GRICE ITALO A-Z R REN
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Renier:
la ragione conversazionale e l’implicatura – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Treviso).
Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Essential Italian philosopher. Studia in
Camerino, Urbino, ed Ancona, a Bologna, sotto CARDUCCI, Torino, e Firenze,
sotto BARTOLI. Insegna a Torino. Fonda il “Giornale storico della litteratura e
la filosofia italiana”, «profonden dovi, negli studi particolari, nelle
rassegne, negli annunci analitici e in un ricchissimo notiziario, un vero
inesauribile tesoro di cultura, di notizie, di rilievi. Cura importanti
edizioni critiche e monografie. I suoi saggi critici spaziano attraverso tutta
la letteratura e la filosofia italiana. “Il tipo estetico della donna nel medio
evo” (Ancona, Morelli); Isabella d'Este Gonzaga” (Roma, Vercellini); “Mantova e
Urbino” (Torino, Roux); “La cultura e le relazioni letterarie d'Isabella d'Este
Gonzaga (Torino, Loescher); “Svaghi critici” (Bari, Laterza); Luzio, La coltura
e le relazioni letterarie di Isabella d'Este Gonzaga, Sylvestre Bonnard.
Vendittis, Letteratura italiana. I critici, Milano, Marzorati, Renda, Operti,
Dizionario storico della letteratura italiana (Torino, Paravia); Letteratura
italiana. Gli Autori, Torino, Einaudi. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. SVAGHI CRITICI. CENNI SULL'OSO DELL'ANTICO
GERGO FURBESCO Tuttociò senza che vi siano se non pochissime tracce si 1 1
Flamini, Studi ili «torta letter. Hai. e straniera, Livorno, im. A c. r. Vedi
Zardo, Petrarca e i Carraresi, Milano. In quest'ultimo luogo Zardo afferma che
le terzine, da lui non riferite perché non ne inleseil senso, sono forse
scritte in lingua furbesca. Neri ha la cortesia d'inviarmene una esatta
trascrizione, che mi convince non esservi alcuna frase veramente gergale. (3i
Si consulti la lettera del rimpianto Milanesi da me edita nella prefazione alla
mia versione del Slnduy, Br. [Mini (ij Sono parole di Borgognoni nella Rassegna
settimanaie, cure di vero gergo furbesco; come una parte delle rime del
Burchiello e dei Burchielleschi. Per qupl che ho potuto veder io, tanto nel
caso di Burchiello quanto dei Burchielleschi, la cosa più difficile è decidere
quanta parte della loro poesia è veramente senza senno e rientri in quel giuoco
di spirito, che ha una storia ben lunga e (convien confessarlo) poco edificante,
per cui non si dice nulla facendo le viste di dir qualche cosa. Ma in questa
poesia alla burchia, da cui il barbiere di Calimala trasse il suo soprannome, I
critici, veramente, credettero di ravvisarvelo, e già Fujjia vi trova ? A parer
mio, la parte che vi ha il furbesco non è molta. Vedi il sonetto invettiva
contro un ignoto poeta, che dal celebre ms. Magi. trasse Spinelli, Poeaie
inedite di Galeotto del Carretto, Savona Ivi calcagni compagni e truccare e
cerre mani sono sincere parole furbesche, ed altre forse se ne ravviserebbero,
se il testo non fosse guasto. L'invettiva acerba richiama l'uso del gergo, come
può persino scorgersi nei sonetti scambiati fra Dante e Forese, sebbene di
furbesco deciso là non sia il caso di parlare. Bossi, che ha il merito d'illustrare
quel notevolissimo documento storico e letterario, mise insieme anche un elenco
delle parole di gergo usate dallo Strazzòla. Vedilo nel Oiorn. stor. Quello £
gergo veneto della più bell'acqua. Uno spoglio della nostra poesia giocosa e
delle commedie antiche darebbe, a questo proposito, frutti eccellenti. Il
Lii-hi nel Malmantile, II, 5 fa che un suo personaggio fin 12 censi sull'uso
dell'antico gergo furbesco continuato del gergo, vale a dire dai componimenti
gergali da capo a fondo. E di questi (quando se ne eccettui Pulci, la cui
produzione furbesca rimane pressoché ignota), fu forse il primo Brocardo a dare
esempio, conseguendovi una certa celebrità attestata dalle parole di Villani.
Per questa parte Brocardo terrebbe fra noi il posto che occupa rispetto all'uso
letterario del gergo francese Villon. tosi baro vada chiedendo un po1 di bene
per Sant'Alto Sani'Allo è designazione notissima di Dio nel parlare furbesco.
Lastri nel luogo sopra menzionato dell' Osservatore fiorentino cita un passo
delle Storie fiorentinede] Varchi ove è detto: « Appariscono più lettere, non
in cifra, ma in gergo, ad uso di lingua furfantina, molto strano. Gitakixi
termina con una battuta furbesca la se. X dell'Atto III della sua Idropica. Vi
occorrono note parole di gergo come contrapunto, cordovano, sbasire, lenza,
fratengo, cosco, monello, canzonare, grimo. Vedi l' ediz. veronese. Il cui
giudizio fu, senza citarne l'autore, ripetuto dal Crescimbeni e poi dal Del
Furia, in Alti Accad. Crusca, ove scrisse che Brocardo fu l'inventore della
lingua gerga o furbesca . Su questo ingegnosissimo scapigliato criminnlp del
sec. XV è ora da vedere il bel libretto di G. Paris, Francois Villon, Paris,
1901. Le sei ballate in gergo, che sono veramente sue, e le cinque altre d'un
ms. di Stocolma, che gli furono attribuite, costituiscono il più antico
patrimonio gergale francese. Quell'antico materiale fu studiato senza troppo
metodo, ma con informazione larghissima da A. Vrrr nel volume notevole Le
jargon du X V siècle, Paris, 1884, che ho consultato più volte con profitto. Ma
di capitale importanza pel gergo del Villjy^e per gli altri documenti scritti
nel furbesco francese è il libro di L. Schòne, Le jargon et jobelin de Francois
Villon sitivi du jargon au thèàtre, Paris, 1888. Ben altrimenti che in Italia
fu studiato in Francia Vargot, del quale si compiacquero anche i romanzieri
moderni (V. Hugo, Sue, Ad attestarci la facilità ch'egli aveva a scrivere in
gergo sta una delle tre lettere alla cortigiana Manetta Mirtilla; quella che il
Brocardo le diresse da Padova, dove studiava leggi. In essa lettera sono due
periodi furbeschi, che riferisco ed interpreto. Sono fatte le vacationi nello
Studio, et io fornirò il libro et lo vi mandaró tanto più con ordine et meglio
scritto, quanto più vorrò mostrarvi che non è fede pari alla mia, non restando
però dall'esservi quel inimico che io vi sono, dannosa rubuina, che se mi
rifondo un lustro alla bolla della lenza, ve la martinerò coi merli che non
potrete più amarezar contro, di Simon. Se contrapontizatt in amaro col
cornifico, che farete coi tjaii di vostrisef Gli dovete ammartinare et carpir
la perpetua dal fusto con quelle cerette fratenghe, le quali Versione. lingua
diabolica, che se mi reco un giorno a Venezia, ve la trafiggerò con i denti,
che non potrete più ingiuriarmi. Se voi mormorate del fratello, che farete con
gli amanti vostri? Li dovete pugnalare e strappar loro l'anima dal corpo con
quelle buone manine, le quali con le ginocchia in terra bacio di tutta anima.
Rai zac, Zola), che ne lardellarono talvolta certi loro libri. La Bildiographie raisonnée
de l'argot et de la langue verte en Frnnce du XV (in XX siede di E.
Yve-Plessis, Paris, comprende ben 865 numeri!! DeìVargot moderno parigino, che è in continua
evoluzione, si hanno parecchi dizionari. Per quel che spetta al gergo francese
più antico, é pur sempre prezioso e fondamentale il volume di Fr. Michel,
Eludei de philologie comparie sur l'argot, Paris. Cfr. ÌIazzuchelu, Scrittori.
con le seste alla calcosa morfisco di tutta perpetua. Volea tornare al nostro
parlare, ina come si dice che chi sta furfante tre eli soli, mai più non può
lasciare quella vita, coni chi comincia a scrivere cella loro lingua, da virtù
furfantesca sforzato, convien, se ben nonvolesse, finire in quella. Vostrodeno,
dunque, rifonderà breviosa per breviosa, se sbasirete così per lo cornifico,
come il carni fico per vostrise. Del quale vi potrà poi dannezzar l'osmo
rifonditor di questa. Vostrise rifonda morfa et morfa, per nome del cornifico,
a l'osino della bolla dei tuferi, cornifico et inazo mio fratengo, et a tutti i
gali di vostrodeno Rifondo stanga al burlante et ri morfisco tutta da chietina
a calchi. Di vostrise, maza sant'alta Ant. Brocardo cornifico et falconissimo
con cera comprante viole. V. S., dunque, risponderà con una lettera a questa
lettera, se morrete cosi pel fratello, come il fratello per voi. Del quale
potrà poi informarvi l'uomo latore di questa. Voi date bocca e bocca, per nome
del fratello, all'uomo di Vicenza, fratello e signore mio ottimo, e a tutti gli
amanti di V. S. Do stanga all'uscio (idest finisco) e vi bacio tutta da capo a
piedi. Di voi, divina signora, Ant. Brocardo fratello e servitorissimo, con
mano fuggevole (*). Vedi Lettere volgari di diversi nobilinsimi homini ecc.,
race, da P. Alamijj^^ L. II, p. ili e anche la Xuova scelta di lettere race, da
±S. Pino, p. 336. Cfr. pure Cian nel Oiorn. degli eruditi e curiosi. La mia
interpretazione coincide quasi interamente con quella che diede V. Eossi a p.
30 «. del libretto del Vitaliani, che citerò tra breve e che fu edito quando
questi miei cenni erano già stesi. In questo gergo furfantesco veneto avrebbe
il Brocardo, secondo Alessandro Zanco, scritto un Capitolo in rima, e
probabilmente non quello solo, se in questo genere di composizioni egli si
guadagnò reputazione siffatta, da esser creduto l'inventore di quel linguaggio.
Nulla sinora sape vasi della produzione letteraria furbesca del Brocardo; ma io
credo di non ingannarmi supponendo ch'essa ci sia in parte conservata da un codicetto
anonimo cinquecentista, già posseduto dal marchese 6. Campori, ed ora
depositato all'Estense. Sono già passati molti anni che il rimpianto marchese,
con la liberalità eccezionale ond'era dotato, accondiscese al mio desiderio di
avere in prestito quel codicetto ('), sicché io ebbi agio di ricopiarmelo
tutto. E un zibaldoncino di 55 carte, evidentemente dovuto ad un dilettante di
poesia furbesca, che potrebbe anche essere il Brocardo medesimo. Le prime 26
carte sono occupate da uno spoglio copioso di parole e frasi gergali, ad alcune
delle quali è messa accanto la spiegazione, il che accade pure in un altro
elenco finale, che empie fi) Xe rinvenni dapprima notizia nel Catalogo dei mss.
Campori compilato da E. Vaxdwi. Il nostro codicetto ha il n. 425 nella
Appendice I, Modena. Noto la nomenclatura dei vari dragoni, cioè « dottori e
quella interessante, e solo in parte nota, delle Mie, cioè • città ». la questa
parte è pure svelato il segreto dei nomi da intendere quello ha il compagno
quando si gio« cha alle carte », vale a dire il frasario convenzionale dei
bari. 16 censi sull'oso dell'antico gergo furbesco le carte 52-55 del ras. Nel
mezzo sono scritte parecchie poesie (vale a dire due capitoli o ternari, trenta
sonetti ed una stanza) tutte d'una stessa mano, ma alcune scritte
accuratamente, altre affrettatamente. Le cancellature e correzioni della mano
medesima mostrano che il codicetto è autografo e che almeno alcune di quelle
rime sono fattura della persona stessa che quivi le scrisse. Certamente questo
ras., dal quale forse mi avverrà di trarre in seguito altre comunicazioni, è
d'interesse capitale per chi voglia studiare il furbesco del nostro
Cinquecento. La ragione per cui inclino ad attribuirlo al Brocardo non sta solo
nella coincidenza perfetta di questo gergo con quello che il Brocardo usò nella
riferita lettera, nè solo nella fama ch'egli ebbe di maestro nel linguaggio
furfantino, ma anche in un altro fatto che mi pare significante. Tutti sanno
che l'episodio capitale della vita del Brocardo sta nella sua ribellione alla
dittatura letteraria di Pietro Bembo, ribellione che produsse un vero scandalo,
che tirò addosso all'infelice giovine le ire di molti, fra cui quelle di Pietro
Aretino, e che forse contribuì al suo spegnersi immaturo. Quivi è una lunga e
interessante lista di rase iUUi furbi, cioè dei diversi inganni dei vagabondi,
nelle loro espressioni di gergo, ed inoltre ijriomi furbeschi di molti santi.
Per questo episodio vedi Mazzuchki.i.i, II, IV, 219; Vmoiu, F. Berni, Firenze;
V. Ci an, Decennio, pagine 178-183; C. Bertaxi. Pietro Aretino e le sue opere,
Sondrio. Come accennai, erano già scritte queste mie pa Il chiasso fu tale, che
in Padova si formarono due fazioni: quella dei Brocardiani e quella degli
anti-Brocardiani ('). Le ire dovettero sfogarsi particolarmente in versi, e si
deplora che di quei versi ben pochi siano giunti a noi (2). Quelli atroci con
cui l'Aretino da vasi vanto d'aver ammazzato il Brocardo, non li conosciamo: nè
si conoscevan finora le risposte con cui certo non mancò di dargli addosso il
Brocardo (3). Quale cosa più probabile che in quelle invettive il giovine poeta
usasse il gergo, che gli era famigliare e che all'invettiva particolarmente
riusciva acconcio? Il modo con cui Bernardo Tasso, in una lettera all'Aretino,
cercò scusare l'amico suo d'uno di quei sonetti non esclude davvero ch'essi
fossero scritti in una lingua incomprensibile (*). Ora, nel codicetto Campori
esistono per lo meno due sonetti diretti contro l'Aretino, nè è detto che non
ve ne sia qualche altro in cui non appaia il nome di lui e che pur lo abbiano
in mira. gine quando comparve il libretto di D. Vitaliahi su Antonio Brorardo,
Lonigo, 1902, ove i fatti sono estesamente narrati ed esaminati. Cfr. Ciak.
Vedi Vitamani, Op. cit., pp. 99-100. Il sonetto del ms. della Marciana, che si
dice essere stato scritto dal Brocardo contro l'Aretino (v. Vitaliani, pp.
42-44), è certo minima parte di quella diatriba velenosa. Dice il Tasso che
quel sonetto « fra Taltre cose, non • s'intende che si voglia dire; e par più
tosto fatto contra una puttana • (Lettere scritte a Pietro Aretino, ed.
Landoni. Doveva essere ben oscuro, se era possibile un dubbio siffatto! Ecco i
sonetti, che sono oscurissimi, volutamente oscuri: La ludovica calca vii
baceone masca che il eapuan Pietro Aretino, con il suo canzonar vago e. divino,
l'altrui fama imbrunisca da Marone. Amor per che il cavato e ver dragone d'ogni
osmo di campagnapellegrino fratengamente travaglia e il lodesino al sfoglioso
di .grandi s'il rippone. Però di salso lui canzona e frappa di maggi loi
ch'hanno già smarrita la calca d'ogni virtude et fatti goi. Acciò ch'a più
fratenga et onta vita ritracchi ognun, li loffiosi suoi errori imbianca con la
mista unita Pietro Aretin, che la tua serpentina Sant'Alto l'ha riffosa in si
furore per il qual speglia e tartisse ogni signore che contra lor non trucchi
alla marina. Fratenga sorte bella e pellegrina che mancando in amor et in
ardore in alto sbigni si ch'a grande onore di cavi liniator sei posto in cima.
A vostriso si riffonde dell'albume d'ogni fiorita cerra nella bolla che batte
la gran lenza a la marina. Ivi Simon il preggiato rosume spande al sono di
fiori e poi per fola con guaschi cavi solazzi Pedrina (!). Il sonetto è
irregolare nelle rime e ha parecchi versi che non tornano. Coi mezzi di cui
dispongo se ne intendono bensì diverse parole e frasi, ma non il senso
generale. Solo l'ultima terzina parmi sia da interpretare così: « Perchè «
ognuno ritorni a vita più^dfona e bella, [l'Autore] con l'unita « lettera
scopre la nefandità degli errori di lui [Aretino] » Mi è chiara solo la prima
terzina: A voi si dà del « denaro da ogni bella mano nella città che batte la
gran ; Lii presenza di questi due sonetti, che possono offrire un saggio del
più puro furbesco vèneto, rende assai verosimile, a me sembra, che al Brocardo
appartenga, in tutto od in parte, la raccoltimi del ìus. Campori. Nella quale
raccoltina ricompaiono pure la stanza, il capitolo in lode del contrappunto o
parlar furbesco (l), ed i quattro sonetti, che sono stampati in fondo al Modo
novo da intendere la lingua serga (2): tutti componimenti che non ri d'acqua a
la marina ». Non si creda che il vocabolo Pedrina, con cui il sonetto si
chiude, accenni a Perina Riccia, una delle amanti dell'Aretino a Venezia. Se è
vero che nel 1537 essa avesse soli 14 anni (cfr. Bertasìi), non poteva il
Brocardo alludere a lei nel '31. Inoltre v'è la frase furbesca satirizzar
Pedrina, che vale « darsi buon tempo ». Essa ricorre in un altro sonetto del
codice Campori : Et se in la rasa sguazzare Pedrina ». (1) Contrappunto dice «
farsetto • nel gergo del Pulci e lingua nel gergo veneto. Il passaggio
ideologico è il medesimo per cui i Sardi chiamano il gergo cobertanza. Due di
quei sonetti passarono anche nei cit. Studii sulle lingue furbesche del
Biondelli, a pp. 169-70. Riferisco la stanza correggendone gli errori con
l'aiuto del codice; Chi tuoI far l'arte del buon calcagnante attenda, che monel
vi farà cima. Vostriso il tappo anelle e le tirante, il basto sodo e gualdi
nella lima. Se tu vuoi aste a morrizar raspante, riffbndi il talian a qualche
grìitia. Sul burchio truccarsi per la calcosa e avrai sempre gonfiata la
sfoiosa. Interpreterei cosi : « Stia attento eh*" vuol fare l'arte del
buon compagnone, che lo farò diventar perfetto. Bucati (?) siano • il vostro
mantello e le brache; la giubba sucida; pidocchi « nel! a camicia. Se vuoi
denari per mangiar capponi, dà l'e sca (?) a qualche vecchia. -Tu n'andrai a
cavallo per la terra « e avrai sempre piena la borsa salgono all'autore di quell'antico
lessico, perchè il lessico non serve ad intenderli compiutamente, e perchè
l'editore vi lasciò correre molti errori manifesti, che nel ms. Campori sono.
Quindi la raccolta del codice Campori è anteriore alla edizione principe
rarissima del Modo novo, che. è del 1549. Quel libretto, che ci rappresenta la
lingua dei hianti e dei pitocchi nell'Italia superiore (') fu Bitinte, come ci
insegna la Crusca, vale vagabondo, « che • va intorno birboneggiando e cercando
di truffare il pros« simo » . Questi pericolosi individui, nelle loro numerose
suddivisioni in mendicanti, mercenari, cerretani, ladri, merciaioli ambulanti,
avventurieri, scrocconi, ecc., che popolarono in Francia le corti dei miracoli,
si costituirono in Parigi, fin dal Quattrocento, in una corporazione avente la
sua gerarchia, i suoi statuti, la sua lingua. Vedi pp. 3 sgg. dell'Op. cit. di
A. Vitu, e l'articolo di Fh. Micukl nel I voi. dell'opera Le mot/en-age et la
renaissance, ove alle categorie dei vagabondi francesi sono accostate quelle
dei vagabondi italiani, quali furono noverate da Raffaele Frianoro. Questo
Frianoro è pseudonimo del padre Giacinto de' Nobili, romano, che nel lò!)4 fu
ascritto ai domenicani di Viterbo e dettò varie opere di religione e
riguardanti la storia del suo ordine (cfr. QukriF-EcHAKD, Script, ord.
praedicatorum, II, 408). Per trastullo egli pubblicò nel 1621, col pseudonimo
di Frianoro, un libretto dal titolo II vagabondo, ovvero Sferza de' bianti e
vagabondi, che ebbe varie edizioni antiche ed una moderna, procurata da
Alessandro Torri in Pisa pel Capurro nel 1W28, con le false indicazioni «
Italia, F. Didot =• e col titolo di Trattato dei bianti. Vedi per la
bibliografia Passalo, Xovell. Hai. in prosa -, I, 392 sgg. e le aggiunte di A.
Tkssieu nel Oiom. degli ermi, e curiosi, li, 555 sgg. Sono trentaquattro le
categorie di vagabondi che il Xobili registra, esemplificandone con acconcie
novellette le gesta. Quivi talora essi parlano con qualche termine del loro
misterioso linguaggio, e persino alcuni dei loro nomi ritraggono dal gergo: p.
es. morghigeri da Morgana « campana ristampato molte volte (4) ed è finora il
principale, quantunque defieentissimo, strumento che ci sia concesso per
intendere, alla peggio o alla meglio, l'antico gergo furbesco italiano (*). Intorno
a quel primo nucleo si potranno raggruppare molti altri vocaboli da chi sappia
convenienteniente trar partito dal codice tto Cam pori e dai e ruffiti,
bruciati, da ruffa « fuoco ». Interessante è ciò che scrive di codesti furfanti
T. Garzoni ne] disc. 72 della sua l'iazza universale, ove riferisce anche
parole del loro gergo, evidentemente dedotte, insieme con la prima quartina
d'un sonetto furbesco, dal Modo novo. Vedil'ediz. citata della Piazza, Venezia,
1592, a pp. 582 e 584. (li Del Modo novo, dal 1549 in poi, si ebbero una
quindicina di edizioni, tutte oggi rare. Si possono vedere annoverate dal
Biicket, Manuel, 111,1784 e dal Pitrè, Bibliografia delle tradiz. popolari,
Torino-Palermo, 1894, pp. 172-73. Il piccolo lessico, come dice un sonetto proemiale,
fu fatto con lo scopo pratico di far intendere ai galantuomini, per loro
difesa, il gergo dei birbanti. Il Modo novo fu dal Torri accodato, con ottimo
pensiero, all'ediz. pisana del Trattalo dei bianti, ed è questa la ristampa
meno difficile a trovarsi, sebbene il libretto sia stato tirato a soli '250
esemplari. Con poche aggiunte, tutte da qualche testo furbesco, il Modo novo
ritorna, in forma più rigorosamente alfabetica, negli Studii sulle lingue
furbesche di B. Biondelli e nel menzionato volume di Elude» sur l'argot di Fu.
Michel, app. 425 sgg. L'Ascoli, Studii critici, I, 102 n. menziona come cose
diverse dal Modo novo suddetto due pubblicazioni di Pietro e Giov. Maria Sabio,
che i bibliografi registrano, il Vocalmlario della lingua zerga, Venezia, 1556
e il Libro zergo de interpretare la lingua zerga, Venezia, 15G5. Io cercai
indarno di vedere questi due libretti, che non esistono neppure nella Marciana.
Il Michel pure, che li cita a p. 424, non credo li abbia veduti. Ilo un fiero
dubbio che siano, sott'altro titolo, ristampe del Modo novo, e in questo dubbio
mi conferma anche una not3 sgg. Sul gergo dei pastori del Bergamasco si
trattenne re 28 cenni sull'uso dellUnttco gergo FURBESCO e criminalisti (').
Prescindendo dall'enorme varietà della terminologia oscena, che si rinnova e si
arricchisce di continuo molti termini del plicate volte, in speciali memorie,
A. Tirabosciu, che tornò ad occuparsene in appendice a] suo Vocabolario
bergamasco. Un saggio di gergo torinese fu messo insieme da A. Vihiglio nell1
opuscolo Come si parla a Torino, Torino, 1897, pp. 38 sgg. Un elenco di
vocabili furbeschi palermitani si trova nell'opera del Pitrè, Usi e costumi
siciliani, II, 319-36. Per altre piccole raccolte vedi la Bibliografia del
Pitrè. stesso ed anche K. Sachs nel Literaturblatt far gemi, und roman.
Pliilotogie, XX, 414. (1) Alcuni fra i contributi dei criminalisti, sebbene non
abbiano scopo filologico, sono preziosi. Pei gerghi della bassa mafia e della
camorra, vedasi il Pitrè, Op. ci/, e Archivio di psichiatria, 111,448-50; X.
271-76: XXI. 9b-101.Per quello toscano, Ardi, cit., XI, 220; per quello romano,
Xicufuro e Sighele, La mala vita a Roma, Torino, 1898 passim, ma specialm.
107-72; per quello piemontese, oltre il cit. Viriglio, Ardi., Vili, 125130; per
quello veneto, Ardi., I, 204-12. Il Soranzo ed il Pitrè registrano un
Vocabolario dei gerghi veneziani più oscuri di L. Pasto, Venezia, 1803. ma a me
non riuscì di averlo fra mani. Questi ed altri materiali pone a profitto, con
osservazioni non tutte inutili, C. Lombroso, nell'ultima ediz. dell' Uomo
delinquente*, I, 531 sgg. 11 libro di A. Xicefoko, // gergo nei normali, nei
degenerati e nei criminali, Torino 1897, mantiene assai meno di quel che il
titolo prometta e gli studiosi del furbesco italiano avranno ben poco da
apprendervi. (2j Nel linguaggio erotico le parole di gergo passano spesso nella
lingua o viceversa. Vedasi la ricchezza delle denominazioni date alle meretrici
secondo gli scrittori napoletani dal sec. XV al XVII in S. Di Giacomo. La
prostituzione in Napoli nei sec. XV-XV1I, Napoli, 1899, pp. £H>-97. Più
d'una volta il Lombroso ha ripetuto dal Dufodr, Histoire de la prostitution,
che nella lingua erotica francese del sec. XVI l'atto venereo aveva 300
sinonimi, le parti sessuali 400, le prostitute 103. Nel furbesco torinese
recentissimo, p. es., dice « prostituta » anche bicicletta, forse per analogia
con pietà (bicia) che ha il medesimo senso. gergo antico ricompaiono tali e
quali nelle parlate moderne dei truffatori e dei ladri ('), e vi sono voci
gergali che riescono a penetrare nei dialetti e a farsi accogliere persino
nella lingua letteraria ("'). Chi consideri questo, vedrà age Lenza, lima,
maggio, perpetua, dragone, ecc. sono ancor vivi e comunissimi in varie parlate
furbesche d'Italia, nel si-nso stesso che avevano nel Cinquecento. Cosi pure i
prouomi mascherati, come mamma per « io » (nel gergo antico mia madre io •, tua
madre * tu », accanto a simone, monello ecc. per io »; vostriso, vostrodeno
ecc.). Cfr. Lombroso, Op. cit., I, 542-43 e 550. Lustro dice giorno » nel gergo
veneto odierno; Instic nel piemontese. Del gergo piemontese è pure calcusana
per « terra >, l'antico calcosa; magruna per morte », l'antica magra;
sfóióse per « carte >; riaro pungent per aceto », antico chiaro vino » ;
viprósa per « lingua , analogo all'ant. serpentina (Ardi, di psirhialria, Vili,
125 sgg.). E a Firenze oggi pure è detto in furbesco ridarò il vino », Itnxa
l'« acqua », raspanti i « polli », fangose le « scarpe »; a Torino fangóse ecc.
(Arch. cit., XI, 220). Un giuoco di carte fatto per ingannare i gonzi è ancora
detto dai bari trucco delle sfogliose » (..IrcA. cit., XIX, 874). In Valsoana
si usa hriina per notte »; chiarir per « bere »; romene per « bastone », ant.
ramengo ; rUf per fuoco » ; barar per « guardare », ant. Ixdcare, ed il
bellissimo marconar per maritarsi », che risponde agli antichi marca « donna »
e quindi meretrice » e marcane « rumano ». La mala vita di Roma conosce tuttora
I ih iosa per « prigione » ; sgrondare per « rubare », ant. grand/re, e
grane-io « ladro »; bianchetto « argento » analogo all'ant. albume; forntica
soldato »; grimo « vecchio » ecc. Invece il furbesco dei manosi e quello dei
camorristi non presentano alcuna somiglianza col gergo antico. Vedi in
proposito l'arguto, ma in qualche parte paradossale, articolo di F. Brcxktiéhk,
De la deformation de la languc par l'argot, in Heiuc de* deux mondes, voi. 47,
1881. pp. -134 sgg. Nulla di simile s'è fatto per l'Italia e converrebbe
tentarlo. Cito solo qualche esempio. 11 veneto odierno ha sbasir per « svenire
» e sbasto nei vari significati che registra il Boerio: il che richiama lo
sbasire « morire » del volmente che lo studio del gergo può divenire qualcosa
più che una semplice ricerca di curiosità erudita. Nota aggiunta. — Comjjarso
la prima volta nella Miscellanea- di studi critici in onore di Arturo Grraf,
Bergamo, Istituto d'arti grafiche, 1908. Dopo uscito il mio studietto, comparve
in Francia un dotto volume, che sarà d'ora innanzi il vero fondamento per ogni
ulteriore ricerca sui linguaggi furbeschi d'un tempo, Lazark Saisean. L'argot
ancien, Paris, Champion, 1907. Il Sainéan, straniero, profittò del mio scritto,
sebbene lo riguardasse solo fino ad un certo punto; noi conobbe invece, o ne
tacque, Dino Provenzal, italiano, che sui gerghi cittadini fece alcune
considerazioncelle nel suo articolo 1 nuovi orizzonti del folklore, Bologna,
1906, pp. 25 sgg. gergo antico. Nel veneto occorre pure spessegar per «
camminare in fretta », e parrebbe frequentativo di spcssar « andare », che è
gergale, da cui il bello lustro sposante « oggi », quasi « giorno corrente »
(cfr. Ardi, di psichiatria, I, '210). Pel volgo dell'Italia centrale marchese
dice « mestruo », il che ci richiama al furbesco marca « donna». Su ciò cfr.
marque nel Michel, Op. cit., p. 960. Gaia di Gherardo da Camino. Rammentate la
chiesa di S. Nicolò a Treviso? Il superbo tempio dei padri predicatori, che
maestosamente domina" i piccoli edifìci circostanti, s'erge grandioso,
semplice ed elegante sugli svelti colonnati, che sopportano gli archi acuti,
mentre dalle grandi finestre ogivali penetra eternamente giovine il sole, e gli
ex voto frescati nel Trecento ridono nella gaiezza delle loro tinte dalle
colonne e dalle pareti, ed a destra un colossale ti. Cristoforo, pure dipinto a
fresco, guarda sempre ingenuo e stupito il piccolo Redentore che reca in
ispalla. L'edifìcio, tra i più belli e puri del Veneto, è in gran parte dovuto
alla munificenza di quel dotto e pio monaco, di cui in quest'anno Treviso
s'appresta a celebrare il centenario della morte, Nicolò Boccasini domenicano,
che per pochi mesi, in sugli albori del XIV secolo, portò la mitezza della sua
santa anima sulla cattedra pontificale, succedendo col nome di Benedetto XI al
fiero papa Caetani, e s'ebbe poi aureola di beato e presso i suoi concittadini
tanta estimazione, che qualcuno di essi avrebbe augurato, a ricordo di lui, il
nome di Benedetto XV all'attuale pontefice, pure trevisano. Grande venerazione
nutrirono i signori da Camino per S. Nicolò. Il vecchio Guecello dei Caminesi
di sotto, già nel 1272, quando l'attuale tempio non era ancor sorto, volle
essere sepolto apud ecclesia m sancii Nicolai, la modesta chiesa di S. Nicolò,
detta dei pescatori, che un giorno appartenne ai Domenicani; e con ogni verosimiglianza
le sue ossa furono poi trasportate nella tomba che presso la porta maggiore del
nuovo S. Nicolò ordinò fosse a sè costrutta il figliuolo di Guecello, Tolberto
(1317). Là presso riposava ormai da sei anni la sua prima moglie, Gaia, figliuola
di Gherardo da Camino, la nobilis, prndens et honesta domina Gaia, come la
chiama il notaio che rogò il suo testamento nel castello di Portobuffolò il 14
agosto 1311, la quale aveva lasciato cinquecento lire di piccoli prò opera et
laborerio della nuova chiesa. E nel mausoleo materno, posto a sinistra di chi
usciva dal tempio (nel sec. XVIII se ne vedevano ancora gli avanzi), mentre la
tomba di Tolberto era a destra, volle esser tumulata l'unica figlia nata da
Gaia, la virtuosissima Chiara, che fu moglie al nobil conte Rambaldo Vili di
Collalto e fece testamento il 7 settembre 1348. Presso la madre e la nonna
dormi l'eterno sonno anche Ailice, una delle figliuole di Chiara, morta nel
1381. Queste ed altre cose molte largamente espone e documenta, in un recentissimo
libro, Angelo Marchesan (l), il quale alle attestazioni recate Gaia da C'amino
nei dorumenli trevisani, in Sanie e nei commentatori della Die. Commedia,
Treviso, tip. Turazza. dall'antico storico della Marca trevigiana, il Verci
('), altre ne aggiunge dedotte da documenti sinora inediti, custoditi in
depositi pubblici e privati. Non molto aggiungono i documenti nuovi a quello
che di Gaia già si sapeva; ma invece sono preziosi per farci meglio conoscere
le persone che furono a lei più strette di affinità, particolarmente il marito
e la figlia. Gaia nacque, secondo le probabili congetture del Marchesan, fra il
1265 ed il 1270 dal magnanimo Gherardo e da Chiara della Torre. Siccome questa
mori solo nel 1299, passò Gaia la giovinezza sotto l'amorosa vigilanza materna,
e la madre potè condurla all'altare, allorché verso il 1293 essa impalmò
Tolberto dei Caminesi di sotto. Questi fu uomo di non comune autorità, prode
nell'armi, accorto negoziatore. Va da sè che i documenti ufficiali non ci
dicono se siano stati buoni i suoi rapporti con la moglie; ma il fatto che egli
testò di voler esser sepolto non lungi da lei, morta nel 1311, non sembrerebbe
certo indizio di malevolenza. Indubitato è poi l'affetto figliale tenerissimo
di Chiara, la quale non solo dispose d'essere riposta nell'arca stessa di Gaia,
ma in una sua figlia ne rinnovò il nome, e forse chiamò Gaia di Del Verci, per
quel che concerne i Caminesi, s'era particolarmente giovato il Mawiiesan
nell'altro utilissimo suo volume, che cosi bene illustra la storia più gloriosa
di Treviso e che contiene assai più di quel che dica il titolo, L'università di
Treviso nei secoli XIII e XIY, Treviso, 1892. Re .1 KB Svayhi Critici. pure una
sua figlioccia, ed a suffragio dell'anima della madre destinò un legato a' poverelli
nel suo testamento. Per quanto la pratica degli atti legali antichi ci
premunisca dal dare loro un peso soverchio per quel che spetta alle condizioni
intime dei personaggi a cui si riferiscono, e per quanto nel frasario e nelle
disposizioni di quelli atti molto si debba alla convenzione inveterata, sta il
fatto che il complesso dei numerosi documenti fatti conoscere dal Marchesati è
tale da farci credere Gaia gentildonna esemplarmente intemerata, e che non si
conosce pure un atto della sua breve vita onde sia lecito trarre qualche
legittimo sospetto in contrario. O come va, dunque, che ormai nella critica
dantesca predomina opposta sentenza ? Nella terza cornice del Purgatorio,
quella fumosa degli iracondi, s'imbatte l'Alighieri in Marco Lombardo, che
spiegatagli la funzione del libero arbitrio nelle operazioni umane, assorge da
questa considerazione psicologica ed etica alla teoria politica, svolgendo il
principio tanto caro a Dante delle due autorità necessarie al regolato
consorzio umano, l'imperiale e la pontificia, operanti divise ma concordi;
lamenta la degenerazione di quella larga zona della superiore Italia che
francescamente chiamavasi Lombardia, e dice che tre soli vecchi ancor vivono, «
in cui rampogna l'antica età la nuova », Corrado da Palazzo, il buon Gherardo,
e Guido da Castello. Noti sono a Dante il bresciano Corrado ed il reggiano
Guido; ma chi sia il buon Gherardo ùnge d'ignorare. E allora Marco a stupirsi
di siffatta ignoranza ed a replicare: O tuo parlar m'inganna o e' mi tenta, chè,
parlandomi tosco, Par che del buon Gherardo nulla senta. Per altro soprannome
io noi conosco, s"io noi togliessi da sua figlia Gaia ('). Dopo
quest'accenno, tronca il discorso bruscamente: « Dio sia con voi, che più non
vegno vosco » . Ora, l'oscurità voluta di quest'accenno indusse i dantologi a
lunghe discussioni; ma ormai i più autorevoli inclinano a ritenere che Marco,
dopo aver così esaltato il vecchio Gherardo da Camino, abbia voluto pungere la
degenerata figliuola tristamente celebre per la libertà de' suoi costumi. A non
dilungarci in citazioni che riuscirebbero interminabili e uggiose, basti il
dire che la scostumatezza di Gaia parve certa ad un filologo come il Rajna (*)
e ad uno storico e dantista come il Del Lungo (3), e che ormai passò in giudicato
nelle più pregiate opere di consultazione e di complesso come il Dante
DicUonary del Toynbee fpp. 113 e 255) ed il Dante dello Zingarelli (p. 635).
Sarà fuor di strada la maggiore e più autorevole parte dell'esegesi dantesca,
rispetto al picei» Purgai., XVI, 136-140. iSI (fai-a da C'amino, in Arch. star,
italiano, serie o», voi. IX . 103-104. Cfr. i>. lir>. GAIA DI GHERARDO DA
CAMINO ricerca storica intorno ai fotti della sua patria ('), avendo rinvenuto
nell'archivio notai-ile di Treviso un documento in cui Gaia è detta Goya
Soprano, de Camino, suppose che a Dante non fosse ignoto quel secondo nome dato
nel rogito alla contessa, e che quindi con la circonlocuzione di Marco il poeta
venisse a chiamare Gherardo, oltreché buono, anche sovrano. L'ipotesi potrebbe
quadrare se il secondo nome di soprano, ricorresse abitualmente nei documenti;
ma la raccolta del Marchesan ci dimostra che ciò non avviene e che l'atto
notarile fatto conoscere dal Bisca ro è un'eccezione. Di solito la contessa
caminese è indicata senz'altro col nome di Gaia. Ma pur concedendo, e
volentieri lo concedo, che l'Alighieri non sapesse punto esser quel nome
(latinamente Caia) una specie d'anagramma di Atea ("), non è forse vero
che Gaia molto si presta a foggiarne un soprannome? È questo uno di quei nomi
significativi di donna che occorrono cosi di frequente presso i poeti dello
stil nuora e la cui singolare ricorrenza fece pensare al sempre rimpianto
Bartoli ch'essi avessero quasi il valore di quei senhals, con che i trovatori
di Provenza artificiosamente celavano i nomi veri delle donne da loro amate in
rima. E Dante aveva un gran gusto, da uomo medievale che era, d'arzigogolare
sui nomi, come tutti sanno, e sui nomi di Gerolamo Bisc.aro, Dante e Gaia ciò
Camino, nella Gazzetta di Treviso, fin. XV (1878), n. 282 CI) Vedi Ra.jna,
Ardi, r.it, donna in ispecie. Quindi io non vedrei proprio difficoltà alcuna ad
ammettere che abbia colpito nel vero il march. Domingo Fransoni, il quale
levatosi fra i primi a difendere l'onore di Gaia (.'/, sostenne che il secondo
soprannome appropriato dal Lombardo al vecchio Caminese fosse quello di gaio;
opinione alla quale, senza sapere di chi 10 avea preceduto, mostrò di
propendere anche 11 mio carissimo Novati (*). E si noti che la parola gaio ha
nel linguaggio nostro antico una estensione di significato ben maggiore che nel
moderno, forse per influenza di quella specie di camaleonte degli epiteti che
fu il gay di lingua d'oc. Dal più comune senso di lieto, che è dantesco nel
Farad. XV, 60 e XXVI, 102, si giunge a piacevole, a gentile, a nobilmente
giocondo. Quest'ultimo significato è forse nel luogo nostro il più acconcio. E
mestieri, infatti, tener fermo anzi tutto un principio, a parer mio, sicuro:
Dante nel XVI del Purgatorio, deplorando la decadenza del valore e della
cortesia, dicendo l'età sua divenuta selvaggia, non intende alludere
propriamente ad una degenerazione etica, come non ha punto valore
ristrettamente etico l'epiteto buono che accompagna il nome di Ghe (lj Lo
scritto del Fransoni, rimasto generalmente ignoto a chi si occupò della
questione nostra, è nel volume de' suoi Studi cari sulla Dio. Commedia,
Firenze, 1887. Io pure lo avrei ignorato se non era il rinvio del prezioso
catalogo americano del Kocli e poi il resoconto che ne diede il Marchesan, pp.
105 e sgg. Giornale storico della letteratura italiana, rardo da Camino. Buono
per Dante ha senso ben più largo che buono pei' noi; tanto è vero che egli
chiama buono, uè certo per ironia, il Barbarossa nel Pitrg., XVIII, 119 i,1).
Rispetto al costume non fu buono Gherardo, del cui libertinaggio abbiamo indizi
sicurissimi, certo non ignoti al poeto, che potè verificarli coi propri occhi a
Treviso, quando vi andò (*), e Gherardo era vecchio e Rizzardo ormai camminava
con la testa afta. Qualunque portata abbia la digressione dottrinale, di
carattere psicologico e politico, che occupa tanta parte del Purgatorio XVI
(3), è indubitabile che la bontà di Gherardo, come quella dei due vecchi suoi
compagni, è bontà cavalleresca, è curialilas. Fu già da parecchi osservato che
Dante fa qui parlare un uomo di corte, vale a dire uno di quei curiosi tipi, in
cui il poeta sentiva qualcosa di sè medesimo, costretto per tanti anni a salire
le altrui scale, uno di quei tipi che a seconda delle loro qualità personali
potevano elevarsi dal basso mestiere del buffone all'altissimo del diplomatico;
ma che tuttavia vivevano della magnanimità dei signori e dovevano quindi
tenerla in altissimo conto, non meno di quel che facessero (1; Cfr. il volume
Con Dante e per Dante, Milano, 1899, pp. 82-83. Basserjiaxn, Orme, trad. Gorra,
pp. 437 e 447; Zixgareli.i, Dante, p. 204. Sul valore di questa digressione,
vedasi l'opuscolo di M. Los aito, Xel terso rerchio ilei Purgatorio, Torino, i
poeti girovaghi di Provenza (')• La perfetta curialitas equivaleva alla
perfetta nobiltà, che secondo Egidio Romano (il cui De regimine principimi non
fu ignoto all'Alighieri) consisteva in quatti'o virtù: la magnanimità, la
magnificenza, V ingegnosa dolcezza, l'affabilità (*). Della nobiltà l'Alighieri
parla a lungo, con molte e sottili distinzioni scolastiche nel trattato IV del
Convivio, ed ivi cerca l'accordo fra la nobiltà del sangue e quella dell'animo.
Ora è cosa notevolissima che in quel trattato appunto, nel cap. 14, egli invoca
l'esempio di Gherardo, siccome quello d'uomo senza possibilità di contestazione
tiobilissimo: « Pognamo che Gherardo « da Camino fosse stato nepote del più
vile vil« lano che mai bevesse dal Sile o dal Cagnano, « e la obblivione ancora
non fosse del suo avolo « venuta, chi sarà uso di dire che Gherardo da « Camino
fosse vile uomo? e chi non parlerà « meco, dicendo quello essere stato nobile?
Certo nullo, quanto vuole sia presuntuoso, perocché « egli fu, e ha sempre la
sua memoria ». E però Vedi specialmente la felice indagine di F. Colagrusso,
Gli uomini di corte nella Dio. Commedia, ove sulla cortesia del buon Gherardo
sono osservazioni degne di nota. Studi di letteratura italiana, II, 51-55. f2)
Sull'evoluzione del concetto di nobiltà nei tempi di Dante ai leggano le belle
pagine di K. Vossler nel suo libretto or oia uscito in luce, Die
philosophiachen Grundlagen ztim • aflsSUI Heidelberg. 1904, pp. 24 e sgg. Sulla
parte che aveva l'amore in questo concetto della nobiltà cortese, vedasi Covati
nel voi. Arte, scienza e fede ai giorni di Dante, Milano. a buon diritto
Benvenuto cosi intende l'epiteto buono! « Hic fuit viitotus benignus, bumanus, « curialis,
liberalis et amicus bonorum: ideo an * tonomastice dictus est bonus ». Le qualità cavalleresche sopra indicate il
poeta riconosceva tutte nel degno signore trevisano, al cui palagio si recava
ancora per antica simpatia, sebbene a motivo della vecchiaia non andasse più
altrove, maestro Ferrarino, il gran conoscitore della poesia trobadorica ; e
Gherardo ed i figliuoli suoi (fra cui Gaia) « li fasian grand « honor e'1
vesian voluntera e molt l'aquliau * ben e li donavan voluntera » (x). Ma a
differenza dagli altri due vecchioni una prerogativa avea il Caminese che agli
altri non era propria, la gaiezza, la giocondità. E per dir questo il poeta
ricorre allo spediente ingegnoso di far rammentare la sua figliuola, la quale
Gaia appunto chiamavasi, ed incline com'era (non meno del padre) alle «
delegazioni amorose », chissà non rispondesse a ciò che un giullare del tempo
scrisse delle concittadine di lei: De le donne da Treviso: queste soii
cavalcareselie ; sempre con allegro vitto, tutte quante zentilesche: Su
Ferrarino e sul svio famoso florilegio, recpiitemente edito, cfr. G. Bertoni
nel Giorn. stor. della leti, italiana, XLII, 378 sgg. Vedi Casini, / trovatori
nella Marca Trevigiana, in Propuynalore. lei liei balli e delle tresche limino
ben ile saver fare, e poi san bea solazare con ognun gentil barone [}).
irfliezza e giocondità codeste, che erano in piena relazione con la vita
tradizionale nella Marca, tanto conforme ai gusti degli uomini di corte. Cosa
notissima è infatti che segnatamente nel sec. XIII fu Treviso ricetto di bella
e fresca coltura, teatro di feste amorose, di giostre, di tornei. Non è certo
d'uopo di rammentare ai lettori colti la festa del castello d'amore, bizzarra,
elegante, fastosa, di cui ci serba memoria il cronista Rolandino (2). Noi
troviamo Trevigi nel cammino, che di chiare fontane tutta ride, e del piacer
d'amor che quivi è fino, scrive l'autore del Ditt amondo (III, 2). Là sulle
rive del limpido Sile parve che rivivessero in una primavera italica le
tradizioni cavalleresche d'oltralpe, e insieme al canto dei trovatori
echeggiarono le leggende classiche e carolingie nella * jojose marche del cortois
trivixan >. Questo verso appartiene al poema franco-veneto della Entrée de
Spagne, al quale poema, ed all'arguto (l) Versi editi da T. Casini nel
Propugnatore del 1882 e rammentati, nel libro sull'università, dal Marchksax e
poi anche dallo Zenatti. C2\ Per questo e per altri particolari della vita
nella Marca, vedansi i capitoli 111 e IV della citata opera del Marchesa»,
L'università di Treviso. lai d'Aristote, che è una specie d'apoteosi della
potenza d'amore, pare certo s'inspirasse un pittore venerando in certi suoi
freschi preziosi della fine del dugento o del principio del trecento, che,
scoperti in una casa privata di Treviso, furono nel 1902 allogati nel museo di
quella città dal dotto e benemerito cittadino che risponde al nome di Luigi
Bailo ('). Quelli affreschi, e gli altri ugualmente antichi di cui si
conservano i resti nella loggia de' cavalieri, ove i nobili si accoglievano a
sollazzo, ammirandovi ritratte le leggende di Troia, stanno a dimostrarci che
nella terra de' Caminesi tutte le arti si davano la mano per render gioconda e
raffinata la vita. * E ora ammainiamo le vele. Che Marco Lombardo, trattato
male, a quanto sembra da Rizzardo da Camino, abbia potuto riguardare come una
tentazione la dimanda di Dante rispetto al buon Gherardo, e non abbia voluto,
per non abbandonarsi all'ira, biasimare nei figli di lui la natura parca che
altrove (Farad., Vili, 82) Carlo Mai-fello lamenterà discesa in Roberto
Angioino, il re da sermone, non è improbabile. Di ben altro che d'avarizia era
Su quelli affreschi veramente notevolissimi abbiamo sinora solo una relazione
del Bailo stesso e la nota di V. GiiEStwi negli Atti dell'Istituto veneto,
tacciabile Rizzardo, ed il poeta infligge a lui In condanna in luogo più
acconcio, e per altra bocca. L'intemerato e sdegnoso uomo di corte, invece, che
deplora la degenerazione penetrata nei nobili della Marca, integra con la sua
seconda designazione la prima. Gherardo non ha soltanto in sè tutte le doti
della curialitas, per cui fu detto antonomasticamente buono; gli si può
appropriare un altro soprannome, togliendolo da sua figlia Gaia, ed allora egli
apparirà qual'è, non solamente generoso, liberale, arrendevole, affabile, ma
anche giocondo, della bella ed artistica giocondità della sua patria. Nessun
dato serio di fatto ci consente di credere che la gaiezza di Gaia (seppure ella
fu gaia non solamente nel nome) abbia oltrepassato i limiti dell'onestà: tutti
i documenti cospirano a farcela invece ritenere figliuola amorosa, moglie
esemplare, madre teneramente amata; la cruda attestazione dell'Imolese più che
con l'esagerato desiderio di contar fatterelli piccanti, di cui Benvenuto fu
ghiottissimo, più che ad una amplificazione maligna del nome della gentil donna
e della chiosa del Laneo, è forse dovuta ad un equivoco. Ma se anche qualcosa
di vero vi fosse nella imputazione di « tota amorosa » inflitta a Gaia; se
anche, nella giovinezza, i suoi costumi fossero stati alquanto leggieri, come
certamente furono quelli del padre e quelli dei fratelli, non è il caso di
credere che a ciò volesse accennare il poeta divino. Molto indulgente ei fu
sempre ai peccati d'amore, massime in donna nobile e per altri Rfmrr Svaghi
Critici i rispetti stimabile. L'altro requisito, che meglio serviva a
caratterizzare Gherardo, era la giocondità. Nessun soprannome onorevole poteva
venirgli da una figlia scostumata; ed il cognome della figlia era, in questo
caso, quello del padre, sicché chi avesse ignorato l'uno non poteva ricever
lume dall'altro. Nota aggiunta. — Nel Fmiftdla della Domenica, 24 gennaio 1904.
L'opinione qui sostenuta, che Dante non volesse punto infamare Gaia, fu, dopo
quest'articolo mio, patrocinata da L. Bailo nel Nuovo Archivio veneto, N. S.,
VII, P. II, pp. 433-38; da Luigi Colktti nello scritto Gaia e Rizzardo da
Camino, Treviso, Zoppelli, 1904; da G-. B. Picotti in un articolo su Gaia da
C'amino che si legge nel Giornale Dantesco, an. XII, quad 6°, e quindi nel
volume / Caminesi e la loro signoria in Treviso, Livorno, Giusti, 1905; da
Mario Cevolotto, Dante e la Marca trevigiana, Treviso, tip. Turazza, 1906; da
F. Torraca in enti-ambe le edizioni del suo ottimo commento al poema dantesco;
da A. Medix nella Ras», bibl. della Ietterai, italiana, XIII, '210-11. Invece
ritornò all'antica credenza che Dante nominasse Gaia a vitupero Pio Eajsa nel
Bullelt. della Società Dantesca italiana, X S., XI, 349 sgg. Egli non mi ha
persuaso: ma d'un particolare di fatto conviene tener conto: che la sgualdrina
caminese menzionata da Giovanni da Non non si chiamava Gaia (vedi le pp. 355-56
del Rajnaj. Ed un secondo particolare di fatto voglio richiamare. Secondo una
dimostrazione inoppugnabile di M. Barbi nel citato Bullett., X. 8., XV, 213
sgg., il commento del cosidetto Talice da Eicoldone, che io fui il primo a
studiare, mostrandone l'affinità con quello di Benvenuto, non è sostanzialmente
altro che l'esposizione del poema fatta a Bologna da Benvenuto medesimo. Il
Vànnozzo. Chi era costui? La domanda, da parte del pubblico anche non
mediocremente colto, è davvero più giustificata di quella che rivolgeva a sè
medesimo il più celebre dei curati a proposito d'un filosofo antico punto
oscurissimo. Di Francesco di Vaunozzo non da molti nè da molto tempo si
bisbiglia. E ben vero, che già nel 1825, Niccolò Tommaseo, con quel suo ingegno
acuto, di pensatore edi artista, ravvisava l'importanza di certe rime politiche
del Vannozzo edite per nozze dall'abate Andrea Coi e minuziosamente le
commentava ('). È ben vero che dopo d'allora, attingendo a quel preziosissimo
cimelio che è il codice n. 59 della biblioteca del Seminario di Padova, ove si
conserva per intero il patrimonio poetico del rimatore spontaneo e bizzarro
(2), parecchi eruditi fecero conoscere qualcosa di lui, massime il ghiNon pago
di quello studio giovanile, tornava il Tommaseo sul Vaunozzo nel Dizionario
d'estetica (1860), I, i'27 sgg. La tavola del codice è già nell1 Indire delle
carte dì P. Bilan edizione il907). — Tal quale nella prima edizione, del 1898.
Gescli. der ital. Liti., II (1888>, p. 80; nella traduzione. 2=> ediz.,
II, 1, 79. !p. 1G9). Sapeva di musica più che mediocremente; adattava a' suoi
versi le melodie popolari ovvero quelle dei musicisti stranieri; sonava con
maestria più d'uno strumento. Sciolte e gaie, tutte conteste d'allusioni
mordaci e talora d'espressioni gergali, gli fluivano dalle labbia le rime. Al
pati del suo più tardo confratello, il Pistoia, con cui ha vari punti di
simiglianza, di tutto ciò che gli capitava sott' occhio faceva sonetti,
canzoni, frottole. Souetti e canzoni, che dai motivi tradizionali burleschi,
dalle movenze proprie ai buffoni, dalla satira personale sguaiata, assorgevano
talora ad alti argomenti politici, s'ingentilivano in rime d'amore d'un
petrarchismo cosi vivo e sano e sentito, quale poche altre volte al Trecento
venne fatto d'udirne. Esemplari di ciò i due magnifici sonetti al giardino, uno
dei quali, d'una freschezza mirabile, malgrado qualche lombardismo nella
dizione, voglio riferire per saggio: Gaio e zentil zardino adorno e fresco,
dove per suo piacer la Dea s'asconde, inclina verso me tue fresche fronde se
per parlar un poco non t' incresco. Io sono il cor del tuo frate-I Francesco,
quel che sì crudelmente Amor confonde; da te mi parto e non so veder donde, mia
morte fuggo, in cui tanto m'adesco. Sol un rimedio trovo a la mia doglia, che,
se '1 fie mai eh' a te costei si stenda, tu faccia lagrimar ciascuna foglia e
gli arbor tutti mia rason difl'enda. Perfin ch'ella non è mossa de voglia i
fiori e l'erba sta giudea riprenda, e s'ella vi domanda: « A che piangete? »
ognun risponda: « Pietà non avete. » (') Il poeta, che sapeva trovare accenti
così aristocraticamente soavi nella poesia d'amore; il poeta che con balda
prosopopea faceva, inv ocare dalle città italiane il conte di Virtù a redentore
d'Italia e con verace inspirazione accomiatava quella manatella di sonetti
dicendo: Dunque correte insieme, o sparse rime, e gite predicando in ogni via
che Italia ride e ch'è giunto il Messia; il poeta capace di questi e d'altri
sentimenti gentili e generosi, come s'incanagliava talor nelle bettole e nei
bordelli, attratto dalla follia del dado e dal fascino dei mali compagnoni e
delle male femmine, cosi si sbizzarriva nelle frottole saltellanti e procaci,
vere orgie poetiche. Una di quelle frottole, la frottola del mariazo, è una
specie di farsa popolare in embrione, riflesso senza dubbio, come il Levi
dimostra dottamente, d'altre consimili rappresentazioni profane, che per non
esser state fissate con la scrittura il tempo c'invidiò. Strano, dunque,
mutevole, randagio, questo Vannozzo; un po' cantampanca, un po' uomo di corte,
un po' confidente di principi e gran signori; riproduzione, debitamente
modificata in conformità alla temperie italiana, Seguo la lezione data dal Levi
a p. 420, solo modificando l'interpunzione nelle terzine. Il sonetto fu molte
volte stampato. E desideratissima l' edizione critica di tutte le poesie del
Vannozzo, che il Levi ha già pronta. dell'antico giullare francese; senza
speciale coltura, ma tutto spontaneità e brio, tutto vita, tutto arte non
riflessa. In altri termini, un rappresentante sincero di quella scapigliatura,
che all'età nostra critica piace tanto, perchè vi ravvisa riflesso più
genuinamente il vario atteggiarsi dell'anima umana. Documenti rintracciati
permettono al Levi di ricostituire la biografia del personaggio bizzarro,
rispetto alla quale sinora s'era brancolato nel buio. Non veronese egli fu, nè
trevigiano di Volpago, sì bene padovano, figlio a Giovanni di Bencivenne
d'Arezzo, detto Vannozzo, fido cortigiaao di Francesco I da Carrara e da lui
regalato d'una casa in Padova. Erano codesti Vannozzi, o Vannucci che dir si
vogliano, telaroli toscani, di cui alcuni fecero quattrini, comprarono terre,
divennero prestatori e banchieri. Non cosi il nostro Francesco, cui tormentava
l'assillo della irrequietezza e fors' anche la tendenza a quell'onesta pigrizia
che le Muse tanto volentieri consigliano. Egli fu povero in canna e della
miseria sua ebbe a lamentarsi in rima più volte, piacevoleggiandovi sopra per
meglio intenerire i potenti e stuzzicarne la vanagloria munifica. Per quanto
ingegno e buona volontà ci abbia messo, non riusci al Levi di diradare del
tutto quel tenebrore che avvolge le vicende del Vannozzo; tuttavia, mercè sua,
parecchia luce è entrata là dove prima era buio pesto. Congettura
plausibilmente il novello critico che sino al 1358 messer Francesco non si
movcsse da Padova, ove era nato fra il '30 e il '40. Da Padova s'allontanò
forse la prima volta nel 1363, ma la abbandonò solo nel '73, per motivi
politici, caduto in disgrazia al Carrarese dominante. Dopo quel tempo si
stabili a Verona presso gli Scaglieri; ma caduti gli Scaglieri nel 1387 e poco
appresso anche i Carraresi, si volse a quella meta a cui sembrava che Fortuna
avesse diretto la sua ruota, la corte di Milano. Fu composto intorno al 1389 quel
canto con cui il conte di Virtù, Giangaleazzo Visconti, è invocato come messia
d'Italia, e con esso si chiude il codice del Seminario ed il Vannozzo
ammutolisce. Non è improbabile che poco appresso sia morto, chissà dove. Da
Padova e da Verona fece frequenti escursioni a Venezia, a Ferrara, a Bologna. A
Bologna, tra il 1377 e il 1378, gli saltò persino il ticchio di frequentare lo
Studio; ma ben presto fu travolto dai bisogni aspri della vita e se ne
ritrasse. Se lo si chiamò maestro, fu per l'arte dei suoni, in cui davvero si
formò reputazione. A Bologna ebbe un processo, per violenze, la moglie del
Vannozzo, Orsolina, una parmigiana, di cui non ci è rimasta se non quella
traccia criminale, sebbene di criminalità non obbrobriosa, ma che pur sembra
non facesse cattiva compagnia al rimatore girovago, perchè morta giovine egli
la pianse in un sonetto alquanto rugginoso ma efficace. Stima il Levi non
impossibile che il Vannozzo passasse qualche tempo, con Marsilio da Carrara, in
Avignone e che in Francia si trattenesse, imparandovi la lingua del paese o
desumendo dalla poesia e dalla musavi francesi elementi ohe trasferì nelle
proprie. Pollando su d'un accenno ili certo sonetto di Antonio Del d'aio
diretto al Vanuozzo [). "14*0, ritenne pure il Levi che questi siasi
recato in Catalogna ed in Fiandra: ma a vero dire su tutti codesti viaggi fuori
d'Italia avrei diverse, e non tutte spregevoli, ragioni da accampare. Comunque
sia, che facesse un gran girare non è dubbio, ed il fatto ch'egli esercitò per
qualche tempo la dura professione del corriere vale a persuadercelo più d'ogni
altra cosa. Mentre i suoi famigliari, più pratici di lui. s'arricchivano col
traffico, il povero poeta snodava le membra poco impedite dalla polpa e
s'inzaccherava i calzari, con la borsetta a lato ed il bordone in mano, sotto
pioggie e sotto nevi, ovvero s'impolverava dardeggiato dal solleone, sulle poco
comode strade del tempo. E ben volentieri, talvolta, trattenevasi a conversare
nelle osterie mal frequentate, ove non poteva resistere alla tentazione del
dado, fatale ad altri poeti suoi contemporanei. E là e per le piazze, quand'era
di umor lieto, buffoneggiava. Amato, per la vena faceta, per certa accortezza
nativa, pel dono di verseggiatore e di musicista, dai signori, prestava loro servigi
ora umili ora onorevoli. Che fosse addetto ai falconi, come il Levi sospetta
per un momento, non v'è ragione plausibile che induca a crederlo: ma invece è
certo che l'occasione lo trasmutò di corriere in soldato e che fu ferito ad una
coscia. Vuole il Levi che ciò IL VAXNOZZO seguisse nel novembre del 1372.
allorché alle l'rcntelle fu combattuta tr;i Padovani e Veneziani una battaglia.
Così gli fu presto tronca la rarriera d'anniderò, che, forse, al suo
inesaurihile talento d'avventure non ispiaeeva. E siccinui' nell'eccitabile
fantasia di lui tutto prendeva vita e parola, ne vennero i piacevoli sonetti a
dialo.no tra lui e la rem'lfu. cioè il giavellotto che l'avea colpito. Le
peregri nazioni del Vannozzo, come misero alla prova l'infaticabile e non ordinaria
abilità ili ricercatore del Levi, così gli concessero eli tracciare, con un bel
gruzzolo di dati nuovi di t'alio, la storia politica e letteraria delle città
in cui dimorò e delle quali son vestigia nell'opera sua. Questo praticò con
estrema larghezza, che non è prolissità di parole, ma è, se cosi fosse dato
esprimersi, prolissità di fatti. Peccato giovanile perdonabilissimo, di cui
egli, con la seconda parte del titolo dato al libro, cercò di produrre
anticipata giustificazione. Meniamogliela buona, giacché in vero questo
studioso ci sa dire di gran cose anche recondite. La prima città in cui il Levi
si trattiene è, naturalmente, Padova, ove il Vannozzo ebbe a goderò le poche
gioie ed i non pochi travagli (iella giovinezza spensierata e pur melanconica.
La città, suntuosa e sucida, i signori che vi dominavano in quel tempo, il
palazzo carrarese, lo stato della coltura, la bella schiera di umanisti e di
uomini di lettere che vi trassero, richiamati dalla presenza del Petrarca, gli
uomini di corte e i giullari che vi bazzicavano, principe fra essi quel messer
Dolcibene celebrato dal Sacchetti, tutto è qui rammentato, descritto,
documentato. Balza fuori specialmente una figura pressoché nuova, quel Niccolò
Beccari da Ferrara, fratello del poeta Antonio ('), che in gioventù era sceso
nel purgatorio di San Patrizio, e poi fu precettore di Francesco Novello da
Carrara, amico del Petrarca e famigliare di Carlo IV imperatore. A Ferrara il
Vannozzo non si fermò a lungo: non gli piaceva la città allora meschina, senza
nessuna, se ne togli la vetusta cattedrale, di quelle attrattive edilizie onde
la ornarono i principi del Kinascimento ed in ispecie Ercole I: non gli piaceva
l'aria bassa ed insalubre; non gli piacevan gli uomini, millantator pomposi e
gran busardi, nei fatti vili e nel parlar gaiardi. La vita di corte allora
v'era parsimoniosa: i signori, anzichenò grossi, più si dilettavano di giuochi
d'armi e di buffoni che non di artisti e di letterati. Lo Studio solo nel 1891
divenne genefi) Su l'uno e su l'altro Beccari s'aggirerà una monografia del
Levi che ormai si viene stampando. Questo lavoro sarà di grande interesse per
le relazioni della coltura italiana con Carlo IV e i Boemi. ì ale. Tuttavia a
Ferrara erano stati il Petrarca, Donato degli Albanzani, Benvenuto da Imola; e
dei letterati che il Vannozzo potè conoscervi, o sicuramente vi conobbe, tiene
il Levi lungo ragionamento. A Verona il Vannozzo era stato più volte ed aveva
carteggiato in rima con l'oscuro rimatore Pier della Rocca, allorché lo chiamò
a quella corte, a nome del Signore, l'umanista Antonio Del Gaio da Legnago.
Colà fissò radici nel 1382, presso Antonio della Scala, bastardo fratricida,
che ai piedi della bionda Samaritana da Polenta, di cui era pazzamente
innamorato, profondeva ricchezze, circondando d'ogni maniera di sfarzo e d'ogni
raffinatezza d'arte la donna godereccia e perversa. Colà vide, e segui rimando,
il tramonto e la rovina della superba dominazione scaligera. Colà visse intensa
vita d'intelletto coi dotti che vi soggiornavano, Gaspare Broaspini, Leonardo
da Quinto, Taddeo del Branca, Guglielmo da Pastrengo e altri non pochi. Tra gli
ufficiali della cancelleria scaligera ebbe amico Niccolò degli Scacchi; ma gli
furono avversi quattro altri tra i quali i più noti sono Alberico da Marcellise
e maestro Marzagaglia. Curiose novità ci sa dire il Levi di quelle battaglie a
punta di penna, e non meno curioso è l'osservare come in Verona lo spontaneo
bohémien padovano s'acconciasse alla moda favorita dal trattatista e rimatore
Gidino da Sommacampagna e dietro il suo esempio si lambiccasse il cervello con
gli acrostici, le poesie trilingui ed altri giocherelli eli sapor medievale,
finché un bel giorno, infastidito, mandò al diavolo tutta quella zavorra. Assai
interessante è quanto il Levi ci sa dire del Vannozzo a Venezia. Qui non la
corte di un mecenate, ma la opulenta regina delle lagune, prodiga d'ogni
maniera di sollazzi. I venturieri vi trovarono sempre il fatto loro, e non meno
dei venturieri i poeti. Neil incantevole città il nostro rimatore immergevasi
nei bagordi e nei giochi, frequentava gente gaia e senza scrupoli, ma al tempo
stesso s'inebbriava di quella vita fulgida e satura d'arte, e osservava. Le sue
frottole veneziane sono scritte durante la guerra di Chioggia; qualcuna, come
quella lunghissima « Perdonime ciascun s'io parlo troppo >, che fu edita, e
infelicemente, dal solo Grion, ha intento politico e si sviluppa talora con
solennità epica dal saltellio usuale frottolesco; quella del mai-iaso invece è
un quadro magnifico di costume. Il Levi è meraviglioso nella illustrazione di
quei difficili componimenti e delle altre rime vaunozziane, che burlescamente o
satiricamente rappresentano tipi veneziani allora noti quanto oggi oscurissimi.
Il soggiorno del Vannozzo presso il conquistatore di Verona e di Padova,
Giangaleazzo Visconti, al quale i poeti del tempo inneggiavano come a
rivendicatore d'Italia (dovevano pure i poeti, due secoli dopo, ubbidire ad un
miraggio non dissimile intorno a Carlo Emanuele I di Savoia), il soggiorno,
ripeto, presso Giangaleazzo, offre occasione al Levi di rappresentare in un
quadro ampio e finito la vita materiale ed intvllettuale sfoggiata, che in
Milano si conduceva, non solo a' tempi del conte di Virtù, ma anche a quelli
de' suoi antecessori immediati, Bernabò e Galeazzo. Con felice industria
raccoglie e conserta il nuovo critico le molte notizie già note specialmente
per le fruttuose ricerche del Nbvati e del Medin, e molto aggiunge di suo, e
figure e figurine di gran signori, di umanisti, di letterati d'ogni genere fa
spiccare su quello sfondo. Sfoggio grande d'erudizione senza dubbio intorno
agli otto sonetti patriottici bene immaginati ed alla tediosa canzone morale,
gli uni e l'altra al conte di Virtù, che il Vannozzo compose; ma sfoggio non
vano. Segue nel libro lo studio interno, anzi intimo del verseggiatore.
Osservatisi in esso elementi francesi, ma non tali, a parer mio, da esigere che
il poeta li attingesse in Francia. La gran valle padana era tutta irrigata di
costumanze e d'arte francesi; e non era mestieri varcare le Alpi per esserne
imbevuti (';. Maggior peso hanno forse i riscontri musicali. Che, in teoria ed
in pratica, abbiano '1.» Con la massima cautela voglionsi interpretare certi
accenni a viaggi remoti, che occorrono nelle rime del VannoEzo. Questo dei
viaggi, per lo più imaginari, è accenno tipico dei vanti giullareschi e se ne
ha esempio celebre anche nel contrasto di Cielo d'Alcamo. per questa parte
influito sul padovano il Machault ed il Deschamps, sembrami ben dimostrato; ma
dubito se anche per la musica, in cui fu maestro, il Vannozzo dovesse proprio
recarsi all'estero. Le nostre raccolte di liriche musicali hanno testi e
melodie francesi in quantità, testi e melodie che durarono per secoli, e di
cui, a traverso alle intavolature del Petrucci e d'Andrea Antico, s' hanno
vestigi fin nel seicento. Ciò nondimeno le indagini che il Levi pratica intorno
alle cognizioni musicali del Vannozzo sono una delle parti più belle e nuove
del poderoso volume. Credo ch'egli colpisca nel segno allorché viene a
concludere che il nome alquanto misterioso di ciciliana, dato a certi
componimenti musicali, riguardasse la melodia più che la forma poetica. Le
canzoni, le ballate, i rondelli che il Vannozzo avea (e pei' far ciò di recarsi
in Francia con la persona non aveva proprio bisogno), egli le eseguiva su vari
strumenti musicali, massime sul liuto e sull'arpa. Se veramente azzecca giusto
il Levi in un suo ragionamento sottile quanto ardimentoso, il padovano nostro
avrebbe anche inventato uno strumento da fiato, la calandra. Non meno
fruttifero è l'insieme degli elementi popolari che il Vannozzo fece suoi con
inesauribile franchezza di assimilazione. La tendenza giullaresca, che si sfoga
in lui nel cinguettìo e scintillio della frottola, e nel tempo medesimo l'abito
democratico conseguito per nascita e l'invigorito per elezione, lo indussero a
trar molto della sua vitalità artistica dal popolo, ch'egli osservava ed amava,
nonché dalla borghesia, ch'era popolo grasso. Echeggiano nelle sue rime varie leggende;
fan capolino tipi comici che forse erano appartenuti ad un teatro popolare
perduto per noi C1); variamente risuonano e talora riddano fragorosamente
termini dialettali senza numero, specialmente veneziani e pavani, che mettono a
dura prova le nostre cognizioni glottologiche; si fan sentire di tanto in tanto
le note aspre e chioccie del gergo usato nelle taverne fra giuocatori
arrabbiati, fra compagnoni alticci, fra scozzoni di scuderia, fra femmine
allegre e sciolte; s'allarga e si scompone la cerimonia di rito nel
gustosissimo mariazo. Accanto a tutto questo vive la tradizione letteraria,
vive e frutta. Non è la tradizione classica, ma quella dei due maggiori
toscani, saputi e ammirati anche nel nord dell'Italia, Dante e Petrarca. Quanto
di Dante e quanto del Petrarca risuoni anche nelle poesie del Vannozzo è dal
Levi benissimo dimostrato. Col Petrarca aveva il padovano comune l'origine
aretina; erano contemporanei; s'amarono e poi per ragioni non chiare ruppero la
loro amicizia. Avea famigliarità col Petrarca il padre del Vannozzo, e Xon ne]
Vannozzo, ma in un imitatore di lui. posteriore di poco, Giovanni de Bonis, il
Levi ha scovato un accenno a pulcinella, d'importanza straordinaria, perchè
sconvolge tutte le ipotesi recenti sul]' origine di quella maschera. Vedi p.
381 nota. Bemer Svaghi Critici 5 6 del Camposanto pisano, le riproduzioni
presenti rifuggono costantemente dalla banalità, che suol essere la malattia
consueta degli illustratori da strapazzo. Più che all'arte si bada al carattere;
e pel carattere sono notevoli le storie raffigurate in certi antichi cassoni
nuziali e le figure desunte dal Tacuinum Sanitatis del Hofmuseum di Vienna e da
quello non meno rilevante della Casanatense. Se in questa larga maniera di
concepire e d'integrare la critica il maggior merito è del giovine e perspicace
autore, conviene pure assegnarne qualche parte alle scuole onde è uscito,
l'Università di Pavia, ove compì il corso normale, e l'Istituto superiore di
Firenze, ove completò ed affinò la sua educazione scientifica. Era, in origine,
questo volume, un capitoletto alquanto smilzo d'uno studio destinato a
considerare i poeti borghesi del sec. XIV, tema caro al Levi, su cui egli si
propone di ritornare quanto prima. Il capitolo prese consistenza ed estensione
d'opera a sè, dopoché all'autore balenò l'idea di fare del Vannozzo quasi il
centro ed il rappresentante della letteratura lombarda. Veneto, veramente il
Vannozzo era, e nel Veneto trascorse la maggiore e miglior parte della vita
sua, e veneti furono i vernacoli a lui più famigliari; ma il Levi ch'i alla
regione lombarda quella larghezza che le era propria nella nomenclatura
medievale e trecentesca. Lombardia chiamavasi in quel tempo il vasto territorio
dominato dalle più splendide signorie, disposte attorno al corso medio ed
inferiore del Po, quelle di Milano, Verona e Padova al nord, di Ferrara,
Bologna, Ravenna e d'altre terre di Romagna al sud. Nella vita spirituale del
Trecento quest'ampia regione ebbe un'importanza che sinora non le fu
riconosciuta e di cui la storia delle lettere perdette ogni chiara visione,
dopoché l'aveva intuita l'intelletto penetrante del Tiraboschi. Rivendicare il
Trecento lombardo (p. 425) divenne l'intento del libro, il quale intento ne
spiega, anzi in parte ne giustifica, la larghezza. Raccogliendone i risultati
nella conclusione, il giovine filologo, che è sempre garbato e spesso vivace
espositore, scrive pagine calde di vera eloquenza. L;i gran luce raggiata dalle
tre corone indusse il generale convincimento che il Trecento letterario fosse
toscano. Il Levi, invece, ritiene che debba essere distinta la prima dalla
seconda metà del secolo: predominò la Toscana nell'una, prevalse la Lombardia
nell'altra. Di fronte al fiorire delle signorie altitaliane, il primato
fiorentino decadde. Altre correnti culturali entrarono nella vita italiana e l'
animarono variamente; altri ideali furono proseguiti, e la lirica attinse alle
sempre fresche sorgenti popolari, si rinsan (j-iiò al contatto della poesia
musicale francese. Tra queste nuove tendenze ed il tradizionalismo conservatore
del centro toscano sarebbe accaduta una vera e rude scissura se non l'avesse
impedita una energia latente, ma formidabile, * il eulto e l'amore per i due
grandi randagi « del Trecento, Dante e il Petrarca » (p. 385). Questo culto
impedì lo sdoppiarsi della letteratura italiana; e quando, nel territorio
lombardo, sbocciò il più bel fiore della poesia ribattezzata nel classicismo, i
Libri degli amori del conte di Scandiano, tutta la freschezza degli elementi
lirici lombardi vi ravvivò l'imitazione petrarchesca. Non altrimenti la
pittura, spentosi il grido che intorno a Giotto sonò cosi alto, rinvenne nelle
botteghe degli artisti padovani, ferraresi e veronesi quelli instauratori
robusti e vitali la cui arte naturalista dovea metter capo al grande Ma u
taglia. Che la dimostrazione d'una tesi tanto importante e nuova sia piena ed
incontrastabile nel libro del Levi, non dirò certo. Ma il contributo di fatti
che egli recò a sostenerla è dei più ragguardevoli, e l'elaborazione e
l'interpretazione di essi delle più oculate e sapienti. Nota aggiunta. — In
Fanfnila della Domenica, 21 febbraio 1909. Nulla ho da aggiungere sul Vannozzo,
ma bensì qualcosa ho da dire sa pulcinella. La canzone di Giovanni de Bonis in
cui si trova l'accenno, è a c. 279 a del codice Trivulziano 861 (cfr. E.
Cabraka, Giovanni L. de Bonis d'Arezzo e le sue opere inedite, Milano, 1898, p.
80), e reca la didascalia ' Cantilena moralis de laudibns .lacopi da Appiano et
gene' logia |*ic] aquile Johannis L. de Bonis de Aretio ». Io he copia
dell'intero componimento, brutto e scorretto, per la gentilezza di Ezio.Levi.
Il principio della quinta scrofe suona così : Quest'alta ucella nobile e decora
che fu da questi divi si orata per tucto era scacciata co' nibio perseguendo i
pulcinelli per che voltan mantelli e mutansi di senno in ora in ora. Il passo é
oscuro, massimamente per la parola cornino, che non può essere letta
diversamente. Quindi, io non mi arrischierei più a vedervi una sicura allusione
a pulcinella, trovando gravi le riflessioni fatte in proposito da B. Croce,
nella sua Critica, VII (1909), 142, che interpretò pulcinelli con piccoli
pulcini. Quel loro voltar mantelli resta tuttavia misterioso, tanto più che una
erudita comunicazione di Vittorio Fainei.i.i nel Giornale storico, LI X, 59
sgg. ha posto in chiaro di qual nominanza godesse un Pulcinella dalle Carceri,
illustre voltafaccia politico del sec. XIII. Secondo il Fainelli, la fama di
quel personaggio popolare sarebbe passata dall'Italia superiore in Toscana e
quindi nel Napoletano, sino a fissarsi sul teatro quando Silvio Fiorillo ne
fece una maschera. La psicopatia di Benvenuto Cellini. Il credito di cui godono
le indagini intorno alla psicopatia degli uomini di genio panni abbia fortuna
non diversa da quella della cosidetta teoria mitologica, invocata a spiegare le
origini delle novelle tradizionali e dell'epope a. Fuvvi un periodo di gran
voga dell'interpretazione mitologica. Intorno alla metà del secolo passato e
nei due decenni che seguirono molto se ne discorse e se ne discusse: da alcuni
si giunse ad arditezze ed esagerazioni siffatte, da legittimare la parodia di
chi negò l'esistenza di Napoleone, facendo toccare con mano che egli fu un mito
solare. Ne venne una acerba reazione, per cui oggi filologi e storici e
filosofi hanno a fastidio ogni interpretazione che pur di lontano accenni a
rapporti col mito. Del pari, or e un decennio era in auge presso di molti
l'idea prima formulata in Francia dal Moreau de Tours e divulgata in seguito ovunque,
ma più specialmente nella penisola nostra, da Cesare Lombroso, che il genio sia
squilibrio, degenerazione, follia, epilessia. Ribellavasi, bensì, a siffatta
conclusione frettolosa e paradossale, per cui « il tempio delle glorie italiane
> vedeasi trasformato « in un nosocomio e parzialiuciito in un manicomio »
(' ., qualche spillilo elei lo di conservatore attaccato agli antichi sistemi;
ma i giovani si sentivano trascinati verso le nuovi' teorie e inolia confusione
f'acevasi nei loro cervelli. Se non clic, intorno al in ispecie per le
intemperanze clic seguirono alla celebrazioni' ilei centenario Ieopanliano,
pai've ai sensati che ormai li psichiatri varcassero i contini della
ragionevolezza e mettessero a nudo una deplorevole leggerezza nei loro procedimenti
critici. E anche questa volta venne la parodia, col libro di Paolo Bellezza sul
Xanzoni, od alla parodia sentii la disistima e la conseguente reazione. Da
allora in poi, si voglia o non si voglia, la equazione ormai celebre del genio
con la follia, che all'anima esuberante di fede del Lombroso era sembrata un «
vero monumento granitico elio le molli unghie « dei pedanti e dei teologizzanti
non possono toccare » r*i, andò perdendo terreno ogni giorno più, sicché oggi,
con la vertiginosa rapidità di sviluppo ideale della società moderna, .sembra
quasi passata alla storia. Contro quella equazione non insorgono solamente i
conservatori e gli spiritualisti di ogni genere e specie leggi navichiamo in
pieno spiritualismo, con in poppa un soave venticello di idealismo che ne
sospin gi La frase è eli A. D'Ancona, in uu discorso sul Leopardi che contiene
una vera carica a t'ondo contro gli studi psichiatrici applicati al senio. —
L'ir. liaimp.ijim hihhmjraliia ilrlla I rilevai il ra italiana, VI, 1S2 sjjg.
i'2t Ari'htcio ili pxirhtal rio, XIX, IJTiO, ],\ l'SlL'Ill'ATI.V 1)1 HKXVKXrTII
CKLUNI --a opera d'arre fu prodotta e ipiindi anche Ielle speciali nonnaliià od
anomalie della psiche lei suo creatore. L'estetismo può ancia1 ti vere, dal suo
punto i visra. ragione: ma non mi sembra abbia raj ii me chi è seguace del
metodo storico quando dell'estetismo sottoscrive in questo 'caso la rinuncia.
Non son passate molte settimane dacché un maestro solenne di metodo storico,
che tutti veneriamo, togliendo occasione da certa polemica, abitatasi nel
d-inntnle d'Haliti del settem190U e altrove intorno alle ricerche del fisiologo
Patrizi sul Leopardi, ha scritto che quelle indagini, anche avessero la
sicurezza che s'arrogano, non giovano ad avvalorare la ricerca letteraria « ed
a formare il l'etto apprezzamento estelieo dell'opera d'arte » e quindi sono «
allo scopo dei nostri studi assolutamente estranee » ''). A me pare che questo
non si possa dire. I seguaci del metodo storico, come si erodono in olililigo,
per spiegai'si l'opera d'arte o di scienza, di studiare accuratamente la
temperie in che l'artista o il pensatore è cresciuto, la sua educazione, la sua
indole, la sua biografia, giacché li JiiiM*. lìihlfdiir. ilclla Ietterai lira
italiana, XI V, Il g'm• Wy.'tt* ìion i' firmato, ina attrilnu'ndolo al D'Ancona
eri-ilo «li non inanimarmi. da particolari siffatti può ricevere luce la sua
produzione, cosi non debbono essere indifferenti alle qualità fisiche
dell'individuo che studiano, alle sue anomalie morali ed intellettuali, ai suoi
vizi ed alle sue debolezze di uomo. Si potranno approvare in parte ed in parte
disapprovare, a mo' d'esempio, i parecchi studi recenti sulla malattia nervosa
e mentale di Torquato Tasso; ma non si avrà davvero il diritto di asserire,
movendo dai principi su cui la critica storica si fonda, che al retto
apprezzamento dell'opera letteraria del povero recluso di Sant'Anna è inutile
di sapere se per buona parte della vita sua egli sia stato savio o mentecatto.
Per parte mia confesso che rispetto alla portata degli studi psichiatrici nei
rispetti della storia letteraria non ho mutato parere e potrei scrivere oggi
quello che sci'issi anni sono, quando ancora le ricerche di questo genere non
erano cadute in discredito Sinceramente deploro il preconcetto con cui taluni
biologi hanno condotto innanzi le loro ricerche, la incredibile fatuità con cui
credettero di poter concludere in materia tanto delicata, la grossolanità dei
loro procedimenti fondati Rimando a ciò che mi avvenne (li scrivere nel
Giornale storico della letteratura italiana, XXVII. 442, a proposito del saggio
psico -antropologico sul Leopardi del Patrizi, e più specialmente a quello che
dissi nel Giornale stesso,., prendendo posizione nell'arduo dibattito intorno
al fatto della genialità. Si vedano pure le asserzioni e le riserve di V. Rossi
nella Haas, bihlìogr. della letteratura italiana. spesse volte, anziché su
esplorazioni dirette ed oculate, su articoli di enciclopedia e persino su
riferimenti pettegoli di cronaca cittadina; ma lutto questo non deve indurci al
dispregio assoluto dell'indagine in sè, che fatta prudentemente e con le
cognizioni volute, può offrire alla storia delle lettere, delle arti e delle
scienze, elementi considerevoli per completare, o attenuare, o anche modificare
sostanzialmente il suo giudizio. * Se v'è tipo d'uomo che presenti caratteri di
singolarità grande, il cui esame è essenziale nel raffigurarcelo, gli è
Benvenuto Cellini. Oso dire, anzi, che ii coefficiente primo della sua fama non
sta punto nelle opere di plastica e di cesello, poveramente rappresentate
all'età nostra da pochi campioni sicuri, ma sta nel carattere. Lo intuì il
Goethe; lo riconobbe il Baretti. Il Goethe, che su di una cattiva stampa e con
imperfetta cognizione della lingua nostra ridusse, in tedesco l'autobiografia
celliniana, pubblicandola intera a Tubinga nel 1803, s'innamorò del Cellini
perchè in lui riconosceva uno di quei « geistige Flùgelmanner » che meglio
rappresentano nei suoi tratti tipici la natura umana ('). Fra i vari scritti
intorno al Goethe traduttore del Cellini, è specialmente raccomandabile quello
di K. Vossi.er, Goethe'» Cellini - 1. berseteung, nella Beilaye zur Ali
yemeinen Zeilunt). Il Ba retti scrisse del grande orafo autobiografo: « Si
dipinse... còme si sentiva d'essere: cioè animoso come un granatiere francese,
vendicativo come una vipera, superstizioso in sommo grado, e pieno di bizzarrie
e di capricci, galante in un crocchio di amici, ma poco suscettibile di tenera
amicizia, un poco traditore, senza credersi tale, un poco invidioso e maligno,
millantatore e vano senza sospettarsi tale, senza cerimonie e senza
affettazione, con una dose di matto non mediocre, accompagnata da ferma fiducia
d'esser nTolto savio, circospetto e prudente. Di questo bel carattere
l'impetuoso Benvenuto si dipinge nella sua vita, senza pensarvi su più che
tanto, persuasissimo sempre di dipingere un eroe » (M. Non per nulla il più
benemerito studioso del Cellini che abbia avuto la nuova Italia, Orazio Bacei,
riconoscendo nella Vita « un prezioso documento psicologico », uscì a dire:
credette di dare Giovanni Bovio: « Quel grado supremo della sintesi, onde il
pensiero, originalmente ed in un rapporto lontano, scopre il vero . Vedi Bovio,
Il genio, Milano, 1899, p. 32. In questo concetto vi è certo molto di vero, e
con esso si viene a limitare alquanto il numero dei geni, che dando retta ai
sintomi di nevrosi diventano legione. Schierare fra gli uomini di genio il
Cellini sarebbe un vero assurdo.la impressionabilità estrema del fratello e
della sorella. L'orafo, generato da genitori ormai quarantenni, ebbe in sè
esagerate le tendenze paterne, l'emotività, la instabilità, l'impulsività e ad
acuire siffatte tendenze cooperarono le malattie onde fu affetto nel corso
della sua vita travagliata.. Una delle stimmate degenerative più ragguardevoli
che il Courbon riconosce nel Cellini è la incostanza nelle occupazioni. Vi si
gettava dentro con gran foga, ma poi non meno subitamente se ne scostava; il
che accadeva pure nelle amicizie, dalle quali, per cordiali che fossero, si
ritraeva alla minima ombra, e quasi sempre passava dall'affetto ardente
all'odio, dall'adorazione alla denigrazione. Alla ombrosità malata di quella
natura passionale contribuiva una forma di mania di persecuzione. Ben è vero
che di invidie e di gelosie gliene pullularono intorno moltissime e che, ad
esempio, il Bandinelli era emulo subdolo e velenoso; ma è altrettanto
indubitato che nelle accuse del Cellini contro altri personaggi (sia nominato
Pier Luigi Farnese), egli oltrepassava le frontiere del reale e vedeva
persecuzioni e pericoli ed agguati dove non erano. Benvenuto è tratto
dall'indole sua a vedere dovunque malevoli, invidiosi, maneggioni, calunniatori
vilissimi. A ciò contribuiva anche in sommo grado l'alto sentimento che aveva
di sè, anzi quella specie di megalomania degenerante talora in volgare
jattanza, che colpisce, ogni lettore della Vita ed assume spesso tali
proporzioni da riuscire esilarante. Per ragioni che assai poco mi persuadono,
nvde il Courbon di poter ravvisare nel Cellini anche la eosidetta dromomania,
cioè lo spasmodico desiderio di mutar soggiorno. Tutti sanno (pianta importanza
assegnino gli psichiatri al sintomo del nomadismo; ma nel Cellini a me non
sembra vi siano gli estremi per riconoscerlo. Tutt'al più si può notare che la
stessa impulsività del suo carattere dava spesso alle sue partenze una
repentinità così violenta da farle somigliare a vere fughe. Maggior gravità
hanno i deliri e le allucinazioni, a cui il nostro artista aveva una innegabile
predisposizione neuropatica. Non si tratta solo di deliri in istato febbrile,
provocato dalla malaria devastatrice, poiché in questo caso ci troviamo di
fronte ad una condizione patologica dell'organismo; ma si tratta di visioni che
egli dice di aver avute nella dura prigionia di Roma e d'una vera e propria
allucinazione durante l'intenso lavoro del Perseo. Fu in conseguenza d'una, la
più grave, di quelle allucinazioni che il Cellini pretese che una lingua di
fuoco, visibile a tutti, permanesse sulla sua fronte, a ricordo della visita
fattagli da Dio ('). L'esame Vedi Vita, I, 128. Per maggior comodità dei
lettori, uso della l'ila la buona edizione. di Brunoue Bianchi, uscita in luce
la prima volta nel 185*2 e poi tante volte ristampata dalla Casa Le Mounier.
Delle edizioni integre è la più comune, ed ha il vantaggio su quella
scientifica del Bacci di avere la divisione in libri e paragrafi, i primi dei
quali indico con cifra romana, i secondi con cifra araba. Tale e quale 80 la
psicopatia m benvenuto cellini di questi fenomeni è la parte migliore
dell'opuscolo (del resto un po' tirato viti) del dottore francese; solo sarebbe
stato desiderabile che a rincalzo delle idee da lui espresse intorno alle
tendenze mistiche del Cellini avesse invocato anche, il sussidio delle rime di
lui, molte delle quali hanno contenuto religioso. I fatti delle visioni e delle
all ucinazioni, ai quali non abbiamo ragione di negar fede, accusano certamente
perturbamenti nervosi non ordinari. Anche quella specie di aureola sul capo,
che all'orafo cinquecentista sembrava cosa « meravigliosa » e tale da fargli
credere ad un prodigio divino, non è poi, al lume delle odierne scienze
biologiche, la inverosimile cosa che taluno la reputò, giacché può essere stata
una di quelle irradiazioni luminose che furono costatate più volte in certi
neuropatici e particolarmente negli affetti d'isterismo. Il connotato psichico
più caratteristico del Cellini è peraltro quella impulsività, che così spesso
lo conduceva alle querele, alle liti, alle risse, ai ferimenti, agli omicidi.
Questa impulsività costituzionale, venutagli per via ereditaria e cresciuta in
lui per le agitazioni dell'esistenza che condusse, è la fonte a cui si lasciano
ricondurre moltissimi fra gli atti del nostro soggetto. In que' momenti di
furore nessuna potenza inricompare codesta partizione nella comunissima
edizione stereotipa Sonzogno curata dal Camerini, in quella del Biagi (1883,1 e
con lievi variazioni in quella di Gaetano Guasti. tima d'inibizione volitiva
era in grado di vincere l'impulso manesco e sanguinario. La sincerità con che
Benvenuto confessa e documenta quei casi è davvero preziosa per lo psichiatra,
ed il Courbon sa trarne conveniente partito. Un caso, fra tutti, a me fa
gagliarda impressione, e mi sembra tale da provare anche da solo lo stato di
malattia del Cellini: l'uccisione a tradimento di quel tal « archibusiere »
che, per difendere la propria vita, gli area morto il fratello Cecchino (').
Quella « cosi bassa impresa e non molto lodevole », come lo stesso violento
autore la chiama, non è dovuta ad un impeto di collera; ma è premeditata in
condizioni eccezionali. Dopo hi morte di Cecchino, Benvenuto vive in uno stato
di vera ossessione: egli ha giurato al fratello spirante di vendicarlo; egli sa
che il soldato, tirandogli quel tal colpo d'archibugio che l'ha ferito sopra il
ginocchio, agiva per difendersi: ma ciò non pertanto non può liberarsi da
quell'imagine, da quell'idea, da quel proposito, che gli son sopra notte e
giorno come incubi; egli prende a vagheggiare queir « archibusiere » come la
sua innamorata, e solo quando l'ha freddato si sente tornare la tranquillità
dello spirito. Tuttociò ha i caratteri dell'ossessione impulsiva studiata dai
criminalisti, che implica il ritorno della imagine della vittima e dell idea di
doverla punire, la coscienza piena e netta della condizione delle cose e del
proprio Vita. torto, la inutilità della resistenza nella lotta intima, il
sollievo dopo compiuto il delitto. La più mirabile analisi d'uno stato
psicopatologico come questo si trova nel fosco romanzo di Feodor Dostoiewski II
delitto e il castigo. Rispetto agli stimoli sessuali, è indubitato ohe il
Celimi li sentiva violentemente, come tutto era violento in quella tempra
duomo; è anche vero che la donna fu per lui un semplice strumento di piacere;
ma il Courbon va più in là e vorrebbe ammettere pervertimenti del senso che pur
troppo nel Cinquecento erano tanto più frequenti quanto più minacciati da gravi
punizioni. In questo apprezzamento non credo prudente il seguirlo per ragioni
che dirò tra breve. Tuttavia, in conclusione, reputo io pure che i sintomi
constatati, sebbene, presi isolatamente, abbiano poco valore, siano tali nel
complesso da far considerare il Cellini « cornine réalisant le type menta! du
dégénéré ». Ciò premesso, e data al Courbon la lode che gli spetta per aver
compiuto uno studio sinora non tentato e per averlo anche condotto innanzi
senza preconcetti e senza leggerezze, mi si conceda di accodargli per mio conto
qualche obiezione. Una pregiudiziale deve andare innanzi ad ogni altro
ragionamento, ed il Courbon, nonché risolverla, non ha neppure pensato a
proporsela. Fondandosi esclusivamente sui dati di fatto porti dalla Vita
celliniana, siamo certi di lavorare sul solido? In altri termini, è la Vita
sicuramente ed in tutto veridica? L'obiezione speciale si perde in una più
generale. Qua l'è il valore storico delle autobiografie, sulle quali i signori
psicologi ed i signori psichiatri hanno la abitudine di giurare? Nessuna cosa
più difficile che essere veritieri parlando di se stessi: anche quando si
abbiano i migliori propositi di sincerità, troppo spesso l'amor proprio ne
induce a tacere certi fatti ed a colorirne altri nel modo che ci torna più
comodo. Se l'autobiografo è un artista, accade anche di peggio. L'artista possiede
in alto grado qualità di fantasia, che lo tentano, per non dire 10 costringono,
ad atteggiarsi, e codesti atteggiamenti sono più o meno adulterazioni del vero.
11 Bertana lo ha dimostrato egregiamente per l'Alfieri, alla cui pienissima
sincerità si è creduto per tanto tempo. L'artista crea di sè un tipo, e
scrivendo la propria vita elabora quel tipo. Ciò è umano, nè giova la volontà
di fare diversamente. Non dice male una recente studiosa delle autobiografie,
parlando appunto del Cellini: « Egli si rappresentò con grande ingenuità, tal «
quale si credeva di essere, se non sempre qual « fu veramente, onde più che
ingannare il let« tore, ingannava sovente se stesso » ('). Il Plon, fi) Jonk
Pomi-ki, L'autohion rafia nella letteratura italiana, Macerata, 1!J0G, p. 61.
Vedo lodato, ma non potei conoscerlo direttamente, lo studio di Emilia Lwokati,
Benvenuto Cellini e la sua autobiografia, Fireuze, 1!XX). nella nota e sontuosa
sua opera sull'orafo nostro, ha bensì cercato di controllare i fatti della Vita
e in molta parte gli è accaduto di confermarli; ma restano pur sempre infiniti
particolari non controllabili e restano incongruenze patenti con ciò che il
Cellini narra di sè nei Trattati. Si deve inoltre riflettere che l'opera fu di
sua mano presa a scrivere (in un manoscritto ora mediceo-palatino della
Laurenziana di Firenze, e poi dettata ad un garzonettoj, quando aveva già
compiuto 58 anni; quindi gli errori mnemonici, che nelle Memorie goldoniane si
riscontrano cosi frequenti, non possono mancare, neppure qui. Per tutte queste
ragioni non mi sembra abbia torto il Symonds nell'applicare alla Vita celli
ninna la designazione celebre del Goethe Dichtung uncl Wahrheit ('), ed il
Courbon non fece bene procedendo sempre sicuro nella sua analisi senza pur
l'ombra d'un dubbio sulla assoluto veridicità dei fatti che egli prendeva in
esame. Ho già notato che il Courbon è, del resto, abbastanza spregiudicato e
non si lascia sedurre, come tanti suoi compagni di studi, dalla fìsima di
trovar dovunque sintomi di degenerazione. Tuttavia avrei le mie riserve da fare
intorno al valore ch'egli attribuisce alle infermità del Cellini, la cui
diagnosi può essere fatta a puntino da un medico, per i gran particolari che il
pa ci) La citazione è del Baci-i, nell'introduzione al suo citato testo
critico, p. LSLXVIII, ove sono dette cose sensate intorno alla veridicità della
Vita. ziente stesso ne fornisce. Ninna di quelle malattie ha particolare valore
diretto per le condizioni mentali del nostro soggetto, ed il dire che la gotta,
sofferta a 65 anni, siccome manifestazione dell'artr itismo « s'associe au
terapérament nerveux », panni un fuor d'opera, perchè può anche non
associarvisi. Cosi pure non riveste punto il carattere di morbosità
l'incostanza del Celimi nelle occupazioni. Se da orefice divenne scultore
(fatto allora non straordinario, perchè il passaggio dalle arti minori alle
arti maggiori era frequente per non dir quasi abituale) e pei* necessità anche
un po' meccanico ed ingegnere, e più che un po' bombardiere c musicista, per
certa tendenza che anche nolente aveva ereditata dal padre, e letterato, e nel
1558 per una bizzarria ricevette persili gli ordini ecclesiastici minori; ciò
non vuol dire che veramente cangiasse di occupazione. Bisogna richiamare alla*
memoria quali erano quelli spiriti del Rinascimento italiano, multilaterali per
eccellenza, aborrenti dalle morse dello specialista odierno; e bisogna tener
presente il tatto che il più delle volte fu la necessità del momento che
indusse Benvenuto ad occuparsi in modi diversi. In realtà, peraltro, chi legge
la Vita ha l'impressione d'una costanza unica del suo pi'otagonista nel
proseguire certi ideali di arte e nel perfezionarsi continuamente
nell'esecuzione artistica; costanza, che culmina nel fatto eroico della fusione
del Perseo. La megalomania, invece, è innegabile e si manifesta sin dalle prime
l'itili' della Vitti, ove Ben vomito vir-onoscinuli uomini * che hanno tallo H
U'iSA già rosiaim. clii' priniii si poteva percorrere con niella iiiciTU'Xiiii,
sorretti e guidali da congetture più (i niciio ingegnose. .Ma ciò clic più
inolila, ipirlLc lettore gli fornirono l'Achille degli argomenti per statare
ima delle più notevoli ed accredilate legende hiogra lidie relative al Uosa:
die t'irli, cioè, nel H>47. prendesse parte in Napoli alla rivolta di
Masaniello e. con altri pittori napoletani, formasse la eosidetta Compagnia
della morte, armata contro irli Spaglinoli e vendicatrice dei loro obbrobrii.
Bella certamente era questa leggenda, che, creata dapprima dal malfido Bernardo
de' Dominici, trovò sviluppo sotto la penna della fantastica lady Morgan ed
eccitò l'alto senso civile del Carducci, clic ne trasse occasione per dettare
le pagine più calde ed eloquenti della sua biografia del Rosa. Ma al cimento
dei fatti e d una critica circospetta non regge quella leggenda, ignota ai
primi biografi, contraddetta anziché confortata da un passo frequentemente
allegato delle satire. Nelle lettere ai Maffei. che precedettero e seguirono la
rivolta di Masaniello, non v'ha pur un accenno, nò che il Uosa partecipasse a
quei casi cruenti, nò che in quel tempo si recasse a Napoli: cosa che, s'egli
realmente vi fosse stato, sarebbe inesplicabile, sovratutto con un'indole della
sua tempra, non certo schiva dalla millanteria. 11 Cesareo batte in breccia, a
parer mio definitivamente, quell'episodio della vita del Rosa e mostra eziandio
come, con ogni probabilità, sia una favola la stessa Compagnia della morte,
quale divenne sinora tradizionale nella srori;i del seicento napoletano ' .
Questo è il più rilevante tra i riunirmi storici del libro. Se di ciò i non
tepidi amici del vero debbono rallegrarsi, gli è pur «l'uopo eoli venire die la
figura del Uosa viene a perderne il suo più bell'ornamento. Quel tipo cosi
idealizzato nei romanzi, nelle commedie, nei libretti d'opera (lady Morgan ebbe
in queir idealizzazione una parto cospicua, perche essa fu la prima a
rappresentare, eome.il Cesareo ben nota, « un Salvator Rosa byronianamente
romantico » l. «pici tipo di. avventuriere elefante, artista nell'anima, pronto
a tutte le più nobili iniziative, aperto ai manieri ideali, he lascia le tele
adorate per cospirare e combattere a prò della patria oppressa, che altel-na le
occupazioni della .scena con quelle ili dia tavolozza, i versi con la musica,
gli amori con la politica: quid tipo bizzarramente eroico vien pure ridotto a
proporzioni pici-ole, piccole assai! Ter valutarlo ancora, per quello che è, e
non _ua per quello che ne hanno fatto, è mestieri considerarlo, non già
isolato, ma allato agli uomini dei tempi suoi. In questo modo egli guadagna
assai, perchè al paragone di quelli uomini, >e non è adirittura un gigante,
non i' neppure ili statura comune. In mezzo alla cortigianeria qiagnolesca. che
tutto invadeva, ed allo infiaechimeulo generale delle tempre, egli sa serbarsi
indipendente, altero, anzi nero, immune da qual ! ' V,.,li voi. I, pl>.
17-.">li. RfcviEu Sunijhi frittosi 1 ROSA siasi bassezza. E un gran
pregio senza dubbio, anche se, in ultima analisi, esso germoglia da un cumulo
di difetti. A guardar bene, infatti, mi sembra che molta parte di quella
fierezza derivi dal concetto altissimo che il Eosa aveva di sè, e che andava
congiunto ad una grande vanità e ad una prosopopea ciarlatanesca da matamoros,
d'onde procedeva una prodigalità senza limiti ed una maldicenza cosi ostinata e
linguacciuta, come solo i gran vanitosi soglio»» averla. Di tutto ciò la sua
vita e gli aneddoti copiosi che ne raccontano il Passeri ed il Baldinucci sono
sicura testimonianza. Prontezza e versatilità d' ingegno, spirito arguto e
caustico, bizzarria, talor naturale, tal 'altra voluta, velano, non nascondono,
queste qualità morali non buone, alle quali ne va congiunta una peggiore di
tutte, che il Cesareo stesso non dissimula, la poca o nessuna delicatezza del
sentimento. Se il Eosa ebbe pochi ed oscuri discepoli, la ragione è forse da
richiamarne a ciò; perchè a far dei discepoli non basta l'ingegno e la
maestria, occorre anche il cuore. E di cuore il Eosa ne aveva pochino. Le
lettere ai Maffei sono piene d'eff,usione e talvolta fin di tenerezza: ma un
osservatore non mancherà di notarvi dei tratti grossolani, che indispongono.
Con Giulio Maffei il Rosa è spesse volte sgarbato: un animo gentile non sarebbe
mai sceso ad insolenze come queste: « In fatti voi siete « pontuale: promettesti
mandare il terzo delle « cose e così felicemente è sortito. Si desidera sapere
se le forchette mandate da voi habino da .servire per vangare la terra o la
minestra, « chè per la minestra non sono il caso, atteso « che, per quest'uso,
doveva V. S. mandarle « alla Ruota prima d'inviarle a noi. Ha perchè « la
nostra prudenza sa trovar ripiego a tutte « le cose (toltone però l'accomodare
il vostro « cervello) procureremo di servircene per la « prima caccia che si
farà dei porci o altra « bestia grossa più di voi » (*). E la volgarità di modi
che predomina sempre nelle sue lettere e che si palesa in genere nello sboccato
turpiloquio di tutti i suoi scritti. All'altro grande amico suo, Giambattista
Ricciardi, il professore pisano, poeta burlesco, osceno ma spiritoso, quanto
lirico serio indigeribile (s), mostrò bensì il Rosa benevolenza sincera, ma
appena al malcapitato avvenne di stuzzicarlo, gli piombò addosso una lettera di
quelle che non si dimenticano (3). Tuttavia il Rosa, come amico, non può dirsi
cattivo, ed a Lorenzo Lippi, l'autore del Malmantile, sembra fosse abbastanza
largo di favori. (li Voi. II, p. 46 i'2) Cfr. il voi. di Rime burìenche ili G.
B. Mù Ciardi, edito ila E. Toci. Livorno, 1881, nella cui garbata prefazione si
troveranno copiose notizie del Ricciardi ed anche della sua famigliarità col
Eosa. A p. XXXI il Toci parla di molte lettere inedite del professore pisano
esistenti in casa Maft'ei ed altrove. Chissà che, scovandole, non vi si trovino
nuove notizie anche del Uosa. (3i Voi. II. pp. 122-23. Al Ricciardi sono
dirette tutte le lettere del Rosa che mise in luce il Bottari. Una fastidiosa
canzone del Ricciardi al Rosa pubblica il Cesareo nel volume II, p. 138.
sALVA'l'oH Peg-gioro tu invoce nei rapporti famigliari. S'inveitili in Firenze
d una fanciulla di nome Lucrezia l'aolini. secondo il Cesareo, che irli aveva
servilo da modello, ne beneficò i congiunti e se la tenne in casa, allora e poi
sempre, come moglie. Xei tivnt'niini elle visse con lei. non sembra avesse mai
a lamentarsene: eppure non la sposò se non agli estremi della vi costrettovi
quasi dal l'ani ieo Baldovini. alle cui istanze, narra il Pascoli, cli'ei
rispondesse con giuoco inopportuno di spirito: « Se andare non si può in
paradiso senza essere cornuto, converrà tarlo ». E agevole immaginare quali
drammi si agitassero nel petto della povera donna, allorché Salvafere, ogni
qualvolta ella gli partoriva un figliuolo, ne taceva un mostruoso presente»
alla ruota degli esposti! a lui bastava ili allevare presso di sé il primogenito.
Rosai vo; degli altri si sbrigava in quella maniera molto spicciativa. Solo
quando Rosalvo venia» a morirgli di contagio, si decise a tenere presso di sé
un altri) figliuolo. Augusto. Ma più d'uno non mai. checché avvenisse! Le
gravidanze di Lucrezia ci le chiamava impicci. « La signora Lucrezia i
partecipava nel « ltiòl a (tÌuIìo iiaft'ei ' oggi son otto giorni ohe « mandò
alla luce un figliuolo maschio, copia « spiccicata di Salvatore Rosa a Imre f)
ili notte, « con più facilità di quello ch'ha sinora fatto por « la Dio grazia.
Il parto il giorno dopo, con La figura di quest'uomo stravagante Intlaìiilc,
latin s/ji/'i/n. full') fuoco, com'egli medesimo i lilie a dire di sé in una
lettera al Ricciardi, simpatica non riesce davvero. 1 biografi stessi, i
rendercela tale, dovettero lavorare di fantasia ed appiopparle per loro conto
delle doti che non aveva. Del resto, la simpatia importa ben poco allo storico,
il quale nel Rosa è pur costretto ad ani mirare l'ingegno ed a riconoscere in
lui 1 1 . v..i. n, |>. ss. iJ ì Ve.]. II. y. uno dei più caratteristici tipi
di quello squilibrato e tipico seicento, ch'egli vituperò tónto a parole. ^
Nelle sue linee fondamentali, la vita del Rosa resta, dopo la pubblicazione del
Cesareo, tal quale la si conosceva per gli studi antecedenti, onde basterà
richiamarla con pochi cenni, rettificandone col nuovo libro la cronologia. Nato
— all'Arenella presso Napoli, nel 1615, di famiglia poco agiata, in cui l'amore
per la pittura era ereditario, SAlvatoriello palesò ben presto inclinazione al
disegno ed alla musica. In Napoli ebbe la fortuna di riscuotere l'ammirazione
di Giovanni Lanfranco e di potersi giovare degli anmaestramenti del Ribora e
del Falcone, ai quali peraltro non professò mai gratitudine. Recatosi a Roma nel
1635, v'ammalò, onde dovette tornarsene a Napoli. Ma presso questa nazìoìi di
gran fumo e poco arrosto (a detta del Rosai, non potè resistere a lungo: ivi le
tre chiesuole artistiche del Ribera, del Caracciolo, del Corenzio, « accanite
tra loro in ogni altra cosa, « scrive il Carducci, in questa si trovavano d'ac«
cordo, allontanare i forestieri, calcare gl'iu* gegni crescenti ». Però
Salvatore prese di nuovo la via di Roma in sul principio del 1637. Da Roma si
recò col cardinale Brancaccio a Viterbo, e di là novamente, ma per poco, a
Napoli. Partitosene col proposito di non più ritornarvi, si stabili a Roma
nella primavera del 1638, in mezzo a quella fioritura artistica che v'avea
procurato papa Urbano Vili. Il Rosa ebbe campo ROSA d'acquistarsi fama come pittore,
d'esercitarsi nel toccare il liuto e nel l'improvvisa re poesie, nel far bella
mostra di sè recitando farse e commedie a braccia, ed anche di procurarsi non
pochi nemici con la sua lingua tagliente. Nel 1640 si riduceva in Firenze,
terra promessa per lui. ove si congiunse alla signora Lucrezia, strinse
amicizie gioviali e simpatiche, continuò ad istruirsi, a dipingere, a recitar
commedie, fondò con altri capiscarichi l'Accademia dei Percossi. Il suo amico
Lippi [Malmantile, IV, 1-1) dice di lui: pittar, passa chiunque tele imbiacca:
tratta d'ogni scienza, ut ex professo: e. in palco fa sì ben Coviel Patacca,
che sempre ch'ei si mova o eh'ei favella fa proprio sgangherarti la inascella.
Stretta relazione coi signori Maffei di Volterra, si recava spesso nelle loro
tenute. Sembra anzi i^he in casa loro si sgravasse Lucrezia del bambino
Rosalvo, nel 1641. Nel 1649 il Rosa si ridusse di bel nuovo a Roma, ove si
trattenne il resto della sua vita, allontanandosene solo per qualche tempo, nel
1661, per recarsi a Strozzavolpe, villa del Ricciardi, e quindi a Firenze, in
caso Paolo Mi micci, il commentatore del Malmantile. La sua attività di pittore
diede in quegli anni i frutti migliori: alle esposizioni di S. Giovanni
decollato e della Rotonda aveva sempre qualche nuova tela da mettere in mostra,
e l'ammirazione dei contemporanei giungeva al colmo. Gli acciacchi della
vecchiaia lo assalsero precocemente; nel 1666, a 50 anni, già se ne doleva.
Continuò tuttavia a lavorare di pittura e di poesia, finché non infermò di un'
idrope, che Io spense nella primavera del 1673. In Salvator Rosa l'artista fu
senza dubbio superiore all'uomo: ed è appunto dell'artista che mi propongo ora
di discorrere. II L'artista. Il 16 settembre 1662, Salvator Rosa scriveva
all'amico Ricciardi: « Lessi subito la vita d'Ap« pollonio, composta da
Filostrato, con mia par« ticolar sodisfazione per quel che s'appartiene « alla
curiosità; ma non ci ho trovato quello, « ch'ella mi significò che ci avria
trovato, di « singolare e stravagante per la pittura, essendo « fatti, che
quasi tutti darebbono in una cosa * medesima, onde vi prego a propormi qualche
« altra cosa, acciò vi potessi trovar cose più « fuori dell'ordinario, avendovi
però notato al« cuni fatti per servirmene » ('). Grammatica a parte, queste
linee, o m'inganno, sono abbastanza significative nello esprimere il concetto
che il Rosa si era fatto della pittura. Egli andava alla ricerca del singolare,
dello sh'avagante: non per nulla viveva in quel secolo in cui il cav. Marino
avea apertamente dichiarato: k del poeta il fui la meraviglia. Aveva molte
letture e di esse amava far sfoggio nelle sue tele, il cui soggetto, di per se
stesso, era atto a colpire. La storia vi dava la mano all'allegoria filosofica.
Cadmo e gli uomini che sorgono armati dai denti dell'atterrato serpente;
Socrate che beve la cicuta: Democrito in contemplazione tra le tombe e gli
scheletri; Pitagora che parla ai discepoli stupiti dell'Eliso, e altrove,
circondato dalla sua scuola, offre denaro ai pescatori perchè lascili liberi i
pesci; Catilina; l'ombra di Samuele innanzi a Saulle, ecc. ecc.; e poi
personificazioni allegoriche in gran copia, con largo sviluppo del concetto
simbolico, la Fragilità, la Fortuna, lo Spavento, la Giustizia, la Pace, ed
altre ed altre: ecco i soggetti che prediligeva. Quando era di vena, e lo era
quasi sèmpre, lavorava con meravigliosa sollecitudine. In poco più d'un mese
consegnò finita una grande battaglia, che doveva essere regalata al re di
Francia e che oggi si vede tuttora al Louvre. Le battaglie si prestavano alla
sua fantasia sbrigliata, e però gli piacevano. Fu infatti il Rosa, anzitutto,
un pittore fantastico: gran parte della sua potenza consiste nel modo imaginoso
e bizzarro in cui vi si vede il soggetto, quasi sempre ben scelto. Per questa
parte pochi pittori più ricchi di lui vanta la storia gloriosa delle nostre
arti del disegno. Nella satira La pittura, ch'è una specie di prò', gramma
teorico d'arte, ove Salvatore monta sui I trampoli, fa la lezione e trincia
giudizi e dà la stui'ii ;i invettive, egli deplora l'ignoranza ilei pittori,
tallio più biasimevole in clic tal vii Itti inliliti lilttrt>fan;iti i
palazzi di principi cristiani. .Sul di t'emminc igiiude i re. fregiati hanno i
lor jrabinetti, e quindi nasce che divengano anch'essi effeminati. Ve li
figurate quelli innocentini di principi secentisti, che macchiano la purità
delle loro animucee di tortora al cospetto delle Veneri Tizianesche? È il
falso, che giunge al grottesco: il falso di tutto quel secolo ipocrita e vile,
in cui moraleggiala col pennello, fino a non osare di far comparir Frine ignuda
innanzi a Senocrate, e più con la penna, chi viveva gran parte della vita in
concubinato e mandava i figliuoli a' trovatelli! Quantunque il Rosa avesse a
sdegno d'esser chiamato paesista, la sua vera gloria è la pittura di paesaggio.
Chi farà un giorno la storia di questa pittura dovrà assegnargli un luogo
eminente. Egli aveva il sentimento vivo, ardente della natura. Basta osservare,
per accorgersene, il desiderio immenso che gli lasciava sempre la campagna, la
vera sete di ritornare a Barbaiano e a Monterufoli, che si palesa nelle sue
lettere ai Mafifei. Basta por mente a quella lettera significatissima al
Ricciardi, in cui gli dà conto d'un suo viaggio da Roma nelle Marche, attraverso
l'Appennino c E un misto, diceva egli, « così stravagante d'orrido e di
domestico, di « piano e di scosceso, che non si può desiderare * di vantaggio
per lo compiacimento dell'occhio ». E ammirava le tinte delle montagne, i cupi
orridi « da far spiritare ogni incontentabile cervello », i romitori
solitàrissimi di quei luoghi « di stra« ordinario diletto per la pittura ».
Maniera questa tutta moderna di considerare le cose esteriori, che si trova
riflessa nella modernità dei paesaggi Rosiani, sapienti nelle tonalità elei
colori, pregevoli per l'aria e gli sfondi, felici nelle prospettive, pieni di
rilievo, di vita, di robustezza nel tocco. Senza punto atteggiarsi a critico
d'arte, il Carducci disse in proposito egregiamente: « Nel, appartiene alla
vecchiaia del Rosa ('), ed ha della vecchiaia tutti i difetti: querimoniosità
ancor cresciuta, cicaleccio sempre più prolisso, pessimismo arcigno,
inclinazione al bigottismo. Qualche terzina robusta, qualche strale ben diretto
non valgono, a parer mio, a salvare questo componimento. Eppure è proprio qui
che il poeta esclama: Bastami solo in quest'età corrotta, senza adulnzion, nè
falsi orpelli, in Pindo aver la verità condotta, dato a le tosche satire i
modelli, a Parnaso il suo Elia e il suo Tirteo (s). No, no; è troppo, è troppo!
Le tosche satire avevano ben altri modelli: fu ben altro poeta satirico
l'Ariosto, e seppe esserlo quando volle, ben altrimenti plastico e rovente,
anche Dante. La satira del Rosa, tutta invettiva e sarcasmo, dettata dall'ira,
anzi dal furore, come tante volte egli dice, non era di quelle che possano
produrre buoni frutti. Le lungaggini, la pesantezza dei continui richiami
classici, addotti a pompa, infiniti, per cui, come il Carducci notò, « a questo
La cronologia delle satire fu dal Cesareo fissata con molta cura ed ingegnositì
di osservazioni.autore ò necessaria l'illustrazione più forse « che a qua lehc
poeta latino », lo stile disuguale e spesso sciatto, l'espressione troppo di
frequente plebea, non sono qualità che si addicano a componimenti esemplari. Il
cardinale Pallavicino, che senti quei componimenti dalla bocca del loro autore,
disse che gli sembravano bellissimi solo in alcuni squarci: e disse bene. K il
Giusti, rammentato già dal Carducci, ancora meglio: « sorridono d'una certa
scioltezza gaia e « ciarleria: vi sentì il brio pronto e loquace del «
Napoletano: il fare dell'uomo avvezzo in palco « a spassare la brigata; ma io
lo scorgo povero « in mezzo a quel lusso erudito: declamatore, « pieno di
lungaggini, si lascia e si ripiglia per « tornare a lasciarsi e ripigliarsi
cento volte: « vanga e rivanga uno stesso pensiero, e te lo « rivolta da tutti
i lati, come se faccettasse un « brillante; si sente insomma che lo scrivere
non « era l'arte sua naturale, ma un di più del suo « ingegno » ('). E nobile
talvolta la sua ira, ma non sa conservarsi nella misura e dà botte da orbo a
diritta e a mancina. La ragione forse per cui la satira sulla poesia è riuscita
migliore delle altre è appunto questa, a parer mio, che in essa il Rosa ha voluto
e saputo determinar meglio il suo concetto, additar meglio i bersagli contro
cui scoccava le sue freccio. Onde (piando lo ve (li Discorso premesso al
l'armi, eiliz. Le Mounier. ISiiO, li. 1 1 i ; 1 1 1 1 > > porro in
canzone, ad esempio, le accademie ed il v liuto della poesia roboante di quello
versaiuolo. e quando, attediandosi a fiero .iiiiiiiiai inista, lo troviamo
ridere di quelle ima- i ni sbalorditole e di «incile ridicoli' ampollosità ilei
suo seicento, non possiamo a mimo di battergli le mani, e di ammirarlo immune,
quanl inique non solo ad esserlo, da quella lebbra, cozzante coni ro il mal
gusto clic dilagava. * Bello scrittore il Rosa non fu. Xella prosa ancor meno
che nei versi. Nelle lettere, che il Cesareo seppe raccogliere abbastanza copiose,
stile e liniaia sono incerti, ortografia incertissima. L'editore avrebbe usato
cortesia al povero Salvatore non riproducendole con sì scrupolosa fedeli;!,
come se si t'osse trattato d'autografi del fingente. Regolare quella selva
selvaggia di maiuscole fuor ili luogo, raddrizzare qua e là la grafi;i.
collocare un po' meglio la punteggiatura, non rispettare persino i trascorsi di
penna, sarebbe stato torse1 pietà. Almeno quella prosa, bella non mai. sarebbe
riuscita più leggibile, come più leggibili sono le lettere al Ricciardi le
migliori per contenuto che si abbiano del Rosa) edite dal Bottali. Ciò peraltro
che l'editore- non avrebbe in nessun caso potuto mutare è la volgarità
dell'espressione, la libertà sboccata degli scherzi indecenti. .Strana, invero,
tanta trivialità in un pittore qualche volta così elegante, in un uomo d'animo,
se non altissimo, certo non del lutto ignobile, che protese coi Tevere i vizi
de' suoi simili nel costume e nelle arti! Nota aggiunta. — E'Iitn nella
Gazzetta letlrrmiti ilei ."J . L invilenti! mniinirralin su] lìnsn pi 1 1
>, ]ier Olii si veila riò rhe ne scrissi nel II ioni, storiro, LUI. l'il.
Sulle satire è semine cmisiileraliile il ijiuiliy.io de] Bki.i."XI. //
Srirrutn, Milano lsìtìl. '2iU Si ai i i 4.'» anni) il conte liiulio Perticali.
Si spegneva dopo una malattia Pinna ed oscura, accompagnata da n'eri abbati
imcnti inorali, da preoccupazioni angosciose e misteriose. Si spegneva fuori di
casa sua, a San t'usiaiizo di Pesaro, presso il cugino Francesco i'a»i. Aveva
intorno parenti, amici, la moglie, accorsa tardi al suo capezzale perchè
trattenuta altrove da gravi cure, ma desiderala. Quella donna aveva pianto
amaramente, s'era data in preda alla disperazione (piando vide esanime il
marito, ma nello sfogare l'ambascia aveva pur a -l'usato se medesima, quasiché
non avesse avuto pi'l suo (iiulio l'affetto e la premura ch'egli meritava.
Poscia s'era allontanata, senza pur recarsi a visitare in Pesaro la buona
suocera, quasi si vergognasse di comparirle d innanzi. Kd ecco una voce farsi
strada in mezzo all'universale rimpianto per la perdita dell'insigne letterato:
una voce dapprima bisbigliata da qualche parente, poi propagata dai fratelli
dell'i .-liuto, finalmente accreditata da molti amici presso il pubblico. La contessa
Pertieari era stata una cattiva moglie; il conte Giulio era morto di crepacuore
per i mali portamenti di lei; lo aveva pur detto ella stessa che si sentiva
lacerata dai rimorsi, s'era pur vergognata ella stessa di presentarsi alla
suocera, da cui con materna tenerezza era amata. Le accuse furono concretate in
un libello, che « alcuni amici del vero » scrissero in risposta a certa
necrologia del Perticari uscita nel Giornale delle dame. Il libello anonimo,
che fu largamente diffuso a penna e letto avidamente dai dilettanti di
scaudali, tacciava la contessa Perticari di colpe gravi e la additava come
responsabile della morte di Giulio. Nessuna cosa più facile che il far
penetrare nel pubblico simili sospetti, massime quando si tratti di persone
illustri e perciò osservate ed invidiate. Le accuse ottennero fede anche presso
coloro che avrebbero potuto e dovuto procedere con maggiore cautela nel
crederle. Il Giordani, in un paio di lettere, deplorava la mala azione e se la
pigliava (mancomale!) con l'utero e con la perfida razza umana. Il Niccolini,
scettico e sboccato come al solito, vi ghignava sopra scrivendo: « Io non lo
posso credere, « perchè il Perticari era uomo dottissimo e di «•molta perizia
nella lingua; ma non fatto da « natura a sentire fortemente ed affliggersi per
« le corna, necessità antica ed eterna di tutti ' i mariti ». Persino il
Mustoxidi, che dapprima aveva inorridito alle accuse lanciate contro la vedova
Perticari da lui un giorno idolatrata, qualche mese appresso, scrivendo ad
Antonio Papadopoli, trattava di lei con sprezzante malevolenza e la chiamava «
una donna » di cui si vantano, false o vere che siano, « mille galanterie ». Ma
la voce sparsa dal libello, accortamente esagerata, doveva ben presto figliarne
un'altra, mostruosa. Non solo la Perticar! aveva trafitto l'animo del marito
co' suoi disordini morali, ma lo aveva anche materialmente ucciso. La morte
misteriosa era dovuta a veneficio; e a riprova si adducevano certe macchie che
i medici rinvennero nelle membrane del ventricolo di Giulio allorché ne
sezionarono il cadavere. In pieno secolo decimonono, Costanza .Monti Perticali,
la bella, la dotta, la inspirata figliuola di Vincenzo Monti, aveva avvelenato
il marito e (si aggiunse persino) con la complicità del padre celebratissimo,
geloso della fama crescente del genero! * • * Tanta enormità chiedeva solenne
smentita. E la smentita venne dal celebre clinico Giacomo Tommasini, che aveva
assistito (troppo tardi chiamato da Bologna) alla fase estrema della malattia
di Giulio. Il Tommasini, in un suo opuscolo stampato a Bologna nel 1823 col
titolo Storia della malattia per la quale mori il conte Giulio Perticati,
attestò solennemente che si trattava di morte naturale dovuta ad una « lenta
infiammazione di fegato ». Da parte LA
FIGLIUOLA DEL MONTI sua, Vincenzo Monti, fieramente irritato contro i
denigratori della figliuola dilettissima, li pungeva in un'ode stampata nel
1823, e quindi in un'apostrofe eloquente della Feroniade lamentava la loro
freddezza per Giulio, accostandola al dolore profondo della « derelitta sua
misera sposa ». Spettava alla critica moderna il vagliare coteste voci e
testimonianze contraddittorie. Ernesto Masi (l), mentre produceva una lettera
di Costanza Perticari diretta a Paolo Costa, difendeva la misera vedova,
facendo intravvedere quanto calunniose fossero le dicerie sparse a suo carico;
e un paio d'anni dopo la difesa era avvalorata da altre preziose lettere di
Costanza scovate in Fano da G. S. Scipioni tra le carte di Filippo Luigi
Polidori e da lui, con giuste considerazioni, fatte conoscere (!). Tanto il
Masi quanto lo Scipioni, ma specialmente quest'ultimo, riuscirono a ricostruire
la tristissima guerra di cui la contessa Perticari fu vittima, indicandone,
come principali attori i fratelli di Giulio e più specialmente due
corteggiatori delusi della bella figliuola del Monti, letterati entrambi, il
pesarese conte Francesco Cassi, noto traduttore della Farsaglia, ed il fanese
conte Cristoforo Ferri. Oggi una signorina buona, intelligente e colta toglie
ogni velo a Parrucche e sanculotti, Milano, 188G, pp. 239 sgg.Giornale storico
della letteratura italiana quella specie di congiura e chiarisce in ogni punto
la biografia di Costanza con un libretto vivace e simpatico ('), che si basa su
di un numero ragguardevole di documenti amorosamente ricercati in vari
depositi, ma in ispecie nella Oliveriana di Pesaro, e sulle lettere tutte, in
grandissima parte inedite sino ad ora, della Per ticari (!), che costituiscono
un volume istruttivo e valgono meglio d'ogni altro discorso a farci leggere nel
cuore e nella mente della donna infelice. La signorina Maria Romano, con una
franchezza che le fa onore, non dissimula che il suo libro ha una tesi. «
Desiderava, scrive, di « scoprire la verità intorno alla vita di que * sta
donna, ero però decisa a non pubblicare j7 sgg. Zaiotti, perchè quelle pagine
ebbero successo e diffusione veramente grandi rlett. 197, 198). Lo Zaiotti, a.
sua volta, la cui figura letteraria attende d'essere degnamente tratteggiata
(')serbò costante la stima e l'affetto per la sventurata figliola del grande
amico suo, e quand'ella fu liberata dalle pene dell'esistenza fece incidere
sulla sua tomba ferrarese una bella iscrizione, che si chiude qualificandola «
sempre buona | ora anche felice ». E davvero la bontà di Costanza rifulge nel
suo epistolario e nella biografia che seppe scriverne la Romano con delicatezza
squisitamente e caldamente amorosa. È una bontà robusta, senza sdilinquimenti,
oserei quasi dire classica; ma è una bontà che vale a scusare qualsiasi debolezza,
perchè proviene veramente da un cuore ben fatto e retto. Quando il cugino Luigi
Cassi languiva in terra straniera dopo aver partecipato alla disastrosa
spedizione di Russia, fu lei, Costanza, che cercò in tutti i modi di averne
novelle, mentre la famiglia si baloccava nella più vergognosa apatia. E dopo la
morte del il) Nocque grandemente allo Zaiotti la sua qualità di fervido
austriacante e la parte avuta nei processi contro i cospiratori italiani,
nonché quel libretto della Semplice rarità, che fece fremere tanti onesti
patrioti, sebbene di cose vere ne dica parecchie. Non certo il politicante
d'idee strette e malsane, ma il letterato meriterebbe qualche studio, non
foss" altro per le molte ed alte relazioni che ebbe. Speriamo che possa un
giorno farcelo conoscere appieno il Luzio, il quale si valse sinora del suo
carteggio col Salvotti, massime nel recente volume sul Processo
Peìliro-MaroncelH. marito, la nobiltà d'animo di Costanza si mostrò superiore
ad ogni elogio. Solo preoccupata di rendere onore al defunto pubblicando i suoi
scritti, perdonò ai propri calunniatori, serbò sempre affetto alla suocera,
prese cura di Andrea, rampollo illegittimo di Giulio (lett. 132). Allorché nel
febbraio del 1824 mori l'archeologo bolognese Giuseppe Tambroni, al quale
Costanza era singolarmente affezionata, la vediamo piangere e desolarsi (lett.
158), sebbene avesse tante ragioni di cruccio per le faccende sue personali. «
Sul mio cuore l'amicizia stampa « caratteri indelebili » (lett. 71) scrisse un
giorno, ed era vero. Da questa maniera di sentimento non la distrassero i molti
e gravi disinganni, nè valsero i dolori suoi a renderla indifferente ai dolori
altrui. Allorché le mori la seconda persona ch'ella amava di più sulla terra,
il padre, provò più cupo il dolore, solo lenito dalla fede religiosa (lett.
192). Come avea fatto per Giulio, cosi anche del padre curò la fama procurando
la stampa delle sue opere inedite, e fu afflitta al vedere che la madre voleva
immischiarsene lei e cercava il lucro nell'impresa pietosa (lett. 197 e 199).
Sebbene anche alla madre chiudesse gli occhi con figliale pietà (lett. 210) e
per la sua dipartita rimanesse sinceramente addolorata (lett. 211), non vi fu
mai vero affiatamento tra Costanza e Teresa Pichler (*). Cosi va scritto il
casato della moglie del Monti, sebbene ossa firmasse, secondo la falsa
pronunzia italiana, Pilcler, Erano troppo diverse. La Pichler era vana,
superficiale, ma in fondo calcolatrice ed egoista; la generosità, lo slancio ed
il disinteresse Costanza li aveva ereditati dal padre. * * • Se v'ha una
deficienza nella biografia di Costanza dettata dalla Romano, questa si
riferisce alle occupazioni intellettuali della figliuola del Monti. In estremo
grado assorbita dal quesito inorale propostosi, la Romano non consacrò a questa
parte molta attenzione. Sarebbe utile che un giorno altri vi si indugiasse; ma
a farlo convenientemente sarà necessario che prima si abbia quello studio
definitivo, che ancora manca, sugli scritti e sul valore di Giulio Perticari.
Tutta l'educazione e l'attività di Costanza dipendono direttamente
dall'indirizzo che le diede il padre e dalla consuetudine col marito, che nel
campo intellettuale fu più fervida e simpatica che in quello affettivo. In una
lettera del 1818 la contessa gli scrive: « te lontano, io non posso più *
nulla. Una prova te ne sia che i miei studi « languiscono, ho mille dubbi che
nessuno mi « solve, perchè nessuno ha la pazienza tua e « d'altronde in nessun
altro potrei porre la fidu crane pure si legge sulla sua fede battesimale (cfr.
Vici hi, Primo *aygio su V. Monti, p. 5), e in altri documenti. Però nella fede
di battesimo (9 giugno ITtfii di Costanza è detta Pichler (Viccui, op. cit., p.
52; e tale dovette essere la forma del cognoDe, comunissimo nelle province tedesche
dell'Austria.eia, perchè so die nessuno così mi anici come « tu fai Per ora non
ti dico di più, se non che « i miei libri son chiusi e non li riaprirò se non «
all'apparire del mio Apollo. » (lett. 58). Musa leggiadra e vivace nel gruppo
letterario pesarese, che aveva in casa Pertica ri il suo centro, Costanza non
riuscì solamente artista squisita ne' versi, tra' quali eccelle quel poemetto
su L'origine della rosa, che alla fluidità ariostesca dell'ottava rima accoppia
l'urbanità molle e gentile del sentimento virgiliano ('); ma diede anche opera,
sovvenendo il marito, a severi studi filologici nel modo che a quel tempo
s'intendevano. Alla retta lettura e all'interpretazione dei testi classici essa
mostrò una passione che in donna non è comune, occupandosi con predilezione
della Commedia, tanto cara al suo genitore. Come appare dall'epistolario, ella
era sempre in traccia di codici del poema dantesco e dei migliori testi a penna
studiava le varianti con buon discernimento critico, sebbene con un criterio
soggettivo che non sarebbe più approvato a' di nostri. Una parte delle sue
fatiche fu fatta conoscere nel (!) Achille Monti, pronipote di Vincenzo,
accostò alcune odi proprie ai versi di Costanza, ed il volumetto usci nel 18H0
in Firenze, per cura di L. F. Polidori. Altri versi di Costanza pubblicò lo
Scipioni ne] menzionato volume XI del (riornale storv;o. Ma abbiamo ragione di
credere che buon numero di sue produzioni letterarie siansi perdute per
malevolenza dei parenti, che gliele ritolsero in modo indegno, come appare da
una sua lettera a Laudadio della Ripa (lett. 149). l'edizione De Komanis del
commento del Lombardi. Sovvenne anche il marito nella revisione del Convivio e
nella restituzione critica del DitI a mondo, opera che al Pertieari stava molto
a cuore, e che dopo la morte di lui fu dalla vedova curata (lett. 131) e servi
alla nota edizione ventisettana del Silvestri ('). In queste fatiche, come
nell'attendere alla fama letteraria di Giulio, pose Costanza quell'impegno e
quell'ardore che erano propri del suo carattere. Degna tigli noia del Monti,
essa era innamorata dei classici ed oltre a Dante aveva studiato a fondo e
chiosato il Petrarca, l'Ariosto, il Poliziano, il Tasso. Non meno del padre,
che chiamava epizoozia il romanticismo, anzi la ro mantice ria (f), detestava
Costanza i romantici e col solito fuoco flava sfogo a tale suo odio scrivendo a
Urbano Lara predi: « queste tue lodi che non merito mi « saranno stimoli perchè
io studi a meritarle « quando che sia. E di questa sola ed alta spe« ranza mi
vo pascendo. Questa mi tiene di (li II Perticali in una lettera del 16 marzo
1818 a G. Antonio Roverella dice che la « buona Costanza... gli si è fatta ■ un
grande aiuto nei suoi penosi studi Vedi la mia edizione delle Liriche di Fazio
degli l'berti, p. CCLXXVII. Rispetto agli studi del Perticali su] Diltamondo
sono da vedere le recenti comunicazioni dei dottori Pelaez e Nicolussi; cfr.
(riorn. star, lìella leti, italiana. Intorno all'edizione milanese del Conririo
ed alla parte che v'ebbero le correzioni del Pertieari, è da consultare uno
speciale articolo di R. Murari nel (Giornale dantfuro, V, 11. 2i Ciò è detto in
una lettera inedita del Botta a G. Grassi, per cui si veda la memoria di Emilia
Rkois, Studio intorno alla cita di Carlo Bolla, Torino continuo fra i diletti
miei libri e specialmente « fra quelli de' latini divinissimi peni ri nostri,
spregiati solo da quella vigliacca pk'be di ro« marnici, che squarciano la bocca
a bestemmiare ciò che non intendono, anzi elle non « sono né pur degni
d'intendere. Kd è caso « veramente non tollerabile che idi uomini del «
settentrione cerchino ora di farsi barbari culla « penna, come già negli
anelali secoli il fecero « colle spade. E che v'abbiano de' nostri così vili,
cosi dimentichi di loro stessi che s'in« chinino a tanta servitù! 0 mio
Lamprcdi, il mio cuore è ponilo d'ira: toccando di queste * cose, tu mi fai
bollir l'animo. Qui è ueces« sai'ia una interra seenni : tu puoi, tu devi os«
seme gran campione: e fare che almanco in « Napoli e in Roma non penetri questa
pesti« lenza di che già in Lombardia ammalano « molti e molti: e sarà grave il
danno ove non « si metta pronto il rimedio » lett. 47.. Tale misoneismo
intemperante, ma spiegabilissimo, in fatto a letteratura, non impediva in altre
pertinenze idee più larghe improntate a sentimenti moderni. Così rispetto
all'educazione delle donne, reputava Costanza essere « bestiale pregiudizio »
quello che le allontana da ogni coltura dello spirito, giacché, aggiungeva, «
Pini« imaginazione essendo generalmente più viva « nelle donne, fa d'uopo
maggiormente di fer« mare questa nostra troppa fervidezza in cose « di severa
applicazione, perchè i lavori ma« nuali non bastano a tenere occupato lo spiri
ro » (lett. -JOx . Cosi pure nel vagheggiare un'Italia libera ed una, essa si
accostava agli odiati romantici e partecipa va alle aspirazioni del marito ').
Xello lettei'e scritte da Roma e manifesto il disgusto che le ispira la città
papale, in cui \i sono tante cose che la « arrabbiano » ilett. &2). Essa si
trova colà quando vi giunge, t'esteiigiatissiino. Francesco I d'Austria, e
([nelle gazzarre, lungi dal rallegrarla, le danno dispettosa melanconia, come
scrive al fido Alitatili: « troppo alti sentimenti mi bollono nel« l'anima per
poter essere spettatrice fredda «. della vergogna italiana. E quindi inutile
che ti dica non aver ancora veduta neppure una festa pel cos'i detto
imperatore: anzi al suo inuresso in Rom a, quando tutta la città era spopolata
tranne il corso e la via di Ponte Molle, la tua Costanza passeggiava mestamente
per Campo Vaccino, maledicendo il Cielo e la nostra iniqua fortuna. Io sola fra
quelle rovine piangeva mestamente la nostra perduta patria; e forse troppo alto
orgoglio era il mio, ma in quid giorno io mi sentiva, quantunque isolata, assai
più grande dei grandi che ci rovinano » dott. 79). Benedetta colei che in te
t'iiiciiise.' verrebbe voglia di sciamare. Eppure essi era fervidamente
religiosa, e in moltissime lettere dice e ripete che senza quella religiosità
limi avrebbe esitato un istante a troncare la I Vi'dasi il discorso di Gr. S.
ìS i li di due settimane se ne smalti un'edizione copiosa, e mentre scrivo si
lavora febbrilmente per farne uscire presto una seconda. Non malsana curiosità
del pubblico spiega questo successo d'un volume che si direbbe a prillisi
giunta vivanda da eruditi: anzi, l'avere il pubblico italiano, cosi poco facile
a prendere fuoco pei libri clic non sieno d'occasione, ili scandalo o di
lettura anienissima, inteso subito l'importanza di questo, gli torna per lo
meno a tanto onore quanto ridonda a disdoro di pochi letteristi scontrosi
l'averne .n'indicata inopportuna la pubblicazione. E ciò non solo perchè, come
disse un buon s'indico i 1 1, cotesti Bruii/ « contendono gemmo di rara
bellezza », ma specialmente perchè, fu aggiunto a buon dritto dalla medesima
persona, « nel confronto che possiamo « fare è un elemento di studio, per
scrutare e « indovinare la paziente opera del genio». Confronto di svaria
tissima natura: studio d'importanza tale che da molti anni, oso dire, la
critica non ebbe occasione di farne uno più significante nò più proficuo. È
noto con quanta pena e con quale industria sottile l'arte incontentabile del
Manzoni raggiungesse nell'edizione del 1840 la perfezione formale che difettava
in quella del 18*27. Le due edizioni furono stampato a fronte e furono studiate
comparativamente da parecchi, con speciale acume i ti A. FouAzzAim nel
(liofiia/c ti 'Italia 'IH. e fortuna segnatamente dal D'Ovidio. Anche da questo
punto di veduta i Brani, stesi tra la primavera del 1 Si? 1 e l'autunno del
ltòS, offrono a rgoniento ad osservazioni preziose, giacché ci fan vedere
quanto miserella. disuguale, taloi'a persino sciatta e mal contesta t'ossela
primissima veste die il pensiero manzoniano si mise addosso. Ma non di ciò io
mi propongo di qui discorrere: ■4 bene del contenuto, richiamando l'attenzione
dei lettori sulla fisionomia che il romanziere milanese diede dapprima a eerti
suoi personaggi e sullo sviluppo primitivo di certe scene. Ammetto senz'altro
che ognuno abbia presente nelle sue particolarità quel libro meravigliosamente
fresco, che doveva dapprincipio intitolarsi Vcrmo e Laviti, più tarili (Hi
Sposi Promessi e finalmente si chiamò / Promessi Sposi. Quindi, ■icnz altri
preamboli, vengo al buono, e considero anzitutto Gertrude. In altro articolo
esaminerò l'Innominato ed in un terzo rivolgerò la mia attenzione a figure e ad
episodi minori. Cenni fugaci saranno questi miei, ma mi terrò pago se per essi
nascerà in altri la voglia di uno scandaglio più profondo e se questi altri
troveranno nella lettura e nel lavoro il diletto spirituale *q insito che a me
venne dal confronto dei Brani con le (luti redazioni del romanzo. ■.^ Senza pur
conoscerne il nome, attinse il Manzoni la tragica storia di suor Virginia
Maria, al "croio Marianna de Lev va. dal Ripamonti. Ripamonti aveva
conosciuto di persona la Signora di Monza ne' suoi ultimi anni. In quella
vecchierella curva per la grave età, macilenta e torrefatta dai patimenti e
dalla espiazione, veneranda per santità di pensieri e di opere ('), inai si
riusciva, dice egli, a figurarsi quale doveva essere stata un tempo, bella,
altera, procace. In tutto il racconto latino, elegante e pomposo, i personaggi
sono anonimi, ail'infuori del seduttore, Giampaolo Osio; ma ciò gli concilia
certa vaga solennità, suggestiva in sommo grado pei1 un artista. Sebbene
nell'annalista milanese si scerna manifesto il proposito di togliere anche da
quella storia esempio edificante e di farvi risplendere la parte di sant'uomo
che anche in essa ebbe il cardinal Federigo, v'ha senza dubbio materia più che
sufficiente per tesserne un romanzo saturo di forte drammaticità. E il Manzoni
lo fece: ma in entrambe le redazioni del romanzo la sua attenzione fu volta in
particola!1 guisa alla psicologia della fanciulla, spinta contro ili Dopo la
condanna, suor Virginia stetto 13 anni murata in una cella oscura, poi passò
alle convertite di Santa Valeria, ove fu soccorsa dalla carità del cardinale
Federigo Borromeo. Xata nel 1575, mori nel IliòO. A noi è consentito di leggere
nella sua anima pervertita col sussidio degli atti processuali, che conosciamo
mutili, come ce li diede in due edizioni il855 e D-W4) Tullio Dandolo. Lo Sforza
mi dice che per buona ventura il processo integro fu rintracciato a Milano. Del
periodo espiatorio conosciamo sue lettere pd altri documenti, per via del
nutrito lavoro di Lrioi Zkriii, La f)'iipiora ili Monza nella aloria, ili Ardì.
star, lomliartlo, an. XVII, 1HH0, fase. voglia nel chiostro (argomento pel
quale non mancavano a lui reminiscenze personali e letterarie W), ed alla
psicologia della monaca forzata (s), e tirò via sulla seduzione e sulle
conseguenze atroci della seduzione. Privatamente informato, tra la prima e la
seconda edizione, dell'esistenza del processo, e avutane fors'anche cognizione
diretta, egli non modificò affatto nella sostanza il lungo episodio, e del
nuovo elemento onde si precisava in lui la nozione del soggetto ci lasciò una
spia quasi impercettibile in un solo particolare aggiunto nella stampa del '40.
Quivi è detto che dopo la sparizione della conversa uccisa nel monastero di
Santa Margherita perchè non riferisse gli amoreggiamenti della Signora, « si
fecero gran ricerche in Monza e nei con« torni e principalmente a Meda, di
dov'era * quella conversa» (3). Il nome dell'oscuro villaggio in quel di Monza
non sarebbe certo passato per la niente dell'autore, se egli non avesse il) Per
le reminiscenze personali e famigliari leggasi Cu. Faiihis, Memorie manzoniane,
Milano, 1SK)1, pp. 57-58. Quanto ai ricordi letterari, essi possono esser
diversi, oltre al libretto Jel Diderot, perchè, nelle molte letture del Manzoni
di libri del sec. XVII e del VXIII, di violenze fatte a fanciulle nobili perchè
prendessero il velo non v'era penuria. Vedasi in proposito una calzante
comunicazione di E. Beiitana, nel (ìiorn. slor. ■Iella leti, ila!., . Il
migliore esame psicologico della Signora lo dobbiamo sinora ad un filosofo,
Giovanni Viuaki, Suor Oertriule, l' Innominato e Fra Cristoforo, Firenze,
18!I5. C&) Vedi p. 239 (cap. X) nell' ed. col commento del Petrocchi,
Firenze, 1S)8, alla quale sempre mi attengo per questi articoli. 142 ì promessi
sitisi ix formazione: appreso che la conversa violentemente soppressa
ehiamavasi Caterina Cassini dn Mrrftr, come risulta dai constiluti processuali.
Oli non' rammenta la tragica e misteriosa terrihiiilii con cui quel primo
delitto è accennato nel roman/.oV La conversa più non si trova: una buca
praticata nel muro dell'orto la fa supporre fuggita; si fan congetture: la
Signora di quella storia non ama sentir discorrere: ma vi pensa di e notte e
rimugino di quella donna le compare nella fantasia come uno spettro. Nella
prima minuta il fatto è narrato invece per disteso, con evidenza mirabile pp.
li'0-127'. Come si può imporre silenzio alla conversa, che in un momento d'ira
avea minaccialo la delazione? Eiridio '(die così si chiama anche qui l'Osio) si
stringe a consulta con le tre sciagurate da lui sedotte, la Signora e le due
suore a lei addette e sue complici, qui innominate ('). « Il modo fu « pensato
e proposto da lui con indifferenza e « acconsentito dalle altre con difficoltà,
con resi di 111 realtà chiamava usi Ottavia Ricci e Benedetta Ornati. Esse
fufrjiirono poi amliedue dal trai vento con 1" Osio, clic cercò
sbrigarsene, gettando 1' una nel fiume Larabro, e V altra in un pozzo. All'
uccisione della conversa Caterina, per mano dell' Osio. realmente assistevano,
oltreché Virginia. Ottavia e Benedetta, anche due altre monache. Silvia Casati
ed una Candida, ch'era la druda del laido prete Paolo Arrisone, mezzano dell'
Osio. dopo aver invano tentato la de Ij^vva. In quel convento delle Umiliate la
disciplina era a tali termini, da farlo poco dissimile da un lupanare. 11
Ripamonti tacque di molti abusi; il Manzoni, a sua volta, in questa parte
idealizzò. i promessi sposi ix formazione 143 sieuza, ma alla line acconsentito
». Geltrude ■ •he nel romanzo, con maggiore conformità al.'I imo fermali ico, è
invece Gertrude' l'esiste più .[rlle altre, ma alfine cedi1 essa pure e
pattuisce ehe non si sarebbe impacciata di nulla, od avrebbe lasciato fare ».
Presa da parte la con•ersa, le dui1 suore le propongono di farla assilere a
qualche scena che ronda più sicura la -uà delazione. A tale scopo la nascondono
nella im o cella, e di notte, al dubbio chiarore che veniva dalla stanza
vicina, una di osse la finisco dandole un colpo di sgabello sul capo, impacio i
'tccijì"t scnìt/'Uo, come scrive il Ripamonti. I -nccessivi portamenti
dell'Osio e di Gcltnule, ;. sottrazione del cadavere celato in una cantina, u
-.bigotti monto pauroso delle tre monache rimasto solo, tutto magnifico, tutto
degno del stanzoni ne' suoi migliori momenti. «Le duo serventi partirono;
Geltrude le segui fino alla porta, aspettando che tornassero col lume. I.o
deposero sur una tavola, lo spensero, e sedettero di nuovo attorno a quello che
ardeva da prima. Slavano così tacite guardandosi furtivamente « ili tratto in
tratto; quando gli sguardi s'incontravano, ognuna abbassava gli occhi, come se
« temesse un giudice, e avesse ribrezzo d'un colpevole. Ma l'omicida, più
agitata, o agitata in modo diverso dalle altre, cercava ad ogni mo"iciiio
di cominciare un discorso, voleva par« lare del fatto e del da. farsi come di
cosa co« mime, parlava sempre in plurale conio per tenero afferrate le compagno
nella colpa, per es* seve nulla più che una loro pari». I PROMESSI SPOSI IN FORMAZIONE Anche Egidio,
il fosco, facinoroso, volgare Giampaolo della realtà storica ('), è un'ombra
nel romanzo ed è una figura concreta nell'abbozzo. Quel « giovine, scellerato
di professione », la cui caratterizzazione sommaria mi ha fatto pensare tante
volte all' « uomini poi, a mal più eh' a bene tisi » di Piccarda, è qui
rappresentato, se non con finezza di particolari, almeno con sicurezza di
tratto; e l'episodio degli amori, condensato nella redazione definitiva in quel
solenne «la sventurata rispose», che per la sua pregnante concisione fece
andare in visibilio più di un critico, è narrato per disteso (pp. 107 segg.).
Della scelleratezza d'Egidio s'indagano le origini, trovandole nelle condizioni
e nelle idee dei tempi, non che in certe tradizioni famigliari, che al Manzoni
offrono il destro a considerazioni svariate; i primi rapporti con la Signora,
succeduti a quelli non colpevoli con una educanda da lei sorvegliata ('), sono
descritti con cura, ed è con la consueta vivezza intuitiva che il gran
romanziere sorprende i primi commovimenti dell'anima di Gelt-rude, le prime
esitazioni, la prima dedizione. Pagine davvero osservabili, nelle quali unica
Per la storia dell' Osio, oltre la citata memoria dello Zkiiiii sulla monaca,
vedasi di lui l'opuscolo L'Eyìdio dei Promessi Sposi nella famiglia e nella
storia. Como, 1895. Se pure quello Zerbi scrivesse un po' da cristiano! Quind'
innanzi la cognizione integrale del processo potrà forse gettare nuova luce
anche sul maggiore colpevole. A questi amoreggiameli con un' educanda accenna
anche il Ripamonti. Dalle carte processuali apprendiamo che essa chiamavasi
Isabella degli Ortensi, di Monza. note, forse un poco stonata, è l'aver dato,
anziché al sangue giovanile ed alla passione incalzante, una parte
ragguardevole a certo pervertimento teoretico « Ella fu dunque una docile e
cieca di« scepola, e conobbe e ricevè tutte quelle idee ge« nerali di
perversità a cui l'ignoranza e la irri* flessione di quei tempi permetteva di
arrivare » ip. 119). Se il Manzoni avesse conosciuto in tempo il constituto di
Virginia de Leyva, egli ne avrebbe per avventura tratto partito per far
predominare invece un elemento assai meno razionale: il fascino irresistibile;
ciò che la povera Virginia, caduta nell'abisso, chiamava malia, stregoneria ed
altro di simile, quasiché attratta nell'orbita del peccato, a lei non fosse più
dato di pensare con la testa propria e forzatamente precipitasse al delitto.
Per quanto certe teorie moderne fossero assai remote dai principi e dal modo di
concepire la vita e l'anima umana da cui il Manzoni non usava mai dipartirsi,
credo chela confessione della povera suora d'innanzi ai suoi giudici lo avrebbe
indotto a renderle ancora più debole la volontà di contro alla passione e meno
attivo l'intelletto. Altro particolare, che nel romanzo difetta, è una
motivazione adeguata del tranello in cui la Signora fa cadere Lucia ('). Dire
che « la sven ti) È un vecchio appunto del Tommaseo, ripreso dal Borgognoni e
dal Luzio, ed è un appunto eh' io trovo giusto, malgrado la difesa del Finzi,
Lezioni di storia della lett. italiana, IV, I, 407 segg. e quella di Giov.
Negri, Commenti sui Promessi Spori, Milano, 1903, I. 184 n. Anche il Vidari
(Op. ci?., p. 34) sentì cotesta lacuna. turata tentò tutte le strade per
esimersi dal« l'orribile comando »; sentenziare che « il de« litto è un padrone
rigido e inflessibile, contro « cui non divien forte se non chi se ne ribella «
interamente.» (cap. XX), son cose giuste e ben dette; ma non vediamo in esse raffigurata
la maniera come una delinquente per passione può trasformarsi in una traditrice
cosciente. Nella prima minuta Geltrude vive sotto l'ossessione di quella morta
deposta in cantina sotto un mucchio di sassi, la povera conversa di Meda.
Egidio, di ritorno da un colloquio avuto col Conte del Sagrato (che sarà poi
l'Innominato), le promette che, se ella consente ad ingannare Lucia, caverà il
cadavere da quel luogo e lo porterà lontano. La Signora, che non ama Lucia,
perchè quel candore le è quasi un perpetuo rimprovero, repugna e resiste. Ma il
giovinastro la circuisce con arte infernale, si tinge adirato e pronto ad
abbandonarla, le fa balenare l'idea di quella trucidata che rimarrà là sotto se
ella non cede, chiama in soccorso le due complici, più volgarmente perverse di
Geltrude, ed ottiene ciò che vuole, anzi ottiene più di quel che vuole. «
Gertrude, avvezza « ad essere strascinata, e a far sempre qualche « cosa di più
di ciò che sul principio aveva ri« casato di fare, rispose tosto che pigliava
essa « l'impegno, che ne aveva i mezzi più di chic« chessia. Persuasa al
tradimento, la sua natura superba vuol esserne, non solo compiacente
intermediaria, ma artefice diretta. In questa parte l'abbozzo completa
magistralmente l'azione del romanzo. Non così si può dire dello altre parti
do" Urani ove ricompare la Signora. Oziose le cautele di lei colle
compagne e col Guardiano dei cnppuceini il'amico di padre Cristoforo) dopo il
ratto ili Lucia (pp. 208-10); poco opportuna la dimanda che a Lucia medesima,
liberata, muove intorno alla Signora il cardinale Federigo (p. ;i'22ì. 11
rimanente della lugubre storia, fino al pentimento dell'infelice monaca, anzi
sino alla morte di Egidio, non è nell'abbozzo (e l'autore lo confessa) che un
compendio della narrazione del Ripamonti (pp. 192-95) talora quasi tradotto
alla lettera; nè mette conto di occuparsene. Val meglio il fugace accenno
inesso in boccanel romanzo(cap.XXXVII) alla mercantessa vedova, che Lucia
conobbe nel lazzaretto. Quei fatti posteriori non avevano che vedere con
l'azione principale del romanzo. Che in origine gli ultimi casi della suora
fossero « intrecciati agli ultimi dei due promessi », e che in nne del romanzo,
in luogo del signor marchese, ricomparisse Geltrude pentita a chiedere perdono
a Lucia, sono stranezze che poterono essere asserite con sbalorditola sicurezza
('), ma che pel cervello di don Alessandro non passarono, la Dio mercè, mai. *
* La penna del romanziere corse troppo nel riferire gli strani discorsi che la
Signora usava fare il) Da F. P. Cesta un, La storia nei Proni. Sposi, uel volume
Studi storici e letterari, Torino-Eonia, 1804, pp. 288 e 810-11. con Lucia. Ve
a questo proposito un dialogo singola rissimo nei Umili p|). ji)2-o9, ove la
Signora s'abbassa al pili ributtante cinismo prendendo a difendere Don Rodrigo
e dicendo alla semplice conUidinella affidata a lei : « convien dire che voi
non abbiate mai avuio chi vi volesse male, fiacche sentite tanto orrore per chi
vi ha voluto bene ». Par di sentire il Pisistrafo dantesco rispondere alla
moglie, che si lagnava di chi aveva abbracciato in pubblico la loro figliuola:
Clic t'areni noi a chi nini ne (lenirà Se ; ma, conclude con sopraffina
malizia, « si « parla soltanto di questo fatto, perchè può dar « luogo ad una
osservazione piccante: ohe vi ha « talvolta delle leggi che non sono eseguite »
(pagina 80). Spiace pure alquanto che il Manzoni abbia dato di frego al
discorsetto con cui la badessa di Monza rispose alla domanda della giovinetta
Geltrude d' essere ammessa nel chiostro: discorsetto breve, ma forbito, che le
era stato dato in iscritto « da un bell'ingegno di Monza » e che fece sorridere
di compiacenza le suore, perchè « la gloria del capo si diffonde sugli
inferiori », e lasciò il popolo minuto, che pure fu messo alla porta poco dopo
senza cerimonie, pieno d'ammirazione (p. 18). In quanto a psicologia, il
Manzoni, ammonito più di una volta dall'amico Ermes Visconti, le cui postille
all'abbozzo danno spesso nel seguo ed ebbero, di regola, esaudimento, ha quasi
seni pi e e con mano sicura migliorato nella redazione stampata. Il padre di
Geltrude è nell'abbozzo un marchese Matteo, più bonaccione, più ignorante, più
asservito ai pregiudizi che il principe del romanzo. Il principe ha ben altra
austerità imperiosa ed esercita pei1 mezzo di essa ben diversa efficacia sulla
figliuola e sui lettori. Maggior risalto che nel romanzo hanno invece nei Brani
(pp. 02-63 e 72-73) la marchesa ed il marchesino; i quali poi, divenuti la
principessa ed il principino, perdettero di significato pei' lo meno quanto
avevano guadagnato di grado. Nè fu gran male: cosi campeggiano meglio le due
figure capitali, il principe e la figlia. Del resto, quella marchesa era tale
pupattola, da non sentirne punto la mancanza : figuratevi che nel ritorno da
Monza, dove Geltrude era stata con tanta pompa presentata al convento, essa
riuscì a dormire placidamente « malgrado i trabalzi che una carrozza di quei c
tempi dava in una strada di quei tempi». Di materno non le era rimasto
assolutamente nulla. Il prete esaminatore e nei Brani (pp. 92-93) troppo buon
uomo, e forse in virtù d'una giusta osservazione del Visconti divenne l'uomo
dabbene del romanzo, che è più a suo posto. Geltrude è, nè più nè meno, ciò che
sarà Gertrude nel romanzo: lo scrittore la concepì di getto sull'arido
fondamento di poche frasi latine del Ripamonti. Solo nell'abbozzo è più
spiegata la vanità di Geltrude, e là dove il romanzo condensa tutto in una
frase dicendo « idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza », qui invece è
detto come la idolatrasse e come la piangesse (pp. 101-103). Fu osservato che
il Manzoni, cosi sobrio e riguardoso nel descrivere donne giovani, solo della
monaca scrisse che avea la persona ben formata La tormeutatissima descrizione
dell'abbozzo (pp. 21-24) dice poco di più, ma si trattiene sul muoversi e sul
gestire di quella infelice, che alla fantasia del Manzoni richiama certe
parodie di monache sulla scena, in paesi non cattolici. Un vizio, invece, che
la Signora ha nell'abbozzo, e che le fu tolto con ragione, è di alludere
continuamente a sè, ai propri casi, alla propria vocazione forzata. Sin dal
primo momento in cui parla ad Agnese e a Lucia, completamente estranee, esce in
una sfuriata con amarissimi accenni al destino proprio, e poi seguita su questo
tono spessissimo, il che è fuori del verisimile. In luogo più acconcio che nei
Brani è posta nel romanzo la guerricciuola pettegola fra educande, nella quale
le compagne di Geltrude si vendicano della sua superiorità, vantando il proprio
avvenire nel secolo e spargendo il ridicolo sul suo futuro impero di badessa ;
ma qui è andata perduta una perla d'osservazione psicologica, racchiusa in
questi termini: « Geltrudina non poteva rivol« gere le stesse armi contro le
avversarie, perchè « le ricchezze e la voluttà non sono di quelle « cose delle
quali si ride in questo mondo. Si « ride bensì di chi le desidera senza poterle
ot ti) F. Romani, Ombre e carpi, Città di Castello, tpnere, e di chi ne usa
sgraziatamente; e questo ridere mostra l'alta estimazione, in cui sono « tenute
le cose stesse. Quei pochi che non le c stimano, non esprimono il loro giudizio
con la derisione. * • In conclusione, adunque, nella prima stesura
dell'episodio della Signora sono sviluppate due scene, quella dell' uccisione
della conversa di Meda e quella del dialogo con Egidio, che giovano alla
motivazione intima del tranello teso u Lucia e potevano rimanere, sia pure
modificate, nel romanzo. Il resto si può dire quasi tutto ridotto in meglio
nella redazione definitiva, e i tagli della storia ulteriore di Gertrude,
compendiosamente esposta nell'abbozzo, sono pienamente giustificati. Certamente
i casi di Virginia de Leyva, quali risultano dal processo, sono d'una
drammaticità prepotente (*). Quella specie di tristissima suggestione che
esercita l'Osio su di lei; l'agonia di quell'anima, che vorrebbe ribellarsi e
non può; il peso di complicità abominevoli e di delitti orrendi; la tabella
votiva inviata, dopo il primo aborto, da Virginia alla Madonna di Loreto perchè
la liberasse dalla colpa ruinosa; le ripetute ansie della maternità; quella
bambina, legittimata po (1) Sintesi efficace ne dà il Luzio, Manzoni e Diderot.
scia dall' Osio con un sotterfugio giuridico nel ItiOO, che veniva al convento
ed era colmata di carezze dalla Signora, presenti e non ignare le monache; sono
tutti particolari di altissimo valore psicologico, da tentare un artista. Il Manzoni
dapprima li ignorò: in seguito, saputili, non se ne valse. L'episodio, di cui
s'era invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e
perciò l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale
l'autore non seppe decidersi, ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa
parte. Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due
scene rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che
quella lunga preparazione remota, per cui Geltrude divenne monaca contro voglia
e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico
sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era
più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento,
mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto
e gli stimoli irresistibili al secondo ? Bisogna pur pensare che gli scrupoli
religiosi di mons. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. E vero
che nella prima stesura aveva messo le mani innanzi dicendo : « il Ri« pamonti
racconta di questa infelice cose più «forti di quelle che siano nella nostra
storia; « e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate per
render più compiuta la storia « particolare della Signora. Queste cose però, *
quantunque rese più che probabili da una tale « testimonianza, e quantunque
essenziali al filo « del nostro racconto, noi le avremmo taciute; « avremmo
anche soppresso tutto il racconto, se « non avessimo potuto anche raccontare in
proli presso un tale mutamento d'animo nella Si« guora, che non solo tempera e
raddolcisce l'im« pressione sinistra che deggiono fare i primi fatti « della
Signora, ma deve creare una impres« sione d'opposto genere e consolante » (p.
33). Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di
quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non
sopprimere di sana pianta quei due capitoli che tanto gli piacevano; ma
rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con
rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo
seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del
Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito troverà per
avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I
successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola
principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene di cui non si poteva
far senza furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse
colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e
si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per
altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo lesile personali
inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli
ed i consiglieri, il vero od assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur
sempre lui. II. L'Innominato. Francesco Bernardino Visconti di Brignano fu
senza dubbio una gran canaglia; ma una canaglia che avea certa signorile
alterezza, per cui non tollerava uguali ma voleva soggetti, anche fra i suoi
alleati di scelleraggini, presso i quali, come presso i veri sudditi,
esercitava il prestigio di un coraggio a tutta prova e di quella specie di
magnanimità che non mancò talora ai più feroci briganti. Tale il Ripamonti,
senza nominarlo, lo descrive; e dice di aver conosciuto lui, come la Signora,
già vecchio e volto a nuovi pensieri per l'eloquenza, narravasi, del card.
Federigo, che avea trovat o la via del suo cuore, pervertito, non guasto. Anche
in quella sua verde vecchiezza, fa capire l'annalista, serbava i vestigi
dell'antica imperiosità; ma questa sembrava piegata a forza, da un'altra volontà
intima, a mansuetudine. Nelle frasi incisive del Ripamonti, l'Innominato v'è
già tutto; e si delinea persino quella specie di sdoppiamento spirituale che il
Manzoni sviluppò in un cosi splendido saggio di analisi. I PKOMKSSI SPOSI IN
F0K.MAZ1ONK lf>7 Ma non subito trovò la sua via, e, caso singolare, dapprima
si scostò dalle linee severe tracciate dal Ripamonti, poi vi tornò grado a
grado. (Questa tigura fu una delle più tormentate del libro: don Alessandro la
rifece tre volte, perdendosi nella seconda a contare di molte prodezze
delittuose dell'Innominato e a sciorinare considerazioni storielle generali su
quella specie di tiranni, che la dominazione spagnuola in Lombardia era
costretta a tollerare ('). Nel primo abbozzo, l'Innominato ha un nome, o,
meglio detto, ha un nomignolo, datogli per certa sua ribalderia brigantesca
riinasta celebre, l'aver freddato di pieno giorno, di piena festa anzi, sul
sagrato d'unii chiesa, mentre ne uscivii con altri, Vedasi lo squarcio della
seconda minuta opportunamente riferito in appendice dallo Sforza, Brani, 591
segg. Anche là il Manzoni era costretto a scusarsi per le digressioni
generiche, e nella scusa fa capolino il suo solito esagerato scrupolo di
storico, che se in tanti casi giovò alla grandezza del suo libro, in altri, è
forza ammetterlo, gravemente gli nocque: « Vorrei poter risparmiare al lettore
tutte queste notizie e riflessioni generali su le opinioni, gli usi, le
istituzioni di que' tempi, e condurlo speditamente di fatto in fatto fino al
termine della storia; ma i fatti che mi tocca di raccontare sono talvolta cosi
dissimili dall' andare comune dei nostri giorni, così estranei alla nostra
esperienza, « che, a dar loro un certo grado di chiarezza, mi par pure
indispensabile di spiegare alquanto lo stato di cose nel quale e pel quale
potevano essere. Altrimenti, a quelli che non hanno fatto studi particolari
sopra quell'epoca, sarebbe come presentare un osso di questi animaloni di razze
perdute, senza dare un. po' di descrizione dello scheletro, o di quel tanto che
si è potuto trovare e mettere insieme, per la quale si vegga come quell'osso
giaceva • (p. GCM). 11)8 untale elio aveva usato resistere alla sua prepotenza.
Quel delitto, compiuto con truce sangue freddo (pp. 144-149), gli guadagnò la
designazione di Conte del Sagrato. Il Conte del Sagrato differisce assai
dall'Innominato: di gran lunga più turbolento, egli manca quasi interamente di
generosità; è un delinquente triviale, una specie d i Egidio elevato alla terza
potenza. Quando il timido cappellano crocifero chiama nel romanzo l'Innominato
« appaltatore di delitti» (*), c'è da giurare che tale designazione colorita
spettava al Conte del Sagrato, meglio che quella d' « intraprendi tore di
scelleratezze », che è nei Brani (p. 150). II Conte vende la sua potente
mediazione delittuosa a suon di doppie, e guai a chi non paga con scrupolosa
puntualità! Egli non ammette dilazioni; presso un abile mercante della sua
risma, quelle son cambiali che vanno in protesto, e l'avviso del protesto
potrebbe anche essere un'archibugiata nella schiena. Pel ratto di Lucia,
impresa piena di pericoli, chiede dugento doppie; e don Rodrigo, se anche a
malincuore, deve striderci. L'idea del mercato fa capolino ogni momento e
volgarizza tutto. Volgari, sebbene efficaci sono i colloqui del Conte con don
Rodrigo e con Egidio, ridotto il primo ad un breve cenno, l'altro soppresso nel
romanzo nel pensiero e nell'espresEdiz. Petrocchi, p. 552, cap. XXIII. In fondo
al colloquio con Egidio trovi un tratto umoristico, che va rilevato. Dice il
Manzoni che « uno dei molti « vantaggi dei lettori di storie » è « il sapere
certe cose igno sione il Conte è un vero soldataccio, e tale resta anche al
cospetto del card. Borromeo, sebbene vada a lui (cosa estremamente
inverosimile) con mezza voglia di convertirsi (p. 235). Figuratevi clic appena
introdotto al suo cospetto, prende a dir ira di Dio dei preti e poco manca non
gli esca dalla strozza un moccolo! (pp. 258 59). Anche dopo la conversione,
nella celebre cavalcata con don Abbondio, il Conte appare alquanto rozzo, e non
ancora del tutto spoglio dall'abito consueto della violenza. Bellissima, pur
nel primo getto, la scena del Conte che notifica il suo mutamento ai bravi e ai
domestici; ma ben lontana dalla solennità sublime che la medesima scena assume
nel romanzo, ove la superiorità tutta morale dell'Innominato su quella
ciurmaglia risplende luminosa. Poco mi garba veder nei Brani quel povero Conte
che si sottopone a una specie di vili crucis, e non contento del colloquio, che
è qui duplicato, col cardinale, non pago alle refezioni che prende secolui, lo
segue in ogni sua tappa, sicché nel più bello lo troviamo (indovinate?! nella
cucina di Perpetua! Decisamente quel povero Conte non sa essere signore, nè
prima della conversione nè dopo. In luogo del semplice e toccante
«perdonatemi», pronunciato quasi timidamente da quel potente, nella stesura
defi ■ rate dai personaggi più importanti di esse ; il veder chiaro dove i più
accorti ed oculati personaggi camminano all'oscuro : vantaggio che dovrebbe ispirare
ad ogni lettore ben nato molta riconoscenza a coloro che glielo procurano, che
alla fin line sono gli scrittori di quelle storie • fp. 1&>). ItiO
nitiva, quando va a liberare Lucia; nella prima minuta il Conte va in piena
forma a chiedere perdono a Lucia nella sua casetta natale, e in persona regala
alle donne dugento scudi d'oro, mentre nel romanzo ne manda cento con una
lettera. Meno liberale del suo, ma più dignitoso. Altra umiliazione, che nel
romanzo fu tolta a buon diritto, perchè non ha punto punto del signorile, è che
quando, per fuggire l'invasione dei lanzi, tre dei personaggi del romanzo, che
tutti sanno quali siano, si ricoverano nel castello del Conte, questi è
costretto, per mancanza di posto, a cedere il proprio letto ad Agnese e ad andare
lui a dormir sulla paglia (p. 456). Inoltre, quel Conte convertito dà talora un
po' troppo nel semplice. Con don Abbondio egli aveva bazzicato assai più di
quel che facesse l'Innominato, eppure, sembra, non s'era per nulla accorto con
che razza di pulcin bagnato egli avesse a che f are. Infatti, quando il povero
prete viene pien di sospetti al suo castello per ricoverarvisi con le due
donne, egli non esita, il Conte, a pregarlo di « animare questa buona gente
alla difesa della * vita di tanti deboli, della pudicizia di tante « donne », e
di * assistere quelli fra noi che la« sciassero la vita in questa impresa di
miseri« cordia» (p. 4oò). Che dica per burla, non consta, e non sarebbe in
carattere; se dice da senno, deve avere avuto chiusi gli occhi e gli orecchi,
tutto assorto nella sua santità nova, quell'uomo ch'era pur avvezzo a praticare
con tanti e a legger loro nell'anima. Allorché don Abbondio, nel suo segreto,
gli risponde « un corno » ; non sappiamo se sia più comica la situazione di chi
risponde a questo modo o quella di chi avea fatto proprio a lui la strana
proposta. Nè si creda che questa diversità d'indole, di modi e di educazione
del Conte del Sagrato sia solo limitata a fatti secondari. Essa viene ad
intaccare la compagine stessa di quel carattere, in quella crisi massima della
sua esistenza, che è la conversione. Nella prima minuta il Conte ha 50 anni,
mentre nel romanzo l'Innominato ne ha 60. Dieci anni sono molti quando il mezzo
del cammino è oltrepassato da un pezzo. Infatti nei Brani non hai quella specie
di malaise nel delinquere, che proviene dall'età e dal conseguente appressarsi
della morte ('), e non hai neppure quello sdoppiamento dell'io,
meravigliosamente dipinto nel romanzo, che prepara la conversione, e su cui il
Graf scrisse parole d'oro (*). « Quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a
« un tratto, sorgeva come a giudicare l'antico » (3), è il vero autore della
conversione; la presenza di Lucia, il discorso eloquente del mite Federigo, (T)
Ciò avrebbe garbato al Finzi, Lezioni, IV, I, 40i, a cui sembra inn attirale
nel rispetto dell'arte» quell'Innominato che già sin dalla presentazione è «
prossimo a battere la via di Damasco • . Non si può negare che qualche ragione
possa averla anche il Pinzi; ma della psicologia della conversione, rispetto
alla quale il Manzoni aveva principi suoi ed era maestro, quell'egregio critico
non si è curato. c2) Foscolo, Manzoni e Leopardi, Torino, 1898, pagine 118,
l'20, 130. Cól Ediz. Petrocchi, p. 515, cap. XXI. Ee.iier Svaghi Critici 11
liC' non sodo causo, ma occasioni. Sono occasioni volute dalla Provvidenza, la
quale opera il miracolo in quell'ordine appunto che è consono alla icona della
(inizia, online chiaramente rappresentalo nella Scrittura ('>. Che
l'operazione della (ìrazia corrisponda appieno alle esigenze della psicologia,
non è meraviglia: ma pel i-redente la conversione non può esser altro che un
miracolo: ed il Manzoni più d'ogni altro se lo sapeva, egli che d un miracolo
siffatto credeva d'aver ricevuto la ( ìrazia. Ora la lettura di quelle
importantissime pagine della minuta, che ritraggono i pensieri e le operazioni
del Conte del Sagrato, ci svelano un particolare degnissimo di nota. Questo.
Che il Manzoni, nella trattazione alquanto grossolana del personaggio che gli
usci dalla mente e dalla penna nella prima stesura, non pensò a motivare
secondo gli studi scritturali il gran mutamento del Conte. Solo in seguito, col
continuo pensarci su, egli s'avvide della minor logica della trasformazione, e
ci diede quella conseguente e vivissima rappresentazione di una coscienza
morale che si ridesta, per cui la storia dell'Innominato è tra le più profonde
concezioni dei PromessiSpasi. ili Alquanto prolissi e talora sin troppo
sottili, ma sostanziosi e d'innegabilivalore sono in proposito i due saggi
recenti di Gimv. Xkivki, La cOìtrerxioHe iìe/PJtiuominnto e il ronfilo ilclln
Uraz'w e Se la eonfc salone il eli' Iiinomhia'o fu prr il Manzoni mi miwofo,
nei citCommenti, voi. II. Panni cIih il Negri abbia ben risolto il quesito,
intornu a cui erano discordi il Graf e il D'Ovidio. I l'Ko.MtlsSI smisi IN I
che quella lolla benediva acciò se ne andasse ed era troppo -.alito per
mandarla, invece, a tarsi benedire) fu costretto a rompere il digiuno in
pubblico con mi lezzo di pane ed un bicchiere d'acqua. Per un principe della
Chiesa non c'era male! Il Manzoni non fece forse benissimo trascurando, per
isiudio di brevità, quest'aneddoto: mentre operò -augii-unente troncando
l'indagine dei motivi per cui Federigo, pur avendo scritto tante opere, non .i.iiM'gui
celebrità letteraria. Chi voglia, può leggere quei motivi nei Brani pp. 241 e
segg.ì, ma non vi apprenderà nulla di peregrino. Lucia è in questa parte della
prima minuta meno soavemente mansueta che nel romanzo, anzi a volte ò un po'
imperiosa e stizzosetta. specialmente con la vecchia a cui il Conte l'ha ci
Dimessa in custodia. Curioso è il notare che in quel forzato sodalizio di Lucia
con la vecchia, il Manzoni si era del tutto scordato di far portare un po' di
cena, di che lo avverti il Visconti (p. 224 il), ed egli ne fece poi quella
squisita minia turi uà eh' è nel romanzo. La vecchia, del resto, è qui più
sordida che nel romanzo, più volgare essa pure, come il suo padrone; il Manzoni
ha tratti di crudo realismo quando più tardi la fa pacchiare e trincare, ma c'è
da averne rivoltato lo stomaco. Una persona che si può dir nuova è il curato di
Chiuso, giacché il paese ove segui la conversione del Conte (paese che nel
romanzo non ha nome) è veramente Chiuso, come suppose il bravo Bindoni (l).
Nella redazione definitiva quel curato è un prete dabbene, zelante, ma molto
comune, al punto che lo scrittore lo chiama una volta scherzosamente «
guastamestieri » perchè non ò atto ad intendere la sublime umiltà del cardinale
(2). Nella prima minuta era addirittura un mezzo santo, tantoché la sua
riputazione era diffusa ed esaltata nei villaggi circonvicini. Appena Lucia,
liberata dalla prigionia del Conte del Sagrato, sente dire che si va a Chiuso :
«Chiuso, esclama, dov'è quel buon curato ! andiamo, andiamo. Difatti il
Manzoni, con insolita solennità, ci dice che si chiamava don Serafino Morazzone
(3), « uomo che fi) La topografia dei Promessi Sposi, voi. I, Milano, ltìOo,
pp. 145 segg. Ediz. Petrocchi, p. 62fi, cap. XXIV. Altrove Merazzoni. « La
Tigna di quel liuou prete Me■ razzoni era tanto ben coltivata, che aveva poco
bisogno 7 protezione f1). A un certo punto del dialogo il Conte perde la
pazienza e scatta: « Al diavolo « anche V amparo... . tenga queste parolacce
per « adoperarle in Milano con quegli spadaccini im« balsamati di zibetto, e
con quei parrucconi impostori, che non sapendo essere padroni in « casa loro,
si protestano servitori d'uno spa • gnuolo infingardo Intendiamoci fra noi da
«buoni patriotti, senza spagli uolerie » . Il (ìraf, rammentando questo passo
(2), osserva: « Chi • ha orecchie intende; e la censura austriaca, « se non
aveva molto cervello, aveva ottime « orecchie ». Vero; ma non questo certo fu
il motivo per cui il Manzoni soppresse il colloquio. Sentimenti patriottici
erano assai mal collocati in bocca a uomini come il Conte del Sagrato e
sarebbero stati altrettanto male in bocca all' Innominato. La censura austriaca
ne avrebbe riso maliziosamente, come d'una mossa poco accorta, e l'avrebbe
reputata, per gl' italianamente pensanti, un tirar sassi in colombaia. Il
Manzoni vide a tempo la poco opportunità di quell'atteggiamento, e lo tolse. L'
exjMiinoì de Manzoni, in Bulletin i/alien, voi. I, 1901, pp. 20G sggVedi anche
Eugenio Memì, Spegnitoio, Spagnolismo e Spagna nei « Promessi Sposi*, in Fan
filila della domenica, l'i e 19 luglio 1908. Cll La voce amparo è rimasta anche
nell'arguta introduzione al romanzo «sotto l' amparo del Re Cattolico nostro
Signore ». i'2i In un articoletto del giornale La Stampa di Torino Così pure
soppresse la morte del Conte di peste, « contratta uelì'assistere i primi
appestati » (pagina 558). Sarebbe stato un doppione della morte d' un altro
convertito, padre Cristoforo, e ciò che stava bene al cappuccino disdiceva
alqua nto ad un laico gran signore, per quanto inoltrato sulla strada del
paradiso. * Angelo De Gubernatis scrisse anni sono che l'episodio
dell'Innominato « poco mancò non diventasse il pernio di tutta l'opera », e
affermò più oltre, rincarando la dose, che quella figura doveva essere, in
origine « il centro di tutto il poema o romanzo » (')■ Questa ipotesi assunse
maggiori proporzioni nel noto scritto del Cestaro, ove si legge: « Il voto è la
catastrofe religiosa « dei Promessi Sposi. Forse n'era veramente la «
catastrofe, insieme con la conversione dell' In« nominato, che, nel primo
abbozzo del romanzo, « ne doveva essere il protagonista. E forse allora « i
casi dei promessi non formavano che l'azione « secondaria; il ratto di Lucia
doveva se rvire « alla grande opera della conversione; e, l'In« nominato un
santo, Lucia votata alla madonna, «Renzo, chi sa? converso nel convento di tra
« Cristoforo, tutto finiva con grande consolazione « del vescovo Tosi, ad
majorem dei gloriarti » (*). C'è da trasecolare! (lj Alessandro Manzoni,
Firenze, 1879, pp. 221 e 228.Nei cit. Sludi storici e letterari Dicesi che le
bugie, in genere, hanno le gambe corte; ina per opposito, in letteratura pare
le abbiano, anzichenò, lunghe. Cotesta, infatti, dell'Innominato primo
protagonista dei Promessi Sposi, sebbene di per sè inverosimilissima e non
confortato da veruna prova di fatto, si fece strada e fu ripetuta da diversi,
persino in libri scolastici. Sembra che ad arrestarne la voga non servissero
neppure attestazioni in contrario venute da persone che col Manzoni convissero
o conversarono, e dalle sue labbra udirono qual fu e come gli venne la prima idea
del romanzo. La grida del ló ottobre 1627, firmata da don Gonzalo Fernandez de
Cordova, governatore di Milano, quella stessa che il dottor Azzeccagarbugli
mette «otto gli occhi al buon Renzo e in cui si parla, tra l'altro, di pene
comminate a chi impedisca matrimoni e al « prete non faccia quello che è
obbligato per l' ufficio suo », gli fece balenare alla mente l'idea d'un
racconto storico, avente per soggetto un matrimonio contrastato « e per finale
grandioso la peste che aggiusta ogni cosa» ('). Il caso dell'Innominato, come
quello della Signora, gli si fece innanzi più tardi, studiando il Ripamonti, e
sin da principio l' uno e l' altro dovevano entrare nella storia come
narrazioni episodiche. Oggi il fatto, attestato da testimoni de audita, è
luminosamente confermato dalla conoscenza che abbiamo fatta con la prima
stesura del libro. E questo fia suggel, con ciò che segue. (li S. Stampa.
Alessandro Manzoni, I, (iO, II, 87 e 141; Faiihis, Memorie manzoniane, p. 102.
1. Nella minuta vi giunge « a notte già fitta », e la sgridata se la busca. IL
(iuardiano, sebbene fosse « con« tento in fondo del cuore che il padre Cristo«
foro avesse commesso un mancamento », gli fece il viso serio e gli indisse una
penitenza. « Un lettore di otto anni (aggiunge argutamente « il Manzoni^
potrebbe qui domandare: perchè « faceva il volto serio, se era contento? e gli
si « risponderebbe, che appunto era contento perchè « il padre Cristoforo gli
aveva dato il diritto di EJiz. Petrocchi, j>. I PROMISI SPOSI IN"
FORMAZIONE 171 « fa rirli il volto serio ». Tutta la scenetta (pagine
.")li5-ii9i è deliziosa, e non si può pensare i-ho Io scrittore l'abbia
elimina fa se non per un corto scru polo religioso. Che non rutti i religiosi
t'(isscr«i della tempra ili patire Cristoforo, eirli lo taceva capire
abbastanza con altre figure fratesche assai meno elevate della sua: spinger
rocchio di linee nelle invidiuzze pettegole che allignavano alla sordina tra le
cocolle ed a cui non si sottraevano i superiori, gli sembrò forse libertà
soverchia. Bastava la scena indimenticabile del cull0(]uiu tra il conte zio ed
il padre provinciale u-ap. XIX i, colloquio ch'ebbe per effetto di far andare
fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini « che è una bella pas-i ggiata
»: ma in origine troppo era maggiore, perché il monaco venia sbalestrato a
Palermo i, per mostrale la pieghevolezza ossequiosa dei frati posti più in alto
verso la mondanità potente. Padre Cristoforo guadagna sempre più in diluirà ed
in fervore nelle successive elaborazioni ■ Iella materia. La grandiosità santa
della sua tiirura silicea particolarmente là nel lazzaretto, presso don Rodrigo
agonizzante. Scena molto diversa india prima minuta, ove quel prepotente non è
lasciato nel suo giaciglio di dolore, mentre il cappuccino e gli sposi promessi
pregali por lui: ma invece appare in un momento d'insensato furore, seminudo e
coi capelli rabbuffati, e si slancia su d'un cavallaccio dei monatti, e fugge
fugge pazzamente, tinche precipita morto. Fosca scena, satura di terribilità
tragica, che attrasse l'attenzione dei manzonisti sino da quando poterono
conoscerla nel primo volume degli Scritti postumi. Se il Manzoni si decise a
mutarla di sana pianta, lasciandone appena una traccia in altro luogo ('), dovette
certo avere i suoi buoni motivi. Più d'uno cercò* d'indovinarli. A me pare che
anche qui prevalessero una ragione estetica ed una religiosa : la ragione
estetica è che quella molte, sebbene poeticamente trovata, avea troppo del
colpo di scena, e don Alessandro aborriva dagli effetti, da ciò che chiamava «
battere la gran cassa » la ragione religiosa è che quella morte da disperato
non lasciava adito alla speranza di pentimento negli ultimi istanti, pent
imento che poteva essere impetrato da Dio per mezzo di coloro appunto a cui
quel prepotente vigliacco aveva fatto più male (3). Chi sin del primo getto fu
quell'impagabile tomo che tutti conoscono, ò don Abbondio. Egli Allorché Renzo
entra nel lazzaretto, vede un cavallo fuggente spinto da un cavaliere frenetico.
Come nota lo Sforza (Sfrìtti pontumi di A. Manzoni, I, 124 1, quella scena si
ficcò nella mente di Emilio Zola, cosi incline al terribile e al
raccapricciante, e non ne usci più. Il Previati (p. 555 della edizione maggiore
hoepliana) cercò ridarla; ma Ti riusci poveramente. Parole del Manzoni riferite
dallo Stampa, I, 57. Bene sviluppò questo concetto A. Eòndani, in un articolo
ove parla di più altre cose : Una variante del Manzoni circa la morte di don
Bodrigo, in Natura ed arte ebbe intorno molto meno concieri di ogni altro,
sebbene all'artista sommo che lo creò sia avvenuto dapprima di caricarlo un po'
troppo. La più parte dei tratti tolti via hanno essi pure gran sapore di
comicità, perchè quella figura il Manzoni non riusciva a toccarla senza farne
sprizzare le più amene trovate che imaginar si potessero. Ameno è don Abbondio
alla mensa del Conte del Sagrato, allorché il territorio circostante è tutto
invaso dai lanzichenecchi, ed il povero curato, con quel po' po' di tremerella
addosso, è costretto a fare il disinvolto, a mangiare ed a ridere (p. 458j. Più
ameno è don Abbondio predicatore, con tutte le sue cautele di dire e non dire,
e con l'abile conciliazione degli interessi dell'anima e dei parocchiani con
quelli del corpo e della sua particolare tranquillità d'uomo timido p. 464). La
conversazione di Renzo rimpatriato, dopo vinta la peste, e don Abbondio, che
pur n'è scampato, è nel cap. XXXIII del romanzo un gioiello; ma non lo era
punto meno nell'abbozzo, anzi arricchiva don Abbondio di qualche tratto
d'egoismo e di comicità poi scomparso (pp. 49Ó-99). Qui Fermo (che sarà poi
Renzo) non incontra il suo curato per via « portando il bastone come chi n'è
portato a vicenda »; ma lo vede ad una finestra della canonica. Nel vano egli
scorge « un so che di bianco giallastro in « campo nero, una figura immobile,
appoggiata * ad un lato della finestra. Era don Abbondio « in persona, e
"ad una certa distanza poteva « pa i-ere un vecchio riti-atto di qualche
togato, scialbo per natura, per l'arte del pittore e per « l'opera del tempo,
appeso di traverso fuori al « muro, perla buona intenzione di ornare qualche «
solennità ». Il dialogo segue tra il prete che è alla finestra e Fermo che è
sulla via. Questa scena inette capo ad un'altra variante segnalabile. Nel
romanzo Renzo non trova Agnese nel villaggio natio, perchè essa si è recata
presso certi suoi congiunti, a Pasturo nella Valsassina, sicché il bravo
giovinotto la rivede solo dopo che ha trovato Lucia e può recarle la buona
novella. Nella minuta invece Agnese non s'è mossa, ed avendo fino allora
evitato il contagio, vive con grandissime precauzioni. Fermo la rivede ed ha
secolei un colloquio i pp. 499-505;, di cui nel testo definito dovea sparire
ogni traccia. Qualche diversità nel carattere di Lucia ho già notato. Il i-atto
di lei è rappresentato con perfezione di gran lunga minore nei Brani. Con
singolare inverosimiglianza, i falsi forestieri invitano Lucia ad accompagnarli
in carrozza per meglio indicare loro la strada di Monza (p. 201), e quel che
più importa, lo strillo acuto della fanciulla rapita è udito da contadini che
lavorano nei campi circostanti, e se ne fa poco appresso un gran cicalare pei'
Monza, e le fantasie riscaldate ne inventano di carine. Anche in questo sviluppo
del fatto, che al Manzoni sembrò meno opportuno in seguito, sicché lo tolse,
v'è quel senso vivo e sperimentale della realtà, che in lui siam soliti ad
ammirare. Le esagerazioni e le .storture della voce pubblica furono delle più
buffe (J); sinché un cagnotto di Egidio non ebbe rimesso le cose a posto,
facendo credere in piazza che la giovine fosse d'accordo e che l'avesse portata
via il suo innamorato. Si tini col « ragionare profondamente sulle astuzie
delle « donne che fanno la semplice, sulla dabbenaggine della Signora che aveva
raccolto quella « mozzina » (p. 208). La diversa ubicazione del castello
dell'Innominato, costringe l'autore a far comparire prima la vecchia. Il
contegno di Lucia coi manigoldi non differisce molto da quello del romanzo; solo
in principio essa è più fiera ed i bravi più cinici e sguaiati. Maggiori sono
le varianti nella breve dimora di Lucia a Chiuso. Tommaso Dalceppo (p. 316) è
un personaggio tanto insignificante, quanto diventerà gustoso in seguito,
quando si trasformerà nell'anonimo sarto, che sa di lettere. Il Manzoni qui
teorizza, alquanto fuor di luogo, sui sentimenti di chi ha scampato un pericolo
e sul valore del voto. Inoltre non è il cardinale che visita la casa del sarto,
dando luogo alla scenetta indimenticabile del cap. XXIV; m» son le tre donne
che si recano dal prelato, per invito di lui. Tanto il curato di Chiuso (quel
sant'uomo), quanto Federigo, sono con le donne il) Probabilmente l'autore si
ricordò in tempo che di simili mascheramenti della verità nel pettegolezzo
popolare egli si era burlato altrove, dove parla d'un altro ratto, fallito,
quello di cui ebbero incarico il Griso e gli altri bravi di don Rodrigo. Vedi
cap. XI, a p. 253 dell' ediz. Petrocchi. stranamente impacciati (pp. 321-22;
cfr. p. 341). 11 Borromeo « in quella canizie conservava la purità ombrosa di
una fanciulla » . In un uomo dell'indole sua, ciò dava nel ridicolo; e infatti
il Manzoni se ne avvide e soppresse del tutto quel tratto di carattere, sebbene
nel romanzo egli abbia ringiovanito di parecchio il nobile personaggio, sempre
rappresentato nei Brani come un vegliardo. Non mi tratterrò qui ad osservare
che nella prima minuta il Manzoni aveva ceduto ancor più che nel romanzo alla
tentazione di divagare nella storia, sicché le digressioni sulla carestia del
1628 e sulla peste successiva erano ancor più lunghe di quelle che si conoscono
(*). Dirò, invece, che la tìne del romanzo era, nell'abbozzo, schematica,
fredda, lontana dalla bella e bonaria efficacia del cap. XXXVIII. Anche là. in
origine, la mente di don Alessandro si palesava più ragionatrice che
rappresentatrice. Inoltre, nel banchetto dato agli sposi nel palazzotto già
appartenuto a don Rodrigo, il « parente lontano » che ne è l'erede, non mangia
con loro « alle« gando che il pranzare a quell'ora non si eoli« faceva al suo
stomaco » . « Ma (osserva il Mali ci) In queste pagine soppresse, non posso
trattenermi dal cogliere un'osservazione umoristica tutta manzoniana: Il «
tempo è una gran bella cosa: gli uomini lo accusano, è vero, di due difetti:
d'esser troppo corto e di esser troppo lungo: di passare troppo tardamente, e
d' essere passato troppo in « fretta; ma la cagione primaria di questi
inconvenienti è « negli uomini stessi, e non nel tempo, il quale per sè è una «
gran bella cosa ; ed è proprio un peccato che nessuno finora • abbia saputo
dire precisamente che cosa egli sia zoni) la vera cagione fu... che quel
brav'uomo c non aveva saputo risolversi a sedere a mensa « con due artigiani:
egli, che si sarebbe recato * ad onore di prestar loro i più bassi servigi, «
in una malattia. Tanto anche a chi è esercitato « a vincere le più forti
passioni, è difficilé il vin« cere una piccola abitudine di pregiudizio, «
quando un dovere inflessibile e chiaro non « comandi la vittoria » (p. 557).
Invece, nel romanzo, il marchese aiuta a servire li sposi invitati; ma li tiene
a tavola separata. Ed il malizioso romanziere, commenta: c A nessuno verrà, «
spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa « più semplice fare addirittura
una tavola sola. « Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per « un originale,
come si direbbe ora; v'ho detto « ch'era umile, non già che fosse un portento «
d'umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per « mettersi al disotto di quella buona
geute, ma * non per istare loro in pari ». Parole che per l'estrema finezza
dell'ironia riuscirono equivoche, tanto che a qualcuno parve che la
sostenutezza del marchese fosse lodata, ad altri che fosse biasimata, perchè
non conforme alla schietta umiltà evangelica. Questi ultimi aveano ragione ed
il passo è chiarito nella forma, meno arguta ma più esplicita, che la chiosa
manzoniana ha nell'abbozzo ('). Vien così ad essere dichiarata s e nz altro
vera l'interpretazione del passo che con la sua ingegnosità consueta propose
nel 1900 G-iov. Negri. Quelle sue considerazioni uscirono a Pavia in foglio
volante, e il Petrocchi fece benissimo riferendole integralmente nel suo
commento Or ecco avanzarsi la « coppia d'alio affare », don Ferrante e donna
Prassede. Nei Brani non è per impulso spontaneo di quella faccendona delle
buone opere di donna Prassede che Lucia entra in quella casa; ma perchè ve la
manda in custodia il cardinale. E ci va a fare la cameriera, perchè quella «
coppia » non è soltanto una « coppia », ma ha seco una figliuola e la sorella
del capo di casa, rimasta vedova. Una famiglia, dunque, in tutte le regole, che
poi nel romanzo sarà ridotta ai soli due coniugi rispettabilissimi. La
figliuola, unica, di quei due (') chiamavasi Ersilja, famigliarmente Silietta,
» personaggio « non troppo facile da descriversi, nò da detì« nirsi. Le sue
fattezze erano senza difetti e « senza espressione; i suoi due grandi occhi *
grigi non si movevano che quando si moveva « tutta la testa; teneva la bocca
sempre semi« aperta, come se ad ogni momento sentisse « una leggera meraviglia:
rideva spesso e sorri« deva di rado; parlava lentamente e placida« mente, ma
volentieri e a lungo tutte le volte « che alcuno dei suoi parenti non fosse
presente Xel romanzo le figliuole erano state cinque, ma son tutte fuori di
casa, tre monache e due maritate, sicché donna Prassede ha « tre monasteri e
due case a cui sopraintendere. il darle su la voce » (p. 417). Si potrebbe
dipinger meglio quella pacifica scimunitella, destinata al monastero, ove entrò
poi senza slancio e senza repugnanza ? Perchè il Manzoni più non la volesse,
non è chiaro: forse gli diede ombra l'idea che ne venisse nuovo sminuimcnto di
stima ai monasteri femminili, quasi che fossero additati come ordinario ricetto
di simili pupattole; forse quella figurina gl'impacciava l'azione. Pei"
quest'ultimo motivo deve, senz'altro, aver abolito donna Beatrice, la sorella
di don Ferrante (p. 363), severamente e sentitamente pia, quanto donna Prassede
era pinzocchera ed inframmettente; e il procacciante maggiordomo Prospero «
faceto e rispettoso, disinvolto e composto, dotto « a tutto fare e a tutto
soffrire » ; e la donna di governo Ghitina, che il servitorame chiamava * la
signora Chitarra » perchè « il suo collo « lungo, la sua testa in fuori, le sue
spalle sehiac« ciate, la vita serrata dal busto e le anche alc largate » la
facevano « somigliare alla forma di quello strumento », il cui suono, ricavato
da mano inesperta, somigliava alla voce di lei, « cicuta, scordata e
saltellante. Questi personaggi, che promettevano bene davvero e che pur di
primo acchito ci balzano innanzi vivi e parlanti, scomparvero. Ma, anche i due
onesti coniugi erano nel primo getto alquanto diversi da ciò che furono nel
libro definitivo. Più maligna donna Prassede, tiranneggiava, per le sue fisime,
Lucia e la faceva spiare da Ghita: essa avrebbe voluto che la mite Imi
contadina prendesse il velo con la sua Krsilia. Don Fori-ante, anche qui, dotto
d'una cloUrina senza luion senso, che degenera nella pedanteria: ma oltracciò
sudicio nella persona e nel vestire, e. non meno che pretensiosi), pitocco.
Viveva di prestiti: e chi armeggiava sapientemente con gli usurai per trovare i
quattrini indispensabili al tasto della casa spiantata, ora quel mellifluo e
pieghevoli» Prospero. Del resto, già nell'abbozzo era ideata quella libreria di
don Ferrante, che nel romanzo fu condotta a perfezione, ed è uno dei tratti più
finamente umoristici del libro (''). In questo luogo abbiamo anzi una curiosità
da notare. Nella redazione definitiva il Manzoni, avendo di molto arricchita la
descrizione della libreria nelle parti che a lui parevano secentescamente
sostanziali e, per dar la misura dell'uomo e dei gusti del tempo, essenziali,
omise la sezione delle « lettere amene » i2). I n critico morto giovine, in
certa sua conferenza, volle colmare codesta lacuna e imaginò che vi figurassero
« fra i più graditi, i nomi del Tasso, « del Marini, del Tassoni, del
Bracciolini, del Cfr. D'i. Non vi sarà forse fra i ilici lettori chi non rammenti
che appunto da 1111,1 lettera dell'Achillini è tolto quasi di peso i kirocco
ragionamento con cui nel romanzo i Ferrante viene a dimostrare che il contagio
della peste è una chimera (cap. XXXVII) I. Stui'I'.mii. La hiblioteia ili ilun
Ferrante, Milano, 1SM7.,•. I.-.. Ji li. Haiti, in Sanai letterari. Firenze. 1KH
p. 109. i La telaxiime de] passo manzoniano con la lettera dell' tu indicata
nel 1S7!I da O. (irKBtiixi. nella liax&ei/ìia 'nuli III. Vii. La distanza
fra i due passi none punto un lini rahite. come sostieue con poca critica il
Petrocchi anzi es:-i sono molto simili; il (die non vuol dire Manzoni alibia
commesso un plagio. Questa è una Già nella minuta si leggevano quelli
sgangherati dilemmi; ma essi facevano parte d'un dialogo, di cui sopravvisse
appena lo spunto, tra don Ferrante e un don Lucio, figurina ben trovata di «
professore d'ignoranza e dilettante d'enciclopedia », che non aveva mai
studiato, anzi si vantava di aver tutti i libri in gran dispillo perchè « fanno
perdere il buon senso e « tuttavia pretendeva decidere d'ogni cosa ». Che
gioia! Di codesti sensatissimi faciloni v'ò chi dice che se ne trovano anche
fuori del seicento; ma io non lo credo. * I Brani (pp. 3 sgg.) ci fanno conoscere
intero un intermezzo di cui era nota solo una parte, per via del discorso
pronunciato dal Bonghi in Milano nel 1885, quando s'inaugurò nella Braidense la
sala manzoniana. Finge il Manzoni in quell'intermezzo di discutere e di
ribattere le obiezioni di un personaggio ideale, che gli fa carico di
presentarci nel romanzo due fidanzati senza descrivere « i principi, li
aumenti, le comunicazioni del loro affetto ». Egli si professa « del parere di
coloro i quali dicono che non « si deve scrivere d'amore in modo da far con
appropriazione lecita ed opportuna, e mi par più probabile ch'ei sia ricorso
all'Achillini, anziché ad un opuscolo di Massimiliano Viani di Pallanza,
stampato nel 1630, ov'è fatto il medesimo ragionamento (Stoppato, pp. 48-49).
Due sonetti politici dell' Achillini cita il Manzoni. sentire l'animo eli chi
legge a questa passione », perchè d'amore al moudo ve n'ha quanto basta, nè v'è
bisogno che altri s'industri a coltivarlo ed a fomentarlo con gli scritti,
d'amore « ve n'ha, « facendo un calcolo moderato, seicento volte « più di
quello che sia necessario alla conser« vazione della nostra riverita specie».
Strana teoria senza dubbio, che provocò ben presto una rispettosa, ma energica
confutazione del Fogazzaro. Questi non può ammettere un concetto cosi
materialistico dell'amore, e convenendo che gli amori di puro senso non vanno
descritti, ritiene vi sia nell'amore un elemento idealistico elevatissimo, atto
a sublimare le anime e a completarle, sicché l'indurre i mortali a quell'amore,
che ha qualcosa d' immortale, è opera meritoria^). Nella quale interpretazione
dell'amore fa capolino il poeta idealista, non alieno dallo spiritismo, che
fece giuocare cosi bene in un suo rooianzo la sempre risorgente imaginazione
dell'amore dopo la morte (2), rappresentata dall'adagio antico « Hyeme et
sestate, et prope et procul, usque dum vi vara et ultra » (3). Sta bene: ma il
Manzoni voleva dire altra cosa. L'ha dimostrato con molta diffusione, ma
insieme anche con molto ingegno, Giovanni Ne (li Un'opinione di A. Manzoni, in
Fouazzaho, Discorsi, Milano, 1898. Il discorso fu letto a Firenze nel marzo de]
1887. C2) I numerosissimi indizi concreti di questa credenza o imaginazione
furono raccolti da A. Giìaf in un recente articolo della X. Antologia, 16 novembre
1904. i'ò) Daniele Cortis, Torino gri (') L'autore dei Promessi Sposi fu ben
lungi dal disconoscere l'amore ideale e puro, anzi quest'amore egli fa sentire
di continuo nel suo libro, non evitandone neppure qualche tratto passionale. Ma
egli sapeva che in ogni amore, anche il più puro, vi sono, in quanto è umano,
elementi di impurità, e a questa impurità non avrebbe voluto che la letteratura
provocasse il consenso, cioè l'adesione del cuore per mezzo dell'eccitamento
dei sensi. A chiarire siffatto consenso aggiunge una esemplificazione, che il Bonghi
non fece conoscere e che non potrebbe essere più calzante: « Ponete « il caso
che questa storia venisse alle mani, per « esempio, d'una vergine non più
acerba, più « saggia che avvenente (non mi direte che non « se n'abbia), e di
angusta fortuna, la quale, per« duto già ogni pensiero di nozze, se ne va cam«
puechiando quietamente, e cerca di tenere oc« cupato il cuor suo coll'idea dei
suoi doveri, « colle consolazioni della innocenza e della pace, « e colle
speranze che il mondo non può dare « nè torre, ditemi un po' che bell'acconcio
po« trebbe fare a questa creatura una storia che « le venisse a rimescolare in
cuore quei senti« menti che molto saggiamente ella vi ha sopiti. « Ponete il
caso, che un giovane prete, il quale * coi gravi uffici del suo ministero,
colle fatiche « della carità, con la preghiera, con lo studio, « attende a
sdrucciolare sugli anni pericolosi che L'opinione del Manzoni e quella del
Fogazzaro intorno all'amore, nel I volume dei cit. Commenti. gli rimangono da
trascorrere, ponendo ogni « cura di non cadere, e non guardando troppo « a
diritta uè a sinistra, per non dar qualche * stramazzone in un momento di
distrazione, « ponete il caso che questo giovane prete si « ponga a leggere
questa storia (giacché non « vorreste che si pubblicasse un libro che un t
prete non abbia da leggere), e ditemi un po' « che vantaggio gli farebbe una
descrizione di « quei sentimenti ch'egli debba soffocar ben bene « nel suo
cuore, se non vuol mancare ad un « impegno sacro ed assunto volontariamente, se
« non vuol porre nella sua vita una contraddi« zione che tutta la alteri ».
Fuvvi chi si meravigliò che tenesse questo concetto dell'amore nei romanzi chi
avea provato replicatamente e potentemente quella passione, sino ad averne «
spossata l'anima d'ogni forza », come scrisse un giorno al Fauriel ('). Nessuna
meraviglia meno giustificata. Gli è appunto perchè la natura del Manzoni era
una natura sommamente, e non platonicamente, amatoria, che la sua rigorosa
morale cristiana gli imponeva di evitare ad altri quegli stimoli, di cui gli
eran ben noti i pericoli e contro cui aveva dovuto lottare egli stesso. Tanto è
vero ch'egli fin da principio si guardò da quegli scogli, e nella prima minuta
non occorre nessuna di quelle descrizioni che nell'intermezzo sull'amore volle
(li Stampa far credere d'aver messe in carta l'i. Ora. che • ■levando a teoria
generalo l'idea del Manzoni si venga a sacrificare l'arte alla morale, e che
silfatio sacrificio, per motivi estranei alle ragioni intime dell'opera
letteraria, sia ingiusto, non sarò certo io a negarlo: ma movendo dai principi
etici che il gran romanziere poneva a baso di ogni pensiero e ili ogni
operazione, l'opinion sua era perfettamente logica. Che volete farci? Createvi
un Manzoni di vostro gusto, se vi garba: quello • •he tu al mondo e vestì panni
era fatto cosi. Lo studio della prima minuta ci convince, adunque, che nel
lavorio di perfezionamento dell'oliera sua il Manzoni si studiò in ispecie di
ridurre a giusta misura la materia, di resecare da essa // froppn f il l'ano.
Menfe dialettica ebbe il Manzoni quant'altri mai ed all'opera d'arte si
preparava con lunghissimo studio di storia, perche nell'uomo gli piaceva di
osservare non solo le attitudini e i moti spirituali del presente, ma anche
quelli del passato. Quindi il so ili Ad un imaginario interlocutore, che gli rimprovera
di aver trascurato nel libro i particolari dell'amore. Unge dori Alessandro di
rispondere: Trabocca, invece (il liìiroi di queste cose, e deagio confessare
che sono anzi la parte più • elaborata dell'opera; ma nel trascrivere, e nel
rifare, io . Ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi
parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza, ovvero
della storia secentesca che finge di avere scoperta. verchio od il meno utile
elio gli uscì dalla pernia nella prima foga ilei comporre consistono in abuso
ili ragiona mento ed in abuso di storia. Per quel i-Inspetta alla sostanza del
libro, la sua maggior preoccupazione fu di proporzionare all'insieme questi due
elementi, e nel tempo stesso di ottenere maggior tinozza d'osservazione
psicologica maggiore efficacia rappresentativa. A togliere ilei tutto l'abuso
della storia non riuscì: e questo restò il difetto massimo del romanzo,
rilevato da molti, a principiare dal (ioethe e a finir col De Sanctis (' .
Riuscì invece a temperare l'inclinazione dello spirito raziocinante,
intensificò l'osservazione e la rappresentazione, aguzzò l'umorismo
bonariamente ironico. Ma già nella prima minuta, se non è tutta l'arte, è tutta
l'anima sua. Se per lo innanzi, mediante il raffronto delle due edizioni,
potevamo farci un'idea del lavoro immenso che costò al Manzoni quella sua forma
sempre limpida e sempre acconcia; ora possiamo in oidio valutare, per mezzo dei
Brani, l'opera sua di artefice squisito nel trattare la sostanza del libro. Ed
è mirabile la cura da lui posta nelle minuzie. Vedete, ad esempio, quanto è
incontentabile fin nei nomi dei suoi personaggi. Ai nomi egli annetteva
importanza grande, e non senza rati Lp parole ilei fioptlie all' Eekermarm.
riferite anche stiirza nella prefazione ai Brani, p. XLIV. sera notissimi';
quelle ilei De Sanetis si possono leggere, ne' suoi Hrrilli ivi e»'/, ed.
Croce. Xapoli. gione: si direbbe gli echeggiasse sempre nella memoria la
vecchia sentenza, che Dante pur fece sua, nomina sunl consequentia rerum. Nel
fissare quello di Lucia, più che la martire siracusana del IV secolo, può darsi
gli risonasse dentro il dantesco « Lucia nimica di ciascun crudele ». Il suo
fidanzato aveva in alto grado la virtù della costanza, rara nei giovinotti:
quindiFermo. Ma questo poi gli sembrò nome troppo aulico, troppo poco comune, e
sostituì il popolare Renzo, che dà pure indizio di fermezza, perchè rammenta un
santo, il cui « volere intero » resistette al supplizio della « grada ». Il
casato di Lucia era in origine Zarella; ma non gli piacque: sostituì Mondello,,
ove l'aggettivo mondo non entra a . caso ('). Fermo era di cognome Spolino; poi
divenne Renzo Tramaglino, vocaboli che richiamano l'uno l'arte tessile e l'altro
la pesca. Potrà fare qualche meraviglia che il padre Cristoforo fosse in
origine Galdino, nome che desta il riso pel ricordo di quel semplice e golfo
cercatore delle noci; ma una vecchia cronaca rappresentava eroicamente un frate
Galdino della Brusada, ed a costui pensò dapprima il Manzoni (s). Don Ferrante
e donna Prassede, Che v'abbia anche parte quella Lucia Mantella, che il
Ripamonti nomina (cfr. Nkgri, Commenti, I, 27, n. 2), non è escluso. Xe avrà
conforto il dabben Luigi Lucchini, che nel suo Commentario dei Promessi Sposi,
ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Bozzolo, 1902, male era
riuscito a conciliare rimanine di quel monaco austero con quella dell'umile
laico. prima d'avere questi due nomi altosonanti, spagnolescamente e
lombardescamente eletti e nobiliari, rispondevano a quelli di don Valeriano e
di donna Margherita, il primo assai probabilmente suggerito da quel Valeriano
Castiglione, il cui Statista regnante sarà fra i libri politici quello che
meglio tornerà accetto al pedantesco personaggio. L'avvocato imbroglione, prima
d'immortalarsi col nomignolo di Azzeccagarbugli, era detto il Duplica, ma di
primo getto il Pèttola, vocabolo che in milanese vale viluppo, intrigo. La
governante del prete, prima di ricevere quel battesimo di Perpetua, giusto
premio alla sua fedeltà, dal padrone cosi mal compensata, si chiamò per breve
tempo Vittoria, certo perchè col padron suo, tranne quando la paura lo rendeva
ostinatamente ribelle, essa la vinceva sempre. « So quello che posso fare, la
padrona * sono io qui >, dice nei Brani al Conte del Sagrato: e quel qui
vuol essere la cucina, ma tutti v'intendono sotto l'intera casa. Gli otto nomi
di bravi che nel romanzo occorrono, son tutti trovati con finissimo
accorgimento; qualcuno suggerito dal Grossi, qualcuno peravventura scovato nei
gridart del tempo. Nella prima minuta ve n'erano altri, foggiati con sistema
non diverso, come il Nato in casa e lo Spettinato (p. 288). ili Vedansi le
comunicazioni del Tamassia e del Bellezza nel (ìiorn. storico, XXX, 352 e 516,
ed anche il commento del Petrocchi a p. 469. ino La cura grandissima dei
particolari minimi, l'assiduo infaticabile lavoro della lima, si unirono nello
scrittore lombardo (ne abbiamo qui una riprova) alla pronta percezione del
reale, alla facoltà di ridarlo con una evidenza mirabile, all'intelletto
sollecito nel giudicare rettamente di tutto e di tutti. Non errerebbe davvero
chi dicesse che il genio del Manzoni fu metà intuito e metà pazienza, pensarci
su. Nota aggiunta. — Questi tre articoli furono i primi di qualche estensione
che vedessero la luce, nel Fanfulla della Domenica, appena diffusa la prima
edizione dei Brani inediti. Nel medesimo anno 1905 venne fuori la 2a ediz. dei
Brani suddetti : in che cosa essa differisca dalla prima indicai nel Giorn.
storico, XLVII, 159-ltìl. Fra gli altri articoli dettati quando comparvero i
Brani son segnalabili in particolar guisa quello di Fedet.k Bojiani, La prima
minuta dei Promessi Sposi, nel Marzocco, XI, 5 ed anche a parte in un elegante
estrattino, e quello di Vittorio Osimo, La prima stesura dei Promessi Imposi,
nell'Acanti della Domenica, 27 agosto 1905, ristampato nel volumetto Studi e
profili, Milano-Palermo, Sandron, 1905, pp. 54 sgg. La .più estesa, peraltro, e
rilevante di tutte le analisi dei Brani inediti, resta quella che F. D Ovidio
inserì nel volume dei Xuori studi manzoniani, villano, Hoepli. Tra le molte
particolari considerazioni suggerite da quel libro, vogliono essere ricordate
ed apprezzate quelle di Attilio Momigliano, Perchè Don Bodrigo muore sul suo
giaciglio?, negli Atti della B. Accademia delle scienze di Torino, XL (1905 j e
La rivelazione del roto di Lucia, nel Giornale storico, L, 116 sgg. e l'altra
di Luigi Fassò, Padre Cristoforo balordo, nel Giorn. storico. Le obiezioni che
mi furono mosse non hanno menomamente alterato i miei convincimenti rispetto
alle ragioni, alquanto complesse, per cui il Manzoni abbreviò l'episodio della
Signora. Vedi Achille Pellizzaki, 77 delitto della Signora, Città di Castello,
1907 e Antonietta Cajafa, La Signora di Monza nella storia e nell'arte, Eoma,
1907, e ciò che io ne scrissi nel Giornale, storico, L, 223-24. Si confronti
pure l'esame che fa del quesito G. Bito IDI liNnuu'j nella Bass. crit. della
letter. italiana, XII, 202 sgg. — Per Don Ferrante è da vedere Giuseppe d'Ansa,
L'umorismo di Don Ferrante ìlei « Brani inediti ■, in Fan filila della
Domenica. XXIX (1907), n. 31, nonché AKTtrno Pompeati, A proposito rli Don
Ferrante, nella Rirista abruzzese), 52J) sgg. Dell' opuscolo di Evabisto
Marsili, Don Ferrante nei Promessi Sposi, Città di Castello, Lapi, 1907 conosco
solo il titolo. — Per lo studio dei nomi dati dal Manzoni a' suoi personaggi,
eccellente lo studio di Felice Scolari, Xomi, cot/nomi e soprannomi nei
Promessi Sposi, Milano. De Mohr, 1908. La vecchia " Antologia ... Anche
alla storia del giornalismo italiano si cominciano a porre seriamente le basi.
Di questa che a' tempi nostri diventò una forza cosi poderosa, i veri
precursori son noti ; spiriti bizzarri e scapigliati del cinquecento, Pietro
Aretino, il Giovio, il Doni. Ma fu nei due secoli successivi, principiando dal
romano Giornate dei letterati, apparso nel 1668, che il giornalismo ubbidì alle
tendenze positive scientifiche ed erudite, passate dallo sperimentalismo
galileiano nelle indagini di storia e di critica. Vi rifulsero uomini del
valore di L. A. Muratori, dei due Zeno, di Scipione Maffei, dello Zaccaria, del
Tiraboschi. La storia esterna di quel giornalismo erudito accademico fu già
tracciata ('). Ma quella non era ancora rivelazione di spinti nuovi, a
provocare la quale giovarono particolarmente nuove visioni del progresso e
nuovi Da Luigi Piccioni nel I volume dell'opera 7/ giornalismo letterario in
Italia, Torino, Loescher, 1804, su cui son da vedere A. D'Ancona nella sua
Rassegna bibliografica, II, 27H e V. Gian nel (riorn. storico della leti,
italiana, XXV, 98. 11 II volume dell'opera non venne mai, perchè il Piccioni,
datosi, a motivo di esso, a studiare il Baretti, s'invaghì di quel soggetto e
scrisse un grosso e utile libro di Studi e ricerche su ti. Baretti, Livorno,
Giusti LA VECCHIA ANTOLOGIA indirizzi della critica, maturatisi segnatamente in
Francia ed in Inghilterra. Nella seconda metà del diciottesimo secolo ecco abbiamo
l'Osservatore di Gaspare Gozzi, atteggiato su modello inglese ad arguta
moralità e civiltà di costumi ('); la Frusta letteraria del Baretti, tutta
fremiti di rivolta ai vecchiumi arcadici, alle erudizioni insulse, alle vanità
ciarliere degli accademici, tutta presentimenti, pur di mezzo a qualche solenne
cantonata, d'innovazione salutare del pensiero letterario; il Caffè milanese
dei Verri, che, pur non scostandosi fondamentalmente dal tipo inglese dello
Spectator, dava particolare risalto alla filosofìa pratica ed all'economia,
intonandosi a parecchie fra le idee che in Francia avrebbero maturata la grande
rivoluzione. Per tal guisa la rivista letteraria si veniva sempre meglio
preparando ad essere agone di lotte intellettuali ed a rispecchiare le
aspirazioni politiche e sociali dei tempi nuovi. Nei primi decennii del secolo
decimonono, ogni cosa in Italia diventava politica, perchè alla politica
s'appuntavano le aspirazioni di tutti gli ingegni più eletti, di tutti i cuori
più fervidi. La lotta tra il foglio azzurro dei romantici, il Conciliatore, I
rapporti dell' Osservatore col suo modello britannico, lo Spectator di G.
Addison, furono dapprima studiati da Giacomo Zanella, poi da Pia Treves (ora
signora Sartori;, finalmente da Carlo Segrè. (2.) Egregiamente vagliò le idee
di quel giornale Luigi Ferrari, nella dissertazione Dei ■ Caffè', periodico
milanese dei sec. XVIII, Pisa, bistri, ltf&t. vissuto nel 1818-19, e La
biblioteca italiana, cominciata a venir fuori nel 1816 e diretta da Giuseppe
Acerbi, è lotta eminentemente politica; ma sarebbe tempo ormai di riconoscere
che, come organismo di giornale ed all'infuori della santa causa da esso
patrocinata, il Conciliatore non valeva gran che ('), mentre la Bililioteca
italiana, quando si faccia astrazione dall'indirizzo politico asservito
all'Austria, fu una rivista notevolissima ed egregiamente redatta (*.). Con ben
altro intuito giornalistico, con ben altra abilità e profondità che il
Conciliatore, fu diretta e scritta la nuova rivista che un ginevrino di larga
coltura fondò a Firenze nel 1821 e intitolò Antologia. La tenacia singolare, lo
spinto di abnegazione, la prudenza e CI) Nonostante l'innegabile arruffio di
idee e di cose, resta però sempre, per ciò che spetta ai fatti, una fonte
ragguardevole il volume di Cesare Cauti ;, II Conciliatore e i carbonari,
Milano, Treves, 1878. Senza aggiungere novità quanto ai fatti, analizzò gli
spiriti del foglio azzurro Edmondo Clehicì nella sua memoria 11 Conciliatore
periodico milanese, Pisa. 3s it-tri, 1903, memoria condotta con diligenza, ma
che sa ancora troppo di lavoro scolastico. Una vera storia della Biblioteca
ancor si desidera, e la naturale antipatia che inspira la sua tendenza fece
velo anche ull'apprezzamento di studiosi bene informati e autorevoli. I
migliori e più obbiettivi contributi a codesta storia sono quelli dati da A.
Luzio nel 1806, con l'inserire nella S. Antologia e nella cessata Biviata
storica (lei Risorgimento italiano articoli e documenti che illustrano in
ispecie l'attività dell'Acerbi e ce la mostrano sotto una luce diversa da
quella che sinora prevalse. Vedi anche Eugenia Montanari, Per la atoria della ■
Biblioteca italiana », nella Miscellanea di studi critici pubblicati in onore
di Guido Mazzoni, Firenze, 1907, II, 361 sgg. l'oculatezza (li quello straniero
che divmnc per elezione italiano, fecero vivere, in mezzo ad ostacoli di 012,11
i genere. Y Aiìtolngin per dodici anni. Le vicende di quella rivista, sorta
come per incanto in una regione di antica civiltà, ma frolla e pettegola, in
mezzo alla sciopera tagline miserevole di quei Stigcjiafori. di quei
Jiarcac/lHnri, di quei Yufitintorì. o come altro .si chiamassero; le vicende,
dico, di quella rivista sbozzò già col suo fare nervoso e concettoso uno dei
massimi suoi cooperatori. Niccolò Tommaseo, commemorando Gian Pietro Vieusseux;
ma nessuno finora ne aveva discorso paratamente e con la debita cura f>.
Questo ha fatto testé, in un volume sommamente encomiabile per il metodo, per
il giudizio e per l'economia. Paolo Prunas 2, autore, anni .sono, di una meli
matura opera sul Tommaseo i3), hi (piale certo gli inspirò l'ottimo proposito
di tessere una buona volta e definitivamente la storia della rivista fiorentina
i . Dico 1 1 1 Giova rammentare che uh capitoletto, il nono, ile Ilo scritto
citato elei Clerici sul logia considerata come continuarne»? delle idee che il
foglio lombardo propugnava. i'2t L'Antologia ili Gian Pietro \'ieits*nt.r,
Roma-Milano. Società editrice Dante Alighieri, liKUi. Il volitine appartiene
alla Hihlio/rra s/ori'-a dei rinorgimento italiano, e come tutta quella
collezione benemerita lascia non poco a desiderare nella correzione tipografica.
i3) /.fi rrìtira. l'arte e i'ith.a sociale, ili Xirrotò Tontmaseo, Firenze.
Seeher. I!l01. i li 11 primo capitolo di questa storia, in forma alquanto
diversa da quella che ha oggi, comparve già nella Jiaxsegna nazionale del
1" luglio 1SJ03, col proposito di trattare le origini dell' Antologia.
■fìititir(tiitente con la maggiore soddisfazione i-oii piena sicurezza, fiacche
se anche avliga (e sani facile) clic altri aggiunga qualche ■miiento nuovo i ')
o chiarisca con nuove in— idilli qualche particolare mcn noto, il liei li-, i
del Prunai resterà sempre la prima e l' ulula storia complessiva dv\Y Antologia
di Firenze, indotta non solo sullo spoglio coscienzioso ed ! ■■Iligente dei 4S
volumi del periodico, ma sulle le del Yieusseiix. sui suoi appunti, sui
donneati numerosissimi dell'Archivio di Stato fiondilo, su esplorazioni di più
archivi privati, -ii trentamila lettere di amici (scusate se son n-hine!
indirizzate all'infaticabile ginevrino che I .ini" e diresse il grande
periodico. E quel che urna a massima lode del Prunas, in tanta con. i ic ili
materia prima, pericolo più che beneficili a lauti a u torelli inesperti o mal
dotati o male avviati, egli volle e seppe orientarsi in umili i del tutto
plausibile, volle e seppe dar ri> ho ai tatti essenziali, giovandosi dei
secondari a lumeggiarli: in una parola, fece un libri organico come pochi san
fare, esauriente senza essere stucchevole, minuto senza essere prolisso. I IJ
l'ima ili licenziare r ili'l liuim profitto che già trasse, per completare la
stoini ilt-H' litluìiìt/iti. l'amico mio Vittorio C'iau dal carteggio del in
col |it-iinlista e letterato di Pisa Giovanni Carini ■ruuili. si : imbuiti lo
scritto La prima rifiuta italiana, nella \ittuu Antuìoijiti. J-1 agosto lilOb.
L'idea di dotare l'Italia di una rivista di coltura emulante i celebri modelli
inglesi, particolarmente la gloriosa Edimburgh Heview, fu dapprima concepita a
Londra nel 1819 da Gino Capponi, il quale ne aveva anche steso il progetto che,
come dimostra il Pruaas, equivaleva nelle linee essenziali a quell'abbozzo di
programma di giornale letterario che fino dal 1815 aveva redatto Ugo Foscolo.
Ma nel Capponi, idealista irresoluto, difettava una gran dote per fondare e
continuare una rivista, l'intelletto pratico deciso e tenace; sicché fu una
fortuna che egli non giungesse a colorire il suo disegno, ma anzi con nobile
disinteresse si acconciasse ad appoggiare quello del Vieusseux, che appunto nel
1819 aveva fondato in Firenze il celebre gabinetto di lettura nel vecchio
palazzo dei Buondelmonti sulla piazzetta di Santa Trinità, ed amava di farsi
editore di una rivista, che raggruppasse intorno a sè le forze intellettuali
d'Italia, le mettesse in comunicazione fra loro, e, facendo conoscere il buono
ed il meglio di ciò che si pensava presso i popoli europei più evoluti, desse
efficace incremento alla coltura della penisola, preparando idealmente quella
unificazione a cui miravano politicamente gli intelletti più elevati. Spirito
equilibrato e colto, anima innamorata d'ogni cosa buona, liberale e mite, il
Vieusseux fece il miracolo di smercanteggiarsi diventando editore, forse perchè
dell'origine mer fantesca possedeva le qualità pratiche, ma non la
caratteristica sete del guadagno. L' Antologia, il cui programma ebbe
divulgazione nel settembre del 1820, differiva dal modulo ideato dal Capponi.
Il tipo di essa non era inglese, ma piuttosto francese, come voleva l'origine e
l'educazione del Vieusseux. L'esemplare più imitato era la Reme encyclopèdique
fondata di fresco a Parigi da Marcantonio Jullien, con la differenza che
dapprima il periodico italiano si proponeva di trattenere il pubblico sulle
questioni più ardenti per via di versioni e di riassunti d'articoli e di libri
stranieri. Tenuta entro questi limiti modesti, anzi umili, {'Antologia non
avrebbe certo potuto rappresentare quello che. dipoi rappresentò nel pensiero
italiano; ma ben presto, fin dal terzo quaderno, cominciarono gli articoli
originali, che in sul principio s'aggirarono sulla questione della lingua, alla
quale gli italiani presero sempre interesse, e poi si estesero ad altre,
svariatissime materie: arti, scienze, geografia, storia, questioni sociali,
agricole, economiche, letteratura, istruzione, educazione. Il periodico
guadagnò sempre più una personalità propria distinta od originale, tantoché nel
1830 il direttore ne escluse le traduzioni. Uomini di opinioni svariatissime
erano chiamati a scrivervi, e l'abilità somma del Vieusseux consisteva nel fare
in modo che di mezzo a quel vario pensare e scrivere un principio unico
prevalesse, quello della italianità. Tale intento nazionale del periodico fu la
sua vera gloria. Esso LA VECCHIA ANTOLOGIA rappresentava veramente tendenze più
elette, i bisogni, la vita letteraria e scientifica della nazione, abbracciava
in un solo affetto i vicini e i lontani, era strumento di conciliazione assai
più di quello che il Conciliatore, nella sua vita breve ed effimera, avesse,
potuto neppur sognare di essere. Timidi parevano all'anima agitatrice di
Giuseppe Mazzini gli scrittori dell'Antologia, nè si può dire che, in fondo,
avesse torto. Ma in questa medesima timidità era un punto di programma nella
mente accorta del fondatore e direttore, il quale ben vedeva che una maggiore
arditezza avrebbe sollevato subito sospetti e sarebbe stata motivo di una
disastrosa catastrofe. Non evitò morte violenta neppure a quel modo, ma pur
potè l'esistere dodici anni. Inoltre, quel medesimo intento di provvida
conciliazione lo costringeva a schivare ogni scritto troppo ardito e violento,
che avrebbe potuto alienare cooperatori disposti, nelle loro idee, a
temperanza, e quella gran pai-te di pubblico a cui non son date le ali per
seguire i voli troppo eccelsi e che si ricantuccia imbronciata, seppure
indispettita non indietreggi, a tuttociò che le sappia di paradosso. Modernità
amava il Vieusseux, e nell'organo da lui diretto se ne scorgevano specialmente
i principii in quel che riguarda la storia, l'economia pubblica, l'incremento
dato al danteggiare, siccome ritorno ad un grande scrittore degnamente
raffigurante la patria; ma la modernità non voleva sconfinasse nè antivenisse
le esigenze dei tempi: basta, a questo proposito, l'osservare in quali limiti
si mantenesse rispetto al romanticismo, che era ammesso si e riconosciuto, ma
in quel modo temperato, con quasi tutte quelle restrizioni che poneva nello
accoglierlo il Manzoni. Voleva il mite ginevrino che l'Italia s'avviasse al suo
risorgimento con l'estendersi della coltura moderna, col comunicarsi degli
spiriti, con l'affratellarsi delle regioni lontane e politicamente divise, non
coi mezzi violenti uè delle sette nè delle rivolte. Bello è poi l'osservare come
alla vitalità sempre crescente di quell'organo di divulgazione intellettuale
cooperassero i convegni del palazzo Buondelmonti. Nelle sale di quel gabinetto
di lettura, che il Prunas ci riapre d'innanzi con la scorta dei numerosi
carteggi e delle Memorie inedite del Pieri, si raccoglieva non solo quanto avea
di più eletto Firenze, ma convenivano i molti italiani e stranieri, che in
quella città erano di passaggio, attrattivi dalla fama 'del luogo e dal tatto
squisito e dalla cortesia non mai smentita del fondatore. Molte volte le
radunanze del circolo (alcune delle quali, come quella del settembre 1827 in
cui fu festeggiato il Manzoni, riuscirono solenni) erano il primo incentivo a
scrivere articoli, ovvero erano palestra in cui nobili ingegni discutevano ciò
che nel 1'. 4 litologia si stampava; dimodoché al sodalizio delle anime
contribuivano in ugual misura i convegni e la rivista. Raro accadde che un
periodico avesse l'onore d'esercitare una così alta e benefica influenza
d'affiivtellamento e di scambio intellettuale. LA VECCHIA ANTOLOGIA TI Prunas
passa in rassegna tutti gli scrittori dell 'A n tolng irì e di tutti sa darci
informazioni preciso, e nou di rado nuove e curiose ('). Ci passano d innanzi i
più bei nomi che in quelli anni onorassero gli studi fra noi; a trattenerci più
specialmente sui letterati, Gino Capponi, Enrico Mayer, Urbano Lampredi, 6. B.
Niecolini (che scrisse poco, perchè nell'immenso suo orgoglio gli parve di non
essere abbastanza apprezzato dal Vieusseux, al quale usò, come a tanti altri,
degli sgarbij, Ugo Foscolo, Giuseppe Montani (colonna e cireneo dell'Antologia
dal '2'2 in poii, Cesare Lucchesini, Sebastiano Ciampi, Pietro Giordani (alla
cui pigrizia i pungoli del direttore non bastavano), Pietro Colletta, Andrea
Mustoxidi, Carlo Botta, Giovanni Carmignani, Silvestro Centofanti, Raffaele
Lambrusehini, Terenzio Mamiani. Luigi Fornaciai!, Giuseppe Grassi, Giacomo
Leopardi, Niccolò Tommaseo, Giuseppe Mazzini. Quest'ultimo onorò l'Antologia
con quel suo mirabile scritto Di una letteratura europea, troppo alto per
essere inteso dalle menti comuni dei letterati d'allora (fossero anche della
stregua di quella del Giordani), ma che in sè chiudeva il presagio
d'un'intelligenza divinatoria. II Leopardi diede all' Antologia tre dialoghi
delle sue Operette morali, di cui i buoni intenditori riconobbero il profondo
significato filosofico, celato sotto l'ironia apparentemente leg Cl) In un
utile elenco, che è a p. 435 del volume, egli spiega anche le sigle, le
iniziali e gli pseudonimi con cui sono contrassegnati molti articoli. gera. Il
Tommaseo, chiamato a Firenze dal Vieusseux e divenuto suo cooperatore assiduo,
si valse d'ordinario nella rivista della sigla K. X. Y., e vi scrisse molte
cose significanti, esercitandovi quella sua critica penetrante e caustica, anzi
acida, che talvolta dava in fallo, ma più spesso, anche esorbitando e pungendo,
sapea dire con esemplare schiettezza tante verità. Con lui il Vieusseux era
spesso rudemente franco, come richiedeva l'indole dell'uomo; ma lo stimava
assai e non si formalizzava punto se altri collaboratori, irritati dai suoi
giudizi recisi, lo chiamavano bestia o bue, o, con maggiore novità spiritosa di
epiteto, onagro. Gran pazienza, del resto, quella del Vieusseux, a procurare
che non si sbranassero a vicenda, a maggior gloria dell'Italia unita futura,
tutti quelli illustri campioni dell'irritabile génus! Solo chi abbia diretto
una rivista letteraria, e più specialmente critica, può formarsi idea giusta
delle pene a cui andava incontro, tanto maggiori quanto più egli voleva, in un
certo senso, serbare al suo giornale un certo carattere eclettico. Quando una
rivista ha un programma ben definito e non decampa da certi principii e da
certi metodi, vi collaborano coloro che a quei" principii e a quei metodi
aderiscono, e gli altri stan fuori, e poco importa se applaudano o fischino. Ma
allorché una rivista, come era il caso dell'Antologia, intende riunire sotto
una mededesima bandiera e far cospirare allo stesso intento forze e tempre del
tutto diverse, e non vuole (come oggi fanno le più tra le riviste divulgative)
rimpannucciarsi nella veste comoda di Arlecchino, offrendo lo spettacolo dei
magazzini inglesi, aperti ad ogni merce purché sia di moda, ad ogni nome purché
accresca i proventi con lo stuzzichino deWattuatità; quando non si voglia
abbassare, in una parola, una rivista al livello volgare d'un'intrapresa
industriale, ma serbarne sempre alto il carattere di propagatrice della buona
coltura, di vindice di idee temperatamente moderne, d'organo sincero e
imparziale di censura e d'encomio, oh allora c'è da trovarsi fra i triboli
d'una lotta incessante, ora a mazzate, ora a colpi di spillo. Da buon
schermitore il Vieusseux sapeva parare le une e opporre ai secondi
un'epidermide di rinoceronte. Contro la sua longanimità fenomenale le mille
bizze», i mille risentimenti degli scrittorelli e degli scrittoroui finivano
con lo spuntarsi, fossero pure, nonché le ridicole contumelie di una
pretensionosa nullità come il Rosini, o d'una ciana sghangherata e maligna come
il Pieri, anche i veleni dell'irritabile e arcigno Niccolini. Ma a quel
martirio il pover'uomo pur non era corazzato al punto da non sentirne talvolta
fiera, nel più segreto dell'animo, la ferita sanguinante. L'aver saputo sempre
resistere e tirare innanzi, senza far motto, col sorriso sul volto argutamente
bonario, senza piegare, con l'occhio fisso al grande ideale della patria da
ricostituire, questo, questo è un merito che pone il Vieusseux al livello dei
più insigni fattori dell'unità italiana. E avesse solo avuto a combattere con
la suscettività esagerata e con le bizze irragionevoli degli scrittori! Ben
filtri e non minori ostacoli gli opponevano l'apatia egoista del pubblico mal
preparato, la sospettosità dei governi, le difficoltà delle comunicazioni, e,
segnatamente negli ultimi anni, la censura. Di queste delizie i giornalisti
d'oggi, per loro fortuna, non hanno ad assaporarne. Senza grandi mezzi, egli si
mise all'opera costosa con un coraggio ammirevole. Complimenti gliene vennero
molti, sin dai primi quaderni dell' Antologia, dai letterati d'Italia; ma
quattrini pochi. Per quanto la mano d'opera tipografica non costasse allora
gran che fnè la veste dell'.-ljitologia era certo suntuosa), con meno di cento
associati non si giungeva a fronteggiare le spese. L' Antologia, nei primi
tempi, non ne contava di più. E si noti che le spedizioni ed i dazi importavano
aggravi di cui noi oggi non abbiamo neppure l'idea: s'imagiui che ogni quaderno
spedito nel Belgio costava più di cinque lire, ed il dazio per gl'invìi nel Regno
di Napoli era cosi grave che l'editore avea dovuto ricorrere allo spediente di
non mandarvi la rivista se non a volume finito. Neppure nei giorni più doridi
della sua esistenza V Antologia non oltrepassò i 530 associati, sicché il
Vieusseux, con tutta la fatica che vi spendeva intorno, anziché ricavarne
utile, ci rimetteva quasi del suo. Nel Napoletano an davano cinque copie; nel
Lombardo-Veneto quaranta. Di questo strano disinteresse la colpa principale
l'aveva la censura. Ogni momento gli associati non ricevevano l'uno o l'altro
quaderno, perchè le censure diverse lo intercettavano. In Piemonte si giunse
addirittura a proibire V Antologia, e solo lunghe insistenze fecero togliere la
proibizione. Frattanto la rivista era sequestrata a Palermo. Insomma,
vessazioni tali e così continue in ogni parte, che il giornale non poteva
espandersi liberamente. In Toscana dapprima la censura fu mite, ma dopo il '30
rincrudì e poco appresso infieri, per le pratiche caritatevoli proseguite da
governi vicini, meno remissivi di quello di Leopoldo IL Un miserabile spione
posto dalla polizia ai fianchi del Vieusseux, Pietro Brighenti, riuscì a
conquistarsi la sua fiducia come si era cattivato l'amicizia del Leopardi. Quel
malvagio ascoltava e rifischiava. Egli era giunto a formarsi l'idea, e ad
esprimerla, che il Vieusseux fosse « centro del liberalismo di tutta Firenze ».
Non avea torto davvero il mariuolo; ma questa voce, giunta agli orecchi di chi
stava vigilando pauroso di tutto, doveva acuire sempre maggiormente gli sguardi
dei censori toscani. Allora si cominciò a scorgere quali sentimenti e quali
ideo covassero in articoli apparentemente innocui. « Non v'ha quasi pagina in
cui non si parli dell'amor di patria, della libertà, ecc. », scriveva
inorridendo un corrispondente milanese del Parenti. Si cominciarono pertanto a
sopprimere dalla censura mezzi articoli e talora articoli interi, con quanto
dispendio del povero editore ognuno può imaginare. Alcuni fogli reazionarii
modenesi, segnatamente la famigerata Voce della verità, considerarono come una
loro nobile missione il venir smascherando ogni allusione liberalesca che
nell'Antologia si celasse, il che provocò richiami polizieschi e diplomatici da
parte dell'Austria. Finalmente gli ambasciatori d'Austria e di Russia chiesero
solennemente la punizione di due scrittori anonimi dell' Antologia, che avevano
ardito accennare, sotto molti veli, alle condizioni deplorevoli del Lombardo-
Veneto e della Polonia. Furono fatte pratiche presso il Vieusseux perchè
svelasse i nomi di quelli scrittori. Il Vieusseux non volle dirli, e nel marzo
del 1833 V Antologia era soppressa. Per quante pratiche si facessero, per
quante intei'posizioni si usassero, la soppressione fu mantenuta; il debole
governo toscano aveva troppa paura degli artigli dell'aquila bicipite. A che
non risorgesse la nobile rivista fiorentina, malgrado gli sforzi d'ogni genere
fatti dal povero Vieusseux, contribuirono poi ancora con velenose insinuazioni
i giornali legittimisti di Modena, la cui azione fu davvero delle più
svergognate in questa feroce quanto insidiosa demolizione Il Vieus (1)
Purtroppo in quelle brutte mene ebbe parte anche un valentuomo, di cui è molto
rispetftibile la dottrina, Marcantonio Parenti. Leggasi in proposito l'articolo
di Eumosiio Ci.kkici, Le polemù-Jie intorno all'' Antologìa », nel Giornale
storico della letteratura italiana seux dovette rimaner pago a proseguire il
suo gabinetto ed a tenere in vita il Giornate agrario. Miracolo che i governi,
divenuti ormai infantilmente sospettosi, non scoprissero la serpe del
liberalismo anche in mezzo a' cavolfiore ed alle carote! La narrazione
documentata del Prunas è feconda di utili ammaestramenti e ricostruisce una
bella pagina di quella storia del Risorgimento nostro politico, che si viene a
grado a grado svelando sempre più manifesta ed intera agli occhi nostri. Non è
una pagina di eroismo sfolgorante sul campo di battaglia, non è una. pagina di
trame pericolose, non è una pagina di sommosse cruenti; ma ormai tutti gli
esperti e i sennati sono convinti che a combattere nel modo come ha combattuto
il Vieusseux, in una battaglia di intraprendenza, di tenacia, di accortezza, di
sacrifìcio, col proposito di fare gli italiani prima che fosse fatta l'Italia,
ci vuole un eroismo più calmo, ma non meno vivo e fecondo, di quello che spinse
tanti generosi a congiurare, a battersi con forze disuguali col nemico, a
cimentarsi sulle barricate. Nota aggiunta. — Nel Fanfulla della domenica, 19
agosto 1D06. A rappresentare la temperie intellettuale e morale in che nacque e
visse V Antologia valgono le conferenze, di valore diverso, raccolte nel volume
La Toscana alla fine del Granducato, Firenze. Barbèra. 15KX). Gegia Marchionni.
« Due occhi cilestri, una bocca ridente, un « naso epigrammatico, una fronte
serena, una « bionda chioma ed una bianchissima carnagione « da far invidia a
madonna Laura; tutto questo « animato da una favella toscana la più pura, « da
un discorso ridondante di vezzi poetici, che t in lei erano naturai dono, da
un'amabile schiet« tezza che talvolta si vestiva di frizzante im« pazienza, da
una rara bontà di cuore che in « ogni suo atto si rivelava. » Cosi descrive il
Brofferio la Teresa Bartolozzi, la quale amava chiamarsi e farsi chiamare Gegia
Marchionni per l'affetto che portava alla sua cugina materna, la celebre
Carlotta Marchionni. Le notizie più diffuse che sinora si abbiano, anzi, a dir
propriamente, le uniche notizie riguardanti questa bizzarra figura della Gegia,
sono quelle che si leggono neh' ottavo volume dei Miei tempi, da cui il Masi
trasse profìtto in un articolo del Fan fui la della domenica ('). Il Brofferio,
curioso di conoscere qualche particolare intorno alla Gegia ed al Pellico,
amico di famiglia, s'era riAn. V, 1883, n. 1. Kkmsh Svaghi Critici II UEKIA
MARC rlIONNI volto a Carlotta. che In compiaceva subito inviandogli alcuni
preziosi documenti, vale a dire duo lettore innamoratissime del Pellico alla
Gegia, 1 una del 22 inumilo, l'altra del 20 luglio ]X20, e ([uatfro lettore
piene di ammirazione e di affetto alla Carlotta medesima. Di, si lamenta poi
osservando che Gigliola, in qualche parte, oscilla, ondeggia, è dubitosa. Ciò
non mi par ragionevole; anzi, per me, Gigliola è fin troppo greca, specialmente
nell'atto del suicidio espiatorio, che a noi moderni pare un controsenso. Non
per niente i secoli trascorsero e l'età di re Borbone Ferdinando I non è nè
quella di Edipo nè quella degli Atridi. Sulla Orestiade passò Amleto, nè poteva
un poeta d'oggi, sforzandosi di risentire tragicamente un fatto antico e di
rappresentare tragicamente una figura antica, spogliarsi interamente della sua
qualità di uomo moderno. La volontà ferma e diritta di Antigone, che contro
l'empio decreto di Creonte dà sepoltura alla misera spoglia del fratello
Polinice, è passata sin troppo in Gigliola, quando oltre al resto si pensi che
Antigone esercita l'inflessibilità del suo volere nel compiere un'opera
pietosa, mentre Gigliola nel commettere un'uccisione. Articolo della .V.
Antologia, lfi aprile 1905. LA FIACCOLA 249 E sia pure l'uccisione di ima mala bestia,
d'una bestia selvaggia senza nome, che tutto insozza e corrompe, Angizia Fura,
la femmina di Luco. Trascinata dal suo perverso istinto ambizioso, essa ha
suscitato nelle carni flaccide del padrone Tibaldo de Sangro la libidine
ardente di possederla, s'è disfatta della padrona, Monica, facendole cadere sul
collo, tagliuola orrenda, il coperchio massiccio d'un cassone nuziale e cosi
soffocandola in quell'ordegno di morte ('); e ora delinque col cognato
sanguigno e brutale, e ora mina con le misture venefiche la tenue esistenza
dell'adolescente Simonetto. In una parola; un mostro. Non giusto ini sembra
l'appunto del Corradini che trova in queir Angizia una specie di «
dilettantissimo criminale » e non sa spiegarsi perchè essa voglia la morte
(inutile, egli dice) del giovinetto. Data la natura mostruosa di quella bestia,
tutta la sua delittuosità procede a fi 1 di logica. Essa vuole spiantare la
famiglia intera dei Sangro, e comincia con l'erede, che è legato d'un sol filo
alla terra; poi si può giurare che attenterà a Gigliola ed al marito, perchè
vuole arricchire sè Codesta morte è d'un genere che potrebbe piacere ai
romanzieri ed ai drammaturghi russi. Dicesi, del resto, che non sia sconosciuta
nelle leggende abruzzesi. II D'Annunzio medesimo ne avea già fatto una
crudissima rappresentazione in certo suo vecchio bozzetto, La madia, Cfr. oggi
Le nocelle ilella Peni-ara, Milano, 1902, p. 381. [Un riscontro antico, di
Masuecio, additò il mio caro discepolo M. A. Garrone, nella Rivìnta d'Italia
del 1908]. e far ricco e potente il suo drudo, Bertrando Acclozamóra. Se non
che questa figura non ha di greco nulla; essa ci richiama ad altre fonti, ci
richiama, anzi, ad una fonte che non so se sia stata avvertita altrove, ma che
a me, sin dalla prima audizione, apparve manifesta. Alludo ad uno dei
capolavori del dramma borghese nordico, Fuhrmann Henschel di Gherardo
Hauptmann. Si giudichi. In casa del vetturino Henschel, la saggia e mite moglie
di lui si ammala, langue per alcun tempo e poi muore, lasciando una iìgliuola,
Gustla. Il marito, che alla domestica sana, florida, energica, Hanne, avea già
fatto l'occhiolino dolce, tantoché Frau Henschel se n'era impensierita; il
marito, reso vedovo, un paio di mesi dopo che la moglie era sotterra sposa la
serva. Questa trionfa nell'amor proprio appagato, nella sete di dominio
soddisfatta, e ben presto si palesa fredda, egoista, poco deferente verso il
marito. La piccola Gustla, non molto appresso, viene a spirare. Il povero
vetturale affranto, ridotto a mal partito, materialmente e moralmente, vuol
prendere in casa una bimba che Hanne ha avuto illegittimamente prima di
congiungersi a lui, Berthla. Ma Hanne non vuol saperne d'impicci, impietrata
com'è nella sua nequizia. Un brutto giorno, in una bettola, lo Henschel si sente
dire in faccia dal proprio cognato, con cui viene a parole, che sua moglie ha
una tresca e che probabilmente a lei si deve la morte della sua prima compagna
e LA FIACCOLA quella dì Gustki. Ciò conduce alla catastrofe: il vetturale
tornato a casa si appende per la gola. Questa lugubre storia non ha veri
antecedenti drammatici, salvo in una novella del medesimo Hauptmann, Bahnwàrter
Thiel: le affinità che si vollero vedere con drammi scandinavi e russi sono
troppo vaghe ('). In quella parte della produzione dello Hauptmann che è
sinceramente e rudemente realistica, Fuhrmann Renschel è l'opera più poderosa,
non solo per logicità serrata di condotta, ma anche per originalità. Nulla di
più agevole ad intendersi che sul temperamento recettivo del D'Annunzio essa abbia
lasciato gagliarda impressione e ch'egli, nella sua facoltà assimilativa non
ordinaria, abbia innestato quella favola germanica sul vecchio tronco greco
delle nitrici fatali. Angizia è una variante di Hanne; serva che si fa padrona,
seducendo il padron suo ed ammazzandone la moglie; vipera che attossica l'aria
nella casa diventata sua, e senza scrupoli, insidiosamente, tende a sbarazzarsi
d'ogni ostacolo; bestia che procura la rovina di quanto la circonda, con
l'intento di sedersi poi essa sui ruderi, trionfando e gavazzando immonda. Per
tal guisa, all'impostatura greca della tragedia s'allaccia il dramma moderno,
saturo di Per siffatte affinità e per l' analisi più particolareggiata del
dramma, è da vedere il garbato libretto di C. De Lolms, Geranio Haiiptmann e
l'opera sua letteraria, Firenze, 1899, pp. 170 sgg., ed anche nn suo articolo,
L'ultimo dramma di (1. Hauptmann, nella A. Antologia patologia. Esso influisce
anche su altri personaggi, sulla stessa Gigliola, che ha l'ossessione d'una
monomaniaca, come certe donne dell'Ibsen, come certe ligure del maggiore fra i
seguaci scandinavi dell' Ibsen, lo Strindberg. A questo gli antichi non
pensavano; erano troppo sani. Ed è pure ricorrendo a quest'ordine di fatti che
si spiega Tibaldo de Sangro, un cardiopatico floscio, che trova la violenza del
nativo Abruzzo e la cattiveria acre degli istinti primitivi pervertiti nella
sola scena terribile, pur tanto evidente nella sua fierezza, dell'alterco col
fratello Bertrando. Nel resto, Tibaldo è un indeciso, è, come fu detto assai
felicemente dal Corradini, « la materia frolla che sta fra le due eroine, tra
la volontà del delitto e quella della vendetta » . Ma io che non parto, come il
Corradini, dal preconcetto per cui nel teatro tragico dovrebbe esservi solamente
« scultura che si muove », io non posso scandalizzarmi al cospetto di quel
disgraziato adiposo, senza sangue e senza muscoli, che si vede crollar tutto
d'intorno, tutto, tutto, irrimediabilmente. Non so come qualcuno abbia potuto
sospettare ch'egli sia complice nel delitto per cui Monica lasciò la vita nella
tagliuola. Quest'è una sopraffina e premeditata calunnia, che gli lancia in
volto Angizia, sicura del potere che ha su di lui. * Sono coperta dal tuo
padre; due siamo, due fummo », esclama ella al cospetto di Gigliola
esterrefatta, e così pensa, la scellerata, di LA FIACCOLA farsi scudo della
complicità altrui nel delitto. E da quel momento la pace di Tibaldo è
interamente perduta; egli si vede sospettato e reietto, dalla figlia, dalla
madre; la sua meschina anima n'è martoriata, n'è trascinata alla disperazione.
La disperazione sola può fare il miracolo di armargli la destra e d' indurlo a
prevenire sulla selvaggia bestia, cagione di tutti i mali, la vendetta che
dovea compiersi per le mani pure di Gigliola. Il vetturale Henschel ammazza sè:
Tibaldo uccide altri; ma nella inderisione, come nell'infelicità, hanno molti
punti di somiglianza, per quanto può essere simile un barone abruzzese ad un
popolano tedesco. I parenti più prossimi di Tibaldo non sono certo da
ricercarsi in Italia e molto meno in Grecia; ma tra le brume del nord, nel
teatro ibseniano. Un terzo elemento, complesso e non trascurabile, cooperò alla
formazione della Fiaccola, la tradizione, la topografia, gli usi paesani. Anche
qui il D'Annunzio ha saputo profittare, con senso d'arte insuperato, dei tesori
offertigli dal suo Abruzzo, e ciò contribuisce a formale lo sfondo del suo
quadro e a dar vita a un personaggio che anche i più scontenti dovettero
ammirare. Lo sfondo, che talor si anima e incombe col gravame solenne dei
secoli, è il palazzo dei Sangro; il personaggio è Edio Fura di Forco, il
serparo, padre sconfessato e maledicente d'Angizia. Oli quella casa baronale
dei Sandro, dominante il paesello di Anversa, nella regione degli antichi
Peligni, a mezzodì, oggi, nella provincia dell'Aquila! Le casupole di Anversa,
appollaiate sulla rupe, sembrali pulcini intorno alla chioccia, paurose di
precipitare nel burrone li presso, ove scroscia rabbioso e spumeggiante il
Sagittario; in lontananza si profila la Maiella nevosa ('). Gran predilezione
ebbe sempre Annunzio per le case signorili vetuste, deserte, cadenti.
Rammenterete, nel Trionfo della morte, la casa degli Aurispa, a Guardiagrele,
pure al cospetto della Maiella, meno grandiosa certo e meno consunta di quella
dei Sangro, ma ricettacolo essa pure di brutture, di violenze, di malattie,
d'insidie, ove pure scoppia un alterco fra due fratelli, Giorgio e Diego, che
si detestano. Rammenterete, nelle Vergini delle rocce, la gran villa
trasformata di rocca feudale che prima era, conservante « tuttavia l'enormità
formidabile delle « sue mura e delle sue volte su cui le epoche « successive
avevano lasciate impronte varie di « arte e di lusso, talora in contrasto e
talora j?8, duna bambina, quella Jeanne d'Albret, che. doveva essere un giorno
madre di Enrico IV. Margherita. « donna di talento e di saldezza rara »,
com'obbe a qualificarla l'ambasciatore veneto* !iustiniani. s'adoperò in tutte
guise perchè la pace domestica non tosse turbata, ed all'amore verso il
fratello sacrificò, insieme, il suo stesso affetto materno e consenti che
quell'unica figliuola (un fanciullo, nato di poi. non visse che due mesi) le
fosse strappata ancor tenera, e clic, educata lontana di lei. servisse ai
disegni politici del re di Francia. Lungi dal serbargli rancore per quell'alto
crudele, la donna sublime continuò ad essere il buon genio del re Francesco, lo
sovvenne nella fondazione del Collegio di Francia, lo indirizzò nella scelta
dei professori, si studiò d'inspirargli, come sempre, quella tolleranza
religiosa che era in cima ai suoi pensieri e da cui i credenti s'allontanavano
allora, come ora, cosi di frequenti*. Quando era lasciata libera dalle
occupazioni presso la Corte grande, si rifugiava volentieri nella sua pacifica
Corte minuscola del Bea mese, nei castelli di Nenie e di Pan, ove si
abbandonava all'antico amore per la produzione poetica, e conversava d'arte, di
lettere e di filosofia con illustri personaggi, ovvero esercitava le agili dita
nei più squisiti ricami istoriati. La morte del fratello Francesco fu un colpo
di fulmine che distrusse quella pace. Dopo l'infausto avvenimento, Margherita
non stette più bene di LA MARGHERITA DELLE l'HINCII'ESNE salute: una gran
stanchezza la opprimeva, contro la quale tentava ormai indarno ili reagire la
sua volontà eccezionalmente energica. Il colpo d'apoplessia, clic la colse il
21 dicembre lf>4^, fu per lei una liberazione; per quanti, amandola, la
circondarono, una irreparabile sventura. Con Mitezza di penetrazione
psicologica femminile, la (iarosci ha rinarrato in tutti i più minuti
particolari questa vita, di cui qui son tracciate solo le linee capitali. E una
vita d'operosità, d'abnegazione, di pensiero, di sentimento, che non ha pari
nel periodo della Rinascita. Invano il pettegolezzo cortigiano, di cui fu uno
dei principali interpreti il Hrantòme, cercò di spruzzare del fango su quella
candida ed eletta figura. Essa resta, alla luce dei documenti, immacolata: e
tale, nel suo misticismo soave, nell'amore disinteressato per ogni cosa bella,
della natura e dell'arte, nella sete perpetua di verità e di poesia, nella
pratica indulgente e sagace della vita, è rappresentata nel libro della signora
G-a rosei. En po' di grafomania potrebbe non ingiustamente essere rimproverata
a Margherita d'Angoulóme. Ila scritto troppo, e non sempre bene. La Garosci
passa in rivista tutta intera la sua produzione e sa distinguervi ciò che vale
e ciò che significa da quel molto clic è vanità, lungaggine, cicaleccio. La
regina di Navarra non è una grande scrittrice, ma una scrittrice rapprese
illativa. Già Alfredo de Musset nota che in Margherita ci sarebbe stata la
stoffa di una romanziera; ma invece Elle aima mieux mettre en lumiere Une
larine qui lui fut ehère, Un bon mot dot elle avait ri. Codeste sue
osservazioni, ora gaie, ora malinconiche, affidò, quando ormai l'età le
consentiva ogni libertà di linguaggio, ad un libro di novelle, imitante il
Decaìneron, che per la sua educazione mezzo italiana potè conoscere nel testo
prima che, per sua iniziativa, fosse tradotto, nel 1543, in francese. Il libro,
rimasto interrotto per la morte di Francesco I 1.1547), fu in gran parte
composto in lettiga, nei frequenti viaggi di Margherita. Le novelle non
raggiunsero il numero di cento, come avrebber dovuto; se n'ebbe un Heplamèron.
Se l'inspirazione prima è nel Boccaccio, si può ben dire che molto vi si sente
il Cortegiano del Castiglione, libro che alla regina piaceva in sommo grado. A
differenza dal Boccaccio, la nostra gentildonna vi narra quasi sempre fatti
accaduti; a differenza dal Boccaccio, la satira che v'è frequente e pungente
contro il clero corrotto, non si estende mai dalle persone alle istituzioni,
per le quali Margherita nutriva sommo rispetto; a differenza dal Boccaccio, pur
mostrandosi l'autrice del tutto spregiudicata nel narrare fatterelli scabrosi, non
ha punto quella compiacenza del lubrico che caratterizza l'oscenità della
coscienza. Scagionandone Margherita, la Garosci ha fatto in proposito
distinzioni giustissime: « Questa raccolta di disgrazie coniu« gali (conclude),
di tragedie galanti e di stra« nezze antiraonastiche è immorale solo secondo «
le convenienze del nostro secolo; e le conve« nienze sono, si sa, cosa
estremamente varia* bile ». La pudibonda schizzinosità femminile dell'età
nostra, che non è punto indizio di vera e sentita verecondia, non era nelle
consuetudini nò del medioevo, nè del rinascimento (*). L' Heptamèron, chi lo
consideri a fondo, è libro di indiscutibile moralità, pensato e scritto da chi
aveva nobilissimo il sentimento dell'amore come quello della religiosità.
L'aver apprezzato giustamente, nel suo valore biografico, psicologico e
dottrinale, questo libro « parlato e vissuto » ; l'avervi per la prima volta in
Italia, additato la « profonda e sottile e compiuta conoscenza della psicologia
femminile »; l'averne giudicato rettamente il valore artistico, rilevandovi la
mancanza della lima, la soverchia prolissità dei ragionamenti filosofici e
teologici, « di una teologia ch'è « troppo femminina per non essere più diffusa
« che profonda », la deficienza d'ogni sentimento della forma, che pur non
toglie efficacia all'opera, giacché Margherita « non ha affatto bisogno di «
essere una scrittrice per scrivere eccellente« inente »; tutte queste cose ed
altre fanno del (li Su questo argomento sono da vedere i fatti e le chiose di
F. Novati, nello scritto I detti d'amore d'ima contessa pisana, in Attraverso
il medioevo, Bari, capitolo dedicato all' Heplaméron la parte forse più
interamente riuscita e più vivacemente spigliata del libro della Garosci. I
molti scritti in poesia, liriche, poemi, poemetti, drammi, si dispongono in due
grandi raccolte: quella delle Marguerites, edita la prima volta nel 1547, e
riprodotta in quattro volumi, coi migliori sussidi della critica, da Félix
Frank nel 1873; e quella delle Demières poésies, fatta conoscere nel 1896 da
Abel Lefranc. Se a tali due raccolte si aggiungono le due commediole satiriche:
Le malade e L' inquhiteur, pubblicate dal Le Roux de Lincy e dal Jlontaiglon in
appendice all' Heplaméron, si avrà tutta intera la produzione della regina di
Navarra ('). II valore delle Marguerites è più specialmente sentimentale e
religioso. Se nel poemetto La coche è presentata una sottile disputa d'amore,
nella quale è chiamata a pronunciare verdetto Renata di Fi-ancia; se nella
Complainte, tutta costellata di concetti biblici, è difeso Clemente Marot,
profugo per ragion di fede; se le epistole poetiche spirano tutto l'affetto che
la nostra verseggia trice aveva sempre desto nell'anima per il fratello
monarca: le chansons spirituelles esprimono con lirismo entusiasta il fervor
religioso della grande credente ed i lunghi componimenti che I non molti
componimenti poetici che restano ancora inediti nel ms. Bouhier, e dei quali
diede qualche conto il Paris nel menzionato articolo del Journal des savanti,
hanno importanza minima. s'intitolano Miroir de l'dme pecheresse e Triomphe de
VAgneau implicano discussioni dottrinali di fede e tripudio di un'anima
mistica. Malgrado la vivezza del sentimento, in tutti codesti versi vi è di
rado poesia: Margherita ragiona troppo e troppo sottilmente: lo slancio del suo
cuore entusiasta avviva spesso i suoi ragionamenti, ma a renderli poesia questo
non basta. Lo dice non male anche la signora Garosci: « Tutta questa * poesia
delle Marguerite?, non può dirsi, salvo « l'are eccezioni, della grande poesia:
elevatis« sima per il contenuto e scritta in lingua lim« pida e sana, manca
troppo spesso di ciò che ' distingue la poesia: il rilievo, il canto, il ritmo,
« lo slancio, che solleva non solo, ma sostiene il « pensiero ». Nelle Demières
poésies predomina la filosofia. Frammezzo alle epistole, alle liriche ed a
qualche componimento dialogato, spiccano qui due poemi: il poemetto in terzine
Le Navire, in cui Margherita piange per l'ultima volta la morte del fratello, e
la cosa più rilevante che la principessa abbia scritto in versi, l'esteso poema
allegorico Les Prisons. Nel Navire è imitata la terzina di Dante; nelle Prisons
è fusa in una visione di sapore dantesco quella filosofia platonica, che fu
l'ultimo rifugio dello spirito combattuto, esulcerato e passionale di
Margherita. Ivi assistiamo al progressivo liberarsi dell'anima umana, condotta
da guide simboliche, dalle prigioni dell'amore, della mondanità, della scienza:
la liberazione viene dal lume divino, partecipato per via della fede, ed è esso
la verità a cui l'anima anela ed in cui finalmente s'acqueta. Dante e Platone
furono l'ultimo conforto di Margherita, eda lei pervennero entrambi
dall'Italia. 11 platonismo della dama d'Angoulème era passato a traverso il
Ficino ed il Landino, era il platonismo del nostro Quattrocento ('). La
Commedia di Dante fu uno dei libri che potè avere tra mano fin da giovinetta, e
non è impossibile che la madre, la quale insegnò a lei ed al fratello
l'italiano, e lo spagnuolo, gliene facesse sin d'alloragustare qualche
episodio. L'alta società francese di quel tempo era tutta satura d'italianismo:
è noto quanto le arti e le lettere italiane campeggiassero alla Corte del re
cavaliere (!), dal desiderio di compiacere il quale sembra che il nostro Castiglione
abbia avuto la prima mossa a scrivere il Corlegiano. Margherita, che non solo
intendeva, ma anche parlava e forse scriveva persino in versi la lingua nostra
(3), informò, come vedemmo, a quell'impareggiabile libro di cortigiania le sue
novelle, per cui aveva dal Boccaccio solo attinto l'idea e l'ordinamento, e di
altri scrittori nostri, come ad esempio del Sannazaro, si mostrò buona cofi)
Vedi Lkfranc, Marguerite de Xararre et le platonisme de la Renaissance, nella
Bib1iotli*que de l'école dea chaHes del 1897 e del 1898. Tutti ormai hanno
letto il buon saggio di F. Flamlni, Le lettere italiane allacorte di Francesco
I di Francia, nel suo volume di Studi di storia letteraria italiana e
straniera, Livorno, 1895. Vedi I'» ot, I^es Francois ilalianhant* aie XVI
siede, I, Paris noscitrice. All'ostico ma salutare nutrimento della poesia
dantesca sembra tornasse nell'ultima fase del suo pensiero; ma le traccie che
ne rimasero nell'opera sua sono delle più significanti, ond'è che questo
soggetto, prima che ne trattasse nel suo volume la signora Garosci, aveva già
attirato l'attenzione di critici come l'Hau vette (') ed il Farinelli (*). *
Tre periodi riconosce la Garosci nella vita e nel pensiero di Margherita: « un
periodo di mi« sticismo giovanile, un periodo di più decisa (li Margherita
delle Dernières poesìe» è l'argomento principale di cui tratta I'Hauvette nella
sua conferenza su Dante nella poesia francese del Rinascimento, trad. it.,
Firenze, 1901. È noto che il Farinelli attende ad una grande opera in due volumi
su Dante in Francia, di cui vedemmo, per cortesia dell'autore, molti fogli di
stampa, e che si spera esca in luce entro l'anno 1906, editor* lo Hoepli. Tra i
saggi di quest'opera egregia, che sono già comparsi, uno riguarda Dante
nell'opere di Christine de Pisan (Halle, 1905, nel volume giubiliare dedicato
ad Enrico llorf i ed un altro Dante e Maryherita di Xacarra, nella lìii-ista
d'Italia del febbraio 1902. Se Cristina, specialmente nel poema Le chemin de
long elude (1402), fu la prima imitatrice francese dell'Alighieri, Margherita
fu la seconda; il culto di essa per Dante va collegato col suo desiderio sempre
vivo di scrutare i problemi religiosi e con l'elevazione costante dell'anima
sua nel proseguire la verità. Si noti che la prima versione francese
AelVInferno Dantesco, fatta sugli inizi del sec. XVI, è giudicata opera d'un
abitante del Berri : e siccome Margherita era nel 1517 creata dal fratello
duchessa di Berri, si suppose che il traduttore fosse uno dei suoi cortigiani.
La supposizione, ardita ma non iuverosimile, è di G. Camus, nel Giornale
storico della letteratura italiana « partecipazione alle dottrine e agli ideali
della « Riforma, un ritorno al misticismo giovanile con« fortato di elementi
platonici: tutto ciò su un « fondo stabile di catolicismo non mai aperta« mente
sconfessato nelle linee dogmatiche, as« sidua mente praticato nelle cerimonie
del culto « e nelle relazioni eccellenti con la Santa Sede. Questo
convincimento intorno alla posizione della regina di Na varrà rispetto al moto
riformista rampolla da tutto il libro di cui ci occupiamo, e ne è il risultato
più notevole. Il Lefranc, e, dietro a lui, il Rasraussen, considerarono
Margherita come decisamente protestante; opinione, del resto, già antica per la
costante simpatia da essa dimostrata ai riformisti, per la protezione accorda
taad alcuni diloro, per Je opinioni espresse con tanta insistenza nella parte
maggiore dell'opera sua. Sin dalla giovinezza la nostra gentildonna aveva
stretto relazione con quel Guglielmo Brigonnet, vescovo di Meaux, spirito
nobilissimo, mistico, aspirante al rinnovamento del clero, che accolse poi
nella sua diocesi i principali fautori della riforma religiosa in Francia,
Guglielmo Farei, Gherardo Roussel, Michele d 'A rande, e il Lefòvre d'Etaples
(';. Al centro intellettuale di Meaux aderì con tutta l'anima la giovine
duchessa dalla vicina Alencon. Si badi, I rapporti di Margherita col Brigonnet
sono oggi meglio noti mercè la pubblicazione fatta nel 1900 da Ph. A. Becker.
peraltro, le dottrine di elevatezza e larghezza religiosa, professate dal
Lefèvre d'Etaples erano anteriori a Lutero e a Calvino. Quando la Sorbona ed il
governo di Francia presero e reagire violentemente contro ogni idea di riforma
ecclesiastica e religiosa, Margherita fu presso il fratello titubante ed
opportunista la maggiore alleata del Bri5per chi scende dal Cenisio (XIX, ;V),
e quell'Ancona mezzo orientale, abitata per un buon terzo da Greci, come non fu
mai (I, 4), e via dicendo. Ma in fondo, anche per la Stael, l'Italia è la terra
dei morti ; solo essa ha uno strano presentimento che possa risorgere come
nazione moderna, e di questo presentimento si fa interprete Corinna, che sente
l'italianità con vero fervore. Tutti sanno che Cornine è per tre quarti una
specie di Baedeker anticipato: le città visitate dall'autrice, Roma
specialmente, poi Napoli, Milano, Venezia, Bologna, Firenze e altre minori, ci
sfilano d' innanzi coi loro monumenti, sui quali molto, anzi troppo si ragiona.
Ma son ragiona ri) Leggasi il libro di U. Mknoix, ÌJ Italie dei romantìtjites,
Paris, 1902, ov' é pure un capitolo sulla Stael. CORINNA nienti -che quasi
sempre rivelano più dottrina e pensiero che gusto. Osservazioni come quella calzante
fatta sul Correggio, « le Corrège est peut-ètre le seul peintre qui sache
donnei' aux yeux baissés une expression aussi pénétrante que s'ilsétaient levés
vers le ciel, sono rare. Sente la
Stael il fascino delle rovine a cui l'aveva iniziata Guglielmo Schlegel, suo
compagno di viaggio, che sapeva a memoria i principi del Winckelmann e del
Lessing e le osservazioni del Goethe sente anche la suggestione dei luoghi
deserti e delle catacombe, che parlano all'anima; ma vivo senso della natura
non ha (*). Alle cose inanimate preferisce pur sempre gli uomini; ma gli uomini
e le donne d'Italia conosce troppo imperfettamente, sicché i suoi tipi
d'italiani sono astrazioni. La preferenza che Osvaldo dà a Lucilla Edgermond in
confronto a Corinna, sia pure sospintovi dal culto per la memoria paterna (un
tratto anche questo che il lord scozzese ha comune con la Stael), è un
disconoscere le qualità di spirito italiane. Osvaldo, in ultima analisi, al
pari della scrittrice di Corintie, al pari del volubile conte d'Erfeuil, ama,
si e no, l'Italia accademica, ma non ama l'Italia degli italiani, perchè non la
conosce. Piaceva alla Staèl segnatamente la poesia italiana: cita (talora
storpiandoli) versi di Dante, (1; Cfr. Blesnerhasset, Op. cit., Ili, 168 sgg.
Vedi pure di lei l'articolo Frati voti Stael in Italien, nella Deutsche
Iiunrfschau del 1888, voi. 56, pp. '267 sg#. (2,1 Vedi ciò che osserva il
Saixte-Bei:ve, Op. cit., p. 127 «. CORINNA del Tasso, del Metastasio; loda
specialmente il Monti e l'Altieri; ma s'ingannerebbe a partito chi reputasse
profonda la sua cultura nelle cose letterarie nostre. Prima di scendere nella
penisola, la Staci sapeva assai poco di letteratura italiana. Nei mesi che vi
trascorse nel 1804 e nel 1805 sfogliò molti libri italiani, si entusiasmò più
volte, perchè la sua indole era facile all' entusiasmo; ma non ebbe il tempo
necessario per approfondire i suoi studi. Chi le fece gustare la nostra poesia
fu Vincenzo Monti. Oggi, meglio che un tempo, conosciamo le relazioni della
Staèl col Monti ('). E risulta sfatata da questa miglior conoscenza la
leggenda, accreditata specialmente dal Cantù ('), che la gentildonna francese
fosse intensamente innamorata del Monti, e che questi non le corrispondesse.
Nulla di simile alla relazione, veramente amorosa, che avvinse per quasi tutta
la vita mad. de Stael a Benjamin Constant, il quale ne subiva il giogo. È ben
vero che la scrittrice nostra dirigeva lettere molto espansive al Monti, Alle
36 lettere della scrittrice francese al poeta italiano note sin dal 1876 per un
volumetto ormai divenuto assai raro, la sig. Ilda Morosini volle aggiunte le
altre, che si trovavano inedite a Ferrara, e su tutte compose un garbato
articolo del Qiorn. stor. Mia leti, italiana, voi. XLVI (1905). Poco appresso
Julien Lxichaire ottenne di poter estrarre dall'archivio di Coppet le lettere
del Monti alla Staèl e le inserì nel Bulletin italien, voi. VI (1906,). Così si
può studiare intero quel carteggio, e le nostre idee ne guadagnan chiarezza.
Monti e l'età che fu sua CORINNA e che questi, non sempre, ma spesso, la
ricambiava con uguale espansione ; è anche vero che tra le cose ammirate in
Italia la Stael soleva porre il Monti in prima linea, accanto al mare, a S.
Pietro, al Vesuvio; ma conoscendo i due personaggi, entrambi sensitivi e pieni
di fuoco, è agevole capacitarsi che tutto ciò si potea conciliare con una
semplice, affettuosa amicizia. Di ricorrere all'ipotesi dell'amore, dall'una o
dall'altra parte, non v'è necessità alcuna anzi se ne ha smentita. La Staèl desiderava
che il poeta italiano la riguardasse come una sorella e il Monti voleva esserle
fratello ('). Queste designazioni commentano i loro rapporti vicendevoli e ci
spiegano l'affettuoso interessamento reciproco, anche se in qualche lettera la
frase colorisca il sentimento. Giacché, come accennai, la fonte principale
della grande amicizia della Staèl pel Monti era letteraria. Ammirasi in
Corintie il Monti come un impareggiabile dicitore di versi: il sentirlo
recitare squarci come l'Ugolino, la Francesca, la morte di Clorinda è « un des
plus grands plai* sirs dramatiques * . Infatti il Monti, a Milano, lesse alla
dama, che poco sapeva di lettere italiane e se n'era foggiata idea storta (!),
molti fi) Bulletin ilalien cit., pp. 164 e 354. Vedasi specialmente la sua
opera La littérature ronsidèrèe dans spu rapporta avec leu inatitutions
socìales e ciò che ne dice il Dejob. Op. cit., pp. 25-41. V CORINNA brani di
classici nostri, segnatamente di Dante ('); lesse come sapeva legger lui,
sicché la Stael ne fu commossa sino alle lagrime. A Luigi Hossi, che gliela
aveva presentata, scrisse il Monti il 9 gennaio 1805, d'essere soddisfatto
d'averle inspirata « una migliore idea dell'italiana lettera« tura, facendola
piangere largamente alla recita « di qualche bel pezzo de' nostri classici, e
for« zandola a confessare di a ver errato nei suoi « giudizi, de' quali mi ha
promesso la ritratta« zione » (*). E il Monti continuò sempre ad essere per la
Stael il miglior consigliere in fatto a poesia italiana, sebbene essa conoscesse
altri letterati ben più disposti di lui ad incensarla, specialmente il
Cesarotti. Quell'amicizia era cementata di letteratura e, malgrado le
espansioni, continuò sempre ad essere letteraria, mentre verso la cara
figliuola di Germana. Albertina, il Monti sentiva tenerezza paterna e ne era
tìglialmente corrisposto. Intercedeva (nè fu abbastanza considerato) tra gli
spiriti del Monti e della Stael diversità non piccola, specialmente nel modo
d'intendere la Per Fuso che là Stael fece di Dante cfr. Counson, Dante en
Franr.e, Erlangen, 1906, pp. 111-115. E notissimo il passo d' vi ria lettera al Monti del
23 giugno 1905 : « J' étudie le Dante • avec ardeur, pour qu'à votre arrivée à
Còppet vous me trouviez plus avancée encore dans Titalieu . Nell'autunno di quel medesimo anno il Monti fu
nel castello di Coppet, ospite desideratissimo della Stael. Cfr. Il libro e la
stampa, I. 53-54. G. BiADEGn, Vincenzo Manti e la baronessa di Stael, Verona
CORINNA letteratura. Il Monti piegò al romanticismo solo in qualche occasione,
per quella sua duttilità singolare, ma in fondo rimase sempre classicista
fervente; la Staél era, per indole e per cultura, una romantica. Assai prima
d'affermare col famoso libro De VAllemagne (1810) le sue simpatie per la
Germania dei filosofi e dei letterati, la cui conoscenza fu per quell'opera
particolarmente diffusa oltre il Reno, la Stael, svizzera d'origine e
cosmopolita per educazione, avea mostrato decisa tendenza al rinnovamento delle
lettere. Essa partì dal Rousseau, il cui influsso è patente nel romanzo
epistolare Delphine, e con la meditazione dei pensatori tedeschi, e con lo
studio della propria anima passionale affinò l'arte propria in Corintie, che è
scrittura, malgrado incertezze e contraddizioni, eminentemente romantica (').
In Italia Corintie fu bene accolta dai novatori, e quando, per curar la salute
del secondo marito Alberto de Rocca, sposato clandestinamente nel 1811, la
scrittrice francese scese fra noi una seconda volta, negli ultimi mesi del
1815, si trovò in un ambiente tutto romantico. Conobbe il Con ci) Il Leapardi
trovò più volte nel libro un'implicita condanna di massime professate dal
romanticismo. Con l' usata precisione è qualificato il romanticismo della Stael
in Laxsiix, Liti, francatile, pp. 865-9". Ivi su C'orinne l'eccellente CORINNA
falonieri, il Pellico ('), il Nìccoliin,«-+! ab. di Breme ed altri molti. Fu
anzi il di Breme che prese caldamente le difese della Stael, autrice di un
articolo sulle traduzioni inserito nella Biblioteca italiana, a llorché
divamparono le polemiche su quel soggetto scottante (*). Il di Breme, come fu
recentemente dimostrato, venne ad essere con quella sua difesa della Staci il
primo aperto avvocato italiano del romanticismo, perocché il suo articolo
precede di qualche mese la notissima Lettera semiseria di Grisoslomo, per la
quale il Berchet è solitamente considerato come il nostro più antico
annunciatore del nuovo verbo letterario (3). Il quale verbo letterario era tale
da adattarsi all'indole dei vari paesi e quindi era logico che la fisionomia da
esso assunta in Italia diversificasse parecchio da quella di altri luoghi.
Temerario l'asserire per ciò non solo che fra noi romanticismo non esistette
(4): può darsi, E strano che il Dejoh. il quale diffusamente nana la seconda
dimora italiana della Stael, affermi che il Pellico non la conobbe (pag. 124).
Il Pellico medesimo nel cap. 50 delle Prigioni, dice di averla incontrata in
casa Porro. Di quelle polemiche riassunse bene le vicende Eugenia Montanari,
Per la storia della « Biblioteca Italiana », in Miscellanea in onore di G.
Mazzoni, II, 3(i3 sgg. Se ne veda la dimostrazione in (ìuuxrinne con rispettosa
riconoscenza. Nota aggiunta. Già nel Fanfulla della Domenica del 14 marzo
190i). sunse in Germania ed in Francia. Se il Trezza allargò oltre ogni misura
il valore del romanticismo, panni che questa signorina, tutt1 altro che poco
intelligente del resto, lo restringa ingiustificatamente. Il soggetto,
delicatissimo, non vuol essere trattato a sciaholate. Dovréhbe servire di
monito e di modello la cautela con che procedette il Graf nello studiare il
romanticismo del Manzoni. il) AH" ipotesi del romanticismo considerato
come pianta indigena italiana accenna G. Perai.k, a p. 87 del suo libretto su
L'opera di (Gabriele Rossetti, Città di Castello, 190ti. L'idea fu sostenuta
dal Flamini in un corso universitario. Scorrendo il carteggio dello Stendhal.
Per Enrico Beyle, lo confesso subito e sinceramente, io non ho alcuna
particolare ammirazione. Poco simpatico lo scrittore; meno simpatico l'uomo. Ho
assistito con stupore, e non senza qualche disgusto, al gran da fare che si
diedero gli stendhaliani di Francia per pubblicare e pubblicare e pubblicare
tutti gli abbozzi e frammenti di suoi lavori rimasti inediti a Grenoble, per
raccogliere tutte le briciole cadute dalla sua mensa, per chiarire le
innumerevoli sue bizzarrie e svelare il mistero dei molti pseudonimi con che
designò sè medesimo e gli amici suoi. S'è costituito un club stendhaliano; vi
sono più raccoglitori specialisti di autografi stendhaliani e di memorie di lui
: tutte cose ottime quando si avesse a fare veramente con una individualità
eccelsa; ma trattandosi invece d'un uomo, vivace innegabilmente d'ingegno, ma
sregolato, paradossale, sconclusionato e più che un poco mattoide, sembrano
tanto esagerate, da confinare col grottesco. Il fenomeno, per altro, di questa
contagiosa montatura entusiastica, che ha prodotto ormai mezza biblioteca, non
cessa, per questo, d'esser cleono di noto, anzi lo è tanto più, quanto meno
sembrerebbe, a persone equilibrate, degno d'incenso e d'adorazione quell'idolo.
Non fu, quindi, senza interesse che appena uscita in buon assetto, ordinata,
annotata la Corrispondance dello Stendhal, mi diedi a scorrerla con gran
curiosità, per vedere se i miei preconcetti, leggendo nell'anima dello
scrittore come prima non s'era potuto fare, si dileguassero. La Correspondance
infatti, che ora ha veduta la luce in tre grossi volumi ('), consta di ben 700
lettere, mentre i primi due volumetti della Correspondance inedite, editi nel
1855, con una prefazione di Prospero Mérimée, ne contenevano solo '212. Quel
libro, inoltre, divenuto ormai quasi irreperibile, recava le lettere in gran
parte mutile e deformate. La nuova edizione le dà intere, perchè rivedute quasi
tutte sugli autografi. Essa aggiunge e pone al loro luogo, secondo cronologia,
le lettere già edite nel 1892 col titolo di Lettves inlimese nel 1893 in
seguito ai Sourenirs d'égotisme, quelle officiali od officiose rintracciate
negli archivi dei Ministeri di Francia, ed un centinaio circa di lettere
inedite e sconosciute. Giovarono massimamente alla nuova raccolta gli autografi
stendhaliani posseduti dal Cheramy, sicché oggi si ha un epistolario nutrito e
ben curato. Di esso ho profittato per rivivere col fi) Corresponrìanne de
Stendhal (lXfx)-1842), pubi, par Ad. Paupe et P. A. Cheramy, Paris, Oh. Bosse,
1908; tre volumi in-8 gr. DELLO STENDHAL 303 Beyle; ed ho richiamato alla
memoria quel molto di autobiografico, che v'è negli scritti editi da lui, sia
viaggi, sia romanzi; e mi son servito, con la debita circospezione, delle tre
opere postume più ragguardevoli, fatte conoscere da quel gran beylista che è
Casimiro Striyenski ed aventi carattere autobiografico: il Journal, che va dal
1801 al 1814 la Vie de Henri Brulard, che narra i fatti dal 1878 al 1800 (2), i
Souvenirs d'ègotisme, che dal 1821 giungono al 1830 (3> Della ormai grande
letteratura critica sull'autore delfinatese potei consultare i prodotti più
notevoli, facendo tesoro in ispecie del laborioso e sensatissimo volume di
Arturo Chuquet (*), che è e resterà l'opera capitale scritta sul Beyle (5).
Fatto ciò, la mia coscienza non mi rimorde di aver trascurato nulla per
addentrarmi nella cognizione d'uno scrittore, di cui troppi ragionano e
scrivono senza conoscerlo. Le spigolature critiche, che qui seguono, non sono
frutto di una escursione superficiale e molto meno di ricerche indirette e
frettolose. Se da esse lo Stendhal non uscirà in paludamento eroico nè con
l'aureola dovuta ai sovrani intelletti, la colpa non sarà mia. (I) Paris,
Charpentier. 1888., non hanno prodotto che un grand'uorao ed un pazzo: « le
grand nomine est Shakespeare, le fou Milton » (I, 93). Sdegnava il Pope e
credeva che il Lutrin del Boileau valesse cento di quei ricci perduti (I, 245).
Quando si recò, nel 1826, in Inghilterra, quella vita gli piacque pochissimo e
trovò da biasimare, con poco giudizio, precisamente ciò che altri lodano, le
istituzioni giudiziarie e la condizione della donna. Per lo Scott provò
dapprima entusiasmo (II, 195, 227, 272, 302; ; ma poi gli venne in uggia e ne
disse corna t1). Nell'autunno del '16 conobbe a Milano il Byron nel palchetto
di Ludovico di Breme (II, 501) (*), e desinò poi con lui (II, 13) e si compiacque
di scriverne ad una dama inglese; ma da quella lettera importante e dallo
schizzo Lord Byron en Italie che è nel volume lìacine et Shakespeare, risulta
che gli piaceva più la sua bella ed espressiva fisionomia delle sue opere e che
quella inamidatura di lord gli dava ai nervi. Tuttavia, meglio gli inglesi che
i tedeschi. Sebbene più d una biondina formosa gli piacesse in Germania, non
ebbe mai buon sangue nè con Hod, p. 80; Chuqitet, p. 30f>. Quivi la data
1812 è un errore di stampa, o di gTafia, o di memoria. Vedi II, 342. quella gente,
nè con quella lingua, nè con quella letteratura. I maschi gli sembravano
sgraziati, le femmine * agréables » prima del matrimonio; ma dopo il matrimonio
« faiseuses d'enfants, « en perpétuelle adoration clevant le faiseur » (*). La
lingua e la letteratura tedesca faceva le viste di conoscerle, ma ne sapeva
poco e male (*), come in genere sapeva imperfettamente ogni lingua all' infuori
della sua. A Vienna solo se la godette davvero, sebbene vi fossero sin troppe
belle donne (I, 343). Vienna era notoriamente la città tedesca che più
talentava ai francesi. Oltre al resto, v'era per lui anche l'attrattiva della
musica. Descrive un Tedeum sentito nella cattedrale di Santo Stefano nel
novembre del 1809, alla presenza dell'imperatore Francesco, che fa pensare a tante
cose (I, 350 e sgg.). Annoiato di Civitavecchia, nel 1835 chiese qualche
consolato in Spagna, ma non l'ottenne (III, 147). Di quel paese poco seppe: non
andò mai più in là di Barcellona; la Spagna rimase per lui sempre un paese
fantastico, che vedeva traverso ai libri (I, 128). Non dimentichiamo che nel
1840 carteggiava con la bellissima signorina Eugenia Guzman y Palafox, poi
contessa di Montijo, a cui la sorte riserbava la corona di imperatrice di
Francia, corona di spine (III, 253). (lj Chequi-, pp. 94-95. Questo giudizio
che mi formai sulla Correiipondance, godo di vederlo condiviso dallo Chuqi-et,
p. 299, buon conoscitore di cose tedesche. SCORRENDO IL CARTEGGIO Resterebbe, a
provare il famoso cosmopolitismo del Beyle, la nostra Italia. E qui non certo
io negherò che egli l'abbia amata, anzi amata molto, amate come pochi
stranieri. Dalla prima volta che vi mise piede fino ai suoi di estremi, egli
ebbe per l'Italia e per gli Italiani una grande simpatia, e le prove, come da
tutte le altre opere, cosi pure dall'epistolario, potranno esserne agevolmente
raccolte a centinaia. Ma che l'abbia capita molto e bene questa patria nostra,
che si sia veramente reso ragione de' suoi bisogni, de' suoi pregi e delle sue
miserie materiali e morali, dubitavo dopo aver letto Home, Naples et Florence
(l) e gli altri viaggi, e ancor più dubito oggi dopo percorso il carteggio.
Incanto impareggiabile hanno per lui, in Italia, le bellezze naturali; ma solo
in qualche lettera vi s'mdugia; mentre gli pare più conveniente occuparsi in
pubblico delle arti, cosi solennemente rappresentate nel nostro paese. I due
volumi usciti nel 1817 col titolo troppo pretensioso di Hifttoirie de la
peinture en Italie sono certo curiosi, ma affogano le osservazioni personali in
un mare di discussioni teoretiche, e per quel fi) Questo libro usci la prima
volta nel 1817; nel 1818 se n'ebbe a Londra una traduzione inglese; la seconda
edizione francese fu del 1826; la terza, postuma, del 1854, sulla quale furono
condotte le successive ristampe stereotipe. L'esemplare del 182(7 che è nella
Vittorio Emanuele di Roma ha postille autografe, di non grande momento. Le
comunicò il dott. Paolo Costa nella Xuova Antologia del lfXDC. che è dei
particolari di fatto, rappresentano un vero saccheggio di nozioni date da
altri. Se si volessero distinguere, nelle innumerevoli osservazioni d'arte di
cui lo Stendhal ha seminato i suoi scritti, quelle che hanno vero valore
d'originalità, se ne ricaverebbe un libretto di pochi fogli. Di artisti
contemporanei, egli ammirò con fanatismo il Canova; ma non si rileva troppo
perchè veramente lo amasse tanto, egli che pure a certe idealità canoviane
sembrava così estraneo. Non diversamente dal Montaigne, tanto più arido di lui
('), gli piace studiare in Italia specialmente gli uomini, che gli si
presentano con quella spontanea schiettezza e con quella fiera e primitiva
energia, onde è innamorato. Ma anche qui cade nel suo solito difetto, il
plagio; giacché fu assai giustamente osservato che senza la Corinne della
Stael, di quella povera Stael su cui esercitò tanto la sua maldicenza (cfr.
Ili, 81-87), egli sarebbe difficilmente riuscito a valutare l'anima italiana e
a leggervi dentro (s). Il più delle volte, peraltro, egli ci appare un gran
cronista, curioso, anzi ficcanaso, parecchio pettegolo, ma superficiale. Sia
nei viaggi, sia nelle lettere, rileva in gran copia gli aneddoti, se ne
compiace, li accarezza, li gonfia: raro è che assorga a vedute originali e
larghe; raro è 9 Mi sia concesso di richiamare in proposito il mio vecchio
articolo Montaigne in Italia, nella Gazzetta Letteraria del 25 maggio 1889.
Chuqckt, che s'immedesimi nella vita italiana, come seppe fare, nei rapporti
artistici, il Goethe, che dal viaggio in Italia tornò rinnovato. Massone sin
dal 1806 e ribelle per indole, frequentatore a Milano dei palazzi e dei
salotti, ove fermentavano le idee liberali, cadde in sospetto (ci voleva tanto
poco!) alla polizia austriaca, che lo sfrattò dalla Lombardia (';; e quando,
più tardi, fu nominato console a Trieste, ove si annoiava a morte, il principe
di Mettermeli non ce lo volle. Eppure, pochi uomini politicamente meno
pericolosi di lui. Non capi affatto la poi-tata politica del Conciliatore, nè
seppe vedere che cosa in Italia importasse il romanticismo. Un suo scritto italiano
sul romanticismo fu, con ogni probabilità, solo annunciato e non mai eseguito
(!); e, del resto, non concepisco come ei potesse scrivere in italiano un'opera
da dare alle stampe, mentre fu sempre così imperfetto conoscitore della lingua
nostra (3). Si hanno di lui alcune il) Vedi i documenti prodotti dal D'Ancona
in quella parte delle sue Spigolature nell'archìvio della polizia austriaca di
Milano i yuova Antologia. 10 gennaio 1899), che concerne il Beyle. Il
dilingentissimo Chuquet non lo conosce; il D'Ancona ne fece indarno ricerca. Io
stesso, che pure ebbi la fortuna di disporre, per lo Stendhal, d'un ricco
materiale, quale è quello che venne alla Biblioteca Nazionale di Torino pel
munifico dono della raccolta, in gran parte napoleonica, del barone Alberto
Lumbroso, non potei vederlo. Tuttavia anche recentemente H. P. Thiemk. nella
sua Guide bibliografiiiue de la littérature franqahe de 181MJ à 19, Paris,
1907, pagina 394, registra dello Stendhal come stampata a Firenze nel 1819,
un'operetta Del Romantismo nelli arti! Cos.!! (8) La sua mostruosa lettera
italiana alla sorella Paolina, pairine francesi, Qu'est-ce que le vomantìhmeì,
nel volume Racine et Shakespeare; ma attestano solo una gran confusione d'idee.
Il romanticismo, per lui, era solo naturalezza e verità contrapposte
all'accademicismo convenzionale; quindi in una lettera, dice arciromantici
Dante e l'Ariosto (II, 124) e altrove professa che tutti i grandi scrittori
furono romantici al tempo loro ('). iSiamo, evidentemente, fuori di strada. Se pei'
il Pellico, di cui stimava oltre il merito la Francesca, si adoperò con sincera
amicizia presso il Bvron ili, :$03-4 e 338-40), gli è solo perchè quella soave
e quasi femminea natura di iioino^ lo aveva stranamente soggiogato. Quali siano
stati i giudizi del Beyle su lette dei 23 dicembre 1800 (I. 17-18;, è cosa
giovanile; ma anche in seguito i suoi progressi non furono grandi. Si può esser
sicuri che ogni qualvolta gli accade di citare una frase italiana la infarcisce
di spropositi. Cfr. I, 153, 294. 381, ecc. In una importante lettera alle
sorelle. in cui dà loro utili consigli pratici per \m prossimo viaggio in
Italia e le raccomanda al Vieusseux, « libraire et homme d'esprit qui rassemble
à un épervier », commette il comico errore di scrivere spezzate invece di
spesate (II, 471). Aveva proprio ragione il Beyle quando diceva: « Je crois qu'il y a peu
d'hommes qui aient aussi peu de disposition que moi pour ■ appvendre les
langues » CI, 55.). I nuovi
editori dell'epistolario gareggiano col loro autore nello spropositare
l'italiano. Sono essi, ritengo, e non l'autore, che convertono l'ufficio del
bollo in ufficio del botto (Ill.»153-154) e costantemente mascherano Sinigaylia
in Sivigaglia. A p. 57 del voi. Ili il B. si chiede: « permettra-t-on la force
de Sivigaylìa? * E ovvio che si doveva leggere « la foire de Sinigaylia >,
la fiera celebratissima a quel tempo. Siamo nel 1831.Rod, rati italiani
indicarono parecchi espressamente, specie il D'Ancona e lo Chuquet. Con
l'epistolario non vi è molto di nuovo da aggiungere, ma parecchio da completare.
Per quanto i suoi apprezzamenti di critica letteraria siano molte volte di
discutibil valore, s'ha almeno il vantaggio di trovarsi qui d'innanzi
impressioni immediate e genuine, non già rifacimento di pareri altrui, come
avviene altrove, ove parla del Metastasio e dell'Alfieri ('). Di scrittori
nostri antichi, i più graditi gli sono sempre l'Ariosto ed il Tasso. Anche il
Bandello gli piace e lo rammenta nell'avvertenza proemiale alla Chartreuse de
Parme, libro in cui l'influsso bandelliano mi sembra innegabile. La lettura del
Goldoni lo rasserena a Berlino nel 1807 e gli ricorda giocondamente l'amata e
remota Italia. Legge pure Gozzi, ma non lo stima (I, 319). Il Monti è una «
girouette », ma nel medesimo tempo « le Racine de l'Italie ». Nel Jacopo Ortis
non sa vedere che « une copie du Werther » (IL 286). Curioso è il paragone che
istituisce fra i Sepolcri ed il carme in morte dell'Imbonati, dando la
preferenza a quest'ultimo (II, 408). Il suo fanatismo irreligioso gli fa
considerare come antisociali e venefici gli inni sacri del Manzoni; ha certa
deferenza per le sue tragedie, ma le giudica più letterarie CI) Dei plagi nella
critica letteraria dello Stendhal s'occupò a varie riprese A. Lumbroso. Vedi
indicazioni nella Rivista d'Italia che teatrali (II, 165, 168, 295-96Ì. Va in
solluchero pel Cinque maggio; ma non sembra che i Promessi Sposi lo abbiano
colpito eccessivamente. Si scompiscia dalle risa al leggere la satira del
Giraud intitolato Cetra spermaceutica e chiama il conte « petit Mirabeati de
Rome ». La poesia dialettale italiana lo esalta: tuttavia ci fa cader le
braccia il notare che mentre ignora il Belli e appena cura il Porta, i versi
vernacolari del Gross^ e del Buratti dice che saranno vivi quando più non si
rammenteranno i Sepolcri ili, 416). La Prineide del Grossi, di cui dà un
riassunto, gli pare . 244 sgg. Per questa dolorosa istoria è da consultare
Chco.uet, pp. 233 a 214. 10 coglieva la morte (M. Con una profezia che
lusingava il suo amor proprio, egli aveva detto che solo verso il 1880 i suoi
libri avrebbero avuto fortuna: i critici della seconda metà del secolo XIX
colsero a volo questa curiosa profezia e cercarono di dargli ragione. L'elogio
sperticato che della Chartreuse de Parme fece il Balzac, conciliò al Beyle le
simpatie dei veristi, ultimo dei quali scese in campo ad esaltarlo, ma con più
criterio e più moderazione del Balzac, lo Zola. Il caustico SainteBeuve vide in
lui un eccitatore suggestivo; Ippolito Taine un gran psicologo, sicché più
tardi al Bourget parve doveroso riconoscerlo precursore del romanzo
psicologico. Non senza ragione fu osservato da altri che il creatore di Julien
Sorel e di Fabrizio del Dongo, i due volitivi che pongono il proprio piacere al
di sopra di tutto e « la ragion sommettono al talento », personazione di quella
energia che affascinava 11 Beyle, potrebbe anche essere rivendicato a
precui-sore del moderno nitschianismo penetrato nell'arte, degli ammiratori del
superuomo e dell'uomo che vive al di fuori della morale. Presentimenti di
modernità, germi d'avvenire sono certamente nei tre romanzi del Beyle: Armance,
Le rouge et le noir, La Chartreuse de Parme (!). Il migliore dei tre è Le rouge
et le Vedi l'ultima lettera dell'epistolario, III, 285. c2) Pei due romanzi
abbozzati e pubblicati postumi uon mi curo. SI noir, che ha pagine bellissime,
piene di osservazioni psicologiche fini e felici. Ma, nell'insieme, né quello
nè gli altri sono libri tali da resistere al tempo e da riuscire da capo a
fondo soddisfacenti. V'è prolissità, pesantezza, inesperienza. Non ebbe del
tutto torto chi definì lo Stendhal « moins un romancier qu'un collectionneur
d'observations psicologiques » ('). Il soggetto dell'Armance, in mano ad un
grande analizzatore d'anime, poteva riuscire un capolavoro: un giovine
visconte, bello, ricco e bizzarro, che ha il difetto dell'impotenza fisiologica
e che si innamora perdutamente di una fanciulla russa, povera e gentile, da cui
è passionatamente corrisposto. Tema tragico, cui sovrasta il pericolo di
scivolare nel comico, che il Beyle trattò in maniera assai maldestra, sebbene
egli avesse sempre un debole per quel suo libro. La Chartreuse de Parme
dovrebbe interessare maggiormente a noi, perchè la scena è in Italia, e
italiani ne sono i personaggi. Ma, ahimè! Quale Italia e quali italiani! L'autore
non ha saputo fare di meglio che camuffare gli italiani del secolo XIX
incipiente, che aveva conosciuti, con i costumi dell'età dei Borgia e dei
Farnesi, sicché ne è venuto fuori il più miserando cibreo che immaginar si
possa. Tocchi realistici eccellenti non mancano qua e là, ed eran quelli che
facevano andare in visibilio il Balzac; ma nel Georges Pellissier nell'tìwtoire
del Petit de JuUeville suo complesso il libro è illeggibile. Non posso dire mi
appaghi neppure quella battaglia di Waterloo vista in iéeorcio, perchè essa si
riduce ad una serie di scenette tragicomiche. Può darsi che una battaglia
napoleonica vista da vicino (ed il Beyle ne sapeva qualcosa) fosse cosi; ma noi
stiamo piuttosto con la grande visione epica del fatto quale seppe rievocarla
Victor Hugo. Nel romanzo, più che negli altri scritti suoi, il Beyle ha il
merito della sincerità, merito riconosciutogli anche da Faguet, che fu forse il
più penetrante e sicuro e imparziale tra quanti critici letterari di lui
parlarono sinora (*). Sincero nel l'osservare, nel ritrarre, nel comporre;
sincero e personale. I suoi protagonisti finiscono col riuscire tutti poco
simpatici, perchè ritengono del suo beylismo, nella ricerca sfrenata del
piacere, nell'egotismo straripante. Ma sono anche, come lui, mobili,
intraprendenti, curiosi, disuguali; sono uomini che vivono. Aver fatto vivere
nell'arte delle creature umane è già una fortuna che non tocca a tutti. Nata
aggiunta. Già nel Fanfuìla della Domenica del 14 giugno 1908. La letteratura
stendhaliana si viene di continuo-aumentando, ma poco v'è che direttamente
riguardi lo scopo dell" articolo mio. Lo scritto più importante che ho da
segnalare, occasionato dalla C'orrespondance, è di H. Mosix, Stendhal
educateti); nel Mercure de France, voi. 78", p. 392 sgg. (1» aprile 1909).
Ivi sono studiati i rapporti di Enrico Beyle fi) Articolo su Stendhal nella
Berne dea deux monde», Serie IJI. an. H2" con la sorella Paolina, e vi pi dice
giustamente che « Henri « Beyle a voulu fture de .sa seur préférée, à l'insu et
à « l'encontre du pére, la fille de son esprit, de son coeur • 4>. SiT). Conchiude il Monin ohe l'influsso di lui
sulla sorella fu influsso di pervertimento. Chi voglia approfondire quella
relazione fraterna, nonché certi rapporti del Beyle con l'Italia, non deve
trascurare la seconda serie dello Soirée» du .Stendhal Club. Paris. 1908, tutta
gremita di documenti inediti. Ne sono editori Casimiro Striyenski e Paul
Arbalet. Dello Striyenski, che è notoriamente imo dei più passionati e
benemeriti beylisti, vedasi una severa critica della Correnponiìanre nella
Revue. critiqne ristoro nella campagna, che amava tornare ai tranquilli ritiri
della sua Normandia, che passeggiava volentieri con gli amici, che
s'abbandonava alle salutari fatiche del canottaggio sulla Senna, o ai salutari
riposi della navigazione sul mare, sempre da lui adorato; ma troppo spesso que'
medesimi riposi e sollazzi implicavano consumo di forze. Siccome egli era un
vero « gourmand de la vie », facendo a fidanza sulla propria robustezza,
s'immerse sin da giovine nei piaceri, sicché già nel 1878 gli si fecero palesi
quei disturbi nervosi, per cui lo ammoniva il suo Flaubert. Non diede retta,
anzi fece peggio. Inebbriato del successo, produsse in un decennio una
formidabile quantità di novelle e di romanzi, sino a procurarsi l'agiatezza,
anzi la ricchezza. Nè smise per questo le male pratiche, giacché ebbe la
suprema sventura di non innamorarsi mai sul serio d'una donna. Sarà verissimo
ciò che disse di lui la madre: « il fut sou« vent un séducteur, jamais un
dépravateur » ('); ma è cei'to, nel tempo stesso, che nella donna egli vedeva
solo uno strumento di piacere e che ne abusava, perchè la coscienza sua non
aveva nessuna forte base di moralità su cui poggiare. Lasciamo qui nell'ombra
un'altra considerazione, che avrebbe pure importanza capitale nella diagnosi
del suo male; se, cioè, quella vita sessuale (l.i Lumiiroso, pp. 321-25. (2| AI
AYNIAT. sregolata gli lasciasse qualche ricordo rovinoso (.'): sta però sempre
incrollabile il fatto che uno strapazzo tisico unito ad uno strapazzo
intellettuale continuo non poteva che trascinarlo alle più sinistre
conseguenze. Infatti, ben presto gli s'indebolì la visto, l'olfatto pati d'una
iperestesia malata, l'umore divenne tetro, le notti tormentosamente insonni; fu
preso da un desider io di solitudine assoluta, che acuiva il suo male; non
tardarono le allucinazioni, a cui successero i tenori della mania persecutiva,
la megalomania, il lento ma progressivo ottenebrarsi delle facoltà
intellettive, fino al tentato suicidio del gennaio 1892 ed alla morte, nel
1893, nella casa di salute del dott. Bianche a Passy, dopo 18 mesi di follìa.
Avea cercato distrazione nei viaggi; forse troppo tardi, certamente non in
.guisa da conferir vigore ài suo sistema nervoso tanto scosso. Sin da
giovinetto Guy mostrò inclinazione a far versi, e forse, se fosse vissuto il
suo zio materno Alfred Le Poittevin, che mancò giovanissimo nel .1848, e se non
avesse avuta corta vita anche lo squisito rimatore Louis Bouilhet, che fu il
suo primo maestro quando studiava a Rouen, chissà ch'egli non si fosse dato
esclusivamente alla poesia. Non sarebbe stato un vantaggio, giacili II medico
Louis Thomas. nell'opuscolo ì4a malattie c/la mori ile Manjmftìtrrnt i Bruges,
190fì), cerca dimostrare la parte ch'elibe la sifilide nella precoce rovina di
quell'esistenza. Nel primo saggio d'analisi, uscito nel fascicolo 1« giugno
1905 del Mentire de France, egli non dava alla sifilide tanta importanza. chè i
saggi poetici che abbiamo eli lui son molto lontani dal valore delle prose. La
madre e lo zio erano stati compagni d'infanzia di Gustavo Flaubert: avviamento
alle lettere Guy l'ebbe in famiglia, uno dei primi autori che la madre gli
lesse fu Shakespeare. Il giovinetto era insofferente d'ogni disciplina, amante
della vita semplice e libera, della campagna, del mare, degli abitatori della
campagna e dei frequentatori del mare. Malgrado avesse l'aspetto vigoroso d'un
torello, era un sensitivo non meno che un volitivo. Passato a Parigi per
guadagnarsi da vivere nei ministeii, s'ebbe dal Flaubert, amico di famiglia, il
gusto e l'indirizzo della prosa narrativa. La prima novella il Maupassant la
pubblicò nel 1875, a 25 anni, con lo pseudonimo di Joseph Prunier. Il Flaubert
non ne fu contento. La disciplina del Flaubert era delle più austere: « Un «
artista, egli diceva, deve avere un solo pro« posito : sacrificare tutto
all'arte. Con questa specie d'ascetismo artistico venne su il Maupassant
osservatore e rappresentatore. Il Flaubert volle anche insegnargli praticamente
i processi della sua arte e in certa guisa lo chiamò a cooperare a quel Bouvnrd
et Pècuchet, di cui Guy doveva, morto il maestro, sorvegliare la stampa
postuma. Introdotto nei circoli letterari più in voga, l'impiegato ai ministeri
venne sempre meglio sviluppando le sue eccezionali qualità di scrittore. Si
provò nella drammatica, ma senza Correspondance de Flaubert buon esito; abbozzò
più di un racconto, che il Flaubert gli cincischiò spietatamente; alfine riusci
ad ottenere un grande successo presso il maestro e presso il pubblico con
Bou.lt de saif, novella introdotta nella raccolta miscellanea delle Soù-àes deMedan.
S'era intorno al 1880: l'8 maggio di quell'anno il Flaubert passò di vita (').
Botile de suif dà allo scrittore normanno la coscienza della sua forza. Lascia
l'impiego per consacrarsi tutto alle lettere, e in un decennio pubblica sedici
volumi di novelle, sei romanzi, tre volumi d'impressioni di viaggio: in qualche
anno, come nel 1885, riesce a pubblicare da quattro a cinque volumi nuovi,
oltreché accudire alle ristampe e seminare d'articoli non so quanti giornali.
Guadagnava con la penna non meno di ventotto mila franchi l'anno. Non si lasciò
prendere quasi mai dal desiderio di scrivere pel solo guadagno; si mantenne
coscienzioso, anzi fin scrupoloso; ma, amante della vita e dei godimenti,
apprezzava il denaro, era oculatissimo affinchè i suoi editori non
profittassero Nella Correspomlance, IV, 351, il Flaubert dice del Maupassant: «
C'est mon disciple et je l'aime comme un fila ». A sua volta, il Maupassant
dedicò al Flaubert il volume Des eers, che coutiene una scelta delle sue
poesie, e fu per la prima volta pubblicato nel 1880. Lo chiama € l'illustre et paternel
ami, que j'aime de toute ma tendresse » e 46. Egli, del resto, come tutti i naturalisti francesi, è
povero critico. L'articolo su L'évolution da roman au XIX siede, che inseri
nella Sevue de l'exposUion universdle del novembre 1889, è miserrima cosa. (4)
Un erudito, che modestamente firma con le sole iniziali (Lumbroso, pp. 586-90),
ma in cui riconosco l'amico L. Or. Pélissier di Montpellier, colpisce nel segno
dicendo del Maupassant: « Moins copieux que Balzar, il est plus précis de «
contour; moins profond que Flaubert, il est plus spon« tanè; moins puissant que
Zola, il est plus humain Le l'Oman, che va innanzi al suo Pierre et Jean, e si
vedrà che nei principi dell'aite egli fondamentalmente non si scosta dalle
teorie del Flaubert, con la differenza che a lui, natura più benigna, aveva
concesso una felicità rappresentativa e sintetica, che il maestro non ebbe, una
felicità nell' imbroccare a prima giunta l'espressioni' e l'epiteto, che il maestro
era ben lungi dal possedere ('). Nel primo e più fortunato periodo della sua
operosità, lo scrittore normanno non si allontanò mai dal proposito di far
vedere la psicologia in azione, di considerare la psiche come « la carcasse de
l'oeuvre », la quale deve rimanere invisibile « cornine l'ossature invisible
est la carcasse du corps humain » (2). Potrà quindi sembrare ardita, ma non è
punto falsa, anzi è ingegnosamente indovinata l'espressione di ehi lo designava
« un grand paysagiste d 'àmes » (3). Non diversamente dal Flaubert, egli
ammetteva nell'artista il procedimento di scelta e quello di composizione,
perchè « faire vrai consiste... « à donneil'illusion complète du A rai, suivant
« la logique ordinaire des faits, et non à les Specialmente dalla Corresporulance
rilevò le teorie artistiche del solitario di Croisset. con diligenza e
perspicacia, Antonio Fusco, nell'eccellente libretto La filosofia dell'arie in
Gustavo Flaubert (Messina. 1907 1, che è uno dei pochissimi saggi pregevoli
usciti in Italia sulla letteratura francese modernissima. Le roman. in Pierre et Jean, 44a
ediz., Paris, Ollendorff. (3j Henri Fouquier. Vedi Lcmbroso, p. -20ij
MADPASSANT « transcrire servilment dans le pèle-mèle de leur « succession »
('). Ora è appunto in questa
scelta che appare la sua indole d'uomo sensuale e scettieamente burlone. Aveva
un gran gusto a « mystifier le bourgeois », come dimostrò in varie occasioni (%
dividendo anche in questo certa tendenza del suo maestro, che odiava le
menzogne convenzionali della società per bene, non meno di quanto Ai-rigo Heine
odiasse le abitudini dei philister tedeschi (3). Quando poteva sollevare
scandalo, andava a nozze; e a ciò si deve gran parte della crudezza di certe
sue novelle. Ma si deve anche, lo ripeto, alla natura disposta ai piaceri del
senso. Il sensualismo fu tutta la filosofia e tutta la morale del Maupassant
(*). Vi ritorna di continuo, in tutti i modi, e talora ne fa, con ironia
atroce, la caricatura, o meglio ne promuove la caricatura per effetto spontaneo
di casi. Singolare indulgenza ha per le mogli infedeli e specialmente per le
femmine da conio. Il romanticismo sentimentale avea creato in Francia il tipo
fortunatissimo di Marguerite Gautier, la cortigiana redenta dall'amore, uccisa
dall'amore. In alcune novelle celebri come Binde rie suif, come La maison
Tetliev, Guy si diverte a presentarci la cortigiana boa enfant, che ha le sue
fierezze, le sue abnegazioni, i suoi Le roman, p. XVII. Mav.mai., pp. J7-Ì8 e
(il. Prcfaz. cit. alle Lettre* de li. Flaubert à fi, .Santi, pagine LXXIV sgg. (4) Petit
de Jii.i.kvillk, Liti, francaine, tenerumi. Messa in scena, ha fatto trionfalmente il giro dei
teatri, tolta da una sua novella, quella soave grisette, che è tutta un alito
di poesia, cui fu dato il nome di Musotte ('). Sino ad un certo punto è vero
ch'egli ha « la grande sensuali té », ch'egli ama, a differenza d'altri suoi
connazionali letterati, più cinici o più corrotti, « le geste animai cìans
toute sa beau té » (s); ma è pur anche verissimo che la sua predilezione per la
turpitudine, la sua impassibilità nel rappreseli tare la turpitudine, sono
qualità non belle, inerenti al suo organismo e al suo spirito. Carnalità,
peraltro, convien riconoscerlo, non mai volgare, che trova sovente nella sua
anima di artista una forma di idealizzazione. Significativi sono, per questa
parte, i suoi viaggi. Vedansi quelli in Italia descritti nel volume La vie
errante. Lasciata Parigi e la Francia perchè la torre Eiffel avea finito con
l'annoiarlo orrendamente, egli costeggia l'Italia percorrendo col suo yacht il
Mediterraneo, e si ferma in vari luoghi delle due Riviere e poi va in Sicilia.
Del paesaggio ha senso squisito: sente anche l'architettura, ma a modo suo. Per
apprezzare il paese nostro gli manca un grande elemento, la coltura. È agevole
l'accorgersi che quando parla di monumenti che non sieno archi tetto ilici, non
ha l'attitudine ad" intenderli. Due sole opere di Rappresentata la prima
volta il I marzo novella è nella raccolta t'Iair tle lune. Mavxiai., p. 290. M
Lombroso l plastica suscitano la sua ammirazione, gli fanno sentire ardente il
desiderio di rivederle: il capro di bronzo del Museo di Palermo e la Venere di
Siracusa ('). Perchè quel capro e perchè quella Venere? Il capro per la sua
potente espressione animalesca; la Venere per la sua balda carnalità bella. « Ce n'est point la fera
me poetisée, « la femme idéalisée, la fera me divine ou maje« stuense corame la
Vénus de Milo, c'est la femme « telle quelle est, telle qu'on I'airne, telle
qu'on « la désire, telle qu'on la veut étreindre ». Su quella statua senza testa, e che gli piace di più
perchè manca di quell'accessorio troppo spirituale; su quella statua piena di
pudore e d'impudicizia e che, velando e svelando, attirando e sottraendosi, «
semble definir toute l'attitude de la femme sur la terre »: su quella statua
che è « le symbole de la chair », il Maupassant ha scritto pagine calde ed
eloquenti, in singolar modo significative. L'artista è là. Ma a Palermo volle
visitare puranco la necropoli dei cappuccini e non si lasciò distogliere dalla
macabra fissazione. Anche questo spettacolo di morte ei descrive e si sente
fremere nella sua descrizione il terrore Ecco il Maupassant del secondo
periodo, il fantasticante, il visionario, l'atterrito, l'allucinato, cui la
paralisi preme, incubo orrendo. La vie errante, Paris, OUendorff, 1890, pp.
117-123. La vie errante Nel secondo periodo scema la nitidezza incisiva, che ò
pregio massimo delle prime novelle, ma scema pure la brutalità; si ha un
Maupassant più morbido, più amabile e che perciò piace di più al signor
Brunetière. Eppure, quella maggior morbidezza è decadenza; quella maggiore
amabilità implica l' intrusione dell'autore nell'opera d'arte e quindi una
divergenza dalla formula iniziale del rigido naturalismo. Ripensiamo le parole che un altro
insigne scrittore francese, J. M. de Heredia, disse di lui nel 1900, quando fu
inaugurato il suo busto a Rouen: « La dernière fois que je le vis, il me dit
lon« guement sa mélancolie, l'ennui de la vie, la « maladie grandissante, les
défaillance» de sa * vision et de sa mémoire, ses yeux cessant « tout à coup de
voir, la nuit totale, l'aveugle« ment persistant un quart d'heure, une demi«
heure, une heure... Puis, la vision revenue, « dans la hàte, la fièvre du
tvavail repris, un * arrét subit de la mémoire et (quel supplice « pour un tei
écrivain!) l'impuissance à trou« ver le mot juste, sa recerche acharnée, la «
rage, le désespoir. Il ne prenait plus plaisir « à rien, raèrae à taire le
bien. Il medisait en« core l'angoisse où le tenait le dédoublement « maladif de
sa personalité » (*). Ldibroso La
tragedia intima di quella povera anima si dipinge nell'opera, ove entra sempre
più la personalità dello scrittore, col suo pessimismo e i suoi terrori. Notre
cceur, lo sappiamo ormai con sicurezza, è quasi un romanzo autobiografico (').
Frammezzo ai facili amori di Bel ami s'insinua terrifico lo spettro della
morte: si rileggano le amare considerazioni di Norbert de Varenne e tutto ciò
che circonda la fine di Forestier ('). Questo spettro non abbandona più il
Maupassant: ed egli ce lo farà ricomparire in altri suoi racconti. Perchè, ed è
questa una strana bizzarria della nevrosi, quanto più quella visione gli
riusciva paurosa, tanto più si sentiva fascinato da essa e voleva ritrarla. Con
l'amore della solitudine cresce in lui e si fortifica una specie di amore e
quasi di culto per la paura (3). Ancor più tormentose sono le allucinazioni
vere e proprie, di cui la massima ed insistente consiste nello sdoppiamento
della personalità ritratto nelle novelle che s'intitolano Lui?, Le Eorla, Qui
sait? (4). Queste condizioni patologiche di spirito e di corpo danno all'arte
di Guy una singolare propensione alla tenerezza e talvolta una finezza
d'osservazione psicologica meravigliosa. Abbiamo in proposito indicazioni
precise della madre. Vedi Lcmbroso, p. 331. Nell'edizione illustrata Ollendortf
di Bei-ami. Belle sono su questo soggetto alcune pagine del Maini al; Mavhiai-, Gli balena a volte anche l' idea del
divino, ma lo spirito suo irreligioso ed educato fuori della religione non
riesce a trovarvi i conforti impareggiabili che altri vi rinvenne. Cosi
prosegue senza bussola, nella vita e nell'arte, ed egli ricco, egli glorioso è
un grande infelice. « La folie de Mau« pausa ut, scrive il suo biografo, ne fut constatée « par
son entourage et rendile presque publique « qu'à la fin de 1891, dans les mois
qui précé« dèrent sa tentati ve de suicide. Mais on peut « relever les prémiers
indices de troubles nerveux « dès l'année 1884, dans les pages de da ir de «
lune, d'Au soleil, des Soeurs Rondoli...; le mal « s'accentue en 1887-1888, et
nous avons pu en « suivre revolution dans Le Hnrla et dans Sur « l'eait; en
1890, certaines nouvelles de l'Inutile « beauté, certains chapitres de La vie
errante lais« sent deviner le dètraquement irrémédiable» ('). Sulla tomba dell'amico perduto, Emilio Zola,
pronunciando un discorso memorabile, deplorava la sparizione di quella « bornie
tòte limpide et solide » e aggiungeva che quanti di persona non lo conobbero a
v l'ebbero amato nelle sue opere « l'éteruel chant d'amour qu'il a chanté à la
vie » (2). E.
de Goncourt, costantemente a lui malevolo, lasciava scritto nel Journal: «
Maupassant est un tròs remarquable novelliere, « un très charmant conteui' de
nouvelles, mais « un styliste, un grand écrivain, non, non! » (=>). Mav.mai., p. 256. Lusibroso p. 103.
(3; Cfr. Mavnial, p. 208. maupassanV S'inganna. Nelle novelle del primo periodo
il Maupassant raggiunse spontaneamente una cosi mirabile evidenza, riuscì a
toccare tale perfezione espressiva, che può a buon diritto essere chiamato
stilista e scrittore grande. Tra i romanzi il migliore, a parer mio, resta il
primo in ordine di tempo (usci nel 1883 dopo lunga preparazione), Une vie, che
è, in fin dei conti, un'estesa novella, o meglio un gruppo di novelle
concatenate. Nessun altro romanzo suo può gareggiare in perfezione con le
novelle. Ho inteso da più d'uno dar la preferenza a Bei-ami; ma io non posso
piegarmi a questo giudizio. Su Bel ami ò passato il Daudet; su qualche altro
romanzo è passato il Bourget. Confesso che nella produzione del secondo
periodo, ove ormai predomina quel romanesque senza cui la Santi non credeva
potesse esistere romanzo, le mie simpatie sono tutte per Fort corame la mori,
il più profondo, forse, tra i libri del Man passa nt, certo quello che lascia
nell'animo dei lettori solco più duraturo. Del resto, il difficile argomento
delle parentele letterarie e degli influssi è, rispetto al nostro autore, ancor
vergine, e chi si metterà a trattarlo dovrà procedere con delicatezza e
ponderazione. Sarà bello anche il vedere quanto debba al Maupassant la moderna
novella italiana. Ne risenti il soffio potente Giovanni Verga; lo assimilò
talora, insieme con tante altre cose, il D'Annunzio nelle Novelle della Pescara
('). E Nel volume del Lombroso (pp. 519 sgg.) v'ha uno speciale capitolo su
Maupassant et les plagiata de G. D'Annunzio. le imitazioni portate in altra
terra e cementate con l'osservazione diretta d'altri costumi, furono opere
d'arte anch'esse ragguardevoli. Il buon seme, caduto in terreno fecondo,
produce buoni frutti. Nota aggiunta. — Nel Fanfulla della domenica, 1» marzo
1903. Un1 grosso libro venne fuori in Germania dopo la comparsa del mio
articolo, Pai l Mann, (rui/ de Maupassant, sein Leben nnarone di Milnchliausen,
Ancona, Morelli bizzarre avventure, fu il compito che il Poe si propose.
(Jiovossi il Venie di parecchi argomenti suoi, ma li rìcostrusse su base scientifica
e li rese verisimili: giovossi pure di certi procedimenti, ma ne mitigò
l'inclinazione americana all' intemperante, allo sconfinato, al paradossale,
sparse poi dovunque la gentilezza dell'indole sua latina equilibrata, mentre
nel Poe, randagio infelice, troppo traspira l'acidità della vita scontento. Il
Poe. talora può sembrarci più polente; il Venie è sempre più amabile, e
sovratutto più sano ('). Il romanzo scientifico ha nel Venie il suo creatore:
non v'è quesito arduo d'applicazione scientifica ch'egli non abbia affrontato.
Cominciò con l'aereo nautica. Il suo primo romanzo è del 1803, Cinq semaines en
ballon: l'Africa tenebrosa traversata nella sua maggiore ampiezza, da est ad
ovest, dal dottor Samuele" Fergusson e da due suoi compagni montati sul
pallone Victoria. L'aereonautica anche fra noi era ormai da tre quarti di
secolo argomento di viva discussione; sin dal chiudersi del Settecento se n'era
impadronita la poesia: parecchi poeti, tra i quali vola come aquila Vincenzo
Monti, se n'erano dimostrati entusiasti, con lui il Betel) Sensatamente
dimostrò questo il Tcrikli.o nelle citate Kttules de critit/tte lettéraire.
Anche in un articolo del Tempn, che il Cernire riferisce (cfr. p. 100), è fatta
ben rilevare la differenza tra il Terne ed il Poe. Ma le migliori
considerazioni stigli antecedenti tutti del nostro romanziere son quelle che fa
il Popi tinelli, il R,ozzbjii(5o, la Grisraondi: perplèsso era rimasto il
Parini, incredulo e schernitore il Pienotti ('). Una ipotesi effettuata rende possibile
il viaggio del dottor Fergusson: l'ipotesi che si possa conseguire la
dirigibili tà alzando od abbassando il pallone con uno speciale spediente,
sicché esso trovi sempre la corrente d'aria che gli conviene. Ma in realtà il
Verne, nel 1863, considerava come impossibile il diligere i palloni; venti anni
dopo, quando pubblicò, nel 1886, Robur le conquJrant egli aveva seguito i
progressi della navigazione aerea, ed era venuto alla conclusione che si
dovesse sostituire il principio più pesante dell'aria all'altro, fino allora
predominante, più leggero dell'aria. h'Albalros di Robur è una macchina volante
complicata ma ingegnosa. Siamo già agli inizi dell'aviazione per aerooplano, di
cui si tien parola nel romanzo Deux ans de vacances del 1888 (*). Da ciò si
rileva che il Verne non campa ipotesi del tutto in aria; ma procede, anche nel
suo lavoro fantastico, con certa scientifica ponderatezza, si da predire quanto
un giorno potrà essere verità dimostrata. Più arditi, ma estremamente
ingegnosi, i due romanzi lunari (1865, De la Terre à la Lune; 1870, Autour de
la Lune), basati sui progressi Si consulti in proposito un buon articolo del
Buriana nel Giom. stor. della leti, italiana), pp. J14 sgg. e a complemento
Ciro Trabalza nel voi. di Sludi e profili, Torino-Roma, Popp RICORDANDO GIULIO VKRNE dell'astronomia e
della balistica. Nel primo di ossi, Barbicane, il presidente del Orni Club, fa
la storia dei viaggi anteriori alla volta del nostro satellite, col quale
tanti, non escluso Lodovico Ariosto, han fatto all'amore in varia guisa. .San
tutti viaggi fantastici, mentre quello del Venie ha un fondamento di
possibilità reale, ed il francese che lo provoca, Ardali, è l'anagramma d'un
personaggio veramente esistito, amico dell'autore, Nadar, pseudonimo
dell'ardito navigatore aereo Felice Tournachon Non solo. Con singolare
ideazione, il romanziere francese fa che i suoi tre ardimentosi viaggiatori non
raggiungano la luna, perchè il gran proiettile che li ospita non sfugge
abbastanza alla forza dell'attrazione terrestre da subire quella lunare; quindi
essi possono osservare la luna da vicino, e quel che ne dicono non è prodotto
di fantasia, ma è conforme ai risultamenti scientifici dei tempi moderni in cui
fu reso possibile il tracciare cai-te descrittive della superficie lunare.
Persino in quell'ardimentoso romanzo che è Hector Servadac (1877), più
conosciuto fra noi sotto il titolo di Attraverso il mondo solare, il Venie,
traendo profìtto dalle cognizioni astronomiche dei tempi in cui scriveva, si
guarda bene dall'abbandonarsi alle orgie fantastiche del Poe. E in quel
mirabile libro, ch'è uno dei suoi primi, il Voyage au centre de la terre,
uscito nel 18U4, egli mette a base della straordinaria spedizione Lumi re, p.
lOli; Popp. del professor Livenbrok e di suo nipote i progressi della geologia
in quel periodo ed in ispecie la teoria del chimico Davy. Chi non rammenta
quello stupefacente sottomarino e.h'è il Nautilus e quella specie di mago
misterioso che ne è l'ideatore ed il signore, il capitano Nemo? Ebbene, quelle
Vingt mille lienes sous les mers (1870; costituiscono una delle prove migliori,
non solo della facoltà inventiva, ma delle cognizioni di chimica,
d'elettrotecnica e d'ingegneria navale del Venie. Con vero occhio profetico
egli intravvide gli immensi vantaggi che l'umanità poteva trarre dalle
applicazioni della forza elettrica: non poche sue profezie si sono avverate,
altre troveranno nel secolo in cui viviamo non difficile attuazione. Le
meraviglie della meccanica sono rappresentate in Lea cinqcents milions de la
Iiègum, romanzo scritto nel 1879, quando ancora la Francia sanguinava per la
catastrofe di nove anni prima. Là il Venie, che non cessò mai d'essere
intimamente francese, francese sino alla punta dei capelli, nell'antagonismo
fra il potente ma brutale professor Schultze ed il geniale ed umanitario dottor
Sarrazin, rappresentò idealmente il conflitto tra la Germania e la Francia, tra
la scienza che distrugge e la scienza che con serra ed allieta ('). Tra le
molte altre concezioni in cui ha Il Verne, quanto dimostrò la sua simpatia per
gli Inglesi e gli Americani del Nord, altrettanto non dissimulò V antipatia per
i Tedeschi, nemici della sua patria. Su questo parte la chimica segnaliamo
quella sulla tanto ricercata produzione artificiale del diamante, per cui è da
vedere la sua Etoile du Sud del 1884. Ogni progresso scientifico, ogni problema
scientifico infiammava quella fantasia che ne traeva argomento a libri
attraentissimi; peccato non abbia potuto giovarsi delle più recenti scoperte
sulle proprietà del radio e intorno alla telegrafia senza fili. Chissà quante
belle cose egli avrebbe dette e profetate. Scienze predilette del Venie furono
la geografìa e l'etnografia: ad esse tornava continuamente e gli offri van
sempre nuova materia ai suoi libri. Egli ha anche opere strettamente
geografiche, quali la sua geografia della Francia e la storia delle scoperte
geografiche; ma la più gran parte de' suoi romanzi ha per soggetto viaggi in
lontane regioni. Percorre quasi intero il nostro pianeta nei viaggi della sua fantasia,
dall' un polo all'altro, con predilezione spiccata per l'Africa e per
l'America. Delle bellezze naturali e delle costumanze dei popoli è descrittore
tasto batte di frequente. Egli ha una istintiva avversione per ogni maniera di
tirannia e di sopruso. L'tle myatérieuse si riattacca alla guerra americana per
l'abolizione della schiavitù e termina con la morte del capitano Kemo (il
costruttore del Xautilus), che è un grande indiano ribelle. La guerra americana
del 1861-65 è rappresentata in Xord contre Sud (1887); nella Famille sans nom
(1889) rivivono le inquietudini del Canada; nell' Archipel en feti (1884)
troviamo la guerra per l'indipendenza greca; nello sfondo della Maison à capeur
(1880), preannunciante l' automobilismo odierno, s' agitano le lotte degli
Indiani contro gli Inglesi. Cfr. Popp brevi' ma vivaci.': in particolari di
zoologia e di botanica non s'indugia, come sogliono tare i Rubinsonisti. Ad
accrescere la T-ultura ii,t'. Per quella ferita il romanziere ebbe a soffrire
assai tìsicamente, e più moralmente. Si narra che durante le lunghe notti
insonni di febbricitante egli si distraesse componendo indovinelli, logogrifi,
ed altri giuochi di spirito complicatissimi: ne mise insieme da tre a quattro
mila, si che se ne potrebbe comporre un volume. Ciò non è inutile ad essere
avvertito; si vede quanto in lui potesse l'attività fantastica. D allora in poi
egli si abbandonò tutto al ragionamento ed alla fantasia. La sua operosità fu
spesa tutta nei libri, nelle soavi cure della famiglinola diletta,
nell'amministrazione di Amiens, ove fu consigliere comunale assiduo ed
ascoltato, nelle tornate dell'Accademia di Amiens, ove diede saggio del suo
inalterabile buonumore. Viaggi non più. Vendette il suo secondo yacht, il San
Michele che ora è posseduto dal principe di Montenegro. Con esso, e prima con
un altro yacht, di ugual nome, ma più piccino e primitivo, aveva di frequente
costeggiato la Francia e anche la Spagna, s'era spinto fino alle coste
africane, aveva visitato la (li Lkmiiìt-:. 55-àrt: Porr, \ C). Nell'azione e
nella tipificazione è facile scorgere una certa fìcelle. Ei ritorna sovente e
volentieri allo schema delle Cinq semaines e delle Arentures du cajntaine
Hatteras. Un esploratore di gran risolutezza, coraggio e sapere, di solito più
d'un tantino eccentrico, di solito inglese o americano, è l'eroe principale
dell'impresa. Esso ha un servo fedele, intelliLettera riferita dal Lemihe
gente, servizievole, gaio, animosissimo. Lo accompagnano un amico o più amici,
di attitudini e di gusti diversi dal protagonista. S'aggiunge o interviene
talvolta un traditore o un malevolo, che attraversa la via all'eroe, suscita
difficoltà, minaccia di mandare tutto a male, ma alla fine ha la peggio.
Esempio tipico il detective Fix nel Le tour du monde. Ma quest'azione semplice
e fin povera s'arricchisce per una miriade di episodi svariatissimi e vivi,
s'ingarbuglia in modo che sembra inestricabile, si direbbe dovesse finire con
una catastrofe, quando, alla fine, tutto si scioglie per il meglio. Non
irragionevolmente fu accostata questa tecnica a quella usata nei suoi drammi
dal Sardou ('). In mezzo ai rigidi inglesi ed americani spunta qualche
francese, e vi fa sempre la parte più nobile e bella. Francese è quel
godibilissimo tipo di Passepartout (felicemente tradotto in italiano con
Gambalesta), che è una delle più riuscite macchiette di servo che il Verne
abbia tracciato, da mettere in compagnia col semplice ed ardito Joe, servo del
dottor Fergusson, e con Ben-Zuf, l'ordinanza fida del capitano Servadac. Questi
ed altri servi del nostro scrittore rimontano originariamente al tipo di
Venerdì nel più antico Robinson. La donna ha nei libri del Verne parte
accessoria ed è delineata con certa superficialità. Non già che non vi siano
tipi teneri o eroici di donne, come Ilulda, come Nadia, Popp, RICORDANDO GIULIO
VKKNK come Hadjine, come AliceWatkins, come mistress Branieau ; ma di consueto
le donne occupano nel quadro il secondo piano, servono a lumeggiare l'uomo,
offrono esempi di pietà, di tenerezza, di abnegazione a vantaggio dell'uomo. La
loro psicologia, come in genere tutta la psicologia del Venie, è delle più
semplici. La passione non le agita: il Venie era, in fatto a donne, un gran
semplicista. Egli voleva che i suoi libri potessero esser letti senza turbamento
dai giovinetti e dalle giovinette, e inoltre, confessò un giorno egli stesso, «
l'amour est une passion « absorbante qui ne laisse que fort peu de place « pour
autre chose dans le coeur de l'homme; « mes héros ont besoin de toutes leurs
facul« tés » ('). Se manca l'amore passionato, abbonda l'umorismo, nei
caratteri e talora anche nell'azione. Sui tratti umoristici del Verne ci
sarebbe da scrivere un articolo speciale; tutta umoristica è quella gustosa
novella del Docteur Ox, la cui singolare trovata mi ha fatto sempre pensare
all'antica faida del poeta provenzale Peire Cardenal (!), alla quale vanno
accostate lestrane avventure d' un veggente nell7so/a dei ciechi del
Fraccaroli. Se non che qui tutto è satira, mentre nel Venie v'è solo umoristica
e bonaria caricatura. Parole del Verne inserite nella Recite ile Brelaijne del
190(5, che il Lemiue riferisce a p. 111. Vedasi in proposito un articolo di V.
Cian nel Fanfulla della Domenica Fu detto ohe Philens Fogg è una specie di D'Artagnan
in costume di viaggiatore moderno (1). È un avvicinamento che ha solo
l'apparenza del vero. L'eroe del vecchio Dumas è una creazione fantastica,
materiata bensì di certi elementi reali, ma che è fuori della vita; mentre
Phileas Fogg è tanto nella vita che il viaggio di lui, profetato dal Venie,
potè essere compiuto realmente, non solo in quelli ottanta giorni, ma in molto
minor tèmpo (*). Soavi alcuni racconti del nostro autore, specialmente quelli
di tipo robinsoniano, che s'aggirano nell'impossibile; ma i più, quelli che
hanno maggiore consistenza e vitalità, si contengono nell'orbita del verisimile
e con la poesia volgarizzano il sapere. Si potranno far valere contro di essi
le sottili ragioni che il Manzoni ricamò contro "il romanzo storico; ma
come il romanzo storico iiqh è morto per quei ragionamenti, così non muore
ormai, nò morrà, il romanzo scientifico. Il Popp nel suo libro pregevole
raccolse una gran quantità di indicazioni sugli imitatori del Verne, sorti in *
ogni parte d'Europa e d'America. Le scoperte fatte in Marte dall'astronomo
nostro Schiaparelli hanno già prodotto una vera fioritura di romanzi intorno a
Marte, ed a' suoi abitatori, ed a' suoi rapporti con la nostra Terra. E cosi
accadrà Popp, p. 41. i'2i Xel 1!K)1 certo Stiegler compi il giro de] mondo in
(i5 giorni e nel 1907 certo Canipell, giovandosi della ferrovia transiberiana,
in il giorni. Cfr. Porr, d'ogni altra scoperta scientifica atta a stuzzicare e
ad esaltare l' imaginazione. Ma purtroppo i seguaci non hanno, di consueto,
l'equilibrio, la sensatezza, la ponderatezza del maestro. Troppo spesso a loro
accade, come all'italiano Salgali, di subordinare ogni esigenza scientifica
filla fantasia più sbrigliata e, mirando solo a far colpo, di sottomettere le
esigenze della scienza e dell'arte e le limitazioni del buon senso al gusto
d'interessare e d'impinguare la borsa interessando. In questo caso, il romanzo,
divenuto pseudo-scientifico, non serve se non a provocare una iperestesia
fantastica, dannosa a tutti e segnatamente ai fanciulli. Di siffatta
degenerazione non diede certo Giulio Venie l'esempio. Nota aggiunta. — Pochi
giorni dopo pubblicato questo articolo (nel Fanfulla della domenica del "2
maggio 1909) fu scoperto ad Amiens il monumento di Oiulio Verne, dovuto a quel
medesimo scultore Alberto Roze, che già effigiò, a spese della famiglia, la
robusta statua della tomba del Venie nel cimitero dello Maddalena ad Amieus. Il
nuovo monumento consiste in un bel busto poggiante su di una stela elegante
a" piedi della quale un giovane viaggiatore sdraiato, in attitudine di
riposo, consulta una carta geografica, mentre dall'altro lato un giovinetto
legge con gran attenzione un volume del Verne e la giovane madre gli sta a
fianco assistendo alla lettura. L'inaugurazione segui il 9 maggio 1909 e le
feste ed i discorsi di quell'occasione possono leggersi nel Mémorial d' Amiens
di quel giorno e del successivo. * Patriottismo e socialismo di Arrigo Heine.
Dacché nou rivedevo il Walhalla, fatto edificare tra il 1830 ed il 1842 dal re
Ludovico I di Baviera, molt'anni erano trascorsi. Volli visitarlo in una
giornata precocemente autunnale e ne ritornai con un senso di profonda
tristezza. Quel gelido simulacro del Partenone impicciolito biancheggia su
d'una collina boscosa non lungi da Ratisbona: a' suoi piedi si svolge a larghe
spire il Danubio. Ira fantasia regale di Ludovico rievocante, nel
neoclassicismo dell'arte germanica di quel periodo, i più solenni monumenti di
Grecia e d'Italia, intese fare di quel tempio una specie di famedio sacro alla
memoria dei più celebri personaggi tedeschi, i cui busti sono allineati lungo
le pareti della sala jonica interna. Il busto di Arrigo Heine non ve lo trovai;
non già per una specie di vendetta postuma contro il gran flagellatore, che
canzonò così neramente il re Ludovico I nei Zeitgedichte e parodiò lo « stile
bavarico » delle sue iscrizioni del Walhalla ('). rna per una deplorevole
noncuranza d'ogni grandezza spirituale, per cui nessun busto nuovo fu collocato
là dentro da circa mezzo secolo, ali 'infuori di quello di Guglielmo I
imperatore, « der Siegreiche » come lo chiamano i Tedeschi. C'è da scommettere,
peraltro, che se anche la Baviera d'oggi fosse meno volta di quel che è agli
interessi materiali, il poeta di Dusseldorf non troverebbe la sua nicchia tra
gli ospiti del Walhalla. Troppo è tenace l'avversione contro di lui d'una gran
parte dei suoi connazionali, quell'avversione, in cui non riesco neppure ad
ammirare la rigida disciplinatezza ch'altri vi ravvisò non a torto r), perchè
mi appare meschina ed iniqua. Com'è risaputo, gli si rifiutò finora un palmo di
terra germanica, ove i suoi ammiratori potessero erigergli una statua: l'umile
sepolcro di lui, nel cimitero di Montmartre, fu abbellito da una donna
fantasiosa ed infelicissima, Elisabetta d'Austria, che già gli aveva costruito
un tempietto presso il suo Achilleion di Corfù (3); il monumento che un gruppo
di Rc 2. Elisabetta, sul cui bellissimo capo il triste fato degli Absburgo non
pesò meno dall'ereditaria psicosi dei Wittel DI ARRIGO HEINK nani voleva
erigergli, dovette migrare oltre l'Atlantico. Di Arrigo Heine la Francia ha le
ossa; Corfù e New York he serbano le sembianze effigiate; la Germania nulla. A
noi individualisti di razza latina codesto » ostracismo inflitto al genio dà
senso di pena e d'irritazione. E più ancora ci irrita l'asprezza con che lo
Heine Viene giudicato, non solo dal volgo partigiano ed incosciente, ma da
critici e storici rispettabili e rispettati, in opere serie e diffuse. Non
esitano costoro a riconoscere in lui un poeta lirico eminente ed a porlo a
fianco del Goethe per lo sviluppo tutto personale che diede al lieti germanico;
ma non sanno perdonargli la nascita israelitica, la simpatia per la Francia, la
leggerezza nel giudicare, e specialmente nel mettere in caricatura, tanta,
parte dello spirito tedesco, la scorrettezza della vita libertina, la mancanza
di carattere fermo, la perpetua ironia, degenerante talora in cinismo volgare.
I Tedeschi si sentono offesi dallo Heine in ciò che hanno di più caro e di più sacro;
i sentimenti della famiglia, della religione, della patria, della razza.
Compresi della loro attuale grandezza, vedono in lui un profeta fallito, che
dei germi di quella grandezza non intese nulla e all'entusiasmo e alla rude
tendenza tradizio snach. amava nello Heine specialmente la profonda tristezza
pessimistica, se dice vero il libro saturo di sentimentalismo del suo
confidente greco. Cfr. C. Christomakos, Iìeyhia di dolore, Firenze, 1901, pp.
240 41. naie della nazione contrappose il dileggio beffardo demolitore.
All'ebreo rinnegato per farsi eristiano, al cristiano rinnegato per divenire
ateo, al tedesco rinnegato per infranciosarsi, oppongono un dispregio acre e
pungente; non mitigato neppure dalle melodie dello Schubert e degli altri
interpreti musicisti dell'anima lirica heiniana. In molte parti questo loro
giudizio sembra ragionevole; eppure sostanzialmente essi hanno torto e riescono
ingenerosi. Abituato a leggere con simpatia e diletto le opere heiniane, da
molti anni io lo penso; ma non ero mai riuscito ad averne convinzione chiara e
fondata, come ne ho oggi, dopo aver letto il volume recentissimo d'uno squisito
scrutatore d'anime, Henri Heine penseur di Enrico Lichtenberger ('). Dello
Heine fu scritto non poco, in Germania e fuori, senza che con ciò siasi
ottenuta piena chiarezza sul soggetto. Ciò che meglio di lui si conosce ò
l'arte. Sui particolari della sua vita, breve ed infelice, si accumularono
notizie contraddittorie, radendo non di rado nell'indiscrezione pettegola,
lasciando nella storia delle sue relazioni non poche dubbiezze. Il suo pensiero
fu, di solito, trascurato, ovvero trattato in modo sbrigativo movendo dal
preconcetto che, in ultima analisi, di pensiero ne albergasse pochino in quel
cervello, e quel poco senza radici e a dir così fluttuante. In ciò vi ha, per
lo meno, molta esageParis, Alcan, lflOn. razione, e. non s'è tenuto conto,
com'era giusto e necessario, di elementi che in un giudizio siffatto dovevano
avere parte precipua, le condizioni somatiche dell'individuo c la sua
essenziale qualità dit poeta. Arrigo Heine fu un sensitivo ed un sensuale: la
sua poesia rampolla dafla sensività e dalla sensualità: ma è in parte fecondata
da un certo numero di idee politiche, religiose e sociali, che non è lecito
trascurare. Quando, nel 1830, poco più che trentenne, egli varcò l'amato Reno,
che lambisce la sua città natale, por esiliarsi volontariamente a Parigi, era
un uomo fallito, materialmente e moralmente. Avvocato senza vocazione,
negoziante inetto, con la testa piena di grilli e la tasca vuòta, senza
educazione morale solida, con inolto ingegno ed una sensitività morbosa, egli
andava incontro all'ignoto, in una gran" metropoli, sedotto da un fantasma
di libertà. Ci andava pur essendo ancora cosi giovine, con una gran dose di
pessimismo nell'anima, dovuta, oltreché a condizioni fìsiche, a delusioni
amorose. Tempra eminentemente erotica, egli s'era invaghito due volte in
Amburgo, nella casa dello zio milionario, Salomone Heine, prima della cugina
Amalia, creatura fredda e speculatrice, più tardi della sorella minore di lei.
Teresa, che i parenti calcolatori destinarono ad altre nozze. La massima parte
delle liriche del Bach der Lieder fu I'ATKIuTTIsMii K Si n. 1 A Usili i
inspirata da questi din» amori e da queste due crisi amorosi», allo quali
successero ben presto passionacci» libertine, i-hi» lasciavano il poeta
stremato di forze e melanconico. Quantunque non volesse ron venirne e sebbene
alla prima apparenza non sembri, la sua sensitività, a traverso le stesse orgie
sensuali, menava all'idealismo. Più tardi a Parigi, dopo disordini d'ogni
genere, di mezzo al bizzarro e degradante connubio, legittimato dal matrimonio
per compassione, con quella magnifica statua di carne da lui comperata, (die fu
Matilde Mirnt i';, spunta l'amore fragrante por la signora Krinitz. la poetica
Monche, cosi variamente giudicata dagli. studiosi delLo Heine ' ). Lo spirito
di lui ora soggetto ai più stridenti contrasti: ora angelo, ora demonio, e pur
troppo i molto malevoli videro il demonio e non vollero vedere l'angolo. Il
peggio è (die da se medesimo fece di tutto per calunniarsi o por mostrarsi
diverso da quello (die in realtà era. Il suo pessimismo lo portava all'ironia,
e l'ironia sapeva armare di tutte le punte della 117/ 'sigia' il germanica. Accortosi
delti j Le l>'" curiose notizie su Ini flirtino date -lo un
tv(jUPIitatore ili casa Heine. Alessandro AVeill. Voli I'iiiaiiim. Stilili e
ritratti letterari, Livorno [in. 17:2 sir;r. \'Ai E sia [une stata
un'avventuriera colei che in Francia amò chiamarsi Camilla tSelilen e con
questo nome [mlihlici'i un libro siurli ultimi giorni dello Heine: non è meli
vero ch'ella riuscì a penetrare come ragjllo ili luce nella tornila di
materassi i Àtatrazen^rut't i in cui il poeta languì ]>er otto anni i
lK4H-|S:Vli e che i]uiuili non pote essere un avventuriera vulvare. Il] AKKtlìI
l HKIXK l'effetto die faceva quel suo spirito indici volato, ne abusò lino al
inailirrismo. ne divenne la vittima .'). Disse male dei romantici ed in fondo
civi un romani ico egli pure; sparlò dei Tedeschi, e la >u»-i anima restò
tedesca fondamen1,'ilnienie sempre: mise in burletta il rraseendentalismo della
lilosotia germanica, e le sue teorie politiche e sociali germinavano dallo
hegelismo. Kcco perche, pur essendo assai migliore di quel che parve, egli
riuscì a farsi sprezzare e odiare da tanti. Tali enunciati avrebbero mestieri
d'una lunga (limosi razione, che non è qui il caso di sciol inare. IO già mollo
se riuscirò a far vedere clic lo Heine fu. anelli' contro voglia, tedesco, e
clic in politica egli si spinse di molto oltre al liberalismo comune e giunse
al più schietto socialismo, pur rimali 'lido aristocraticamente poeta. La
Germania filistea gli riusciva detestabile, è vero: ma (pianta dolcezza, quanta
alterezza gli ispiravano la terra tedesca, la lingua tedesca, i cosi unii
tedeschi! Chi non le sente codeste tenerezze di tìglio leggendo «pici suo
insuperabile f)eit/sf]ifiiin1 V Dopo tredici anni di esilio volontario, nel 1
9| col contrabbando delle idee più ardite rincantucciato nel cranio. Eccolo al
confine : il cuore gli batte più torte, gli occhi gli si inumidiscono, si sente
riconfortato; le stelle sul patrio suolo brillano d'una luce più viva. Poco
appresso si commuove a rivedere il vecchio Reno (mein Vater Rhein) al quale
pensò ognora con sentimento nostalgico. Nello scherzoso saluto a quelle quercie
sentimentali che sono gli abitanti dell'antica Westfalia. v'è un mal celato
compiacimento; nella splendida allocuzione ai lupi germanici egli si proclama
ancor sempre lupo: « Ich bin einWolf geblieben, mein Herz | Und meine Zanne
sind wolfisch ». La tipica cucina tedesca, a ventricoli latini cosi poco
confacente, gli è gradita come il saluto della madre; nei letti tedeschi di
piuma più dolce gli sembra il riposo f1). Altrove, nelle liriche, confessa che
talvolta il pensiero della patria lontana lo muove alle lacrime, e quando la
notte si desta l'imagine di essa non gli consente più il sonno. « Io credo,
dice egli « stesso, che questa ardente e pazza bramosia « si chiami amor di
patria » (s). E così era veramente. Il flagellatore di tante idee tedesche, di
tanti sentimenti tedeschi, non riuscì a Per tutto ciò si vedono i capit. I, V,
VII. Vili, IX, X, XII del Deutschlaml. Deutsrhlaud, caput XXIV. Fra i molti che
svelarono, con più numerose attestazioni, questo sentimento dello Heine, cfr.
CniARiNi, op. cit., pp. 329-32; Legbas. op. cil., pp. 283-**) e Ed. Esoel nella
sua prefazione alle Memorie postume di Enrico Meine, Firenze stedescarsi
giammai; la Francia, per cui nutriva tanta simpatia e a cui lo legava
gratitudine per ospitalità e benefìci di ogni genere che ne aveva ricevuti, fu
sempre per lui un paese straniero. D'altro lato ragioni ideali lo sospingevano
verso Parigi e dalla Germania lo staccavano. Sotto il vento de' cantici
immortali Piegavano crosciatiti Le selve delle vecchie cattedrali Con le lor
guglie e i santi. Rintoccava, dai culmini ondeggiando, A morto ogni campana, E
Carlo Magno s'avvolgea tremando Nel lenzuol d'Aquisgrana ('). Disse un poeta
nostro della poesia giacobina del biondo Arrigo, e non disse falso, perchè
realmente nei poemetti e nei Zeitgedichte, fra lo scoppiettare dei frizzi e le
bollature roventi del sarcasmo, freme e geme l' idea politica e sociale di un
ribelle. Qui talora l' inspirazione heiniana trova note inusate di solennità
formidabile, come in quella gran lirica dei tessitori che instancabili e
maledicenti tessono il lenzuolo funebre della Germania (2). Quella poesia, come
parecchie altre, come la più parte degli articoli che lo Heine mandò all'
AUgemeine Zeitung di Augusta, riflette l'idea" capitale politica che
alliCaupitcci, A un heniano d'Italia, nei friambi ed, epodi. (2; Abbiamo di
questa lirica una versione del Carducci nelle Rime nuove. gnò per tanto tempo
nel suo cervello e per cui erti così poco tedesco e tanto francese, l'idea
rivoluzionaria. Noi oggi, dopo tanti studi storici e politici, ci siamo formati
un concetto più sicuro di quel gran fatto che fu la rivoluzione francese; ma
nei primi decenni del XIX secolo non v'era via di mezzo nel considerarla, o
l'obbrobrio o l'ammirazione. Arrigo Heine fu della rivoluzione francese vero
ammiratore. Sin dalla sua giovinezza, quando diede il primo bacio alla rossa
Peppina, la nipote del carnefice tedesco, che si schermiva con la mannaia onde
erano stati decapitati cento poveri furfanti, sin d'allora, dice egli, T
sliauesimo la dottrina principale, l'amore del prossimo, ma se ne togliesse
l'autaii'onismo tìa la vila terrena e quella dello spirito, fra la terra e il
ciclo, quell'antagonismo con «-ni i prcli. predicando acqua in pubblico e
bevendo vino in seirrcto, hanno cantate la ninna nanna al tripiante popolo, al
grosso minchione. Noi vogliamo l'ominiqui sulla temi Il ri'amc (ti Dio.
Quniiji'iù i|iiaj;'{iiù voiiliaino essere l'elii-i. Non \oj;li;uii più
stentare; Ciò che il braccio iniadafnia, il pi^-ro ventre Non si' lo dee
pappare. Cresce pani' iiua^ii'i clic basta a noi Ed a' nostri fratelli; Ed il
piacere e la bellezza; r tose, E mirti anelie e piselli, Si, piselli per tutti
escono fuori Dai usci appena rotti. Lasciamo il cielo azzurro ai vagabondi
Angeli e ai passerotti'1' Idea semplice, senza dubbio: ma nella sua semplicità
sta la sua forza. Sono unicamente le idee semplici, che conquistano il mondo.
Legittimismo, bonapartismo, assolutismo, democrazia, repubblica erano tutte
cose per cui lo l'I) Trad. Chiarini (Iella iirrmnnìa. Di Ilrìnr p Ir
Salril-Srmonisme tratta egregiamente il Lichtenberger uel cap. UT dell'opera
sua. Heine si sfaldava solo fugacemente, prò o contro. Ossili contingenza ed
ogni lolla politica iì"1 i sembrava secondaria di fronte alla importanza
massima (lolla (picstione sociale, l'irai (li questo concetto >oil piene le
carte, e i tribuni delle nielli vi pnppagalloggiano .sopra i loro roboanti
discorsi: ma il pensarlo intorno al 1S40 non era di lutti uè era senza pericolo
allora il bandirlo « a' quattro venti. Il poeta divenuto giornalista di
straordinaria efficacia, osò tarlo, e prosegui por anni, su quella via,
incurante di stringere alleanze opportunisti' e poco sincere, incurante di
lauti guadagni, egli che puro aveva sempre tanto bisogno di quattrini. Tale
atteggiamento della sua attività non è abbastanza conosciuto nò a sufficienza
apprezzato. Lo apprezzarono solo alcuni fondatori di sistemi socialistici, come
Marx, che strinse con lo Heine amicizia, e fu suo compagno nella redazione del
]~ot'i. 1# 8-1X5 e o99-408. e H. BAituiEitA, La prinHpps^a Belgioioso^ stilano.
eminentemente parata e conservatrice, tre uomini, tutti tre di origine giudaica
tutti tre spuntati, per logica propaggine, dallo hegelismo, disciplinavano nel
cervello dal mondo le idee rivoluzionarie francesi dello spirato secolo XVIII,
dando loro sviluppo di cai-attere sociale e dignità di scienza. Non passera
molto e ne verrà fuori, nel 18(57, l'opera economica più importante del
socialismo europeo nel suo primo periodo, Das KapitaL Ma allora il povero Heine
riposerà orinai da undici anni nella tomba modesta del camposanto di
Montmartre. A lui che pur vide così addentro nei destini dell'umanità futura e
che combattè con ardire e pertinacia una battaglia pericolosa, senza spirito di
setta, senza speranza d'alcun guadagno uè prossimo" uè remoto, uè
materiale nò morale: a lui banditore di uguaglianza, il mescolarsi tra la folla
spiaceva e non arrossiva di confessarlo. Amico sincero del popolo,
rivoluzionario più che democratico, schivava i contatti coi molti e coi rozzi.
E un altro dei tanti contrasti già osservati nella sua natura. Pochi furono al
pari di lui aristocraticamente schivi della folla, forse perchè egli era, a
differenza de' suoi compagni nelle idee, un poeta. Al poeta ripugnano molte
cose che al freddo ragionatore fi) Bispetto alla grande parte che gli israeliti
ebbero nella prima propagazione del socialismo, molte e curiose osservazioni si
potrebbero fare. Vedi notato e commentato il caso anche dal Laveleve, he
socìcUimiie contemporain, !t» ediz., Paris sembrano logiche e naturali.
Nell'animo suo egli aveva dedicato un tempio alla bellezza, e la futura
tragedia sociale, a cui gli sembrava che l'Europa andasse incontro, sarebbe
stata sacrilega verso le manifestazioni più alte e più disinteressate del
bello. Dal fondo del suo pessimismo, avea pur sempre levato gli occhi azzurri e
penetranti verso il sole dell'ideale ed i beni mondani avea apprezzati solo in
quanto gli riuscivano necessari. Invece la potenza uguaglia trìce del
socialismo portava a collocare il benessere materiale al primo luogo e ad
aspirarvi come al maggiore diritto, cacciando in disparte le aspirazioni dello
spirito alla cultura ed alla scienza. Ciò riconosceva fatale; ma siffatta
fatalità della rivoluzione lo riempiva di angoscia secreta. La sua forte
individualità di artista non s'adattava ad essere pecora in una greggia ('). Se
la crudele malattia che lo consunse non lo avesse inchiodato a letto per tanti
anni, logorandogli l'energia di ogni lavoro che non fosse poetico, chissà come
si sarebbe risolto il dramma della sua anima, chissà se in lui avrebbe prevalso
la sincera tendenza socialista o l'individualismo prepotente del genio
solitario. Forse quella tempra tedesca di sognatore, balsamo e martello alle
sue piaghe, non avrebbe vinto in un organismo sanò, come vinse, per quel che
riguarda le idee religiose, nel lento sfasciarsi della gracile persona. Il
panteista ir ci) Lichtknhekgeh PATRIOTTISMO E SOCIALISMO riverente e
sarcastico, tra i patimenti inenarrabili e la disperazione cupa d'una infermità
senza ristoro, ridivenne credente nello spiritualismo nazzareno, riprese in
mano la Bibbia e vi si compiacque. Ma non si infeudò a nessuna chiesa positiva.
Il poeta (gli sembrava) è già di per sè in istato di grazia: a lui si aprono
spontaneamente le porte del cielo, senza bisogno uè delle chiavi di san Pietro
nè di quelle di ver un altro portinaio delle Chiese costituite. In questo poeta
ed in questo martire noi uomini moderni troviamo tutti qualche parte di noi
medesimi. I contrasti della sua anima sono quelli delle nostre anime; non
altrimenti che nei contrasti dello spirito altissimo di Francesco Petrarca gli
uomini dell'incipiente rinascita sentirono l'età nuova lottante col medioevo.
Senza essere come il Petrarca un genio universale, Arrigo Heine fu non meno di
lui uu genio rappresentativo. Vizi e difetti ebbe senza dubbio; ma amò assai e
assai sofferse, ed a chi amò e sofferse va perdonato molto. Oltre la fresca e
limpida vena del poetare, oltre la generosità del pensiero umanitario, oltre il
coraggio nel combattere per le sue idee, egli ebbe un pregio che (1;
LtCUTBNBEBGEB. nessuno può contestargli e di cui va tenuto gran conto, la
sincerità. Oggi, nella superba capitale della Germania unita, movendo dalla
colossale colonna su cui si libra dorata al sole la Vittoria glorificante la
gran conquista tedesca, s'apre fra la verzura e le piante annose del Tiergazten
la cosidetta Siegesallée. Disposte simmetricamente ai due lati del viale,
ergonsi trentadue statue di grand'elettori, di principi, di monarchi, dall'alto
medioevo all'età modernissima; dietro a ciascuna statua marmorea stanno a
corteggio due erme, coi busti di due personaggi ragguardevoli che fiorirono
nell'età di ognuno di quelli eroi e ne sovvennero, col consiglio o col braccio,
la potenza. Idea grandiosa certamente, ma non tale da suscitare entusiasmo,
giacché pur troppo più d'uno di quei vindici superbamente atteggiati vale
meglio nel marmo di quel che valesse in carne ed ossa, ed il visitatore anche
coltissimo deve non senza stento ripescarne le notizie grame nei recessi più
oscuri della memoria. Sfarzo, dunque, di compiacenza dinastica, monumento
d'imperialismo, che non ha eco nel mondo. Un'altra Siegesallée piacerai
prevedere che la Germania contrapporrà un giorno a quella berlinese, ove siano
effigiati altri trionfatori, ben altrimenti noti e civili e benefici; i
trionfatori del pensiero e dell'arte, tutti raccolti insieme, senza esclusioni
partigiane, senza predilezioni regionali, senza male prevenzioni politiche o
religiose. Questi sono i vittoriosi di tutti i tempi, i cittadini di tutti i luoghi,
ai quali il mondo s'inchina. E tra costoro, ben meglio onorati die nel Walhalla
di Ratisbona, penso che sorriderà la fiiccia arguta e splenderà l'alta fronte
geniale di Arrigo Heine, redento dalla potenza ultrice del tempo, riconciliate
col suo popolo, ch'egli amò sempre, tra la ironia scettica della sua
travagliata esistenza, di cosi fido e tenero affetto. Nota aggiuiTìa — Xe] Fan
f itila della domenica, 26 novembre l!)0ò. L'imperatore di Germania, che
acquistò l'Achilleiou di Corfù, ne tolse il simulacro di Arrigo Heine, che fu
venduto al banchiere Cainpe. Costui, fino ad oggi, non ha trovato modo di farlo
accettare da nessun sodalizio tedesco. Su queste storia poco edificante vedi
ciò che scrive G. A. Boiuìesk nel volume La nuova Germania, Torino, 1909, pp.
164 sgg. Adalberto Stifter novellatore. Nell'autunno del 190.T i paesi di
lingua tedesca echeggiarono in ogni parte delle lodi d'uno scrittore austriaco,
di cui in Italia neppure si bisbiglia. A questo scrittore furono consacrati
articoli, opuscoli, volumi: le edizioni popolari delle sue opere, dopoché nel
1898 fu terminato il trentennio di proprietà esclusiva, che dalla Casa editrice
Ileckenastdi Pesterà passato alla Casa Amelang di Lipsia, si moltiplicarono
rapidamente: all'obelisco eretto sin dal 1877 in suo onore sul Blockenstein
dell'amato Bohinerwald fu aggiunto nel maggio del 1902 un monumento a Linz, nel
quale lo si rappresentò adagiato presso ad una rupe in atto d'intenta e
tranquilla osservazione delle bellezze naturali; un altro monumento gli si
eresse pel centenario nella sua patria, Oberplan di Boemia, ed un terzo ne
vedrà presto sorgere l'antica e grande capitale dell'impero d'Austria, mentre
già a Vienna stessa, e a Budweis, e a Linz alcune vie sono chiamate col suo
nome; il sodalizio costituitosi per l'incremento della cultura tedesca in
Boemia fondò in Praga uno Stifter-Archiv, destinato a raccogliere i manoscritti
delle sue opere, i suoi carteggi, i documenti tutti che in qualche modo si
riferiscono alla sua vita, alla sua attività, alla sua reputazione; quel
medesimo sodalizio ha dato opera alla stampa d'una edizione critica definitiva
di tutti gli scritti, editi ed inediti, dello Stifter, che, assunta
dall'editore Calve sotto l'alta direzione di Augusto Sauer di Praga, consterà di
ventun volumi. E cosa singolare davvero che di questo scrittore, di cui suona
ormai cosi alto il nome in Germania e sembra che col volger degli anni la fama
acquisti sempre nuovo vigore, l'Italia non siasi mai occupata con qualche cura,
sicché tra i maggiori scrittori tedeschi dell'Austria egli è certamente il meno
noto. Per studi e per traduzioni sono conosciuti abbastanza nel paese nostro
Niccolò Lenau, Francesco Grillparzer e Roberto Ilamerling; nò si può dire che
alla cognizione diretta dello Stifter s'oppongano difficoltà idiomatiche o
difetto di famigliarità con gli usi locali, come accade per l'umorista
fantasiosamente insuperabile, che risponde al nome di Ferdinando Raimund. Ad
intendere le produzioni sceniche del Raimund, che fanno ancor sempre la fortuna
del Volks-Theater di Vienna, occorre esser addentro nello spirito del popolo e
del vernacolo viennese; mentre a leggere e a gustare 10 Stifter è unicamente
mestieri di conoscer bene 11 tedesco, cognizione che ormai non deve difettare a
nessuna persona colta non mediocremente. Alieno dalle esagerazioni, io mi
guarderò bene dall' innalzare lo Stifter su d'un piedistallo più elevato di
quello che gli competa, e mi terrò lontano dall' infatuamento a cui si
abbandonarono certi suoi ammiratori; ma non è esagerazione ne è frutto di
infatuamento l'asserire ch'egli è il maggior prosatore tedesco dell'Austria.
Vale quindi la pena che in breve se ne discorra la vita e se ne tratteggi
l'indole, ponendone in evidenza l'opera letteraria ('). Questo articolo risulta
non solo dalla lettura attenta delle principali opere narrative dello Stifter,
ma anche dallo studio della parte più notabile di quella assai larga
letteratura storico-critica che in Germania fu a lui consacrata. A Praga uscì
nel 1904 intorno a lui un volume di Litigi Raimondo Hkh (Adalbert Stifter, seiu
Lehen und seine lleite), che quasi tocca le 700 pagine in-8» grande. È un'opera
bio-bibliografica di estrema minuziosità, corredata di un ragguardevole numero
di documenti, condotta su molti carteggi inediti e col sussidio dei riferimenti
di quanti amici dello Stifter poterono essere consultati. Accrescono pregio al
volume, farraginoso invero assai, ma pure preziosissimo, la riproduzione di
tutti i ritratti noti dello scrittore, nonché di una parte dei suoi quadri e
schizzi, le vedute dei paesaggi che gli furono più famigliari e di cui scrisse,
i disegni delle case da lui abitate e fin dei suoi mobili prediletti. Più di
cosi non si potrebbe fare! Fra gli scritti critici intorno allo Stifter trovo
segnalabile sempre un libro ormai vecchio: Enti. Kuh, ZweiDichter
Oesterreiclis, Franz Grillparzer und Adalbert Stifter CPest, Heckenast, 1872;.
Buono nella letteratura recentissima il volumetto di W. Koscn, Adalbert Stifter
eine Stadie (Leipzig, Amelang,), che fa seguito ad un'indagine letteraria del
Kosch medesimo, uscita a Praga, Adalbert Stifter und die Bomantik. Nella
alluvione di articoli ed opuscoli che portò seco il centenario, merita il primo
posto il numero speciale (an. IV, n. 12, settembre 1905 1 che allo Stifter
consacrò la rivista mensile Deutsche Arbeit di Praga, perchè vi sono parecchi
articoli con nuovi documenti, massime intorno alle amicizie dello scrittore di
Oberplan. L Siete mai passati dalla Boemia in Baviera? 11 confine occidentale della
terra boema è naturalmente segnato da un succedersi di monti boscosi, che ha il
nome di Bòhmerwald. Nella parte più meridionale di quella regione montagnosa
scorre limpida nella sua giovanilità presaga di grandezza la Moldava, e dove la
valle prima angusta di quel fiume czeco si allarga, giace in pittoresca
posizione, adagiato sulle pendici erbose, il villaggio di Oberplan, e i boschi
gli fanno corona. In una di quelle tranquille casette dal solo pianterreno, che
tanto piacciono alle popolazioni rusticane dei piccoli Slavi, in una casetta
che dai restauri in fuori, imperiosamente imposti dal tempo roditore, si
conserva oggi ancora tal quale, vide la luce in Oberplan il 23 ottobre 1805
Adalberto Stifter, da un agricoltore che avea dapprima esercitato l'industria
della tessitura e dalla figlia d'un macellaio. Non la madre, creatura soave, «
lago senza fondo d'amore », ritrasse egli nella sua lunga opera descrittiva di
uomini e di cose, ma l'ambiente domestico e specialmente la nonna, Frau Ursula
Kary, nel racconto Ileidedorf, da lui già abbozzato in ginnasio. Come il Felice
di quel racconto è in gran parte l'autore medesimo, cosi ritrae la figura
idealizzata dell'ava veneranda quella vecchia nonna di Felice, che nella sua
vita laboriosa ha letto un libro solo, la Bibbia, e per 70 anni lo ha elaborato
nella vivace fantasia, sicché le voci della sua anima austera e mite trovano
spesse volte nel suo umile discorso di popolana la'solennità sacra
dell'espressione scritturale. Nell'infanzia dello Stifter le narrazioni
fantastiche di quella vecchia, non dissimili da quelle della nonna di
Katsensitber, influirono assai ad atteggiargli all'arte rappresentativa l'anima
tenera e pronta, come sul giovinetto Goethe potè non poco la gioconda madre
Elisabetta, inesauribile narratrice di fiabe e di leggende. Se non che sul capo
del povero Adalberto, che faceva ormai progressi sotto la guida intelligente
del maestro del villaggio, Giuseppe Jeune, s'addensava un nembo procelloso. Nel
1817, a 12 anni, un tragico infortunio lo orbò del genitore; l'infelice madre
di lui rimase vedova, senza mezzi, con cinque figliuoletti. Energicamente venne
in soccorso il nonno materno, la cui onesta figura è ritratta in Granii-, e
malgrado i presagi di qualche corvo di malo augurio e difficoltà materiali
d'ogni genere, egli volle che il fanciullo proseguisse gli studi e lo allogò a
percorrere il ginnasio nella non troppo remota abbazia benedettina di
Kremsmunster nell'Alta Austria, asilo di cultura molte volte secolare, ricca di
libri, di quadri, di raccolte antiquarie e naturalistiche. Quivi il giovinetto,
sebbene strappato così precocemente alla famiglia, vinse ben presto il troppo
naturale sentimento nostalgico e si trovò, negli studi, come un pesce nella sua
acqua. A Kremsmunster compi con onore l'intero corso classico medio, e per quel
ch'è della letteratura influì colà massimamente sull'animo suo il padre Placido
Hall, che si dice sia ritratto nel candore dell'anima, nella vita parsimoniosa
e segnatamente nell'amore intenso ai fanciulli, in quel parroco singolare che è
protagonista del bel racconta Kalkstein. Sin d'allora lo Stifter si senti
prepotentemente attratto all'arte, e gli studi di scienze naturali, condotti
innanzi con fervore nelle raccolte dell'abbazia, non intiepidirono punto in lui
l'ammirazione per la natura bella e grande, che gV ispirava versi e lo induceva
a dipingere i suoi primi acquarelli. Cosi tra le brune tonache benedettine,
nell'austerità d'un glande monastero, si venivano maturando nello Stifter
quelle tendenze ideali, che dovevano costituire la gioia ed il tormento della
sua esistenza. Passato nel 1826 all'Università di Vienna, fu indotto dalle
esigenze pratiche della vita a seguire il corso giuridico; ma nel tempo stesso
frequentava lezioni di scienze naturali, di fìsica, di matematiche, e per
impinguare un po' il borsellino, ch'era sempre magramente fornito, dava lezioni
private in case signorili. Ciò gli permetteva di procurarsi il godimento di
frequentare concerti e teatri, che costituivano per lui, insieme con le raccolte
di pittura, la massima attrattiva. Fra gli autori drammatici era specialmente
lo Shakespeare che gli incatenava l'attenzione e gli commoveva gagliardamente
l'animo sensitivo; nel suo romanzo Nachsommer è descritta coi colori
dell'esperienza propria la recita del King Lear e l'effetto che può fare sui
giovani. La Vienna di que' tempi non era la suntuosa metropoli de' giorni
nostri: la vita vi si svolgeva àncora semplice, bonaria, gioconda, d'una
giocondità e d' una bonarietà che avevan bensì qualcosa di borghesemente
ristretto, ina tuttavia erano tipicamente caratteristiche. Le impressioni di
que' giovani anni, tutti dati alla spensieratezza e all'arte, sono descritte
nel racconto Leben unti Hanshalt*dreier Wiener Studenten, ove lo Stifter narra
di sè e de' suoi due fidi compagni, Anton Mugerauer e Franz Schift'er. La
Vienna di que' giorni fu ritratta con mirabile efficacia negli scritti Aus dem
alien Wien, editi dalPAprent nel voi. II delle Vermiscìite Schriflen; più
generalmente nota è, tra le Erzàhlungen, quella intitolata Ehi Gang durcìi die
Kalakomben, che descrive una visita nei sotterranei del tempio viennese di
Santo Stefano, destinati a cimitero, la cui solitudine tetra di sepolcreti
stride con la vita multiforme e assordante che si agita di sopra, nella piazza
e nel vicino Graben, che erano allora, e sono in parte anche ora, il cuore
della metropoli austriaca. Sulla cattedrale di Santo Stefano meditava un libro
intero. In parecchi altri scritti lo Stifter ritrae con la sua impareggiabile
perizia descrittiva qualche recesso della vita o della topografia viennese; ma
in nessun luogo forse più felicemente che nella seconda parte del Tur mal in,
ov'è quell'aristocratico, ma remoto, triste, deserto, cadente « Perronsche
Haus», che nell'evidenza de' suoi tratti ha la precisione d'una miniatura. Cade
nel periodo di quel soggiorna viennese dello Stifter il suo primo,
fervidissimo, non mai estinto amore per la giovinetta Fanny Greipl, nata essa
pure nel Bóhmenvald e precisamente nell'amena borgata di Friedberg. Quando quel
legame si strinse, Adalberto aveva 23 anni e Fanny 20. S'amavano passionata
mente, con tutto lo slancio, con tutta la devozione d'un primo amore in anime
nobilmente disposte, ma all'eccesso infiammabili. Se non che la fanciulla era
abbastanza agiata e lo Stifter era povero e senza prospettiva d'una carriera
soddisfacente. La madre di Fanny gli fece intendere che non era prudente
continuare ima relazione di cui pel momento non si vedeva esito alcuno, ed il
giovine addoloratissimo si ritrasse, pur sempre sperando di potersi un giorno
presentare con un impiego decoroso. Nel Nachsommer l'amore infelice del barone
di Risach e di Matilde rispecchia questa condizione psicologica; come in
Heidedorf è rappresentato lo strazio della rottura. Giacché la rottura
definitiva venne in una lugubre giornata del 1833: Fanny pregava Adalberto di
non scriverle più perchè s'era fidanzata ad un serio ed onesto impiegato, che
avea la compostezza e la borghesia grassa fin nel nome, Josef Fleischanderl. Si
sposarono il 18 ottobre 1836 e la bella Fanny moriva di parto il 12 settembre
1839. Allora lo Stifter era già coniugato, perchè il 15 novembre 1837 aveva
condotto all'altare una vezzosissima morava, Amalia Mohaupt, poverissima, che a
Vienna faceva la sartina c la modista, ed il cui padre, ufficiale a riposo,
viveva lontano, in Ungheria, La bellezza femminile, che potè sempre tanto sui
sensi e sullo spirito del nostro scrittore, lo indusse a stringere rapporti con
la signorina Mohaupt, la quale non si lasciò sfuggire l'occasione d' un
matrimonio civile. Sinché visse Fanny il cuore dello Stifter continuò ad essere
con lei: dopo si volse maggiormente ad Amalia ed egli in molte lettere disse la
sua unione felice, e manifestò per la moglie vivissimo affetto. Nò si può dire
che questa non lo ricambiasse, anzi è generalmente riconosciuto che negli anni
infermi della vecchiaia lo assistette con esemplare premura. Ma ad essa
mancarono le doti d'intelletto e di cultura necessarie per intendere un uomo di
spirito non ordinario, un artista nato; e l'essere rimasto quel matrimonio
senza figliuoli non permise la comunità d'interessi e d'affetti, che molte
volte cementa unioni matrimoniali non bene assortite. Vissero insieme più di
trent'anni senza urti e senza scosse; l'abitudine rese tollerabile e financo
gradito un vincolo che s'era stretto, da una parte per attrattiva fisica,
dall'altra per interesse. La descrizione della visita fatta dal maggior
biografo dello Stifter, lo Hein, alla vedova di lui, sopravvissutagli sino al
1888, non ce la mostra certo sotto la luce migliore. V'ha poi in quella donna
qualche tratto, che si direbbe tradire grossolanità di sentimento: ad esempio,
la vendita, per 800 fiorini, all'editore Heckenast delle lettere a lei dirette
dal marito. Le speranze d'un impiego nell'insegnamento pubblico, che lo Stifter
aveva vagheggiato nei primi anni del suo matrimonio, andarono deluse. Egli
viveva meschinamente dando lezioni in case sovratutto patrizie. Quella del
principe di Mettermeli, di cui istruì i figliuoli, gli si doveva aprire più
tardi, nel 1844. Allora era già noto come scrittore, poiché il suo primo
l'acconto, il Kondor, uscì nella Wiener Zeitschriff, e nel medesimo anno
comparve lo studio Feldblumen nella rivista Iris di Pest. Cosi si avviava la
preziosa amicizia dello Stifter con l'editore intelligentissimo Gustavo
Heckenast, senza del quale forse il novellatore boemo si sarebbe dato alla
pittura anziché all'arte dello scrivere. Lo Heckenast di Pest, che non valeva
meno come suscitatore d'ingegni e giudice di produzione letteraria di quel che
valesse come abile amministratore ed accorto mercatante, diresse e consigliò lo
Stifter, sovvenne ai suoi bisogni materiali, che spesso lo angustiavano,
rinfrancò il suo coraggio, aiutò a diffondere la sua reputazione di scrittore.
Abituati a vedere troppo spesso negli editori non altro che sfruttatori del
lavoro intellettuale altrui, impresari materiali e gretti dell'opera
dell'ingegno, una specie di Medebac sempre solleciti a mortificare ogni slancio
che non torni d'immediata utilità alla cassetta, ci impone ammirazione e quasi
tenerezza questa amicizia di due uomini così variamente dotati. Lo He ADALBERTO
STIFTER NOVELLATORE J1Ó ckenast si procurò molte simpatie presso parecchi
scrittori tedeschi; tutti i biograti dello Stifter ne parlano con sincero
encomio, e di recente A. Schlosser, col sussidio di carteggi inediti, ha
illustrato quella nobile esistenza. Lo straordinario successo che ebbero i
primi racconti dello Stifter disseminati per le riviste, incoraggiò nel 1844
l'edizione dei primi due volumi degli Studien. Cosi la t'ama dello scrittore
restò fissata definitivamente e si sarebbe'anche estesa con maggiore rapidità,
se non venivano a trasformarla i gravi avvenimenti del 1848. Lo Stifter non era
un rivoluzionario; anzi l'insurrezione viennese di marzo lo costernò
profondamente. 11 suo spirito mite rifuggiva dalla violenza; le sue convinzioni
religiose informate al cattolicesimo gli imponevano ossequio all'autorità
costituita. Tuttavia esagerano il Kosch ed altri quando lo dipingono coinè un
reazionario. Sebbene bazzicasse, per necessità di pane, nelle famiglie più
aristocratiche di Vienna, egli fu sempre considerato da esse come un parvenu:
in quella classe sociale trovò una sola amica veramente fida, la baronessa
Luisa di Eichendorff, sulle cui lettere al nostro autore il Kosch ha di recente
dettato un'interessante memoria. Nel suo petto egli sentiva battere un cuore di
popolano, e sangue di popolo era quello che gli scorreva nelle vene ; sicché se
della rivoluzione, deplorava le violenze e gli eccessi, non era cieco ad alcuni
suoi giusti moventi. L'uomo che, a quanto ci attesta Emilio Kuh, aveva fatto oggetto
di Ilf. speciali stadi Ja rivoluzione francese e area in animo di scrivere un
romanzo su Massimiliano Robespierre, non poteva schierarsi inflessibile fra i
nemici della libertà e chiudere a questa il suo gran cuore di artista e di
educatore. Fondamentalmente il suo indirizzo era di conservatore, ma
conservatore illuminato, non arcigno, nè intollerante, conservatore amante del
progresso ed in ispecie della soda educazione popolare. Tanto è vero che nel
decennio di reazione, prodotto dai moti del '48 in Austria, una sua antologia
scolastica, ch'egli aveva messa insieme con l'amico Aprent, fu dal Ministero
dell'istruzione austriaco vietata in tutte le scuole austriache perchè troppo
poco ortodossa. I trambusti politici mal si convenivano al diffondersi dei suoi
racconti, sicché d'allora in poi, tratto dall'imperiosità degli avvenimenti non
meno che dall'indole propria, si diede con fervore all'educazione e
all'istruzione del popolo. Per questa via pervenne finalmente ad ottenere un
posto, che gli assicurò una posizione finanziaria, se non lucrosa, almeno
decente. Il ministro dell'istruzione pubblica, Leo Thun, lo nominò ispettore
per le scuole popolari dell'Alta Austria, con residenza a Linz. Nel giugno del
1850 quell'ispettorato gli fu conferito provvisoriamente, quasi a modo di prova
: con decreto del 5 febbraio 18òò l'ufficio si trasmutò in stabile, e nello
stesso tempo Linz, la piccola ma ridente città sul Danubio, divenne la sua
seconda patria, d'onde il nostro Adalberto non s'allontanò, se non temporaneamente,
e dove lasciò le sue ossa. Nei tredici anni ch'egli visse colà, la sua vita fu
divisa tra l'ufficio e l'arte. L'ufficio lo occupava immensamente: egli pose
ogni suo zelo nel fare il bene e, come sempre accade, si trovò impigliato in
brighe molestissime e fu amareggiato da gravi dispiaceri. L'anima
impressionabile di lui si sentiva sopraffatta della marea montante delle
piccole animosità, delle meschine codardie, degli interessucci personali
molteplici, che d'ogni parte gli facevano ressa e gli impedivano l'operosità
benefica nel campo dell'istruzione. L'ufficio in cui aveva portato tanto
entusiasmo e tanti nobili propositi, gli divenne poco per volta catena quasi
insopportabile, che rodeva il suo fisico e deprimeva il suo morale. Parecchie
sue lettere ci sono conservate, in cui dà sfogo all'interna amarezza. Unico
conforto, nei giorni desolati, l'arte. Non lasciò in pace mai nè la matita, nè
il pennello, nè la penna. Disegnò, dipinse, scrisse, con crescente fervore.
Accrebbe il numero dei suoi Studien, compose in un volume i Bunte Steine, donò
a riviste qualcuna delle sue Erzahlungen, diede opera ad iin romanzo singolare,
Nachsommer. L'ala della sventura colpì di nuovo, e ben sinistramente, la sua
povera casa. Dolorosa, sebbene attesa, riusci allo Stifter la morte della madre
adorata, £he segui il 27 febbraio 1858; ma ben più amara dovette parergli la
sparizione tragica della sua figliuola adottiva Giuliana nel marzo del 1859. A
18 anni quella giovinetta bizzarra abbandonò la casa che Be.vier Svaghi Critici
27 US U> AI .Hi: li Tu sTIK'l Kl! XoVEI.I.ATOUK In aveva ospitata,
lasciandovi un biglie! to tor1*1 1 »1 1 1 n i m i ti» ., p. 3. Bald., II, pp.
24849. Bald.. glie di lui, ohe diverrà un giorno la protagonisti della novella
Frau Regel Amrain (*). Fra quella buona gente egli si consolò alquanto della
mortificazione sofferta; ma non si che non cominciasse fin d'allora
quell'amarezza nel suo spirito, che doveva accompagnarlo per gran parte della
sua vita e che si suole ravvisare quasi sempre negli autodidatti. Là si decise
pure a voler divenire paesista ed ebbe la sventura d'imbattersi in un maestro
convenzionale e senza criterio, Pietro Steiger che è lo Habersaat del Heinrich
f\ Lo jcor resse poscia di molte viziature Rodolfo Meyer, che è il Roemer del
romanzo; ma Goffredo non potè profittarne quanto avrebbe voluto perchè quel
poveretto nel 1838 impazzì (3). Così egli rimase novamente abbandonato a se
medesimo e ai suoi ideali, non ancora ventenne. Fu allora, dopo avere
accompagnato al cimitero un'esile e gentile amica d'infanzia, Enrichetta
Keller, suo primo amore, che è la piccola Anna del romanzo (*); fu allora che
decise di recarsi nella metropoli artistica della Germania, Monaco, per trovare
avviamento e fortuna. Vi trovò invece qualche ebbrezza momentanea, la compagnia
diversa di artisti scapigliati, ma nessun profitto serio, anzi la convinzione
di essere un pittore Bald., p. 27. Bald., p. 30. Bald., pp. 38-39. (4) Bald.,
pp. 40-41. Anche, la Giuditta de] romanzo ha un fondo di vero, ma che si lascia
meno precisare. Cfr. Bald., p. 42. ALC'UNC'HK VI KELLKK J40 mancato l'i. Questo
fa il dramma della sua giovinezza, descritto con tcaftrheit unti diclitung
nelle pagine deìVJùirico, rappresentato nella più inde schiettezza dalle
lettere alla "madre, che il Baechtold ha fatto conoscere. Quella povera
madre si legava il pan di bocca per soccorrere il figliuolo, che continuamente
le chiedeva danaro e danaro, ed era ingolfato sino agli occhi nei debiti.
Finalmente, nel 1842, battè melanconicamente la via del ritorno, senza trovare
sulla sua via nessun cónte benefico e romanzescamente mecenate, ma, in
compenso, trovando ancor viva ed arzilla la genitrice con la sorella. Dal 1842
al 1848 stette a Zurigo, in famiglia. Viveva fra gli stenti, ma almeno non
pativa la fame. E a poco a poco si venne allora svegliando . in lui lo
scrittore; anzitutto il lirico, al contatto dei commovimenti politici del
tempo, poi il narratore e descrittore. Non potè gran fatto su di lui un secondo
amore, pure sfortunato, per Luisa Rieter di Winfcerthi.tr, la amabilissima
Figura Leu del Landvogt von Greifensee^): ormai egli aveva Ben lo dice Max
Koi'H (ffeseh. der deutxchen Lite-rat» r, Stuttgart, 1895) « gleich Scheffel,
ein verungl iickter Maler » (p 255). Questa è pure l'opinione di C. Brcn, .
Cominciò anche a pensare al romanzo del pittore mancato, al Grune Heinrich, che
condusse a termine in mezzo ad incertezze, a pentimenti, ad interruzioni, e poi
rifece durante una lunga serie d'anni (3). Intendeva, peraltro, il Keller che a
divenire scrittore gli era mestieri di allargare e consolidare la propria
cultura. Ottenne, pei1 buona sorte, un sussidio dalle autorità cantonali e con
esso potè recarsi e vivere prima a Heidelberg, poi a Berlino. A Heidelberg
giocondamente, freBald., I, p. 193. Bald., I, p. 89. Non era dir poco, perchè
al K. la birra ed il vino piacevano assai. Cfr. B., II, pp. 320-21 e III, p.
124. L'abitudine teutonica del kneipen non la smise mai. Cfr. Bald., . è
narrata e documentata la storia del Grane Heinrich. quentando l'università e
stringendo relazione col filosofo Feuerbach, che influì massimamente sul
concetto religioso del nostro scrittore ('); a Berlino, ove dimorò dal 1850 al
1855, con grandi privazioni, messo di nuovo per una strada che non era la sua,
quella della drammatica (*)• Per buona ventura se n'accorse in tempo e non vi
si incaponì, come nella pittura. Egli aveva ormai la coscienza della propria
potenzialità artistica e sorretto da essa tornò di nuovo a Zurigo, dopo sette
anni non infruttuosi di dimora in Germania. Aveva cominciato a scrivere
novelle, e tra novelle e liriche prosegui per il resto della sua vita. Dal 1856
al 1861 visse tranquillo nella sua città svizzera, che non era ancora il
fiorente centro industriale d'oggigiorno, conoscendo molti spiriti eletti, tra
cui Riccardo Wagner, ch'egli ammirava (3). Nel 1861 un colpo di buona fortuna
gli procurò l'agiatezza con la nomina di primo cancelliere del cantone di
Zurigo, impiego che egli tenne con zelo ed intelligenza pei1 quindici anni.
Quell'occupazione, che non era puramente materiale (*), valse a disciVedi B.,
I, pp. 832-38. 3ti3, J07-8. La religiosità del K., conforme al suo ideale
repubblicano, scostavasi da] cristianesimo come da qualsiasi altra religione
positiva. Cfr. O. Fikjmmei.. (iottfr. Ketlers relitjitìse Entirickluni), iu
Deutsehe liunclschau. voi. Ili (1802i, pp. 367 sgg. In appendice al II voi. de]
B. souo pubblicati gli abbozzi drammatici delK. Teresa è l'unico condotto abbastanza
innanzi. Cfr. anche Bali»., pp. 104-7. B., II, pp. 307 sgg. i li lUus, p. 211.
plinare il suo spirito, che fino allora non ora stato costretto da veruna
disciplina ('). La madre vecchierella, chiudendo gli occhi nel 1864, aveva la
consolazione di lasciare il figliuolo, che le aveva costato tanti sacrifizi, in
buona condizione materiale e generalmente onorato. Nel 1869 l'università di
Zurigo lo creava doclor honoris causa. Per poter attendere con maggior lena a'
suoi scritti, si dimetteva nel 1876 da cancelliere, e con la sorella, che gli
fece da massaia, visse per dodici anni vita semplice e quieta. Regala gli mori
nel 1888 ed egli ne fu afflittissimo, sebbene il carattere di lei (e
specialmente la sua levatura) molto differisse da quella del novellatore. Nel
1889, quando la Svizzera e la Germania commemorarono il suo settantesimo
natalizio, gli fu presentata una medaglia disegnata dall'amico dei suoi vecchi
anni, il celebre pittore Bocklin ('). Egli l'ammirò senza dir parola, ma le
lacrime gli spuntarono sul ciglio e concluse: « Signori, « è la fine della
canzone, das Elide rom Lied! « Sento che non ne avrò più per lungo tempo » (3).
Un anno dopo, il 15 luglio 1890, egli non era più di questo mondo. (li B., II,
pp. 817-1». L'effigie della medaglia è riprodotta uell' Eniporium, li (1*4*5.1,
p. lt>4, ed ivi a p. loft é pure la bella incisione dello Staiiffer che
rappresenta il K. seduto, in età già avanzata. Per l'amicizia col Bocklin vedi
B., Ili, p. 315. Bami., p. 368. L'ultimo anno della vita del K. è descritto de
L'ita da Adolfo Frey nella Deutsche Rundschau Vigorosa, se non molto simpatica,
natura d'uomo; diritta, rude, sincera, con gli altri e, quel eh' è più raro,
con sè. Uomo talora, nella sua irascibilità, alquanto grossolano: diffidente e
acido negli ultimi anni, ma non mai vano uè fatuo. Semplice, solido, ordinato
come un perfetto borghese, senz'averne né la pedanteria uè il filisteismo.
Patriota, liberale, larghissimo nelle idee. Innamorato della sua arte:
multiforme nell'umorismo: svizzero. * Sopratutto svizzero. L'elvetismo di
Goffredo Keller è la sua gran forza: si percorra la storia letteraria della
Svizzera tedesca (') e si vedrà ch'egli ne raccoglie l'eredità intellettuale e
molale. Egli è perfetto rappresentatole, paesista della penna, ora idillico ora
umorista, ora pensatore oia fanciullo. Ha degli svizzeri tedeschi l'ingenuità
primitiva e giuliva, ed a tempo e luogo la causticità e la riflessività
melanconica. E uno scrittore tipico della sua razza e come tale vuol essere
studiato ed amato. S'è detto e 'ripetuto ch'egli subì gl'influssi del Richter
(Jean Paul) e dei romantici tedeschi. Tieck, Brentano, Amadeo Hoffmann; fu
accostato remotamente allo Sterne, prossimamente a quel suo connazionale
pastore d'anime ch'ebbe in letteScrìsse egregiamente questa storia J.
Baechtolh, (lescltichte der ileulnchen Litentlur in rìer Hrhiceiz, Frauenfeld.
ratura il nome di Geremia Gotthelf e che, con intento di moralità, osservò e
rudemente ritrasgg tanta parte della vita popolare svizzera ('). Non dirò che
codesti avvicinamenti siano fuori di luogo; ma in realtà il Keller ha una
personalità artistica tutta propria, che si stacca da ogni modello. Romantico
nel fondo, come ogni buon tedesco, ha talora crudezze di realismo che lo
avvicinano allo Zola, ha talora ironie e stridori di contrapposti che fan
pensare allo Heine (*). Ingegno lirico il Keller non fu, sebbene scrivesse gran
numero di poesie, alcune tra le quali felici, ma le più mediocri. Manifesta
anche nella lirica un senso vivo della natura; ma è troppo ragionatore, troppo
epico, se cosi fosse lecito esprimersi. Questa medesima tendenza epica gli fu
d'intoppo a riuscire nel dramma. Ne gli valse abbastanza pel romanzo: notai già
i gravissimi difetti di composizione dett' E)i>-ico il Verde: difetti non
dissimili si possono ravvisare Quest'ultimo confronto è di J. BnritnKAC in un
articolerò, npl resto superficiale e poco sensato, intorno al IC, che si legge
npl volume Po°le.i et humorisleit tip V Alleniityne, Paris, Hachette, 1H0(>.
Sui rapporti del K. con lo Heine vedi B., 11, pp. 32.~> sgg. Non é troppo
giusto ciò clip osserva in proposito il Tìai-d. a p. 361. Ampio e pazientissimo
lavoro è quello di P.vrr. Bui xsek. Slmììen unrì BeilrOge zìi Gotlfr. Krìlers
Li/rik. Zurich. lHOli. Col confronto dei mss. vi è studiata la tecnica della
lirica kelleriana; con l'aggiunta di poesie oramai divenute rare e d'un
poemetto inedito. Sulla lirica del Keller leggasi un articolo del Sri-GER GrEBi.so
nella Beilage. rìer Milm-hener Xeueslen Ximhrifihle.ii, nel Martin Salander,
romanzo della vecchiaia, composto con intento sociale e con quella fosca
concezione pessimistica del presente, che trionfava in quel tempo nel romanzo
russo e nel dramma ibseniano. Dell'opera amara, in cui prevale la proverbiosità
querula d'un laudato»' temporis adi, l'autore stesso fu malcontento (,').
Prescindendo dalla tendenza che vi è palese, lontana troppo dalla serenità
dell'arte e dall'ottimismo proprio allo spirito del Keller, due difetti suoi vi
riescono quasi insopportabili, la prolissità e la ineguaglianza.
L'ineguaglianza che il Keller aveva nel carattere è anche nella sua arte:
questo il motivo principale per cui la sua innegabile inclinazione all'epica
non potè svilupparsi bene nel largo quadro del romanzo. La novella, invece, era
il componimento che meglio gli si confaceva. Paolo Heyse lo proclamò un giorno
« lo Shakespeare della novella* >, e questa designazione fu ripetuta da più
di uno. Non esageriamo e non tiriamo in ballo certi santi, che è meglio
lasciare nel loro paradiso. Goffredo Keller era troppo tozzo per poter raggiungere
in alcun modo la statura gigantesca di Guglielmo Shakespeare. Tuttavia giova
riconoscere che come novellatore egli è davvero ragguardevolissimo, uno dei più
ragguardevoli e significativi e rappresentativi, forse, che abbia avuto
l'Europa nel secolo XIX. Bald., ALCUNCHÉ DI KELLER Lo tre raccolte di novelle
del Keller tendono tutte a raggrupparsi intorno ad un concetto unico, che funge
in vario modo da cornice. È l'antica consuetudine delle raccolte novellistiche
indiane, di cui i più insigni documenti occidentali sono il Decameron ed i
Canterbury tales; ma come fu osservato, per l'intento didattico della cornice
il Keller s'accosta all'India più che al Boccaccio, a' suoi seguitatori
italiani e a Chaucer. Nella Gente di Selcila (Die Leale ron Seldicyla),
raccolta di dieci novelle, le prime composte tra il 1853 e il '55, le altre
uscite solo nel 1870, Selvila è una città immaginaria, collocata leggiadramente
a solatio « irgendwo in der Schweiz », in qualche parte della Svizzera, sicché
le novelle che s'inquadrano nei pressi di quella cittaduzza, cinta di vecchie-
mura epacificamente assaporante la carezza del sole, che fa maturare le sue uve
e fa sorridere le sue case, rappresentano vari aspetti del carattere elvetico,
o meglio dei campagnoli e dei borghesi della Svizzera tedesca (*). Le Nocelle
zurighesi (Zùricher Norellen), cinque di numero, uscite in redazione definitiva
solo nel 1876, hanno bensì tutte uno scopo storico, quello di presentare lo
spirito svizzero in varie età, dall'evo medio al sec. XVIII, il periodo fedi
Cfr. W. Scheheh, nella Deutsche lìuntìm-h^, voi. 17, p. 824. Non devesi
tuttavia dimenticare che anche i novellieri nostri avevano V intenzione di
ammaestrare. (•2) Scrivendo quelle novelle pensava il K. che ne venisse • ein
artiger kleiner Dekanieron come è detto in una sua lettera del 16 aprile 185U.
Vedi B., tó7 lice del Bodmer e del Gessner; ma almeno le tre prime
s'incorniciano nell'ammonimento che un saggio padrino vuol impartire al
giovinetto Giacomo, il quale ha il ticchio di voler riuscire ad ogni costo
originale. È, in altri termini, una lezione esemplificata di ciò che vale e
vuol dire la vera, la buona originalità. Anche Vepigrauiìna (I)a$ Sinngedicht),
se non una vera e propria cornice, ha un leitmotiv, il matrimonio ed i diversi
e gravi problemi matrimoniali, che trattennero sempre il Keller, pur tanto
ammiratore del bel sesso ed amico di più d'una donna, dal decidersi ad
ammogliarsi. Se mi si chiedesse quale di queste raccolte di novelle io stirai
la migliore, sarei alquanto imbarazzato nella scelta, giacché in tutte soavi
racconti notevolissimi e di sommo significato. Tuttavia a noi italiani le
Nocelle zurighesi, sature d'una storicità che è lontana dalla nostra, riescono
alquanto pesanti, e lo stesso Landvogt con Gveinfensee, che presenta tipi di
donne e tii amori con un umorismo sempre fresco e vivo, è tale da apparirci in
qualche parte alquanto puerile e grossolanuccio. Il Sinngedicht è troppo
teoretico, mentre vere gemme rifulgono nella Gente di Selcila. Non già che
anche nella raccolta selvilana non s'intravveda spesse volte il desiderio di
dimostrare e di ammonire; nel Panhras è l'idealista rinsavito nella lotta rude
per l'esistenza; in Fvau Hegel Amrain è una vera tesi pedagogica in azione, una
madre retta e saggia, che riesce il condurre al bene un figliuolo fantastico ed
un marito stravagante; in Das verlorene Lachen s'impone la questione religiosa
fra coniugi ed è propugnata la religiosità indipendente da qualsiasi setta. Ma
per me non sono le tesi morali che maggiormente m'appassionino; anzi di esse
farei volentieri a meno. La tesi è sempre un pericolo per l'artista. Ma in
queste novelle il Keller seppe svincolarsi da ogni preconcetto estraneo
all'arte; e nel plasmare caratteri, e nel descrivere paesaggi ed ambienti, e
nel far muovere le anime e le persone, riuscì quasi sempre magistrale, spesso
persino ammirevole. Ed ammirevole è pure la varietà somma di queste novelle,
dal gustoso apologo del Gatto Spiegel, graziosissimo scherzo dei tempi in cui
le bestie parlavano, ove lo Spiegel è un onesto campione di quella categoria di
gatti filosofi a cui appartiene il Murr dello Hoffmanu e lo Hiddigeigei dello
Scheffel; a quella Storia di tre giusti (Die (Irei gerechten Kammacher), che
piaceva tanto a colui che scrisse i Maestri cantori, perchè è una
impareggiabile pittura, grigio su grigio, di caratteri borghesi senza slancio e
senza poesia; a quella poetica e passionale storia di Giulietta e Romeo
villerecci (Romeo und lìdia aufriem Dorfe), che fra le novelle del Keller è
forse la più meritamente celebre. Questa storia di amore e morte fu paragonata,
non bene, ad altri rammodernamenti di temi shakespeariani, come ad esempio, V
André Cornelis di Paolo Bourget ('). (lj Bai.d, Non bene, mi sembra perchè lo'
Shakespeare c'entra ben poco, nel titolo e nello spunto iniziale dei due
giovani, innamorati, tìgli di genitori nemici. Il fatto è ispirato ad un
lugubre stellone di cronaca giornalistica: un giovine di 19 anni ed una
fanciulla di 17, figli di povera gente, repugnante alla loro unione, che, il 12
agosto 1847, dopo essersi divertiti in un albergo e dopo aver danzato buona
parte della notte si suicidarono insieme ('). A questo fatterello cupo c
purtroppo non del tutto straordinario nel nevrotismo dei giorni nostri, il
Keller seppe dare elasticità e grandiosità epiche. T due contadini Manz e
Marti, che arano i loro campi vicini, e poi per una di quelle lotte di
proprietà che i coltivatori della terra sogliono proseguire con tanta cocciutaggine,
diventano nemici, consumano in querele giudiziarie tutto il loro,
s'immiseriscono e s'incanagliano; sono figure che potrebbero palpitare nella
rude Terre dello Zola. Di contro a tanto realismo, con un contrasto strano,
spiccano le due creature, ingenue fino all'idillio, di Sali (0 Salomone),
figlio di Manz, e di V re lichen o Vreeli, figliuola di Marti, che cresciute
por alcunJ*nnni insieme, si rivedono nell'età critica, e si amano con uno di
quelli slanci fulminei verso l'amore, che è sete di felicità in chi si trova,
sul fiore degli anni, immerso nella miseria materiale e morale. A quella
felicità hanno contro tutto, uomini e cose; ma essi vogliono B., II, pure
saggiarne e poi morire; passano una giornata da signori, ballano a perdifiato,
e poi s'adagiano su d'una barca carica di fieno, che mentre lenta va alla
deriva pel fiume è il loro talamo, e da cui scivolano abbracciati, in sul primo
imbiancarsi del cielo, nell'acqua gelida. Non molte volte la prosa tedesca è
riuscita ad assumere, come in questa splendida novella, la grandiosità calma e
solenne dell'epopea. Ma v'è un'altra operetta del Keller a cui io do una grande
importanza, e che mi sembra in tutto degna dell'autore della raccolta
selvilana: Sieben Legenden. Queste leggende erano già scritto nel 1 862 ; ma
solo dieci anni dopo videro la luce (' ). Da telluì-ista impenitente, il Keller
vi ha rinarrate, dando loro significato e sapore terreno, certe leggende pie da
lui lette nella raccolta di Ludovico Teobulo Kosegarten (*>. Non sono veramente
novelle; ma alle novelle s'accostano; tresche, semplici, adorabilmente scritte.
Lo stile del Keller non raggiunse altrove trasparenza siffatta. In alcune, come
nelle tre leggende mariane e nel San Vitale, il sarcasmo del protestante e la
canzonatura del razionalista stridono talora un po' troppo sul fondo armonioso;
ma altre, rome k'ngenia e specialmente La danzatrice (Das Tanslegendchen), sono
mirabilmente svolte, con una poesia candida ed olezzante, non turbata, ma resa
piccante, da qualche inciso lievemente ironico. La interpretazione terrena di
poetiche tradizioni cristiane, se anche nasconda il sorriso di uno scettico,
non è qui profanazione, perchè l'arte vera e delicata non è profanatrice mai.
Fuori dei paesi di lingua tedesca il Keller è pochissimo noto. Parecchie sue
novelle furono tradotte, alla spicciolata, in francese (.'); nella lingua
nostra si hanno traduzioni d'un apologo, di due novelle del Sekhcyla e di due
canzoni. Con poca lode registra queste traduzioni il prof. Carlo Fasola, che
non senza certa amorosa diligenza scrisse del Keller in un articolo della sua
Rivista mensile di letteratura tedesca (*). Ma egli trascura l'infelice
versione e riduzione italiana del Grime Heinrich, ch'è l'unico libro per mezzo
del quale chi non legga il tedesco può formarsi tra noi una pallida ed
incompiuta idea del novellatore svizzero (3). Fasola asseriva che da noi «
questo scrittore veramente grande pare ancora un Cameade » ; nel 1876 lui vivo,
la signora Emilia Ferretti nata Viola, (1; Vedine l'elenco in Bald.), pp. 292
sgg. Con piccole varianti, è il medesimo articolo ch'era comparso neWEmporium.
voi. II (1895), pp, 163 sgg. In quest'ultimo luogo v'è in più l'illustrazione
grafica, pregevole, alla quale già rimandai. La traduzione poco decente usci
anonima nella Bibìioteca della Rivista Minerva col titolo Enrico il Verde,
romanzo biografico, Roma, Società edit. Laziale lo diceva « nome quasi ignoto
all'Italia », e con la buona intenzione di farlo conoscere scriveva su di lui
alcune pagine assai superficiali ed in parte false, riassumendo la novella di
Giulietta e Romeo Sta il fatto, peraltro, che il nostro novelliere non è tra
quelli scrittori che possano godere di molta fortuna all'estero. Le qualità sue
medesime di elvetismo e di umorismo lo rendono estremamente difficile per chi
non abbia famigliarità col suo paese e con la sua lingua. Intenderlo e gustarlo
nelle traduzioni non si potrà, se anche le traduzioni saranno buòne, ciò che
avviene rosi di rado in Italia, quando si tratta di prosatori tedeschi. Conosceva
il Keller l'italiano, come provano le letture ch'egli faceva nel XWiSò per un
dramma, disegnato e non mai eseguito, sul Savonarola ('). Ma di influssi della
letteratura nostra su di lui non v'ha traccia, anzi appare da qualche lettera
ch'egli non aveva per gli italiani soverchia simpatia (*). A Ludmilla Assing,
che viveva a Firenze ed era amica del Mazzini e di parecchi altri «
italiauissimi », parla talora di cose italiane ('i; ma senza il minimo
interessamento : anzi, quando quella povera Assing è travagliata da sventure
Vedi l'articolo firmato Emma nella Xuoea Antologia, Serie II, Voi. 31 (aprile
1876>, pp. 711 sgg. 11 Jv. s'indignò per quell'articolo, come appare da una
sua lettera ad Adolfo Exner. Cfr. B., Ili, p. 230. B., II, p. 26. . coniugali,
ne scrive ad altri con grossolano disprezzo, uè per la sua morte, avvenuta nel
1880 in Firenze, dopo accessi di pazzia, trova parola alcuna di rimpianto (').
Ebbe bensì l'idea di venire in Italia: ma non ne fece nulla. Gli mancava la
grande curiosità del viaggiare. Si recò solo in qualche parte della Germania e
dell'Austria; non percorse neppure compiutamente la sua Svizzera; non fu mai nè
nell'Engadina nè nell'alto Bernese, santuari del solenne alpinismo: solo a
sessantanni, nel settembre del 1878, si decise a salire sul Rigi! (*) Spirito
chiuso ed alquanto arido, non aveva le grandi espansioni ed i grandi bisogni
comunicativi degli intelletti d'arte superiori. E sarà sempre straniero a
coloro che furono stranieri per lui. Nota aggiunta. Inserito ue.1 Faiifnlla
della domenica del •20 giugno 1909. B.. III. pp. 151, 15tt, J5SI. (-2) Bald.,
p. 2X1. Arlecchino. Verso la fine di febbraio del 1899 corse voce per Bergamo
alta, e ben presto si diffuse nelle vie anguste fiancheggiate da foschi palagi
e tra i rari viandanti dei magnifici viali, che si svolgono sulle antiche mure
attestanti veneta munificenza, onde l'occhio domina panorama cosi variato e
grandioso; corse voce che nella civica biblioteca scartabellava libri da più
giorni un tedesco, con l'intento di mostrare che Arlecchino non era bergamasco
d'origine. Dove mai si ficca codesta nasutissima e dottissima teutonica
oltracotanza? O che ne sarebbe dunque di quel vecchio Alberto Ganassa,
rinomatissimo zanni di Bergamo, che secondo incontestabili documenti, avrebbe
ideato il variopinto folletto, poco dopo il lóTO, rendendolo famoso in Francia
ed in Spagna? (l) E che avverrebbe d'una tradizione costante, durata per
secoli, nella commedia del (1) Il Baschet, nel suo noto volume sui comici italiani
in Francia, dà di Ini molte notizie. Vedi anche D'Ascosa, Origini del teatro
italiano, seconda edizione, II, segg., e ora le Voticias biografica! de Alberto
Ganana, comico famoso del siglo XVI di E. Cotaeei.o y Mori, in Recista de
archimi, bibiotecas y museos. serie III, an. XII, n. 7-8. l'arte e nel
pubblico, nelle scene goldoniane e nell'umile baracca del burattinaio? Tanta
petulanza non si potea tollerare. E nelle stanze del bel broletto gotico ov'ba
sede la biblioteca, là su quel piazzaletto delizioso che è al culmine di
Bergamo alta, e su cui guardano le venerande min a della chiesa di S. Maria
Maggiore, ed occhieggia il rinascimento con la elegante cappella Colleoni,
sfilarono popolani bene informati, che misero in opera tutta la loro pittoresca
eloquenza dialettale, per distogliere lo studioso tedesco dall'idea pazza di
dare ad Arlecchino una patria che Bergamo non fosse. Fra le parecchie curiosità
che gli fecero vedere una ve ne fu specialmente gustosa: lo condussero nella
bottega d'un droghiere, ove gli additarono dietro il banco, tutto occupato a
servire i suoi avventori, l'Arlecchino carnevalesco della Bergamo d'oggi,
Giuseppe Tironi. Interrogato, egli espose con grande semplicità, senza
interrompere le sue faccende, la propria storia arlecchinesca: come, cioè, dal
1874 egli abbia vestito la maschera e la incarni, in fin di carnevale, non solo
a Bergamo, ma anche a Lecco enei carnevalone a Milano; come quelle
rappresentazioni gli costino grande fatica e richiedano agilità straordinaria,
che non consegue se non chi abitui le membra dalla giovinezza a siffatta
ginnastica; come purtroppo il pubblico cittadino s'interessi sempre meno alle
arlecchinate (a quelle almeno popolaresche, di cui il Tironi è ingenuo e
rispettabile rappresentante!), sicché si può avere il malinconico pre
ARLECCHINO sentimento che tra qualche anno passerà in Bergamo il carnevale
senza che Arlecchino riviva. Lei signora Tironi, non senza qualche compiacenza,
mostrò allo straniero il costume del marito, ed egli ebbe la degnazione di dar
qualche saggio dei suoi lazzi prendendo in mano la spatola, acconciandosi sulla
testa il cappelluceio moscio con la coda di lepre, e assestandosi sul volto la
maschera nera, orribile a vedersi, scimmiesca, col naso l'incagliato, gli occhi
tondi e infossati, la barba ispida e scura. Tale l'Arlecchino Tironi. E chi
dubiterà, dopo averlo veduto, che Bergamo sia la vera ed unica patria della
maschera gaia, mobilissima, spiritosa talvolta nella sua infinita sciocchezza?
La investigazione scientifica non si tien paga a codeste prove, in cui entra
per tre quarti il sentimento, e dubita e scruta ormai da lunghi anni. A quelle
curiosissime apparizioni che sono le maschere della nostra commedia improvvisa,
onde andarono famose in tanta parte d'Europa le compagnie comiche italiaue, si
volse ben presto l'attenzione degli eruditi. Vi fu un tempo in cui prevalse
l'idea che quelle maschere avessero origini assai remote, e per analogie
esterne furono richiamate a certe figure dei mimi e delle atellane, che i
Romani avevano in gran parte ereditate dai primitivi popoli italici. Allora
negli zanni si vollero vedere gli antichi sanniones, nel dottore il vecchio
dossenno, nel pantalone il pappus, nel capitano il rnues gloriosus, nel
pulcinella il inaccus atellanico, nell' 'arlecchino il centunculus dei mimi,
dal vestito rappezzato. Ma ad una più attenta considerazione non potè sfuggire
che ben tenui sono i rapporti tra le maschere tradizionali e quelle
antichissime figure comiche di cui si sa tanto poco; ed inoltre si obiettò
giustamente che la continuità di quei tipi non si può in modo alcuno provare,
sicché sombrerebbe che d'un tratto rispuntasseroI, mentre per secoli e secoli
non se ne ha veruna memoria. È ben vero che delle farse e commedie popolari
dell'età di mezzo a noi son giunti scarsissimi vestigi e che forse, bene
indagando, certe caratteristiche di personaggi comici persistono, variamente
atteggiate nello spirito medioevale ('); ma è altrettanto vero che gli
argomenti sinora fatti valere non bastano a darci fondata convinzione d'una
continuità di tipi durata per un periodo cosi lungo. Specie per quel che
riguarda Pulcinella, rimasero senza confutazione gli argomenti che tra noi
addusse lo Scherillo in favore della modernità di quella iliaci) In Italia fu
rappresentante principale di questa tendenza il prof. Vincenzo De Amicis, di
cui sono conosciute due pregevoli dissertazioni sulla nostra antica commedia,
edite nel 1871 e nel 1882, la prima anzi ristampata con qualche modificazione
ed aggiunta. Vedasi specialmente quel che osserva intorno alla continuità del
miles gloriosus il Xovati, nel Giornale xtorir.o della letteratura italiana, V,
27il segg. Cfr. pure Gii, Skniciaglia, Capitan Spavento, Firenze schera; anzi
essi furono rincalzati da Croce, allorché il Dietrich cereo di ravvisare gli
antenati di Pulcinella nei freschi pompeiani Se anche, peraltro, si voglia
ammettere, come 10 inclinerei, che certe innegabili analogie tra le nostre
maschere ed i tipi comici antichi si spieghino con quella uniformità
fondamentale nelle manifestazioni dello spirito umano, che ha la sua più
eloquente dimostrazione nella monotonia essenziale dei canti e dei temi
novellistici, sicché tipi e spedienti comici analoghi, se non identici, si
ripresentano sulle piazze e sulle scene per un ricorso spontaneo necessario,
non implicante in renimi guisa imitazione; resta pur sempre curioso
l'investigare in qual guisa ed in qual luogo la comicità tipica delle maschere
siasi venuta fissando. Ora lo studioso tedesco, a cui accennavo nel principio
di quest'artìcolo, 11 dottor Otto Driesen, è già da parecchi anni occupato
dall'arduo problema della primitiva formazione di Arlecchino, e finalmente ci
ha dato in proposito un libro pieno di molta ed in gran parte originale
dottrina i4), che emi ri) La ronimeilia dell'arte in Italia, Torino, IP&l.
(2j In un articolo pieno di osservazioni acute ed originali, che comparve nel
volume AeW Archivio storico per te Provincie napoletane. (iJj Non credo che di
molto si possa modificare la convinzione degli eruditi per la dotta e
recentissima opera di HkhiiAxs Kkich. Der Mimits, di cui usci il primo volume a
Berlino nel 1903. i4i Der T'rsprung des Harlekin, Berlin. Duncker ferma i
risultamene a cai erano giunti, quasi divinando, altri studiosi, come il Littré
nel suo celebre Dictionnaire ed il demopsicologo russo Alessandro Wesselofsky.
La dimostrazione del Driesen tende a farci vedere che il sollazzevole servitore
balordo, i cui lazzi inducevano un tempo al riso anche bocche aristocratiche e
poi lungamente formarono la delizia dei volghi; colui che divenne famoso con
Tristano Martinelli in Francia ed in Spagna, e poscia, in pieno seicento,
ingentilito da Giuseppe Domenico Biancolelli, ebbe l'onore di godere la
intrinsichezza di re Luigi XIV, e nel secolo successivo in sè riuniva, per
mezzo di Giov. Antonio Sacchi, gli elogi di due grandi rivali, Carlo Gozzi e
Carlo Goldoni, per finire straviziando, nel sec XIX, con Antonio Papadopoli
(s); colui che ebbe una storia non lunga, ma brillantissima, ed accanto
all'astuto suo compaesano Brighella, contribuì tanto alla fortuna del nostro
teatro a soggetto, per essere ora ridotto al lumicino, come dicono le
malanconiche confessioni del bergamasco Tironi, che forse è l'ultimo ad
impersonarlo in fi) Di lui sono specialmente notevolissime in proposito 1p pp.
8144-86' del Giornale storico della letteratura italiana, volume. Chivoglia
specificate notizie di tutti questi attori legga la benemerita opera di Lumi
Rasi, 1 comìrì italiani. Circa il Papadopoli arlecchino vedi G. Petkai, Lo
spirito delle maschere, Torino-Roma. gIl Rasi. Op. cit., II, 215, non accenna
punto ch'egli abbia sostenuto questa parte. carne ed ossa, mentre continua a
vivere, umilissima testa di legno, nelle povere baracche dei burattini (!); non
è nato in Italia, ma in Francia, ed è la trasformazione di un diavolo.
Diabolico invero è il suo ceffo quale lo conserva il Tironi, a cui dobbiamo
esser grati pel prezioso arcaismo della sua maschera, resa invece tanto più
leggiera e fin leggiadra dagli Arlecchini meno popolari di lui. Il Driesen
rinvenne nell'archivio del teatro dell'OjBcVrt in Parigi due altre antiche
maschere di Arlecchino, che hanno aspetto ancor più orrendamente selvaggio e
satanico, e le riproduzioni fotografiche ch'egli ce ne offre sono davvero
significantissime. Rimontando indietro nei secoli, troviamo narrata dal
cronista normanno Orderico Vitale una visione occorsa al prete Gaucheliu, il
quale vide una notte « gentem Ulani fantasticam quae vulgodieitur/rt»uV/Z/«
Re-t'lequini » . È questa una Aera processione di dannati, che passano
tumultuariamente correndo, in vario modo tormentati a seconda delle loro colpe,
trasformazione d'un'antica saga. germanica che imaginava schiere d'anime
volanti per l'aria, guidate da un (li Dal 1880 circa Arlecchino è sbandito dai
teatri francesi di marionette ; ma intorno al 18(30 viveva ancora ne) teatro
dei Vaudevilles. rappresentato dall'ultimo arlecchino celebre francese, il
Laporte dio. Presso le genti cristiane, la fiera caccia diventò strumento di
dannazione, ed il dio guidatore si trasformò in demonio. Anche in Italia vive
questa tradizione delle anime perverse trascinate per l'aria da demoni;
specialmente vive ili qualche vallata alpina, ove i fantastici e talor lugubri
rumori che fa il vento sibilando tra le gole de' monti e rompendosi alle rupi
ed alle macchie, potè ravvivare nelle menti ingenue imaginazioni tetre e
paurose ('). Visse e vive nella Francia, particolarmente nordica, ove la
masnada assunse ben presto il nome di rnesnie Hellequin, che sa di germanico o,
come al Diez parve, di fiammingo. Le vicende francesi di questa strana masnada
segue con cura speciale il Driesen (*), e mostra i vari sensi che assunse,
secondo l'aspetto da cui la si considerava. Chrestien de Troyes, nel 1162,
discorrendo delle abilità di Filomela nel ricamo, afferma: Xei's la maisnie
Hellftquin Seiist eie en un drap portraire. Il che si riferisce all'apparenza
multicolore della masnada, nel qua! senso ancor oggi si chiamano Un riflesso
della caccia selvaggia si può asservare, nelle tradizioni medievali, nel
castigo inflitto ai crudeli in amore, di cui è cospicuo rappresentante la
novella boccaccesca di Nastagio degli Onesti. Cfr. W. A. Neilson, The purgatori! of cruel
beatities, in Romania. Ci) Del
soggetto s'era già occupato con vantaggio (ì. Eavnai'u in un articolo inserito
nelle Elude* romana dédù'ti « Gonion Paria, Paris avleqnim i fuochi fatui nella
Champagne. Circa il I23f> II non de Meiy, nel TournoiemeiU Antecrisi, si
rammenta della mesnie Hellequin, allorché vede sopravvenire monna Civetteria,
accompagnata dal suono dei campanelli, segno che alla masnada non era poi
sempre e solo attribuito un aspetto spaventevole. Non tarderà molto a comparire
il primo diavolo buffonesco. Eccolo infatti nel bizzarrismo Jeu de la feuilìée
di Adam de la Halle, rappresentato ad Arras verso il 1262, curioso ed
arditissimo dramma, unico nella letteratura medievale, che a ragione fu
paragonato alle produzioni aristofanesche da un grande conoscitore della
materia ('). Quivi non solo la masnada si distingue pel suono de' suoi
campanelli, quando precede la venuta delle fate, ma balza in scena un hevlequin
(è già avvenuta la dissimilazione fonetica da heNequin), che ha il nome di
.croquesots (maciullapazzi), e porta alla fata Morgana il messaggio del suo
signore, il re degli herlequitis, che ne è invaghito. Croquesots non è fatto nè
di nebbia nè di fuoco; esso è umano, è giullaresco, è mordace. E tali perdurano
gli herìequins ed il re degli herleqm'ns, malgrado il loro terribile aspetto,
nel teatro religioso dell'età media (*); tale ci si presenta il G. Pahis, La
liUérat. franraist au moi/en age, Paris. Nella scena dei misteri francesi
l'imboccatura dell'inferno era chiusa da un telone, su cui era dipinta la 3,
libro cbe, malgrado deficienze ed errori, era buona promessa, felicemente
ottenuta, di cose migliori. ivi accorrevano a frotte, tratti all'esca dei
tacili guadagni. In quella sua gustosa ed inesauribile Piazza universale di
tutte le professioni del mondo, il Garzoni, contemporaneo, ci descrive codesti
montanari seesi dalle vallate particolarmente bergamasche nella dominante,
grossi al di fuori, ma talora sottili al di dentro, tenaci, anzi cocciuti, non
di rado maneschi, volentieri burlati dal popolino che in quei laboriosi e
robusti giovinotti vedeva, con mal celata invidia, concorrenti molesti e si
rifaceva berteggiandoli per la loro grossolanità, palese anche nella parlata
dialettale rude ed esotica. Quella pailata, aggiunge il Garzoni medesimo, « i
zani se e l'hanno usurpata in comedia per dar trastullo e « diletto a tutta la
brigata, essendo ella di l'azza « di merlotti nella pronunzia e in tutto il
rima« «ente ». Xe derivò quella lingua rustica bergamasca e facchinesca, che
gli zanni parlarono nella commedia popolare improvvisa e quindi anche nella
scritta f1). Nè ciò solamente. In quell'antica cariatide della piazzetta delle
erbe oltre Rialto, che comunemente si chiamò il gobbo di Rialto, ed alla quale
i Veneziani, per avere essi pure un Pasquino, affiggevano satire e caricature,
si volle non a torto vedere il tipo pieSu questo e su altri particolari della
formazione e dello sviluppo degli zanni vedasi un libretto coscienzioso di un
mio caro discepolo, il dottor D. Merlisi, Saggio di ricerche sulla satira
contro il villano, Torino, di cui il Driesen avrebbe potuto giovarsi. trincato
del facchino bergamasco, in altri termini la figura dello sanni (*}. Lo zanni
astuto e lo sanni balordo, tipi comici germogliati dalla satira contro i
villani e divenuti bergamaschi a Venezia, ottennero nella commedia improvvisa
una fortuna stragrande, e si moltiplicarono in quella innumerevole serie di
figure A-ariamente grottesche, che ci è rappresentata dal Callot. Che uno di
questi zanni, singolarmente elastico e perciò atto alle più meravigliose giravolte
e capriole, sia stato colpito dal gran fracasso e dagli eccentrici ghiribizzi
ginnici, non che dalla grottesca figura degli herlequins francesi ed abbia
votuto imitarli sulla scena, non deve far meraviglia: e ancor meno deve far
meraviglia che quella novità piacesse agli spettatori e li facesse smascellare
dalle risa. Gli spettatori francesi, che conoscevano quel vestito, quella
maschera diabolica e quei salti ancor più diabolici, avranno detto : « ecco
harlequin ; andiamo a vedere harlequin » ; ed il nome, strano e ghiribizzoso ad
orecchio italiano, avrà garbato anche allo zanni inventore, che d'allora in
poi, a consacrazione della sua trovata, e senza sospettare che il diavolo ci
avesse messo ancor più della coda, si sarà battezzato da sè medesimo harlequin,
italianamente Arlecchino. Chi sarà stato quello zanni1? Alberto tìanassa od
altri? Qui sta il mistero, che forse non si chiarirà mai. Cfr. A. ÌIoschetti,
lì gobbo di Rialto e le sue relazioni con Pasquino, nella terza annata del
Nuovo Archivio Veneto. Reniek Svaghi Critici 3J A «LECCHINO Resta però il
fatto, a parer mio, che se anche Arlecchino, coinè tale, ha origine francese,
molti de' suoi caratteri distintivi sono italiani, anzi bergamaschi, e come
tali si svolgono parallelamente a quello dello zanni astuto, del servo
procacciante, più direttamente collegato alle ligure servili dell'antichità,
Brighella. In Francia Arlecchino prese il ceffo, il vestito, il nome e certe
abitudini sbrigliate di saltimbanco, ma fondamentalmente egli era e restò sempre
uno sanni-, anzi se quello zanni primitivo non fosse stato, c'è da scommettere
che la fortunata figura comica non avrebbe mai calcato le scene, e sarebbe
sopravvissuta solo nelle leggende popolari, nel gergo teatrale, nel tenace
echeggiare di qualche proverbio francese, nelle consuetudini, dalla civiltà
illanguidite e fatte sempre più rare, di qualche charivari pazzaiuolo. Il vanto
d'aver tolto quella figura dal trivio spetta all'arte comica italiana, la quale
assimilandosene vari requisiti esotici, ebbe pur sempre il merito di nou
snaturare il tipo paesano, anzi di ribadirlo. Sicché lo zanniarlecchino, se
senza saperlo fu tinto dalla pece del diavolo, visse sempre onestamente uomo ed
onestamente gonzo, com'era stato in origine, prima di assumere veste e maschera
arlecchinesche; e se diavolo lo si potè chiamare perle sue mosse svelte, per le
sue snodature d'acrobata, per la insensibilità alle percosse, per l'inconscia e
beffarda impertinenza, pel ceffo orrendo prima della riforma del Biancolelli,
tutti debbono convenire che in fondo era un buon diavolo, degno di godere,
anziché il ghigno procace delle streghe e delle male femmine, il sorriso
malizioso delle sveglie Coralline. Nota aggiunta. Xel Fanfulla della domenica, '20 marzo 1£K)J.
La mia argomentazione sulla.italianità della maschera, da me ribadita nel
Giornale storico, XL1V, 25tì, fu appoggiata da B. Cuoce in La crìtica, II, 388.
Dopo di che spiace il vedere che Ebmksto Caffi, in un articolo su La questione
d'Arlecchino, che si legge nella Rassegna nazionale del lfi sett. 1908. nulla
sappia di ciò, e ripeta l'ipotesi del Driesen rispetto all'origine prettamente
francese di Arlecchino. Per quel che concerne Pulcinella vedasi una curiosa
comunicazione di V. F^iselli nel Giornale storico, LIV (1009;, 59 sgg. La
leggenda dell' Ebreo errante nelle sue propaggini letterarie. I Buttadeo. V'ha
nel lungo e travaglioso cammino che il genere umano percorre una serie di
figure, mitiche o leggendarie, che sembrano destinate ad una singolare specie
d'immortalità spirituale, perchè ogni età vi ritrova una parte di sè medesima,
si che le ravviva nella sua fantasia e le chiama a rappresentare, travestendole
variamente, tendenze, bisogni, dolori, che in fondo costituiscono quanto nella
natura umana v'è di immutabile o di ineluttabile. Di codeste figure la più
eccelsa è certamente Prometeo, il mitico Prometeo da tanti secoli rinnovantesi
nella rappresentazione dello « spirito umano che faticosamente si emancipa
dalle esterne e dalle interne servitù » ('). Si dispongono presso a lui figure
mitologiche, bibliche e leggendarie diverse, tra Son parole di Auturo Graf, che
scrisse già un buon libretto su Prometeo nella poeitia, Torino-Roma. Ma la più
eloquente storia italiana di Buttadeo è nello squisito documento che Alessandro
Gherardi rinvenne tra le carte strozziate dell'Archivio di Stato fiorentino ed
il 11) D'Ascosa, in Romania, X, 213-15. Paris, Légendes, pp. 191-92. Masskra, 1
sonetti di Cecco Angiolieri, Bologna, 1906, p. 51. Cfr. p. 139. (4) Lega, Il
Canzoniere Vaticano Barlierino lai. . Joan Butladio è pure chiamato l'ebreo
errante in un sonetto burlesco pubblicato anonimo per nozze. Vedi Giorn. stor.
Ora si sa che quel sonetto è del Vannozzo. Cfr. Ezio Levi, Francesco di
Yannozzo e la lirica nelle corti lombarde, Firenze Morpurgo egregiamente
pubblicò ed illustrò. Quel riferimento, dovuto ad un Antonio di Francesco
d'Andrea, riguarda le strabilianti operazioni di Giovanni Buttadeo, in
parecchie sue comparse in Toscana nel secolo XV e prima. Quel Giovanni sa il
futuro, conosce i segreti della gente, fa prodigi, è pratico in tutte le lingue
ed in tutte le scienze, si rende invisibile quando gli talenta e chi più ne ha
più ne metta. A decine cita l'autore i testimoni delle sue abilità, nè sono
esseri inventati o del tutto oscuri: il medesimo illustratore ne appurò quasi
sempre lo stato civile; e fra gli ammiratori di quel fenomeno d'uomo v'è anche
il dotto e celebre Lionardo Bruni d'Arezzo. Interrogato da Antonio se egli si
chiamasse Giovanili ButatMo, rispose: «Vuoisi dire « Giovanni Batté-Iddio, cioè
Giovanni percosse« Iddio. Quando saliva el monte dove fu messo « in croce, e
Ila Madre chon altre donne chon « gran pietà e lamenti e pianti andaveno
drieto, « allora si volse per volerle dire, e fermò al« quanto e piedi, onde
questo Giovanni el per« chosse di dreto nelle reni, e disse: Va su tosto; «e
Gesù si volse a Ilui: E tu andrai tanto to« sto che tu m'aspetterai!». Parrebbe
che non si dovesse ormai esitare nella spiegazione del nome: l'ha data l'ebreo
stesso! Ma i dubbi invece sorgono per l'appunto maggiori a motivo della
narrazione fiorentina, ove di solito Giovanni è chiamato Votaddio, Botaddio, e
in un luogo «Votaddio, altrimenti Giovanni servo di Dio » . Ciò ha fatto
pensare che l'antica interprelazione, a cui già vedemmo consentire e il Bonatti
ed il Tizio («impulerat Deum»), ed a cui s'uniforma il villico siciliano ( «
pirchi arributtau a Gesù Cristu»), non sia che una falsa etimologia popolare, e
che invece abbia ragione la egregia fra le cultrici odierne di studi romanzi,
Carolina Michaelis de Vasconcellos, la quale notando che il nome consueto dato
all'errante in Ispagna è Juan espera en Dios (una volta anche Juan devoto a
Dios) e in Portogallo Joào espera em Deus, pensò per prima che il nome
significasse devoto a Dio, votato a Dio ('). Congetturache diede assai da
pensare al Paris, il quale la discusse (*), arrecandovi una nuova attestazione
preziosa, quella d'un Liber terre sancte Jericsalem del sec. XIV, ove colui che
« impulit Chrij c stum Dominum.... corrupto nomine dicitur Jo * hannos
Buttadeus, sano vocubulo appellami' * Joannes devotus Deo ». Preziossima
indicazione senza dubbio, che ci richiama novamente alla Terra Santa e di bel
nuovo ci mostra bizzarramente commista nella memoria dei volghi la profezia di
lougevità premiante il discepolo eletto e la punizione dell'offensore brutale,
del Buttadeo, che non per nulla s'ebbe in sè rinnovato il nome appunto di
Giovanni. Ma del resto l'attraente, ma arduo e forse insolubile, problema delle
origini non deve distrarci Si- consulti il succoso articoletto della Michaelis.
0 judeu errante em Portugal, nella Revista Lusitana. Leijeiidfs NELLE SUE
PROPAGGINI LETTERARIE dallo scopo nostro. Buttadeo, Giovanni Buttadeo, è il
pellegrino che l'Italia conosce già nel dugento. Il suo peccato è d'aver
crudelmente negato un po' di riposo al figliuolo di Dio, che sotto il carico
immane della croce batteva ]a via dolorosa del Calvario. Variano le versioni
nelle modalità: chi (ed è forse ricordo di Malco e Cartafilo) pretende che
l'inumano colpisse la sacra persona del Redentore per spingerlo innanzi, chi
crede lo stimolasse semplicemente con la voce a procedere, chi ritiene gli
contendesse di appoggiarsi alquanto alla sua casa o di adagiare un istante su
d'una panca (mnchiteddu, dice un testo siciliano) le povere membra affrante. La
punizione profferita dal Salvatore suona non dissimile da quella presagita a
Malco: solo Malco deve, attendere in un luogo determinato, Buttadeo deve
attendere camminando sempre, come volle che l'Uomo-Dio camminasse. Vario è pure
quel peregrinare, da provincia a provincia, eia città a città, da paese a paese,
con sosta o senza sosta prestabilita. Anche qui è l'Italia che ci dà la prima
determinata indicazione, conforme alle narrazioni che verranno poi. Nel
racconto di Antonio Francesco d'Andrea, Giovanni Buttadeo «non può stare più
che tre di per provincia », cammina scalzo, non ha tasca, mangia e beve dove
gli capita « e mai non vedi donde e' si vengha e denari, e mai non gniene
avanza » . SI preparano i famosi cinque soldi, nè uno più nè uno meno,
perpetuamente rinnovantisi, che per i suoi bisogni ha sempre a mano Asvero.
Asvero è la terza incarnazione di Buttadeo, che prima era stato
Maleo-Oartafilo. Asvero è l'errante su cui si schiuse, nelle sue cento forme,
la fantasia trasformati- ice degli artisti. Le paure del finimondo,
riprodueentisi ad ogni spirare di secolo, provocarono la comparsa di un
libretto tedesco, che uscì per la prima volta, con la falsa data di Leida, nel
1602. Ivi si narrava che nel 1542 Paulo di Eitzen, venuto da Vittemberga, ove
studiava, ad Amburgo, vide colà in una chiesa, intento alla predica, un uomo di
c i nq uà n fauni circa, il cui sembiante ed i cui atti erano strani. Alto
della persona, i capelli spioventi sugli omeri, vestiva poveramente, con un
lungo mantello, che gli scendeva sino a' piedi, e questi avea nudi, malgrado i
rigori del verno, Ascoltava compunto il sermone, ed ogni volta che Cristo venia
nominato, si picchiava il petto e sospirava. Interrogato, rispose con
semplicità e modestia ch'egli era ebreo di nascita e calzolaio di mestiere, e
che essendo vissuto in Gerusalemme quando Cristo vi sofferse passione, era
stato testimonio oculare di quei grandi fatti. A nuove domande soggiunse che
reputando egli Gesù un seduttore del popolo lo trattò duramente allorché egli
passò, gravato dalla croce, innanzi alla sua dimora. Per riposarsi alquanto,
s'era il Redentore appoggiato alla casa dell'ebreo, ma questi, pieno di
maltalento e bramoso di farsi un merito presso i suoi correligionàri, gli
imposo di camminare innanzi. A tale intimazione Gesù replicò, guardandolo fisso
in viso: «Io mi «fermerò e mi riposerò, ma tu camminerai fino «al giudizio
universale». Da allora in poi tu sempre in moto. Assistè sul Golgota alla
tragica crocifissione, ma non gli fu concesso di tornare in Gerusalemme, se non
per vederla distrutta. Gira continuamente sulla superficie del globo,
tranquillo, severo, anzi melanconico, di scarse parole. Invitato a desinare, si
nutre sobriamente; se gli si offre del denaro, lo accetta per distribuirlo ai
poverelli. Per sè non ha bisogno di nulla, perchè Dio provvede ai suoi bisogni.
In tutti i paesi ove arriva, parla correntemente il linguaggio del luogo.
Tollera pazientemente la punizione inflittagli, perchè è pentito del suo
peccato e spera il perdono. — Chi sia l'autore dello strano libretto s'ignora,
perchè la prima edizione è anonima. In una successiva, ove l'incontro di Paolo
col giudeo è posto nel 1547, se ne dà per autore un Crisostomo Duduleo di
Vestfalia, pseudonimo di cui sinora non s'è potuto scoprire il segreto. Il
libretto ebbe in Germania straordinaria fortuna: nelle -elaborazioni successive
la durezza dell'ebreo verso il Messia è variamente rappresentata e giunge
persino all'efferatezza di farlo percuotere con una formadi scarpa. La
punizione è sempre la stessa: il nome è sempre Asvero, e solo nella menzionata
opera di Andrea Liba vio fa capolino il più antico Buttadeo ('). (li Rarissime
sono le edizioni antiche, sicché solamente in tempi recenti si è venuti a
chiarezza rispetto alla loro LA LEGGUNDA DELL'EBREO ERRANTE È generalmente
ammesso che nel libretto originario tedesco, insignificante come opera
letteraria, ma notevolissimo come prima narrazione seguita (se si faccia
eccezione per la relazione fiorentina rimasta inedita e perciò inefficace)
delle condizioni e vicende dell'ebreo, si ha a vedere con tutta probabilità la
mano di un prete protestante. Lo stesso nome di Asvero, che ebbe tanta fortuna,
ne è indizio. Asvero è il nome che hanno varii re persiani dell'antico
Testamento; specialmente noto è il personaggio che cosi si chiama nel Libro
cVEsler ('). Nei paesi protestanti l'apparizione dell'ebreo, ripetutasi più
volte nel secolo XVII, divenne oggetto di dispute teologiche, mentre nei paesi
cattolici se ne impossessò in mille guise la fantasia. Non è ragionevole il
credere che il misterioso personaggio veduto nel secolo XVI e nel XVII a
Madrid, a Danziea, a Vienna, a Lubecca, a Mosca, a Cracovia, a Bruxelles, a
Lipsia, in Inghilterra; che ancora nel secolo XIX meravigliò di sè i tranquilli
abitatori della Sassonia e di altre terre tedesche; che a Berna lasciò il
bastone e le scarpe, le scarpe massicce e rattoppate del grande cam
bil)]iografia. Aucora il Paris, nel suo primo articolo, aveva in proposito
molte incertezze (cfr. Lcgendes). Fu il Neubaur, negli scritti da me indicati,
che ne diede la notizia più sicura ed esatta. Ad esso rimando siccome a fonte
eccellente. Aliasceros è denominato nella Bibbia di Lutero. Vedi Eira, IV, li;
Daniele, IX, 1; Ester, I, 1 e passim. Di là la forma del nome, che nella
vulgata suona Assiierii*. minatore; che nel 1868 si lasciò vedere persino in
America (!); che in Italia, a memoria di uomo vivo, incutè paurosa venerazione
ai buoni contadini del Veneto, della Sicilia, del Canavese; che tornato dopo
mille anni sul posto alpestre ove aveva già veduto fiorire una città, vi trovò
invece giganteggiare immane ii Cervino, sicché dalle lagrime che quella
trasformazione gli spremette dal ciglio riarso si formò il Lago Nero (3): non è
ragionevole, ripeto, il credere che alle molteplici apparizioni e trasformazioni
di questo personaggio non abbiano contribuito abili ciurmadori e nevropatici
vagabondi. Difficile il precisarlo oggi, in tanto succedersi di fenomeni in cui
le forze della psiche si palesano oscuramente, ove termini in siffatti trucchi
la malattia e dove cominci la frode; diffìcile lo sceverare la verità dalla
menzogna, giacché ormai siamo tutti d'accordo nel riconoscere che non tutto
l'inverosimile è bugiardo. Ma comunque sia di ciò, i casi come quelli di
Giovanni Bottaddio, di cui riferisce Antonio di Francesco d'Andrea nel secolo
XV, non posDi solito l'ebreo cammina scalzo, come quando apparve nella chiesa
d'Amburgo, e in questo caso narra la leggenda che pel lungo peregrinare gli si
sono incallite le piante dei piedi in modo da sembrare ferrate. Vedi Nblhaur,
Die Sage cit., p. 45. La bellissima tradizione è riferita da Mahia Savi-Loi-kz
nelle Leggente delle Alpi, Torino 1889, pp. 165-7. Un garbato libretto che si
legge con piacere per la vivace rappresentazione dell'instancabile israelita
nelle sue varie fasi, è quello di Cohbado Rieri, L'ebreo errante, Roma,
Voghera, sono essere invenzione pura: riè mera invenzione saranno stati la più
parte dogli ebrei eirauii, di cui narratori degni di fede seppero riferire in
diversi paesi. La tradizione popolare si meseolò alla realtà; cervelli esaltati
visi compiacquero truccandosi da Asvero, abili impostori sfruttarono la
credenza volgare per loro intenti loschi. Ma, sostanzialmente, su questa gran
diffusione popolare della leggenda influì in ispeeie il libriccino tedesco
tradotto, ridotto, rifatto, versificato in tutti modi, cincischiato e
trasformato nelle varie parti di Europa. La prima diffusione del libretto
tedesco fu in Francia e nei Paesi Bassi. Il Discvurs véri tabi e d'un juif
erratili, edito nel 1009, ne è tradii zione letterale; se ne scosta invece,
sebbene Paolo d'Eitzen vi sia nominato, la Hislnire ad mi rubi» da juif errami,
uscita essa pure nella metà del secolo XVII e larghissimamente diffusa. Accanto
a questi due testi, si hanno, in Francia, nel Belgio ed in Olanda, numerose
varianti d'indole popolareggiante, che qui sarebbe inopportuno l'enumerare
paratamente f1). In Inghilterra la figura dell'errante viene usata a scopo
satirico nel libro The iccmdering jew telìing fortune* to Englishmeu, uscito
nel 1640. In Danimarca il l'acconto tedesco fu tradotto nel 1621 e s'ebbe
fortuna; non diversamente accadde in Svezia nel (1,1 Rimando per esse e per
tuttociò che concerne la iortuna dell'ebreo nella letteratura popolare d'Europa
alla pi fi volte menzionata e fondamentale operetta del Xeubaur. N'EIjLE SDK
PROPAGGINI LETTERARIE Non molto si conosce circa la diffusione della storia nei
paesi slavi i/j; in quelli di razza latina, ove già prima serpeggiavano nel
popolo le tradizioni su Malco e su Buttadeo, fu conosciuto Asvero per
mediazione francese. Si parlò anche, dovunque, agli occhi del popolo; e nelle
rozze silografie fu rappresentato l'ebreo dalla barba prolissa, in abito di
pellegrino, camminante perpetuamente col suo grosso bastone e avente spesso
alla cintola la piccola tasca coi famosi cinque soldi che si rinnovano. Il
soggetto, per altro, non inspirò, nelle arti grafiche, capolavori: i disegni
del fantasioso artista francese Dorè si perdono negli accessorii di sfondo
tratteggiati con singolare bravura, e dimenticano quasi il miserello
protagonista; nel grande dipinto di quel simbolista scenografo che fu il
Kaulbach, rappresentante la distruzione di Gerusalemme, l'ebreo non ha che una
parte secondaria, diremo cosi, episodica; egli fugge dall'incendio struggitore
della città maledetta scacciato dalle Furie. Vedremo ora quale sia stato il
destino della leggenda asveriana nei regni multiformi della poesia. Un lavoro
russo del \Vesselofsky. uscito nel 1880 in occasione della prima memoria del
Paris, non fui in grado di leggere. Xella Romania, X, 212 il Paris medesimo
prometteva di dar conto di ciò che gli era stato riferito intorno alla fortuna
dell'ebreo in Russia, ma non ne fece poi nulla. Nel citato libro del
Ciiami'flel'RY, Histoire de l'imagerie populaire, sono riprodotti parecchi di
quei grossolani disegni, tanto accetti al popolino. li Asvero. Col nome biblico
di Asvero, reso famigliare dai libretti popolareggianti del secolo XVII, l'ebreo
errante entrò nella letteratura ed ottenne singoiar fortuna segnatamente in
Germania. Pochi autori lo chiamarono diversamente: Alessandro Dumas padre, nei
due volumi (1853) del suo Isaac Laquedam, dà all'ebreo questo nome,
appoggiandosi alla aompkiinte francese, scritta nel Belgio da persona che aveva
qualche tintura di ebraico; l'opericciuola satirica inglese gli foggia un nome
semitico a cui non è estranea la beffa; il barone tedesco di Malti tz lo chiama
Gelasio; il reverendo ministro inglese Giorgio Croly Salatine!; Adolfo
Wilbrandt lo trasforma in Apelle nella filosofica concezione del suo Mei ale r
voti Pnlmyra, e non occorre fermarci sullo strano poema di Roberto Buchanan,
The wandering jew, in cui l'ebreo è Cristo stesso, che fa la figura d'una
specie di salvatore fallito. In genere, però, è Asvero che ci ricompare
d'innanzi, nei più svariati, e spesso bizzarri, camuffamenti. Dei quali non è
davvero Vedi Paris, Légeniies dn moi/en-ót/e, p. 177, e Xeubaith, Die Sage coni
ewigen Jtiden, pp. 39 e 123. Nella leggenda poetica italiana stampata ad uso
del popolo da chi segui passo passo la complainte, l'ebreo è detto Ixacco
Liquerleinme. D'Ancona, in Nuova Antologia, LUI, 42t>. nelle biblioteche italiane,
cosi povere tutte di libri d'arte stranieri, che si possano aver notizie
dirette e compiute: ma per buona sorte abbiamo studi recentissimi, che ci
aiutano almeno a conoscerli in via indiretta. Alla ormai vecchia, ma pur
benemerita, memoria di Federico Helbig si sono venuti ad aggiungere in questi
ultimi anni i coscienziosi volumi di Giovanni Prost (*), di Alberto Soergel
(3), di Teodoro Kappstein (*), sui quali si può senza imprudenza appoggiarsi.
Di essi feci tesoro nei moltissimi casi in cui non mi fu dato d'aver fra mano i
testi. Allo scopo mio di rapido riassunto delle principali tendenze di
pensiero, prevalenti nelle elaborazioni asveriane, anche la notizia indiretta
riusciva sufficiente. Tenni d'occhio in particola!guisa la Germania, ove la straordinaria
fioritura di composizioni d'arte e di filosofia su questo argomento è spiegata
non solo dallo spirito di quel paese, tratto di natura sua alla speculazione ed
al simbolismo, ma dall'esservi stato larghissimamente diffuso il libretto
popolare, come vedemmo, tedesco d'origine, intonato alla tedesca, fruttificante
nel suolo tedesco. Tanto il Goethe, quanto il Mosen ebbero la prima spinta a
poetare d'Asvero da ciò che in gioventù udirono a riferire di lui nei luoDie
Sage vom eiciyeH Juden, ihre poetische W'andlung nnd Forlhildung, Berlin, 1874.
Die Sage vom cwiyen Juden in der venerai deutsrhen Litteratur, Leipzig) Ahasverdirhtuntjen
seti Ooet/ie, Leipzig (4; Ahascer in der Wellpoene. Berlin gin natii Nella sola
Germania il Prost conta 69 elaborazioni artistiche della leggenda dell'ebreo ed
il novero è molto accresciuto dal Soergel, la cui bibliografia, la più ricca
che sinora si abbia conta (non trascurando i libretti popolari) 210 numeri. Presso
le persone illuminate la fede nella realtà dell'ebreo errante, inconcussa
nell'evo medio, andò illanguidendo dal sec. XV in poi, e tutti sanno che dalla
miscredenza al ridicolo il passo è breve. Già nella prima metà del Seicento,
quando era in piena voga il racconto tedesco, compariva il disgraziato ebreo in
un balletto cortigiano francese del 16:58 a cantarvi certa sua incomprensibile
filastrocca, farcita di termini esotici, in parte pseudo-ebraici. Egli fa una
figura tra seria e faceta nella commedia spagnuola di Antonio de Huerta, Las
ciuco btaneux de Juan de Esperà en Dios. Nel sec. XVIII. in cui maturò il
razionalismo, tutta la gente colta stimava favola la credenza nel longevo
peregrinante, sic (1) Ctr. Nkpbaib, pp. 28 e 116. Aggiunte bibliografiche, di
non granile entità, fece Max KocHj in una sua recensione degli Sludien zht
ceri/leicfi. Literoturi/fir/iirìile, VI (lfKXi), p. 389. Il lavoro del Soergel
è il più ricco e meglio organato : quello del Prost, tuttavia, riesce più
agevole e chiaro per la disposizione cronologica della materia. Il Kappstein,
che non vuole « katalogisiereu ma « anregen », si trattiene solamente sulle
opere che a lui sembrano più significative. NELLE SCE PROPAGGINI LETTERARIE 507
clìè si facea strada la satira, destinata ad infiltrarsi fin nei concepimenti
del Goethe e dello Schubart, o dilagava la beffa in componimenti burleschi come
la mascherata inglese del 1797 di Andrew Franklin. Fu per altro solo il sec.
XIX che atteggiò la figura dell'ebreo a seconda della multiforme energia che si
addensava nell'anima propria, a seconda degli indirizzi vari di pensiero che
turbinavano nella sua mente di secolo rinnovatore. In codeste svariate
configurazioni ebbe parte preponderante il romanticismo. Sotto l'impero eli
quella nuova tendenza lugubre e sentimentale, la figura leggendaria si
umanizzò: narrazioni episodiche o componimenti lirici espressero il suo dolore
di non poter morire. In seguito personificò il popolo ebreo reietto e profugo,
quindi la personificazione s'allargò, e da un popolo solo venne a significare
l'intero genere umano, nel travaglio e nella lotto del suo continuo divenire.
Lo spirito filosofico se ne impadronì, e per alcuni l'ebreo rappresentò le idee
politiche liberali, le idee religiose più larghe e tolleranti, finalmente la
ribellione a tutte le confessioni positive; per altri, ortodossi, fu un
valletto dell'anticristo, una figum diabolica. In conclusione, a quella larva
indeterminata d'uomo eccezionale, che lasciava libero il campo alla fantasia,
ognuno foggiò quella individualità che più gli garbava, introducendovi parte di
sè e delle idee od aspirazioni proprie. Ritrarre sotto brevità i principali
aspetti di siffatte incarnazioni diverse, è lo scopo della disamina che segue.
I primi tentativi d'una figurazione letteraria di Asvero si debbono al Goethe
(1 774= i ed allo Scbubart. Nelle memorie (Dichtung und Wahrheit) il Goethe
espose il piano dell'opera, che poi modificò durante il viaggio in Italia; ma i
frammenti, che ci pervennero postumi, del suo componimento, mal si accordano
col primo disegno e danno la persuasione che quel tema poco gli convenisse e si
prestasse solo a qualcuno di quei tentativi di poema drammatico simbolico che
dovevano aprirgli la via al Faust. Sul canevaccio del vecchio israelita voleva
il Goethe ricamare le sue convinzioni politico-religiose; per lui Asvero era
l'uomo comune, senza idealità, dato alla vita materiale, nemico d'ogni
innovazione; lo spettatore ironico, come fu detto, delle miserie umane.
Pensandoci su, in appresso, gli pareva scorgervi l'occhio aperto della storia
universale; ma il concetto non si determino altrimenti. E neppure il pensiero
dello Schubart, natura focosa ed indisciplinata quanto altra mai, venne a
maturanza. La rapsodia rimastaci di lui, umile frammento di maggior lavoro, ci
presenta l'ebreo nell'umana disperazione di non poter morire. Tutto egli
esperimento per procurarsi la morte. Si fece calpestare dagli elefanti, sfidò
gli artigli della tigre e le fauci del leone, provò i morsi velenosi del
serpente, si cacciò nelle città incendiate e rumanti, si gettò nel cratere
dell'Etna, ma nulla valse a togliergli il peso della vita. Dopo circa duemila
anni di peregrinazioni angosciose lo vediamo sul Carmelo, che getta via da sè
con terribile cinismo i crani ammonticchiati dei suoi congiunti e discendenti
('). Senza questa particolarità macabra, troviamo qualche altra volta
raffigurata anche di poi in Asvero la gran miseria del non poter morire; ma più
spesso da questo concetto dell'individuo non mortale si assurge alla
personificazione del genere umano perpetuamente affaticato ed errante, al «
vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo », che Con gravissimo fascio
sulle spalli-, Por montagna e por valle, Por sassi acuti, ed alta rena, e
fratte, Al vento, alla tempesta, e quando avvampa L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge, e più e più
s'affretta Senza posa o ristoro, Lacero, sanguinoso, infin ch'arriva Colà dove
la via E dove il tanto affaticar fu volto; Abisso orrido, immenso, Ov'ei,
precipitando, il tutto oblia. Questa allegoria della vita umana, che
all'infuori da ogui rapporto con l'ebreo errante tro (1) Il CiiasipfleCkv,
Hìsltiire de Vimagerie populaire, p. 42, riproduce facsimilata nna ÌDcisione
tedesca moderna, che rappresenta per l'appunto Asvero in quell'atteggiamento disperato.
villino accennata dal nostro Leopardi (M, costituisce l'intima essenza della
maggior parte delle creazioni poetiche as vedane, sia che esse iniaginino
l'ebreo pentito e volto al bene mediante la gran luce del cristianesimo piovuta
su di lui, sia che lo rappresentino pertinace nell'empietà e disperato
insidiatore d'ogni felicità dei mortali. Così in Halle und Jertisalem dell'
Amim 1 18091, l'ebreo si dà ad ogni specie di opere buone, e, fatto cristiano,
spira placidamente presso il santo sepolcro; cosi nella novella di Franz Ilorn
che inspirò le due prime tragedie sul soggetto, quelle di A. Klingeman e di W.
Iknrrienl, l'ebreo diventa maestro della vera vita, che è quella dell'anima, di
contro alle a trattative della falsa vita, che è queliti del corpo: cosi nella
maggiori1 elaborazione russa ilei soggetto, il poema del .lonkoffsky rl852.',
assistiamo al travaglio psicologico di un uomo che lentamente, in mezzo alle
tempeste della vita, muta animo e si converte; cosi nell'altro poema, in un
certo senso parallelo, di Edoardo (Irenici-, La inori du juif erranl (1854), il
peccatore si converte per una visione e muore confortato da Cristo; cosi nel
grandioso concepimento del danese Paludati Moller , ove è ritratto Asvero quale
simbolo della umanità pessimista, nell'estremo conflitto della fine del mondo;
così nell'ultima produzione asveriana di alto stile, il dramma di il) Il felice
avvicinamento del Pastore errante leopardiano si deve al D'Ascosa, nel cit.
articolo della Xuova Antologia. Giovanna e Gustavo Wolff ii, ove Asvero
prosegue in certo modo il destino di Fausto, e in compagnia di una certa
Asvera, che si chiama Atta, di fronte all'ideale cristiano che addita il cielo,
mostra il progressivo perfezionamento umano in questa vita col mezzo della comunione
dei due sessi. E questo unii specie di inno alla vita terrena, in cui la lirica
predomina. Ma la lirica, di solito, fa assumere ad Asvero altra tendenza; è il
Weltschmei'c che tutto lo compenetra: i melanconici figliuoli del secolo
scettico e sconfortato con la maschera del perpetuamente errante davano sfogo
al loro prepotente desiderio di pace. Il Song for the wamlei-ing jew del
Wordsworth i I8OO1 inspirò probabilmente la romanza di Guglielmo Mailer, che è
tutta affanno per il gran peso dell'esistenza. Lo sforzo del Seidl di
combattere coi suoi due Asveri posti di fronte la malattia romantica del secolo
non valse. Imitando in qualche parte la diffusa poesia su Le juif errant del
Béranger (1831), l'elegante Chamisso, in parecchie sue liriche, rappresentò in
Asvero il proprio amore non corrisposto ed i tormenti1 della propria nostalgia.
E tutto il suo tetro pessimismo prestò ad Asvero il Lenau in quello dei suoi
Heidebilder in cui il vecchio indistruttibile abbraccia il cadavere del
giovinetto pastore ed esce in un inno alla morte liberatrice, che finisce con
la strana efficacia di questi versi sublimi: Las.s dich limarmeli, Tod, in
dieser Laiche. Balsamiseh rieselt ihre frische Kiihle Durch mein Gebein, durch
meines Hirnes Schwiihle. Assai meno potente hi poesia Der eiKuge Jn.de del
1839, ma 'nell'ini Luogo e nell'altro l'ebreo non è che un prestanome di
Niccolò Lenau. * Sinora abbiamo veduto specialmente l'efficacia che ebbe sugli
spiriti dei poeti uno degli elementi della nostra figura leggendaria, la
perpetuità errante. Ma allato a questo v'è pur un altro elemento non meno
osservabile, quello che è dato dalla realtà oggettiva che codesto errante tante
volte secolare dovè conoscere de visi'. Asvero entra nella storia, come
spettatore glaciale, come genio filosoficamente benefico, come personificazione
d'idee o tendenze, come simbolo di ribellione. Il primo a dare esempio di
questa maniera di far funzionare l'errante fu Heller, coi suoi Briefe rie»
eirigen Judeii, che sono una scorsa sintetica alle vicende del mondo
obiettivamente osservate dall'ebreo longevo. Nel 1832, J. v. Zedlitz imagina
Asvero sempre vigile nella tomba e come in sogno gli fa passare dinanzi i maggiori
avvenimenti storici, con lo scopo specioso di flagellare Napoleone,
rappresentato come un nuovo Attila. Due episodi storici sono pur quelli che ci
mette innanzi lo Schenk in due frammenti epico-lirici sull'ebreo, che videro la
luce nel 1834 e nel 1836: due anni appresso F. F. Franke con lo pseudonimo di
Ferd. Hauthal imaginò una Asceviade, che dovea percorrere la storia universale
rilevandovi le principali lotte religiose. Ne abbiamo solo il principio,
farraginoso e pesante. Assai più sembrerebbe che si dovesse aspettarsi dal
grande novellatore danese Cristiano Andersen, il quale nel suo Ahasverus imaginò
il fantastico pellegrino come lo spirito del dubbio e della negazione, a
convincere il quale della grandezza di Dio è necessario ch'egli assiste allo
svolgersi della storia umana. Questa impostatura non era davvero cattiva; ma
l'opera poetica riusci poco chiara e poco grandiosa, perchè cosi voleva il
temperamento dell'artiste, chiamato ad altro. Tuttavia quel concepimento trovò
in Germania imitazione neìì'Ahasrer di Seligmann Heller (1866), esteso poema
filosofico in terzine, poco noto anche fra i tedeschi. Qui Asvero non è altro
che un'idea: una personificazione astratta dell"uman genere. Gli si svolge
dinanzi la storia, dal giudaesimo all'umanitarismo, attraverso il
cristianesimo. Uomo, invece, in tutta l'estensione del termine, che vive nelle
amarezze e nei dolori de' suoi sciagurati nepoti e assaggia cosi tre capitali
periodi storici, è 1 "Asvero di M. Haushofer '1886), intorno a cui il suo
ajwtore consumò la vite e che qualche critico paragonò alla Commedia dantesca.
Unità non vi è; sono tre drammi accostati, ma la loro potenza poetica è grande.
Ben misere cose sono, al confronto, le peregrinazioni a traverso alla storia
del personaggio imaginario, largamente concepite e solo in parte eseguite
nell'opera prosaica dal primo Dumas. Categoria a parte di componimenti è quella
in cui Asvero ha spirito deciso di ribellione, anche se non arrivò ad assumere
aspetto diabolico come nel romanzo di Levili SchQcking, Der liaaevnfùrst. La
simpatia per la ribellione è frutto rivoluzionario del romanticismo ed ebbe
interpreti in tutti i paesi d'Europa, segnatamente, nel nord, il Byron e lo
Shelley, nel sud il Carducci ed il Rapisardi. Giulio Mosen, nel suo poema epico
Ahmrer (1838), imaginò l'ebreo uomo, in vari periodi della storia, lottante,
nella sua disperazione di padre orbato più volte dei figli, contro
l'inesorabile e crudele Iddio. È questa la pugna quotidiana, tenace,
inevitabile, feroce dell'umano contro il divino, rappresentata talora con
tocchi di grande efficacia, ma in complesso oscura ('). Più perspicuo, ma più
povero, è l'errante della lirica di J. (>. Fischer (,1854), nella quale
assume i caratteri di Prometeo e rappresenta la verità di contro alla tirannia
oscurantista divina. La regina Elisabetta di Rumenia (Carmen Sylva) nel suo
poemetto Jeliova ( 1882) fa pure di Asvero una specie di Prometeo, per non dire
di Capaneo, che sfida il Creatore, ma trova finalmente nell'idealismo
filosofico tedesco la possibilità d'una fede, e in essa muore. Anche nell'altro
poema simbolico del Mosen, Hitter Wahn, v"ha non poca nebulosità di
concetto. Fra le parecchie composizioni, di che por brevità qui si tace, ove
l'ebreo entra in un'episodica narrazione storica, va annoverata quella che rese
il nome di Asvero più noto plesso il pubblico d'Italia, VAhasrer in Itom di
Roberto Hamerling iltflió). E poema di vivissimo colorito, nella
rappresentazione fulgida dei contrasti dell'età neroniana. Il Grillparzer già
disse che dovrebbe a maggior diritto intitolarsi Nerone, e cosi osò fare,
traducendolo, il nostro Vittorio Betteloni. Intorno alle straordinarie risorse
che può avere il carattere di Nerone molto s'è scritto, anche in Italia, in
questi ultimi anni, massime dopo la immensa fortuna del troppo celebrato
romanzo dello Sienkiewicz ('j. Il maggior difetto del personaggio di Nerone
nello Hamerling è di avere esso pure, fondamentalmente, funzione simbolica.
Tutto simbolo è Asvero, nuova incarnazione di Caino, portata ad operare in
mezzo a persone storiche: una astrazione sotto forma umana; l'umanità eterna,
ma nel suo lato mefistofelico. Come concezione asveriana il poema dello
Hamerling non vale molto (3i. Notabili sono specialmente gli scritti di Gaetano
Negri e di Carlo Pascal. Vedansi gli articoli sereni (giacché non sempre
prevalse la serenità in questa disamina storica) di Achille Cokn nel periodico
Atene e Homo, anno III, 1!KX). Leggansi le osservazioni di Ko3iUAi.no Giani, //
Xerone di Arrigo Boito, Torino, 1901. p. 52. Xel volumetto del Giani si ha una
coscienziosa rassegna dell'uso che fece la poesia, specialmente quella
drammatica, della figura di Xerone. (3> Troppo severo, tuttavia, gli è il Soergel
: il l'rost scrive su questo tema le migliori pagine del suo li Da questi
concetti simbolici sorti nel seno della storia è breve il passo al simbolismo
di tendenze religiose, politiche, sociali. E i primi esempi di questo sono
remoti. Già nel 1714, quando non tacevano ancora le discussioni sulla realtà
dell'ebreo, Gianjacopo Schud, nelle sue Judische Merkw'ùrdigkeiten, lo
interpretava come un simbolo del popolo israelita vagante sulla superfìcie del
globo, per la maledizione del sangue sparso di Cristo, piovuta sopra il suo
capo, e l'opinione, poggiante su alcuni celebri versi di Prudenzio, trovò
seguitatori (*). Nel secolo XIX le condizioni religiose e politiche mutare
fecero assumere a quest'idea diversa colorazione: la posizione economica
conquistata dalla razza semitica nella società europea produsse lo strano fatto
che Asvero divenne per molti bandiera di lotta antisemitica, mentre altri, in
nome suo, corsero alla difesa. Prima del Goethe, uno scrittore israelita
compose certo Spiel voti Ahasvei; che doveva essere cosa ben cruda se
l'autorità municipale di Francoforte, bro (pp. Hl-lMi). Le considerazioni di L.
A. Michki.anueli, Sopra V Ahascero in Roma poema di lì. Hamtrliny, Bologna.
187H, sono d'una prolissità spaventosa, ma spesso colgono nel segno. Cfr.
specialmente le pp. 13D-40. 142 e ló(>57. ri) Vedi Xeuhaur. Die Sage cit..
pp. '22, 118. 15S8. Istruttivo è nel libro del Soergel il capitoletto Ahaseer
ah Vertreter des jttdinclien Voìkes, pp. 57 sgg. r»i7 nel 1708, non sólo ne
fece proibire la reciti), ma ordinò che se ne ardessero tutti gli esemplari a
stampa, sicché noi ora, purtroppo, non lo conosciamo più. Molto tempo appresso
un celebre novelliere tedesco, israelita di nascita e di religione, Bertoldo
Auerbach, non tanto in una sua novella del 1827, quanto nell'importantissimo
Spinoza (188ó), rappresentò con Asvero il perseguitato giudaismo, riconciliato
finalmente con l'umanità dal grande pensatore olandese ('). Con siffatto
intento di compassione e di ammirazione verso gli ebrei fu interpretato Asvero
anche da altri; ma più di frequente egli servi a sfogare passioni
antisemitiche. HrW Altascerus di Bernardo Giseke (1868) è il cieco giudaismo
che odia il cristianesimo; nel mistero di Giovanni Lepsius (1894) raffigura il
tragico conato del popolo giudeo per trovare il nuovo Messia; il poema di
Giuseppe Seeber (1894), salutato in Germania con entusiasmo, porta la tragedia
messianica di Asvero ad una conclusione, che è conforme alle teorie
chiliastiche: quel tipo vagabondo dell'ebraismo antico giunge a riposo solo
quando tutto Israello è redento, cioè convertito. Più ristretto concepimento,
ma sempre intonato alla questione semitica, è ne\Y Ahasver del prete austriaco
Enrico von Levitschnigg (1842), che con molta vivezza porta innanzi l'ebreo
moderno da rigattiere fatto banchiere, che stende la mano unghiata È noto che
lo S]>inozn nacque da genitori ebrei di culto spagnuolo. sul mondo intero;
nel romanzo di Fr. Mauthnef De)neue Ahamer nel dramma asveriano dell'olandese
Ermanno Heijermanns, che mette in scena un episodio della persecuzione degli
ebrei in Russia. Come alla questione semitica nei paesi in cui specialmente si
agitò e si agita, cosi Asvoro fu ben lontano dal serbarsi indifferente agli
altri problemi che s'imposero al consorzio umano nel gran rinnovamento liberale
de] secolo XIX. D'un Asvero fautore di libertà, nemico del medio evo, del
misticismo, della scolastica, è ovvio l'intendere come e perchè desse il primo
esempio hi Francia con le satiriche Tableltes da jaif crrant di Edgard Quinet (\82'2)
. le cui tracce sono seguite in Germania nel iìelasius del Maltitz e nel New;
Aliaaver di Lodovico Kohler. Tendenza anticlericale e rivoluzionaria ebbe il
voluminoso, fortunatissimo romanzo in dieci volumi di Eugenio Sue., Le jaif
erranf (1844). In esso Asvero è il lavoratore diseredato, che si oppone al
clero sfruttatore, con allato Erodiade, la malvagia omicida del Battista. Con
slancio di carità non mai smentita, Asvero passa dal nord al sud, dall'est
all'ovest, per recare soccorso ove se n'ha bisogno. Tanto egli quanto Erodiade
finiscono perdonati ed Disposizione di spirito in tutto diversa manifesta il
Quinet dopo un decennio nel mistero Ahasvérus del 183B. Questo é frutto d'una
sentimentalità morbosa e d"una fantasia sbrigliata, e troppe volte dà
nell'oscuro e nell'incongruo. A ragione il Lanson chiama il Quinet « faiseur
d'apoealvpses. Asvero presagisce la distruzione del chiericato egoista e
tiranno, e l'avvento trionfale della democrazia, in cui il lavoro sarà,
rispettato, amato, valutato, compensato. Il successo di questo romanzo a tesi,
in cui è scarso il valor letterario, superò ogni aspettativa: la Germania ne
smalti in quattro anni più di quindici edizioni, delle quali una sola contava
undicimila esemplari. Trovò anche colà imitatori, tra cui emerge il romanzo
storico Ahasver di Chr. Kuffner , il cui ideale asveriano di amore sociale non
fu estraneo alla creazione dello Hamerling e forsanco neppure a quello dello
Sienkiewicz. Particolarmente dal 1880 in poi, i progressi fatti dal socialismo
provocarono la nascita di parecchi Asveri più o meno dottrinariamente
socialisteggianti, l'ultimo, e forse più notevole, dei quali è nel poema
Ahasver di Rentier, energica figurazione del proletariato che insorge contro
ogni specie di oppressione sociale e contro ogni bassezza morale. Se questa è
l'ultima forma di Asvero nell'ordine politico-sociale, ve nha un'altra, non
meno moderna, nell'ordine filosofico. Tutti sanno quale influsso esercitarono
le idee del Nietzsche sul pensiero europeo. A quell'influsso non si sottrae
neppure l'antico errante e l e teoriche individualiste trovarono un portavoce
anche in lui('). Per contro altre produzioni, come il poema di M. E. von
Stf.kn, Die Insel Aluiauer til31 terminato: tener desta la fede, esaltare le
anime nel servigio di Dio, diffondere la moralità cristiana ; e però quelle
vecchie vite di santi tenevano dtjlla biografìa, del panegirico e della le
zione moraleggiante. Ingrandire i fatti perchè all'elogio meglio servissero,
ritorcerli a maggior gloria del Signore e ad esempio di moralità e di fede, non
erano punto azioni che si giudicassero sconvenienti. Con questo concetto così
preciso del lavorio leggendario e retorico, vuoi popolare, vuoi individuale, è
facile imaginare come sia restio il Delehaye nel concedere ai testi agiografici
il valore di documenti storici. Importante e fecondo sembra a lui pure lo
studio comparato delle religioni; ma contro le troppo facili identificazioni
del culto cristiano col pagano, contro l'idea che la devozione ai santi sia una
concessione fatta dalla Chiesa alle abitudini inveterate del politeismo, contro
il presupposto della dipendenza diretta e immediata degli onori tributati ai
santi da quelli con cui i pagani esaltavano i loro eroi, scrive pagine di
ragionamento serrato, nutrite di meditata dottrina. Ammette bensì che la
tradizione del culto degli eroi abbia conservato negli animi una migliore
disposizione ad accogliere quello dei santi; riconosce certi adattamenti di
templi pagani a uso cristiano e l'analogia non intenzionale di certi santi con
certi eroi; trova non solo verisimile, ma storicamente necessario che nella
nuova religione si scoprano vestigi di gentilesimo: ma sostiene che il culto
dei santi ha un fondamento essenziale diverso da quello degli" eroi,
derivando esso dall'onore reso ai martiri, incili nato dal Cristo medesimo i*).
La mitologia comparata, pur raggiungere certe identificazioni, ha costrutto
talora a sua volta delle vere leggende erudite, come fece lo Harris per
ravvisare nel cristianesimo il culto dei Dioscuri e altri per identificare san
Luciano con Dionysos e santa Pelagia con Venere Afrodite. In siffatte
identificazioni analogiche bisogna procedere coi piedi di piombo, giacché il
lasciarsi trascinare dalla ingegnosità soverchia o dal preconcetto impellente è
cosa facilissima. Non minori cautele son praticabili nel giudicare sospetti
alcuni santi solo perchè hanno nomi di divinità greche ovvero significanti la personificazione
di un attributo. La buona critica può riconoscere bensì in questa condizione di
cose qualche motivo di titubanza; ma è pur d'uopo tener presente che in ispecie
i Romani usarono talora imporre ai loro schiavi e liberti nomi bizzarrissimi,
di divinità o di esseri astraiti, sicché il solo significato del nome non
dev'essere indizio di falsità. Siccome è assurdo l'ammettere una brusca
discontinuità nella storia, va da sé Siffatto raginnaniento, condotto con
finezza e con cau tela, è ben altrimenti convincente che le consuete
riflessioni proposte dall'ortodossia cattolica nel mettere a confronto il santo
e l'eroe. Quanta grossolanità vi fosse nn tempo in siffatti confronti può
vedersi in una chiacchierata su L'ayiografia antica e moderna della Civiltà
Cattolica, Serie 3», voi. \ li (anno che nella religione nuova molti elementi
pagani si continuarono e rivissero in forma l'innovellata. Il Delehaye ritiene
anzi che un sempre più accurato e profondo studio comparativo moltiplicherà il
numero dei fatti che riattaccheranno al paganesimo le leggende di molti santi;
ma non per questo si sarà licenziati a dire, per esempio, col Ilartland che in
san Giorgio la Chiesa ha « convertito e battezzato l'eroe pagano Perseo ».
L'infiltrazione di elementi letterari pagani nelle leggende agiografiche
cristiane è un fatto talora innegabile, tal'altra assai verosimile; ma ciò non
dà ancora facoltà di distruggere la personalità reale del santo e di concludere
ch'egli sia un dio pagano o un eroe pagano cristianeggiato. Massimo errore è,
in materia agiografica, il non separare la personalità del santo dalla sua
leggenda: questa può essere assurda, il santo legittimo. L'atteggiamento,
peraltro, dell'indagatore moderno di fronte ai fatti biografici recati dalla
tradizione o attestati dagli agiografi deve essere, non pur prudente, ma
razionalmente scettico: per le ragioni esposte, tanto la tradizione popolare
quanto il racconto degli agiografi sono il più delle volte mendaci; poco valore
hanno le tradizioni della chiesa ove il santo è venerato, ed è un'illusione il
credere d'aver ricostrutto la verità storica allorché si siano eliminati da una
biografia i tratti inverosimili e si sia trovata corrispondente a puntino al
vero la topografia. Anche nei romanzi del Bourget, osserva spiritosamente il
nostro Bollandista, la. to pografia è talora esattissima. Che si direbbe di chi
ne concludesse che quei romanzi narrano fatti realmente accaduti? Una cosa ve
eli al Irniente e solennemente reale nel complesso delle leggende agiografiche,
e questa nessuno potrà negarla: l'ideale concretato nella santità. Le parole
con cui il Delehaye chiude il suo libro sono nobilmente significative. La vita dei santi, egli
dice, è « la réalisation concrète de l'esprit évan« gélique, et par le fait qu
elle rend sensible « cet idéal sublime, la legende, cornine toute « poésie,
peut prétendre à un degré de vérité « plus elevé que l'iiistoire. Difficilmente, nel seno dell'ortodossia
cattolica, si potrà portare a maggiore elevatezza spirituale il concetto della
santità e circoscrivere di maggiori cautele l'accertamento del vero. In fondo,
non batte diversa strada neppure uno studioso nostro del diritto, che
recentemente sciasse un libro dotto e arditissimo sul santo di Assisi (ri. La
parte più solida, se vedo bene, in quel libro, in cui la temerità dell'ipotesi
non ha limiti e non scarseggiano neppure gli errori di fatto, sta nell'avere
intuito in san Francesco Tamassia, San Francesco d'Assisi e la sua leggenda,
Padova e Verona, Drucker un tipo, che già nella prima biografia del CeIanense è
compiutamente costituito e si contrappone, materiato con gli elementi della
tradizione evangelica e con tratti desunti in massima parto dalle opere di
Gregorio Magno, al clero degenerato ed avido di beni mondani. E improbabile che
i cultori di studi francescani si pei'suadano col^Tamassia della parte di
eretico, rientrato per via della leggenda nell'ortodossia, che vuol far
giuocare a san Francesco; nè gli meneranno buono il sistema di escludere il
fondamento reale di certi fatti, solo perchè essi hanno riscontri negli
avvenimenti o nelle leggende o nelle dottrine anteriori, quasiché la
tradizione, specialmente religiosa, non abbia la tendenza a ripercuotersi nella
realtà non meno che nella fantasia; nè potranno convincersi della genesi
unicamente letteraria che è assegnata al fatto delle stimmate, e se anche nella
seconda biografia di Tommaso da Celano vorranno riconoscere gli elementi
dottrinari che valgono a farne un « manuale di perfezione monastica », non per
questo vi ravviseranno addirittura « il capolavoro dell'impostura monastica del
secolo decimoterzo ma ciò non per tanto tutti dovranno ammettere che l'indagine,
se anche abbia trascinato l'autore a conclusioni eccessive, ha indiscutibile
utilità e non rimarrà senza buoni effetti nell'agiografia. Lasciata da parte la
fede (positiva o negativa), che non è strumento di ricerca, si avrà fatto un
gran guadagno accordandosi tutti nel giudicare la santità coi criteri
AGIOGRAFIA SCIENTIFICA psicologici moderni (') e nel l'in daga re le vicende
dei santi eoi metodi severamente scientifici che già da molto tempo si
applicano con profitto alla storia profana e alle leggende profane. Lo spirito
del genere umano è uno ed opera . 011 leggi costanti: è puerile il ritenere che
in materia religiosa esso deroghi a quelle leggi. Purtroppo una voragine
intercede ancora fra lo studioso credente e lo studioso non credente: la possibilità
della sospensione delle leggi naturali nel miracolo, che il credente ammette e
l'incredulo nega. Ma chi tien dietro spassionatamente ai progressi grandissimi
che gli studi religiosi vengon facendo, trova che insensibilmente codesta
voragine perde di profondità e di ampiezza. La parte più colta del clero si
piega orinai alla discussione del miracolo e talora lo pone apertamente in
dubbio (*). È vero che la maggior parte dei miracoli non costituisce articolo
di fede: ma è vero altresì che la tendenza scettica cosi lucidamente tracciata
dal Delehaye rispetto all'agiografia non ha da fare che un passo e può essere
applicata ai Vangeli (3). E La psicologia del santo non fu perauco indagata in
conformità alla scienza. Il troppo fortunato libro sul soggetto di Enrico Joly,
che ebbe anche una traduzione italiana Roma, Desclée e Lefebvre, 190-1,1, non
ha base scientifica. Per citare un esempio tra mille, gravi dubbi ormai si
sollevano nel clero stesso su quello che fu considerato come uno dei più
angusti fra i santuari cattolici, la casa di Loreto. Vedasi nel presente volume
l'articolo speciale da me consacrato alla questione lauretana. Lo ha detto
apertamente, a proposito del libro del Deallora? Non si spaventino gl’ortodossi
per questo. L'esegesi biblica, a cui teneva tanto l'illuminato pontefice Leone
XIII, può essere praticata presso i cattolici con una indipendenza di criteri
scientifici non diversa da quella che giù da tempo adottarono certi esegeti
protestanti, per non dire gli scienziati aconfessionali. Lo ha provato col
fatto l'abate Alfredo Loisy, studiando al lume della critica storica il quarto
Vangelo (*) e contrapponendo all'opera teologica del protestante Harnack, Das
Wesen des Chrisfenlums (!), il tanto discusso libretto L'émngile et l'èglise. A
quel tentativo di esegesi storica dei Vangeli i vescovi di Francia
contrapposero aspre, roboanti parole e divieti: ma la loro piccineria, anche di
fronte alla pura credenza ortodossa, ha qualcosa di desolante. La frase di
condanna trovata dall'arcivescovo di Cambi ai: «au lieu d'élever l'hom« me à la
hautaur mystérieuse des Livres saints, « certains auteurs f'ond descendre ces
livres au « niveau de la raison et de la nature humaine >, è la
decapitazione, in seguito a giudizio statario, della scienza e della ragione
umana is). Uno
leha ve, Maiicki. Hkiikbt, nella He vite de l'unicersité de Bruxelles, voi. XI, 190T), p. 14li. L'Héhert è autore d'un
libro ili non grande levatura, ma non destituito d'interesse, L'évululìo» de la
foi rittholitjue, Paris, Alcan, 11)05. Le t/ualrième évangile, Paris, Picard,
1908. Leipzig, 1900. Versione italiana, L'essenza del Cristianesimo, Torino,
Bocca. . Tutte le condanne e le loro motivazioni si possono leggere, raccolte
dal Loisy medesimo, in fondo ni suo volumetto polemico Aulour d'un peli! licre,
Paris, Picard, 1H03. storico di grande riputazione, Gabriel Monod, ebbe a
notare che dopo il concilio di Trento e segnatamente dopo il concilio Vaticano,
la Chiesa ha smarrito il senso della storia ed l al 17(55 sei volumi di dissertazioni
uni culto di Maria, sbarazzava la tradizione lauretaua da quell'ani masso di
favole ond'era aduggiata e per primo faceva vedere l'inutilità dei pretesi
documenti antichi, rutti falsi. Ad una negazione decisa del fatto egli per
altro non giunse, come non vi giunse quel dotto e candido sacerdote alsaziano
lìiiis. Antonio Vogcl, che rifugiatosi nella Marca pel turbinare della
rivoluzione francese, compulsò quanti documenti d'archivio gli venne fatto
trovare e scrisse un commentario latino De ecclesia Recana tenni Lanretana,
pubblicato postumo, che non oppugna decisamente la tradizione per rispetti
ovvii, se non del tutto giustificabili. Monaldo Leopardi, tuttavia, ci assiema
esser il Vogel venuto nella persuasione « qualmente la santa cappella Lauretana
poteva venerarsi per molti titoli, ma non « era la Santa Casa di Nazareth •.
Solo in tempi a noi vicini un barnabita, Leopoldo De Feis, aveva il coraggio di
dire chiaramente ed esplicitamente ciò die molti altri pensarono prima di lui:
i suoi due solidi articoli su La S. Casa di Nazareth ed il Santuario di Loreto
.('), destinati a sfatare la tradizione laure tana, suscitarono plausi e
contumelie, ma ebbero nello stesso clero difensori illuminati, specialmente in
Francia l'abate Boudinhon, che nella Reme da clvrgè franrais sostenne una vera
battaglia contro gii oppositori. Finalmente venne in luce il voluminoso ed
eruditissimo libro del canonico Ulisse Chevalier, Nolre-Dame de Lorette, ètwle
hi sto rique sur l'aatìienticifè de la Santa Cum ('), che resterà il vero punto
di partenza per ogni ricerca futura. Per quel che concerne la portata
dialettica, il nerbo dell'argomentazione contro la veridicità della leggenda,
l'opera dello Chevalier, condotta più da bibliografo che da storico, non supera
in valore l'opuscolo del De Feis, perchè l'immensità del materiale erudito,
sebbene ordinatamente disposto e bene riassunto, turba il I due articoli
uscirono nei volumi 141 e UH della /?«.«seyha nazionale di Firenze; ma in quel
medesimo anno 1H0-") comparvero anche, con aggiunte, in un opuscolo a
parte. Paris, Picard, 190b\ Lo Chevalier è notissimo in ispecie per la grande
benemerenza acquistatasi col suo Hi'pertoire rfes sources [ustorique.s du
moi/en-àge. Altre opere sue principali riguardano la poesia liturgica dell'evo
medio. Ejrli suscitò pure rumore fra noi impugnando l'autenticità della Sindone
di Torino. procedimento ragionativo e svia l'attenzione del lettore; ma in
compenso si ha qui raccolto tuttociò ehe in ogni senso può interessare gli
studiosi della grande leggenda. Prima di venire ad esporre di volo la sua
argomentazione, mi sia concesso avvertire ch'egli ebbe un consentimento
particolarmente autorevole e non sospetto. Cario De Smedt, uno di quelli
esperti e spregiudicati lìollandisti del Belgio, che altra volta ebbi già a
lodare, dopo aver con mirabile chiarezza riassunto le conclusioni dello
Chevalier, considera il suo libro « cornine une oeuvre définitivc. dont «
anemie déeou verte de doruments encore in« comi us ne pouria ébranler les
solides a.sp. rito, la qual è facta de quadreli o ina toni et « è coperta de
copi (tegole); et in quel paese « non se trovano tali cosse. La casaadumque
vera « de la b. Verzene è cavata nel monte, lo qual « è de tupho, et è soto
terra, grande per quadro « sedpce braza, cum due stantiolete, l'ima an« canto
l'altra; in una de le quale dimoiava « Joseph et in l'altra la b. Verzene. E
quella « casa medesima che era in quel tempo, quando « la fo annunciata, è al
presente. Nè non se « poterla apportar uè levare salvo chi non pov« tasse el
monte » . Candida quanto energica protesta ; ina a farla il dabben francescano
dovette essere indotto da ciò che in Italia a' tempi suoi si narrava. E infatti
Pietro di Giorgio Tolomei, detto dalla città nativa il Teramano, avea pei"
la prima volta riferito il miracolo della traslazione, asserendo di saperlo da
due vecchioni di Recanati, che a lor volta lo tenevano dai loro avi. Più che il
silenzio di ogni fonte trecentesca, compresi cronisti come Giovanni Villani,
potè questa pretesa diceria di vecchi, passata di bocca in bocca. Le parole del
Teramano furono riprodotte, affisse nella cappella lauretana, tradotte; il
carmelita mantovano Battista Spagnuoli contribuì a diffonderle elaborandole in
una operetta latina, ch'ebbe voga. Papa Giulio II non tardò a confermare la
leggenda con una bolla, che è tuttavia assai circospetta nell'affermare la
traslazione, usando la forinola « ut pie credi tur et fama est. Bili qui siamo
ancora nella buona fede; più tardi principia la intenzionale mistificazione,
che consiste nell'in venta re circostanze di fatto, nel precisare tutto,
nel'" tenticare coi falsi la tradizione corrente ('i. 1 documenti allora
addotti, siccome rimontanti al XIII e al XIV secolo, furono già dimostrati
falsi dal Trombelli, dal Vogel e dal Leopardi, e nessuno ha potuto salvarli da
quella condanna, che lo Chevalier ribadisce. Le bugie si ammonticchiarono nel
racconto che, togliendo a base il Teramano, credette di redigere nel ìò'òì
Girolamo Angelita, segretario del Comune di Recanati, e quindi in quello di
Raffaele Riera, e finalmente nell'opera divenuta celebre di Orazio Torsellini,
di cui s 'hanno traduzioni in tutte le lingue. Con testimonianze false, inventate
di sana pianta, si cercò dimostrare il passaggio della Santa Casa per la
Dalmazia, di cui nessun documento di qualche valore fa motto; e quindi si pose
ogni industria nel determinare i suoi piccoli giri in Italia, nel territorio di
Recanati. I pellegrini del seicento videro in Palestina ciò che sin 'allora
nessuno aveva veduto: le fondamenta della casetta, le cui mura soprastanti eran
volate a Loreto. Finalmente, nell'opera sua rara stampata ad Anversa, Franti) I
valenti sacerdoti che s'occuparono del soggetto questo non dissero; ma appare
evidente dai fatti ampiamente allegati dallo Chevalier. Nel Cinquecento e nel
Seicento s'è mentito sapendo di mentire, nè giova dissimularlo. Divido
interamente su questo punto l'opinione del Delabohde, L'évolution d'une legende
pieuse, in Journal des novanta cesco Quaresmio, motivava la fuga della Santa
Casa con le strano racconto, del tutto favoloso, d'un vescovo che per paura de'
Maomettani avrebbe apostatato la fede cristiana, sostituendo il turbante alla
mitra. Scandalizzata per questo contegno, la vergine avrebbe intimato il
trasloco della sua abitazione, non altrimenti da ciò che avvenne poscia nella
Marca, ove cangia di posto prima perchè i briganti infestano la località
prescelta e quindi perchè sono sorte discordie tra i due fratelli Alitici, nel
cui podere è venuta a posarsi. Essendo cosi suscettibile alla buona moralità
delle genti che l;i circondano, non ò del tutto insussistente l'odierna
speranza dei Mariaviti polacchi, i quali attendono che d’un giorno all'altro la
santa casa prenda il volo di nuovo e venga a collocarsi in mezzo ad essi. Un
Muratori, credenzone, anzi haggeo, di tutte le fandonie spacciate sino a quel
tempo sulla santa casa è Pietro Valerio Martore-Ili nei tre grandi volumi in
folio intitolati Teatro /storico della Santa Cam Nazarena della lì. Vergine
Maria, editi in Roma. Questo che lo Chevalier chiama le mare magmi m de notre
legende ha il merito di accogliere il più gran numero di tradizioni leggendarie
ed ha il torto di accettarle tutte come verità sacrosanta, senz'ombra di
critica. Per tale curiosissima aspettazione vedasi Ciiev.m.ikh. 1>. 11 gran
battagliale che si fece contro il De Feis e lo Chevalier in giornali, in
riviste, in opuscoli, in libri, non si può dire abbia alcun valore scientifico.
Trattasi del solito cicaleccio inconcludente di persone in cui la coltura e
l'abito della critica sono di gran lunga inferiori al fervore religioso. Ameno
è, in questo genere di letteratura, l'opuscolo scervellato d'un guidatore di
pellegrinaggi francesi a Loreto, l'untuoso abate J. Faurax (*). Questo confuso
ed idiota affastellamento di frasi, condito di velenose insinuazioni,
rappresenta purtroppo l'indirizzo pietistico di una buona parte del clero
cattolico, di che non c'è da consolarsi. Meno insensato, ma non meno
inconcludente, è un libretto italiano diretto contro il De Feis da R. Della
Casa, col titolo pretensioso di Studio storico documentato sulla S. Casa di
Maria venerata a Loreto; ma s'ingannerebbe a partito chi, illuso dal frontispizio,
credesse di apprendervi qualche novità di rilievo. Del resto lo Chevalier,
sempre coscienziosissimo, non mancò di prendere in esame qualsiasi dato di
fatto nuovo che nell'ardente polemica gli venisse presentato: cosi Tedi le
indicazioni bibliografiche date in proposito dall' Ai.i.mano, nel cit. Histor. Jahrbnch, Tjt
Halnte Maison rie Sotre Mère à Loretle. Lyon-Paris Siena, Tip. S. Bernardino mostrò che è «cura e gotta
falsificazione del seicento certa bolla pontificia che volevasi emanata nel
1310 da Clemente V con accenno alla Vergine di Loreto; e cosi, avendo udito di
una reliquia farfense del sec. XII avente la scritta « de domo lauretana
Virginis ilariae », non fu pago se non quando, appurato bene le cose, si
persuase che la scritta appartieni! al sec. XVI Sarebbe solenne ingiustizia il
confondere con le altre cianfrusaglie polemiche pregiudicate e melense il bello
e ricco volumetto di ìnons. Michele Faloci Pulignani, La Sanici Casa di Loreto
secondo un a/fresco di Gvìiltio, Roma, HiOT. Sebbene, a parer mio, non
t'aggiunga il suo scopo rispetto alla dimostrazione del miracolo, questo libro
è e resterà sempre un eccellente contributo alla storia della fortuna che ebbe
la Santa Casa nelle arti del disegno. Le illustrazioni onde lo scritto è
corredato sono curiose »\1 alcune non ovvie; ma non giovano a mostrare, come il
valente autore vorrebbe, che nel rovinatissimo affresco dipinto nell'antico
chiostro di S. Francesco in Gubbio sia rappresentata la traslazione della Santa
Casa. Pare anche a me, contro le obiezioni di altri, che quel dipinto, per
ragioni stilistiche, non possa ascriversi se non alla seconda metà del sec.
XIV; quindi mostrerebbe la leggenda formata un buon secolo prima di quanto
sinora ci (1) I due articoli dello Clievalier sui menzionati soggetti leggonsi
nei Mélanges d'archeologie et d'histoire editi dalla Scuola francese di Roma,
,V>7 risulti, ila la difficoltà sta pur sempre nel provare che quella
cappellaccia portata da angeli, che la Madonna, chiusa in un'aureola a mandorla
e da angeli circondata, addita dall'alto, sia veramente la Santa Casa. Il
Faloci ha posto nella dimostrazione, col fuoco consueto della sua indole, molto
acume e molla dottrina, non v'ha dubbio. Tuttavia che l'affresco d'un chiostro
francescano, primo nella sua ubicazione e quindi tale da aprire una serie di
rappresentazioni francescane, raffigurasse proprio un fatto che con S.
Francesco e con l'ordine suo non ha nulla, o quasi nulla, da vedere, è cosa
ostica a credersi. Inoltre quella che gli angeli portano non ò una casa, ma una
chiesa: e il paesaggio e i pochi altri particolari di fatto che la gran rovina
del dipinto ci permettono di scorgere, non corrispondono, checché ne dica
l'erudito monsignore, a nessuna particolarità della leggenda lauretana; e la
Vergine non è rappresentata con in braccio il Bambino, come costantemente
pratica l'iconografia della Santa Casa. L'affresco eugubino dovrà ancora essere
sottoposto a studi; ma sinora, a parer mio, non è la tradizione lauretana che
possa rallegrarsene, perchè con ogni probabilità si tratta di un soggetto
simbolico francescano, che esso ci pone sott'occhio. Se anche non tutto sia
chiaro, ha molto maggiore verosimiglianza l'ipotesi prima sostenuta dal defunto
dottor Lapponi, medico di Leone Rassegna Gregoriana e ora più ampiamente dal
canonico Vittorio Pa. gliari ('). che quel dipinto ingenuamente ci dica come,
per volontà di Maria, la chiosimi della Porziuncula fosse dagli angeli portata
in terra e deposta presso Assisi. Quel simbolo racchiude quanto v'ò di
misticamente più significativo nell'opera di S. Francesco; e però appare molto
probabile che aprisse, come in altri conventi francescani avveniva, la serie
delle pitture. Le quali, anche per tradizione di chi potè vederle ancora ben
conservate, rappresentavano fatti di 8. Francesco e non altro, « varia et plura
gesta « S. Francisci da Assisto, singula inter se di« visa et depicta rudi et
antiquo modo », come scrisse nel suo rogito del 16.V5 il notaio eugubino Anton
Maria Valentin! Giunti a questo punto, legittima e la domanda : come germogliò
la leggenda, che trovò hi prima consacrazione scritta sul cadere del secolo XV,
e fu tanto amplificata, e non sempre onesta mente elaborata e diffusa nei
successivi? Chi ha qualche pratica in siffatto ordine di indagini sa che c assai
più agevole segnalarci caratteri specifici di una leggenda e indicarne la
evoluzione, di quello che sia scoprirne con si Rivista storico-critica delle
scienze teoloyiche, 5èB 9gg. Faloci-Pcligxaxi, Op. cil., p. S. cu rezza
l'origine. Tuttavia parecchie congetture si possono fare e furono fatte (').
Una di esse è, sopra tutte, la più calzante e verosimile. Eccola. Esisteva in
quel di Recanati un'antica chiesetta, che pare fosse gentilizia (*), intitolata
alla Natività di Maria, ove si venerava una Madonna che divenne celebre per
miracoli, cosicché vi traevano in gran numero i pellegrini. Come accadde tanto
sposso nei santuari medioevali, crebbero intorno ad essa piccole case, ad uso
d'ospizio, d'ospedale e di amministrazione, che si chiamarono al plurale dotuus
Marine. Di quella chiesetta e di quei pellegrinaggi e dei doni cospicui
accumulati colà parlano molti documenti, amministrativi, ecclesiastici e
pontifici, senza far mai motto della traslazione. Mentre ancora nel 1438 si
parla delle case di Maria (domokum gloriosae Virgiuis Marine de Laureto), si ha
il primo accenno scritto alla casa di Maria (domum sacratissimae Sanctae Mariae
de Laureto), e la confusione non ò difficile a spiegarsi quando si consideri
che domus, appartenendo alla quarta declinazione, ha l'uscita uguale nel
nominativo singolare e nel nominativo plurale. In questa Chevamek Vedi anche la lucida esposizione del
Journal ile» garanti c Lo si deduce da documenti vaticani della prima metà del
sec. XIV, rimasti sconosciuti allo Chevalier, per cui vedi Burniscile
Quarlalschrift, an. (3; Cubvaliek, pp. 226-2SJ, confusione e nel fatto
attestato da unii bolla di Paolo II del 12 febbraio 1470, clic la miracolosa,
imagine della Vergine, venerata uella piccola chiesa, era stata colà portata
dagli angeli (angelico Gomitante celti mira Dei clementia collocata est) si ha
con tutta probabilità da riconoscere il germe della tradizione leggendaria
ltturetaua. che nell'attestazione del Teramano ha già portato i suoi frutti.
Quando il Sai-ehetti, che conobbe de risa la Marca ed in ben diciassette
novelle parla di soggetti marchigiani, pone in bocca a Mauro pescatore di
Oivitatiova il giuramento » per Santa Maria de Loreto » '*), egli senza dubbio
allude alla Madonna miracolosa, che come tante altre dice vasi colà trasportata
dagli angeli. Tutti intendono quanto facilmente dalla Madonna si potesse
passare alh: casa della Madonna nell'idea di si {fatto trasporto', dal momento
che in un darò tempo casa di Maria fu detta la primitiva chiesuccia laurctana,
non diversamente fora* dalia « casti di Notlra Donna in sul lito Adriano » che
nomina San Pier Damiano nel cielo di Saturno. Chevamkr, p. 2CHì. Credo io pure felice la
correzione proposta dal Bottari. giacché il testo ha « Santa Maria dell'Oreiio
I dubbi dello Chevalier, non mi sembrano fondati. Vedi anche D. Spadoni, //
santuario di Loreto e un novelliere toscano d"l sec. XIV. in Rivisto
marchigiana illustrata Anche il ternario inedito fatto conoscere da M. Vattasso
nel Giornale Arcadico invoca unicamente la Madonna di Loreto, senza verun
accenno nè alla Santa Casa n'' alla sua traslazione. Paradiso. Ma Dante con
quella casa designa una chiesa o un monastero? Vedi perle controversie I luoghi
di grandi e frequenti pellegrinaggi sono singolarmente disposti a veder nascere
e vigoreggiare le leggende. Quel pubblico di devoti, e talor di fanatici, è
sempre in sommo grado suggestionab|le, nè giova tacere che v'è talvolta chi tei
il massimo interesse di trar profitto dalla sua propensione ad essere
suggestionato. Le leggende di questa specie hanno quasi sempre un periodo
spontaneo ed un altro artificiale; come vedemmo esser seguito a Loreto. La cosa
non deve far certo meraviglia quando si pensi che uno studioso serissimo, dotto
ed acuto, Giuseppe Bédier, vien consacrando da anni le sue fatiche a mostrare
che tutte o quasi tutte le leggende epiche carolingie hanno la loro sorgente
nei santuari medievali e gli organi principali della loro trasmissione nei
pellegrinaggi ('). a cut dà luogo quel passo, oltreché i commenti dello
Scartazzini, dej Casini, ilei Torraca, anche C. fiicci, L'ultimo rifu/fio di
Dante Alighieri, Milano, e Suììelt. »Soc. Dantesca. Monaldo Leopardi, come
mostra nella XIII e nella XXII delle sue Discusmoìii lanretane e ribadisce
negli Annali, si faceva forte specialmente del passo dantesco per sostenere la
sua tesi che la traslazione della Santa Casa è anteriore. Del resto, l'identificazione,
del tutto falsa, della caaa nominata da Dante con quella di Loreto pare risalga
al Maglia bechi. Cfr. Chevamer, p. 158. il) Il I$>dier ha già pubblicato in
proposito una bella serie di articoli, tra i quali sono per noi importantissimi
quelli su I^e* rhannonx de geste et les routes d'Italie, inseriti nei volumi
della Romania. Dell'opera d'insieme che ne risulterà, Leu légendes épiqitea,
recherches sur la formation de* channona de geste, è già uscito il primo
volume, sul sottociclo di Guglielmo d'Orange (Paris, Champion, 1908). Kknikr
Scatj/ti Critici Oramai la parte più illuminata ck'l cloro cattolico, quella
parte che non rinuncia a pensare col proprio cervello e che non ripugna ai
procedimenti scientifici, non può più prestar fede a certi tradizioni
destituite d'ogni solida base storica, come quella della traslazione della
Santa Casa. E tuttavia i vescovi marchigiani, in una lor pastorale dell'aprile
1906, asseverano che le conclusioni negative dei dotti su quest'argomento
suscitano « l'indignazione dell'innamorato stuolo « dei devoti della Vergine
(') », e l'attuale pontefice fa scrivere a mons. Faloci che « approva al«
tamente i suoi studii per la difesa d'una tra« dizione venerata da tanti
secoli, cosi cara alla « Chiesa ed alla pietà dei fedeli» . E quel eh 'è
peggio, un uomo d'altissimo sapere, esperto in ogni accorgimento dalla critica,
autore d insigni studi sul papato nel medioevo, il padre (irisar, discorrendo
nel 1900 in Monaco agli scienziati cattolici riuniti a congresso, sostiene che
sarebbe sconveniente (ungesiemend) l'annunciare dal pergamo al popolo che la
Santa Casa non fu portata dagli angeli e non è quella di Nazareth, perchè
maxima debetur puero reverentia, e conviene che la verità s'infiltri a poco a
poco dalla cerchia ristretta degli scienziati nel pubblico La Ranaerpia
Xazionale. La Civiltà Cattolica. largo E l'illustre bollandista De Smcdt, pur
riconoscendo con tutti gli altri che la Chiesa non ha punto autorità
infallibile quando non si tratti dell'interpretazione di verità rivelate, crede
che sarebbe temerario il chiedere all'autorità ecclesiastica d'affrettarsi a
proclamare la falsità di certe credenze trasmesse di generazione -in
generazione Di cotali asserzioni e professioni, venute da ecclesiastici che
sono veri scienziati, potrei aggiungerne agevolmente un'altra dozzina. Ora io
trovo che codesta acquiescenza interessata all'errore, codesta custodia
conservatrice gelosa di tante falsità, che s'ammantano col nome di pie
credenze, non sono degne di chi ama proclamarsi interprete della verità
rivelata. So pormi facilmente nella condizione della Chiesa rispetto a tendenze
per essa pericolosissime come era il modernismo, e ne intendo la condanna. Non
intendo invece, in chi non muova da principi utilitari e sia in buona fede, questo
rispetto malato per tutte le mille incrostazioni superstiziose che il
cattolicesimo ha dal medioevo; non intendo come non si veda che lo
sbarazzarsene risolutamente sarebbe atto salutare alla stessa purità e santità
della fede. Maxima debettupuero reveventia, non c'è dubbio: ma non è reverente
chi permette che il popolo, l'eterno fanciullo, sia goffamente ingannato in
materia non dommatica e sulla quale è possibile veder chiaro con la ra ili
Hhttor. Jahrburhj. l'ij Anatrila Boltaiiiliana, gione. Ammenoché il puer non
sia il (frosse Lummel di Heine, il grosso babbeo, destinato, in questa come in
tante altre bisogne, a lasciarsi infinocchiare. Se non che considerarlo a
questo modo e profittarne fu ed è costume di tutti i settari, i-ossi e neri, ma
non è da cristiano. Nota aggiunta. Ne] Fanfulla della lìouienira. Sul soggetto
non usci di importante dopi' d'allora se non lo studio dChkscenzi, Iconografia
lauretana, Rivista storico-critica delle scienze teologicJie Crescenzi riguarda
come confutazione definiti va quella che Pagliari oppose a Faloci rispetto al
sifruitìcato clell'aiiresco di Gubbio, e ordinato meglio il materiale
iconografico, propone una nuova ipotesi rispetto all'origine della leggenda.
Secondo Ini, il germe di quella leggenda sarebbe stato un affresco, forse
dipiuto bu di una delle pareti esterne del santuario, che fin da tempo antico
si venera presso l'attuale Loreto. La vergine ivi sarebbesi veduta sopra una
casa portata d’angeli, e questo tipo di 8. Maria dpgl’ angeli avrebbe prodotto
nella tradizione popolare la credenza nella casa della vergine miracolosamente
trasportato, dagl’angeli. Alle obiezioni rivoltagli dal padre Esehhaeh
nell'Osservature romano Crescenzi rispose uella medesima Hivista
storico-rritica. Perl' corografia lauretana vedasi pure Tini nella Rivista
abruzzese, La produzione artistica moderna più ragguardevole suggerita dalla
nostra leggenda è il vivacissimo affresco di Tiepolo nel soffitto della chiesa
degli scalzi in Venezia. Si veda Molme.n'tx, Tiepolo. Milano. LATERZA BIBLIOTECA
DI CULTURA MODERNA. Orano Psicologia sociale King e Okev L'Italia d'oggi
Ciccotti Psicologia del movimento socialista Amadoki-Virgilj L'Istituto
famigliare nelle Società primordiali Martin L'Educazione del carattere
(esaurito) G. Db Lorenzo India e Buddhismo antico Spinazzola Le origini ed il
cani iu ino dell'Arte . H. i>b Goijhmont Fisica dell'Amore. Saggio sii
l'istinto sessuale Cassola I sindacati industriali. Cartelli Pool. Trust
Marchesini Le finzioni dell'anima. Saggio ili Etica jiedagogka Kkich Successo
delle Nazioni Barbagallo La line della Grecia mitica Movati Attraverso il Medio
Evo Spixgarn La critica letteraria nel Kj nascimento Cariale Sartor Resnrtus
Carabellese Nord e Sud attraverso i secoli Spaventa Da Socrate a Hegel Labriola
Scritti vari di filosofìa e politica a cura di Croce Balfour Le basi della fede
Freycinet Saggio sulla Filosofìa delle Scienze Croce Ciò che è vivo e ciò che è
morto della filosofia di Hegel Hearx Kokoro. Cenni ed echi dell'intima vita
giapponese Nietzsche Le origini della tragedia Imbriani Studi letterari e
bizzarrie satiriche Hearn Spigolature nei campi di Ituddho. Sai.eeby Iju
Preoccupazione ossia la malattia del secolo Vossier Positivismo e idealismo
nella scienza della lingua Arcoleo Forme vecchie, idee nuove Il pensiero
dell'Aitate Galiani Antologia di tutti i suoi scrìtti editi e inediti Spaventa
La filosofia italiana nelle sue relazioni colla filosofia europea Sohel
Considerazioni sulla violenza Labriola Socrate Nuova edizione Kohler Moderni
problemi del Diritto Yosslkr La Divina Commedia studùtta netta sua genesi e
interpretata Gextii.k Il Modernismo e i rapporti tra religione e filosofia
Festa Un galateo femminile italumo Spaventa La politica della destra Rovck Lo
spirito della filosofia moderna. R. Svaghi critici. Rodolfo Renier. Renier.
Keywords: italiano? No, la lingua d’Italia -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Renier” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rensi:
TRASEA – l’implicatura – la scuola di Villafranca di Verona -- filosofia veneta
-- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Villafranca di Verona). Filosofo italiano. Villafranca
di Verona, Verona, Veneto. Grice: “Only in Italy does a philosopher get his
obituary when still alive!” Studia
a Verona, Padova, e Roma. Insegna a Genova. Iscrittosi al partito socialista,
si reca a Milano per assumere la
direzione del giornale “La lotta delle classi sociali”, collaborando
assiduamente anche alla turatiana Critica Sociale e alla Rivista popolare. A
seguito delle misure repressive adottate dal governo, e per sfuggire alla
condanna del tribunale militare per aver preso parte ai mossi operai milanesi, stroncati
dall'esercito con la strage del generale sabaudo Beccaris, è costretto a
cercare rifugio in Svizzera. Frutto dell'esperienza ticinese e la
pubblicazione de “Gl’anciens régimes e la democrazia diretta” (Colombi, Roma)
in cui difende il principio della democrazia diretta del sistema istituzionale federalista.
Collabora con numerosi articoli ai fogli radicali Il Dovere di Bellinzona, la
Gazzetta Ticinese e L'Azione di Lugano, nonché alla rivista socialista e
pacifista Coenobium. Ri-entra in Italia per stabilirsi a Verona dedicandosi alla
filosofia del linguaggio – “o semantica.” A seguito della campagna libica, vi è
la rottura col partito socialista, poiché
si è schierato con l'interventismo di Bissolati. Pubblica “Il fondamento
filosofico del diritto” (Petremolese, Piacenza). Altri due volume seguono: “Formalismo
e a-moralismo giuridico” (Cabianca, Verona) e “La trascendenza: studio sul
problema morale” (Bocca, Torino), ove sviluppa un idealismo trascendente.
Insegna a Bologna, Ferrara, Firenze, e Messina. L'esperienza della grande guerra
manda in crisi (“alla merda”) la sue convinzione idealistica, conducendolo
verso lo scetticismo – della ‘scessi’, come la chiama --, la cui prima
formulazione sono i “Lineamenti di filosofia della scessi” (Zanichelli,
Bologna). Sostene che la guerra distrue la fede ottimistica nell'universalità
della ragione, sostituendola con lo spettacolo tragico della sua pluri-versalità,
vale a dire dell'irriducibile conflittualità dei diversi punti di vista. Espose
nella “Filosofia dell'autorità” (Sandron, Palermo) la traduzione politica di
questa concezione. Poiché tutti i punti di vista politici sono sullo stesso
piano, quello che anda al potere lo fa con un atto di forza, tacitando tutti gl’altri
punti di vista. In questo saggio si è scorta una prima GIUSTIFICAZIONE dell'autoritarismo
fascista. Tuttavia, dopo una prima simpatia per il fascismo, ne divenne un
fiero avversario quando MUSSOLINI con metodi un po ‘anti-democratici’ comincia
a perseguire un disegno dittatoriale ispirandosi a GIULIO CESARE – o duca/duce.
R., non Mussolini, sottoscrisse il Manifesto degl’intellettuali o filosofi anti-fascisti
di CROCE, pagando questa scelta con la sospensione, dalla cattedra di filosofia a Genova. Arrestato
e rinchiuso in carcere. Solo un abile stratagemma escogitato dall'amico e
collega SELLA, che pubblica sul “Corriere della Sera” il necrologio del
filosofo, diffondendo così la falsa notizia della sua morte, induce il duce a
rimetterlo prontamente in libertà. Il dittatore teme l'ondata di sdegno
sollevatasi per i metodi oppressivi del regime. Per la sua coerenza agl’ideali
di libertà, sube il definitivo allontanamento dalla cattedra, è, comandato, da
vigilato speciale, presso il centro bibliografico dell'ateneo genovese, per la
compilazione della biografia ligure. Nonostante il doloroso distacco dalla
scuola dove insegna, continua la sua attività filosofica e collabora al
quotidiano socialista genovese Il Lavoro, l'unico foglio che accoglie testi di
personalità che non hanno fatto atto di sotto-missione al fascismo. Ricoverato
al ospedale Galliera mentre infuria il
bombardamento della flotta inglese su Genova, per essere operato d'urgenza.
Tuttavia l'azione militare danneggia alcune sale dell'edificio e i medici doveno
rinviare l'intervento, una fatalità che non lascia scampo a R. Ai funerali
pochi amici ed ex allievi poterono seguire per breve tratto il carro funebre.
La polizia, che vieta questo devoto omaggio, dispersa il funerale, schedando
alcuni discepoli. R., anche morto, tura il potere. Sulla tomba nel cimitero di
Staglieno un'epigrafe riassume uno stile di vita ed esprime il suo dissenso, la
sua resistenza e indipendenza filosofica. ETSI OMNES NON EGO. La sua filosofia si
è sviluppata dopo l'approdo alla scessi in
direzione del realismo e del materialismo critico. Un realismo materialistico
quindi, che considera derivato, con una certa libertà interpretative, dal
criticismo. Arrriva ad ipotizzare che Kant puo pensare alla cosa in sé come a
una più nascosta essenza materiale della cosa stessa. La sua filosofia non
e esente da paradossi concettuali e da mutamenti continui che lo hanno portato
a cadere in alcune contraddizioni e incoerenze. Ma va anche considerato che al
di sopra d’esse a dominare è comunque un forte pessimismo, che non è solo
esistenziale, ma anche gnoseologico. Sia il mondo, sia la mente umana sono
irrazionali. Ma supponiamo che un tale fatto esteriore ai nostri orologi,
destinato al controllo di questi, non esiste, e che i nostri orologi
continuassero a discordare. Come potremmo allora, in mancanza di quel fatto
esteriore obbiettivo e nel discordare dei singoli nostri orologi, conoscere
l’ora che è? Ora questo è appunto il caso delle nostre ragioni. Non c’è
l’oggetto esterno ad esse, l’esterno modulo-ragione, su cui controllarle e che
le giudichi, ed esse discordano tra di loro. Come conoscere l’ora che è della
ragione? Per esempio egli ha sostenuto che, siccome la filosofia ha una storia
che si snoda nel tempo, ciò significa che un pensiero vero e unico non può
esistere e che perciò nel suo procedere ed evolvere essa nega continuamente sé
stessa. Contro l'idealismo di GENTILE, allora imperante, che considera la
storia una realizzazione progressiva dello spirito e della ragione, ha una
visione negativa della storia, come assurdo caso e vana ripetizione. C'è
storia dunque perché ogni presente, ossia la realtà, è sempre falsa, assurda e
cattiva, e perciò si vuol venirne fuori, passare ad altro, quel passare ad
altro in cui, unicamente, la storia consiste. C'è storia, insomma, l'umanità
corre nella storia, per la medesima ragione per cui corre un uomo che posa i
piedi su di un sentiero cosparso di spine o di carboni ardenti. La sua critica
della religione si sviluppa poi in un'aperta apologia dell'a-teismo. Sembra
quasi di poter cogliere uno dei tratti dell'a-teismo in un saggio “Sopra lo
amore di FICINO (si veda). FICINO
propone una visione dell'amore come amore eterno che ritorna come
desiderio di ogni grado ontologico di ritornare al bene e al tutto. Propone una
nuova interpretazione di questa tipica teologia dell’ACCADEMIA, vedendo
nell'amore ipotizzato da Ficino in realtà un preludio a quelle che diventeranno
due tra le più influenti correnti filosofiche: l'idealismo e il volontarismo.
L'amore come totalità dei diversi, o come volontà nelle vesti di matrice
essenziale del tutto, mette da parte il bisogno dell’amore trascendente e
sussurra l'ipotesi di un a-teismo, forse professato tra le righe dai più
celebri filosofi. Filosofo profondamente problematico e inquieto, fine però
per approdare a un forte pessimismo ontologico ed esistenziale, che lo spinse
verso derive spiritualistiche, forse latenti nelle sue riflessioni fin dalle
origini nelle “Lettere spirituali”. In quest'opera, come anche nell “La morale
come pazzia” (Guanda, Modena), delinea una sorta di mistica dei valori e
un'etica concepita come l'azzardo dell'uomo che scommette sul bene in un
universo cieco e indifferente. Nella sua “Autobiografia intellettuale” suddivide
in tre periodi la sua evoluzione. Un primo misticismo idealistico. Un secondo
relativismo scettico materialistico e ateo. Un terzo misticismo spiritualistico
come ultimo approdo della sua filosofia. Il primo è un misticismo di tipo
platonico dell’ACCADEMIA, in cui sono presenti anche elementi di San Paolo e di
Malebranche. Scrive “L’antinomie dello spirito” (Petremolese, Piacenza); “Sic
et non: meta-fisica e poesia” (Romaa, Roma); “La trascendenza: studio sul
pensiero morale”. Il secondo periodo nasce dal suo sconcerto di fronte alle
violenze della grande guerra e lo porta alla negazione di qualsiasi razionalità
della realtà. Pensa infatti che se gl’uomini ricorrono sistematicamente alla
violenza per risolvere i loro conflitti, questo significa che la ragione in sé
non esiste, e che si tratta dell'illusione dell'uomo di pensare che si puo dare
ordine al caos. L'irrazionalità della realtà si trova espressa in “Lineamenti
di filosofia della scessi”; “La filosofia dell'autorità”; “La scessi estetica”
(Zanichelli, Bologna); “Polemiche anti-dogmatiche” (Zanichelli, Bologna); “Interiora
rerum – la filosofia dell’assurdo” (Milano, Unitas); “Realismo” (Milano,
Unitas); “Apologia dell'a-teismo” (Formiggini, Roma); e “L’aporie della
religione”. Il secondo periodo è altresì caratterizzato da un avvicinamento al
positivismo materialistico e dal rifiuto dell'idealismo di CROCE e di GENTILE.
In esso va registrata anche una rivisitazione del panteismo di Spinoza, che
interpreta alla maniera dei teologi, quindi come a-teistico perché nega il divino personalizzato del mono-teismo.
Pensa anche di realizzareuna sintesi di scessi e realismo perché se solo la scessi
è il modo reale e utile di porsi di fronte al mondo, essa è anche l'unica
verità possibile. Si tratta anche del momento di punta del nichilismo, perché
si afferma che siccome l'unica cosa certa e stabile è la morte, ed essa è il
nulla, solo il nulla possede una verità. Prevale una forma di misticismo
che non sorge, però, improvvisamente, essendo già chiaramente presente nelle
opere maggiormente influenzate dalla scessi. Quest'ultima è, infatti, sempre
sollecitata da un'innata, profonda religiosità, sicché non stupisce che il
filosofo si apra alla voce del divino, poiché cerca nella negazione assoluta un
criterio positivo che consenta la negazione stessa. A questo periodo appartengono:
“Critica della morale”; "Critica dell'amore e del lavoro”; “Paradossi di
estetica e dialoghi dei morti” (Corbaccio, Milano); “Frammenti di una filosofia
del dolore e dell’errore, del male e della morte” (Guanda, Modena); “La
filosofia dell'assurdo” e “GORGIA (si veda) -- Autobiografia intellettuale – la
mia filosofia – testamento filosofico” (Corbaccio, Milano). Isolato in vita nel
mondo filosofico italiano, nel quale domina l'idealismo crociano-gentiliano, trova
la comprensione di pochi intellettuali a lui affini. È stato quest'ultimo a
creare la formula della scessi credente, che in forme diverse ha dominato i
pochi studi sulla sua filosofia. Oggi trova la collocazione nell'ambito del
nichilismo. Per alcuni, tale collocazione resta comunque riduttiva rispetto
alla vastità della sua filosofia, che andrebbe ancora approfondito. La
trascuratezza nei suoi confronti sta nel fatto che la cultura italiana è stata
dominata dall'idealismo e dall'esistenzialismo. Legato alla cultura socialista,
si caratterizza per una certa dose di eclettismo e per una forte componente
umanitaria, distante dal materialismo storico marxiano e riconducibile, più
agilmente, nel novero dei filosofi vicini al socialismo utopista. Se durante
l'attività politica in Italia aderisce all'idea della lotta delle classi sociali,
l'esperienza svizzera lo porta a ri-considerare tale concezione dei rapporti di
forza nella storia, ri-dimensionandone la portata. Infatti, l'ant-agonismo tra
proletariato e borghesia è circo-scrivibile ad alcune realtà contingenti e non
costituirebbe un'invariante delle relazioni socio-politiche. E se, da un lato,
il suo realismo politico lo porta ad apprezzare le teorie elitistiche del
conservatore MOSCA (si veda), dall'altro, la matrice umanitaria e socialista
emerge nell'esaltazione degli istituti della democrazia diretta,
caratterizzanti il sistema costituzionale svizzero, considerati come l’unico in
grado di far emergere la volontà popolare e di permettere l'emancipazione delle
classi lavoratrici. L'elogio ai regimi federalisti appena citati, e il
contingente recupero di CATTANEO sono sintomatici di un altro aspetto del suo orizzonte
culturale: la feroce critica dell'istituto monarchico -- tanto nell'accezione
assolutista, quanto in quella temperata del costituzionalismo borghese
ottocentesco -- appannaggio di una vicinanza con il programma del partito repubblicano.
Mostra un pessimismo storico verso il risorgimento, la disapprovazione
intransingente del ruolo, ritenuto ambiguo e ostile al riscatto sociale del
proletariato, della casa regnante dei Savoia e l'appartenenza alla massoneria.
Influenze "Atomi e vuoto e il divino in me", queste parole di Rensi
hanno ispirato Lobaccaro nella composizione della canzone Rosa di Turi dei
Radiodervish. Altri saggi: “Una Repubblica italiana: il Canton Ticino, "Critica
sociale", Milano), “L'immoralismo di Nietzsche” (Carlini, Genova); “Il
genio etico ed altri saggi” (Laterza, Bari); “Sulla risarcibilità del danno morale”
(Cooperativa,Verona); “L’istinto morale” (Riuniti, Bologna); “L'orma di Protagora”
(Treves, Milano); “Principi di politica im-popolare” (Zanichelli, Bologna); “Introduzione
alla scessi etica” (Perrella, Napoli); “Teoria e pratica della re-azione
politica” (Stampa, Milano); “L'amore e il lavoro nella concezione della scessi”
(Unitas, Milano); “Dove va il mondo?, Inchiesta fra gli scrittori italiani» (Libreria
Politica Moderna, Roma); “L'irrazionale, il lavoro, l'amore” (Unitas, Milano); "Terapia
dell'a-teismo" (Castelvecchi, Roma); “Apologia della scessi” (Formiggini, Roma); “Autorità
e libertà: le colpe della filosofia” (Politica, Roma); “Il materialismo critico”
(Sociale, Milano); “Spinoza” (Formiggini, Roma); “Scheggie: pagine di un diario
intimo” (Bibl. Ed., Rieti); “Cicute: dal diario di un filosofo” (Atanòr, Todi);
“Impronte: pagine di un diario” (Italia, Genova); “Raffigurazioni: schizzi di
filosofi e di dottrine” (Guanda, Modena); “L’a-porie della religione” (Etna,
Catania); “Sguardi: pagine di un diario” (Laziale, Roma); “Passato, presente, future”
(Cogliati, Milano); “Motivi spirituali dell’ACCADEMIA” (Gilardi, Milano); “Scolii:
pagine di un diario” (Montes, Torino); “Vite parallele di filosofi: l’accademia
e CICERONE” (Guida, Napoli); “Critica della morale” (Etna, Catania); “Figure di
filosofi: ARDIGÒ e GORGIA” (Guida, Napoli); “Poemetti in prosa e in verso” (Ist.,
Milano); "La morale come stato d'eccezione?" (Castelvecchi, Roma); “TRASEA
(si veda) contro la tirannia” (Oglio, Milano) – FASCISMO E STORIA ROMANA – la
critica -- ; “Lettere spirituali” (Bocca, Milano); “Sale della vita -- saggi
filosofici” (Oglio, Milano); “La religione -- spirito religioso, misticismo e a-teismo”
(Sentieri Meridiani, Foggia); “Contro il lavoro -- saggio su L’ATTIVITA PIU
ODIATA DALL’UOMO” (Gwynplaine, Camerano); “Le ragioni dell'irrazionalismo” (Orthotes, Napoli);
“Su LEOPARDI” (Bruni, Torino). – “Il filosofo dissidente, Pastorino, Uomini e
idee della Massoneria. La Massoneria nella storia d'Italia, Roma, Atanor sub
voce (in ordine cronologico), R. Istituto di Studi filosofici, Roma); Untersteiner,
Interprete del pensiero antico (Bocca, Milano); La scessi estetica (Zanichelli,
Bologna); Cuneo, Conti e C., Cuneo); Un moralista, Italia, Resta (SIAG,
Genova); Poggi (Azzoguidi, Bologna); “Il problema generale della giustizia e
della giustizia penale” (Vallardi, Milano); Rossi, “L’deale di Giustizia” (Bocca,
Milano); Buonaiuti, “La scessi credente” (Partenia, Roma); Mignone, “Leopardi e
Pascal” (Corbaccio, Milano); Nonis, La scessi etica, Studium, Roma, Morra; R.,
Scessi e mistica in R. (Ciranna, Siracusa); Tecchiati, Alla mostra del libro
filosofico", La Voce di Calabria, Palmi, Bassanesi, La coscienza tragica” (Filosofia,
Torino); Alpino, La collaborazione di Rensi alla rivista "Pietre" (Marzorati,
Milano); Liguori, “La scessi giuridica” (Giuffrè, Milano); Noce, "Tra
Leopardi e Pascal, ovvero l'auto-critica dell'a-teismo negativo", in Una
giornata rensiana, Marzorati, Milano, Sciacca, “Una giornata rensiana” (Marzorati,
Milano); Perano, Il problema della verità nella scessi di Rensi” (Lateranense,
Roma); Mas, Tra democrazia e anti-democrazia” (Bulzoni, Roma); Santucci, Un irregolare:
Tendenze della filosofia italiana nell'età del fascismo, Pompeo, Faracovi, Belforte,
Livorno; Rognini, “Dal positivismo al realismo” (Benucci, Perugia); L'inquieto
esistere” (EffeEmmeEnne, Genova); Boriani, La questione morale nel positivismo”
(Melusina, Roma); Silva, “La ribellione filosofica” (Genova, Liguori); Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo.
La coerenza critica, Il sentiero dei perplessi. Scetticismo, nichilismo e
critica della religione in Italia da Nietzsche a PIRANDELLO (si veda), La Città
del Sole, Napoli, Gianinazzi, Intellettuali in bilico, Milano, Ed. Unicopli, Emery,
Lo sguardo di Sisifo: R. e la via italiana alla filosofia della crisi: con una
nuova rensiana, Marzorati, Settimo
Milanese, Mancuso, Tra democrazia e
fascismo, Aracne, Roma, Serra, Tra dissoluzione del socialismo e formazione
dell'alternativa nazionalista” (Angeli, Milano); Meroi (Olschki, Firenze); “L’eloquenza
del nichilismo, SEAM, Formello); Pezzino, Scacco alla ragione” (C.U.E.M.C.,
Catania); Castelli, Un modello di
Repubblica; la politica e la Svizzera (Mondadori, Milano); Greco, politica,
autorità, storia, Viaggi di carta, Palermo); P. Serra, “La rivolta contro il
reale, Città Aperta, Enna); A. Montano, “Ethica ed etiche” (Napoli); G. Barbuto,
Nichilismo e stato totalitario: libertà e autorità” (Guida, Napoli); Greco, la
filosofia morale, Viaggidicarta, Palermo, Mancuso; Montano, Irrazionalismo e
impoliticità Rubbettino, Mannelli, Meroi, filosofia e religione (Storia e
letteratura, Roma). Lobagueira, Documenti,
Trento; Mascolo, Il corso infernale della storia. L'influenza di Schopenhauer
nella filosofa, in Ciracì, Fazio, Schopenhauer in Italia, Lecce, Pensa Multi Media,
Bruni, “Il leopardismo filosofico” (Firenze, Le Lettere); “Filosofo della storia,
Firenze, Le Lettere, Bignami E. Buonaiuti, Croce, Ghisleri, Manifesto degli intellettuali
antifascisti Ad. Tilgher, Treccani Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. R. il filosofo
dimenticato. scomodo nichilista di Volpi l'"irregolare" di
Martinetti. Di qui, con evidenza, un elemento evolutivo nel “Trasea, contro la
tirannia” (Corbaccio dall’oglio, Milano) -- dove R. introduce elementi di
giudizio nei confronti dei regimi statali che pregiano maggiormente le
questioni materiali e spirituali rispetto all'effcienza dell'amministrazione --
quasi a dire che non è possibile accettare l'affermazione tirannica del potere,
anche se questo risulta poi operativo ed efficiente, perché essa coarta
eccessivamente lo spazio della personalità individuale. Di qui il limite della
stessa filosofia dell'autorità, la cui estensione trova nel rispetto della
moralità e interiorità un limite; e che tale limite sia valicato si intuisce
dalla crescita dell'im-moralità pubblica -- delazione, adulazione etc. ne sono
i fenomeni rivelatori. Questa vicenda è descritta con riferimento all'impero
d’OTTAVIANO a Nerone inclusi, e, alla data di stesura, intuitivamente e
obliquamente allusiva al fascismo. Cf.
Il CICERONE di Rensi. Spero enim homines mtellecturos quanto sit omnibus
odio crudelitas et quanto amori probitas et clementia. C.
Cassio in Cic., Ad farri. Cicerone era vicino ai sessantanni, quando lo
Stato legale romano, che già precedentemente aveva subito terribili scosse, ma
che mediante una saggia riforma avrebbe potuto rinvigorirsi sul
suo stesso tronco senza frattura o soluzione di continuità, riceveva da GIULIO
(si veda) Cesare il colpo di grazia. Non è più necessario rivendicare la
grandezza di CICERONE contro le denigrazioni di Mommsen e di altri
due o tre storici tedeschi. Egli non e una ràbula e un politico
superficiale. Bensì un uomo di stato dallo sguardo ampio e sicuro,
nel cui animo si radica e vive di vita vigorosissima tutta la grande tradizione
politica romana, [Una bella e vivace confutazione di Mommsen si può
leggere nel saggio di Horncffer, Cicero und die Gegenwarl, contenuto nel
volume Das Klassische Idealm Lipsia, Klinkhardt. Horneffer però rivendica
solo il valore di Cicerone come epistolografo e oratore, non come FILOSOFO.]
e pur senza che l’animo servilmente vi soggiacesse, ma, anzi, insieme,
con la chiara coscienza della nuova direzione che quella tradizione dove
prendere, e della misura e forma in cui dove prenderla, per svilupparsi
fecondamente e superarsi vivificandosi. Accanto a ciò, mente che s’e
impadronita di tutta la più alta cultura dell'epoca: Demostene e Platone
insieme pel suo paese, come riconosce Moellendorf . Accanto a ciò,
una squisitissima sensibilità artistica e una passione vivacissima per le
cose d’arte. Basta vedere quanto “vehementer” com’egli stesso dice,
attende che Attico gli mandasse sculture ed oggetti artistici greci: “genus hoc
est voluptatis rneae” (Ad Att.); e basta aver letto attentamente le sue
orazioni e aver scorto il perfetto senso d’arte con cui
sono costruite e che vi circola. Accanto a ciò, infine, una
sensibilità in generale per le cose, le persone, gl’eventi, gl’affetti,
così moderna, che in lui, nella sua pronta e multiforme impressionabilità,
ritroviamo interamente noi stessi: e il suo dolore erompente e
pieno di accenti passionali per la morte della figlia Tullia, è il
palpito d’un cuore dei nostri tempi. Uomo, in una parola; assolutamente
completo. Un pensatore di così sottile e sicuro buon gusto e di cosi
grande penetrazione storica (e particolarmente [Il rimprovero che gli si
fa di debolezze e incertezze è uno dei soliti rimproveri che gl’eroi di
poltrona hanno quasi sempre occasione di rivolgere al grande che si è trovato a
dover davvero vivere avvolto da un gigantesco turbine d’avvenimenti, e che
nemmeno se fosse stato mille volte più grande poteva abbracciarne tutte le
fila, come è invece agevole a quelli che non fanno se
non pacificamente rileggerli nel loro tranquillo gabinetto venti
secoli dopo. Egli non e debole ed incerto nè nella repressione della
congiura di CATILINA (si veda), nè nella lotta per la salvezza della
costituzione contro il cesarismo rinvelenito da MARC’ANTONIO (si veda), lotta
che chiuse cosi gloriosamente la sua carriera mortale. Le sue incertezze
d’altri momenti sono unicamente frutto della sua profonda moralità.
Perché l’uomo fondamentalmente morale e intelligente, in mezzo a
cataclismi enormi che travolgono gl’individui come fuscelli, quali quelli
in cui CICERONE si trova, mentre non può operare contro coscienza, e
per questa, che pure sarebbe l’unica via possibile, salvarsi o tornare a
grandeggiare, però avverte anche i pencoli micidiali a cui espone sè ed 1
suoi operando secondo coscienza: e la condotta risultante è necessariamente
quella che tracciano le fluttuazioni di tale angoscioso conflitto
interno.] circa la storia romana) come Montesquieu ne dà questongiudizio. Ciceron, selon moi, est un
des plus grands espnts qui aient jamais été -- Pensées diverses -- Ab
illis est periculum si peccare, ab hoc si recte fecero, nec ullum in his
malis consilium periculo vacuimi inveniri potest (Ad Att.). Quando i frangenti in cui un uomo si
trova realmente a vivere sono davvero quelli così delineati, si può
domandarsi se sia umanamente possibile la rettilineità che esigono da lui
coloro che poi spulciano comodamente gl’eventi della sua vita. Sicuro
e diritto, in tali circostanze, è l'uomo amorale che non sente
scrupoli: il cinico ed elegante arrivista CELIO RUFO, che a CICERONE dava
questo consiglio (Ad. Di'.). Suppongo che non ti sfugga come nelle
discordie politiche interne gl’uomini debbano seguire, finché si lotta
senz’armi, la parie più onesta, ma la più forte quando vengono in gioco
guerre ed eserciti, e stabilire che è migliore ciò che è più sicuro.
CELIO RUFO, del resto ottimo filosofo, tanto che per molti umanisti ed
altri dotti è ancor oggi il miglior modello di stile. Ma CICERONE e un
uomo di coscienza. Questa soltanto, non la sua incapacità mentale,
la causa della sua rovina. Egli e andato con POMPEO (si veda), non già
sedotto dalla speranza della vittoria, ma quando la causa di costui
era ormai pressoché perduta e con la piena nozione di tale condizione di
cose, e mentre GIULIO Cesare, MARC’Antonio, Celio, per cercar di
trattenerlo almeno neutrale, gli fanno offerte larghissime:
secuti non spem, sed officium (Ad Div.). Vi era andato essendo
consapevole, non solo dell’inettitudine e impreparazione di Pompeo e di
quelli che sono con lui, ma altresi del fatto che poco o nulla c’e da
sperare da essi circa la restaurazione della legalità, animati come
costoro sono da propositi di persecuzione sillana (Ad Att.), e
chiaro ormai essendo che dai pompeiani non meno che dai cesariani
non si pensa che a far man bassa dello Stato -- regnandi contendo est -- Ad Att. -- dominatio
quaesita ab utroque est, non id actum beata et honesta civitas ut esset. Vi
era andato straziato dall’ idea d una guerra civile e unicamente in
obbedienza a considerazioni d ordine morale. E’ la coscienza che ci
costringe, scrive ad Attico, a staccarci da Cesare più ancora se vincitore che
se vinto, per non essere solidali con ciò che segue alla sua
vittoria, stragi, estorsioni, violenze -- et turpissimorum honores, et
regnum non modo Romano homini, sed ne Persae quidem cuiquam tolerabile. E
andato da Pompeo, senza illusioni e speranze, unicamente per senso del
dovere. Sed valuit -- scrive a Cecina -- apud me plus pudor meus
quam timor -- veritus sum deesse Pompeii saluti, cum ille aliquando non
defuisset meae. ltaque vel officio, vel fama bonorum, vel pudore
victus, ut in fabulis Amphiaraus, sic ego prudens ac sciens, ad pestem
ante oculos positam sum profectus -- Ad Div. Egli sa cioè di andare
alla rovina e vi anda in obbedienza a yu principio d'onore (pudor) e di
gratitudine, per quel poco che Pompeo aveva fatto onde richiamarlo
dall’esilio. Pudori tamen malui famaeque
cedere quam salutis meae rationem ducere riconferma a M. Mario. E
ritornando più tardi in una lettera a Torquato, che aveva anch’egli
seguito la parte pompeiana, su quell’episodio a entrambi comune, sente di poter
ricordare in cospetto al correligionario politico -- nec nos victoriae
praemiis ductos patriam olim et liberos et fortunas reliquisse, sed quoddam
nobis officium iustum et pium et debitum reipublicae nostraeque
dìgnitati videbamur sequi, nec cum id faciebamur tam eramus amentes ut explorata
nobis esset victoria. Ne è questa un’opportunistica configurazione
postuma della sua condotta di quel tempo. Basta percorrere la sua
corrispondenza con il cosidetto “ATTICO” -- suo amico intimo e suo
editore, uomo consumato nell’ impresa di tener il piede in più staffe e
nella difficile arte di conservarsi amici i vincitori senza inimicarsi i vinti
-- per constatare che tale veramente, cioè il senso del dovere, e il
nobile sentimento da cui fu mosso. Officu me deliberalo cruciat,
cruciavitque adhuc. Cautior certe est mansio. Honestior existimatur
traiectio (Ad Att). E quando Pompeo è pressoché spacciato e stretto da
tutte le parti, e Cicerone è ritornato in Italia, egli si cruccia
proprio di questo suo atto da cui gli sarebbe derivato vantaggio e che poteva
quindi essere reputato abile, e si rammarica di non essere stato con
Pompeo sino alla fine -- numquam enim illus victoriae socius esse volui.
Calamitatis mallem fuisse (Ad Att.). Il principio, insomma, che in
un’altra posteriore circostanza, piena di pericoli mortali, nella sua
lotta contro Antonio, egli enuncia a Planco così. Mihi maximae curae est, non
de mea quidem vita, cui satisfeci vel aetate vel factis vel gloria, sed me
patria sollicitat -- ( Ad Dio.), questo è il principio che domina costantemente
nell’animo di Cicerone, insieme con l’insormontabile ripugnanza, o meglio
con 1’impossibilità, di venir meno al rispetto verso se stesso. Allorché,
essendo Cesare incontrastato padrone, l’accomodante Attico gli dà
il consiglio di obbedire ai vincitori. Non mihi quidem, egli risponde, cui
sunt multa potiora (Ad Att.). Certo, un uomo mosso prevalentemente da
sentimenti di tale natura, nelle tragiche vicende pubbliche da cui si trova
avvolto Cicerone, va al fondo. Resta a vedere se ciò sia un indice
di inferiorità o se non lo sia piuttosto quel successo che è
raggiunto -- e la cosa è facile -- in
grazia dell’assenza di tali sentimenti, della mancanza d’ogni freno etico,
dell insensibilità ad ogni scrupolo di coscienza, della nessuna riluttanza
a violare cinicamente ogni principio di diritto e di morale. Nè r uomo che
comincia la sua carriera attaccando coraggiosamente nell’orazione prò
Roselo un favorito potentissimo di SILLA, e un pavido. Dimostra
ancora di non esserlo nel suo consolato. L’apparenza di timidità da lui
talvolta offerta, deriva da ciò che egli, come dice di sè, si preoccupa
grandemente dei pericoli nella rappresentazione e raffigurazione mentale
anticipata di essi, non già che titubasse poi ad affrontarli nella
realtà. Quintiliano narra. Parum fortis videtur quisbusdam. Quibus
optime respondit ipse, non se timidum in suscipiendis, sed in providendis
periculis. E’ press’a poco ciò che egli scrive a Toranio. Mi accusano di essere
timido -- eram piane, timebam enim, ne evenirent, quae acciderunt. Mi
diceno timido -- quia dicebamus ea futura, quae facta sunt (Ad Dio.). Nè
è giusto accusarlo di non aver saputo intuire con chiarezza le
situazioni e di essersi per questa deficienza di sguardo gettato a corpo
perduto a combattere per soluzioni che la realtà escludeva. È questa la
solita iniqua condanna che ì posteri, aggiungendosi ai contemporanei
nell’incensare i vincitori e nel dare il calcio dell’asino ai vinti,
pronunciano contro colui che difende la causa rimasta storicamente
soccombente. Quasiché il fatto che una causa sia rimasta storicamente sconfitta
dimostri anche che e giusto e logico che essa lo fosse. Quasiché il mero
fatto, il fatto del successo, sia anche verdetto di giustizia e logicità,
quasiché assai spesso la causa storicamente prostrata non sia quella che
avrebbe dovuto vincere. Che la cosa stia così nel caso di Cicerone,
lo dimostra il fatto che la causa da lui combattuta e che vinse costituì LA
ROVINA DELLA VITA DI ROMA. Basta per accertarsene constatare che NELLA
STESSA NOSTRA MEMORIA DI POSTERI LA VITA DI ROMA RESTA CHIARAMENTE PRESENTE E
ATTIRA LA NOSTRA APPASIONATA ATTENZIONE APPUNTO SINO AD OTTAVIANO. Ci rimangono
ancora come appendice già torbida i primi imperatori. Poi tutto ci si
confonde dinanzi in un lungo stato comatoso chiazzato di continui
sussulti sanguigni, in cui -- se non siamo storici di professione -- non
distinguiamo piu ne nomi, nè persone, nè eventi, di cui non ricordiamo, NE
C’IMPORTA RICORDARE, più nulla. Si rammenti come, per es., scorge Roma Massimo
d’Azeglio. Fra tutti gli stati dell’antichità è Roma quello che ho in
maggior stima, FINO ALL’EPOCA DEI GRACCHI, intendiamoci ! lo ammiro que’ tempi
durante i quali domina la legge -- durante i quali le più bollenti
passioni agitate dai più vitali interessi, non cercano altr armi nè
altre vittorie che un voto ne’ Comizi. E poco prima. Se è giusto e
vero il principio fondamentale delle società moderne, essere la legalità
di un governo dipendente dalla volontà del popolo che vi è governato, vorrei
sapere se l’umanità consultata avrebbe ne’ tempi dei Romani
votato Nemmeno i mezzi che egli aveva messo in opera per sostenere la
causa che soccombette, erano inadeguati. Tutto, invece, egli aveva provvisto;
tutto quanto era necessario perchè essa vincesse: aveva cercato di
assicurare ad essa l’appoggio e la fedeltà dei maggiori personaggi
militari e politici; aveva costituito e messo in campo eserciti poderosi;
con la sua parola tenne altissimo il tono morale del popolo all’ interno.
Se la causa non vinse, lo si deve, non a un fato storico, a
condizioni incoercibili insite nella realtà e sfuggite allo sguardo di
Cicerone, o al logos immanente nella storia. Ma unicamente a due o tre
puri casi, che potevano accadere diversamente e in tal modo
rovesciare la situazione. Dice in qualche luogo SERBATI che uno de’ mezzi,
co’ quali l’uomo può sciogliere la propria mente da molti pregiudizi e
da’ legami delle consuetudini sensibili, si è l’esercitarsi a considerare
le cose non solo come sono, ma come potrebbero essere. Se vogliamo
applicare questo precetto al periodo di storia in discorso -- come
Renouvier in Uchwnie l’ha applicato in modo grandemente interessante
a tutta la storia occidentale dagli Antonini in poi -- scorgeremo
agevolmente che due o tre futili casi, per l'impero (Miei Ricordi,
Barbera, Antologia Pedagogica cur. di Pusinieri, Rovereto, Mario] i quali
fossero avvenuti diversamente, sarebbero bastati a cambiare del tutto la
faccia delle cose; se, p. e., LEPIDO non avesse tradito, o se un
giavellotto l’avesse ucciso quando egli si mosse per portar soccorso a
MARC’ANTONIO ormai disfatto, se PLANCO non avesse fatto il doppio giuoco,
ciò sarebbe bastato per far di Cicerone il capo dello Stato romano, e perchè
egli occupasse nella politica di Roma d’allora, e nella storia, il posto d’OTTAVIANO. E
quanto lo stato romano e la posterità sarebbero stati più fortunati se il
potere fosse venuto in mano ad un uomo di rettitudine profonda e di
vivo senso del diritto e del dovere, come Cicerone, anziché ad un uomo la cui
bassezza d’animo è provata luminosamente dal fatto che, avendo cominciato
ancora puer o adolescens, come sempre Cicerone lo chiama -- sed est piane
puer n \Ad Att.-- ad essere qualcosa solo per l’appoggio datogli appunto
da Cicerone e con lo strisciarsi umilmente ai suoi piedi -- a me postulat
primum ut clam conloquatur mecum Capuae vel non longe a Capua... ducem se
profitetur nec nos sibi putat deesse oportere -- binae uno die mihi
litterae ab Octaviano -- deinde ab Octaviano cotidie litterae, ut negotium
susciperem, Capuani venirem, iterum rem publicam servarem » ; mihi
totus deditus. Nobiscum hinc perhonorifice et amice Octavius — Ad Att.,
non si trattenne dal sacrificare ad una propria maggiore ascesa la vita
di colui che l’aveva sorretto nei suoi primi passi. Uomo egli, si,
veramente, pusillanime, che vinse le guerre solo per mezzo dei suoi
generali e specialmente di Agrippa, e non aveva il coraggio di
presentarsi nel campo se non dopo che Agrippa gli annunzia la vittoria
(Svet. Aug.). Fondamentalmente istrione e poseur come risulta dal fatto,
narrato da Svetonio (Aug.), che non comunica mai nemmeno con sua moglie senza
scrivere prima e leggere ciò che voleva dire, nonché dall’altro, sempre
narrato da Svetonio, che egli ama stilizzare a particolare espressività e
luminosità i suoi occhi -- quibus etiam existimari volebat inesse quiddam
divini vigoris, gaudebatque. Octave lui, a Sesto Pompeo, fit deux guerres
laborieuses ; et après bien de mauvais succès il le vainquit por i’habilité
d’Agrippa. Je crois qu’Octave est le seul de tous les capitaines romains
qui ait gagné l’affection des soldals en leuv donnant sans cesse des
marques d’une làcheté naturelle
(Montesquieu, Grandeur et Dócadence des Romains. Tanto GIULIO Cesare quanto OTTAVIANO hanno
l’abitudine di citare dei versi delle Fenicie di Euripide. E la citazione
che l’uno e l’altro aveva scelto è rivelatrice del loro rispettivo carattere.
Cesare ama citare i versi -- “se c' è un caso in cui sia bello VIOLARE
IL DIRITTO, è quando lo si VIOLA – cf. H. P. GRICE – FLOUT, VIOLATE -- per conseguire la tirannide -- citazione
signifìcatiice dello spirito violento e illegale. OTTAVIANO ama citare il
versoL è meglio per un generale procedere al sicuro (àacpaÀr/c) che
essere ardito (ihf aouc) -- citazione significatrice della vigliaccheria -- cfr.
Cicer. De Off. e Svetonio Aug.] si qui sibi acrius contuenti quasi ad
fulgorem solis vultum summiteret e infine in modo palmare dalle
parole -- ecquid iis videretur mimum vitae commode transigisse -- e dalla
citazione greca richiedente l’applauso per la commedia ben riuscita, con
cu; egli chiuse la sua esistenza. Uomo che desta particolare antipatia
precisamente in grazia del suo proposito di moralizzare la vita
romana; perchè niente è più ripugnante del dissoluto che si da il compito di
costringere gli altri alla virtù e posa a restauratore della morale
pubblica; e OTTAVIANO cambia tre mogli prendendo l’ultima al manto sotto ì suoi
stessi occhi, conducendola con sé in un altra stanza donde e
ritornata spettinata e con gli orecchi rossi, e poi introducendola in
casa propria INCINTA D’UN ALTRO; aveva commesso le oscenità che narra
Svetonio, irripetibili, tranne forse una -- adultena quidem exercuisse ne amici
quidem negant -- e dopo ciò faceva udire le parole ammonitrici di vita
austera e imprende a ricondurre i costumi alla prisca severità. La scandalosa condotta di sua
figlia e di sua nipote, che condusse -- A cool head, an unfeeling heart,
and a cowardly disposition, promtcd finn al thè age of nmeieen, to
assume thè maske of hypocrisy, which he never afterwards laid
aside. With thè saine hand, and proba’bly with thè same temper, he signed
thè proscription of CICERONE and thè pardon of Cinna. His virtues, and even his vices, are
artifìcial -- Gibbon, Decime and Fall] all’esilio di entrambe, e di OVIDIO (si
veda) complice o pronubo, dimostra che nella sua famiglia stessa si ha il
senso netto del come si puo prendere sul serio una riforma morale che
pretendeva attuare un individuo di siffatta ìndole e di siffatti
precedenti. Non ostante che all’epoca del trionfo di Cesare si avvicinasse
alla sessantina, Cicerone non era uomo che non sa comprendere i tempi.
Li comprende benissimo, più profondamente e sapientemente di Cesare e di
Ottavio. La sua mente e in pieno vigore. Subito dopo quell epoca
egli poteva scrivere quei suoi saggi di FILOSOFIA che suscitano
l’ammirazione dei contemporanei e sono letti con entusiasmo o rispetto da
tutte [Coglie veramente nel segno Aurelio Vittore: Cum esset luxuriae
serviens erat eiusdem vitii severissimus ultor, more hominum, qui in
ulciscendis vitiis, quibus ipsi veliementer indulgent, acres sunt. E s. può dire d. lui
quel che Boissier dice di Domiziano: 1 ar malheur, ce prince si sevère
pour les defauts des autres, etait lui-mème très vicieux. 11 avait fait des
lois rigoureuses contre l’adultere et il vivait publiquement avec sa
mèce, la bile de Titus, qu’il avait enlevée à son mari et dont il
causa la mort en essayant de la taire avorter. Ce contraste etait
choquant, et il n’ ignorait pas qu’on en etait indigne (Tacite).] le
generazioni successive. Poco più
oltre egli svolgeva anzi la sua azione politica più abile,
più decisa, piu energica e più importante, e, insieme, con le
filippiche raggiungeva un’altezza da lui ancora non tocca nella forma
d’arte che gli era propria -- “divina chiama giustamente un
giudice certo non facile, Giovenale, la seconda di esse. La sua idea
di portare alla luce del mondo politico, sotto la sua direzione, il
pronipote e figlio adottivo di Cesare, ancora ragazzo -- ha appena diciannove anni --, accordandogli anche
onori che a molti pareno eccessivi, e di riuscire così giovandosi del
nome di Ottavio a far rientrare il ribollente partito cesariano
nell’ordine costituzionale e a dominare in tal modo una situazione
difficilissima, e una idea geniale, abilissima, da politico grandemente
avveduto, l’unica [Sull immensa influenza esercitata da Cicerone sui
a t“ di tutti ' tempi ' veg § asi ‘'furiente r “, Z r fe,v C f er,
0 o ™ Wandel dcr Jahrhunderte I d-' P r a ' ed ;. lj^ 9 )
Strachan-Davidson nella sua Vita di Cicerone, Heroes of thè Nations
Series, dice giustamente che se si dovesse decidere quale degli filosofi romani
maggiormente influì sul mondo moderno, la decisione sarebbe in favore di
Cicerone — hrasmo, scrivendo ad un amico, dice che, se da giovane
aonr enVa rf matUra anda sempre più apprezzando Cicerone. Ld è
proprio giusto il noto giud. Z .o di Quintiliano. Ille se profecisse sciat, (e
s. può aggiungere: tanto gusto letterario, quanto in retti Jne
etico-politica) cui Cicero valde placebit. G. Sensi . y ita paratiti di due fila.ofi] idea che in quel terribile
cataclisma poteva dar buoni frutti. Non è sua colpa se 1 idea non
riuscì, e proprio sopratulto per la perfidia senza scrupoli del
futuro Augusto. Per quanto avveduto e grandemente intelligente, un uomo di
Stato fondamentalmente onesto come Cicerone, non fa entrare nel suo
giuoco la supposizione di una perfidia enorme, di gran lunga travalicante
la media nequizia umana, come fu quella di Augusto; nè si può accusarlo
di incapacità se non ve la fa entrare, e se essa gli si rizza
impensatamente dinanzi mandando a picco i suoi piani più accortamente e
sapientemente elaborati. Cicerone assume risolutamente, nel momento più
pieno di vicissitudini e pericoli, la parte di leader del Senato e del
popolo romano, come egli stesso scrive a Cornificio -- me principem
Senatui populoque romano professus sum (Ad Dio.). Spiega un’attività
prodigiosa, tanto verso gl’eserciti quanto rispetto alla situazione
interna, per dirigere [Giustamente Platone osserva (Rep.) che
le persone oneste sono facili ad essere ingannate dai malvagi perchè non
hanno in sé il modulo dei sentimenti di costoro (fire oòv. s'/ovre? èv
éaotoT; 7 iapaos'y|J.axa óp. 0 i 07 ia{H) tot; nove^oi?) ; mentre però il
malvagio, abilissimo nel suo comportamento coi malvagi, resta ingannato quando
tratta coi buoni, perchè, giudicando da se, e ignorando le indoli onesti,
vede dappertutto inganni (àruaT&v Tiapà xaipòv xaì àYVOtòv uytè;
fjU'o;)] la lotta contro Antonio; getta di nuovo, attesta scrivendo
ancora a Cornificio, 1 fondamenti dello Stato con la prima Filippica:
fundamenta ieci reipublicae (Ad D/v.); e al giocondo Peto conferma quanto
abbia fatto, quanto faccia e come ritenga che se dovesse in tale
sua azione perdere la vita l’avrebbe spesa bene ; “ sic tibi, mi
Peto, persuade, me dies et noctes mini aliud agere, nihil curare, nisi ut
mei cives salvi liberique sint : nullum locum praetermitto monendi,
agendi, providendi : hoc demque animo sum, ut si in hac cura atque
admistratione vita mihi ponenda sit, praeclare actum mecum putem -- Ad Div.
In questi primi mesi del 43, Cicerone fu veramente il princeps, ch’egli idealizza
nel De republica: consigliere, esortatore, ispiratore del Senato, dei
consoli, dei governatori delle provincie. Non è questa la condotta
d un uomo le cui facoltà spirituali siano illanguidite. Ma,
sopratutto, a prova della sua esatta comprensione dei tempi, basta ricordare
come la riforma che occorreva allo Stato romano, pessimamente attuata, secondo
attestò la susseguente vita Amateli, Cicerone, (Bari, Laterza). Jamais Ciceron n a joue.
un plus grande róle politique qu à ce moment; jamais il n’a mieux mérité
ce nom d’hom- me d Etat que ces ennemis lui refusent (Boissier, Cicéron
et ses amis -- dell’Impero, da Cesare e da Augusto, fosse stata
prospettata per primo da Cicerone nel De Repubblica. L’introduzione, cioè, d’un nuovo e più fermo
principio d’autorità sotto forma di un rector rerumpublicarum d’un moderator
reipublicae d’un princeps civitatis (De Ti,ep.). Senonchè Cicerone,
con molto maggior senso della necessaria continuità di sviluppo dello
Stato romano e con molta maggior disinteressata cura di esso, non
intendeva che questa riforma dovesse rivolgersi a distruzione della
costituzione esistente, bensì che dovesse ingranarsi in essa e formarne
un naturale complemento e uno svolgimento spontaneo e logico ; “ homines
non tarai commutandarum quam evertandarum rerum cupidos, egli
giudica i cesariani -- De Off., mentre per lui la costituzione
romana, come esattamente nota lo Zielinski, era “ capace di ogni
progresso in quanto questo conducesse all’accettazione e allo
sviluppo di idee feconde (fordeTnder), non di idee distruttive. La
differenza tra il modo con cui egli concepiva la riforma e il modo con
cui la attuarono Cesare ed Augusto è si può dire scolpito dalle seguenti
sue due proposizioni : “ me nun- quam voluisse plus quemquam posse quam
universam rempublicam (jdd Div.); ego sum, qui nullius vim plus valere
volui, quam honestum otium. Ovvero: la differenza tra la concezione ciceroniana
del princeps e la pratica applicazione fattane da Cesare è resa nel
bell’ emistichio con cui Lucano descrive il modo di operare di quest’ultimo -- gaudens
viam fecisse ruina. Basta riflettere a tutto ciò per scorgere tosto che
non solo la mente di CICERONE era nel suo pieno vigore, ma altresì la sua
comprensione dei tempi (se per questa s’intende, non già furbesca
valutazione personalmente opportunistica delle circostanze, ma avvertimento
delle necessità profonde che ad un dato momento si presentano nella
vita sociale e politica d’un paese) era perfetta. Il sovversivismo di Cesare è provato dal
dolore che per la sua morte manifestarono sopratutto gl’Ebrei (qui
etiam noctibus continuis bustum frequentabant -- Svet, Caes., cioè precisamente
coloro che nel seno nello stato romano, da essi violentemente odiato,
costituivano la catapulta diretta a farlo saltare, e che, sotto la veste
del Cristianesimo, a farlo saltare effettivamente riuscirono. Si può anzi con
sicurezza dire che l’impero romano si deve agl’ebrei, perchè sono i loro
lunghi tetri lamenti intorno al cadavere di GIULIO Cesare che suscitarono
nella plebaglia quella sommossa per e attorno al rogo del dittatore, la quale fa
prender nuova forza al cesarismo. É noto come per la commozione popolare
che lo straziante rito ebreo provoca colle sue lugubri lamentazioni
orientali, se ne ingenerò quel tumulto che dove mutare la faccia
de! mondo, mandando in fumo i diplomatici accordi con Bruto e Cassio, che
dovettero fuggire in Illirio : sicché ne vennero le lunghe guerre civili
e l’Imperio di Augusto (Ottolenghi, Voci
JOriente, Lugano, Mente possente, senso politico sicuro, comprensione dei tempi
piena. Non si può dunque attribuire a deficienze intellettuali il modo con
cui Cicerone valutò Cesare e il movimento da costui capeggiato. Egli
non vide certamente Cesare come la sua figura si è plasmata nella storia,
che corona con eternità d’ apoteosi tutto ciò che ha trovato in
ogni presente la consacrazione del bruto successo di (atto. Lo vide come glielo
presentava la realtà immediata. Lo vide come lo vide Catullo: Pulcre
convenit improbis cinaedis, Mainurrae pathicoque Caesarique. E
questo Caesar era proprio Caio Giulio Cesare e quel Mamurra (da Catullo
soprannominato Mentula) il suo generale del genio. A permettere al quale
di mangiare (il verbo si usava anche
in latino con questo preciso significato) milioni su milioni, il
commovimento politico aveva principalmente servito. Doveva essere una cosa nota
a tutti, se Catullo la mette correntemente in versi: Cinaede Romule,
haec videbis et feres? Es inipudicus et vorax et aleo. Eone
nomine, imperator unice, Fuisti in ultima occidentis insula. Ut ista
vostra diffutata Mentula Ducenties comesset aut trecenties? Cinaede
Romule Romolo debosciato, impudico, vorace e giuocatore. Cosi Catullo vede
Cesare. E press’a poco così lo vede Cicerone. Egli non scorge Cesare,
quale il fanatismo interessato dei seguaci e poi gli storici l’hanno costruito:
gli storici, i quali (in generale) non fanno mai altro se non aggiungere,
per supino servilismo postumo, la loro adulatrice consacrazione al
successo di fatto e di solito non osano mai, per la paura di passar per
singolari sviscerare il clamoroso successo di fatto ottenuto da un grande
nella età in cui visse, mettendone coraggiosamente in luce le vere molle,
spessissimo casuali, o basse, o vili, ma sempre invece per essi è grande
colui che nella sua epoca le circostanze, o la perfidia, o i misfatti
hanno portato in alto. Si vous avez une vue nouvelle, une idée origi nale, si vous présentez !es
hommes et les choses sous un aspect inattendu, vous surprenez le lecteur.
Et le lecteur n’aime pas à ótre surpris. Il ne cherche jamais dans une
histoire que les sottises qu’ il sait dejà. Si vous essayez de
l’instruire, vous ne ferez que l’humilier et le fàcher. Ne tentez pas de
l’éclairer, il criera que vous insultez à ses croyances... Un historien
originai est 1 objet de la défiance, du mépris et du dégoùt
universels. Questo è
l’abituale comportarsi degli storici, secondo la satira, aggiustatissima,
che ne schizza A. France, L’ile des Pingouins. Ci sarebbe solo da
aggiungere che spesso il servilismo degli storici verso i pesonaggi della
storia che scrivono serve al loro servilismo verso i personaggi della
storia che vivono. Cicerone vede Cesare muoversi davanti ai suoi
occhi, nella vita vera, non nella luce abbagliante del mito. Esso
gli appare screditato, corrotto, senza senso di morale nè privata nè
pubblica, uomo la cui vita, i cui costumi danno la certezza che si
condurrà male : e sopratutto la danno la gente che lo circonda. O Dii,
qui comitatus ! in qua erat area scelerum! scrive ad Attico, dopo
uno dei suoi abboccamenti con lui. Egli sa che Cesare aveva cominciato a
costruirsi la sua potenza accaparrandosi e tenendo alle proprie
dipendenze i manigoldi audaci e bisognosi. Egli scorge. Nell'
interessantissima antologia di pagine storiche di Chateaubriand, testé
pubblicata dall’editore Tallandier sotto il titolo Scénes et portrails
historiques, si legge. Tout personnage qui doit vivre ne va point aux générations futures
tei qu’ il était en réalité: a quelque distance de lui, son epopèe
commence : on idéalise ce personnage, on le transfigure ; on lui attribue
une puissance, des vices et des vertus qu’ il n’eut jamais ; on arrange
les hasards de sa vie, on les violente, on les coordonne à un
système, Les biographes répètent ces mensonges ; les peintres fixent sur
la toile ces inventions et la posterité adopte le fantóme. Bien fou qui
croit à l’histoire. L’histoire est une pure tromperie. E Montesquieu, dal
canto suo aveva già osservato: “ Les places que la posterité donne sont
sujettes, corame les autres, aux caprices de la fortune. Grandeur et décadence des Romains. Habebat
hoc omnino Caesar : quem piane per- ditum aere alieno egentemque, si
eumdem nequam hominem audacemque cognorat, hunc in familiaritatem libentissime
recipiebat (Fi/.radunata attorno a Cesare tutta la gente equivoca e
sospetta, violenta e disperata, tutte le anime dannate, vexu (<x (Ad Att.),
omnes damnatos, omnes ignominia affectos, omnes damnatione ignominiaque
dignos, omnem fere inventutem, omnem illam urbanam et perditam plebem (Ad
Att.), tutti i giovani circa i quali pensava che maximas republicas ab
adolescentibus labefactas,, (De Seti.), tutti coloro ch’egli chiamava
perdita iuventus (Ad Att.) e poc’anzi barbatuli iuvenes, grex Catilinae),
feccia di Romolo, i precursori di quella che poi Giovenale
denominerà turba Remi. Cosicché, egli scrive ad Attico, intorno a Cesare
è raggruppato tutto il canagliume della penisola, cave autem putes
quemquam hominem in Italia turpem esse, qui hinc absit; osservazione
identica a quella che è costretto a fare il cesariano Sallustio:
occupandae reipublicae in spem adducti homines, quibus omnia probo ac
luxuria polluta erant, concorrere in castra tua (De Rep. Ord.). Come
Catullo, Cicerone vede con disgusto i cesariani ormai dominatori darsi al
lusso ed al fasto, giuochi, cene, delizie, mentre Balbo (altro
comandante del genio di Cesare e sua longa manus in Roma) si costruisce
dei palazzi, “quae coenae? quae deliciae?... at Balbus aedificat
(Ad Att), e Antonio scorrazza l’Italia confi) Val la pena di riportare
tutto il passo perchè esso ducendosi dietro in una lettiga aperta la sua
amante in un’altra sua moglie, “ septem praeterea coniun- ctae
lecticae amicarum sunt an amicorum? l^/JJ Att.). Tutto ciò desta in
Cicerone una nausea invincibile: “ nosti enim non modo stomachi mei, sed
etiam oculorum, in hominum insocontiene un’osservazione di indole psicologica e
morale eternamente vera e colta da Cicerone dalla vita stessa che
lo circonda. At Balbus aedificat ; tl yàp ÒTfij péÀst; Verum si quaeris,
homini non recta sed vuluptaria quaerenti nonne [kfifwTai ? Cioè: “ Balbo pensa a costruirsi
palazzi. Che importa a lui di tutto ciò ? E in verità, se a un uomo non
sta a cuore la dignità e la coscienza, ma solo il suo interesse, fa bene a far
così : può dire ho vissuto La ributtante figura d’Antonio
risalta scolpita non solo nelle lettere di Cicerone, ma, più ancora nelle
Filippiche (v. specialmente FU. He.). Pagine che stanno a dimostrare una
volta di più come, in una situazione politica tirannica ed eslege, anche
persone notoriamente turpi possano salire ai più alti gradi, perchè il
controllo dell opinione pubblica e la possibilità di censure sono
soppresse dalla forza e la gente costretta al silenzio. Non ostante, in
un primo tempo Cicerone, usando l’avveduta prudenza dell’uomo politico,
aveva cercato di persuadere quasi amichevolmente Antonio a rimanere
nell'orbita della legge. Ciò con la Fil. I, di cui è il caso di citare le
seguenti righe. Sin consuetudinem meam, quam in republicam semper habui,
tenuero, id est, si libere, quae sentiam, de republica dixero; primum deprecor
ne irascatur, deinde, si haec non impetro, peto ut sic irascatur, ut civi
lentium indignitate, fastidium (Ad Div.). Quanto a Cesare, egli è per Cicerone
hominem amentem et miserum che non ha mai conosciuta neppur l’ombra
dell'onestà, che considera la tirannide come il maggior dono degli Dei, (Ad
Alt.), capace di ogni scelleraggine,
omnia taeterrime facturum, uomo del quale vita, mores, ante facta,
ratio suscepti negotii, sodi fanno ritenere che non potrà comportarsi se
non perdite. La sua condotta sarà anche resa peggiore di quel che
per l’indole di lui sarebbe, dal fatto che il vincitore nella
guerra civile deve pur contro sua volontà operare ad arbitrio di coloro
che l’hanno aiutato a vincere. Omnia, scrive a Marcello, sunt misera in
bellis civilibus ; sed miserius nihil, quam ipsa victoria : quae
etiamsi ad meliores venit, tamen eos fero- [La stessa ripulsione, e per la
stessa ragione, Filippo destava in Demostene. È circondato (egli dice) da
ladri, da adulatori, da gente che si abbandona a immoralità che non oso neanche
ripetere. E Demostene si illudeva che anche perciò Filippo sarebbe caduto.
Geloso e ambizioso com' è (egli dice) allontana gl’uomini di valore, che gli
danno ombra ; gli uomini assennati e morigerati, che sono rivoltati dalle sue
immoralità (àxpaafav xoO pioti -/.al xal xopSaxia|jioOs) sono
da lui cacciati e ridotti a nulla, TrapEwaHa'. xal sv Ò'jSevò; s!va'.
|ispei. Ma pur troppo i fatti hanno sempre provato che è vana speranza
contare che queste ragioni facciano cadere un uomo dal potere. L’esigenza
morale non trova sanzione nella storia e nella politica. ciores
impotentioresque (più sfrenati) reddit; ut etiamsi natura tales non sint,
necessitate esse cogantur ; multa enim victori eorum arbitrio per quos
vicit, etiam invito, facienda sunt (Ad Div.). E su questo stesso pensiero
insiste anche con Cor- nificio (Ad Div. ). Bellorum enim civilium hi
semper exitus sunt, ut non ea soium fiant, quae velit victor, sed etiam,
ut iis mos gerendus sit, quibus adiutoribus sit parta victoria La
situazione scaturita dalla vittoria di Cesare appare a Cicerone un
mostruoso sfacelo dell’eticità pubblica. Tutto allora in Roma precipita
a rovina, religione, costumi, esercito, cittadinanza, popolo, senato,
magistrati, privati; e in quel rovescio d’ogni cosa umana e divina,
poneva i fondamenti sanguinari la tirannia degli imperatori Cicerone vede
come non appena Cesare, annientati i suoi avversari, e rimasto solo sulla
scena politica, ha messo violentemente le mani sullo Stato, e in Il
modo genuinamente italiano di considerare Cesare è quello che un
veramente grande italiano, Carducci, ci presenta nei due sonetti II
Cesarismo, che cominciano con le parole, estremamente significanti e
pregnanti, Giove ha Cesare in cura. Ei dal delitto Svolge il
diritto, e dal misfatto il fatto. Entrambi i sonetti mentano di
essere attentemente letti, con la nota al v. 14 del secondo, che li
accompagna. Barzellotti, Delle Dottrine Filosofiche di CICERONE.
seguito a ciò “ omnia delata ad unum sunt (jdd Div.) al punto che Cesare
redige in casa sua, a suo libito, quelli che devono apparire come
senatusconsulta (Ad Div.), si formi un’atmosfera di falsità, di servilismo, di
adulazione universale, tanto da parte di privati quanto di enti pubblici,
cosicché non si distingue più il sentimento sincero dalla simulazione, “
signa perturbantur, quibus voluntas a simulatione distingui posset
(Ad Att.); quell’adulazione e quel servilismo, che, diventati poi a poco
a poco oramai di rito, Lucano, più tardi sotto NERONE, stigmatizza con
magnifici versi, facendone risalire 1' inizio appunto al dominio di
Cesare. Cette
abjection de la patrie releva I’ àme de Cicéron par l’indignation et par
la honte. La victoire de Cesar, au lieu de l’en rapprocher, l’en éloigna.
Le succès, qui est la raison du vulgaire, est le scandale des
grandes àmes (Lamartine, Cicéron, Calmati-Levy). E’ un saggio, poco conosciuto, in cui Lamartine,
in forma simpaticamente piana e scevra da ogni erudizione, presenta,
nella sua nobile luce, e con accenti assai elevati, la figura di
Cicerone. Ne vogliamo, a conferma di precedenti osservazioni, estrarre ancora
due passi. Les
ambitieux, les factieux, les séditieux, les corrupteurs et les corrompus, la
jeunesse, la populace et la soldatesque, les barbares mèmes enrólés dans
les Gaules, étaient avec Cesar. Coriolan n’avait rien fait de plus
monstrueux et cependant l’histoire a flétri Coriolan et a déifié Cesar.
Voilà la justice des hommes irréfléchis, qui prennent le succès pour juge
de la moralité des événements. Namque omnes voces, per quas iam tempore
tanto Mentimur dominis, haec primum repperit aetas. Qua, sibi ne
ferri ius ullum, Caesar, abesset, Ausonias voluit gladiis miscere
secures, Addidit et fasces aquilis et nomen inane Imperii rapiens
signavit tempore digna Maestà nota. Cicerone vede come, appena risultò che Cesare era
saldamente stabilito al potere, non solo i sovversivi ma anche gl’ottimati le
vecchie figure Si avverte che la parola
imperium qui non significa il nostro impero ma officio pubblico legale
Lucano vuol dire che Cesare copri l’usurpazione, assumendo falsamente il
semplice nome d’un officio pubblico legale. Come è noto, è sopratutto col
nome di potestà tribunicia che ( usurpazione si effettuò. Nel libro,
ricco di dottrina e di acume, di G. Niccolint, Il Tribunato della Plebe
(Hoepli) si mostra che 1’ impero si costitui deformando e nell’ istesso
tempo assorbendo la potestà tribunicia.
L'impero non era, in ultima analisi, che il trionfo della
democrazia [più esatto sarebbe dire: demagogia], e se chi aveva fondato
il suo potere sul partito democratico, non poteva abolire la pericolosa
magistratura, non gli restava che appropiarsela nella sua sostanza,
se non nella forma esteriore... Cosi la temuta magistratura, nata
per difendere la libertà del popolo, che conteneva perciò elementi di
sovranità atti a svilupparsi in tirannide costituiva ora l’essenza del potere
civile del monarca. 11 contegno adulatorio e vilmente opportunistico comincia
con gli uomini il cui prototipo è Attico. C’est assurément ce qui nous
répugne le plus dans sa vie ; il a mis un empressement fàcheux à
s’accomoder au regime nouveau (Boissier, Cicéron et ses
amis). politiche, abili
a restar sempre a galla,huic se dent, se daturi sint sia pure perchè
terrorizzati, sebbene essi ora dicano che lo erano quando ossequiavano
Pompeo (Ad Alt); come essi se venditant a lui, mentre i'municipi fanno
di lm vero Deum, e il grosso del pubblico sta inerte, passivo,
indifferente, non pensa che alla propria tranquillità (otium), non
rifiuta, come non ha mai rifiutato, nemmeno la tirannide dummodo
otiosi essent, non si occupa che dei campi, delle ville, dei
quattrini, nihil prorsus aliud curant nisi agros, nisi villulas,
msi nummolos suos; atonia che si aggravo ancora più tardi quando diventa
po tenie Antonio : “ mihi stomachi et molestiae est populum romanum
manus suas non in defendenda YA/I own, plaudendo consumere (Ad
Att. AV| . lU- Ma questa prosternazione e adula- [Anche qui si riscontra
un parallelo nella potente e \ ibrante invettiva di Demostene per
l’inerzia dei Greci del suo tempo. Non e senza ragione (egli dice) che
i Greci una volta avevano a cuore la libertà e ora invece hanno a
cuore la servitù. Gli è che allora (prosegue) vi iTera^ C ° Sa
'vi Persian ° e fece la Grecia
def rarH mVlnC |! bl 6 “ T* ® “ mare : ed era la fermezza (Filla 36
C 37ìT 81 asciavano corrompere e comprare uiterr di bene ** Gr
“ j .' 1 era un tempo non avere fil ventre el’“7 qUa 'Ì la misura
della felicità e il ventre e 1 inguine (xig yaatpl jisxpoOvtsc xaì
iole V ' l0X ° tS Tr ' v £tJ °aqtovtav) l a libertà fu bevuta
alla zione universale, questo continuo panegirismo ormai diventato
di prammatica, non è, per Cicerone, se non un’universale falsificazione
di coscienza, quella stessa per cui più tardi egli osservava che i
cittadini gementi sotto l’oppressione avevano dato a Cesare colpevole
dell’ orrendo parricidio della patria il titolo di parens patriae: potest
cuiquam esse utile faedissimum et taeterrimum parricidium patriae,
quamvis ìs, qui se eo abstnnxerit, ab oppressi civibus parens nominaretur?,,
{De Ojf.) Questa situazione che fa fremere d’orrore Cicerone, nella quale egli
trova che non c e salute di Filippo e di Alessandro. E, data questa
vostra viltà e servilità, (dice altrove) è mutile che speriate
nella malattia o nella morte di Filippo : anche se muore, vi
creerete tosto voi stessi un altro Filippo, "ay^Éu; upet; gxepov
OIXiotvov Tìsir/ae-re (Fil.). In questo stesso luogo, volendo Cicerone
dimostrare che l'utile e il giusto non possono distinguersi, scrive
fra l'altro: Hanccupiditatem [quella di Cesare di voler dominare
tirannicamente la patria] si honestam quis esse dicit, amens est ; probat
enim legum et libertatem mteritum, earumque oppressionem taetram et
detestabilem glonosam putat ». Come, aggiunge, può essere ciò utile all
usurpatore? Anche i re legittimi hanno avversari. Quanto plures ei
regi putas, qui exercitu popuh romani populum ipsum romanum oppressisset?
Ricco com’era d’un pathos etico affine a quello di Kant, si intuisce
chiaramente dalle sue lettere e dai suoi scritti che egli sentiva
profondamente, come il filosofo tedesco, che il “ dovere relativo alla
dignità dell umanità in noi, e che è per conseguenza un dovere verso
noi piu posto“ non modo pudori, probitati, virtuti, rec- tis
studiis, bonis artibus, sed omnino Iibertati ac Dh ), gli appare
sopraia!, basata sulla menzogna e sul falso, perchè sotto l’adesione,
l’adulazione, l’apoteosi che l’atmosfera ufficiale orma, impone, circola
larghissimamente quel malcontento e quell’esecrazione generale
verso ì distruttori dello Stato legale, che egli constatava già
precedentemente quando essi avevano iniziata tale loro opera di
demolizione (“ sumiTITJm odium omnium hominum in eos qui tenent omnia ;
mutationis tamen spes nulla Ad Alt.). Questa esecrazione generale, sotto le
parvenze dell’ossequio più profondo, s’è ora concentrata in Cesare, il
quale, dopo poco tempo di dominio, ormai in realta persino “ egenti ac
perditae multiludini in odium acerbissimum venerit. Invero, Cesare
stesso sapeva d’essere odiato e di dover esserlo, sopratutto per la
posizione di superiorità e distanza, così urtante al senso cittadinesco
romano, che egli aveva finito per prendere : dopo la sua uccisione, Mazio
racconta a Cicerone che stess., può esprimersi in modo più o meno
chiaro nei seguent, precetti: non siate schiavi degli uomini: non
permettete che, vostri diritti siano impunemente calpestati (Dottr. della Virtù). Che è, del resto,
il precetto evangelico : \ii) r £veafre SotW.c- àv&pdmwv (1,
SU V1 ’ 2 ' 3 1 t V Xeu ^ e P t( É Xptaxòs UylCWXw!]) 4Xlv tu r» G. Reati . Vita
parallele di due filosofi avendo dovuto una volta Cesare far fare
anticamera a quest ultimo, aveva detto : se un uomo come Cicerone deve
attendere per essere introdotto da me e non può a piacer suo parlarmi, “
ego dubitem quin summo in odio sim
? (Ad Att. XIV, 1 e 2) A proposito dell’uccisione di Cesare. Vi
sono molti i quali pensano che perchè Bruto era stato perdonato da
Cesare e poi anzi beneficato, egli dirigendo
il tradimento e l’uccisione del suo benefattore, abbia
dato perfido esempio di cuore ingrato e irreverente (Corradi). Questa
opinione è la tipica prova della completa mancanza d’ogni senso di ciò
che è diritto. Proprio il fatto che Cesare gli aveva perdonato », doveva
essere per Bruto una giusta ed onesta ragione di più per abbonirlo.
Bruto aveva preso le armi contro Cesare in difesa dello Stato legale :
dunque conforme al diritto. Decidere sul suo caso, condannarlo od
assolverlo, spettava alle autorità legali (Senato), non a un individuo.
Il solo fatto che non già le leggi o le autorità legalmente costituite,
ma l’individuo Cesare, potesse a suo beneplacito interrompere o far
proseguire i processi, ordinare condanne o assoluzione, assolvere Bruto,
perdonare a Bruto (quasiché condannare od assolvere, e, peggio, perdonare, supposto si trattasse di
delitto, fosse di competenza d’un individuo, e quasiché questo stesso fatto
non comprova lo sfasciamento dello stato legale compiuto da Cesare) era
una ragione di più per avversare e condannare legittimamente l’uomo e
il sistema, e per ricorrere ad ogni mezzo onde liberarsene. Che,
per citare un altro fatto, onde far ritornane Marcello dall esilio ì
senatori abbiano dovuto pregare un individuo, gettarsi ai piedi d’un
individuo, dell' individuo Cesare, è un fatto che doveva legittimamente
suonar condanna per Era, insomma, la situazione che un filologo
italiano contemporaneo descriveva di recente crn tutta esattezza così: La
crescente potenza di Cesare, il quale, dopo la funesta giornata di
Farsalo, erigendosi a signore assoluto, e sopprimendo la libertà della
vita politica di Roma, ha, per primo, inaugurato la lunga e mostruosa
serie degli questo individuo, che si sovrapponeva in tal guisa alle
leggi : condanna, anche quando
perdonava, perchè precisamente così dimostrava che dipendeva, non
più dalle leggi assolvere o condannare, ma da lui perdonare o no.
Piena ragione ha Seneca quando in un capitoletto pieno di considerazioni
interessanti circa l’atto di Bruto, dice che egli non aveva ragione di
gratitudine verso Cesare, perchè questi non aveva acquistato il diritto
di fare il bene se non violando il diritto e perchè chi non uccide non
arreca un beneficio, ma si astiene da un maleficio: in ius dandi
beneficii iniuria venerai; non enim servavit is, qui non interficit, nec,
beneficiun dedit, sed missionem. De Benef.. Del pari piena ragione ha Cicerone,
il quale, ad Antonio, che gli rinfacciava come un benefizio usatogli
di non averlo ucciso al suo sbarco a Brindisi, rispondeva : questo
è lo stesso beneficio di cui potrebbe vantarsi un assassino per non aver
ucciso taluno. Quod est aliud beneficium latronum, nisi ut commemorare
possint iis se dedisse vitam, quibus non ademerint? (Fil.). E si noti ancora che Seneca e
Lucano, vivendo entrambi alla corte di Nerone, il quale, pure, era della
casa Giulia, poterono il primo dare a Bruto la massima delle lodi
facendo dire da Marcello a sè stesso: “ tu vive Bruto miratore contentus
(Ad Helviam), il secondo dipingere nel suo poema con smaglianti colori di
grandezza morale “ magnanimi pectora Bruti mperatori romani ; la viltà degli
adulatori, che disertavano il partito dei vinti per quello più
vantaggioso dei vincitori ; le mene degli ambiziosi, che, r er trar
partito dalle circostanze ad accumular potenza e ricchezze, pullulavano su su
dal fondo di quella corrotta società, come marcida fungaia dal fondo
d’un’acqua stagnante; le crudeltà dei prepotenti, che volevano, anche a
mezzo di violenze e di sangue, aprirsi un varco nella folla dei
concorrenti a quella specie d’albero della cuccagna ch’erano le
usurpazioni dei poteri dello Stato con le loro mille seduzioni e promesse
di dominio e di saccheggio dei beni pubblici e privati ; il vivo
cordoglio e l’abbandono sconsolato in cui vivevano, nell’esilio
volontario o non volontario, le anime dei virtuosi e degli onesti,
fautori del partito repubblicano. Tutto insomma contribuiva a
mostrare l’immagine dell’irreparabile catastrofe. Anziché assopirsi, cresce a
dismisura nelle classi non mai dome nel loro caratteristico orgoglio,
il malcontento per il nuovo regime... La miseria intanto cresce
spaventosamente in Roma e nella provincia ; lo spettro della fame
s’aggira nelle campagne desolate e incolte dell’ Italia; le classi
medie e il popolino sono ridotti alla miseria ed alla disperazione. Torme
di miserabili si vedono per ogni dove languire d’ozio e di fame U.
Moricca, Introd. a Cicer. De Finibus, Torino, Chiantore Ora, tanto appare
a Cicerone falsa e menzognera la situazione che egli è certo che non può
durare. La maschera di clemenza di Cesare e le sue bugie circa la
restaurazione finanziaria (divitiarum in aerario) sono cadute; è
impossibile che egli e i suoi, non d’altro capaci che di scialacquare,
riescano ad amministrare soddisfacentemente le provincie e lo stato; cadranno
da sè, per gli errori propri, per se, etiam languentibus nobis aut
per adversarios aut ipse per se, qui quidem sibi est adversarius unus
acerrimus. Questa tirannide non può reggere sei mesi, iam intelliges id
regnimi vix semenstre esse posse Probabilmente, ciò di cui Cicerone avrebbe
sopratutto incolpati i cesariani è che essi cadevano in quell’errore che il
Romagnosi descrive così. La temerità e l’intolleranza sono i vizi che
sogliono guastare questo procedimento [inventivo dell’ incivilimento). Si pecca
di temerità allorché si tentano innovazioni o rifiutate dalla natura o
non preparate sia nei fondamenti, sia dal tempo. Si pecca d’intolleranza
allorché si vuole seminare e raccogliere ad un sol tratto, e però si passa ad
infierire contro attriti che da se stessi vanno cessando in forza della
riforma fondamentale già praticata. Siate severi nel mantenere la giustizia, e
nel rimanente lasciate operare il tempo sul fondo ben disposto. 1 vostri
stimoli artificiali, le vostre correzioni minute, invece di giovare
nuociono, invece di affrettare ritardano; e se per caso avrete un
frutto precoce, ne avrete mille falliti (Dell’ Indole e dei Fattori dell’
Incivilimento, Avvertimento finale). Auree parole d’uno dei nostri massimi
pensatori politici, che andrebbero anche oggi meditate e tenute presenti.
Alle Tale previsione di Cicerone andò incontro ad nna smentita
colossale. Quella divinatio dell’andamento degli eventi che egli, ricavatala
dallo studio e dalla pratica, aveva la coscienza di possedere, qui gli
fallì del tutto. E' vero che Cesare quali vanno accostate, sempre ad
illustrazione del sentimento politico, che, in quelle perturbate circostanze, si
sprigionava vivo in Cicerone, le seguenti: “ guai a quel popolo, nel
quale, spento il punto d’onore, non prevalgono che poteri individuali! (/,/. di Ciò. FU Giurispr. T e °
r \. P \ 1,1 C - 1V ): nonché la sua affermazione dei diritti dell uomo,
da lui chiamati originaria padronanza naturale di ogni individuo. Quelli che
vennero appellati diritti dell'uomo formano appunto il complesso di
questa originaria padronanza. L’indipendenza, la libertà 1 eguale
inviolabilità e il diritto di difesa e di farsi render ragione, sono
tutte condizioni di questa originaria padronanza (Lett. a G. Valeri, Cu, quidem divinationi
hoc plus confidimus, quod ea nos mhil in his tam obscuris rebus tamque
perturbatis umquam omnmo fefellit. Dicerem, quae ante futura
dixissem, ni vererer ne ex eventis fìngere viderer (Ad Dio. VI, o). Exitus, quem
ego tam video animo, quam ea quae ocuiis cemimus (Ad Dio.). Tamquam ex aliqua specula prospexi
tempestatem futuram. Questa sicura previsione degli eventi, questo sicuro
presentimento, Cicerone lo possedeva in effetto. Anche nella
circostanza suaccennata egli prevedeva giusto, preveveva cioè
quello che tutto faceva ritenere dover accadere. Se i fatti si
svolsero in senso del tutto opposto alla sua previsione, si può, in
un certo senso, dire che ebbero torto i fatti, non Cicerone; cioè che la
realtà è irrazionale e casuale, e che mai vi tu un periodo di storia che
sia stato come quello irrazionale e casuale. fu ucciso poco dopo e probabilmente lo fu
quando e perchè divenne chiara a tutti I’ impossibilità in cui egli
era di dominare la situazione, di riordinare cioè seriamente lo Stato e di
soddisfare insieme le brame dei suoi seguaci, cosicché Mazio uno dei pochi cesariani onesti, che,
come risulta da una sua nobilissima lettera (Ad T)iv., non aveva
sfruttato Cesare vivo, e che gli rimase fedele anche morto, e anche
durante quel momento in cui, subito dopo l’uccisione del dittatore,
il cesarismo sembrava crollato e i cesariani in pericolo — dice, deplorandone
la morte: che catastrofe ! non c’è più rimedio ; se lui, con l’ingegno
che aveva, non trovava la via d’uscita, (exitum non reperiebat), chi la
troverà ora? (Ad Att.). Ma dopo la morte di Cesare, come appunto
prevedeva Mazio le cose finirono per peggiorare rapidamente. Anche
Cicerone è costretto a constatarlo. Il tiranno perì, egli dice, ma vive
la tirannia (Ad Att.) Va però tenuta presente anche la profondissima
osservazione di Montesquieu. Il étoit bien difficile que GIULIO CESARE pùt
défendre sa vie; la plupart des conjurés étoient de son parti ou avaient
été par lui comblés de bienfaits : et la raison en est bien naturelle.
Ils avoient trouvé de grands avantages dans sa victoire : mais plus leur
fortune devenoit meilleure, plus ils commen 9 oient à avoir part au
malheur commun : car, à un homme qui n’ a rien, il importe peu à certains
égards en quel gouvernement il vive -- Grandeur et décadence d siamo
liberali dal re dai regno (yìj Di,. /aj' fi marzo non consolano più
come pnma (Ad Att.): stolta L iZZ Martmrum consolano, animis usi
sumus virilibus cooubs puenbbus ; excisa est arbor, non avulsa
^ i, fi ; e st . a ‘° Iasc,al ° vi vo in Antonio l’erede del regno;
si poteva con piu libertà parlare contra illas nefarias
partes xiv r vivo che non uccitó lnfine crebbe meglio che
Cesare vivesse ancora “ nonnumquam Caesar desideran- dus, Infatti,
la situazione era diventata quale la descrive ad Attico così. Sed vides magistrati ; si quidem illi
magistratus'; vides tyranni satellites m impems; vides eiusdem exercniis;
vides in latere veteranos In conseguenza il sistema di governo che
Cicerone prevedeva non poter durare un semestre, durò invece,
continuamente aggravandosi o peggiorando per quattordici secoli, cioè per
quanto visse l’impero bizantino. Ma la fallacia di questa
previste la torio all. mente di Cicerone. E' la fallacia
propria delle menti profondamente razionali, che hanno una fede inconcussa
nella ragione; e la mente di Cicerone era appunto secondo la felice
dennizione che ne dà Io Zielinski, un
Aufkà- rungsvers tand. A codeste menti è impossibile O. c.
.ammettere che la mostruosità, l’irrazionalità, l’assurdo vengano a tradursi
permanentemente nel fatto, si facciano solida e stabile realtà. Ciò è
assurdo, quindi è impossibile; questo è per siffatte menti un
canone assolutamente insopprimibile, sradicando il quale essa
sentirebbero di strappar le proprie medesime radici. A cagione della
stessa forza della loro compagine razionale, è ad esse impossibile
riconoscere che il fatto che una cosa sia assurda non impedisce
menomamente che essa divenga realtà e che anzi quasi sempre nella storia
umana avviene che ciò che all’ inizio la mente scorgeva come cosa
assurda, pazzesca, implacabilmente ciò non ostante si realizza. Come buon
platonico Cicerone non poteva a meno di essere fermamente convinto che
oòx eattv Sit àv xij |a£r;ov xoótotj xaxòv TTaìfoi y) Xóyou? (juar^aag
(Fed..). Nel logos egli aveva indefettibile fede. Egli scorgeva
dietro a sè, fin dove 1 occhio della memoria poteva giungere, soltanto
governo di popolo. Questo era per lui una conquista permanente» della
civiltà, la civiltà stessa, la civiltà che non può perire. Con tale forma
di governo il suo spirito si era immedesimato ; essa faceva parte essenziale
della sua coscienza d uomo, forma il cardine su cui poggiava tutta la sua
vita spirituale Pensare che tale Che tale stato d'animo fosse non solo
ciceroniano ma romano, emerge anche da ciò che l’indignazione per la caduta di
quella forma di governo si formi potesse crollare e permanentemente
scomparire, era come pensare che potesse precipitare tutto ciò che si è
sempre visto stabile, la terra, il sistema solare, ciò che è
l’incarnazione di un’eterna legge della natura. Sempre gli uomini quan- o
si sono trovati in una fase di cangiamento analoga a quella in cui si trova
Cicerone_e tanto più quanto più la loro mente era fortemente
razionale hanno emesso la medesima errata previsione di lui ; ciò è assurdo,
quindi impossibile, quindi non può durare. prolunga sino in S. Ambrogio,
in cui, da signore romano d antica razza quale era, la romanità viveva
ancora, Hic erat pulchemmus rerum status, nec insolescebat quisquam
perpetua potestate, nec diuturno servitio frangebatur. Nemo audebat alium
servitio premere, cuius sibi successuri in honorem mutua forent subeunda
fastidia; nemini labor gravis quem dignitas ecutura relevaret. Sed
postquam do- mmandi libido vindicare coepit indebitas et ineptas
nolle deponere potestates... continua et diuturna potentia gignit
msolentiam. Quem invenias Hominem qui sponte deponat impenum et ducatus
sui cedat insigne, fiatqe volens numero postremus ex primo? {Hexameron).
osa et nota : lo stesso errore, la stessa illusione— nobilissimo
errore ! troviamo, come già si e rilevato, in Demostene, il dramma della
cui vita fa esattamente riscontro a quello di Cicerone. Anche Demo-
j. en e . p - e - ne,,a seconda
Olintiaca prevedeva che la potenza di rilippo era alla fine ; npÒQ a
ùvfjv tfy.ec ~riv teXsut^v t payiiax aòttji (§ 5). E questa previsione
era per lui principalmente fondata appunto sul fatto che una
potenza costrutta sulla malvagità non può durare. Oò yàp gcmv, Il
dramma, terribile dramma, della vita di Cicerone, è appunto questo. II dramma
dell’uomo oìjy. laxiv, u> àvopEg ’Avrjvatoi, àSixoùvta -/.al
èruop- xoOvxa xa: ^£'joÓ|ìsvov Sóvajuv j3ej3aiav XTiqaaad’at... xwv
jrpà^ewv xàg àp%à<; xxl xàg ÒTtofliaeig àX^S-sT; xa’. òtxaiag Etvai
/tpcaTjxei. E nemmeno dieci anni dopo Filippo trionfava definitivamente a
Cheronea. Ad ogni momento troviamo questi pensieri nelle orazioni
di Demostene, che perciò sono cosi istruttive circa le illusioni in cui
il razionalismo » induce gli uomini.
Ma neppure la battaglia di Cheronea guarì Demostene dal1 illusione.
Plutarco narra che quando Filippo fu assassinato, Demostene comparve nell’assemblea,
raggiante, tpatSpòg, splendidamente vestito, incoronato: con la morte
dell’uomo, secondo lui, la costruzione improvvisata ed effimera
doveva certo crollare. E quando Alessandro si fece avanti a sorreggerla
Demostene rideva di quel ragazzo imbecille, ndsioa xai |ia T txT)V
(Plot., Dem.). Ma la costruzione fondata sulla perfidia, e che perciò,
secondo Demostene, non poteva reggersi, sboccò invece nel trionfo
addirittura fantastico ottenuto appunto da Alessandro. Gli uomini
non possono rassegnarsi a credere che una politica malvaga possa
ottenere un successo duraturo, che il male trionfi permanentemente. Pur
troppo, invece, è questa una pia illusione; e le cose vanno precisamente
cosi. E gli astrattisti, 1 razionalisti, gli spiritualisti, non
sanno ricavare dal male che sotto ì loro occhi permanente trionfa,
neppure quell unico bene che vi si potrebbe ricavare: quello cioè
di essere definitivamente istrutti dell andamento assolutamente arazionale,
alogo, ateo, del mondo e della vita. Chiusi nel loro mondo dei meri
concetti, è a quelli e alle deduzioni da quelli che continuano a credere,
anziché aprire gli occhi ai fatti. < Sapiunt alieno ex ore
petuntque res ex auditis potius quam sensibus ipsis » (Lucr.). che
con disperazione vede rovinare intorno a sè senza possibilità di salvezza
il mondo civile di cui la sua più intima vita stessa era intessuta,
il mondo razionale e trionfare ineluttabilmente, in causa impia,
victoria etiam foedior ( De Off.),
l’ingiustizia ed il male, una forma di mondo umano “ impensabile assurda,
il dramma della coscienza eticamente desta che vede con orrore ciò che
essa giudica aberrazione morale e iniquità acquistare ufficialmente il
carattere di nobiltà, grandezza, elevazione, e avviarsi a restare
definitivamente sotto questo aspetto nella storia. Quando si fa a poco a
poco chiaro nella mente di Cicerone 1 ineluttabilità dell’evento,
quando egli è ormai costretto a vedere che non c’è più speranza, a
domandarsi: quae potest spes esse in ea republica, in qua hominis
impotentissimi (violento) atque intemperantissimi armis oppressa
sunt omnia? (Ad Div.); quando deve
constatare che tot tantìsque rebus urgemur, nullam ut allevationem
quisquam non stultissimus sperare debeat
(Ad Div.), il suo strazio non ha confini- Ciò che già
precedentemente, quando tale condizione di cose si delineava, egli
cominciava a sentire, civem mehercule non puto esse qui temporibus
his ridere possit (Ad. Div.),
diventa ora il suo stato d’animo permanente. La vita non ha più sorriso :
“ hilaritas illa nostra erepla mihi omnis est. Il suo grido è quello
del coro degli Spiriti nel Fausi. Du hast zerstòrt Die schòne
Welt Mit màchtiger Faust; Sie stiirzt, sie zerfàllt! Ein Halbgott hat sie
zerschlagen! Wir tragen Die Triimmern ins Nichts
hinuber Und kiagen Uber die verlorne Schòne. Questo dramma strappa a Cicerone
espressioni di dolore profondamente dilacerante. E la sua
corrispondenza è forse la lettura più viva che l’antichità e probabilmente la
letteratura d’ogni tempo ci offra, appunto perchè, come in nessun altro
scritto, vi si scorge con l’immediata evidenza della vita vissuta e quasi
vedessimo la cosa svolgersi giorno per giorno sotto i nostri occhi, come
sotto quel dramma sanguini il cuore d’un uomo. Certo anche la terribilità
della sua rovina personale affligge gravemente Cicerone. Natus enim ad
agendum semper aliquid dignum viro, nunc non modo agendi rationem
nullam habeo, sed ne cogitandi quidem (Ad Div.) ; ed egli ha ragione
di deplorare di essere stato travolto proprio nel momento in cui
avrebbe potuto e dovuto, cogliendo il frutto dell’opera della sua vita,
toccare l’apice della sua carriera. Omnis me et industriae meae
fructus et fortunae perdidisse Casu nescio quo in ea tempora aetas nostra
incidit, ut cum maxime florere nos oporteret, tum vivere edam
puderet. Certo anche la rovina che incombe sulla sua famiglia e
specialmente sulla sua figlia lo tortura.Quibus in miseriis una est
prò omnibus quod istam miseram patre, patrimonio, fortuna omni spoliatam
relinquam (Ad Att.). Ma ciò che forma il crepacuore di Cicerone non
è la sua situazione personale, bensì il baratro in cui è precipitato lo
Stato. Sed
tamen ipsa republica nihil mihi est carius (Ad Dio.). “ Ego enim is
sum, qui nihil umquam mea potius, quam meorum ci- vium causa
fecerim. Ma ora ? Ego vero, qui, si loquor de re publica, quod
oportet, insanus, si, quod opus est, servus existimor, si taceo,
oppressus et captus, quo dolore esse debeo ? (Ad Att.). Due sono sopratutto le note in cui
erompe l’espressione di questo suo strazio. In primo luogo,
andarsene, andarsene dovunque, pur di non veder più simili cose: “
evolare cupio et aliquo pervenire ubi nec ‘Pelopidarum nomea nec facta
audiam egli ripete con un tragico antico Ad Att.; “ ac mihi
quidem iam pridem venit in mentem bellum esso aliquo exire, ut ea
quae agebantur hic, quaeque dicebantur, nec viderem nec audirem (Ad ‘Dio.); “
longius etiam cogitabam ab urbe discedere, cuius iam etiam nomen invitus
audio. Tu mi sembravi pazzo (scrive a Curio) quando abbandonasti Roma per
la Grecia, ora veggo che sei “ non solum sapiens, qui hinc absis, sed
etiam beatus : quamquam quis, qui aliquid sapiat, nunc esse beatus
potest ? (Ad Db.). E’ il desiderio che si fa strada persino nei suoi
trattati, p. e. nelle Tusculane, dove parlando di Damarato. Io giustifica cosi
: “ num stulte anteposuit exilii libertatem domesticae servituti? O, se
andarsene non si può, almeno ritirarsi in solitudine. Nunc fugientes conspectum
scelerato- rum, quibus omnia redundant, abdimus nos, quamum licet, et
saepe soli sumus (De Off.). In
secondo luogo, morire. Perire satius
est, quam hos videre (Jd Db.) Mortem] quam etiam beati contemnere
debebamus, propterea quod nullum sensum esset habitura, nunc [Che cosa
pensi intimamente Cicerone della vita futura, risulta, non già dal quadro,
avente scopi puramente estrinseci, che traccia nel Somnium Scipionis. ma
dalla sua corrispondenza Oltre il passo sopra ricordato, e due
altri, (Ad Dw.) ricordati più innanzi, basterà citare: Fraesertim cum
impendeat, in quo non modo or,*. v erum finis etiam doloris futurus sit. E
anche in altre opere di Cicerone questo suo vero pensiero si manifesta.
Cosi nelle Tusculane. Mors. aeternum nihil sentienti receptaculum. Cosi
in Pro Marcello Quod (la fine) cum venit, omnis voluptas preterita
prò mhilo est, quia postea nulla est futura» Cosi in Pro Cluentio: quid
ei tamdem almd mors eripuit, praeter sensum doloris ? sic affecti, non modo
contemnere debeamus, sed etiam optare. La filosofia sembra <
exprobrare quod in ea vita maneam, in qua nihil insit, nisi propagatio
miserrimi temporis ; non si sa <si aut hoc lucrum est aut haec vita,
superstitem reipublicae vivere ; nam
mori millies praestitit quam haec pati (Ad. AH.) ; eis conficior curis, ut ipsum quod
maneam in vita, peccare me existimem (Ad
Div.); mortem cur con- sciscerem
causa non visa est, cur optarem, multae causae. In uno spirito, così
profondamente romano, cioè volto all’attività pratica e civica, la
desolazione dello Stato faceva spuntare questo pensiero: Ipsi enim quid sumus ? aut cum diu haec
curaturi sumus? (jdd Att.); quid
vanitatis in vita non dubito quin cogites (Ad Div.). Cosi, pur nell'atto
che prevede la prossima caduta del cesarismo, dice. Allo stesso modo
la pensava Cesare, il quale nel discorso, riferito da Sallustio, da lui
tenuto in Senato circa la pena da darsi ai complici di Catilina, si
oppose alla pena di morte appunto perchè con questa cessa la coscienza e
quindi ogni male. Eam cuncta mortalia dissolvere; ultra neque curae neque
gaudio locum esse (Cat.). Va però notato che Cicerone dà un’altra
interpretazione a questo punto del discorso di Cesare. Cesare cioè
era contrario alla pena di morte. Egli intelligit, mortem a diis
immortalibus non esse supplici causa constitutam, sed aut necessitatem
naturae, aut laborum ac miseriarum quietem esse. -- In S. Catilinam. id
spero vivis nobis fore ; quamquam tempus est nos de illa perpetua iam,
non de hac exigua vita cogitare » (Ad. Att.). E il pensiero della
morte come unico scampo e rifugio viene a grandeggiargli dinanzi in modo, che
bene spesso lo vediamo insinuarsi anche nei suoi scritti
teorici: così, p. e., nel De Oratore. Sed 11 tamen rei publicae
casus secuti sunt, ut mihi non erepta L. Crasso a dis immor-
talibus vita, sed donata mors esse videatur; e così nelle Tusculane :
multa mihi ipsi ad mortem tempestiva fuerunt, quam utinam potuissem obire
! nihil enim iam acquirebatur, cumulata erant officia vitae, cum fortuna bella
restabant. Morte per sè, morte per coloro che amiamo ; questo soltanto è
ciò che lo status ipse nostrae civitatis ci costringe a
desiderare: cum beatissimi sint qui liberi non susceperunt, minus
autem miseri qui his temporibus amiserunt, quam si eosdem, bona, aut
denique ahqua republica, perdidissent non, mehercule, quemquam
audivi hoc gravissimo, pestilentissimo anno adolescentulum aut
puerum mortuum, qui mihi non a Diis immorta- libus ereptus ex his
miseriis atque ex iniquissima conditione vitae videretur (Ad
Div.). Ne solo nell animo di Cicerone il trovarsi in tantis tenebris et quasi parietinis
rei publicae induceva il desiderio di sfuggire a questo sfacelo con la
morte ; ma tale sentimento era certo diffuso. Nella bellissima lettera
con cui Servio Sulpicio cerca di consolare Cicerone per la morte
della figlia, 1 argomento principale che egli fa valere e, nelle
circostanze presenti, non pessime cum iis esse actum, quibus sine
dolore licitum est mortem cum vita commutare e che Tullia visse
finché visse lo stato, una cum republica fuisse (Ad Dio.); al che
Cicerone dolorosamente risponde che l’attività pubblica lo consola
dei dolori domestici, l’affettuosa intimità con la famiglia delle
traversie pubbliche, ma ora “ nec eum dolorem quem a re publica capio
domus iam consolari potest, nec domesticum res publica . Ed anche in Catullo,
il disgusto invincibile suscitatogli dai “ turpissimorum honores ,
disgusto che faceva gemere dal suo canto Cicerone, cosi; o tempora ! fore
cum dubitet Curtius consulatum petere? „ (Ad Att., e circa Vatinio) suscita l’aspirazione
alla morte. Quid est, Catulle? quid moraris emori? Sella in curulei struma
Nomus sedet, per consulatum peierat Vatinius; Quid est,
Catulle ? Quid moraris emori ? Donde attinge Cicerone qualche conforto
in questa immensa iattura ? Non dal foro che egli (interessante
confessione) dichiara di non aver mai amato e nel quale del resto oggi
non c’è più nulla da tare: quod me in forum vocas, eo vocas, unde,
etiam bonis meis rebus, fugiebam: quid enim mihi cum foro, sine iudiciis,
sine curia? (Jld Jltt.). Era il momento in cui i vincitori della
violenta lotta politica, giravano per Roma baldanzosi ed allegri, e i
sostenitori dello Stato legale, battuti, erano melanconici. Mane salutarne domi et
bonos viros multos sed tristes, et hos laetos victores, qui me quidem
perofficiose et peramenter observant {Ad Div.). Due di essi, anzi, Irzio e Dolabella, si erano
messi a prender lezioni d’eloquenza da lui, o forse, con questo
pretesto, lo sorvegliavano per conto di Cesare. Anche queste lezioni recano a
Cicerone qualche sollievo {yld Di\>.). In maggior misura, egli ne ricava dal
far udire, quando e come era possibile, qualche parola di ammonimento.
Così, pur avendo risoluto di non più parlare in Senato, allorché
sulla universale istanza di questo, Cesare amnistia Marcello (che non
aveva fatto nessun passo per essere richiamato e sembrava non desiderarlo
— e che fu, del resto, assassinato da un suo impiegato nel momento in cui
stava per partire alla volta di Roma), Cicerone prende la pa- [La voce dei
gaudenti sfruttatori di situazioni immorali rinfaccia sempre a coloro che le
condannano, come un torto, di essere afflitti o melanconici. Cosi quella
voce si fa udire, secondo Seneca : c Istos tristes et superciliosos
alienae vitae censores, suae hostes, publicos paedagogos assis ne feceris
» (Ep.) rola per ringraziare il dittatore ; ma sa anche attraverso i
ringraziamenti esporgli il parere più libero e coraggioso che forse mai
Cesare abbia sentito. Quodsi rerum tuarum immortalium (egli ha 1
ardue di significargli) hic exitus futurus fuit, ut devictis adversariis
rem publicam in eo statù relinqueres, in quo nane est, vide quaeso, ne
tua divina virtus admirationis plus sit habitura quam glonae (Pro
Marc.). Tu devi, egli incalza, preoccuparti della vera gloria, del
giudizio che daranno i posteri sulle tue azioni, saper considerare ciò
che tu fai, non cogli occhi abbacinati dei contemporanei, ma con quelli di
coloro che giudicheranno le cose a distanza, nell’avvenire. Se tu non avrai
ristabilito la vera legalità nello Stato, tu sarai certo sempre ricordato, ma
non con giudizio concorde: “ erit inter eos etiam, qui nascentur,
sicut mter nos fuit, magna dissensio, cum alii lau- dibus ad caelum res
tuas gestas efferent, alii for- tasse ahquid requirent, idque vel
maximum, nisi belli cmlis incendium salute patriae restinxeris, ut
illud fati fuisse videatur, hoc consilii. E questo un nobilissimo linguaggio da
cittadino onesto e d’animo forte ; linguaggio che, bisogna
riconoscerlo, Cesare sa ascoltare, come altri e ben più vivaci attacchi
contro di lui, con tolleranza ed equanimità, civili animo. Svet,, Caes.. Anche
Cicerone nella sua corrispondenza talvolta constata che Cesare andava
orientandosi a mitezza. P. e.: L intolleranza, l’oppressione, l’uso del
potere per far tacere censure al detentore di esso, e persino per
impedire di rispondere agli attacchi, comincia con Augusto ; ed è ciò che
fa uscire Asinio Pollione (lo stesso, alla nascita del cui figlio il
servile Virgilio, pronto a vendersi a tutti i potenti e a
prostituire poi il suo genio a colui che tra questi occupa nella storia
per bassezza e nequizia uno degli nam et ipse, qui plurimum potest,
quotidie mihi delabi ad acquitatem et ad rerum naturam videtur „ Ad
Dio. VI, 10!, Che cosi fosse (ed è la stessa cosa che accadde con
OTTAVIANO) è naturale, perchè, se un uomo non è straordinariamente perverso, il
suo grande successo e trionfo personale lo rende incline alla benevolenza
verso gli altri, a diffondere anche intorno il sentimento di felicità che
il successo gli dà. Solo un uomo dal cuore fondamentalmente malvagio nel
suo più pieno e grandioso trionfo, quando ogni cosa gli va a seconda,
diventa sempre più duro e crudele, e non è pago se non condisce quel
trionfo col darsi la sensazione di poter a suo beneplacito tormentare,
perseguitare, far soffrire altri uomini. Tale era Siila, secondo le
parole che Sallustio mette in bocca ad Emilio Lepido. Cuncta saevus iste
Romulus, quasi ab externis rapta, tenet, non tot exercituum clade neque
con- suhs et aliorum principum, quos fortuna belli consumpse- rat,
satiatus : sed tum crudelior, curri plerosque secundae res in
miserationem ex ira vertunt. Hist.
Fragni. Raramente, si, ma però talvolta avviene che un uomo, favorito dalia più
straordinaria fortuna, diventi sempre più bramoso di far del male agli
altri. “ Felicitas in tali ingenio avaritiam, superbiam ceteraque occulta mala
pate- fecit. -- Tac., Hist.. “Itimi posti, Ottavio, dedicò la
sconciamente cortigiana e piagg.atr.ee Egloga) nell’elegante
epigramma, riportato da Macrobio (Satura II 4) che non si può più
scrivere dove in risposti si può proscrivere : temporibus triumviralibus
PoIIio cuna fescenmnos,n eum Augustus scripsisset, ait: g
taceo ; non est emm facile in eum scribere qui potest proscribere
(2) Più ampio conforto ricavò Cicerone dagli studi, bbene una
volta fuggevolmente accenni che forse senza la sua cultura sarebbe più
atto a resistale! exculto emm animo nihil agreste, nihil inhuma- Si
vegga nel libro diV. Alfieri D»/ p •, I J1
'> e la dimostrazione che questa viltà ha in Virg.ho guastato
l’arte. “Quella parte divTna e ha per base il vero robusto pensare e
sentire tm-,1 niente manca in Virgilio (L. II C VI) “ V -esse avuto
nell’animo quella P napesco, assai maggiore sarebbe stato egli
stesso e quindi assai maggiore il suo saggio (L. II C VI • vegga
anche il C. Vili) E il Canti 1 . Ci j ;•,
C S ‘ uh. ed. I. 582 n 94.V- r ÌU '. Sorla de S^ Italiani, V l
D < ’ VIRGILIO si lascia traricchire anche Boissier, L’opposition
sous tes Césars p. I3Ì” RnU 1 j- qUe f°, . t epigramma ’ senza
citare la fonte il Les e Rom P - r0ba . b,,mente a memor ia, la
seguente versione: Les Romains disaient avec raison qu’ il est rare mi’
™ num est „. (Ad Alt.) ; e sopratutto dallo studio della filosofìa,
la passione per la eguale '’quo- tidie ita ingravescit, credo et aetatis
maturitate ad prudentiam et his temporum vitiis, ut nulla res alia
levare animum molestiis possit. „ (Ad Dio. IV, 4). Le sue lettere di
questo periodo sono piene delle sue attestazioni che non vive se non
negli studi filosofici e non trae conforto che da essi. Ad
aumentare questo conforto, ad aiutarlo a stornare il pensiero dalle
calamita dello Stato, s aggiunge la sua attività di scrittore. Sono questi gli
anni della sua intensa e feconda produzione filosofica. Nisi mihi
hoc venisset in mente, scribere ita nescio quae, quo verterem me non
haberem (Jld Alt.) Equidem credibile non est, quantum scribam die, quin
etiam noctibus, nihil enim sommi. Nullo enim alio modo a miseria quasi
aberrare possum. Vero è che le afflizioni e le ìnquietitudmi, I incertezza
dell’avvenire, derivanti dal pessimo andamento degli affari pubblici, non
permettono piena pace nemmeno nello studio : Utinam quietis temporibus,
atque aliquo, si non bono, at saltem certo statu civitatis, haec
inter nos studia exercere possemus ! „ Però, appunto in tali circostanze, “
sine his cur vivere velimus? -- d Dio. Così nascono i saggi di FILOSOFIA di
Cicerone, circa i quali si cita sempre per aiutare a deprezzarli la
fuggevole frase “sono copie” cascatagli dalla penna scrivendo al suo amico
e certo come convenzionale espressioni t Xlì Vf fr ° nte j
1Iammiraz ' on e di lui (Ad X ’ I 52 ’ ma 51 dimentica di affrontare
tale fra e con le sue numerose e consuete esternaziom dalle quali
risulta che ben altra era la stima ch’egli off" 3 de ‘ pr0pr
;. scrltti ' “ Res difficiles „ egli dice di star scrivendo ; quanto alle
Jìc- G Q rto -5 C ° nVInt,° “ U ‘, Ìn f3lÌ 8 enere ne aVud, cos
quidem simile quidquam „ - le chiama “ argutolos libros „ ^? ac n
ra ? posset supra ” r/4. XIII, 9); 1 libri del De Oratore gli sono
“ vehementer probati (ib.) e così il De Finibus ib ?AJ ÀI XvT i,
soddisfa Attico bl v ’ im7 e M) e l0ra,OT L'P'a (M AA-
( ’ 8 ^ eSpnme anehe,a sua Propria soddisfazione per queste due opere;
mihi vakle pbcent, maHem tibi dice dei libri, perduti d!
Giona (Ad Ali). In particolare, i| e sua opere filosofiche LE TUSCULANE,
che facilmente si prendono per un mero esercizio letterario, sono
invece un saggio profondamente vissuto, rampollato da a tragica realtà di
vita i cui Cicerone si dibatte e che come tale, come idoneo cioè a fornir
conforto e forza in quelle circostanze dove essere generalmente sentito, e certo da Attico
se Cicerone gl, scrive -- quod prima disputatio Tuscu ana te confirmat,
sane gaudeo. Neque enim ndhim est perfugium aut melius aut paratius. Bel saggio,
che in ogni epoca, nelle medesime circostanze da cui esso è nato, è
servito allo scopo per cui era stato scritto – DIE EROICA DER ROMISCHEN
PHILOSOPHIE, come con calzante espressione lo definisce Zielinski. Ma il
supremo conforto di Cicerone è un altro. Esso consiste non tanto
nell’ immergersi nella FILOSOFIA come un’occupazione mentale
opportuna a distornare il pensiero da quello che poi Lucano, il
grande poeta anti-cesariano, define“ ius sceleri datum, quanto nel
rivivere in sè I CONCETTI DELLA FILOSOFIA come atti a fornire forza d'animo per
affrontare e sopportare le sciagure derivanti da una situazione politica e
sociale particolarmente triste. FILOSOFIA cioè non come “ostentationem
scientiae, sed legem vitae (Tusc.). Anche in lui, per usare l’espressione
di cui poi si servì Marco Aurelio zi 5 óypaia. Giustissimamente il
Moricca. Saremmo forse anche noi tentati di ritenere l’operetta tulliana
un’amplificazione rettorica, se non pensassimo che quelle parole sono scritte
per una generazione d’uomini nelle cui orecchie esse andavano diritte al cuore.
Un saggio di morale dell’epoca di Cicerone è da considerarsi non come una
fredda e vuota argomentazione rettorica bensi come un’eco squillante
delle voci del passato, che sale dalle tombe e vince i secoli. Secondo il testo
di Trannoy (Les Belles Lettres). bisogno di vivere tali precetti A' i,•
. ventar succo e sangue e il f T l d ‘ faHl dl gere a ciò, Cicerone
Lnl f" 0 S ° rZ ° per 8 iun 'maniera singola,sima, scnVoSo^v"' 0 i'I
“ na consolazione a se stesso “ D • Un ^ ro dl profecto anfe me
TeZ. ^Z 'T consolarer ; que m librum jf . me per i‘ tera s serint
librari; affirmo tibi^nuLm” 3 " 1 S ‘,^'P' esso talem ; totos die® U
c °nsolationem quid, sed t n^sper 1 C ;,b ° 5 T“ qU ° proflci
™ XII 14) p t,sper im P e dior, relaxor „ (Ad 4tt 'a ll'Tlzr
™ di r'* d„e meditazioni morali!^ e8mam0 le Mslre
'4fr-r v lLStó et,r°d servire 4 IL PORTICO, di cui poi in,CaZI
° ne Pra ' ÌCa de,, ° e d oppressivi, uomm Lme° Tm "p" ^
tehi vid.o Prisco fornirono ° Peto ed EI ’ e che
successivamente si anc ° Ta p ‘ù insigni, .1 hiosofo :z :L: r, ai
cristiano, il sacerdnie • ’ p ° SCIa> n el mondo c„i i,Tat'„ e '
„x:; a ” d f molti tenevano costantemente in d m ° nre ’ anZI rettoredi
coscienza e confortatore, iHoro ZofoOX . Plauto, fatto morire da Neron»
• mi istanti assistito e confortato dai “ / V ‘ ene " ei 3U0 '
u,tl Cerano e Musonio (Tac., Ann. XwTv)), Trlse’ O Socrates et socratici viri! -- esclama
Cicerone, qui, veramente riguardo a traversie di carattere privato). Numquam
vobis gratiam referam Un immortales quam m ihi ista prò nihilo (Ad
Alt. ). Attico (egli scrive al suo liberto e segretario Tirone) mi vide
agitato, crede che sia sempre lo stesso, “nec videt quibus presidii
philosophiae septus sim -- Ad Div. La disperata e rovinosa
condizione dello Stato -- quidem ego non ferrem nisi me in philosophiae
portum con- tulissem. “ Equidem et haec et omnia quae homini
accidere possunt sic fero ut PHILOSOPHIAE magnam habeam gratiam, quae
me non modo ab sollecitudine abducit, sed etiam contra omnes fortunae
impetus armat, tibique idem censeo faciendum, nec, a quo culpa absit,
quid- quam m malis numerandum -- Ad Div. E noi vediamo veramente
questo pensiero centrale del PORTICO, cioè lo sforzo di distornare
il proprio interesse da ogni cosa esteriore per concentrarlo unicamente
nel nostro comportamento, e m ciò trovare appagamento e pace (questo,
come si può chiamare, ottimismo della disperazione, che e il solo
che resta nei momenti di maggiormente infelici condizioni esterne, perchè
vuole appunto, riconoscendo tale inguaribile infelicità, trovare
an- Demetrio: e Seneca dice di Cano. dato al supplizio da Caligola
-- prosequebatur illuni Losophus suus -- (De Tranq. An.). man-
phi- i cora una tavola di salvezza), vediamo questo pensiero
centrale dello stoicismo svelarsi sempre più chiaro agli occhi di
Cicerone e proprio come postogli innanzi delle circostanze di fatto. Sic
enim sentio, id demum, aut potius id solum esse miserum quod turpe est
(Ad Att.). Video philosophis placuisse iis qui mihi soli videntur vim
virtutis tenere, nihil esse sapientis praestare nisi culpam -- (Jld
Dio.. Cogliamo il procedere di questa appassionante tragedia, per cui un
uomo di indole ilare e disposto a gioire delle cose, degli spettacoli
naturali, delI arte, della letteratura, delle relazioni sociali, dell’attività
pubblica e anche della ricchezza, è, a poco a poco, dal rovinio politico,
risospinto entro se stesso e costretto a vedere e cercare la felicita
soltanto nel proprio retto comportarsi. Le meditazioni filosofiche
(scrive a VARRONE) ci recano ora maggior frutto “sive quia nulla nunc in
re alia acquiescimus, sive quod gravitas morbi tacit, ut medicmae egeamus
eaque nunc appareat, cuius vim non sentiebamus cum valebamus -- Ad
r i0 ’. Naturalmente con questo alto sentimento a cui Cicerone è ora pervenuto,
il pensiero della morte, qui fonte anchesso di consolazione e forza, viene a
intrecciarsi. Nunc vero, eversis omnibus rebus, una ratio videtur,
quicquid e veni t ferre moderate praeserlim cum omnium rerum mors
sit extremum magna enim consolatio est cum recordere etiamsi secus
acciderit te tamen recta vereque sensisse --Ad Div. Nec enim dum ero
angar alia re, cum omni vacem culpa ; et si non ero, sensu omnino carebo.
Il crollo dello Stato è cosa gravissima -- tamen ita viximus et id
aetatis iam sumus, ut omnia quae non nostra culpa nobis accident,
fortiter ferre debeamus (Jld Div.). E tali pensieri, tali alti ed austeri
conforti ed incoraggiamenti, i grandi spiriti di quel periodo si
scambiavano tra di loro, prova, sia di quanto il dolore per la catastrofe
dello Stato era largamente sentito, sia della estensione che a lenimento
di questo dolore siffatto ordine di pensieri allora aveva preso.
Era la genuina visuale del PORTICO a cui i nefasti avvenimenti politici
aveva tutti guidati -- non aliundo pendere, nec extrinsecus aut bene aut male
vivendi suspensas habere rationes -- Ad Div. Se Cicerone ad ogni momento ripete
di sè quidquid acciderit, a quo mea culpa absit, animo forti feram (Ad
Div.), nec esse ullum magnum malum praeter culpam; sed tamen vacare culpa
magnum est solatium; se per sè pensa fortunato, quam existimo levem et
imbecillam, animo firmo et gravi, tamquam fluctum a saxo frangi
oportere; se l’esperienza di quella dolorosissima fase lo fa approdare
alla definitiva conclusione che in omni vita sua quemque a
recta conscientia transversum unguem non oportet discedere (Ad Att.) —
queste sono amici, a Lucccio7 1
f'umanas contemnentem et opule C on^t r 7 "* c„ g „„ vi „ {Ad0
7 casu, et deiicto h Z,n non aP r l “ 1U,piludi ”' non veri „
(ih V |7) ’ M a i ° rum ln,una commo- Pme.;/ cu,pl'ai picca,tT'°
" “ÌJ* digni et Ss TstrrdublteTo; ea maxime conducant ! P °
SSimus V. 19): e a Torquato f T Tectl8s
'™" (A. praesertim quae absit a ancora a Torauato
• P, V1 ’ 2 )> e delio
Stato) vereor ne I ^ n 3 ' (,a rovina teperiri, praete, i|| am q “ a
TtaMa"e“ “ P °7 “r: e®, atque noTZIt,» questi
sentimenti ogni IralToìtTd' !“l “ 7 ° a anch’egli aveva bisogno ’’No|!\e
oh - ' 7 ? scrive Sulpicio in morte
di Tullia) Cicerone et eum aui a Ine '
'-',cer °nem esse 9 ' 3l,,S COnsuer,s Praecpere et dare consilium... quae
alns praecipere soles, ea tute tibi subirne, atque apud animum propone; vidimus
ali- quotiens secundam pulcherrime te ferre fortunam fac ahquando
intelligamus adversam quoque té aeque ferre posse. Dalle lettere di
Cicerone si potrebbe così ricavare un antologia di massime di vita del PORTICO
da servire efficacemente in ogni tempo al ripresenarsi di analoghe
circostanze (e tale è forse sopratutto la ragione per cui queste lettere
suscitarono in ogni tempo I ammirazione, anzi il culto di nobili animi),
pm efficacemente ancora che non i suoi trattati, come le TUSCULANE e il DE
OFFICIIS, ove egli da sistemazione teorica alle medesime idee 1
qual, però appunto perchè non contengono se' non quelle .dee morali che,
suscitate in Cicerone dalle vicende di ogni giorno, riempiono la sua
corrispondenza, ci si ridimostrano, non mere esercitazioni letterarie, ma anzi saggi
cresciuti su dalla vita vera e scritti col sangue che le ferite
inferte da questa fanno stillare dal suo cuore. Herzenphilosophen chiama
giustamente Cicerone Plutarco racconta che un giorno OTTAVIANO essendosi
accorto che un suo nipote scorgendolo nasconde impaurito un saggio sotto
la (1)0. dt., 112 toga, glielo prende, e visto che e di
Cicerone ne legge un tratto, poi lo reshtui al ragazzo, dicendo uomo
dotto e amante della patria, Xó r,o : *vl' ?. «rat, io T,o £ *«l Tardo
(come al so’ hto) riconoscimento del meriti di colui che egli ha
raggirato, tradito, abbandonato al carnefice Ma Cicerone e qualcosa di
più. Spirito altissimo e st'anzetn m n “'T'? 1 "’ da »! le
circo- ero \ „ j " 6 r 1 ' **' vivere, espres. sero, m
ragione di tale sua sensibilità, una soma d dolore enorme, egli
seppe da questa esperienza d, dolore trarre un-espenenza morale di
elevazione e di purificazione del dolore stesso nel fuoco
della filosofia intesa come via, di cui molti,„ e b dTrendl'
' aPaC '' QUeS '° * P a,ll “ la "”ente ciò che rende
appassionatamente attraente la sua grande figura alla quale
veramenle-secondo un penTero che trova eco sino m Giovenale e
Roma' ltf !a u la 8erva arl
“lazione lo dava Sr p a,t a, a, ' ebl> ' a,hibl,Ì, ° N di ' P ad
- Sed Roma parentem, Roma patrem patriae Ciceronem libera
dixit. Altri saggi: Pesco Piente
Fu, un [Mi|an0i CogliariJ. f? Ap ° r ' e Jella R'Hgiont [Catania, - Etna
1 Motwl Spirituali Platonici [Milano, Gilardi e Noto] nSTT, d
' W Jr aZl0nalim0 |N«poli. Guida], Materialismo C„„ c0 [R om ., CaS a
Pagine di Diario: Scheggio [Rieti, Biblioteca Editr.J, Cicute
[Todi, Atanórj. Impronte [Genova, Libt. Ed. Italia] Sguardi [Roma.
La Laziale], Scolli [Torino, Montes, ], Imminenti: Critica
deir Amore e del Lavoro [Catania. Critica della Morale [Catania, “ Etna
Etna J. Nome compiuto: Giuseppe Rensi. Rensi. Keywords: filosofia
dell’autorita, autorita e liberta, Gorgia, Gorgia ed Ardigo, Santucci, Tendenze
della filosofia italiana nell’eta del fascismo, Gentile, necrologio, Ardigo,
Platone, Cicerone, Ficino, Bradley, Bosanquet, diritto e forza, filosofia della
storia, Gogia, Elea, Velia, Elea ed Efeso, Gorgia. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Rensi” – The Swimming-Pool Library. Rensi.
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