘così così” (BENE) Un campionario di « riflessivi »: A) « Ama il prossimo come
te stesso » (russo) — 2) il tipico riflessivo sjebjà (russo) — C) il gruppo
geroglifico per « corpo » — D) ideogrammi cinesi della personalità: (a) forma
antica. — E) «Egli andò da sé » (amarico) (8 278) (1) Ossia « il potere emesso
da una persona, la sua | azione », ibid., pag. 68, n. 101. — 208 — IL RAPPORTO
CON SE STESSO non è riuscito a formare, un pronome riîlessi- | vo, ed usa
perciò il pronome personale seguì- to da « testa », « mano », « bocca » €
l’agget- tivo possessivo (1). Il più eîficace dei pronomi riflessivi è il russo
s/ebjà, il quale vale per tutte le perso- ne (2). 279. — L'esame delle varie
forme adottate è in- teressante ed utile per intendere — più intuitivamente che
per precisa analisi — la natura di questo parti- colare « rapporto con se
stesso », il quale può essere più o meno «intenso », in quanto l’azione
espressa dal verbo è connessa più o meno intimamente con la personalità e
l’attività psicologica del soggetto. Esiste in fatti una « gradazione » nelle
di- verse azioni riflessive espresse nelle propo- sizioni seguenti: « Tizio si
veste », « Tizio si peltina », « Ti. zio si nutre », ossia compie queste azioni
in modo analogo a quello con cui vestirebbe, pet- tinerebbe, nutrirebbe un
‘altra persona; « Tizio si reca a...», « Tizio si accovaccia » ossia compie
azioni che sono anche musco- larmente diverse da quelle che dovrebbe com- piere
per recare altri in qualche luogo, o per farlo accovacciare; ‘ «Tizio si
imbatte », ossia compie un’azio- (1) « Egli andò da sé» si traduce in amarico:
« Essu rasùn hiedù », cioè « Egli la sua testa (ras= « capo ») andò ». (2) «
Ama il prossimo come te stesso » si tradu- ce in russo « Ljubì blishnevo kak
samavò sijebjà »: letteralmente: « come sé stesso », ma quel sé è rife- rito
alla seconda persona. — Il valore di tale prono- me riflessivo è sensibile, più
che spiegabile, nelle due tipiche espressioni correnti nicevò sjebje »
(letteralm.: « niente a sé stesso »} e tdk sjebije (« così a sé stesso ») che
significano entrambe « così così »; la prima però vale « piuttosto bene che
male » e la seconda « piutto- sto male che bene ». — 209 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA ne che, in italiano, non può essere espressa se non in forma
riflessiva (1); « Tizio si sveglia», « Tizio si ricorda», « Tizio si adira »,
ossia passa in stati d’animo e di intelletto che non possono essere che per-o
sonalissimi. 280. — Il pronome riflessivo italiano ha due forme: sé e si. La
prima è più forte, nell’accento e nell’espres- sione. Per tale accento tonale,
e per distinguersi dal monosillabo omofono se, che è congiunzione ipoteti- ca,
il sé riflessivo reca anche graficamente l’accento (acuto, poi che il suono è
chiuso). È invalso l'uso di omettere tale i al- lorché il sé sia seguito da «
stesso » 0 « me- desimo ». Non è esalto affermare Da tale omissione sia del
tutto ingiustificata (2). L’ap- (1) Si pensi però sempre se vi siano anche
altre espressioni equivalenti, in forma non riflessiva, pri- ma di tradurre in
lingua straniera. Ii nostro incon- trarsi con equivale infatti a « incontrare
»: e in ingle- se sarà to meet, e, per incontri fortuiti, ‘o meet with, to come
across. Anche qui è importante il feeling del vocabolo (vedi 8 52 e 108). (2)
«Non c’è ragione di creare questa doppia ortografia ». Morandi &
Cappuccini, op. cit., pag. 117, 8 379. — Ma è anche inesatto affermare che «in
que- sto congiungimento con stesso o medesimo l'accento è inutile perché non si
può confondere con se, parti- cella condizionale ». (A. Panzini, Guida alla
gramina- tîca italiana, Firenze, Bemporad, 1933, pag. 31). L’ac- cento grafico
sui monosillabi che lo hanno rimane obbligatorio anche quando non vi sia
possibilità di equivoci: (es.: « Di qua, di là, di giù, di su li mena». Inf.,
V, 43; — « del bel paese là dove ’l sì sona» "= Inf., XXXIII, 80).
L’accento gràfico si conserva poi che rimane il rilievo tonale. —
Contravvengono a questa istintiva norma grafico-musicale della lingua nostra
gli innovatori che hanno voluto rimpiazzare con un accento l’% nelle due voci
verbali ha e hanno (à, ànno), che, infatti, non hanno un rilievo nell’into-
nazione. La tradizione aveva istintivamente conser- vato l’A: l'accento è una
«stonatura », è uno stimolo ad una «stecca ». E son riconoscibili,
nell’artificiosa — 210 — inizino ‘n —— L’AGENTE INDETERMINATO parente anomalia
corrisponde invece al fatto ionico, poi che in tale posizione il sé perde il
suo accento tonale, appoggiandosi procliti- camente sul vocabolo seguente («
stesso », « medesimo »): l'accento va però conservato anche graficamente quando
l'intonazione po- ne fonicamente in rilievo tale monosillabo, per ragioni
metriche o per intensità di espressio- ne: nella palude infernale del V cerchio
il dannato Filippo Argenti compie un’iraconda « azione riflessiva », e
l'accento del verso cor- risponde a quello gràfico: « e °] fiorentino spirito
bizzarro in sé medesmo si volgea co’ denti »; (Inf., VIII, 62-63). 281. — La
forma atona si, enclitica o procli- tica, si usa specialmente ad immediato
contatto con il verbo: se enclitica, si aggiunge ad esso formando una sola
parola, e raddoppia l’iniziale se segue una voca- le « percossa » fonicamente
«tronca» (8 170): « Asperges me » sì dolcemente udissi». (Purg., XXXI, 98) Con
il si riflessivo si esprime anche un soggetto generico dell’azione verbale: «
Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole... » (Inf., XII, 95-96 e V,
23-24) 282. — Per tale indeterminatezza dell’agente, il si può dare al verbo il
valore passivo. « Egli si lava così» è riflessivo, ma « Questa stoffa si lava
così» equivale a « Questa stoffa è lavata (o « viene lavata 2), così »,
implicando anche, spesso, un’idea di necessità, opportunità o consuetudine »
(1): es.: «Si comincia grafìa le forme composte, quali hassi, hallo, hollo? Si
dovrà dunque scrivere dssi, dllo, òllo? Sono voci in disuso, ma possono
adoperarsi a scopi faceti o iro- nici. Hanvi cogitato (anzi, «ànvi cogitato »)
gli in- novatori? 7, (1) La stessa idea è spesso connessa con il pro- nome
indeterminato francese on: « Comme on fait son x — 211 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA così, e non si sa dove si va a finire »; « Come si dice in
latino...? »; Per andare alla stazione si volta a si- nistra ». * * %* 283. —
Fuori serie, poi che non è un pro- nome ma un sostantivo, va considerato un cu-
rioso vocabolo italiano, il quale ha una certa affinità con i pronomi, in
quanto fa le veci di un altro nome, anzi di qualsiasi nome che non venga
prontamente alla memoria o che si ignori. È il nome coso, da evitare per quanto
possibile, ma talora indispensabile: «Che è quel coso? ». Lo strano vocabolo è
stato formato stra- namente, ossia mascolinizzando il nome cosa, poi che si
tratta infatti di una cosa, ma non definibile (1). 284. — E, finalmente,
possiamo chiudere il reparto pronominale con quelli che potreb- bero a buon
diritto chiamarsi pronomi propri, poi che fanno le ‘veci di autentici nomi proprî:
i nomi Tizio, Caio e Sempronio, venuti in italiano dalla giurisprudenza latina,
lit on se couche» (=<« Ciascuno è artefice del pro- prio destino »). Deriva
da homme e l’etimologia spie- ga anche la persistenza dell’articolo in alcuni
casi (l’on= l'homme). Analoga etimologia ha il pronome indeterminato tedesco
man (da Mann, « uomo »): «Wie man sich bettet so schlift man» (proverbio
corrispondente a quello francese). — « Ci si abitua a tutto » diventa « On se
fait à tout» in francese e « Man gewòhnt sich an Alles» in tedesco. L’inglese
usa il generico « one », « uno »: « One gets accustomed to everything ». (1)
Con procedimento analogo, il francese ha for- mato il suo coso mascolinizzando
in machin il sostan- tivo femminile machine; gli Inglesi usano un come-si-
chiama: what-s-his-name o how-do-you-call-it; gli Ame- ricani preferiscono il
whatyoumaycallit, e, nel lin- guaggio molto familiare, persino whazzit,
abbrevia- zione di what-is-it. ; — 212, | «PRONOMI PROPRI» E NOME UNIVERSALE
FULANO |puian zl also Tizio, Caio e Sempronio possono esser chiamati « pro-
nomi proprî ». Il nome coso è, tra i sostantivi, ciò che il joker e la matta
sono nelle carte da gioco e nei ta- rocchi: vale qualunque altro nome... (8
284) — 213 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA equivalgono ai simboli algebrici
delle quanti» tà indeterminate: rn, n... (1). : Analegamenle usiamo «il Tal de’
Tali», « il sig. N. N. ». (1) Nello stile forense inglese l’ipotetico attore è
chiamato John Doe; lo spagnolo ha per « pronomi proprî » Fulano (dall’arabo
fulan « un certo »), Zutano (da citano, per il lat. scitus, «noto »), e Mengano
(dall’arabo man kana, «chicchessia »; il portoghese usa Fulano, Beltrano e
Sicrano. — 214 — Le voci determinanti (XV) 235. — L'idea espressa da un nome
può essere modificata, specificata, completata con parole che ne limitino la «
quantità », determinandola con maggior o minor precisione, oppure che ne
indichino una « pro- prietà » o « qualità ». La parte del discorso che ha tale
funzione modi- ficatrice del sostantivo è l'aggettivo. 286. — Gli aggettivi si
dividono in due grandi categorie: quelli che modificano il nome esprimendo —
sia numericamente che con altra determinazione — la « quantità » della cosa
espressa, e sono gli aggettivi determinativi; quelli che modificano il nome
esprimendo una « qualità » o « proprietà » della cosa espressa, c sono gli
aggettivi qualificativi, che più efficacemen- te potrebbero chiamarsi
descrittivi. 287. — I primi (« determinativi ») hanno buon diritto ad una
precedenza che la gram- matica tradizionale nega loro (1), mentre tale
precedenza esiste nella realtà obiettiva del (1) Cfr. qualsiasi grammatica
tradizionale. Una di queste, dopo aver enunciato che l’aggettivo « chia- masi
qualificativo nel primo caso, indicativo nel se- condo », consacrando così la
tradizionale illegittima precedenza del qualificativo, cita esempî manzoniani,
nei quali « un indicativo ne determina un altro o dice la quantità del
qualificativo » (perciò logicamente pre- cedendolo). — Trabalza e Allodoli, La
Grammatica degli Italiani, Firenze, Le Monnier, 1934, pag. 94. — 215 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA pensiero e del linguaggio. Infatti, prima di
sapere come sia una cosa (qualificandola), dobbiamo conoscere di che cosa si
tratti (de- terminandola tra più dello stesso nome). Nel pensiero e
nell'espressione, gli agget- tivi determinativi precedono quelli descrittivi:
altrio--_—T___ curiosi e lepidi — + Nel pensiero e nell’espressione gli
aggettivi determi- nativi hanno la precedenza sui qualificativi (*). . (8. 287)
— (*) La xilografia è riprodotta dal Terentius, ediz. Joh. Griininger,
Stasburgo, 1496. “ — 216 — UNA LEGITTIMA PRECEDENZA es.: « Quei suoi due altri
curiosi e lepidi per- sonaggi ». (1). 288. — Molti aggettivi determinativi
coincidono, per forma e per significato, con i pronomi: si distin- guono da
questi perché sono accompagnati dal nome: allorché diciamo: « Alcuni libri sono
interessanti ed alcuni no », usiamo due volte il vocabolo « alcuni », la prima
come aggettivo determinativo (perché ac- compagnato dal nome) e.la seconda come
pronome (comprendente cioè anche l’idea del nome). 289. — Da notare l’aferesi
del latino ista nell'italiano « sta- » che appare nei composti stasera,
stamane, stanotte (2). Non si com- prende perché i puristi debbano criticare il
comunissimo e fluido sfavolia. “Dallo stesso aggettivo pronominale iste, ista,
istud si è formato lV’articolo sardo su (— « il, lo »), sd (= « la ») (3). 290.
— Il più usitato aggettivo determina- tivo è l'articolo il, nelle sue varie
forme, tutte derivate dal latino ille, illa, illud. n (1) Poi che si tratta di
precedenza logica, essa è rispettata da tutte le lingue con la coerente prece-
denza nell’espressione: « ces jolies fleurs », « quelques vieux livres »; «
these beautiful flowers », « some old books »; così fin nel lontano Estremo
Est: cinese: cé4- ko haoi-k'an4s-ti hua! », « hsieh!-pén chìu4-ti sciù? »;
giappon.: « kono kirei-na hana », « ikura-ka-no furui hon ». Eppure «il
pensiero orientale si svolge più ampiamente nel campo intuitivo che in quello
logico » (P. S. Rivetta, Nihongo no tebiki, cit., pag. 77), e «si, comme
l'Europe le pense, la philosophie est en son fond une théorie de la
connaissance, on pourrait dire que notre philosophie est absolument étrangère à
V’es- prit japonais ». G. Bonneau, Bibliographie de la lit- térature japonaise
contemporaine, Tòkyò, Mitsukoshi, 1938, pag. XXXIV. (2) Non più in uso è la
forma « esto, esta »: « Tutta esta gente che piangendo canta », (Purg., XXIII,
64). . (3) O forse dal latino ipse, ipsa, ipsum. — Dal la- tino volgare
ecce-iste è venuto il francese ce, cet (femm. ceste dell’XI sec.). — Cfr. G.
Rydberg, Zur Geschichte der franzòsischen —, 1896, II, pag. 274. — 217 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 291. — Determinativi sono anche gli aggettivi
possessivi; quando non sono accompagnati dal nome cui si riferiscono ne fanno
anche le veci, dive- «nendo così pronomi possessivi. Essi sono variabili e si
accordano in gene- re e numero con il nome cui si riferiscono: però altrui
serve, invariato, per entrambi i ge- neri ed entrambi i numeri: « fo pane
altrui », « l'altrui sposa », «î diritti altrui ». Si potrebbe ‘considerare
altrui come un persistente genitivo di altri (1); ma in tal caso si dovrebbe
considerare genitivo anche /o0- ro (2), ch'è pur esso invariato per i due gene-
ri e per i due numeri: «/a loro vanità », «i Jatti loro ». 292. — I pronomi
possessivi possono esser con- siderati aggettivi possessivi sostantivati, o,
viceversa, gli aggettivi possessivi possono considerarsi pronomi ‘che hanno assunto
la funzione aggettiva. Spesso ciò che appare « derivazione » non è che
formazione parallela. In parecchie lin- gue i pronomi possessivi differiscono
formal- mente dai corrispondenti aggettivi possessivi. È perciò assai
importante distinguere ideolo- gicamente le due categorie, affinché la coinci-
«denza formale del vocabolo italiano non indu- ca a facile errore nelle lingue
estere. 293. — È anche importante distinguere il genere e numero della cosa
posseduta dal ge- nere e numero del possessore. Così, ad esem- pio, mentre
l’italiano Îa concordare l'aggettivo con il nome cui si riferisce (cosa
posseduta), l'inglese, -avendo tutti gli aggettivi invariabi- li (3) (e quindi
anche i possessivi), usa agget- (1) Dal lat. alterius, genit. di alter, come
lui da illins, genit. di ille. — Cfr.C. H. Grandgent, /ntrodu- zione allo
studio del latino volgare, trad. ital., Milano, Hoepli, 1914, pag. 214, 8 395.
(2) Da illorum, genit. plur. di ille (vedi $ 240). (3) Gli aggettivi inglesi
restano invariati persi- no quando sono sostantivati: « The old suffer more
from the cold than the young », «I vecchi (senza suf- — 218 — CONCORDANZE tivi
possessivi diversi a seconda che il pos- sessore sia maschile, femminile o
neutro; noi diciamo « sua moglie » e « suo marito », per- ché moglie è
femminile e marito è maschile: l'inglese dice « his wife » e «her husband »,
tenendo conto del genere del coniuge (« mo- lie di lui », « marito di lei »):
ed il possessivo 11s allude ad un possessore neutro. Alcune lingue tengon conto
di entrambe le distinzio- ni, ossia nei riguardi del possessore e della cosa
posseduta (1). 294. — La concordanza degli aggettivi con il so- santivo cui si
riferiscono si ispira ad un criterio mu- sicale e ideologico insieme (2). fisso
del plurale) soffrono il freddo più che i giovani (id.) ». Le rare eccezioni,
come the Ancients, « gli an- tichi », the goods, «ie merci» (letteralm. «i
buoni » per «i beni») son dovute probabilmente a formazio- ni dirette; — Cfr.
G. Brackenbury, Studies in English Idiom, London, Macmillan, 1925, pag. 133.
(1) Il francese «ses enfants» può avere quattro significati diversi, ossia «i
figli» o «le figlie» di lui o di lei: dicendo, in olandese, « zijne pantoffels
», si capisce invece immediatamente che non può trattarsi che delle pantofole
di lui (zijn è possessivo per pos- sessore maschio; laar se invece chi possiede
è una donna). Lo stesso avviene in tedesco, nelle lingue scandinave, ecc. (2)
Per quei popoli che non hanno tale concor- ‘danza nella loro lingua, è grave
difficoltà uniformarsi a tale criterio allorché parlano una lingua straniera,
appunto perché essa richiede connessioni mentali al- le quali non sono
allenati. Viceversa a noi è difficile, parlando una lingua ideologicamente
lontana dalla nostra, abituarci ad escludere dalle nostre frasi voca- boli che
possono essere adoperati soltanto dall’uno o dall’altro sesso. Persino per
esprimere l’avversativo «ma» o «però» una donna giapponese non userà shikashi o
shikashîì nagara, poi che tali forme sono riservate ai soli uomini: ella dovrà
usare ga :o kere- domo, leciti ad entrambi i sessi. Un uomo giapponese potrà
dire « Kodomo ga aru shikashi musume ga ari- masen », « ho prole, ma non ho
figlie femmine » (let- teralm.: « ragazzi (senza distinzione di sesso) vi sono,
però ragazze (musume, pronunzia musmé, vedi 8 193, nota) non ve ne sono »): la
stessa frase, in bocca ad una donna stonerebbe, a causa del « però » maschile —
219 — SRI DTT ONE Liv bo t'trerenosisi.] Mi EA GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
* * * 295. — Dopo questi aggettivi determinativi, per- ché collocati dopo di
essi nell’ordine mentale e nel- l’espressione linguistica, vengono i
determinativi arit- metici ossia i numerali, i quali indicano la quan- tità
della cosa espressa. 296. — Sono aggettivi numerali cardinali quelli che
indicano il numero puro e semplice, ossia di quante unità simili fra loro si
compone la cosa espressa dal nome: es.: «il gioco dei quattro canto- ni», «i
Cento giorni», «millecinquecentottantotto lire ». « Nella profonda e chiara
sussistenza dell'alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza
». (Parad., XXXIII, 115-117) 297. — Gli aggettivi numerali cardinali so- no
invariabili, tranne l’uno. In latino erano declinabili, oltre unus, una, unum,
anche duo, duae, duo e tres, ires, tria nelle unità semplici; le centinaia
(ducenti, du- centae, ducenta, ecc... nongenti, nongentae, nongenta, «900 »)
(1). Nelle lingue neolatine vigono regole varie, alle quali si deve fare
attenzione (2). (shikashi), quanto se ella dicesse « jo Sono dale di soli maschi
». (1) Il latino mille non è un aggettivo ma un sostantivo cardinale, ed ha
come plurale millia; indeclinabile al singolare (mille equites, cum mille
equitibus), si declina al plurale (duo milia equitum, ossia « due migliaia di
cavalieri »; cum duobus mili- bus equitum, «con 2.000 cavalieri »). (2) In
francese ad esempio, vingt e cent assumono - forma di plurale nei multipli,
purché non siano segui- ti da altri numeri: quatre-vingts soldats, « 80
soldati», ma quatre-vingt-dix soldats, « 90 soldati »; « deux cents francs, ma
deux cent cinquante-huit francs ». — Lo spagnolo dice cuatrocientos hombres, «
400 uomini » e quinientas mujeres, « 500 donne », e parimenti il por- ‘toghese:
quatrocentos homens, quinhentas mulheres. — Variabili in rumeno sono un e doi,
ed hanno forme di plurale nei composti le centinaia (o suta= 100; — 220 —
MENTALITÀ ARITMETICA È anche interessante osservare e compren- dere il « regime
» richiesto dai numerali nelle varie lingue, talora con costrutti che sembra-
no molto strani, ma che hanno la loro radice nella « mentalità
linguistico-aritmetica », tra- smessa atavicamente e persistente pur attra-
verso i mutamenti lessicali (1). patru sute= 400) e le migliaia (o mie= 1000;
cinci mii = 5000). (1) Un intero volume potrebbe scriversi sulia lin- .
guistica aritmetica: l’idea numerica ha le più varie influenze sintattiche:
l'arabo ha regole diverse riguar- danti il genere il numero e il caso del
sostantivo, a seconda che esso sia determinato da numeri diversi: . i numeri
dal 3 al 10 richiedono il plurale del nome, quelli dall’11 al 99 esigono
l’accusativo singolare; cen- to, mille e miliardo vogliono il caso obliquo
singolare; con il milione si può usare-il singolare o il plurale. — In russo i
numeri sino al 4 incluso richiedono il ge- nitivo singolare, persino se sono
terminali di numeri anche grossissimi: il genitivo plurale si usa invece per
tutti i numeri dal S in su: e vi son regole speciali a seconda che si tratti di
esseri animati o cose inani- mate. — In parecchie lingue d’Asia, il numerale
espri- me l’idea numerica astratta, la quale non può quindi normalmente
collegarsi con un nome che non abbia carattere metrico: si deve perciò
ricorrere all’interpo- sizione di « numerali ausiliari » che servano di colle-
gamento ideologico: questo criterio ha influenzato an- ‘ che la sintassi :del
pidgin-English, ossia del bizzarro linguaggio confezionato nell’Estremo Est
costiero con materiale linguistico prevalentemente inglese misto a voci cinesi,
il tutto deformato e servito con sintassi cinese: così « You catchee one piecee
wifey? » signi- fica « Siete voi sposato? » (letteralmente: « Voi preso ‘un
pezzo moglie? »). Una canzonetta che nel 1938 era popolare a Scianghai — e
forse lo è ancora — dice, fra l’altro: « Only some piecee word you have, One
piecee word in ole Chinee You talkee-talkee «um to me ». « Soltanto poche
parole tu conosci ma una (let- teralm. « un pezzo ») in Cinese, — dimmela,
dimme- la! ». — Nella lingua cimci della Colombia Britannica, il nome stesso
dei numeri varia a seconda della na- tura e forma degli oggetti numerati: così
il numero 8 è guandalt, ma per le persone si usa yuktleadal, per i canotti
yuktaltk, per gli oggetti lunghi ek tlaedskan; il numero 10 diventa anch' esso
rispettivamente gy'ap, kpal, gy'apsk, kpéetskan... — 221 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA 298. — L’aggettivo determinativo numerale uno, femmin. una,
assumendo valore indeterminato, ha for- mato l’articolo indeterminato, il quale
è pur sempre un «aggettivo determinativo ». Nella sua funzione di articolo si è
semplificato in un, rimanen- do nella forma intera sol dinanzi a gruppo
consonan- tico di pronunzia complicata {(«s impura », Cioè se- guita da
consonante, z, gn, ps, x): esempî: un uomo, un animale, un oggetto, uno
straniero, uno zero, uno gnomo, uno psicologo (anche un psicologo), uno xilo-
fonista. Dinanzi alla semivocale ] si può usare la forma intera o quella
monosillabica: uno jo- duro o un jeduro. La prima è preferibile, per chiarezza
iònica e per eufemìa. 299. — Che. si tratti di vero aggettivo, anche in tale
funzione di « articolo » è provato dal fatto che esso può sostantivarsi e
prendere, come gli altri ag- gettivi determinativi, le funzioni e proprietà di
« pro- nome »: « un pilastro è caduto e uno è rimasto în piedi ». 309. — Tutti
gli aggettivi numerali, quando non signo accompagnati dal nome, si
sostantivano: diven- tano cioè veri e propri « nomi ». Se:così non fosse,
l’aritmetica sarebbe una scienza che usa a ggettivi come materiale di studio e
di operazioni quantitative! Son veri sostantivi i numeri nelle proposizioni: «
due e due fanno quattro », « la radice quadra- ta di nove è tre », « 121 è un
numero primo », « la regola del tre. fu chiamala la” prima re- gola” » (1).
391. — La struttura dei numeri è tra i sintomi più caratteristici i quali
rivelino la tipica forma men- tale del popolo che se ne serve. In essa la
tradizione (1) « Prima est regula proportionum, quam nunc corrupte vocant De
Tri», De Numeris Libri Duo, authore Johanne Noviomago, esposti e illustrati da
G. Frizzo, Verona, Dricker, 1901, pag. 110. — 222 — FRANCESE si DI
quatre-vingt-di na x th 10. ; pr 99 | GALLESE w arpedwar ugain a deg dar PA
Mast: %10° | I DANESE i ni og halvfemsmdstyve È 9 È 4 PrO Ne |
=9+(--120])+(5x20) = =9%(- 29).100—= | =9+100-f0=99 | A) Le vere «cifre arabe»
differiscono non poco da quelle cui noi diamo tale nome. — B) La numerazio- me
a base decimale è dovuta al fatto che abbiamo dieci dita (*). — C-F) I quattro
più complicati « 99 » europei. | ($ 301) (*) Da una incisione in legno del Perpetuale
delle Feste mobili, & Lunario, di Serafino de Campora « Maestro d’abbaco »,
Roma, ed. Blado, 1553. — 223 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA conserva
elementi remotissimi resistenti alle forze in- terne ed esterne modificatrici
delle lingue (1). 302, — Gli aggettivi determinativi ordinali precisano il
posto in una serie in relazione con il nu- mero dei posti che precedono: «
quattordicesima fila, quinta sedia », « quarto piano, sesta finestra » sono in-
dicazioni che tengon conto dei posti precedenti, indi- cando in relazione a
quelli quello occupato, nel tem- po, nello spazio o in un ordine mentale, dalla
cosa così determinata Assai spesso il numero « cardinale » vie- ne usato per
esprimere un’idea « ordinale »: ad es.: « Questo è il paragrafo 302 ». È facile
distinguere i due valori, poi che in questo ca- so, qualunque sia il numero
espresso, il signi- ficato è singolare. Nell’esempio citato, infatti, non si
tratta di 302 paragrafi, ma del paragra- fo che occupa il 302° posto nella
serie, Parimenti allorché diciamo « sono le tre », non affermiamo l’esistenza
di tre ore di 60 mi- nuti ciascuna (2), ma indichiamo w'ora, anzi, il punto
cronologico in cui ha termine la terza (1) Il francese, pur avendo tutta la sua
numera- zione formata con vocaboli tratti dal latino, ha con- servato la base
vigesimale, e perciò il « 70 » è reso con « 60 + 10 » (soixante-dix), l'« 80 »
con « 4X20 » (quatre- vingts), sì che il «99» francese è espresso con una
formula complicatissima: «4XX20+10+9» (quatre. vingt-dix-neuf). — Gili Yoruba
della Nigeria non pos- sono nemmeno pensare ad un numerc senza concre- tizzare
l’idea quantitativa in quel certo numero di cauri, poi che tali conchiglie
servono loro come stru- menti di calcolo, e che distribuiscono in gruppi co-
stanti: perciò; ad esempio, il numero 47 è, per essi, « cinque mucchietti di
cauri meno tre ». — Cfr. Mann, On the numeral system ‘of the Yoruba nation, in
« J.A.I., XVI, pag. 61. (2) Il tedesco distingue l’« ora » come durata (spa-
zio di tempo di 60 minuti) che è Stunde, dall’« ora » come punto nel corso del
tempo, che è «Uhr»: per- ciò drei Stunde significa « tre ore [di tempo] »,
mentre drei Uhr significa «le ore tre, le tre ». — 224 — POPOLI ED ORE A 139
Nere Stunde Co x/)l VOTA HORA EST f - Sa ésht ora? asa I | — Hur mycket dir
klochan 2 SVED. = Hvor mange Klokken er? yogv — Wiieviel Ubr ites? teo _ Saat
kag dîr? TURCO — Hany 6ra van? UNGHER, — Ktéra godzina? POL. -— KoaKo e YacbTb?
= Bule. - Ce orà este? RUM. — Que horas so? 1 PORT. — jQué hora es? SPAGN. Ti
épo elvat; GRECO — Quelle heure est-il? FR. — Koropni uac? RUSSO — Koja je ura?
CROATO —Cik pulkstens? __1eTt. {? INCL. SERBO LT. _ What time Li n Koje je
1002: _ Kas laikas ti - Hoe laat ist?” ivano! — Ob kolikih je? SU. Non in tutte
le lingue si chiede allo stesso modo « che ora è? ». (8 302) — 225 — GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA ora dopo mezzogiorno o dopo mezzanotte (1). Allorché i
Francesi dicono Louis Quinze (che taluno traduce pur in italiano « Luigi Quin-
dici » per mantenere il sapore gallico) non si tratta di 15 Luigi, ma del 15°
dei Luigi (Luigi XV), mentre « quinze louis » sono davvero 15 monete di un
luigi l’una (2). La distinzione è importante, poi che la tra- duzione varia, in
parecchie lingue, a seconda che si tratti di cardinali veri e proprî o di
cardinali in funzione di ordinali. Allorché il portinaio fornisce l’indicazione
« Il signor Tale abita al 3° piano, interno 15, scala C », si tratta dell’uscio
che è il 15° della serie della scala C, e persino questa indica- zione ha
valore ordinale, poi che « C » signi- fica « terza » (cioè dopo la scala A » e
la « sca- la B ») (3). ° (1) La domanda stessa « che ora è? » si può pre-
sentare ideologicamente e linguisticamente diversa: in alcune lilingue si
chiede, alla latina, « Quanta ora sia? ». (A, nella figura annessa): in altre
(B), come nella no- stra, che ora sia; in altre ancora (C) che tempo sia; e vi
sono infine lingue (D) con espressioni ancora. più tipiche, come l’olandese che
chiede quanto tardi sia, o lo sloveno, la cui domanda è:. « Circa quanto è?».
(2) Per convenzione, i numeri ordinali si scrivo- no con la numerazione romana,
mentre le cifre arabe (dette arabe, ma provenienti dall'India) indicano i nu-
meri cardinali: queste perciò, per esprimere gli ordi- nali, vanno completate
con l’esponente che indica la desinenza: « 10° » = decimo »; « 4? edizione » =
« quar- ta edizione »: non si scriverà « IVa edizione » né « se- colo XIX9 », o
« Capitolo XXV° ». — Cfr.. S. Landi, Tipografia, vol. I, Guida per chi stampa e
per chi fa stampare; vol. JI, Lezioni di composizione, Milano, Hoepli,
1914-1917, II, pag. 120. ° (3) Così, in qualunque elencazione, le lettere a),
b), c), .. hanno valore numerale ordinativo. Quando « contiamo » gli oggetti,
il procedimento è di carattere « ordinale »: la stessa idea numerica si basa
sul princi- pio fondamentale che da un numero (ordinale) qual- siasi si può
sempre passare ad un successivo, ma gli oggetti già contati, presi nella loro
totalità costitui- scono un numero globale, nel quale ogni traccia della — 226
— I « DENOMINATORI » SON « NOMI » 303. — Gli aggettivi ordinali, sostantivan-
dosi, servono anche come « denominatori frazionarî »: sono veri e proprî nomi
(1) i quali indicano il nume- ro delle parti in cui è stata divisa l’unità: «
un quindi- cesimo » significa il 15° frammento dell’unità che, con-
seguentemente, è considerata divisa in 15 parti. Non bisogna però credere che
questa coin- cidenza del denominatore Îirazionario con il numerale ordinale sia
comune a tutte le lin- gue: molte di esse distinguono nettamente le due
espressioni, usando termini diversi (2). successione ordinale scompare, ogni
unità equivalendo interamente a tutte le altre. Di qui il concetto di nu- mero
cardinale, senza il quale le matematiche non sarebbero possibili. Cfr. T.
Dantzig, Le Nombre, lan- gage de la Science, Paris, Payot, 1931, pag. 14, 17 e
segg. (1) Per eseguire un’addizione di frazioni, bisogna ridurle tutte allo
stesso « denominatore », in modo cicè che siano tutte cose identiche, ed
abbiano perciò lo stesso «nome », Nell’espressione «50 centesimi fdi lira] » il
denominatore « centesimi » è un nome, come è « soldi » nell’espressione
equivalente « 10 soldi ». — Cfr. Toddi, I numeri, questi simpaticoni, Milano,
Hoe- pli, 33 ediz., 1945, pag. 119. (2) Anche in italiano, del resto, gli
ordinali quali ventesimoterzo invece di ventitreesimo, decimo- sesto invece di
sedicesimo, ecc. non possono usarsi come denominatori frazionarî. -- In
portoghese, al- cuni denominatori coincidono con gli ordinali, ma la maggior
parte ne differisce: così undécimo o décimo primeiro ha significato ordinale,
mentre 1/11 si dice un onze avo; però centésimo vale nei duc sensi, poi che
centavo si dice solo della moneta brasiliana. — In spa- gnolo la terminazione
-avo si fonde con il nuraero: 1/25 = «un veinticincoavo; 1/100 è un centésimo o
un centavo, ma si chiama un céntimo la centesima parte di una peseta, di un
franco, ecc. — Al nostro « cente- simo » corrispondono tre diversi vocaboli
inglesi: hun- dreth come ordinale o frazionario, centime per la cen- tesima
parte di lira o franco, cent per la centesima parte di dollaro. — Il rumeno ha
i frazionarî (0 cin- cime = 1/5; o zecime = 1/10; o sutine=1/100) ben distinti
dagli ordinali (a/ cincilea= «il 50»; al zece- lea = « il 10° »; al sutalea =
(il 100°); Aritmeticamente chiarissime sono le espressioni cui molte lingue
ricor- rono: « di n parti, tot unità » (molte delle lingue asia- — 227 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Anche in italiano il denominatore di 1/2 non è
espresso con secondo, ma con metà (1). | 304. — Il medesimo significato può
avere | anche mezzo, che si adopera però prevalente- | mente in funzione di
aggettivo: è quindi coe- rente accordarlo con il nome, anche quando ° MBNTI
tiga- tenga °, (RS t 9 . Di Tedeschi e Giavanesi, pur così lontani tra loro,
espri- mono allo stesso modo il numero misto « 2 e mezzo ». (8 303) | i i Ù |
‘tiche, alcune africane, ecc.). — È curioso che lingue lontanissime usino
speciali espressioni analoghe: così - «2 e 1/2» si enuncia in giavanese
tiga-téngah, «la terza metà », esattamente come il tedesco dritthalb. — Cfr. H.
Bohatta, Praktische Grammatik der Javanischen Sprache, Wien-Pest, Hartleben,
s.d.,-pag. 51. (1) Un tempo, «secondo» ebbe anche il signifi- cato frazionario:
« Si divide [lo intero] in due parti fra loro uguali; e ciascuna di dette parti
si chiama © la metà o un secondo dello intero ». Opere di Orazio Fineo, divise
in cinque parti: Aritmetica, Geometria, Cosmografia e Oriuoli, Venezia,
Franceschi, 1587, p. 26.. e ta; — 228 — DERIVATI NUMERICI sia posposto: « mezza
libbra », « due ore e mezza » (1). Più correttamente che «due mezzi fanno un
intero », si dirà « due metà fanno un in- tero ». Con riferimento
all’evangelico « ef eruni duo in carne una », «la mia metà » ha il si-
gnificato di « mia moglie » (2). 305. — Il femminile dell'aggettivo ordinale
vie- ne sostantivato, sottintendendo « potenza » per indi- care quante volte un
numero (« base ») va moltipli- cato per se stesso: «2°» si legge infatti « due
alla ° quinta ». Si possono anche, allo stesso modo, indi- care le « posizioni
» ginnastiche o della scher- ma: « In prima! », « In seconda! » (3). Primo e
secondo (con i plurali primi e se- condi) esprimono i « minuti » risultanti
dalla « prima » o successiva (« seconda ») divisio- ne dell’ora in 60 parti
(4). 306. — Innumerevoli sono, nelle varie lingue, i derivati numerici, a scopi
pratici o scientifici (5). (1) Dissentiamo da coloro che vorrebbero si di-
cesse: « due mele e mezzo », sostenendo che mezzo è indeclinabile se posposto
al nome. (Cfr. F. Palazzi, Grammatica italiana moderna, Messina, Principato,
1939, pag. 99). — E perché? (2) Cavallerescamente l’inglese dice «my Better
half », «la mia metà migliore ». (3) Cfr. J. Gelli, Ginnastica da camera, -da
scuola compensativa e militare, 3% ed., Milano, Hoepli, 1921, pag. 63; — J.
Gelli, Scherma italiana, 38 ed., Milano, Hoepli, 1917, pag. 98 e segg. (4) I
sottomultipli sono denominati non numeri- camente, sino al « sigma » che è la
millesima parte del minuto secondo. (5) Abbiamo così gli ordinali sostantivati
otfavo e sedicesimo per i fascicoli stampati, donde le deno- minazioni di in-8°
e in-/6° indicanti il formato risul- tante dal numero di piegature del foglio,
Cfr. i! magni- fico grosso volume (1116 pag.) di Gianolio Dalmazzo, Il libro e
l’arte della stampa, Torino, R. Scuola Ti- pografica, 1926, pag. 395. — Dai
distributivi son deri- — 229 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 307. — In
alcune lingue e per alcune parole av- vengono i casi inversi: voci non numerali
acquistano significato aritmetico più o meno preciso. Così, ad esempio, in
italiano una grossa significa « 264 », ossia « dodici dozzine » (1). 308. — La
totalità non numerica, ma « di massa » è espressa con il determinativo tutto,
(femminile fut- ta), che non può avere plurale (8 248). I plurali tutti e tutte
esprimono il totale numeri- co: debbono quindi essere considerati come plurali
di ogni, che è invariabile, e che si usa soltanto per il singolare. Allorché
diciamo « fulta la parete è imbrat- tala » esprimiamo una realtà oggettiva che
è assai diversa da quella che è espressa nella vate la dozzîna, la cinquina, Ya
sestina poetica, e la terzina (dall’ordinale l’ottava postica e musicale). Il
croato ha forme speciali per indicare la capa- cità di un recipiente: dvojka,
trojka, cetvorka, ecc. servono a denominare botti da 2, 3, 4, ecc. misure; e
gli stessi nomi si usano per lle carte da gioco; — dvizak (femmin. dvizica o
dviska) è un animale ovino di 2 anni, trec'ak (femmin. trec’akinja) un equino
e. bovi- no di 3 anni; cetvrtak di 4, e così di seguito. — Il bulgaro può
formare un solo vocabolo per indicare l’« età di 5 anni », o il « 150°
anniversario ». Cfr. G. Nu- rigian, Grammatica Bulgara, Milano, Hoepli, 1930,
pag. 65. (1) L’inglese score, che propriamente significa « in- taglio, intaccatura
», passò a significare « còmputo » (perché si teneva conto del bestiame e dei
giorni con intaccature su bastoni o asticelle), e quindi indicò — come indica —
il « numero dei punti » (persino quelli delle partite a carte si chiamano oggi
così), e fu poi fissato il valore: 1 score= una ventina; lalf a score = 10. —
Nella lingua dei Cunama dell’Etiopia rara- mente si usa sceb bàre, che è il
vero nome per «20 »: più comune è l’espressione koélla, ossia «un uomo completo
(con tutte le dita delle mani e dei piedi)»; e, per «40», si dice koé bare, «
due uomini ». — Tutte le numerazioni decimali, che prevalgono in ogni con-
tinente, derivano dal fatto che abbiamo dieci dita; e_ quella vigesimale,
persistente in basco, in francese, in “ix in norvegese, dal ,totale delle ditai
(mani e piedi — 230 — VOCABOLI E REALTA proposizione « tulte le pareti sono
imbrattate »: la somma (plurale) non può variare il valore degli addendi
(singolare). La prova inversa ‘l'abbiamo esaminando la proposizione « quei PIA.
_r Nidi Vota a DI Gera ii ere, =” n TIRÒ ha cdi MOIO < 8 x Sc Oi Ve R e) t
La parete A è « tutta imbrattata »: le pareti B non le sono, poi che sono
semplicemente imbrattate; ma, poi che « ciascuna di esse » è îmbrattata, esse
sono « tutte imbrattate ».. — Tutti (tutte) è il plurale di « ogni ». (ognuno,
ciascuno). (8 208) vecchi sono tutti presbili »: non diremo certo che è il
plurale di « que/ vecchio è tutto pre- sbite »! È esatto invece, nella realtà e
nel pen- siero, che il singolare debba essere « Ognuno (= ogni uno) di quei
vecchi è presblle ». 309. — Il numero indeterminato è espresso da qualche, che
vale per i due generi ed.ha come plurale corrispondente alcuni, alcune: «
Qualche casa è anco- ra in piedi» = « Alcune case sono ancora in piedi ».
Nell’esaminare il valore dei vocaboli, non la loro forma deve esser
considerata, quanto la realtà che essi esprimono. Un grande e ge- niale
pedagogo, Giovanni Amos Romensky, detto Comenius, poco noto e pochissimo se- —
231 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA guìto nei suoi saggi precetti
pedagogici, si la- mentava perché « le scuole insegnano a fare un discorso
prima che a conoscer le cose » (1). Pi ————& ——» (1) Comenius, Didactica
Magna, Amsterdam, 1657, c. XVI, f. 1, 8 15.-— Ed aggiunge, in merito allo studio
delle lingue, che «si fanno le cose fuori tempo, giac- ché non si comincia con
la lettura di qualche autore o con qualche dizionario illustrato a dovere, ma
con la grammatica, benché gli autori (come anche i dizio- narî) forniscano la
materia del discorso, e la gram- matica aggiunga soltanto la forma, ossia le
leggi per formare, ordinare e collesare i vocaboli ». (ibid. 8 16). — Nato nel
1592 in Moravia, Comenius morì nel 1671 in Amsterdam. La Didactica Magna,
composta dap- prima in lingua ceka, (1628-1632) fu da lui stesso tra- dotta in
latino. Buona è la traduzione italiana di V. Gualtieri, ediz. Sandron, Palermo,
1935. é — 232 — Le voci descrittive (XVI 310. — Ricchissima è la categoria
degli aggettivi che esprimono una proprietà o qualità del soggetto, e. son
perciò «descrittivi» o qualificativi. Otto efficacissimi aggeltivi esprimono «
re- gola e .qualità » terribilmente costanti dei fe- nomeni meteorologici
infernali del III cerchio: «.. terzo cerchio, della piova, etlerna (1),
maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l’è nova. Grandine grossa e
acqua tinta (2) e neve per l’aer fertebroso $i riversa... ». (Inf., VI, 4-10).
(1) Dante scrive «etterno », pur se il latino è aeternus; ma questo è
contrazione di aeviternus, ossia una «durata » (aevum) che è «tripla» ((ernum)
di qualsiasi altra. (2) Il latino tingere significò originariamente « ba- gnare
»: ora tincta lacrimis sono, in Ovidio, « le guan- ce bagnate di lagrime »;
dalla tunica sanguine tincta (Cic.) è semplice il passaggio al significato di «
tin- gere » nel senso italiano. Per analogo fenomeno, l’ag- gettivo spagnolo
colorado si specializzò a significare “« rosso ». Tale è il significato ne?
nomi geografici Colo- rado e Rio Colorado, che son quindi parenti lingui- stici
del « Mar Rosso ». — Nel dialetto cubano «el colorado » è la « scarlattina ». —
Ed è anche interes- sante constatare che nell’espressione latina «/oca lu- mine
tingere » (che si trova in Lucrezio, grande osser- vatore e interprete dei
fenomeni naturali) nel signifi- cato di «illuminare », è adombrata
intuitivamente la più moderna teoria delle radiazioni luminose, il colore non
essendo una qualità intrinseca dei corpi, ma ri- sultante soltanto da uri
«bagno di luce ». — E, nel- — 233 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 311. — La
qualità può essere espressa semplice- mente come aggregata al nome, ossia
attribuita ad esso, ed in tale funzione attributiva l'aggettivo qualificativo
ha un valore ornamentale (1), che è molto importante ai fini dell’efficacia e
dell’eleganza lette- raria. Il] gusto e il senso di misura debbono gui- dare lo
scrittore e il parlatore nella scelta e l’ultimo canto della Divina Commedia,
la meraviglio- sa descrizione della Trinità come cerchi luminosi dei quali « un
dall’altro — parea riflesso come iri da iri » non precorre forse la moderna
analisi ottica basata tutta sulle divesse « lunghezze d’onda? ». La sensazio-
ne coloristica è espressa assai più efficacemente in Dante che in Omero; cfr.
W. E. Gladstone, Der Far- bensinn mit besonderer Bericksichtigung der Farben-
kenntniss des Homer, Breslau, 1878. -— Nella lingua degli Zulù l’aggettivo
/ullaza esprime tanto il verde che l’azzurro, e lo stesso fa la lingua dei
negri Sotho con l’aggettivo talà: rosso e giallo son confusi dai Bongo in
un’unica parola (kKamaheke), e lo stesso fan- no gli Abaka con il loro
aggettivo sukim. — Cfr. Kir- chhoff, Zur Frage liber den Farbensinn der
Naturvòl- ker, nella « Deutsche Revue », 1881, III. — « Il genere di vita,
l’attenzione, la formazione delle idee astratte, che è l’espressione dello
sviluppo psichico, influiscono sullo viluppo del linguaggio... Perciò prima si
avran- no i vocaboli per indicare le cose più necessarie e più impressionanti;
ed ecco quindi prima parole appro- priate per esprimere il rosso, poi quelle
per esprimere l'azzurro ». G. Ovio, La scienza dei colori: visione dei colori,
Milano, Hoepli, 1927, pag. 273. __ (1) « Attribuire » significa « assegnare »:
e perciò l'attributo è la semplice citazione della qualità | espressa,
assegnata al nome cui si riferisce; « predi- care », invece, significa
«annunziare pubblicamente una verità », e perciò il predicato afferma (per
mezzo del verbo «essere» ad altro) una qualità del soggetto: nella quartina
del.Tasso « Così all’egro fanciul porgiamo aspersi di soave licor gli orli del
vaso: succhi amari, ingannato, intanto ei beve, e dall'inganno suo vita riceve
». (Gerus. Liber., I, 3). gli aggettivi egro, aspersi, soave, amari, ingannato,
suo sono aggettivi usati come «attributi ». Essi sono in- vece « predicati »
nelle proposizioni: «il fanciullo è egro (malato) », « gli orli del vaso sono
aspersi », « il ESTENSIONE DELL’AGGETTIVO nell’uso di tali aggettivi: la
penuria di aggetti- vi rende scarno il discorso, la soverchia ab- bondanza lo
rende tronfio; l’impiego di agget- tivi sproporzionati per eccesso o per
difetto significativo nuocciono alla sua ellicacia. Il linguaggio dei resoconti
sportivi è un pietoso esempio di esagerazioni aggettivali (1). 312. —
L'aggettivo « qualificativo » aderisce com- pletamente al nome, sì che la sua
estensione-è limitata da questo: in «un foglio bianco » l’idea qualitativa di
bianco @oincide, per estensione, con il foglio che essa qualifica: la loro
estensione serve a definire la quan- tità delle cose che essi determinano.
Mentre la « qualità » è aderente alla cosa, la de- terminazione quantitativa le
viene da un rapporto con l'esterno. Allorché diciamo «quel gaio uccellino », «
due fogli sovrapposti », « la luna crescente », «un muro dipinto », i
determinativi quel, due, la, un sono indicazioni dirette verso le cose, mentre
i qualilicativi gaio, sovrapposti, cre- scenie, dipinto esprimono qualità
inerenti nel- le cose stesse. licore è soave », « il succo sembra amaro », e
nel pro- verbio : «Chi tì lusinga più di quel che suole o t'ha ingannato, od
ingannar ti vuole ». (Anche i « participî » aspersi e ingannato sono aggettivi:
vedi 8 313). (1) Esageratamente laudativa è l’ode leopardiana « Acun vincitore
nel pallone » (« magnanimo campion » — «te fiemendo appella — ai fatti illustri
il popolar favore »... — « oggi la patria cara — gli antichi esempi a rinnovar
prepara »); a meno che (l’ipotesi è audace) il Leopardi non abbia voluto,
invece, fare dell’« iro- nia » o addirittura del sarcasmo. — Cfr. S. Tissi,
L’iro- nia leopardiana, (Saggio critico-filosofico), Firenze, Vallecchi, 1920.
— Del resto, abitualmente « Leopardi produce l’effetto contrario a quello che
si propone... La profonda tristezza con la quale Leopardi spiega la vita, non
ti ci fa acquietare, e desideri e cerchi il conforto di un’altra spiegazione ».
F. de Sanctis, Scho- penhauer e Leopardi, in « Saggi critici », Milano, 1914,
vo.l I, pag. 269. oggi GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 313. — Questa
constatazione ci conferma: a) che gli «articoli» sono veri «aggettivi de-.
terminativi » (o « indeterminativi »). Infatti nessuna differenza di regime e
di funzione li diversifica da questi. Sono, come questi, preceduti dal
determinativo futfo, che ha significato generale (« tutto il mondo », . ed
fapposti, NEL L'aggettivo determinativo indica dall'esterno; l’agget- tivo
qualificativo aderìsce al nome e coincide con esso per estensione... (8 312) «
tutti i giorni », « tutte le volte », come direm- mo « fulto quesito mondo », «
lutte quelle vol- te »), mentre sono seguiti dai determinativi di significato
più ristretto (« l’aliro mondo », « le | poche volte »). Si comporta, insomma,
esatta- mente come gli altri « determinativi ». - — 236 — I PARTICIPÎ SONO
AGGETTIVI Tranne in italiano, una determinazione possessiva esclude l'articolo,
esattamente co- me esclude gli altri determinativi (1). b) che i « participî »
(presente, passato e passi- vo) sono veri e proprî aggettivi qualificativi; La
qualità o proprietà da essi espressa è quella risultante dallo star compiendo
un’azione, (« part. | pres. »), di averla compiuta (« part. passato ») o di
averla subìta (« part. passivo »). L’aggeltivo crescente indica appunto la
qualità o proprietà di chi cresce; e dipinto è la conseguenza dell’aver subìto
l’azione del dipingere: tra rosso e colorato non v'è che differenza di tinta,
il primo essendo di signi- ficato generale: ma ciò che è rosso è fisica- men!e
e grammaticalmente colorato, e ciò che è coloraio è fisicamente e
grammaticalmente rosso, o giallo, o verde, o di altro colore. I participî hanno
anche la proprietà di po- ter essere « sostantivati », come gli altri ag-
geltivi: es.: « i presenti », « il passato ». In ogni cerchio infernale, Dante
trova «novi tormenti e novi tormentiali ». (Inf., VI, 4). (1) Noi diciamo «il
mio orologio », laddove le al- tre lingue escludono questa doppia
determinazione: spagn. mi reloj, franc. ma montre, ingl. my watch, ted. mein
Uhr, ecc. — Il portoghese usa l’articolo: o meu relogio, e lo stesso fa il
rumeno: ceasornicul meu, in cui ceasornicul= ceasornic (« orologio ») + ul
(arti- colo). — In italiano escludono l’articolo i nomi di gra- di di stretta
parentela preceduti dal possessivo: « suo padre », ma « il padre suo »; così «
sua cugina », « vo- stro zio», ecc. Lo esigono, invece, quando siano ac-
compagnati da aggettivo: « il suo caro nipote» o da un prefisso (che equivale
ad un aggettivo) « il vostro pronipote », « il tuo bisnonno ». La regola non è
sem- plice. — Il romeno ha locuzioni simili ad alcune no- stre dialettali: «
tua madre » si dice mama-ta e (tran- ne il raddoppiamento dell’m) si pronunzia,
anche co- me intonazione, proprio come il napoletano mammeta; e « tua sorella »
è sord-ta. — 237 — - GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA * * 3% 314. — Gli
aggettivi concordano in genere e nu- mero con il nome al quale si riferiscono.
Essi ed i pronomi son ie uniche parti del discorso che hanno tale concordanza
(1): gli aggettivi perché, nella realtà obiettiva, aderiscono completa- mente
alla cosa che determinano o qualificano, e i pronomi perché fanno le veci del
nome stesso. 315. — Questa concordanza linguistica è in per- fetta coerenza con
la nostra mediterranea forma men- tis, la quale trova la naturale espressione
nel più so- lido sistema filosofico che abbia durato e duri nei ‘tempi: la
philosophia perennis: anche l’indole della. lingua italiana si è plasmata in
armonia con questo criterio fondamentale di adaequatio tra lo spirito e il
mondo esterno, tra il pensiero e l’obiettiva realtà, ot- tenendone un insieme
coerente, unitariamente armo- nico (2). Tale concordanza si ritrova in tutte le
lin- gue neolatine. L' aggettivo è invece invariabile in inglese; ha regole di
concordanza molto complesse in tedesco, le terminazioni varian- (1) Cfr. 8 294.
— Il verbo russo ha, nell’indica- tivo passato, tre forme diverse, per i tre generi:
on byl, « egli fu, o era »; anà bylà, « ella fu o era »; anò bylo, « esso fu o
era ». — Il polacco distingue anche negli altri tempi e modi: così, ad esempio,
« sarebbe- ro » è byliby per soggetto maschile e di persona, byly- by per gli
altri casi. Analogamente fa il ceko. — Le lingue semitiche hanno una forma
verbale speciale per il femminile nella 22 e 34 persona, ma non distinguono il
genere nella 1a. (2) Sin da giovane il nostro Rosmini « disegnava il saper
umano in grandi alberi diramantisi con ordine bello di un’unica vita, e si
addestrava a comporre quelle tavole meravigliose nelle quali le idee madri si
veggono via via generare altre idee, e propagarsi giù giù la feconda famiglia,
distintane la legittima di- scendenza e cognazione e affinità; onde l’astratto
ren- desi quasi palpabile, e le sottili gradazioni del vero si colorano
d’intellettuale bellezza ». N. Tommaseo, I! ritratto dì Antonio Rosmini, 1855,
c. XIV. — 238 — é LA GRAN MURAGLIA do e spostandosi (1). Il fenomeno rivela,
come altri similari — linguistici e non linguistici — la mancanza di un
criterio fondamentale uni- co, in corrispondenza con il temperamento del popolo
(2). A Ginevra, il monumento della Riforma ha l’a- spetto di una muraglia: e lo
è: una muraglia che se- para due mentalità, la mediterranea e la nordica: due
diverse visioni e interpretazioni del mondo, con tutte le conseguenze
filosofiche, religiose, morali e so- ciali (3). (1) In un costrutto, la
desinenza dell’articolo de- terminativo deve apparire in ogni caso una volta,
o. nell'articolo, o in altra parola determinativa, o nell’az- gettivo: noi
diciamo « in questa lunga strada » e « que- sta strada è lunga », mentre il
tedesco dice «in dieser langen Strasse » e « diese Strasse ist lang ». (2) Il
tedesco ha la possibilità di formare parolo- ni composti, riunendo in un solo
vocabolo chilome- trico molte idee interdipendenti mentre pci scinde in due
parti un concetto unico, con i verbi « separabili »: il « distretto di
reclutamento di Corpo d’Armata » è Korpsaushebungsbezirk, la « capacità dei
carbonili di una nave » è Kohlenfassungsvermògen, mentre « accet- tare » deve,
in alcuni casi, spezzarsi in due vocaboli ossia in due idee: « Ha accettato il
dono ringraziando » « Er nahm dieses Geschenk mit Dank entegegen », ma resta
riunito, con interpolazione di un prefisso in « Er hat dafiir kein Geld
entgegengenommen » (« Non ha accettato denaro per questo »). Eppure è lo stesso
idio-. ma che è capace di espressioni monosillabiche ed ef- ficaci: « Sag ’mal,
wer steht denn dort? », « Dì un po”: chi c’è lì? ». (Nella Germania
settentrionale è frequen- tissimo l’uso di mal per einmal). (3) « Davanti al
problema dell'Universo le attitu- dini che il pensiero umano può assumere si
riducono in sostanza a due: o si ammette insieme a quella del soggetto la
realtà del mondo esterno, o si afferma che lo spirito costruisce la natura. Si
è realisti nel primo. caso, e nel secondo idealisti... L’idealista domanda, con
una contraddizione male dissimulata, di salvare i fenomeni o le apparenze, il realista
vuole ancora qualcosa di più ». A. Garbasso, La tradizione del pen- siero
toscano, in « Scienza e poesia », Firenze, Le Mon- nier, 1934, pag. 245-246. —
Per «idealismo » si inten- de qui il noto nordico indirizzo filosofico, che
l’acca- demico F. Severi proponeva giustamente di chiamare — 239 — GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA doo 316. — Il fatto che l'aggettivo qualificativo espri-
ma una qualità non impedisce che esso, esprimendola, possa implicare una
determinazione. Allorché un regolamento prescrive che « ogni conducente di
veicoli deve far aiten- zione ai cartelli indicatori », l’aggettivo indi-
catori è qualificativo, ma, al tempo stesso, di- stingue quei cartelli dagli
altri (ai-quali il con- ducente non deve fare attenzione), e cioè li determina:
ma questa sua funzione non altera sostanzialmente ii carattere qualificativo
del- l'aggettivo e la sua aderenza al nome. 317. — Le lingue neolatine
esprimono. questa spe- ciale funzione, armonizzando forma e pensiero, e pen-
siero ed obbiettiva realtà. | Nella quasi totalità delle altre lingue l’ag-
gettivo precede in ogni caso il nome cui esso si riferisce (1): le lingue
neolatine, invece, piuttosto « ideismo ». — Opera di disorientamento han ©
fatto e fanno tutti coloro che, in terra nostra, sono coscienti o incoscienti
apostoli di tali teorie contrarie alla nostra tradizione e all’indole della
nostra stirpe, ed in netto dissidio con la nostra fede. (1) Il tedesco pone
prima del nome anche gli ag- gettivi o participî modificati da altri vocaboli: «
Die Quadratur ist die Flichenbestimmung einer von krum- men Linien begrenzten
Figur » « La quadratura è la determinazione della superficie di una figura
limitata da linee curve » letteralm.: « da una da linee curve limitata figura
»; — « Die Biihnensprache soll eine edle und darum sehr rein gesprochene
Sprache sein » (« La lingua teatrale deve essere una lingua nobile e quindi
pronunziata molto pura» letteralm.: «una nobile e molto puramente pronunziata
lingua ». — Infatti la Biihnensprache è presa come modello per buona for- ma e
corretta pronunzia del tedesco). — Cfr. anche 8 271..— L'inglese invece colloca
dopo il sostantivo l'aggettivo che abbia complementi: « A building 40 me- ters
high», « Un edificio alto 40 metri»; nonché gli aggettivi comincianti con il
prefisso « a- », come dii... « simile », asleep, « addormentato », ufloat, «
galleg- giante », alone, « solo », ecc.; o pone dopo il sostan- tivo
l’aggettivo cui voglia dare più efficacia: « in times long past », « in tempi
molto remoti ». 240: {Usi SOCIETÉ NOUVELLELI pete DE PUBLICITÉ ::(7 ® Lt des
Italiens, PARIS (2°) Na 67-90 (Numero unique 10lrgnes). sii « Cartello
indicatore » (A) qualifica e determina insie- me, escludendo gli altri cartelli
(B) (*) (8 316) (*) L’illustrazione A è tolta dal volume « Circu- lez!, texte
officîel du Code da la Route, illustré de 50 dessins humoristiques de
Pacquérieux », Paris, Denoel, 1930. — Se il burocratico Codice della Strada può
esser volgarizzato lietamente, non v’è ragione per cui anche la grammatica non
possa avere la sua nota gaia. — 241 — 16 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
pongono prima del nome l’aggettivo che abbia pura funzione decorativa, mentre
lo pongono dopo il nome allorché abbia una funzione de- terminativa: nella
proposizione « Egli scorse la bionda fanciulla » l'aggettivo è preposto al nome
avendo soltanto un valore decorativo, mentre « Egli scorse la fanciulla bionda
» si- gnifica che si tratta di quella, identificabile per aver la qualità di
bionda, e non di altra fan- ciulla; perciò l’aggettivo è posposto al no- me
(1). 318. — Tale diversa disposizione è dovuta ad una norma di armonia:
posposto al nome, l’aggettivo ri- ceve un rilievo fònico maggiore, cadendo su
di esso l'accento ritmico della proposizione. Questa norma musicale Îîa sì che,
ad esempio, l'aggettivo possessivo posposto al nome sia più intenso
affettivamente; tale po- sposizione è abituale nelle esclamazioni, nel- le
invocazioni: diciamo, perciò: « Padre no- stro, che sei nei cieli... » (2).
319. — Il collocamento dell’aggettivo prima o dopo del sostantivo produce non
soltanto una diversa intensità espressiva, ma talora anche una differenza di
significato. Così, ad esempio, un brav’uomo non è la stessa cosa che un uomo
bravo; allorché diciamo «i primi due » intendiamo «il 1° e il 2° d: una serie»,
—— ——_ ————=@& (1) La posposizione al nome può aversi anche nel caso di
aggettivo ornamentale, ma è di rigore per gli aggettivi che implicano una
determinazione. (2) Il francese non ha questa possibilità espressi- va dei
possessivi posposti. Si pensi all’efficacia dell’i- taliano « patria mia!»
portogh. « patria minha! », ecc. — Il rumeno può non soltanto posporre al no-
me l’aggettivo, ma rinforzarlo anche con l’« articolo improprio » (articolul
impropriu): si può tradurre « [il] cavallo bianco », calul! alb, e calul cel
alb (lette- ralm.: «il cavallo quello bianco »); « rozele cele fru- moase ate
Mariei », «le belle rose di Maria», («le rose quelle belle quelle di Maria »).
DAI INUTILI CATEGORIE SPECIALI mentre quando diciamo «i due primi» intendiamo
il 1° di una serie e il 1° di un’altra (1). 320. — L'aggettivo preposto anche
all’articolo as- sume un valore ancora più intenso esprimendo la qua- lità come
stato sopravvenuto: perciò « Ho trovato il bicchiere rotto » non ha lo stesso
significato che « Ho trovato rotto il bicchiere ». Particolare attenzione va
fatta per parec- chi aggettivi Îrancesi, i quali assumono un diverso
significato a seconda che precedano o seguano il nome: così un galani homme è «
un galantuomo », mentre un homme galani è « un uomo galante »; un petit homme è
« un uomo piccolo (basso) », mentre uri homme pe- tit è piuttosto «un uomo
meschino (moral- mente) »; la dernière année » è « l’ultimo an- no » (di una
serie, di un corso), mentre l’an- née dernière è «l’anno scorso » (e lo stesso
vale per altri nomi che indicano periodi di tempo: siècle, saison, mois,
semaine, jour, ecc.). * * % 321. — Alcuni aggettivi esprimono una qualità in
modo assoluto ed hanno perciò valore fisso: tali sono, ad esempio, quelli
significanti un massimo, qua- li eterno, infinito, immortale, sublime, massimo,
mi- nimo, ottimo, pessimo. Questi non possono essere mo- dificati da avverbî o
con complementi che ne attenui- no o ne accrescano il valore. Come si vede, non
è necessario costituire una categoria speciale per collocarvi i sel (1) Avviene
una sostantivizzazione (o, per lo me- no, una «semisostantivizzazione »)
dell'uno o dell’al- tro aggettivo: nel primo caso si tratta dei due (sost.),
che sono primi (agg.), mentre nel secondo si tratta dei due (agg.) primi
(sost.). Ma tale sostantivizzazione non vè quando il sostantivo sia espresso:
«i due primi posti », «i primi due posti »; ma, così dicendo, la dif- ferenza è
meno chiara, appunto perché non intervie- ne la sostantivizzazione indicatrice.
0 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA « superlativi » che ci rimangono dal latino
(1). Essi hanno perduto tale significato « rela- tivo » (2). Non modificabili
sono anche gli aggettivi che si- gnificano qualità o proprietà fisiche,
geometriche, fi- losofiche che non ammettono graduazioni, quali, ad esempio,
sferico, circolare, rettangolare, sinusoide, in- solubile, monovalente (e
bivalente, ecc.) primo (nel senso matematico di indivisibile per altro numero
che se stesso e l’unità), immanente, impossibile, impro- crastinabile, assurdo
(3). | 322. — Il valore del significato della grande maggioranza degli
aggettivi —ossia di tutti quelli che non esprimono una qualità o proprietà
assoluta — può essere modificato o con avverbî o con speciali suffissi. Di una
cosa si può dire che essa è buona, abba- stanza buona, non molto buona,
piuttosto buona, ve- ramente buona (4); di una persona potremo afferma- (1) Le
grammatiche elencano come tali: massimo, minimo, sommo, infimo, ottimo,
pessimo, qualificando- li come « superlativi » di grande, piccolo, alto, basso,
buono, cattivo. (2) Il latino « pessimus omnium poeta » significa- va « il
peggiore di tutti i poeti », in summa Sacra Via «in capo alla Via Sacra »;
minimus cibus, « la più pic- cola quantità di cibo ». (3) Si dice « Questo è
ancora più assurdo », « Non è poi tanto improcrastinabile », ecc., ma sono
espres- sioni improprie, o che nella forma di « graduazione » esprimono una
negazione, giacché una ‘cosa o è assur- da o non lo è, o è rinviabile,
impossibile, ecc., o non lo è. (4) In italiano, a differenza del latino, ottimo
non è, morfologicamente — e nemmeno ideologicamente — il « superlativo » di
buono, se non ‘in quanto espri- me un «limite ». Assai interessante sarebbe qui
un paragone linguistico-matematico, applicando cioè al «grado di significato »
degli aggettivi quello stesso criterio per cui, nel calcolo differenziale, per
risol- vere qualsiasi problema di « massimo e di minimo » si deve calcolare il
coefficiente angolare della tangen- — 244 — I « GRADI DI PARAGONE » re che è
onesta, quasi onesta, assolutamente onesta, onestissima; del suò aspetto fisico
diremo che è gras- sa, troppo grassa, grassottella, grassoccia, grassissima.
323. — La grammatica rivoluzionaria non nega che esistano dei « gradi » negli
aggettivi, nel senso che la « qualità » possa essere espressa appunto in « gra-
do » diverso: nega però che vi siano, nelle lingue neo- latine, i « gradi di
paragone » degli aggettivi come vi ‘ erano in latino, e come vi sono in altre
lingue. Con ciò la grammatica rivoluzionaria chie- de soltanto che si riconosca
formalmente ciò che è avvenuto nella linguistica realtà. L’ita- liano, oramai
da un millennio, ha scisso il - comparativo e il superlativo latino nei suoi
componenti, distinguendo nettamente, ossia in due idee e perciò in due
vocaboli, ciò che era morfologicamente e ideologicamente uni- to nel «
comparativo » e nel « superlativo » del latino. È doveroso che la grammatica
prenda atto di questa oramai millenaria scissione (1). 324. — Il « grado»,
ossia l’« intensità » dell’ag- gettivo qualificativo è espresso, in italiano,
da uno o più vocaboli che modificano l’aggettivo stesso. Il si- gnificato di
quest’altro vocabolo o di questi altri vo- caboli è chiaro, e non v'è quindi
nessun bisogno di complicare nella grammatica ciò che venne semplifi- te ad una
curva. La curva più primitiva è la retta, la cui equazione è del tipo y=a xt.
La dblivata di y rispetto ad x è a = tg A; essa è una costante in
contrapposizione ad x che è una va- riabile. Si potrebbe così arrivare a
tracciare la « cur- va » della « funzione (esponenziale) » dei valori di un
aggettivo. Il lettore che, amante di ricerche ed eserci- tazioni matematiche,
voglia dilettarsi con lo studio di tali analogie, leggerà utilmente le acute
osservazioni di un geniale matematico inglese sulle « curve espo- nenziali »:
L. Hogben, La matematica nella storia e nella vita, trad. ital, Milano, Hoepli,
1940, vol. II, pag. 588 e segg. (1) I primi documenti scritti dell’italiano
risalgo- no all'VIII e IX secolo: nel XX secolo è tempo di aggiornare la
grammatica. — 245 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA cato nella realtà
linguistica, in coerenza con il pen- siero, analiticamente (1). L’avverbio «
più » significa «in quantità maggiore »: può esprimere una quantità nume- rica
superiore all'unità: « Se una o più per- sone... », « Questo problema ammette
più so- luzioni ». 325. — In questa funzione, l’avverbio diventa vero e proprio
aggettivo determinativo, e può anche essere sostantivato: « Che i più tirano i
meno, è verità, posto che sia, nei più, senno e virtù; ma i meno, caro mio,
tirano i più, se i più trattiene inerzia o asinità » (G. Giusti) 326. — È
notevole che, in italiano, l’espres- sione « più d’uno », che ha chiaro valore
di plurale, richieda il verbo al singolare: « Più d'uno la pensa diversamente
». — Vedi, in proposito, il 8 59 (2). 327. — Può anche, sempre in funzione
determi- lativa, indicare una maggior quantità della cosa espressa dal nome: «
Più gente entra e più danaro si incassa ». 328. — È invece avverbio allorché,
premesso ad un aggettivo qualificativo, lo modifica sì che venga espressa una
maggior quantità della qualità signifi- cata dall’aggettivo: «Né contro il
sonno credo che vi sia mezzo più pronto, antidoto migliore ». (G. Guadagnoli.
Zl tabacco). (1) Vedi 8 67. (2) Anche l’analoga espressione inglese richiede il
verbo al singolare: Many a scholar maintains that... « Più di un erudito
sostiene che... » (Si ricordi che scholar ha comunemente il valore di « dotto,
erudito, competente in una branca del sapere ». — Cfr. C. Ros- setti, Z
tranelli dell’Inglese, 58 ediz., Firenze, Le lingue Estere, 1943, pag. 423). —
246 — IL «SECONDO TERMINE » In questo caso equivale all’avverbio « mag-
giormente », che lo può sostituire, sebbene sia meno agile. 329. — Anche gli
aggettivi ‘possessivi possono essere rinforzati con avverbî di intensità: «
Questa casa oramai è più mia che sua ». | In tal caso, però, l’aggettivo
possessivo acquista il carattere e la funzione di qualificativo, inversamen- te
cioè a quel che accade talvolta per gli aggettivi qualificativi (8 316). 330. —
La grammatica tradizionale pone in par- ticolare evidenza, come « comparativi
speciali », 6. ag- gettivi rimastici dai « comparativi » latini (1). Non v’è
ragione alcuna per cui tali aggettivi me- ritino di essere considerati a parte:
miaggiore di..., migliore di..., inferiore a..., ecc. sono costrutti che, for-
malmente e ideologicamente, hanno gli stessi conno- tati che molti altri
consimili: eguale a.., connesso con..., diverso da..., valevole per... ossia di
aggettivi che esprimono una qualità, ma in connessione con un elemento estraneo
all’aggettivo stesso, limitandone il significato in relazione a tale elemento.
La matematica, la quale usa il simbolo « + » per indicare la voce «più», e ha
simboli per indicare « maggiore di... », « minore di... », abbonda di costrut-
ti linguistici i quali provano che tali espressioni van- no considerate tutte
come appartenenti alla stessa ca- tegoria, sia ideologicamente che formalmente.
Ed an- che gli aggettivi che formano tali costrutti non ap- partengono a
categorie diverse. Se la grammatica tradizionale dedica una speciale
trattazione al « secondo termine di paragone », essa dovrebbe coerentemente oc-
cuparsi nella stessa misura e con lo stesso criterio del « secondo termine di
somiglian- za », del « secondo termine di derivazione », del « secondo termine
di diversità », ecc. ecc. (1) Cioè gli aggettivi: maggiore, minore, superiore,
inferiore, migliore, peggiore; e corrispondono ai co- siddetti « superlativi »
del 8 321. DIR GRAMMATICA ‘DELLA LINGUA ITALIANA 331. — La grammatica
rivoluzionaria definisce con la denominazione di « complemento di paragone »
l'elemento che determina il valore quantitativo o in- tensivo espresso
dall’aggettivo modificato dall’avver- bio più, dall’avverbio meno,
dall’avverbio tanto (altret- tanto). | e = lenticoa ... = uguale a ... i
maggiore di... minore di ... non uguale a ... non maggiore di ... non minore
di... x moltiplicato per... : + diviso per... f | parallelo a... + non parallelo
I fattoriale di AMA V a 060 A) La matematica usa molti. simboli equivalenti ad
aggettivi qualificativi implicanti un rapporto, una con- nessione, un
complemento. — B) L'aggettivo « duro.» ha. qualsiasi valore della « scala del
Mohs » ed anche oltre... (88 330-331) — 248 — ANALISI E BUROCRAZIA L'analisi
logica, esaminando la proposizione « II topazio è meno duro del co- rindone e
più duro del quarzo », afiermerà che gli avverbî più e meno modificano
l’aggettivo. qualificativo duro per esprimere che la durez- za non va intesa in
senso assoluto, ma rela- tivo: questa relatività espressa dall’avverbio
richiede l’altro elemento di confronto o rap- porto, ‘che è appunto il «
complemento di pa- ragone » (1). (Come si vede, per la grammatica
rivoluzionaria l’analisi logica non va confinata burocratica- mente in un
compartimento stagno accuratamente separato da quello dell'analisi grammatica-
le: è necessario — se vogliamo comprendere i fe- ‘ nomeni linguistici — che la
morfologia sia trat- tata sempre in considerazione della sintassi: la causa
finale concorre a determinare la forma dei vo- caboli. Non basta l’anatomia a
darci ragione della struttura di un organo: l’istologia è scienza incompleta se
non ci dice il perché finale, ossia la relazione tra struttura e funzione.
Purtroppo il «respice finem » non serve di bussola alla scienza « moderna » che
si proclama obiettiva e che invece prescinde proprio dalla fondamentale
obiettiva realtà: che, cioè, l’intero. (1) La durezza, ad esempio, è una
proprietà che ha, come la maggioranza delle altre, un valore rela- tivo: di due
minerali è più duro quello che riesce a scalfire l’altro: su questa
constatazione era basata l’antica « scala di durezza » del Werner, che suddivi-
de i minerali in teneri (scalfiti dall’unghia), semiduri (scalfiti
dall’acciaio) e duri (non scalfiti dall’acciaio). Oggi si usa prevalentemente
la «scala del Mohs», formata di dieci termini dei quali ognuno scalfisce il
precedente: 1) talco; 2) gesso; 3) calcite; 4) fluo- rite; 5) corindone; 6)
apatite; 7) ortoclasio; 8) quar- zo; 9) topazio; 10) diamante. — L’aggettivo
duro può avere tutti i valori della scala, ed un altro elemento, espresso o
sottinteso, ne precisa l’intensità, con mag- giore o minore precisione. e
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Creato con tutti i suoi fenomeni è
mirabilmente coor- dinato in un disegno e ad un fine) (1). * * %* 332. — Anche
quando non siano modificati da altri vocaboli o con speciali terminazioni, gran
parte degli aggettivi qualificativi, esprimendo una qualità passibile di
gradazione, hanno un significato non as- soluto ma relativo. Così il valore
degli aggettivi bian- co, rosso e verde non è nell’uso comune rigorosamen- te
cuello determinato dalla lunghezza d’onda » (4) del- le fisiche vibrazioni
luminose: infatti, allorché dicia- mo «la bandiera bianca, rossa e verde »
intendiamo colori ben diversi da quelli che i medesimi aggettivi esprimono
allorché descrivendo l’aspetto di una per- sona diciamo che ella è «bianca per
la paura» o « rossa per la vergogna » o « verde per l’invidia ». Parimenti
aggettivi quali grosso (o gran- de) e piccolo, largo e stretto, lungo e corto,
al- to e basso, caldo e freddo, pesante e leggero, forte e debole non hanno mai
un valore metri- co assoluto: un piccolo elefante è sempre enor- memente più
grande che un grosso calabro- ne: si può benissimo « percorrere a lunghi passi
un breve percorso » e ciò non significa che il passo abbia una dimensione
lineare maggiore che l’intero percorso. 333. — Una maggiore precisazione
metrica, ma sempre relativa, viene espressa modificando l’agget- tivo con
avverbî, oppure con speciali suffissi. 334. — L'aggettivo qualificativo,
modificato da un suffisso, acquista così un valore «accrescitivo », (1) La
scienza moderna è in crisi per le stesse ra- gioni per cui tutta l’umanità è in
crisi: ma «crisi si- gnifica richiamo a non ismarrire il senso di equilibrio
nella valutazione delle cose, a non perdere di vista il trascendente fra il
groviglio dei sensibili, a seguire senza preconcetti le esigenze e le eventuali
conclusio- ni della ragione nella ricerca delle supreme finalità del mondo e
della vita ». L. G. B. Nigris, Crisi nella Scienza, Milano, Vita e Pensiero,
1939, pag. 3. — 250 — A AO LT A SAETTA e PL ei NON « SUPERLATIVO », MA
«INTENSIVO » « diminutivo », « peggiorativo », « comparativo », « vez-
zeggiativo », ecc. Tra questi suflissi modificanli l’intensità va annoverato il
suffisso -issimo, che è il più forte, ma che non implica necessariamente un
grado superlativo assoluto: infatti possiamo dire: « questo cibo è salatissimo,
ma quello di ieri era ancora più salato ». Talmente fluttuante è il valore di
ciascuno di questi sulfissi, implicando anche sîumature di significato che
esorbitano dalla specifica qualità espressa dall’aggettivo, che l’uso di essi è
difficilissima per uno straniero: rosso, rossiccio, rossastro, rossissimo
esprimono di- versità di intensità ma anche diversità di to- no cromatico;
potremo dire grigiasiro, grigio- finto, ma non diremo mai grigissimo; abbia- mo
grasso, grassotto, grassottello, grassoccio, grassone (usato piuttosto
sostantivato) e gras- sissimo, ma non abbiamo grassastro (1). Nel III Congresso
Internazionale dei Linguisti (Roma, 22 settembre 1933) il prof. Viggo Bréòndal
del- l'Università di Copenhagen deplorò che le grammati- che delle lingue
neolatine continuassero a parlare di un « superlativo », mentre si tratta di un
« intensivo »: questo calco grammaticale sul sistema latino è stato condannato
da molto tempo dal buon metodo lingui- stico (2). ° (1) Nella terminologia
tipografica, grassetto è il nome di un carattere più marcato: e parimenti il
ne- retto. Impiegando suffissi diversi, e con l’eventuale aggiunta di prefissi,
la nomenclatura chimica ha po- tuto formare aggettivi e aggettivi sostantivati
espri- menti la maggiore o minore ossidazione di un acido e del sale derivato:
si hanno così, ad esempio: Hz S 04, acido solforico, H=? S 03 acido solfo-
roso, K Cl 04 perclorato di potassio, K. CI O2 clorito di potassio; e si hanno
anche un ossido manganoso-manga- nico, un ossido ferroso-ferrico, ecc. (2) « Le
roman a perdu le superlatif en tant que superlatif (car ottimo en italien ne
veut pas dire «le — 251 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 335, — Non dunque «
superlativo », ma inten- sivo: e l’intensivo è per l’aggettivo ciò che l’ac-
crescitivo è per il nome: grossissimo sta a gros- so come palazzone sta a
palazzo. Parecchi dei suffis- si accrescitivi o diminutivi o vezzeggiativi
degli agget- tivi coincidono con quelli dei sostantivi (1). 336. — Questa
chiarificazione e semplificazione grammaticale italiana giova anche per lo
studio del- le lingue straniere: si eviterà di confondere i cosid- detti «
comparativo >» e « superlativo » italiani, che non esistono, con tali gradi
in quelle lingue che li hanno, come il latino, e le lingue europee derivate dal
go- tico. Il cosiddetto comparativo, specificato con l'articolo, serve in
italiano a formare il cosid- meilleur »; comme les formes en -issimo, c’est un
in- tensif). Il est vrai que dans les grammaires on trouve toujours le système
complet: bon, meilleur, le meilleur; bien, mieux, le mieun Mais ce n’est ià
qu’un simple calque sur le latin, condanné depuis longtemps par la bonne
méthode linguistique ». V. Bròndal, Structure et variabilité des systèmes
morphologiques, Rome, 1933 (negli Atti del Congresso e in «Scientia », 1, VIII,
1935, vol. LVIII, n. CCLXXX-8). (1) Nel linguaggio faceto si aggiunge la
desinen- za -issimo ad alcuni sostantivi, ottenendo vocaboli di indubbia
efficacia, quali salutissimi (« saluti cordialis- simi »), banchettissimo.
Oramai di uso corrente è il veglionissimo, che finirà certamente per passare
nel linguaggio autorizzato. Abbiamo già il generalissimo. —- L’intensivo
direttissimo, sostantivato a scopi ferro- viarî, ha funzioni analoghe a quelle
che l’accrescitivo torpedone ha nell’automobilismo turistico. — Il lin- guaggio
giudiziario ha ufficialmente adottato la for- mula « giudicare per direttissima
», ed abbiamo «la direttissima Roma-Napoli ». — Non vi sono regole per decidere
quali desinenze debbano esser usate per al- terare il significato degli
aggettivi e dei sostantivi: vi sono simpatie e incompatibilità ideologiche e
formali: abbiamo graziosetto, giallino, belloccio con tipiche .sfumature di
significato: intelligentino ha sapore iro- nico, saputello esprime
eccelttentemente la presuntuo- sità di chi vuol aver l’aria di tutto sapere (il
linguag- gio faceto ha costruito, in tal senso, anche « sapone », come comico
equivalente di « sapientone »). DI ATTENZIONE AI GRADI! detto « superlativo »:
bello, più bello, il più bello. L'articolo determinativo è dunque rite- nuto
caratteristico del « superlativo » (1). Pro- prio questa « ricetta grammaticale
» può esse- re pessima consigliera per la traduzione in lingue siraniere o
classiche. Nel verso del Pe- trarca « Veggio ’1 meglio ed al peggior
m'’appiglio » (In vita di Mad. Laura, c. XVII) l’ariicolo che precede meglio e
peggiore indu- ce a delinire « superlalivi » i due aggettivi so- stantivati: e,
al contrario, essi corrispondono a due « comparativi » (comparativi veri e pro-
prî) latini: il verso del Petrarca è infatti imi- tato dal latino: ..« Video
meliora proboque: Deteriora sequor ». (Ovidio, Metamorph., VII, 20-21) 337. —
Per ben tradurre in quelle lingue che hanno le forme « comparative » e « super-
lative », bisogna prescindere daila « forma » italiana, ed esaminare se
l’aggettivo modificato esprima una qualità in misura superiore ri- spetto ad
altra cosa o altra qualità o altro tem- po, ecc., nel qual caso si tradurrà con
il « com- parativo », o se si tratta, invece, di un « pri- (1) Infatti il
francese ripete l'articolo allorché l'aggettivo modificato dal plus (o un
aggettivo che ne contenga l’idea intensiva) è posposto al nome: l’ami le plus
cher, «l’amico più caro » (e non «l’amico il più caro», che è riprovevolissimo
gallicismo); /es meilleurs livres possible, oppure les livres les meil- leurs
possible. Ma l’articolo può invece mancare quan- do si tratti di un partitivo:
ce que j'ai vu de plus in- téressant; ce que nous avons mangé de meilleur. — Il
confronto fra lingua e lingua giova a comprendere la vera natura, ossia
l’autentico «grado » di questi in- tensivi. -—— Un intero gruppo di parole può
valere da « intensificatore »: così ad esempio, la locuzione fa- miliare
francese on ne peut plus in frasi a significato « superlativo »: es.: il est on
ne peut plus aimabile. — 253 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA mato » in tale
qualità, nel qual caso è eviden- te che la traduzione deve far ricorso al
super- lalivo. Si spiega così, ad esempio, perché ad una nostra forma «
intensiva » possa corrisponde- re in inglese tanto un comparativo quanto un
superlativo: allorché noi diciamo «il più ca- ro », «il più a buon mercato », «
il più ulile », « il più comodo », non facciamo differenza al- cuna per il caso
che si tratti di due oggetti o di più: ciò prova che si tratta di un « inten-
sivo », e che soltanto il « complemento di pa- ragone » stabilisce il valore
dell’avverbio « più »: l'inglese, invece, che possiede i « gra- di » degli
aggettivi e degli avverbî, dirà ‘he dearer, the cheaper, the more useful, the
more comfortable (« comparativo ») se si tratti di uno dei due oggetti, essendo
evidente il « pa- ragone » con l’altro, mentre dovrà dire the dearest, the
cheapest, the most useful, the most comjortable, se gli oggetti sono ire o più,
poi che si tratta di un primato (« superlativo »): non si possono paragonare
tre cose come non vi può essere un « superlativo » in un « para- gone » di due
cose (1). 338. — Noi siamo spontaneamente portati ad esagerare il grado della
qualità affermata, appunto per dar maggior rilievo alla qualità stessa: diciamo
« pal- lido come un cencio », sebbene nessun pallore epi- dermico possa
arrivare mai al bianco assoluto, « rat- to come il fulmine », non intendendo
certo la velocità di 300.000 km. a secondo. È la ragione stessa per la quale,
sulla deposizione obiettiva dei nostri sensi, la (1) Nella forma mentis
anglosassone, questa di- stinzione è fondamentale e si riflette anche in altre
espressioni: noi diciamo «le classi ricche », ma nella mente inglese è
spontaneo il paragone con l’altra ca- tegoria sociale, e l’espressione è perciò
« the richer classes» («comparativo »), cui sono opposte «the poorer classes ».
Invece «l’allievo più diligente della. classe » sarà « the most industrious boy
in the form ». o) I LA TENDENZA A ESAGERARE tendenza amplificatrice ci porta
alle «illusioni otti- che ». Diciamo «È un secolo che l’aspetto », «È ro- ba da
morire». Psicologicamente interessanti sono perciò i modi con cui le varie
lingue esprimono più o meno esageratamente l’« intensità » aggettivale, con
avverbî e terminazioni. A un secolo che aspetto!” (un secolo=20 minuti)
(NIITIITITITT) 0000000000000 Vi sono delle esagerazoni linguistiche dovute a
cau- se fisio-psichiche analoghe a quelle che creano alcune « illusioni »
ottiche... A) Nei « cerchi di Delboeuf » il cerchio interno della figura di
sinistra sembra più grande di quello esterno della figura di destra, cui in-
vece corrisponde per diametro e circonferenza. — B) Nei «punti di Ponzo», la linea
verticale a sinistra sembra più corta di quella di destra, ed invece è del- la
stessa lunghezza. (8 338) Le Précieuses si servivano abbondantemente di avverbî
quali terriblement, furieusement, formidable- — 255 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA ment (1). Nell’inglese moderno si dice awfully. good, (letteralm. «
spaventosamente buono ») tremendously- glad (« terribilmente contento »).
Invece mancano di terminazioni accrescitive, vezzeggiative o peggiora- tive.
Noi abbiamo parole, paroline, parolone e. parolacce. (1) E vennero chiamati
Zncroyables coloro che esagerarono nell’affettato modo di vestire, di parlare e
di gestire. Il nomignolo venne dal loro intercalare « C'est incroyable!» che
essi usavano frequentemente. e senza pronunziare la lettera r: « C’est
incoyable, ma paole d’honneu! ». — Cfr. Toddi, Guida per la lingua francese
viva parlata e scritta, Milano, Ceschina, 1936, pag. 313. — 256 — Le parole
sulle terre, sui mari e nei cieli (VII) 339. — Come congruo supplemento alla
tratta- zione dei nomi e degli aggettivi, la grammatica rivo- luzionaria ossia
aggiornata con i tempi, dà largo svi- luppo alle regole concernenti i vocaboli
codificati in un volume diffusissimo e che, pure, non è un testo letteratio: è
un volume sui generis, ricchissimo di nomi, alquanto ornato di aggettivi, con
alcune pre- posizioni, rare congiunzioni, ma assolutamente man- cante di verbi,
di avverbî, e tanto più di interiezioni: l’atlante (1). CSI . (1) « Ah! moglie
mia! » è il nome geografico col- lettivo dato alle quindici province orientali
e setten- trionali dello Honshà, a ricordo dell’accorata escla- mazione che,
dall’alto dello Usvi, il grande guerriero nipponico del III secolo
(ufficialmente del II) Yamato- takeru pronunziò ricordando l’eroico sacrificio
della consorte Ototachibana-hime, immolatasi nella sotto- stante baia per
salvarlo: dalla sua esclamazione (« A tsuma wa ya! ») venne all’intera regione
il nome di Azuma, che non è più, però, un’interiezione. — Cfr. P. S. Rivetta,
Storia del Giappone secondo le fonti in- digene, Roma, Ausonia, 1920, pag. 26;
e Japan-Hand- buch, Nachschlagewerk der Japankunde, Berlin,-Japa- ninstitut,
1941, pag. 654. — Si dice che da un’ammira- tiva frase di Napoleone (« Mais
quel beau lieu! ») de- rivi il nome di Beaulieu sulla Costa Azzurra. — Il nome
del Capo Guardafui, ossia « Guarda e fuggi! », fu dato dai navigatori italiani
all’imponente promon- torio orientale africano detto dagli Arabi Ras Assir,
dall’aspetto di leone accovacciato, perché a chi venga da sud o da est, le
nebbie frequenti fanno confondere con esso il Falso Capo Guardafui, provocando
un pe- ricoloso dirottamento. —- Ma tutte queste interiezioni hanno soltanto
valore etimologico, e non conferiscono — 257 — 17 GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA L’atlante è un libro senza testo: non ap- partiene alla lelteratura:
ne è però ausilio pre- zioso, non soltanto ai fini geografici, ma an- che a
quelli direttamente grammaticali relativi alla toponomastica (1). | 340. —
Allorché, nell’atlante, un nome geografi- co appare accompagnato dall’articolo,
questo va con- siderato come facente parte integrale del nome stes- so: non
potrà esserne quindi mai separato, come non potrebbe esser separata la prima
sillaba di un qual- siasi altro nome geografico. Perciò si deve sempre dire La
Spezia, L'Aquila La Valletta, anche nei casi indiretti, potendosi però, in tal
caso, aver anche la fusione con la preposizione (vedi 8 422). Si dirà perciò «
La Spezia è capoluogo di provincia », « È partito per l'Aquila», « Ha ricevuto
lettere dalla Valletta? ». Lo stesso dicasi per tutti gli altri nomi geogra-
fici articolati, sia di luoghi italiani sia di luoghi stra- nieri: alcuni di
questi nomi hanno una forma italia- nizzata, altri rimangono nella loro forma
originaria. Abbiamo, in Italia, anche La Consuma, La Futa, Il Furlo, La Gaiola,
ecc. Italianizzati so- ai nomi geografici derivati la qualifica di « esclama-
zioni ». — Anche l’espressione « Zch bringe es dir! » - («Io porto ciò a te!»
ossia « Alla tua salute! ») ha generato il nostro « brindisi » (non il nome
della città, che è il latino Brundisium), che non va però. qualifi- cato «
interiezione ». (1) Dall’italiano gazzetta, « giornale » (così chia- mata
perché originariamente ogni numero costava una gazzetta, moneta veneziana del
valore di 2 soldi cir- ca), gli Inglesi hanno formato gazetteer, che, dal
signi- ficato originario di « gazzettiere » ossia « scrittore per gazzette »
passò a quello attuale di « dizionario geo- grafico », in quanto questo
fornisce le utili nozioni sui luoghi. Un gazetteer non manca mai nella
redazione dei giornali, né negli uffici pubblici e privati: esso in- dica
anche, generalmente, la corretta pronunzia dei nomi elencati. — 258 — ni ARR
L'ARTICOLO GEOGRAFICO no ll Pireo (1), La Canea (2), L’Aja (3), L’A- vana (4),
Il Cairo (5), mentre restano nella forma originaria spagnola La Asunciòn del
Venezuela, La Paz per tre ciità importanti di America (in Argentina, Bolivia e
California), La Union (in Spagna, Cile e Salvador), La Plata presso Buenos
Aires (6), La Corufia e El Ferrol in Galizia; in portoghese O Porto (scritto
anche Oporto, non distaccando l’arti- colo O = «il »); in francese Le Bourget,
pres- so Parigi, che ha dato il nome anche all’aero- porto, Le Mesnil le Roi,
ecc.; in olandese De Kaapsche Hoop nel Transvaal, ecc. 341. — Importante è
l’esame di questi articoli, poi che la loro presenza potrebbe indurre in errori
(1) Dal greco Tò Péiraion, che i nostri vecchi na- vigatori chiamavano « Porto
Leone ». (2) In greco è semplicemnte Kanià: l'articolo fu dato dai Veneziani,
quando, nel 1252, fondarono la città sulle rovine dell’antica Cidonia. (3)
Dall’olandese ’s Hag (tedesco Den Haag, in- glese The Hague, francese La Haye),
abbreviazione di *s Gravenhage, « Il Parco dei Conti »), poi che la città si
sviluppò, nel XIII secolo, intorno ad un castello nobiliare. (4) In spagnolo La
Habana, dal nome popolare dato ad una statua che è sulla torre di guardia del
Castillo della Real Fuerza. Un detto cubano si burla di coloro che «hanno visto
L’Avana senza vedere l’Avana ». — Sulle numerose curiosità locali, cfr. il
vecchio, ma sempre interessante lavoro di J. M. de la Terre, Lo que fuimos y lo
que somos, o la Habana antigua y moderna, La Habana, 1857. (5) In arabo
e/-Kahireh, «la Vittoriosa »; gli Egi- ziani la chiamano abitualmente il Masr,
« la Capitale ». Gli Arabi premettono l’articolo anche a nomi di altre città:
Nazaret diventa in-Ndasre, Alessandria d’Egitto il-Iskandarîje. i (6) È la
capitale della provincia di Buenos Aires, questa città essendo la capitale
nazionale. In spagno- lo, plata significa « argento » ed è femminile: il nome
Rio de la Plata venne dato al gigantesco fiume da Se- bastiano Caboto per i
numerosi oggetti d’argento tolti agli indigeni rivieraschi. Più a sud di La
Plata è Mar del Plata: in questo nome, Plata è maschile giacché si allude al
«territorio » circostante. — 259 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA di
concordanza, sia in italiano che nelle lin- gue straniere. E potrebbe
sospingere verso l'errore pro- prio coloro che, conoscendo una lingua stra-
AQVISGRANV, VM SN Su ii TENEIORAARNA Lol SANCTE AGATH/E FAN vm ì YStì “N BO»
se? Le alterazioni subìte dai nomi geografici sono spesso assai profonde... (8
341) niera, ‘sentirebbero maggiormente l'impulso ad accordare verbo e aggettivi
con il numero e il genere indicati dall'articolo. Questo articolo, più o meno
incorporato anche formalmente con il nome (1), ha puro (1) Le alterazioni dei
nomi geografici sono spesso ancora più profonde che quelle delle parole comuni,
con singolari mutilazioni e, insieme, singolarissime persistenze. Non ci
stupiremo che il latino Aquisgra- — 260 — ‘ PLURALI APPARENTI valore
etimologico, e quasi sempre è il resi- duo di un’abbreviazione (1). Così la
città di Los Angeles ha un nome che va interpretato « città dedicata a Nuestra
Sefiora la Reina de los Angeles » (2), e la bella capitale della Gran Canaria
si chiama Las Palmas a causa della lussureggiante vegetazione, sì che essa è
«la città delle palme » (3). Tutti questi no- mi e altri simili vanno quindi
considerati sin- golari femminili, indipendentemente dalla loro apparenza: si
dirà quindi: « Las Palmas è collegata con il suo porto di La Paz con una
tranvia' elettrica di 6 chilometri ». 342. — Questo criterio vale anche per
quei nomi che, pur senza articolo, hanno forma num sia divenuto Ais (= Aquis)
nella Chanson de Ro- land, poi che « Carles serat ad Ais a sa capele » (Chans.
de Rol., 52) da questa cappella carolingia si è avuto il nome mo- derno
francese di Aquisgrana Aix-la-Chapelle, mentre per i Tedeschi essa è Aachen,
con un allontanamento, dall’originale, non maggiore di quello che, ad esempio,
vi sia tra l’originario greco archìatros e il moderno tedesco Arzt, « medico »
(in ceko è Cachy, che si pro- nunzia Tsdhi). — Si pensi che forum Livii si è
sin- tetizzato in Forlì, e che delle sei sillabe di Sanctae Agathae Fanum: non
ne sopravvivono che due in San- thià, ma è rimasta nella grafìa lA, pur
eccezionalis- sima in tale posizione. — Cfr. P. Nigra, Notizie stori- che
intorno al borgo di Santhià, Vercelli, Guglielmoni, 1876, vol. I, pag. 134. —
L’A etimologico eccezional- mente permanente nella grafìa si trova anche in
Thie- ne, Rho; nell’estrema Calabria montana sono i due paeselli di Chorìîo e
Roghudi. (1) E si trova anche in forma di preposizione arti- colata, come ad
esempio nel nome di Desvres (nel Pas-de-Calais), che va pronunziato « dèvr ».
(2) Così fu battezzato il 2 agosto 1769, ricorrenza festiva della Madonna degli
Angeli, il villaggio che gli indigeni chiamavano Yang-ma. ; (3) La vegetazione
tropicale fa ancor più impres- sione a chi abbia lasciato, come ultimo porto,
un pae- se a vegetazione temperata. Perciò, ai provenienti dal- l’Europa il
connotato appariva più tipico e suggeriva la denominazione geografica. SIA
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA evidente di plurale, come, ad esempio, Buertos
Aires. Sarebbe ridicolo e inesatto considerare tal nome un plurale maschile!
(1). Si tratta anche qui di un’espressione sintetica: in ori- gine (1536) il
nome della città era Puerto de Nuestra Seniora Santa Maria del Buen Hire (2). 343.
— Ben diverso era il pensiero dei Latini al- lorché essi parlavano o scrivevano
di Syracusae, Vol- sinii, Pompeii, Corioli, Veii, Athenae. Questi nomi erano
veri e proprî plurali, poi che l’idea connessa era di conglomerati di rioni, o,
meglio, città minori riunite a formare quella che aveva, così, significato
collettivo. Si hanno perciò i genitivi plurali Syracu- sarum, Volsiniorum,
Veiorum, ecc. Si diceva: « Athenae omnium artium inventrices jue- rutti »,
letteralm.: « Atene furono le inventrici di tutte le arti»; « Corioli diruti
suni » (« furo- no distrutti »); e persino « Syracusas nomina urbs habet »,
ossia « La città ha i nomi di Si- racuse », ciò che, del resto, corrispondeva
alla realtà toponomastica, poi che Syracusae era il nome-somma (quindi plurale)
dei cinque Regio; dei quartieri, considerati altrettante cit- tà (3). In
italiano tutti i nomi di città o paesi, antichi o moderni, sono singolari,
anche se han forma e signi- ficato plurale nella lingua originaria. (1) In
spagnolo, aire (come il francese air) è ma- schile; si dice el aire per ragioni
eufoniche, come in francese si dice son air. (2) Dal titolo di una compagnia
mercantile di Si- viglia; è leggenda che il nome sia stato suggerito dal-
l'italiano Leonardo Gribeo, facente parte della spedi- zione di Pedro de
Mendoza, e che avrebbe voluto ri- cordare un santuario cagliaritano, Santa
Maria della Buon’Aria. — Cfr. V. F. Lòpez, Historia de la Repù- . blica
Argentina, in 10 voll., 1883-93. (3) Ortygia, Achradine, Tyche, Epipole e
Neapolis. — 262 — IL SAPORE LOCALE In rumeno hanno forma di plurale parec- chi
nomi di città, a cominciare dalla capitale che è Bucuresti (1), genitivo
Bucurestilor, ap- punto in forma di plurale: non per questo, però, esige al
plyrale i verbi ed aggettivi (2). È singolare persino Budapest, che pur è
formato, nella realtà e nel nome, dall’unione di Buda e di Pest: diremo perciò:
« Buda e Pest formano” Budapest, la quale è... ». 344, —- Esigono invece
regolare concordanza completa — in genere e numero — i nomi plurali, maschili o
femminili, che indicano quartieri, rioni, lo- calità, passeggiate e simili, e
richiedono l’articolo ve- ro e proprio (ossia non soltanto etimologico): così «
i Parioli», «i Prati», «le Capannelle» a Roma, «le Cascine », «i Colli » a
Firenze, « le Procuratìe » a Ve- nezia, «i Bastioni », «i Viali » ecc. in
parecchie città. A Roma si dice indifferentemente « abita ai Prati » e « abita
in Prati ». Questa seconda forma ha maggior sapore locale (3). I (1) La
mancanza, tra le matrici della linotype, del carattere adatto impedisce di
porre la sediglia sotto la lettera s (che dovrebbe averla come il € francese):
pa- rimenti non è rappresentato esattamente il t con la sediglia, sostituito
per approssimazione con ts, per renderne il suono. (La trascrizione sc per l’s
con se- diglia altererebbe troppo l’aspetto grafico). Per le stes- se ragioni
viene omesso il segno sulle vocali brevi. (2) Si dice quindi, al singolare «
Bucuresti a fos! de multe ori ocupat de armate streine », « Bucarest è stata
molte volte occupata da eserciti stranieri », Pari- menti: « Galatsi (plur.) se
pomeneste (sing.) po vremea lui Alexandru cel Bun », « Galatz è ricordata sin
dal tempo di Alessandro il Buono ». (3) Essa ha quindi una tinta dialettale. Il
« Ro- mano de Roma » (v. pag. 127), anche quando parla ita- liano, omette
l’articolo dinanzi ad alcuni nomi di rio- ni: dice «l’Esquilino », «la Regola
», ma «si trova in Borgo » o « a Borgo », « abita in Panico »: « ... annamo
dritti p’er Biscione, Piazza S. Carlo, traversamo Ghetto... » (Pascarella, La
serenata, II, 7-8) (esattamente come un Londinese direbbe «we cross — 263 — PI
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 345, — Come regola generale, prendono l’arti-
colo tutti i nomi geografici, tranne quelli di città, pae- si e isole minori:
sicché si dirà: « È venuto da Creta, passando per lo Stretto di Messina,
avvistando lo Stromboli, sostando a Salerno e a Capri ed è sbar- cato al Molo
Beverello a Napoli, tra il Vomero e il Vesuvio ». Per le stesse ragioni
geografico-sentimen- tali (1) per cui si dice « a Trastereve », si usa dire
senza articolo « a Posillipo »; ed è consa- crato sulle ali del canto che «a
Marechiaro c'è una finestra » (2). Si può affermare che una imprecazione
Piccadilly >»). È tipica la locuzione romanesca « passà ponte » (senza
articolo) nel senso di « prendere una de- cisione irrevocabile » (cfr. P.
Romano & E. Ponti, Mo- di di dire popolari romani. Roma, A.R.S., 1944, pag.
7). Si intende il ponte per eccellenza, ossia il Ponte S. An- gelo. « Per gli
Ebrei di Roma, « ponte » riferito al ghetto è sempre il ponte Quattro Capi,
mentre « Pon- tc » riferito alla città è, come per tutti i Romani, il ponte S.
Angelo ». C. del Monte, Nuovi sonetti giu- daico-romaneschi, con note
esplicative, Roma, Cremo- nese, 1932, pag. 120. — È il ponte cui allude Dante
nell'VIII Cerchio: « Come i Roman, per l’esercito molto, l’anno del giubileo,
su per lo ponte : hanno a passar la gente nodo colto, che dall'un lato tutti
hanno la fronte verso "l castello e vanno a Santo Pietro; dall'altra sponda
vanno verso il monte... ».. (Inf., XVIII, 28-33). Anche in puro italiano, non
si usa premetter l’ar- ticolo a Trastevere, considerandolo quasi un nome di
paese a sé: «tutto il popolo di Trastevere, ottimo sangue romano, da questa
sede che sta fra il Gianicolo e Ripa Grande... ». G. d'Annunzio, cit. in L.
Huetter, Trastevere, in Roma nei suoi rioni, Roma, Palombi, 1936, pag. 336. (1)
Vedi 8 52 e 108. ù (2) « Marechiaro » non ha l’etimologia che sem- brerebbe
ovvia, ma deriva da Mare planum, « Mare tranquillo ». ne D64 ca CON O SENZA
ARTICOLO dantesca abbia definitivamente fissato l’arti- colo ai nomi di due
isole minori del Tirreno: « Movasi la Capraia e la Gorgona, e jaccian siepe ad
Arno sulla joce, sì ch’elli anneghi in te ogni persona! ». . (Inf., XXXIII,
82-84) (1). 346. — Le regioni e le grandi isole, così come i nomi degli Stati,
possono avere e non avere l’arti- colo: e v’è una lieve differenza di
significato. Si può dire indifferentemente: « in Sicilia » o « nella Sicilia »
«in Spagna» o «nella Spagna »; si preferisce omet- terlo allorché si tratta di
moto a luogo, mentre è di rigore quando si esprime la provenienza. Si dirà
quin- di: « È partito dalla Turchia per recarsi in Svizzera » (meglio che «
nella Svizzera »). 347. — Non è facile codificare i casi in cui si usi
l'articolo o no dinanzi a nomi di Stati, grandi isole nazioni e regioni:
generalmente, come si è visto, l’articolo è adoperato. Potrà apparire strano
che le grandi isole extra-euro- pee (ed anche Maiorca e Minorca, Creta, Ci- pro
nel Mediterraneo) vengano trattate come piccole isole, ossia escludano
l’articolo: « a Giava », « da Sumatra », « oltre Luzon », e che invece sia
sempre obbligatorio l'articolo per «il Madagascar ». Questa varietà di uso o
meno dell’articolo è uno scoglio spesso insidioso allorché ci si esprime nelle
lingue straniere. Fortunatamente, parecchie di esse hanno regole tassative ed
unificatrici. Ad esempio, non v'è pericolo di errare in tedesco, poi che nomi
di città, paesi e isole non vogliono mai l'articolo (2). (1) In questa terzina,
invece, l'Arno non ha arti- colo. Si dice, per reminiscenza manzoniana, «
risciac- quare in Arno ». A Roma è comune l’espressione « a Tevere » e anche «
a fiume » intendendo appunto il Te- vere. (2) « Sein Onkel wohnt in Schanghai
», « Suo zio abita a Scianghai »; « Kennen Sie Ungarn? », « Cono- — 265 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 348. — La violazione delle norme grammaticali
‘e sintattiche implicanti localizzazioni geografiche pos- sono non soltanto
generare errori, ma anche dar luo- go ad equivoci. Chi parla o scrive usa
vocaboli e co- strutti che esprimano l’idea che egli ha già: nell’in-
terlocutore o lettore quel vocabolo o costrutto può suggerire invece un’altra
idea, la cui espressione coin- ‘cide con il vocabolo e con il costrutto udito o
letto. Chi dica, ad esempio, che « Tizio è certis- simamente a Capri » può non
sospettare che la sua proposizione possa avere due signifi- cati diversi: uno
più vasto, affermante che Ti- zio è « nell'isola di Capri », l’altro, più
ristret- to, limitato cioè al « paese di Capri? ». Nel pri- mo caso, Tizio
potrebbe anche essere ad Ana- capri, o al Salto di Tiberio, o nella Grotta Az-
zurra o sulla vetta del Monte Solaro, mentre nel secondo non deve essersi
allontanato trop- po dalla tipica piazzetta intorno alla quale si addensa il
paese di « Capri »: la Punta Tra- gara e la Via Krupp son già « fuori Capri »
in tal senso, mentre sono «in Capri » nel primo significalo. L’ungherese usa
suffissi diversi (corri- spondenti a nostre preposizioni, dato il carat- tere
agglutinante della lingua) a seconda che scete l’Ungheria? »; però si dice «Sie
gehen in die Schweiz und in die Tiirkei ». — Parco di articoli è anche
l’inglese, che ne fa uso solo eccezionalmente «dinanzi ai nomi geografici: «
These islands belong to Spain », « Queste isole appartengono alla Spagna »; «
Does he like South America? », « Gli piace l'America, Meridionale? ». — Inoltre
l’inglese considera nomi geo- . grafici — o per lo meno li assimila ad essi —
anche il Cielo, il Paradiso, il Purgatorio, l’Inferno, l’Elisio e il Tartaro
(Heaven, Paradise, Purgatory. Hell, Elysium, Tartarus), poi che li usa sempre
senza articolo. — Semplificatore è anche lo spagnolo, omettendo l’arti- ‘colo:
ir a Parìs, a Francia, a Espafia; — salir para América (« partire per l’America
»), volver de Cata- lufia (« ritornare dalla Catalogna »), « la capa se lleva
mucho en Espafia» (« Nella Spagna si porta molto il mantello »). — 266 —
LOCALIZZAZIONE AMPIA O RISTRETTA il nome cui si aggiungono debba intendersi
come significante una città oppure la provin- cia: così, ad esempio, Szalmàron
(= Szaf- ——_—_—» “Tizio rrtogTt è s ri 1 i a C pri. ALTO DI mimi E 9% erat SE
ATI ION MONTE SOLARO - SPARE INDI SS =<CAPR ti o TTORE ly ==aezIe. NR: VI ll
FEAVIVATA 7 ® TSRM EAU CAI d; pesa, TORRETESA NIUOSED? 4 - ARINA GRANDE <A:
sa ia o se nata È o a = PE ep pu re i “Tizio è certamente pi @UGAL VA ci hi cf
A) « Essere a Capri» può avere due significati diver- si. — B) In magiaro, due
differenti suffissi specificano la localizzazîione ampia o ristretta. (6 348)
màr+on) significa «in Szatmàr (città)», : mentre Szalmàrban (= Szatmar + ban)
vuol ‘dire « nella provincia di Szatmàr »; Csongràd- — 267 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA . ròl significa « dalla città di Csongràd », men- tre Csorigràdbò!
vuol dire « dalla provincia di Csongràd » (1). ‘ 349. — L'articolo è
obbligatorio ogni volta che il nome geografico sia accompagnato da un
aggettivo, sia attributivo che facente parte del nome stesso: si dirà quindi «
/a vecchia Castiglia » o « la Vecchia Ca- hia Castiglia ) IOBBIIA Les È) è csi)
hY So AI DATO FAX Ta 9 DA Di Tri rr a Graficamente la maiuscola e. oralmente,
una lievissi- ‘ ma differenza di pronunzia determinano un diverso |
significato, (8 349) (1) Nello stesso senso i suffissi locativi -én (-on, -6n),
-ròl, -ròl, -ra, -re si diversificano dai suffissi -ben, -bol, -bòl, -ba, -be.
— La localizzazione ha una grande. importanza come connotato
psicologico-linguistico. Proprio presso alcuni popoli non troppo amanti della
precisione espressiva, si trovano costrutti che manca-. — 268 — « A » FEMMINILE
E «A » MASCHILE stiglia » (1), « il Grande Belt e il Piccolo Belt », « l'I-
talia Settentrionale », «la Venezia Giulia», anche quando l’aggettivo sia
sostituito da un prefisso o da un genitivo di specificazione: perciò si dirà: «
È stato in America ma non so se nel Sud-America o nell’Ame- rica del Nord ».
350. — Da quest’ultimo esempio si vede che le regioni, anche se di genere
femminile, sono trattate come maschili allorché son precedute dal nome (che LI
è maschile) di un punto cardinale: «il .Nord-Ame- rica» (2). 351. —
Imbarazzante è la determinazione del genere per le nazioni e regioni il cui
nome termina in -a: in America vi sono, allineanti lungo la costa atlantica ma
alternantisi come « genere » grammati- cale, « Za Guiana, il Venezuela, la
Colombia, il Pana- . ma, la Costa-Rica e il Nicaragua », tutti nomi uscenti in
-a e fonicamente non molto diversi fra loro. In no alle nostre lingue: con il
semplice suffisso -mo ag- giunto al verbo, la lingua kinyamwesi esprime che
l’azione si svolge completamente nel luogo indicato: numba iyi tukulalamo
«dormiamo in questa casa » (letteralm.: «la ecco-casa [in cui] dormiamo dentro
[e non mai fuori] ». Allorché l’esquimese dice «io » intende sempre «io che
sono qui», poi che uvanga è composto di uva+nga (= « iot qui »): Del resto, il
francese, « moi qui vous parle » non dice forse qual- cosa di assai simile? (1)
Le due espressioni hanno significato diverso, e si differenziano non soltanto
graficamente, ma anche, sia pur leggermente, nella pronunzia; nel primo caso,
infatti, l'articolo determinativo e l’aggettivo qualifica- tivo si uniscono in
un solo gruppo fònico (« lavecchia Castigla ») intendendo così tutta la
Castiglia, sempli- cemente qualificata come « vecchia »; nel secondo ca- so,
invece « Vecchia » fa gruppo fònico con Castiglia, costituente con essa
un’unità toponomastica («la Vec- chiacastiglia »). La differenza fònica è
lievissima, ma avvertibile perché intenzionale e perciò particolarmen- te
espressiva. (2) Sebbene jug significhi « sud » in serbo, Jugo- slavia è
femminile, poiché si considera espressione globale: il punto cardinale si è
incorporato con il nome etnico-geografico. — Cfr. U. Vukicevic’, /Istorija
Srba, Hrvata i Slovenaca, Beograd, 1921. — 269 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA Africa « la Rhodesia » è fra « il Beciuana » e « il Tan- ganyika »; in
Asia «il Bengala » confina con «la Bir- mania » e fa parte dell’« India
Britannica ». Come orientarsi per distinguere i due generi, poi che è noto che
non si può dire «/a Nicaragua » né « il Birmania? ». FANFA_RA x “G RENI )) .
*oe0000d8*0,° Ò e? 00, 0 Ud dd ‘ cz Si alternano, maschili (M) e femminili (F),
nomi di nazioni, pur tutti uscenti in a-. (8 351) Proprio il nostro «senso di
latinità » ci è di gui- da nel determinare quali di questi nomi in -a siano
indubbiamente femminili e quali invece richiedano aggettivi ed articoli
maschili. Per i nomi europei non v'è dubbio possibile, poi che essi sono stati
appunto modellati alla latina, dalla Bulgaria all’Irlanda, dalla Lapponia all’
Andalusia; dalla Galizia alla Croazia e alla Siberia. Molti di questi nomi
derivano dai nomi dei po- — 270 — LA GUIDA DELLA LATINITÀ poli, e sono
femminili, significando la regione: così la Francia è la regione dei Franchi,
l’Andalusia la. regione dei Vandali, l'Arabia la regione degli Ara- bi (1). Son
perciò femminili anche quei nomi extraeuro- pei nei quali appunto si è «
femminilizzato » alla lati- na il nome di un popolo, o una qualità, o che siano
derivati da un nome proprio di persona. Così l’Oceania deve il suo nome
all’Ocea- no, la Polinesia alle « molte isole », la Micro- nesia alle « piccole
isole », l'Australia al fat- to di essere nell’emisfero Australe. Come da
Amerigo Vespucci e da Cristo- foro Colombo ebbero il loro nome l’ America e la
Colombia o Columbia, così da Simon Bo- livar prese nome la Bolivia, da Cecil
Rhodes la Rhodesia. Non hanno invece questo carattere di de- rivazione alla
latina tutti quei nomi che sono la più o meno esatta trascrizione di denomi-
nazioni indigene: perciò, pur se terminanti in -a, non sono femminili: così
abbiamo « îl Tan- ganyika », «l'Uganda» (=<«/o Uganda»), « l’Angola » («lo
Angola ») (2), «il Benga- la » (3), ecc. (1) Gravitano nella sfera storica e
culturale « euro- pea » i paesi circummediterranei, appartenenti anch’es- si al
mondo latino e che alla civiltà latina diedero un largo contributo: l’Europa in
tanto è « civile », in quanto è « Mediterrania ». Da oltre i confini dell’Im-
pero Romano, vennero a noi piuttosto i coefficienti ne- gativi, nella cultura e
nella morale: dai Vandali a Kent, da Attila a Nietsche, dagli Sciti a Lenin.
(2) In lingua suabili, nyika significa « bosco, bo- scaglia » e Tanga è una
località costiera. Uganda è erroneamente invece del bantù Buganda, sì che ora
si vuole ripristinare la forma corretta. — È curiosa la formazione del nome
dell’Angòla, che è originaria- mente il nome indigeno « Ngola », cui i
Portoghesi premisero l’articolo femminile « A Ngola »: fondendosi, formò un
tutto maschile. (3) Dal regno di Banga o Vanga. La lingua che chiamiamo «
bengali » è localmente chiamata Bangga- bhasa. LI — 271 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA Sumatra e Giava debbono la loro femmi- nilità al fatto di
essere grandi isole; Formosa è nome europeo (1). 352. — Nessuna incertezza è
possibile per i nomi «di regioni o nazioni che abbiano altra desinenza, vo-
calica o consonantica che essa sia: quindi «il Cana- dà », «il Cile», «il
Messico », «lo Honduras », « il Marocco », « il Nepal», ecc. 353. — Sono
femminili plurali e richiedono sem- pre l’articolo i nomi collettivi di isole,
qualunque sia da loro etimologia e la loro terminazione: « le Ebridi », « le
Canarie », «Je Ryl-kyà », « le Kurili », « le Antil- le », «le Hawaii »», «le
Salomone », ecc. E Sono ‘invece maschili i nomi collettivi di scogli: «i
Faraglioni », «i Galli», «i Fratelli ». 356. — Non si dovrebbe dir mai «/e
isole Fàr Oer », poi che Oer, in danese, significa « isole » (2). Parimenti,
poi che non si dice «il monte Monvi- s0 », « il monte Monte Bianco », non si
dovrebbe pre- mettere il nome comune monte a quei nomi che già contengono tale
vocabolo: ma, per attenersi scrupolo- samente a questa regola, bisognerebbe
aver conoscen- ze linguistiche vaste quanto è vasto il mondo con i suoi numerosissimi
idiomi (3). (1) Così chiamata da Spagnoli e Portoghesi: in "Cinese è T’ai?
uàn!. Ceduta con il Trattato di Shimo- noseki (1895) ai Giapponesi, è da questi
chiamata Tai-wan. (2) È il plurale di « 6 », «isola »: in islandese ey, plùrale
eyjer. (3) Chi volesse meticolosamente applicare questa regola, teoricamente
giusta, dovrebbe assicurarsi, pri- ma di premettere o no la qualifica di «
monte », se il nome orografico straniero contenga o no berg o ge- birge in
tedesco; monte, cerro, pefia, pefion in spagno- lo; planina o vrh in slavo;
gora in russo, bulgaro, croa- to; ben, beinn, fell in celtico; kaln in lettone;
mdggi in estone; iz o urr in samoiedo; mdki, tjùrro, tunturi in finlandese;
aivi, péîé in lappone; fell, fjell, fjall, fjoll in islandese; berg o fjéll in
svedese; bjerg o fiell in da- nese, hegy in magiaro, hori in sloveno; gora o
brdo in jugosalvo; munte, muntele, muntsii, varful in romeno; ‘oros in greco;
malj in albanese; dagh in turco. E ciò — 272 — IL « MONTE NON-DUE » adi idee dl
de A 2 rali è . -| è Né chi lo contempli da lontano, né chi lo ascenda chiama
il « Monte senza pari» con il deformato no- me di « Fusciyvama» — In alto a
destra: Etichetta dell’« Albergo Fuji», in vista del sacro Monte, pres- so il
Lago di Hakone. — A sinistra: Bollo che, culla vetta, viene apposto sul
libretto turistico di chi ab- bia compiuto l’ascensione. —($ 356) Desa 18
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Si potranno, però, evitare almeno gli erro- ri
più grossolani. Così, ad esempio, dicendo « il Monte Fusciyama » si riesce a
riunire tre improprietà in tre parole: infatti, yama signi- fica « monte », in
giapponese: tale vocabolo non è mai collegato direttamente con Fusci, e,
finalmente, non bisogna dire Fusci ma Fu- gi (1). 357. — Sono maschili tutti i
nomi di monti e col- li, qualunque sia la loro terminazione: il Cervino, il
Gran Sasso, l’Altissimo, il Monte Rosa (2), l’Everest, l'Olimpo, il Ruwenzori,
il Monte Bianco, il Campido- glio, il Viminale, l'Esquilino. soltanta,per le
denominazioni orografiche europee; chè, fuori d’Europa,dovrebbe considerare
anche gebal arabo con le sue varie forme dialettali, kuh in persiano; kanda in
singalese-tamilo; tagh in turki; gangri in ti- betano: doi, pou, kao in
siamese; pnom in cambogia- no; goenoeng o gunong in malese; alin o ola in mon-
golo; sciàn in cinese; san o yama o take in giappo- nese; senza contare le
lingue africane, dal berbero tamgut al somalo bur e all’afrikaans klip. Qualche
nome sud-americano contiene l’indio puna, che anche significa « monte ». Non è-
possibile tener presente tut- to ciò; però, di quando in quando, assumono
speciale importanza allcuni nomi, collegati ad eventi importanti, ed in tal
caso, data la frequenza con cui essi ricorro- no nel discorso, è bene tener
conto di questa buona norma, controllando l’etimologia. (1) Solamente con la
-pronunzia Fuji (trascrizione all'inglese, corrente oramai in tutto l’Est per
indicare la lettura « Fùgi ») è giustificato il bisenso con il quale i
Giapponesi esaltano il monte veneratissimo, simbo:o della terra nipponica: essi
dicono che Fuji è il « Mon- te Non-due » (Fu-ji), ossia «senza pari ». Con il
me- desimo ideogramma si esprime graficamente sia il vo- cabolo san che il
vocabolo yama, poi che entrambi si- gnificano « monte » e corrispondono quindi
alla stessa « idea » (vedi nota al $ 73), e tale ideogramma si leg- ge san
allorché è direttamente unito al nome: Fuji-san = «il Fuji-monte », e si legge
yama sol quando ne è distaccato: Fuji no yama, «il monte del Fuji ». Ì (2) Il
nome non è collegato etimologicamente con il colore, ma va congiunto con
l’antico alto tedesco [h] rosa, « ghiaccio, cristallo »: dalla stessa radice
indoeu- ropea proviene il nostro « crosta ». L09294 — NON « RISCIACQUARE IN
ARNO! » Pochissimi fanno eccezione: la Majeila, la Jung- frau (1). 358. — Le
catene di monti hanno generalmente forma plurale e possono essere maschili o
femminili: così abbiamo i Pirenei, i Vosgi, i Sudeti, i Carpazi, gli Urali, gli
Appennini, ecc.; e le Alpi, le Ande, le Ce- venne, le Madonìe, le Montagne
Rocciose. Alcune catene, però, hanno nome singolare, ma- schile o femminile:
son maschili /o Himalaya (2), il Caucaso, il Pindo, l'Atlante, ecc.; femminili
la Sier- ra Morena, la Sierra Nevada, la Sierra de Grados in Spagna, la Sierra
Madre nel Messico ed altre nell’A- merica del Sud, la Cordigliera (delle Ande).
359. — Come regola generale, si può affermare che sono maschili i nomi dei
fiumi: il Tevere, il Rc- no, il Rodano, il Tamigi, il Nilo. Francesca da Rimini
nacque in terra ravennate, «su la marina dove ’i Po discende per aver pace co’
seguaci Sui ». (Inf., V, 97-98). Di questi « seguaci » ossia affluenti, non
pochi son di genere femminile: la Dora Baltea, la Dora Riparia, la Bormida,
ecc. Nei Promessi Sposi, l’Adda è femminile: « Ftenzo, ora che l’Adda era, si
può dir, pas- salta, gli dava fastidio di non saper di certo se lì essa fosse
confine... » (cap. XVII) (3). (1) Propriamente la Maiella o Majella è piuttosto
un gruppo, la cui zona culminale è costituita dalle cime del Monte Amaro (m.
2795), e dei monti Tre Portoni (m. 2663), Acquaviva (m. 2737) e Pesco Fal- cone
(m. 2646); ma nella considerazione popolare e nella letteratura è trattata come
vero e proprio « mon- te ». Lo stesso può dirsi del Gran Sasso, che già i Ro-
mani chiamarono Fiscellus Mons. -— La Jungfrau è femminile anche nei
significato: «la Vergine ». (2) L'articolo non va apostrofato, trovandosi di-
nanzi alla più consonantica delle consonanti, ossia l’h aspirata, formata dalla
semplice emissione di fiato con gli organi fonatorî in posizione neutra e senza
inter- vento delle corde vocali. (3) Questo brano del Manzoni rivela quanto sia
stato nocivo «risciacquare in Arno» il suo lavoro: i Da GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA In latino eran maschili, salvo pochissime eccezioni, tutti i nomi di
fiumi, ed uscivano in -us molti nomi che si son poi feniminilizzati: la Sava,
con il suo affluente la Drava, erano Savus e Dravus, la Drina era Drinus, la
Ma- recchia Ariminus. Ma eran maschili anche quelli uscenti in -a, come
Sequana, (« la Sen- na »), Mosa, Mosella, Duria (« la Dora »), ecc. Non
corrisponde a verità l'affermazione che in italiano siano femminili tutti
quelli uscenti in -a. Lo sono soltanto quelli che, già femminili nella lingua
originaria, hanno assunto una fisonomia italiana che conferma tale genere: così
/a Loire è divenuta la Loira, la Seine è la Senna, la Garonne è la Garonna,
ecc. Son femminili la Sava, la Drava, la Duna; ma son maschili il Volga, il
Lena, l’Oka, sebbene siano fem- minili in russo (I); e maschili anche son altri
fiumi extra-europei, appunto perché lontani da una conce- « Renzo, gli dava
fastidio » per « a Renzo dava fasti- dio » è una vera e propria doppia
sgrammaticatura dia- lettale. — Nel VI capitolo, questo buon contadino
brianzolo chiede a Tonio: « M'hai tu inteso? », inter- ragazione che si associa
con la tipica intonazione fio- rentina; e questo buon brianzolo è riconosciuto
tale, perché « questa sua qualità (di contadino brianzolo) si manifestava da sé
nelle parole, nella pronunzia, ne- gli atti », mentre, dalle parole citate e
dalla pronunzia connessa con esse, avrebbero dovuto crederlo toscano. Tra i ben
1556 appunti critici che un acre volume (M. Rigillo, Gnomologia dei « Promessi
Sposi», Parte prima, Piacenza, Porta, 1929) muove al Manzoni, pa- recchi sono
pienamente giustificati. Il romanzo «ci avrebbe guadagnato ad essere, cioè a
rimanere in quel- la sincerità di forma in cui era stato concepito ». (Ibid.
introduz., V). La 2 edizione, risciacquata in Arno, è molto meno italiana che
la prima. (1) Un divertente scioglilingua (skorogovorka, pronunzia: «
skaragavorka ») russo dice: — Eta riekà scirokà (pronunzia «scyrakà ») kak Okà
(pron. « akà »). i — Kak? Kak Okà? — Tak! Kak Okà! ossia « Questo fiume (femm.)
è largo («larga ») come. l’Okà! — Come? Come l’Okà? — Sì, come l’Okà ». È — 276
— VM‘. _ __—11112k2z___mm_ _r————__ I GRANDI FIUMI zione fonica latina della
vocale -a intesa come desi- nenza femminile: si dirà quindi «i/ Brahmaputra »,
« lo Yarra Yarra» (che attraversa Melbourne), «il Sumidagawa » (che è «il Tevere
di T6ky6 »), « il Loan- gua » (affluente dello Zambesi), « il Tana » (nel
Kenia) e « il Giuba » (nella Somalia). Son maschili tutti i nomi di fiumi
uscenti in altra vocale o in consonante. Per i nomi uscenti in -e vi poteva
esser qualche dubbio in passato: prima della Guerra Europea, non pochi dicevano
e scrivevano « la Piave »: il maschile è stato definitivamente sancito nella
Leggenda del Piave: « Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio... » « Il
Piave mormorò: ” Non passa lo straniero!” » (1). . * * * 360. — Per ragioni
analoghe a quelle esposte nel 8 356, si può dire «il Fiume Giallo », traduzione
di Hoang?-ho?, ma non «il fiume Hoang-ho », poi che ho? significa « fiume »:
uguale significato ha chiang! Yang-tze-kiang (2): sicché si dovrà dire o « lo
Yang- tze-kiang » o «il fiume Yang-tze ». Tra le peculiarità linguistiche
fluviali va notato il diverso collocamento del vocabolo river, « fiume »
nell’inglese d'Inghilterra € nell’inglese d'America: l’inglese dice « Lon- don
is on the river Thames >», « Londra è sul fiume Tamigi », preponendo river a
Thames, (1) Versi e musica di E. A. Mario (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta)
— Cfr. C. Caravaglios, / canti delle Trincee, Roma, 1930 pag. 249. (2)
Pronunzia quasi « Iànnz-dsz-ciànn! ». È detto anche, dagli Europei, « il Fiume
Azzurro » (« le Fleuve Bleu », « the Blue River »), che non è però traduzione
del nome cinese, di incerta etimologia, poi che l’ideo- gramma yang? significa
« sollevare, estendere, lodare » e tze (tsz3) può avere numerosi significati.
In cinese è chiamato anche C’iang?-chiang!, « Fiume Lungo ». — 277 — GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA mentre l'americano dice che « the Hudson ri- ver empties
into New York bay », «il fiume Hudson si getta nella baia di New York », po-
sponendo river a Hudson. 361. — Ugualmente improprie, per ripetizione,
dovrebbero esser considerate le espressioni « il deser- Non dovrebbe esser
lecito dire «il deserto del Saha- ra» e « il deserto di Gobi... ». (8 361) to
del Sahara » e « il deserto di Gobi », poi che Saha- ra in arabo e gobi in
mongolo significano « deser- to » (1). (1) Propriamente sahéra è il plurale di
sahrà, « de- serto ». — Al mongo'o gobi corrisponde il cinese Scia!- mo, « Mare
di sabbia, deserto », con cui ‘esso viene denominato. Del tutto ingiustificata
è la forma, che . pur si trova persino in qualche atlante e qualche ma- nuale
di geografia « Deserto dei Gobi »! — Non v'è, purtroppo, una buona grammatica
per lo studio del mongolo, né del manciù: assai sommario (50 pagine in tutto,
sebbene di gran formato e molto dense) è il ma- nuale di P. G. von Méllendorff,
A Manchu Grammar, with analysed texts Shanghai, Presbyt. Miss. Press, 1893. —
Mirabile per accuratezza, ampiezza e in ma- — 278 — I NOMI IN CIELO * * * 363.
— Anche l’astronomia ha le sue norme gram- maticali, disciplinanti le
denominazioni dei corpi ce- lesti. Poi che i pianeti hanno i nomi delle antiche
divi- nità, il loro genere coincide con il sesso: è di genere femminile Venere,
mentre son maschili tutti gli altri: Mercurio, Marte, Giove, Saturno, Nettuno,
Urano, Plu- tone, che vanno sempre espressi senza articolo, come i nomi delle
divinità corrispondenti. La stessa norma regola i nomi dei pianetini e dei
satelliti: son quindi femminili i pianetini Pallade, Giu- none, Vesta; è maschile
Eros; dei satelliti galileiani (1) di Giove, è maschile Ganimede, son femminili
gli al- LI tri: Zo, Europa, Callisto (2). Dei satelliti di Urano è femminile
Titania, son maschili gli altri tre: Ariel, Umbriel, Oberon (3), sempre senza
articoli. gnifica edizione con tavole a colori fuori testo è il Méko-go
daijiten, (« gran dizionario della lingua mon- gola ») compilato a cura del
Ministero giapponese del- la Guerra: 2 voll., Tòkyé. 1932. i (1) Chiamati così,
perché scoperti da Galileo: so- no molto più grandi che i non galileiani:
Ganimede è 5 volte più grande che la Luna. (2) Comicissimo strafalcione è l’uso
dell'articolo e di aggettivi maschili per Callisto la ninfa che, amata da
Giove, fu da lui portata in cielo, e collocata dal- l'antica astronomia nel
Carro. Dopo Galileo ha mutato sede, ma non sesso. (3) Questi nomi non son presi
dalla mitologia gre- co-romana, ma dalle fiabe nordiche, popolando così il
cielo anche delle belle fantasie di origine carolingia. Oberon, re delle Fate,
appare nei Racconti di Canter- bury di Chaucer e nel Sogno di una notte di
mezza estate di Shakespeare. Ed è interessante ricordare che il nome del gaio
nano è incasellato nel cielo per ra- gioni che sono anche letterarie: il grande
astronomo tedesco Federico Guglielmo Herschell, dopo aver sco- perto Urano nel
1776, scopriva i satelliti, dei quali il quarto nel 1787. Era già popolare
quell’opera che giustamente è considerata la gemma tra tutti i. poemi di
Cristoforo Martino Wieland, il poema eroico-roman- tico Oberon, compiuto nel
1780. Lo Herschell dimo- strò anch'egli il suo entusiasmo: ed ebbero, così,
ono- ri celesti, nella terminologia astronomica, i personag- — 279 — GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA 364. — Regime speciale hanno il Sole, la Terra e la Luna,
che richiedono sempre l’articolo, e debbo- no esser scritti con la maiuscola
allorché son congsi- derati dal punto di vista astronomico. Si scriverà perciò
« la terra » quando tale nome esprima l'elemento in opposizione al mare e al
cielo, o sia considerata come mate- ria; in tal caso può mancare di articolo,
si di- ce e si scrive « chiaro di luna », « in cielo, in terra e in mare e în
ogni luogo », « asciugarsi al sole ». Sono nomi comuni, e possono aver anche il
plurale: « Solto due negri e sottilissimi archi son duo negri occhi, anzi duo
chiari soli ». (Orlando Fur., VII, 12); e nel proverbio popolare meteorologico:
« A la luna settembrina sette lune se le inchina ». Ma vogliono lo stesso
regime che gli altri pianeti e satelliti, allorquando sono usati con analogo
significato: « La disfanza dalla Terra alla Luna e quella dal Sole a
Mercurio... ». Allorché consideriamo la Terra astronomicamen- te, essa diventa
un corpo celeste come tutti gli altri: ci poniamo quasi al di fuori di essa:
anche gramma- ticalmente essa si comporta perciò come gli altri. Non deve
sottrarsi alla legge delle maiuscole, più di quello che, nella obiettiva
realtà, possa sottrarsi alla Legge di Bode (1). gi del capolavoro letterario,
che sarà ammirato « fin- tanto che la poesia resterà poesia, l’oro oro e il
cri- stallo cristallo » (« Solange Poesie Poesie, Gold Gold und Krystall
Krystall bleibt, wird das Gedicht als Mei- sterwerk poetischer Kunst geliebt
und bewundert wer- den » Goethe). (1) Per la Legge di Bode, così chiamata dal
suo scopritore J. E. Bode, le distanze dei pianeti dal Sole possono essere
rappresentate aggiungendo 4 a ciascun termine della serie: 0, 3, 6, 12, 24, 48,
96, 192, 384, ossia 4 per Mercurio, 7 per Venere, 10 per la Terra, 16 per
Marte, 28 per i pianetini, 52 per Giove, 100 per Saturno, 196 per Urano e 388
per Nettuno. 0280 — OLIMPO E ASTRONOMIA Se, a differenza degli altri pianeti e
satelliti, la Luna e la Terra richiedono l’articolo, come lo richie- de il Sole
a differenza delle altre stelle, ciò dipende da un’altra regola, che lo
prescrive appunto quando il nome dell’astro è anche nome comunè. 365. — Vi è
anzi perfetta correlazione tra la maiuscola e l’articolo, nella loro funzione,
che è analoga. La maiuscola indica grafica- mente che quello è un nome proprio,
ossia appartenente individualmente a quel corpo ce- leste (1). Fonicamente non
v'è rischio di con- fusione, poi che quel nome non si usa che; per quel
significato proprio. Quando invece il so- stantivo può esser anche nome comune,
biso- gna determinare che si tratta di quella tra le cose possibili (in quanto
tutte espresse dal nome stesso): « fa Terra » significa « illa n ra»; «la Luna»
è « illa luna », «il Sole », « ille SOL ». 366. — Prendono l'articolo tutti
quei nomi di astri i quali coincidono con un nome comune: si dice perciò «il
Cane », «il Centauro », « la Giraffa », « la ‘Vergine », e tanto più quando il
nome sia composto con un aggettivo o con una determinazione: «/a Stel- la
Polare », « l'Orsa Maggiore », «la Croce del Sud », « la Chioma di Berenice »,
ecc. Come i gruppi di isole, prendono l’articolo le co- stellazioni che hanno
nome plurale: «i Gemelli », «i Pesci », « Le Cefeidi », ecc. Si faccia ben
attenzione nell’esprimere in lingue straniere questi nomi astronomici, poi che
spesso la COLIGIASIZA tra nome comune e - (1) La maiuscola denota la
singolarità o indivi- dualità. È strano che proprio un eccellente volume di
volgarizzazione di astronomia (B. Berro, L’astronomia per tutti, Torino, S.E.I.
1935) degradi i nomi di tutti gli astri, umiliandoli con la minuscola. Nei
cieli e nel- l’atlante astronomico, Giove e gli altri luminari hanno lo stesso
diritto alla maiuscola che hanno Giove e gli altri dèi nel pantheon e
nell’Olimpo: son tutti nomi | proprî. — 281 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
nome siderale non v'è, in questa o quella lin- gua. Così, ad esempio, la
coincidenza della Bilancia..(o Libra) con la comune bilancia, v'è anche in
Îrancese (la Balancea) e in inglese (the Balance), ma il Cancro ha un nome ben
distinto: fe Cancer e ihe Cancer: come sem- plice animale è rispettivamente
écrevisse e crab. Sarebbe un grosso « granchio » collo- carli tra i segni dello
Zodiaco. Parimenti i Ge- melli sono in francese /es Gémeaux, distinti dai
jumeaux (« gemelli »); l'inglese ha The Twins, che coincide con fwins, ma ha,
ad esclusivo significato astronomico, The Ge- mini. Variano, nelle varie
lingue, le denomina- zioni dell'Orsa Maggiore e dell'Orsa Mino- re (1). NOR La
fantasia dei popoli ha arricchito il firmamento con leggende e con nomi che poi
la scienza ha san- zionato, continuando nella stessa via per le denomina- zioni
nuove: l’astronomo si è sentito artista e non ha voluto tradire l’anima
popolare, che interpreta con miti il ritmo degli astri: i cieli son costellati
di lette- ratura e le letterature brillano di tutte le stelle, crean- do così
una nuova armonia tra due armonie. (1) L’Orsa Maggiore resta « Maggiore » in
spagno- lo (Osa Mayor), ma diventa semplicemente « Grande » in francese (Grande
Ourse) e in romeno (Ursa mare); è « grande Orso » in parecchie lingue (ingl.
Great Bear; oland. Graote Beer; ted. Grosser Bir; sved. Stora Bjòr- nen): in
ceko è « Orsa siderale » (Souvezdì Medvéda). Come noi la chiamiamo anche « Gran
Carro », i Fran- cesi la chiamano « Chariot de David », i Romeni «il Carro con
i buoi » (Caru! cu boi.») ricordando i sep- tem triones, i sette buoi aranti,
da cui il « settentrio- ne ». Per gli Inglesi è «il Carro di Carlo » (Charles’s
Wain) trasformando Arturo in Carlomagno; e per gli Americani è the Dipper,
ossia un uccello tuffatore. Più uniformi sono le denominazioni dell’Orsa
Minore, che, tranne in spagnolo (Osa Menor), è semplicemente « Orsa Piccola »
(franc. Petite Ourse, romen): Ursa mica), o « Orso Piccolo » (ted. Kleiner Bàr,
ingl. Little Bear, oland. Kleine Beer, sved. Lilla Bjòrnen). — 282 — Bici lane
"PR la ina biso: Lager ; LE DUE ORSE La realtà dei fenomeni non riconosce
burocratici compartimenti stagni: e nemmeno la realtà viva ed umana riconosce
frontiere tra arte, scienza, lettera- tura, filosofia, fede. ia L’Orsa Maggiore
e. l'’Orsa Minore. hanno nomi varî nelle varie lingue... (8 366) Appartengono
all’astronomia a alla prosodia clas- sica i due esametri latini che elencano
mnemonica- mente i dodici segni ‘dello Zodiaco? —-,283, SASSI trio alt dep più
A —— DB | Il firmamento è co- stellato di miti... A) La costellazione di
Andromeda, se- condo l’astronomo Abd-er-Rhaman al- Sàfi, da un mano- scritto
arabo del X . secolo. — B) Due esametri mnemo- tecnici peri 12 segni dello
Zodia- co. — C) Ogni an- no l’Estremo Orien- te commemora l’in- contro del
pastore (Altair) e della tes- PII1SOA MW GUNTARIESTAURUS:GEMINI CANCER:
LEOMIRGI: 9 PIAN DPI 1 = KS E, QUA RO STIVA NL ee Te sitrice (Vega) separati
dal fiume celeste (la Via Lat- (8 366) sii CI SE Yamazaki, Tanabata-matsuri, la
Festa ella stella Vega, in « Yamato, mensile gia Roma-Novara, 1941, I, VII,
pag. siii - | [SI IIMBTOR8 RAC | «...««iiii..iIEÉiIECLL.Errt1rt11/<€€€ IL
PIÙ ASTRONOMO DEI POETI N La Divina Commedia reca, nel primo canto, la da- ta
d'inizio del gran viaggio, con preciso riferimento astronomico e biblico: il
più astronomo dei poeti cen- densa con rigorosa esattezza nell’armonia di tre
ende- casillabi l’indicazione rigorosa: « prime ore antimeri- diane dell’8
aprile 1300, con il Sole nella costellazione dell’Ariete, come nel giorno
iniziale della Creazione »: « e ’l sol montava in su ‘con quelle stelle ch’eran
con lui quando l’amor divino mosse da prima quelle cose belle ». ° (Inf., I,
38-40) — 285 — Dai luoghi alle persone e viceversa (XVID. 367. — Dai nomi di luoghi
si formano gli ag- gettivi qualificativi geografici. Questa derivazione è, in
italiano, assai varia, poi che essa non è ottenuta con suffissi costanti (1). —
Predominano i suffissi -ese e -ano, in sostituzio- ne della finale del nome
esprimente città, paesi, re- gioni, fiumi, laghi, monti, ecc.: abbiamo, così,
da Pie- monte, piemontese; da Bologna, bolognese; da Capri, caprese; da Tivoli,
tivolese; da Albano e da Albania, albanese (2), ecc.; e da Africa abbiamo
africano, da Australia, australiano; da Orvieto, Orvietano; da Fra- scati,
frascatano, ecc. 368. — Il suffisso -ese si può adoperare per for- mare
l’aggettivo da tutti quei nomi geografici che con- servano la loro fisonomia
esotica: così da New York si ha newyorkese o newyorchese (3); da Queensland,
(1) Molto più semplice è la derivazione in tede- sco e nelle altre lingue
nordiche, prevalendo il suffisso -ische, con o senza un’n eufonica: così da
Italien si ha italienisch, da Amerika amerikanisch. Si formano in -er gli
aggettivi sostantivati per indicare gli indigeni: c si hanno, così, ein
/taliener, ein Amerikaner. Si han- no però anche formazioni diverse, quali der
Deutsche « il Tedesco », der Franzose, der Grieche, der Chine- se, ecc. Sicché
anche in tedesco non vi è regola fissa. Più varie ancora sono però le lingue
neolatine. (2) Ed albanese è anche l’aggettivo formato da Albany, nome di più
città dell'America Settentrionale. (3) La prima forma è preferibile: non v'è
infatti nessuna ragione di italianizzare il k in ch, quando si conserva il w
nella prima parte del vocabolo. La forma nuovaiorchese è pedante, poi che pochi
son coloro che dicono oggi Nuova Iorca per New York. 287, Gi GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA queenslandese; da Tananarivo, tananarivese; da Can- ton,
cantonese; da Pechino, pechinese; da Nanchino, nanchinese (1); dal Canton
Ticino, ticinese (2); da Mal- ta, maltese (3), ecc. 369. — Oltre i due
suffissi, alquanto frequenti, -ino ed -ense, ve ne sono altri ancora, alcuni
dei quali derivati, con alterazioni più o meno gravi, da desi- nenze antiche o
locali; così abbiamo perugino da Pe- rugia, sorrentino da Sorrento, spezzino da
La Spe- zia (4); estense da Este, parmense da Parma (5), ecc.; ed abbiamo anche
comasco da Como, casalasco da Casale (Casalmonferrato) bergamasco da Bergamo,
va- resotto da Varese, brianzolo dalla Brianza, cipriota da Cipro, smirniota da
Smirne, chioggiotto da Chioggia, (1) Nella lieve italianizzazione, scompare il
g finale di Peking (Pei3-ching!, « Capitale del Nord »), Nanking (Nan?-king!, «
Capitale del Sud »), che però non è sensibile nella pronuncia cinese: sta solo
ad in- dicare il valore dell’n nasale velare sonorizzato (come nell’inglese
thing, ring). . (2) Italianissimo è il Canton Ticino, e il fatto di esser
politicamente fuori dei confini d’Italia non impe- disce che lo si debba
considerare linguisticamente e letterariamente una delle migliori regioni
nostre. (3) L’artificiosa promozione del dialetto maltese al rango di lingua
non fa che provare maggiormente, con le sue mostruosità, il fatto che la lingua
di Malta è l’italiano. — Cfr. Toddi, Jl Centauro maltese, ovvero mostruosità
linguistiche nell'Isola dei Cavalieri, Mila- no, Ceschina, 1940. | (4) Mentre
il nome della città si scrive con una sola zeta, l'aggettivo ne ha due. In
realtà tale conso- nante è, fonicamente, sempre doppia, equivalendo a fs (e a
dz se sonora): infatti nessuna differenza di pro- nunzia di essa vi è nel nome
della Spezia e nell’agget- tivo. Il cognome dei due scrittori veneziani Carlo e
Gaspare Gozzi non si pronunzia diversamente da quel- lo di Manlio Gozi,
scrittore sanmarinese. (5) Dei due aggettivi, parmense e parmigiano, il primo è
di rango più elevato, latinizzante, e perciò si dice « codice parmense »,
mentre il secondo è più cor- rente, e si dice quindi «formaggio parmigiano » o,
sostantivando l’aggettivo «il parmigiano ». Il pittore cinquecente»co Francesco
Mazzola è detto «il Parmi- giano » (e non «il Parmense »), perché quello fu
l'ag- gettivo usato dai contemporanei. =D FINE I I I I, e, ‘-’Ò iii
Tiosoiratoat_a i... Troesoetoiotiaiai pia tit A ILMITIA L'articolo nei nomi
geografici... ($ Il Cairo (Cittadella) — La Turbie (Torre di Augusto) — La
alletta (Porta Reale ‘i 3 4 : È è E Considerarstacttren nni inn i rr CITTÀ E
ABITANTI palermitano da Palermo, cagliaritano da Cagliari, an- | conetano da
Ancona. > i | 370. — La desinenza in -itano dovrebbe essere di rigore per
tutti gli aggettivi derivan- bizantino | | costantinopoli fano I stambulino
Byzantium | KovatavtivoonoÀ:c sic Tmy Téiv - Istanbul | suearo: Iapnrpaa® è
pusso: Hapbrpaa croato. Carigrad ceco: Carihrad ‘amarico: PALTIMIS
(Questentinèya) La città dai molti nomi... (Le iniziali contrassegnate con
asterisco vanno pronunziate «ts». — Per i Ro- mani, Tsarigrad è una città della
Bessarabia). (8 370) — 289 — = Gi A _TT O La GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
ti da nomi composti con -poli, come Costan-. tinopoli, Adrianopoli, Monopoli
(cosiantinopo- litano (1), adrianopolitario, monopolitano, co- me, dal nome
comune metropoli si ha metro- politano) (2). Da Tripoli si è formato però
l'aggettivo ftripolino, riferentesi alla città, mentre fripoli- tano significa
« della Tripolitania » (3). 371. — Con questi suffissi, gli aggettivi qualifi-
cativi geografici si formano spesso non dal nome at- tuale della località, ma
da quello antico, creandosi così degli allontanamenti tra i due vocaboli: ad
esem- pio, l'aggettivo corrispondente a /vrea è eporediese (dal lat. Eporedia),
per Gubbio abbiamo eugubino, per Mondovì monregalese, per Frosinone frusenate,
per Tivoli tiburtino. | Tali aggettivi geografici eterogenei abbon- dano, ad
esempio, in francese: per Forntaine- bleau si ha fontainibléen e bellefontain;
per Saint-Julien si ha saini-juniaud; per Saini- Valéry-en-Caux si ha
valéricain; per Saint- Paul-Chéteaux, tricastin o tricastinois; da Li- (1) Tre
diversi aggettivi geografici derivano dai tre nomi topograficamente
coincidenti, poi che la pri- mitiva Bisanzio (Byzàantion), ingrandita da
Costantino e promossa al rango di « Nuova Roma » (Néa Roma) fu detta
Costantinopoli: perciò nei paesi slavi essa ha tuttora il nome di Tsarigrad, «
Città dei Cesari», o anche « Città degli Zar » per la vecchia aspirazione russa
a possederla. I Greci la chiamano tuttora, cor- rentemente, Polis, «la Città »:
e dalla locuzione greca « eis ten polin » (pronunzia « istimbòlin ») « alla
città » (moto a luogo) è derivato il nome turco di /stanbul, unico ammesso oggi
ufficialmente. Le lettere indiriz- zate con il nome corrente in Europa sono
respinte, essendo Costantinopoli « sconosciuta al portalettere ». (2) Il
femminile sostantivato «la metropolitana » significa già, in italiano, «
ferrovia sotterranea urba- na », per imitazione del Métropolitain (maschile,
che è sottinteso chemin de fer) parigino, abbreviato corren- temente in Metro.
(3) Tale distinzione non v'è, ad esempio, in fran- cese: fripolitain significa
tanto « tripolitano » che « tri- polino ». — 290 — rn ABITANTI, POPOLI E GENTI
moges si ha limougeaud e limousin, donde il nome del veicolo limousine, ecc.
Aitenzione anche agli aggettivi geografici francesi per - paesi esteri: «
londinese » è loridonien; « ber- linese » berlinois; « lisbonese » lisbonninj;
« ci- nese » chinois; « andaluso » andalou, femm. andalouse, ecc. Anche lo
spagnolo abbonda di anomalie di tal genere: ad es., per Valladolid si ha
valliso- letano o valisoletano (dall'antico nome Vali- soletum); per Madrid,
madrilefio; per Càdiz (Cadice), gaditano (dal lat. Gades); da Gibral- tar
,Gibilterra), jibraltarefio; per Sevilla (Si- viglia), sevillano e hispalense;
per Santiago de Compostela si ha santiagués, per Santiago de Cuba, sanliaguero;
per Santiago del Este- ro, sanfiaguefio, e per Santiago del Chile, san-
fiaguino; ecc. (1). Anche noi abbiamo distinzioni di tal genere, poi che usiamo
reggiano ‘come aggettivo derivante da Reggio Emilia, e reggino da Reggio
Calabria; da Mo- naco di Baviera formiamo monachese mentre da Mo- naco
(Principato) formiamo monegasco. 372. — Alcuni aggettivi geografici non sono
de- rivati dal nome, ma viceversa: Grecia deriva da gre- co (mentre ellenico deriva
da Ellade), Turchia da tur- co, Serbia da serbo, ecc. Si faccia attenzione,
nelle varie lingue, a questa « direzione » derivativa che non è ugua- le, pur
per gli stessi nomi e aggettivi geogra- fici: per noi, persiano è derivato da
Persia: lo spagnolo, invece ha, come aggettivo, persa, (per entrambi i generi).
(1) Si tenga presente che lo spagnolo altera non poco anche parecchi nomi di
città e regioni straniere, e, di conseguenza, anche gli aggettivi derivati:
perciò, ad esempio, sueco è « svedese » (da Suecia, « Svezia »), mentre suizo è
«svizzero» (da Suiza « Svizzera »); « tedesco » è alemàn (Alemania, « Germania
»); « dane- se », danés e dinamarqués (Dinamarca); « cinese » chi- no (vedi 8
376). Anche il portoghese presenta, pur se in misura minore, peculiarità
analoghe. — 291 — x GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 373. — In italiano, tutti
questi aggettivi geogra- fici, sostantivandosi, assumono la doppia funzione di
esprimere sia l’indigeno del luogo (1), sia la lingua ivi parlata: « gli
Spagnoli parlan spagnolo ». 374. — È stata abbandonata una buona vecchia ‘
regola, la quale prescriveva che l’aggettivo gcografico sostantivato dovesse
scriversi con la maiuscola allor- ché indica gli abitanti del luogo, mentre la
minuscola basta per la lingua (2); nel primo caso, infatti, si tratta di vero e
proprio nome proprio, mentre nel se- condo la sostantivizzazione è meno
completa, sottin- tendendosi la parola «idioma »: « il francese dei Ca- nadesi
è più antiquato che il francese dei Parigini », «un Americano che parli il
tipico americano no: è compreso da un Inglese o da un Australiano, sebbene egli
parli inglese ». Si scriverà quindi anche: « Quel signore è polacco », ma «
Quel signore è un Polacco ». Viene, così, rispettata una buona norma
grammaticale, e se ne avvantaggia la chia- rezza. | In merito alla grafìa, la
quale, nel caso specifico, rispecchia anche la pronunzia, è Îre- quente
l’erronea inversione delle due conso- nanti z/ nell’aggettivo e nome azieco: i
due (1) I romanzi di avventura lasciano nei ragazzi una impressione la quale
permane anche nell’età adul- ta: quella, cioè, che indigeno implichi più o meno
l’idea di « uomo di colore »; e si ha, perciò, una certa rilut- tanza ad
ammettere che noi siamo indigeni d’Italia. Ha il medesimo significato che native
in inglese, natu- ral in spagnolo (equivalenti al nostro « nativo »). (2) «
Obbligatoria l’iniziale maiuscola », Morandi e Cappuccini, op. cit., pag. 99, 8
308. — Gli Italiani sono i soli che, possedendo le maiuscole, non ne fac- ciano
uso per la dignità del loro nome nazionale. L’in- glese (lingua) usa la
maiuscola per qualsiasi derivato da nome geografico, sostantivo o aggettivo che
esso sia, tranne i casi che il vocabolo abbia nettamente as- sunto un altro
valore; come china per « porcellana », turkey per «tacchino », ecc. — Il
francese segue la buona regola della maiuscola per il nome del popolo e la
minuscola per l’aggettivo e per la lingua. — 292 — : ihhd. AL UNA MINUSCOLA
UMILIANTE suoni appartengono etimologicamente a due parole, riunite a formare
un composto (1). 375. — Pochissimi sono gli aggettivi (sostanti- vati o non) i
quali non abbiano la doppia funzione di riferirsi sia agli indigeni che
all’idioma: così, ad esem- pio, siriaco, ebraico si usano prevalentemente per
in- dicare la lingua, la letteratura, lo stile, mentre per le altre accezioni
si adoperano siriano, ebreo. Parecchie lingue distinguono nettamente l’una
dall’altra funzione, o come norma gene- rale o per casi specifici. Il tedesco,
ad esem- pio, usa la stessa forma che per l’aggettivo per indicare la lingua:
die deutsche Sprache, « la lingua tedesca», Sprechen Sie Deutsch? « Parlate
tedesco? », ma non per il popolo: ein Deutscher, « un Tedesco » (2). Il primato
di semplicità, nella formazione dei derivati geografici spetta alle lingue ag-
glutinanti: in ungherese basta aggiungere -i al nome: così da Budapesi si ha
budapesiti, « budapestino »; da Becs (pronunzia « bécc' »,) « Vienna », si ha
becsi, « viennese »; da Ròma, (1) Gli Aztechi si distinguono dai Coroteghi e
da- gli Zapotechi. Un grande contributo per lo studio del- la civiltà di questi
popoli e delle loro lingue è stato dato dall’italiano B. Giacalone: Gli
Aztechi, Genova, Bozzi, 1934. — Dello stesso autore, / Maia, Genova, Bozzi,
1935, ricco anche di documentazione fotogra- fica. (2) L’inglese differenzia
per significato — e quindi anche nell’uso — tre aggettivi e sostantivi: Arab,
si- gnifica «un Arabo o appartenente ad un Arabo », Arabian « dell'Arabia », e
Arabic si riferisce solo alla lingua, alla letteratura, alla scrittura: si dirà
perciò: an Arab girl, « una fanciulla araba », Arab fatalism, Arabian
tradition, Arabian philosophy, ecc., ma the Arabian Gulf, « il Golfo d’Arabia
», the Arabian fau- na and flora, mentre si dirà an Arabic word, « una pa- rola
araba », Arabic literature, the Arabic numerals. Eccezionalmente, la « gomma
arabica» è gum arabic (con la minuscola), poi che preso direttamente dalla
terminologia farmaceutica. Crf. H. W. Fowler, Mo- dern English Usage, Oxford,
Clarendon Press, 1927, (utilissimo anche per i costrutti sintattici). — 293 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA ròmai; da Euròpa, euròpai. In finlandese si ha
il suffisso -lainen (o -léinen per l'armonia vo- calica, vedi 8 49 e 84), e
quindi da Saksa, « Germania », si ha saksalainen; da Ruoisi, « Svezia »,
ruoisalainen; da Ranska, « Fran- cia », ranskalainen; da Rooma, « Roma », roo-
malainen. Il giapponese aggiunge -jin per in- dicare il popolo, e -go per
indicare la lingua: ° Nipponjin è «il Giapponese » 0 «i Giappone- si», Nippongo
«il giapponese » (lingua); Ifa- riajin, «PItaliano » e « gli Italiani »,
ltariago « l'italiano », ecc. i = N PZ = rd ATL ” PES Ti Ne:
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e a VARA RI de, a 2 ISIN TATZAS? CRA TRAE AC VIA | IA UU ALUGATTEZIITAA fol \
))) YI = Pre ant e Non è lecito ignorare alcune nuove denominazioni asiatiche,
oggi ufficiali... ma neppure è lecito usare | peri cinesi un vocabolo a
significato canino... (8 376) 376. — Poi che i traffici hanno avvicinato i po-
poli e persino le guerre hanno avvicinato le lingue, la grammatica e il
vocabolario debbono aggiornarsi al- meno quanto una: collezione di francobolli
affinché questa non sia più istruttiva che il testo scolastico. Non è più
lecito, oggi, usare i vocaboli China e — 294 — A Ai BISOGNA AGGIORNARSI!
chinese, senza aver l’aria di esser rimasti ai tempi in cui il treno era «la
vaporiera » (1). Non è lecito oggi ignorare che la Persia ha ripreso l’antico
nome di /ran (donde iranico) e che il Siam è oramai ufficialmente la Thai- landia
(in siamese Thai, o 7’ai) fornendoci quindi ‘hai come aggettivo che sostituisce
« siamese »; né che l'aggettivo e sostantivo corrispondenti al Manciukuo è
manciù o man- cese. 377. — Un tempo era sufficiente conosce- re che gli
abitanti di Londra, Parigi, Madrid sono rispettivamente Londinesi, Parigini,
Ma- drileri. Oggi sono acclimatate da noi voci an- cora straniere, ma di uso
comune, quali cock- ney e parigot (2), che avranno prima o poi una traduzione
italiana. "o (1) Cina e cinese son più aderenti all’uso inter- nazionale,
ed anche più esatti etimologicamente, poi che il nome occidentale deriva da
quello della dina- stia degli Ts'ing (pronunzia «c’'ing!=«i Puri»). In cinese,
la Cina è Ciùngi-kuo pronunzia quasi « giùn- nguo »), « il Paese di Mezzo ». —
Per i nomi composti si deve usare soltanto la forma latinizzata, e perciò si
dirà, correttamente, sinico-giapponese, e non cino: giapponese, giacché non si
può dire spagno-portoghese o inglese-egiziano, dovendosi usare le forme
latinizza- te: ispano-portoghese, anglo-egiziano. Dicendo o scri- vendo « il
conflitto cino-giapponese » si intende un con- flitto tra i cani e i
Giapponesi! ; (2) Al Romano de Roma, ossia il nato a Roma da genitori romani,
corrisponde il cockney, che do- vrebbe essere, per definizione tradizionale,
soltanto chi sia « nato entro [la zona in cui si ode] il suono delle campane
[della chiesa] di Bow », nel Cheapside (« born within the sound of the Bow
Bells»), ma si dice di chiunque si sia interamente acclimatato alla metro-
poli. — Un Parigot non è semplicemente un Parisien, ma chi abbia in sé,
esasperati, i connotati spirituali e spiritosi derivanti dal vivere a Panam,
Pantruche, Pan- tin, tutti soprannomi di « Parigi » in argot parigino. Persino
un moderno Giapponese è tutto orgoglioso al- lorché si riconosca in lui un
autentico Yedokko, ossia un vero « Tochiese di T6ky6 » (Yedo o Edo è l’antico
nome della città, usato sinché essa divenne, nel 1868, la capitale). - a — 295
—. , A GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Poteva ancora esser scusabile chi, un
se- colo fa, avesse scritto di « una bella creola » credendola congenitamente
di pelle color caî- fellatte, ritenendola cioè di sangue misto: oggi MEestiz
meticcio, half-breed DO 00098 dà 34 | Hindoo or x x Mohammedan | i DOO BO n BO
@ O) DE vI®,C « Meticcio » e « mulatto » non rappresentano tutta la i gamma
degli ibridi... (8 377) — 296 — ’ LINGUA IN CORSO E LINGUA FUORI CORSO gli
Italiani dell’America del Sud son troppo vicini a noi, e quindi partecipi della
nostra let- teratura, perché a questa sia ancora permesso ‘ un simile errore. E
alla distinzione tra metic- cio e mulatto si aggiungeranno ben presto an- che
le altre distinzioni terminologiche nella gamma degli ibridi (1). 378. —
Accanto alla lingua libresca, spesso as- sai lontana dalla vita e dalla realtà
tanto da costituire un idioma a sé, vive la lingua vera ed agile, che sarà la
lingua letteraria di domani e che è, intanto, l’au- tentica « lingua parlata ».
Nell’apprendere le lingue straniere, biso- gnerà quindi attenersì alla vera lingua
che è in circolazione (2), spesso assai diversa da quella propinata dai manuali
ad uso scola- stico. Non ci si reca in un paese straniero portando seco, come
scorta finanziaria, delle monete fuori cor- so. Il repertorio di vocaboli e di
frasi deve essere composto di « valuta corrente » (3). (1) Giuseppina, moglie
di Napoleone, era intera- mente di razza bianca, e «creola» sol perché nata
alla Martinica. Soltanto il luogo di nascita distingue i « creoli », nati cioè
nel Sud-America da genitori euro- pei, dai direttamente immigrati. Si formarono
i voca- boli mestizo, ossia « mescolato » e mulato (da « mulo ») per indicare
rispettivamente il nato di sangue misto bianco-indio (americano di razza
indigena) o bianco- negro, e da tali voci abbiamo meticcio e mulatto. Lo
spagnolo d’America ha anche distinzioni terminologi- che speciali per il
negro-indio (che è zambo) e lo indio-zambo, che è chino. Nello spagnolo di
Cuba, chino indica l’incrocio negro-mulatto. — La lingua in- glese coloniale
usa half-caste per il sangue-misto bian- co-indiano (dell’India: con sangue
hindù o maomet- tano), mentre usa half- breed per il mestizo (chiamato pure in
tal modo). (2) I Tedeschi chiamano Umgangssprache questa « lingua circolante »,
con opportuno avvicinamento an- che alle Umgangsformen, che sono le « buone
manie- re », ossia le forme contemporanee della socevolezza. (3) Per un
Inglese, vocabulary non è il « vocabo- lario » — per il quale si usa dictionary
— ma piuttosto — 297 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 379. — Molte
espressioni classiche conservano integro il loro valore: l'Olimpo è ancora il
soggiorno degli dèi, pur se essi siano, ad esempio, i « divi» e le « dive » di
Hollywood; e Scilla e Cariddi hanno an- cora la loro piena efficacia simbolica,
ma esse sono anche il nome di due modernissime navi-traghetto che trasportano
da una sponda all’altra dello stretto i va- goni-letto dei grandi espressi
europei. Il linguaggio figurato continua, non meno che nel passato, ad avere il
suo pieno vigore: la metafora, la metonimia, la sl- neddoche, l’antonomasiasono
« tra- slati » o « tropi » che hanno funzione non di- versa di quella che
avessero nelle lingue clas- siche o nelle opere letterarie italiane del ‘300 o
del Rinascimento: ma possiamo trovare « un Ercole » sostituito con « un Carnera
» e Apol- lo rimpiazzato metaforicamente da Caruso. Alcuni nomi proprî,
divenuti comuni, son passati a noi dall’antichità: Marco Tullio Ci- cerone ha
dato il vocabolo cicerone a molte lingue europee; e abbiamo il nome di Vespa-
siano utilizzato a fini non imperiali (1). La terminologia tecnica è ricca di
voci, special- mente metriche, che furono nomi proprî: voli (da Alessandro
Volta), watt, Ohin, Joule, ecc., e da cognomi si son formati verbi e parole
composte come galvanizzare (dal nostro Gal- vani) e marconigramma,
marconiterapia. il « repertorio » di veci. Dal dictionary bisogna intel-
ligentemente estrarre il proprio vocabulary, a fini pra- tici, ossia
selezionato con .criterî utilitarî. (1) Si dice che al figliolo Tito il quale
trovava non dignitosa una tassa imposta sui gabinetti di de- cenza, Vespasiano
mostrasse il denaro ricavatone e, fiutatolo dicesse « Non olet! » (« Non ha
cattivo odo- re! »). Da questo episodio (cfr. Svetonio, Vita Vespa- siani, c.
XXIII) sarebbe nato il vocabolo vespasiano. — In Francia, e specialmente a
Parigi si chiama pou- belle il secchio delle immondizie domestiche, perché, nel
1883, ne fu imposto l’uso da M. Poubelle, pre- fetto della Senna. i — 298 —
ITINERARI COMPLICATI L’itinerario linguistico è spesso comples- so e con
variazioni insospettate; (1) un ame- j Via Gaetana Palazzo Caetantr Per
itinerario complicato, il nome della nutrice di Enea è giunto ad una vîa di
Roma... (8 379) (1) Dal nome della nutrice di Enea, Caieta, ven- ne il nome
alla città di Gaeta, ov’ella fu sepolta. Da Gaeta si ha il nome proprio Gaetano
e da Gaeta è originaria la famiglia dei Caetani che diede alla Chie- sa due
papi, dei quali uno fu Bonifacio VIII, il gran nemico di Dante, che pur
aggiunse una terza corona alla tiara. Sicché la via Gaetana, a Roma, è «la
stra- da che prende il nome dal palazzo della famiglia che — 299 — GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA ricano è anche un aperitivo; a Parigi un furin è un
vermut, e un martini (dal nome del fab- bricante italiano) ha oggi valore
internazio- nale. Nella nebbia del passato scompare l Eli- cona, mentre altri
nomi geografici assumono un significato iraslato: il Viminale, per il « Mi-
nistero dell'Interno », Palazzo Chigi per il « Ministero degli Affari Esteri»,
Downing Street per il Foreign Office britannico, Scof- land Yard per la
«Questura Centrale» di Londra, ecc. ecc. 380. — Intanto si accreditano anche,
in italia- no, vocaboli esotici che son divulgati per via lette- raria,
artistica, cinematografica, turistica, politica, co- me pampa, steppa, giungla,
puszta, cafion, e, in qual- che scrittore di viaggi in oriente, si trova già,
grafica- mente italianizzato in ricsciò il nome della vetturetta a trazione
animale che è diffusissima in Estremo Oriente ed in Africa meridionale: il rickshaw
(1). I vocaboli migrano e si affermano, e mu- tano significato e assumono nuova
importan- za, sospinti da eventi grandiosi o da piccoli fatti banali: la
rivoluzione russa ha immesso in tante lingue le voci « sovietico », « bolsce-
vismo », ecc., mentre la semplice confezione dei fiammiferi in « bustine » ha
reso necessa- prese il cognome dalla città denominata dalla balia di Enea ». Il
processo etimologico è alquanto com- plesso, pur trascurando l’origine del nome
di Caieta, nutrice di Enea, dovuto a voce greca che significa Montagna
Spaccata. (Per strana coincidenza, la Mon- tagna Spaccata è proprio sotto il
promontorio di Gaeta). ° (1) Il fin-riki-sha, ossia «vettura (sha) a forza
(rikî) di uomo (jin) », fu inventata in Giappone nel 1869 da Yasuke Izumi,
Késuke Takayama e T$@chiré Suzuki e prestissimo si diffuse in tutta l’Asia
orien- tale e sulle coste sud-orientali africane, mentre il suo nome si
trasformava, in inglese coloniale, in rickshaw. Ai tre inventori Tòky6 eresse
un monumento, nel parco del monastero buddhico di Zenk6-ji. Cfr. H.S.K. ae We
Japanese, Miyanoshita, 1936, vol. II, pag. 77. — 300 — ir —— ".——— | | TT.
— — ccm |. (E. pn 2 iù. forma senza et ra, nz PP tile LE IMPORTAZIONI
RECENTISSIME ria l’estensione di questo vocabolo ad una nuo- va accezione (1).
A PC$CP Poccniickan COLManucTUNECHaa: PenepaTMBHaA, Cosetckaa PecnyOnnka
COBETCKHI, sovietico 00m1eBH3M, bolscevismo o CI W0O (Ad) | A) La rivoluzione
russa ha diffuso alcuni vocaboli... (in alto: la denominazione ufficiale della
« Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa ») — B) ... la con- fezione
dei fiammiferi in « bustine » ha creato una nuova necessità espressiva... — C)
La « bomba atomi- ca » ha fatto assurgere a grande importanza un voca- bolo
modesto... (I, II e III: Fasi di formazione di un atollo) (8 380) (1) L’inglese
dice «un libro di fiammiferi », «a book of matches. — In italiano si va
affermando il — 301 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Dalla lingua delle isole
maldive era passa. to come semplice termine tecnico geografico nelle lingue
europee il nome dell'atollo: ed ec- colo assurgere oggi a grande importanza,
as- sociato ben tragicamenie alla più gigantesca viltà scientifica e sociale,
associata domani a chi sa quale significato metaforico, E tanto più facile sarà
la metafora ironica, in quanto proprio quella « scienza » che si è dimostrata
così acuta nell'indagine dei segreti intra-atomici per ricavarne il più
formidabile mezzo di distruzione, non è ancora riuscita a spiegare perché e
come la Natura abbia dato ai minuscoli polipi zoofiti il còmpito di essere
meravigliosi ingegneri, e costruire quei gran- diosi cerchi coralliferi, anelli
di bellezza ver- deggiante sulle acque dei Mari del Sud (1). È gli animaletti
assolvono la loro missione nel- l'universale armonia, assai meglio di quel che
l’uomo, a Bikini e altrove, assolva la propria. vocabolo « stecca » per
significare un pacco o scatola contenente venti pacchetti di sigarette, secondo
la confezione americana ed inglese. (1) Cfr. W. M. Davis, The Coral Reef Problem,
1929 (con abbondante bibliografia, che dà un quadro delle varie ipotesi). Cfr.
anche J. S. Gardiner, Maldi- vo nel « Geographic Journal », 1902, XIX, pag.
277- P. Sp pre Betti i N pe I go 7 nen nei i n | I termometri delle azioni e
delle qualità (XIX) 381. — La funzione che l’aggettivo ha rispetto al nome,
determinandolo o qualificandolo, è compiu- ta rispetto al verbo e all’aggettivo
da un’altra « parte del discorso ». L’avverbio è quella parte del discorso che
determina o qualifica un verbo o un aggettivo. 382. — Si chiama «avverbio » dal
latino ad verbum, intendendo però questo vocabolo non soltanto nel significato
di « verbo », ma anche in quello più generico di « parola ». In- fatti, oltre
il verbo, l’avverbio può determina- re o qualificare un aggettivo, un
sostantivo in funzione aggettivale e persino un altro av- verbio. Esempî: «
Molto egli oprò col senno e con la mano; Moltò soffrì nel glorioso acquisto; E
invan l'Inferno a lui s'oppose, e invano S’armò d’ Asia e di Libia il popol
misto... » (Tasso, Gerusal. Liber. I, 1). in cui l’avverbio molto determina i
verbi « o- prare » e « soffrire », mentre l’avverbio invano qualifica i verbi «
opporsi » e « armarsi »; « E largamente a’ duo campioni il campo volo riman fra
l'uno e l’altro campo » (ibid., VII, 83) — 303 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA AL in cui l’avverbio largamenie qualifica È in una certa misura anche
determina) l’aggetti- vo « voto » (1). « /1llor sen ritornàr le squadre pie per
le dianzi da lor calcale vie ». (Ibid., XI, 15) in cui l’avverbio dianzi
qualifica il participio passivo (aggettivo) « calcate ». Nelle espressioni «
molto prima », « poco dopo », « assai presto », « incredibilmente tar- di », «
‘assolutamente no », ecc., un avverbio ne modifica un altro, Nell’ espressione «
ancor fanciullo », l’avverbio modifica un sostantivo che ha significato
qualificativo ossia senso più aggettivale che sostantivo. 383. — In
considerazione della loro funzione, gli avverbî possono quindi, non
diversamente dagli ag- gettivi, dividersi in avverbi determinativi e avverbî
qualificativi. I primi esprimono la « quantità » o «intensità » o servono a
localizzare nel tempo o nello spazio; i secondi si riferiscono alla « qualità
», al « modo ». Questa distinzione permette di compren- dere perché, logicamente,
i primi (determina- tivi) siano prevalentemente adoperati per mo- dificare un
aggettivo o un altro avverbio, men- tre i secondi si usano prevalentemente per
modificare il significato di un verbo. « Sicco- me questi luoghi sono alquanto
(avv. deter- minat.) pericolosi ed è già molto (id.) buio, sarà opportuno
procedere cautamente (avv. qualificat.) ». 384. — A tal punto l’avverbio può
consi- derarsi « l'aggettivo del verbo », che in non po- (1) La ripetizione, in
rima, del medesimo voca- bolo, non è contraria alle buone norme stilistiche,
al- lorché esso — come qui il nome « campo » — sia in- teso in due accezioni
diverse. 22304 TE - a Pigilihatl.otototolaeiate A. Li: Lio nina re ARSA, MY DI
PE pan mi _ a oaprrr[__ = = ne = — - - etna : -- - - et iii a crnt —- Voti io
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irta = rio a, ae e * Col (3 SII > + #0 or Da) Terre italianissine... ($ In
alto: La stazione di Lugano, In basso: La « Piazza Reale», a Gozo (Malta),
quando si chiamava ancora così, e non era scomparsa l'insegna del «Caffé
Nazionale 2 \ e SSR Lasa RE È ea AVVERBIO E VERBO che lingue lo stesso
vocabolo, inalterato, può îunzionare da aggettivo o da avverbio (1). Tale
coincidenza è frequente specialmente quando il legame ideologico tra verbo e
av- verbio è intimo, come, ad esempio, allorché l’avverbio contiene le idee di
colore, sapore, suono e simili, e il verbo esprime la loro ma- nifestazione. Un
Francese dice « Ca sent bon » e «ca sent mauvais » (letteralmente « odora buono
», « odora cattivo ») per « emette buon odore », «emette cattivo odore », e che
noi possiamo esprimere rispettivamente con un ‘unico verbo (« odora », « puzza
»), appunto per l’intima connessione tra le due idee, verbale e. avverbiale. Un
Inglese dice « This music sounds delighiful » usando l'aggettivo piutto- sto
che l’avverbio (delightfully), ossia, let- teralm.: « Questo musica risuona
deliziosa- [mente] » (2). | 5 385. — L’aderenza ideologica dell’avverbio con il
verbo che esso qualifica è tale che, assai spesso, a) un verbo specifico può,
per significa- (1) Il tedesco dice: « Diese Milch schmeckt nicht gut, sie
schmeckt sauer », « Questo latte non ha buon sapore (letteralm. « non sa buono
»), sa d’acido («sa ‘acido ») », usando avverbialmente gut e sauer, che han- no
invece funzione di aggettivi (predicat.) nelle due proposizioni: « Diese Milch
ist nicht gut, sie ist sauer .» « Questo latte non è buono: è acido ». (2) E
parimenti dirà: « A rose by any other name would smiell as sweet »; letteralm.:
« Una rosa sotto qualunque altro nome odorerebbe altrettanto dolce », laddove
noi diremmo, in vero italiano fluido: « Co- munque la si chiami (« Qual che sia
il nome che le si dia »), una rosa avrà sempre odore soave ». Questi esempî
dimostrano come la «traduzione » diretta dal- 1a propria lingua non sia la
miglior via per arrivare a rendersi padroni di una lingua straniera. Dalla
frase italiana bisogna passare al pensiero non formulato in parole: svilupparlo
quindi secondo la forma mentis che è tipica del popolo che si serve
spontaneamente di quella lingua. — 305 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA to,
equivalere ad un verbo di significato più generico, accompagnato da un avverbio
qua-. lificativo o da un insieme di più parole con valore avverbiale: ad
esempio, divorare = mangiare avidamente; urlare = gridare molto forte; Ì b)
(reciprocamente) un verbo modifica- to da un avverbio qualificativo può avere,
Pa; k out Molta importanza ha la possibilità analitica e sinte- tica...’ (8
385) to wal come equivalente per significato, un verbo specifico nel quale si
fondano le due idee: ad es.: imitare scimmiescamente = scimmiol- lare. | È
molto importante tener presente questa possibilità analitica e sintetica,
giacché le va- — 306 |— ANALISI E SINTESI AVVERBIALE rie lingue si comportano
molto diversamente in casi obiettivamente analoghi: noi diciamo, ad esempio, «
uscire a piedi »: la traduzione letterale sarebbe ridicola e incomprensibile i
in parecchie lingue (1). Essa può ridursi, astraen= ‘do dalla nostra mentalità
linguistica, al verbo « uscire » accompagnato da un avverbio che qualifichi
specificamente il modo dell’azione: « uscire pedestremente ». L'inglese scinde
il verbo « uscire » in « andar fuori », mentre in- ‘corpora con « andare »
l’idea di « pedestremen- mente » («a piedi ») e fluidamente dice. « fo walk out
» (letteralm.:« passeggiare fuori ») (2) Vi sono lingue nelle quali il processo
di analisi e sintesi è talmente diverso dal nostro, che la traduzione nell’uno
o nell’altro senso richiede il cambiamento strutturale dell’intera frase, poi
che la connessione ideologica è diî- ferente. Alcune lingue africane sono
singolarmente povere di avverbî, ma ciò non implica che i popoli che le parlano
siano nella impossibi- lità di esprimere le idee corrispondenti ai no- stri
avverbi: essi incorporano nel verbo quel- l’idea che, nelle lingue nostre, è
espressa se- paratamente con un avverbio o con una locu- zione avverbiale: in lingua
duala, per esem- pio, il verbo pumane significa, « venire 0 agi- (1) Ancor più
comica sarebbe la traduzione lette- rale di altri idiotismi, quale, ad es., «
far quattro pas- si »: il francese può dire « faire deux pas »: in altre
lingue, però, si intenderebbe rigorosamente « percor- rere circa m. 1,40 ». In
fluido inglese si dirà « To have a stroll», «To take a stroll ». ._ (2) I due
procedimenti, analitico e sintetico, de- terminano, alternandosi, le due
differenti forme dei verbi « separabili » tedeschi: (chiarendone, così, il fe-
nomeno, il quale rimane però pur sempie una « ano- malia »): « Auf die Strasse
muss man achtgeben », « Per la strada bisogna far attenzione » (achigeben=acht
+ geben, « agire attentamente »),, ma « Geben Sie acht! », « Fate attenzione! »
(« geben... acht » = achtgeben). — 307 — è. GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA re
presto o troppo presto »; indea, « venire 0 agire tardi o troppo tardi »;
/ortdo, « fare vo- lentieri » (1). Pur a chi non intenda dedicarsi allo studio
di queste lingue così lontane dalle nostre, è utile l’esa- me di queste
differenze; per rendersi conto che ogni lingua ha la sua mentalità, e per
affrancarsi da quella visione burocratica grammaticale nazionale, la quale è
spesso il più grave impedimento per penetrare nello spirito di un idioma
straniero, qualunque esso sia. vo * 386. — Poi che l’avverbio ha la funzione di
«li- mitare » il significato del verbo e dell’aggettivo (2), tale limitazione
può raggiungere il massimo, ossia far sì che l’azione verbale o la quantità o
qualità espres- se dall’aggettivo siano ridotte a zero. Questo «mas- simo » è
espresso dagli avverbî negativi, i quali sono quindi da considerarsi collocati
ad un estremo della gamma degli « avverbî determinativi »: « Questo fiore non è
una rosa canina »; « Questo fiore non è bianco », « Questo fiore non è
sbocciato », DI « Questo fiore non olezza » (3); « Caio non è venuto », « Caio
non ha corso », ecc. (4). 387. — Le espressioni negative costitui- scono uno
dei connotati più caratteristici delle lingue, le quali possono distribuirsi in
gruppi (1) La lingua giapponese esprime con una sem- plice terminazione verbale
l’azione che avvenga alter- nativamente con un’altra, o che si interrompa per
ri- prendere: « un po’ piove e un po’ no» si rende con questa tipica forma: ame
ga futtari yandari shimasu, ossia «la pioggia compie [l’azione di]
piovere-un-po’ e di cessare-un-po’ ». Parimenti « Qualche volta leggo il
giornale, e qualche volta non lo leggo » diventa, in giapponese « Compio
[l’azione alternativa di] leggere- un-po’ e non-leggere-un-po’ »: « shinbun wo
vyondari yomanakattari itashimasu ». (2) Cfr. 8 4 e segg. e 8 246 e segg. (3)
Cfr. figura a pag. 2. (4) Cfr. figura a pag. 74. — 308 — IL POSTO DELLA
NEGAZIONE ii E A O ZIA - "353 RITMI = 35, j —__r__ rr | E è una signorina
| ella non è una signorina | eg IMUONN!. 12) = | PESA TIT 7 e È i 0]o-san de wa
i SGGANMEANGZIAZIZE nar | CMMMAM GU SSMDLLA4À Con il « modulo » italiano alla
mano, possiamo con- sfatare gli spostamenti della negazione e del verbo nelle
varie lingue... (8 387) — 309 — mo a P 9A -@ GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
graduati, a seconda della maggiore o minore aderenza formale della negazione
con il verbo. .La lingua italiana occupa un posto intermedio, poi che la
negazione è espressa con un avverbio a sé, separato dal verbo. e precedendolo
per determinarne la non-azione. Il tedesco, invece, pospone la negazione al
verbo: oppure sposta la negazione su un al- tro vocabolo determinante il
soggetto, l’ogget- to, un complemento: er kommt heute nichi, « egli oggi non
viene » (letteralm.: « egli oggi viene non »); « Ist das ein Friulein? — Nein,
das ist kein Fraulein, sondern eine Frau », « È una signorina? » — No, non è
una signo- rina (letteralm.: «è nessuna signorina NI è una signora ». 1l
francese esprime la negazione con due voci, una preposta e l’altra posposta al
verbo: il ne vieni pas arjourd'hui, — elle n’est pas une demoiselle: elle est
une dame. Ad un estremo della graduazione può esser collocato l'inglese , il
quale non coniuga il verbo del quale si nega l’azione: esso rimane quiescente,
nella forma inerte dell’infinito, mentre un altro verbo significa il « non ese-
guirsi » dell’azione: al positivo « egli scrive » (he writes) non corrisponde,
in inglese, un ne- gativo «egli non scrive», ma l’espressione « he does riot
write » ossia « egli non esegue [l’azione di] scrivere » (1). All’estremo
opposto van collocate quelle lingue che, come il. giapponese, conglobano la
negazione con il verbo, possedendo cioè una ‘coniugazione negativa, con forme
proprie, di- (1) Per analoga ragione rimane quiescente il verbo inglese anche
nelle forme interrogative (does he wri-. te?, « esegue egli [l’azione di]
scrivere? » ossia « scri- ve? »), ipotetiche (he would write, he should write,
« compirebbe [l’azione di] scrivere », ossia « scrivereb- be »), future (he
will write, he shall write). Slo fi LINGUA E LOGICA stinte dalle positive:
Rakimasu, «scrive »; «kakimasen « non scrive » (1). I Altre lingue, infine,
hanno entrambe le possibilità, come, ad esempio, il coreano (2). Nello studio
di una lingua straniera qua- lunque essa sia, si tenga sempre conto di que- ste
differenze strutturali, sempre collegan- dole con il contenuto ideologico. Non
è possi- bile, ad esempio, intendere la sintassi araba delle proposizioni
negative esaminandole se- condo la nostra « analisi logica »: è una logi- ca
linguistica diversa, ma non perciò meno « logica »: (3). Per un Russo è
perfettamente .(1) Il « verbo garbato » -masu, obbligatorio nella conversazione
cortese, si comporta come tutti gli altri, ed in esso passa la negazione:
omettendolo, la nega- zione passa direttamente nella forma verbale sempli- ce:
kaku, « scrive » (o anche « scrivo, scrivi, scrivono, scrivete... »), kakanai
«non scrive ». Propriamente il suffisso agglutinato -nai ha valore di aggettivo
ver- bale, esprimente la non esistenza, e di esso può for- miarsi anche
l’avverbio, corrispondente al nostro gerun- dia negativo: kakanakute « non
scrivendo », Il nai può usarsi anche attribuitivamente, implicando il verbo.
Frase usitatissima nipponica di rassegnazione o di im- posizione, nel senso di
« Non c’è nulla da fare », « Bi- sogna accettare le cose come sono », «O
mangiare questa minestra... ecc.» è shikata ga nai (letteralm.: « modo d’agire
non V'è »). | (2) Se non vi fosse il coreano, il giapponese sa- rebbe per noi,
Occidentali, la lingua più complicata: ma il coreano detiene il primato,
contenendo tutte le diffi- coltà del giapponese (anche grafiche) più parecchie
sue peculiari. La negazione, ad esempio, può esser espressa in un paio di
dozzine di modi diversi, a se- conda dei casi. Cfr. A. Eckardt, Koreanische
Konver- sations-Grammatik, Heidelberg, Groos, 1923, lezione 148, pag. 121-131.
(3) «In modo particolare bisogna tener presente che i termini grammaticali
nostri e arabi non sempre collimano, se si abbia un Arabo come insegnante. Di-
versi infatti sono i principî di analisi logica donde si muove nei due sistemi
grammaticali ». — L. Veccia Vaglieri, Grammatica teorico-pratica della lingua
ara- ba, Roma, Ist. p. l'Oriente, 1938, vol. I, pag. 59: e la — 311 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA «logico » che un verbo negativo, ossia espri-
mente un’azione che non si compie, non ab- bia un vero e proprio soggetto né un
vero e proprio complemento oggetto: coerentemente, in questo caso, non Îa uso
del nominativo per il soggetto né dell’accusativo per il comple- mento oggetto,
ma adopera il genitivo: « il pa- dre non è a casa »: olsà met doma (letteralm.:
« del padre [si dice chel non è a casa »: ossia si parla di lui, ma non è lui
il soggetto vero e proprio); « egli non dà il bicchiere »: on nié daiòt staRana
(se egli « non dà », non v’è com- pliemento oggetto, poi che non "dà
nulla: ma poiché questa negazione è limitata, in quanto egli può dare altra cosa,
il genilivo specifica il rapporto negativo: « egli non dà [e ciò è detto] del
bicchiere »). * * %* 388. — L’avverbio negativo può essere usato an- che
isolatamente, ossia come negazione sintetica, equivalendo ad un’intera
proposizione: in tal caso as- sume una forma speciale, la quale è anche tonica-
mente più energica. Per forma e per tono, il nostro no si distingue perciò dal
non: questo accompagna sempre il verbo o aggettivo che esso modifica, mentre il
no serve come pura e semplice negazione generale, prevalentemente in risposta
ad una domanda. Può usarsi perciò anche quando, essendo omesso il verbo o
l’aggettivo modificato dalla negazione, que- sta ha funzione sintetica: «
Voglia o no, dovrà farlo », chiarissima arabista aggiunge: « Non possiamo
trattare la materia secondo le idee degli Arabi, perché turbe- remmo la sicura
conoscenza di quei principi gramma- ticali che spesso, con molta fatica,
professori di ita- liano e latino sono riusciti a inculcare nelle loro men- ti
quali verità assiomatiche » (ibid.). Ma appunto que- sta « assiomaticità »
impedisce non di rado la com- prensione di fenomeni linguistici che ne
esorbitano, perché derivanti da altra forma mentis. — 312 — IL «NO » ‘mentre si
dovrà dire «Voglia o non voglia, dovrà farlo » (1). 389. — Il nostro no
equivale a « mort è co- SÌ ». Contrario ad esso è l’avverbio sì, avverbio
sintetico, equivalente anch’esso ad una intera proposizione: « è così ». Il
latino non aveva un vero e proprio sì: la risposta affermativa si esprimeva
ripeten- do il verbo principale della domanda. — Dor- mitne adhuc? (« Dorme
ancora? ») — Dormit. (« Dorme » = « Sì »). Oppure si usava ila « COSÌ »,
abbreviazione di ila est. «è così »: tale forma rimase diffusa, specialmente
nello stile curiale, anche quando il linguaggio cor- rente adoperava già il sì,
derivato da «sic est », « è COSÌ » (2). Ne fa menzione Dante, nella sua
invettiva contro la corruzione invadente a Lucca, ove. « del no, per li danar,
vi si fa ita » (Inf., XXI, 42) (3). La negazione isolata era espressa con lo stesso
espediente (ripetendo cioè al negativo il verbo principale della domanda) o con
mom ita, minime, rinforzato in minime vero, mini- me hercle vero, ossia con un
costrutto affer- (1) Anche il francese ha due forme diverse per la negazione
isolata (non) e per quella modificante il verbo o l’aggettivo (ne... pas).
Nelle altre lingue neo- latine, invece, le due forme coincidono: no in spagno-
lo, ndo in portoghese, nu in romeno, mentre il tedesco. le distingue (nein e
nicht) e parimenti il russo (niet e mie): in altre lingue la distinzione non è
assoluta (l’o- landese ha neen e niet, ma può usare questo per quello; e
parimenti lo svedese con nei ed ej, icke, ecc.). (2) « La frase dové esser
popolare: valgano questi due esempî di Simone Serdini: « E non si può dir non
quando si dice ita »; e « e non vale dir no al suo dir ita ». Scartazzini,
Comm. Div. Comm., Milano, Hoe- pli, 1929, pag. 169. (3) Facile era anche la
falsificazione grafica, tra- sformando no in ita. — 313 — GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA. mante che « [non è così eanichiel in minima parte » (1). Anche
il mon (dal quale abbiamo ricavato il no) si è formato in modo analogo,
derivan- «do da un arcaico noenum (= ne-oenum = ne- unum) « neanche uno ». n Ah
#È A 3 # x pu' fel wu met Espedienti curiosi per ottenere ideogrammi
negativi... (8 339) & Con diversi espedienti i popoli sono arri- vati ad
esprimere la negazione, giacché ciò è ‘meno semplice di quel che potrebbe
sembrare .a primo esame: poi che ogni vocabolo implica (1) Ponendo così il germe
di costrutti esprimenti la negazione del tutto sin nella sua minima parte: -«
non.. . punto », ne... pas, («nemmeno un passo »), .«« non... Mica » (ossia
«nemmeno una mollica »): e il milanese « miga » del XIII secolo (Bonvesin da
Riva), divenuto il « minga » del milanese d’oggi. Cfr. L. Pa- ‘via, Nuovi studî
sulla parlata milanese, Bergamo, 1928, ‘pag.. 217 e 286. — Stesso significato
ha il bolognese « brisa » (=<« briciola »). — Cfr. G. Gréòber, Vulgdrla
teinische Substrate romanischer Woòrter, nell’« Archiv. fiir lateinische oa und
Grammatik », V, 25, 234, 453, e VI, 117, 377. — 314 — IL TONO DA SIGNIFICATO un
riferimento ad altra idea (1), a quale idea o insieme di idee ci si può
riferire per espri- mere ciò che non è? Le scritture ideografiche ci mostrano quali
diversi espedienti son stati trovati per ottenere gli ideogrammi negati- vi
(2). 390. — Nel linguaggio parlato, grande im- portanza ha l’intonazione (3),
poi che essa può attenuare e persino capovolgere il valore del vocabolo
negativo o affermativo. Esiste infat- ‘ti un « tono » di incredulità e di
sfida, per cui il no assume il significato di « ma è incredi- bile! », il che è
ben diverso dalla negazione . pura e semplice: ed il sì, pronunciato in « to-
no » ironico, acquista il valore dubitativo e prevalentemente negativo. Alcune
lingue hanno speciali forme per i diversi « no » e per i diversi « sì » (4).
(1) Cfr. 8 78. (2) Il segno geroglifico (an) rappresentava due braccia aperte
separatesi appunto per esprimere il di- niego. Originariamente l’ideogramma
cinese pu‘ raffi- gurava un uccello che tenti inutilmente di raggiungere gli
strati superiori dell’atmosfera; il segno fei! era composto da due parti
opposte fra loro; l’ideogram- ma wu: mostrava una foresta entro la quale si sia
inoltrato un carro dileguandosi tra gli alberi; ‘e final- mente il carattere
mei? constava di « acqua » (rappre- sentata dalla corrente e da alcune gocce, e
oggi sti- lizzata e sintetizzata dalle «tre gocce »), di un « vor- tice » (in
alto a destra) e di una « mano », intendendo, così, che «la mano cerca
inutilmente di acciuffare qualcosa che, nell'acqua, sfugge alla vista e alla
pre- sa a causa del movimento vorticoso del liquido ». (3) Vedi 8 277. (4) In
amarico, ad esempio, auò(n) è la risposta affermativa ad una interrogazione;
escì esprime il con- senso o la rispettosa prontezza ad eseguire un ordi- ne;
egcuò ha il senso di «sì, davvero! »; degh neu equivale a «sì, va bene »; m’-n
cheffà significa «sì: non c’è nulla in contrario », « non c'è nulla di male »
ed è quindi concessivo, mentre ihuonàl è dubitativo; e finalmente aiè è
dubitativo-interrogativo (« Ah sì? »). Per la negazione, aidèllem è la pura
negazione obiet- tiva (« non è così »); embì è un «no» di rifiuto scor- ce Isa
me si vede, GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA * ** 391. — Generalmente, con la
negazione pura e semplice si intende escludere l’azione espressa con il ‘verbo
sottinteso: e questo verbo è il medesimo della cui non ja nein Za. HET vai,
parata = oùyi, dx. APT uom ALLNI° + esci aidèliem Fieccnd embi h 2A . ; "7
| nu Me) — m’-n cheffa iellèm“(\7° LIFE Aihuondi vid AT Afaiè ALFA 9°
aiccia-l-m L’amarico ha forme speciali per i diversi « sì » e « no » ($ 390)
domanda cui si risponde o che sia stato precedente- mente espresso. Es.: «—
Piove? — No» (= non piove). tese, e lo è anche asciafferègn; iellèìm constata
che «non vi è », mentre aiduòli-m significa che «non è »: e finalmente
aiccià-l-m nega persino la possibilità. Co- a tutti questi diversi vocaboli
corrispon- dono altrettante nostre diverse « intonazioni ». — 316 — 22 e A a n
« SÌ » E « NO » DIPENDENTI L’affermazione pura e semplice attesta il verifi-
carsi dell’azione o dello stato espressi dal suddetto verbo. Es.: « — Piove? —
Sì» (= piove). In italiano, e nella IMA GGIoranza delle lin- gue, il no e il sì
hanno tale valore, indipen- dentemente dalla forma in cui sia stata rivol- ta
la domanda, ossia tanto se la premessa sia in forma positiva che in forma
negativa. Es.: « É venuto il sig. Tal de’ Tali? », op- pure « [Nori è venuto il
sig. Tal de’ Tali? ». Le risposte « Sì » e « No » affermano o negano
rispettivamente che egli sia venuto, senza te- ner conto se la domanda sia
stata rivolta nella prima o nella seconda forma, ossia in forma positiva o
negativa. In qualche lingua, inve- ce, vi è un nesso di significato tra la
forma della domanda e la risposta, in quanto questa conferma o nega
l'affermazione o la negazio- ne contenute nella domanda (1). Anche in lingue
meno lontane dalle no- stre possiamo trovare una connessione di tal genere, pur
se non così rigorosa. Il îrancese, ad esempio, oltre l’affermazione oui, ha
anche l'affermazione si (rinforzata eventualmente in « mais si » e « si fait »)
che serve ad affermare (1) In giapponese, ad esempio, alla domanda « So-
regashi San ga kimashita ka> (« È venuto il sig. Tal de’ Tali? » forma
positiva) si risponde come in italia- on: « Sì: è venuto » (Hai: kimashita), o
« No: non è venuto ». (Zie: kimasen-deshita »): ma alla domanda espressa in
forma negativa (« Non è venuto il sig. T. d. T.? »: Soregashi San ga kimasen-deshita
ka ») biso- gna rispondere con criterio inverso che il nostro, poi che il «sì»
significherebbe che non è venuto, ossia che le cose stanno proprio come sono
espresse nella domanda, mentre il no, negando la negazione della domanda,
afferma la; venuta del sig. T. d. T. — E ciò dipende anche dal fatto che la «
domanda » nipponica ha, nel tono e nell’intenzione, un minor grado interro-
gativo che la nostra: è piuttosto dubitativa che inter- rogativa. — Cfr. nota
al 8 277. = GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA in contraddizione ad una domanda
rivolta in forma negativa (1). 392. — Gli avverbî sintetici sì e no si usano
an- che, in italiano, per esprimere l’intermittenza o alter- nanza dell’azione
o dello stato, in espressioni come «un giorno sì e uno no», « una finestra sì e
una no », ecc. i Anche questi idiotismi non possono veni- re trasportati
letteralmente nelle lingue stra- niere: in tedesco, ad esempio, « un giorno sì
e uno no » è einen Tag um den andern, oppu- re alle zwei Tage: quest’ultimo
costrutto cor- risponde al Îrancese fous les deux jours, lad- dove in inglese
si dice every other day (lette ralm. « ogni altro giorno ») (2). Non è buon
italiano dire « ogni secondo giorno », pur se questa espressione sia frequente,
specialmente nella Venezia Giulia. 393. — Particolare attenzione va posta sul
non pleonastico, il quale, non avendo valore nega- tivo, non può esser sempre
trasportato in altre lingue. Nel suo primo colloquio con Virgilio, Bea- trice
dice: « e temo ch’ei non sia già sì smarrito, ch'io mi sia tardi al soccorso
levala » (Inf., II, 64-65). ma ciò che ella teme è che Dante sia già sl
smarrito. Abbiamo qui, in italiano, una reminiscenza del tipico costrutto
latino dei verba timendi, i (1) « N’est-il pas venu? — Mais si! » (= « Mais si
qu'il est venu! »). — Da quest’ultimo tipo di risposta derivano quelle, così
frequenti nel discorso familiare: « Que cui; que non »; « Que si, oh! que si!
», con tipi- cissime intonazioni. (2) o anche every alternate day, every second
day, every two days. Così every other boy significa « uno scolaro su due ». —
318 — «NO » = « SÌ » quali spesso rendono perplessi gli studenti classici (1).
| 394. — Anormale può apparire anche il fatto che in talune espressioni, la
presenza o la mancanza della negazione non influiscono sul significato, il qua-
le, invece, dovrebbe essere inverso nei due casî: noi diciamo
indifferentemente: a) « Bisogna camminare finché non si arrivi al binario del
tram »; i Talora la negazione e l'affermazione dicono la stes- sa cosa... (8
394) (1) Ottima è la ricetta pratica data dall’eccellente Dizionarietto della
sintassi latina di E. Levi, (Firenze, Barbèra, 1933): « Occorre osselvare che
timere etimo- logicamente e sintatticamente risponde al nostro « sgo- mentarsi
», « sperar poco », « disperare », assai meglio che al nostro « temere ». «Ciò
premesso: a me p. es. la pioggia farebbe comodo, ma ho scarsa speranza che
piova: in italiano dico: « Temo che non piova »; in latino: « Timeo uf pluat ».
Invece: la pioggia mi dan- neggerebbe, e io dico: « Temo (ho paura) che piova
». In latino: « Timeo ne pluat » (pag. 411). — 319 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA B) « Bisogna camminare finché non si arrivi al binario del tram».
Riferendosi però alla realtà obiettiva, constate- remo che le due espressioni,
apparentemente contra- rie, esprimono il medesimo punto di riferimento, con-
siderato però da due punti di vista diversi. Infatti, seguendo la prescrizione
©, si deve camminare sino al punto (p) in cui si incro- cia il binario: si
percorre cioè tutto il segmento in ciascun punto del quale mon si arriva al
binario del tram, se non nel punto finale P (1). 395, — Nella gamma degli
avverbî deter- minativi (8 383 e 386), la «limitazione » che essi | determinano
può aver differenti gradi: esprimono in- fatti una misura crescente di quantità
o intensità gli avverbî nulla, niente, poco, alquanto, abbastanza, as- sai,
molto, troppo: * * %* «e quando l'ali juro aperte assai... » (Inf., XXXIV, 72)
« era una fraude pur troppo evidente » . (Ariosto, Orl. Fur., V, 26). 396. —
Propriamente, nulla e niente hanno più il carattere sostantivale e pronominale
che avverbia- le: talora si usano come avverbî, specialmente il se- condo, nel
linguaggio corrente: « Ecco una cosa nien- affatto piacevole ». 397. —
L’avverbio affatto non ha valore negati- vo, ma esattamente il contrario, poi
che significa «completamente »: sicché l’espressione « É affatto dello stesso
parere » significa che la persona di cui si tratta condivide interamente
l’opinione accennata. Si (1) È una ragione analoga a quella per cui un
avvenimento che duri fino alla mezzanotte del 31 di- cembre 1946 ha termine
alle ore 0 (zero) del 1° gen- naio 1947. — Negli orarî ferroviarî, la
mezzanotte è indicata come «ore 24» per i treni in arrivo e come «ore 0» per i
treni in partenza: pur trattandosi dello stesso punto nel tempo. — 320 — 4 =.
fa AVVERBÌ CORRELATIVI DI dirà, per il significato negativo, « Egli non è
affatto dello stesso parere ». 398. — Gli avverbî correlativi di quantità @€ di
intensità determinano in correlazione con altra - quantità o intensità
(tanto..., altrettanto..., COSÌ..., ecc.) e richiedono perciò, espresso o
sottinicso, il « termi- ne » con il quale essi stabiliscono la connessione:
«Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quando ella altrui saluta,
che... 3 (Dante, Vita Nova, XXVI) 399. — A questa categoria appartengono gli
av- verbî più e meno, per mezzo dei quali la lingua ita- liana ha sostituito i
« gradi di paragone » del latino, che ora non esistono più, morfologicamente
(vedi 8 321 e segg.). 400. — Sono avverbi determinativi temporali quelli che
localizzano nel tempo l’azione o lo stato, oppure ne determinano la durata, la
frequenza, ecc., come ora, .allora, ancora, prima, poi, quindi, presto, tardi,
ieri, oggi, domani, alquanto, spesso, sovente, ecc.: « Da ch’ebber ragionato
insieme alquanto... » (Inf., IV, 97). 401. — Sono avverbî determinativi
tempora- li correlativi quelli che indicano tale localizza- zione o durata in
riferimento ad altro termine espres- so o sottinteso: tali sono quando,
allorquando, allor- ché, appena: Le forme allorché, allorquando equivalgono ad
al- lora che, allora quando: « Allor che fulminato e morto giacque il mio
sperar... ». (Petrarca, Canz., IV, 3) 402. — Sono avverbî determinativi
locativi quelli che localizzano nello spazio: qui, là, costà, co- stì, colà,
sopra, sotto, avanti, dietro (antiq. retro): « Allor si mosse, ed io gli tenni
retro». (Inf., I, 136). — 321 — z2I GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 403. —
Sono avverbî determinativi locativi correlativi quelli che esprimono una
localizza- zione in correlazione ad altra indicazione espressa o sottintesa:
donde, dove, ove, e vi, ci, ivi: « Quivi sospiri, . pianti ed alti guai
risonavan per l’aer sanza stelle... » (Inf., III, 22-23) 404. — L'italiano non
distingue lo « stato in luo- go » dal « moto a luogo »: «il luogo dove si è, e
il luogo dove si va». Questa distinzione è importante nella gran maggioranza
delle lingue. Alcune lingue riuniscono nel medesimo avverbio le due funzioni
temporali e locative: ad es., il francese dice non soltanto /e pays où il
éfait, («il paese dove egli era »), ma an- che le momeni où il l'a renconiré, «
il momen- to in cui (letteralm. « dove ») l'ha incontrato ». * >» 3 405. —
Abbsidanti stia è la categoria degli av- verbî qualificativi, perché, oltre
quelli che banno una forma speciale, se ne possono formare da tutti gii
aggettivi qualificativi con la semplice aggiun- ta del suffisso -mente. Con
l’ablativo menie qualificato da un ag- gettivo, il latino cominciò a denotare uno
stato d’animo: forfi mente, obstinala mente, jocunda mente, dubia mente (1).
Nei testamenti diven- ne comune la formula sana mente, finché l’uso si estese,
con significato più generale, gene- rando così i numerosissimi avverbî di
manie- ra nelle DRBHE neolabne (2). (1) Apuleio, I, 6; V, 23. (2) Cfr. H.
Goelzer, Etude lexicographique et grammaticale sur la latinité de Saint Jérome,
1884, pag. 428. — Questa formazione degli avverbî in -mente non è comune in
rumeno. Cfr. W. Meyer-Liibke, Die lateinische Sprache in den romanischen
Ltindern, in «Grundriss der romanischen Philologie, 1904, vol. I, pag. 487. —
322 — UN FALSO PRIMATO Lo spagnolo e il portoghese hanno la ca- ratteristica di
poter Îar servire un’unica desi- nenza per più avverbi: Ciceròn escribiò clara,
concisa y elegantemente »; « O senhor Dou- tor jalou (« parlò ») simples e
humildamenie ». Il francese, da comme, « come», ha for- mato l’avverbio commeni
(= « comemente »). — 406. — Gli avverbî in -mente si formano con ‘ l’aggettivo
femminile in -a, se l’aggettivo ha tale for- ma, altrimenti togliendo la vocale
finale -e; a meno che essa non sia preceduta da due consonanti o da c: perciò
da caro si ha caramente; da facile, facilmente; da triste, tristemente; da pari
si ha parimente; da semplice, semplicemente; da feroce, ferocemente. 407. —
Tutti gli avverbî possono sostantivarsi: « Ma quella ond’'io aspetto il come e
’l quando del mio tacer... ». (Par., XXI, 46-47) 408. — Gran parte di essi
possono assumere la forma intensiva, peggiorativa, diminutiva; ad es. spesso,
spessissimo; — bene, benino, benone, benissi- mo; — male, maluccio, malaccio,
malissimo. Per gli avverbî in -mente le desinenze intensive ed eventualmente le
altre (più rare) si pongono all’ag- gettivo formante, prima dell’aggiunta della
desinenza verbale: da facile avremo perciò facilmente, ma faci- lissimamente.
409. — Possono anche esser rinforzati con prefissi, come ad esempio nel
bellissi- simo avverbio italianissimo ed ingiustamente detronizzato, il quale
forma da solo un solen- ne Ra supermagnificentissimamen- fe (1). ‘ (1) «
Precipitevolissimevolmente » è un ridicolo av- verbio artificioso il quale ha
usurpato il titolo di cam- pione di lunghezza tra i vocaboli italiani. Il
legittimo avverbio in -mente formato con il non frequente ag- gettivo
precipitevole reso « superlativo » (intensivo) è precipitevolissimamente. Per
farne un endecasillabo, vi si è insinuata un’arbitraria metrica « zeppa »,
ossia — 323 — Tee RR TEOR O GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA * * * 410. —
Abbiam visto per quale processo logico (8 277) i pronomi relativi assumano
funzione interrogativa. Il medesimo fenomeno si verifica per le stesse ragioni,
in alcuni avverbî correlativi: essi possono, infatti, esprimere una
correlazione (re- lazione) con un elemento incognito e che si desidera
conoscere. Tale incognita (x, y, z del simbolismo alge- brico) può riguardare
il tempo, il luogo, la quantità o intensità, il modo: ed abbiamo perciò i
quattro tipici avverbî interrogativi: .quando?, dove?, quanto?, come? (1). 411.
— Il parallelismo diviene evidente, se tali avverbî vengano analizzati
risolvendoli ideologica- mente negli elementi costitutivi: un secondo -vol- in
aggiunta a quello che già conte- neva. L’avverbio « supermagnificentissimamente
» ende- casillabo solidamente costrutto, sonoro, prosodicamen- te ben
accentato, armonico tra forma e significato, presenta anche un certificato di
prim’ordine: quello di Dante Alighieri che, nel De Vulgari Eloquîo, lo po- ne
fra gli « ornativa polysyllaba, quae mixta cum pexis pulchram faciunt harmoniam
compaginis». (Lib. II, c. VII). — Cfr. Toddi, Il processo al «
precipitevolissi- mevolmente », in « Sapere », Milano, 15 febbr. 1940, n. 123,
pag. 86. | (1) Il confronto con le «categorie » aristoteliche ci dimostra
quanto intimo sia il nesso tra gramma- tica e filosofia, non soltanto per la
«logica» inter- pretazione dei fenomeni linguistici, ma per la loro aderenza
all’essenza stessa delle cose e degli eventi, passando quindi dalla /ogica alla
ontologia e alla stessa metafisica. « Aristoteles decem suprema gene- ra
distinguit; quibus omnia entia creata, exsistentia et possibilia, substantias
et substantiarum determina- tiones subsumit... Categoriae a praedscabilibus
diffe- runt quia non exhibent diversos modos logicos prae- dicandi, sed diversitates
essendi sive discrimina et , classes rerum. Ideo non tam ad logicam, quam
potius ad ontologiam pertinent ». J. Donat, Logica et intro- a philosophiam
christianam, Innsbruck, 1935, pag. 75. 994 - Ù #7 "EN e # . IL PERCHÉ DEL
« PERCHÉ » Infatti: { (positivo) = nel tempo mel quale... « quando >
(interrog.) = in quale tempo? {(positivo) = nel luogo nel quale... \(interrog.)
= in quale luogo? 412. — Una apparente analogia induce molti grammatici a
considerare avverbio an- che il vocabolo perché, sia nella sua Îunzione
esplicativa (causale) che in quella interroga- tiva. Il vocabolo perché non ha,
invece, le ca- ratteristiche avverbiali, né ‘morfologicamente né
ideologicamente: esso si scinde infatti in per-che = « per ciò che » ed è
quindi, morîo- logicamente, una congiunzione (vedi 8 448). Inoltre, esso non
modifica un aggetti- vo né il solo, verbo ma regge tutt’intera la pro-
posizione (1). 413. — La confusione fra avverbio e pre- posizione va anche
evitata. Molti avverbî coincidono formalmente con preposizioni. La distinzione
però è assai Îacile, giacché l’avverbio non può mai aderire direttamente ad un
nome. Così, ad esempio, sopra e sotto sono avverbî quando non reggano un
sostan- tivo: « 4 tutti altri sapori esto è di sopra» (Purg., XXVIII, 133) « E
io sentì chiavar l’uscio di sotto » | (Inf., XXXIII, 46) Sono invece
preposizioni quando reggano un sostantivo: (o pronome): . «Così vidi adunar la
bella scola di quel signor dell’altissimo canto | che sovra li altri com’aquila
vola » (Inf., IV, 94-96) « dove » (1) L’intera proposizione è sottintesa, retta
ap- punto dal perché, quando questo vocabolo è usato isclato, come
interrogazione. 1, — 325— GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA «... Una nave
piccioletta venir per l’acqua verso noi in quella, sotto ’1 governo d'un sol
galeolo ». (Inf., VIII, 15-17) « Ed adombrando il ciel par che s'anneri Sotto
un immenso nuvolo di strali ». (Tasso, Gerus. Lib., XVIII, 68) invece, il
vocabolo prima, è sempre avver- bio, poi che non regge mai direttamente un
sostantivo: si dirà « prima di...» e la « prepo- sizione» di serve ad esprimere
la « correla- zione » tra l’avverbio e il termine correlativo. Questo di,
infatti, va tradotto coerentemente alla sua îfunzione « comparativa » (1), e
ciò dimostra: a) che si tratta anche qui di un « para- gone »; * b) che il
nesso non è diretto, e che quin- di il vocabolo prima è avverbio, necessitando
appunto di una preposizione per collegarsi con un'idea sostantiva. 414. —
Facile è anche la confusione tra avver- bio e aggettivo allorché i due
coincidono per forma. L’avverbio è invariabile, l’aggettivo invece con- corda
in genere e numero con il nome che esso de- termina o qualifica. « Troppo mia
morle |jOra acerba e rea, Se innanzi a me vedessi morir lei ». (Ariosto, Orl.
Fur., VI, 10) (l’avverbio modifica gli aggettivi femminili acerba e rea, ed è
invariabile) « Qui vidi gente più ch'alirove troppa » (Inf., VII, 25)
(l'aggettivo troppo concorda con il nome gen- ie, che esso qualifica). (1) Si
intende perché questo di non vada tradot- to con un genitivo ma con un
comparativo quam in latino; e perché in inglese si dica before than (com-
parat.) e non before of. Però before può essere an- che preposizione, e perciò
può reggere direttamente un nome o pronome: before him « prima di lui ». — 326
— & IL GERUNDIO È UN AVVERBIO * * > 415. — La grammatica rivoluzionaria
non esita a classificare tra gli avverbî tutti i gerundî: «questi si formano
dai verbi mediante ii suffisso inva- riabile -ando, -endo, come la massima
parte degli av- verbî qualificativi si formano dagli aggettivi per mez- zo del
suffisso -mente: ed anche il significato è ana- logo, esprimendo il « modo » in
cui viene compiuta l’azione espressa dal verbo principale, che il gerundio
(avverbic) modifica. «Su per la viva luce passeggiando menava io gli occhi per
li gradi, mo’ su, mo’ giù e mo’ recirculando » (Inf., XXXI, 46-48). (I due
avverbî in rima modificano il verbo menare. L’ultimo verso della terzina è, ad
esclusione della congiunzione e, composto interamente di avverbî: il triplice
mo' è av- verbio temporale (== « ora »);j Su e giù sono avverhî locaiivi, e
recirculando è anch'esso un avverbio (di modo), che Saluvale a « circolar-
mente ». | 416. — Ogni avverbio può venir risolto in un so- stantivo retto
dall’acconcia proposizione ed eventual- mente determinato o qualificato da un
aggettivo: qui =. in questo luogo; così = in. questo modo (1); pre- sto=in modo
veloce (oppure di buon mattino, ecc.); abbondantemente = con abbondanza; sempre
== in ogni tempo; mai= qualche volta (2); ecc. Anche il gerun- DI (1) Chiarita
e chiarificante è perciò l’espressione inglese this way (« [in] questo modo »)
nel senso di « COSÌ ». (2) Propriamente « mai » significa « qualche vo!- ta» e
richiede quindi la negazione per aver signi- ficato iù .Né lagrime sì belle Di
sì besli occhi uscir mai vide il sole ». (Petrarca, Son. 107). E il significato
positivo è evidente in espressioni quali « Se mai egli capitasse da queste
parti...» e simili. Ciò non impedisce, però, che mai, pur senza la negazione
esplicita, la sottintenda, come, ad esem- pio, nel proverbio « Meglio tardi che
mai ». — 327 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA dio può risolversi
analiticamente in un sostantivo ret- to da preposizione o in un infinito (che è
sostantivo: vedi $ 129 e segg.) retto da preposizione: nella ter- zina
dantesca, il gerundio passeggiando =a passeg- gio, nel passeggiare; e
recirculando = con movimento circolare. Nella notissima poesiola « La vispa
Tere- sa » si susseguono parecchi gerundî: « A lei supplicando l’ajflitta
gridò: « Vivendo, volando, che male ti jo? Tu, sì, mi jai male, stringendomi
l’ale... » essi possono esser tutti risolti nel modo sud- detto: supplicando =
con tono supplichevole (supplichevolmente); vivendo = con la Imia vita; volando
= con il Imio] voto, con il [mio] volare; stringendo = con la [tua] stretta,
con il tuo] stringere. 417. — Il fatto che il gerundio possa ‘ avere un
complemento oggetto o altro com- plemento non attenua la sua qualità di avver-
bio, come ($ 131) l'infinito non perde il suo carattere di sostantivo pur se
regga un com- plemento oggetto o altro complemento. « .. Seggendo in piuma in
fama non si vien, né sotto coltre » . (Inf., XXIV, 46-47) (Il gerundio — ossia
avverbio — seggeri- do esprime il « modo » (la posizione) nella quale non si
viene in fama; e in piuma speci- fica tale posizione avverbialmente espres- sa)
(1). (1) Il dialetto veneziano esprime con una locu- zione avverbiale (« star
in sentòn del leto ») la posi- zione di chi stia assiso nel letto, ma a gambe
diste- se: l’equivalente italiano dovrebbe essere «stare a bioscia » (Cfr. P.
Contarini, Vocabolario portatile del dialetto veneziano, 3% ediz., Venezia
1888, pag. 156), — 328 — GLI « AVVERBI-RUMORE » * * %* 418. — Tra gli avverbî
vanno classificati ‘quei tipici ed insieme eccezionali vocaboli che riproduco-
no direttamente dei suoni o rumori, ossia le onom a topeiche. Le onomatopeiche
sono senza dubbio di. natura speciale per quel che riguarda la loro etimologia,
ma la loro funzione ha nettamente carattere avverbiale. Esse costituiscono
l’accompagnamerito so- noro (1) dell’azione, e perciò qualificano il baglio con
funzione più o meno ornamenta- le (2). ma non si può considerare appartenente
alla lingua viva una espressione incomprensibile al 96% delle persone colte. —
‘Abbiamo in italiano avverbî che esprimono speciali posizioni del corpo:
bocconi, gi- nocchioni, carponi, tutti con la stessa desinenza, espri- mendo la
direzione della bocca, dei ginocchi, del car- po (della mano) verso terra. Per
« carponi » il dialetto lugudorese ha le espressioni avverbiali imbàttula, ad
s'imbàtula, che valgon forse « gattescamente » (battu = « gatto »). Cfr. V.
Martelli, Vocabolario lugudo- rese-campidanese, Cagliari, Il Nuraghe, 1930, p.
I, pag. 76; p. II, pag. 179. — Soltanto con gerundî pos- . sono .rendersi in
italiano parecchie espressioni av- verbiali còrse, quali a salticchiéra, «
saltellando »; a frauléra, «scagliando »; a lampéra, «lanciando (0 lanciandosi)
precipitosamente »; nei quali -era è una « desinenza usata a formare modi avverbiali
indi- canti la maniera esagerata e frequente di fare una cosa» P. T. Alfonsi,
// dialetto còrso nella parlata Balanina Livorno, Giusti, 1932, pag. 58. —
Morfolo- gicamente simile ai nostri avverbî in -oni è il còrso
camminoni-camminoni, « a passo svelto ». (1) Il coreano, ossia la lingua che
più abbonda di voci onomatopeiche, le considera appunto come ele- menti
musicali decorativi. Le enciclopedie coreane antiche (fino cioè alla fine del
’700) trattano queste voci sotto il titolo « Musica »: è vero che conside- rano
« musica » anche molti altri fenomeni che noi classifichiamo come « fonetici ».
Comunque, anche in “coreano, queste voci onomatopeiche sono veri e pro- prî
avverbî (pusa). (2) Cfr. 8 311) “"t>a GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
Son perciò veri e proprî avverbî, tranne nel caso che siano sostantivate,
dovendo allo- ra considerarsi nomi non diversi dagli aliri: il ghiaccio
dell’infernal lago Cocìto, anche percosso da una gigantesca rupe cadente su di
esso, « non avrìa pur dall’orlo fatto cricch. (Inf., XXXII, 30) « i cricch »
equivale a « far rumore » con li differenza che il nome « rumore » è sosti-
tuito da un avverbio sostantivato, meglio spe- cificante il rumore, perché «
onomatopeico ». Così diciamo «il tic-iac dell'orologio », «il prolungato dritin
di un campanello », ecc. (1). Ma allorché, generalmente come inciso ossia îra
due virgole, la voce onomatopeica inter- viene per esprimere il « modo » in cui
il fe- nomeno espresso dal verbo si svolge, evi- dentemente si tratta di un
vero e proprio avverbio: « e gli uccellini, cip-cip, cip-cip, ac- correvano
giocondi »: l’onomatopeica cip-cip equivale ad un gerundio (« cingueltando »)
os- sia ad un avverbio (2). 419. — Le onomatopeiche non mancano in al- cuna
lingua, sebbene alcune ne siano poverissime. (1) La presenza dell’articolo
conferma la qualità di sostantivo. In alcune lingue, in tali casi, si può an-
che formare il plurale: es. « on entendait bien claîre- ment les deux ronrons
du chat et de la bouilloire », « si udivano chiaramente i due ronron del gatto
e del bricco ». (2) Nelle lingue che più abbondantemente e tipi- camente ne
fanno uso, molte di queste onomatopei- che assumono un suffisso avverbiale: ad
es. in corea- no il suffisso -taîta o -hata, che è tipico dell’avver- bio: così
da gororòk-gororòk, « chicchirichì », si ha ‘gororòk-gororòk-hata (letteralm.:
« chicchirichimen- te »). Egualmente può fare il giapponese, anche ric-
chissimo di onomatopeiche, usando i suffissi -niî e -to: ad es.: kisha ga
poppo-to kemuri wo haite... « il tre- no, sbuffando (letteralm. « vomitando
fumo poppo- mente ») »; taiko ga dondon-ri natte iru, «un tambu- ro rulla con
il suo rataplan» ({letteralm. « don-don- mente »). — 330 — PAESE CHE VAI, GALLO
CHE TROVI È molto interessante osservare che i medesimi suoni o rumori non sono
ugualmente interpretati e resi fonicamente nelle diverse lingue, persino quelli
che a noi sembrano evidentemente corrispondenti alla nostra riproduzione
fonetica. Per noi è evidente che l’abbaiar canino non possa meglio esprimersi
che con « bù-bù », menire il vocabolo infantile francese iouiou deriva
dall’interpretazione dell’abbaiamento (tou-tou) (1), e l'inglese ha bow-wow (2)
ed il giapponese lo esprime nientemeno che con ghin-ghin. Il chicchirichì del
gallo ha tante interpre- tazioni onomatopeiche diverse quante sono le lingue
che lo riproducono. Vi sono rumori i quali non hanno, acusti- camente, alcuna
Îfisonomia che ne Îfaciliti la trascrizione i in vocali e consonanti, sicché
l’o- nomatopeica è puramente arbitraria. A noi sembra naturalissimo esprimere
con pafapun- fete e con palatrac i rumori di una caduta e di un crollo, mentre
per un Anglosassone l’ono- matopeica bang! è impiegata per gli usi più diversi,
spesso equivalendo al nostro pum! o bum! Per noi il campanello ha l’indiscutile
suo- no di flin o tino, se elettrico, di drin, laddove per un Tedesco esso
suona R/ingling. 420. — È anche molto interessante constatare che le lingue non
hanno soltanto delle vere e pro- prie onomatopeiche, ma anche delle pseu-
do-onomatopeiche, se così vogliamo chiama- re quelle voci che riproducono suoni
e rumori non esi- stenti: hanno cioè un carattere evidentemuente musi- cale,
esprimendo un suono immaginario: il suono cioè che sarebbe prodotto da
un’azione, se questa produ- cesse un suono. (1) Il vocabolo appare anche
letterariamente nel XVII secolo (Cyrano de Bergerac). (2) Pronunzia « bàu-uàu
»). --,331 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA La più tipica ed eificace di queste
voci è zip-zag, esistente in tutte le lingue europee. In italiano è un sostantivo,
dal quale però si for- ma la locuzionne avverbiale «a zig-zag »: SOT E dukup:
ou ju pi ur! eL0 "i & g catia P) cock-a- doodle-doo! Biba B 34K3aKaMH
A) Il canto del gallo per noi è « chicchiricchì » (1) € quasi lo stesso è in
ceko (2), in tedesco (3), in spagno- lo (4: pronunzia kikirikì), ma diverso è
in francese (5), in portoghese (6), in rumeno (7), in russo (8: pro- nunzia
kukuriekù, poi che la lettera p è un r e y un u), in giapponese (9: pron.
kokekokkéo), in coreano (10: pron. gororok-gororok), in mongolo (11: pron.
gogou), in tibetano (12), e, per gli Anglosassoni (13) è cock-a-doodle-doo. —
B) « Zigzag » é un sostantivo, come das Zickzack tedesco: e, in russo, lo si
usa in «caso strumentale » (zigzakami). (68 418-420) — 332 — LE « PARA-ONOMATOPEICHE
» « camminare a zi ig-zag », « ‘un tracciato a. zig- zag» (1). A tale categoria
appartengono anche altre voci, alcune delle quali evidentissimamente
avverbiali, es.: « procedere lemme-lemme » (2) 421. — 1Il corretto uso delle
onomatopeiche ha importanza non minore di quello degli altri vocaboli: (1) In
inglese, zigzag può essere sostantivo (a zig- zag, some zigzags), avverbio (to
run zigzag), verbo (fo zigzag, zigzagging): in tedesco è sostantivo de-
clinabile (der Zickzack, des Zickzacks; plur. die Zick- zacke) o avverbio
(zickzack laufen); il russo ha lo strumentale zigzakami, con funzione
-avverbiale. (2) In questa categoria di pseudo-onomatopeiche Oo «
para-onomatopeiche », o « onomatopeiche metafo- riche » appare ancora più
evidente il temperamento artistico del popolo, poi che l’interpretazione
musicale di ciò che non ha suono lascia libero corso alla fan- tasia. Ad un
italiano non sembra naturale che. pop possa esprimere efficacemente una
partenza improv- visa: e ad un Inglese, invece, è naturalissima l’espres- sione
« he went off with a pop», «se ne andò via con un pop », cioè « di colpo » (il
pop sarebbe appun- to il « rumore » immaginario di questo «colpo »); ed un
Francese dice: « Crack! le voilà parti! ». Le due lingue estremo-orientali onomatopeiche
per eccellen- za ci offrono gli esempi più curiosi: il coreano usa l’avverbio
onomatopeico napsin-napsin-hata (hata = « -mente ») per esprimere ciò che si fa
gingillandosi, scherzevolmente; al nostro « delicatamente, tenera- mente »
corrispondono gli avverbî onomatopeici mal- làng-mallàng-hata,
mullong-mullong-hata, mulsin-mul- sin-hata, nalsin-nalsin-hata; «
nostalgicamente » è ghi- rùk-ghirùk-hata; « velocemente » gallòk-gallok (che
cor- risponde al cinese k’udis-k'uàis, k'uài4-K'uài4-ti); « len- tamente »
kKamàn-kaman (cinese man4-man4, man4-man4- ti). Per un Giapponese il sapore
acre « fa hiri-hiri » (Giri-hiri suru); la carta sottile dà una sensazione «
pera-pera », e « parlare fluidamente giapponese » si dice « Nihongo wo
pera-pera-ni hanasu > (letteralm.: « Parlare giapponese pera-pera-mente »);
altri curiosi esempî sono: O-jiisan mada pin-pin shite iru « il non- no agisce
ancora pin-pin », cioè «e arzillo » kodomo wa pata-pata arukimasu, « qual bimbo
cammina pata- pata », cioè «a passettini » (cfr. l’inglese « the child walks
pit-a-pat »): persino per gli alberi cresciuti ra- pidamente si può usare
un’onomatopeica efficace: ano. matsu no ki wa zun-zun sodachimashita,
letteralm.: — 333 — 7 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA anzi, poi che esse rappresentano
un elemento espres- siva e musicale insieme, ogni erroneo uso, nel parlare una
lingua straniera, equivale ad una ridicola stona- tura (1). « quell’albero di
pino è cresciuto proprio zun-zun »; € possiamo confrontare il giapponese «
osoroshisa de ashi ga wana-wana furuela» (« per lo spavento le gambe tremavano
[facendo] wana-wana ») con il no- stro «le gambe fanno lippe-lappe »: ed alla
stessa categoria appartiene la curiosa espressione familiare «le gambe fànno
Giacomo-Giacomo ». Anche l’ita- liano ha dunque le sue « giapponeserie »
avverbiali onomatopeiche. (1) Vi è poi un effetto onomatopeico ottenuto con il
raggruppamento di più vocaboli consonanti o asso- nanti producenti nel loro
insieme un voluto effetto so- noro rappresentativo. Tipico e bellissimo esempio
è il famoso esametro vergiliano descrivente con mira- bile efficacia il rumore
del galoppo del cavallo: « Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum »
cui corrisponde il daharòth dahardth del testo ebraico dei Giudici (V, 22). de pen
(Gli eredi della declinazione I (XX) 422. — Speciale sviluppo hanno avuto le
preposizioni nella trasformazione del latino in italiano. _ Ad esse infatti è
stata affidata quella fun- zione connettiva che, nel' latino, si impernia- va
sulla deélinazione (1). | Bvratooe / « Declinare » è « assumere una
inclinazione »... Esem- pî di «casi» in greco (A), tedesco (B), serbo (C). (8
422) (1) Vedi 8 68. — 335 — À E: IUYATNO \ see GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
« Declinare » è, etimologicamente, assumere una maggiore pendenza, « inclinare
»: implica cioè una no- zione angolare (1). L’azione del verbo transitivo passa
direttamente (ossia nel senso che potremmo rappresentare geome- ‘tricamente
come « verticali ») sulla cosa che è « ogget- to» di tale azione, ed il
sostantivo (o vocabolo so- stantivato) che lo esprime è appunto il « complemen-
to oggetto » o «caso diretto »: l’accusativo del latino e delle altre lingue
che hanno una declinazione. Allorché diciamo: « Chi lava la testa all’asino
per- de il ranno e il sapone », abbiamo, la chiara nozione che l’« oggetto »
che si lava è la festa e ciò che si per- de sono il ranno e il sapone, mentre
l’asino, pur in- teressato nella faccenda, non ‘è direttamente (ossia
tutt'intero) l'oggetto "del primo verbo: è connesso con l’azione di esso
in un senso che possiamo appunto considerare « angolare » (2). (1) Nel
linguaggio nautico si chiama « declina- zione » appunto l’angolo che l’ago
magnetico fa con il meridiano geografico. Questa coincidenza dei due vocaboli,
grammaticale e nautico o astronomico, non deve però indurre a confonderli in
altre lingue: in inglese, ad esempio, essi, pur coincidendo per etimo-: logia,
sono distinti: è declination (o anche variation) quella magnetica o
astronomica, mentre è declension quella morfologica grammaticale. Molti termini
gram- maticali sono, in inglese, distinti da quelli comuni: così il « genere» è
gender (in scienze naturali è ge- nus), il « tempo » è tense e non time; per «
far l’ana- lisi grammaticale », l’ingiese ha un verbo speciale, fo parse; e per
« compitare lettera per lettera» il verbo to spell (cfr. la nota al 8 160): «
How do you spell your name? ». « Come si scrive. il vostro nome? », (2) Il
latino esprime in accusativo (caso diretto) ed in dativo (caso obliquo) i due
diversi rapporti. — Il proverbio latino non coincide, per vocaboli, con quello
italiano, ma mantiene i medesimi rapporti grammaticali, poi che dice: «
Zrngrato benefaciens per- dit oleum et operam », « Chi fa bene ad un ingrato
(dativo) ‘spreca olio e fatica (accusativo). — Lo stesso concetto non è però
espresso con il medesimo « an- golo » nelle varie lingue (cfr. 8 434), potendo
ciascuna usare un diverso caso obliquo: il proverbio francese, ad esempio,
dice: « A laver la tète d’un dàine, on perd — 336 — L’OBLIQUITA DEI CASI 423. —
Questa nozione « angolare » (ossia di « declinazione ») è espressa appunto con
le - preposizioni, le quali pongono i nomi in « caso obliquo », aîfinché essi
possano assumere la iunzione di « complemento indiretto ». Nel latino — come in
tutte le lingue che conser. vano la declinazione — tale còmpito era affidato
alle desinenze. Per quanto ricca di desinenze potesse essere Q possa essere una
lingua, le « possibilità » angolari so- no limitate: il latino aveva sei casi
(1), il greco cin- que (2), il tedesco ne ha quattro (3), le lingue slave sei o
sette (4), però, con frequenti coincidenze morfo- logiche fra caso e caso. son
savon », e lo spagnolo « Lavar cabeza de asno, perdimiento de jabòn »: il
proverbio tedesco lava l’asi- no tutt’intero: « Wer den Esel mit Seife wdscht,
hat schlechten Lohn davon ». (1) Senza calcolare il « locativo », che nel
latino classico ha lasciato solo poche tracce isolate: domi, «in casa»; ruri, «
nella villa »; humi, « per terra, in terra »; e nei nomi di luogo. Il domi (e
anche domo) di Cicerone diventa in domo in Seneca. — Cfr. C. H. Grandgent, op.
cit., pag. 57, 8 86. (2) Nel greco classico rimangono tracce degli altri casi,
cioè dell’ablativo, dei locativo e dello strumen- taie. Cfr. L. Macinai e L. Biacchi,
Grammatica greca, 22 ediz., Roma, Lux, 1900, pag. 47, $ 19-bis. — Il greco
moderno conserva il dativo soltanto nella lingua scritta: la lingua parlata lo
sostituisce con l’accusa- tivo preceduto dalla proposizione eis (pronuncia is).
—: Cfr. C. Capos, Nouvelle grammaire grecque, Hei- delberg, Groos, 1908, pag.
20; e Palumbo, Grammatica del greco volgare, Heidelberg, Groos, 1907. (3) Lo
stesso numero di casi, cioè, che aveva il gotico: nominativo, genitivo, dativo
e accusativo: il vocativo non aveva forma propria: si usava — come si usa in
tedesco — il nominativo, ma, in alcuni casi, l’accusativo. — Cfr. 8 241. — Cfr.
S. Friedmann, Lin- gua gotica, con speciale riguardo al tedesco, inglese,
latino e greco, Milano, Hoepli, 1896, pag. 14. i (4) Il russo non ha
l’ablativo, ma lo «strumen- tale » (tvarìtelnyi padièsg’) esprimente, senza
prepo- sizione, lo strumento, il mezzo dell’azione, ed il « pre- posizionale »
(prédlosg'nyi padièsg’), che è sempre ret- — 337 — Tese dgo as ASA E TL ni dn
rl|L1111_—_—__—_—_—1—_—__———— _—_mr——_—_——90Ò0ooIÒT GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA ‘I «casi» son dunque insufficienti ad esprimere tutta la grande
varietà dei complementi. Perciò anche. le lingue con nomi a flessione
(declinazione) necessi- tano di preposizioni, destinate ad ovviare a tale
deficienza espressiva. | | Persino quelle lingue che hanno un grandissimo
numero di casi necessitano di preposizioni (o postpo-. sizioni). Il primato per
dovizia di «casi» spetta a due lingue agglutinanti: il finlandese con i suoi 15
casi (1) ed il birmano con 17 (2); ma neppure tanta ricchezza morfologica.
impedisce a queste due lingue di dover ricorrere a costrutti preposizionali.
424. — Le preposizioni sono così. chiamate perché si « prepongono » al nome, a
differenza delle desinenze che erano aggiun- te ad esso nella declinazione.
425. — In origine, la preposizione non era che un avverbio, esprimendo appunto
una mo- dificazione ‘dell’azione verbale. Anche nella sua funzione attuale
essa, pur reggendo un to da preposizione. — Cfr. R. Gutmann-Polledro & A.
Polledro, Grammatica russa teorico-pratica, 3% ediz., Torino, Lattes, 1933,
pag. 19. — Il serbo e il croato hanno anche il «locativo », il quale esige però
an- ch’esso la preposizione. — Cfr. B. Guyon, Grammatica teorico-pratica della
lingua serba, Milano, Hoepli, 1919, pag. 45 e segg. — G. Androvic’, Grammatica
della lingua croata, 4% ediz., Milano, Hoepli, 1942, pag. 53 e segg. (1)
Nominativo, genitivo, accusativo, partitivo, in- struttivo, comitativo,
privativo, essivo, traslativo, ines- sivo, elativo, illativo, adesivo,
ablativo, allativo, senza tener conto di un «prolativo » di alcuni sostantivi
come meri, « mare » (meritse, « per via di mare »), maa, « terra » (maitse, «
per via di terra »). — Cfr. A. Hà- màlainen, Finnisch, Berlin, Langenscheidt,
1917, p. 22 e segg. (2) Nominativo, nominativo specifico, nominativo enfatico,
oggettivo, oggettivo specifico, possessivo, da- tivo, dativo finale, causativo,
strumentale, connettivo, locativo, locativo specifico, ablativo, ablativo nomi-
nativo, vocativo, espletivo. — Cfr. A. Judson, A Gram- mar of the Burmese
Language, Rangoon, Phinney, 1888, pag. 17 e segg. — 338 — NATURA DELLA
PROPOSIZIONE sostantivo, è ideologicamente connessa con il verbo, che ne resta
modilicato. Allorché diciamo « passarono sotto il ponte» e « passarono sopra il
pontc», percepiamo benissimo che non soltanto il ponte è affetto dalla nozione
pre- posizionale, ma anche l’azione del passare ha una mo- dificazione (1).
426. — Il valore « avverbiale » viene con- servato e reso ancora più evidente
allorché le stesse parole che servono come « preposizio- ni » si combinano con
un verbo, generando un verbo composto. È evidentissimo che in verbi quali
comporre, sot- tostare, percorrere, trasferire, addurre, circondare, ecc., i varî
prefissi (« con- », «sotto- », « per- », lat. trans-, « ad- », lat. circum-)
non potrebbero aver fun- zione più tipicamente « avverbiale », cioè
modificatri- ce del verbo, poi che formalmente si incorporano ad esso, formando
quindi anche nel pensiero un’idea unica con il verbo stesso. La natura
avverbiale della preposizione af- fiora nuovamente, allorché essa viene a
trovarsi priva (1) Infatti il gesto eventuale che accompagni tali espressioni
non allude soltanto al ponte, ma anche allo specilale modo di-passare. — Il
gesto, spontaneo ed atavico in ciascun popolo, è commento, interpre- tazione e
complemento del linguaggio orale, quando non ne è addirittura un surrogato.
Verbo ed avverbio si unificano nell’interpretazione mimica. Presso molti
popoli, ad esempio gli Halkomelen della Columbia Britannica, « un terzo almeno
dei significati delle loro parole o delle loro frasi è intimamente legato ai
gesti. Se un Coroado vuol dire «io andrò nel bosco » egli dice « andare nel
bosco » e con un movimento della bocca indica la direzione che vuol prendere ».
Ed al- tri numerosi esempî son elencati da L. Lévy-Bruh], Les fonctions
mentales dans les sociétés inférieures, Paris, Alcan, 1910, pag. 182 e segg. —
« Nell’Africa occidentale non si può parlare nelle tenebre, essendo
invisibili-i gesti» A. H. Kingsley, Travels in West Africa, London, 1897, pag.
439, — e «la determina- zione del verbo è stabilita dal gesto che l’accompa- .
gna » J. L. Wilson, cit. dal DEE Primitive Culture, vol. I, pag. 149. — 339 —
Fe a. I usnesntiotnt -29T YFre pois *» d. GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA del
sostantivo cui si riferisce. Perciò il francese può dire « /ls prirent son
manteau et s'en allèrent avec », « Presero il suo cappotto e se lo portarono
via »: in cui « andarsene-con » forma un’idea unica. E analoga struttura
(sintattica e quindi ideologica) è ancor più frequente in inglese: the man she
was speaking with, « l’individuo con il quale ella parlava » (letteralmente: «
l’individuo [che] ella parlava-con »); the book he is looking for, «il libro
che egli sta cercando » (dlette- ralm. « il libro [che] egli guarda-per »).
Considerando la « preposizione » aggregata al verbo, e perciò in fun- zione
avverbiale, queste strutture ci divengono chiare, e ne è quindi facilitato
l’uso. 427. — Queste premesse sorio indispensa- bili perché, chiarendo la
natura e le funzioni della preposizione, servono a spiegar- ci anche altri
fenomeni che ci apparirebbero illogici se non addirittura paradossali. Così, ad
esempio, può sembrar curioso che, nel distinguere lo « stato in luogo » dal «
mo- to a luogo », le lingue fornite di declinazione pongano in caso diverso non
il nome espri- mente la cosa che sta ferma o si muove, ma il nome esprimente il
luogo, le cui condizioni reali non mutano. Si dice in latino Caius Romae
habitat, « Caio abi- ta a Roma», e Caius Romam venit, « Caio è venuto a Roma »,
ponendo in genitivo-locativo oppure in ac- cusativo proprio Roma, che resta
immutata, mentre non varia Caio, nel quale è la differenza reale di sta- to o
di moto. Parimenti, in altre linguc, l’espressione « nella scatola » assume una
forma grammaticale di- versa, a seconda che l’oggetto vi stia o vi sia posto,
sebbene la scatola non muti affatto nella realtà. L’apparente stranezza ha
invece la sua lo- gica spiegazione allorché si consideri che di- cendo in der
Schachiel o v Raròpku o v iàsc’cik (moto a luogo) invece che in der Schachtel o
v Raròpkie o v iàsc’cikie (stato in luogo) non si intende che il recipiente
subisca una modi- ficazione, ma che sia diverso il rapporto di esso con il
verbo: tale diverso rapporto è co #40 = I TRE STADI LOCATIVI mn capsa n ‘capsàm
in der Shaohtel in Sie Shadtel B kopoòke _ B Kopo0xy B AIMMKe B SHIHK mn the
box into the box nella scatola | en la caja —. | STATO nacara MOTO IN LUOGO dans
la boîte AA LUOGO Tre stadî grammaticali: I) Il mota influenza morfo-
logicamente il luogo; II) Il moto influenza la prepo- sizione; III) Il moto non
influenza né l'una né l'altra (8 427) — 341(=, affini: e EST £ Ye koh «a.
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA espresso dalla desinenza, la quale è un com-
pletamento dell’idea preposizionale: 0, più esattamente, la preposizione ha la
funzione di completare ‘specificamente l’idea che la sola desinenza del « caso»
non è sufficiente ad esprimere (1). 428. — L'uso del « caso » completato da una
preposizione rappresenta uno stadio in- termedio tra l’espressione sintetica e
l’anali- tica. Più vicino all’espressione analitica è il co- strutto di quelle
lingue nelle quali la difîe- renza tra « stato in luogo » e « moto a luogo » è
resa con differenti preposizionui (2). Completamente analitiche son le lingue
neolatine, avendo abolito ogni differenza an- che nelle preposizioni: queste
hanno il sem- plice significato locativo: se si tratti di « stato » e « moto »
sono di pertinenza espres- siva del verbo. 429. — Come si vede, l’esame di
differenti lingue serve ad illuminarci sulla evoluzione della mentalità
linguistica. Con questi con- ironti constatiamo inolire la grande coerenza
della lingua italiana con il criterio fondamen- tale prevalentemente analitico
che ne regola le espressioni. (1) Si noti anche l’analogia per cui ila preposi-
zione in non è necessaria, in latino, dinanzi a quegli stessi nomi (città e
piccole isole) che nelle lingue neolatine non prendono l’articolo (vedi 8
345-347). Essi necessitano di una minor determinazione, poi che la
localizzazione è già espressa con sufficiente precisione. ._ (2) Intermedio tra
i due stadî (I e II) ossia con le caratteristiche di entrambi è il costrutto
locativo greco classico, in cui lo «stato in luogo » è espresso da en con il
dativo, ed il « moto a luogo » con eis e l’accusativo. Il greco moderno segue
ie norme classi- che nella lingua scritta, mentre nello stile parlato non fa
distinzione, usando sempre eis (pronunzia is) o es, o 5 o sé con l’accusativo,
sia per lo Stato che per il moto: « eis tèn pòlin», «in città, nella città,
alla città » (cfr. 8 370). — 342 — Lama 1 e lAbiuian e cera | amm —
——_————_—ointe n, TRE DIVERSI « DOVE» less 430. — Il medesimo criterio ha
indotto la nostra lingua ad abolire la differenza morîfo- logica degli avverbî
locativi, non di- stinguendosi in essi lo « stato in luogo » dal «« moto a
luogo » né dal « moto da luogo » (1). hol? )honnan going to? î coming from? La
localizzazione può essere statica o implicare mo- to... (8 430) - Gli studenti
di latino non debbono stupirsi se l’in- segnante considera gravissimo errore
l’uso di ubi per quo e viceversa (2). (1) Questi -paragrafi son collocati qui,
appunto per la loro analogia con le preposizioni locative. Queste rispondono
alle domande dei pronomi locativi inter- rogativi. (2) È nota ed istruttiva la
barzelletta, utilmente ripetuta ad ogni novizio di studî latini. All’allievo
che chiedeva: « Ubi vadis, magister? », l’insegnante rispon- de: « Ad reperiendum
quo! » (« A ritrovare il quo! »). i 7. ? 4 dI di hd GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA Pur nelle lingue più lontane, questa differenza, se esiste, va
rispettata rigorosamente. Per un Ungherese o per un Giapponese, esatta- mente
come per un Tedesco, i tre avverbî interroga- tivi locativi rappresentano tre
domande ben diverse, in due delle quali essi riconoscono una vera e propria «
freccia di direzione » esprimente il « moto a luogo» o la « provenienza ».
L’inglese ha un solo «dove» iniziale, ma esso è completato con una preposizione
(propriamente av- verbio; vedi 8 428): il to della domanda per il « moto a
luogo » è il medesimo che trasforma la preposizio- ne in (stato in luogo} in
into (moto a luogo) (1). Nelle lingue che hanno tale differenza, lo scambio dei
diversi avverbî è errore grave, poi che essi corrispondono a tre differenti
idee: quo? = [stando] dove? ubi? = [andando] dove? unde? = [venendo] da dove? È
perciò un controsenso dire «ubi vadis? », poi che equivarrebbe a « vai stando
dove? », oppure « quo es? » che significherebbe «stai fermo movendo verso dove?
». La lingua italiana ha escluso dall’avverbio loca- tivo ogni idea di stato o
di moto, e perciò il nostro «dove» ha sostituito tre diversi avverbî latini. In
tanto li ha sostituiti però, non in quanto il « dove » equivalga ad essi, ma
perché, in coerenza con il gene- rale criterio analitico, ha scisso
dall’avverbio ed ha affidato al solo verbo ogni còmpito espressivo delle idee
di «stato » o di « moto ». (1) Ed è il medesimo fo, implicante idea di « mes-
sa in moto », che l’inglese prepone all’infinito. (Cfr. 8 150 a pag. 97).
L’aderenza del to con l’infinito è anzi così intima che l’inserzione di un
avverbio o lo- cuzione avverbiale tra i due equivale a «spaccare l’infinito »
(to split an infinitive), e ciò è condannato dai puristi come « norma abusiva
dello stile scadente » («a shibboleth of second-rate style ». J. F. Genung, The
working principles of Rhetoric, Boston, Ginn, 1900, pag. 230. — Cfr. anche la
divertente trattazio- ne in H. W. Fowler, A Dictionary of Modern English Usage,
Oxford, Clarendon Press, 1927, pag. 558-561). Id _. ni AE ho - 7 dr I VARI
UFFICI DEL «DI » * * %* 431. — Il limitato numero di « casi » con- tro la
grande varietà di complementi possibili rendeva necessario l’uso di un medesimo
caso per complementi diversi, accompagnandolo 0 non con preposizioni. Il
genitivo latino, ad esempio, non è mai accom- pagnato da preposizione: sua
funzione caratteristica è quella di esprimere il « complemento di specificazio-
ne »: ma anche tale complemento può avere significati ben differenti: il «
genitivo » che è in flumen Italiae non è del medesimo significato di quello che
è in am- phora aquae: nel primo caso si specifica che il fiume è «d’Italia »
(genitivo) in quanto è «in Italia », men- tre nel secondo l’anfora è «di acqua»
(genitivo) in quanto è piena di acqua, ossia è proprio l’acqua che è
nell’anfora e non l’anfora nell’acqua (1). Persino in casi in cui il «
complemerto di speci- ficazione » sembra grammaticalmente identico, una certa
differenza è osservabile. Allorché diciamo «la casa di Dante », la preposizione
« di» non esprime il medesimo rapporto con Dante che allorquando di- ciamo «il
poema di Dante » o «il ritratto di Dante »: la casa appartenne a Dante, il
poema fu scritto da Dante, il ritratto raffigura Dante: i tre « rapporti » son
‘ben diversi. Ed esiste persino una differenza di rap- porto con Dante allorché
diciamo «la casa di Dante » oppure «la tomba di Dante »: in quella era Dante
vivo, in questa giacciono i resti di Dante. 432. — Oltre i suddetti
complementi, la preposi- zione « di» può servire ad esprimerne parecchi altri,
i quali possono non coincidere affatto con il genitivo latino o di altre
lingue, né la nostra preposizione va sempre resa con le equivalenti preposizioni
in altre lingue (inglese of, tedesco von, francese, spagnolo e portoghese de,
ecc.). (1) Tra i numerosi manuali di avviamento allo studio latino ve ne sono
di eccellenti: particolare se- gnalazione merita, per chiarezza, quello — pur
rigo- rosamente tradizionalista — di Q. Ficari, /anua: analisi logica e prime
letture latine, Roma, Sormani, 1938, con un nitido « Quadro sinottico dell’uso
dei casi». — 345 — murzvpr Suri fici ire US GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
Può trattarsi, ad esempio, di un complemento di origine, natura, patria,
provenienza: pesce d’acqua dolce ,Dionigi d' Alicarnasso; vien di lontano,
porcella- ne di Sèvres, nuovo di zecca, fresco di bucato. « di quella nobil
patria natìo » (Inf., X, 26). Può esprimere misura: un foro di 4 millimetri,
una pistola di calibro 8, una tensione di 20.000 vol- ta (1), ecc. l Può
indicare il soggetto, l'argomento: si parlava molto di lui, un libro di
grammatica, che c’è di nuo- \o?; oppure di maniera: di corsa, di trotto, di
sfug- gita, dì traverso, di fretta (meglio in fretta). Può anche esprimere
complemento di agente o causa: «semo perduti, e sol di ‘tanto offesi, che sanza
speme vivemo in disìo ». (Inf., IV, 40-41). E la serie è ben lungi dall’esser
completa. . 433. — Non meno ricca di significati diversi è la preposizione da,
che ha anch’essa numerosissime accezioni differenti, come appare dalla vignetta
ac- clusa, nella quale pur non son compresi molti altri usi: es. un motore da 8
cavalli-vapore, chi fa da sé fa . per tre, l’aspettiamo da tre ore, questa
porta si apre da dentro, di là dal confine, ecc. Percepiamo benissimo che tutti
questi da esprimo- no relazioni differenti. 434. — Praticissima e facile regola
per ri- conoscere di quale complemento si tratti, os- sia come debba esser
espressa la preposizione passando ad altra lingua, è quella di sostituire la
preposizione stessa con un costrutto che dica esattamente la stessa cosa.
Allorché, ad esempio; diciamo la città di Firenze, sentiamo che il rapporto con
Firenze non è il mede- . . (D Oppure di 20.000 volt, adottando il vocabolo
internazionale; ma non volts, con una desinenza eso- tica per un vocabolo tanto
gloriosamente italiano! (cfr. 8 223). i n pra * POLIEDRISMO PREPOSIZIONALE simo
che allorché diciamo una veduta di Firenze o i palazzi di Firenze. In questo
secondo caso la prepo- sizione di ha il suo vero valore di « specificazione »,
mentre la città di Firenze significa la città che ha no- me Firenze; e così,
diventa evidente che in latino si debba usare non il genitivo ma il « nominativo
». una donna dai capelli ne- ri guarda dalla finestra CARTE DROGHERIA il pacco
DAPARATI] | @z--1.datole i stag 7 / \) va dal droghiere ma esce dal | droghiere
non lontano a dal droghiere i Una medesima preposizione può aver significati
ben differenti esprimendo rapporti diversi... (8 433) Non facile è il corretto
uso delle preposi» zioni nelle lingue straniere, e spesso proprio in quelle che
maggiormente sembrano avvi- cinarsi alla nostra, poi che più agevole è l'er-
rore di trasportare 1 In esse quel tipo di « con- nessione » che ci appare
naturale e logico e che, invece, è tipico della nostra lingua, e che 0
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA quindi può essere — e assai spesso lo è — ben
diverso in un altro idioma (1). Analisi e riflessione ci riveleranno, ad
esempio, che « andare in bicicletta » non significa essere nel veicolo come
quando si va «în treno » o « in barca » o «in aeroplano », e ci sarà agevole
comprendere e ricordare perché il francese dica, invece, « aller à bi- ciclette
», come dice « aller è cheval », poi che la po- sizione è la stessa. Allorché
diciamo « parlare col raso », la preposizione con esprime un rapporto ben
diverso di quel che essa esprime allorché diciamo « parlare con un amico »: ed
il francese dice infatti « parler du nez », il tedesco « durch die Nose spre-
chen ». | 435. — Per analogia con la matematica, possiamo applicare il criterio
della « scompo- sizione in fattori primi ». Se il significato della
preposizione non è scomponibile in altre idee, la preposizione ha il suo pieno
valore, appun- to come un numero non scomponibile in fatto- ri primi è un
numero « primo », cioè inscin- dibile (2). 436. — Buona guida è anche il «
sentimen- to » (cÎr.8 52 e 8 108), specialmente in quelle espressioni che hanno
appunto un contenuto affettivo. Il «dativo etico » esprimeva appunto, in
latino, questo rapporto che è parzialmente « finale », mentre esprime anche
interesse, affetto, piacere o dispiacere: tale « dativo » — per indicare il
quale la qualifica di © (1) « Toute collectivité humaine identifie ou as-
simile les idées d’une manière particulière et caracté- ristique. Les peuples
divers voient les choses et les faits sous des angles différents et sont
diversement impressionnés; chaque nation persoit les étres et les mouvements d’une
facon qui lui est propre ». I. Ep- stein, La pensée et la polyglossie, Paris,
Payot, 1910, pag. 100. . (2) Per la comprensione razionale dei numeri pri- mi,
cfr. Toddi, / numeri, questi simpaticoni, 32 ediz., Milano, Hoepli, 1945, pag.
60 e segg. — 348 — VE EE (IRE SE BE sa . IL DATIVO ETICO etico è ben
appropriata — è conservato in italiano: id vobis bene est, «ciò va bene per
voi», questo vi sta bene!» (anche nel senso ironico): « quid mihi Caius agit? «
Che diamine mi sta combinando Caio? ». 437. — La comprensione di questo fattore
sentimentale in una preposizione giova non di Firenze dildi 3131 2}? 4j 1 | .
ni Analizzare le preposizioni con il criterio della scom- posizione in fattori
primi... (Firenze, in una xilogra- fia di Michele Wohlgemuth e Guglielmo
Pleydenwurff nel Liber Chronicarum di Sebaldo Schedel, . 1493). | i ‘ (8 435)
soltanto a renderne la natura e l’efficacia al- lorché si voglia esprimere la
medesima cosa in una lingua straniera, ma l’analisi psicolo- gica e linguistica
di tali espressioni ci rivela connotati interessanti sulla mentalità dei po-
poli e persino sulla loro visione della realtà. ‘949 GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA - Sol chi si ponga da un punto di vista del creden- te potrà infatti
intendere tutta l’efficacia espressiva della comune invocazione italiana «
Fatelo per le ani- me sante del Purgatorio! »: la preposizione ha ap- punto un
contenuto etico-religioso (1): e si intenderà anche il valore, che non è
aridamente grammaticale, dei numerosi per che sono nel Cantico delle Creature .
di S. Francesco: « Laudatu sii, mì Signore, per frate ventu et per aere, et
nubilu, et serenu, et onne tempu... » (1) Il sostantivo inglese sake è
tipicamente espres- sivo di questo valore affettivo adombrato in un voca- bolo.
Originariamente affine al tedesco Sache, « cosa», ha acquistato un significato
prevalentemente etico, proprio come il latino causa, da: cui il nostro « cosa»,
ha anche dato «causa» nel senso di procedimento giudiziario nel quale sia in
gioco l'interesse‘ mate- riale e morale delle parti. (Cfr. E. Weekley, The Ro-
mance of Words, London, Murray, 1925, pag. 2). — Le espressioni « for charity's
sake! », « for Goodness sake! », « for charity's sake! » (« per l'amor di Dio!
»), « for mercy's sake », « for pity's sake! » (« per pietà! »), « for old
sake’s sake!» («in nome dei tempi passa- ti! ») illuminano questo feeling, che
si ritrova in name- sake che non esprime soltanto « omonimia »: se ad un bimbo
è imposto il nome di Jàmes in onore del nonno, il rapporto di esser namesake,
ossia « omoni- mo » non è soltanto onomastico ma anche. affettivo. — Parimente
non si può intendere la vera differenza intima tra le due postposizioni
locative giapponesi ni e de (equivalenti grammaticalmente alla nostra pre-
posizione «in») se non si prende come chiave la mono no aware, ossia quel
sentimento di tenerezza e sintonia che armonizza in un tutto affettivo esseri
umani e cose, e per la quale anche l’ambiente « par- tecipa » all’azione umana.
Si comprende così perché il Giapponese usi ni come semplice indicazione di «
stato in luogo » senza azione, mentre usa de (strumentale) allorché vi si
compia un’azione, qualunque essa sia. poi che anche il luogo è «
strumentalmente » connes- so con essa. Es.: niwa ni wa kodomo ga orimasu, « nel
giardino c’è un bimbo »; niwa de wa kodomo ga aso- bimasu, « nel giardino un
bimbo gioca ». -— 350 — fé Le voci connettive (XX1) 438. — I concetti, espressi
in « pro- posizioni » (vedi $ 125), sono connessi fra lo- ro (1). | | Alla
concatenazione mentale corrisponde la concatenazione dell’espressione
linguisti- ca (2). Tale concatenazione è talora evidente di per sé, ed il nesso
tra i concetti non necessita di speciale indicazione con parole specifiche: è
sottintesa nella pausa, breve o lunga, che intercorre tra le proposizioni di un
periodo e tra i periodi del discorso. Anche nel discorso in cui «si salta di
palo in (1) Secondo R. Avenarius il concetto rappre- senta un risparmio di
energia, permettendo di abbrac- ciare con il minimo sforzo un gran numero di
oggetti, e ciò risponde al criterio che lo Avenarius pone a base della
conoscenza, per cui — per il principio d’i- nerzia e del minimo consumo di
forza — l’anima non adopera in una percezione più forza di quella che | sia
necessaria. — Cfr. A. Avenarius, Kritik der reinen Erfahrung, 1888-1890. — Vedi
oltre, $ 452. (2) Secondo un felice paragone di J. Piaget, «il linguaggio fa
uso costante di spago », poi che le con- giunzioni e le preposizioni son lo
spago del linguag- gio, per tener unite le idee. I bimbi che non sanno an- cora
far uso di tali parole di collegamento « sont des enfants qui ne savent pas
faire de paquets ». J. Pia- get, La pensée symbolique et la pensée de l’enfant,
in «Archives de Psychologie », Genève, 1923, V, pag. 302. — 351 — ———_ Py VEO
dd a.t. GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA frasca » vi è una connessione, per
associazione di idee (I). Ad esprimere la connessione tra le propo- sizioni
serve una speciale « parte del discor- so » e cioè la congiunzione. 439. - La
congiunzione compie, ri- spetto alle proposizioni, la stessa funzione che la
preposizione compierispetto ai nomi ed altre parole. In alcune lingue molte
congiunzioni coincidono con le preposizioni (2). La correlazione tra
congiunzione e preposizione è dimostrata dal fatto che una preposizione può so-
stituirsi ad una congiunzione allorché un verbo di mo- do finito sia mutato in
un sostantivo (infinito, cfr. 8 129 e segg.): es. « Siccome egli ha scritto, si
è final- mente saputo dov'è » —« Dal suo scrivere (o « dal . l'aver egli
scritto ») si è finalmente saputo dov'è ». 440. — Le congiunzioni sono così
chiamate perché « congiungono » le proposi- (1) Allorché questa associazione ha
calatteri tali da poter apparire stravagante all’interlocutore, sen- tiamo il
bisogno di segnalargli l’inattesa ed apparen- temente illogica deviazione. A
tale scopo è destinata la formula « a proposito », la quale — contrariamente al
significato letterale — serve generalmente ad in- trodurre concetti i quali non
presentano una connes- sione con i concetti ai quali fan seguito. Pur se non
v'è connsssione «logica », v'è però pur sempre una connessione « ideologica »,
-costituita appunto dall’as- sociazione di idee. E ciò dimostra ancora quanto
complesso e interessante sia lo studio del nesso tra formule linguistiche e pensiero.
(2) Il giapponese Kara, ad esempio, è una « post- posizione » che vale la
preposizione «da» (prove- nienza, causa) se regge un nome, mentre vale una
congiunzione (causale) se regge un verbo: sono tega- mi kara, « dalla sua
lettera », Kaita kara, « poich8 [egli] ha scritto »: con la postposizione
concretiva no si può sostantivare tutta una proposizione, la quale diventa così
un nome e può esser retta da postposi- zioni (= preposizioni): sono tegami wo
kaita no de, «per (de, postposiz. strumentale) il fatto di (no) aver scritto la
lettera ». ni: 850) tn Scilla e Cariddi non fanno più paura... ($ 378). n
TREZIN x SA YSIAVNAL®S> ANDÒ CONCITA POR NOCEREPOLTAROioa ... diversi valori
della preposizione « di» ($ 431). La casa di Dante (a Firenze) — La tomba di Dante
(a Ravenna)— Il poema di Dante (tavola di D. pA MIcHELINO, in S. Maria del
Fiore). RANGO DELLE PROPOSIZIONI zioni: queste possono essere dello stesso ran-
go o di rango diverso. Nel primo caso le con- giunzioni sono coordinanti o
coordi- native, nelsecondo sono subordina n- tio subordinative. « Lo giorno se
n’andava, e l’aer bruno loglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche
loro; e io sol urto m ’apparecchiava... (Inf., II, 1-4). Le tre proposizioni
(1) esprimono tre eventi che «sono sul medesimo piano: sono l’esposizione di
tre fatti che avvengono parallelamente, espressi senza nesso di
interdipendenza: ia congiunzione e, indican- te tale « coordinazione » è una
congiunzione Ccoor- dinativa. Allorché, invece, diciamo: « Se non ‘è vera, è
ben trovata », la prima proposizione non è sullo stesso piano che quella
principale: esprime una condizione, ossia quasi un retroscena, un «secondo
piano »; ap- partiene insomma ad un altro rango. Vi è un nesso di dipendenza, e
tale nesso è espresso appunto dalla congiunzione ipotetica se, che è
congiunzione subo T- dinativa. 441. — Le preposizioni possono ripartirsi in
tante specie quante sono le relazioni di coordinazione e di subordinazione che
esse esprimono. 442. — Tra le congiunzioni coordinative le più importanti e
Îrequenti sono: le congiunzioni copulative, le qua- li si limitano ad esprimere
una pura e sem- plice unione di due proposizioni, affermativa- emnte o
negalivamente: tali sono €, ariche (positive); né, neanche, neppure, nemmeno
(negative); (1) Non tenendo conto dell’inciso «che sono in terra ». » — 353 —
23 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Specialmente quelle negative possono usarsi
cor- relativamente: ed in tal caso si noti che in alcune lin- gue hanno forma
diversa pur quando noi useremmo la ripetizione del né: p. es.: « Non mangerete
di esso, né lo toccherete » diventa, in inglese: « Ye shall not eat of it,
neither shall ye touch it » (Genesi, III, 3). le congiunzioni disgiunitive, le
quali stabiliscono un’alternativa, in modo che una delle due proposizioni
escluda l’altra: tali sono e, ovvero, oppure, ossia; Valgono anche per queste
le osservazioni prece- denti: p. es. «O entrate o uscite! » diventa, in ingle-
se: « Either come in or go out! ». le congiunzioni avversative, le quali
esprimono un’opposizione; tali sono ma, anzi, tultavia, peraltro, pure, però: «
Il mini- stro si ricordi che non i {itoli illustrano gli uomini, ma gli uomini
i titoli » (Machiavelli, Pensieri, XIV, 26); le congiunzioni dimostrative o
dichiarative, le quali introducono una diversa esposizione dei medesimi
conceiti (1): tali sono le congiunzioni cioè, ossia, infatti. 443. — Tra le
congiunzioni subordinative le più importanti e frequenti sono: le congiunzioni
temporali, di con- temporaneità, precedenza, durata, successio- ne, ecc.: tali
sono quando, allorché, come, ap- perta, ecc.: «. Quel giusto figliuol d’
Anchise, che venne da Troia, quando il superbo Ilion ju combusto » (2) (Inf.,
1, 73-75) (1) Alcune grammatiche denominano « dichiara- tive » le congiunzioni
integranti (vedi 8 444). (2) Secondo taluno deve leggersi invece: « poi che ’l
superbo Ilion fu combusto »; ma anche « poi che » è un costrutto congiuntivo
temporale. (Cfr. $ 447). — 354 — CONGIUNZIONI INTEGRANTI le congiunzioni
condizio nali, e- sprimenti un'ipotesi o condizione: tali sono se, qualora,
purché, Con la congiunzione condizionale se coincide la congiunzione dubitativa
se, la quale esprime una con- nessione ben diversa: « Se la domanda sarà
presen- tata in ritardo, non si sa se essa sarà accettata » (il primo se è
condizionale, il secondo è dubitativo). Di tale differenza bisogna tener conto
esprimendosi in quelle lingue che hanno voci distinte per i due diver- si casi.
(Cfr. $ 113). le congiunzioni causali (perché, poi. ché, giacché), finali
(affinché, acciocché, perché), concessive (quantunque, seb- bene, ancorché),
ecc. le congiunzioni integranti. 444, — Si può dare il nome di inte- granti a
quelle congiunzioni che hanno il còmpito di conglobare in un tutto unitario la
proposizione che esse reggono, sì che essa possa servire da soggetto, oggetto o
comple- mento circostanziale al verbo della proposi- zione cui è subordinata.
La più usitata di tali congiunzioni è che: « E par che sia una cosa venuta di
cielo in terra a miracol mostrare » (Vita Nova, XXVI) Tutta la proposizione che
segue la congiunzione che è, in questi versi, il soggetto del verbo pare. Pa-
rimente accade nei versi: I «Non è ver che sia la morte il peggior di tutti i
mali» (Metastasio, Adriano in Siria, a. III, sc. 62) nei quali tutto ciò che
segue la congiunzione che serve da soggetto alla proposizione principale « non
è ver ». : « Gioco che l'hanno in tasca come noiî » (G. Giusti, Sant'Ambrogio,
v. 93) — 355 = ia /S/SS(‘\),\(\‘\‘\‘\‘————#|E e e grzEE A AAIENSINIE GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA « l'hanno in tasca » (=«l'hanno in uggia », cioè « non lo
possono soffrire ») è il complemento oggetto di gioco (= « scommetto »). 445. —
Questa congiunzione che può es- ser chiamata anche determinativa, in ° quanto
ha Îunzione affine a quella dell’ artico- lo determinativo: è quasi un articolo
determi- nativo preposto a tutta la proposizione che es- sa unifica
obiettivamente. Infatti, in latino, tutta la proposizione soggettiva o
obiettiva si sostantiva nel tipico costrutto del sog- getto in accusativo con
il verbo all’infinito: « Deum esse certum est», « È cosa certa che Dio esiste»,
« Aristoteles censet omnia moveri », « Aristotele cre- de che tutto si muova ».
446. — Il che determinativo non va conîu- so con il che consecutivo (vedi 8
267), il quale è sempre preceduto da un antecedente con il quale è in
correlazione: « Il freddo è tal che i bajfi stala!titificanomi- [SI » (1) (A.
Boito) 447. — Funzione intermedia Îra la deter- minativa e la consecutiva ha il
che quando concorre a formare i costrutti congiuntivi, os- sia accoppiamenti di
parole con valore di con- giunzione: fosfo che, appena che, non osianie che,
ecc. Talvolta forma un vocabolo unico, fon- dendosi con l’antecedente: poiché,
giacché, al- lorché, ecc. equivalgono a poi che, già che, allor che: e si
usano, infatti, in entrambe le (1) Questo vocabolo è un arguto campione della
possibilità che la lingua italiana ha di collocare l’ac- cento lontano dalla
fine quanto ne dista la sillaba più significativa: abbiamo in esso una parola
sestisdruc- ciola, la quale, pur avendo nove sillabe, conta metri- camente per
quattro sillabe, poi che le cinque sillabe che seguon l’accento contan per una
sola. — 356 — « PERCHE » forme, Così son nate anche alire congiunzio- fi, quali
acciocché, fuorché; benché, finché, ecc., tutte risolvibili nei loro
componenti. 448. — Analoga formazione ha avuto la congiunzione causale e finale
perché. 449. — Il perché interrogativo è, invece, un avverbio, edilche in esso
contenuto non è la congiunzione che ma il pronome che con significato neutro,
equivalente a « che co- sa» (1). La distinzione tra il perché della doman- da e
il perché della risposta — che esiste nel- la gran maggioranza delle lingue —
v'è anche in italiano, ed a questa differenza ideologica (2) corrisponde anche
una differenza di pronun- zia, coerentemente con il significato. Allorché la
bella fiamma della curiosità ci fa esprimere il desiderio di conoscere la causa
o il fine delle cose noi chiediamo « per che » (3) ed il che è sostanziale
(pronome sintetizzante l’incognita -che vo-. gliamo conoscere) e perciò
espresso anche fonicamen- te con energia, mentre nella risposta il che del
perché è puramente congiuntivo del per con ciò che segue, e vien perciò
pronunziato con minor energia. Ciò avviene anche nelle interrogative indirette,
nelle quali il perché, appunto perché interrogativo, (1) Cfr. 8 268. (2)
Caratteristica della domanda è contenere l’e- spressione dell’incognita (la x
matematica, che era ori- ginariamente chiamata res), oppure di porre il dubbio interrogativo
su un dilemma (dubbio ha la stessa ra- dice di due, come il tedesco Zweifel
deriva da zwei). —- Il cinese ha particelle interrogative diverse, a se- conda
che la risposta si possa esprimere con un sem- plice «sì» o «no», oppure se
richieda indicazioni più specifiche. ° (3) L’interrogativo latino cur
(formatosi da quoi+ rei, cuirei, poi cuire, cuir, cur) è stato scisso nell’ita-
liano perché = per+t che, in coerenza con il criterio analitico informante
l’evoluzione del nostro idioma (cfr. 8 67). - _ 357 — GRAMMATICA PELLA LINGUA
IS H0N conserva la sua importanza. In due versi consecutivi danteschi abbiamo i
due perché: « Ma. perché poi‘ ti basti pur la vista, intendi come e perché son
costretti » 7 (nf., XI, 20-21). See TED. warum? \i\ weil INGL. ARABO INGL. why?
Ri Fa... sen 2 rm OTUerO? ur sy to CUR. perche erche . PEG MT 6. La bella
fiamma del « perché? ». (8 449) | cciQsgica È OR ‘2 - _ Fi ti GIUDIZI
ARTICOLATI FRA LORO Il primo perché è congiunzione finale, equivale ad affinché
ed ha perciò l’ultima sillaba (congiun- zione) fonicamente tanto debole che la
parola diven- ta quasi piana; il secondo perché, invece, è avverbio con
contenuto di derivazione interrogativa: in esso il che ha carattere
pronominale, (equivale a «che cosa, quale ragione ») ed è perciò fonicamente
percossa da nitido accento, conservando pur nell’intonazione un che di
interrogativo. 450. — Tale distinzione è molto importan- te, non soltanto ad
intendere con chiarezza ciò che diciamo, ma anche per la traduzione in altre
lingue. Infatti il secondo perché della citazione dantesca va reso con il
perché dell’interrogazione — diretta o indiretta — nelle lingue che hanno tale
distinzione formale (1). 451. — Normalmente, la congiunzione uni- sce due
proposizioni: essa può anche unire, formalmente, due parti della stessa
proposi- zione: si tratta, in tal caso di una proposizio- ne composta, nella
quale ciascuna delle parti equivale ad una proposizione intera: « È arrivato,
ma troppo tardi » equivale a « È arri- valo, ma è arrivato troppo tardi ». 452.
— «La congiunzione è propria delle lingue arrivate ad un notevole grado di svi-
luppo. Difatti, ciascuna delle. altre parti del discorso non esprime altro che
un elemento del giudizio. La congiunzione invece, che uni- sce e articola tra
loro i diversi giudizi, e di più (1) E queste lingue, alla lor volta, ci
rivelano in modo evidente la differenza ideologica fra i due per- ché: il
rumeno ha: pentru ce, in cui ce è pronome, e pentru ca, in cui ca è
congiunzione; il francese ha pourquoi (= pour+quoi) e parce que; il russo ha
tre interrogativi diversi (« perché? », «a quale scopo? » e « per qual ragione
») formati con diversi casi del pro- nome neutro c’to, mentre il perché di
risposta ha, ben distinta, la congiunzione (indeclinabile) c’fo. Re GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA ne esprime esattamente le diverse relazioni, rende
possibile la manifestazione di tutta una ordinata serie di giudizî, ossia di
tutl’intero un ragionamento » (1). (1) Morandi & Cappuccini, op. cit., pag.
230, 8 683. — Cfr. anche la nota al $ 436. — 360 — Le voci appassionate (XXIII)
453. — Onomatopeiche degli stati d’animo — intendendo l’« onomatopeica » (0 «
parao- nomatopeica ») nel senso chiarito dal $ 418 — possono considerarsi le
interiezioni o esclamazioni, in quanto sono la diret- ta interpretazione e
manifestazione Îfònica dei sentimenti e delle passioni. 454. — Nella loro forma
più genuina, esse sono l’espressione sonora di uno stato d’ani- mo, senza
collegamento con radici linguisti- che significative (1). 455. — Le
interiezioni possono ripartirsi quindi in tante specie quante sono le diverse
passioni e i varî sentimenti e stati d’animo. 456. — Il valore delle
interiezioni non di- pende tanto dall’articolazione, ossia dai particolari
fonèmi che la costituiscono, quanto dalla intonazione. Il medesimo monosillabo
o polisillabo può acqui- stare significati diversissimi, a seconda. deli « tono
» con il quale è pronunziato. Così, ad esempio, l’interie- zione ah! può essere
di stupore, di ammirazione, di dolore, di contrarietà, di ammonimento severo o
bo- nario, di incredulità, ecc. L’interiezione «A! può esprimere la sorpresa,
lo (1) Le radici significative, anzi, hanno un’origine onomatopeica o «
paraonomatopeica », associata cioè ad uno stato d’animo. — 361.— GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA spavento, l’intolleranza, l’acquiescenza o approvazio- ne
completa (nel senso di «altro che! ma certo! >»), diversificandosi soltanto
per il «tono ». La grafìa non registra tali differenze tonali, e neppure la
diversa durata della vocale che il « tono » altera, prolungandola più o meno e
modulandola su note diverse (1). - Persino quella tipica interiezione che è
costituita da un suono emesso a bocca chiusa e prodotto cioè dalla semplice
vibrazione delle corde vocali (2), può significare « sì » nel senso più
completo, oppure un « sì » con riserva, mentre può essere interrogativo, du-
bitativo, ecc. 457. — Anche nel campo delle interiezioni le lingue si
diversificano, ciascuna interpre- tando fonicamente sentimenti e stati d'animo
secondo il proprio temperamento e lo speciale senso acustico, mentre altri
coefficienti pos- (1) Lo ah! di meraviglia può essere breve e senza variazione
di nota musicale, oppure prolungarsi con modulazione decrescente (daaal’),
mente lo ah! di. disapprovazione e di rimprovero ha un crescendo di intensità
(aaaàh!). . (2) Questo suono viene reso graficamente, spe- cialmente dagli
Anglosassoni, con « hm! » 0 « hum! », e ne è stato derivato il verbo to hum
(olandese hom- melen) il quale significa appunto emettere tale suono a bocca
chiusa, o il prodursi di esso: « my head hums » (letteralmente: « la mia testa
fa hm ») equivale al no- stro « ho un ronzìo nel capo », o, meglio che un ron-
zio, appunto quel suono confuso che la grafia « hm! » o « hum!» vuol esprimere.
Il verbo to hum si trova anche in Shakespeare: « The cloudy messenger turns me
his back, and hums... ». Nelle antiche assemblee sassoni l’approvazione si
esprimeva con tale suono e la disapprovazione con suoni sibilanti. — Il «
doppiaggio » cinematografico, dovendo usare per la «riduzione » in italiano
suoni la cui articolazione corrisponda all’atteggiamento del- le labbra
nell'immagine proiettata, conserva general- mente tale suono, cooperando alla
sua diffusione nel nostro linguaggio. — 362 — «° DIFFUSIONE DELLE INTERIEZIONI
sono intervenire ad influenzare la formazione e l'evoluzione delle espressioni
interiettive. Esempio tipico dei risultato di tali influenze è l’interiezione
telefonica « allò » che ha oramai una diffusione quasi universale (1). Per
tramite sportivo sì è invece diffuso lo urràh! (hurrah!), originariamen- te
scandinavo. Insieme con i numerosi vocaboli arti- stici e musicali che, in ogni
lingua, documentano il prestigio dell’arte e delle melodie italiche, ha emi-
grato negli idiomi. più diversi il nostro aggettivo « bra- vo », diventato
interiezione: conserva più o meno il suono italiano, (2) ma, appunto come
interiezione ri- mane invariabile pur nelle lingua che hanno la « con- cordanza
»: il francese esclama « Bravo! » pur per ap- provare una cantante. * * * 458.
— A differenza delle onomatopeiche, che sono veri e proprî avverbî e quindi più
o meno collegate con il verbo espresso o sottin- teso (cîr. $ 418), le
interiezioni hanno caratte- re più autonomo e possono stare anche a sé, in quanto
non sono l’espressione di un’idea, o, per lo meno, in esse il « sentimento »
preva- le sul concetto. 459. — L’interiezione ha tanto mag- giormente il
carattere esclamativo quan. to minore è il significato lessicale che essa
contiene. | Lo ahi! di dolore, ad esempio, può esser consi- derato una reazione
fisiopsichica ad uno stimolo do- lorifico: come tale, esso è ai margini tra il
linguaggio (1) I Giapponesi, che pur hanno sì vastamente adottato la
terminologia inglese (specialmente nella forma americana) e chiamano erebétà (=
elevator) l'ascensore e birudingu (= building) ogni grosso edi- ficio moderno,
rispondono al telefono con il nazio- nale moshi moshi. (2) Poi che in greco
moderno il f si pronunzia « Vv », la trascrizione mprabo serve appunto a con-
servare all’interiezione il suo valore. fònico italiano. — 363 — GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA razionale e la pura espressione animale; questa rea-
zione fònica, però, si distingue dal semplice « grido » di dolore, che non è
articolato. Appunto perciò ha caratteri linguistici, e l’interiezione è « par-
te del discorso ». 460. — L’interiezione può essere in diver- so grado connessa
sintatticamente — e quin- di anche ideologicamente — con gli altri Voca- boli
della proposizione o del periodo di cui a parte. « Ahi! su gli estinti Non
sorge fiore ove non sia d’umane Lodi onorato o d’amoroso pianto ». (U. Foscolo,
Dei Sepolcri, 88-90) Qui lo ahi! iniziale serve di introduzione interiet- tiva
all’intero periodo. Invece, nei versi danteschi « Ahi quanto a dir qual era è
cosa dura questa selva selvaggia... » (Inf., I, 4-5) lo ahi serve a
intensificare passionalmente il valore determinativo di « quanto », e parimente
nei versi man- zoniani : «oh! quante volte, al tacito morir di un giorno
inerte... » . (Il Cinque Maggio, 72-73) l’interiezione iniziale oc’! aderisce
al determinativo « quante ». La più o meno intima connessione influenza an- che
la pronunzia, sia nell’intonazione che nella pausa fra l'intonazione stessa e
le altre parole che sono o non sono ideologicamente collegate con essa. 461. —
Si può avere persino il fenomeno della interiezione che si fonde con un voca-
bolo significativo: così, ad esempio, l’escla- mazione di dolore ahi! forma
composti — esclamativi anch'essi — quali ahimé! ahilui!, o, in spagnolo, ay de
mi! Il rumeno ha, similmente, vai de mine! — 364 — ee TT — ia ON DESINENZE
INTERIETTIVE In latino una interiezione può reggere un caso, sicché la si può
considerare una preposizione passionale: ad es. heu me miserum! (Cicerì.); heu
stirpem invisam! (Verg.). — Cfr. 8 241). — In turco alcune interiezioni, quali
aferin, vay, yaz k, reg- gono il dativo: aferin sana, « bravo tu!» (ietteralm :
| «bravo a tel»), vay sana, « disgrazia a tel», yazik sine, « mal per voi! ».
Interessantissimo, e tipico, è il fenomeno morfo- logico della lingua coreana,
la quale possiede veri e proprî « suffissi interiettivi » (1). . Il fenomeno,
del resto, è meno peregrino di quel che possa sembrare, giacché il caso
vocativo del gre- co, del latino e di altre lingue è appunto un «caso », nel
quale la desinenza ha valore interiettivo: « Eheu fugaces, Postume, Postume,
_labuntur anni... » (2). (Orazio, Odi, II, 14, 1-2) La desinenza -e del
vocativo è affine all’interie- zione eheu, ma intimamente collegata con il
nome, per « declinarlo » (cfr. 8 422). 462. — Dalle interiezioni autonome deri-
. vano quelle che, per la maggiore aderenza ad' (1) Ed essi sono anche molto
numerosi, ciascuno significando uno speciale sentimento o stato d’animo (cfr. 8
440). Così, ad esempio, il suffisso -rokòn (-iro- kòn dopo una consonante)
esprime la meraviglia e si affigge al sostantivo: es.: tjohun ahai-rokòn, « ma
che bravo ragazzo!» (letteralm.: «bravo oh-che-ragaz- zo! »); — il suffisso
-tjukedta aggiunto al tema ver- bale gli conferisce il senso interiettivo di
eccesso: es.: usoso-tjukedta! «c'è da morir dal ridere!» (let- teralmente: «
rider-oh-che-non-se-ne-può-più! »); pun- hai-tjukedta! «c'è di che far uscir
dai gangheri! ». Persino nel linguaggio infantile abbondano tali desi- nenze,
alcune delie quali esclusive nella parlata dei bimbi: ad es. il suffisso -ne
(pronunziato quasi -nai per l’enfasi interiettiva) che implica gioia e meravi-
glia e che si aggiunge al tema verbale: ajko tjoha! apotji osi-ne! «che gioia!
viene papà!» (letteralm.: « Come bello! Il babbo venir-oh-che-gioia! »). (2) «
Ohimé, o Postumo, veloci fuggono gli anni! ». — 365 — at GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA un vocabolo, assumono funzioni avver- biali o preposizionali. ‘
Così, ad esempio, dall’interiezione oh! deriva lo 0 interiettivo
(preposizionale) che si premette ad un nome, ad un aggettivo o ad altro
vocabolo. È utile la distinzione grafica, per la quale si scri- ve « 0h! » nel
primo caso e semplicemente «o» nel secondo: ma è opportuno scrivere « oh» anche
nel secondo, qualora possa sorgere dubbio se si tratti del prefisso
preposizionale interiettivo o della congiun- zione disgiuntiva «o » (1): (1) «
Oh! che dolci accoglienze caste e pie! » (Petrarca, /n morte di Mad. Laura,
son. LXXI) (II) «O passi sparsi, o pensier vaghi e pronti, o tenace memoria, o
fero ardore, o possente desire, o debil core, o occhi miei, occhi non già, ma
fonti; o fronde, onor delle famose fronti, o sola insegna al gemino valore; o
faticosa vita, o dolce errore, che mi fate ir cercando piagge e monti; o bel
viso, ov Amor insieme pose gli spronì e ’l fren, ond’è mi punge e volve com’a
lui piace, e calcitrar non vale; o anime gentili ed amorose, s'alcuna ha ’!
mondo; e voi nude ombre e polve; deh! restate a veder qual è ’! mio male.
(Petrarca, /In vita dî Mad. Laura, son. CX) (2) (1) L'inglese ha la pratica
regola per la quale si deve scrivere oh quando sia seguìto da segno di in-
terpunzione, che appunto isola l’interiezione (« Oh, what a lie! », « Oh! che
bugia! »; « OA! how do you know that? », « Toh! E come lo sai? ») mentre si
scri- ve senz’h allorché ‘è direttamenie legato alla parola seguente: «O Rome!
my country! city of the soul! » (Byron, Childe Harold's Pilgrimage) (2) Questo
sonetto dettene il primato interiettivo con i suoî 13 o. Giacomo Leopardi
commenta: « È da sapere che O in questo Sonetto sta in due guise: do- dici sono
che stanno in forza di dolore ed uno, cioè l’ultimo, in forza di chiamata ». —
366 — bn ani I n De INTERPUNZIONE E INTONAZIONE (111) (Congiunzione): « Lassare
"1 velo o per sole o per ombra, Donna, non vi vid'io.. “n ballata 1). 463.
— "de nella pronunzia, nettamen- te si distinguono l’« 0h!» e «0»
interiettivi dalla congiunzione « 0», poi che questa pro- voca il
raddoppiamento della consonante ini- ziale della parola seguente, se consonante
v'è (Vedi 8 172 e 242). ΰ facile controllarlo rileggendo il sonetto del
Petrarca e constatando che «o pensier» non si pro- “ nunzia come «coperare »,
né «o dolce» come « odo- re », ma V'è una maggiore « implosione » nell’emissio-
ne del suono consonantica che segue l’o iniziale. 464. — Anche quando nessuna
desinenza o altro fonèma stia ad indicare il sentimento che accompagna la
parola, esso può essere espresso dall'intonazione. Il punto esclamativo non ha
il carattere di « segno ortografico di inter - punzione» come gli altri, i
quali indica- no una « pausa » più o meno lunga o una se- parazione Îra più
idee o concetti: il « punto esclamativo » segnala l'intonazione (1). Raggiunto
finalmente il mare, i diecimila greci di Senofonte prorompono nel celebre
grido: « Thàlatta! T'hàlatta! ». Il vocabolo « mare » fu da essi arti- colato
come nel comune discorso, ma nella into- nazione fu espresso tutto il giubilo
dinanzi allo spettacolo del Ponte Eussino, promessa di ritorno in patria. (1) «
C'est le plus ou lc moins de liaison entre les idées voisines qui doit seul
régler le degré de force . de la ponctuation ». O. C. V. Boiste, Traité de la
ponctuation, 1829. — Non a tale criterio si ispirano i due segni grafici che
indicano l'interrogazione e l’e- sclamazione. Apparso per la prima volta nel
famoso — 367 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 465. — Un vocabolo, un
costrutto o un’in- tera proposizione possono assumere un valo- re diverso da
quello letterale o addirittura op- posto ad esso, se l’intonazione sia ironica
0 sarcastica: « Ma bertone! benone! »; — « Ah! Sì, sì! È proprio il fior fiore
dei galantuo- mini! ». 0 Nell’VIII cerchio della 53 bolgia, Dante afferma, per
bocca d’uno dei diavoli arroncigliatori, che a Lucca I «ogn'uom v’è barattier,
fuor che Bonturo » ° (Inf., XXI, 41) intendendo appunto al contrario che nel
senso lette- rale, che proprio Bonturo Dati fosse il peggiore tra i barattieri
(1). i 466. — Illimitato è quindi il numero delle interiezioni possibili in
ogni lingua, poi che Salterio di Schoeffer (1459), il punto interrogativo fu
formato con la prima e l’ultima lettera del vocabolo latino quaestio,
sottoposte l'una all'altra, ad indicare appunto l’intonazione di domanda: ed il
punto esclamativo è costituito dall’interiezione latina /o, scritta
verticalmente. — Nella scrittura armena non esiste un « punto interrogativo »
né un « punto escla- mativo »; si usano due « accenti », i quali contrasse- “
gnano quella vocale che ha tipico rilievo nelle doman- dl de e nelle
esclamazioni. Si ha così la possibilità di se- gnalare graficamente quale
vocabolo serve di fulcro ‘ alla domanda, il cui significato può esser diverso a
seconda che, pur non variando i vocaboli, questa o quella parola sia
interrogativamente accentata. (1) Cfr. Minutoli, Dante e il suo secolo, pag.
212. — 368 — PRE: VNKVYWù È reali rs ÈLNYYYÒÎ cc age ES UDO TT Ne TT" RE ;
jp 0 VICLG CELA EAT, TYÒ U {ik SRI TRVTTRTOVTZTZETE*eÈ+®É® i) Ni IRE Ò ù \ ì S
LI o d TÙ Ò LTT N dd NIN NY T_T} E ” Y >) î serrata Ò TRN TT I Ò TRINÌ REAR
\Ò Ò AÒ NN N x CTR TTTA\ & saetta ti È i Mie PAESE CHE VAI... qualsiasi
vocabolo o costrutto può assumere valore esclamativo. Esistono, però, tipiche
interiezioni e carat- teristici costrutti interiettivi per ciascun po- polo, e
persino peculiari interiezioni regionali o ancor più ristrettamente limitate ad
un de- terminato paese. i Una interiezione può esser quindi sufficiente a
rivelare la nazionalità ed anche il più preciso terri- torio di origine di
colui che parla: uno « hombre! » o un «caramba! » rivelano uno spagnolo, «
pécaire! » un provenzale e, con una tipica intonazione, persino un Tarasconese
(1): lo « heusch! » è caratteristico de- gli Olandesi, e l’interiezione « bre!
» pur priva di si- ‘gnificato, è sufficiente a far riconoscere un Serbo. 467. —
Alcuni dei vocaboli usati interiet- tivamente conservano la forma ed il
signifi- cato originario, mentre altri hanno subìto mo- dificazioni più o meno
profonde. Il « good-bye » inglese è « God by you! », il no- stro «ciao! » è la
corruzione di « schiavo » (2); il fre- quentissimo « spasìbo » russo è usato
anche dal co- munista ateo (o proclamantesi ufficialmente tale) seb- bene sia
ancora evidentemente la trasformazione di « spasì Bog », « Iddio! ti salvi! »
(3); e, al contrario, il più cattolico degli Spagnoli o il più religioso dei
Portoghesi esclameranno rispettivamente « ojalà! » e (1) Cfr. il capitolo «
Tarascona senza Tartarino » in Toddi, /l viaggio di nozze di Re Alboino,
Viaggia- tori e interviste fuori tempo, Milano, Ceschina, 1941, pag. 165 e
segg. (2) Ha il significato di «sono ai vostri servigi »: più evidente è la
derivazione nella forma «s'’ciao », dialettalmente frequente nell’Italia
Settentrionale. (3) L’originario « spasì Bog! » è tuttora usato dai mendicanti
russi, i quali sono grandi recitatori di « Versi spirituali » (duhovnie stihì)
ossia compianti re- ligiosi. Un’interessantissima raccolta di tali « com-
piaintes » e di canti di accattoni in generale è stata fatta da P. A. Bezsonov
(1828-1898), con il titolo Ka- Ijèki Pierehòsgie, « gli storpi erranti », 1861.
— 369-— 24 GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA « oxalà! » non ostante la
derivazione musulmana delle due interiezioni (1). cuacnoo ‘Il bolscevico ateo
dice «spasìbo », ringraziando nel nome di Dio, ed ìl cattolico iberico esclama
invocan- ‘do Allah... (8 467) (1 Derivano entrambe da «in 5cia Allah >, 0 «
u scia’llah », o — secondo l’Academia Espafiola — da «na scia Allah », « voglia
Iddio! ». — 370 — STORIA E INTERIEZIONI 468. — Nelle espressioni interiettive
si ri- flettono usi e costumi, sì che alcune di esse sono veri cimelî
linguistici, ricchi di carattere e di interesse, | Ne tenga conto lo studioso
di lingue estere, poi che una di tali interiezioni, acconciamente usata, può
arricchire di «colore locale » il discorso, e giovare anche per la buona intesa
con l'interlocutore, quanto — se non più — una dotta citazione poetica o
storica. L’avvertimento arabo zalraka, « attenzione » è, letteralmente «il tuo
dorso!», con allusione al peri- colo che minaccia da tergo: ed è infatti il grido
dei vetturini, come lo sportivo « pista! » è la richiesta di « via libera »
degli sciatori. Di uso comune in portoghese è « agua vai! » che sarebbe
espressione misteriosa senza la opportuna chiarificazione (1), ed altrettanto
Jo sarebbero i co- strutti interiettivi lusitani, tipici e frequenti: «ò da
guardia! aqui del Rei! » (2). (1) Quando le città erano sprovviste di
fognatura, e tubi di spurgo — come tuttora nei piccoli agglomera- ti non ancora
modernizzati igienicamente — alla man- canza di tali impianti si rimediava (e
si rimedia) lan- ciando dalla finestra l’acqua immonda facendo prece- dere la
non piacevole cateratta dal grido ammonitore per il passante « agua vai! ». Di
qui, oltre l’interiezio- ne, anche l’espressione « sem dizer agua vai », che
va- le « senza preavviso », specialmente per cosa spiace- vole, con al!usione
etimologica alla non gradita doc- cia. Esattamente identico, per significato e
per eti- mologia, è il costrutto interiettivo partenopeo » «’a sotto!» (=«da
sotto! »), il quale è persino accom- pagnato da una mimica coerente al senso
originario, con accenno cioè all’atteggiamento di chi sia brusca- mente
irrorato dall’alto. (2) In queste espressioni è il ricordo dei tempi in cui, in
caso di pericolo, si invocava l’intervento delle « guardie del Re»: son
contrazioni di « acuda aqui a gente del Rei! ». — E si noti anche che, pur
oggi, il vocabolo Rei, quando significhi un sovrano porto- ghese, è
accompagnato dall’articolo in forma antica (el Rei, o El-Rei, invece che o
rei), con intenzione onorifica. Cfr. anche il 8 218 — Cfr. J. Leite de Va-
sconcellos, Licéòes de philologia portuguesa, 33 ediz., Lisboa, 1926, pag. 365.
— 371 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 469. — Lo studioso di lingue straniere
dovrà pre- stare molta attenzione anche alle interiezioni, alla loro forma
grafica, all’intonazione tipica nell’espres- sione orale, al gesto che le
accompagna. Osserverà anche, prendendone buona nota, in quali circostanze ed in
quale ambiente esse vengano usate, per evitare figure ridicole o inconvenienti
ancora più gravi. Il Serbo che, esprimendosi in italiano, isasse la nazionale
interiezione kuku per significare il dolore non otterrebbe che un effetto di
ilarità. Per interiezione negativa, in molte lingue si usa un fonema ottenuto
con il distacco rapido della lin- gua dagli alveoli degli incisivi superiori:
presso altri popoli tale fonèma è scorretto, perché usato soltanto per richiamo
verso gli animali domestici, come noi usiamo, per chiamare il gatto, un fonèma
che corri- sponde al suono di un bacio ripetuta (1). Persino rivolgendosi agli
animali i diversi popolî usano interiezioni diverse: in russo si usa Kys-Kys
per chiamare il gatto, mentre in portoghese si usa bizbîz. In Spagna si adopera
« tus! » per chiamare i cani, ed in Portogallo « tiztiz! » (2). (1) Questo
fonèma può esser trascritto con « p* », intendendosi convenzionalmente
l’asterisco come indi- cazione della «inspirazione » invece che della nor- male
« espirazione »: infatti il rumore del bacio viene articolato esattamente come
‘il suono consonantico « p», ma l’aria viene « aspirata » invece che emessa.
Parimenti potrà indicarsi ‘con « uì* », la tipica pro- nunzia dello «cui»
francese, che è interiettivo an- ch’esso e che si usa per far intendere
all’interlocutore che si è attenti a ciò che egli dice e se ne intende il
senso. E qui, per affinità ideologica e in connessione con la intonazione, può
esser menzionata la locuzione « plaît-il? », che serve a chiedere la ripeti-
zione di ciò che non si è ben inteso. Nello stesso sen- so l’inglese usa «/ beg
your pardon! » (pronunziato spesso contratto in «'beg ’pardon »), con
intonazione ben diversa di quella che la stessa espressione ha al- lorché si
chiede scusa per disturbo che si arreca. Lo stesso dicasi del tedesco «bitte!
», nei due usi ana- loghi. (2) Allorché i Giapponesi udirono i primi Anglo-
sassoni dir «come!» per chiamare i loro cani, cre- TSE 3 p E “Re —. K —,,jìi
PARLANDO AGLI ANIMALI Il richiamo tpru è dai Russi riservato ai cavalli, come
l’albanese pri! Ma in albanese, per i muli, si adopera mus! 470. — li
iniefizione può dunque avere anche un significato ambientale, non meno
importante che quello diretto. Se, per pregare taluno di spostarsi, gli si dica
« poggia! », ossia si usi un .-comando che ha il signi- | ficato di « farsi da
parte », ma che si usa dirigendosi a quadrupedi, l’invito non è certo amabile:
può es- sere offensivo o scherzoso. | La locuzione francese, che è anche
letteraria, « n’entendre ni à hue (oppure à huhau) ni à dia » si- gnifica « non
sentir ragioni », ma deriva dai due gridi dei carrettieri per ‘far voltare il
cavallo a destra o a sinistra (1). | ° * * %* 471. — Grandissima importanza ha
anche il rango delle interiezioni, ossia il livello di maggiore o minor
cortesia che esse impli- cano. dettero che questo fosse il nome dell’animale, e
per- ciò ne formarono il sostantivo kame, che significò e significa tuttora
«cane di razza straniera ». (1) A queste interiezioni corrispondono quelle in
altre lingue: l’inglese gee, (o anche gee-ho, gee-up, gee-hup, geewoo) comanda
al quadrupede di voltare a destra, mentre haw è il comando contrario. Ed è in-
teressante notare che le due interiezioni ippiche han- no esattamente il valore
inverso negli Stati Uniti e nel Canadà: ciò deriva dal fatto che, mentre il
con- tadino britannico cammina a destra del carro, quello americano usa
camminare a sinistra, ed i due gridi di comando esortano l’animale a piegare in
direzione del padrone o ad allontanarsi da lui. È ancora una prova dello
stretto nesso tra usi locali e peculiarità ‘linguistiche. — Il linguaggio
agreste tedesco ha hott e hii (=<«a destra» e «a sinistra»): e la combina-
zione dei due comandi ha generato Hottehii e Hotto, che nel linguaggio
infantile significa « cavallo » (equi- valente cioè al nostro infantile « tettè
»). Dal solo gee si è invece formato il « tettè » pei bimbi anglosassoni, che è
gee-gee (pronunzia gigîi). — 373 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
L’interiezione « pss!» (scritta anche « psst ») ser- ve di richiamo, ma non è
corretto usarla per attirar l’attenzione di persona di riguardo. Lo stesso
dicasi dello « ehi! » dello « ohi! ». È esclamazione di richiamo anche il turco
bana bak, ma, poi che lo si usa soltanto dirigendosi ad un facchino, ben
s’intende quale significato esso possa assumere se rivolto a persona di altro
rango sociale. Gentile ed affettuoso è invece il richiamo catalano noy!, ma,
poi che lo si adopera normalmente soltanto dirigendosi ad un bimbo, il
significato divienc ironico o scherzoso se tale interiezione è usata verso un
adulto. 472. — Pur quelle interiezioni che non si rivolgono direttamente
all’interlocutore hanno un loro rango, nel senso che, pur riferen- dosi ad
eventi che non lo riguardano ed espri- mendo lo stato d’animo e il sentimento
di chi parla, hanno connotati espressivi che ne de- terminano lo stile. Così,
ad esempio, l’interiezione diamine! è più raf- finata che diavolo!, della quale
è un surrogato: acci- denti! non è esclamazione del linguaggio garbato, spe-
cialmente se usata avverbialmente come rafforzativo di altro vocabolo (« Non so
dove accidenti si sia fic- cato! »). 473. — La maniîfestazione violenta dei
pro- prî sentimenti non è mai indizio di buona edu- cazione: tale criterio
regola l'uso delle interie- zioni, poi che su base etica va posta Ve- spressione
linguistica, pur là dove essa non è riconoscibile alla superficiale analisi.
474. — Il maggiore o minore riguardo ver- so la persona alla quale ci
rivolgiamo non è espresso soltanto dal significato letterale dei vocaboli, ma
appunto dal loro rango e dal sentimento che è adombrato in essi. Sono dunque
espressioni di stato d’animo non soltanto le interiezioni ma tutte quelle
espressioni le quali, oltre il significato — 374 — - , —— = 5 ——
P—————6€—_—T—_—_— \R%ccii -—i r————————— ;|I+++o o wm. fo LINGUE ASCENDENTI E
DISCENDENTI diretto, implicano un « sentimento di rispetto » verso la persona
alla quale si parla. In alcune lingue tale criterio genera addirittura due
linguaggi diversi, che possono chiamarsi rispetti- vamente « ascendente » o «
discendente »: il giavanese ha due stili, il kra°-ma°, che si usa rivolgendosi
a su- periori, e lo ngoko, che si usa rivolgendosi ad infe- riori: fra pari
grado si usa uno stile misto, che è detto ma?dya?. Non soltanto i costrutti, ma
anche i più elementari vocaboli differiscono nei due stili (1). Le lingue
dell’Estremo Oriente hanno, in questo campo, regole complicatissime, le qua- li
sono non meno importanti che quelle mor- fologiche e sintattiche. Per la
corretta e naturale applicazione di esse è indispensabile porsi dal punto di
vista dell’indige- no, e sentire come lui. In giapponese, in cinese, in
coreano, in siamese esistono verbi e costrutti « ascendenti » e « discen- denti
», prefissi « onorifici » ed «auto-umilianti » (2). (1) Persino la numerazione
varia nei due stili: i primi cinque numeri, ad esempio, sono rispettiva- mente:
. | kra°mao: 1: satunggil 9. kalih 3. tiga° |. sa-kawan ngoko : °° sa-wiji,
siji”’ ro ‘ telu ° pat Sy gangsal lima Vi è poi anche un Kra°ma0-hinggil o «
linguaggio ascendente superiore » che si usa verso coloro più altolocati che i
semplici superiori diretti: il « rango » è chiamato hinggil-lan in kra°ma°, e
duwur-ran in ngoko: coloro che sono «in rango superiore » si chia- mano
pa-nginggil in kra°nia° e panduwur in ngoko. Una « domanda » sarà pi-takèn se
ascendente e pi- takon se discendente; e la «risposta» sarà jawab se data da un
superiore, e wangsul-lan se da un inferio- re. Persino la stessa isola di Giava
è Jawi in kra°oma e Ja°wa° in ngoko, ed il Giavanese è rispettivamente tiyang-Jawi
e wong-Ja?°wa°. (2) Ciò complica e semplifica al tempo stesso: ad esempio, la
nostra domanda « Volete favorirmi il Vo- stro riverito nome? » è totalmente
espressa nelle due sillabe cinesi kuei4hsing4, poi che hsing4 significa « co-
gnome », e nella sillaba precedente (onorifica) si con- densa l’espressione del
massimo riguardo. — 3755 — a GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Il più tipico
esempio, in quanto più si allontana dalle nostre concezioni linguistiche, ossia
dalla nostra for- ma mentis in connessione con il linguaggio, è quello del
tibetano, in cui persino il corpo umano ha una doppia terminologia anatomica,
una corrente, e l’al- tra di formale etichetta: e tali « pezzi anatomici di
cortesia » servono a formulare speciali costrutti lin- guistici esprimenti
rispetto ed ossequio (1). 475. — Alla nostra intonazione, che è diretta
manifestazione dello stato d’animo, può corrispondere una diversa intonazione
nelle lingue straniere, in quanto parte di tale funzione espressiva è devoluta
alla forma stessa del vocabolo, implicante un significato passionale. Diversa
infatti è l'intonazione in quelle lingue nelle quali la varietà « tonale » ha
an- che qualche alira funzione. | | Anche in questo settore, la lingua
italiana, in coerenza con il criterio analitico al quale si ispira, ha distinto
il «tono » dal puro conte- nuto lessicale semantico dei vocaboli (2). (1) Così,
ad esempio, la comune « chiave » è di-mi, ma «la Vostra chiave » diventa «la
chiave connessa con l’onoratissima mano » (chhan-di); « aver sete » è
kha-kom-pa, ma se si tratta di persona di riguardo, essa sarà letteralmente «
venerata-bocca-sete » (sh'’e- kyem-pa); ed il « fazzoletto » (nap’-chhi, «
panno da naso ») è « panno da pregevol naso» (sh’ang-chhi); « mostrare », che
nel linguaggio corrente è tem-pa, diventa chem-pe-sh'u-wa, ossia «chieder che
l’augu- sto occhio intervenga ». Vi sono delle espressioni che sono riservate
alle azioni dei soli lama: soltanto di essi, allorché muoiono, si può dire che
ku-sh-ing-la phep'-pa, o, ancora più onorificamente, sh'ing-la chhip'- gyu
nang-wa, ossia « si son degnati di recarsi in cielo ». (2) Nelle lingue che
hanno i « toni », il medesimo fonèma, pronunziato in tono diverso è un altro
voca- bolo. (Cfr. nota al $ 176). — « La parola contiene in se stessa il pedem
(quantità de’ tempi), il rhythmum (os- sia la relazione dell’arsi e della
tesi), e il modum (ossia la chiave del tono). ... Le parole dei latino e del
greco antico non sono più pronunziate corretta- mente dai volghi di quelle due
nazioni, ‘quindi non fa meraviglia se, corrottasi la -pronunzia della parola, —
376 — ZA II 70 Pe » + I | LE VOCI INCIVILI 476. — Inîimo rango, non soltanto
tra le interiezioni, ma tra tutti i vocaboli, occupano . le bestem mie, le
quali sono anche rive- latrici del grado di inciviltà di un popolo e dei
singoli individui che ne fanno uso (1). I Storicamente, la diffusione della
bestemmia è re- lativamente recente (2). Dal punto di vista linguistico e
logico, « la bestemmia è l’espressione impotente dello sta- to anormale di un
individuo... Diceva il P, Se- gneri: «O ci credete o non ci credete: nel primo
caso non vi è maggiore empietà che in- sultare il proprio creatore, nel secondo
caso non vi è maggiore imbecillità che prenderse- la col nulla » (3). non
furono più distinti-gli organismi ritmici... Rileg- gete il latino ed il greco
secondo l’accento tonico delle parole, siabilito dalla ragione quantitativa, e
non dagli immaginati accenti srammaticali, voi ve- drete tosto riapparire
l’uniformità dei principio rit- mico delle parole, voi le vedrete, come i
rettangoli delle mura tebane al suono della lira di Orfeo, al- zarsi e
collocarsi di per se stesse nella classica crea- zione poetica greca e latina,
come nella non meno splendida della poesia italiana ». S. Becchetti, Ritmica
oraziana, 28 ediz., Taranto, Martucci, 1898, pag. V-VI. (1) Giustamente afferma
un grande sanscritista che «quanto più bassa è la condizione morale del-
l'individuo, quanto più ruînosa la china che egli batte del disonore e del
vizio, tanto più acre, intenso, effi- cace, frequente è il turpiloquio di lui
». A. Ballini, La parola, conferenza, Padova, Teatro Garibaldi, 12, II, 1922, e
Torino, Teatro Regio 14, V, 1923. (2) « La bestemmia nel Medio-Evo fu
linguaggio di eretici e di apostati, ma non divenne mai popolare. Il nostro
popolo, la magnifica plebe italiana, che fa- ticosamente assurgeva verso
l’altezza dei liberi comu- ni, ebbe sempre in orrore la bestemmia ». « Nella
fe- tida corrente di depravazione morale che sgorga dal Manicheismo, la bestemmia
serpeggia e si moltiplica ». G. Chiot, La bestemmia attraverso i secoli, in G.
Cà- prez, Bestemmia e turpiloquio, Bologna, Cappelli, 1923, pag.. 22 e 20. (3)
G. Spagnolo, cit. in G. Càprez, op. cit, pag. 194. Il volume contiene, oltre
interessanti mono- grafie, 461 giudizî e massime di personalità sulla be-
stemmia. — 377 — Intermezzo ll dualismo, inelutiabilmente conse- guente da ogni
sana speculazione, e quindi saldissima base per ogni forma di filosojfare —
speculativo o normativo — irova la sua con- ferma e la sua pratica applicazione
anche nel- la grammatica, sia per la spiegazione dei fe- nomeni linguistici che
per la formulazione delle norme disciplinanti l’uso della parola. Il dualismo è
fondamento della phi - losophia perennis, ponendo come certa la realtà
obiettiva, che « è », ed « è » in- dipendeniemente e distinta da colui che la
pensi. iu | Nel cartesiano « cogito, ergo sum », l’equi- voco sul valore
rell’ergo è stato causa dell’er- rore }ondamentale, dal quale sono scaturiti
lutti gli altri, sino alle esireme degenerazioni dialettiche, psicologiche e
morali dell’« idei- smo » hegheliaro (1) con tutte le sue filiazio- ni, sino
alle recentissime, nelle quali van ri- cercafe le cause profonde dell'immane
trage- dia mondiale, (1) In una sua conferenza su «L'infinito e la mente umana
» (Roma, Associazione per il progresso degli studî morali e religiosi, 9 maggio
1946) l’Acca- demico prof. Francesco Severi giustamente proponeva che si chiami
«ideista », meglio che « idealista », l’in- dirizzo filosofico per cui l’idea è
considerata princi- pio dell’essere: sarà quindi «ideismo critico » quello di
Kant; «ideismo trascendentale » quello di Fichte, Schelling, Hegel; «ideismo
volontaristico » quello di Lai GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Come i più
efficaci slogans della pubblici- là commerciale (1), il « Cogito, ergo sum » è
luttora sbandierato da non pochi quale vessil- lo della riscossa filcsofica,
mentre è il fitto velario oscurante l’obiettiva realtà. Descaries (2) ju
arlefice e vittima dell’e- quivoco dialettico (3): non pochi errori gram-
matîicali somigliano al suo, ché dovuti anch’es- si ad un burocratico equivoco
verbale (4). La grammatica « rivoluzionaria » lo è so- prattutto in quanto vuol
liberare quest'arte e scienza dalle artificiose strutture: vuol ricon- durla
alla sua naturale funzione di scienza interpretatrice della realtà linguistica,
e, quin- di, alla sua funzione di arte normativa, jormu- Schopenhauer; «
ideismo assoluto » quello di Gentile, non molto diverso sostanzialmente dall’«
ideismo » di Benedetto Croce: tutte deviazioni « donec paulatim scepticismus et
cogitandi dissolutio oritur, quam hoc tempore observamus », J. Donat, Summa
Philosophiae Christianae: I: Logica, Innsbruck, Rauch, 1935, pag. 25. (1) « A
dir le mie virtù basta un sorriso », « Chi beve birra campa cent’anni », ecc.
hanno oggi non minore importanza linguistica che « Datemi un punto di appoggio
e vi solleverò il mondo », « Suonate pure le vostre trombe e noi suoneremo le
nostre campane ». (2) Grandissimo merito ebbe Renato Descartes (Cartesio) nel
campo delle matematiche, ed.al suo ge- nio è dovuta la geometria analitica:
nella sua ricerca dei « metodi generali » è la caratteristica di tutta la
matematica moderna. Ma la sua impostazione filoso- fica fu la prima causa del
grande sbandamento del quale tuttora tragicamente soffriamo. (3) Nel « Cogito,
ergo sum », la semplicistica iîn- terpretazione gioca sull’equivoco: « Penso,
quindi esi- sto »: ma non esisto, invece, in quanto penso: al con- trario,
impossibile mi sarebbe pensare, come qualsiasi altra attività, se non
esistessi: il mio pensare è « pro- va », non «causa » del fatto che, anzitutto,
io « so- no »: « Cogito, ergo sum» doveva essere interpretato sanamente
(scolasticamente): « Penso, quindi è certo . che io esisto [altrimenti non
potrei pensare] ». (4) Cfr., ad esempio, il 8 308, in cui si segnala come il
«vocabolo », formalisticamente considerato, assuma un’interpretazione
contrastante con la obietti- va realtà. — 380 — AERE PERENNIUS lalrice delle
regole per il corretio uso del lin- guaggio. Nel qualificaria grammatica peren.
nis, l'auiore è ben lungi dall’osar ripetere l'oraziano « exegi monumentum aere
peren- nius! ». A/ contrario, egli fa sua la formula di Ez-Zaggiàg Abu Isciaq
Ibrahim ben Sali (1). La presente grammatica è qualificata « pe» rennis» soloin
quanto essa si ispira a quel- le norme fondamentali che fanno appunio del- la
filosofia aristotelico-tomislica un « monu- mentum aere perennius ». * * Il
limpido dualismo iomisticò ci conduce a riconoscere come cerio che ogni
jenomeno « è » (2), cioè esiste in sé, indipendeniemente cioè dal fatto che «
io » lo pensi o no. Persino il faito stesso che «io penso » è indipenden- fe
dal jatto che « io pensi che stia pensando » (3). Esiste una obiettiva realtà
dei fatti e fe- (1) Allievo del grande grammatico El-Mobarrad Mohammed ben
Yezid el-Azdi (l’autore del celebre trattato Kamil), il filologo Eì-Zaggiàg’,
professore a Damasco e a Tiberiade, ove morì ottantenne nel 949, scrisse il
Kitab el-Giumal (« Libro delle frasi », opera grammaticale) alla Mecca: dopo
aver terminato cia- scun capitolo compiva setîe giri intorno alla Ka’ba, come
fanno i pellegrini, e chiedeva ad Allah perdono per gli errori che il capitolo
potesse contenere. (2) Il tomismo è stato giustamente definito «la filosofia
dell’essere ». — «Per S. Tommaso l'essere non è qualche cosa di oscuro, di
misterioso, di incom- prensibile, ma, al contrario, è ciò che la nostra intel-
ligenza coglie meglio e subito, in ogni cosa.... La scien- za dell’essere si applica
ad ogni forma del sapere, si estende a tutti gli esseri e domina quindi tutte
le . scienze». E. Bianchi, Tommaso d'Aquino: la dottrina . dell’anima e la
teoria della conoscenza, Firenze, Val- lecchi, 1937, pag. 14-15. (3) Se infatti
fosse vero il principio -‘hegheliano, la « realtà » sarebbe soltanto l’idea,
ossia in tanto « real- tà » in quanto «io penso di pensare ». Ma anche que- sta
dovrebbe esser realtà solo in quanto io Îa pensi, GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA nomeni (1), delle azioni proprie o altrui, indi- * pendentemente dal
jalto che essa sia consia- lata ed espressa con parole. * * * Da questa prima
fondamentale nozione si può passare alla seconda: che, cioè, l’esposi- zione
dei jenomeni per mezzo della parola può esser semplicemente obiettiva: esporre
cioè il fenomeno in sé, senza riferimento alla persona parlante. I concetti
espressi son pur sempre « personali », in quanto generati e jor- mulati nella
mente di chi parla, e da lu espressi con parole: ma la persona parlante non
interviene come elemento del discorso: non è « attore » nel fenomeno espresso
dalle parole. Questa forma, prevalente in bilta la pro- duzione letteraria e
nel quotidiano linguaggio orale, è quel che si chiama comunemente — ed
ufficialmente nella grammatica iradizio- nale — il « discorso in 3° persona ».
Si chiama invece « discorso in 1° perso- ria » quello nel quale colui che parla
o scrive è « allore» nell'azione: può agire (soggetto del verbo), oppure essere
il personaggio su cui cade l’azione alirui (complemento oggetto del verbo),
oppure esser semplicemente « di scena » (trovarsi in « caso obliquo » o in
altra ossia in quanto «io pensi che penso di pensare »: è così in infinitum,
con un comico risultato che è la miglior dimostrazione della sua fallacia. (1)
Oltre gli eventi e le azioni, anche lo «stato» è un fenomeno. Del resto, il «
divenire » è sempre e dovunque, nel « tempo ». Per tale importante nozione, e
per la distinzione tra ciò che è fenomenico, tempo- rale, transeunte, e ciò che
è permanente, immutabile ed eterno, cfr. Toddi, Geometria della realtà e ine-
sistenza della morte, Roma, De Carlo, 1947, tomo I. pag. 105 e segg. — 352 — Mn
ed by \aO0QLC ©) I DUE DISCORSI connessione complementare con i concetii e-
spressi) (1). I due discorsi sono di tipo talmente diver- si, con proprietà e
caralteristiche che netta- mente li distinguono uno dall’aliro, sì che è lo-
gico, e anche praticamente utile, separarli nei- famente nella grammatica, così
come essi s0- no distinti nella linguistica realtà. Ù* * I capitoli seguenti,
conclusivi della « gram-. malica rivoluzionaria », Iraltano appunto di lali
differenze fra i due tipi di discorso, a se- conda cioè che colui che parla o
scrive sia «in scena » o « fuori del palcoscenico ».. Non esiste un « discorso
in 2° persona », in quanto l’uso di quesia deriva dal fatto che chi parla o
scrive esprime in 2° persona ciò che si riferisce all’azione della persona alla
quale egli parla o scrive. È dunque pur sem- pre «discorso in 1° persona»: chi
parla 0 scrive è « di scena ». Lo stile letterario nel quale il lettore si
rivolge al lettore può esser considerato anch'esso «discorso scenico », nel
quale l'« attore » (attore) parli dal prosce- nio, rivolgendosi al pubblico
invece che agli altri ‘attori. * * Questo « intermezzo » era necessario, non
soltanto per introdurre l'innovazione (distin- zione Îra i due tipi di
discorso), ma anche per creare pure materialmente un distacco tra le due
traitazioni. (1) Basta, ad esempio, che una proposizione con- tenga un
aggettivo possessivo di 18 persona (« mio, miei, mia, mie ») od un riferimento
locativo che im- plichi una relazione con chi parli o scriva (« qui. co- sì...
»), perché la «18 persona» sia necessariamente coinvolta grammaticalmente e
ideologicamente, ossia « sia di scena ». — (Cfr. 8 492 e segg.). — 383 — Quando
si è “di scena,, (XXIII) 477. — Perché possa esservi un discorso è necessario,
evidentemente: a) che vi sia una persona la quale parli; b) che ella abbia
qualcosa da dire. Il « soggetto » parlante non è però neces- sariamente il «
soggetto » della proposizione: può essere, anzi, del tutto estraneo alla pro-
posizione, ed all’intero discorso. — Ailorché M. Porcio Catone, nelie sedute
senato- riali, affermava: « Carthago est delenda », il soggetto grammaticale —
e quindi anche ideologico — della proposizione era Cartagine, pur
geograficamente lon- tana: Catone era presente in Senato, ma non nella
proposizione, che pur egli stesso pronunziava. La sua proposizione, pur
esprimendo un pensiero di lui, lo esponeva come indipendente da chi lo aveva
pensato e formulato: chiunque altro avrebbe potuto dirla in sua vece, e in
nulla la proposizione avrebbe mutato, né formalmente né ideologicamente. «
Allorquando, invece, egli diceva: « Ceterum cen- seo Carthaginem esse delendam
», « Del resto io cre- do doversi distruggere Cartagine », egli entrava in
scena, diveniva attore nell’azione linguistica, « sogget- to » grammaticale del
verbo: personaggio, insomma, nella proposizione. Nessun altro avrebbe potuto
pronunziare in sua vece quelle stesse parole, poi che censeo (« io credo »),
detta da altri, avrebbe significato un’altra cosa, ossia che non Catone, ma un
altro era di quell’opinione. == 9gfinca. GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 478.
— In latino si chiamò originariamente persona la maschera teatrale, così detta
perché destinata ad amplificare e far risonare (per-sonare) la voce
dell’attore: poi indicò il « personaggio »: dramafis personae erano ap- punto i
« personaggi del dramma » (1). Possia- mo perciò riferirci a questo stadio
etimologico del vocabolo e chiamare persona quella parte del discorso che
esprime il « personag- gio » intervenente come attore nella scena ver- bale. |
È esatta l’espressione « parlare in 12 persona», poi che la « 12- persona » è,
evidentemente, quella che parla o scrive (vedi 8 477). Chiameremo dunque
semplicemente « 13 persona » il vocabolo «io », e gli altri « casi » dello
stesso voca- bolo: io è soggetto di 12 persona; me e mi sono oggetto o casi
obliqui di 12 per- sona, a seconda che corrispondano ad un accusativo o a un
dativo latino (vedi $ 422 e 498). (1) E, poi che ogni personaggio teatrale ha
una sua individualità con peculiari connotati fisici e di azione, persona
acquistò il significato. attuale, impli- cando l’idea di « personalità ».
Esattamente inverso è stato il cammino semantico del vocabolo inglese cha-
racter, che significa non soltanto «carattere » ma, | esprimendo l’insieme dei
connotati morali ed il tem- peramento di un individuo, assunse anche il
signifi- cato di « personaggio » teatrale o letterario: Shake- spearian
characters sono « personaggi shakespearia- ni»; — e character può significare
anche « reputazio- ne, buona reputazione », e quindi persino il « certi- ficato
» che ne fa fede; the character of an employee, the character of a servant possono
significare non sol- tanto il «carattere » di un impiegato o di un dome- stico,
ma anche l’« attestato » del suo buon carattere, il «certificato di benservito
». — Peculiare della lin- gua inglese è la facilità con cui essa dilata l’«
area di significato » di un vocabolo, esprimendo con esso idee che, in altre
lingue, sono espresse con « derivati » dal vocabolo. (Cfr. 8 71). — 386 — ( i }
I NON « PRONOMI » MA « PERSONE » - 479. — Contraria alla natura, alle proprie-
tà ed alla funzione di fali vocaboli è la deno- minazione di « pronomi » data a
tali vocaboli. Il pronome Îa le veci del nome, e può per- ciò esser sostituito
dal nome che esso rimpiaz- za, senza che la sostituzione alteri la forma o il
significato della frase (1). Nome e pronome debbono cioè equivalersi
ideologicamente e funzionalmente (2). Nei 88 229 e 277 è stato abbondantemente
illustra- to, anche figurativamente, l’ufficio dei « pronomi », ponendo in
evidenza che essi equivalgono a simboli algebrici: sostituiscono i nomi, e la
sostituzione non provoca alterazione alcuna né nel nesso logico, né nella
forma, né nel significato della frase. Soltanto i vocaboli che rispondono a
tali requisiti possono essere definiti « pronomi »: arbitraria ed erronea è
l’inclusio- ne tra essi dei cosiddetti « pronomi personali ». (1) Appunto
perciò nei cap. XI e XII si è abbon- dantemente insistito sulla chiara
definizione dei carat- teri e delle proprietà dei « pronomi ». (2) Pronomi e
nomi debbono essere in quel rap- porto che nel linguaggio giuridico è definito
« fungi- bilità », ossia la totale possibilità di surrogarsi a vi- cenda: ogni
moneta o banconota è « fungibile » con altra del medesimo valore. I cosiddetti
« pronomi per- sonali di 12 e 22 persona» hanno come loro caratte- ristica
fondamentalmente tipica proprio la « non fun- gibilità » con il nome della
persona che essi rappre- sentano. «Io sono Tizio », ha un significato, espri-
me un concetto, ha una ragione di esser detto: «io » rappresenta la persona di
Tizio, ma non fa le veci del suo nome, e non è perciò sostituibile con esso: «
Tizio è Tizio » significa tutt'altra cosa: è un’ovvia ed inu- tile
constatazione, del tutto diversa dall’affermazione « io sono Tizio ». — La
grammatica deve « rettamente definire », estendendo nel proprio campo il principio
giuridico del suum unicuique tribuere: «la ragione umana serve a sentenziare
quello che spetta e quello che non spetta ai soggetti di essa »
(Taparelli-d’Aze- glio, Saggio teorico di diritto naturale appoggiato sul
fatto, 48 ediz., vol. II, c. IT, art. 3). La grammatica ha affinità quindi con
la morale e con il diritto. Le regole grammaticali costituiscono la «
giurisprudenza del di- SCOTSO ». — 387 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 480.
— Appunto perché sono « personali », ossia « personaggi » (dramafis personae)
in azione diretta sulla scena, agiscono (o parte- cipano passivamente
all’azione o sono indi- rettamente ad essa collegati) ben diversamen- 1
incontro. A un povero _| rcntello; _| Quegli 3) y|laprende e, a copertose- \ /
ne, sene va, | dopo aver. mi Tin: graziato con tutto i o mitolgo, _. suo cuore.
RE il MIO, ne tal "2 2 glio la metà, eglie lado. San Martino entra in
scena « in 1° persona »: La per- sona «io» è insostituibile con il nome; non è
« pro- nome », e provoca anzi il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad
essa si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che la indicano debbono divenire
anch'essi « 1® persona ». Restano inalterati i pronomi, i possessivi ed i verbi
che si riferiscono al « povero » ed al mantello, espressi da « nomi» e dai «
pronomi» che ne fanno le veci. (8 480) te che allorquando, invece, rimangono
assen- ti dalla scena verbale, la quale si svolge inte- ra obiettivamente,
perché esposta in pura Îor- ma narrativa,senza tale intervento pe r- sonale. —s
386 Ss Digitized by O OLIC 1008 le «IO » È INSOSTITUIBILE L'evento che serve di
esempio nei 88 229 e 277 per illustrare l’uso dei pronomi e la loro funzione è
2Spo- sto in modo assai differente se esso sia espresso « in 1a persona » da S.
Martino: »_.«Ilo incontro un mendicante e... ». (Osservare attentamente la
vignetta e ia dicitura). Forma e contenuto ideologico son mutati, pur
esprimendo lo stesso evento: i pronomi non son più sostituibili con i nomi, gli
aggettivi possessivi espri- ‘ mono in modo ben diverso i rapporti di
appartenen- za: i verbi hanno mutato desinenza. Non è possibile sostituire con
i nomi i vocaboli « io », « mi » senza al- terare tutta la realtà linguistica e
scenica. Di tutti questi fenomeni sostanziali e for- mali la grammatica
tradizionale non tiene con- to, definendo « pronomi » proprio quei voca- boli
che, generando così profonda trasforma- zione, conferiscono un personalissimo
carattere al discorso, che diventa « personale, drammatico, scenico... ». 481.
— Queste elementari considerazioni e constatazioni inducono la « grammatica
rivo- luzionaria » a proclamare che «io» è non « pronome » ma « persona »
(appunto « 1° per- sona »). 482. — Unici « pronomi personali » sono quelli che,
altrettanto impropriamente, son det- ti « pronomi di 3° persona ». Poi che sono
« pronomi », ossia sostitui- scono i nomi, e tutti i nomi esprimono le idee
sostantive «in 3° persona» la definizione « pronome di 3° persona » è
altrettanto impro- pria quanto lo sarebbe la definizione di « no- me di 3?
persona »: Come esistono nomi di persona, animale o cosa. fungibilmente con
essi esistono « pro- nomi di persona » (pronomi personali), « pro- nomi di
animale », « pronomi di cosa », a se- conda: del « nome » del quale fanno le
veci. Così, ad esempio, quegli, questi, egli, son « pronomi di persona »
(maschile); colei, ella — 389 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA son « pronomi
di persona » (femminile); esso è « pronome di cosa » (1). San Martino .. ©
incontra mantel la prendoe, copertome- ne,me ne VI, cd 3 graziato con tutto il
mio cuore. me la dà. li si toglie i eg , BI suo, ne ta: 2 glia la metà, e Il
provero entra in scena in «© persona »: La persona « io » (« me ») è
insostituibile con il nome; non è « pro- nome », e provoca anzi il mutamento
dei verbi e dei possessivi che ad essa si riferiscono, mentre i « pro- nomi »
che la indicano debbono divenire anch’essi « 12 ‘persona ». Restano invece
inalterati i pronomi, i pos- sessivi ed i verbi che si riferiscono a San
Martino ed al mantello, espressi da « nomi » e da « pronomi » che i ne fanno le
veci. (8 482) (1) L'appartenenza al genere maschile o femmini- le non implica
che il pronome sia perciò « personale »: parlando anche di cosa, essa è
espressa con pronome femminile (cfr. $ 235). — L’inglese, che pur considera
neutri tutti gli oggetti, usa il pronome she ir alcuni casi. Una corazzata, che
è oggetto, è chiamata man-of- war (« uomo di guerra »): ma di. essa si dice, ad
esem- pio, che « she is in the harbour », « essa (pronome fem- minile) è nel
porto ». i 0 — 390 — me senza e er | io 3 sii | ‘Li i » fe 22 C___._ _..°
‘‘P.00666460’’«—»a. di i ro ieri «TU» È INSOSTITUIBILE 483. — Non meno radicale
è il mutamen- to, nell'intera struttura morfologica e ideologi- ca, pur quando
la persona interviene non co- me « soggetto » ma come « complemento og- getto »
dell’azione verbale. il mio, ne 2 taglio la metà, e te lado. San Martino è in
scena in « 19 persona», e il « pove- ro » è in scena in 29 persona: Le persone
«io » e « tu» (« te ») sono, insostituibili con i nomi: non sono « pro- nomi »:
provocano, anzi, il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad esse si
riferiscono, mentre i « pro- ‘ nomi » che le indicano debbono divenire
anch'essi, ri- spettivamente, « 132» e «22 persona ». Restano inalte- tello,
espresso da un nome e da « pronomi » che ne rati ) pronomi e i possessivi che
si riferiscono al man- fanno le veci. (8 482). Nell’esempio citato, il
mendicante, rimanendo « complemento oggetto », ma intervenendo «in 12 per- sona
», ossia come attore della'scena linguistica, pro- vocherà mutamenti analoghi a
quelli già citati: «San Martino incontra me e, vedendomi... ». — 391 —
GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA 483. — Il bimbo, allorché incomincia a far uso
della parola, non ha ancora una chiara idea della per- sonalità. Egli vi arriva
lentamente, per gradi, con un laborioso processo mentale di analisi. Egli ode
pai- lare di sé, e comincia ad intendere che egli è « Pieri- 1) tu e ch: Pb eo
Ea santz: yo incontri aa pit Lo la prendoe, copertome- ne,mene vo, dopo aver:
ti rin: graziato con tutto il mio cuore. il tuo, ne ta- = 2 gli la metà, e mela
dèi. e _—_______—-- San Martino è in scena in « 29 persona » ed il povero è in
scena in « 1° persona ». Le persone « io » (« me ») e «tu» sono insostituibili
con i nomi: non sono « pro- nomi »; provocano, anzi, il mutamento deil verbi e
dei possessivi che ad esse si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che le
indicano debbono divenire anch'essi, ri- spettivamente, « 18 persona » e « 22
persona ». Restano inalterati i pronomi), i possessivi ed i verbi che si rife-
riscono al mantello, espresso da un nome e da « pro- nomi » che ne fanno le
veci. (8 482) no» o « Giorgio »: perciò, nelle sue prime espressioni, usa
questi «nomi» per indicare se stesso, come usa altri «nomi» per indicare
persone ed oggetti del mondo esterno: « Pierino vuole il pane », « Giorgio è
stato bravo », — 392 — Digitized by Google =_= =-——— |” — "E" ———— E.
x A na LA PERSONALITÀ Poi che ode il pronome «lui », anche riferito a sé, usa
pur questo per indicare se stesso: « Lui vuole il pane », « Lui è stato buono
»: usa il pronome, come sostituto del nome: fin qui, nella evoluzione mentale-
linguistica, non vi è differenza né formale né ideolo- gica nel discorso: il
pronome fa le veci del nome (1). Solo più tardi, con lo sviluppo dell’intelligenza
e la maggior comprensione del mondo esterno, ed il più preciso coordinamento
tra parola (ossia pensiero) e realtà (2), egli arriverà a comprendere il valore
gram- maticale della persona, ed importantissimo mo- mento per ia sua
personalità sarà quello in cui egli dirà: « Zo voglio il pane », « Zo sono
stato bravo ». Ha abolito il nome, ha sorpassato il pronome: ha. mu- tato stile
cioè forma mentis: è divenuto persona, grammaticalmente e mentalmente. Ha la
completa coscienza di se stesso, e perciò sa esprimerla. L’uso della ragione
l'ha portato a questa grande conquista (3). (1) Cioè «lui» non equivale ad io:
equivale a « Pierino » o « Giorgio ». — Alla treenne Gianna, la mamma chiede: «
Gianna, vorresti andare alla spiag- gia? ». La piccina intende già che la
risposta deve contenere un’affermazione della propria personalità: ma la forma
condizionale del verbo, nuova per lei, le rende difficile la trasformazione in
« 18 persona »: e perciò, dopo uno sforzo anglitico-sintetico, rispon- de: «
Sì, mammina, ci andresto volentieri ». L'episodio chiarisce il valore delle
desinenze personali, mentre: pone in evidenza, appunto con esse, la distinzione
tra discorso obiettivo e discorso con intervento personale. (2) « La raison
humaine est bàtie sur le langage: elle n’est au fond qu’une manière de parler,
d’assem- bler les. mots les uns avec les autres ». P. Janet, L’in- telligence
avant le langage, Paris, Flammarion, 1936, pag. 253. (3) « La razza umana,
presa in massa, concorda largamente, a proposito di ciò di cui può aver notizia
e a cui può dare un nome... V’ha tuttavia un caso del tutto straordinario in
cui non si trovano due persone che facciano la stessa scelta. Ognuno di noi
divide l’Universo intero in due metà, e per ognuno di noi quasi tutti gli
interessi si riferiscono all’una o all’al- tra di queste due metà; soltanto che
ognuno disegna -— 393 — hifi lrn GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Quando però
siederà sui banchi scolastici, la gram- matica burocratica non terrà conto di
tutto ciò; la grandiosa realtà scomparirà, negata da una visione artificiosa,
ed egli dovrà apprendere che io è « pro- nome », cioè « fa le veci del nome»,
ed equivale per- ciò a « Pierino » o a « Giorgio ». Poi che la grammatica ha il
diritto e il do- vere di formulare regole che rispecchino la realtà obiettiva e
linguistica, sarà « rivoluzio- nario » nel senso costruttivo il denominare «
persone » e non « pronomi » quei vocaboli insostituibili (io, tu...) la cui
presenza nel di- scorso esprime l’azione scenica linguistica, corrispondente
alla realtà esposta, e che ri- chiede perciò forme speciali in ogni vocabolo
che si riferiscono alla persona stessa. Còmpito della grammatica, è quello di
ren- der chiari i fenomeni linguistici, razionalmen- te qualificandoli, e non
complicarli, o, peggio ancora, deîormarli. * * * 484. — L’erronea
interpretazione e quali- fica, e la tendenza a burocratizzare con in-
controllato formalismo hanno prodotto altri | errori e false qualifiche. Per
burocralica simmetria si è voluto for- zare la « persona » negli schemi
morfologici | degli altri pronomi; e si è affermato che « i0 » ha per suo
plurale « noi ». È possibile il plurale di me stesso? bi Basta che io dica che
tutti chiamiame le due metà con gli stessi nomi, cioè me e non me,
rispettivamente, perché si veda a colpo d’occhio ciò che intendo. Ognu- no di
noi dicotomizza il Cosmos in un punto diffe- rente ». G. Tarozzi, Compendio dei
principî di psico- logia di W. James, Milano, S.E.L., 1911, pag. 113. — Di
questa divisione dell’universo in due parti, essen- ziale per il nostro
pensiero, non tien conto la gram- matica formalistica tradizionale. la linea di
divisione fra esse in un punto differente. | — 394 — SINGOLARITÀ DELL’« IO »
485. — Caratteristico dell’« io » è la sua « individualità », e quindi « singolarità
». La qualifica di «.noi » come plurale di « io » assu- me addirittura un
carattere patologico (1). È esatto affermare che egli, esso, colui, colei,
essa, ecc. siano « pronomi » (di persona e di cosa) e che abbiamo per loro «
plurali » rispettivi eglino, essi, coloro, esse, ecc., poi che ciascun egli o
ciascun es- so, ecc. si trova nel medesimo rapporto ideologico con il soggetto
parlante, mentre vi è un solo «io» possi- bile, ed è lo stesso soggetto
parlante (2). (1) Non sembri esagerata tale affermazione. « Les obsédés ne
peuvent se débarasser d’une opposition qui tiraille leur esprit en deux sens
différents et qu’ils traduisent souvent en disant qu'il y a plusieurs per-
sonnes en eux ». P. Janet, op. cit., pag. 58. — La con- vinzione del maniaco,
il quale si immagini di essere un altro, troverebbe piena conferma in questa
defini- zione della grammatica tradizionale. Il « plurale » è il totale di.una
somma, la quale può aversi soltanto con addendìî omogenei: la grammatica
tradizionale affer- ma cioè che, come individuo -+ individuo + individuo... =
individui così » io + io + io... = noi in cui tutti gli «io» si equivalgono.
Sicché Tizio, il quale affermi di essere Cristoforo Colombo o Napo- leone trova
sua piena giustificazione in questo plurale « noi », poi che la grammatica lo
autorizza ad affer- mare che io (Tizio) + colui (Colombo) + colui Napoleone =
noi, LI e, poi che noi è « plurale di io, ossia noi = io + io + io, io e colui
si equivalgono; e perciò Tizio = Colombo = Napoleone. — «Lo studio fisio-psicologico
della pazzia illumina quello filosofico sulla condotta della ragion sana ». B.
Cassinelli, Storia della pazzia, Mila- no, Corbaccio, 1936, pag. 15. (2) Questa
assoluta individualità e quindi singo- darità dell’« io » non vien meno neppure
quando pa- recchie persone dicano in coro «noi», giacché per ciascuno dei
parlanti tale vocabolo significa « to e co- loro che sono con me». L'unico caso
di vero « plu- rale » della persona «io » si ha nel pluralis majestatis, — 395
— GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA La morfologia è in perfetto accordo con
l’idea espressa, poi che tutti questi plurali sono formati dal singolare:
conservano lo stesso tema (significativo dell’idea stessa), cui si aggiunge un
suffisso (signifi- cante l’idea di pluralità). Questo suffisso è, in italia-
no, il medesimo che serve ad esprimere il « plurale » nelle forme verbali (1).
Ù | Abbiamo infatti, al singolare: egli canta; — colui corse e, al plurale: |
eglino cantano; — coloro corsero, con un parellelismo assai sintomatico. 486. —
Che questi suffissi derivino, eti- mologicamente da suffissi latini diversi non
diminuisce l’importanza del fenomeno, né ne altera il valore sintomatico.
L'italiano è il la- tino trasformato con criterî generali e co- stanti: questi
criterî hanno determinato la scel- ta e le modificazioni dei suffissi (2). 487.
— Nelle lingue neolatine, come in tut- te le altre europee, e nella quasi
totalità delle extraeuropee (3), il « noi » non ha alcun lega- tà IO “ cioè nel
« noi » usato dal Sommo Pontefice e dai So- vrani: è un autentico « plurale »,
ma soltanto formal. mente, rimanendo singolare l’idea espressa. (1) Per « forme
verbali » si intendono quelle che la grammatica tradizionale chiama « voci di
32 perso- na» e che la grammatica rivoluzionaria non ha biso- gno di
qualificare in tal modo, poi che esse rappre- sentano la forma normale o
semplice (narrativa, obiet- tiva) del verbo, ossia senza intervento scenico
della persona. (2) Troviamo applicato qui lo stesso criterio per il quale in
italiano vengono condotti al plurale in -i anche quei nomi ed aggettivi i quali
hanno in latino il plurale in -s. (Cfr..8 208). (3) Pur in quelie lingue nelle
quali il « noi » sem- bra formato dal singolare « io », il fenomeno va com-
preso intendendo il vero significato dei vocaboli. ]l cinese wo3-mén, « noi »,
si forma da wo03, « io », aggiun- gendo l’ideogramma mén?, il quale implica
l’idea di « pluralità », ma non nel nostro senso di « suffisso plu- rale ».
Graficamente esso è costituito infatti dal sim- bolo dell’uomo (o dell’azione
umana) e dalla figura- — 396 — vi i vigiizsd y Google | JJ‘tl/ GIG: SI « NOI »
NON È IL PLURALE DI «IO » ir” | PRONOMI | itaLno { ord si o pt bn (o Se ii olii
Fid dueic n | sorico Ivi Tui Veis" SIR TEDESCO e i ihr er, n | sassone { -
la Po è ded | inerese Ile eg hey SERBO | E ip pi | RUSSO Ca | moti); ta mi e |
n | tonno f& n pre di Nella linguistica realtà, nessuna affinità
etimologica o) morfologica lega «noi» con «io», né «voi» con «tu ». (8 487).
zione dei «due battenti di un uscio », i quali non sono uguali ma simmetrici.
Ed è sintomatico chse tale « plurale simmetrico » si usi appunto per quelli che
la grammatica tradizionale chiama « pronomi personali ». — 397 — ‘GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA me etimologico con « io »: non è mai formato | À |
secondo lo schema « 10 » + sulîfisso plurale. Se i popoli han distinto
nettamente, sia nell’idea (radice, tema del vocabolo), sia nel- l’espressione
(forma del vocabolo) il singolare dal plurale, lo « io » dal « noi », ciò
documenta nel modo più assoluto e completo che si trat- ta di due cose ben
diverse. La grammatica non ha alcun giusto titolo per unire ciò che è
nettamente distinto nella obiettiva linguistica realtà. Nel V canto
dell’Inferno, Francesca da Riminì dice a Dante: « Noi leggiavamo un giorno per
diletto di Lancialotto come amor lo strinse ». (Inf., V, 127-128) Il vocabolo
lo è vero e proprio « pronome »: fa le veci di Lancillotto, e infatti questo «
nome» può esser sostituito al pronome senza alterare né la for- ma né il
significato del periodo: ma « noi » non è né « pronome » né « plurale di (0 »:
come plurale di « io », ossia di colei che paria in 18 persona, dovrebbe esser
il plurale di « Francesca »! Il «noi» non può esser sostituito da nessun altro
vocabolo senza alterare la forma e il significato del periodo. Qualsiasi nome
so- stituito ad esso provocherebbe addirittura il passaggio del periodo intero
dal « discorso diretto » al discorso obiettivo, narrativo: Francesca e Paolo
non sarebbero più gli attori parlanti: si parlerebbe di loro: la 12 per- Sicché
anche il plurale cinese non fa che confermare la diversità di questo plurale
sui generis dagli altri plurali veri e proprî. — Anche il « noi» giapponese
(boku-ra, ware-ra, watakushi-domo) si forma da «io» (boku, ware, watakushi) ma
i suffissi -ra e -domo esprimono piuttosto una «categoria» che una « plu-
ralità »: sicché questi « noi » hanno il valore di « per- sone come me ».
(L’ideogramma è il medesimo che si usa per significare « classe » persino nel
sigrificato ferroviario: sicché il giapponese considera il « noi» “come
comprensivo di « coloro che sono nella stessa classe con me »), — 398 — ey
Google « NOI » NON HA SINGOLARE . sona perderebbe proprio questo suo connotato
essen- ziale. 488. — Il plurale « noi » non ha singolare. È un vocabolo a
significato collettivo: e- sprime più persone (e perciò è plurale), nelle quali
è compresa la f° persona. Non è, quindi, un « plurale di 1° persona » ma un «
plurale con 1? persona » (1). Questo plurale sui generis è meno eccezionale di quanto
potrebbe sembrare. Esso .presenta infatti una certa analogia con quei nomi che
hanno soltanto la forma plurale; alcuni di questi si riferiscono ad og- getti
materiali simmetrici come le forbici, le manette, i calzoni, le nari: altri
esprimono collettivamente l’in- sieme di più cose concrete o astratte le quali
presen- tano una certa eterogeneità pur costituendo nella lo- ro somma qualcosa
di unitario: tali sono, ad esempio, le sartie, le regaglie, le fattezze, le
moine, le nozze, le esequie, gli sponsali. Nessun grammatico o mari- naio
sosterrebbe che sartie sia il plurale d: draglia, o di strallo o di paterazzo,
sebbene ciascuna di queste corde (2) sia compresa nel vocabolo sartie; né gram-
matico o massaia asserirebbero che regaglie sia il plu- rale di cresta,
bargiglio o fegato o di qualsiasi altra parte del pollo che costituiscono
ideologicamente tale nome plurale. Parimenti le nozze e gli sponsali impli-
cano necessariamente la benedizione nuziale, ma non ne sono il plurale: ché,
anzi, non può aversi più di una benedizione nuziale in tutte le cerimonie che
(1) Infatti noi può significare « io + tu», «io + voi », «io + colui», «io + tu
+ colui », « io +-colo- ro », ecc. ossia « io +chiunque altro che non sia io ».
— Allorché taluno dice «noi Italianî » non intende « 44 milioni di io », ma «io
+ tutti i miei connaziona- li »: basta, cioè, che nell’idea collettiva espressa
dal vocabolo sia contenuta quella della 7/35 persona, la quale non può essere
che una sola. (2) Le draglie sono tese tra il-trinchetto e il bom- presso per
farvi scorrere i fiocchi; gli stralli o stragli sostengono gli alberi delle
navi dalla parte di prora; i paterazzi frenano lateralmente le parti medie
degli alberi. | — 399 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA complessivamente sono
espresse dal vocabolo plura- le, nozze o sponsali. Analogo è il rapporto del
plu- rale noi con il singolare io, in quanto zoi non è il « plurale » di io,
sebbene necessariamente io conten- ga (1). * * %* 489. — Le medesime
considerazioni sono, nella loro quasi totalità, estensibili anche alla «2°
p<ersona». . La « 2° persona » presuppone però neces- sariamente
l'intervento in scena della 1. Si può dire «tu» solo dirigendosi direttamente
alla persona, la quale è «2° » appunto perché la « 1° » è parlante, ossia
interviene direttamente nell’azione linguistica (2). L'analisi di due terzine
dantesche, nel notissimo episodio della Antenora ci permette di ben osservare
la radicale differenza tra persone e «pronomi». «Io non so chi tu se’, né per
che modo venuto se’ qua giù; ma fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo.
Tu dei saper ch'i fui conte Ugolino, e questi è l'arcivescovo Ruggieri: or ti
dirò perch’i son tal vicino ». (Inf., XXXIII, 8-15) (1) Il « plurale»
grammaticale equivafe a quel che, in aritmetica, è una «somma », la quale
presup- pone più addendi omogenei; a, meglio ancora un « multiplo », che è la
somma di più addendi uguali tra loro. Questa identità, o, per lo meno,
omogeneità (ossia identità deil caratteri essenziali sc non quanti. tativi) è
indispensabile affinché sia possibile un’addi- zione. Più frazioni non possono
addizionarsi se non siano ridotte allo stesso denominatore, ossia ad una
medesima denominazione. 1l plurale « noi » corrispon- de ad un «numero misto »:
potrebbe chiamarsi per- sona mista:è infatti misto di « io » e di « non-io ».
(2) La persona «alla quale si parla » è detta in tedesco die angeredete Person,
usando il participio passivo del verbo anreden, «rivolgersi parlando» («
parlare [reden] a [an]}); ugual valore ha l’espressio- ne inglese ihe person
spoken to (letteralmente: «la =. 400 — ——————_—___hknmTeoeet"
’w@"r—_——_——————_—_—»_TrT, .yry—_-> -<---————— —1}_____———_—_—_—_—_
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“e Ì)Îa gt ===“. e = SOLO LA 32 PERSONA HA PRONOMI I vocaboli chi, questi, e i
(== gii) dell’ultimo ver- so sono pronomi. Il primo è pronoine interrogativo:
equivale a « quale uomo » (cfr. 8 275) ed esprime l’in- cognita (nel
significato algebrico); questi fa le veci di « l’uomo che è qui » ed è pronome
dimostrativo, sosti- tuendo un nome, con l’agsgiunta di una determina- zione,
ed i’ (= gli) significa « a lui » ed è perciò pro- nome personale (i). ossia «
all'uomo già nominato » o «arcivescovo Ruggieri ». Le sostituzioni dei «nomi»
ai «pronomi» che i ne fanno le veci è possibile, senza che ciò provochi
alterazione alcuna né nel significato né nella struttura linguistica delle due
terzine (2) Analoga sostituzione ‘ non è invece possibile per i vocaboli io (ed
i’ del 40 verso), fu, mi e ti. Ad essi, infatti, non corrispondono, nella
realtà linguistica obiettiva, due semplici indivi- dui, ossia il conte Ugolino
e Dante, ma due « per- sonaggi in azione linguistica », che sono il conte Ugo-
lino e Dante; e sia la forma che le idee che i voca- boli esprimono
stabiliscono che il Conte Ugolino è la « 12 persona» e Dante la « 22 persona ».
Il valore di « io » è quindi « il-Conte-Ugolino-che- sta-parlando »; e quello
di « iu » è « Dante-cui-il-Con- te-U golino-parla ». Anzi, neppure sostituendo
con tali complesse formule i due vocaboli si avrebbe la legit- tima e totale
sostituzione con equivalenza completa, poi che il significato completo di «io »
è « io-Conte- U golino-che-pario », e il significato di « tu» è « Dante- i
cui-parlo-in-seconda-persona ». Nei vocaboli usati per . « far le veci» dei due
da sostituire bisognerebbe ne- . cessariamente includere questo elemento
persona- —— ; persona parlata-a », cioè « alia quale si parla »). Que- «ste
formule pongono in maggior evidenza il carattere «diretto del rapporto tra 1? e
22 persona. ; (1) Non « pronome di 38 persona », poi che sol- «tanto la 38
persona può esser rappresentata da un “« pronome »: i vocaboli indicanti la «
13» e la «22» “non fan le veci di esse, ma direttamente le csprimono: “@ perciò
son persone, nel senso già chiarito. | (2) Prescindendo, naturalmente
dall’alterazione “metrica e prosodica, dipendente soltanto dalla misura :
diversa dei vocaboli scambiati. sad _ mC _—_mm——_—_eeeRaI Ti. GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA le che ne costituisce il fondamentale connotato lin- guistico e
ideologico. Essi sono perciò insostituibili. 490. — Il vocabolo « voi » può
essere in alcuni casi il plurale di «tu». Rivolgendosi direttamente a più
persone, esse son tutte e- gualmente « 2? persona »; sicché abbiamo, per la
loro omogeneità, la possibilità di conside rare lu+t1+ iu... = voi. Ma il « voi
» può significare anche « fu ed aliri » e può anche significare « voi ed altri
»: lu + colui = voi fu + tu + colui = voi. Sicché anche « voi » va definito «
plurale con 2* persona », 491. — Tali formule useremo anche per definire
grammaticalmente le voci del verbo relative all’azione compiuta dalla 1° o
dalla 2? persona, o alla quale partecipino la 1° o la 2? persona. Si dirà.
perciò che scrivo è voce singolare (indi- cativo presente) del verbo scrivere,
in 18 persona; scrivemmo è «voce (indicativa passata) del verbo scrivere,
plurale con 12 persona »; scrivereste è « vo- ce (condizionale presente) del
verbo scrivere, plurale con 22 persona); ecc. L’innovazione potrà apparire
stramba e disorientante, ma un po’ di riflessione la ‘rive- lerà utile,
chiarificatrice, giovando a porre în Ta la grammatica con la linguistica realtà
— 402 — Il discorso personale. (XXIV) 492. — Il discorso personaliz- zato
o«discorso diretto » costituisce un tipo di discorso del tutto speciale, poi
che le per-. sone lo influenzano con le proprietà e ca- ratteristiche che sono
loro esclusive. Il discorso « personalizzato » viene anche grafica-| mente
distinto, ponendosi tra « virgolette » (1): « Noi veggiam, come quei ch’ha mala
luce, ele cose » disse «che ne son lontano ». (Inf., X, 100-101). Ciò non
impedisce che esso possa essere normal- mente commisto con il discorso
espositivo o obiettivo anche nell’interno delle virgolette stes- se (2). | 493.
— La persona, quando divenga soggetto del verbo, influenza la forma verbale.
(1) Chiamate « virgolette » (« inverted commas » in inglese, « comillas » in
spagnolo, ecc.) per la loro forma grafica, esse sono funzionalmente «segni di
citazione » (« quotation marks » in inglese, Anfùhrungs- striche in tedesco,
citationstecken o anfòringstecken in svedese, ecc.). Attribuitane l’invenzione
ad un im- pressore Guillaume o Guillemet che le avrebbe adot- tate per primo
nel 1546, i Francesi le chiamano guille- mets, donde anche il rumeno ghilemele.
Più ampia- mente ne tratterà il volume sull’ortografia e pronunzia. (2) Nei due
versi danteschi le proposizioni « ch'ha mala luce » è «che son lontano »,
entrambe relative, hanno la medesima forma e lo stesso contenuto ideo- logico
che avrebbero in un contesto narrativo, poi che sono appunto « narrative ». —
403 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA Perciò il verbo assume desinenze diverse
al- lorché non sia semplice esposizione dell’azio- ne o dello stato, ma
implichi (e perciò espri- ma) la presenza attiva’ della 1° o della 2° per-
sona. 494. — La grammatica rivoluzionaria abo- lisce quindi i paradigmi
tradizionali delle co- niugazioni, qualificandoli anzi artificiosa e bu.
rocratica elencazione nella quale vengono ar- bitrariamente abbinati fenomeni
linguistici che sono invece nettamente separati nella obietti- va realtà.
Esiste una sola forma verbale narrativa (0 espositiva o obiettiva), la une ha
il suo rego- lare plurale: l’uomo cammina; gli uomini camminano; la bimba cantò
la bella canzone; le bimbe caniarono le belle canzoni. Esistono poi le due
diverse forme deter- minate dal fatto che il soggetto è o contiene la 1* o la
2° persona: io cammino; tu cammini; io canto; tu canii. Esistono anche forme
verbali plurali, le quali non sono però « plurali di 1° o di 2° per- sona »,
ma, parallelamente a quanto si è detto per i plurali roi e voi (che ne sono il
sogget- to), « plurali con 1° o con 2° persona ». Che esse non siano da
considerarsi « plu- rali » delle forme singolari è convalidato dal fatto che,
anche morfologicamente, esse non hanno alcuna connessione con. quelle: îo
cammino, noi camminiamo; tu canti, voi cantate. 495. — Sintomatico è invece il
fatto che il « plurale con 1° persona » contenga sempre nella desinenza il
fonèma significante la 1° persona: questo fonèma è m, richiamante lo stesso
suono consonantico che è in me, mi: — 404 — PLURALI CON 12 E 22 PERSONA noi
camminiamo; noi cantammo; noi vorremmo; se noi fossimo. Parimente, il « plurale
con 2? persona » contiene sempre, nella desinenza, il suono f, richiamante lo
stesso suono consonantico che è in fe, ti: voi camminate; voi canfaste; voi
vorre- sie; se voi foste. Questa coincidenza non è fortuita, ma. rivelatrice e
sostanziale. Si è conservata, dal sanscrito (1), in gre- co ed in latino e si è
mantenuta in italiano, confer- mando anche in questo settore la grande coerenza
che la nostra lingua costantemente mantiene fra suono e significato. Il
fenomeno è invece molto attenuato nelle altre lingue neolatine. Il
caratteristico suono conso- nantico m si conserva nella forma « plurale con 1
persona » nella desinenza -mos dello spagnolo e del portoghese, e nelle
desinenze -[a]m, -[e]m, (i)m del rumeno, mentre il t della forma verbale «
plurale con 28 persona » è divenuto -s nelle due lingue iberiche, conservandosi
nella desinenza rumena -tsi (scritta -ti con la sediglia sotto il t). Il
francese ha unificato tutte le forme verbali, poi che alla differenza grafica
non cor- risponde una diversa pronunzia: je marche, tu marches, il marche e ils
marchent si pronunziano tutti allo stes- so modo: ma anche in francese è
sintomatico che i due piurali personali abbiano una forma diver- sa: nous
marchons, in cui la nasalizzazione è appun- to una corruzione dell’m; e vous
marchez, in cui -ez = -ets. Delle altre lingue indoeuropee (2), il gotico
distin- (1) Le desinenza personali plur. con 18 pers. -ama[h], -ima e plur. con
22 pers. -tha, -[i]ta richiama- no rispettivamente il mà (accusat.) e me (gen.,
dat.) della 13 persona edil tvà (accus) c fe (gen., dat.) della 22, (2) «La
plupart des langues actuellement em- ployées en Europe sont des transformations
d’une méme langue, dite indo-européenne, dont la période d’unité est
préhistorique, et dont les élémenits compo- sants ont depuis longtemps
fortement divergés. L’unité — 405 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA gueva le
due forme plurali « personali » (1): tale dif- ferenza si è perduta nel
tedesco. Plurale unico (perso- nale e narrativo) aveva il sassone e quindi
unico è anche in inglese. Le desinenze -em, -im (plur. con la pers.) e -ete,
-ite (plur. con 2? pers.) conservano in russo le caratteristiche foniche
personali. 496. — Esclusivo del discorso perso- nale è la forma « imperativa »
del verbo, in quanto essa presuppone necessariamente la presenza attiva di
colui che comanda o im- plora. Tale presenza essendo indispensabile,
l’imperativo esprime questa sua parte- cipazione diretta esprimendo non
soltanto l’a- zione della 22 persona, ma anche lV’ele-. mento volitivo della
1?. L’imperativo, pur indicando l’azione della 22 per- sona, contiene anche un
elemento interiettivo della 1® persona: onde il suo carattere esclamativo, il
quale tende a contrarre la forma verbale (2). Per- ciò, in quasi tutte le
lingue, l’imperativo assume la forma più semplice, riducendosi spesso al puro
tema verbale. du groupe n'est plus sensible aujourd’hui au premier coup d’oeil.
Il n’en subsiste d’appréciable qu’une va- gue ressemblance générale de
structure ». A. Meillet, Les langues dans l'Europe nouvelle, Paris, Payot,
1918, pag. 15. (1) Le desinenze -am del presente, -um del pre- terito, ed
-aima, -eima dell’ottativo per il plur. con 1? pers., e le corrispondenti -ith,
uth, e -aith, eith per il plur. con 28 pers. richiamano il mik, meina, mis (ac-
cus. gen. dat.) della 13 persona, ed il thuk, thei- na, thus della 22. (2) Il
fenomeno è analogo a quello per cui, inte- riettivamente ossia nel vocativo,
molte forme dialet- tali dei nomi proprî siano tronche sulla sillaba accen-
tata: il romanesco dice: « Ah Michè! » per « Michele! », e persino « Ah
Giù"! » per « Giulio! » e « Ah Ro!» per « Romolo! »: parimenti il
napoletano: « Neh, Gen- nà’! » (Gennaro), «’onna Carmè’!» (« donna Car- mela!
»). MO a al L’IMPERATIVO TIPICO I E forma tipica imperativa è soltanto quella
per da 22 persona, ossia del comando diretto (1). Coerentemente, minor vigore
ha, nei riguardi del- l’azione espressa dal verbo, l'imperativo negativo: il
comando o la preghiera possono esser assai forti pur nella negazione, ma più
sulla negazione che sul ver- bo è il carattere imperativo. E si spiega perciò
perché, in tal caso, l'italiano usi la formula « Non + infinito» (« Non fare!»,
« Non dire!», negativi di « Fa! » e « Di! »), ed anche altre lingue usino forme
che si allontanano dall’imperativo positivo (2). L’imperativo in 38 persona,
non essendo rivolto direttamente, ha minor energia interiettiva, e perciò non è
espresso con forme tipiche, adottando quelle di altri « modi »: dica, vadano.
497.—La persona può essere « com- plemento oggetto » o « complemento indiret-
to ». In tal caso, poi che essa non compie l’a- zione espressa dal verbo,
questo rimane in forma normale (narrativa o obiettiva): però la « persona » è
presente in scena, rappresentata rispettivamente dalle forme me, mi; te, fi. Le
forme me, te conservano il valore di accusa- tivo che avevano in latino quando
seguono il verbo e sono poste in rilievo con l’accento. Perciò vanno ‘ scritte
separate da esso. Deiivano dall’ablativo quan- do dipendono da preposizione. Le
forme mi e ti, deri- vanti dai dativi latini mihi e tibi conservano il loro
valore quando precedono il verbo. In posizione diver- sa, i valori si
invertono. Per ragioni eufoniche, i dati- (1) Lo spagnolo ha forme speciali
anche per l’im- perativo plurale: comed!, « mangiate! », diverso da « vosotros
coméis » « voi mangiate » (indicativo); e il portoghese ugualmente: « tirai »,
« tirate! », diverso da tirais (indicativo). (2) Latino ne facias! (0, meglio
ancora, ne fece- ris), «non fare! »; noli me tangere! « non mi tocca- re! ».
Alcune lingue hanno però la forma negativa formata con la negazione della
positiva: ne fais pas!, «non fare! », ne me touchez pas! »; tedesco: vergiss
mein nicht! « non ti scordar di me! ». * — 407 — dacia ai GRAMMATICA DELLA
LINGUA ITALIANA vi mi e ti diventano me e te quando siano seguiti da pronomi,
appoggiandosi procliticamente su essi. E lo stesso dicasi per i plurali ce, ci,
e ve, vi: «Non vi mettete in pelago, ché, forse, perdendo me, rimarreste
smarriti ». (Par., II, 5-6). \ « Per me si va nella città dolente » (Inf., I,
1). «lo son Beatrice che ti faccio andare » (Inf., I, 70). Queste regole
rendono spesso perplesso lo stra- niero che parli italiano, come dubbioso può
esser lT'I- taliano allorché voglia esprimere in una lingua estera questi
rapporti pronominali connessi con quelli per- sonali (1). Interessante è notare
che, mentre le altre parti del discorso (nomi, aggettivi, pronomi) non hanno
più, in italiano, le « declinazioni », le persone costituiscono l’unica parte
del discorso che le abbia conservate. È ancora una prova che esse si
diversificano dagli al- tri vocaboli (2). È un altra caratteristica peculiare
del d:- scorso personale. 498. — Le persone influenzano, natu- ralmente, anche
gli aggettivi possessivi, i qua- li variano per indicare rispettivamente
l’appar- tenenza alla 1° o alla 2° persona: «Quando sarò dinanzi al Signor mio,
di te mi loderò sovente a lui ». (Inj., II, 73-74) 499. — Le persone
influenzano anche gli aggettivi determinativi, in quanto la pre- senza del
soggetto parlante sulla scena rende possibile la « localizzazione » con
riferimento ni n (1) Il francese dice « donne-le moi » laddove l’'i- taliano
dispone diversamente la « persona » e il « pro- nome »: « dàmmelo ». (2) Le
forme lo e gli della cosiddetta « 32 perso- na » son dovute alla influenza
delle persone. — 408 — LOCALIZZAZIONE E CORTESIA alla persona stessa: quesito,
codesio e quello esprimono appunto una localizzazione con riferimento alla 1°
persona: questo indica la vicinanza ad essa; codesto la vicinanza alia 2°
persona (la quale implica la presenza della 1°) e quello la distanza da
entrambe (1). Lo stesso dicasi per gli avverbîì analoghi: qui, così, lì. 590. —
E, finalmente, la « presenza in sce- na » determina speciali formule per esprimere
i diversi gradi di cortesia, ossia il maggiore 0 minor riguardo con cui il
discorso è diretto alla 2° persona. | Alcune lingue usano anche per la 18
persona vo- caboli diversi, indicanti la posizione morale e di eti- chetta di
essa rispetto all’interlocutore (2). Per la 22 persona, l’italiano genuino usa
il « Voi »,. che solo in tal caso è «plurale » (ma solo formal- mente) di 22
persona, ossia di «tu ». Esso è infatti un «tu» ampliato (pluralizzato) per un
atto di riguardo, magnificando la persona cui si parla. L’aggettivo che ad esso
si riferisce resta al singolare, documentando che si tratta di un plura!e
improprio, perché fittizio. (1) In alcune lingue la localizzazione rispetto a.
colui che parla influenza anche l’espressione fònica, sì che la maggiore
distanza è indicata con un raffor- zamento interiettivo: in kinyamwesi essa è
indicata in- fatti con una maggiore intensità di accento sulla sil- laba
finale: « quell’albero » (non molto lontano)» è mti gwen-ugo, e « quell’albero
[là giù] » è anche mti gwen-ugò, ma pronunziato con la vocale finale pro-
lungata e più intensa. (2) In giapponese, ad esempio, l’uso di boku o watakushi
per la 12 persona implica che si dà rispet- tivamente del « tu » (omae, kimi) o
del « Lei » (anata) alla persona cui si parla. Il coreano, oltre il normale na,
può servirsi di altri numerosi « io », connessi per-- sino con la diversa
credenza religiosa: umile prono- me cristiano di i? persona è sintja, e ancor
più umile è tjOiin, mentre sosung viene usato soltanto dai bud- dhisti. Il
tibetano può usare non soltanto nga o nga- rang, ma anche un «io» più umile,
ossia da e, nello stile epistolare, thren. — 409 — GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA = Il « Lei », relativamente recente e di importazione. spagnola, è
anch’esso fittizio, ma presenta caratteri di maggior anomalia. Il « Lei» di
cortesia sta a rappre- sentare la « Signoria » della persona alla quale si par-
la: questa non è più considerata come presente in sce- na, ma collocata fuori
di essa: si parla ad essa o di essa considerandola un’astrazione estranea al «
discor- so personale ». st | RIiGlì $ Vo ifiansscnÒ ITA Li z:eenò Il discorso a
carambola... Il « dare del Lei » è un biz- zarro espediente di cortesia con il
quale alla « perso- na » si sostituisce la sua « Signorìa », la quale, collo-
‘cata artificiosamente « fuori scena », può esser perciò sostituita a sua volta
con un pronome. (8 500). Questa finzione è artificiosa, e, poi che il prono- me
è femminile anche se rappresentante una persona fisicamente Mascnlle, può dar luogo
a curiosi equi voci. —'dld ae L’ITALIANISSIMO « VOI » La coerenza e la
chiarezza hanno perciò oppor- tunamente consigliato il ritorno
all’italianissimo « Voi » (1). Nessun fanatico del «Lei» oserebbe mai sosti-
tuirlo al « Voi» nel linguaggio solenne o nelle pre- ghiere. *o Ro >* I 500
paragrafi che precedono non preten- dono di contenere fulte le norme per un
lim- pido e corretto discorso, ma appena le fonda- mentali e di orientamento.
Non è esagerato aî- fermare che 5.000 paragrafi con altrettante «regole»
sarebbero ancora insulficienti, pur se ogni fenomeno morfologico, sintattico e
di connessione Îra pensiero ed espressione fosse formulabile con una regola, Un
periodo, una proposizione, una parola, o anche una semplice intonazione sono il
ri- sultato di più « regole » o « leggi », che diffe- rentemente confluiscono e
— jogicamente — con differenti effetti. Vi è una ragione per cui noi diciamo «
sa- le e tabacchi » e non mai «tabacchi e sale »: a noi è spontaneo dire«
bianco e nero », « cani e gatti », ecc., mentre per un Anglosassone quest
ordine è del tutto « anormale », poi che egli pensa e dice « black and while »
(« nero (1) Il « Voi» non altera la direzione della parola, mentre il « Lei» si
dirige fuori scena, convenzional- mente, appunto per evitare quel « discorso
diretto » che, nella realtà, pone i due interlocutori nella stessa scena
linguistica. — La campagna contro il « Lei » e per il ripristino del « Voi» fu
iniziata dall’autore nel 1928 (cfr. La Tribuna, 31 ott. e 10 nov., Giornale
d'I- talia, 16 dicembre). Ripresa da Bruno Cicognani un decennio più tardi, fu
inconsultamente trasformata in provvedimento autoritario. Altrettanto
inconsultamen- te, la questione filologica divenne anche più tardi 0g- getto di
polemiche a base politica. Per la chiarezza letteraria del problema, cfr.
Toddi, Perché il « Lei » non è italiano, in «Sapere », Milano, 15, V, 1939: N.
105, pag. 350 e segg. n Uli GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA e bianco ») e «
cats and dogs» (« gatti e ca- ni »). Più che una ragione, vi è tutto un insie-
me di ragioni. Ma anche là ove sarebbe complessa l’ana- lisi dei fattori
storici, psicologici, fisiologici, climatici che determinano il particolare
feno- meno linguistico, ciò che soprattutto importa è la constatazione della
diversità di. espres- sione in quanto rivela una diversità di pen- siero. E, in
ciascuna lingua, l’espressione è chia- ra e corretta allorché rende esattamente
il pen- siero: ed è sintomo che il pensiero stesso si è ben coordinato in «
idee »: un ‘espressione lin- guistica torbida o inesatta — cioè comunque «
scorretta — rivela una mal congegnata con- nessione di idee, non corrispondente
cioè ad una disciplinata realtà. Coerenza e chiarezza sono i due connotati
fondamentali del nostro idioma, il quale è non soltanto armonioso nel senso
musicale, ma an- che armonico, nel significato più essenziale, ponendo in
armonia l’espressione del pensie- ro con l’obiettiva realtà, ossia ciò che
real- mente « è », FINE Liza REPERTORIO degli argomenti, delle persone e dei
vocaboli (*) a, caratterist. del femm,, 206. — (—a)=+a, pag. 187. a, prep. 348.
a-, pref. ingl., pag. 240!. -a, femm., persiste nel plur., 212. -a, nei nomi
geogr., 351, 259. | Aachen, ted., p. 260, fig. abbassalinguu, 223. abbastanza,
395. a, b, c, - A, B, C, valore ordinale, 302. Abd-er-Rhaman, pag. 184. abete,
181. abitanti (nomi di), 373. ac, rum., pag. 1263. acacia, 218. accento latino,
206. accento in lingue stranie- re, pag. 621, accentuazione latina, 176.
accidenti!, 472. acciocché, 443, 447. accrescitivi, 334. accusativo, 422 -
nelle e- sclamaz., 241; - nei pro- nomi, 237. Achrad°ne, pag. 262, n. 3.
achtgeben, ted., pag. 3072. « adaequatio », pag. 72, n. adal, mald., pag. 301,
302. Adamo, pas. 57, n. 1. 3723, aér, lat., 202. aferin, turc., 461. affar,
amar., pag. 572. affatto, 397. affinché, 443. ‘ afloat, ingl., pag. 241!.
aggettivo: cap. XV, - 37 - funz. da avverbio, 384- - agg. e avverbio, 414 -
concordanza, 314 - gradi, 321 e segg. - po- sizione, 319 - uso e sti- le, 311 -
con valore as- soluto, 321. aggett. composti geograf., pag. 2951. è aggett.
determin., cap. XV aggett. geograf., 367 e segg. aggett. determinat. locat., ‘
499. aggett. numer., 295 e segg. aggett. possessivi, 291, 498 - rinforz. da
avverbio, 329. aggett. qual:ficat., 286, 300 e segg. - in funzione de- termin.,
316 - in funz. attribut, 311. aggett. qualificat. geogr., 367 e segg. aggett.
qualificat. nei no- mi geograf., 350. aggett. sostantivati. 37, 300. (*) I
numeri, se non preceduti da « pag. » (=« pa- gina »), rimandano ai paragrafi.
Gli esponenti riman- dano alle note. — 413 — REPERTORIO ago, pag. 1263.
agricola, pag. 1442, agua vai!, port. pag. 371!. aguja, spagn., pag. 126!. ah!,
456, pag. 362, n. 1. iah!, 456, pag. 362!. ahi!, 459, 460, 461. ahimé!, 461.
ahilui!, 461. aicc.a-l-m, amar., pag. 316, aidèllem, amar., pag. 314, aiè,
amar., pag. 3154. aìguille, franc., pag. 1263. air, franc., pag. 262!. aire,
spagn., pag. 2621. aiuto!, 26. aivi, lapp., pag. 2723. Aix, franc., pag. 260.
ajédrez, spagn., pag. 134, fig. aki, ungh., pag. 2041. albanese, 367. albanese
(lingua) vedi lin- gua albanese. alberi (nomi di), 181. - in lat., 201. albero,
201. alcunché, pag. 1891. ‘ alcuno, pag. 1891. Aldrich H. S., pag. 521. alemàn,
spagn., 372. algebra, simbol., 232, 239. alike, ingl., pag. 240!. all, ingl.,
pag. 185°. Allah, pag. 370!. alle, ted., pag. 1831. alléloin, gr., pag. 192,
fig.; pag. 1931. allora, 400. allorché, 401, 443, 447. allorquando, 401. alone,
pag. 204!. alouette, franc., pag. 64!. | Alpi, 358. alquanto, 395, 400. Altair,
pag. 284. alter, lat., pag. 1912. alternanza, 392. Altissimo, 257. altrettanto,
398. altri, altrui, 257, 258, 291; pag. 189, fig. ‘amulette, franc., alto, pag.
244!. ame, giapp., pag. 212. ameba, 199. amely, ungher., pag. 204!. amen, ebr.,
pag. 106, 161, « americano », 379. ami, ungher., pag. 204, n. Amilcarelli I.,
pag. 1081; pag. 1242. amo, spagn., pag. 572. amtsalter, ted., pag. 62. amuleto,
182. 182. an, egiz., pag. 3152. analisi e sintesi, 385. analisi grammatiicale,
331. analisi logica, 331, 431. analogie, 160. ananasso, 201. analysis situs,
pag. 1901. anata, giapp., pag. 4001. anconetano, 369. ancorché, 442, andalou,
franc., 371. Andalusia, 351. Ande, 358. -ando, 415. Andromeda, pag. 284.
Androvic’ G., pag. 336, n. anfòringsticken, svedese, pag. 4031. anfiihrungsstriche,
pag. 4031. anglo-, pag. 3951. Angola, 351. anima, delle cose, p. 175:. ted.,
‘anima + corpo = perso- na, pag. ill, n. animali, masch. e femm., 181. i -ano;,
suff. aggett., 367. anofele, pag. 123. anreden, ted., pag. 4002. antecedente,
nelle relati- ve, 269 e seggio Antille, 353. antînazifascista, pag. 129.
antonomasia, 379. anybody, ingl., pag. 1881. apis, romanesco, pag. 63. apodosi,
118, 119, 120. Apollo, pag. 143, n. 3. — 414 — wr-m<W W È 'ÀÈÉÉÈhrhqJÎq
UPE€©’_'wwo_——uE::[[|k<;iI:-(:(:(::Ii5 REPERTORIO appena, 401, 443,
Appennini, 358. Apuleio, pag. 322. Aquisgrana, pag. 261!. pag. 260, fig. Arab,
Arabian, ingl., pag. 2931. aqui del Rei!, port., 468. Arabia, 351.0 | arancia,
arancio, 201. arare, giapp., pag. 212. arc, rum., pag. 127, n. arbor, lat., 201.
_archiatros, gr., pag. 260, fig. Archimede, pas. 20, n. area di significato,
71, 478, argot, pag. 2952. aria, 202. Ariel, 363. Ariminus, 359. Ariosto, pagg.
6, 7, 127, 130, 177, 280, 320, 326. ari-masu, giapp., p. 1752; pag. 176, fig.
Aristotele, pag. 21!; pag. 431; pag. 59, 82, 3241; pag. 356. armonia.
universale, 49. armonia vocalica, 84. Arnolfo di Cambio, pag. 1541. arrivista,
186. articolazione e intonazio- ne, 441. arte e interiezione, 442.
articolo,37-èaggett. determinat., 290, 313 - nei nomi astronom., 365 - nei nomi
geograf., 340, 345 e segg. - coi nomi di parentela, 313 n. - nei nomi di
quartieri, rioni, ecc., 344 - artic. e numerale, 298 - art. sostantivato, 299.
articolo apparente, 84. articolo doppio, pag. 64, n. articolo etimologico, 341.
artista, 212. as’, lit., pag. 397. Arabic, asciafferègn, amar., pag. 316.
«asco, suff. aggett., 369. asindoto, pag. 401, asintote, pag. 40!. asleep,
ingl., pag. 2401. assai, 295. associazione d’idee, 438. assurdo, 321. astri
(nomi di), 366. astrologia, pag. 140-141. astronomia (nomi), 363 e segg. aten,
ar., pag. 50. Atene, 343, Athenae, lat., 343, atlante, 339. Atlante, 353.
atollo, pag. 301 fig. attributo, pag. 234. atum, port., pag. 50. atùn, spagn.,
pag. 50. arzt, ted., pag. 260 fig. ‘ auò(n) amar., pag. 3154. autista, pag.
129. auto, 184. autoblindo, 184. autobus, 192. automobile, 181. avanti, 402.
Avenarius R., pag. 3511. avere, 108, 109 - forma il futuro, 153 - manca in
arabo, pag. 751, aviere, 188.0 avo, port., pag. 2272. avverbio, p. 37; cap.
XIX; 381 e segg. - av- verbio e aggettivo, 414 - aggettivo del verbo, 381, 384
- incorporato nel verbo, 385 - etimol., 382 - avverbio e prepo- siz., 413 -
vale sost. + preposiz. 416 - avv. + verbo = verbo specifico 385. avverbî
affermativi, 389. avverbî correlativi, 398, 410. avverbî determinativi, 383 e
segg. » — 415,4 REPERTORIO avverbî interrogat., 449. avverbî locat., 430 e
segg.; 499. avverbî in -mente, 406. avverbî negat., 386 e segg. - negat.
sintet., 388. avverbî onomatopeici, 418 e segg. avverbî qualificat., 383, 405 e
segg. avverbî sostantivati, 407. avverbî temporali, 400, 401. \ jay de mi!
spagn., 461. azione alternata, 385. azione verbale angolare, 422. azione
verbale dir., 422. Aztechi, pag. 293!. azteco, 374. Azuma, pag. 257!. baccalà,
191. baccarà, 191. bacio, 469. Bacone, pag. 73!. Balance, franc., ingl., 366.
Ballini A., pag. 3771. bambù, 191. bana bak!, turc., 471. banchettissimo, pag.
252!. banggabhasa, beng., pag. LDIAEE bar, 192. Barabba, 223 d). barista, 186.
base etica delle zioni, 458. Basler O., pag. 74. basso, pag. 244. battaglione,
121. bazar, 192, 223. Beaulicu, pag. 257!. because, ingl., pag. 358 fig.
Becchetti S., pag. 377. Beciuana, 351. becsi, ungher., 375. bee, ingl., pag.
1581. beer, ted., pag. 62. beerben, pag. 62. beinn, celt., pag. 2723. Bell C.
A., pag. 782. interie- 402, 403, bellefontain, franc., 371. Beltrano, port.,
pag. 214!. ben, celt., pag. 2723. benché, 447. Bengala, 351; bengala, p. 131.
Benloew L., pag. 1164. berg, ted., pag. 2723. bergamasco, 369. beri-beri, 190.
berlinois, franc., 371. Berro B., pag. 281!. bestemmia, 461. Bessière G. pag.
183. Beyer F., pag. 62!. Bezsonov P. A., pag. 3693. Biacchi L., pag. 1601; pag.
3372. Bibbia, pagg. /l, 3, 575, 10717 CIVITAS bien, franc., pag. 252. Bilancia,
astron., 366. Bilancioni G., pag. 10!., birba, 186. birudingu, giapp., p. 363!.
bitte!, ted., pag. 372. bizbiz, port., 469. bjerg, dan., pag. 27235. blanco,
spagn., pag. 296, 297. bocconi, pag. 329. Boccaccio, pagg. 45, 174!, 1861,
Boezio, pag. 20!. Bohatta H., pag. 228. boia, 186, 223. Boito A., pag. 356.
Boiste O. C. V., pag. 367!. boku, giapp., pag. 398: pag. 4092. boku-ra, giapp.,
pag. 398. Bolivar S., pag. 271. Bolivia, 351. bolscevismo, 380. bomba atomica,
pag. 91!, pag. 300-301. bon, franc., pag. 252. bonheur, pag. 124. Bonifacio
VIII, pag. 2991. Bonvesin da Riva, pag. 3ZI4I, book, ingl., pag. 301. ì
rvmò0_ù_—òwo WWW ‘él0@q1#10@e’ MMM) Size REPERTORIO Bormida, 359. Bortone F.,
pag. 118. bow-wow, ingl., 419. boy, ingl., pag. 158. Brackenbury G., pag. 701.
Brahmaputra, 359. bravo!, tranc., 457. brdo, jugosl., pag. 2723. bre, serb.,
466. Brewer E. C., pag. 1951, brianzolo, 369. Brindisi, pag. 258; brindi- si,
pag. 258, 213. brisa, bologn., pag. 3145. Bròndal V., pag. 252. Bruce E. D.,
pag. 118. Bucarest, 343. Budapest, 343; budapesti, ungher., 375. Buenos Aires,
342. « Biihnensprache », pag. 240!. building, ingl, pag. 363!. Bulgaria, 351.
bùmerang, 192. buono, pag. 244!. bureau, franc., pag. 71!. ° burocrazia, pag.
71! - bu- rocrazia grammaticale, 100, 147. burro, spagn., pag. 572. bustina,
380. byl, bylà, bylo, russ., pag. “2381. byliby, bylyby, pol., pag. 2381, ted.,
cablogramma, 186. Caboto, pag. 2596. cacciatorpediniere, p. 160. Càchy, boem.,
pag. 260. cada uno, spagn., p. 183. cadì, 191. Càdiz, spagn., 371. caffè, 191,
223. cagliaritano, 369. Caio, 284. calcolo differenziale, pag. 2444, calcolo
integrale, p. 183. Callisto, astron., 363. camaleonte, 181. camerata, 186.
camice, pag. 1532. camicia, 218. camionettista, 186. Campana M., pag. 1191,
Campidoglio, 357. Canadà, 352. canapé, 191. candel:ere, 188. Cane, astron,.
366. canizie, 214. cafion, spagn., 380. canto gregoriano, p. 1184. Canton
Ticino, pag. 288. cantonese, 368. Capannelle, 344. caporione, 225. Capos M.,
pag. 1782; pag. 3372. capostazione, 225. Capponi Gino, pag. 4. Capraia, 345.
Caprez G., pag. 3772. Capri, pag. 266, 267; par. 367. icaramba!, spagn. 466.
caratteristiche nazionali nelle esclamazioni, 451. carburatore, 188. Carducci
G., pag. 77. caricaturista, 186. Caridd?, 379. carità, 191. Carnera, 379.
carniere, 188. Caro A., pag. 127. Carpazi, 358. Cartesio, pag. 380. Carul cu
boi, rum., pag. 2821. Caruso, 379. casalasco, 369. Cascine, 344. casi, in
latino 21 - abbon- danza di casi, 423. caso ablativo, 423. caso adesivo, pag.
3381, caso allativo, pag. 3381. caso comitativo, p. 3381. caso connettivo, p.
3382. caso dativo etico, 426. caso diretto, 422, 478, 498. «dla 27 REPERTORIO
caso elativo, pag. 338!. caso espletivo, pag. 3382. caso essivo, pag. 3381.
caso genitivo, 431.0 caso illativo, pag. 3381. caso inessivo, pag. 3381. caso
istruttivo, pag. 3381. caso locativo, 423, p. 3371. caso obliquo, 422, 478,
498. | caso partitivo, pag. 3381. caso possessivo, p. 3382, caso
preposizionale, 423. caso privativo, pag. 3381. caso prolativo, pag. 338!. caso
strumentale, 423. caso traslativo, pag. 3381. caso vocativo, 423. Cassinelli
B., pag. 3951. Castiglia, pag. 268. castità, 191. Cataluîia, pag. 266.
categorie aristoteliche, p. 3241, | catene di monti (nomi), 258. Catone M. P.,
pag. 385. 358. cattivo, pag. 244!, Caucaso, 358. caucciù, 191. causa, lat.,
pag. 350!. ce, ci, pron., 498. cedro, 201. Cefeidi, astron.. 366. celaviek
(celoviek), pag. 123!. celle-ci, celle-là, franc., p. 1731. cellula, 200, pag«
663. celui-ci, celui-là, franc., p. 1731. cent, ingl., pag. 2272. Centauro, astron.,
366. centavo, spagn., pag. 2272. centime, ingl., franc., pag. 2272. céntimo,
spagn., pag. 2272. centesimo, pag. 2271. « 3 di Delboeuf », D. cerimoniere,
188. russ., cerro, spagn., pag. 2723. Cervino, 357. . Cesare, pag. 45.
Cesarotti Melcn., pag. 31!; pag. 1243. cetvorka, croat., Cevenne, 358. chacun,
franc., pag. 1831; ‘pag. 1851. chaleur, franc., pag. 124. character, ingl.,
pag. 3861. Chariot de David, franc. pag. 2821. Charle’s Wain, ingl., pag. 2821.
Chaucer, pag. 2793. che, congiunz., 268, 444, 446; consecut., 447; de-
terminat. 446. che, pron., 267 e segg. checkmate, ingl., pag. 134 fig.
chem-pe-sh’u-wa, tibet. p. 3761. ched è?, roman., pag. 10!. chess,.ingl., pag.
134, fig. chi, pron. bivalente, 275. Chianti, 197. chicchirichì, 419. chimica,
pag. 171. chimono, 185. pag. 230. . China, 376. china, ingl., pag. 292. chino,
spagn., pag. 2911; pag. 296-297. chinois, franc., 371. chioggiotto, 369. Chioma
di Berenice, 366. Chiot G., pag. 3772. chiunque, 247. Chorìo, pag. 261. chove,
port., pag. 202. ci pron., 403, 498, p. 175. -ci, franc., pag. 1731. -cia, gia,
(plur. dei nomi in), 218. C’iang?-chiangi, 2771. ciào, 467. ciascuno, 252.
Cicerone, pagg. 45, 1007, 118, 159, 171, 298, 337. cicerone, 279. — 418 — dee
RI LIZIEoRAI Rita AAA DL ILILIIITIT TTI i i REPERTORIO Cicognani B., pag. 411*.
Cile, 352. Cina, 376. cincilea, rum., pag. 2272. cincime, rum., pag. 2272.
cinese, 376. cino-, 376; pag. 2951. cinquina, pag. 230. Cinzano, 197, 223. cioè
442. ciò, 235. cipriota, 369. circolare, 321. città (nome di), 343, 427. città,
191, 223. citationstecken, sved., p. 4031, civiltà e linguaggio, 461. civiltà
latina, pag. 271!. -C0, -g0, (plur. dei nomi in), 219. « cockney », pag. 2952 -
doppia negazione in, p. 1881. cocoroco, rum., pag. 332. codesto, 499. cognomi (plur.
dei), 223. colà, 402. colei, 235, 236, 482. colibrì, 191. colli (nomi dei),
357. Colombia, 351. Colombo Cristoforo, pag. 271. colorado, spagn., p. 2331.
colore, 181. colori (parole indicanti i), pagg. 233-2342. coloro, 237. colui,
235, 236, 490. comasco, 369. come 443 - come? 410. come!, ingl., pag. 3722.
Comenio, pag. 231. comillas, spagn., p. 4031. comparativo 70 - compa- rativi
spec., 330. complementi, 125. complemento di agente, 432. complemento di causa,
432. complemento di denomi- nazione, 434. . complemento di misura, 432. —
complemento di natura, 432. complemento oggetto, 37, 38, 422. complemento di
origine, 432. complemento di prove- nienza, 432. complemento di specifica-
zione, 431. « compound tenses », ingl., pag. 701. Computo Ecclesiastico, p.
141-142. | concatenazione mentale e concatenaz. verb., 438. concetto, 438.
concordanza, 54 - di ag- gett. 314 - criterio mu- sicale 294 - concord. e forma
mentis, 315 - c. dei pronomi, 243. condizione - non sempre espressa: 116.
congiunzione, 37; 438 e segg. congiunzioni 442. congiunzioni causali, 443, 448.
congiunzioni 443. congiunzioni condizionali, 443 congiunzioni consecutive, 446.
congiunzioni coordinative, 440, 442. congiunzioni 442. congiunzioni
determinati- ve. 445. congiunzioni dichiarative, 62, 442 avversative,
concessive, copulative, congiunzioni dimostrative, 442. congiunzioni
disgiuntive, 442. — 419 — REPERTORIO congiunzioni disgiuntive, 442, 447.
congiunzioni finali, 443, 448. ‘congiunzioni integranti, «443, 444, 445.
congiunzione nei nomi geograf., 339. congiunzioni ipotetiche, 113, 121.
congiunzioni subordinati- ve, 440, 443. congiunzioni 443. | congrà, turc., pag.
631. congrès, franc., pag. 601. coniugare, pag. 86. temporali, coniugazione, 91
- non in antitesi con l’in- dole analitica, 126; I, II, III coniug.; 163.
coniugazione semplificata, 494. coniugazione passiva (non esiste in italiano),
138. consonante iniziale, 298. consonante (nomi in), 192. conviva, pag. 1472.
Constantinoupolis, gr., p. 289 fig. Contarini P., pag. 328!. coordinazione,
441. coquerico!, franc., p. 332. « copula » pag. 12. còr, port., pag. 124.
Cordigliera, 358. Corioli, 343. Coroteghi, pag. 2931. correlazione tra domanda
e risposta, 391. corsè, 191. corset, franc., pag. 1352. Cortesia e
interiezioni, 458 e segg.. cosa, pag. 3501, così, 398, 416. costà, 402. coso,
283. Costantinopoli, pag. 289. . Costa Rica, 351. costei, 235, 236.
costellazioni (nomi delle), 366. costoro, 237. © ‘costrutti congiuntivi, 447.
costrutti esclamativi, 450. costrutti interiettivi, 453. costui, 235, 236.
couleur, franc., pag. 1241. crab, ingl., 366. crack, franc., pag. 3332. creolo,
377. Creta, 347. crisi, 190. crisi della scienza, pag. 2501. criterio analitico
e into- nazione, 460. criterio econom., p. 3511. criterio fondament., 315.
Croazia, 351. Croce Benedetto, pag. 380. Croce del Sud, 366. c’to, russ., pag.
3591. cucurigu, rum., p. 332. cui, 273, 274. cui, lat., 273. cuius, lat., 273.
cur, lat., pag. 3573. curve esponenziali, 2444. cuyo, spagn., pag. 2022. « Cy
», pag. 1712. pag. da, pag. 347; par. 433. da, tibet., pag. 4092. dagh, tur.,
pag. 2723. Dalai Lama, pag. 130. danés, spagn., pag. 291. D'Annunzio G., pag.
264. Dante Alighieri, pagg. 6, 9, 10, 23, 27, 30, 321, 36, 37, 40, 45, 47, 55,
77, 81, 90, 92, 110, 111, 121, 1233, 127, 135, 144: 1541, 157, 181, 183, 190,
198, 199, 200, 201, 202, 204, 210, 211, 2331, 237, 253, 265, 275, 285, 313,
321, 318, 320, 323, 324, 325, 326, 328, 330, 345, 346, 353, 355, 358, 364, 398,
400, 403, 408. — 420 — e ||" €/}]) —- — REPERTORIO Dantzig T., pag. 227. dare,
pag.. 75. dare-avere, 108. dativo, nci pronomi, 237. D’Aubigné, pag. 1251,
Dauzat A., pag. 1261; pag. 1472. Davis W. M., pag. 3021. D'Azeglio Massimo,
pag. 3872. de, spagn.., port., 432. de, giapp., pag. 350!. De Arrigarai B.,
pag. 642. declension, ingl., p. 3351. declination, ingl., p. 3361.
declinazione, 422. declinazione latina, 68 - scomparsa in italiano, 91.
declinazione delle « perso- ne », 497. declinazione pronominale, 237, 273.
declinazione e coniugazio- ne, differenza, 126. definizione, pag. 723 - è al
presente, 141 - suoi re- quisiti, 101. degh neu, amar., p. 3154. De Kaapsche
Hoop, olan- dese, 340. Demostene, pag. 1243. den Haag, pag. 2593. denominatore,
188. denominatori, 302. derivati numerici, 306. dernier, franc., 320. De
Ruggiero G., p. 127!. De Sanctis F., pag. 2351. De Saussure F., pag. 2032.
Descartes, vedi Cartesio. deserto, 361. deshonnheur, franc., pag. 1241.
desinenza e genere, 183. Desvres, pag. 2611. « derivata », pag. 245.
determinatezza delle lin- gue flessive, 73. deutsch, Deutscher, ted.. 375. i
di, prep., 431, 432. dia, franc., 470. dia, port.; dia, spagn., p. 1262.
dialetti arabi, (nomi geo- _ gr.) pag. 274. dialetti italiani, pag. 461.
dialetto, 155 - d. e lingua, pag. 46! - vocat. 496. dialetto abruzzese, p. 113.
dialetto bolognese, p. 314! dialeto brianzolo, p. 276. dialetto cantonese, p.
118. dialetto còrso, pag. 329. dialetto fiorentino, p. 276. dialetto genovese,
p. 205. dialetto lugudorese, pag. 329. dialetto maltese, p. 2883. dialetto
milanese, p. 3141. dialetto napoletano, p. 7, 342, 113, 205, 4062. dialetto
romanesco, p. 53, 155, 62, 113, 264, 205, 4062. dialetto sardo, 289, p. 205.
dialetto siciliano, p. 205. dialetto toscano, 51. dialetto veneziano, p. 205,
pag. 328. diamante, 181. diamine!, 472. diavolo!, 472. | dicotomia
dell’Universo, pag. 3933. dictionary, ingl., p. 2972. did, ingl., pag. 13.
dieresi, 190. dies, lat., pag. 1262. dietro, 402. dilemma, 186. di-mi, tibet.,
pag. 376!. diminutivi, 334. dinamarqués, Dinamarca, spagn., pag. 291! dinamo,
186, 223. Dio, 1, 6, 220 - popoli sen- za D., pag. 1672. Dionigi D’Alicarnasso,
p. 1183. Dipper, ingl., pag. 282. direttissima, direttissimo, pag. 252!. “i
REPERTORIO discorso narrativo e discorso personale, 480 e segg. discorso
obiettivo, 164. discorso in 3* persona, p. 379 e segg. discorso personalizzato,
492. dita e numerazione, pag. 2301. divinità (antiche, genere, 363. divisione,
181. divisore, 188. Dixon J. M., pag. 195!. [10] do, ingl., 387; pag. 13. do;
nota mus., 193. doko, giapp,. pag. 343, fig. dogmi, espressi al presen- te,
141. domanda, correlaz. con la risposta, 391. domani, 400. domi, lat., pag.
337! domino, 223. domo, lat., pag. 337!. -domo, giapp., pag. 398. Donat J., p.
324:; p. 380. donde, 403, pag. 2022. dongèng,dongéng-dongèng giav., pag. 149.
donna, 199. dont, franc., pag. 2022. - doppia negazione, 255. dòr, port., pag.
124!. Dora Baltea, D. Riparia, 259. douleur, franc., pag. 124!. dove, 403;
dove?, 410. D’Ovidio, pag. 1542. Downing Street, 379. dozzina, pag. 230.
dramma, 186. Drava, 359. Drina, 359. dritthalb, ted., pag. 228. duale, 59.
dubbio, pag. 3572. dubitativo (futuro), 155. Duna, 359. Duns Scato, pag. 601.
durata dell’azione, 139. . einander, ted., pag. durata dell’imperf., 145.
durata del presente, 139. durata dello stato, 139. durezza, pag. 249. dvizak,
croat., pag. 230. dvojka, croat., pag. 230. duwur-ran, giav., p. 375!. e=ati,
211. -e (nomi in), 181 - nomi dei fiumi in -e, 359. each other, ingl., p. 192,
- 193. Earie J., pag. 76!. ebraico, ebreo, 375. Ebridi, 353. eccuò, amar., pag.
3154. échec, pag. 134, fig. echo, port., écho, franc., pag. 127!. Eckardt A.,
pag. 3112. echo, 184-b. economia di energia, pag. 3511. economia nel
linguaggio, pag. 149!. economia in Natura, 231. economia, proprietà dei
pronomi, 226. ecou, rum., pag. 127! écrevisse, franc., 366. Edo = Yedo, pag.
295°. Edwards E. D., pag. 118. egli, 235, 482. eglino, 237. ehi!, 471. 192,
1931. einmal, ted., pag. 2392. Finstein A., pag 1281. eis, gr. mod., pag. 342.
either, ingl., pag. 1913. ej, sved., pag. 313!. elce, pag. 123. elefantiasi,
190. elevator, ingl., pag. 363!. Elicona, 379. Elio Donato, pag. 27 el-Kahireh,
ar., pag. 2595. ella, 235, 482. elle, 237. ellenico, 372. i MOD REPERTORIO
ellenò, 237. El-Mobarrad, pag. 3811. el-Rei, port., pag. 3712. Elysium, pag.
266. ematite, pag. 641. embì, amar., pag. 3154. en, franc., pag. 1743.
enclitiche greche, 242. enclitici. (pronomi), 242. -endo, pag. 415. energia nei
neutri, 239. energia verbale, 40, 41. enfant, franc., pag. 1291, -ense, 368,
369. entrambi, 262. epatta, pag. 140, fig. Epipole, pag. 2623. eporediese, 371.
Epstein J., pag. 348!, equazioni, 229. -. equivoco cartesiano, pag. 380. er,
ted., pag. 397. erebéta, giapp., p. 363!. erg, pag. 82. ergo, gr., pag. 82.
Eros, astron,. 363. esagerazione, 338. Eschine, pag. 1243. escì, amar., pag.
3154. -ese, 367, 368. esortazioni ippiche, 455. espressioni negative, 386 e
segg. Esquilino, 357. esse, pron. 27. essere, 1, 21, 23, 25 - fun- zione del
verbo e., 12 - = «accadere », 10 - li- mitaz. spaziale, 11 - li- mitaz.
temporale, 7, 8, 9 - nei verbi riflessi, 32 “. con partic. passivo, 105. essi,
237. esso, 235. est, 192. estasi, 213. està, 191. estate, 181, 191. estense,
369. esule, 133. eterno, 321.‘ etimolozia delle zioni, 452. eugubino, 371.
«eur, franc., pag. 124. Furopa, 363. europai, ungher., 375. Everest, 357.
every, everyone, ingl. pag. 1831. evoluzione, pag. 51. evoluzione delle espres-
sioni interiettive, 442. evoluzione della persona- lità, 483. ey, isuand., pag.
2722. Ez-Zaggiàg’, pag. 381. interie- fa, nota mus., 193, 223. facultativo,
spagn., p. 572. fair, ingl., pag. 311, falò, 191, 223. Fanfani, pag. 161. Fir
Oer, 356. Faraglioni, 353. Farina G., pag. 81!. farmacia, 218. fante, 188.
fascista, 186. fattore, 188. fattore etico relig., 437. fattore psicologico,
161. fattore sentimentale, vedi feeling. fattori primi (scomposiz.), 435.
Fedro, pagg. 49, 110. feeling, 52, 436; pag. 3501. fe, cin., pag. 3152. fell,
celt., isl., pag. 2723. fenomeni umani e astrali, 200. Ferretti P., pag. 1184.
Ferrero: V. C., pag. 62. fiat, lat., pag. 106. fico, 201. figlio, 215. film,
192 223. filosofia dell’essere, pag. 381. Fineo O., pag. 2281, Firenzuola A,.
pag. 1852. SI, IA REPERTORIO fisciù, 191. fisima, pag. 130. fiumi (nomi di),
359. Flamini F., pag. 302. flessione dell’idea, 159. fleur, franc., pag. 124!.
flor, spagn., pag. 124!. flòr, port., pag. 124’. flusso dell’energia verba- le,
41. fiall; island., p. 2723. ficill, sved., p. 2723. fiell, dan., island., pag.
2723. fjoll, island., p. 2723. focus, lat., 202. fontainibléen, franc., 371. forma
mentis linguistica, 73 - sviluppo, 483. forma mentis e cortesia, 459, forma
passiva, 102. forma verbale narrativa, 494. forma verbale personale, 494.
formazione 203. former, ingl., pag. 1731. formichiere, 181, 188. Formosa, 351.
Fornaciari, pag. 161!. forza analitica, 67. forza fònica, 67. Foscolo Ugo,
pagg. 14, 143, 157, 364, foto, 184, 223. Fowler H. W., pag. 2933; pag. 3441.
Francia, 351. frangia, 218. Fratelli, 356. frazioni, 303. fronte, 198.
Frosinone, 371. frusenate, 371. frutti, 201. Fuji no yama, Fujisan, pag. 273,
274. Fulano, spagn., port., pag. 214, dell’italano, fungibilità dei pronomi,
479. funiculaire, franc., pag. 123:. funicolare, 181. funzione sintattica, 68.
funzioni mentali colletti- ve, pag. 144!. fuoco, 202. fuorché, 447. fuori-serie,
197. furu, giapp., pag. 212. Fusciyama, vedi Fuji. fusione fònica, 83.
gaditano, spagn., 371. Gaeta, pag. 299. gagà, 191. galant, 320. Galizia. 351.
Galli, 353. gallòk-gallok, corean., p. 3333. galvanizzare, 379. gangsal, giov.,
pag. 375!. Ganimede, astron., 363. Garbasso A., pag. 2383. Garonna, 359. gas,
alban., pag. 572. gaucho, 185. gazetteer, pag. 2581, gdjé-to, russ., pag. 1752.
gebirge, ted., pag. 2723. gee, gee-gee, gee-up, gee- wo, ingl., pag. 3731.
Gelli J., pag. 2291-2. Gémeaux, franc., 366. Gemelli, astron., 366. Gemelli A.,
pag. 116!. Gemini, ingl., 366. Gender, ingl., pag. 1222. generalissimo, pag.
2521. genere, 180, 199 - nei nomi geogr., cap. XVII masch. e femm., 199 - neut.
179, 235, 239, 260 - del possessore, 293. genere lunare, 199 e segg. genere
solare, 199 e segg. Genesi, 198. genitivo, ne’ pron., 237. genitore, 188. — 424
— Google O dè REPERTORIO Gentile G., pag. 20, 380. Genung J. F., pag. 3441.
geometria, pag. 107. geometria cartesiana, pag. 3802. geroglifico, negaz., 390.
gerundio, 133, 134, 415 e segg. gesto, 426. [to] get, ingl., pag. 76.
ghilemele, rum., p. 4031, ghnu, ottent., pag. 1581, -gia, plur. dei nomi in,
218. Giacalone B., pag. 393! giacché, 443, 447. Giava, 351. gilè, 191. gilet,
franc., pag. 1352. Giordani P., pag. 171. giornalista, pag. 129. Giotto, pag.
1541. Giove, pagg. 1433, 155, 363. gioventù, 191. Giraffa, astron., 366. Girard
A., pag. 56. gif. giapp., vedi ji. Giuba, 359. giudizio espresso con pa- role,
125. giungla, 380. giurì, 191. Giusti G., pagg. 246, 355. gli 237, 238. 242,
243. gliela, glieli, glielo, gliene. 242. Gladstone W. E., pag. 234. gnu, 223.
‘-g0, plurale dei nomi in, 219. Gobi, 361. Goelzer H., pag. 3222. Goethe W.,
pagg. 183, 289. gogou, mong.. pag. 332. gondoliere, 188. good-bvye, ingl., 467.
gora, russ., bulg., croat., jugosl., pag. 2723. Gorgona, 345. gorilla, 186-c.
gororòk-gororòk, corean., pag. 3301. Gozi Manlio, pag. 2884. Gozzi Carlo e
Gaspare, pag. 2884. gradi di paragone, 321 e segg. grado superlativo, 321.
grafia e tono, 441. grammatica, 4, 81, 101, 231. grammatica araba, pag. 3113. |
grammatica indiana, 86. grammatica latina, 121. grammatica normativa, p. 191,
grammatica perennis, 3. grande, pag. 244!, Grande Belt, 349. Grande Ourse,
franc., pag. 2821. Gran Lama, 130. Gran Sasso, 357. Great Bear, ingl., p. 2821.
greco, 372. Gribeo L., pag. 2622. Gròber G., pag. 3141. Groote Beer, oland.,
pag. 2821. Grosser Br, ted., p. 2821. grosso, 332. gruppi di respiro, 85.
gruppo di vocab. sostan- tivato, 232. | Guadagnoli G., pag. 246. guancia, 218.
guardia, 186. Gubbio, 371. Guénon R., pag. 1411. Guicciardini, pag. 31, guida,
186. Guiana, 351. guillemets, franc., p. 4031. Gutmann-Polledro R., p. 338. _h
etimolog, pag. 261. hai, giapp., pag. 317!. half, ingl., pag. 2292? half-breed,
ingl., pag. 296, 297. “405 a REPERTORIO Himilainen A., pag. 100, -i, sui.
plur., 208. 3381. -i, nei pronomi, 240, 259. Hamit I., pag. 53. icke, sved.,
pag. 313!. hand, ingl., pagg. 55, 1041, idealismo e realismo, 315. hara,
giapp., pag. 133. idealista, 186. harakiri, giapp., pagg. 132, ideismo, pag.
379!. 133. ideografia pag. 140!. harem, 192, 233. ideogrammi, 73; pag. 54! -
-hata, corean., pag. 3302. - negazione, 390. haw, ingl., pag. 373! identità,
13. Hawaii, 353. idiom, ingl., pag. 1951. he, ingl., sass., pag. 397. idioma e
idiotismi, 265 - Heaven, ingl., pag. 266. traduzione, 385. Hegel, pagg. 3791,
3813. idiosincrasie fòniche, pag. hegy, ungher., pag. 2723. 642, helios, gr.,
pag. 145, fig. Idus, lat., pag. 127. Hell, ingl., pag. 266. iellèm, amar., pag.
316. her, ingl., pag. 194!. ieri, 400. Herschell F. G., p. 2793. if, ingl, pag.
982. heu!, lat., 461. igdlo, eschim., pag. 128. heusch!, oland., 466. igloo,
eschim., 185. hie, sass., 397. ignis, lat., 202. hinggil-lan, giav., p. 375!.
hr, ted., pag. 397. Himalaya, 358.. ihuonàl, amar., pag. 3154. his, ingl., pag.
1941. ile, giapp., pag. 317!. hispalense, spagn., 371. dk, got., pag. 397. hm!,
pag. 3622. il Cairo, 340. Hogben L., pag. 245. © il Furlo, 340. homo, lat.,
220. illusioni ottiche. 338. Honduras, 352. i il-Masr, pag. 2595. honneur,
franc., p. 124!. il Pireo, 340. honra, spagn, pag. 124! imago, lat., pag. 127.
Hooke R., pag. 663. imbàttula. cors., pag. 329. hori, siov., pag. 2723. imber,
lat., pag. 1611. hott!, ted., pag. 373!. immanente, 321. hottehii, ted., pag. 3731.
immortale, 321. hotto, ted., pag. 373t. _ imperativo, 496. Hoang?-ho?, 360.
imperatore, 188. ihombre!, spagn., 466. impossibile, 321. .how-do-yo-call-it,
ingl., p. in, ital., lat., ingl., ted, 2121. pag. 341. hsieh3, cin., pag. 105.
. in, giapp., 204. hsing4, cin., pag. 3752. Inchaurrondo M.. p. 642. hii, ted.,
pag. 3731. inciso relativo, 271. Hudson, pag. 278. incognita (nel « perché »),
hue, franc., 470. 449. hum. pag. 3622. Incroyables, pas. 2561. hundreth, ingl.,
pag. 2272. indea, duala, pag. 308. hwa, got., pag. 203!. India, 351. .
indigeno, pag. 2921. I, ingl., pag. 397. indio, spagn., p. 296. 297. 1, segno
grafico, 215 indo-europeo, pag. 393. — 426 — o" " "PT T———
—|-|,,,,;MiIOiIO REPERTORIO . individualità dell’« io », 485. inerzia del
neutro, p. 24!; pag. 90!. infatti, 442. inferiore, pag. 247!. infimo, pag. 244.
infinito, 321. infinito, nonè verbo, 129 e segg. - idea non localizzata, 157 -
immo- bile, 158 - idea, verbale in potenza, 158. infinito con l’accusativo,
:131. infinito esclamativo, 132. «ing, ingl., pag. 243; pag. 94!; pag. 971.
Ingram G. H., pag. 2072. in-Nasre, pag. 2593. «ino, 369, 371. in-8°, pag. 2295
| in scia Allah, ar., p. 3701. inspirazione, 455. in-16°, pag. 2295.
insolubile, 321. intensità degli aggettivi, 324. intensivo, 335. intensivo
degli avverbi, 408. interiezione, 37, 438 e segg., cap. XXI - nei nomi geogr.,
339. interiezione telefon., 442. interpunzione, 449. intonazione, 390.
intonazione interrogat., p. 2043, intonazione ironica, 450. into, ingl., pag.
341. intuizione dell’essere, 2. inversione e tonalità, 241. inverted commas, p.
4031. Io, astron., 363. io, 478 e segg., 481 e segg., pag. 172! - non ha plu-
rale, 484. -ione (nomi in), 124. -iota, suff., 369. ipodermoclisi, 190.
ipotesi, 190. - hd Iran, iranico, 376. Irlanda, 351. -irokon, corean., p. 3651.
- ironia, 450. -isch, ted., pag. 287. isole (nomi di), 427. isole maggiori,
346. isole m.nori, 345. isole (nomi collett.), 353. ispano-, pag. 295!.
«issimo, 334, Istanbul, pag. 289. istinto, mentalità colletti- va, pag. 144!.
it., ingl., pag. 175:. ita, 389. «itano, 370. Itariago, giapp., 375. Itariajin,
giapp., 375. Îvi, 403. ja, ted., pag. 316. ja, serb, russ., pag« 397. Jack,
ingl., pag. 173". James W., pag. 394. Janet P., pag. 393!; pag. 149,
Ja°wa°o, giav., pag. 375!. jawab, giav., pag. 375!. Jawi, giav., pag.
375". jaque-mate, spagn., p. 134 fig. je, lit., pag. 397. jieder, ted.,
pag. 1831. Jespersen O., pag. 65. jibraltareîto, spagn., 371. jin-riki-sha,
giapp., pag. 3001. jis, lit., pag. 397. Jones D., pag. 118. joule, 379. jù,
giapp., pag. 575. Judson A., pag. 338:. Jugoslavia. pag. 269. Julia (gens),
pag. 159. jumeaux, franc., 366. Jungfrau, 357. jus, lit., pag. 397. k, pag.
287. ka, giapp., pag. 206!. ka, sanscr., pag. pag. 203!. — 427 REPERTORIO
kakemono, giapp., p. 129. kalih, giav., pag. 3751. kaln, lett., pag. 2723.
kamaheke, sotho, p. 234. kamàan-kaman, corean., p. 333. kame, giapp., pag. 373.
Kant E., pag. 271!; pag. 3791. kara, giapp., pag. 3522. Karagòz, pag. 63!.
karakiri (errato), p. 132- 133. Kastner L. E., pag. 149. katana, giapp., pag.
129!. Kellogg B., pag. 70!. key, ingl., pag. 1581. Kha-kom-pa, tibet., 3761.
kikeriki, ted., pag. 332. kikiriki, ceko, pag. 282. kimi, giapp., pag. 4092.
kimono, giapp., pag. 128. Kingsley A. H., pag. 3391. kiri, giapp., pag. 133.
Kitab-el-Giumal, p. 3811. kleine Beer, oland., pag. 2821, kleiner Bùr, ted., p.
2821. kod, sanscr., pag. 2031. kodomo, giapp., pag. 129. koébare, cunama, p.
2301. koélla, cunama, pag. 2301. kokekokkéò, giapp., p. 332. Komensky G. A., p.
231. kos, sanscr., pag: 203!. kra°ma°, giav., 474. kraomao-hinggil, giav. p.
3751, kramapàtha, ind., pag. 65. Kroan R., pag. 1881. kt6-to, russ., pag. 176.
176. kR’uais-k'uai4-ti, cin., pag. 3332. kuant, kuan!-fu?, cin. pag. 1422.
1752, kudd-to, russ., pag. 1752, 176. kuéi4, cin, pag. 3752. kueis-hsing4,
cin., p. 3752. pag. kuku, serb., 469. kukuriekti, russ., pag. 332. kuni,
kuni-guni, giapp., p- I 148 kuo?, kuo?-kuo, cin., pag. 1481 Kurili, 358. -
ku-sh-ing-la-phep”-pa, tib., pag. 376!. kys-kys, russ., 469. fa, pron., 237,
242, 243. —, nota mus., 193. là, avv., 402. La Asunciòn, 340. labor, spagn.,
pag. 142!. lacchè, 191. La Canea, 340. La Consuma, 340. La Corutta, 340.
Lacrima Christi, 197. La Futa, 340. La Caiola, 340. La Habana, pag. 2594. La
Haye, pag. 2593. L’Aja, 340. lama, [b}lama, tibet., pag. pag. 130. Lamarck, G.
B., pag. 51. lampu, lampu-lampu, giav., pag. 149. Landais N., pag. 151; pag.
561, Landi S., pag. 2262. lao3, cin., pag. 13. La Paz, 340, 341. lapis, 84. La
Plata, 340. Lapponia, 351. L'Aquila, 340. largo, spagn., pag. 572. Las Palmas,
341. La Spezia, 340, 369. latinità nei nomi geogr. 351. latter, ingl., pag.
173!. La Uniòn, 340. le, pron., 237, 242, 243. Le Bourget, 340. legame
ideologico. 384. legge di Bode, 364. leggi fisiche, 141. = e veÌ7:55;CC0om
REPERTORIO . leggi grammaticali, 28. leggio, 217. . Iegittimista, 186. lei,
237, 240, 241. Lei, 410, 500. Leibniz G. W. von, pag. 91, pag. 402. Leite de
Vasconcellos J., pag. 3712. lemnie lemme, 420. Le Mesnil le Roi, 340. Lena,
359. Lenin, pag. 271!. leo, lat., 220. Leonardo da Vinci, pag. 1701, | Leone
XIII, pag. 4. Leopardi G., pagg. 2351, 3662. lessico neolatino, pag. 471.
lettere dell’alfab., ge- nere, 194 - invariabile, 223. lettere greche, 195.
lettere a b c, 302. Levi E., pag. 319, Lévy-Bruhl L., pagg. 1681, 3391, li,
pron., 242. lîao3, cin., pag. 13. Libra, astron., 366. Lilla Bjòrnen, sved.,
pag. 2821. lima, ar., pag. 358, fig. — limitazione avverb., 386, 395.
limitazione temporale, 7. limite nei pronomi, 246 e segg. limone, 201.
limougeaud, franc., 371. limousin, limousine, franc. 371. linee di forza, 275.
lingua abaka, 310. lingua afrikaans, p. 2723. lingua albanese, pag. 572 - ora,
302 - nomi geogr., 356. lingua amarica, pag. 572 - affermaz., 390 - prop.
relat., 390, pag. 371". 157, lingua angola, pag. 271!. , lingua araba,
pag. 571 - «avere» pag. 75! - in- teriez., 453 - ipotet. p. 782 - nomi geogr.,
361, 356 - pron. enclit., pag. 194! - pron. relat., pag. 204! - prop. relat.,
pag. 2001, lingua assira, pag. 105 - permans., pag. 942. lingua bantù, 351.
lingua basca, pag. 57! - a- crof., pag. 64 - nume- raz., 307 - relat., 271,
271. lingua bengali, pag. 2713. . lingua berbera, nomi geo- gr., pag. 2723.
lingua birmana, 423, lingua bongo, pag. 2331 lingua bulgara, nomi geo- gr.,
pag. 2723 - numer. spec., 306 - ore, p. 225. lingua cambogiana, nomi geogr.,
pag. 2723. ‘ lingua catalana, interiez., 456. lingua ceka, nomi astron., 366.
lingua celtica, pag. 2723. lingua cimci, 297. lingua cinese, pagg. 12, 57! - «
avere », pag. 75! - cortesia 459 - inter- rog., 277 - negaz., 390 - piur., 208
- nomi geo- gr., 351, 356, 360 - toni, 176. lingua coreana, pagg. 571, 3112 -
cortesia, 459 - desin. interiett., 446 - negaz., 387 - onomato- peiche, 418.
lingua croata, casi, 423 - nomi geogr., pag. 272! - numerali spec., 306. lingua
cunama, numerali, 307. lingua danese, 301 - nomi geogr., pag. 272!. — 429 —
REPERTORIO lingua ebraica, onomato- pe.che, 421. lingua egizia, ideogram- mi,
390 - negaz., 390 - sintassi, 122. lingua esquimese, p. 1283 - locat., 348 -
pron. 18 pers., 348. lingua estone, nomi geo- gr., pag. 2723. lingua
finlandese, accento, pag. 62! - casi, 423 - fu- turo, 154 - nomi geogr., pag.
2723 - nomi di po- poli, 375. lingua francese, 29 - ac- cento, pag. 62! -
aggett., 320, 384 - ‘agg. possess., pag. 2422 - agg. geogr., 371 -
aller+infin., 154 - alternanza, 392 - artic. 340 - avverbî in -ment., 405 -
complem. indir., 422 - doppia negaz., 255 - genere dei possess., 293 - gradi di
parag., 336 - imperat. negat., 496 - interiez., 442 - lo- cat. e tempor., 404 -
masch. e femm., 207 - negaz., 387, 389 - nomi astronom., 366 - nomi in eur.,
181 - nomi geo- gr., 340 - numerali, 297 - num. ordin., 302 - nu- meraz.
vigesimale, pag. 224! - onomatop., 418 - ore, pag. 225 - passato ipotet. 151 -
persone verbali, 495 - plur. ge- ner., 208 - possess., 265 - preposiz.
posposta, 426 - pronomi, 236, 238 - risposta, 391 - si con- diz., 121 - si
affermat,, 391 - verbo plur. e sing., 166. lingua galla, pag. 57!. lingua
gallese, numeraz., 307. lingua giapponese, p. 212, 571, 1282 - azione alter-
nat., 385 - congiunz. e postposiz., 429 - inte- . riez. telefon., 442 - in-
terrogaz., 277 - -masu, 387 - mentalità, 287 - sillaba, 168 - ipotetiche, 122 -
nomi geogr., pag. 2723, 375 - nomi di lin- gue, 375 - nomi di po- poli, 375 - onomatop,
pag. 330 - relative, 271 - risposte, 391 - senti- mento, 437 - sesso di chi
parla o scrive, 294 . sintassi, 287 - strumen- tale, 439 - verbo negat,, 250,
387. lingua giavanese, p. 57! - cortesia, 459 - denomi- nat. fraz., 305 - plur.
gener., 208. lingua gotica, casi, pag. 3373 - plur. verbi, 495. lingua greca,
casi, 72, 423 - enclitiche, 242 - nomi in -i, 190 - nomi geogr, pag. 2723 -
pron. recipr,, 263 - neutro, 131. lingua greca moderna, in- teriez., 442 - ore
p. 225 - Jocat., 423, 428. lingua india, 342, p. 2723. lingua inglese, pag. 13
- | carattere, 73 - aggett. e avverbio, 384 - aggett. invariato, 293, 316 - ag-
gett. possess., 313 - al- ternanza, 392 - area di significato, 478 - con-
giunz., 442 - fo do, 387 feeling, 52, 437 - forma continua, 41 - genere neut.,
482 - gradi di pa- rag., 337 - genere del possessore, 293 - imperf. e perf.,
150 - interiez. 441, 453 - interrogat. 337 - ipotetiche, 387 - locat., 430 -
negaz., 387 - nomi astron., 366 - no mi geogr., 347, 375,361 > nomi
ultraterreni, 347 - a 430: REPERTORIO onomatop,. 419 - ore, pag. 225 - 28
persona, 489 - possess., 265 - pre- cedenza aggettivi, 287 - preposiz. e
avverbî, 413, 426 - processo analitico e sintetico, 385 - pron. recipr., 262 -
pron. re- lat., 229, 271 - raggrup- pam. ideologico, 385 - termini grammat.,
422 - vocale finale, 223 - pas- sato ipotet. 151 - su- perlat., 321 - tempi
com- posti, 98. lingua islandese, p. 2723. lingua italiana, 51 - non deriva dal
lat., 64 - pri- mi documenti, 323, lingua. kinyamwezi), suffis- so locativo
verbale, 348 - locativi, 499. lingua lappone, nomi geo- gr., pag. 2723. lingua
latina, sintetismo, 68 - accusat. 267, 422 - accusat. interiett., 446 -
affermaz., 389 - avverbî in -mente, 405 - avver- bî locat., 430 - casi, 72, 423
- casa genit., 431 - dativo, 422 - dativo eti- co, 436 - declinaz., 423 -
esclamaz. 241 - futu- ro, 153 - fut. perifrast., 155 - habeo+t-part. pass., 109
- imperat. negat., 496 - infinito accusat., 131 - infin. esclamativo, 132 -
interiez., 446 - in- terrogat. 449 - masch. in -a, 206 - moto a lun- go. 427 -
negaz., 389 - nomi di fiumi, 359 - no- mi di luogo, 342 - neu- tro, 182 - nomi
in -us (IV), 184 - numer., 297 - onomatop., 421 - ore, 302 - plur. in -i, in
-s, 209 - plur. nei nomi geo- gr., 343 - quam compa- rat:, 413 - religione, 220
- stato in luogo, 427 - tradizione, 218 - verba timendi, 393 - vocativo, 446.
lingua latina arcaica, 64. lingua lettone - futuro, 154 - nomi geogr., pag.
2723 - ore, pag. 225. lingua lituana, futuro, 154 - ore, pag. 225. lingua
malayalim., 380. . lingua maldiva, 380. lingua malese - nomi geo- gf... pag.
2723. lingua manciù, 361. lingua mandarina, p. 118. lingua mong., nomi geo-
gr., 361, pag. 2723 - ono- matop.. pag. 332. lingua nazionale, 52. lingua
norvegese - nume- raz., 307 - ore, pag. 225. lingua olandese, articolo, 340 -
genere del posses- sore, 293 - imperf. e perf., 150 - negaz., 389 - nomi
astron., 366 - nomi geogr., 340 - ore, pag. 225. lingua ottentotta, p. 1582,
lingua parlata, 378. lingua pechinese, p. 118. lingua persiana, nomi geo- gr.,
pag. 2723. lingua pidgin-English, 297 lingua polacca, pag. 57! - ore, pag. 225.
lingua portoghese, p. 20? - pag. 188! - aggett. pos- sess., 313, 318 - articolo
nei nomi geogr., 340 - avverbî in -mente, 405 - denominat. fraz.. 303 -
interiez., 452, 453 - no- mi geogr., 340 - masch. e femm., 207 - negaz. 389 -
numerali, 297 - ore, pag. 225 - si ipotet., 121 - genere grammat., 181 -
imperat., 496 - neutro, 179 - plur. pers., 495 - verbi forti, 159 - i @l-ea
REPERTORIO verbo plur. e sing., 166. lingua rumena, pag. 202 - agg. possess.,
313, 318 - avverbio interrog., 450 - cong. causale, 450 - futuro perifrast.,
155 - condizionale, 175 - de- nominat. fraz., 303 - doppia negaz., 255 - masch.
e femm., 207 - negaz., 389 - nomi a- stron., 366 - nomi geo- gr., pag. 2723 -
numer., 297 - ore, pag. 225 - plu- rale eterogeneo, 221 - plur. geogr., 343 -
plur. pers., 495 - verbo piur. e sing., 156 - trascriz., 343 - vocali brevi,
340. lingua russa, pag. 392, p. 57! - casì, 423 - con- cord. del verbo, 315 -
congiunz. causale, 450 - interiez., 452 - interro- gaz., 450 - moto a luo- go,
427 - negaz., 387, 389 - nomi geogr., 359, pag. 2723 - numer., 297 onomatop.,
420 - ore, pag. 225 - scioglilin- gua, 359 - sogg. e og- getto con negat., 387
- stato in luogo, 427 - To, 240 - verbi, 495, lingua samoieda, p. 2723. lingua
sanscrita, casi, 72 - desin. verb., 495 - scrit- tura, 86. lingua sassone, 142.
lingua serba, casi, 423 - interiez., 454 - nomi geogr., 350, 356 - ore, pag.
225. lingua siamese, cortesia, 459 - nomi geogr., pag. 2723. à lingua
singalese, pag. 133 - nomi geogr., p. 2723. lingua slovena, ore, pag. 225.
lingua somala, nomi geo- PILEnaAo2723; lingua sotho, colori, pag. 234. lingua
spagnola, pag. 202, pag. 57! - artic. nei no- mi geogr., 340 - avver- bî in -mente,
405 - com- plem. indir., 422 - con- dizion., 119 - denomi- nat. fraz. 303 -
doppia negaz., 255 - imperat,, 496 - masch. e femm,, 207 - neutro, 179 - no- mi
astron., 360 - nomi geogr., 340, 347, 356 - aggett. geogr., 371, 372 -
interiez., 452 - modo potenziale, 175 - negaz., 389 - numerali, 297 - ore, pag.
225 - plurale pers., 495 - possess., 265 verbi forti, 159 - verbi di III e II
con., pag. 1123. lingua svedese, pag. 202 - negaz., 389 - nomi a- stron., 366 -
nomi geo- gr., 356 - ore, pag. 225 - passato pross., 98. lingua suahili, nomi
geo- gr., 351. lingua tamil, nomi geogr., pag. 2723. lingua tedesca, pag. 202 -
agg. geogr., 367 - agget- tivi, 316 - in funz. di avverbio, 384 - alter- nanza,
392 - artic. nei nomi geogr., 340 - casi, 423 - complem., 422 - concordanza,
315 - de- nominat. fraz., 303 - im- perat. negat., 496 - im- perf. e perf., 950
- mo- to a luogo, 427 - negaz., 387, 389 - nomi astron., 366 - nomi geogr.,
340, 347, 356 - onomatop., 419, 420 - part. pass, 147 - passato ipot., 151 - 22
pers., 489 - proces- so analitico e sintetico, 385 - pronunzia, p. 61! ky = «Go
0g le Eee ‘’_,.KL0M0 REPERTORIO - stato in luogo, 427 - Umgangssprache, 378 -
verbi forti, 159 - verbi separabili, 385 - wer- den+pass., 105 - wenn e ob,
121. lingua tibet., ipotet., 118 - nomi geogr., p. 2723 - onomatop., pag. 332.
lingua turca, pag. 52! - armonia vocalica, p. 63 - interiez., 446, 456 - nomi
geogr., pag. 2723 - ore, pag. 225. lingua umbra, pru, 227. lingua ungherese,
-accen- to, pag. 62! - antico im- perf., 150 - locat., 430 - nomi geogr., pag.
2723, 275 - nomi di popoli, 375 - ore, pag. 225 - pron. relat., 276 - suffis-
si locat., 348. lingua yoruba, numeraz., pag. 2241, linguaggio e civiltà, 461.
linguaggio femminile, p. - 2192. linguaggio infantile, 483. linguaggio nautico,
422. lingue africane, 385. lingue agglutinanti, p. 52! - casi, 423. lingue
flessive, 71, 72, 73, - fless. delle idee, 159. lingue indiane, 191. lingue
indoeuropee, pag. 4052, lingue isolanti, 72. | lingue neolat., 65 e segg. -
avverbî in -mente, 405 - se, lat. si, 121 - con- cordanza, 315 - condi- zioni,
175 - gradi di pa- rag., 334 - negaz., 389 - numerali, 297 - e realtà, 316 -
plur. person., 487, 495 - tracce di neutro, 179. lingue nordiche, doppia
negaz., 256. lingue orientali, numerali, 297. lingue del Pacifico, sillabe
aperte, pag. 113:, lingue polisintetiche, pag. 1283 > lingue povere di
avverbî, 385. lingue primitive, 230.0 lingue semitiche, tempo permansivo, 142 -
con- cordanza del verbo, 315 lingue sintetiche, 18. lingue slave, pag. 571 - casi,
423 - futuro peri- frast., 154 - nomi geo- gr., pag. 2723. lingue teutoniche,
futuro perifrast., 154. linguista, 186. Linneo, pag. 51. lisbonnin, franc.,
371. Little Bear, ingl., p. 282. liturgia, s'gnificato, 222 llama, 186. Ilueve,
spagn., pag. 202. lo, pron., 237, 242. lo, artic. spagn., p. 1221. Loangua,
359. lobo, spagn., port., 209. localizzazione nel tempo, 125 e segg. Locatelli
L., pag. 711. locomotiva, 199. locomotore, 199; logica e teologia, p. 721.
logica linguistica, p. 961, logica orientale, p. 2171. Loira, 359. londinese,
371, 377. londo, duala, p. 308. londonien, franc., 371. lontananza dalla 12
per- sona, 499. loro, pron. 237, pag. 173! agg. possess., 291. «Los Angeles,
341. Lucrezio, pag. 233!. luette, franc., pag. 641. luhlaza, zulù, pag. 234!.
lui, pron., 237, 241, 483. “da REPERTORIO luna, pag. 145 - Luna, 363, 364.
lunedì, 191. lunghezza d’onda, p. 234. lupus, lat., 209. Luzòn, 347. Lvyeil,
pag. SI. ma, 451. maa, finl., pag. 331!. Maccari G B., pag. 97!. Machiavelli
N., pag. 354. machin, franc., pag. 2121. Macinai L. 'pagg., 161!, 2372.
Madagascar, 347. Madonie 358. Madonna, pag. 155. madrilerio, spagn., 37.
ma°?dya?, giavan., 474. miiggi, eston., pag. 2723. maggiore di..., 330, pag.
248, fig. magia, 218. Mago, 219. maharagiah, pagg. 133, 135.1 mai, 416.
Maiorca, 347. maitse, finl., pag. 3381. maiuscole nei nomi di po- poli, 374.
Majella, 357. miki, finl., pag. 2723. mal, ted., ag. 2382. malattie, genere,
180, 181. malheur, franc., pag. 124!. mallàng - mallang - hatu, giavan., pag.
3332. Malpighi M., pag. 663. Malta, pag. 288. maltese, 368. malum, lat., pag.
142!., malus, lat., pag. 1421. mama-ta, rum., pag. 237!. man, ingl., pag. 104!.
man, ted., pag. 212. man, ar., pag. 204,1. mandarin, mandarine, fr., pag. 1422.
mandarino, 201. mancese, 376. Mancini P. S., pag. 7. manciù, Manciukuò, 376.
man4-man4, cin., p. 3332. mano, 184. manus., lat., pag. 1263. many a..., ingl.,
pag. 2463. Manzoni A., pagg. 4, 95, 275, 364. mar, lat., 202. marconigramma,
379. marconiterapia, 379. mare, 202. Mar del Plata, pag. 2596. Marechiaro, 345.
Mario E. A., 359. Maritain J., pag. 72!. Marocco, 352. Marte, 363. martedì,
191. Martinon P., pag. 175. martyr, gr., pag. 591. marush, assir., pag. 942. _
massimo, 321, pag. 2441. massimo rendimento in Natura, 231. mat, franc., sved.,
p. 134. mata, pers., pag. 134. matita, pag. 63. Matthiae G., pag. 1432.
Matthews W., pag. 1881. maximum, pag. 128!. me, 422, 478, 498. Meano C., pag.
161. medicina cinese, p. 146!. Medio-Evo, pp. 1411, 1541. Mediterrania, pag.
2712. [to] meet, ingl., pag. 210!. mei?, cin., pag. 3152. Meiklejohn J. M. D.,
pag. 941, meilleur, franc., pag. 252. membro, 222. méen?, cin., pag. 3963 meno,
399. mentalità collettiva, pas. 1441, mentalità greco-latina, 80. mentalità
linguistica, 429. . mentalità e numeraz., 301. mentalità orientale, pas. 2171.
mentalità tedesca, 315. — 434 — î i ERE 1 O MEI iii, è » °° REPERTORIO -mente,
405. mentre, 146. mercé, 191. i meri, finì., pag. 3381. meridies, lat., pag.
1262. mes, lit., pag. 397. Messico, 352. mestizo, pagg. 296, 297. metà, 303.
metafora, 379. Metastasio P., pagg. 78, 355. meticcio, pagg. 296, 297.
metonimia, 379. métro, franc., pag. 290. metropoli, 370, pag. 134.
métropolitain, franc., pag. 290. Meyer-Liibke W., p. 3222. mezzaluna, pag. 162.
mezzo, -a, 304. mezzodì, 191. mi, 422, 478, 498. mi, nota music., 193.
Micronesia, 351. mieux, pag. 252. miglio, 221. migliore, pag. 247. migrazione
di vocab., 380. mihi, lat., 497. mikado, 185. milita, lat., 221. miliuni, lat.,
221. mille, ital., lat., 221. millecento, 197. minga, milan., pag. 3141.
ming?-tsz?, cin., pag. 52!. minime, lat., 389. minimo, 321. minimum, pag. 128.
minimus, lat., pag. 2442. minore di..., 330, pag. 248. Minorca, 347. mitologia
e astronomia, pag. 282. mitra, 223 f). mitra, giavan, pag. 572. -mme, finl.,
pag. 397. m’n cheffà, amar., p. 3154. mo, cin., pag. 206!. mo, tibet., pag.
145, 146. -mo, kinyamwesi, p. 269. modi del verbo, cap. VI, 123. modo
condizionale, 115, 116, 175 - in lingue stra- niere, 117 - anom., 120. modo
congiunt., 113 - pas- sato, 174; pres., 173 - esortat., 114. modo imperativo,
123. modo indicativo, 112. modo potenziale, pag. 117. moglie, 214, 215. molto,
395. monachese, 371. Monaci E., pag. 452. Monaco, 371. Mondovì, 371. monegasco,
371. mono no aware, giapp., p. 3501, ‘ monologo, 220. monosillabismo, pag. 521.
monovalente, 321. monregalese, 371. Montaigne, pag. 1611. Montagne Rocciose,
358. monte, spagn., pag. 2723. Monte Bianco, 356, 357. Monte Rosa, 357. monti
(nomi di), 357 e segg. Morandi & Cappuccini, p. . 2102. Mosa, 359, Mosella,
359. moshi moshi, giapp., pag. 3631. mot, franc., pag. S6!. moto a luogo, 404,
427, 428, 430 e segg. moto da luogo, 428. motore, 181, 188. mulato, spagn.,
pagg. 296, 297. î mulatto, 377. mulier, lat., 215. mullong-mullong-hata, co-
rean., pag. 3332. mulsin-mulsin-hata, pag. 3332. munte, rum., pag. 2723.
muntele, tum., pag. 2723. COr., —. Uh REPERTORIO Muratori L.A., pag. 4!. muro,
222. musica e onomatopeiche, 421. musicalità dell’ital., pag. 119. mus[u]ko,
giapp., pag. 135. musmeé, giapp., 191. mY, russ., pag. 397. 208, nada, spagn.,
port., pagg. 131, 1881. “nai, giapp., pag. 311!. Nakayama T., pag. 1463.
-nakute, giapp., pag. 311!. naman, sanscr., pag. 166!. name, ted., pag. 1673.
namesake, ingl., pag. 3501. namò, got., pag. 1661. nanchinese, 368. Nan?-kingî,
pag. 2881. nao, port., pag. 313!. nap'-chhi, tibet., p. 3761.
napsin-napsin-hata, cor., pag. 3332. na scia Allah, pag. 3701. native, ingl.,
pag. 292!. nazioni (nomi di), 346 e segg. nazista, 186. ne, 237. né, 442. “ne,
corean., pag. 365!. né... né..., 442. ne... pas, franc., pag. 313!. neanche,
442. Neapolis, pag. 2623. neen, oland., pag. 313!. negazione, 386 e ss. nei,
sved., pag. 313!. neither, ingl., pag. 1913. nemmeno, 442. Nepal, 352. neppure,
442. Nerone, pag. 1432. nessuno, 250, 252, 255. Nettuno, astron., 363. neutro,
131. Newton I., pas. 402. New York, 367. nga, tibet., pag. 4091, ngarang,
tibet., pag. 4092. RA rc—oqqMmMPm°P—_——_ ngoko, giavan., 474. -ni, finland.,
pag. 397. ni, giapp., pag. 3501. Nicaragua, 351. nichi, nichi-nichi, giapp.
pag. 149. nicht, ted., pag. 3131. nichts, ted., pag. 132. niente, 254, 395,
396. nie, russ., pag. 313!. niet, oland., russ., p. 313!. niets, oland., pag.
132. Nigra P., pag. 261. Nigris G. P., pag. p. 154!, 2501. Nietsche F., pag.
271!. Nihongo, giapp., 375. Nihonjin, giapp., 375. Nilo, 359. nimic, rum., pag.
131. Nippongo, giapp., 375. Nipponjin, 375. nirvana, pag. 132. niuno, 251, pag.
186. -nne, finl., pag. 397. no, 388 e segg. no, spagn., pag. 3131. -no, suff.
verb. plur., 168, 169 - suff. pron. plur, 239, 485. nobody, ingl., pag. 188.
noi, 487 e segg. nome, 228. nomen, lat., pag. 1661. nomenclatura chim., 334.
nomi, 177- buoni con- . duttori, 41 - di fiumi in -a, 359 - geograf. in -a, 351
e segg. - astron. 365 e segg. - di città, 343, 345, 427 - di colli 357 - di
costellazioni, 366, - di fiumi, 359 - geogr., cap. XVII - di isole, 343, 345,
353 e segg. - di lingue, 372 - di loca- lità, 344 - di monti, 357 e segg. - di
paesi, 343 - di parentela, 313 - di pianeti, 363 -di popoli, 351 - proprî divenuti
comuni, 379 - di quar- Google | Ò° REPERTORIO tieri, 344 - di regioni, 345 e
segg. - di rioni, 344 - di scogli, 353 - di Stati, 346. nomi in -a, 186. nomi
in -e, 187. nomi in -i, 190. nomi in -o, 191. nomi composti, 223. nomi
invariab., 213. nomi proprî, 233. nomi topografici, 379. non, no, 388 e segg. -
pleon., 393, 394. non, franc., pag. 3131. non ita, lat., 389. note musicali,
193, 223. nothing, pagg. 1881, 132. nord, 192. Nord America, 349. noy, catal.,
471. -nsa, finland,, pag. 397. nu, rum., pag. 313!, nulla, pag. 131, 253, 254,
395, 396. numerali ausil., 297. numerali cardinali, 295, 297, 301. numerali
ordinali, 302. numerali speciali, 307. numerazione e tradizione, 300. .
numerazione giavn., 459. numerazione romana, 302. numeri arabi, 302. numero indetermin.,
309. numero singol. e plur., 63, 342. numeri primi, 435. Nurigian G., pag. 230.
nyika, suabili, pag. 2712. O, vacat., 462, 463. o, congiunz., pag. 42!. o,
numerico, ingl., p. 572. o, numerico, corean., pag. 572. ò, dan., pag. 272.
Oberon, astron., 363. oblò, 191. occhio, 215. occlusiva laringea, p. 61!.
Oceania, 351. oggi, 400. ognuno, 248, 249, pag. 184. oh!, 460, 462, 463. ohi!,
471. ohm, 379. iojalà!, spagn., 467. -olo, 369. -ologo (nomi in), 219. Okà,
359. Olimpo, 357, 379. ombrello, pag. 1615. Om.mani padme hum, p. 1071. on,
franc., pag. 211!. on, russ., serb., pag. 397. one, ingl., pag. 212. i oni,
russ., serb., pag. 397. ‘onice, 181. “ono, suff. piur., pag. 112.
onomatopeiche, 418 e segg. onze avo, port., pag. 2222. opportunista, 186. oppure,
442. ora, 302. ora, avv., 400. Orazio, pag. 365. ordine nel Creato, p. 37!..
ore una, 58. ori-masu, giapp., p. 1753. orologio, 216. oros, gr., pag. 2723.
Orsa Maggiore, 366. Orsa Minore, 366. ortografia, 85. Ortygia, pag. 2623. Osa
Mayor, pag. 282!. Osa Menor, pag. 2821. ossia, 442. osso, 222. “ota, 369.
otorinolaringologo, 219. ottava, pag. 230. ottavo, pag. 2295. ottimo, 321,
pagg. 244), 2512. otto, giapp., pag. 572. -otto, 369. ottone, 181. oui, franc.,
pag. 372!. out, ingl., pag. 307. — 437—- . REPERTORIO oxala, port., 467. Ozanam
G., pag. 492. ove, 403. ovest, 192. Ovidio, pag. 253. ovulo, pag. 1411. ovum,
lat., 200, 221. ovvero, 442. TT 195. pùii, lapp., pag. 2723. padapàtha, ind.,
pag. 65. paesi (nomi), 343. pagherò, 191. Palazzo Chigi, 379. paleolingua, pag.
1672. palermitano, 369. Pallade, astron., 363. pampa, 380. Panam, franc., pag.
2952. Panama, 351. panduwur, giav., p. 3751. pa-nginggil, giavan., pag. 37531,
paniere, 188. Pantruche, franc., p. 2952. Panzini A., pagg. l6l!, 2102. papa,
186. paradigmi superflui, 167. Paradise, ing!., pag. 266. parafango, 224.
parallelo a.., pag. 248, fig. paraonomatopeiche, 438, 439. parce que, franc.,
p. 358, g. parentela (nomi di), pag. 2371. paria, 186. parigino., parigot, 371.
« Parioli », 344. parmense, parmig., 369. parola, 74, 75, 78, 82 e segg., 208.
parole sdrucciole, 168. parole sostantivate, 197. parole tronche, 170.
parrucchiere, 188. [to] parse, ingl., pag. 3351. parti del discorso, 27, 34,
37. . personaggi «480. . Pesci, participio, 313 - part. passato e p. passivo
19, 20, 102, 106, 136 - p. presente, 22, 135. Pascarella C., pag. 2633. pascià,
191. passato prossimo, 95, 96, 137, 149. passato remoto, 149 passioni e
interiezioni, 438 e segg. passivo (lat.), 102. pat, giavan., pag. 375!.
pata-pata, giapp., p. 333?. patati-patata, franc., pag. 149. patatrac!, 419.
pater familias, pag. 153:. pausa e intonazione, 449. Pavia L., pag. 314!.
pechinese, 368. eggiorativi, 334. peggiore, pag. 247!. Pei3-ping!, pag. 2881.
peixe, port., pag. 50. pefia, pefion, spagn., pag. 2723. pentruca, pentruce,
rum., pag. 358, fig. per, 437. pera- pera, giapp., pag. 3332. perché, 412, 443,
447, 449, 450. perfetto, 148. persa, spagn., 372. Persia, 372, 376. persiano,
372. persone, 166 - 32 pers., 164, 480. del discorso, personne, franc.,
perugino, 369. astron., 366. pessimo, 321, pag. 244!. pessimus, lat., pag.
244!. pes,te, rum., pag. 50. petit, franc., 320. Petite Ourse, pag. 2821.
Petrarca F., pp. 123, 184, 197, 366, 321, 3272, 367. p.-1881. = dia morso — | 7
im REPERTORIO Pez, spagn., 209, pag. 50. pH, pag. 146!. « philosophia perennis
», 2 101, 315, 379. pianeta, 186. pianet; (nomi dei), 363. physema, gr., 130.
Piaget J., pag. 3512. Piave, 359. pi, franc., ingl., ted., 195. Piazza del
Popolo, pag. 1432. pidgin-English, pag. 221!. Pindo, 358. pin-pin, giapp., pag.
3332. piccolo, 332, pag. 244!. Piccolo Belt, 349.0 pigiama, pag. 1312. piove,
pag. 212. Pirenei, 358. pirlanta, turc., pag. 63!. pirite, 181. pirum, pirus,
lat., p. 142!. piscis, lat., 209. piscis, lat., 209. « pista! », 468.
pistacchio, 201. pi-takèn, giavan., p. 375!. pitecantropo, 230. più, 324, 337,
326, 399 - più d’uno, 59, 326. plaît-îl, franc., page 372!. Planck, pag. 171.
planina, slav., pag. 2723. plata, spagn., pag. 259°. pleut (il), franc., pag.
202. PleydenwurtF G., pag. 349. ploua, rum., pag. 202. pluit, lat., 30.
plurale, 59, 485 - dei pron., 239 - eterogeneo, 221 - p. generale, 208 - pl. in
i-, 208 - in -î, 217 pl. invariab., 223 - pl. con 1? pers., 485 e segg., 495 -
pl. con 2a pers,, 489, 495 - pl. dei verbi, 168, 169, 239, 494. pluralis
majestatis, pag. 3952. plus, franc., pag. 2531. Plutone, astron., 363. po,
tibet., pag. 145, 146. Po, 359. poarta, rum., 207. poco, 395. podestà, 191.
poema, 186. poesia e astronomia, 366. poeta, 186. poi, 400. poiché, 443, 447.
poisson, franc., pag. 50. -poli, 370. Polinesìa, 351. Polledro A., pag. 388.
pomodoro, 201, pag. 163. Pompeii, 343. pontefice, 188. Pop, ingl., pag. 3332.
popoli (nomi di), 351. popoli primitivi, 230. populus. lat., pag. 1432. porqué,
porque, spagn., pag. 358, fig. | port, franc., rum., 207. porta, ital., lat.,
207. portasigarette, 223. porte, franc., 207. porto, 207. portogallo, 201.
portus, lat., 207; posizione dell’aggett., 319. posizione dei vocaboli, 69.
posizione del corpo, pag. 3281. potato, ingl., pag. 1581. potenza, aritm., 306.
poubelle, franc., p. 298!. pourquoi, franc., pag. 358, fig. | « Prati », 344.
precedenza degli aggetti- vi, 287. Précieuses, 338. precipitevolissimevolmen-
te, pag. 323!. predicato, pag. 234!. prefissi intensivi, 409. preposizione, 37,
68, 413, 439. preposizioni 446. interiettive, = 9 REPERTORIO preposizioni
articol., 340, 348. «present continuous », in- gl., pag. 701, « present perfect
tense », ingl., pag. 70!. presente, pag. 69!, presto, 400, 416. pretore, 188.
prima, 400, 413. primate, 188. primo, 305, p. 2421, (ma- tem., 322 - i primi
due, 319. prìncipe, principio, 217. principî grammatic., 387. principio
economico, 208. principio del min. sforzo, 438. principio di Fermat, 159. pro,
lat., pag. 1651. processo analit., 91, 385. processo logico-linguisti- COMLDI
processo psicologico-lin- guistico, 15. processo sintetico, 385. pronome, 47
227 - an- tichissimo, 230. pronomi atonici, 241. pronomi di cosa, 482. pronomi
di cortesia, 500. pronomi dimostrativi, 233. pronomi enclitici, 242. pronomi
indefiniti, 245. pronomi integrali, 244 e segg. pronomi interrogat., 277.
pronomi negat., 250 e ss. pronomi neutri, 235. pronomi personali, 233. pronomi
di persona, 238, 479, 482. pronomi proclitici, 242. pronomi quantitativi 256.
pronomi reciproci, 263. pronomi relativi, 266. pronomi tipici, cap. XI, 226 e
segg. pronomi di vicinanza e lontananza, 236. DEIMOTTSIDTEZII A ENI pronunzia
brianzola, 359, pronunzia fiorentina, 359. pronunzia latina, 206. pronunzia
latina del gre- co, pag. 423. pronunzia tedesca, p. 61!. proposizione, 125 -
prop. relat., 271. prosodia latina, 176. pròtasi, 118, 119, 120, 122.
provincia, 218. psicologia linguistica, 437. pss!, pssst!, 471. pu4, cin., pag.
3152. puerta, puerto, spagn. 207. pulce, 181. puma, 131. pumane, duala, pag.
307. punti cardinali nei nomi geografici, 350. « punti di Ponzo », p. 255.
punto esclamativo, 449, punto interrogativo, 449, purché, 443. Purgatory,
ingl., pag. 266. puszta, 380. pyjama(s), ingl., p. 1372. qamar, ar., pag. 145,
146. quae, lat., pag. 200!. quale, 275. qualora, 443. quando, 146, 401, 443.
quando?, 410. quanto?, 410. quantum, lat., pag. 1281, quantunque, 443,
quartieri (noms di), 343, queenslandese, 368. quegli, 235, 482. quella, 235.
quelli, 237. quello, 499, quem, lat., pag. 201!. querce, pag. 1233. questa,
235, 236. questi, 235, 236, 482. questo, 499. qui, 402, 416. qui(s), lat., pag.
2031. quid, lat., pag. 203!. SC GAURE <JOOCQqoo@o
"————@‘lI'‘IIII:SIEGER:'R'IGÉ50 TL TT gu _"————_ REPERTORIO quindi,
400. quiqueriqui, spagn., pag. 332. quo, lat., pag. 343, 344. quod, lat., pag.
2031. quotation marks, ingl., 4031. r, iniziale, pag. 642. “ra, giapp, pag.
398. radar, 192. raddoppiamento conson. iniziale, 172, 448, 172, 242. radici
(origine onomato- ‘ peica), 439. radio, 184 f.). radiogoniometrista, 186. raggi
cosmici, pag. 140 fig. ragia[h], pag. 1351. ragionamento e congiun- zioni, 452.
ragione e fede, pag. 154- 155. ragione e linguaggio, 483. ragioniere, 188.
ragion sufficiente, p. 722, rains (it), ingl, pag. 202. Rajna P., pag. 302.
rango delle interiezioni, 456, 457. Ranska, finl., 375. ranskalainen, finl.,
375. ras, amar., pag. 208, 209. Ras Assir, pag. 257. Re, 223. re, pag. 1351.
re, nota mus., 193. realtà e grammatica, 101. realtà linguist., 491, pag. 383.
recluta, 184. Reed A., pag. 70'. referendum, 192. Rege, 223. reggia, 218.
reggiano, reggino, 371. Reggio Cal., Reggio Em,, 371. i regioni (nomi di), 346
e segg regnar (det), sved., p. 202. regnet (es), ted., p. 202. Rei, port., pag.
3712. religione e linguaggio, 220. Remer V., pag. 723. Reno, 359. res, lat.,
pag. 3572. retorica e teologia, p. 721. rettangolare, 321. Rho, pag. 261.
Rhodes C., pag. 271. Rhodesia, 351. ricsciò, 380. rickshaw, ingl., 380. rien,
franc., pag. 1314. rima, pag. 3041, Rio Colorado, pag. 233. Rio de la Plata,
pag. 2599. « risciacquare in Arno », pagg. 31, 2753. risparmio di energia, pag.
3511, river, ingl., 360. Rivetta P. S., pag. 2571. ro, giavan., pag. 3751. .
‘ro, sufl., 485. robinet, franc., pag. 202!. roditore, 188. Roghudi, pag. 261.
-rokòn, corean., pag. 3651. ròmai, ungher., 375. romanità dell’italiano, p.
127. « Romano de Roma », p. 2952, “rono, suff., 169. ron-ron, franc., pag.
330!. Rooma, finl., 375. roomalainen, finl., 375 Rosmini A., pagg. 301, 3382
Rossetti C., pp. 562, 1881, 246. Ruotsi, finl., 375. Russell R. J., pag. 1881.
Ruwenzorì, 357. Ryi-kyiî, 353. s, vibrazioni, pag. 116! - rumeno, pag. 263! -
im- pura, 298 - suff. plur., 223, 210. Sacchetti F., pag. 22. DIO. ge
REPERTORIO sache, ted., pag. 356. s,ah, pag. 134. Sahara, 361. saint-juniaud,
franc., 371. Saint-Valéry-en-Caux, 371 sa-kawan, giavan., pag. 3751. sake,
ingl., pag. 350!. Saksa, finl., 375. - saksalainen, finl., 375. salassà, tigré,
pag. 572. Salii, 217. Salomone, is., 350. salutissimi, pag. 252!. Salvini A.
M,, pag. 221. S. Bonaventura, pag. 72!. S. Agostino, pag 100!. S. Francesco,
144, p. 1742. pag. 350. Santhià, pag. 260. Santiago, 371. santiaguefio, spagn.,
371. santiaguero. spagn., 371. santiaguifio, spagn. 371. S. Tommaso, pagg. 371
721, 111, 144, 155, 381. sarcasmo, 450. sataru, ass.-babil., p. 105. satelliti
(nome dei), 363. satunggil, giavan., pag. 3751, Saturno, astron., 363. saveur,
franc., pag. 1241. Savini G., pag. 112. Savj-Lopez P., pagg. 463, 471, Savoia,
pag. 159. Savoia-Marchetti, 197. sa-wiji, giavan., pag. 374!. scacco matto,
pag. 134. scala di durezza, p. 249!. scala del Mohs, pag. 249!. scala del
Werner, p. 2491. scarica dell’energia verb., 4l. sceb bàre, cunama, pag. 2301.
sehachmatt, ted., pag. 134, schack, sved., pag. 134. Schelling, pag. 3791.
Scmidt G., pag. 1672. Schopenhauer, pag. 380. Schultz F., pp. 1181, 153. sciah,
pers., pag. 134!. sciams, ar., pag. 145. s’ciao, 467. scienza moderna, p. 170.
Scilla, 739. score, ingl., pag. 230!. Scotland Yard, 379. scriba, pag. 1472.
scogli (nomi di), 353. scrittura ideografica, pag. 31, scrittura di lingue
stra- niere, 86. scrittura sanscrita, 86. sé, pron, 280. sé, prep., 440, 443.
sé, stesso, 280. sebbene, 443. secondo, 303. sedicesimo, pag. 2295. Segneri,
pag. 377. Seine, 359. selene, pag. 145, 146. seme, 200. semien, lat., 199.
Sempronio, 284. Senna, 359. sentimento ed espressio- ne, 316 - sent nelle pre-
posizioni, 436 - e inte- riezioni, 438 e segg. sentòn, venez., pag. 3281.
seppuku=harakiri, p. 133. Seguana, 359, pag. 1472. serie, 214. sesso, pag. 1462
sestina, pag. 230. shall, ingl., pp. 1003 301". 133,359.ag Ac.agzbzbzbzb
sh'ang-chhi, tibet., pag. 3763. sh’e-kyem-pa, tibet., pag. 376! she, ingl.,
pag. 3901, - -should, ingl., pag. 310!. Shu C. C., pag. 118. si, pron., 280.
sì, 389 e segg. si (nota music.), 193. si, franc., pag. 3181. -si, finl., pag.
397. = 443 a REPERTORIO Siberia, 351. sich, ted., pag. 397. Sicrano, pag. 214!.
sie, ted., pag. 397. sierra, spagn., 358. signa, pag. 2291. significato
lessicale, 443. significato dei pron., 229. siji, giavan., pag. 3751, sik,
got., pag. 397. silenziatore, 188. sillaba aperta, 170. sillaba chiusa, 170.
simboli algebrici, 229. sineddoche, 379. sinico-, pag. 2951. sintassi, 57.
sintesi e analisi, 385. sintja, corean., pag. 4092. sinusoide, 321. Siracusa,
343. siriaco siriano, 375. sjebjà, russ., pag. 208, 209. skorogovorka, russ.,
pag. 2761. | slang americano, p. 1881. smirniota, 369. Socrate, pag. 59. Sofà,
191. sofista, pag. 59!. soggetto, 35, 36. ‘ soggetto collettivo, 57. soggetto
parlante o scri- vente, 477. soggetto personale, 493. soggetto della proposiz.,
477. soggetto sing. e plur., 55. soggetto sing. disgiuntivo, 60 soggetto di
verbo passivo, 20. soggetto in 12 pers., 477. sol, lat., pag. 145. sol, nota
music., pag. 160, 193. sole, 364. solforico, solforoso, pag. 2511. sommo, pag.
244!, sopra, 402. sono, pag. 1151. sora-ta, pag. 237!. sorcio, 216. sostantivo,
30, 44, 45. sostantivi astratti, 181. sostanza, pag. 21!. sosung, corean., p.
4092. sotto, 402. sou, franc., pag. 572. soll, franc., pag. 572. sous, franc.,
pag. 572. sovente, 400. sovietico, 380. Spagnolo G., pag. 377!. spasìbo, russ.,
467. \specie, 214. [to] spell, pag. 335!. ° spelling, pag. 107[ spesso, 400.
spezzino, 369. spia, 186. spiaggia, 218. spicanardo, spiganurdo, p. 184. sport,
223. sport e interiezioni, 442. squelette, franc., p. 126!. stagioni, 181.
stare--gerundio, pag. 93. stasi, 190. stati (nomi di), 346 e ss. stato d’animo
e interiez., 438 e segg. stato in luogo, 404, 427, 428 430 e segg. Stella
Polare, 366. steppa, 380. stile giornalistico, 117. sto, slavo, pag. 572.
Stoppani A., pag. 1072. Stora BjOrnen, pag. 2821. strofànto, pag. 422. su,
basco, pag. 572. sublime, 321. subordinazione, 441. sud, 192. Sud-America, 349.
Sudeti, 358. suffisso locat., 348. sukim, akaba, pag. 234. sueco, Suecia,
spagn. 372. suizo, Suiza, spagn., 372. Sumatra, 347, 351. — 44%= REPERTORIO —
Sumidagawa, 359. summus, lat., pag. 2442. Sundén A., pag. 70! Syracusae, lat.,
343. t, rum., pag. 263!. Tacchi - Venturi P., pag. 1691. T'ai, 376. T'aiz-uàn!,
pag. 272!. Tai-wan, pag. 2721. -taita, corean., pag. 3302. Takayama K., pag.
3U0!. tàk sjebje, russ., pag. 208, 209. talà, sotho, pag. 234. Tamigi, 277,
359. Tana, 359. tananarivese, 368. Tanganytka, 351. tanto, 398. tardi, 400.
Targioni-Tozzetti G., pag. -tari, giapp., pag. 308!. Tarozzi G., pag. 394.
Tasso T., pagg. 191, 234, 303, 304, 326. te, 497, 498. te, 191. telefono
(interiez.), 442. telegramma, 186. tellus, lat., 202. telu, giavan., pag. 3751.
tem-pa, tibet., pag. 376!. tempi composti, 21, 93, 94, 127, 129. tempo, 222.
tempo futuro, 152 e segg., 1728 | tempo imperfetto, 144 e segg., 168. tempo
passato, 143 e segg. tempo passato ipotet., 151 tempo perfetto, 167, 169. tempo
permansivo, 142. tempo presente, 137 e ss., 141, 168. tempora, 222. Tennò, pag.
1282. tense, ingl., pag. 3351... teologia e grammat., 220. teorema, 186.
teoremi, 14l. terminazione dei casi la- tini, 69. terminologia araba, pag.
3113. terminologia chimica, pag. 2511, terminologia tipograf., p. 2513. terra,
it., lat., 202. Terra, astron., 364. terzina, pag. 230. LESTIRZI Oa testo, 89.
« tettè », pag. 3735. Tevere, 359, pag. 2651. textum, lat., pag. 662. Thai,
Thailandia, pag. 876 Thames, 360. The Hague, pag. 2593. they, ingl., pag. 397.
Thielman P., pag. 99!. Thiene, pag. 261. thon, franc., pag. 50. thou, ingl.,
pag. 397. thren, tibet., pag. 4092. thu, got., sass., pag. 397. thunnus, lat.,
pag. 50. thygater, gr. pag. 335. te, pron, 498. ti, 497. ti, serb., pag. 397.
tibi, lat., 497. tiburtino, 371. ticinese, 378. i tiga°,:giavan., pag. 375!.
tiga-tenga, giavan., p. 228. tigre, 181. time, ingl., pag. 3351. timere, lat,
pag. 3191. tingere, lat., pag. 233!. tisi, 190. Tissi S., pag. 235!. Titania,
astron., 363. Tivoli, 371. tiyang-Jawi, giavan., pag. 3751, Tizio, 284.
tiz-tiz!, port. 469. tjirro, finl., pag. 2723. tjoiin, corean., pag. 409! to,
ingl., pag. 3441. —- 444 — igtizs1oy Google REPERTORIO to, russ., pag. 175,
176. tocco, tokko, galla, pag. 572.0 tochter, ted., pag. 335. Toddi, pagg. 149
227, 256, 288, 324, 348, 369, 382, 411. tomismo, pag. 379 e segg. Tommaseo N.,
pagg. 82, 22, 60, 1922, 2382. toki, toki-doki, giapp., p. 1481, TOkyò, pagg.
277, 2952 tokoro, tokoro-dokoro, giapp., pag. 149. ton, rum., pag. 50. tonno,
pag..50. z tonalità dei pronomi, 241. toni, pag. 117!. tono e significato, 460.
tono interrogativo, 277. “topi, giavan., pag. 572. topologia, pag. 190!.
torpedo, 184. toscanismi, 53. totalità numerica, 308. toutou, franc., 419.
tradizione, pag. 153! - e numerazione, 301. trampoliere, 188. tranvai, 190.
trapassato prossimo, 147. Trastevere, pag. 264. tre-alberi, 197. trec'ak,
croat., pag. 230. tre-cilindri, 197. tre-quarti, 197. tricastain, tricastinois,
fr., 371. tripolino, tripolitano, 370. Trissino G.-G., pag. 303. troika, pag.
131. trojka, croat., pag. 230. troppo, 395. tunturî, finl., pag. 2723. tsai4,
cin., pag. 75. Tsarigrad, pag. 289. Ts'ing, cin., pag. 2951. tsz4, cin., pagg.
207, 208. tu, pag. 1721. tu, lit., pag. 397. fu, corean., pag. 572. turin,
franc., 379. turkey, ingl., pag. 292!. tus!, spagn., 469. tutore, 188. tutto,
248, 249, 308. Twins, ingl., 366, two, ingl., pag. 572. ty, russ., pag. 397.
Tyche, pag. 2623. ubi, lat., pag. 343, 344. Uganda, 351. ugo, ugò, kinyamw.,
pag. 4091, : ugola, pag. 641. uguaglianza apparente, p. 131, uguale a..., pag.
248 fig. uh!, 456. uhr, ted., pag. 39!. ulema, 186. Umbriel, astron., 363.
umgangssprache, p. 2972. uno, 264. unde, lat., pagg. 2022, 344. universum, pag.
29!. uomo, 220. uovo, 200, 221. Urali, 258. urang-utang, 192. . Urano, astron.,
363. urì, alban., arab., pag. 571. urr, somaiedo, pag. 2723. urrah!, 457. |
Ursa Mare, rum., p. 282!. Ursa Mica, rum., p. 2821. u scia Allah!, pag. 3701.
uso, 161, 182. uvanga, eschim., pag. 269. Vaccari O. & E.E., pag. 811.
vaglia, 186 a). vai de mine!, rum., 461. valéricain, franc., 371. valeur,
franc., pag. 124!. valisoletano, spagn., 371. Valladolid, 371. valore relativo
delle affer- N maz. e negaz., 391. valore dei vocaboli, 309. — 445=- REPERTORIO
valore metrico d. aggett., 332, 333. Vangelo, pagg. 171, 872, 111. vaporiera,
376. Varady E., pag. 97!. varesotto, 369. varful, rum., pag. 2723. vay, turc.,
461. ve, 498. Vecchia Castiglia, p. 268, 26%. Veccia, Vaglieri L., pagg. 782,
3113. Vega, pag. 284. veglionissimo, pag. 252!. Veii, 343. Venere, astron.,
363. Venezia Giulia, 349. Venezuela, 351. venire, aus. passivo, 105, pag. 74 -
divenire, 105, 136, 137. ventilatore, 188. « verbal noun », ingl., pag. 94. «
verba timendi », lat., 393 verbi, in geogr., 339. verbi ausiliari, 16. verbi
composti, 426. verbi forti, 159. verbi meteorologici, 29, 31 verbi transitivi,
107. Verbo, teol., pagg. 171, 873. verbo, 22, 24, 111, 123, 127, 385 -
localizzaz. nel tempo, 125. verbo intransitivo, 40. verbo singol. e plur., 55.
verbo sostantivato, 37. verbo transitivo, 17, 37, verbum, lat., pag. 171.
Vergine, astron., 366. verità, 191. vermut, 197. vespasiano, 379. Vespucci A.,
pag. 271. Veslot H., pag. 562. Vesta, astron., 363. vettore, 188.
vezzeggiativo, 334. vi, 403, 498, pag. 175. vi, serbo, pag. 397. via Gaetana,
pag. 299. Via Lattea, pag. 284. vicinanza e lontananza, 236, 499. « viitorul I»
e « II » rum.,, pag. 1002. Viminale, 357, 379. virago, 184. Virgilio, pagg. 6,
45. virgolette, 492, pag. 403. virtù, 191, 223. virtù magica della parola, pag.
107! vocabolario, 76, 309. vocabulary, ingl., pp. 56), 2972. vocale accentata,
191. vocale aperta, 170. vocale chiusa, 170. vocale finale, 183. vocali alte,
84. vocali anteriori, 84. vocali basse, 84. vocali palatali, 84. vocali
posteriori, 84. vocali velari,, 84. vocativo, 237, 496. voce verbale, 111. voi,
490 - voi e Lei, pag. 411. Volga, 359. volontà; 155. Volsinii, 343. volt, 379 -
volt, volta, 432. Volta A., 298. von, ted., 432. Vosgi, 358. vrh, slav., pag.
2723. vy, russ., pag. 397. Waisman F., pag. 182!. wana-wana, giapp., pag. 334.
Wangsul-lan, giav., pag. 3751, wan4-wu4, cin., p. 145-146. ware-ra, giapp. pag.
398. warum, ted., pag. 358. — 446 — REPERTORIO watakushi, giapp., 409. pas.
watakushi - domo, giapp. pag. 398. we, sass., ingl., pag. 397. Weerley E., pag.
350. weil, ted., pag. 358. Weil E., pag. 1161. werden, ted., pag. 732. what,
ingl., pag. 2031. what's-his-name, p. 212. whatyoumaycallit, p. 212. whazzit,
pag. 2121. when, ingl., pag. 203!. where, ingl., pagg. 2031, 343. who, ingl.,
pag. 203!. why, ingl., pag. 358 fig. Wieland C. M., pag. 2793. Wilder G. D.,
pag. 2072. will, ingl., 155, pag. 1003, pag. 3101. Wilson J. L., pag. 3391.
wir, ted., pag. 397. wit, got., pag. 397. woh, woh-woh, giavan., p. 149. woì,
cin., pag. 3963. Wohlgemuth M., pag. 349. wo3-men, cin., pag. 3963. wong -
Ja°wa° giavan., p. 3751. Woo K. T., pag. 118. would, ingl., pag. 3101. wu},
cin., pagg. 572, 3152. Wundt G., pag. 664. x, 194. xadrez, port., pag. 134. Y,
franc., pag. 1743. Yahveh, pag. 33. yama, giapp., pag. 274!. Yamazaki I., pagg.
175?, 284. Yamaguchi H. S. K., pag. 3001. Yarra-yarra, 359. yang?, cin., pag.
145, 146. yang e vin!, cin., 204. Yang-ma, pag. 2612. Yang-tze-kiang, 360.
yazik, turc., 461. Yedo, pag. 2952. yedokko, giapp., p. 2952. yin! cin., pagg.
145, 146.. Yò, giapp., 204. yu3, cin., pag. 75!. yuki, giapp., pag. 212. Zacchi
P., pag. 152. zahraka!, ar., 468. zambo, pag. 296, 297. Zapotechi, pag. 2931.
zecelea, rum., pag. 2272. zecime, rum, pag. 2272. zen, e lingua giapp., 73.
zickzack, ted., pag. 332. zigzag, pag. 332. Zodiaco, 366, pg. 140, 283. zona
verbale, 34. zun-zun, giapp., pag. 3332. Zutano, spagn., pag. 2141. zweifel,
ted., pag. 3572. == dia FINITO DI STAMPARE il 21 Aprile 1947 nello stabilimento
della CASA EDITRICE DE CARLO in Roma i % n Se a cn i n e i N n nn a
rafPalilià_——" posta daC. Nome compiuto: Rivetta.
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