GRICE ITALO A-Z P PUC
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pucci:
la ragione conversazionale della REPUBBLICA ROMANA, o dell’implicatura
conversazionale utopica di Campanella – la scuola di Firenze -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze).
Filosofo italiano. Scrive alcuni trattati dove ambiva a una filosofia universale
di stampo utopistico. Molto polemico contro le principali dottrine religiose
dell'epoca, tanto da essere tacciato di eresia e giustiziato dall'inquisizione
romana. Della potente e ricca famiglia fiorentina dei Pucci. Scolto da un
improvviso mutamento e cambiamento che lo fa decidere a darsi allo studio delle
cose celesti ed eterne e a scoprire i reali motivi dei contrasti filosofici che
lacerano l'Italia. Assiste personalmente alla strage degl’ugonotti nella
notte di S. Bartolomeo, decide d’aderire alla tesi protestante. Controversie
dottrinali gli procurarono l'espulsione dalla sua comunità calvinista. Discute del
peccato originale e altresì contesta l'autoritarismo del concistoro della
comunità. Quest'ultima gl’rimprove, oltre a importanti punti dottrinali
come la concezione del peccato originale, della fede, e dell'eu-caristia, la
sua pretesa di pro-fetizzare, ricordandogli che, con la scomparsa dei primi
apostoli, il carisma profetico non esiste più. Su invito di Betti, incontra SOZZINI
(si veda). Pubblica un manifesto, e poi scrive a Balbani una lettera in cui
espone la sua teoria dell'innocenza naturale dell'uomo, già discussa Sozzini.
L’uomo nasce e restano innocente innanzi all'uso della ragione e del giudizio. Grazie
alla redenzione operata dal cristo, il peccato originale non causa dannazione
quando siamo nel grembo materno. Dunque, il battesimo di un uomo che è gia naturalmente
innocente per la naturale bontà della sua natura umana, e per quanto non
censurabile, è INUTILE. L'eventualità della dannazione è un problema di
quell’uomo che, raggiunta l'età della ragione, è in grado di distinguere il
bene dal male. L’uomo è buono per natura, e a causa dell'amore del divino
verso il genere umano, che ha creato l'uomo di natura buona, si fonda la
filosofia. Il fondamento della filosofia, e bontà vera, è propriamente la
fidanza generale nel divino nel cielo e nella terra, una fiducia fondata sulla
conoscenza di del divino che è comune ad ogni uomo, una fede che si contrappone
alla concezione della fede protestante, che consiste invece in una fidanza
particulare che il singolo protestante ripone nel divino. È del resto la tesi
sostenuta dai SOZZINI (si vedano) nel suo De Jesu Christo servatore. Sostene
di aver tratto le proprie concezioni in virtù del dono dello spirito santo che,
attraverso visioni, lo ispira permettendogli di preconizzare il prossimo
avvento del regno del divino che provoca la conversione di ogni popolo, incluso
il romano -- qualunque fosse la loro religione, sotto un'unica confessione. La
redenzione operata da quel cristo riguarda infatti ogni uomo, anche i non
cristiani, perché esalta la sua naturale bontà. La salvezza non costitusce un
dubbio tormentoso ma è un obbiettivo che può essere raggiunto abbandonandosi
con fiducia alla fede nel divino, è la fede naturale che ha Adamo, uomo
naturale e immortale perché fatto a immagine e somiglianza del divino (o
Prometeo) nella mente e nello spirito. Affermata la bontà naturale della specie
umana, ne discende che debba essere escluso tanto che il peccato si trasmetta
nelle generazioni, quanto che possa esistere una pre-destinazione semplice o
doppia che sia, una per gl’eletti e una per i dannati stabilita ab
aeterno. SOZZINI rispose a P. con il “De statu primi hominis ante lapsum”,
obiettando che la somiglianza dell’umano col divino risiede nel fatto di essere
il dominatore di tutte le cose della natura, e non nella sua immortalità. Se
Adamo, l'essere naturale per eccellenza, finisce col peccare, ciò dimostra che
non era affatto innocente -- visto che Adamo peca per sua libera scelta. La
natura dell'uomo non è diversa da quella
d’Adamo. La salvezza dell’uomo risiede nella sua volontà di scegliere il bene,
ed è sulla sua libera volontà, non sulla sua natura, che si fonda l’etica. Il
suo saggio principale e “La forma della repubblica romana”. Per porre rimedio
alla confusione e agli scandali regnante nella filosofia, ènecessario un libero
e santo concilio al quale si vede che ogni uomo da bene di tutte le province
inclinano, ma che viene rifiutato dai potenti prelati che oggi comandano non
solo nella religione, ma anche nella repubblica romana. Per preparare questo
concilio, è necessario che ogni uomo dabbene, all'interno dello stato romano,
si organizzino in un'unione, in un collegio o comunità – res publica -- nella
quale essi si governino secondo un principio comune, i, senza alienarsi da i loro
principi e magistrati civili e senza entrare in polemica contro la confessione
religiosa del culto vigente. Questi uomini, infatti, d'animo et tal volta anche
di corpo alienato da gl’ordini et usanze di quella repubblica romana nelle
quali è sono nati et allevati, conviene ch'e' vivino come forestieri nel loro
natio terreno, o forastieri interamente per gli altrui paesi, è necessario
ch'e' si portino molto saviamente e discretamente con i principi e magistrati
de' luoghi dove essi abitano. Si tratta di un'aperta giustificazione del
nicodemismo, seppure teorizzata come mezzo provvisorio allo scopo di
raggiungere un fine superiore nell'interesse d’ogni uomo. L'insieme di questi
collegi avrebbe formato di fatto una repubblica romana *cattolica* -- cioè ‘universale’
-- che, con l'esempio del retto comportamento dei suoi aderenti, ha col tempo
acquisito il consenso della grande maggioranza della popolazione di ogni
singolo stato, promuovendo così il rinnovamento dei costumi e delle diverse
confessioni, fino a rifondare un'unica e universale (‘cattolica’) religione.
Gl’elementi essenziali di questo rinnovato e unificato culto dovranno essere la
fede in un solo divino nel cielo e nella terra, creatore et governatore dell’universo,
nel Cristo morto e risorto per redimerci, nella giustizia divina che premia i
buoni e punisce i malvagi, la testimonianza degl’apostoli, il rispetto dei X comandamenti,
l'orazione domenicale e le opere di carità. Tutte le questioni dottrinarie che
storicamente divideno le confessioni cristiane sono sfumate da P., che vuole
che sui problemi del battesimo, dell'eucaristia, della tri-nità e dell'in-carnazione
non si utilizzino sottigliezze – “implicature” -- e non si creino
divisioni. I membri di queste comunità o repubblica romana dovranno
essere tutti gl’uomini maggiorenni e LAICI -- dato che gl’ecclesiastici,
infatti, sono evidentemente incapaci di superare le divisioni che essi stessi
hanno creato -- organizzati sotto un capo, o duce – principe, dittatore --
temporaneo, provosto o console, assistito da un censore – come CATONE MAGGIORE
--, che non deve avere alcun'autorità particolare, ma dove proporre le
risoluzioni da approvare all'unanimità nell'assemblea o senato generale dei
membri. Quando non vi è unanimità, si decide A SORTE – cf. SORTI-LEGIUM -- fra
le opzioni. Una donna, dovendo essere sottoposte al marito – come Ercilia sotto
Romolo -- puo assistere ma non ha alcun'autorità né diritto di voto. Il
collegio (COLLEGIUM) o senato ha anche il potere di punire la cattiva condotta
di un singolo membro, sino all'espulsione. Le diverse comunità si sarebbero
tenute in contatto epistolare e a questo scopo è costituito l'incarico di un
cancelliere e, attraverso delegati, si sono riunite in diete da tenersi
periodicamente nelle terre di qualche gentilhomo o signore aderente a un
collegio di una delle maggiori città d’Italia altro Roma “come Firenze,
Venezia, Milano, et simili,” perché qui i convenuti alla dieta sono passati
inosservati più facilmente. Se gli aderenti ai collegi devono manifestare
un formale ossequio alle autorità costituite, essi devono anche proporre una, sia
pur cauta propaganda per far guadagnare alla comunità nuove adesioni. Ciascuno
deve mantenere il segreto della sua attività -- tramite giuramento --, essere
amico dei compagni e nemico di chi è loro nemico. Per saldare insieme i membri,
è opportuno che essi si sposino nello stesso ambiente, con donne sane e
gagliarde per averne una buona discendenza, evitando però rapporti sessuali
frequenti che, secondo P., sono nocivi alla salute fisica dell’uomo e a la
salute morale della donna. Nella famiglia, il padre riveste il ruolo di capo e
di sacerdote laico. Battezza egli stesso il figlio in età audulta, il quale dove
crescere in una decorosa austerità, studiando nelle scuole di filosofia consigliate
dalla comunità -- evitando carriere immorali, come quella ecclesiastica o
avvocatesca. È a Cracovia, dove incontra Sozzini e altri dissidenti
religiosi. La sua filosofia però non trova successo in nessuna confessione
calvinista o luterana -- né fra gli anabattisti e i sociniani. In compenso, qui
conosce Dee. Anche qui la sua indole -- Dee lo descrive come pericolosamente
chiacchierone e utopico -- non venne accolta positivamente e deluso dai
protestanti si ri-converte al cattolicesimo dopo un incontro con Aldobrandini. Srive “De Christi servatoris
efficacitate in omnibus et singulis hominibus” -- “L'efficacia salvifica del
Cristo in tutti e in ogni uomo” -- dedicato a Clemente VIII. Qui ri-assunge e
sviluppa tutta le sua filosofia su una chiesa romana, universale – “cattolica”
-- ed ecumenica. Ogni uomo ha il diritto di professare una chiesa di Cristo, e il
divino, grazie al suo amore universale per l'intera umanità, dove aiutare ad
abbattere le barriere che separavano i culti. Condotto in carcere a Roma,
conosce Bruno e Campanella. È condannato a morte per eresia, decapitato e poi
bruciato sul rogo al campo de' fiori. Il puccismo però gli sopravvisse nella chiesa
luterana grazie a Huber. Lettera in Rotondò, Studi e ricerche di storia
ereticale. Lettere, documenti e testimonianze
In Cantimori, Per la storia degl’eretici; Felici, La riforma protestante
(Carocci); Opere Lettere, documenti e testimonianze (Firenze, Olschki); Sulla pre-destinazione (Firenze,
Olschki); Cantù, “Gl’eretici” (Torino, Tipografic); Per la storia degl’eretici,
Cantimori e Feist, Roma, Reale Accademia d'Italia, Cantimori, “Eretici italiani”
(Firenze, Sansoni); Rotondò, “Storia ereticale” (Torino, Giappichelli); Una
disputa di antropologia filosofica sul primo uomo: di fronte al naturalismo di Sozzini”,
Milano, Cusl; Carta, “Eresia -- Documenti sul processo e la condanna” (Padova, Milani);
“Cultura politica” (Stango, Firenze); Caravale, Il profeta disarmato. L'eresia”
(Bologna, Mulino); Biagioni, L’Informatione della religione christiana (Torino,
Claudiana); Vozzi, l’Informatione della religione christiana. Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Nome compiuto: Francesco
Pucci. Keywords: etymologia d’eretico; il profeta disarmato, nicodemismo, decapatizazione
a Tornona, Roma, la repubblica romana, il censore Catone, il suffragio. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pucci” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Puccinotti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del boezio – filosofia
sperimentale – fisici e meta-fisici – la scuola d’Urbino -- filosofia marchese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Urbino). Filosofo italiano. Urbino, Marche. Studia a Pavia
e Roma. Insegna a Urbino, Macerata, e Pisa.
Il duca Leopoldo II di Toscana lo inserì in una commissione incaricata
di studiare l'ipotesi di introdurre sul litorale pisano le risaie, dal punto di
vista della medicina civile. Espone le sue analisi nel saggio “Sulle risaie in
Italia e sulla loro introduzione in Toscana” -- conclusioni che saranno alla
base del regolamento sulla cultura del riso in Toscana. Altri saggi: “Storia
della febbre intermittente perniciosa (Roma), “Boezio” (Firenze); “Storia della
medicina” (Firenze). Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. Nacque d’una
modesta famiglia di origini contadine che venne da Saturnana, un villaggio
della campagna pistoiese. Il padre, Angelo, è cuoco al servizio dell’arci-vescovo
Berioli di Urbino, e la madre, Vincenza, è figlia di Ercoli, addetto alle
scuderie dei marchesi Antaldi di Urbino.
A Urbino P. frequenta il collegio dei padri scolopi, laicizzato e
trasformato in liceo durante il regno d’Italia, e, per meriti scolastici, è
ammesso gratuitamente al liceo militare di Pavia. Qui rimane per due anni,
appassionandosi agli studi filosofici più che alla carriera militare. S’iscrisse
alla facoltà di medicina di Roma e divenne allievo del clinico Matthaeis, oltre
che collaboratore e amico del chirurgo e anatomico Flaiani. Dopo la laurea, lavora per qualche tempo
negli ospedali romani del S. Spirito prima e di S. Giovanni in Laterano poi,
studiando principalmente le febbri malariche anche attraverso dissezioni
anatomiche. Il materiale così raccolto confluì nella Storia delle febbri
perniciose di Roma, pubblicata a Urbino. Nello stesso periodo si occupa d;altre
malattie infettive che colpivano le campagne del Lazio e della Campania, come
l’epidemia di tifo petecchiale, che riguarda gran parte dell’Italia
centrale. Pubblica l’opuscolo Dei
contagi spontanei e delle potenze e mutazioni morbose credute atte a produrli
ne’ corpi umani, in cui sostenne che le malattie contagiose sono causate da
esseri viventi micro-scopici che attaccano specie diverse. Intende così
polemizzare con Brera, professore di clinica medica a Padova, che interpreta il
contagio come l’azione di sostanze nocive che si formano nei corpi malati e
aggrediscono una sola specie. Durante il soggiorno romano, P. intervenne anche
nel dibattito che s’è acceso in Italia dopo la pubblicazione dell’Analisi del
preteso genio d’Ippocrate da parte di Rasori.
Quest’ultimo critica la medicina ippocratica in quanto inconsistente e
inefficace, promuovendo piuttosto il sistema dinamico-vitalistico di Brown basato
sul principio dell’eccitabilità, secondo cui le malattie sarebbero dovute
principalmente ad astenia o difetto di stimoli. P. tenne discorsi all’Accademia dei Lincei sul
tema Della sapienza d’Ippocrate e della necessità di ri-stabilire la medicina
ippocratica in Italia, in cui si schiera a favore d’Ippocrate. Contro le
imperversanti teorie astratte, a suo parere, bisogna ritornare all’insegnamento
ippocratico, osservazione clinica, ricerca delle cause e terapia che confidasse
nella vis medicatrix naturae. P. lascia Roma per Urbino. È nominato professore
di clinica medica all’Università di Fermo, ma non vi prende mai servizio a
causa delle difficoltà dell’ateneo, chiuso definitivamente da papa Leone XII. Ha
intanto diversi incarichi di lavoro in Romagna, uno a Santarcangelo, dove sposa
Franchini, dalla quale ha cinque figli che muorono tutti prima di lui: l’ultima
a 25 anni, dopo essersi sposata l’anno precedente con Vittorangeli, protomedico
di Urbino. P. divenne quindi medico comprimario a Urbino, e assistette a
un’epidemia che si diffunde tra i maiali nel territorio a Urbino e di Fermo.
Torna a riflettere sul contagio e pubblica una lettera a Bagli intitolata Di
una epi-zoozia contagiosa e dei contagi in generale negli Opuscoli della
Società medico-chirurgica di Bologna.
Qui ribadì che le malattie infettive sono causate da animali micro-scopici
che si trasformano e attaccano specie diverse, e ricondusse queste malattie a
un’origine comune, il ‘contagio archetipo primitivo’ che sarebbe esordito colla
civiltà stessa. L’uomo, facendosi addomesticatore e allevatore, ha imposto una
co-abitazione forzata a specie diverse che hanno provocato la nascita, lo
sviluppo e la diffusione d’essere viventi micro-scopici patogeni. P. lascia Urbino per una condotta a Recanati,
dove conosce e frequenta Leopardi fino a quando Leopardi parte per Bologna –
sufficienti però perché tra i due nascesse un’amicizia che dura nel tempo,
documentata dallo scambio epistolare. P. si traferì a Macerata per insegnare
patologia e medicina legale all’Università, oltre che per dirigere il manicomio
cittadino. Di lì a poco pubblica due opere che avrebbero avuto entrambe un
impatto significativo nella comunità scientifica: la Patologia induttiva, in
cui è ribadita l’adesione alla medicina ippocratica, che avrebbe dato avvio
alla scuola degli eziologisti o iatro-filosofi in Italia; le Lezioni di
medicina legale, in cui l’esperienza di anatomia patologica è applicata alla
soluzione dei casi giuridici, con rassegna e messa a punto delle docimasie.
Quella pneumo-epatica, utilizzata per un certo tempo nei casi di sospetto
infanticidio, è conosciuta sotto il suo nome.
P. è espulso da Macerata in seguito al coinvolgimento nei moti
rivoluzionari di quell’anno. Inizia per lui un periodo difficile che lo porta a
Civitanova come medico primario. Partecipa a un concorso per la cattedra di
patologia generale a Pavia, ma non v’è mai chiamato per motivi politici,
sebbene è risultato vincitore. Intanto è avviata l’edizione delle sue opere
apparsa a Macerata. A Civitanova P. è colpito da gravi lutti familiari: la
morte della moglie e di due figlie. Decide quindi di trasferirsi a Bologna,
contando di mantenersi con lezioni private. In attesa del permesso ufficiale, fa
lezioni sulle malattie nervose che hanno successo tra gli studenti, ma poco
dopo è espulso dalla città. Si rifugia a
Firenze, a casa del marchese Azzolino, che è protagonista dei moti
rivoluzionari a Macerata. Qui P. riprese gli studi filosofici su ALIGHIERI
(vedasi) e cura la pubblicazione delle Lezioni sulle malattie nervose tenute a
Bologna. Quando il colera scoppia in Toscana, si preoccupa d’osservare
l’epidemia a Firenze e a Livorno, e sull’argomento pubblica nello stesso anno,
a Firenze, le Annotazioni cliniche sul cholera-morbus e sulle malattie
epidemiche e contagiose, e, a Napoli, le lettere ai colleghi Renzi e Valorani. P.
pubblica a Firenze la traduzione delle Malattie acute e croniche del medico
greco Areteo, dedicandola ad Azzolino; i Dialoghi intorno alla teoria della
flogosi di Rasori, appena apparsa e in polemica con questa, come pure
l’intervento d’igiene e medicina sociale fatto all’Accademia dei Georgofili,
Delle relazioni della medicina con l’economia politica. Il granduca di Toscana
Leopoldo II lo chiama a insegnare igiene e medicina legale all’Università di
Pisa. P. fa la sua prolusione Del carattere civile della medicina, in cui
distinse la medicina in tre parti – civile, legale e FILOSOFICA – illustrandone
i compiti, e pone come modello il «medico dei poveri», sostenuto da conoscenza
e carità. P. fa esperimenti di elettro-fisiologia sugl’animali a sangue caldo
con il fisico Pacinotti, e li presenta al congresso degli scienziati italiani
svoltosi a Pisa . Passa alla cattedra di clinica medica e s’impegna perché la
fisiologia diventasse a Pisa un insegnamento sperimentale. Usce a Pisa il primo
volume delle sue opere, mentre il secondo apparve a Livorno. P. è incaricato da
Leopoldo II di studiare l’impatto che la coltivazione del riso avrebbe avuto
nelle campagne toscane. Prepara una relazione, Sulle risaie in Italia e sulla
loro introduzione in Toscana, in cui espone i rischi per la salute della
popolazione che questa coltivazione avrebbe creato, favorendo la diffusione
della malaria. Intanto perde la figlia maggiore, Erminia, di 14 anni, e sposa
in seconde nozze Siena che gli da nuova prole. P. istituì a Pisa la scuola
ippocratica, un’accademia che promuove in tutta Italia una medicina ispirata
all’insegnamento ippocratico e sostenuta da profondi sentimenti religiosi.
Quest’accademia tuttavia non riusce a decollare ed è chiusa. Intanto, P. passa
alla cattedra di STORIA della medicina che ricoprì fino a quando si trasferì a
Firenze, dove insegna un altro anno all’Istituto di studi superiori, prima del
pensionamento. A questa disciplina dedica molte energie, pubblicando la
monumentale Storia della medicina, ancora utile. Qui ricerche erudite,
filologiche e documentarie confluiscono in un’interpretazione complessiva
dell’evoluzione della medicina d’ispirazione idealistica. La medicina è dominata
nell’antichità dalla natura o fisi, nel Medioevo dall’arte o tecnica, e
nell’epoca moderna avrebbe raggiunto la sintesi tra natura e arte. P. pubblica a
Firenze Boezio e gli altri scritti filosofici e storici. Apparve a Milano
un’edizione delle sue opere in due volumi, e un’altra a Napoli. P. fa parte di molte accademie ed ha numerosi
riconoscimenti. È tra l’altro senatore del regno d’Italia fino a quando decise
di dimettersi. Pur avendo partecipato ai moti risorgimentali, non si riconosce
nel regno d’Italia. Cattolico liberale vicino a Gioberti, con il quale è in
corrispondenza, preferisce per l’Italia una confederazione di stati, rispettosa
delle diversità, piuttosto che un’unità forzata. È nominato cavaliere al merito
civile dei Savoia e gl’èaccordata una pensione.
Muore a Firenze, ha funerali solenni a spese della città ed è sepolto
nella basilica di S. Croce. Fonti e
Bibl.: Firenze, Biblioteca nazionale, Pal. 1133bis, striscia; Carteggi Vari,
Barbera, Gino Capponi, Emilia Peruzzi et al.; Pisa, Biblioteca Universitaria,
Mss. 125 (628 lettere e appunti sulla coltivazione del riso); Urbino,
Biblioteca centrale umanistica, bb.; Lettere scientifiche e familiari di F. P.,
a cura di A. Checcucci, Firenze ; I carteggi di Salvatore De Renzi e di Charles
V. Daremberg con F. P., a cura di L. Belloni, Milano. M. Tabarrini, F. P., in Archivio storico
italiano; Zaccagnini - G. Lagomaggiore, Scritti inediti di F. P. con notizia
biografica e critica, Urbino ; G. Natalucci, Medici insigni italiani antichi,
moderni e contemporanei nati nelle Marche, Falerone; L. Belloni,
Sull’Ippocratismo di Salvatore De Renzi e di F. P. e sul concorso alla cattedra
di Ippocrate e di Storia della medicina dell’Università di Napoli, in Episteme;
F. P. medico legale. Atti del Convegno dell’Istituto di medicina legale e della
Scuola di specializzazione in medicina legale, Macerata... , a cura di F. Celi
- R. Froldi, Macerata ; A. Trenti, Il poeta e il professore: Giacomo Leopardi
nel diario di F. P., Roma; F. Squartini - A. Zampieri, Giacomo Tommasini e F.
P. al primo Congresso degli scienziati italiani, in La situazione delle scienze
al tempo della ‘Prima riunione degli scienziati italiani’, Pisa; R. Mantovano -
F. Vetrano, Un sussulto vitalistico al I Congresso degli scienziati italiani:
le esperienze di elettrofisiologia di F. P. e di L. Pacinotti, in Strumenti di
fisica e cultura scientifica nell’Ottocento in Italia. Atti del Convegno
nazionale, Lucca... , a cura di E. Borchi - R. Macii - F. Vetrano, Firenze ,
pp. 176-187; N. Bellucci, Giuseppe De Matthaeis (e il suo allievo romano P.),
in Leopardi a Roma, a cura di N. Bellucci - L. Trenti, Milano; A. Volpi,
Leopardi presenta gli amici medici, in Leopardi a Pisa... «cangiato il mondo
appar», a cura di F. Ceragioli, Milano 1998, pp. 232-238; G. Zavagli, Un medico
di casa Leopardi, Ferrara; M. Conforti, Il «contagio archetipo primitivo».
Storia della specie e storia delle malattie nella medicina di F. P., in La
questione romantica; F. Luceri, F. P.: note per una riscoperta, in Voci
dall’Ottocento, a cura di I. Pozzoni, II, Villasanta 2011, pp. 109-141.IL
BOEZIO SAGGI STORICI E FILOSOFICI. IL BOEZIO ED ALTRI SAGGI STORICI E
FILOSOFICI. FIRENZE. MONNIER. ALLA CRUSCA. P, SOCIO CORRISPONDENTE. P. acconsente assai di buon
animo al solerle Monnier di riprodarre nella sua rinoniata Biblioteca Italiana
il suo saggio storico sopra BOEZIO (vedasi), intorno al quale un esame critico
di tutte le opere non è mai stato fatto in Italia completamente: ooa io* tese né la forma né l’influenza della sua
filosofia: am conosciuti i documenti contemporanei della sua cristianità, i quali varranno, io spero, a
cessare le éisputasioai che di Germania sono in questi ultimi anni passate
nella Gallia, dove è stato creato colle più fine arti dìatettidid un
immaginario BOEZIO (vedasi) pagano! Chi eoa retto animo studia la sapienza
latina del medio evo, e o» voglia intendere il passaggio e l’innesto nelle
prù&e scuole d'Europa in que'secoli, vede del pari il depto* rabile vuoto
che lasciato avevano gli storici sópra il sap^e universale di Severino Boezio;
non ess(»idosi per lo più occupati gli eruditi che*del poemetto. De
Consolatione. Il primo e supremo maestro di quelle scuole fu Boezio: una storia
della filosofia del medio eyo che da lui non cominci è senza capo. Alenino, il
Beda, e Bucero Bacone in Inghilterra, Alberto Magno in Germania, Abelardo in
Francia, Aquino, Dante, Petrarca, Fibonacci in Italia, tutti s’inspirarono ed
attinsero in quella filosofia, in quella rinascente fìsica è matematica^ in
quella purissima morale sapienza. Basti il dire che nel solo Poema di Dante, il
commentatore Da Buti trovò settantasei allusioni ai libri di Boezio. Dopo,
questo lavoro storico da cui prende titolo e princìpio il presente volume^
volle il suUodato editore accrescerne alquanto la mole, coli' aggiunta di
alcuni altri ^scrìtti scientifici sparsamente collocati nelle edizioni delle
mie opere complete di medicina. Nella scelta delle quali io preferii quelle che
meno sapessero di lazzi «orbi a chi non è medico, e fossero invece di argomenti
o filosofici, o igienici e civili, o puramente storici. Entro al primo genere
ho preso cura di ripro per ricopiare questo inreziose manoscritto. » {Presso il
De Renzi. Scoi. Salermtm) Ora se il nostro Hagiiabeclìiano fosse, come a me
pare di aver (Mmostrato, d’un mezzo secdo superiore in antichiti e più purgato
si nel Testo che ndie Glosse del Parigino, ed ancora degli altri pochissimi che
se ne conoscono fin qui in Europa, giudicati inferiori al Mazzariniano dallo stesso
Daremberg; non lìeye servigio avrei fatto alla Storia colla mia illustrazione;
e nel nostro solo Codice si potrebbe frattanto chiaramente vedere qual fosse la
Chirurgia del XII e XiH secolo in Italia, e la necessitàche sorge da esso di
rettificare le incertezze e le falsità degli scrittori, non escluso Guido de
Ghau liac, che senza V ajuto di buoni Codici ne hanno voluto discorrere. Io
debbo poi rendere pubbliche grazie al chiaris simo Professor Lasinio che da me
interpellato relati vamente al Discorso sugli Animisti, intomo alle voci
ebraiche della Genesi che signi ficano creazione, anima, vita, volle inviarmi
gentilmente da Pisa la dotta nota filologica che leggesi in fondo avanti
all'Indice. Rendo eguali grazie all'ottimo abate Anziani, già sotto-biblio
tecario alla Palatina, che nella sacra bibliografia versa tissimo mi giovò di
non poche notizie nelle mie ricer che intorno al Boezio. E fervide altrettanto
le debbo al celebre bibliotecario della Laurenziana il signor Griso stomo
Ferrucci, che volle perfino farmi dono di una pergamena contenente un carme del
libro De Consola tiene, con varianti importantissime. E quanto alia niu
strazìone del codice Hagliabechiano, somma gratitudine professo al dottissimo
letterato e scri ttore, biblioteca rio della Palatina e Hagliabechiana, il
Cavaliere Cane strini, che mi concedette di estrarre dalla Biblioteca il codice
del Ruggero, e la Glossa, e quello altresì del Vol garizzamento, onde yalermene
a mio bell'agio, e farvi sopra quegli studj e commenti che chiudono il presente
volume. Usciti non senza pena dalF episodio storico della medicina
arabo-scolastica, e riprendendo la continua zione della scienza dalla medicina
salernitana sino agli anni in che questa discende nelle università latine e
laicali, veggiamo dilatarsi il prospetto di tutte le sue connessità con la
filosofìa e la civiltà del medio evo, e ingrandirsi neir iniziato connubio con
quella forma legittima e nativa di scolastico-latina, la quale per essere ben
conosciuta dalla sua origine e nel suo andamento, e ben differenziata dalla
scolastica alessandrina ed ara bica, deve retrocedere sino al sommo laico e
filosofo del quinto secolo, a Severino Boezio. Il quale collegato tut tora col
cadente senato di Roma antica, moderatore della mente e delle opere di un goto
re d'Italia, bene inteso * Ques to lavoro storico sopra Boezio è tolto dal III
Volume della Storia della Medicina del prof. Poccioolli, dove comincia col
Libro Quinto, Medicina sco/asfteo-/a/tna, il di cui Primo Capitolo e La storia
della medicina scolastica, per riconoscere il suo periodo » laicale di
scolastica latina, risale a Severino Boezio » è qui inti tolatocoir imperatore
a rimettere la sede deir impero da Co stantinopoli a Roma, amico e compagno del
fondatore delFordine de' Benedettini, e cooperante col romano pon dal non aver
saputo trovare né a'pprezzare avanti gli Arabi quel laico sommo, in che si
adunò tanta dottrina e filosofia da servire di corimagistro a tutti quei dotti
occidentali, che aglistudii delle liberali discipline volessero Iq menti loro
rivolgere ed educare. Due storiche verità fanno conoscere la realtà
incoiitrastabile di cotesti errori. L'una è che appena la medicina si manifesta
nelle pubbliche scuole, dopo le salernitane, rivestii^ di abito filosofico,
siccome è provato dalle opere di Taddeo fiorentino e de'suoi insegnamenti in
Bologna; questa filosofia, come noi mostreremo, non è l'arabo-scolastica che i
medici arabi imposero alla scienza, ma ha invece tutti i caratteri della
scolastica LATINA che da BOEZIO (vedasi) derivata, Taddeo e la sua scuola
apposero alla medicina. Né gli storici hanno fatto mai conto della differenza
che v'ha tra filosofia imposta alle naturali scienze, e filosofia semplicemente
apposta. I nostri medici latini apponevano la filgsofia loro scolastica alle
scienze che caratteri longobardi che ri monta air XI secolo, è.chiarita meglio
che altrove nel Prologo la Con giura di Boezio. Cum vero Teoderiau Rex voluti
tyrannidetn exercere in Urbe, ac bonos quosque in Senatu ned dare, Boethius
eiut dulo'g effu gere gestiens^ quippé qui boni» omnibus neeem par^bat^
videìicet elam litteri ad OroBconmissif, nHebaUir Urbem,.et Senaium ex ejus
tmptfa manibus eruere^ et tubdere defensioni. Il dottissimo mio amico FURIA
sotto^bibliotecario, posemi sott* occhio nello stesso Codice altro prologo:
Verba Joannis Scoti incipiunt del Commenta tore della stessa opera di Boezio,
nel quale egualinente si parla del tentativo di Boezio di liberare 1* Italia:
Teoderictts rex Gotòrtim cum per iyrantiidem Rempublicam invasitset,^,,, is
(Boetius) peritiisimus iapientia ac concilio, Rempublicam ad libertatem
revocare volebat, qua de causa insimulaius apud Teoderieum, in exilio religatus
(est) ubi hunc Hbrum edidit, in quo eonqueritur de insiabilitate et tnnta
biUtat€ fortunce troppo compendioso. OfiTerendo la sua opera al patrizio
Simmaco, dal quale sembra aver avuto il consiglio di ea qu(» e grodcarum
cjmlentia literarum in-'romatue orationis ihcesaurum sumpta coniicere, gli fa
osservare che essendo l'aritmetica la pWma delle matematiche scienze che
comprese erano nel Quadrivio, cioè V arit metica, la geometria, la musica, e T
astronomia, tanto più gli sembrava il dono meritevole del primo fra i se
natori, quale era Simmaco: e lo sottoponeva alla sua critica con più coraggio
stando lontano da lui, che es sendo alla sua presenza, dinanzi alla quale la
riverenza dovuta al personaggio, gli avrebbe accresciuta V idea deir
imperfezione dell' offerta. Tu lantutn patema gratia nostrum, provehas manus,
ita et laboris mei primitus doctissimo judicio consecrabis. Introducevasi
Boezio al suo trattato d'aritmetica con alcune idee, sulla natura delle s
cienze umane, che dimostrano la legge che già s' imponeva il pensiero la tino
nel percorrerle e nell' ordinarle, a Nella essenza » delle cose,^ ossia nella
loro sostanza immutabile, vede » l'umano intelletto due lati: l' uno continuo,
coqgiunto ]) nelle sue parti e non distribuito in distinti termini, » come
albero, pietra, fe tutti i corpi della natura che » propriamente grandezze,
estensioni (magtliludines) si x> chiamano: l' altro di parti disgiunte e
determinate, che » aggruppansi insieme per costituire tante unità, come »
gregge, popolo, coro, alle quali è proprio il nome di 0 moltitudine. Nella
quale alcune stanno da sé come il » tre, il quattro, il tetragono, e ciascun
numero che per 9 essere di niun' altra cosa abbisogna: altre non .sussi 9 Stono
per sé, ma in quanto si riferiscono a qualche » altra co:!>a,.come il duplo,
il medio, il sesquilatero, il » sesquiterzio, e tutto che se non è in relazione
con ai fi tro non può esistere. Delle magnitudini poi altre sono permanenti e
senza moto, altre che per una sempre x> mobile rotazione si rigirano in sé
con moto sempiterno. 9 Di queste adunque la moltitudine, che dicemmo esi j»
stere per sé, costituisce T oggetto che intero è com » preso nella Aritmetica:
quella che ad alcun* altra cosa » è mestieri che s'appoggi per esistere
comprende la » Musica da concerti e melodie temperata. Sulla magni 3> tudine
poi. che dicemmo immobile discorre la Geome » tria^ e di quella che è
costituita nel moto trattano le » Astronomiche discipline. Che ^e di queste
quattro j> parti è ignaro lo studioso, non può trovare là verità, » come
senza la investigazione di cotesti veri a niuno » è dato di sapere rettamente.
Inoperocchè la sapienza » è la cognizione e la comprensione di quelle cose che
0 sono vere. Ed a chi le ponesse in non cale, io denun To cierei impossibile il
filosofare; essendo la filosofia ma » dre della sapienza, e se questa è nelle
verità, non j> cercando .l' una si perde V altra. » Sembrami inoltre dover
aggiungere, che siccome n tutta la forza della moltitudine, partendo da un ter
» mine fisso bì spinge ad una progressione infinita, e così X» la magnitudine
traendo da finità quantità non ha 9 modo nelle sue divisioni dipartendosi in
sezioni mfi » niiissime; la filosofia spontaneamente rifugge da tale 9 infinità
di natura, e indeterminazione di potenza. Im » perocdìè uè la scienza, né la
mente ponno raccogliere »' n% comprendere alcuna cosa che sia infinita. Ha è ap
» punto da ciò che la ragione per se stessa s' impone B l' assunto primo, di
avvicinarsi per, quanto può con » solertissime indagini alla verità, deligendo
nell' infinito a della moltitudine la pluralità, ossia i termini delle »
quantità finite; nelle infinite sezioni della magnitudine, » proponendosi la
cognizione degli spazii defìntii. Àdun » que chicchessia che tali cose
pretermetta perde ogni dottrina di filosoGa. Avvegnaché sia in coleste rac »
cUuao il Quadrivio che è viatico alla parte piCi alta a dell' intendimonta,
onde co* sensi insieme con esso » creati sia condotto alle cose più certe della
intelli » genza. Sonovi alcuni gradi e misurate progressioni » per le quali
bisogna ascendere e progredire, affinchè » rocchio deir anima, come disse Platone,
sia al di so 9 pra in dignità di quelli del corpo costituito, e possa » esso
solo vedere il fulgido lume delta verità. Óra le » sole nominate quattro
discipline illuminano l'occhio » della intelligenza, immerso e ofiuscato ne'
corporali sen » timenti; e la prima di tali discipline matematiche è x> l'
aritmetica. E nel vero fu il Numero l' esemplare sul » quale Dio stesso
condusse la creazione: senza il Nu 9 mero nfon esisterebbero né la geometrìa,
né la musica, » né l'astronomia. Fin qui Boezio: e veramente per avvicinarsi
alle verità degl’universalIi non vi sono altri mezzi né più naturali né più
speciali né più sicuri. di quelli che som ministrano le matematiche. Che se
queste hanno potuto ne' moderni tempi lavorare eziandio sui calcoli infinite
simali, fu per r ascendere che fecero sui gradi platonici dal finito all'
infinito.. Intanto opportuno é il ricordare, pome da Boezio riprendesse la
scolastica, latina il suo primo fondamento matematico predicato già nella
scuola italica da Pittagora^ ^ e come si incominci a travederne il carattere
che in ^guito per altri filosofi venn^ spie gato, e le dif ierenze dalla
scolastica alessandrina e dalla arabica ;. in nessuna delle quali si rinviene
quel e £>»cip/tnò. Le matematiche adunque sono il Jinguaggio col quale r
intelletto comprende e disvela la scienza della natura, la quale nel quadrivio
del medio evo era congiunta alla astronomia, cioè dalla meccanica celeste
scendevasi alla formazione di una specie di cosmologia, di meteorologia, e di
fisica. Quindi se cotesti furono i primi libri che la vorati in Atene Boezio
divulgò a Roma nella lingua del Lazio, furono essi seguiti dagli altri naturali
studi, pria di passare alla filosofìa, secondo ciò che narra egli stesso nel
libro, De ConsolaHonè. Ora tutti sanno che il Trivio che apriva il varco alle
categorie aristoteliche, colla grammatica e la dialettica e Ja rettorica, e che
unito al Quadrivio costituiva le sette Disciphhe, in che rac chiudevasi la
antica enciclopedia, altro non era che VOr ganum. di Aristotele. Neìr esporre
adunque il passaggio delle dottrine di Boeziodagli studi naturali alle sue
Opere filosofìche, la prima di queste eh' egli ci porge e tra dotta
ecommentata, è risagc|[e di Por fìrio, eh' egli com menta, prima
grammaticalmente e dialetticamente sulla versione fattanedaVittorino, eppoi da
sé traduce e com menta filosoficamente per trovarvi il principio' di qufella
filosofia, attorno alla quale le menti latine si adopera rono sino al secolo
XVI. Il Gousin che non ha distinti, secondo Je vere ragioni di Boezio, questi
due insigni la vori, né ha voluto fermarsi sopra essi quanto bastava, non solo
per intendere Ja necessità della loro doppia na tura, quanto per trovarvi
l'altissimo fine che Boezio in essi si proponeva, li ha riguardati come un noioso
rad doppiamento, nel quale egli scorgendo due Boezii, l'uno platonico l'altro
aristotelico, rimprovera e l'uno e l'altro di non aver inteso la significazione
puramente gramma ticale di Porfirio, né quella filosofica del genere e della
specie dalla quale Porfirio volle allontanarsi. Il Gousin dice, che nel primo
commento Boezio si dichiara in modo assoluto per la realtà platonica del
genere, e che con istrana confusione considera la realtà ditutte le cinque voci
sulle quali verte l'introduzione di Porfirio; il ge nere, la specie, la
differenza, il proprio, e V accidentale. Gosì, egli conclude, o avrebbero
realtà tutte le astra zioni, realismo assurdo, o, assumendo il contrario, il
genere e le specie, messi alla pari colle altre tre cosse perdarebbero la loro,
realtà, e ne verrebbe fuori un nominalismo universale. La frettolosa
ititerpetrazione delle due prime fìlosoficfae fatiche di Boezio, Io donduce
alla seguente falsa storia di esse: a Aia^i dans son premier j» commentaire,
Boèce, au moyen d'une confusioni-idi » oule est plus platonicien que Platon
lui-méme et que » tous.les Alexandrios; il est réaliste absurde, et il pré »
tend donner son opinion,pour celle d'Aristote et de Por » phyre. Mainteoant
dans le second commentaire nous » allons trouver un tput aut^jB Bo^e, avec une
opi i> nion diamètralemènt opposée à celle que nous venons » de rapportar.
Et iciBoéce uomB[ie quelquefois. les gen » rea et les espèces: Univèr sedia. it
Resa lode a questo nome, che divenne poi la formula della scolastica, il* Cousin
continua: « La nouvelle. opinion de Boèce sur la » nature des uoivérsaùx, des
geures et des espèces, > est que Jes genrés et les. espèces ne peuvent ay
oir » d'existence réelle. » Chi legge questi falsi giudizi so pra Boezio ndjibro del Cousin,
li trova anche. apparen temente apjx)ggiati in nota dalle citlpizioni di due
argo menti delle^ parti opposte òhe Boezio mette innanzi alla sua nuova
spiegazione del problema deH' antica filosofia greca sulla realtà e non realtà
degli Universali. Yero« è che poco più oltre il Cousin stesso è costretto suo
mal grado ad esporla cotesta spiegazione', ossia cotesta gemma, da Boezio
trovata per. corigiungere le dottrfne platòniche con le aristoteliche, nel
culmine il più^siihlime della filo sofia; ma siccome il conceUìjuxUsmo del suo
Abelardo non fu che una corruzione del pensiero originale di Boe zio, per dare
migliore ^apparita al protagonista del suo volume, tentò di abbassare Boezip,
rappresentandob ^lla peggio come un traduttore bendato, che avrebbe colto sol
per caso nel segno* Masiccome la verità trova la via per colpire la mente di
certi filosofi,. anche attraverso le menò nobili passioni loro, il. Cousin^
infine coltà degli Universali. Yero« è che poco più oltre il Cousin stesso è
costretto suo mal grado ad esporla cotesta spiegazione', ossia cotesta gemma,
da Boezio trovata per. corigiungere le dottrfne platòniche con le
aristoteliche, nel culmine il più^siihlime della filo sofia; ma siccome il
conceUìjuxUsmo del suo Abelardo non fu che una corruzione del pensiero originale
di Boe zio, per dare migliore ^apparita al protagonista del suo volume, tentò
di abbassare Boezip, rappresentandob ^lla peggio come un traduttore bendato,
che avrebbe colto sol per caso nel segno* Masiccome la verità trova la via per
colpire la mente di certi filosofi,. anche attraverso le menò nobili passioni
loro, il. Cousin^ infine confessa Voilà done auVI siècte^ gràce à Bo6ce, la solution
.pé )) ripatéticienne (qui sbaglia: doveva dire la soluzione j> romana o
latim) du problème de Porphyre, déposée » dÒDs te monde chrétien, comme le
dernìer j^idtat de » la sagesse du monde antiqtie. Voyons ce que va devenir ce geroie, s^mé
dans toutes les écoles. n £ qui soddisfatti della diichiarazione^ noi lasceremo
A Gousin sopra le postille di Abelardo lìel suo codice della Biblio teca di S.
Germana^ e tornwerao sulli originali commenti di Boezio a Porfirio; -conosciuti
m^lio i quali, verrà senz' altra nostra pena manifestata la ingiusta
Ncritìca.del filosofo francese. * . E avanti è bene il. ripetere, che la
traduzione latina di. Porfirio sulla quale sòrisse prima Boezio i suoi Com
menti in dialogo, è d» quel Vittoripo Africano che ab bracciata la religióne di
Cristo, per i lumi che, al dire di Sant' Agostino, ne acquistò da Simpliciano,
oltre alla Isagoge di Porfirio aveva latinizìsato anche i dialoghi di Platone.
* Come dunque credere al Gousin^' che ne' sei secoli da Boezio fino al XI
secolo, liop vi fu altra filosofia in Europa che V Organum. di Aristotele? Non
esistevano, fotse neir ocpidente cristiano i commenti di Galcidio al Tiniep di
Platone, non gli scritti di Temistiò, non molti di quelli de' platonici
alessandrini, non i Padri deHa Chiesa . quasi tutti platomazanH^ non il sogno
di Scipione di Tul lio tutto platònico y appunto in que' tempi commentata da
Macrobio? e lo stesso Boezio non promette nelle sue opere di dare ai Romani la
traduzione delle opere di Pla tone? Or come questa promessa se Platone fosse
stato irreperibile? Ma riprend^aumo le trailuzioni di Boezio. Nel * V.
Coìisìn.' Intfoduction à la Philosophìe d*Abélard. ^ S. Auguslln. Cpnfess, L. Vili. C. 2.
D^lla conversione di Vit torino Mtorico, Qui Agoslioo Tamment» ài a^er letto i
Vani di Pia tooe voltati in la^no da Yktpriiio. primo commento adilnque,
essendo quasi per intero gram maticale, predomina il carattere nominale di pure
voci^ cioè senza realtà, dato al genere, alla specie, ài proprio, air
accidentale, al differente. Nondimeno v' ha un luogo, non avvertito dal Gousin,
dove egli non può lasciar fug gire r occasione. di apparecchiare con pensieri,
suoi par ticolari quella intera ed efficace spiegazione del proble ma, che poi
dette liel commento secondo. Ma a qual fine un secondo commento e una seconda
traduzione dello stesso libro di Poriìrio? In molti luoghi del primd commento Boezio
trova inesatta la traduzione di Vittorino. Noi per saggio ne riferiremo tino
solo; Sequitur ìoem perdifjfioiliSf sed ircmsférentis, obscnritoUe Victorini
mot gis,quam Porphyrii proponenti^ etc.„. quod Victorinus ^cib'cet inteUexisse
minus vidétur. Fu dunque prim^ la necessità di restituire^ alla sua vera
lezione il testo di Porfirio: seconda causa del nuovo commento, V ansietà che
tormentava Boezio, di ritornare con maggiore am piézza sul fondamen tale
argomentò della filosofia ch^^gli porgeva b1 suo secolo e agli avvenire^; cioè
sul problema della realtà o non realtà dei generi, che solamente in questo
secondo con^mento^ vedònsi distinti col loro più acconcio sinonimo sdi
Universali. Gli è pur mestieri di dichiarare innanzi quali furono le principali
intenzioni che ebbe Boezio, nel presentare, dopo le matematiche, le filosofiche
sue lucnbrazioni alle gènti latine. |o Sceverare dalla greca sapiènza, cioè dal
trium virato di Pittagora, Platone ed Arfetotete, quel miscuglio di pagano, d'
orientale e di giudaico,,, che vi aveano me scolato gli Alessandrini, che
ititrodottosÌNjn Roma in gombrava ed. inquinava T istruzione latina,
restituentjo a questa i greci originali latinizzati e commentati. • » Dial. 2.
Edjt. BasH. Ricondurre il grande .problèma degli Universali delle greche scuole
suir insterilito ginnasio di.Roma ca dente, onde restituire alle menti latine
queir* impulso al pensiero che parca essersi spento dopo Vairone, Tallio,
Scipione e Seneca co' più bei giorni del romano impero. 3"* Trovare di
tale problema tal modo di soluzione, che da un Iato assicurasse alla s^apienza
avvenire la con giunzione tra la met^Gsica e la scienza della natura col mezzo
delle matematiche; al che non avean saputo giun gere i Padri della Ghtesa che
la sapienza greca avean conservato per appoggio razionale alla teologia e alla
morale cattolica; e dair altro lato si mostrasse non so lamente connessa, ma si
discesa e identica •colla nuova religione, la cui Triade fondamentale, e i di
cui dogmi, e lùisteri primi, che apparentemente si annettono e scon nettono dal
sensibile, constituisserb una catena sferica di; principii che dall'Ente air
esistente, e da questo a quello sostanzialtnente e con perpetue vicende ritor
nassero.* Conferma adunque anticipsttamente Boezio nel suo primo commento, che
i generi e le specie sono vere ap prensioni^ della mente: che se non avessero
esistenza al cuna, né Ariàtotele avjebbe ragionato delle sue dieci categorie
come significative dei generi, se questi invi scerati, e in qualche modo
adunati nelle cose non fos sero; né Porfirio avrebbe potuto per essi passare
alla questione, se sieno corporei. od incorporei. Ma sono le specie per le
quali a grado a grado dai corpi si astrae la mente onde fissairsi nel genere, o
è il genere che nella sua essenza metafisica contiene in sé potenzialmente la
specie? Qui lungi dall' abbracciare o V una o r altra sen tenza, dopo avere
raccomandato àf suo F,abio la massima '. MI secóndo commeiito l)a questo titolo
; Bùtlkii in Porphy rium A SK TRANSLATUM. Commentari orum Libri V. atteiizione,
dice, essere necessario ridurre la gravissima tesi a questi ultimi ragionari. «
Poiché alcune cose sono » incorporali, aifalto dai corpi disgiunte, come
animale, » Dio: altre che senza i corpi non possono stare, come > la prima
incorporalità che spunta dai termini: altre » che infuse nè'corpi possono
sussistere senza essi, come » r anima ; si domanda a quale di cotesti generi
appar » terranno le cinque voci di Porfirio? 0 a quelli affatto » dai. corpi
separati, o à quelli che dai corpi non pos » sonò dividersi, o a quelli che
sebbene immersi nei » corpi che loro si #ongiungono hanno tinà esistenza da »
sé alcuna volta, ed altra se ne allontanano? Intanto è i> manifesto che i
generi e disgiungonsi ed annettonsi » a' corpi. Imperocché quando si dividono i
corpi per » generi nella specie, e se ne nominano le proprietà e » le
differenze, queste come sensibili non é dubbio che » corporee non siano. Ma
quando si tratta di cose in » corporee, e per sé stesse dividonsi le óose che
non » hanno corpo, il loro aggirarsi é sempre neir incorpo » reo. Posto ciò,
non è dubbio che le cinque voci sum » mentovate non abbiano lo stésso genere,
il quale e » fuori de'corpi possa sussistere, e sappia insieme pa » tire coi
corpi Ta congiunzione, in modo ch^ a questi » congiunto ne resti poi
inseparabile, e se agli incor » porci congiunto non si separi da questi, ed
ambedue » le potestà abbia da ultimo in sé medesimo. Ondechè » se si
congiungono alle corporali cose dalle quali restino » inseparabili, àonó come
quella prima incorporalità che » si (Bleva sopra i termini, senza staccarsi mai
dalla sua » sorgente corporea: e se la unione succede colle incor » pórali^
avviene allora come si è detto dell' anima, che » rimane spirito sebbene al
corpo congiunta.... A questo 9 punto Fabio nii domandò, che io gli dichiarassi
meglio » il loco dove dissi degli incorporali, tra cui alcuni*ve n' ha che
attorno a' corpi sempre si stanno, come 9 quelle prime iiicorporalità che
escono dai termini. Egli » non intendeva bene che fossero questi termini, né 9
cotesta incorpcM^alità. Al che io: sarebbe troppo lungo 9* il qui trattarne, né
di quella utilità che noi cerchiamo. i> Frattanto ti basti, che per me in
cotesti dettati, i » termini significano le estremità delle figure geome » triche.
Che se della incorp oreità che attornia siffatti » termini vuoi più sapere
ampiamente, prendi il primo p libro di Macrobio, dottissimo uomo, sopra il
Sogno di » Scipione. » * . Le sentenze dell' autore de' Saturnali alle quali al
lude Boezio, sono, a quanto pare, le seguenti: « Tutti i » corpi sono conchiusi
da una superficie in che ha ter » mine V ultima parte loro. Questi termini che
attorniano » e limitano sempre i corpi, sonò incorporei e non li » considera
che rintellettò.... Cotesta superficie in quanto » è termine de' corpi è
terminata da linee..., le linee » finiscono in punti.... La superficie come
forma subiet D tivà del corpo, assume il' numero delle linee.... Essa » sebbene
incorporea non si disgiùnge però dal corpo.... » Dalle linee si ascende al
numero.... Adunque quanto » è, ed è pensato al di sopra della superficie, è già
pù 9 ramente incorporeo.... Ma la perfetta incorporalità sta » nel numerp. » *
Dalla nostra versione mi pare che chiaramente re sulti, come Boezio nel suo
primo commento, né alla dottrina di Platone, né a quella di Aristotele sulla
natura degli universali e sclusivamente si attenga; ma indichi piuttosto una
via media per conciliarle ambedue, ed ap plicare questo modo conciliativo alla
Scolastica cristiana ' Boethii. Opera omnia. Voi. 1 Basile», apud Henricpetrom
lS70ia Porph. a Victor, translat. Dial. I, pag. 9 e 10. * Macrobii. De Somnio
Seipionis,^ Lib. f. Gap. V* e latina. Egli non è niente peripatetico quando
spinge la mente a ricercare 1' ultima ragione ideale del genere, ammesso che i
generi V uno all' altro si possono mentala mente sovrapporre sino all'
infinito. Se non va all' infi nito dove non è più genere, ogni genere che
l'altro sor* passi non è genere per sé, ma relativeimente alle specie
sottostanti: così le specie tali non sono per sé, ma re lativamente al genere,
che loro sovrasta. Sidthè e l'uno e r altro non nella sostanza sono contenuti
> ma nella fartecipasione che ha il superiore coli' inferiore, e que sto su
quello. E la partecipazione che non è genere, è però l' idea madre che limita
sopra e sotto, a differenzia e reintegra matematicamente il genere e la specie.
Mo stra Boezio di compiacersi del suo trovato, e fa dire a Fabio: Subtiliter
meherdef et quod nunquam fere antehac audivimus. Ed oggi tra i nostri filosofi
la metessi gio bertiana, non arieggia in qualche modo la participatio Ai
Boezio? Nel secondo commento che procede, non colla ver sione di Vittorino, ma
di Boezio stesso j nel quale è sem brato al Cousin d' incontrare una opinione
del tutto con traria a quella del primo sulla natura degli Universali, noi non
solo la troveremo, riportando il testo alla prima similissima; ma con una serie
più estesa di argomenti premessi, dove si adducono ambedue le estreme sen tenze
de' realisti e de' nomuiali, dimostrando il vizio in b*inseco loro, tenuti come
sditarj, ed insieme la neces sità di risolvere il problema con un termine
medio, che e nel suo vero intrìnseco e nella generalità delle sue ap plicazioni
avanzasse ogni altra risoluzione finora cono sciuta, e fessevi messo Pittagora
disposatore con tale gemma dell' Accademia col Peripato. Ritoma Boezio aHe sue
due forme della incorporalità, e dice: a Due sono le » forme delle cose
incorporee, che l'una fuori de' corpi può dtare, e permanentemente continuare nella
sua,9 incorporalità separata dai corpi, come Dio, la mente, «l'anima. L'altra
forma benché incorporea, tuttavia » senza i corpi non esiste, come la linea, la
superficie, » il numero, e «altre qualità le quali sebbene diciamo » essere
incorporee, come quelle che sono senza la tri » plico dimensione, sono però ai
corpi confitte per sif » fatto moiao che non se ne possono divellere né allon A
tanare, imperocché separate dai corpi non a^^bbono 9 più esistenza. Questa é V
ardua questione che Porfirio » si ricusa dallo sciogliere, e che io tenterò di
appianare, » onde il lettore esca della sua ansietà, ed io e tempo » ed oper?
impìisghi utilmente, sebbene non sia dell' uf » ficip della presente
Introduzione. » Esposti gli argomenti delle due parti contrarie, scende Boezio
alla conclusione^ a I generi e le specie ed ogni »^ altra qualità, e si trovano
nelle cose incorporee, e sì » trovano nelle corporee. Se sono nelle incorporee,
il D genere che loro appartiene é intellettivo. Se nelle cor »(poree li ravvisi
la mente, ne astrae la natura incor 0 porea, e sola e pura ne contempla in sé
stessa la fòr » ma. Dividendo dai corpi ciò che loro é permisto, cioè N i
generi e le specie, e speculando attorno ad essi e 9 considerandoli, si imita
il geometra che non dà in falso » quando dal corpo divide la linea e la
superficie, ed » astratta che l'ha colla mente, la ritiene come incor » porale,
sebbene dal corpo disgiunta non possa esi D stero. In queste astrazioni delle
qnalità dell' oggetto » che opera la mente, vi può essere falsità di cqngiun 9
zione se la ment^ in modo fantastico la qualità d' un » oggetto accoppia a
quella d' un altro, come quella 9 dell'uomo e del cavallo, formandone un
centauro; ma » finché il genere é semplice e proprio soltanto dell'og » getto,
è vero. Chiunque pertanto divida dalle cose in che sono/ astragga ed assuma le
universali qualità, » nop' spio non erra; ma nel solo suo intelletto scorge »
il vero delle proprietà,, e lo afferma. Le quali essendo » ne'jDorpi e nelle
cose sensibili, la loro natura non si » intende che fuori di essi, cioè nèir
intelligenza. Onde » che pensando noi e i generi e le specie, allora di tutti »
quei singolari in che esistono le somiglianze si fa una » unità, come da
singoli uomini dissomiglianti si cava » un simile a sé stesso, che è l'
umanità, che' pensata » neir anima, è vera e ben determinata specie delle ani »
malità: e considerata di seguitò la simiglianza 'delle » specie diverse, la
quale non può esistere che nelle » stessè specie e ne' loro individui, sene forma
il gè » nere. I quali generi benché derivino da' singolari; sono » pensati come
universali dalla mente; non altro es » sendo le specie che una idea collettiva
di individui j> dissimili'in numero riuniti in*spstanzialè somiglianza: » il
genere idea collettiva di specie ^ra lóro somiglianti. » Ma ^questa somiglianza
finché esiste nei singolari è » sensibile: quando si fa universale è
intelligibile ^ è iper i> lo stesso modo mentre è sensibile tiensi ne'
singolari, IO e quando è intellettiva entra negli universali. Esistono 9
adunque i generi circa i corpi, intendonsi però fuori i> dei corpi. Ciò lion
toglie intanto che due proprietà d'uno » stesso oggetto non siano razionalmente
divise, come * la linea curva ela concava: alle quali sebbene com » peta una diversa
difinizioné, e diverso sia il modo » d' intenderle, .sempre tuttavia nel
medesimo oggetto » si ritrovano, essendo e Puna e l'altra sempre la stessa »
linea. Egualmente adunque nei generi e nelle specie, » nella singolarità e
nella xmiversalìtà l' oggetto resta il > medesimo; ma altro è il modo con
che l' universale è 9 pensato dalla mente^ altro quello eoa che il singolare »
èisentito attorno'a quelli oggetti medesimi', dai quali derivano ambedue. Per i
quali considerameDti a me » pare che la questione sia risoluta. I generi e le
specie » sussistono in un modo, e sono pensati in un altro; e » tanto sono
pensati come incorporei ma congiunti ed 9 esistenti .coi corpi, come li volle
Aristotele; quanto » i^omé sussistenti per sé medesimi e indipendenti dai • corpi)
come li volle Platone. » * Imperocché tra gli uni egli altri Boezio trdvò saga
cemente il mezzo pittagorico conciliativo, della incorpo ralità de' termini
geometrici. Che se questa maniera di risoluzione del grande problema greco
fosse stata bene intesa dalle scuole del medio evo, T idealismo de* realisti
lion avrebbe inceppato le scienze naturali de' libri di Aristotele, né il
materialismo de' nominalisti, radiando l'ideale, avrebbe tanto nociuto alle
teologiche disci pline; ma invece il pensiero latino sostenuto da tutti i suoi
elementi e dalle provate ed evidenti connessioni loro, avrebbe proceduto
compiutamente verso la scienza della natura, e quella del soprannaturale.
CAPITOLO TERZO. Di altri Boezii più antichi, o suoi contemporanei. Fuvvi un Boezio
storico, del quale fa menzióne Diogene Laerzio nella vita di*Zenone. Plutarco
tra gl'in terlocutori de' suoi Sinoposiaci. annovera un Boezio epi cureo. Un
terzo Boezio detto Cretensé e assai, dotto dei libri di Aristotele, fu console
nei tempi di Galeno, ed ^ Boetbii. Op. dt. In Porphyriam a se transiatum.
Comment. Ltb.I. p.tg. tfóeSe. è da questa celebrato nelle sue mediche opere. Ha
in* tomo alla patria di questo terzo Boezio, o piuttosto Boeto, caddero in
err(Mre sì Marziano Rota, che Pietro Berti, ed altri biografi del Boezio
senatore, e anch'io con essi E qui sarà bene il riferire un brano di lettera
inedita, che fra i documeqti stamperò p^r intiero, dei sommo Bor ghesi, tre
anni fa per morte manpato alla grandezza del sapere italiano, e per maggiore
sventura in tempi più disposti a rovinare, che ad accrescere le patrie glorie.
Onde nessuno ancora ha deposto sulla tomba di quel grande una degna
ricordaTiza; fra tanta indecorosa aA sietà delle moltitudini d^assordare il
mondo cogli osanna agli eresriarchi, ai demagoghi, ai mestatori, ai pazzi, ai
masnadieri. Pochi anniavanti passava anche il cadavere di Pietro Giordani in
mezzo. a questa nuova Italia, non visto, o appena compianto. Fra i trambusti
civili d' un altre imbastito italico regno moriva pure illacrimato, e seo^a r
onore del sepolcro il Parini. Segno sempre fa tale e di nuove cadute fu. air
Italia il raffreddarsi, del culto de' suoi sapienti e delle virtù loro;
imperocché ve nerate si imitino, imitata si acquisti temperanza nelle volontà,
e saggezza nella morale civile,, e accortezza neir accettare e saper condurre
nuovi politici ordipa menti. I quali come > giungono alla loro mèta
obbedendo alla legge naturale delle gradazioììi, cosi ^precipitano a rovina
irreparabile, se da matta superbia e da cieca im^ pazienza, fuor di misura e di
tempo vi sieno spinti. Tor nando al Borghesi, le sue parole su Etevio Boeto
sono le seguenti. « Al qual proposito e unicamente per mo » strade che ho letta
con tutta attenzione quest^ ultima » parte della sua Opera, mi permetta di
notarle una » piccola inavvertenza sfuggitale dalla penna nel dire » che
Alessandria fu la patria del consoie Flavio Boeto, » mentre Galeno asserisce.
De anc^om. adminh. L. 1, e. i.. ch'egli fu nativo di Tolemaijie nella Siria
Palestina. » E cosi dev' essere, perchè se fosse stato Alessandrino p non
avrebbe potuto ottenere i Fasci; essendo notorio » che gli Egiziani furono
esòlusi dal senato fìno a Ca » racalla, il quale vi ammise pel primo Elio
Coerano.» ^ Si cita inoltre dallo stesso nostro Boezio nel commento jBi
Porfirio, un altro Boezio suo contemporaneo, ricordato ^iltresì come filosofo
dà Ammonio e da Simplicio. Boezio Severino fiì laico, e fu gran partigiano
della cristiana fede. Pertanto non va molto a sangue di certi storici moderni,
i quali dopo ottenuto lo spregio della dottrina clericale; malecoinpòrtano la
esistenza di co te3to laico, divulgatore e traduttore eli tanta gteca sa
pienza, e innestatore di questa alla religione e alla .filo sofia latina nel
sesto secolo. Essi gridano tenebre, per poter poi presentare primo fanale
di-luce, la scompi gliata scienza degli Arabi. E cotesti storici adunque, che
tengon cónto di tutti i più iiisulsi pretesti per seminare dubbiezze critiche
non uelie jsole tradizioni, ma eziandio sulle più evidenti verità, valutano
assai gli amonimi sum.mentovati, oiide mettere incertezza su molte tradu zioni
e libri che vanqo sotto il nóme^ di Boezio: e se non fosse chi ogni taato li
smaséherassé, appena gli con cederebbero il libro De Consolatime. Quando però
si sono raccolti tutti siffatli'Bóezii,si vedeche i due primi Tuno stoico e ì?
altro epicureo, e per la antichità e per la filosofìa da essi profesi^ata non
ponno confonderai col Boezio cristiano dei tempf di re Teodorico. Il Flavio
Boeto rammentato da Galeno 'tanto meno, può essere autore dei libri di Severino
Boezio; perocché in questi si citano uomini che ebbero vita dopo quel Flavio e
dopo Galeno ; ove sola non bastasse a differenziarli la sequenza de'nomi In
altro luogo trovasi pure detto, che tratterà di scienze fisiche a ut si quid ex
Logicete arlis subtilitatey velex Moralis gravitate peritiae et ex NaturaHs
acutnfne ve ritatis ab AriSÌotele perspicuum est, id cmne ardinatum
ttafisferamj atque id quodam lumine Commentariorwn illustrem, » * Quanto poi
egli si trovasse piena e sod disfattto di tali studj, allorché èra libero di
poterli col tivare, lo dice, imprecando al carcere che glieli impediva, nel
poemetto De eonsolatione. ' Hic quondam coèlo liber aperto Suetus in aetherios
ire meatus Cernebat rosei lumina Solis; Yisebat gelidae sydera Lunae Et
quecumque vagos stella recur^us Ezeroet, varios flexa per orbes Gomprensa^
numeris victor habebat. Quin etiam Qausas unde sonora Flumina solicitent
sequora ponti ; Quis solvat.stabìlem spirtas orbém^ Vel cor Hesperias sidus in
undas Casurum rutilo surgat ab ortu : Quis Yeris placìdas temperet horas Ut
terras roseis florìbus ornet: * V. in Berti Prefat. p. 46. * DeCoMol Metrum.ll.
Quis dedìt ut pieno fertilis anno Autumnus gratklis ìnftuat uvis Rimari solitus,
atque latentis . Naturjb varias redderb causas: Nunc jacet effceto lamine
mentis Et pressus gravibus colla catenis Declìvemque gerens pondere vultom
Cogitar, hea ! stolidam cernere terram. Né gli scrittori della vita di^oezio^nè
gli storici della medicina, né quelli che in passatOyStudiarooo e scris* sero
sopra fppocrate, ebbero mai conosciuto la versione degli Aforismi fatta da
Boezio, ed ancora esistente nel secolo XIII. Credo che V unico autore e codicei
nel quale se ne fa menzione siano le Opere di Taddeo fiorentino: opere che' noi
i primi, possiamo dirlo senza albagia, abbiamo diligentemente esaminate: e
siamo stati rimerì* tati della nostra fatica, avendo riconosciuto in Taddeo un
personaggio storico d' assai granale importanza nella sto ria di nostra arte.
Ora Taddeo ne' suoi Commenti agli Aforismi d^ Ippocrate pone sempre a confrontò
le tre tra duzioni eh' egli aveva dinanzi, cioè quella di Boezio, r altra di
Costantino Salernitano, e, V altra di Burgun> dioue da Pisa: e quando volea
vedere se quella di Costan tino, che teneva per testo, era da accettarsi, la
con frontava con r altra che sapea fatta fedjelmente sul greco da Boezio, e
trovandola concorde, tale concordanza chiu deva ogni questione interpetrativa.^
Seiemse rmUemq^che. I due libri dell aritmetica, De AffUmeiica. Lib. //, che
tra le Opere di Bo6;^o si comprendono, sono im^ * V. la nosu« Storia. Voi. % L.
tlI^C XV, 312. libera traduzione latina del greco trattato di Nicomaco,
superiore in pregio air altra che già esisteva fatta da Apuleio Madaurense, e
per le aggiunte di Boezio, e per V unitovi libro di Varrone, De memuris.
Seguono i libri di geometria, De Geometria Lib, IH, latina traduzione dei libri
di Euclide, la prima ai PLomani offerta nella loro lingua. Uno di tali libri di
geometria fu composto, non tradotto,, da Boezio. Ambedue le opere, aritmetica e
geo metria, dédicolle al patrizio Simmaco suo suocero; e dice in un breve
proemio che la versione d' Euclide la intra prese per suo consiglio, te
adhortante exponenda et lu cidiore aditu expolienda suscepi. Nessuno più bello
elogio né più autentica testimonianza del valore di Boezio, e dei lavori
studiosamente volti alla istruzione dei Latini nelle matematiche, di quello
della Epistola 45 di Cas siodoro a lui diretta in nome di Teodorico re. *
Transla tiontbia enim tuis Pithagoras musicus, Ptolomeus ctstro nomus leguntur
Italis: Nicomachus aritmeticuSj geome tricus Euclides audiutitur Ausoniis,,..
Mecanicum etiam ArchimedemlatialemSiculis reddidistu... Tuartemprae dictam ex
disciplina nobilibus natam ^per quadriafariat Mathesis januas introisti. La
musica come scienza faceva parte in antico delle matematiche; perocché regolata
da f)roporzioni aritme tiche e geometriche. Quando Boezio prese a scrivere i
«uoi cinque libri. De Musica L. V, i greci Pittagora, Filolao, Aristoxene,
Eubulide e Hippaso ne avevano già elevata la scienza fino a introdurre in essa
le mede sime questioni che nelle arti belle non solo, ma e nelle scienze
speculative si agitavano dai filosofi. La defini zione dell' armonia e la
natura del suono ne erano il soggetto. ^ Soli ì sensi uditivi e la meccanica
decidono * Cassiodor. EpistoL I. * V. il quinto libro De Musica di Boezio. y
Google capìtolo quarto. ' 41 delle consonanze, dicevano i se^aaci di
Àristoxene: i Pittagorici al contrario ne attribuivano pressoché tutto il
giudizio aHa ragione. Ptolomeo tra le due opinioni te neva il mezzo, asserendo
che al giudizio provvisorio deir udito sottentrava come definitivo, è
correttivo degli errori del senso e della meccanica, quello della ragione. E
questa è pure la sentenza seguita da Boezio, Pari ménti sulla natura del suono
i Pittagorici lo derivavano molto più dalla quantit^i che dalla qualità, come
pensava Àristoxene; e Boezio sta coi primi, avvegnaché non neghi che alle modulazioni
conferisce ancora la qualità. Ripen sando al poco 0 nessun conto tra le scienze
che oggi si fa della musica, e quanto all' opposto se ne davano pen siero gli
antichi Greci ed Italiani da Boezio fino all' Are tino, sì conosce come tale
eminente proprietà del carat tere italiano, di che le cattoliche ispirazioni e
le pub bliche feste si allietavano, è andata via via perdendo la sua naXura
nazionale coir imbastardirsi della nazione stessa: fino a ridursi ad essere
rappresentata da qual che supremo maestro ogni tanti anni, e anno per anno da
qualche cantatricè o cantore, che dopo essere stato pagato e venduto dagli
impresarìi a questo a a quel tea tro, scappa a Londra, o in America: a far
denari per querteriipo in che colla voce, oltre la quale nulla gli resta,
stentata e logora terminerà pure, ogni sua cele brità e fortuna. 11 pubblico
non la rispetta più come scienza, da che i filosofi e gli scienziati T hanno
abban donata; né si disgusta se in Chiesa sente la musica della Traviata, sé in
teatro lo Stabat SÌater del Rossini, sé in una marcia militare sente la casta
Diva del Bellini: avendone smarrita la scienza, rimane indifferente come allo
scandalo j così alla dissennatezza delle sue applica zioni. Nella epistola di
Gassiodoro si parla pure della ver6ione latina della Meccanica di Archimede
lasciala da Boezio. Non vi ha dunque alcun dubbio die 1 Latini nel y e VI
secolo avevano voltato nella loro lingua co testo classico trattato. Ma oltre
alfe versione v' ha pure la ricordania di costruzioni meccaniche maravigliose
fetta in quei tempi, e di due orologi uno ad acqiia e l'al tro Solare,
costruiti da Boezio stesso e mandati in dono da Teodorico a Gundìbaldo suo
suocero, re de' Borgo gnoni.* Se tali meccaniche invenzioni, di che Roma van
Gfa/0 lontam di^.Roma in Alene. Cte ili questo senso usassero i Latini
i\po$itus,&e n' ha alitro^ esempio nel IX secola. in Anastasio
bibliotecario. Quando parla di papa Giovanni primo, e dei senatori mandati da
Teodprico in Costantinopoli, dice che questi furono mandati, e Simmaco e Boezio
trattenuti: Eodem tempore <mm hi positi ^ssent Cosiantinopolìy Tkeadoricus
tenuit Simmacum etBoethium.^ I hcopositi de' tempi lon gobardici eran persone
mandate' di tener le veci d' altri uffiziali. ir volgarizzatore trecentista
della\ Consolazione di Boezio, maestro Alberto fiorentino, nel proemio al suo
volgarizÈrfménto, traduce lo stesso brano del Cas siodoro con queste parole a
Tedi molta tlottrina abbon dante sì essere abbiam conosciuto, come se l'arti ^
che volgarmente gì' ignoranti esercitano, nella fontana me deskna deUe
discipline abbi bevuto. Così dr lungo stando, nelle scuoledegli Ateniesj^hai
studiato; e sì a! cori de'pal ■ ( ' Anastas. Bibliot» io Histor. Pontif. Joann.
1. liati la toga mescolasti, che la dottrina de' Greci hai fatta romana.»^ È
altresì indubitato, per ciò che narra il Gassiodoro nella sua Epistola, che
esistevano presso Boe zio macchinette astronomiche, imitanti la meccanica ce
leste {ccelum gestabile): per le quali, come oggi si fa colla ordinaria sfera,
imprendevasi la astronomia, se condo la scienza, benché scarsa, che se tie
trova neiropere di Ptolomeo, latinizzate ancor queste da Boezio ad uso delle
romane scuole. Opere filosofiche. Oltre ai Commenti alla Isagoge di Porfirio,
dei quali si è già discorso innanzi, i libri di Aristotele da lui co nosciuti e
tradotti e commentati sono i seguenti : In Categorias, seu in Praedicamenta
Aristotelis Com mentariorum Libri IV. Narra qui Boezio dapprincipio come
Archita pittagorico composti avesse due libri col titolo di Logica universalis,
nel primo dei quali dispose e trattò delle dieci Categorie. Onde fu detto non
esseme d' Aristotele la invenzione. lamblico fu il primo a porre innanzi tai
critiche e notizie. Ma Temistio rivendicò ad Aristotele il primato, osservando
che l'Archita sopra detto non poteva essere il pittagorico, ma più facilmente
un peripatetico posteriore ad Aristotele : al che accon sente anche Boezio. Il
quale a questo libro fa la tradu zione col commento insieme, e dice esserne lo
intendi mento di disputare dei primi nomi e delle voci date dagli uomini alle
còse e del significato di tali voci; non in quanto a veruna loro proprietà o
figura, ma solamente in quanto significano le cose e i primi generi di queste.
Imperocché lasciate nella loro infinita moltitudine, non * Boato voìgari%%ato
da M, Alberto fiorentino. Codice Strozr ztano pubblicato dal Manni. Firenze
avrebbero costituita la scienza; raggruppate in dieci ca tegorie la ragione le
può comprendere, e architettare per tal modo la scienza. Come però questa
scienza per esse si compia, sembra che quale altissimp argomento Boezio lo
volesse trattare in un secondo più grave Com mentario, come fece per la Isagoge
di Porfirio; imperoc ché dichiara che avanti di sd^^re^ quid prcedicamentortmi
velit intentio, ha giudicato meglio farne precedere l'espo sizione più semplice
e quasi grammaticale. IlUc api scientiam pithagoricam perfeciamque doctrinam,
hic ad simplices introducendorum motus expositionis sit aeca modcUa sustantia.
Del secondo lavoro però propostosi da Boezio, non ne è rimasta tràccia tra le
opere oggi note di lui. Frattanto parlando della utilità del libro de' pre
dicamenti considera Boezio essere indispensabile il pre metterlo alla Logica.
Da che questa costituita di sillo gismi, i sillogismi di proposizioni, le
proposizioni di discorsi e voci; prima è mestieri conoscere il significato
delle voci che a formare la scienza si adoperano. Né la scia qui di rammentare
un' altra volta e la Fisica e la FilosofiV morale di Aristotele, e dice essere
il libro delle Categorie utilissimo anche a tali disoipline. ^ Nel Libro
secóndo s' incontra quella romàna è tutta nobile dichiarazione dello scrittore,
di non volere lasciare gli studii, avvegnaché fossergli giunte le molte e gravi
cure del Consolato. Né io, egli dice, meno benemerito sarò a' miei
concittadini, sé alle virtù lóro antiche, con che da tutte le altre città del
mondo seppero trasportare la potenza e l' imperi^in quest'una nostrii
Repubblica, io vi recherò a benéficio^dei costumi loro, la istruzione e la^apiénza
delie greche scuole. Quare ne hoc quidem ^ Haec quoque nòbis de decem
PraedicamenUs inspectìo etinpAt 4le« AHstòtells doctrioa et i& moralis
philo«opliì^ acquisitìoiìe pei^ trtUisest. ipsum JComuKs pacai officio, cum
Romani semper fuerit moris, ftiod ubicumque gentium pukhrum esset atqt$e
tatidabile, id magis oc magis imitatione honestare. Tutto il primo libro
essendo intorno alla sostanza ^ discorde nel secondo dell'altra Galloria: la
gmniUà^ e dei relativi di essa quantità. II libro III discorre della qualità,
ed a schiarimento di tale Categoria^ aggiunge Aristotele le definizioni del l'
arnione e patiiqne, del luogo e della posizione^ del dove e del quando e
dell'attere. In questo libro Boezio dta altre volte i libri della Fisica di
Aristotele da lui cono sciuti, e f libri Ethichorum: e si rinnova la citazione
dei libri di Metafisica, ed altra notabilissima dei libri De generatiom et
cotruptione. * E v'ha inoltre la impor tante testimonianza eh' egli scrivesse
questi commentari! sui Predicamenti nel tempo che Anastasio era impera tore d'
Oriente. Nune esse {didmus} Imperatorem Orientis qui nwic Anastasius appeUatur,
' Ed essendo noto che cotesto Anastasio innanzi di salire sul trono era cat
tolico fervoroso, e che dopo pochi anni del suo im pero divenne altrettanto
fanatico eretico: ed essendo del pari nota la costante fede nella chiesa latina
che tenne Aristoiiles enim Tirtutesnon pntatScientìas, ut Socrates, sed babllus
in Éthicis suis esse declarat. Et de faeere qnideiii et pati nlhii in boc libro
nisi quod contraria snsdpiant et inl^sionem iraminutioiieaiqae ab Aristotele
est disputatum, in aliìs vero eiasOperìbns piene ab eo perfecteqne tractata
snnt, Qt hoc ipsnm de faeere et pati in bis librìs qoos De gerera TiONB
ETCORRUPTiONEinscrìpsit, da aliis quoquc Predicaiiientis non ini minor in aliis
Operìbns dispntatio fbit, nt de eo quod est uhi et quando in Phisicis ; et de
omnibns quidem altins subtilinsqne ili libris qnos Meiaphiiicorùm Tocarit
exquirìtnr. Actos enim et passio sUnnl in Phisids esse monstrata snnt. 174. 190. Lib. III. De
prmdieamenii». Boezio, se ne può inferire che poco appresso all' assunto
impero, e prima delia brutta apostasia di Anastasio egli scrivesse i suoi
commenti sulle Categorie; imperocché Anastasio è citato quasi con lode, quando
si osservi che 1 suo nome è da Boezio posto accanto a quello di Scipione
Africano. Nel libro IV subito si legge che Andronico dubi tava non fosse questo
libro una continuazione delle Ca tegorie, stimandolo piuttosto una appendice di
ignoto commentatore ; perocché nei libri Tapicorum Aristotele avrebbe ripetute
quasi le cose medesime. Ma Porfirio seguitato da Boezio sosteneva che a tutta
ragione Ari stotele lo aveva annesso alle Categorie, come utUe e necessaria
dichiarazione: e ciò è evidente anche per i titoli delle materie che vi si
trattano. I quali sono de oppositis^ de modis prioriSj de modis simula de
speciebus tnotm^ nel quale s'incontra altra citazione nel com mento di Boezio
della Fisica d'Aristotele.^ De modis habere è il titolo ultimo che chiude i
libri de' Predica menti. Interviene in questo IV Libro la famosa questione,
oggi con molto strepito tra certi filosofì riprodottasi, de gli opposti e dei
contrarii. Gli opposti ponno incontrarsi nella medesima cosa, come il grande e
il piccolo, lo sciolo e il sapiente: ma i contrarii sono sempre in due cose,
come il bene il male, il vizio la virtù. Boezio dopo avere a dilungo e da ogni
canto frugata l' ardua disqui sizione, da disgradarne per la sottigliezza
dell'ingegno ogni punta di odierno cervello germanico, si raccoglie e dice, che
l' intera questione de' contrarii può riassumersi di tal guisa: le cose sono
contrarie fra loro se l'una è di necessità che dall'altra differisca, e che non
cambi * In PhUieis Arisloteies molus species alia ratione parlitus est. Llb. la
sua natura; come salute e malattia nell'uomo, pari ed impari nel numero : ed in
tal caso non v' ha tra i due contrari mezzo termine alcuno. Quando però de' due
contrari l' uno non è immutabile affatto né interamente nel suo contrarto;
cotesto comprende allora la qualità del mezzo termine, come il roseo tra il
bianco e il nero, il tiepido tra il caldo e il freddo. Di tali cose ora molti
sono, ora uno solo è il mezzo termine, e tutti ponno avere i loro nomi. In
altre cose nelle quali v' ha un sol mezzo termine come tra il bene e il male,
il giusto e l'ingiusto, potendovi essere il bene con un po' di male, il giusto
con un po' d' ingiusto ; qui Boezio ripete con Aristotele, che non v' ha nome
che esprima quest'unico mezzo termine. Avvegnaché la voce indifferente non si
usasse dai Greci mai in questo significato; eccetto gli Stoici che dicevano
indifferenti la bellezza e la ricchezza, cioè né beni né mali essere. Eppero
secondo la mente d' Aristotele, l' unico mezzo termine tra il bene e il male,
il probo e l'improbo, il giusto e l'ingiusto si esprime colla negazione di né
bene né male, ossia un cotat mezzo tra il probo e l' improbo, il giusto e l'
ingiusto. Intesi di tal modo i Contrari, la descrizione che, ne fa Boezio è la
seguente: Contrari&rum alia sunt habentia medieta temj alia vero non
haientia; et eorum quorum est aliquid medium^ in aliis plures medietales, in
aliis vero una tantum medietas invenitur. Alque horum aliquce medie taies
propriis nomiriibia appellantur^ in aliquihtis vero ipsw quidem medietates
propriis appellationibus carente contrarioriNn vero negationé signantur. *
Seguono le traduzioni e i cementi al libro d' Aristo tele De interpretatùme^
detto anche della Ermeneutica, iripì tpfjLtvdag. Qui Boezio segue pure il suo costume
di < De Praedicamenlis. Ck)min. dare alla prima una esposizione piana e
liiterale della dottrina aristotelica, riserbandosi nel secondo commento di
trattare delle cose di alta filosofia che sono nello stesso libro contenute. Quod vero
cUtius acumen consideraUonis exposeitj secundae seria editionis écopedU.^ Il primo commento è in due soli
libri compreso: il secondo che dicesi commento maggiore, o seconda edizione, si
di lunga-in sette libri. I peripatetici hanno sempre riguar dato quest'opera
d'Aristotele di una massima autorità, ed insieme della maggiore difficoltà per
intenderla: sth blimibus, dice Boezio, senkntiit pressa, (iditum ttilaUt
gentiae faeilem rum rdinquit ' D' altro, canto essendo la filosofia d'
Aristotele composta di sillogismi, il significato B la posizione delle parole,
sieno di genere, di specie, di sostanza, o d'attributi, diventa una piantonaia
indi spensabile, al campo del filosofo; primachè ne possa co stituire il
pomario che glie ne dia frutti, ossiano le ve-' rità ch'ei vuol stabilire. Né
Aristotele nel trattare de' nomi e de' verbi volea passar da grammatico; détte
invece neir astruso per apparire filosofo: e tanto vi riuscì, che attorno al
suo libro, e prima di Boezio e dopo, i com mentatori si afifollarono; né
valsero allora, né varreb bero oggi a scioglierne tutte le ambiguità. Non é
nostro scopo di entrare Qei particolari aristotelici dei commenti di Boezio; ma
di cavarne soltanto qua e là alcuna tra scurata notizia, che riguardi la sua
sapienza e quella de' tempi suoi. Abbiamo già trovato nelle Categorie citata da
Boezio la Metafisica d' Aristotele. Qui se ne ripetè piti chiara mente la
citazione. De eo, cioè della unità della orazione, disputai in his Ubris quos
de Metaphisica inscripsit.^ * 215. minor comm. L. f • » Ibld. * Lib. Il, edit.
prim», Air articolo De afftrmatione et negatione rammenta i quat tro più
celebri scoliasti del suo tempo allo stesso libro aristotelico, che sono
Alessandro e Porfirio, Àspasio ed Hermioo; dando fra tutti la preferenza a
Porfirio, che chiama il maggiore degli espositori. Nella introduzione alla
seconda edizione de' suoi Commenti Boezio cita due nuovi espositori: Tuno è
Vegezio pretestato, che dice avere tradotto non T Ermeneutica, ma i primi e
poste riori Analitici d'Aristotele, e di avere scoperto che non potea dirsi
traduzione del testo, ma del greco commento di Temistio da Vegezio latinizzato:
T altro è Albino, del quale dice aver letto i libri di geometria; ma quelli di
dialettica che sentiva pur nominati, non averli potuti mai, avvegnaché
diligentemente li cercasse, ritrovare/ Cita qui inoltre due volte i libri di
Aristotele De arte poetica, dove si parla della significazione delle sillabe, e
i libri di Teofrasto De affirmatione et negatione, e quelli della scuola stoica
detti Degli casiomij nei quali trattasi della orazione enunciativa. * Vi si
imprende 4)he lo scoliaste Andronico negava la legittimità del capitolo
aristotelico De oratione enunciativa, dicendolo intruso; dove Boezio appoggiato
a Teofrasto e ad Alessandro lo sostiene come legittimo:. che esisteva un
commento di Porfirio ai libri di Teofrasto : che tra gli scoliasti dell'Er
meneutica v' era anche un tal Soriano cognominato Fi loxeno, ' del quale Boezio
cita in più luoghi le sentenze. Molto pascolo troverebbero i filosofi moderni
le gende il lungo e studiatissimo commento che Boezio ha lasciato al passo
aristotelico che dice: Sunt ergo ea quas 8unt in voce earum quo» sunt in anima,
passionum notcB, et ea quce scribuntur, earum quce sunt in voce, .* Lib. I,
edit. secundae^ p. 289. IL BOEZIO. Concorrono alla interpetrazione di questo
passo Hermino, Alessandro afrodiseo, e Porfirio ed Aspasio. Sennonché alle
sentenze di questi Boezio premette gli antichi, cioè Platone, Speusippo e
Xenocrate. I quali ammettevano fra le cose e i significati loro negli
intelletti che si esprimono per lettere e voci e concetti, un senso medio o
fantasma delle cose sensibili, che come intelligibile originasse V
intendimento. Ed aggiunge Boezio questo pure aver pen sato Aristotele nel libro
De Anima, il quale non si contenta di citare; ma ne trascrive il brano
rispondente dei testo greco, che voltato in italiano dice e la immaginazione
poi differisce dalla affermazione e dalla negazione, in quanto sono queste
comprensioni della intelligenza o vere 0 false. Ma nel primo intenderle in che
differiscono dalla immaginazione ? certo non sono immaginazioni, ma nem meno
dimmaginazione son prive. » * Conoscere il vero è il farlo, diceva il nostro
Vico. Ora il pensiero lavora e fa sulle note che riceve dal sensibile
precisamente come fa il matematico, che colle figure disegna, esprime e
intende, e fa intendere il vero concepito nella sua mente. La quale trattandosi
di vero logico lo esprime con lettere, e con parole che sono per lui e per gli
altri che le leggono e le odono un concetto, una propo sizione, un sillogismo,
spogliato del fantasma che giunto al sensibile entrò nel pensiero, costituente
Tidea e la cognizione di essa. E questa fu la solenne antitesi che Aristotele
opponeva alla scuola platonica, vale a dire il sostituire il vero logico
ottenuto co' segni o figure del linguaggio, al vero matematico dimostrato dalle
figure numeriche e geometriche. E V immenso lavoro che Ari juiiQ
auTaqpocvTav/AaToc c^at ii òu ^ocutoc 9«yT«9/taT«9 «eXX* ouxàvev feti' Ta9/Aocr«/x.
Boelhii. De interpr, Comm. maior, stotele fece grammaticale, logièo e oratorio
per dare al lìngoaggto la stessa forza e valore di architettare il vera, che
avevan le matéifiatiche, sarà sempre monu mento di meraviglia a tutti i
sapi^iti che verrpano; avvegnaché non conseguisse il suo fine. Né èra da po
tersi conseguire, imperocché il linguaggio e le figure, o altrimenti il modo
che adopera il matematico nel f^re il vero per concscerlo in sé e per altrui, é
una lingua universale intesa da tutte le menti umane, dovechè l'altra del
sillogismo non è al sicuro dalle opposizioni se noa quando é categorica, ovvero
rappresenta esattamente, o il più posaiMmente s' avvicina al triangolo
geometrico. Ond' ecco la necessità dei paradigmi platonici delle idee divine,
sulle quali soltanto T intelletto umano fa il vera di universale
convincimento*, mentre le idee naturali non lo raggiungono che per imitazione e
per schemi, esemplati dai diversi linguaggi degli uomini. Dunque il vero
metafisico di tipo divino non si crea dalla mente, ma vi scende e fra suoi
fantasmi 31 vela, e T attiva mente che lo appetisce lo disvela, ossia lo fa, e
fatto lo conosce, e fuori lo emana col mezzo delle figure geo^ metriche e
numeriche : e quivi posato e conosciuto, serve di norma al vero naturale,
quando é nelle leggi dei fe nomeni imitato 0 dimostrato. Aristotele tentò d'
inver tire quest' ordine platonico processivo delle umane cogni zioni, e pose a
capo di detto procedimento la fisica, e quindi le matematiche, eppoi la
metafisica.^ £ sebbene ne' libri XIII e XIV egli si adoperi affannosamente a
screditare la potenza Immateriale delle verità matema tiche; nondimeno non
disconobbe mai la neoessitàdi porle in mez^o alle due filosofie, la speculativa
e la naturale. E questo è ciò cbe comprese profondamente Boezio, e * M^tapMsic.
che intendeva di tra^oadere come fiae di complèta f^o sofia nella istruzione
de' Latini. ..Abbiamo detto dì sopra dei commentatori di Àri* stot^ consultati
e citati da Boezio in questi libri delie Int^rpetrazionl. Ma v' è di piìr; egli
dice precisamente che tali commenti erano pubblicati. Huic autem ecopo- sitioni
quam supra disserui, Hermino prceterinisso, Aspa sitis, PorphiriìAS et
'Alexander in his quos in hunc librum edidere Commentariis conwìsere. ^ E se
alcuno cercasse in che modo avvenivano a' tempi di Boezio le pubblir cazioni
de' codici, ci notifica Boezio medesimo in questi libri ermeneutici che
facevansi in pergamena, ed anche cartacei. Quarum figura ( cioè delle lettere )
et in ccBra itylo, et in membrana tìoJamo posset eflingi; ed altrove: non eodem
modo ccerce, vel marmori,velcaKBTis,liter(B et vocum.signa mandarùur. * Nel
libro terzo dove Boezio tratta magistralmente la questione del libero arb^rio,
a fronte dei significati della casualità e necesusità de' con tingenti, e dove
conclude aflermandt): sumus igitur nos quoque rerum principia et ex nostris
consiliis atque actibus in rebus plura consistunt; trovansi citati altri due
commentatori. L' uno è Filone: PhUo enim dieU, possibile esse quod natura
propria enunciationis susci piat veritatent: 1' altro è Diodoro; ^i possibile
ita dif finit, dicens quod est, aut non est. ^ Nel libro f V, entrando a
discutere una delle più difficili e confuse parti deU' opera d'Aristotele, che
riguarda specialmente l'affermazione e la negazione, dice che sin dai tempi di
Porfirio, seb bene altri commentatori avesserla esposta, alcuni ^e n'm*ano
tirati fuori, dichiarandola inesplicabile per la sua estrema oscurità. Ora
cotesti commentatori che prima * Boet. ad lìbr. De Interpr, L. II, edil.
secund.,350. ' V. la pag. 300 a 30i. ' Uh, m,374. Diodoro è anche eltato a pag.
436, del L. V. di Porfirio aveaiila ^piegata, sono Hermiao, Aspasio e Ales
sandro. Il qual' ultimo essendo l' Afrodiseo, è per se noto agli eruditi. Non
cosi Hermino ed Aspasio. Per la cita mne adunque di Boezio si sa che questi due
spositori delle dottrine peripatetiche furono anteriori a Porfirio,
probabilmente anch' essi Alessandrini. * Nel libro V ri porta più volte le
sentenze di Teofrasto tratte dair opera, che Boezio ripetutamente onora di
economj, cioè il li bro, oggi perduto. De affirmatione,et negatione. Questo
Boezio adunque che secondo certi odierni critici avrebbe, appena potuto
conoscere i libri della logica di Aristotele, conosceva non solo dello Stagirita
presso a poco tanti libri quanti se n' mino oggi; ma per meglio intenderli di
iKH, aveva sotto gli occhi tali e tanti commentatori e commenti che noi più non
abbiamo: fra i quali il solo Teofrasto valeva per tutti e sopra a tutti. E
questa sola ragione avrebbe dovuto invitare gli storici della filosofia antica,
e dell' aristotelica in specie, a non obliare Boe zio: se volevano bene
conoscere Aristotele, cioè il vero Aristotele sui testi originali; anziché gli
Arabi che tanto io frantesero e guastarono, e dei quali il liaitino Occidente,
che conservava per stta ventura le opere di Boezio, non aveva alcun bisogno
ónde riprendere la sua istruzione " nella greca e latina filosofia. Tn
Boezio, s'io non mi inganno, vi sono anche tracce del libro aristotelico
Historia Ani malmm, dacché in un luogo delie interpetrazioni, dove si parla
della voce e dell'organo respiratorio, si dice: quidam enim pisces non voce,
sed brancis sonante E potrebbesi anche ricordare un libro dello Stagirita di
cui Boezio riporta una sentenza, intitolato Dejustitia; il quale, se non è
parte dei libri Eikieorum e dei libri Polilicorum delle moderne edizioni *, di
che non son « Lib. IV,304. * L. Il, 8ecwid« edtt.certo, non si troverebbe pm
come distinto trattato, e come leggevasi nel quinto e nel sesto secolo : In
vpera de Justitìa (Aristoteles) declarat dieens: yi><rtc yaip
^invèìiTYivan rà rtwìiiara, Tal rà airtpaTa. * 11 Significato di tale sentenza,
cioè che T intelletto è di -natura diversa dal senso, ci riconduce alla
questione del significato del nome e del verbo, i quali o cagionati dal
sentimento o effettuati neir intelletto, secondo il pensiero d' Aristo tele
sono passiones aninuB. La voce passio détte motivo a che e sensisti e idealisti
fra gli antichi la intendessero in loro favore. Se Aristotele avesse detto .
invece àotus^ non vi sarebbe stata ambiguità. Boezio in fonda alla storia che
dà della discussione, in che figurano i soliti interlocutori, Hermino,,
Alessandro e Porfirio,* con * ibid.398. ' Oratia vero ex verbis nominibasque
coajuncta est, et in éa jam falsitas aut verUas in veni tur, si ve autein
quilibiet sermo àit simplex » sivejam oratio con] uncta atque composita, ex bis
qusesignifìcanlur momentum sumunt. In illis enim prius est eorum ordo
etcontinentia postredundatin voces, quo circa quoniam significantium momentum
ex bis quaesigniftcantnrorituridcirco prius nos de bis quaevoces ips9&
significant docere (Arìstoteles^l proponit. Sed H^rminus hoc locorepu* diandus
est nibif enim tale quod ad causas propositse sententiae perti neret explicuit.
Alexander vero strictim proxima intelligentìa prseter vectus tetigit quidam
causam, non tamen principalem rationem Aristotellcse propositionis e^olvit. Sed
Porphirius hanc ipsamplenius cansam originemque sermonis buius ante oculos eollocavit,
quiom nem apud priscos pbilqsophos de signlficalionis vi contentionem li temque
retexuit. Att namque dubie apud a'nttquorum philosophorum
sententiasconstiitsse,quid esset proprie quod vocibus signi ficaretùr. Potabant
namque alii res vocibus designari earuroque vocabula ea esse
qa8esoniicrintinvo€ibusarbilrantur;aliiveroincorpofeasquasdamiia turas
medilabantur, quarum essent significationes qnsecumque voci* bus
desigiiarentur. Platonis aliquo modo species ineorporeas emulali dicentis, boc
ipsum liomo et hoc ipsum equus, non hanc cuiuslibet snbiectam substantiam, sed
ipsum hominefii specialein et iUum ip sum equum universaliter et incorporatiter
< 06gitant«s, ineorporeas elude e nell'uno e nell'altro senso, appigliandosi
alla ibrida natura del fantasma o immaginazione. La quale o nasce spontanea
nell'anima nel formarsi dell'idea, 0 segue all'impressione del sensibile, è
sempre uno stato imperfetto del pensiero, dal quale stato l'anima col suo niso
( nitliur ) o conato, fa venir fuori perfetta e nitida l'idea, del nome e del
verbo, che in varii modi posti e composti formano il discorso e l' orazione, e
in essa l' affermazione o la negazione. * Avrebbero do vuto leggere queste
pagine di Boezio alcuni moderni filosofi francesi, ai quali è sembrato un vanto
e un do vere il battezzare per nominalista quasi tutta la pari gina scuoia
antica, e la scolastica latina del medio evo. 1 caratteri originali della
quale, determinati da Boezio, e conservati da S. Tommaso nel suo ammirabile di
scorso Dell'insegnante e del discente j son in vero tutt' altra cosa che le
dottrine di Roscelino. Onde oggi si toma a quella spontanea azione del
pensiero, a quel niso o canato della mente, del fare a sé stessa il vero per
conoscerlo.* Sentenza riprodotta dal Vico, e da lui ri pescata neir
antichissima sapienza degl' Italiani: e vi si quaftdam nataras
C0DStitaebant,qaas ad signincandum primas ve nire patabant, et cam aliis item
rebus in sigili ficationibus posse con jttDgi, ut ex bis aiiqua enunciatio Tel
oratio conflcerelur. Alii vero sensua, alu imaginationes SIGNIFICARI vocibos
arbitrabantur. Isia igi tar erat contentio apud snperiores, et baeo usque ad
Aristotelì&per venit aelatem. (Boeihii, Z>e interpr. Comm, major, L.
II.398.) Sensos enim atque immaginatio qaaedam prinia&.figurae sunt, supra
qaas velai fiiDdaménto quodam superveniens intelligentia ni TiTUR. Post vero
planior supervenit inteliectus, cuuctas ejns expli CÀNS partes, quae confuse
fuerant imagìnatione prsBSumptse. Qaodr ca imperfectnm quiddam est imagi natio.
Nomina vero et verba perfecta significant. (Boetii. op. cii.399.) ' V. Barbèra.
Discorso dell'indole
della filosofia t/a/iana. Napoli torna, poict^è se ne è mantenuCa e venerata la
storia. Onde perdutissimi devono esjsere chiamati que' coltiva tori di ogni
scienza qualsiasi, che non serbano congiunta all' insegnamento di quelle la
storia loro. O per paura il focciano de' confronti, o per ingratitudine alla
memoria ed alla eredità de' loro maggiori, o per insano orgoglio di volere
apparire primi e soli; vili se teraonla, spre gevoli se i loro avi calpestano,
stolti se in tanta superbia traboccano; avversando la storia, questa medesima
li dee senza pietà alcuna, in faccia al mondo, a perpetua tuale infamia
condannare. Non son altro che traduzioni i seguenti libri di Boezio, che
Aristotele intitolava: Analiticorumpriscorum et posteriorum Libri. Sono in
questi spiegate quelle due fondamentali maniere di argomentazioni, cioè, la
Sillo gistica e la Induttiva, le quali poi si divisero nei tempi posteriori
l'imperio delle filosofiche scuole. Imperocché la induzione, da Bacone in poi,
fu l' appoggio della scuola sperimentale, il sillogismo e la deduzione
occuparono esclusivamente le scuole idealiste o speculative. Ma nella versione
di Boezio potrebbero i moderni riprendere i veri significati di cotesti logici
modi, che sembra ch'essi abbiano smarriti. In Aristotele si trovano ben divise
cotesto significazioni; ma la filosofia d'Aristotele con siderata nell'aspetto
scolastico presenta una difettosa esuberanza di metodo sillogistico, più presto
che indut-^ tivo. L' induzione però ha per natura di procedere silenziosa col
fatto, e di procedere alla storica ana lisi del fatto stesso senza strepito di
conclusione: questa induzione che traspare continuamente nella Storia degli animali,
non fu nel medio evo tanto ap prezzata quanto il sillogismo, e per la sua
sorgente nel sensibile se n' ebbe sospetto non guastasse l' edifizio, dove non
doveva spirare che la dimostrazione per gli universali. Tuttavia ove fu coltura
di naturali scienze e di arti, ivi di necessità era V induzione anche allora ;
ma non figurava come filosofia. Né Aristotele intorno a questa tanti libri né
tante regole scrisse quante pel sillogismo. Se alcuni moderni adunque tolgono a
Bacone il merito della invenzione del metodo induttivo hanno ragione; egli la
ebbe da queir Aristotele stesso, del quale combattè l'esclusiva autorità nelle
scuole. Ma nes-" suno può contrastare a Bacone l'aver fatto per cotesto
metodo tutto quel tanto e in regole è in precetti, che Aristotele fece per il
metodo sillogistica, e trascurò di fare per T induttivo. L'induzione, secondo
Aristotele, non è che un sillogismo capovolto, il quale invece di cominciare
dal primo termine comincia dall' ultimo, ossia dimostra l'incoerenza tra A e C non
per B come il sillogismo, ma per G. Qui Aristotele si è fermato; e Bacone vi ha
fatto l' importante aggiunta della sua scala inductionis, per la quale si
riconduce la causa assegnata sull'effetto, e ascendendo e discendendo per
numero di volte e di esclusioni, e di tempo e di valore, e gra vità, vien
provato in fine che l' efletto si lega indisso lubilmente alla data causa, e
non ad altre. Questa si potrebbe chiamare la Dialettica del sensibile, imperoc
ché sieno i fenomeni che dialogizzano col pensiero del filosofo, e
costituiscono l'opposizione. I moderni schifando il canuto Sillogismo gli hanno
sostituito la parola De duzione, alla quale però hanno dato un significato
arbitra rio, e non quello che davanle i greci filosofi. Hanno creduto che la
deduzione e non la induzione conduca manifestamente alla causa : e questo è
falso. La dedu zione aveva presso i Greci forza minore di prova, che la
induzione. * E quando io andai al pubblico colla * Quale fosse il significalo e
il valore cbe Platone e il suo disce Patologia Induttiva ^ mi sentii
rimproverato di averla affidata ad uq metodo non atto a cercare né a trovare il
vero nei singolari, che a ciò non menava che la de duzione; e si disse di più
che se l' andare dal noto all'ignoto condupesse al vero, in natura non vi
sarebbe più verità nascosta p^ gì' intelletti. Io non risposi, perchè conobbi
che V opponente, che in altre dottrine aveva molto merito, in filosofia
sfondava poco; ed ebbi polo Aristotele coocedevano alla iodazione e alla
deilaziooe appa rirà chiaramente da! seguenti brani degli Analitici : a) Omnia
enim credimus per syllogismum, aut per inductionem. (Boet. Priar. Ànaime. L. I,
C. XXIII.) b) Ut si eorum quae sunt AC, medium sit B, per G osteodere A inesse
B, sic enim facimus Indactionem. (Ibidem) e) Et quodammodo opponitur Inductio
Syllogismo; nam hlc qui dam per mediam, eitremnm de tertio ostendit, illa per
extremam de medio. Ergo natura quidem prior et notior per mediam syllogi srnus,
Dobis autem manifestior qui est per indactionem {Prior Analitic. Ì.CWÌW). d)
Est autem Demonstratio ex universalibus. Inducilo (epagoge) autem ex iis quae
sunt particularia. Impossibile autem est univer salla speculari, nlsi per
Indactionem : qnoniam et quae ex abstractione dicuntur, est per Inductionem
noia fàcere..... Inducere aatem non babentes sensum impossibile est, singularis
enim sensus est; non enim conlingit accipere eorum sdentiam,. ncque enim est ex
univer salibus sine Induclione, ncque per Inductionem sine sensu. (Anali' tic.
poster, L. I^ C. XXIII.) e) Ergo aniversall quidem speculamur particularia,
propria autem non scimus, quare contingit et falli circa ea : yeram non con^
trarie, sed babere quidem universalem, decipt aulem particalarì. {Prior.
Analitic. L. Il, C. XXI.) f) Oeducllo (apagoge)'^Vilem quando medio quidem
primumpa lam est Inesse» postremo autem medium dubium (Prtor. AnalHie. L. II.
C. XXV.) Nella sentenza (d) Aristotele palesa cbiaramente il carattere del suo
sistema filosofico, cioè il suo troppo concedere al sentibiU, e r avere con
questa tendenza sacrificato in parte 1* Idealismo del suo grande maestro.
Boezio j qui considerato quale Scoliaste, rappre senta il correggitore d*
ambedue le esagerazioni. . 61 poi dopo varii anni la soddisfazione di vedere Io
stesso contrastatore intender meglio cos' era la sintesi induttiva negli studi
naturali, e quanto era il valore in essi del l' andarli percorrendo coli
intelligenza dal noto air ignoto mercè la induzione. Il sillogismo e V
induzione costituiscono due opposti metodi ciascuno dei quali preso esclusivamente,
dagli idealist^ prioio, dagli analitici >o sperinlentali iLsecondo, hanno,
s^ftnpre condotto al falso per la esagerazione, sia deiruno 0 dell'altro, ed
hanno fatto che le due fi losofie si siano sempre guardate in cagnesco, e '1
preva lere del /Vizio dell'una abbia dispersa l'utilità della congiunzione di
ambedue; o diremo meglio per non aver tenuto conto del mezzo congiungente, che
sono le ma tematiche. Imperocché queste intanto che si credono indipendenti dal
sillogismo, dalla induzione e dalla de duzione, non solo le contengono, ma
oserei dire che cotesti tre metodi li abbia insegnati primitivamente colle sue
trasformazioni la Matematica. E di vero lo schema del sillogismo si trova nella
dimostrazione del triangolo: la legge della filosofia naturale trovata e
insegnata dal Newton, che efietti naturali del medesimo genere haniio la
medesima cagione, è principilo filosofico della indu zione. Infine per trovare
il vero carattere della dedu zione, Aristotele si è servito di un esempio
matematico. Di maniera che dal. passo di Aristotele si può ricavare che la
deduzione tramezza il sillogismo e la induzione, e rappresenta la matematica
che si colloca da sé tra le due filosofie. Ut sit A docibile, in quo B
disciplina C justitia, èrgo disciplina quoniam docihilis mani^ festum, justitia
autem si disciplina dubium. Si igitur similiter aut magis credibile sit B C
quam A C, deductio estj propinquius enim scientiae per quod adsumpserint A C
disciplinam priut non habentes. Aut rursum si pauchra media sùìt B C, nam et
sic propiuqmus est scientiae. Ut si D sit quaèrangulare in quo autem E sit
rectilinea, in quo F circuhès: si ergo ejus quod eit E Fy unum solum sitm^edium
per linewres figuras^ cequa lem fieri rectilineo ctrculum, propinquius erit
sdentiae.^ Ì>a
cpiestò' esempio degli AdaUtìei, e dai brani da noi riferiti in ììota resulta
che le nlatematich^) come in più luogM si adopera d'insegnare Boezio stesso,
collocate tra l'una e l'altra filosofia, sono le vere maestre della ragione ;
in esse essendo combinati tutti i processi in tellettuali possibili che
conducono al vi^o. Ofnnis dbctrina et orhnis disciplina intellectiva. ex
prceexisteiUe fit co gnitionè, Manifeshm autem hoc specìdmt^us in omnibus,
MaibematiccB enim scientice per htmc modum fiuntj et aliarùm unaqueque artium.^
Altra ragguardevole òpera di Boezio furono i $uoi Commentari al trattato
aristotelico De^y^llogismo Cathe gorico. Al quale, dopo aver fette precedere un
lungo proemio, seguono due libri d'esposizióne, in che si di scorre di tutte le
forme o figure del priiho termine del sillogismo. Di simili figure ne lasciò
quattro Aristotele, e cinque ve ne aggiunsero i suoi più prossimi espositori
Teofrasto ed Eùdemo. Dal che sappiamo che tra le opere di Teofrasto eranvi pure
le esposizioni del summento vato libro aristotelico. Né qui taceremo le
diligenti è prolisse cure di Boezio nel primo libro df ben definire che sìa il
nome e che la voce, e che il vèrbo-, e che r orazione: e soprattutto intorno al
noosie egli si fernia. Nomm est vox designativa adplàcitum, sine tempore j
cujus^nuìlapars extra designativa est; vois autem dictum est quia vox nominum
genus est: omnis autem, de finitio Prior. ABalit. L. il, C. XXV. Md. Analitic.
Poster. L. I. C. I. a genere trahitur. ^ Cotesta definizione è poi disputata
parte per parte, perchè si dica ad phùitum^ e perchè sine tempore^ e via di
questo tenore. E per non essere noi rimproverati di fermarci qui in tali
quisquilie, di'^ remo d' averlo fatto ad espr^sa notizia di alcuni mae-'' stri
della nostra età, che tutto credono d'insegnarci essi per la prima volta,
asseverando, che v^nt' anni [la non si poteva definire il nome, e oggi
solamente sì ha questa fortuna. De SyUogkmo Hypottietico è l'altro trattato
filosofico originale di Boezio diviso in II libri, e da lui dedicato al suocero
Simmaco. Il quale, erasi doluto coa Boezio che né Greci né Latini avessero
scritto a sufficiem;;a su questa maniera di argomentare condizionata, che è pur
tanto nel comune uso, come dire, 5t dies est^ lux est In questa dedicai Boezio
noi^ è più il modesto giovanetto, che presenta e raccomanda una sua letteraria
fatica al suo protettore Simmaco; ma è invece l'adulto ed osse quente amico del
suo suocero, coi quale intènde dividere il suo lavoro, onde sia a quello per
amicizia piti accetto^, e a se medesimo per lai affettuosa compagnia meno
grave. Nessuno dei. Latini aveva discorso sul tema propostosi da Boezio: dei
Greci Teofrasto aveane soltanto sfiorata la superficie, ed Eudemo gittata un
po' di sementa, ma senza raccoglierne nessun frutto: in Aristotele nulla di ciò
8i rinveniva. E per fermo nello scolastico modo di filosofare apparve
necessario il rienrpire siffatta lacuna. Si ha altresì di Boezio il libro De
divisione; il quale incomincia colla sentenza di Porfirio nella Isagoge alle
Categorie, magna paHendi^ seu scentiwdwisionisutilitas. E per meglio
raccomandarla ai filosofi dei suoi teippi,. dice che Andronico ne aveva fatto
il soggetto d' un suo * Boetii, Ad Sullog. Cathegor, speciale trattato, che
riscosse molta lode da Plotino, e che Porfirio lo rimise in luce nella sua
traduzione del Sofista di Platone. Lo presenta ai Romani quasi come una novità
nella loro istruzione, ignotum nostris, e pre vede che sarà respinto da quelli
che non stimano le cose nuove. Ei vuole invece che le buone arti progrediscano,
e li conforta ad essere indulgenti e approvat^i delle novità, e non stringere
col freno della mtolleranza il passo libero alle romane discipline. Dentque
potius imm studiis^ nunc ignoscendojnuncetiamcomprobafido, quam frena bonis
artibus stringar^, dum quidquid novum est impudenti obstinaticne reptuliant, ^
Il libro De definiticne per quello scorrere che fa so pra quasi 9d una ad una
le più acclamate Orazioni di Cicerone, onde estrarne le classiche e svariate
forme oratorie della Definizione, adoperate da quel gran mae stro della latina
eloquenza, offre lettura estremamente piacevole. Potrebbe essere assomigliato
al Dialogo delle Grazie del nostro Cesari. T è una maestosa dipintura di quella
grande civiltà, dinanzi alla quale r eloquenza noa poteva che esser grande, V
oratore non poteva essere che Cicerone : e Boezio ti sembra P antico filosofo
che si ricrea, passeggiando anch' egli con nobile sguarda e movenza entro al
magnifico tempio di tante e si gloriose rimembranze. La gretteza:a del precetto
scola^stico spa risce di mezzo a tali esemplari, e l' animo si esalta avanti
alla definizione della Gloria lasciataci da M. Tullio, e giudicata da Boezio la
più perfetta. Gloria est Ulustris etpervagata recte faetorum etprcemagnorum,
vel in suos cives, vel in Rempublicam, vel in omne genus hominum, fama
meritarum. * Sono in seguito gli otto libri della Topica di Aristo * D3
Divhione, Vedi 1* esordio. » Boet. De Definii. tele e due libri degli Elenchi
de' Sofisti, ne' quali Boezio non è che semplice traduttore. Topicorum
Aristotelis libri octo^ cum iuorum Elenchorum A, M. Severino Boethto interprete
eic.^ Sembra però eh' egli alla Topioa d'Aristotele scrivesse alquanti
Commentar]; da che nella fine de'suoi quattro libri, De differentiis Topicis
dice espressamente : Quo autem modo de his Dialecthicis ra tionibus disputatur,
in hisCommentariis quos in Aristo telis Topica a nobis translata
cotìMcripsimtis^ expeditum est * I quali Commentar] oggi più non esistono.
Esistono invece i copiosi Commenti che Boezio fece alla Topica di Cicerone: in
Toptca Ciceronis Commentariorum Li- bri VI. Furono scritti ad esortazione del
patrizio Sim maco, il quale è chiamato nel Proemio, rethorum peri- tissimus, ed
alla sua amicizia dedicati e raccomandati. Soggiunge che Mario Vittorino lo
aveva preceduto in si mile lavoro, ma che per essersi soverchiamente diffuso
sulle prime proposizioni, intorno alle quali allungandosi in esempi tolti da
Terenzio, da Virgilio e da Platone giunge sino a quattro volumi, di tutto il
resto della To^ pica Ciceroniana non toccò affatto: onde Boezio la com mentò
pienamente. Ed aggiunse a tali Commenti le differenze Topiche, che sono quattro
libri originali di Boezio, ove i luoghi e di Aristotele e di Cicerone* e di
Temistio sono messi a confronto, e con diligente ed argutissima critica
esaminati. De differentiis Topicis Libri lY. Nel commento alla Topica di
Cicerone, subito dopo il Preludio, e dove Cicerone tocca del merito di
Aristotele di aver aggiunto la Topica (ars inveniendi) alla Dialettica [ars
judicandi) che sola coltivavano gli Stoici, Boezio ci insegna quale fosse
presso gli antichi filosofi il vero significato della Dialettica, e come sì *
Dalla pag. 662 a pag. 757. • De difftftnt. Top. L. Iti,887. questa che ia
Topica fossero dai Peripatetici raggrup pate sotto fl iììdto gNìerak di Logica.
Presso i filosofi deatìci adunque ebbe origioe la dialettica, adoperata da essi
e insegnata per gioi^ere, giudicando, alla af fBnnazione dd vero. Platone
invece pensò che cotesto vero prima di giudicarlo bisognava saperlo trovare, e
Tarte di trovarlo, ossia il processo intellettuale mercè il quale si trova,
chiamò Dialettica. Ond'è che questa parte di filosofia che presso g^ Stoici
riducevasi di fre quente a (va torìo e inconcludente bistìccio, assunse presso
i Platonici il carattere di vera arte di trovare il fonte della dimostrazione.
Imperocché per essi o-a la fecoltà del pensiero di dividere 1* una idea nelle
molte sue partì, quasi sbriciolamento dd gjeoere in tutte le sae ^Iferenze e le
sue spedo, e di riprendere via via tutte queste parti e ricondurle e
raggrupparle nell' uno. Ari stotele chiamò Lc^ca la riunione di ambedue le
dialet tiche degli Stoici e de' lialonici, ins^nando che Y ufficio simultaneo
dì esse è di de^nire, dì divìdere, e dì rac coglier e o riumre. 11 tutto di
questo processo mentale è Logica, che Cicerone chiamava l'accurata ragione del
discorso. Quel raccorre p^rò o unificare che fai la mente, fu soddìv»o in tre
modi dal Licèo, sia nd dimostrare con argomenti che scendono da verità necessarie
(Logica), o da sole {Nrobabilità (IKalettica), o da assdnU felsità (Sofistica}.
Per Aristolde adunque la dialettica fu ridotta ai probabili e ai varisimìli, e
fu cosi raumilmta dal si gn^Scato platonico per attribuire invece qnd
significato aDa sua logica. Di qui venne che la dialettica posta dai
P^ipatetici nel pendìo ddla srfstìca, da loro fu più spesso adoperata nelle
sofistiche disputazionì, o nel senso d^ Stoici, o^ier aumentare cavillando: e
per data la via tracciatale da Platone valse a smarrire la ragione e viziare la
filosofia E perchè fecea parte della logica, Don a torto i restauratori della
filosofia dei primo secolo XYI, derisero e condannarono la logica e la dia
lettica aristotelica delle scuole, come vana e pregfudi cevole aHa vera sapienza,
fosse fisica o metafìsica; né inopportunamente i' Accademia Pìatoiìi ca
capitanata da Marsilio Ficino si adoperava a ripristinare la dialettica di
Platone in filosofia. Ma questa pacifica conversione non produsse il suo
effetto, finché la critica a colpi di verga, e la fisica con badiali fatti e
scoperte non la cacciò dalle scut4e. Che se Aristotele non avviliva la
dialettica del suo maestro confinandola nei probabili sol tanto e nei
verisimili, onde surrogare la sua logica nel posto di quella, i sunnominati
filosofi restauratori tro vavano il processo mentale della induzione compreso
nella stessa dialettica platonica, e non avrebbero gri dato al mondo ch'essi
rifacevano la filosofia, come Bacone disse, ab imis fundamentis. Boezio però
quan tunque del suo Aristotele ammiratore, affinchè la defi^ Dizione della
dialettica platonica rimanesse al suo posto e nei suo valore, accortosi della
superfluità della divi sione aristotelica, dopo fattane la storia, ritorna
alla. divisione più semplice, cioè a quella anteriore al Licèo. Rurstés ejusdem
Logico altera divisto est, per quam cb ducitur tota diUgens ratio disserendi in
duas partes, unam inveniendi, et alteram jddigàndi ; td autem videtur efftam
ipsa Logicoe definiti^ mostrare; nam quia Logica^ ratio disserendi est^ non
potest ab inventione esse separ rata. * Operatasi la restaurazione della
metafisica dai Vico, presso i nostri contemppranei, la dialettica riprese il
suo significato platonico, e dentro ài recessi della filo sofia deir Hegel
tanto si allargò, che quasi la rappresentò * In Topie. Cicer GoinmeDt. tutta
intera. Imperocché non poteva essere che tutta logica operazione quella che
l'Hegel si assunse, di identificare il processo embriogenico della natura con
quello deir intelletto, e di rimpiattarsi nel non ente, per dare al difuori Io
stupendo spettacolo del movimento dallo involto allo svolto e al divenuto, e
quindi allo scomparire di questo e al ricomparire dello stesso germe che torna
a ripetere le stesse fasi genetiche fino al l'Eterno, nel quale s' immerge per
rientrare nella mente del filosofo. 11 quale se non istà sempre colla mano al
manubrio della macchina per mantenerle lo stesso moto girevole delle creazioni
e distruzioni, tutto tornerebbe nella muta quiete del caos. Il filosofo prima
dell' Hegel avvicinava, interpretava, dimostrava per leggi, accet tando il
fatto d'una Causa prima creatrice dell'universo, e delle stesse umane muta
quiete del caos. Il filosofo prima dell' Hegel avvicinava, interpretava,
dimostrava per leggi, accet tando il fatto d'una Causa prima creatrice
dell'universo, e delle stesse umane intelligenze. L' Hegel ha detto in vece a
se stesso e a tutte le menti umane: la Causa prima son'ìo; e il mio pensiero è
di ogni cosa il creatore, come svolgendosi e divenendo lo è di sé stesso. Così
ri pensatosi bene bene, e convintosi del /b tu/to io^ e per. insegnare ad altri
come si ottenga tale convincimento, ossia per mostrarsi filosofo inventore di
tanta filosofia, gli fu mestieri piotare sì sodo nella dialettica, che que sta
ogni cosa identificasse; non essendovi contrario in natura e nel pensiero, che
possa sfuggire alla sua dia lettica identificatrice. A tale estremo erroneo, e
immen samente pernicioso alla morale, alla religione e alla ci viltà, esagerato
ed abusato anche di più dai suoi imitatori, commentatori e seguaci, è giunta ai
nostri tempi la dialettica allemanna. Non tutto ciò che si può annettere si può
egualmente conciliare e identificare; come il co^ir ciliato non si dee
confondere coli' annesso né coli' identico. Ciascuno di questi momenti
dialettici ha il suo carattere e i suoi confini particolari, al di là dei quali
non può consistere De il retto né il vero. Che se V Hegel mede simo nella
Filoso^ della storia dice che la filosofia accetta i fotti storici quali si produssero
nel corso dei secoli; strana cosa apparisce che questa filosofia, che
identifica lo spirito poli' universo e con Dio, quanto alla storia dei fatti
umani si senta forzata a non potervi filo sofare, che a condizione di
accettarli quali sono; onde r applicazione ad essi del pensiero e della ragione
filo sofica non sai:à mai identificazione, ma pura annessione. Ed ecco che il
superbo pensiero che si collocò ardita mente al di sopra dell^ ente supremo e
di tutte le umane intelligenze, persuaso di far tutto in sé e da sé, dimanda
poi il. permesso alla Storia di recarsi con una ragione semplicemente
ermeneutica nell' immenso teatro dei fatti umani. Del preteso paganesimo di
Boezio e delle sue opere teologiche, e del libro De Consolatiotie, Più volte
nel corso della nostra storia abbiamo do vuto fermarci; non senza profonda
amarezza, a consi derare i sofismi, le invidióse dubbiezze, e le ingiustizie
colle quali una cotale società moderna di Critici, alla quale non si può negare
dottrina vastissima, va conti nuamente rosicchiando e travolgendo le più
venerate tradizioni, le opere de' classici i più insigpi, i d( le memorie dèlia
nostra latina letteratura. 0> abbastanza aperti i fini di cotesta scuola:
que sostituire la loro letteratura alla nostra : lettei appena cominciava a
vagire, quando la nostr della forma cristiana, faceva ris^gere la civiltà y e
i-^* stituiva al medio evo gran parte dell* antica sapiènza. E V altro fine è
quello di accrescere la mostruosa falange dei precursori della loro Riforma.
Quindi )* abbassamento di tutta la cattolica sapienza, quindi lo «pigolare
nelle opere, e se ciò non vale, nelle vite deMorò autori., qual che detto 0
fatto che possa trasformare il cristiano in pagano, il cattolico in incredulo.
Ecco donde derivò l' odierna prova di due o tre critici germanici di trasfor
mare Boezio, cui non si poteva negare il merito di aver fondata la Filospfia
del medio evo, né come laico e del jsesto secolo era compreso nello scherno di
che essi rau miliano il sacerdozio, da quel cristiano fervoroso che. da tutti è
stato decantato, dajla Chièsa, dai dotti e dal popolo, per il corso di oltre a
mille anni, di trasformarlo, dissi, in un pagano! Né sembri ad alcuno ozioso
trattenimento, nella' storia della Medicina, questo del preteso paganesimo di
Boezio. Quando noi passammo dalla medicina pagana alla cristiana, passàggio che
incontr'ammo in Alessan dria, e a capo del quale, nel nostro capitolo §ulla
Medi cina de' Padri della Chiesa avanti gli Arabi, ponemmo Clemente
Alessandrino, dimostrammo come la Igiene ne venisse, sostanzialmente
modificata, ed altre non lievi modificazioni ne subisse la stessa pratica d^a
scienza; e come nei cultori di essa il nuovo sentimento di carità cristiana )
sì verso i fratelli che nella società, si presen tasse cdD un carattere nuovo,
tutto distinto dal pagane simo. Il qual carattere divenne poi informatore in
parte della medicina bizantina, e intieramente poi comprese quello della scuola
di Salerno. La igiene di questa e degli statuti monastici ed equestri, e quella
dei comuni nei secoli XIII e XIV procedette con gli stessi principi : la
filosofia di Galeno, che nella scuola bizantina appena apparve, prese carattere
cristiano dal medico Costantino nella scuola di Salerno; ma sì lievemente che
non s'insinua nella scienza: e le teorie ne furono si languide, vaghe ed
incerte, che io potei affermare che la medicina bizantina e la salernitana
mancarono di filosofia. Scei^ dendo intanto da Salerno alla scuola di Taddeo
neU' uni* verità di Bologna, la medieina si presenta con una filosofia, che ha
la sua composisibne e il suo deciso carattere. Ma qual è questo trattore? è il
pagano? è T arabo? no: è il crist^no. Ora dunque io doveva ricercare donde le
fosse venuto. La filosofia de' Padri non mi bastava, perchè dopo la scuola di
Sa* lernadove la medicina fu un mista di monastico e di laicale; la scienza
nelle susseguenti università si spo gliò del sajo de' monaci, e vestì sembianze
affatto lai cali. Era pertanto a vedersi se nessun laico avessela composta, sì
che comprendesse non solo la parte spe« culativa, ma V altra che più bisognava
alla scienza, cioè la unevole alla fisica e alla matematica. Cercandola al
contrarÌQ in S. Tommaso, in Alberto Magno, e nella serie insomma di que'
studiosi di filosofìa che si trovano risalendo la storia dal XIII al sesto e al
quinto secolo, io non avrei trovato che una filosofia clericale, oppure la
averroistica anteriore a S Tommaso. Ma la filosofia di Taddeo non è né
tomistica né araba: essa invece come a suo luogo vedremo, è laicale ed è cris^tiana.
Ri monta adunque di necessità a queHa di Boezio, la quale poi riconobbero come
autorevolissitnane cristiana que' sa cerdoti che filosoforono da Alenino in giù
Sina all' Aqui nate; imperocché non vi è filosofo nel quale non s'in contrino
Boeziane sentenze. Doveva adunque h storia nostra, il meglio che per noi si
poteva, far conoscere la dottrina filosofica di Boezio, prima come quella del
sommo laico del secolo XV e YI, éppoi come filosofia. La medicina da Salerno
scendendo nelle uni versità latine aveva seco cotesti due caratteri. Taddeo vi
aggiunse a Bologna nel secolo XIII una filosofia, la quale derivò anch'essa da
quella di Boezio, ed oltre al mostrare frequenti analogie colla ecclettica di
Galeno, ritiene come nuovo ed essenziale il carattere di filoso fia cristiana,
che Boezio sì altamente venerato e sempre rammentato da Taddeo, avevale in modo
palesìssimo e incontrastabile compartito. Ora dunque se air odierna scuola
critica germanica riuscisse di ghermire cotesto carattere storico, e confonderla
tra le pagane, spac ciando Boezio, donde derivò la sua origine, per un pa gano;
il primo periodo storico nel quale la nuova filo sofia latina si unì alla
scienza della salate, sarebbe affetto perduto; e le differenze tra la filosofia
delle scuole di Parigi, di Montpellieri, di Padova e di Bologna sareb bero
irreperibili. Imperocché la scolastica latina si pre sentò con indole diversa
in tutte cotesto scuole; la quale indole non pochi né lievi cangiamenti
interpose nel ca rattere della scienza; mentre la scolastica seguita da Taddeo
in Bologna e propagatasi ne' suoi discepoli si ravvicinò alla romana, ossia
alla cattolica; quella di Montpellieri e di Padova Tuna dopo l'altra si
arabizza rono, quella di Parigi s'avvinghiò a' nominalisti. Nella storia delle
scienze se per capriccio o per errore si rompa dalla critica un solo anello
della loro concatenazione, r edifizio storico perde la sua squadra, la sua
armonìa, la sua unità nella quale sta la scienza; e ogni fatto si slega dalle
sue attinenze, e così slegato è una protesta contro la scienza e contro ogni
storia di essa. 0 bisogna adunque cancellare tutte quelle numero sissime
testimonianze storiche, che dimostrano ne' filosofi cristiani del medio evo la
influenza della filosofia di Boe zio ; oppure concedere che la odierna pretesa
di alcuni dotti di convertire Boezio da filosofo cristiano in un pa gano è un
capriccio e un errore. La storia quindi tro vandosi condotta su questo dilemma,
non può restare indifferente agli artifizj che la critica moderna ha ado perato
per fare accettare il suo nuovo concetto: e noi dobbiamo sobbarcarci al
disgustoso esame^ il quale principalmente si aggirerà, sdir opera del Louis
Judicis de Mirandola * venuta in luce in Parigi nel 4861 Impe rocché in questa
Opera, asserisce T illustre autore che si riuniscono gli argomenti di tutti
quei campioni della critica slorica alemanna, i quali si provarono a radiare
dal catalogo degli antichi Ob barius: ma quello che egli segue, imita aticapia
più vo lentieri è FOhbarius, uno degli ultimi commentatori del poecnetto De
Consplatione di Boezio, d. edit. T. Ili, Romae Tip. Val. 1843,315. > Boethii
de Consol. L. III. Met. di stile diverso dalie altre due note opere di Boezio:
De duaJbus in Christo mturiSy e T altra: De Trinitate, nelle quali v' b lo
stile medesimo di tutti gli altri suoi scritti, non debba attribuirsi a Boezio:
e questo dub bio esterna arditamente, come Giorgio Valla e il Man cinelli
avevano a' suoi tempi, cioè nella seconda metà del secolo XVI, messa fuori
l'opinione, che i libri Ret torici di Cicerone ad Herennium fossero opera di uh
altro dotto e non di Marco Tullio ; sebbene questa ardi tezza non fruttasse a
que' due letterati che il pubblico disprezzo : Omnes id lucrati, ut apud
eruditiores vel stupidi vel pertinaces dici mereantur. * Il Mirando! avrebbe
dunque qui stranamente cre duto che il dubitare dì Galerano, che il libro De
Con solat ionè appartenga a Boezio, sia lo stesso che dubitare che Boezio fosse
cristiano ! Veniamo ad Ugone Grozio ed ai suoi Prolegomeni alla Storia de'
Goti, cui si at tiene il Mifandol. Grozio fa innanzi le molte lodi di Teo
dorico e massimamente della sua tolleranza verso i cristiani, ed appoggiato ad
Ennodio ricorda i favori fatti ai vescovi ed alla Chiesa di Roma; ma della
morte da quel re data à Simmaco e Boezio, dice: non excuso; illud tamen video
aetum ibi non de religione ^ quae Eoe thio satìs Platonica fuit, sed de Imperli
statu. * Il Mi 1 Ego igi(ur si ingenue fatear id quodres ett etsi ieio quam ma*
gnammki moveam hac opinione invidiamt et plus quam Camarinam^ dicendum tamen
est quod animo seitet meo ; mihi quidem magis Phi losophic^m opus videtur quam
Christianum, nee tamen indignum quod a Christiano homine legatur, sed indignum
ut ab eo scriptum credatur, qui ipsi Christo j dato in sacro Baptismate nomine
/ipsum anteseriptis professus. (A. M. G. Boethii pbilos. el Tbeolog. Princi
pis Opera omnia. Basileae
1570.Henrlci Loriti Glareani Praefatio. a 3.) Ed è il Gbreaao slesso che qui
iniltola Boezio, Teologorum Princeps ! ' Rag. Grotii Proleg. Histor. Golhor.
etc. Amstelodam, apud Elzevir. randol ha sentito un po'd' odore di pagainesinio
in quella satis Platonica. Ma in tutta la storia della Cristianitàl e della
Chiesa noi troviamo a ciascun secolo, presse moltissimi scrittori oristiani
apparire la religione, quando satU Platonica, quando satis Aristotelica ^ e
quando an che nimium philosophita: e non pertanto la Chiesa, se non sola
allorché i loro filosoferai contrariavano il do gma, ha lasciato di ritenerli
come propri Agli. Ugone Gro^ìo in cotesto passo non ha nemmen pensato a con
trastare la cristianità di Boezio; dove anzi volendo scu- sare Teodorica, ma
scemargli V atrocità di quella con danna ^ accusa Boezio non di pa^no, ma di
cos^piratore, e questa dice la causa della sua morte. Ultima fra le autorità
cui è ricorso il Mirandol è quella del Brukero nella Storia crìtica della
fitosofìa, della qual' Opera di quattro o sei non piccoli volumi, secondo le
edizioni, egli non cita né tomo, né capitolo, né pagina, temendo che al lettore
venisse* voglia di riscontrare. Imperocché il Brukero dice precisamente il
contrario di ciò che vorrebl)e il Mirandol. Nella mia edizione di Lipsia 4743,
Tomo III si parla distesamente di Boezio a5i4, e a p, 566. Ner primo luogo dopo
avere esaltata la dot trina del senatore romano e i suoi studj filosofumi fatti
in Atene, é il platonismo de' suoi carmi sparsi nel libro De Consolatione, onde
non sia confuso con altri filosofi dello stesso nome, dice; ab aliis Btiethiis
suo looojam adductis facile hunc distinguiti et aetas, et Consulàtus dignitas^
et Cristianae religionis professio. Nel secondo luògo sostiene, che la sua fama
crebbe in autorità presso gli ecclesiastici, anche dair essere Tiota la di lui
amicizia cori S. Benedetto; tradizione che il Brukero non affatto rifiuta, e
pone Boezio s\ nel capitolo de' filosofi dell'an* tica cristianità, come alla
testa di essi lo ripone nel ca pitolo che segue, dei filosofi cristiani deir
Occidente. Questo dunque è il giudizio d'una Storia critica, che se il signor
Mirandol lo avesse bene riscontrato nel testo, non r avrebbe citato in appoggio
del preteso paganesimo di Boezio; pretensione che non si è affacciata che nella
odierna felice età della Critica storica. £ sebbene non paia, però si vede che
grande differenza vi deve essere tra tutte due le Critiche, se l' una V ha
detto cristiano, e l'altra lo dice oggipagano. E la differenza è questa, che a'
tempi del Brukero la Storia Critica pensava col proprio e col pensiero altrui,
per dire di Boezio ciò che doveva; e la Critica storica, pensa solamente entro
a sé per dime oggi non altro,, che ciò. che vuole* Il quale si^ stema è proprio
del Bomanzo jstortco, e non della vera storia. Per il mio assunto io credo, che
dopo avere dibio^ strata la falsità di queste prime citazioni del Mirandol,
potrei chiudere il suo libro, e più non curare quanto egli sia per dire nella
sua Introduzione del suo immagi^ nato Boezio ppigano. Ma non sarà inutile
continuarne r esame onde la gioventù vegga con quali e quanti am^ iBinicolt si
studia oggi cotesta scuola di stremare, dove può, la nostra antica grandezza
latina, e la nostra lette-* ratura laicale e sacra del medio evo. Ogni nazione
ha diritto, e sta beae Robolini. Notizie storiche di Pavisi. Milano 1833. *
Aldini. Antiche lapidi ticinesi. Pavia BOONCOHFAGNI. Op. Cit t843. ' Rrale.
Ricordanze della vita di Boezio. Milano 1853. * Bosisio. Intorno al luogo del
supplizio di Severino Boezio con un'appendice sulla di lui santità. Pavia 1855.
Debbo grazie al l' amicizia e generosità del dottissimo prolessor Carlo
Milanesi, che sebbene occupato ancb* egli d* un letterario lavoro sopra Boe
zio, Yol le comunicarmi la erud ita Memoria del Proposto di Pavia, sommamente
onorevole al Clero -Italiano.; e Ritter D. Henri. His toire de la Philosophie
chrétienne. T. deuxième,530. Paris file d«i sdpralodaH sortUori nostri ifpezzo
la mia lanoia coir ultimo de’ nemici, il -quale oomiitcia ed' suoi colpi per
gittare a terra le teatimoniaoze coutemporaiiee» Chi è per lui il saoto Eimodio
Vescovo di P^ via, amico e cornspondeDte di Boezio^ sul quale e sulla intera
fami^ glia Aoioia, egli Ennoéio invoca le benedizioni e la grar* sie di Dio
onnipotente? * Un adulatore di Teodorieo, un oortigiano, un retore che legge
Orazio e imRa Ausonio e Marziale, un cristiano indifferente e alla carlona, di
quelli insomma dei quali la familiarità e l' amicizia non escludono il
pagdtneaimo di Boezio. * Ma Bnnodjlo lodava Teodorioo per mantenerlo fautore
delle chiese oriatian»! lodava 1^ scelta di buoni vescovi che egli avea btta:
le^ dava 1 aver dissipato uno aoìsma ocdla cotìvòoazione di un Sinodo:
lodavaio. eh' e' si fosse valuto delle preci an^ che de' veacovi cattolici per
conseguire suoi intenti col celeate aiuto. E queste cose le potea vedere il
Mirando! anche nella Prefaaione alla storia de' Goti di Ugone Gro^ sto,
appoggiate alle citazioni di Ennodio, di Vamefi^ido e Zonara, e di Ga^siodoro,
Che poi la lettura e la ifoita zione de^ claasici latini del paganaaimo invece
di esa^ .lodata, coma quella virtù nel clero cattolico che valse a sostene^-e
la cadente letteratura romana, sia voltata in argomento del debole spirito
cattolico. del santo vescovo, la è una di quelle improntitudini svergognate che
si sa rebbe tollerata appena in uno storico della scuola del Volterò: ed è gran
dolore il vederle uàcire oggi dalla Critica storica, come segno evidente del
guasto maggiore che hanno messo costoro nelle menti de* dotti coqtem poranei !
£ Cassiodoro chi era per il Mirandol ? il per^ ^ Ennodii S, L. 1. Epist. 1. i?M
trgo amnipoietUi fratm ^m in vobis, dum velerà familim ve$tr(Bt boH9 euitodU,
not)« muUiplù eat et quod plu9 eil apice digniiaiif diguQi f^t e^$e culminibus,
* iDtrodacttoq, fetto modello del cortigiano del Basso Impero ) ehe so* lamenta
quando vide precipitare la gotica monarehia, mesto, avvilito, e per vecchiezza
imbecille, si voltò air ascetismo, fondò il monastero di Vivaria, e vi si
rìnchìusa/ Poi domanda ^ perchè se era buon cristiano, dopo la morte di Boezio,
per, amicizia e per zelo-religioso Qon 81 fece dal tiranno straliciare anche
kii? Perchè non 6i allontanò dalla corte, ma invece instigò Teodorico a
Doniinare successore di papa Giovanni I, il prete Félice, contro il votò anei
in dispetto di tutti i cattolici ? ^ Ora sappia il critico di Parigi, che sì
sfaociatamente io*^ sulta alla virtù di ^n uomo benemerito della letteratura
del medio evo, e da tutti (ino ai nostri giorni esaltato è venerato, che il
monastero non fu fondato negli ultimi anni del regno di Teodorico, ma molto
innanzi, e quando egli Cassiodoro non era certamente nò tiiTranto pè rini'*
becillito dagli anni. Sappia che nò la morale di Tullio né quella di Seneca che
hanno trattato dell^ amicieia, né quella stessa della Chiesa hanno obbligato
mai nessuno neper dovere di amicizia,, uè per zelo di culto conforme a farsi
impiccare, ove T amico da regio ideerete^ e piar causa religiosa fosse
ingiustamente condannato alle for che: e sappia che dalla morte di Simmaco a
quella di Teodorico passò, secondo Procopio, sì breve J' intervallo, che in
esso il re lacerato dai rimorsi, a tutto altro pensò che a nominare il
successore a papa Giovanni. Quindi cotesto Prete Felice trovato dal Mirandol,
noti potendo esser quello che la storia ci dà come vissuto sotto i. poote6ci
Simmaco, Felice e Hormisda, e dallo stesso papa Felice mandato in ambasciata in
Costanti^ nopolì all'imperatore Zenone, non si sa qual altro Prete Felice possa
essere. E 'siccome il Mirandol non Cita nes Mntrodaction.» sun autore da cui
abbia ricavata la narrazione che inette a carico di essere. E 'siccome il Mirandol
non Cita nes Mntrodaction.» sun autore da cui abbia ricavata la narrazione che
inette a carico di Cassiodoro, finché egli non cel dica, noi la terremo per un
pretto gallicismo, ossia non altro che spiritosa invenzione. Vilipese in tal
modo le testimonianze contempora nee di Ennodio e di Cassiodoro, passa T autore
col suo libero esame sopra la cristianità di Simmaco suocero di Boezio, ^ sopra
le autorità quasi contemporanee,, ò poco discosti di Paolo Diacono, e de'
Dialoghi di papa Grego rio Magno. E sapete voi perchè Simmaco non fu cristiano?
perchè il suo avo non lo era, e perchè se egli delia sua casa si fosse
convertito per primo, se ne sarebbe £atto un fracasso per tutto il mondo
cattolico, come dice San t'Agostino che avvenisse quando in Roma si battezzò il
retore Vittorino. Ma nelle stesse Confessioni dove Ago stino racconta ciò,
aggiunge che Simpliciano domandò a Vittorino se voleva che la ceremonia fosse
fatta in pub blico, ovvero privatamente e celatamente; e Vittorino rispose che
fosse pur pubblica. ' La Chiesa dunque be mgnamente ammetteva in que' tempi
anche taU batte simi privati, per coloro che da sociali condizioni, seb ' Tra
papa GiovanDÌ I e Bonifazio U, la cronaca pontificia del VI secolo colloca an
Felice III, gut EaieBiam multa pietate pruden iiaque multa edificai quatuorque
annorum Póntiftx tratait ad Deum vano 530. Tbe^uras l'atrùm. Medici. Il$30
ìxi-%, voi. I, p. 136. latrod. ad SS. Palrum leetionem auctore A. B. Caillou.
Se mai fosse questo il Prétre-Félix che il Mirandol dice Cassìodoro aver
suggerito a Teodorìco per successore di papa Giovanni, a quel che sembra, sa
rebbe riuscito un eccellente pontefice. ' S. Agostino. Confess. L. Vili. Gap.
ti . • Fu offerto a Vitto rino se ciò (ossia la professione di fede) volea fare
privatamente come spesso si era fatto da altri che si vergognavano di queir
atto pubblico; ed egli non volse accettare questa offerta, eleggendo di
professare la sua salvezza alla presenza della santa moltitudine; mentre aveva
pubblicamente insegnata la Reltorica, dove non si trovava la salute che in
questa riconosceva. » bene aspirassero alla nuova fede, fossero trattenuti di
farli in pubblico. Il socero di Boezio, dato pure che fosse il primo cristiano
della famiglia, poteva dunque essersi bagnato nel sacro fonte privatamente, e
senza quel popolare scalpore, l'eco del quale, secondo il Mirandol, doveva
giungere fino a noi. Ma noi non abbiamo bisogno di cotesto eco : ne abbiamo uno
che invece di venirci dal popolo di Roma, il santo vescovo Ennodio ce lo fece
scendere dal cielo. Ennodio benedice la famiglia di Boe zio nel nome di Dio
Onnipotente: il quale se non è per il Mirandol il Dio di Orazio e di Marziale,
è il più edificante battesimo, che un santo vescovo possa dare ad una famiglia
cristiana. Ancora si dee tener conto della fòrmula: Vale in Christo nostro
Romanae gentis nobilitasi colla quale Ennodio chiude la sua Episto la Vili. 25,
a Simmaco diretta. E qual conto fa l'au tore del Dialogo di Gregorio Magno,
dove Simmaco apparisce evidentemente cristiano? Vi spiattella a un tratto, che
cotesti dialoghi sono apocrifi: il solito sot terfugio di tali signori, quando
si trovano alle strette con un documento. E Paolo Diacono scrittòr della metà
deir 80 secolo, che chiama apertamente cattolici Sim maco e Boezio, morti nel
secolo 6», qual testimonianza fa per il nostro critico? Non bisogna crederla,
perchè testimonianza « aussi peu éclairée, aussi tardive. »* Ecco come sì è
distrigato 1* autore dalle confessioni contemporanee, e da quelle dal sesto
secolo poco di stanti. Ora si viene a quelle dal nono in giù, che sono sempre
più numerose e incalzanti, per scrittori ed opere della pfù grande celebrità,
per codici manoscritti disseminati nelle più ricche e famose biblioteche, per
distici, per iscrizioQi, per statue e moDumenti eretti dentro Roma ne' palazzi
dei Principi cattolici e pelle Pri maziali, per putto popolare di santità, per
commenti, |;radu9Ìooi e biografie ^ fino ad Alberto Ms^gno, ad Abe lardoi a Sao
Tommaso Aqaioate, e subito dopo a Pante» fi Petrarca, e quindi a Saot' Antonino
dotto vescovo di Firenze, e al decimo sesto secolo quando Cosimo primo ipvita a
volgpiri^^re la Cioiisolatpria di Boezio, il Pome oichi^ il BartoU Cosimo, e
Benedetto Varchi, tutti e tre ripetitori della concorde sentenza d' oltre a
sette secoli indietro. Ora questo immane deposito di preclara unani^ mità
storica, questa, la direi quasi, epigrafe scolpita nel granito delle nostre
Alpi, come è rispettata dal nuovo traduttore ? come se non avesse inai
esistito: e se gliene chiedete la ragione, egli vi risponde a à cette epoque,
nous Tavons dit, la Critique historique n'était pas née. o Ond'egli per uscire
dai grossolani errori, e dalle leg^ gende dell' epoca sfortunata avanti la luce
della Critica storica, accetta la vaga ipotesi dell' Obbarius, che al* lora
appunto avvenisse la trasformazione del Boezio pa-» gano in cristiano nelle
volgari credenze, per i^n evento «ingoiare d' omonymia fra tre o quattro santi
Seyerini di tale epoca) in uno de' quali sarebbe stpito scambiato il nome del
console Severino Boezio. Questa congettura dell'abile critico di Jena, vale
assai più, secondo il Mi randol, che l'autorità d'uomini stimatissimi pel non
breve spazio della storia della letteratura cristiana di settecento anni.
Nientedimeno pur di poterla in qualche modo appoggiare, egli applica il suo
libero esame sulla Epigrafe che Gerberto ossia papa Silvestro II compose per il
monumento, che volle erigere Ottone III nel de cimo secolo alla virtù ed al
sapere di Boezio. Non vi trova detto che fosse cristiano. Dunque lo stesso papa
ne dubitò. « Le croyait-il paien? Nous ne savons; mais pour nous, le pagaoistne de
Boéce n^est pas douteux.» Si vede che V autore non è molto iatruito della epigrafia
sepolcrale cristiana: 4 perchè o antlphe o moderne che sieoo tali epigrafi, di
ceato, appena dieci parleranno del culto professato dal defunto: 2^ perchè
quando pel lin guaggio della Chiesa usavansi le voci preclarai preimQ ed altri
simili^ coo^e dice la iscrizione di Gerberjto pr(^ Clara m^t»^ voley£^ dir
porte più che cri^tiapa :* d"* Che set>bene ad esefppio, venerabile
potesse applicarsi tanto a un vecchio pagano quanto a un cristiano» sibila tpmba
del Beda non furono messi che questi due versi : ifaoel in hao /b«ia, BecUs
veneraAilis ossa:* 4» perchè Qep* berte sapeva, che )a fama della cristianità
di Boezio era già radicata ne' secoli a lui anteriori, per ciò che ne ave^^ van
detto e Paolo Diacono, e Adone arcivescovo di Vienila, e Rabano Mauro, i di cui
versi in lode di Boesio tene vano questo distico : At Cbristo placuit, cuip non
tibi, Ghote, placeridt; pt meruit vitam perpetuarpque Sophus. Ma questi
argomenti nulla varranno pel nostro au tore, il quale col suo raffinatissimo
tatto storico, nel silenzio di Gerberto sulla cristianità di Boezio, ha sa puto
riconoscere una f réticence évidemment calculée » cioè un presagio del profitto
che ne avrebbe saputo ca vare un giorno la Critica storica: ne' seguaci della
quale tali raffinamenti s'incontrano spesse volte. II Renan, per esempio,
quando si trova dinnanzi al Petrarca che gli sberta e gli strazia il suo
Averrhoé, egli yi dice, che nel cattolico poeta non erano di buona fede codeste
fi * Roslsto, op. de.57. * Bedae Venerabilis 0(»era omnia. Basileae. T. Vili,
infine Vita Bedse Venerabilìs. . lìppiche, e uè cita in prova il sonetto contro
Roma.' Quando un tal altro della stessa pasta si trovò al cospetto
dell'affresco di Raffaello, La messa di Bolsena, dove è dipinto un bel giovane,
che sta voltato non air altare ma alla gente che è in Chiesa, riconobbe che il
pittore volle significare nella sbadataggine di quella figura, la miscredenza
avverroistica, che in Italia durava ancora nel secolo decimosesto ! Così con
illusioni moderne pre^ tendono i devotissimi discepoli del Niebhtir di combat
tere quelle che chiamano illusioni antiche: pertinace e scaltrita tenzone, che
spera nelle immaginate vittorie di mettere presto alla pari Tito Livio con
Gualtiero Scoto ! Ma veniamo air estremo della questione. Le Opere teologiche
di Roezio De trinitate, De duabus ncUuris^ed altre consimili, sono elleno
veramente del console Seve rino Boezio, 0 di altro qualsisia antico scrittore ?
I no stri Critici quasi stanchi de' loro aggiramenti per tor tuosi sentieri,
giunti all'orlo di questo borro, non hanno voluto passare al di là sul ponte
delle tradizioni e delle testimonianze ; ma si sono fermati dicendo : qui
finisce Boezio consolo: al di là non sono che apocrifi, e scambii di nomi. .
Nuora ipotesi di Carlo Jourdain suIF autore dei libri teologici attribuiti a
Severino Boezio. Mentre io stavo per continuare i miei avvisi sullo strano
infingimento dell' Obbarius, preso per tanto oro dal Mirandol, cioè che i libri
teologici Boeziani sieno fat ' Renan, Averrhoès et VAverrhoisme. Essai
historiqne. Paris tura di uno di que'tre o quattro santi Severioi, ch'egli
seppe pescare Dio sa in che Cataloghi del sesto secolo: mentre io era per
fargli noto che i dotti del medio evo erano tanto certi che nessun altro
scrittore dal secolo sesto sino al XIV e V, vi fosse stato di cotesti libri,
che Boezio consolo, laqual eertezza fece si che molti di essi, il Petrarca, lo
storico Villani, e Sant'Antonino vescovo 3i Firenze lo chiamavano col solo nome
di Severino, col quale altro non intendevano che il Boezio consolo; ^ non mi è
parso vero, tanto ne sono stato lieto, che una nuova ipotesi del Jourdain sia
sopravvenuta a cancel lare quella dell' Obbarius. Ed, è un bel gusto di questi
eruditi lo stillarsi il cervello in ipotesi, fondate poi dove? sulle omonymie !
Vero è che non potevano trovare un nome che meglio li favorisse in queste loro
sollazzevoli corse archeologiche. Onde è da aspettarsi qualche critico venirci
fuori, dopo i Se verini santi, e i Boezii vescovi, co'Torquati teologhi,
co'Manlii abbati, e co' diaconi Anicii, e vedremo passare i libri teologici del
vero Boe zio dall'una all'altra fronte, come le ceneri il primo dì di
quaresima. evl trattenimenti teologici ? 8»; Finalmente l’oblio che gli colpì
non andò più oltre di un secolo, cioè dal se^to ali* ottavo; mentre lo questo P
Alouii^o 11 dlsseppellisee, e gli notifica alla Bfi^ tannia, all'Italia e alla
Francia. E non se ne perde più r autenticità per tutti gli undici secoli susseguenti.
Rim* petto ai quali che valore resta al silenzio di un secolo? 4f>. È giusto
r>esigere in Boezio laico e senatore ro mano ohe negli scritti suoi,
attorniato tuttavia da un, resto di sci&matiei e pagani, sotto un re che se
tollera il Cristianesimo non l'approva, si palesi colla religione che professa?
Che i suoi amici o parenti, essendo sorit tori essi, pure palesino il di lui
culto ? Che da lui la cri tica moderna esiga, oltre air uomo sapiente, probo,
adorno di tutte virtù, e filosofo nelle operazioni civili ene'suQi scritti,
oltre la fede di battesimo in pergamena, ohe de* ponga, se ruol essere creduto
autore dei libri teologici i la toga di senatore, e vesta il sajo de' Templari
cqH4 croce sul petto ? è giusto che la religione che in Boezio ootesta critica
non vede al di fuori, gliela vada poi a frugare e contrastare anche dentro
della coscienza? E ohe si chiamerebbe quel rigoroso sindacato che 1 critici si
arrogano sulla vita e sugli scritti di que' primi cristiani, che intendono di
respingere nel paganesimo, da disgradarne V austerità di un Girolamo, d' un
TertulUane d'un Gregorio Magno? Ma in fine questi non la usarono che su
sacerdoti, dove i critici la esercitano anche su i laici. Affettano scandolo se
in una aspirazione poetica o filosofica s'imbattono nel Fato,. nello spirito
che soffia dentro alla materia, nel tempo che ne traveste con veci «terne le
reliquie e le sembianze estreme, e gridano al credente di VELIA, al fatalista,
al panteista! Negli scritti stessi de' santi Padri s' arrovellano alla più
fugace larva mitologica e la sbilurciano, e la contrassegnano, quasi che nel
calendario della Chiesa* nomi mitologici non fos s&ro dati sino ai giorni e
mesi dell' anno, e come se nel giardino d'un Episcopio, accanto al Sor di
passione e alla palma Ghristi non potessero stare la lacrima di Ve nere, il
narciso, e la chioma di Berenice! Trovano ne' Dialoghi di Gregorio Magno
nominato /' Antro di Vul cano! subito sotto un frego di lapillo rosso! £h
misera bili ! vorreste dunque dai libri ecclesiastici esclusi i Vulcani ? E con
qual' altro nome vorreste voi che Gre gorio avesse chiamato que' burroni, che
la nostra geo grafia fisica anche oggi designa per cratèri di Vulcani spenti ?
Entrano tre ribaldi in senato, Opiliooe, Gaudenzio e Basilio, che non si sa se
fossero arriani, cristiani, 0 pagani, e accusano Boezio di magia. Ecco i
critici coli' indice della mano destra appuntato nel mezzo della fronte, a
meditare su cotesta accusa: accusato di ma gìa? dunque era pagano; imperocché
in que' tempi non si accusassero di magìa che i pagani. Erano pagani quelli che
accusarono quattro secoli innanzi il medico Galeno di magia? dunque Galeno era
un cristiano: eran cristiani quelli che accusarono di magia papa Silve stro 11,
Ruggiero Bacone e Alberto Magno? dunque il papa e questi due filosofi eran
pagani. L'accusa di magìa si dava allora, come si dà oggi dalle plebi a que'
filosofi che co&giungendo alle metafisiche speculazioni gli studi della
fisica e della meccanica, sanno riprodurre coU'arte alcuni naturali fenomeni,
pei quali il volgo di l^gieri strabilia ignorandone le cagioni. Dovevano i
critici considerare ancora, che la coscienza de' laici poteva nel regno di
Teodorico tutelare la nuova accolta fede celatamente; giacché 1 martirj, le
combàttute eredie^ le opere immense de' Santi Padri avevano già ultimato V
edificio dei criatiane^mo. 11 ae^ Greto religioso sta nel fondo della
coscienza, e l' uomo lo cul^todisoe gelosamente, essendo quivi il gei-me della
sua vera libertà e indlpeiidenza, e della speranza di fruire della divina,
promessa nella vita del cielo, se que sta del mondo affannalta sempre tra gli
uomini, gli è pe nosa e contraria. Ma questo seòreto di che è a parte Dio solo,
e che divide l' uòmo da' suoi oppressori, e che in grazia della Eucarestia lo
fa certo che col suo Dio egli sta bene, nelle prime età cristiane, e negli
uomini di Stato potè non èssere altrui iliahifesto, e la lóro vita pò* litica
dividersi con la giustizia del mondo e qudla di Dio; e mentre V Una conseguiva
il sub fine palesemente nella pratica delle virtù morali e civili, proporsi
intorno air altra d' interdersela unicamente coi ministri del San tuario. 9».
Fatte queste riflessioni sui tempi e su gli uomini del quinto e sesto secolo
della nuova Roma cristiana ^ non si sarebbe detto né che era mancato alla
Consola* toria di Boezio un sesto Libro di rassegnazione religiosa^ né 4uel
caro poemetto sarebbe caduto nelle profatiazioni de' folli j che sei tolgoho in
argomento dèi paganeaimo del migliore de' cristiani. i 0. Cotesto riflessioni li
avrebbero condotti egual* mente a veder cosa, che appena gli storici sapi*anno
immaginare come non sta stata da loro, dotti quali sono, veduta: ed è che i
libri De consolatione hanno anch'essi sofifetto lo stesso oblio de'
contemporanei, come i libri teologici. Non ne parlano né Ennodio, né
Casslodoro, avvegnaché sopravissuti a Boezio. Tahto degli uni che degli altri
si comincia colle ricordanze dal secolo d'Al cuiho e di rè Alfredo. Ora perché
sulla Consolatoria nessun Gontrasto d^ autenticità, e sui libri teologici tanta
fòrza air argomento del silenzio de* contemporanei per contrastarla? 44ò, che
il tempo avesse cancel lato r episeopus e lasciatovi solo il nome Boethus: che
avrebbe detto il clero pavese presente alla tumulazione? Oh eoco un altro Boezio!...
Ma quando mai Severino Boezio è morto in Sardegna? £ non abbiamo noi qui io
Pavia il corpo di Boezio consolo, qui trucidato, e qui sepolto ? Concessa
ancora la non esistenza di una tradizkuie della cristianità di Boezio anteriore
a Luit prando, e alla venuta delle episcopali spoglie del Boetho del Jourdain
in Pavia ; che si dirà della tradizionìB con tinuata nel secolo stesso del re
longobardo presso Paolo Diacono, Alcuint, ed il re Alfredo che venne poco dopo?
De' primi due quasi contemporanei di Luìt prando che avrebbero dovuto sapere lo
scambio av veduto, continua Tuno a dire che Simmaco e Boezio consoli furono due
cattolici: l'altro attribuisce uno de' libri teologici a Boezio consolo, e non
a Boezio ve scovo. L'ultimo che venuto nel nono secolo avrebbe avuto maggior
tempo di essere informato dell'arrivo del Boeto vescovo tra le spoglie
riscattate da Luitprando e tumulate in Pavia, e sarebbe stato in dovere di di
videre le tradizioni e le opere dei due Boezii, se ne mostra affatto ignaro, e
traduce il libro De Consolatione come di Boezio, senza avvertire che questo era
il ro mano, e quello citato pochi anni prima da Alcuino era il Boezio vescovo
affricano. Ma appunto perchè non fu avvertito lo scambio, dirà Jourdain,
accadde che di due Boezii se ne fece uno solo, e le opere del ve scovo furono
attribuite al consolo : e il mondo cominciò a credere Severino Boezio autore dì
opere ascetiche, e quindi il germinare della tradizione del suo cristialìesimo.
Comunque sfa, a me pare T avvetitoetite di cotesto scambio di homi in Pa^ia
quasi impossibite. O esisteva iti quella città una tradizione ahteriorè sulla
carcere, sulla morte j fe stilla sepoltura data a Bofezirf, quando vi giunse il
corpo di Bbéto Vescovo; è sarebbe ètata insupponibile storditaggine confontìerfe
l' uriò col r altro: o non eiiisteva nièmoria alcuna dbl dove avesse avuto
tomba il console romand; e nemoleno iri questo Caso si può supporre che un
cadavere fatto venire di Sardegna trd mólti altri di santi vescovi con tuttb
che portasse 11 home di Btyeìhus, toltagli pure la qualifica di Eji)isc\ipiiè,
potesse battezzarsi d dirittura per Bóéalo 11 filosofò. Ma moltb più
speditamente libi giungeremo a dtoostrare la impossibilità di eòdfest*
immaginata aVVeniurà prèridéhdb in esame i tre Dbctittlenti; siii qiiali il
Jour dain ha fondato la sUà nuova ipòtesi. Del prlrfio, cio§ di f aolò Diacono
noh ci bcctipferemo; avvegnaché sarebbe par da meravigliarsi bel vfeder
prendere le mosse la Critica stòrica da un testimonio j bhe altri della i^tèssh
scuola rigettano come poco autorevole j e vétiutb tardi; Il Jòùrdain peto può
avere le sue ragióni per acco^iere dallo stesso autore il libro D^ gBstis
LongòbarrbrUhi' b rigettare le AddttioWes allb storie di Euthopib; belle qdali
Boezio consolo j rie'gibrni stessi di Lùitprando è détto cattolico inSierfae
con Simmaco: siccome può aver avute altrettante ragioni di non fare alcun conto
della Cronaca Vùtìesiandy * sebbene tenuta j[jer coiliposta iion molto dopo ló
Crònaca delVAhoniriió Ì^a/e«iÌB«ù Uà acquistalo gràU Và Ior,e dopo la
pubblicazione. de' docuipenti dell' Àtchiyio di faviiai del Gomi.Syro,
riprodoùi dal Reali e dal )$osjsio. Peri. quali docu ménli si è inteso ctie 1'
Agro Calveriiiano ài cne parla r anonimo, dove Eusebio ^i-efelto di WViia, )^ei
òrdlhe di tèi^dòrico, fece Im prrgiohftiè è iiilcidarè Bobitò, era bel
!5obboi'élttttb feE^TO. ÌOà la mol-tfe di Tfeòdbricri, la quale bòri tutta fa
stta botìftl siotìe ctotioldgica; bbtitifeilfe p\ìt isbtripté iidti2ié ittlpbfr
tantl delld tità degli liltitttf atiiii del còtìsotó ^òtbà^tìl Urèndtidogli
ddriquè bnòha là ifaog^a^ ééamtòiàttlb il càiii^ rtUtW) che te ^ììW altro
d-òctiiriteiltò dell' AHtthlttìtì Ticltiesd; Il qaalé gli cbnférmfeiVa il
tràspokò dei febtpi di Saiit' A^iì^ dtin^ e d^i altri vescoti i)k Sardegtia a
Pavia ) è di que sti ultiibi gli dava atiche ì lìòmi: Mi dUòlé di {^òrre t{ttl
m\ téstb fe tiòn in dota la na^^a5jiohe dblP Ahòitittiò Ti cinese ; ma il fo
col fìnb bhe Si abbia subita sott' Bcbhid l'arbitrario governo che là Critica
storioa si arròga sugli antldht doouihetiti. La bota bh^ tragge fttdrl il
Jburdaiii dall' anbUitfao h la seguente ! EtctèìiìA S: Petri in Ccetò iltirfeò,
jtittwi àm^^fftóa^tt Lùttpfandìxè rex Lónlgóbaraómk àtqùé dòmvit In qm jàcet
CbrjMW beatissimi Augìistiììiy epiStópi ÉÌppì>mnsis dòctoris Mmii\ qui
mtatàsfbi birtàtes metìditi H dòr p&rh ÉB. Mtì\ Lucevi, CiÈétti, CàniètiHÌ\
fibJi^trlttW et MìaHì\ me Mh B. Aphni episcopi, feì ctth/feiiòrt*, i^tia
oftìfiià h-astàtn suHt Oe Saì-dinià itluc cìm ì!iórp<yrk B. Aù ^nnf p^ mcmm
réy^\ um t^òfjHtó secarne Bomn pMlóÈ'ópM\ fcfri Del..: L'aitèrairànè ^ la
tnuUlàèidrié d'el iiofeUthéhtb del l' ànoriinid bbWIHfcla dal dietim ^e^eirì :
dtìJxJ il quale él legge: óùfuè Re^h me %kdfA, fciòè ridia StfeSéa bhifesa tìi
San Pietro ih CteldàUho; Corpus qùiì^siit] tramtatUni de ecclesia S. ffariàiìi
p'& AVbtt^^ Ofrictt^n. Qtiéste parttlfe; omesse forse a caso dal Jourdaitì,
hanno tattttJ taVVicl hato i' ìWia èépùs ^i^eriiii, alle superióri paròle
vHkslata quivi sorgeva remica C;biesa,o.Catlearale di S. Pietro col batiistero,
r episcopio e la torre. Quindi le tradizioni pavesi sul luogo della morte e
sepoltura eli Wzio consolo sono interamente luòri d'ogni controversia, e
anteriori ali* epoca di Laitprando. (V. Bosisio) sunt de Sardinia^ che il lettore
è indotto a credere, leg gendo la nota del Jourdain, che anche il corpo di Seve
rino Boezio^ secondo T Anonimo, fosse tra quelli trasportati di Sardegna a
Pavia. Ma il documento troncato dal Jourdain alle parole viri Dei, prosegue
così: qui in prte fata Urbe (Pavia) exul a Roma librum de Pkibsopice
Consolazione composuit, qui Hb&r manu sua eonscriptu8, usque ad hcRC fere
tempora ibi servatus est, et in hac urbe ipse Boethius trucidatus occubuit,
sicut pòtet in versibus in qus tumulo scriptis. Che si ricava dunque dal
Documento genuino dell'anonimo Ticinese, relativamente alla ipotesi del
Jourdain? Che tra i corpi trasferiti da Luitprandodi Sardegna i& Pavia, e
tumulati in San Pietro in Cieldauro, non ve ne^era nessuno che si chiamasse
Boetho: che la narrazione deir Anonimo essendo del secolo decimo quarto, non
avrebbe mancato di aggiungere anche cotest' altro vescovo tra i venuti di
Sardegna: che nella traslazione ordinata da Luitprando o non vi furono altri
corpi che i nominati, o se uno di più ve n'era, sarebbe stato anonimo; e come
anonimo non poteva suscitare qè scambio né confusione: finalmente che quando
Luitprando restaurò e dotò, la chiesa di Pavia, dove fece tumulare i nominati
vescovi di Sardegna, preesisteva già nella detta: chiesa un monumento
sepolcrale con la sua antica epi grafe a Severino Boezio; che è quanto dire la
tradizione locale in Pavia, anteriore al re Longobarda, della cristianità del
romano filosofo. Vediamo ora se in modo diverso si è condotto Jourdain coir
altro documento delle Opere di Fulgenzio. Confesso il vero, che vedendo un uomo
della sua perspicacia afladato a Fulgenzio, ho subito detto: ora si Muratori,
R. L S., . i€5 ch'ali ha dato di capo in un contemporaneo, che lo sa rimettere
sulla vera strada, e quanto al cristianeSimo di Boezio, e alla nullità del suo
Boeto vescovo. Invece deviato dalla sua ipotesi, ecco cosa ha cercato nel suo
Fulgenzio del Desprez : tre epistole dove non vi è che il puro nome del suo
Boeto; epistole di cui è assai dubbiosa la contemporaneità, perchè nella
edizione fótta sul naanoscritto di Norimberga del 1549, * edizione prm cipCj
sulla quale lo stesso Desprez dice di aver condotta ed emendata la sua, cotesto
epistole non esistono. Ha cercato le analogie che si leggono negli esordii
delle epi stole di Fulgenzio a Trasimondo, a Pietro Diacono e a Regino, e in
quelle de' vescovi d'Oriente al papa Sira inaco, e l'esordio di Boezio consolo
al suo libro, De duabiis naturis cantra Eutychium. ' Ma il soggetto è presso
tutti il medesimo; Sant'Agostino era l'autorità princi pale di tutti in que'
tempi : gli argomenti confutativi in causa fidei dovevano pur essi essere
invariabili : l' oecasio scribendi era sempre, sì in Oriente che in Africa, che
in Sardegna, che a Roma, dove allo stesso scopo aduna vansi vescovi e senatori,
la medesima per tutti. Di ma Biera che le analogie trovate dal Jourdain in
Fulgenzio non provano nulla. Noi gli porremo invece sott' occhio ciò che di più
prezioso ci ha lasciato Fulgenzio, sulla vera origine delle tradizioni del cristianesimo
di Boezio, Le testimonianze di Fulgenzio provano: 1" che tutta la famiglia
di Simmaco suocero di Boezio era cristiana, che cristiani erano parecchi
Senatori, e che questi erano convocati dai papi ne' conciliaboli in causa fidei
^ che teneansi o nel senato o presso i papi medesimi. Nella Apud felicem
<]loloniain Agrippinam in aedibus Hieronis Alo pecii, t5i6. Interprete
Jobanne Codileo NoriinbergeDse, anno '1519. in 8. piccolo. * Jourdain, 7>e
rOngine. Ili Bouio. Epistola ad Gallam super marte mariti, Ftilgeoiio onde
fortifìGarlB nella sventura, propone alla dolente vedova le rare virtù della di
lei sorella Proba Qimb Proba {S9rQr tista) CMm sit aivis cUavisque naia
ConìulibuSj et deliciis regalibui emdrita, tanta tilt est humilitas dono graUcB
aèdtètii infusa,... ut licei prmcellat virginUatis mtmeré, ocmitemte debet
cmteris habere mrtutibus. Bisce igih$r quoq^e nihil tibi de nobilitcUe ^nnéris
aesignare: et licei avo^ patre, eocero, marito, Comulibus pridem fitevis in^
ter seculares inlustris^ nuna in eo te inlustrem fieri co^ gUtace in quo tibi
virùus hum$litatie accreicit. Ma lo sposo di che restò vedovata la giovani
Oalla era forse un pagano ? Fulgenzio nella stessa Consolatoria né fa la
seguente ricordanza. Neqibe enim frustra Douu Nus cujus incomprehensibilia
iitdickLetinvestigabiles t>ime APQ^TOLU^ prcBdicatFkviv^i conjugem tuum
religione sinc«RA Fid«:lem, aerde humilem, moribus, mitem, operibus
miaericordemi ctìnversatiom penitus innocentem^ mt&ie juvenem^ de
peregrinatione hujus vitm ad eternam Ccele* 8iÌB patrice celeriter transtulit
mansionem ; nisi ut et 41U gaudia mterna oanferret * Ora per avere
incontrastabite j^ova che questa illustre prosapia, di che parla Fulgenzio, era
appunto quella di Simmaco, soccorse pochi anm appresso cella sua testimonianza
Gregorio Magno. Ootho'* rum namque temporibus Galla kttjus Urbis (Romse)
no&tlissima pudla Simmachi €onsulis ag Patbicìi filia, intra adotkscentice
tempora marito tradita^ in unius anni spatia epAS est morte vidua^a. Quam dum
fervente mundi copia ad iteratdum Jhalamum et opes et mtas vaearei, elegit
mugis spiritcdibus nuptiis oapuktri Beo. Dunque qui così cantano le carte
contemporanee sulla famiglia di ^ Fulgeuiii, Opera. Edit. cit., p, S79, 293^
296» SSO. sGregorii Magai, Opera, Dialog. L. VII, e. XIII, 338. Bonaiiae,Typis
Vaticani ia91,tn^oUQ.i^«GfiiMoterfofi«, lìb. I, Pfosìi IV. Simmaco e Boezio :
Simmaco genitore cristiano, coii Galla sua figlia sposala a nobile cristiano :
Galla sorella di Proba, e quindi anche di Rusticiana, sposata a Boezio dallo
stesso Simmaco cristiano, suo educatore, e tutore eppoi suocero; Eonodio parla
a Boezfo, quando rende grazie a &io Onnipotente delle' virtù efiUse in
tutta la sua famiglia. La filosofia, e Boezio stesso danno il titolo di Santo
dir Y augusto progenitore della cristiana prosapia. Ora sta alla critica il
venirci sfrontatamente avanti colle lambiccate probabilità^ che in mezzo a tale
e tanta famiglia di cristiani j Boezio solo fosse pagano, o V indifferente, o
ti libero scorazzatore tra le religioni comparate. Dicemmo che in F^ilgenzio
«ono anche prove della cristianità dello stesso senato romano ^ che prendea
parte in quei tempi insieme co' pontefici Simmaco ed Hòrmlsda nelle questioni
teologiche ; nel quale senato, se non vi fosse stato alcun cristiano senatore,
i papi nen lo avrebbero convocato a giudice in materie di fede. Fulgenzio nelle
sette Epistole ad diversos, una ne ha, ad TeòdorUm Senatorem de conversione a
so^culo. E nella edizione del 1549 trovànsi quelle tratte dallo stesso Go^ dice
di Norimberga, del monaco Giovanni Massenzio, difensore io Oriente de' monachi
Sciti, contemporaneo di Giustino r imperatore', e di Hormisda pontefice, e qild
capitolo intitolato Libellm Fideij che Massenzio vantava, tamquam Catholicus a
Papa et Senatu approbatus. Le (Juali testimonianze provano che le controversie
in religione, 0 si partissero dalle.chiese d' orienta, o dai vescovi esuli di
Sardegna, decide vansi infine sempre a Roma dai papi colla convenzione de'
senatori, e che il prologo del trattato contro Eutichio di Boezio Severino
allude incontrastabiltnenté ad uno di tali congressi tenuti In Roma ai quali
egli era presente ; e non pu{> confondersi con le * Nel libro De
Consolatione,. adunanze che Fulgenzio presiedeva de' vescovi eaiUati in.
Sardegna, siccome vorrebbe il Jourdain : provano fìDftl— mente che k tradizione
dei cristianesimo di Boezio senatore, non dall'ottavo con Luiiprando, ma
cominciò dal sesto secolo con Boezio medesimo. Al c^ero di. Pavia non. era
ignota tale tradizione, come non potevano essergli ignote le opere di Fulgenzio
e di Gregorio Magno. Quindi sempre più strano lo scambio de' due Boezii
immaginato dall' Accademico francese. Ma in luogo di queste considerazioni che
l'avriebbero forse troppo seriamente impensierito sulla vagh^> giata
ipotesi, il Jourdain cercava un Boetho, e noi po^va trovare che nella edizione
parigina del Fulgenzio del Desprez. Nella quale sono tre Epistole, che portano
in fronte copiose rubriche, in mezzo alle quali tra molti altri nomi v'ha pur
quello d'un Boetho, che l' autore crede un vescovo esistente tra gli esiliati
in Sardegna. ^ Però le Epistole, se io ho ben letto e interpretato, non
direbbero questo. Esaminiamole. Epistola, Episcopi Africani in Sardinia exules,
Joanni et Venerio^ de GroMa Dei et humano arbitrio. Dei gratia plurimum
amplectendis sanctis fratribus JoHANNi prvBSÌnteroet archimandrita?, et Venehio
diacomOy ttfidelibus viris quorum in vestra Epìstola (attenti bene} subicriptio
continetur, DaHanti$j Fortunatus, BoEraos, > Le nom de l'évèque Boece ou
Boetbus, comme rappellent les éditeurs des (Buvres de saiqt Fuigencé, figure
avec celai de queiques-uns de ses compagnóas d^exil dans trois documeots des
premlères .années du VI siede. Le premier èst une létu*e aa prètre Jean et au
diaere Veoerius sur tea mystères de la grace; te second eai une sorte de
eonsuluition adressée aux évèqaes baunis, par les diacres Pierre Jean et
Leontius, au nom des moines de Scylbie, sur riocaruation et le pécbé orlginel;
le demier est la réponse que firent leséTèqaes.'(Ch. JourdaÌD,/>e ^Origine
tte, Paris, 18B1, io 4, 24.) y Victor, Scholasticm^ Orontius, Vindicianus^
Victor, Januarim, Victorianus^ PhotinuSj QuodvuUdeus, famuli Christi in Domino
salutem. Qui dunque il
Boetho del Jourdain,che dovrebbe ìq questo primo documento figurare come esule
in Sardegna, come vescovo e come autore, non è alcuno di cotesti: è invece un
semplice firmato insieme con altri undici, ai quali i vescovi di Sardegna
scrittori della epistola Xy, non danno nessun titolo, avendo diretta la lettera
a que'due più distinti Giovanni e Venerio scrittori di quella che in Sardegna
era stata inviata dair Oriente o dalF Affrica; alla qual lettera i vescovi
esuli rispondono. Com'era possibile confondere qui i nomi dei firmati in fondo
alla lettera missiva y coi vescovi esuli autori della lettera responsiva?
Cinque di questi medesimi sottoscritti nella lettera missiva agli esuli in
Sardegna, Daziano, Fortunato, Orontic, BOLTO e Januario, ripresentansi nel
secondo documento, cioè la Epistola XVI, 277.* Non vi è dubbio alcuno che non
sia stata scritta da Roma in nome di Pietro Diacono, Leonzio e due Giovanni,
firmati in fondo della Epistola, che trovavansi colpi spediti dalli
ecclesiastici d' Oriente per consultare Y oracolo pontificio sulle loro
questioni della incarnazione e la grazia ; ed è incontrastabilmente diretta a
vescovi e diaconi, e monaci che trovavansi in Oriente. Eccone in conferma le
parole stesse della lettera: Non enim parva, imo potius magna « Liber seu
Epistola XXI, pag. 277. Peiri Diaconi et aliorum qoi in causa Fidei a Grecis ex
Oriente Romam missi sunt ; De Incarnalione et graiia Domini nostri Jesu
Christi, Domìois sanctissimis et cum omni veneralione nominàndis Daliano,
Fortunato, Albano, Orontio, Boeto, Fulgenlio, Januario et caeteris episcopis,.
et in Christi confessione decoratis; exigui Petrus Diaconus, Johannes,
Leoniius, alius Johannes, et caeteri fratres in cansa Fidei Romam directi.
IcBtUia univeni replebunttir Orienkdes siionetUatem t^estram m», inmo magis
catìnolicis fwverini «n omnSbzi^ consentire dogmalibia. Dove si trovano dunque
quei venerabili ai quali la lettera è diretta ? Certamente ncm. in Sardegna, né
tra gli esiliati vescovi. E il Boeto, che qui potrebbe nascer dubbio se dovesse
tenersi per compreso in quel/ cceteris Episcopis della rubrica, ovvero con gli
altri semplicemente decorcUis in Christi confessione, sta sempre fermo in
Oriente, e non scrive mai nulla né proposte né risposte. Nel terzo ed ultimo
documento^ è San Fulgenzio stesso che scrive a nome proprio e de' suoi colleghi
ecclesiastici d'Affrica, a quelli mandati dalla Chiesa Greca a Roma, che gli
avevano spedita la qui sopra mentovata Epistola per mano di Giovanni diacono :
Beatus frcUer noster Johannes Dtaconus a vestra societate directus^ literas
nobis quas misistts exhiìmiL Ed è da considerare che facevano causa insieme
nelle materie di fede, allora più in contrasto, le chiese d' Affrica e quelle
d' Oriente. È mestieri pure avvertire che San Fulgenzio non era sempre stato
fermo in Sardegna, ma prima richiamato dair esilio a Cartagine da Trasimondo^
eppoi ricacciatovi; emorto il Vandalo tiranno, egli permanentemente se ne tornò
alla sua sede vescovile in Affrica. ' Liber seu Epistola XVII, 286. S. Fulgenlì
et aUoruin quindecim Episci'porum Ahricanomni ad Pctrùm Diaconnm et alios qui
ex Oriente in canssa Fidei Romani niissi sunt ; de Incarnatione et Gratia
Domini nostri Jesa Cbristi. Dilectissimis et in Cbristi If de atque gratia
phirimum ampleclendis sanlis fratribus, Petro Diacono, Jobanni, Loentio, elalii
Jobanni, caeterisque fratrìbas qnos una vobiscum in canssa fidei Romara
directos litteris intimastis, Datianns, Portnuatus, Boethus, Victor,
Scolasticbns, Orontìas, Vindicianus, Victor, Jannarius, Victorianus, Pbotinus,
QuodvuUdcus, Fulgentius, Felix, 0t Jaouarias in domino salutem. Ili La prima
lettera pertanto (Ep. XV) probabilmente non lo tto\ò in Sardegna ; dacché i
suoi compagni d' esi* lio che dovettero rispondere, dicono in un luogo :
C(Bterum Untts ex nobis, in quantum Dominus servU suis recti gratiam dignatur
donare sermonis, illis omnibus qtiCB memorato^ fratres adversus gratiam et
prcedestinaUonem intimatis vel sentire vel dicere, tribuslibris vestro noràine
dedicatis sufj^ienti disputaiiene reÈpondit {in margine citato : Fulgentius, De
veriiate prcedestinationis et graticB, et Liber contra Paustum), Quos cum
recensueritis agnoscetis etc. Sembra adunque che gli andirivieni delle tre
epistole dalla Sardegna ai vescpvi.d'Affrica, da Roma a quelli d'Oriente
avvenissero dopo la liberazione di Fulgenzio sotto Hilderico successore di
Tràsimondo, e dopo il suo ritorno in Affrica ; di doVe finalmente a troncare le
controversie 'più volte instigato, risponde a tutti; cioè e a quelli d'Oriente
mandati a Roma, e a quelli stessi dell' Afiricà col lungo trattato contenuto
nella epi-, stola XVII, de Incamatime et Gratia. Del resto poi io terrei sempre
poco sicura ogni autorità che si presti a cotesto tre Epistole; 1« perchè sono
senza deciso luogo né data; i^ i nomi di Giovanni, di Vittore, di Boeto e dello
stesso Fulgenzio si ripetono quiur ci e quindi nelle proposte e nelle risposte
; 3o perchè trattasi di rubriche, in parte scritte dall'editore Desprez, in
part« dai copisti del Codice manoscritto, non sempre fedeli interpetri del
contenuto delle lettere, né dei loro autori, né a cui sono dirette. A me è
sembrato di dar loro la sopra esposta interpretazione : nondimeno vi annetto
s;ì poca importanza, che sono anzi per concedere al Jourdain che sieno pure
tutti gli esuli di Sardegna que' quindici che sono nominati nelle rubriche :
che il suo Boeto sia tra loro : che sia redattore e, se vude, anche autwe di
tutte tre le epistole sopra i ripetuti teolo-y IL BOEZIO. gici argomenti. Non
sta in coteste cose il fondamento dell'ipotesi del Jourdain. Si ti atta invece
di sapere, anzi di esser ben certi, che il suo esule Boeto morisse e fosse
effettivamente sepolto in Sardegna. La condizione indispensabile della sua
ipotesi è questa: senza questa non poteva in nessun modo avvenire V immaginato
scambio: i missionari di Luitprando non avrebbero trovate le spoglie da
trasportare colle altre in Pavia : senza queste il Boeto vescovo non si sarebbe
trasformato nel Boeto consolo : senza questa filialmente va in dileguo la
storica scoperta dell'origine delle tradizioni sul cristianesimo del vero
Boezio. Dimandiamone lo stesso signor Jourdain : « Boethus a-t-il revu TAfriquè ? »
Egli vi risponde : "« Nous l'ignorons ; mais il est beaucoup plus probable
qu'il mourut en Sardaigne. » ' Basta così : noi non vogliamo saper altro: T ipotesi è morta in
sul nascere; ed è veramente il cadavere di questa infelice ipotesi, che fu non
ha guari mostrato all' Accademia di Francia, tra gli altri che aveva fatto
trasportare a Pavia hell' ottavo secolo il re de' Longobardi. * Pag. 24. Cbe
nel Concilio convocato da Bonifazio vescovo di Cartagine, un anno dopo la morte
di Boezio consolo, cioè nel 5S6, non fij^uri il nome del Boeto vescovo^ proverà
forse che qneslo era già morto, ma non prova cbe questo dopo la liberazione di
Fulgenzio non tornasse anch' egli nella sua sede vescovile, né morisse in
Sardegna pinttostocbè in Affrica o in Costantinopoli, od anche a Boma, dove
alcuni di codesti diacpni e vescovi si recarono. Ordine dei Iil>ri teologici
di Boezio, e loro autenticità. In testa a tutti cotesti libri, sarei d' avviso
di porre quello che sentitola An omne quod estBonùm sU;ì\ qual libro ci fa
intendere Boezio, che apparteneva ad una riservata collezione di altri suoi
scritti, che aveva nominati HebdomadeSj volendo con tal voce significare
concetti elevati e di ardua intellezione, da serbare per ricordo della propria
mente, e da comunicarsi soltanto secretamente agli uomini della scienza. * Fu
questa una imitazione de' libri exoterici delle scuole ieratiche deir Oriente e
dell'antica Grecia, da comunicarsi solo alle persone sacre, e non ai profani ?
ovvero un prudente avviso di non divulgare razionali dottrine sui misteri della
nuova fede sotto l'impero di un principe eterodosso? Di fatti vediamo che quasi
tutti cotesti libri furono da Boezio indirizzati e affidati alla gelosa
custodia di Simmaco suocero e di Giovanni diacono di Roma suo amico e parente,
divenuto poi Giovanni I pontefice. Forse ancora col'numero 7, che tanti
sarebbero stati cotesti libri in seguito ' Poslnlas ut ex Hebdomadibua nostris
ejns quaestionis obscaritatera qusB cODtinel modum. qao substantìsè in eo qaod
sint bonse sint, cum DOD sint substantiala bona, digeram et paolo evidentius
monstrem. Idque eo dicis'esse faciendum, quod non sit omnibus notum iter
hujusmodì scriptionum. Tuns vero teslis ipse suoi, quantam haec vLvaciter
fueris ante complexus. Hebdomadas yero, ego ipse mibi commentor ; potiusque ad
memoriani meam speculata conserto, quam cuiquam particìpo, quorum lascivia ac
petulantia nihii a joco risuque patitur esse disiunctum. Pro bine tu nescis
obscuritatibus brevitalis adversus : quoB cum sint arcani fida custodia, tamen
id habent commodi quod cum his solis qui digni sunt, eo/io» quuntur, Boethii
Opera. Eldit. Basile conosciuti, volle Boezio alludere alla città de' sette
Colli, 0 ai sette Savii della antica Grecia. ^^ An omne quod est Bonum sit, a
Giovanni arcidiacono di Roma. Comincia : Pùsiulàs ut eie. ^ 2* De unitaie et
Uno. Frammento. Comincia : Unilas est qucB etc. ' 3® Gonfessio Boethiij seu de
Pide^ a Giovanni Diacono. Comincia : Christianam fidem novi etc. ' 4® De
Trinitate, al suo Simmaco, suocero. Comincia : Investtgiatam diutissime
qucestionem etc. 5^ Utrum Pater et Filius et Spiritus sanctus etc. a Giovanni
Diacono. Comincia : Qucero an Pater etc. 6* De dtiabus naturis et una. persona
Christi adversus Eutichien et Nestorium, a Giovanni Diacono. CominCì9*:
Anxie te quidem diuque susHnui etc. 7« Quasdam de vita prioria. * L' autenticità di cotesti libri,
tt*anne pur solo quello De fide pubblicata dal Vallino nel secolo XVII cbe non
vanta testimonianze anteriori, e che per ora anche noi lasceremo dubbia, è
provata : i^ dalle citazioni degli scrittori del nono secolo sino ai nostri
tempi: S"" dalla uniformità di stile e di metodo adoperato da Boezio
sì in * Gervais, Op. cit., lo riguarda come risposta data da Boezio t Giovanni
suirerrore de* Manichei. * Senza esordio e senza dedica. * II Vallino pubblicò
nel 1656 per la prima voiUa questo libro, «alratto, egli dice, da due mss.ì de*
più autentici della Biblìothèq. de Boy, collazionali sopra altro di quella di
9. Vittore, sopra uno Iffoprlo, e fiopva un quinto della Bibl. di S. Mauro t
des Fossez. » £ anche citato nel Catalogo del Trlthemio. * Questo scritto che
dovette essere il più secreto di tutti, non 4k luogo a verno dulibio sulla sua
esistenza. Boezio stesso . lo afferma nella sua Consolatoria con. queste
Purple: Cuju$ rei urUm, atqu$ verUaiem, ne latere po9teroi queat., ttylo etiam
memoriaque ^ mandavi. De CoMolaiione, L» I, Prosa questi come ne' suoi libri
filosoGci: 3"" dalla insigne differenza del modo come egli Ka
trattato le materie di Fede, di contro a quello usato. da tutti gli altri
teologhi a luì anteriori, e suoi contemporanei. Non riprodurremo ]e citazioni
che da Alenino scendono mille volte ripetute fino a San Tommaso, e nemmeno
quelle che dal XVI al nostro secolo si sono più divulgate e sono più note,
quali conferme della autenticità de' succitati libri boeziani. Invece, e dalle
antiche e dalle moderne trarremo quelle, ehe ancora comunemente non veggonsi
adoprate come testimonianze della cristianità di Boezio da tutti gli scrittori.
Parlammo già del Gommentarietto del monaco Bruno che rimonta al X secolo, nel
quale, oltre a quanto fu da noi trascritto relativo al libro De Consolatione,
trovansi queste altre testimonianze dei libri teologici di Severino Boezio :
Libellum quemdam ejusdem AuctorU De SarUa Trinitate vaìde prceelarum
legi;etalium cantra Eutychen et Nestorium fierettcos ; quos ab eodem esse
conscriptos, quisquis aliis ejus librù legencUs operam impendit ut ego ab
adolesoentia fedj ex ipso elegantis stili quodam proprio nitore indih bitanter
agnoscU. ^ Altro Codice Vaticano pure, tra il X e r XI secolo pubblicato dal
Maj, contiene due opuscoli teologici, nel primo dei quali è citato Boezio e il
suo libro, Vtrum Pater et filius eie, li Maj nel monite premesso al 4, di tali
opuscoli avverte che Y anonimo dovette scriverlo a' tempi di Fozio, cioè tra V
Vili e il IX secolo, quando San Niccolò I pontefice invitò i vescovi gallicani
ad opporsi con tutto il fervore allo scisma de' Greci. Certe j aggiunge il Maj,
et duo Vaticani Codices gallicafiam originem^ ni fallar, prm se ferunt. Ora l'
anonimo ' Angelo Mij, Classie. Àu^tor. e Yat, eod, e4it. Tom. III^ Romae, Tjp.
VaUcan. tSii IL BOEZIO. autore del ^^ di detti opuscoli, dopo aver rammentale
le autorità d* Ilario, d'Ambrogio, d'Agostino e di Gennadio, cita Boezio :
Boethius ceque Spiritum sanctum a Patre et Filio procedere testatur ila dicens
: ncque accessisse potest dici aliquid Dea ut Pater fi&ret etc... Nihil
autem aliud gigni potuit ex Deo, nisi Deus. ^ Ma nella stessa Germania, venendo
alle testimonianze moderne, rimpetto à que'due 0 tre che fecero alla tradizione
costante de'secoli anteriori lo sfregio di appellare Severino Boezio un pagano,
ne sorgono altri tre o quattro valentissimi a sostenerne la cristianità. I
quali sono J. Baur, il celebre J. Suttner, e il non meno distinto per dottrina
e candore d'animo D. Schenkl. ' Opportunissima poi scende tra queste la
conclusione della disputa pubblicata' non ha guari dal rispettabile autore
della storia della letteratura romana G. C. Felice Bahr ; conclusione espressa
colle seguenti parofe : « Quantunque Boezio fosse sì vivamente » innamorato
dell'antica civiltà romana, e sì caldamente » si adoperasse a conservare e
promuovere lo studio > dell'antica classica letteratura di Grècia e di Roma,
» la quale^ ha esercitato una azione sì intensa sidle età D susseguenti ;
tuttavia non si può sì di leggieri dimo» strare eh' egli fosse pagano. All'
opposto sembra ch'egli » abbia coltivato anche la scienza cristiana, e scritto
al» cune opere di Teologia. Le quali si vollero bensì sup» porre di un altro
Boezio cristiano diverso da questo ; » ma ninna sufficiente ragione si adduce a
conforto di » questa distinzione. » ' La uniformità di stile e di me* V. Angelo
Maj. Seripior. Veier. Nova Collectio e Vat. Cod. edita. T. VII, 250, in 4.
Romae, Typ. Vatic. 1833. * i. Baur. De Bùfthio CriitiatM fidù as$ertore.
Darmsudìae ec. 1852. DrSCHENKL, Ueber Boelhius Religiom-be Kenntuniss, Wien
1849, in 4.0 * Slor. della letlerat. Romana, dì G. G. Felice Barr. Traduz. del
Mattei. Voi. 3. Torino, Pomba 1850, HI, e seg. in 8. piccolo. todo si palesa in
questi. libri d' argomento sacro evidentissima, confrontandoli collo stile e
forma de* ragionamenti nsati*neMibri filosofici : col premettere che egli fa
sempre si agli uni che agli altri qualche esordio : col dolersi della ignavia e
intolleranza ne* severi studj, e ne' nuovi dogmi de' suoi concittadini romani :
col volere fin dove si possa, penetrare colla ragione, come nelle difficoltà
filosofiche così pure nel misterioso della nuova fede : col porre innanzi
principii noti per farsi strada agli ignoti: col ricorrere di frequente agli
esempj matematici per averne più esatte interpretazioni, e per meglio ordinare
la serie degli argomenti e delle deduzioni: col con-» chiudere i trattati
ritornando al personaggio al quale erano stati dedicati, e chiedergli
indulgenza o consiglio. Ci vorrebbe troppo lunga comparazione per dimostrare
tutte le qui esposte qualità somiglianti, sì nei profani che nei sacri libri di
Boezio ; ma chiunque se li sia resi familiari, non tutti ma alcuni de'
principali sì dell' una che dell' altra serie, quando si trova sopra il libro
teologico, non può a meno di non riconoscervi lo stesso autore. Imperocché,, se
a prima vista lo stile de' libri sacri gli parrà più contratto, e nel corpb
della materia talora quasi aforistico ; di tal modificazione che nulla toglie
al* r uniformità nel modo di esporre i propri pensieri, ne rende conto lo
stesso Boezio, nell'esordio al libro che noi abbiamo posto per primo delle sue
Ebdomadi, dóve dice a Giovanni Diacono che egli stesso se non li intese, gli
servirà di commentatore dei propri concetti. Ma per poco che si esca fuori dal
rigore della materia, Boezio toma subito ad allargarsi, e riprendere la sua
maniera ciceroniana. Il che è manifesto nel libro De duabus na-> turiSy dove
la narrazione del Congresso tenuto «ulla questione avanti al pontefice e
alquanti senatori, e la lettera del vescovo probabilmente o Bizantino o
Cartaginese, che gli dette occasione e il modo come egli dovette contenersi
dall' iDterloquire, è a largo stile trattato neir esordio. E dopo entrando
nelle definizioni si stringe, e dalle definizioni passando air origine greca
della voce Perdona, il suo animo toma di nuovo ad espandersi, e quasi si
conforta nel ricercarne il significato tra le commedie e le tragedie della
letteratura greca e latina. Per dire dèlia uniformità filosofica del metodo'
razionale, e degli esempi matematici fra i. libri boeziani sacri e scientifici,
t^onsidero come V esordiente media evo seppe trovare la vera strada onde
giudicare rettamente delle opere di Boezio Severino. Cominciò dallo studiare da
capo a fondo le sue op&te filosofiche e teo«logiche; ed intesa la sua
filosofia, volgendosi in seguito alla CoRSobtorto, seppe cernere quivi la
aspirazione poetica dal concetto filosofico, e questo riportando alla ragione
del vero e del giusto, quella aHa immaginativa, non trovò giammai da dubitare
della cristianità del romano scrittore. La critica moderna ha tenuta tutt'
altra strada: ha cominciato da un lavoro di fantasia, qual'è il libro 0e
Comotatùme^ e da questo e dentro a questo ha preteso di rinvenire la filosofia
di Boezio, e non la morale e pratica, ma sì la ontologica e la teologica. L^età
nostra che affoga nella moltitudine delle filosofie, e ap« pena conta sulledita
tra i passati e i presenti ùieci filosofi, non ha voluto aver pazienza di
ritornare e meditare sui libri, direi quasi intieramente spogliati .fra tutti
que' medievali scrittori ecclesiastici che se ne valsero ; e nel poetico libro
della Consolazione isolatasi,, do ve va immancabilmente incontrarvi alcune
immagini orientali e alessandrine, frammiste alia scienza primitiva fondata ndV
Accademia e nd Liceo di Atene. Quindi ha prima dubitato, e infine negata la
cristianità di Boezio. Esternato il falso giudizio, onde atterrare V argine che
alla . ii9 dJiatazioDe di esso opponevano i libri sacri di Boezio, è
sottentrato il dispotico riccurso agli apocrifi^ dììe Inventate leggende degli
scambi di opere e di nomi, alle congetture insomma destitaite affatto di
documentt e di prove, e all' arbitraria sostituzione di esse nel poslo del
concorde concetto di tanti uomini sapienti e di tanti secoli. Le uniformità che
noi abbiamo indicate qui sopra, il medio evo le trovava tutte ; quindi non
dubitò mai della autenticità dei libri teologici boeziani. Non seppe però dare
quel maggior valore che meritava tra tali uniformità air esempio nuUematicù ;
forse per il soperchiare de' teologici filosofemi, o perchè gF intelletti non
erà^o ancora apparecchiati né maturi ad apprezzarlo giustamente. Onde io credo
che il sommo e completo carattere della filosofia di Boezio non potè esser
intese nemmeno dal medio evo ; ma era mestieri che giungesse l'epoca del
trionfo degli studii matematici per discuoprirlo: l'epoca vuo'dire del Galileo,
del Newton, del Keplero, del Cavalieri, nella quale fu insegnato alle ìfilo^
sofie di tutto il mondo che tra la Teopsicósi e la Cosmofisiósi bisognava
collocare le Metromatèsi, chi voleva completare e comprendere in uno le verità
intelligibili della mente umana. Ora questa Trinomia fondamentale delle scienze
umane, che trovasi additata da Platone, e conservata da Aristotele, sebbene
questi la capovjDlgesse, fu sviluppata con tutta la sagaci tà e larghezza, che
i tempi permettevano, nelle opere di Boezio, e i pretti metafisici non la
poterono o non la volleto intendere; ma pienamente fu intesa da quelli che
coltivaroBo insieme colle scienze speculative le naturali e le matemàtiche. I
metafisici puri hanno sempre temuto come una versiera la quantità, ed hanno
continuato sino a ieri a dire, che la scienza prima contempla invece le
qualità. Ma ogni qualità racchiude potenzialmente la quantità, e questa
racchiude quella ; imperocché le difTereoze e le analogie, che generano t7
quale, sono in sé medesime il quanto, siccome il quanto ne' suoi disgregamenti
diventa il quale. Abbiamo avuto anche a' nostri giorni V esempio di due ^sommi
filosofi, il Cousin e il Rosmini, che non abbastanza fondati nelle scienze
matematiche e naturali, ricondottisi per puri bisQgni speculativi sulla
questione degli Universali trattata in Boezio, non vi hanno saputo vedere la
soluzione del problema data da lui alle^ scuole latine del sesto secolo, ed
.hanno ambedue saltata a pie pari la traccia della risoluzione di queir
altissimo tema, che era insieme e doveva essere il vincolo unitivo delle due
sapienze, la celeste e la terrestre, per le future generazioni. * Scendendo in
ispecie agli esempj matematici che incontransi ne' libri sacri del Severino,
cominceremo dal pumo di essi secondo la nostra serie. Nel libro, adunque, De
Bono si legge: Ut igitiJir in mathematicis fieri solet CfBtemque etiam
disciplims, prosposui terminos regulasque quibus cuncta qu(B sequuntur efficiem
Htuc questioni talis potuit adhibere soluHo. Multa sunt quae cum separari actu
non possint, animo tamen et cogitatione separantur. Ut cum triangulum vel
ccetera subjecta materùB nullus actus separai, mente tamen segregans ipsum
triangylum proprietatemque ejus prmter materiam speculatur. * Trascorrendo
sulle pagine -del trattato De trinitate troviamo: In naturalibm igitur
rationaliter, in mathematicis disciplinaliter, in Divinis intellectualiter
versari oportebit, .... Numerus enim duplex est. Unus quelli di soggetto
filosofico. Fra Tuno e T altro degli stessi teologici ragionamenti leggesi in
quello De Trini" ^te: Cceteros vero ita submovimus ut qui capere
intelìectu nequiverint ad ea eUam legenda videantur indigni. Vel libro,i4n omne
bonum, dicesi degli arcani della fede, Tamen id habent commodi quod cum his
soUs qui digni ^mt colloquuntur. Neiresordio a Simmaco del libro De ^llogismo
hypofhetico si legge : in qua re superata dif/i* ^ttatis prcemium fero si libi
munus implesse videar %micitioB, et si non videar satisfecisse doctrime. Nei
prolegomeni air Aritmetica, intitolata pure a Simmaco, s'incontra: Non igittir
ambigo, quinpro tua in me benevokntia supervacua reseces, scientia suppleas,
errata reprehendas, cpmmode dieta mira animi alacritate su^ipias. Nel libro
ielogico De duabus naturis, l'introduzione rivolgendosi a Giovanni Diacono, ha
questo: Quod ri recte 9e habere pronuneiaverìs, peto vi mei nonrims hoc quoqtte
tntenu ckartis; «m vero vel nrinuendwn aìi^ quid, vel cMetiéum, vel aHqva
mutaiUme variandum est, id quoque pastuloy remiUi meiz exempìarilms, itàut i»d
te revertaniur transcribendwn. Nel libro Utrum. Pater legge» iufioe: Bme ri
recte se ex fide habent tU me intttuaspeto. In qaello De 7Vmt(afe,dopo la
introduzione elie ha pure li stessi caratteri orator] di quelle premesse nei
libri filosofici, si trorano in fine le stesse modeste suppliche a' suoi cari
Simmaco e Giovanni, j^tiitc vestri normamjudicH expectat subtilitas
qucestionis, quce utrum reetoe diversa ritan minime, vestra statuat pronimcio'
timii auct&ritae. Fermiamoci ora a' passi di questi sacri libri dove è
esemplata la massima e ootabilissiaia uniformità traessi e i filosofici; cioè
nell' essere condotti egualmente ambedue, non dall' autorità, né ddla
Scrittura, né da dettami de' padri e degli apostoli, ma da tutti i conati
possibili della umana ragione. Nel libro Ih Trinitate protesta dapprincipio
ch'e^ ne caverà le prove, ex intimis sumpta philosùpkiwdiscipUim: protesta^ di
non volere oltrepassare i limiti concessi alla ragione: Sane tantum a nobis
qu(Bri oportet quantum humanùs rationis int^ituà ad divinitatis vaiet ceka
conscendere. E quando dimanda che si giudichi se egli ha ben inteso s.
Agostino, non dell'autorttà didct>rre, ma bensì delle ragioni da Agostino
adoperate: an ex beati Aùgustini scriptis semina rationum, aliquos in nos
venientia fructus intulerint. Nel libro, Utrum Pater ^ ritornando nella fine al
suo Giovanni Diacono a cui è diretto, prega che nel giudicarlo tenga, per quanto
può, la fede congiunta alla ragione: Pidèm sipoteris RaUonemque eonjunge. Dopo
sì molte rassomiglianze merita pure in fine di esser notata quella ripetuta
lagnanza, sì nei sacri che ne' filosofici libri, della negligenza e della
ignavia n^li stttdi tra i Romani de' tempi suoi ; a vincere la quale eglipiù
volte protesta di voler adoperare tutte le forze sue. Si rileggano i tre
esordii al libro II, al libro IV e al libro VI de'commentari di BOEZIO (vedasi)
alla topica di CICERONE (vedasi), e si ritomi sul proemio al libro De
Divisione, e si raffirontino tali lamentazioni con quelle che sTùcontrsoio
dirette all'assemblea disputante nel teologico libro De duabus naturis, e con
le altre simili contumelie di che BOEZIO (vedasi) ricopre gli ignoranti e gli
spregiatori delle divine cose nel libro De Trinitate. Nel quale alle prime
linee, letto che tu abbia : Quocumque igitur a vohisdejeci oculos, partim
ingnava segnities partim callidus livor accurrity ut contumeliam videqr divinis
trctetaUbui irrogare, qid tor libus homvfvum monstris non agnoscenda hic potim,
quam proculcanda projecerim, rimarrai vieppiù convinto ohe medesimo autóre
dettava tanto questi, quanto gli altri libri di filosoQa. Ora da qu^esto uso
clie Boezio il primo fece quasi esclusivo della Ragione, nell' intendere e
svolgere gli argomenti e i misteri di fede, emerge la grande e sustanziale
differenza, che esiste tra i suoi libri teològici e quelli scritti dai diaconi
e vescovi suoi contemporanei sulle stessè materie e questioni religiose; siccome
emergealtresì innegabile la prova, che cotesti libri per le discorse uniformità
con gli altri scritti boexiani, e per questa segnalatissima differenza tra lui
e gli altri teologhi nel modo di trattare le cose di Fede, non possano di altri
essere che di Boezio consolo. Laonde franco e sicuro posso invitare i signori
Obbarius e Jourdsiin a mostrarmi un solo trattato teologico del V e del VI
secolo, condotto da capo a fondo col solo razionale aiuto, come que^ sti di
Severino Boezio. Mi mostri il Professore di Jena i simili trattati eh' egli
sognando attribuisce al. suo santo dottore Severino : soffra di legger meco Y
Accademico parigino le tre Epistole sulla stessa materia dettate, oom'iegU
suppone, con altro bel^ogno, dal suo vescovo Boeto esule in Sardegna: pongaa
confronto i libri di Fulgenzio sulla predestinazione, la incarnazione e la
grazia con quelli di Boezio. Severino; eppoi medica se non tennero il laico
Boezio e il suo Boeto vescovo e il dotto Fulgenzio di Cartagine modo di
argomentare fra loro diiferentissimo. Il qual modo se poteva essere adoperato
da uno scrittore filosofo e laico e confidenzialmente co* suoi amici e parenti,
non sarebbe stato concesso in que' tempi a un diacono né a un vescovo nelle
pubbliche concioni. Che se queste concioni si deono col Jourdain supporre
tenute anche in Sardegna, presiedute da Fulgenzio e tra vescovi^colà esiliati;
avrebbe mai alcuno di questi ardito di chiamare paz2i ed ignoranti, ossia
pecore matte, i'suoi mitriati compagni d* esilio? Eppure neir Assemblea tenuta
in Roma, presenti Giovanni Diacono e Boezio, che dette origine al libro De
dùabus Naturis, Boezio laico potè,^rivendoi)e a Giovanni iiello esordio di
quello, prorompere in tali invettive: Tuli egerrime farteov, compresmsqtie
tndoctorum grege conticui, metuens nejure viderer insanus, si sanm inter
furiosos habere contenderin^ Né qui Boezio inveiva contro V eresia di Eutichio,
di che parlava la lettera. venuta d'Oriente ed esposta in quistione da un
vescovo al concilio; ma della dabbenaggine di tutta V assemblea. Hic omTtes
apertam fisse differ&Uiam {in. dUabus naturis), nec quicqttàm in 60 esse
caUginis confusumque strepere, Nec ullus in tanto tumultu qui leviter attinger
et quoestionem, nedum qui expediret inventus est. Eppure ciò non ostante il
Jourdain si é provato a darci ad intendere, per compassione delle nostre
illusioni, che il libro De duabus naturis nacque tra le concioni vescovili dì
Sardegna, e ne fu autoré il suo Boeto vescovo! Le verità tradizionali vanno
lasciate al suo posto; che quelli che le vonno contorcere e tirare a forza
sotto il giogo delle ipotesi, onde farle sparire dalla storia, finiscono coli'
esserne cacciati loro stessi. Se con un po' più d' attenzione fossero stati
letti 4 libri teologici contesi al Console romano, e meditata si fosse la
insigne differenza fra essi e i libri dettati dagli ecclesiastici del suo
tempo, non solo si sarebbero i Critici risparmiata Tonta di tanti sogni e tante
falsità, ma avrebbero altresì compreso alcuni storici avvenimenti che restano
tuttora per essi senza spiegazione alcuna. Stabilita la differenza nel
razionale sistema che da solo governa questi scritti boeziani, dove che gli
altri del suo tempo non son retti che dall'autorità, scende subito nella mente
la cagione, per la quale essi rimasero sino al nono secolo come celati, e
scarsi di ecclesiastico valore; e perchè il Cassiodoro non si curasse di
rammentarli, né di mandarli fra i libri d'uso pe^suoi monaci alla Biblioteca di
Vivarìa: scende subito nella mente come cotesto ecclesiàstico valore non lo assumessero
che quando l' Aristotelismo s' impossessò degli studj teologici nelle scuole
latine. Il libro della Consolazione. La Consolatoria del Severino, indugiata
fino a qui dall' obbligo di provvedere a che si nascondessero dalla sua antica
e splendida fama certe macchie postevi sopra da taluni scrittori moderni, ó
pervertiti o ne' suoi libri \r poco versati, non entrerebbe verameniecorM
poetico componimento e di morali dettami, nel piano della nostra Starla. A noi
quindi le poche cose che ne diremo non serviranno chea confermare qualche
commento del Vallino, che è poi in fondo il migliore di tutti i cbioaalori che
ha avuto il celebrato poemetto, riguardo ad alcuna sentenza filosofica, fra
quelle che oggi sono state pKl male intese. Imperocché gli è meno difficile
trovare la poesia tra' filosofi, di quello che la filosofia* tra' poeti. Per
questa filosofia che si cerca tra'.poeti non intendo concetti isolati qua e là
sparsi, eoa un sistema di filosofia coerente e completo. Escludo altresì que'
poemi didascalict co' quali ad alcuni autori, come Empedocle e Lucrezio, è
piaciuto di verseggiare la stessa filosofia, l poemi de' popoli primitivi
contengono ogni genere d' esordiènte sapienza. Ma avanzando la civiltà, la
poesia si distacca dalla filosofia, e ciascuna rappresenta un mondo a sé
proprio. Avvicinandosi la civiltà pagana al suo tramonto per riapparire colla
nuova del cristianesimo, Boezio rappresentò' questi due momenti nella sua
Consolatoria: la prosa contiene la virtù e la filosofia stoica e platonica de'
Rimani, la poesia aduna in sé le immagini del greco e del ladino poetare non
avverso al nuovo culto, e le accosta e le fonde insieme con quelle, che ha
saputo destare ne' primi dotti della cristianità la stessa nuova religione. È
questo il carattere speciale che porta con sé la Consolatoria di Boezio ;
quindi non i$tà in essa la sua compila filosofia, e neUa stessa prosa tu non
trovi che la parte attiva o morale pratica della filosofia accademica. Tanto
meno poi la si potrebbe rinvenire, come hanno preteso i moderni critici, nei
lirici canti che le prose tramezzano, dove le aspirazioni e le fantasie
rammentano immagini omeriche o virgiliane, accompagnate alle idee che la nuòva
fede e le tradiziooi r^igiose avevana svolto e fecondato nelle meati di alcuni
de' primi padri della Chiesa. Boezio dunque raccolse gli dementi poetici dei
suo tempo: che erano le rimembranze deir antico e le inspirazioni del nuoTo
culto, il pianto sulle proprie sciagure, e la speranza del bene eterno: e
questo fti perciò U più sptendido reiSesso poetico dell' indole del pensiero
del sesto secole'; la quale ìndole si dispiegò coiàf^eta con si grandi ale da
coprire il cido e la terra, nelle tre novissime tesi della vita cristiana del
divino poema d» Dante. Intendo con tali considerazioni dt dimostrare che dai
canti lirici di Boezio non si ponno cavar luorì né immagini né concetti né
inspirazioni, per costruirne collo stesso capriccio col quale tra sé le
rigirava la poetica fantasia, un ordinato sistema fite* •Hyaftofie satis manifestum
erat Qubro an Pater Qood greca l^hilosophia Pòstulas ut ex hebdohadibos
Communis Regate Dovem sufficiunt igitur Questio vera Buie questioni Qoa in
re^At non etiam secundum hunc igitur "^ Non som Bescius « Anxib te qdidbm
Natura igitur Est etiam —Sed de persona ~ro qui inlitulatur, de Fide Cristiana
qui sic incipit, Christianam fidem novi. Secundo explanatur quid de Christo
sentiendum sit, scilicet quomodo duse naturae in una persona oonvenlant, et
lioc in Libro De duabue Naturk, et una persona Gbristi md omDdem Jobanbem
scripto qai sic incipit. Anȓe te quidem. Modus autem tractandi de
Trinitato. duplex est,^ ut dicit AugusUnus in 1, de Trinitate, scilicet per
auctoritates et per rationet: quorum utrumque Àugustinus cómptexus est, ut
ipsemet dicit. Quidam enim sanctoram Patrum ut AmbrosiAs et Hilarios, altemm
tantum proaecoti sont, acilloet per «ticforUalet. Boetius vero eleglt prò»
seqni secondom aliud modun, sdlioèt 8eq|md«m.raliefies, praesupponens boc quod
ab aliis fuerat per auctoritates prosecutum. Et ideo modus bujtis operis
designatur ih boc quod dicit, Investigatam diutiisime, in quo rationis
inqulsitio designatur. V. Ùiv. Thomw Aquin. Opera omnia. YenetHi 4747. T.
ViII,P.54Ì.lnlUfrumBoeikH de HiMomad, dhi Th^mm éxpoeiiio-^p. 327. 1» Ubrum
BoefkU de TrtnHate expwtkiOt, Pralogue Divi Thoma Aquinati$. y Google 138 u.
Bosaio. adonaM eoa togioò procedimento WM^ i cipque trattati. La prima parte comprende il Ite
trimiaie, ohe ha fer coDtiQiiazione T altro, Qusroan PaUr, dove dicesi della
distiozieDe delle peraone e dell' ilBità deir eaaensa. La seconda parie è del
procedere li^ bontà delle oreatare dalla bontà eteraa di Dio: e cpieata è il
Libi^ ia.che apparisce la prima volta flrriaervate titolo De hebdMiadt^ but,
Dòlo a Giovamii Diacono e da lui riehiasto, Pit^^iuàu a me > ed a lui
intitolato. Neil' ordine che noi abbioMia dato a tali libri abbiamo posto
questo per primo delle Ebdomadf. S. Tommaso nel prologo ai libri He triniiate
Io pone per secondo; ma efiettiyameDté nelte sue Opere, • il Commento alle Ebdomadi
è sempre anteriore airaltro sol libro a Simmaco, De trinitate. Si direbbe che
anche S^ Tommaso foese persnaso che prima delie Ebdomadi, che il Dottor
d'Aquino chiama Conceptiones, fosse la Tesi posta da Foezio, Utrum bonùm] e che
S. Tommaso riguardasse sotto lo stesso titolò anche il libro De trinUaie, egli
altri che sono quali di questi due primi teologiche diramazioni. Di fatti il
Commento all' Utrum bo^ num Sì parte dal detto dell' Ecclesiaste 9 Prcecurre
prior iri domtim tuam et age coneeptiones tiuis. Entra prima nella tua mente è
forma i tuoi concetti. £ ciò volle fare Boezio colle-sue BbdomadL E in coteata
prima pose i termini e le règole che avrebbe seguito, secondo le matematiche
discipline, nelle sue dimostrazioni, delle quali distingue quelle per sé note,
dalle altre che soli concepiscono i dotti E s..Toi9unaso nel commento al IU)ro
De trmitatB ripete essere stato questo aneheto stile di Aristotele, che alòuni
libri come quelli De euditu scrisse per i presenti ascoltanti, gli altri dell'
Anima scrisse per i dotti fuori del Licèo, e si nominarono dai greci
commentatori exterioree loeuihnee. Così cotesto due prime Ebdomadi,donde
discendono tqtte le aUre, furono dirette « Giovanili Dìaoooo ed a Sknniaco,
come i eoli degni a rioev^rle e gli atti ad intenderle, e custo^ dirle in tempi
e sotto principi, sì in Affrica che in Italia, deH'eresia.di Arrio sostenitori;
La tersa parte della teokgift di Boesio^ che S. Tommaso dice rignardare la
sepsrazioDe tette creatare per la venuta del Redentore, è suddivisa nel lihco
che s'intitola De Christana Fide, e nell'altro delle dna nature che*
inoombicia, Àfiask te quidam^ Sì nei codici Laurenziani, adunque, che nei
Commenti di et Tommaso è conferìnate il eoH^amento dialettico di tutti cotesti
libri, e la Fidei Confessio di Boezio pa« Uicata dal Vallino, è qui in
egualmodo riconosciuta per parte integrale di tutto il lavoro teologico. 11 che
supplisce al manco di prove omesse dal Vallino nel citare i suoi manoscritti, e
darebbe, fuori di ogni dubbio, al li* bro conteso la stessa autenticità degli
altri. Intorno alla quale autenticità già noi osservammo nei superiori
capitoli, che V argomento che la rendeva ine^Mignabile, traseurato affatto dai
moderni critici, e che prova. che d' altri non ponno essere cotesti libri
fuorche di Boezio Consolo, consiste neir essere sostenzial* mente tutti in
egual modo appoggiati ad un metodo, che nessun altro ecclesiàstico, n^ avanti a
lui né a lui con* temporaneo, l' ebbe mai^ adoperato nelle stesse materie di
fede. Queste speciaiRà di carattere non poteva sftig* gire/ alla mente
investigatrice del primo teologo del media evo: end' ecco come. S. Tommaso
chiude il suo Pro* lego. Agostino nel i. della Trinità dice che tele argomente
vuoisi trattare iu due modi, cìCiè e colla autorità e col raziocinio,, ed
Agostino stesso nel tratterne si attenne simultaneamente all' uno ed all'
altro. Alcuni però dei SS. Padri, come Ambrogio ed Hilario, attennefsi
esclusivamente alle autorità. Boezio invece scelse il secondo modo,
resdasivamente razionale, e non cita che una sola rolla S. Agostino, e lo cita
per dichiarare eh* ei noi seguita che nella parte razionale. ^ Che se alcuno
volesse qui opporre che nel libro De Fide Boezio si allontanò'talvolta dal
metodo razionale costantemente seguito negli altri, noi gli chied^^mmo che ci
dimostrasse, se è possibile professione di fede, ex intìmis diseiplinù
PhilosophÙB mmpkt? Quel libro è una vera confessione; gli è il credo premesso
all'ut mtelUgam. Qui pongo termine al mio epilogo storico intorno a Boezio; il
quale epilogo mi era, ripeto, indispensaibile per trovare T origine del
peilsiero filosofico che si affacciò e si andò svolgendo rielle mediche
Università di Eur ropa del medio evo, dal sesto e settimo secolo sino al
decimoterzo, non bastando a ciò né il mio libro della Medicina de' Padri avanti
gli Arabi che finisce con Isidoro Ispalense, né il susseguente della -scuola
Salernitana. Direi, se non m'ingannassi, che lo stesso primo autore della
Storia di questa scuota, il De Renzi, conobbe questa necessità; giacché in una
dottissima appendice a quella storia egli parlò diffusamente con ispéciale
discorso della dottrina del Filosofo Aquinate, e della influenza che ebbe sulle
italiche scuole. Io ho stimato inoltre, che il debito della storia universale della
scienza fosse il rìsalire al maestro de' maestri di S. Tommaso che fu Boezio;
sulle cui orme l' Alenino, ilBeda, il Gecbertó, e Alberto Magno, e Abelardo e
Pietro dalle sentenze avanzando, prepararono la mente dell' Aquinate medesimo.
Mi sono trovato, quando meno il pensava, in compagnia di pò* ' Div. Tboi^ie.
Op. Voi. Vili. Edit. cit 328 siiao a sai. Boezio, op. cit. De Trlnilate. Vobis
tan^en illud eliam inspiciendum est, an ex beati Augtutini scriptii semina
ràtiùnum in nòs venieniia fi-uetus aitulerint. tenti ititelletti, che di Boezio
anche essi, ma con diversi fini, a questi dì si occupavano. Io ho voluto
lasciarlo circondato da tutto lo splendore di quelle tradizioni, che r Italia
cristiana ha sempre in lui riconosciuto e venerato. Senia queste le menti più
famose, che finirono di costruire la latina filosofia, non T avrebbero né
accettato né compreso né imitato. Non ho conteso né della sua santità né del
suo martirio: ciò spetta alla Chiesa. Ma la sua cristianità ho sostenuto con
calore, talora anche esacerbato da opposizioni contumeliose e da congetture
stranissime. Né ho mirato soltanto a riempire una storica lacuna nella scienza,
in quanto e quando abbia essa preso principio ò metodo dalla filosofia; ma ad
apparecchiare eziandio a quella Italia, che tuttavia gelosa del pensiero e
della ispirazione cristiana venera que' sapienti che l'uno e T altra le
lasciarono in reda sino dai primi secoli una sufficiente serie di prevede di
documenti, onde non sia né sorpresa né delusa da certe false e funeste
opinióni, che dòpo aver tragittato dal Danubio alla' Senna un mondo che si dice
nuovo, entrassero anche fra noi, e penetrate nelle scuole, ne contaminassero gU
ingegni e le discipline. hit» Mh mImm Mipefftin Uekmm Wim ip firan I. Ho
divisato, o signori, nella mia pochessa e «ol breve tempo ohe mi è stato
conceduto a parlare, di trat^ tenermi con voi in alcune^ ricerca fra le opere
più insi^ goi del Galileo, ohe soqo i Dicdogki del mmtìmi itil0«iì, e quelli
ÙelU nmve mewut, onde trovarvi quale fosse la Filosofia speculativa eh^ ^i ebbe
e pose alia desira delta sua Filosofia sperimentale. Che ae questo indagini
appariranno slegate e disadorne, e non condotto dapperi tutto entro a quelle
Immortali opere dove avcebberq dovuto andare, voi benignisaimi ne sareto, io
spero, rf» cambiati dalla novità e dalVlmportànza dell' argomento* Ed
incomincio dall' osservare, chf! a bene intendere tide filosofia galileiana, è,
mestieri rammentarai quella soatonuta in Firense nel secolo deomoquinto) che e^
tra' più valenti campioni suoi Marsilio Ficino : dalla quftle varamento
incominciò la diiminuanone deir assoluto im« pero deJla filosofia aristotolica
e dello scolastipisma Kd avrebbero quei sommi che la cndimposera Qiteouta una '
completo restourazione, se invece del platofusma aks^ sandrino corrotto nella
plotiotana scuola da vadlose esaltazioni e smarrimenti del pensiero, vi
avessero messo in trono il vero platonismo d' Atene, cioè la pura scuola di
Pitagora e di Socrate d^ Platone insegnata. Molta ciò nonostante fu la influenza
che P accademia platonica esercitò su quella posteriore del CiineiiU);
imperocché se Marsilio tradusse e -divulgò le opere di Plotino,, lusingando
quella parte dei contemporanei suoi tuttora inchinevole alle orientali
esorbitanze, aveva però già all'altra parte di più aavi intelletti data la
traduzione, e divulgata in mezzo ad essi la serie dei dialoghi del vero
Platone. E parmi che a questi alluda spesso e non poco anche la filosofia del
Galileo. II quale ne disposò moltissime sentenze, e massimamente qudla delP
essere la geometria il principio della umana scienza, salga questa o discenda
ira' fi fetto e r idea: e' Paltr^, dell'essere P universo pieno di triangoli e
numeri e figure geometriche. Che se il Galileo condusse dipoi la riforma
filosofica al suo c(«ì* \ pmento, ciò fu in quanto conobbe la necessità di
segregare dàlia filosofia aristotelica*, o platonica che fosse, luitàla parte
fisica delle scienze uniafie, di cacciare dagli studi delle naturali cose tutto
il putrido 'ciarpame defilé magie, delle astrologie, delle alchimie, «
sostituire l'esame fisico sperimentale e la fulgida verità e la utilità somitìa
delle matematiche dimostrazioni, lasciando nella loro altezza e nella loro
dignità certi punti della soprannaturale filosofia pla^nica, onde datola. e
senza fisiche mescolanze, mostrasse questa i suoi accordi infinitamente
maggiori della aristotelica colla morale e colla religione. Direi pertanto che
in Galileo sieno state due le filosofie: Puna pratica, ch'egli il primo creò ed
assegnò esclusivamente agli studi della natura ; P altra speculativa o
nletafisica, la quale egli non lasciò tlielle sue opere di far conoscere,
sebbene tutti j suoi argomenti si conducessero ad' insegnare ed applicare alla
fisica la sua sperimentale filosofìa. Intorno a quest^ ulliipa tutti i pasono
concordi : ognuno sa dov' è e quale sia il suo carattere uniforme presso tutti
gli scienziati che T hanno presa per guida. Deìr altra, ossia della metafisica
professata dal« Galileo, come quella della quale non esiste verun speciale
componimento; ma esiste solamente a brani per molte proposizioni qua e là
sparse nel corso di trattati di fìsica materia; nessuno dei cultori delle
scienze, grati, contenti e pieni della fìlosofìa pratica del gran maestro, ne
ha mai cercato né parlato finora. Del qual silenzio mi è testimonio T illustre
autore deUa Storia delle Matematiche, che pochi anni or sono nel suo quarto
volume altamente si dolse, del non trovarsi in alcuna parte delle opere del
sommo Italiano Y esposizione di questa sua filosofica. ^ ' II. Ini porta
adunque il dimostrare : 4« che questa filosofia speculativa esiste nelle opere
del Galileo ; 2* che dessa ha ben altri spiriti che quelli supposti e
condannati, vivente lui, dagli scolastici ; e diversi pure da' quelli che i
filosofanti del secolo decimottavo, e alcuni anche del nostro supposero,
tenendoli per un germoglio identico alla sostanza delF altra gàUleiana
filosofia, detta sperimentale. Tocchiamo innanzi brevissimamente le origini
della Scolastica, e come essa venne al dominio di tutto lo scìbile umano.
Quatido la filosofia si arroga cotesto domi* Histoire des Scieiìcci
mathéfMiiiques en Italie ete., pàrG. i.ibri; t. IV, 202, noia !.. . nio? Quando
le civiltà ricomìnciafio, o quando matarate nella loro' virilità, credono facile
ed utile il tentare una sintesi condudente e finale. Nel (h^ìoìo casoi filosofi
collegano la natura al sojprannatttr^ colla fede e colla autorità : nel secondo
comprendono ed interpretano la fisica tutta intera con una forihula metafisica.
Ma se nel primo sono scusati da «necessità, nel secondo cadono in colpa d*
orgoglio imperdonàbile^ Dovendo dire dei primi soltanto, ricorderemo come i
sapienti che si trovarono tra le rovine del romano impero, e i primi secoli del
cristianesimo, a preparare novella civiltà alle tribù battezzate nella nuova
fede, assunsero un eacerdozio, che somigliante à tutti quelli de' popoli
primitivi, riuniva in sé di bel nuovo la religione, la politica e la dottriiui
delle naturali cose. )1 quàl sacerdozio incominciato coUa povertà, la carità e
la fede, fu assai più depuratore che fondatore di civiltà, la quale veramente
non trovò affiaitto spenta; imperocché i superstiti lavori dell'ingegno umano
di nazioni d' antichissima origine rimanevano, per ritessere con mezzi e fini
più acconci e commendevoli la società risorgente. Cosicché quando quelli s'
avvidero, che gli umani intelletti rapidamente avanzavano nelle cognizioni di
quanto era restato vivo tra i caduti regni ed imperi, sentirono a bisogno di
abbracciare e di impadronirsi anche di questi frammenti ; e come studi che
èrano già stati coltivati partitameute da molti, e fra i più prossimi e noti
dai Greci e dai Latini, i padri del nuovo culto principalmente ne composero con
la religiosa sapienza una enciclopedia, che per alcun tempo mantenne in loro
l'autorità e l'ammaestramento clelle moltitudini. Ma nelle naturali sdenze, in
quel periodo r autorità sarebbe stata tra i molti antichi coltivatori di esse
troppo divisa, e non avrebbe avuto una forza eguale air altra che appoggiavasi
alla Bibbia e al Vangelo, se un ultimo tr9 i greci filosofi, Aristotele, che
avieva trattata di ogni cosa, sì della aatura come del soprannaturale, e
malaineiTte maritato con Platone dagli eclettici alessandrini, non offeriva
maggior potere come solo e repotatissimo, alla richiests^ autorità e
dominazione. Venne quindi a rappresentare ogai sapienza la sua filosofìa, che
dai numerosi commentatori e seoUasli che vi avevano lavorato, e vecchi e nuovi,
prese forse il nomie di Scolastica : e il sacerdozio, come era depositario ed
interprete nato delle sacre dottrine, tale divenne piM*e negli studi naturali,
lusingandosi che di scienza della natura in Aristotele non vi fosse solo il
bastevole, ma il sopravanza Per tal modo una sola filosofia comprendeva tutto il
sapere umano., abbracciando essa la .metafisica e la fisica ; lasciando ai
sapienti la sola cura, o a meglio dire la sola arte del sillogismo per
concatenare colla religione e colla politica la dottrina delle idee e quella
dei fenomeni della natura. Ili Questa filosofia gigantesca e infedele, che
egual-. mente si prestò agli amici come ai nemici della reUgione, dominò nel
medio évo sino air Accademia platonica fiorentina che la indebolì, e sino^ ai
tempi del Galileo che la distrusse. lì quale fu il primo a dimostrare la
necessità di dividere in essa la fisica dalla metafisica; ponendo in evidenza
che la dimostrazione della verità e della certezza neHa scienza della natura
non si ottiene né con le logiche scelastidie, né conia dialettica, né coi loro
proteiformi sillogismi ; ma unicamente con le formule geometriche ; situando in
mezzo all'una ed air altra le matematiche, onde più non si confondessero
insieme; dando il più elevato seggio alla metafisica, l'altro alla scienza
della natura ; e la scienza iotormedia delle misure e dei numeri servisse o
come anello di congiunzione, o prisma di refrazione ira le idee che di su e di
giù con alterna confluenza partivansi. Così la ragione trovò finalmente i suoi
veri limiti, cioè la fede religiosa nelle soprannaturali, la matematica nelle
naturali scienze. La quale grande e immensainante fruttifera operazione fu detu
filosofia pratica, naturale, esperimentale, e venne pur chiamata metodo
geometrico o matematico, che il Galileo applicò air intera parte fisica deir
universo. Ma non è propriamente di questa filosofìa che io intendo qui di
ragionare ; perocché di essa, e dei miracoli che il Galileo con essa operò, non
si potrebbe parlare senza noverare insieme Tuna dopo T altra le sue nuove
es|)erienze, e r iiQmenso numero de' suoi rintracciamenti e delle sue
invenzioni, che fecero e fanno stupire il mondo. Supponendola a tutti nota, non
vuo* qui ridirne né lo splendore né i frutti che arrecò coir esempio a'
discépoli suoi, che sino alla nostra età continuarono. Veramente la filosofìa
di Galileo che mr son proposto di far intendere è la sua metafisica, quella,
cui dopo averle tolto V usurpatosi governo della scienza della natura^
riseri>ò a sé nel reggimento della propria anima, in ordine ai fondamenti
delia fede religiosa e alla scerta morale delle sue azioni private e civili.
Questa filosofìa che tutti dovremmo avere uniforme, scienziati o nò, mentre
tutti professiamo la medesima fede,e tutti facemmo sacramento sugli stessi
diritti e doveri, e il sentimento di carità e deir onesto entro alla coscienza
religiosamente serbiamo, questa filosofia, che in fondo é la religione stessa
del cittadino e del cristiano, come avvenne che fu supposta in Galileo -così
avversa alla rettitudine de'principii religiosi, quando i contrari medesimi
alla sua ingiusta condanna, oggi stesso dichiarano, che nelle sue opere non ve
n'ha traccia? Di tale supposizione funesta al ^rand' uòmo e alle stesse
scienze, fu prima causa presso i giudici suoi la fìlosafia scolastica. La quale
non crede possibile la esposizione di veruna filosofia senza il gergo
sillogistico; e questo non essendovi nelle opere di Galileo, nemmeno là dove la
sua metafisica è dichiarata, non la cercò e non la vide; ed entrò subito in
grandi timori delle conseguenze deir altra filosofia che orale, evidentissima,
cioè. dèi metodo matemàtico ed esperimentale^ Oltreché la pertinacia del
comprendere in una stessa filosofia il soprannaturale e il naturale, non
permise loro ^Mntendere né di antivedere il frutto che preparava il Galileo
alla stessa religione, col dividere le ragioni della Scieni&a Prima dalie
esperienze e dimostrazioni sui fenomeni della natura. Seconda cagione dello
stesso. supposto pressoi posteri del grand' uomo, ed abusatori d'ingegno, e di
ie^e mal ferma nelle sante cose, fu il fatto stesso della deplorabile condanna.
Da questo, solo fatto pretesero d'indovinare la filosofia del Galileo avversa
alla Chiesa e ad essi concorde e propiziai. E schivando di penetrare nella
ftiente del Galileo onde intendere il fine della gran riforma scientifica
ch'egli operò, la quale consistette appunto nel lasciar illese le ragioni del
soprannaturale, e le verità primitive indimostrabili della metafisica,
dividendone la fisica, le di cui verità non si svelano se non con un metodo di
ricerche graduale e lento, e senza le matematiche non si dimostraìao né vere né
necessarie ; supposero questi egualmente la metafisica del Galileo irreperibile
nelle òpere sue. Impieròcché la nascosta intenzione del sommo filosofo, dovea
per essi essere stata quella di lasciarla come inferenza spontanea della sua
filosofia sperimentale, avendo di questa informata l'ai* tra -in maniera, che
tifando le corde dei sensi in alto sino' a cingerne il soprannaturale, ne
avrebbero i dpCti €da per sé rifatto un completo sistema, in diretta e perpetua
opposizione a quello degli scolastici. Credettero inoltre costoro, che il
Galileo avesse dato assoluta libertà alla ragione, svincolandola dai ceppi deir
autorità. Ma 'da quale autorità la volle egli liberata? Solamente da quella di
Aristotele e dei scolastici, che la seguitavano solamente nelle fisiche
ndaterie. Che se s' intendesse, insieme, che Galileo avesse iniziata quella
libertà limitata della ragione, cui tendevano le loro depravate menti, sarebbe
questa non solamente una ignoranza delle sue dottrine, ma una bestemmia ;
imperocché egli lasciò tanto illesa la dipendenza della ragione dalla
metafisica, che volle concreate eerte verità prime soprannaturali neir
intelletto, come scorte inerranti nei laberinti del pensiero umano; e in fìsica,
al vincolo deir autorità con che gli scolastici stoltamente credevano d'
imbrigliare la ragione, sostituì quello più sicuro e più severo delle regole
matematiche, restringendone la ragione in ^uisa che da nessuna altra fonte, air
infuori di questa, nello studio della natura potesse venirgliene la verità e la
titudine degli intelligibili che sono infiniti, l'intender » umano è cothe
nullo, quando bene egli intendesse B mille proposizioni, perchè mille rispetto
all' infinità è » come un zero: ma pigliando l'intendere intensive,. in »
quanto cotal termine ii;npprta intensivamente, cioè » perfettamente, alcuna
proposizione, dico che l'in tel» letto umano heintenda alcune così
perfettamente, e ne )v ha così assoluta certezza, quanto se lì' abbia l'istessa
» natura : e tali sono le scienze matematiche pure, cioè » la geometria e
l'aritmetica); dellequali l'intelletto di» vino ne sa bene infinite
proposizioni di piò, perchè le jf sa tutte; ma di quelle poche intese
dall'intelletto urna» no, credo che la cognizione agguagli la divina nella D
certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la » necessità, sopra ia quale
non par che possa essere » sicdrezza maggiore. » Queste sono, continua il
Salviati, proposizioni » comuni e lontane da ogni ombra dì temerità o d' ar»
dire, e che punto non detraggono di maestà alla di» vina Sapienza, siccome
niente diminuisce lasujsi onnipotenza il dire, che Iddio non può fare che il
fatto » non sia fatto. Però, per meglio dichiararmi, dico che » quanto alla
verità di che ci danno cognizione le dilnoB strazloni matematiche, ella è V
istessa che conosce la » Sapienza divina ; ma concederò bene che il modo col j)
qvale Iddio conosce le infinite proposizipni delle quali » noi conosciamo
alcune poche, è sommamente più ec» celiente del nostro, il quale procede con
discorsie » con passaggi di conclusione in conclusione, dove il » suo è di un
semplice intuito : e dove noi per esempio » per guadagnar la scienza di alcune
passioni del cer» chio che ne ha infinite, cominciando da una delle più fi
semplici, e quella pigliando per sua definizione, pas» siamo con discorso ad
un'altra, e da questa alla terza, » poi alla quarta, ec. ; Y intelletto divino
con la semplice D apprensione della sua essenza comprende, senza tem» poraneo
discorso, tutta la infinità di quelle passioni; )» le quali anco poi in effetto
virtualmente si compren» dono nelle definizioni di tutte le cose, e che poi
final-' » mente, per essere infinite, forse sono una sola nel» r essenza loro e
hella mente divina. Il che' né anco » air intelletto umano è del tutto
incognito ma ben da 9 profonda e densa caligine adombrato : la qual viene in 0
parte sottigliata e chiarificata, quando ci siamo fatti 9 padroni di alcune
conclusioni, fermamente dimostrate 0 e tanto speditamente possedute da noi, che
tra esse » possiamo velocemente trascorrere. Perchè insomma, 9 che altro è V
esser nel triangolo il quadrato opposto » all'angolo retto eguale agli altri
due che gli sono in» torno, se non Tessere i parallelogrammi sopra base 9
comune e tra le parallele tra loro eguali? £ questo D non è egli finalmente il
medesimo che essere eguali 9 delle due superficie che adattate insienoe non si
avan» zane ma si racchiudono dentro al medesimo termine? Or questi pg^ssaggi
che Y iatelletto nostro fa con tempo » e con moto di passo in passo,
l'intelletto divino a » guisa di luce trascorre in un istante, che è lo stesso
» che dire gli ha sempre tutti presenti. Concludo perD tanto, r intender nostro
e quanto al modo e alla mol» titudine delle cose intese esser d'ignito
intervallo 9 superato dal divino, ma non però T avvilisco tanto, 9 che io lo
reputi assolutamente nullo; an^i, quaxMlo io » Ve considerando quante e quante
maravigliose cose v hanno intese, investigate ed operate gli vomini, pur »
troppo chiaramente conosco. io e intendo, esser la » mente um^na opera di Dio,
e delle più eccellentL » * VI. Questi sublimi benché pochi concetti metafisici
che Galileo probabilmente vide scritti lassù, quando teneva quei suoi
veggentissimi occhi fissi negli astri del firmamento, egli trascrisse nelle sue
opere e per sé e per i discepoli suoi, onde eon pochi, ma veri e sempiterni
pritìcipii, la sua privata filosofia alla morale e alla religione si mostrasse,
concorde. Né il Viviani né il Magalotti né altri altra ne ebbero o ne
insegnarono. £ nel Proemiò ai Saggi di naturali esperienze deir Accademia del
Cimento le medesime idee furono a bello studio ri-, onde il mondo sapesse che
la Scuola e l'Accademia insieme col gran Maestro avevano e di Dio e dell' umano
intendimento le stesse credenze e convinzióni. Le quali possono qui
compendiarsi in due massimi Corollarìi. Pinmo. Partivasi Galileo dalla
creazione, e venerava *■ te Oper^ diGaWeo Galiki, prima edizione completa, ^r
cura di Eugenio Alberi. Firenze 1842, lom. I, 116 e M7. in Dìo una sapienza
infinita; anzi diceva, il sapere divino essere infinite volte infinito : la
mente umana la più eccellente opera di Dio: -in essa concreate alcune verità
primitive come preziose gemme nei loro incastri, la di cui luce, per il terreo abitaeplo
in che ella è posta, è da velami e da caligini oscurata. La pienezza di cotesti
veri è in parte nel soprannaturale, e parte disseminata tramezzo alle naturali
cose. L'intelletto consegue con. la ioitenstvità i soprannaturali nella loro
pi^oia luce pei* mezzo della rivelazione e deUa fede : i naturai, colla
dimostrazione matematica : e onde con innesti potenti e benefici aiuti della
grazia divina, le menti con piii sollecitadine e costanza e pienezza veggano e
profittino di tali verità, è mestie»*i che P uomo* temperi e assottigli quanto
più può que' velami e quelle caligini di falsità che partono dai fermenti e
dalle passioni della sua materia: ed ecco il fondamento della merale, e il
culto necessario e il merito insieme della virtù umana. Secondo. Per le verità
naturali la mente uma^a procede allo stesso modo, solaon^ate traendone la
dimostrazione, non dalla metafisica, ma dalle matematiche. Che la geometria
cammina anch' essa grandissimi spazi, e trascorre la vastità delle opere della
natura, e contiene nelle sue dimostrazioni la necessità de' suoi veri ;
riverberando in certo modo e scoprendo quelle matematiche leggi, colie quaìli
l' etemo Intendimento tempera e governa l' universo. Ma la geometria, con le
sue mille e mille -conelusióiìi ottenute, è sempre a impieoso intervallo da
quanto resta ancora a investigarm ed intendersi nella natura: epperò st reca
allato per 'sua atutatrlce e mini3tra la esperienza, la quale ^ tentando
eitetti e cagioni, e le attinenze loro, prepara la serie delle probabilità, che
la matematica disnebbia colla dimostrazione; presentandole come verità e leggi
naturali allo intelletto, SULLA FILOSOFIA DI e di filosofo più che cristiano,
perchè cattolico e san» tissimo. » * Né mancò al Galileo, come virtù sorella a
cristiana filosofia, la carità e T amore caldissimo verso la patria ; che al
lettore pria d' introdurlo ne' Massimi sistemi disse queste memorande parole :
« Per tanto è )> mio consiglio nella presente fatica mostrare allena» zioni
forastiere, che di questa materia se ne sa tanto x> in Italia, e
massimamente io Roma, quanto possa mai « averne immaginato la Galileo Galilei
al leUore. Edlz. cit., t. !, U. y stiana filosofia? Potevano i materialisti del
secolopassato trovare una metafisica più difforme e contraria ai loro laidumi?
Porrebbero oggi e razjonalisti e panteisti trovare una filosofia che più sia
lontana dalle loro misere e perverse intenzioni di condurre ad una libertà
illimitata la ragiouQ umana ? cbe più si dichiari impotente a promettere al
secol nostro una scienza univeraale delr essere, come essi superbamente
promettono? Cessin» dunque colali filosotauti di dichiarare il Galileo auspice
loro. E volgendomi ai cultori delle naturali scienze, dico essi soli, e>
finalmente, che non cerchino di altra filo-^ sofia per educazione del loro
spirito; che sannoora dov'è, e quale qlla sia, la metafisica cristiana che
bastò al Galileo, e che conviene ad ogni scienziato : nel resto, cioè nella
fisica, non v'ha che la filosofia praticia da lui, insegnata, che colla matematica
e la sperienzà soltanto trova e dimostra Ja verità e le leggi di natura. Cosi
avranno dato al loro intelletto la preparazione più: acconcia per castità e
rettitudine di pensieri, onde procedere sempre sulle orme inerranti e luminose
dell'immortale maestro ne' loro studi e nelle invenzioni loro. Né ad essi
saranno mai per mancare soprannaturali grazie ed aiuti negli iricia^mpi a' loro
esperimenti e negli infortuni della vita ; che esulta il Creatore medesimo e
benedice ad ogni verità che l' uomo discopre nella opera sapientissima della
sua Creazione. POCCl. NOTTI. 1* M KfflBAIlim 0ELLÌ SBDICiNi GLIIflCi
INTRODtZIONE alla GIÌDÌca nemica delF anoo scolaslico Ì8S9-40 nella IlDiversiià
di Pisa. Quo naUira.vergit. Ippocrate. La medicina, è per noi dò che era per i
platonici la Temperanza: scienza delle altre scienze^ e scienza di sé medesima.
Qael cai^osct te stesso che^st di frequente racoomandayano i Greci sapienti può
applicarsi anche alla scienza nostra: conosci te medesima, determinai limili
intransitabili delle tné facoltà. Che puoi tu sapere conle scienza; che puoi tu
operare come arte? La confidenza neirarte propria è indizio di candido zelo per
e^sa; ma' il non iltudersi sul valore dei mezzi e dei principii che la
dirigono, dimoiStra V intelletto arricchito di bastante numerò di cognizioni,
educato nel ragionamento, illumirt nato dair esperienza. Perchè la confidenza
neirarte comincia grandissitna^ e finisce talvolta pìccolissima, e quasi nulla?
Perchè taluni principii che ci somministra la scienza, tutti un lavoro più o
meno splendido dell' intelletto, vacillano sempre, e o sia che mutino le
sembianze loro per opere altrui, o per ragionamento ed esperienza propria,
invéce d! insinuarsi sempfe più ne' fatti, sembra che il tempo e gli
avanzamenti delle osservazioni sem^* pre più ne H allontanino ?)Io stimo che
ciò dipenda dalla seguente cagione, cioè che in mezzo alla duplice serie di
elementi del conoscere e dell' operare, essendovi nei tipi semplici dei morbi
la natura efficacemente curatrice, non si sia mai questo fatto primo di essa
tradotto in principio di connessione fra il sapere e V operare, né riconosciuto
in esso fatto una guarentigia alle operazioni nostre, superiore a qualunque
altra che mente umana ne abbia potuto immaginare o ne possa; e non essere per
conseguenza possibile il completare la serie dei principii di connessione
etiplogica, patologica e terapeutica, tanto che resti conchiusa l'arte nella
scienza; e questa in quella. Di un tale difetto io non accuso né veruna
dottrina de' tempi di oggi, né veruno istitutore di essa.Sentomi invece
trasportato a lodare il rapido ingrandimento che ha avuto per essi ^1 metodo d'
osservazione. Quanti mezzi mpltiplicati alla diagnosi! quanta cura nello
indagare lo stato morboso degli organi! quanti errori respinti! quanti nuovi
eleménti di malattia ritornati in valore! Ma rtentrando in me stesso, e dopo
che anch' io mi son valuto di questa ricchezza dimezzi che la scienza mi porge,
io interrogo la piia coscienza clinica, e le domando una terapeutica garantita
da un principio* per io, interrogo la mia mente in che le idee sono entrate a
dovizia, e le chieggo che ella me le coordini in modo eh' io vi trovila
jscienza connessa coli' arte. £ siccome la Clinica, tion può essere scienza se
non v' ha questa connessione, dubito assai. che i fondamenti di essa, nel modo
io che. sono oggi universalmente.àdottati, al fioè desiderato non siano ancora
per condurre. Valgami per tanto ed offerisse un sembiante di affinità palese
col movimento attuale di tutta Isi scienza. A tal fine io stimo che i
fondamenti e gli oggetti che^ debbe oggi la Medicina Clinica proporsi di
riprendere in esame, onde porli in relazione con quella maggior òopia in che
oggi ci troviamo di "clinici studi, sieno: 4. Il fondamento empirico, o
iiaturaìe; 2., [1 fondamento analitico, o sperimentale; 3. H fondamento
razionale, o induttivo. Il primo de' quali debba concorrere a ingrandire
Tosservazione: il secondo a knigliorarè l'interpretazione dei fenomeni; il
terzo a perfezionare il mètodo. E credo che fra tali fondaménti il secondo
soltanto si trovi oggi in un reale avanzamento; ma che II primo manchi ancora
di soddisfare ad uno dei pid grandi bisogni della scienza, io quanto essa è
operativa, e il terzo noo possa perfeziODJarsi in quanto non può del pari nella
sf^ra de' suoi precetti conchiadere in una esatta corrispondenza il
ragionamento e la operazione clinica. Si manca di un principio dedotto da un
fatto della natura stessa, che fissi e garantisca le connessioni terapeutiche.
Ecco il grande bisogno della scienza clinica nella stato in che essa oggi si
trova/ Ne esistono di queste connessioni entro alle sintesi sistematiche; ma le
migliori scuole mediche di Europa si sono tutte discinte oggimai da codeste
sintesi false e perniciose che eonchiudono in perpetup uns^ scienza. La sintesi
utile non è quella che imprigiona Is^ scienza, ma quella cl^e lasciandole
libero da tutte le parti il movimento irrefrenabile delle osservazioni e dei
pensieri, yi imprime soltanto un' immaginecollettiva che cara^tteriijsza il
periodo dèi suo progresso. Questa immagine non è, né può esserQ mai un sistema:
h la forma, della mente applicata a quel periodo di anyanzamento in che la
intera scienza si trova, onde si sappia come comprenderla con la ragione, e
tradurla nel fatto con mezzi migliori e più copiosi. Assunta questa indole
nuova, e continuandole il bisogno delle terapeqtiche connessioni, e d' ogni
altro mezzo fattasi diffidente, si è rivolta oggi la Clinica al computo
statistico e air empirismo anatomico, ya revento non ha corrisposto al lodevole
proposito; giac^ che ponendo mente. alla parte operativa che cotesti clinici
seguoiio 0 propongono, vedesi come tuttora la terapeutica per essi è vagante, e
smarrita, o senza altra guida che quella delle tradizioni o dei numeri. I quali
numeri possono favorire qualunque metodo; perocché designando e^ nti
ri^ult^inento qualun^ei e non le oagioni intrinseche di esso, lasciano sempre
n^Ua . incertezza intorno alla causa dèlia guarigione, o per lo meno
somiglianti a tutte le sperien«;e terapeutiche istituite nello stato di
roalattia pQQ.iDdiGaEia la parte o grandissima, o intera, che la natura ha
avuto nella soluzione del morbo. Le connessioni terapeutiche adunque o non
esistono, o non sono legate alla patogekiia dei morbi che da un principio
arbitrario. Vediamo peptaolo se nel fondamento empiriqo della scienza esiste un
principio natturale e vero, dal quale si possa far capo, onde soddisfare a
questo grande bisogQO della Clinica ^ ih quanto essa è scienza operativa. Io
Qon so, ma a me sembra che la vita sia il fenomeno di una potenza priipitiva
eh? penetra e si svolge, e si manifesta attraverso tuttat la creata natura, sia
organica o inorganica, Cotesto potenza adunque precede in certo modo la
formazione organica; e gli atti che da questa derivano, e che costituiscano la
vita denominata rer sultante, sono un complesso di fenomeni di quella potenza
che vivifica.il materiale organico, e di questa materia medesima vivificata e
posta in assetto co)le ^potenze esteriori. Per modo che alcuni di questi
fenomeni sono passivi, sottoposti cioè alle influenze deir esterna natura, e
sino a un cetto punto anche alle sue leggi; agli altri compete una.fprza attiva
indipendente ohe fissa $1 tipo ^p^ ciale deir essere, e lo conserva. Pne sono
adunque i termini per lo studio, dei fenor meni organici; l'attività e la
passività della vitat Tra i primi nelle fisiche fun^i^ni della umana esistenza)
par^* tono sì nello 9tato sano cbe net morboso molte azioni dirette alla
coqserva^ioni? della individualità,. obe chia^ mansi atti ^ponkm»i ahlh mtura.
Ove la nostra scienza fosse puramente speculativa, indifierente earebbe, predo
io, il partirsi cogli studi e^mpirici di essa dai fenomeni paseivi 0 piagli
attivi. Ma essendo la medicina una scienza necessariamente pratica, X
osservazione non può partire indifférentetnenlB dall'uno o dall'altro termine,
cioè dall'attivo 0 dal passivo della vita, ma bisogna che di necessità
prediliga quello òhe le somministra una istruzione direttrice dell'opera, che
dee «eguire alle analisi del pensiero. ' La Fisiologia da Haller a noi aveva
incontrato per opposta via lo stesso difetto. Era tutta perduta in inter-^
pretazioni vitali, obliando, o sprezzando tante ragioni meccaniche e chimiche,
cho colle leggi del mondo esteriore coalizzano quelle del mondo organico. I
Fisiologi mpderni hanno preso a coltivare per modo questa seconda parte, che
molti fenomeni furono ridòtti a leggi di meccanica, o di imbibizione, o di
ricambio di chimiche affinità tra ele,menti comuni ipi tutta la materia. Ma avvedendosi
di avere pertanto obliata la parte vitale della fisiologia, v^l ti si sono oggi
a investigarla nelle azioni nervose, e determinarla tra quei Ijmiti che adéssa
sì competono per la esperienza. Farmi che lo stesso consiglio debbano di
presente accogliere i Patologht e i Clinici, vo' dire avvedersi una volta, che
considerando isolatamente il centro di passione', siccome e tutti e sempre
hanno fatto finora, essi considerano ima part^e sola di quel complesso di
fenomeni che costituiscono lo stato morboso. La qual parte può essere pure in
alcuni casi la più lontana da quelle indicazioni, e da quel provvido consiglio
terapeutico che le salutari tendenze organiche somministrano all' occhio del
Clinico. Imperocché il consiglio terapeutico non può sorgere assicurato dalla
natura stessa in altro modo, che per lo studio di quelli atti vitali che
tendono ad attutire un movimento, o a cambiare salutevolmente un processo
chimico morboso, o per nulla aiutati, 0 solamente aiutati dall' arte. Né v' ha
altro modo per garantire la esperienza clinica che cimentarne i itó
risultamenti al paragone dì quelli che promove sponta-neamente la natura
stessa. Se v'ha nulla di positivo ih Terapeutica altro non è che ciò che regge
a un tal paragone. Rèsta adunque di riassumere scientificamente questo
principio empirico degli atti spontanei della natura per completare lo studio
clinico; e quando dico riiissumerlo scientificamente non intendo di mànfetierlò
nelle nostre esercitazioni solamente sostenuto dalla autorità degl'Ippocratici,
né solamente venerato ed accolto come concetto di prudenza pratica; ma di
accoglierlo comeasA sunto primo di tutta la scienza clinica, il di cui
carattere scientifica sorge allora i;nperioso quando Y analisi del cèntro
stesso di passione somministrando un concetto patologico relativo ad una azione
terapeutica, tutto que-' sto ti'ovamenlo secondo le più fine ragioni di scienza
non mostri stabilità né certezza, che alla condizione d'essere in aìrnionla e
in identità con una serie dì fenomeni at^ livl che producano lo stesso efietta
Per esempio V analisi del centra di passione mi dirà che certi ingrossamenti di
volume del fegato e della milza dipendono talvolta da idrope entro il
parenchima di questi visceri, e cotesto idrope essere primitivo, cioè costituito
da una idroemosi, di cui l'esame delle cagioni, un qualche salasso esplorativo,
e r analisi del sangue mi ha resa non dubbia l'esistenza. Il concetto
terapeutico qui^ potrebbe essere teoricamente in -connessione cai patologico:
rimettere il sangue nella sua crasi,' e promovere la diurèsi. Ma, la certezza
di esso per me non è sorta che allora che io ho avuto fatti nei quali una
determinazione ultronea di abbondante enurèsi io catarsi mi dissipò
l'incipiente anassarca e i mentovati ingorhi viscerali, e mi assicurò, che
questa rianimata attività esccetoria era l' eifetto dt upa metamorfosi
spontanea avvenuta nel fluido sangcii^ gno, in che più non predominavano i
iM'incipii sierosi. Si dirà per avventura che noQ v' ha cosa né piU an^ tica,
né più universalmente saputa di queste determinazioni, spontanee della Datura
verso un fine salutare. £ appunto questa antichità, e questo universale
consenso che li caratterizzano per una di quelle verità fenomeno e spertenze
guanano il medesimo. £ quanto alla Medicina clinica, fra le moltissime che oggi
ne corroDO^ quelle che principalmente la riguardano sono le sperienze sul
sangue e sul tessuto nervoso ; perocché coi^e io vi dimostrava in Terapia
generale tutte le mat^ laute idiopatiche vanno a ridursi a primigenie alterazioni
. 0 deiruno o dell'altro di codesti due grandi sistemi vi^li. Se ci sianio
ritirati dagli errori in che^ dispoticamente ^ci serrava un assoluto solidismo,
lo dobbiamo alle esperienze sul sangue; e se V elemento nervoso è entrato di
nuovo ne' familiari studi dei Fisiologhi, e nelle opportune applicazioni
patologiche dei Gliniér, lo dobbiamo del pari a quelli ultimi esperimenti che
hanno introdotto molta parte, positiva nel -magistero delle funzioni di questo
organo sublicne, destinato ad immaginare r umanità. Ed in mezzo alla copia
immensa dei resultamenti di tali esperienze io non avrei a darvi altro
consiglio che la pruden;sa nella scelta, e la avvedutezza nelle deduzioni.
Quanto al primo consiglio voi sapete esservi qualclie genia di scienziati che
nel metodo esperimental^ è caduta in tale intemperanza, che ridut^endo ad una
perpetua manualità ogni piU lieye concetto del pensiero, ha degradato T
autorità del metodo per troppo abusarne ; e pur sempre ambiziosa di stringere
lo scettro della scienza, Tha convcrtito in una specie di dispotismo,
disvelando insieme la povertà della sust potenza intellettuale inventiva, né a
torto facendosi chiamare la fabbricatrice di esperienze su i peqsieri altrui.
Voi invece manterrete la castità dello sperimento, e la di lui armonia colle
prudeuti ed acute suggestioni del pensiero. Àgi' ingegni che ne sono forniti
non manca che r aiuto dell' esperienza per islanciarsi a grandi scoperte. E può
venir danno alla selene anche dal non saper cogliere il periodo opportuno per
le deduzioni dall' andamento di alcune esperienze instituite in un periodo
medésimo. Le scienze nel loro procedere si fermano talvolta sopra alcuni
concetti esperimentali ritenendoli per dogmi non più suscettibili di
controversia. Volendole altri risospingere, e meglio chiarire quei fatti, vi
intromettono la nuova esperienza con nuovi mezzi ; e queste nuove operazioni
decomponendo quèlje sìntesi già stabilite, introducono uh periodo di
scetticismo, o di transizione che i malaccorti non avveVtopo, e impazienti come
sono di dedurre, e di dedurre dai fatti, vi fabbricano sopra teorie che non
reggono afgli ulteriori progressi delle esperienze ''medesime. Chi conosce la
stòria del metodo sperimentale avverte insieme a questi periodi, e prima di
valersi dei nuovi resultamenti, aspetta che Fascinare nel movimento delle
esperienze, si fermi nel pùnto di un progresso efFettivo, onde ingrandire la
sciènza con una più stabile e retta intet-pretàzione dei fenomeni. Né a noi
basterà di essere soltanto spettatori, o raccoglitori degli sperimenti altrui ;
chfe dovremo iostituirne da noi stessi, e ci occuperemo delle metamorfosi del
sangue, e di quelle del tessuto nervoso, nelle quali crediamo riporrsi le'
ragioni di molte Torme di malattie non beh conosciute Xinora ; e in tali
disquisizioni faremo entrare gli aiuti della chimica orgànica, e quelli ancor
più possenti dei microscópii, per ì quaji ultimi mezzi tante e SI nuove
cognizioni sono entrate in Emologìa e in Neurologia. La direzione che noi.
daremo agli e^rimenti sulle metamorfosi dìèl sangue sarà diversa da quella che
i chimici hanno seguito finora. Noi non ricer-» cheremó in quali classi di
malattie predomini più un principio che uh altro colla mira di diflferenziarne
i sommi generi per cotesti principii. lo stimo che a rendere assai più utili
tali esperimenti e alla Patologia e alla Clinica, si debba dirigere
l'attenzione a discuoprire le metamorfosi che il sangue subisce durante il
corso delle malattie stesse, e come queste metamorfosi in alcuni casi sieno
spontanee, in altri coadiuvate dall' arte, e in quale corrispondenza si
mantengano colle complicazioni e colle crisi delle malattie. E non dispero che
da tali ricerche, che già cominciammo sino dal gennaio dell'anno scorso (e voi
tutti ne potete far fede) apparirà dimostrato che i resultamenti ottenuti
finora in un modo generico sulle sole classi delle malattie, non possono avere
stabilità clinica; dacché in una stessa malattia il sangue varia a seconda
delle complicazioni e dei periodi del processo morboso. £ queste varietà meglio
si desumono per al presente da certi caratteri fisici che il sangue estratto
costantemente dimostra, di quello che dalle analisi chimicbe, per quel non
esservi ancora uniformità di sentenze intorno le proprietà differenziali di
alcuni elementi del sangue; e intorno ai processi migliori da adoperarsi in
dette analisi. NùUadimeno veggo oggi che l' Andrai si è affidato arditamente
alla chimica per istituire ricerche sulle varietà del sangue in una stessa
malattia, e nello scopo non dissimili dalle nostre. Ed è stato per me un
conforto il vedere quel distinto Clinico aver riconosciuto al pari di noi la
utilità di scandagliare la influenza delle complicazioni sul sangue, e averla
dimostrata con chimici mezzi. E sebbene egli non abbia inoltrate le sue
indagini a trovare corrispondenze fra le proporzioni degli elementi del sangue
e il principio, l'acme e le spontanee conversioni e terminazioni dei morbi;
sebbene valutando egli troppo prestamente come fibrina tutta la parte
coagulabile, eccetto i globuli e il siero, non abbia potuto quindi vedere tra i
reumatiàmi acuti e le pneumoniti nessun' altra differenza che di quantità tra
la fibrina e i globuli ; sebbène forse per la stessa ragione egli abbia dovuto
trovare la quantità della fibrina indipendente dair abbassamento della cifra
dei globuli nella clorosi ; ciò nop ostante la corrispondenza dei caratteri
chimici trovati dair Andrai coi caratteri fisici da me incontrati pur varii
nelle complicazioni di alcune malattie, accreace il valore delle osservazioni
nostre, e dà al criterio clinico delle metamorfosi del sangue durante il corso
di una stessa malattia la possibilità di essere Oggi fisicamente e chimicamente
dimostrato. Noi abbiamo veduto, insieme V anno scorso nello scorbuto il sangue
vappidp,^e spoglio quasi affatto di fibrina, riprendere questo elen^ento,
discernibile per.deciso stato cotennoso, quando sviluppavasi il cancro
acquatico con difterite gingivale, enfiato risipelatqso alle gote, e febbre, e
questi fenomepi scon^parendo riprendere il sangue il carattere scorbutico
primitivo. In varie pleuritidi di origine reumàtica io vi ho altresì
dimostrato, come^ il sangue presentava nella sua cotenna caratteri fisici
diversi, a seconda che in esso aumentavasi o decresceva la metaiQorfosi
flogistica. Avete notato in principio la cotenna costituita da uno atrato
bìapcastro e molle, contenente ^lla superficie o neir interno delle ampolle
piene di un umore, o sieroso, o gelatinoso: in seguito sotto a codesto strato
presentarsene un altro rossastro più assai compatto a fibre finissime, quasi
uno strato carneo, il quale decresce o si aumenta in compattezza,, in altezza,
e in colorito di maniera che jpiù intensa è la metamorfosi flogistica assunta
dal sangue. Ed ove questa ritorni al suo stato reumatico originario la cotenna
non presenta piti che il suo strato biancastro superiore quasi muco condensato,
ovvero si trasforma in una specie di ci3ti che entro contiene parte dello
strato carneo inferiore, ma così slavato nel colore,. e cos\ rammollito nella
compattezza « che indica la sua prossima conversione nella natura albuminosa.
Osservaste di più che quando Y umore gelatinoso contenuto nelle ampolle del
primo strato si rende fluido e^ sieroso, se questo fenomeno coincide con
aumentata proporzione del siero in che nuota il grumo, questo del pari coincide
col periodo di versamento, 0 trasudazione linfat-e nelle affezioni reumatiche;
e dissipate le edemazie del cellulare sub-cUtaneo, o delle interne cavità, e
cessata la malattia, scomparire nel sangue i fenomeni sopra indicati. Non ci
erano ancor giunte le osservazioni di Andrai quando voi già conoscevate, che il
sangue rimane inalterato iife' suoi caratteri fisici tanto neir esantèma
vaioloso, che nelle febbri intermittenti, a meno che non vi siano gravi
complicazioni. Oggi vedete che non variano nemmeno grati fatto i suoi caratteri
chimici. E hel vero V alterata crasi del sangue per effetto immediato di
contagi o miasmi, o non è dimostrabile per i mezzi a noi noti, o, come sembra
più probabile, quando si incontri associata E1 neir altra di queste due diatesi
oel corso di una medesima malattia, potrà pure essere sino a un certo punto in
relazione coi mutamenti dei caratteri fisici, che i due strati componenti la
cotenna sogliono presentare. Pochi hanno sin ora, chMo mi sappia, applicato
alla dottrina generale delle malattie nervose le osservazioni e le sperienze
che oggi si posseggono sulle metamorfosi dei tessuto nerveo nello stato
patologico. Questo fatto che è cosi insigne per i Fisiologhi, e che V
Entòpiologia specialmente ci presenta in un modo evidentissimo, è tempo che
occupi ancora T attenzione dei Patologhe In Neurologia molte sono le sperieqze
dei moderni che racchiudono attinenza colle malattie deK sistèma, nervoso. Anzi
io stimo che elleno sieno a tal punto pervenute da presentarci il fondamento
anatomico e sperimentale della •teoria delle Neurosi. La quale soffriva appunto
contrasti non pochi per la vaga iaterpretazione dei fenomeni, per la. mancanza
di una base anatomica, e per il difètto di una legge di attinenza ^^ di origine
anatomiga anch^ essa, tra il sangue e il .principio d' innervazione. Corrono
ormai più di otto anni da che io volendo stabilire i caratteri differenziali
tra la Neurosi sintomatica e la essenziale, riportava alla prima la maggior
parte delle alterazioni di tessuto allora piti note ; e quanto alla seconda
stabiliva, che il principio di ogiii neurosi essenziale consistesse nella
alterazione del parlicolar modo di vita del sistema nerveo, né la scienza., io
diceva, ci pone ancora nel caso di poter assegnare a cotesto alterazioni
nessuna lesione materiale della polpa nervea che loro sia, corrispondente. E
nel, mentre altri avrebbero voluto assoggettare le neurosi air impero del
sangue appoggiati ad alcuni esperimenti, io non poteva che opporne
altridimostranti V impero assoluto dei nervi sugli oflBkji del sangue. Per tal
modo la scienza allora lasciava ambe le parti ia due estremi, che come
esclusivi erano entrambi viziosi. Gli ulteriori «studi e progressi delia
Neurologia dimostrano oggi, che tra le mentovate alterazioni di tessuto nerveo
ve ne ha delle primitive, e §fu queste si può stabilire una base anatomica
discernibile a molte neurosi idiopatiche, nel mentre che altre o nascondono
tuttavia la loro organica traccia, o appartengono come sintomàtiche alle
alterazionf deUa matrice cellulo-vascolare dei nervi stessi; e dimostrano del
pari, che n^la struttura medesima e nella qualità iMe fibre componenti alcuni
centri del sistema nervoso è riposta 4ina legge di connessione tra le malattie
nervose, e quelle dei processi assimilativi, o del sangue. Grandemente avanzata
è per cèrto colle ultime esperienze fisiologiche la interpretazione dei
fenomeni nervosi. Questi si riportano allòro centri, e nei coltri medesimi alle
loro precige origini di senso, o di motopervertito. Ma il fenomeno intorno al
quale deve la Clinica rivolgere la sua attenzione si è quello delle anioni
riflesfe, donde partono tante nuove ragioni, e tutte certe della fenomenologia
dei morbi. Le quali azioni rifl^se riposano poi Ida i medesimi principi sui
quali io stabiliva il moto centrifugo e centripeto delle correnti
néuro*^lettnche, distinguendone alcune anche col nome di correnti di scarica. E
seeondo che alcune esperienze eominciano a manifestarmi, cotesto azioni
reflesse che Mafsa^Hall e Mailer limitano air asse cerebro-spinale,
conipeterebibero altresì al sistema ganglionare in sé stesso senza V intervento
del cervello, o dello spinai midollo. E di qui .pure potrebbe ritrarsi
spiegazidne di certi fenomeni di crisi con* mutate secrezioni, i quali in mezzo
alla quiète del^ mt* dolio spinale e delle masse encefaliche non saprebbero
appartenere che alla mentovata proprietà fra pleissi e plessi, e gangli e gangK
esistente. La base organica che può aver oggi la dottrina delie NiBurosi riposa
sopra certi cambiamenti del tessuto nerveo riconosciuti come primitivi, sopra
osservazioni microscopiche, e sopra analisi chimiche. Subisce anche nello stato
sano la sostanza componente i tessuti nervosi alcune metamorfosi relative alle
età, e riconoscibili per la varietà del suq colorito. Dal giallastro
rudimentale passa al colore di castagna, quindi al cinereo, e nella
decrepitezza ritorna ad assumere la lànguida tinta giallastra rudimentale.
Questa metacromosi, o mutazione di colorito proprio che si osserva nei centri
nervosi, è dovuta al predominio delle fibre grigie sulle bianche, o di queste
su quelle. Dal quale predominio come può cominciare la così detta mobilità
nervosa, sensibilità eccessiva, nervoso temperamento, 0 in altri termini uno
stato organico predisponente alle nervose affezioni, così la medesima
condizione può elevarsi al grado di patologica. E da ciò dobbiamo oggi desumere
la necessità di por mente a simili mutazioni del colorito, avvertendo di non
confonderle colla colorazione rossa, o punteggiata > o uniforme che per
diversi gradi può giungere alla tinta bruna, o di lavagna, le quali ultime
dipendono dalle diverse proporzioni della materia colorante del sangue. La
metacromosi primititxi va dal giallastro al castagno, dal castagno al
cinerìccio, e si effettua indipendentemente da qualunque infiltrazione, o
travasamento di sangue. y^ha un rcunmoUimento primitivo riconosciuto da Andrai
e da Rostan, come indipendente da emorragie, da macerazioni per versamenti, da
fusione per materia puriforme infiltratasi.V ha un indurimento primitivo
riconosciuto da Boutllaud, dall' Andrai, dal Payen, intorno al quale lo Stesso
Lallemand ha ct'eduto, che potesse essere un modo di guarigione spontanea del
rammollimento. V ha un'ep^r^o^apniwtìtva, riconosciuta dal Morgagni, dal
Laennec, dall' Hutin, e dallo stesso Andrai riguardata come indipendente daHa
accidentale iperemia del neryeo tessuto. V'ha \in^ atrofia primUiva: alcune
parti del cervello e del tronco spinale rimangono nel lora stato rudimentario,
e Jadelot, Reil e Andrai trovaronla come base anatomico-patologica di
particolari neurosi. Il Gluge professore a Bruxelles ha già instituite molte
osservazioni microscopiche sul cervello malato, le quali osservazioni unite a
quelle fisiologiche sulle fibre senserie e motrici, e sulle fibre grige,.o
ganglionari già cominciate dal Foi^ana, e perfezionate dall' Eheremberg, dal
Valentin, dal Ramak e dal Muller ingrandiscono i mezzi di tro^ vamento delle
organiche mutazioni sulle quali si elevano le malattie dei nervi. E il
Magendie, sebbene poco inclinato a favorire V anatomia microscopica alemanna,
confessa però di aver notato ne' suoi esami microscopici delle diverse parti
del cervello, che ciascuna di esse aveva uno speciale aggregamento molecolare.
Le ultime analisi chimiche della massa encefalica hanno discoperto al Gouerb
due sostanze isomeriche {cefalotee eleencephol) che possono V una nell'altra
trasformarsi primitivamente, e le varie proporzioni del fosforo nella medesima
polpa nervosa, e le alterazioni primitive del fluido encefalorachiijliano
costituir possono oggi altrettanti fondamenti organici ammissibili di
pervertita innervazione. Ma un punto congiuntivo restava a trovarsi tra le
neurosi e le alterazioni dei processi assimilativi, onde la essenziale natura
di quelle non venisse in teorica come non la è in fatto contrastata da queste,
e viceversa. Le ultime osservazioni sulla struttura della sostanza grigia dei
tessuti nervei hanno disvelato in essa molti caratteri che la ravvicinano a
quelli del sangue. Dessa è composta quasi interamente d'una massa globulosa
secondo Valentin, Mùller e Ramak. Quest'ultimo micrografo ha trovaio i grossi
globuli ganglionari molto simili ai globuli del sangue della rana. Egli osserva
del pari, che le fibre grigie nelle quali non si incontra mai sostanza
tubulosa, hanno una superficie che presenta qua e là delle piccole granulazioni
analoghe a quelle che si veggono sulle piti sottili ramificazioni dei
capillari. È inoltre incontrastabile la preponderanza delle fibre grigie nel
sistema ganglionare, dalle quali parte in forma raggiante V influenza nervosa
che presiede all& operazioni della chimica organica. È incontrastabile del
pari che da quésti caratteri si allontana affatto la sostanza bianca, e del
cervello, e dei tronchi e rami nervosi motori, o sensiferi. Donde è provato che
il sistema delle fibre grigie sia quello dove mettono capo le leggi di
attinenza tra il sangue e il principio d' innervazione. £ generalmente si
osserva che nelle neurosi che hanno sede nel!' asse cerebro-spinale è più rara
la pervertita nutrizione, che non è in quelle che hanno sede nel sistema
gangUonare. Ed ecco V alterno ricambiarsi delle condizioni di Paratrofìa con
quelle di Paraestesià e viceversa, rimanendo sempre somiglianti le forme, o le
immagini esteriori delie malattie : ricambio che passa attraverso quel punto di
connessione tra r uno e r altro de' due grandi sistemi vitali, cioè il tessuto
nervoso grigio, il di cui predominio nel sistema ganglionare misura le
attinenze con che più o meno fortemente fra di loro si legano. Non abbiamo noi
tante altre malattie nelle quali dopo averle riguardate sotto diverse
condizioni di Paratrofia siamo costretti a riguardarle sotto quella di una
pervertita innervazione ? Cosi le neurosi dopo averle riguardate sotto tutti
gli aspetti di condizione.primitiva, che da un semplice cambiamento molecolare
che non lasci di sé traccia visibile nel cadavere può giungere sino ad una
discernibile e completa metamorfosi di tessuto, le riguardiamo ancora sotto aspetto
di una pervertita assimilazione? £ quinci e quindi possiamo per tal modo
solamente, rimanendo stàbili le forme, differenziare e aggruppare le cagioni, e
stabilire le corrispondenze terapeutiche. La Neurologia odierna pertanto ci
presenta le neurosi esistenti in tre maniere ; 4» in assoluta dipendenza da una
irritazione qualunque, o da viziata assimilazione: 2*» in semplice attinenza
con questa viziata assimilazione : 3^ in modo isolato e primitivo, in che la
viziata assimilazione, ove esista, non è che un'affezione secondaria. ^ HI.
Quando la osservazione e la esperienza, ossia il fondamento empirico e V
analitico sono ambedue distesi in un campo sì vasto che comprenda il maggior
numero di fatti e di elementi analiticiin che si decoippì^ngono, vale a dire
sottoposti alla migliore interpretazione ohe lo stato attuale delle scienze
.esigeva, ciascuno nella relazione di causa e di effetto, resta allora alla
Medicina Clinica di ricondursi sopra i sommi generi delle malattie che la
Patologia le presentai, e vedere se dessi reggono^ al paragone de' molti fatti
novellamente adunati, e se bisogni pertanto ampliare cotesti generi, o
modificarli. I quali fatti 0 sono nuovi per natura loro, o per varietà di
interpretazione tali appariscono. I primi non variano gli ordinamenti della
scienza in quanto attendono ancora ulteriori osservazioni per essere meglio
chiariti. Negli altri è mestieri considerare l' origine della nuova
interpretazione. 0 dessa tende a sostenere teoriche i di cui principi sono
stati generalmente riconoséfuti per falsi, e allora non ne va fatto nessun
conto; o dessa venne ingiunta per necessità dal progresso della scienza, ed in
allora può produrre due effetti suir ordinamento delle malattie; 1® o meglio
chiarire con nuove specie la classificazione, 2«^o spingere più oltre per gli
anelli che compongono la catena dei fenomeni la base riguardata come essenziale
dei morbp. Ad assicurarsi però di tali vantàggi ottenuti j)er i nuovi Tatti,
importa il sapere adoperare il terzo fondamento della medicina clinica, che è T
Induzione. E r oggetto principale di questo largo fondamento è quello di
perfezionare il "Metodo, cioè di stabilire il criterio del multiplo, e
determinare il pHncipio di connessione fra causa ed effetto nei fatti
siiigoli,^ e i principi di connessione fra i diversi gruppi di fatti accomunati
dal criterio del multiplo, e colle cause e coi sintomi e colle terminazioni
critiche spontanee dello stato morboso. Il che in Clinica si esprime per noi
co* termini di connessione etiologica, fenomenològica e terapeutica. Ohìle
perfezionare il criterio del multiplo non si può, né si dee procedere vagamente
tra le esperienze, o statistiche 0 terapeutiche. Il criterio del multiplo ha
bisogno di tré sanzioni; 1. di quella della natura, 2. di quella del passato,
3. di quella del presente. Trenta reumatismi trattati coir oppio, ovvero col
salasso, non mi valgono quanto, uno lasciato quasi a sé stesso, e scioltosi
spontaneamente con effusione sudorifera; perchè quando sotto la medesima causa,
e in modo epidemico diffusa, veggo un centinaio di indivìdui nei quali non
usando T oppio ho la stèssa critica salutare determinazione, il criterio è
assicurato, e non teme V urto né dei sistemi, né dei fatti nuovi e bizzarri. Il
principio delle connessioni etiologiche e terapeutiche non può procedere sicuro
nemmeno sul canone della costante successione dei fenomeni j eccetto che una
legge di natura non dimostri che intanto quei fenomeni si succedono in quanto
sono fra di loro per la (jtetta legge connessi. In altro modo vagherebbe anche
esso tra le eventualità e T arbitrio delle menti. Di fatto sebbene il fenomeno
À sia stato seguito dal fenomeno B novantanove volte per cento, non è pertanto
provato cbe fra di loro siavi naturale alleanza, e necessaria connessione. E ad
assicurare una tale connessione la scienza non ha altro principio pid evidente,
e più sicuro che quello delle crisi ; mentre per queste sono reperibili le
leggi di connessione tra i fenomeni i più eminenti sino alle causò loro,
ancorché resti in parte irreperibile la serie di alcuni fenomeni intermedia La
sanzione del passato sono i tipi endemici ed epidemici di una data malattia.
Trenta. dissenterie sporadiche trattate con cura antiflogistica non valgono a
riporre la forina dissenterica fra le malattie infiammatorie \ perchè dove la
dissenteria è endemica, e tutte le volte che fu epidemica non si mostra né si
mostrò pieghevole al me* desimo trattamento esclusivo. Lo stesso dicasi della
febbre catarrale epidemica, del sinoco tifoide o dotinenterico, della puerperale,
e di altrettali morbi. Nessun clinico può decretare eh' essi sono, e saranno
sempre di immutabile fiatura, e sempre curabili di tal modo; perocché staranno
contro la sua nuova interpretazione tante epi-. demie di cotesto medesime forme
di morbi, in che per la varietà delle costituzioni, delle concause e dello
stesso passaggio del morbo nella sua durata attraverso varie stagioni, i
caratteri patologici assunsero natura diversa, e vollero trattamento
terapeutico corrispondente. Ma di mezzo a questa varietà di trattamenti v' ha
sempre una. costante osservazione presso gli storici imparziali, che quelli
riuscirono più profìcui che più si òonfacevano eolle spontanee terminazioni del
morbo nei casi più semplici. L* appoggiare adunque il criterio del multiplo alle
epidemie, onde avere la sanzione del passato non avrebbe che UD valore clinico
parziale^ cui se ne potrebbe subito^ contrapporre un altro di egual peso, se
non si trascegliessero giudiziosamente quelle in che si riconoscano lo
connessiooi terapeutiche^ e la sanzione della natura. Neir avvalorare inoltre
il criterio del multiplo colle storie delle epidemie e delle endemie, ossia
colla sanzione del passato, io vorrei che voi avvertiste di schivare un errore,
in che ho veduto cadere anche uomini di castiga* tissima ragione cUnica. Questo
errore consiste nel fermarsi a prescegliere i .tipi 4 più gravi, dove iF morbo
offeriva, o minacciava da tutte le parti dissoluzione. Io intendo debba
seguirsi tutt' altra via se si vuol trovare il carattere genuino del morbo;
vale a dire* ritirarsi sulle prime orme stampate dalla epidemia, dove spesso 1
suoi caratteri sono più semplici; e quando ciò non si possa, ricorrere al tipo
endemico o sporadico dello stesso morbo, e considerarlo nella sua forma la più
semplice, e nelle sue connessioni etiologiché le meno complicate, e neUe sue
piùaperte e più uniformi terminazioni. Cosi ìina o più epidemie possono
contenere in sé quel nucleo originario morboso in corrispondenza con le nuove
interpretazioni scaturite dal Qriterio del. multiplo; il qùal nucleo non lo
discoprirà se non £hi procede dal semplice al composto, e resterà sempre
nascono, o cagione dMnganni per chi desumesse come sanzione del passato un tipo
> epidemico. giunto al massimo grado di sua complicazione e malignità. L
fatti sostenuti dal criterio^ del multiplo non passano a generalità patologiche
se oltre le due sanziont mentovate non hanno anche quella del presente. L^
essere in armonia collo spirito clinico dominante li raccomanda sempre
favorevolmente. Inclina esso verso le malattie dèi. fluidi eie nervose
affezioni. Ma ciò non darebbe loro autorità, se non fossero sostenuti da tutto
il rigore del metodo sperimentale. Il valore di questo metodo è relativo alle
cognizioni, ed ai mézzi che la Clinica ha in sè Stessa e più copiosi e più
efficaci, e che hanno insie:* me con essa le scienze ausiliarie acquistato. Una
sistemazione di malatUe può aver cominciato in un tempo come conseguenza d' un
metodo esperimentale eseguito C0& tutto il rigore baconiano; ma l progressi
della scienza aver dimostrato in sèguito, che V interpretazione data allora ai
resultamenti di quelle esperienze era falsa. L'anatomia patologica, l'odierna
diagnosi clinica e la chimica ' organica lianno svelato, e svelano tutto giorno
la inesattezza di quelle interpretazioni. La neurologia colla sco* porta delle
azioni reflesse in conseguenza di irritameBti su i nervi sensori ci dimostra,
come il calcolo sulle cv* mentate azioni dinamiche di certi rimedi,, stando
agli effetti che questi producevano sul cosi détto eccitamento, e sull'essere o
non essere accompagnate da azioni escretori^, può essere stato quasi sempre
inesatto. 'Quindi è che quella sintesi patologica comunque sostenuja da un
metodo sperimentale, quale poteva aversi in. quei tempi j^ non ha più oggi per
il progredire delle sperienze medesime la sanzione dello stato presente
della.scienza. Ma quando pure nuove esperienze terapeutiche, calcolandq tutti
gli elementi fisiologici e patologici . che la scienza oggi riguarda come
primitivi, potessero vantare la sanzione del predente, esse npn darebbero al
criterio del multiplo che un valore passeggiero, quando gli effetti delle nuove
potenze medicamentose cimentate non suscitassero a;^ioni nervose,, o mutamenti
nel sangue, o processi escrementizii simili a quelli di che la natura si vale
onde risolvere i viluppi morbosi. E questo vero è confermato dal sórgere e
cadere che fanno tanti rimedii e tante virtù loro che si dicono pur figlie di
esperienza, delle quali non resta, mai altro che quella virtù, che seppe
vestire V indole di alcune crisi spontanee, a coadiuvarle 0 supplirle. Né i
confronti di una statistica comy DEI FONDAMENTI DELLA MEDICINA CLINICA.
parativa tra simili esperimenti nuovi; tradotti in metodi terapeatici,
sarebbero un mezzo sicuro perchè Tuno o l'altro potesse dal criterio del
multiplo trarre una maggiore validità clinica; imperocché, oltre alle tante
cause che possono far variare simili risuHamenti indipendentemente dalla bontà
di un metodo, nessuna statistica del mondo saprebbe fare giammai una
proporzionata sottrazione delle forze naturali che cooperarono alla sanazione
del morbo. Ondechè le statistiche comparative non potranno accrescere la forza
del criterio del multiplo se non che quando la .maggior parte dei medici segua
un metodo terapeutico solamente volto a coadiuvare o a dirigere i movimenti e i
processi spontanei della natura. E allora che in ciò le scuole cliniche tutte
convenissero, il miglior metodo sarebbe trovato, e le statistiche comparative
tornerebbero inutili. Il criterio del multiplo che somministra luce alla
determinazione e guarentigia de* sommi generi delle malattie è espresso da
questa formula.— Tante malattie prodotte da tali cagioni, immaginate da tali
forme, si risolvettero con tali maniere di crisi che imitate dall' arte, questa
potè cooperare con quelle ad accrescere il numero delle guarigioni Jante volte
per cento.. La perfezione adunque del criterio del multiplo, e del principio
delle connessioni cliniche sta unicamente in uno scambio di guarentigie che fra
di loro esista. Imperocché se V aflQnità fisiologica determina il principio di
connessione tria causa ed effetto nei fatti singoli, il criterio del multiplo
lo guarentisce nei tipi endemici ed epidemici; cioè in grandi masse di
individui sotto una medesima causa, colle medesime forme, e colle medesime
maniere di terminazione. E se gli atti spontanei della natura che determinano
le crisi sono in corrispondenza col perturbamentovéeìla funzione che trovLasi.
in affinità fisiologica colle cause efficienti del morbo, e se la terapia non è
che una ripetizione artificiale di cotesti atti medesimi, lo stesso principio
che connetta causa, sintomi e cura nei fatti singoli, stabilisce del pari la
cokinessione ecologica e terapeuticanei fatti accomunati in sommi generi dal
criterio del multiplo. Giunta a questo termine la medicina clinica mercè del
terzo suo fondamento induttivo, $i ricongiunge alla sua base empirica degli
atti spontanei della natura, e trova in essi il modo di garantire le sue
operazioni sintetiche e gli stessi resultamenti della analisi speri* mentale. E
per il criterio del multiplo che le scaturisce dai tipi patologici delle
endemie ^ delle epidemie coeve coi primi passi della scienza, e d'onde sorsero
le. prime e più utili statistiche dei fatti in grandi quadri nosologici
somiglianti, per istabilire le prime norme curative imitatrici delle tendenze
salutari della natura, la Medicina clinica offre T addentellato su cui si
connette Tediiìzio della medicina civile, la quale, secondo noi, partir dee
dalle dagioni e dalla profilassi de' morbi endemici ed epidemici. Il dare un
totale aspetto filosofico alla scienza, e convertirla in sapienza medica,
spetta, come altrove dimostrammo, alla medicina civile. La medicina clinica non
si occupa che di una filosofiaristretta ai principii delle connessioni tra gli
elementi discernibili dei fatti, e qui hanno principio e termine le sue
operazioni sintetico ed, induttive. Nulladimeno i di lei fondamenti fin qui
esaibinati si estendono, come vei vedete, sopra un larghissimo piano; né uno
può essere coltivato a preferenza, obliando l'altro. Senza comprenderli insieme
non .è mai costituita la scienza x^linica. Però voi sapete che sopra non molti
canoni clinici di primo ordine si aggirano quasiché sempre le nostre investigazioni,
dopoché solleviamo il capo dall' attento esame degli organi affetti, ed
esteDdiamo la nostra osservazione su tutto il complesso della malattia.
L'alterata crasi der^angue^ la pervertita innervazione; i^fenomeni di
alterazione di forma nel movimento vitale; i fenomedi di congestione; la somma
dei poteri superstiti fisiologici. Voi vedete quasi* che sempre partire di qua
le interpretazioni patologiche, e i terapeutici consigli: e nessun altro
problema clinico tanto spesso intromettersi in esse quanto quello della
coesistenza, e del valore dell' elemento nervoso nelle malattie del sangue, e
del)' elemento del sangue nelle malattie dei nervi. Coesistenza che se non è
dimostrata dalle cagioni note, come complicazione attendibile nelr andamento
della malattia, facile è il vederla assumere una patologica importanza allo
avvicinarsi dei periodi critici di essa; quindi il bisogno terapeutico non
infrequente di secondare, o coadiuvare i nervi ad una azione mediatrice dei
processi risolutivi dello stato morboso. Sono infine le terminazioni spontanee
delle malattie, che lo studio dei classici e la nostra osservazione ci ha
apprèso, quelle donde desumiamo il più sovente le terapeutiche indicazioni, e
la parte sperimentale che le sostiene è quasi sempre quella delle azioni
elettive dei rimedi. Di modo che la prima base fqndamentale della
nosttraterapeutica non è che la imitazione di què* modi spontanei che la natura
tende o ad eliminare materie morbose, o a prosciogliere morbosi processi.
Questo principio assai di rado ci abbandona; anche nei morbi i meno a noi
conosciuti sorge talvolta oome unica face delle cliniche operazioni. È per esso
soltanto, che noi possiamo apprezzare quanto i nostri padri ci lasciarono di
prezioso intomo alla retta maniera di trattare le malattie; è per esso, e in
esso soltanto che la istoria dell'arte può appuntare un segno di connessione
fra il passato,, il presente e T avvenire. Datemi adunque che io vi porga
questa guida come sicura air arte vostra; guida che sostenuta oggi dalla
ragione clinica, e non più dal solo empirismo, ha assunto tutta la dignità di
un principio scientifico. Del quale nulla vi sarà mai di più vero, finché sarà
pure verissimo, che in medicina tra il conosgers e T operare non avvi altra
maestra che la medigatrige natura. Definizione e scopo della storia. La storia
della medicina è la storia del procedimento deiridea della salute tra gli
uomini, e dei modi diversi coi quali venne dai sapienti convertita celesta idea
in una scienza, e tradotta in un'arte: è la stpria delle vicende di questa
scienza operativa secondo la coltura e la libertà della ragione, e le occasioni
e le guide della esperienza; è la storia in fine delle attinenze che questa
scienza della salute umana ha manifestato colle religioni, colle filosofie,
colle leggi morali e civili dei popoli. La storia della medicina può essere
esposta in diversi modi, tutti più 0 meno plausibili, ma non tutti egualmente
utili; imperocché il suo scopo deve esser indirizzato non alla sola erudfzione,
ma a preparare tale educazione della mente, la migliore che sia possibile alla
filosofìa sperimentale. Dee pertanto costituire una parte essenziale
dellascienza medesima,un ordinamentodi essa conducevole à comprenderla,
rischiararla e giustificarla nella sua interezza e nelle sue connessioni colle
altre scienze naturali e filosofiche. Come la fisiologia conduce alla dottrina
della vita fisica, così la storia, quasi fisiologia del pensiero applicato alla
soluzione del grande problema di conservare la salute e restituirla perduta, conduce
alla dottrina della vita intellettuale della scienza. Si; la scienza ha una
vita, e questa vita è nella storia. Dessa è un tutt* insieme colla scienza. Ed
ambedue si risolvono in un concetto filosofico estremo, il quale nel mentre che
garantisce. dinanzi alla società una scienza altamente pensata, e condotta
dalla più nobile e conscenziosa sapienza umana al suo fine; dimostra eziandio
lo stato di convergenza dei pensieri di tutte le età a questo, fine medesimo,
non parziale né dislegato, siccome è costume, da tutti i periodi di convergenza
del passato; ma legato con questi, e conseguenza continua di questi. Tmateriali
della storia sono i fatti ed t concetti, e gli uni e gli altri ora premessi,
ora dedotti. Imperocché la storia ci mostra, che come non sempre fu errore r
idea premessa al fatta, così il fatto premesso all' idea non conducesse sempre
a verità. Né di tutti i fatti indistintamente tien conto la storia ; che
dovendo essa comprendere insieme il fatto e il concetto, presceglie quello in
che la mente ha saputo imprimere un carattere di maggior grandezza e utilità. E
di vero i fatti in sé stessi non sono che una sementa, la quale sparsa nel
terreno fecondo deliamente deve ivi germogliare, fiorire e fruttificare.
Immaginate che cotesto terreno non sia ben preparato, né fertile, o troppo o
poco sostanzievole, i semi si corromperanno e nondaraqno alcun frutto alla
scienza. D' onde s' intende perché ad onta delle migliaia infinite di fatti che
sono stati, e che soqo sotto gli occhi di tanti osservatori, le . imbandigioni
alla scienza sono state, e SODO tuttavia al loro confronto poverissime; il che
non avverrebbe se la natura come ci é larga di fatti, così ci fo$se di buoni
ingegni per comprenderli altrettanto generosa. La^scienza, dicemmo, si alimenta
dei frutti che le menti cavano dai fatti: talora acerbi, selvaggi j talora
gentQi e squisiti, perchè inoestati dal genio dei-coltiva-^ lori, acche nella
storia non figurano che gli agricoltori industriosi di cotesta sementa, e dei
semplici spigolatori essa non parla. Imperocché il suo vero scopo è di
considerare le espressionìgenerali dei fatti alle quali i sapienti hanno inteso
ridurli: e prendendo quelli e queste dagli individui e dai teoìpi, ne trova la
scienza relativa a questi ultimi ; e giunta a comprendere non r ultima genera*
lità' possibile della scienza, ma quella ^^he fu possibile agli uomini di darle
sino alla nostra età, determina quest'ultima, ne dichiara i caratteri, le
connessioni del passato, le s{}eranze deir avvenire, e fissa insieme i gradi di
distanza, che la divìdono ancora dal suo perfezionamento. Sicché >la storia
è la espressione del vajore ulti ^ ino, che ha acquistato la scienza, non
istantaneo, né accidentale, né perituro, come sarebbe per. un sistema nuovo
immaginato; ma valore gradatamente acquistato, e accresR^iutosi
complessivamente nella succiessiòne dei tempi. Proposto per tal modo alla
nostra istoria cotesto flne, dessasi converte naturalmente in un compendio
filosofico àéìle storie estesissime, e monumentali, che negli ultimi tempi ebbe
la scienza. Nelle quali in mezzo ad una imnofensa erudizione, il procedimento
del princìpio rettore della scienza medesima per tutto il corso dei tempi
stòrici,, e le sue fasi, e le sue eccligsiy e le sue sempre più vittoriose e
$plendide riapparizioni, è indiscernibile, o affatto obliato o smarrito^ Ad
ogni dottrina, o sistema che ti espongono, aprono e chiudono una nuova storia
della medicina; e questa appar isoerìa frantumi, oei quali laverità^isolatanon
vale a nascondere Terrore. Tu trovi insomma, ora sparsi alla rinfusa, ora con
qualche ordinata disposizione si^ptra un vasto terreno i molti rami del grande
albero della scienza; ma non trovi il tronco prin* cipale per adattàrveli ad
uno ad uno, e poscia ricom-. porlo e rialiarlo, ed offerirlo nella dua eretta e
maestosa forma, e nella sua unità agli studiosi della natura. §n. Delle origini
della medicina. . Se noi ci rappresentiamo l'idea del bene assoluto, come punto
dal quale divergono in triplice raggio i tre elementi destinati ad effettuarlo
nel inondo, troveremo primo r elemento morale, in mezzo l'elemento civile,
dall'altro lato l' elemento sanitario. E sotto il primo come mez2i al suo
conseguimento troveremo le religioni, le legislazioni, le filosofie: sotto il
secondo i diritti, i poteri civili, i commerci, le industrie: sotto il terzo le
scienze tutte naturali riunite nel titolo generico di medicina. Ma quella idea
del bene assoluto fu una emanazionedella volontà divina, la quale presuppone
altrettante missioni obbligatorie trasmesse alla umanità,quante ne erano
indispensabili alla conservazione dell'ordine morale.e fisico del mondo. Ora se
a conservare T ordine morale e civile, vi volle una missione suprema
imperativa, d'onde ebbero origine, i doveri, e i diritti sociali, e *
l'ordinamento primario dei popoli; altrettanto importò per la preservazione e
ordinamento della salute loro. Imperocché l' uomo pose la salute come uno dei
primi beni tra il cielo e la terra, e l'associò alla agricoltura, alle leggi,
alla civiltà, alla religione. Io so pur troppo, che la storia è solita a
rimontare all'istinto dell' uomo per trovare te origini della scienza. Ma
l'istinto mutato in affetto, in amòre del bene, non può dir altro nèll' uomo
malato, che plissementde leurs fonctions, à la manifestation de ji leurs
activités vitales! Le vegetai conserve sa vitalité B dans'toutson energie,
sans renfermer aucun conduca B teur de force ; cette vitalité rend la feuille
apte à • vaincre les attractions chimiques les frius fortes, à » décomposer F
acide carbonique, à s^approprier les » principes necessaires à sa
nutrition....' Cette méroe • force vitale qui se manifeste dans les plontes par
un • accroissement de masse presque illimité, se transforme j dans r orgaaisme
des animaux en une force motrice.... 0 Nous ignorons la forme sous laquelle la
force viM tale determino les effets mécaniques dans V economie • animale, et
certes nous ne pourroos jamais V approdi foudir par des expèriences, pas plus
que la connexion 9 qui existe entro les actions chimiques et les phénomè• nes
de mouvement produits par la pile galvaoique. é Toutes le? explications qu^ on
a essayé d' en donner • soni des simples images, des descriptions plus ou é
ittoins exactes, des comparaisoos entro oes phéooinè• oes et d'autres
déjàcoonus; nous nms iBimnes obU> §é$ de nous arréier devaui etix, comroe un
ignare 9 qui verrait un piston se mouvoir dans un cyltndre » métalliquo,.et
Q'enconoaitrait pas les Communications » avec les rouages tournant à coté dans
tous les sens. s SavoDS Qous, en efifet, comtnent ce quelque chóse »
d*iDvisible et dMmpoQderable, qae nous appelons .9 £haieur, peut dMioer à
certaines matières la proprìété » d'^xercer «ar leurs aleatours des pressions
si énor» mes; savons-^nous méme seulement comment ce » quelque chose se produit
quand nous Itf ùIqds du bois » ou da charboD ? • » La Boème cbose doit ^e dire
de la force vitale et ■ des phéooroènes offerts par les corps vivaots; la cause
D 4e CQS phénoinènes, ce n'est pas la force chimique, » ce n'est dì T
éiectricìté ni le magnétisipe, mais une » force qui possedè les proprìétés
généjrales de ^toutes » le causes motrices, car elle determino dan la matière »
des changementes de forme et de composition, e' est > uoe force d^ une
e^pèce particulière, car elle présente ^ en outre des caractères étrapgers à
toutes les, autres » forces. La comprensione adunque di un archetipo che sia fatto e principia
nel noedesimo tempo, e che nel mentre è uiia l^ge di natura sia norma prima
dell'arte^ si traduce oeir idea della forza attiva della vita: la qual forza è
il perno del metodo induttivo o matematico, sul quale sì fonda la Glosofia
della scienza. Gli scolari del^ Galileo, e Giovanni Battista Vico ponevano la
matematica come . ponte di passaggio tra le scienze fisiche e le metafisiche.
Allora era stimato necessario il salire a queste, per prendervi i predicati
della ragione, e cimentare con essi le esperienze. Galileo naeditò lunghi anni
sulla forza 4alla percossa che credeva infinita, e sulla forza viva de' corpi y
e queste ^neditaziooi unite a quelle del GavaIksri spianarono la via al calcolo
integrale e differenziai^ ééì Lagrauge. Newton trovò le leggi dell' universo
meditando ed applicando il calcolo alle forze di esso. Ed oggi gV imponderabili
non s' intendono e non si calcolano ^ che sotto l'aspetto di forze, e le ultime
riposte e secrete combinazioni chimiche non sono che le più fine passioni di
altrettante forze. Solamente col sistema di gradazione delle forze create, fra
loro armonicamente unite senza confondersi, noi possiamo studiare e contemplare
T armonia della natura, e salire per essa di passo in passo fino alla forza
prima creatrice. Armonia non è identità ; e la differenza non a tutti palese
che è tra Tuna e T altra, ha condotto alcune menti ignare del pericolo, a
identificare le forze colla materia, e da questo primo errore air altro di
identificare le forze tutte fra loro, e quindi air ultimo di identificare le
forze, ossia la materia con Dio. Ed ecco il panteista, ed.ecco il suo blasfèma:
non v'è che una sola forza e questa forza è Dio, ed ecco insieme stabilita la
mostruosa identità tra forza, materia e Dio. La materia non può dare che
materia : raffinatela quanto vi piace, riducetela alla piti impercettibile
molecola o cellula elementare, ella non sarà mai altro che materia: le forze che
la combinano, che la conformano e la trasformano son fuori di essa, ad essa
unite ma non con essa confuse: essa non è che lo strumento passivo della
manifestazione della loro immensa attività, ossia della vita degli esseri,
della vita fìsica del inondo. Se pertanto la stessa forza morale ha un limite,
una autorità tradizionale sopra di sé, un imperativo, limitazione e norma ad un
tenipo; la virtù attiva della vita ha parimenti il suo, e sarà legge di natura
e norma dell' arte ; e i potéri estremi della scienza non rappresenteranno che
una equazione tra Tuna e l'altra. L'operare in ordine a questa equazione, e in
una sfera sempre più e3tesa di gradi di miglioramento, è quanto la società può
esigere da noi, è quanto la scienza può giustificare e promettere innanzi ad
essa. J LEnERi DEL PROFESSOR Pl'CCINOTn tlTTOKirO AL «ITOOO DA LUI TIHUTO NELLA
SUA STORIA DELLA MEDICINA AL CH. PROF. UFFAIU MATURO, da Pisa. Ella ha detU di
me a mille doppi piti di quello che io meriti : e la lettera gentilissima colla
quale mi ha accompagnato il suo articolo mostra in lei una cortesia senza pari.
Cosicché e dell'imo e dell'altro favore le sono al massimo riconoscente.
Solamente dopo letto il suo bellissimo articolo mi è nato il timore che chi non
ha letto la mia storia possa credere, che essa tutta s'appoggi, e sia governata
da' principii di qualche filosofia speculativa : il che sarebbe veramente a
rovescio delle mie intenzioni. Imperocché il metodo e la filosofìa che io ho
sempre raccomandato nelle scienze naturali e nella medicina è stato quello
della sintesi empirica, delF analisi^ e della sintesi induttiva. Questa per me
altro non è che il processo graduale della filosofia sperimentale. E tale
processo e tale filosofia fa capo sempre dal fatto complesso, lo analizza in tutti
i versi e modi possibili ; quindi sale e si ferina nell' ultimo termine di
fisica ragione che è per noi la causalità, né va più oltre della ragion fisica
di una forza dd moto. La quale sebbene io supponga concreata ed attergata alla
materia, che altrimenti questa non avrebbe moto, e la riguardi sempre attiva
nei suoi preordinati impulsi sopra e dentro agli aggregati materiali dei corpi,
sempre però è ìd questi e oeUe loro fìsiche e chimiche passioni che debbono
aggirarsi le nostre ricerche, ed è in questi dove comincia e 6nisce il tesoro
delle cognizioni nostre. Tra cotesto passioni io ripongo tutte le proprietà che
manifesta un corpo, un organo qualunque mantenuto in moto dalla forza che move
tutta la materia creata. In questo concetto, come ella vede, tutte le forze o
proprietà vitali non sono che prodotti nella natura organica di particolari
forme e posizioni e quantità di molecole organiche, mo5se e mantenute in
preordinati movimenti dalla concreata forza del moto. Onde avere la vita,
adunque vi j^uole la specialità di UD tipo organico creato, e la forza del moto
generale della materia, che mettendo in movimento la composizione particolare
di quel tipo, lo renda atto a produrre queir insieme di fenomeni, che dicesi
vita. La forza vitale dei vitalisti come prodotto non può essere causa della
vita; il tipo organico degli organicisii, creato e conservantesi per gli atti
genitivi, non basterebbe a produrre la vita se restasse nella sua inerzia; ma
intanto la dà, in quanto è mantenuto in movimento dalla forza del moto.
Pertanto la vita è rappresentata necessariamente da questi tre elementi :
A"" Dalla brza fisica dei moto. ^^ Dalla composiziohe speciale deir
organica materia. 3» Dai fenìomeni resultanti da cotesto moto^ e da cotesta
speciale composizione. Il che tutto essendo di ragion fisica, circoscrìve, il
recinto entro al quale si aggira la filosofia sperimentale che serve alla
meidicina, o per meglio dire che germoglia da,essa. La causalità pertanto cui
giunge il processo induttivo nello studio sperimentale dei fenomeni è un
termine fisico, da qualunque sia metafìsica diversissimo e lontanissimo : né i
naturalisti oè i medici la possono surrogare o sostituire giammai né alla
sintesi em-* pirica, uè air analisi; ma ne debbon fare solamente quella uso che
nelle case si suol fare della terrazza che sopra i tetti dì esse h costruita,
vate a dire, non per abitarla, ma per andarvi soltanto a vedere un più vasto
orizzonte, cioè l'orizzonte delle parvenze soprannaturali. Ma come sarebbe
stolto queir architetto che insegnasse per costruire una casa, che vi si
mettesse la terrazza per fondamento ; altrettanto stolti sono coloro che
stimano filosofia il porre la causalità sopraddetta a fondamento della
sciei^za. Nella quale ogni ramo che vaglia prendere r intdletto a conoscere e
coltivare, dee rifarsi sempre dalla base empirica, e quindi per V analisi
accuratissima, risalire lentamente la scala deir induzione. Ecco la sola ed
unica filosofia che ho professata e raccomandata sempre nd miei scritti e nel
mio insegnamento, né credo che altra ve ne sia o ve ne possa essere per le
naturali scienze né più convenevole né più ulile. Ond' ella che si è mostrata
straordinariamente benevolo verso la mia Storia della medicina appunto per la
filosofia che v'è dentro; avrei desiderato ch'ella r avesse dichiarata ia modo
più esplicito esperimentale, quale io la espongo, sino ad. averla chiamata più
volte e nella storia e dalla cattedra la Filosofia della sqttadra e del
compasso ; affinchè a nessuno venisse in urente che la filosofia delia storia
della scienza nostra fosse del genere ùAìò tpecvioLtive; poiché in questo cado
la mia storia invece di essere utile,, come io spero, alla edoc»* ziooe
intellettuale medica, precipiterebbe questa in una irreparabile perdizione, lo
ho preso per base della mia critica delle dottrine mediche, in quauto la
medicina è scienza, la esagerazione filosofa: ia quanto la medicina è un'arte,
la esagerasnone terapeutica, ed ho detto essere i due graDdi vìzii, Tuno
nocevole alla scien2a, r altro alla umanità, se la medicina è dominata da
filosofie speculative e se è neir uso pratico sopraccaricata di vani e
innumerevoli farmachi. Ho dimostrato che Ippocrate intanto stabili ed insegnò
il vero nnetodo sperimentale, in quanto liberò la scienza e l'arte, che era
corsa dagli Orientali ai Greci, dai Greci sino a lui, dalla schiavitù delle
filosofie speculative, dandole invece quella filosofìa che germina dalla
sintesi empirica, dall'analisi, e termina nella più castigata induzione. Dal
secondo decennio del presente secolo in qua io ho tenuto sempre lo stesso
linguaggio, e da questo e da quello è penetrata e investita da capo a fondo la
mia Storia della medicina. Io non mi sono rivoltato ostile, siccome alcuni oggi
fanno, né all'idea né alla parola di, una forza, perocché presa come ultimo
termine delle induzioni fisiche e cosmiche non nuoce a nessuna scienza. E nel
modo come va considerata in medicina, vale a dire forza del moto di tutta la
creata materia, e non elargita soltanto alla materia organica, e tanto meno
causa di questa, non solo non può recare verun danno né inciampo al metodo
sperimentale ; ma anzi considerata di tal modo serve a due usi importantissimi
e necessari. Primo, rafforza il concetto che la Specialità di tutti i fenomeni
vitali dipenda in modo esclusivo dalla organizzazione; perocché la forza del
moto non può che continuare il movimento molecolare di tutf i corpi della
natura egualmente, ma quei moti nella natura resultano appunto diversi per
generi e per specie distinte, per essere diverse le composizioni materiali di
quelli e di queste. In secondo luogo essendo una forza concreata ed attergata
alla materia per tenerla in continuo moto, noi non abbiamo né possiamo avere
alcun mezzo diretto né per accrescerla né per diminuirla : dessa è nel suo fine
e nella sua sostanza inalterabile. I morbi rappresentano gli osta^coli, gli
impedimenti alla sua libera e intera effusione. La terapeutica non può scemarli
e rimuoverli se non agisce sugli struménti ed aggregati organici, onde
attraverso di essi ritorni, e si riordini, e si renda liberoe pieno il
passaggio dell'attergata virtù motrice. Il cui andamento verso un 6ne
preordinato su tutti i corpi sì oi^anici che inorgànici, non è che la
continuazione di un impulso primo ricevuto nell'atto d'ella creazione; impulso
che non ha nessuna iatelligenza, che non può impegnarsi in nessuna lotta, e che
non resulta curatore o medicatore dello stato morboso, se non che quando^ come
la luce o il suono nelle loro vibrazioni e ondulazioni, tolti gli ostacpli,
modifi-* cati i corpi pei quali possa di nuovo liberamente passare ritornano
per esso i moti molecolari a ricostituirsi nella qualità, nella direzione e ne)
complemento che avevano. Seguitando quindi le ragioni fisico-chimiche dell'
Ippocratismo moderno, l' innegabile fatto dei poderi 5t^erstiti fisiologici
nelle malattìe, dello spontaneo prosciogliersi in molti casi dello stato
morboso, di quella insomma che in antico chianìossi forza tnedicatriee della
natura, va a restringersi nel concetto d'una irradiazione che riacquista il suo
perimetro per l' abituale impulso diffusivo, rimpetto al quale o gli ostacoli
sono stati insufficienti per sé, 0 sono stati scemati o tolti dall'arte. Che se
cotesta forza dovesse rimanere nel concetto d'un processo assimilativo, non s'
intenderebbe più come alcune spontanee guarigioni avvengano invece per
disassimilazione e denutrizione, né come un processo attivo che si tiene
effetto dell' organizzazione possa farsi causa del riordinamento di questa,
massimamente se si tratta di malattia unive^rsale come si credon quelle del
sangue: né (jome gli organicisti che non vonno sentir parlare di forza né
attergata né superiore alla materia, ammettano I)oi ipiplicitamente nei loro
procesai assimilativi un^ attività interiore alla materia organica stessa ^
riguardandola quale resultante . delF organo assimilatore ; imperocché tale
essendo diventerebbe una potenza passiva inetta per conseguenza a riordinare F
organo proprio, né i vicini né i lontani. Da Ultimo le aggiungerò, che il
concetto di forza così inteso, come le scienze quali sono oggi co lo
permettono, impedisce che la mente dei giovani si stia sempre avvolta nelle
materiali cose, mostrandole una causa che senza essere né Dio né^ anima ^ sta
purea] di sopra delia materia, ed é, come le matematiche, il ponte unitivo d'
ambedue le scienze, cioè delle naturali e delle soprannaturali. Imperocché io
stimo che sapendole concepire ed usaire, le due astrazioni di /brjo del moto, e
di numero, che è altra forza divisiva delle quantità', ritenendole per Je due
sole astrazioni permesse nella filosofia sperimentale, questa le possa
adoperare non solo senza pericolo alcuno di dare nel falso, ma and per
piramidare meglio, e dare più finite proporzioni, ed Un prospetto più maestoso
al suo edifizio. Potrebbe dunque stare in piedi il mio medico edifizio, se io
gli avessi dato per fondamento il pinnacolo, ossia la forza? avrei io potuto
cominciare a costruirlo da cotjBsto principio? Io stimo tanto il suo ingegno e
la sua dottrina, chiarissimo signor Raffiaiele, che. quando lessi nel ano
articolo queste parole (pag. Itti) « Egli ha ^mpre am« » messo un principio
generale primitivo dal quale ha ]» fatto dipendere la intera scienza
individualizzata. in . » esso senza mutarsi -mai, e come formola lo ha ripe»
.tute in tutte le sue opere, e dal prinoipio di una forsa 9 e da quello di
cau^a/ttò muove tutto lo svariato edi» fìcia del Pucciriotti » corsi subito a
rileggere il proemio della mia storia, che pur mi codiò gran fatica a comporlo,
e veramente non vi trovai cagione che ella De potesse trarre cotesto giudizio.
Rividi i miei discorsi sulla sapienza d' Ippojprate e vi trovai raccomandato il
metodo empirico, la sintesi empirica suir esempio del gran padre della medicina
: rividi la mia storia delle perniciose e^la trovai tutta innalzata sul
fondamento empirico-analitico;, rividi la patologia induttiva, e vi trovai il
mio empirismo puro, e di nuovo la sintesi empirica r analisi e la sintesi
induttiva, come carattere esclusivo dei metodo da adoperarsi in essa, oade
acquisti un valore clinico; rividima Introduzione alla mia clinica in Pisa,
pubblicata nel 4840 col titolo, Dei fondamenti della medicina clinica, e vi
trovai subito alla prima pagina dichiarato, che cotesti fondamenti altro non
sono che i^iì fondamento empirico o naturale, %^'iì fondamento analitico o
sperimentale, 3 il fondamento razionale o induttivo. Quando si tratta adunque
di fabbricare gli edifizi della scienza cotesto è il procedimento delle
operazioni intellettuali 'che io no creduto e dichiarato sempre indispensabile.
Quando poi si tratta di giudicare lo stile e il valore di tali edffizii, -eh' è
T officio della stòria della medicina, nel quale officio non può essa
esercitare altra filosofia che la propria, cioè la sperimentale, le è permesso
di chiamare priuctpto delle sue indagini la. cima deiredifiziò piuttosto che le
sue fondamenta, e ricominciare i suoi esami da qualunque dei tre elementi
costitutivi del metodo scientifico. Forse a lei sarà sfuggita questa differenza
tra il fabbricaiiìte ed il giudice della fabbrica, o forse io non l'avrò bene
nel mio Proemio dichiarata. Tuttavia sembrami di aver dcitto b ripetuto più
volte la necessità di attendere alla differenza delle due filosofie, delle
speculative cioè e delle sperimentali, e come la medieina e le naturali scienze
abbiano avuto sempre immenso danno (|uando si sono costituite ancelle delle
filosofie speculative. Che se non bastasse quanto su ciò ho detto nel proemio
della mia stòria (p. 23), ella Io. potrà rivedere ampiamente trattato simile
argomento, e condotto allo stesso fine nel Discorso sulla filosofia di Galileo.
Ma il non aver ella colto né il Galileo, né me su questo argomento
importantissimo, non è cólpa sua; è colpa dei tempi d' oggi, ne' quali si vuol
farne di nuovo tutto un miscuglio, per ritornare sulle pretensioni degli
Alessandrini e degli scolastici, e gittare in un altro smarrimento tanto la
fisica 'che la metafisica, senza la speranza di avere un secondo Galileo che
per bene delr umanità ambedue le rimetta al loro posto. Ella mi avrà per iscusato
se sono disceso con lei in queste dichiarazioni, se considererà che non essendo
una storia della medicina Heve fatica, non è nemmeno lieve per me ch^ siano ben
comprese le intenzioni ed il fine che mi sono prefìsso nel compilarla. Desidero
poi che ella stampi nel suo applaudito Morgagni questa mia lettera, onde il
pubblico abbia un testimonio della gratitudine che^ io sento per T ingegnoso,
elegante e dotto articolo da lei dettato sulla mia Storia, e del vivissimo
desiderio che io nutro che la sua bella mentis stia sempre chiusa alle
seduzioni di certi magici filosofanti d'og* gigiorno, che pretendono con una
formola metafisica d'abbracciare la scien!za di tutta la natura; quando noi
medici dobbiamo esser convinti che cotesta natura non b' intende che
studiandola attentamente a menomissime porzioni per volta, e per continue
osservazioni ed esperienze provate e riprovate. ' Le porgo la mano, e mi onoro
di esserle Obbl. e affez. servo e collega P. Tempi nei quìi yisse Areteop e
loro carattere storico. Concorde è la sentenza degli scrittori intorno Areico,
ch'egli fiorisse in quel periodo .del romano impero che prese nome dalla
famiglia Flavia. Il carattere di questa età si determina giustamente, per poco
che si ri]N*enda dalie origini sue il procedere delP umano incivilimento, e si
consideri come or collegati gli elementi morali di esso, ora disciolti, ogni
volta che tornarono a combinarsi portarono con sé l* impronta deir avanzamento,
che la civile sapienza, dalia forza alla virtìi, dalla virtù alla filosofìa, va
segnando nel corso delle nazioni. Roma dapprincipio ebbe riunita la civile
sapienza sptto forma teocratica nel primo suo legislatore. Dopo Numa la
concentrazione morale si disciolse, e corse una età di materiali impulsi, e di
forze dispotiche che fecero sentire al popolo il bisogno e il dritto .di
rappresentare egli solo la cosa pubblica. Effetto mirabile di questo sentimento
furono i tempi consecutivi della romana libertà, in che le parti smembrate
della sapienza civile tornarono a riunirsi neir elemento morale del patrio
eroismo e della virtù pubblica ; e V elemento teocratico primitivo sMden*
Pubblicato in Firenze dal Ricordi e Gomp., tiflcò coir amore della gloria
nazionale. Catone il maggiore fu il simbolo di quest' epoca, la quale
rallentando la sua forza sintetica verso la fine, si tripartiva, e per le cose
naturali Àsolepiade, per le morali Cicerone, per le civili Cesare, la
rappresentavano e la chiudevano. L'impero della famiglia Giulia tutto di nuovo
disciolse, e la pazza tirannia (}i alcuni mostri che vi comparvero, avrebbe
spenta ogni sapienza, se questa non avesse sempre un sicuro refugio nel cuore
de' magnanimi, e natura da nutrirsi della stessa oppressione. Però il fine
della gloriae del bene pubblico non potendo più effettuarsi,, si convertì in un
fine di gloria, e bene individuale; e la sapienza dove non diventò vendereccia,
non fu che un esercizio di osservazione sulle cose fisiche, e un ammaestramento
a resistere e non sentire i mali morali, e isolare lo spirito dal commercio non
sdo della cosa pubblica, ma dei medesimi sensi corporei. Plinio naturalista,
Seneca stoico, Nerone tiranno, conchiusero quest'epoca di civile dissoluzione.
E il periodo d'Augusto intanto potè segnalarsi di alcuni fngegni straordinarii,
perchè educati e nudriti nei tempi della repubblica. Oltredichè è da osservare
che i sapienti cui toccò di assistere ai funerali della romana libertà, si
distaccarono dallo scopo unitivo, e si spinsero coraggiosi in varie direzioni ;
onde furono per un avanzo di spontanea energia grandissimi, anche quando èrano
piti divisi e repressi. Questo avvenne nel primo disciogliersi àeW unità
intellettiva di quél popolo libero. Che nel passaggio dal discioglimento a
nuova unità, avvenne il contrario fetìo^meno; vale a dire che il pensiero
riconcentrandosi con tutta forza riacquistò spontaneità od energia unitiva,
prima sopra l' individuo, e quindi mano mano sulle assemblee, e da ultimo sulla
cit^à e sulla nazione. Per tal modo il regno della sapienza oome quello della
politica contiene ne' suoi decadimenti i principii ddle sue rigenerazioni. £
quella specie di rinascimento che ebbe in Roma la sapienza naturale, morale e
civile dal primo imperio della famiglia Flavia sino a Commodo ultimo di essa,
avea già i suoi soppiatti elementi in quel trambusto sanguinoso, che consegnò
air esecrazione de' posteri r ultimo della, famiglia Giulia. La scuola di
Seneca avea riposto negli animi la spontaneità, frutto della stoica .
concentrazione. £ quando Vespasiano collocato sul trono girò attorno lo sguardo
pel suo vastissimo impero, lo trovò bieco di stoici, e attorno^ sé e in tanti
luoghi, che temendoli come associati e potenti di pensieri, di volontà e di
numero, dovette salvarsene col cacciarli. di Roma. Neir impero adunque della
famiglia Flavia, che fu impero di pace, le membra sparte della sapienza
italianqi poterono di nuovo convergere air unità, e riprendere la Torn^
d'>un progresso effettivo. Il quale fu intanto difìlerente da quello de'
tempi delia repubblica, in quanto r uno nasceva da libertà conquistata, e si
spandeva con leggi proprie sopra un popolo eroe; l'altro nasceva, da libejrtà
conceduta e si spandeva colle leggi d' un principe, in mezzo a un popolo quanto
più atto al pensare, tanto meno all' agire, e che blandiva la pace per
sentimento di patria carità, congiunto al bisogno di .agiatezza e al desio
d'opulenza. Nulladimeno questi tempi di civile tranquillità valsero ai sapienti
per rivedere tutto il fatto in addietro, ricònnetterlo cpl presente, ordinarlo
e dirigerlo ad una nuova sìntesi, la quale rappresentasse in una maniera, direi
quasi ecdettica, il carattere della età in che vivevano. E ciò che perdette
questa sintesi nella parte civile operativa, lo acquistò nella intellettiva;
perocché lo spirito umano potè spogliarci della fierezza, e ingentilire le
facoltà e ricercare elementi morali più puri, ftioo a quello d' una sola causa
soprannaturale, rettrice degli umani destini. E qui la filosofia libera nelle
sue speculazioni dichiarava le attinenze dell' uomo, non solo con la città e coir
impero, ma coli* umanità in generale e coiruniverso;e si mostrava avida d'un
principiod*unioue unico e vero, che collegasse nel vero bene la morale civile e
religiosa. Ritenendo la parte fondamentale del suo carattere italico la
filosofia romana non voleva più essere esclusiva, ma si assorellava con tutte
le forestiere; per cui il campo deir intelligenza rendendosi più vasto, meglio
si prestava a una generale sistemazione di tutte le conoscenze umane di quel
tempo. Le scienze naturali oltre all'accrescere, perchè non temute e non
turbate, la parte empirica delle osservazioni e dei fatti, levavansi a
teoriche, che, o si fondevano nel principio della adottata filosofia, 0 a
quello per una serie d'idee concatenate e progressive riconducevano. Le arti
favorite anch'esse grandemente, manifestavano nella loro estetica (|uella
migliore filosofia o storica o mitologica, che più si uniforma al carattere
dell'età. In questo periodo adunq^ie il romano impero, retto dalla famiglia
Flavia, mitrfava della corona della sapienza filosofie^ le conquiste della
sapienza civile e operativa delF epoca della libertà, e segnava l'ultimo punto
di incivilimento, cui seppe giungere un popolo classico, poco innanzi alla sua
stupenda rovina. ' §nGorrispondenza fra il carattere filosofico delle opero
d'Areteo e qpaelle della sua età. tra i molti uomini adunque che resero cotesto
periodo storico più celebrato, deve contarsi anche Areteo. Il quale assai
probabilmente scriveva i suoi libri di medicina ai tempi di Trajano; e
scrivevali in Roma. Stabilita pertanto T epoca in che fioriva Àreteo, e il
carattere storico di essa, occorre di presente ricercare, come lo spirito delle
opere di lui a cotesto carattere corrisponda^ Nessuno ha finora interpretato
filosoficamente la storia della medicina. In altre parole dirò, ehe non esiste
ancora la filosofia della storia della nostra scienza. Non abbiamo che immensi
materiali raccolti e disposti per ordine cronologico. Dei primi sistemi medici
italiani, che andarono di conserva co' primi passi della sapienza europea, e
che formano altrettanti gruppi, cui vanno a riunirsi sotto dati uomini e tempi
le idee ed i fatti che li costituiscono; e che sonò T espressione di quello
stato delle uman^ menti, che riceveva influenza dalla politica e dalla
filosofia, se ne parla sempre, o con imperdonabile brevità, od anche con turpe
dispregio. I sistemi degli antichi sono additati appena con due parole. Quando
si è detto strictum et laxum, sembra d'aver detto abbastanza intomo al sistema
de' metodici, e se ne trascura intanto la derivazione, e lo spirito, e il
carattere di uniformità co' tempi in che sorse, e l' influenza che esercitò
questa prima dottrina medica italiana «ulla scienza in avvenire. Tutti gli
storici non seppero dire e non dissero, che quanto si trova in Galeno intorno
alle sette che lo precedettero; non considerando che Galeno doveva essere
infida e debole scorta, interessato com'era a coglierle e rappresentarle tutte
nel loro lato il più debole. Asclepiade fu il primo che quanto vi era di
polizia medica nella legislazione di Roma, e quanto vi era di medicina
nosologica adunò o ridusse a forma scientifica. Fiorente negli ultimi anni
della repubblica, e avverso per patrio sentimento ai Greci, dette alla sua
dottrina un carattere tutto italiano. Condusse alla sintesi le condizioni dei
morbi, 'Assoggettandole alla legge della fisica generale dei pori Stretti e
larghi, e conesceodo che il satisfare al bisogno di porgere una guida air
intelletto pe' suoi ragionamenti in medicina, non avrebbe bastato insiememente
alla esatta cognizione de' morbi, insegnò doversi ancora ricercare ciò che
ciascuna malattia aveva di proprio. Il suo sistema terapeutico di valersi della
temperatura delr aria, o di quella delle terine, o de' ginnastici eserctzii, e
delle unzioni, e delle frizioni e della rigida sobrietà teneva quel carattere
positivo e robusto, che conveniva alla eroica civiltà del suo tempo. Sotto i
Cesavi, Temispne distaccò dalle relazioni colla fisica esterna V antropologia,
e la fé' cominciare e finire coir uomo stesso, imitando l' egoismo de'tempi
tirannici ; e accennò il dogma scientifico delle attinenze che avevano le
malattie fra loro,per legge organica propria. Tessalo sotto Nerone compì la
sistemazione delle difTerenze essenziali dei morbi, e stabilì il solidismo
dinamico dello strictum et laocum: _ma travidde i mutamenti di nutrizione
nell'organismo, e introdusse come modificatrice del sistema la metasyn* crisi
(récorporatio), la quale noa riteneva dello stato dinamico, che il moto
revulsivo dal di dentro al di fuori. Queste dottrine esclusive corrispondevano
al dispotismo de' tempi, e il conculcare con dispregio i predecessori, 0 i
contemporanei che non le, seguissero, era la tirannide della scienza.
Restituita allem^nti la libertà della ricerca al cominciare dell' impero della
famiglia Flavia, ed ampliato il tesoro delle osservazioni da Dioscoride e da
Plinio, l' uòmo cominciò ad esser di bel nuovo considerato in relazione colla
estex:na natura, e comparve la setta dei pneumatici fondata da Atenèo, setta
fiorente sotto Vespasiano, e vissuta sino ad Antonino. Si fece un passo al di
là di Asclepi^de, ricercando un principio imponderabile, che fosse cagione del
fenomeno fisico dell' allargarsi e dello stringersi dei pori. E la filosofia
speculativa assunse le forme d' un idealismo, prima eccletico per opera de^
stoico-platonici, che introdussero il pneuma, e quindi mistico e divinatorio
per opera di Apollonio, Tianéo, e de^ gnostici; nel mentre che la filosoQa
morale e pratica che mantenevasi ruvida in Epitteto guidato da vana speranza di
ripristinare la libertà, assumeva sotto Antonino un carattere particolare di
dolcezza e di benevolenza, facendovi dominare V amore per V umanità, associato
alla religione. Predominante in questi tempi era adunque fra' medici la dottrina
de' pneumatici ; e Sorano d' Efeso che tentò riprodurre la teoria de' metodici
nella sua purezza nativa, le di cui lezioni furono poi raccolte e pubblicate da
Celio Aureliano, fallì il proposito suo.; e invece indovinò V indole e il
bisogno del secolo Olimpico di Mileto, dichiarando che lo stretto e il lasso
nei corpi era seguito dalla generazione degli elementi, chie sono le cause
dell' umido e del secco, del caldo e del freddo^ e che questo era statò il
secreto che aveva coperto finora il vero della setta metodica. Intanto adunque
un principio fisico cagione de' fenomeni organici tolto dall'universo, e
modificato nèir limano organismo: conosciuti e associati alcuni dementi del
chimismo animale alla sua parte dinamica : moltiplicate le differenze essen* ziali
de' morbi. Questo carattere presentava la medicina italiana, quando Areteo
avvisò di conformarvi i suoi libri patologici. Ma egli ricercando tutto il
fatto in addietro, e il fondamento empirico della scienza, presto s' avvide che
quest' ultimo aveva sofferto non poco attraversando sempre le teoriche da
Asclepiade sino ai pneumatici, e che era mestieri ristorarlo, 30 si voleva che
della teorica si giovasse, come di accessorio e di aiuto interpretativo, e non
si perdesse in lui interamente. Ristabilì adunque la osservazione e la
descrizione genuina dei morbi alla maniera ippocratica; e con ingegno e fedeltà
tale, che si rese io questa parte insuperabile. Ricostruito il suo piano
empirico associandolo air apalisi minutissima de' fenomeni non tanto organici,
quanto eziandio psicologici, sali alle cagioni; e qui introdusse il principio
della scuola de' pneumatici, a cui ricorse in alcuni casi di nervose malattie,
e specialmente di una qualità d' angina. Ritenne fra dovè gli parve d' accordo
co' fenomeni il dualismo dinamico, e fece spesso ricorso agli elementi del
caldo e del freddo, dell'umido e del secco, come costituenti per lui, in
analogia co' fenomeni del mondo esteriore j le principali differenze della
natura de' morbi. Conservò le maniere curative dei metodici; ma richiamò l' uso
pratico de' purgativi da quelli abolito; e preceduto da Droscoride e da Plinio
trasse partito con mirabile sobrietà dalle scienze naturali e dalla botanica
per ingrandire la materia medica. Per opera adunque d' Areteo la medicina
italiana ristabilita nel fondamento empirico naturale, trovò un anello di
riunione coli' empirismo ippocratico, e accolse e trasse profitto da tutta la
sjapienza naturale e filosofica del suo tempo. Fino a Traiano quanto si sapeva
di meglio in medicina, tutto si accolse con prudentissima scelta in Areteo : da
Traiano ad Antonino tutto si accolse in Galeno. Areteo delineò maestrevolmente
e compendiò con la robustezza di Tacito, quanto la dottrina immensa di Galeno
seppe poi adomare ed ampliare in forma più grandiosa con la facondia di Tito
Livio. Cosicché Areteo e Galeno, il primo eseinplare e specchio al secondo,
sono i due personaggi che rappresentano il carattere della scienza medica in
Italia, il più in corrispondenza collo sviluppo delle menti umane della seconda
epoca del romano impero. Pre^i speciali de' suoi libri di medicina. Pregio
specialmente delle opere mediche di Areico, e tutti il sanno, è la dipintura al
vero delle malattie. Oltre a ciò s^ incontrano in esse di frequente tali
concetti fisiologici e patologici, che sebbene sia da fuggire il viziò comune
ad alcuni di volere gli antichi quasi profeti dei più rari trovati e
immaginamenti de^ moderni, tuttavia non si può a meno, veggendoli così
perfettamente uniformi co' nostri, di non ricordarne almeno i principali. Noi
tralasceremo di parlare, siccome ha fatto Wigan, delle sue cognizioni
anatomiche, nelle quali la storia a lui non attribuisce veruna notabile
scoperta; sebbene il Testa e lacopi credessero Areteo in anatomia peritissimo,
e che praticasse ancor V arte dell' iniezione sui cadaveri, per conoscer meglio
la struttura degli organi e dei vasi. Lo stato attuale della scienza ci esenta
ancora dal rimembrare certe sue idee terapeutiche, e certi mezzi da lui
proposti, che troppo sono disfòrmi dall' odif^rno uso, e che il tempo e V
esperienza ha come inutili respinti. Della ginnastica, delle minute e
rigidissime regole dietetiche, e del metodo endermico, che costituiscono le
principali sue raccomandazioni curative si può egualmente tacere; mentre le
medesime erano tratte dal sistema d' Asclepiade, e de' metodici che lo avevano
preceduto. Intorno alla descrizione di alcune nuove forme morbose, come d' una
nuova specie d' idrope, della infiammazione della vena cava, e della^grande
arteria dorsale, d'una nuova specie d'angina, e della monomania religiosa, al^
tri gli hanno già ripetute volte data lode bastevole. I moderai vi troverebbero
anche ampliata la dottrina delle revulsioni: accennata la sensibilità latente
nel sistema osseo dove parla dell' artritide: un predominio assoluto delle
malattie di flogistica indole, e nei capitoli della sincope, e della febbre
ardente dichiarata apertamente la neurosis darà visto ^ con qualche altra idea
conforme alle illusioni del magnetismo animale. Ma ciò che mi sembra sopra ogni
altro notabile in Àreteo è quanto ei seppe . dire di puovo, in que' tempi da
noi remotissimi, intorno al sistema nervoso, e al sistema capt/tare, quasi
completamente ignorati da tutti quelli che lo precedettero. Nel capitolo deir
itterizia egli ammette un sistema capillare incaricato di trasportare e
traspirare la nutritiva materia per ogni dove nelF organismo; dicendo
apertamente che i canali visibili non sono i soli per i quali si distri-'
buisca la nutrizione, ed assegnando al nuovo sistema congetturato con mirabile
previdenza una facoltà traspirante. Quanto ìli nervi, leggasi il capitolo sulla
paralisi, e vi si troverà la distinzione de' nervi encefalici dagli spinali, il
permutamento nella direzione che acquistano i primi per il cos'i detto chiasmo,
la divisione de' nervi sensorii dai nervi motori, e la condizione morbosa di
neurosi ammessa in varie malattie, e dalle altre distinta. Egli è il primo
Àreteo, che dopo aver dato un quadro i^ più perfetto della mania, difTerenziò
la monomania triste dalla gaia, ed insegnò innanzi a tutti quale influenza
esercita la educazione nell' imprimere ne' pazzi le diverse forme, che la loro
alienazione mentale in varie specie distinguono. Del quale sapientissimo avviso
potrebberq, a mio credere, ritrarre assai profitto i moderni, che troppo
inclinati a non prendere altro per guida di cotali differenze òhe le
materiaflità organiche della frenologia, trascurano un canone morale
feracissimo di nuovi lumi nella teorica e nella pràtica di tali infermità. Merito
grande e dagli storici non avvertito è certamente per la medicina italiana V
aver essa innanzi a tutte pensato a stabilire le relazioni essenziali fra le
malattie; su di che posala dottrina medica tutta intera, in quanto è scienza:
Taver veduta la necessità di congiungere insieme i tipi dinamici immaginati con
elementi di chimica ragione, onde non solo il movimento, ma anche le
permutazioni del processo vitale fossero avvertite nello stato morboso, e
l'aver immaginato anche di queste, secondo il sapere d' allora, alcuni sommi
generi che avean pure un lato di analogia ne^ fenomeni della natura esteriore:
r aver sentito il bisogno di ricorrere a un principio fisico di causalità
motrice {dpneuma) per le manifestazioni della vita organica in armonia con quella
dell' -universo, dalla stessa forza animato: l'aver accennata quella gran
verità, che le permutazioni materiali dell' organismo, e il loro risolversi in
elementi primi di malattia erano quando fenomeni effettuati dallo stato
dinamico morboso, e quando effetti di questo: l' avere infine ricostruita e
perfezionata la base empirica della scienza sulla osservazione ed esposizione
del fatto naturale, e suH' ammaestramento ippocratico. Ecco lo spirita di
quanto sf operò da que' primi medici italiani a vantaggio della scienza
salutare, ed ecco insieme il carattere nativo e nazionale, che la medicina
assumeva in Italia sino^dalla sua prima età. Carattere che, come la storia e'
insegna, essa non solo non ha mai alterate né perduto, ma che è invece andata
sempre perfezionando, valendosi dello sviluppo progressivo delle scienze che
soccorrono alla medicina. Che se si guardi a quello della medicina itaHana de'
nostri tempi, e allo spirito yjpoomtico che la informa, vedremo come si
mantiene pure etiologica la sistemazione de' sommi generi dei morbi : come
l'umano organismo è «considerato in relazione colle forze di tutta la natura
esteriore; come il principio im* ponderabile deir elettricità, sostituito al
pneuma, e primo motore fisica deir universo, modificandosi ne^ corpi
organizzati si intenda oggi vitalizzante anche questi; onde da un lato per le
scoperte magnifiche della fisica intorno ad essa, dair altro per le scoperte et
gli ingegnosi pensieri de*fisiologhi,sul sistema nervoso e capillare, essendo
questi gli stttdii eminenti della nostra età, abbia ormai conquistato tanto
impero nella (istologia da imparentarla alle dottrine elettro-chimiche quasi
suggello del galvanismo ; e come finalmente anche alla medicina italiana dei
nostri tempi sieno fondamento empirico gli atti spontanei della natura, ì tipi
endemici, i fatti clinici, e in genere Tosservazione ippocratica. E in quella
guisa che ai tempi di Areteo v*era una concorrenza progressiva tra la filosofia
e la medicina-, del pari vediamo oggi come pieghino alla medesima
compenetrazione e concorrenza, le scienze naturali e filosofiche. La quale
concorrenza è manifesta neUnetodo uniforme da tutti intrapreso. Imperocché se
la sapienza civile deve mettere anche essale sue radici nel metodo naturale,
come ammaestra il Romagnosi; se la sapienza morale e filosofica, come ha
dimostrato ilMamiani, è {Partita sem{Nre in Italia da Galileo in qua dallo
stesso metodo, e ad esso oggi ritorna; se la sapienza medica che simboleggia
quella delle scienze naturali e filosofiche non parte che dal fondamento sicuro
degli atti spontanei della natura, che è quanto dire da un metodo naturale
anch'essa; ai otterrà presto anche tra noi un accordo mirabile ne'divQrsi rami
della sapienza del nostro secolo; e le scienze speculative e le naturali,
connesse dalle matematiche, andranno di conserva e collo spirito medesimo ad
uno scopo comune, cioè al maggior bene possibile deirumanità. Codici
manoscritti o Codice Laorennano. I primi codici manoscritti di Areteo, che.
dopo la restaurazione delle lettere rimanessero, furono ricercati e fatti noti
per opera d^ un dottissimo medico italiano, Paolo Giunto Grasso di Padova, il
quale pubblicandone la prima traduzione latina in Venezia prèsso i Giunti nel
4552 parlò di tre esemplari da lui rinvenuti, ed e$aminati, e posti a
confronto, e illustrati, sui quali ei compose con fatica incredibile la sua
traduzione. Molti altri poi se ne scuoprirono nelle varie biblioteche d'
Europa. E il Kuhn ultimo editore dell' Areteo pubblicato in Lipsia, fra i più
ragguardevoli annovera i seguenti: L' Harlejano del quale si valse il Wigan per
le sue illustrazioni d' Areteo, è o(feso da difetti e da mutilazioni non poche.
Talee pure il codice di Augmtaj adoperato dall' Heinischio per la sua edizione,
e il Bavarico nella biblioteca di Monaco, consultato pure dallo stesso
Heinischjo, e lo Spagnohj che esiste nella biblioteca regia di Madrid. Di tutti
il meno imperfetto si vuole il codice Parigino, che giace nella regia
biblioteca. Fu pubblicato da Jacopo Goupyl nel 4554; e in esso si videro
comparire per la prima volta cinque capitoli del secondo libro della cura delle
malattie croniche, che negli altri codici si desideravano. L'Italia è la più
ricca. de' codici manoscritti di Areteo. Ve n' ha uno in Venezia nella,
biblioteca di S. Marco, esaminato dall' Heinischio : altro nell' Ambrosiana di
Milano: altro nella biblioteca regia di Napoli, mancante dell' ultimo capitolo
del secondo libro. Ma i più validi e i meno incompleti di tutti questi sono i
codici VaticcMo e il LaurmsUwo. Il Vaticano ha servito al Wigan come il più
autorevole per le ioniche desinenze del dialetto, e in questo lo preferispe a
qualunque altro: del resto però ei vuole che sia assai viziato nella
scjrittura, e lo dichiara aNii mctgis mi^Hlus. Ijlel che egli ha preso errore,
interessato com' era a mettere innanzi a tutti il tjodice Harlejano. Nel
Vattcano non maucano-che que*metlesimi capitoli, che si trovarono mancare in
tutti gli altri dopo la comparsa del codice parigino, pubblicato dal Ooupyl.
Più pregevole al certo del Vaticano gli è il Fiorentino della biblioteca di S.
Lorenzo: rimonta al secolo decimoquinto, è in nitidissima pergamena, di ottima
scrittura, con alcune varianti ai margini, e di ionico dialetto castigatissimó.
Le notizie che dà di questo codice i! Montfaucon (t. I, pag. 989) ripetute dal
Kuhn nell'edizione lipsiense del 4828, sono inesatte. Si dice che questo codice
eÉt absqite principio Primum quod legitur caput est de tetano : il che è
falsissimo. Il codice comincia come gli altri col capitolo dell' epilessia, e
colla parola a5j3>vTnT«c ec., il qual capitolo termina colle parole xapaTCT
-KOLi aivrvwi toù t^stvoC. DopO questO segue Y altro ntpì TSTfltvow. Noi ci
siamo valuti di questo codice per alcuni confronti col testo greco della
edizione lipsiense in tutti i capi, fuorché negli ultimi cinque dell' ultimo
libro, che non si trovarono che nel codice del Goupyl. Uh vorremmo qui tenere
dalla parte deir Heinischio, che dichiara) intrusi ed apocrifi cotesti
capitoli, che matM;avano in ogni altro codice fuorché nel Parigino. Ci sembra
però che non sieno stati bene ribattuti tutti i dubbi dell' Heinischio; é che
ad essi sì potrebbe a^uògere : 1 * Che * cotesti capi, o fram'menti che abbiano
a dirsi, mancano di quella ionica venustà che negli altri tenuti per genuini si
ammira. §!• Che vi si trovano grecizzate alcune voci tecniche, che non
cominciarono ad usarsi che qualche secolo dopo Àreteo, e che nel testo
dell'opera del Cappadocio non furono mài usate; come ad esempio la voce
*sTpò?Ts).svov. 3 Che vi si incontra la millanteria d' uno specìfico denominato
il mio misierio, che V Àreteo non ha mai proposto altrove, sebbene gli
occorressero le medesime indicazióni. 4* Che quantunque parli assai volte, r^é*
capitoli sulle malattie acute del basso ventre, d' una membrana che s' incontra
in questa cavità, non la nomina mai con la voce wsotTowatov, e non si sa
intendere il perchè trattandosi di voce anatomica, si sia. riàerbato a
nominarla soltanto in uno de' capitoli pubblicati dal Goupyl, cioè in quello
della cura del diabete. Non ci sembra per tanto ben provato come autografo
cotesto pregio, attribuito esclusivamente al codice parigino. Noi però abbiamo
creduto debito di tradurre anche cotesti capitoli, perchè il nostro
volgarizzamento risponda alle più accreditate edizioni. Edizioni principali.
Fra le quali la prima a comparire in elegante latino, e con tutta la robustezza
caratteristica deir originale greco, fu quella (come si è detto) di Giunio
Grasso professore in Padova nel 4552. Questa fé' sentire il bisogwo della
pubblicazione del teiste greco, e Jacopo Goupyl diedp in luce per la prima voHa
il codice parigino nel 4554. E perchè all' edizione lussureggiante dei solo
testo greco toccasse il minor numero possibile di leggitori, non vi fu
associata la versione latina. Nello stesso anno, e nella stessa Parigi si
ristampò, forse per «pera dello stesso Goupyl, la versione latina di €rasso;
unendo all' Areteo i libri anatomici di Rufo Efesio. L' editore annotò la
versione in pili luoghi, e in alcuni mostrò dove la interpretazione latina di
Crasso differiva dal testo. Vi si aggiunse la traduzione latina de' cinque
capitoli intrusi nel codice di Parigi. Nel 4564 comparve la MHssima edizione di
Basilea conttenente Medicae artis PrincipeSy per cura di Enrico Stefano. In
essa si riebbe Areteo; ed Enrico Stefano ellenista e latinista certamente
superiore al Goupyl,.vi condannò all' oblio le notarelle, che il medico,
parigino aveva posto all' edizione dell' Areteo latino, per indebolire il
pregio della versione di Grasso ; e si ristampò questa nella sua integrità,
unendovi ancora i cinque nuovi capitoli latinizzati da Gelso Gglio di Grasso, e
da lui stesso mandati a Pietro Perna editore. Più utile consiglio fu quello di
Giorgio Heinischio di pubblicare un Areteo greco-latino, e la di cui edizione
apparve povera di varianti e di note nel 1603; e ciò che la fece decadere dalla
stima de' dotti fu r aver preteso l' Heinischio di riempire le lacune di Areteo
con de' passi tolti da Galeno, da Alessandro di Tralles, e da Paolo Egineta.
Per la versione latina non potè trovar meglio che riprodurre quella di Grasso.
Nel 4723 Giovanni Wigan, esortato dal celebre Freind, preparò e compì altra
edizione greco-latina di Areteo, la pili commendevole delle fino allora
conosciute. Molte furono le varianti lezioni, e le emendazioni del testo
ch'egli propose: le brevi ma succose note lo annunciano per verjsatissimo in
an^be le lingue, e nello spirito dell'autore per lungo studio addestrato.
Questa edizione ricca di ragionamenti sulla età e la setta di Areteo, sul di
lui dialetto iopico, adorna d'un lessico di greche voci, e d' un indice
comodissimo, ottenne meritamente il suffragio de' letterati, e si mantiene
anch' oggi in alta reputazione anche per la sua rarità, non avendone il Wigan
fatto tirare che 300 esemplari. Dispiace nondimeno il vedervi una latina
versione che non è qiiella di Crasso, essendosi fatto il Wigan trasportare
dalla superbia di dame egli stesso una nuova; nuova cioè in pochissimi luoghi
soltanto dove alcune note potevano bastare; che nel re* sto cotesta ambita
novità si riduce a inutili trasposizioni, e a giuoco puerile di sinonimi. H
Petit tentato anch' egli di rinnovare la traduzione latina se ne distolse
riflettendo, che per poche mende che abbia quella di Crasso, è sempre la
classica, satisque habet elegantiae et nitoris (Praefat. ad comm. in Aret.); ed
appircò a sé e ad altri ingannati dalla stessa pretesa quel concetto di
Temistio: « perinde ac Phidiae Minervam reformare de integro uni» versam
instituas, ut aut amentam soleis,aut ansulam » crepidis, aut ligulam baseis,
aut quid aliud Pauxil» lum,quod subsultet, reponas. » Il Boerhaave grandioso
sempre ne' suoi progetti, ed abile nelle sue intraprese, meditava una
biblioteca di classici greci in medicina: e mentre aveva chiamato a parte del
suo lavoro il Groenevele, egli preparava intanto una nuova edizione dell'
ÀTeteo, che poi pubblicò sopra le altre commendevole nel 1734. Riapparvero in
questa tutti i sudati latvori del Wigan : il testo greco fu quello del Goupyl:
la versione latina, non quella del Wigan, ma fu preferita quella del nostro
Grasso, alla quale per essere reputata la migliore basta, io credo, la
preminenza accordatale da Enrico Stefano come letterato, e da Boerhaave come
medico : vi si unirono gli eruditissimi commentarii del Petit, che videro in
tale edizione per la prima volta la luce : le varianti di Henischio e di
Scaligero, le congetture e le emendazioni di Triller, il ragionamento del
Mattair sul dialetto di Areteo, e un indice locupletissimo. Il progetto del
Boerhaave di una edizióne completa di tutti i medici greci non ebbe il suo
compimento. Pochi anni or sono, mandavalo ad effetto il benemerito Ktthn nella
sua.grandiosa collezione intitolata « Medicorum Graecorum opera quae extant.
Editionem curavi! D. Cafolus Goltlob Kuhn etc. i> Lipsiae, apud Car>
Gnobloobium, ÌS^S, 1 1 volumi che contengono V Aretao sono il XXIV e XXV della
collezione. 11 Kuhn ha riprodotto, quanto al testo e la versione latina, V
edizione di Wigan. Nel primo volume oltre una erudita prefazione del
compilatore, si legge anche quella deir editore Batavo, e si aggiunge il lungo
ragionamento preliminare del Wigan. Segue il testo coVla sottoposta versione
latina che comprende intero il volume, in fine del quale è un copioso iadice
delle cose notabili. Il secondo volume è tutto di commenti e di illustrazioni.
Oltre il completo commentario filologico e critico del Petit, vi SODO unite le
dette annotazioni del Wigan, le brevi emen> dazioni del Trilter, V indice
^reco compilato dallo stesso Wigan con istupenda fatica, dove sono
contrassegnate tutte le voci che consimilr si trovano in Omero, in Erodoto e in
Ippocrate, sui quali esemplari Areteo ha conformato il suo stile, e si trovano
pur quelle non reperìbili nel lessico costantiniano, e nel Tesoro di Enrico
Stefano: chiudesi il volume colle varie lezioni del Wigan tratte dal confronto
dei codici e dei postillatori più accreditati, e con una appendice a coteste
varianti medesime. Questa edizione lipsiense è T ultimo lavoro, e ^ertamente
pregevolissimo, fatto intorno Areteo. Tanto più lodevole, in quanto è comparso
in tempi, ne'quali per una strana perversità nei letterarii costumi, rado è che
si pensi a riprodurre ed illustr^ire gli antichi e classici esemplari.
Interpreti e Commentatori. Tocca al)e volle agF interpreti di essere invitati a
voltare nelle* più note lingue que' classici, verso i quali . sentono maggior
simpatia: la quale non è altro che il risultamento di una conformità reciproca
o di temperamenti o d'ingegni. A costoro riesce d'inspirarsi talmente dell!
anima dell' originale che se la fanno quasi prò-. pria, e superano qualunque
difflooltà, e quando azzardaho indovinano, e conseguono di rappresentarlo cosi
bene, che ad altri i quali s' accinsero alla stessa impresa, anche con maggior
diligenza e fatictf, non tocca di poter loro torre dal capo la corona, di che i
primi si sono mitriàti* Crasso si pose a tradurre Àreteò sopfa codici logori,
mutilati, appena leggibili. La di lui versione latina per(> è tale^ che
^ebbene in alcuni luoghi difettosa, nel complesso vi ha lo stesso spirito
ionico, la stessa forza di concetto, la stessa eloquente vibrazione che
s'incontra nel testo. 11 Wigao che si accinse a superarla, ottenne ài rendersi
talvolta più facile e chiaro, ma non ottenne di trasfondere nel lettore l'anima
di Àreteo. Fra le due versioni Jatine adunque che si abbiano avute fin qui del
Cappadocio,. preferibile festa sempre quella del professore padovano. Io potrei
qui addurre vari squarci ne' quali il meHto lelteraHo della versione di Crassoavanza
di gran lunga quello del Wigan; ma mi contenterò solo di avvertire, che la
troppa smania che era nel Wigan di emendare, e di chiarire le oscurità del
testo, e di connettere le cose in apparenza disparate, lo ha condotto a tali
licenze che niuno gli sapràmai perdonare. Noi ne abbiamo nelle nostre note in
fine di questo volume accennate alcune, quali omissioni gravissime, che oggi
sono passate ad offendere anche la famosa edizione lipsiense, nella quale il
Kuhn ha. voluto preferire la versione latina del Wigan. Abbiamo detto delle
omissioni: ora delle superfluità. In queste ha talvolta peccato il traduttore
padovano. Qualche esempio ne abbiamo date nelle note. Qui aggiungeremo quello
che s' incontra verso la fine della cura della cefalea ^ dove nel tasto si
parla del pisello e delle due specie hocrtis et dolickus. Grasso qui non
traduce, ma commenta: a quae a graecis boeri et dolichi nuncupan■ tur, illi
cicerculae folio similes, hi faseoli aut lobi a » oonnullis vocitati. » Nulla
di ciò nel testo. Tale è pure V altro commento piuttostochè traduzione che egli
fa alla voce chenaJopex^ neir ultimo capitolo sulla cura della elefantiasi. Ma
non mancano nemmeno nel Wigan simili esempii. £ per notarne uno, si legga nel
capo V, » Melancholiae curatio^ il seguente passo : Quodsi ma« » lum recens
fuerit neque multum homo a naturali ^» statu decesserit, praet^er haec alia
medela opus non » est: leliqua tamen victus ratio necessaria est, praeter t
haec alia medela opus non est: reliqua tamen victus D ratio necessaria est, et
ad restaurandum corporis » habitum, etc. » Se questo non è errore tipografico,
sarebbe un nuovo modo di chiarire un testo coir imbrogliarlo di vane
ripetizioni. Per le quali cose s'intende come restando sempre principale la
versione di Crasso, a nuovi editori e traduttori di Areteo sarà
d'indispensabile necessità consultare anche quella del Wigan, e con questa
emend^e e perfezionare l'altra del Grasso. Che seguitando a preferire o V una o
l' altra, e ridarle còme stanno, le versioni latine di Areteo non cesseranno
mai di essere sempre in molte parti difettose e imperfette. Oltre le versioni
latine si hanno di Areteo anche le versioni in^ inglese, in tedesco e in
francese. Autore della traduzione inglese pubblicata in Londra nel 4787 è il
Moffat: a Vienna ne comparve *una in. tedesco nel 4790 per cura di Dewez: in un
giornale di medicina di Parigi lessi, poco tempo fa, annunciata una traduzione
francese di Areteo, del merito della quale non so dir nulla, non avendola
ancora avuta sott' occhio. Ma ad aiutare le fatiche degF interpreti vennero i
commentatori. Primo fra tutti il benemerito Petit fece attorno ad Areteo tali
cementi, per copia e per dottrina, da disgradarne chiunque avesse ambito a far
meglio. Molti senza dubbio sono i luoghi illustrati e dichiarati per essi.
Tuttavia non è da tacere, che assai spesso piacque al commentatore francese di
cogliere leggiere occasioni, più per forvi sopra una pompa del suo vario
sapere, di quello che per migliorare la intelligenza del testo. E se si volessero
que' suoi copiosi commenti ridurre ai soli necessarii ed utili, scemerebbero
almanco di due terzi. Delle illustrazioni di Heinischio, come quelle che
incontrarono assai poca lode, non terremo menzione. 11 poco pregio della
versione latina del Wigan, a rimpetto di quella del Crasso, è compensato dal
sommo valore de* suoi commenti. Più sobrii, e più castigati di quelli del Petit
non tendono che a migliorare la lezione, a introdurre varianti sempre opportune
e ingegnosissime, ea stabilire con giudiziosa critica i confronti fra quelle di
Scaligero, di Enrico Stefano, di Heinischio, di Goupyl, di Petit e di Crasso.
Poco significanti al certo appariscono dopo quelle di Wigan, le piccole
emendazioni del friller. E ne giova da ultimo di poter annoverare fra i commentatori
di AVeteo anche il sommo ellenista e metafìsico insieme Jacopo
Pdccinotti.Stdlini. Egli è il Testa, devoto e felice imitatore di Areteo, che
nel suo librò delle malattie del cuore ci dà coteeta notizia. « Dopo la quale
descrizione, egli dice, 9 conchiude Lod. Mercado |)erfettamente verificarsi in
» questi esempii le cose narrate da Areteo colla solita » tragica eloquènza :
come appunto dello stile di Are» teo era solito esplicarsi queir ingegno .
magnanimo » dello Stellini, che pure adomò qualche luogo di quel B greco medicò
di bellissimo commento. » ^ 8 VII. Paroler in proposito del nostro
Tolgarizzamento. Sebbene tant' oltre si sieno spinti gli studii in tomo ad
Areteo, e per le interpretazioni latine, e per i commenti copiosi essendovi un
generale consentimento non occorra trattenersi. La terza parte riunisce in sé
tali dottrine che può benissimo chiamarsi la filosofia n^edica; sebbene ad
altri piaccia nominarla, come dicemmo, medica giurisprudenza; avvegnaché essa
interpatri i principali dogmi della scienza, e ne stabilisca la critica, e ne
apparecchi il progresso. Ed a tre oggetti ella rivolge specialoiepte lo studio
suo. Il prima è di esaminare i foodameoti delia scienza, e assicurarli /coq la
storia filospfìoa di essa. U secondo di metterli in connessione con le leggi
della natura organica, tanto in sé stessa, quanto in relazione col momenti
causali dei mondo esteriore^ stabilire il come la natura si modiBchi nelle
successive metamòrfosi di una sola potenza, attorno ai fenomeni della quale
aggirandosi tutte le scienze umane, abbia a scuoprirsi in fine àpche la
connessione che Y*è tra le verità fondamentali di tutte loro, e quelle dalla
medicina. Il terzo è di collocarla in una posizione ooncordevoie con tutto il
fatato in addietro, e progressiva nei suoi futuri destini, e rispetto a sé
stessa, e rispetto alle sue relazioni con la civiltà progressiva dei popoli. La
quale ultiiKia parte della medicina civile conchiude ragionevolmente tutta la
carriera de' medici studi ; avvegnaché dopo aver considerate le tre sezioni
della medicina clinica, che sono la teorica deir uomo sano, la teorica deiruomo
malato, e la dottrina teorica e pratica della conoscenza e curagione dei morbi
; si presentano i medici dinanzi alla società, dinanzi ai magistrati cui incombe
il ministero della giustizia, e sovvengono entrando pel tal modo nella medicina
civile, coi loro consigli, e coi dogmi della scienza loro alla prosperità
fisica dei cittadini, ^ all'ordine civile, sostenenck) le leggi della sociale
sicurezza. Assuntasi adunque per tal modo e compita ) dopo la privata, la sua
commissione pubblica, la medicina ritorna sopra sé stessa, e si contempla, e si
rassicura dell'essere essa una parte integrale della civiltà. Vuol quindi
vedere, se i fondamenti della sua scienza ricevuti nel privato insegnamento
delle patologie e delle sale cliniche, corrispondano e valgano a questo
carattere, completo che ora ha ella acquistato. Immedesimatasi colla civiltà e
soggetta quindi BÌìe 4 sue fasi progressive, potrebbe essa rimanere indietro di
queste, e perdere pertanto T utilità sua : ovvero anche costretta a seguirle
trovarsi nella. necessità di variare ogni tanto i suoi principii fondamentali :
o volendo schivare questo danno che la farebbe decadere dalla opinion pubblica,
abbandonarle, e gitt^rsi senza bussola nel gran mare delle azioni civili.
Compito adunque il suo giro scientifico ella domanda a sé stessa: quali sono i
miei fondamenti invariabili, indestruttibili, qual è il punto che io ho fissato
con sicurezza per V applicazione e direzione dei miei poteri intellettuali alla
ricerca del vero ? Quali sono gli elementi di progresso che io in me medesima
contengo, e quali i mezzi per porli in opera e in relazione con quelli delle
scienze umane, e dell'umano convivere? L' aggirarsi intorno a queste ricerche,
e il satisfare a loro nel miglior modo possibile, è fuor di dubbio quella
medica filosofia, che vale a conchiudere il corso accademico della medicina
civile. Della quale avendo presentato un prospetto, incom^pleto è vero ma pur
sufficente per mostrarne T importanza a voi che la dovrete. considerare;
conchiuderò questa prima parte della mia orazione col dire, che verrà un tempo
in che le scienze che non avranno relazione con la cosa pubblica cadranno: guai
alla medicina se non si troverà allora quale un pianeta di primo ordine nel
firmamento sociale ! Essendomi adunque proposto di ragionare nella seconda
parte delle relazioni della medicina civile colle principali tendenze del
secolo, esaminerò per qual modo essa potrebbe rendersi utile, togliendo o
menomando i difetti che potessero per avventura in sé medesime contenere. Entro
alle quali tendenze comprendo la morale e la letteraria, la filosofica e la
politica dei nostri tempi. E partendo dalla necessità in che siamo oggi, che
tutte coleste tendenze assumano insieme un carattere civile, non essendo
sperabile in altro modo un reale progresso nelle fortune delFumanità, dico che
a rendersi tali manca loro un sistema di educazione fondamentale, che allo
scopo desiderato le riconduca. L'universo si compone di due mondi differenti :
del mondo sensibile e del mondo intellettuale. Il primo è quello delle forme,
il secondo quello delle idee. I quali due mondi si compenetrano in maniera, per
una scambievole attrazione che 1* uno esercita suir altro, che si direbbe il
pensiero e il sentimento non essere che l'ideale del mondo delle forme, e che
il mondo delle forme non è che il pensiero vivente e sensibile. L' ordine in
tutto, e il tipo primitivo del vero reperibile dalle menti umane sta neir
armonia di coleste due forze, il predominio violento e continuato dell' una o
dell' altra è causa di disordine nelle cose, di errori nelle ragioni. I periodi
storici della umanità i più distinti furon quelli in che si manifestò l'
armonia di tali forze : la disarmonia appartenne mai sempre alle epoche di
transazione. Il periodo che oggi noi trascorriamo quale ha sembianza ? A'
nostri giorni s' istruisce molto, e forse anche bene; ma si educa poco, forse
anche male. 0 l'educazione è tutta sommersa nella istruzione intellettuale, e
non deve esserlo : o volgesi ancora alla forza del sentimento, e in tal caso
presenta due difetti ; l' uno è quel frenare di troppo e senza pòsa \ suoi
impeti spontanei per ridurla ad una completa passività, od ad una femminile
mollezza: l'altro è il non saperlo preparare né dirigere di conserva con la
istruzione intedlettuale. In ambedue i casi r educazione è sempre manchevole in
confronto della istruzione. Giacché esiste, quantunque generalmente non
avvertita, una non lieve differenza tra T educare e r istruire. Educare è !'
arte di dare alla volontà tali abitudini. che possano essere convertite in
principii. Istruire è l\arte di presentare alle facoltà intellettuali gli
oggetti che possono essere convertiti in idee. Dirigere la volontà a oggetti
puri, nobili e grandi, ad azioni fatichevoli e meritorie, sino al punto di
annullare la consapevolezza del sacrifizio, osino al grado che la volontà vi si
senta spinta fortemente per proprio suo impulso, tale è, e tale deve essere lo
scopo e il resultamento della educazione. Il concorsp di questi mezzi riuniti
presta al carattere la dignità, T unità e la fermezza ; o per meglio dire lo
forma. L'entusiasmo, la operosità, Ipi energia sono fenomeni che partono dalla
robustezza del sentimento. Dunque l'istruzione non può supplire alla
educazióne; e quando quella usurpa il loco di questa, è intemperante e dannosa.
Qui la medicina civile può, anzi deve porsi alla tutela della forza del
sentimento, parte fondamentale della educazione non minore di grado né d'importanza
della forza intellettuale, e studiare a tutti i mezzi possibili onde per troppo
favorir questa l' altra non n^ scapiti jclannevolmente, e al fine di trovare e
stabilire fra esse tale un temperamento, che tra X una e l' altra la causazione
e l'effettualità si avvicendino con giusta misura di tempo e d'impulso. Forse
io m'inganno, ma veggo in questa sproporzione di energia tra ambedue le notate
facoltà quella perpetua contraddizione tra i pensieri e le azioni, che rende
vie più crescente e deplorabile ai nostri di la mancanza di grandi caratteri
sociali. E al decadimento di esdi, che sono i primi tesori di un popolo., non
so quanto valgano in compenso tante agiatezze e molti usi introdotti, o tanti
moltiplicati mezzi per ridurre la educazione alla sola ìatriizione, e
convertirla nella abitudine di affogare il puro respiro deir anima nella
polvere dei giornali. E più mi reca stupore il disaccòrdo tra tali difetti, e
la legge impostasi dalla presente società di tutto rivolgere al bene e alla
prosperità nazionale. Ma si avveggono gli stessi fautori di tale parzialità
intellettuale, che v'è una disarmonia tra l'andare del mondo e le tumultuarie
pretensioni che gli sovrastano : e ciascuno di essi, tenendosi' sempre e solo
alle cause morali, scrive e si adopera per raddrizzare T istruzione, suir
avviso che ogni male (lipenda dal non essere essa 0 equabilmente o bastevol
mente diffusa. Il che a parer mio è un contemplare la causa da una parte sola:
mentre V altra non è netla istruzione, ma neir educazione, e mette radice
primariamente e unicamente nella debolézza del sentinvento e dei corpi. Alla
quale debolezza non badano! sistemi moderni di svituppo e perfezionamento
umai^tario ; tutti lodevoli per gli elementi che coltivano, riprovevoli tutti
per quelli che lasciano. E una educazione che non attenda alla forza del
sentimento, ma solo allo sviluppo mentale, potrà dirsi istruzione e forse anche
completa ; ma non sarà mai una perfetta educazione civile : sarà atta a formare
i dotti ma non i veri cittadini : i filosofi speculativi, ma non i filosofi
pratici. Imperocché potete esaltare T intelletto anche al disopra di tutte le
sfere celesti ; ma tale esaltamento senza alcuna volontà sarebbe nullo: una
volontà senza un fatto corrispondente cui si leghi è un sogno : enei^a
intellettuale, energia di volontà, energia Si azione formano un circolo di
fenomeni che dalla mente al corpo discendendo, dal corpo alla mente ritornano.
E se in questo circolo necessario la debolezza del corpo contrasta alla
pretensione intellettuale, o si ha un dire arrogante vuoto di fatti, e mutabile
alle più lievi occasioni ; o si ìDebbriano gli animi per un istante nelle
im[»rese. ralorose; ma il difetto d'abitudine a convertire in principio
IMnflueoza deir esempio, smarrisce in loro il proposito, e gli richiama dair
agitato Comizio alla domestica nullità. In mezzo a tale sorprendente
contradizione tra i pensieri e le azioni, sempre più si aumenta la difficoltà
di trovare nelle nazioni que' grandi caratteri, che a preferenza del genio e
dello spirito valgono a dar loro una gloria vera e durevole. Il genio isolato
dal carattere o con esso in opposizione, cessa dall' avere un' influenza
civile: e fossero pur oggi molti cotesti genj di facile creazione, la civiltà
nazionale non ne trarrebbe né profitto né gìo^ ria, se non agissero su lui
coli' appoggio di un grande carattere morale. Come il genio può giovare alla
civiltà? Comprendendo con forza una grande idea archetipa della triplice forma
sociale ^ ossia un principio morale,, o politico, 0 religioso. Per farsene V
idea dominante e direttrice di tutta la vita è mestieri non solo concepirla
.con tutta l'energia dell'intelligenza, ma con tutta la valentia del
sentimento, e seguirla con, coraggio e perseveranza immutabile. Quando il genio
ha acquistato tale proprietà, è allora che può congiungersi insieme con un
carattere che a lui corrisponda. Se è un fatto che questo miracolo s' incontri
assai raro nel nostro secolo, b altrettanto vero che la forza della volontà vi
è assai al disotto dello svolgimento mentale. Ed è in cotale difetto di animo
che mette capo la povertà in che ci troviamo di grandi caratteri che dieno
insieme grandezza storica al nostro periodo civile: sebbene le idee grandi e i
genj che le coltivano e le manifestano si dica che ingombrano come turbine
tutto il cielo europeo. Sembra pertanto che essendovi una potenza intellettuale
abbastanza sviluppata, a formare di nuovo i grandi caratteri sociali non manchi
che porre al paro di essa con una diversa educazione fisica la sanità e il vigore
del sentimento^ che è TofiBcio della medicina civile. Dal medesimo difetto di
proporzione tra la forza intellettuale odierna e quella del sentimento, dipende
il non essere più atti alquanti de' nostri a nudrire amore per i grandi
patriarchi deir eloquenza e della storia delle passate età, e quel facile
impazientire di essi alla fa-, tica ardua dei principii, e la miserabile
pretensione di poter creare una letteratura senza esemplari, senza precetti, e
tutta oziosa d' inspirazione; non considerando che della saggia e sostenuta
inspirazione non godono che i veri sapienti, e vera sapienza non esiste se non
è concatenata con quella de' classici dell'antichità, e se non procede ordinata
con regole e precetti: non riflettendo, che porsi in mezzo alla natura per averne
inspirazioni non basta, ma bisogna saperla osservare e interrogare per esserne
convenevolmente inspirati ; e l' arte di osservare e d' interrogare la natura e
saperla temperare con la estetica degli affetti è assai meno spontanea che
tradizionale: è arte che si raffinò col perfezionarsi degl' ingegni : è arte
che risalendo ai primi periodi della civiltà greca trova un Omero, ma prima di
Omero aveva già esistito la sapienza egizia, è fors' anche la etrusca: è arte
che risalendo ai primi periodi della civiltà italiana trova un Dante Alighieri,
ma prima di Dante avevano già esistito la sapienza greca e latina: è arte
infine che non si può distruggere né rinnovare, senza distt*uggere insieme la
natura e rinnovare l'ingegno umano. Quella che dicono oggi maniera moderna di
esercitare la potenza letteraria non significa altro, che fecondità di mente, e
mollizie e volubilità di sentimento. Non pò* tendo più concepire né trasfondere
in altrui la vera grandezza, si cerca d' illudere sé ed altrui .colla stranézza
e mostruosità degli argomenti. Quando il sentimento è debole, per iscuoterlo
conviene presentargli la statua di Marsia scuojato, non la Niobe, non il
Laocoionte. Quando gli omeri sono infraliti, i veri maestri della storia,
testimoni di grandi imperi, dipintori sommi di grandi virtù e grandi vizi, e
veri interpreti de^ più (Solenni mutamenti civili, sono un peso enorme
insopportabile; e loro m^ glio si acconcia la leggerezza del racconto d' un
novelliero. Il che tutto a parer mio è debolezza non d' ingegno né d'
intendimento; ma di quella forza d' animo che fa rigettare con disprezzo i
frivoli diletti, e che^ non ac^ coglie volentieri e non si scuote che dinanzi
ai modelli delle grandi virtù pubbliche, e che non presta la sua attenzione che
ai fatti che frammisti riconosce al movimento civile. dei popoli, e degni della
benemerenza della presente umanità. Ninna letteratura può rendersi civile se
non è vigorosa e grande, se non è lucida neir ordine, retta nel fine, dignitosa
nella forma. Per noi Italiani aU roeno è cosi Riponendo adunque pon nuovi
provvedimenti sociali la educazione della volontà a livello della
intellettuale, si otterrà un sentimento più vigoroso anche fra gli uomini di
lettere, e ritornerà la parte estetica della sapienza civile a riprendere il
suo vero ritmo; e la scuola romantica che ha pure fecondo il pensiero,
acquisterà nobiltà e costanza di, affetto; e invece di straziare 0 ammollire i
cuori, o di fare oltraggio con istrane cose o triviali alla maestà delle
lettere, tenderà a rendere più gagliarde le lodevoli passioni civili, se vuole
assumere anch'essa il carattere e T officio di letteratura nazionale.
Altrimenti si ridesterebbono i classici, perchè il riposo dei valorosi non è
mai lungo; e il romanticismo sarebbe apprezzato, allora come il canto del
bardo, che il sonno agli eroi addormentati sui propri trionfi. La filosofia è
oggi tornata al significata di una enciclopedia sistematica, di una sintesi di
tutti i sommi capi del generale svolgimento deir intelligenza. Quindi se la
tendenza del secolo eccede nella istruzione a scadella educazione^ la filosofia
deve riconoscersi nella sua sintesi come par;ziale ed incompleta, e per
consecivile complessivo atto a feivorire lo sviluppo di tutte le facoltà deir
uomo, e promuovere quello insieme delle nazioni^ anche dove sarebbe libera per
bontà di ordinamenti politici la trasmissione della sua influenza su tutte le
condizioni sociali. La storia della filosofia, quale h^ dovuto oggi modificarsi
in Europa, testifica T avverato riconoscinàento. Perocché avendo dapprima tutto
ridotto atrio, e cancellata ogni realtà deH' obbiettivo, più tardi riprese
questo, identificaodolo coir assoluto, e richiamò la natura, prendendo dà essa
il titolo della sua filosofia. Dair identità assoluta si divisero di nuovo in
due schiere i filosofi, riconducendosi quasi sulla dualità, e nel mentre che
una si volse air emisfero spirituale, T altra s' apprese air emisfero materiale
; e qui le apparsero le copióse relazioni col mezzo delle quali tentò di
raggiùngere con più fortuna l'ideale della scienza del pensiero umano. Non
tanto adunque per ristorare la filosofia nella sua indole essenziale, che non
può rappresentare mai altro che ujia relazione causale tra il subbiettivo e
V’obbiettivo, quanto per spingerla più presto al suo destino civile^ onde non
sia più una vana pompa del pensiero, ma una scienza cooperatrice al bene
pubblico; la medicina civile può avervi una influenza non lieve, presentando sé
stessa per un modello di filosofia operosa ed utile allo stato, col temperare
le di lui tendenze tra la forza dell' intelligenza e quella del sentimento.
Perocché niuna filosofia può essere utile alle nazioni se non discende dalle
sue alture metafisiche alla pratica sociale; e iu mezzo alla società si tratta
sempre di realizzare Tidea, di ridurre a fatti i principii. La filosofia sia
adunque apch^essa civile, e sia gelosa di conservare in unione con la medicina
cotesto con j agio tra il mondo della natura e quello delle menti umane;
coniugio che non ammette divorzio, se non a prezzo dell'ordine e della
prosperità nazionale. I. più grandi problemi della scienza del diritto si
agitano ancora tra il sentimento e la ragione. E i sistemi esclusivi di esso
conducono intanto alla medesima ambiguità dei principii discussi, in quanto
partono esclusivamente 0 dair abuso dell* uno, o dall' abuso dell' altro. Siane
esempio la pena di morte che suggella il dogma della severità del diritto
pénale, e di che già udiste ragionare sapientemente il Garmignani da questo
medesimo pulpito. Dessa si trova tanto in cima dei criteri di sanzione penale
stabiliti dal sentimento, quanto in cima di quelli costituiti dai calcoli
abusivi della ragione. Quel principio di dovere che può mettere in problema
questo diritto è soffocato nell'una dalla passione, nelr altra dalla violenza
del sofisma. Anche nella scienza del diritto adunque una educazione
equabilmente temperata tra la coltura della ragione e quella del sentimento
restituirà tale armonia tra il comprendere, il giudicare e il volere, che sia
per conservare alla legge quel carattere caritatevolmente severo, che più
concòrdi coir indole e coi progressi del presente vivere civile. Infine ogni
ordine sociale suppone una. protezione nella legge : ogni protezione dee
supporre in quelli che protegge oltre la intelligenza anche la forza; e i
governi meglio costituiti adoperano a far nascere e mantenere e r una e l'
altra^ al fine di esser sicuri di possederle entrambe, e di ritrovarle quando i
sociali interessi loro impongono di valersene. Quindi la istruzione per la prima,
e la educazione per la seconda devon esser le. principali sue cure: e in
quest'ultima entra di necessità coi suoi dogmi la medicina civile. Fra le
tendenze odierne una ve n'ha, richiamata forse per fini alti e sinceri, o per
natura di filosofia, o per la necessità di avere un'ancora sacra nella navi*
gazione di questo mare fortunoso nel secolo: è questa la nuova tendenza
religiosa che e poeti e filosofi, ed anche politici vanno mostrando ad ogni
huona occasione. Se però in cotesta tendenza v' ha un fine pubblico e civile,
e' non potrebbe esser diretto che a ricuperare quella influenza potentissima,
che gli, stendardi religiosi e la Croce avevan sul j^opolo, ne' tempi in che il
popolo era lo stato. Ma il popolo non si scuote che con la materialità dell'esempio.
Per renderlo, colto la via è lunga, o attraversata da difficoltà insuperabili.
Bisognerebbe risucitare quelle grandi virtù che la. religione civile del medio
evo gli poneva sotto gli occhi consacrando tutta. sé stessa a costo delle
privazioni le più austere, di martirio e di vita, ai pericoli e ai bisogni i
più grandi dei suoi fratelli e della patria. Tale era il modo per il quale il
Cattolicismo del medio evo acquistava popolarità; cioè destinando le forze
fisiche a mirabili imprese, e volgendo gl'ingegni svegliati e pronti tra l'
impulso della fède, e le maestose combinazioni del pensiero al pubblico
bene> Sia pure che oggi le menti de' nostri abbiano avuto dal tempo e dal
progresso maggiore vastità e perfezione; ma le opere meritorie atte a scuotere
col pubblico esempio la fede intorpidita, le forze atte a resistere a cotciste
opere capaci di acquistare popolarità; quella educazione, austera, quelle
abitudini stoiche, che danno al pensiero e alla volontà una direzione forte e
irremovibile verso uno scopo religioso e civile, non sono più facili a
rinvenirsi. A dare realità adunque a questo proposito, rinchiuso nella nuova
tendenza del secolo, che sarebbe in vero santissiitao, principal cura dovrebbe
essere di riformare la educazione e le assuetudini fisiche onde menomare la
consapevolezza del sacrifizio; e restituire ai corpi ud valore capace di
influire solla robustezza de' cuori, onde questi consultati dalla volontà
promossa dal pensiero reli cooperare con la scienza politica aUa migU&re
esistenza sociale. Alle quali considerazioni segue anche un'altra maniera di'
ordine nel contemplare cotpsti officii: ^^ nellMndividuo e in un modo
totalmente privato; il che è relativo al sentimento della propria forza; S*'
peli' associazione complessiva dell'attività industriale degli uomini; il che è
relativo al principio di rispetto alla fraterna dignità; 5"* nello
inalzarli alla polizia medica universale, ossia alla scienza della prosperità
fisica delie nazioni; il che è relativo alla coscienza della possibilità di
conservare e migliorare lo Stato. Né questi tre santi doveri che si assume la
medicina infermar debbono la libertà indur striale cqìV evocare le leggi, o .l'
intervento dell' autorità governativa. Dessa non fa che con providi consigli
risvegliare il sentimento morale negF intraprenditpri; affinché il rispetto
alla fraterna dignità tenga injreno la smodata cupidigia della produzione,
dalla quale partono tutti gli abusi che sono più contrari alla salute degli
operai, e che distruggono il benefizio economico e civile delle loro
associazioni. I. Il primo ufficio comprende le regole sulla educazione fìsipa
per rendere più sano e quindi più operpso 0 corpo, onde maggiore robustezza e
destrezza acqui-, stino le membra, e reggano alla fatica ^enza detrimento della
salute. Deesi quindi vegliare che la prole degli operai abbia nelP infanzia il
'miglior nutrimento possibile dal lato della madre, e consigliare
opportunamente chp per amore di lucro questa non schiyi di nutrirla col proprio
seno dandola ad altre, che a minor presis^ò di quello ch'essa guadagna
lavorando, la alimentassero; né che soffocando ogni sentimento, di umanità e di
priore, per essere libera ài sé, consegnasse ad un orfanotrofio d'illegittimi
un figlio castamente nato. Se alle donne negli ultimi mesi di gravidanza un
saggio direttore di stslbiliraenti manifeitturieri non dovrebbe acconsentire di
lavorare, del pari ne' mesi delF allattamento esse andrebbero allontanate d^
certi lavori che troppo le affaticassero^ ei accorciate loro anche le ore della
fatica. Neil' adolescenza V educazione fisica dell' operaio vuol esser diretta
air esercizio delle membra, a temperarlo secondo Tetà, ad abituarlo a quelli
atteggiamenti di destrezza a cui lo possa obbligare in sèguito il lavoro.
Quando tutta la società fosse accostumata agli esercizi ginnastici ^ vi sarebbe
un esempio civile regolatore della ginnastica anche per le classi inferiori.
Ridotta la ginnastica alla forila di spettacoli pubblici che una volta pur
v'erano, e tutti civilmente utili, genererebbe un piacevole sentimento di
attività personale j ricreatorie dell' animo, fecondatore dell'ambizióne
giovanile, e mirabilmecte profìcuo allo sviluppo e alla energia della macchina.
Non v' ha dubbio che latitasse degli operai mantenuta in un temperato esercizio
fisico nella giovinezza, non dovrebbe acquistare vigore superiore agli altri
dalla medesima fatica. Ma ciò non si verifica che negli agricoltori, i quali
seguitando tenacemente le abitudini degli avoli, ed essendo anche più liberi
nel regolare le loro operazioni si conservano tutt' ora come tipi dell'i^mana
robustezza. I manifatturieri all'incontro spinti oltre senza misura dalle
pretensioni de' loro capi, guastano il fondamento della educazion fisica con
queir eseróizio medesimo, con che dovrebbero consolidarlo. Ma a depravare la
fisica educazione^ oltre alio eccesso di tali fatiche, s^aggiuDge come causa
primaria anche la insalubrità e la scarsezza del nutrimento. Si sono fatti non
ha guari esatti calcoli sul nutrimeato conceduto agli operai dal loro giornaliero
guadagno; e da essi ricavasi che in Inghilterra il lavorante industrioso è meno
nutrito del mendicante, questi lo è meno del condannato, il condannato meno che
il deportato; e comparando i due estremi di questa scala si troverà, che«il
deportato è nutrito presso che tre volte di più che Y onesto operajo. Qual
effetto, esclama q>ii Bowlér^ da leggi somiglianti non ne dovrà discendere
al nostro sistema sociale, poiché esse offrono per fine alle speranze e air
ambizione deir operajo di diventare un mendicante, e fanno aspirare il
mendicante agli onori dé>la deportazione? Ma v'è di più, che in alcuni quel
sentirsi così cascanti di forze, e poco meno che infermicci, li tramena a
cercare un pernicioso sollievo ne* più forti liquori. Usano essi T acquavite di
grano, iion pura ma adulterata, e r oppio e le droghe narcotiche : si esaltano
per un momento, si inebriano e sacrificano la salute a quel falso e solo
piacere che la loro trista natijira gli può coacedere: V obblio di sé stessi.
Lo scarso nutrimento, adunque, e le indicate nocive abitudini di intemperanza,
reclamano sempre con maggior forza le sanitarie osservazioni e provvidenze. E
importa poi massimamjBùte che i consigli alle opportunità de' matrimoni vengano
dalla medicina agli operaj insinuati. I quali succedono in troppo numero e in
età prematura, e tra persone che avendo perduto il bene sanità non possono
produrre che individui, i quali nelle fibre de' loro nervi, nel midollo delle
loro ossa nascondono quei germi d' infermità òhe ereditarono dai loro genitori.
E che i matrimoni fra gli opéraj si moltiplichino di troppo, e sia questa una
sorgente nelle città commerciali dell' eccessivo pauperismo, V hanno avvertito
e deplorato non pochi de' più ragguardevx)li economisti. Né io
avrei^diifficoltà di-attribuirne la cagione a quella stessa organica debolezza,
dalla quale vedemmo fin ora prodursi tutti gli altri' mali. L'avere una
compagna che si prenda cura pietosa df noi è un desiderio che sorge più
facilmente nei deboli che nei forti, ai quali il sentiménto della forza si
congiunge con quello di bastare a sé stessi. Intanto nella classe agricola che
è più sana è più robusta senza misura della classe degli operaj il numero
de'-inatrimoni è minore: intanto le città dove predomina l'industria manifatturiera,
e gli operai formano i tre quartidegli abitanti, hanno una popolazione molto
maggiore di quella che si dà alle città, dove è sola l'industria agricola.
Altra prova ne sia l'osservazione fatta, che i nati bastardi sono più numerosi
nelle popolazioni agricole che nelle manifatturiere. Ma comunque sia di tale
spinosa questione, io n'escirò considerando solo, che la debolezza fisica deve
influire grandemente sul morale degli operaj : e quel gittarsi che e' fanno
troppo frequentemente e in braccio al conjugio, può essere il più delle volte
mancanza di riflessione, abitudine a calcolare sull'oggi e non sul dimani, e
quindi il lasciarsi facii-, mente trasjportare da una inclinazione sensuale
senza prevedere la mancanza dei mezzi atta a sostentare la prole nascitura.
Quindi non le bàrbare leggi del Malthui per diminuire i matrimoni e la
popolazione onde sia proporzionata alle forze fisiche dello stato; ma la lègge
che impiega la t)atura stessa è da seguirsi per ottenere questo fine. Ella ha
cresciuta la facoltà riproduttiva in proporzione della debolezza e della
picciólezza degli enti. Rendete dunque forti è robusti gli operaj, conservate
la loro vigoria muscolare^ e li avrete meno inchinevoli alla sensualità e alla
riproduzione. Gli atleti sentono meno degli altri uomiai il bisogno di
riprodursi; e la donna più è muscolosa e nerbuta, meno è feconda. Egual danno
producono air attività industriale i matrimoni prematuri. Snervati i giovanetti
prima del tempo, innanzi di ^sser padri sono cadaveri. Il riposo del talamo lungi
dal ristorar loi*o le forze vieppiù le consuma, e la compagna d' amore si
trasforma tra gli amplessi neUà Parca affannosa di troncargli il filo della
vita. E questi mali pure nascono da difetto del sentimento di forza fisica;
avvegnaché r operajo sentendosi mancare a buon'ora il vigore, e antiveggendo
assai corta la durata della sua vita, cerca di affrettare nella prima sua
giovinezza l'uso di quelie dilettanze ch'ei dovrà perdere per
tempis"feimo. Se pertanto alla loro educazion fisica si attenderà vigilanti,
e si avranno loro tutte le cure a conservarne la forza, si impedirà, meglio che
con apposita legge, al preallegato inconveniente, e si toglierà
contemporaneamente anche r altro dei conjugii tra persone, nelle quali non la
forza soltanto, ma la salute stessa è rimasta vittima dell' eccessivo lavoro, 0
della sua qualità, o di altre esigenze inumane. Se la prole appena è concepita
nell' utero materno acquista un diritto dinanzi alla legge alla sua
conservazione, è lo stesso diritto che grida contro cotesti matrimoni malsani,
onde non ne nascano figli infettati di germi morbosi ereditarii, e non decadano
per essi le intere generazioni. Vegliando per tal modo la medicina sulla
educazion fìsica, e sulla igiene della classe operaja, e siiila opportunità dei
matrimoni, contribairà direttamente a conservare la vita al lavoro, e
conservando ìa vita al lavoro, formerà parte essenziale della economia
pubblica. II. Dicemmo il secondo officio di essa essere quello ^ di rendere il
lavoro affatto innocuo alla vita. 11 che può effettuarsi per tre modi
principali: primo ^ prpporzioaare il lavoro air età: secondo, proporzionarne la
durata alle forze naturali dell' uomo: terzo ^ allontanare per quanto è
possibile tutte le materie letali e morbifere che la qualità del lavoro suol
generare. o) In alcuni opificj dì Londra vi ha una classe di fanciulli operaj,
che si chiamano ripulitori delle macchine. La loro età media non oltrepassa i
dieci anni. Incombe a questi miserelli di mantener puliti gli ordigni dalia
polvere, e da altro che possa imbrattarli nel men-, tre che Sono in azione.
Essi stanno in una contìnua attività, si adattano in posizioni forzate a tutte
le forme déllfe macchine stesse, e sonò quindi esposti a molti perice' loro
pubblici conviti avevano un teschio umano in mezzo alla mènsa, per risovvenirsi
della temperanza. Cosi nel bel mezzo di un edifizio manifatturiero andrebbe
posto uno scheletro di qualche defunto operaio, contorto e sfigurato nelle ossa
dalle eccessive fìitiche, perché la tirannide de* speculatori a queir aspètto
si correggesse, e fossero più rispettate la condizione umana e la fraterna
dignità. e) Vi sono certi opificii, certe ofiìcine, alcune macchine^ taluni
istrùmenti, alquante speciali località donde escono elementi nocivi alla salute
deiroperajo. Ciascuna fabbrica può avere esalazioni particolari da ingenerare
alcune malattie sue proprie, quasi come i luoghi palustri ge-, le intermittenti
miasmatiche. Tocca ai medici a investigare siffatte particolarità e proporne i
convenienti rimedii. Tocca ad essi indagare fra cotali elementi nocivi quali
sono amovibili, quali irremovibili, quali mo. Gli irremovibili hanno bisognp di
una felice invenzione del genio,, siccome fu la Lanterna di sicuinventata dal
Davy onde preservare . la vita ai canòpi. Come impedire, per esempio, che nelle
fabbriche degli aghi in Inghilterra non sMnalzi un continuo polverìo
ferruginoso, che inspirato dagli operai irrita loro la trachea e gli dispone
alla tisi tracheale? Fu immaginata una maschera di fili calamitati su i quali
andasse il polviscolo a posarsi pria d' essere inspirato, e per tale trova
mento quegli operai modificarono la nocevolezza del proprio lavoro. Di tal
genere vogliono essere i provvedimenti sanitarii per rendere il' lavoro innocuo
alla vita nella riunita attività industriale de' manifatturieri* ■ III. Poiché
oggi r economìa pubblica riguarda 1industria manifatturiera e commerciale come
la principal parte di sé medesima; così a mostrare le^ relazioni intrinseche
tra la medicina e quella, noi dovevamo prendere di mira specialmente cotesto
genere d' industria. Ma sono assai più estese le influenze della scienza medica
a costituire la soddisfazione del convivere sociale ; ben più vaste ìe
relazioni della medicina colla parte economica morale e politica degli Stati. E
però dicemmo che il terzo ufficio di lei, considerata in relazione alla
economia pubblica, s' innalza alla polizia medica universale: a quel punto cioè
d'immensa prospettiva sociale, di che il Racehèiti e primo e solo seppe
concepire ed esporre il disegno ed il metodo, dandogli nome di ^ciernsa Mia
proipmlà fiska dtUe immoiu. Non lo sgomentò monumentale di Pieiro Frank allora
fresca di •tanipa e di gloria; poiché egli giustamente non vide ìd eaaa ohe un
magnifico repertorio di materie, alle quali mancava un legame ed una forma
scientifica. Ma al fiao9h$tU ì% morte immatura tolse di colorire il troppo
vaflta disegno: ed il suo piano comunque assai filosofico, essendo basato sulle
teorie di quelli economisti che non ebbero in mira che T aumento delle popolazioni
e T industria agricola) presenta un vuoto sul commercio manifitturiero ^ ohe lo
rende inapplicabile da questo lato alrindole attuale deireeonemia pubblica.
Quindi se le pocbe idee da me eqioste intorno alla( parte sanitaria di codesto
genere d'industria valessero a riempire quella lapunui e eompletare il piano
immaginato dal Raceketiif avrei pur fatto cosa di che la sciensa si potrebbe
giovare col t^mpo. Egli h perciò ohe di quel terzo officio di sopra accennato,
che riguarda il reggimento sanitario universale dei popoli rispetto alla
polizia urbana, alla salubrità degli ospizi di ogni genere, e di tutti i luoghi
di popolare aggregamento, a mali endemici ed epidemici, agli isolamenti e
disinfesioni ed altra misure governative nel caso di malattie conta^osOt io
dirò solo una parola di queste ultime come tali) diche abbiamo piii fresca e
più dogliosa ricordanza» Vedeste come si dissolve il commercio, come
indietreggia r ordine civile sotto T impero di eotesle erinni, e come la paura
in un istante respinga indietro di qualche secolo il progresso delle menti
umane. Eccovi una città desolata da contagio. Quale spavento si è impossessato
di tanti animi che poc'anzi sembravano spensierati sugli umani destini, quasi
fossero duraturi al di là della tomba! Quali superstizioni) quante strane
credenze ritorns^rono a turbare le menti di quelli che poc'anzi deridevano i
volgari pregiudizi^ nella peste del 300, e nell'altra di tre secoli dopo) Per
queste ieri sì ridenti e popolose contr9de non soffia che un'aura di morte, e
ti paiono ricoperte della cenere dei sepolcri. Tutti si chiusero* faggi-* reno,
ed è smarrita anche la traccia della loro fuga. Al frastuono della letizia e
dei tumulto sociale è succeduto il tocco lugubre del bronzo, nunzio deir ultima
ora ai mortali. I templi, le vie, i palagi, gli abituri non riman-,dano che il
flebile suono della preghiera, o il lamento che accompagna i perduti. La vita
sembra disciogliersi col secolo. L' uomo abbandonato nella sperania si vede
chiudere dietro a sé le porte del mondo, e mari e monti, e gli astri ed il sole
non sa più per chi resteranno. Tutto nella sua atterrita fant^asia sembra
volersi travolgere ili ^ nuovo nel vortice della eternità 1 Ma pure in mezzo
al-l'universale avvilimento sostengono il cuore a. misericordia, l'intelletto a
sapienza, e menano l'opera loro pietosa attraverso i pericoli, i cadaveri e la
morte, i pcH ohi filantropi depositarli della medica spienia. Esercitano i
medici in questi periodi fatali di umane sciagure direi quasi una religione civile:
e benché respinti dalla incre* dulità, depressi dalla vilipensione, fra la
eomune frenesia e rovina essi non tremano, e combattono con fòrte petto e con
animo férmo nella sola idea del dovere e della carità, benché veggano da una
parte una vittoria che gli uomini, cessato il pericolo, gli contrasteranno, e
dall'ai^ tra apparecchiata la squallida corona d'un illacrimato martirio. Nel
discQrrere le attinenze della medicina coli' economia politica rispetto alle
associazioni mailifotturiere io prima dimostrava la loro dignità sociale, e
come sostenute in fidrza e dignità sieno una classe di individui ohe associata
agli agricoltori costituisce un potere eivUe equi-* librante, e la parte attiva
prineiimle della eivilià. Ho però anoora voluto a questo quadro
eoi>lf8|>p0rre l'ai)itiz«J I tro della degradazione di siffatte classi
roanifatturiere nel loro stato fisico, e quindi della perdita per essa di
quelli elementi che soli le danno importanza civile; €d ho insieme dimostrato
cotesta degradazione derivare principalmente da dimenticanza di consigli
sanitarii. Riducete un terzo della popolazione a esseri puramente manuali di
questo genere degradato e servile; accompagnate ad esso un altro terzo di
popolazione agricola, del pari remota dalla dignità umana competente, e voi
avrete una nazione abbrutita: fra un corpo sociale e r altro vi sarà una
separazione desolante: peggior mostro politico non potrebbe idearsi né prodursi
in mezzo airattuaje civiltà. Intanto però questa nazione potrebbe conseguire
ricchezza^ perchè la misera gente forzata che sia dalla fame non manca di
lavorare. Vi sarebbe pertanto soddisfazione sociale? Questa non resterebbe che
nella classe dei ricchi proprietari!; e forse nemmeno in loro: mentre per
godere senza umana equità, per confortarsi di un bene che non è di tutti, e
contemplar con freddezza superba T avvilimento e la pena di chi trafela a
procacciarlo a te solo, bisognia essere senza morale e senza Dio: e che cuore
sarà tranquillo senza morale e senza Dio? Le nazioni presso le quali vedemmo
esistere si avventuroso ne*suoi prodotti il commercio e l'industria
manifatturiera, e presso le quali per trascuranza di precetti sanitarii vedemmo
del pari insorti a corromperne le corporazioni nella forza e nella dignità
competente, gli abusi ed i vizi, e le esigenze e pretese inumane di sopra de«
plorate, hanno cotal senno e potere da eoooscere cotesti mali, e porre a loro
rimedio. Invece il mio discorso è diretto alle nazioni infelici per povertà: e
dico a queste, che volendo riprendere T antica forza e le perdute fortune, ogni
altra via è più lenta e meno sicura di quella di erigere corporazioni
industriali, e Confidare la propria causa al commercio e all'industria
manifatturiera. La quale fra gli agricoltori e i possidenti stabilendo una
potenza intermedia e alleata, rialza subito le condizioni depresse, e le
compone in modo da accrescerne mirabilmente il potere. Dato cosi fondamento
alla pubblica economia, dalla storia dei vizi e degli abusi delle classi
manifatturiere delle altre nazioni essi apprenderanno a non tenerle mai
disgiunte dai sanitarii provvedimenti, se bramano che contribuiscano alle
fortune non solo, ma a sostenere la riacqufstata.personalità civile, ed a
renderla al pari delle altre progressiva. Si assicurerebbero allora queste genti
risorte, che il vero progresso consiste più nel fare che nel dire, che una
nuova fabbrica eretta, una scoperta scientifica, una vittoriosa battaglia
mandano talvolta più innanzi la umanità, che un secolo di lettere e di
filosoGa. La età nostra reclama benefìzi reali dall'umano supere, e perciò
accarezza le naturali scienze, e bramosa di una vita avvenire invoca Ja storia,
e sopra ogni altra maniera di letteratura la predilige. Perocché essa ammaestra
con le verità effettuali, e persuade grandi cose a quei popoli che vivono nelle
terre ove i padri loro cose grandi operarono, e in cui sono tante cose morte da
resuscitare. E l'istoria a nessun altro popolò parla una voce più incoraggiante
quanto a noi Italiani. PRELUDIO AL CONGRÈSSO DE' SCIENZIATI ITALIANI IN SIENA
LETTO ^BLL' ADUNANZA GENERALfS .* I congressi scientìfici italiani dappoiché
furono la prima volta instituiti, mai non siedettero in alcuna città nostra,
che questa per sue gloriose ricordanze non ne fosse da tutti riconosciuta
degnissima. E sebbene oggi vantino Una qualità nuova e grande neir appellarsi
nazionali, qualità che si ritenevB da lungo tempo, se non pèrduta, smarrita,
nondimeno pochi popoli in Italia sono, che indietreggiando di qualche secolo
appena non ne trovina tracce indelebili nelle loro istorie. Chequando le
italiane repubbliche combattevano vigorosamente contro i despoti interni e gli
stranieri, difèndevano la libertà propria e quella insieme della nazione: e del
doppio altissimo fine tentato di tempo in tempo e raggiunto v'ha memorie ancor
vive da per tutto. E dico ancor vive, perchè il popolo e la religione, che
allora avevano un'anima sola, ebbe cura di conservarle e nelle feste pubbliche
e nei monumenti di' arte entro i sacri tempj custoditi. Le nostre repubbliche,
quantunque piccole, avevano intendimenti schietti e gagliardi, in che si
stringevano i forti sensi dell'amor del paese e dell'Italia insieme, sopra i
quali si fondò l'italiana grandezza del medio evo. E av* Estratto dagli Atti
del decimo Congresso de* Scienziati Italiani tenuto in Siena. l'iitj.uMO
vegnachè spesso in guerra fra loro Roma, Venezia, >iilano, Firenze; le città
e tutta intera Tltalia, o perdenti quelle o vincenti, guadagnavano sempre: il
che interveniva per la unità del principio religioso e della sua stretta
alleanza col principio civile: né si scordava d'essere italiano il Fiorentino
che assoggettava Pisa, né il Veneziano che vinceva il Genovese; né le balìe
lombarde che s'impadronivano di Mantova v di Veronia sentivano meno amore alla
libertà del natio loco, che a quella di tutta Italia. Dante che dall'esilio con
la più giusta ira ì^ipensava la sua ingrata Firenze, ardeva però di ricondurre
r Italia tutta ai tempi della romana gloria e fortuna. Petrarca che chiamava la
Roma de' suoi giorni avara babilonia, vólea peto l'Italia libera da peregrine
spade, e inneggiava persino al Tribuno che ne affrettasse la impresa. E sebbene
talvolta avversi a questo jo a quel pontefice, non lasciarono mai gl'Italiani
d'allora d'essere nella loro religiosa fede caldissimi, e per la libertà propria
o dell'Italia di combattere; invitati o incoraggiti, plaudenti o compagni i
pontefici, i vescovi, i monaci, i sacerdoti. Quei di Ferrara dopo la battaglia
di Legnano, al Papa che offeriva loro una pace col già disfatto nemico
nspondevano: « Noi per l'onore e la libertà dMtalia^ e per la i> dignità
della Chiesa combattemmo lo straniero, espo» nendo le proprie e le vite de'
nostri figli. Nondimeno » accettiamo la pace, salvo l'onoxe ^'Italia, e salve
le » nostre libertà^»^ Anziché opposta alle italiche libertà civili, l'unità
cattolica ne nutriva e ne accresceva gli spìriti: la religione era nel popolo
un tutto colla patria: e allora fummo grandi e veramente italiatii, però che
valore, armi, armati, flotte e denaro, tutto era nostro. E come questa non fu
grandezza,, se un Dandolo, espugnata ^ Vedi la Storia d'Uaìia del La Farina, a
pa^. 1 51. Torino AL Congresso de* scienziati italiani. 301) Codtantinopolì, ne
ricusò la corona imperiale, stimandola assai meno che il berretto di doge della
sua repubblica? se un Papa donava al Doge di Venezia con sacra funzione r
anello, onde quella repubblica si sposasse ogni col mare? se in virtù di queste
nozze i confini e i domini! e i diritti d'Italia si stendevano a Zara, a
Candia, a Giaffa, a Cesarea; in Acri, in Tripoli, in Laodicea ed in Antiochia?
E questa Italia marittima, di che oggi non vi sono più che scarsi rottami,
trasportava monaci italiani fino a'Mongolli per diffondervi l'italica
religione, aprendo la via a Marco Polo di trovare e descrivere la Tartaria e la
Gina: deponeva sui lidi di Genova e di Pisa per ispanderle in tutta la penisola
le ricchezze del golfo persico, del mar nero e dell'India; agevolava al
Fibonacci il modo d'introdurre i numeri indiani, alV Amalfitano di sperimentare
la sua bussola, al Genovese di sciogliere un religioso voto salpando dal porto
di Palos alla scoperta d'America. Cosi religione, valore, commerci, amordi
patria e di libertà dettero per più secoli all' Italia quella unità morale che
la condusse, dopo la romana, ad una seconda e vera grandezza storica;
avvegnaché fosse come la Grecia divisa io tribù ed in comuni. E che non
diverrebb'ella, se alla unità morale si riunisse oggi completa unita politica?
Lo vedranno i posteri: a noi non è dato presagirlo; a. noi cui il presente è crepuscolo
misterioso, e notte profonda è l'avvenire. Nel medio evo però potemmo cacciare
da per noi soli fuori d'Italia il formidabile Svevo : e fu un pontefice che
invocò e compose quella risoluta e prodissima lega, e quel pontefice fu un
senese; Alessandro III. Avvenne parimente poco dopo, che altri armati italiani
si collegarono per la spedizione d' Oriente a cacciare il Turco da
Costantinopoli, e liberare l'Italia e l'Europa da quella turpitudine di regno e
di regnanti: e promosse ed ajutò quella spedizione Pio II, altro pontefiee di
Siena. Aocora quando l'Italia più lamentava la lontananxa da Roma del capo
delia sua religione, ed il Petrarca ne racoamandava enfaticamente ^ ma invano,
il ritorno; una aeneae donna, che dopo la prediletta di Nalaret, altra non ne
fu che in santità, in purgato ed efficace eloquio, in consiglio e in coraggio
civile la superasse; rianimato^ il pontefice a vincere ogm temenza /lo
ricondusse da straniera terra a Roma, riiisediandolo nel Vaticano. £ poiché di
Ubere instituzioni, e di civili libertà che precedettero di conserva con quelle
del nostro culto fécsesi alcuna menzione; ancor quando non la chiesa mai
principi tirannicamente le costringevano, nei tempi meno lontani da noi; quella
sola libertà che poteva prosperare e prosperò fra le italiche monarchie, ossia
la libertà del commercio, ebbe qui la sua teorica, e il principio ad un tempo
d^Ua sciènza di economia sociale, in un libro, che umile si intitolò dalla
Maremma senese, scritto da Sal• lustio Ban^ini sacerdote. Qui finalmente
veniva^ad inspirarsi di repubblicane rimembranze Vittorio Alfieri, e vi faceva
lunghe dimore. Forse questi monti con folte ed aspre selve esemplavangli la
libertà e la fortezza della vegetante natura: forse la lupa, stemma dei Senesi,
rammentavagli Roma libera: forse egli traeapure diletto dal vedere entro al
Duomo di Siena venerato ancora dal popolo sopra un altare quel Cristo, che i
repubblicani recavansi seco alla battaglia di Montaperto, e le antenne del
carroccio che tolsero ai vinti: forse T antica architettura della città,
annerita dal tempo e di forme sì semplici che grandiose e severe, confacevasi
alla fiera anima di quel grande, nemico di tutti i re; dalla quale vorrei pure
udire qualche accento di meraviglia, se vivesse oggi, che air Italia sia
toccato finalmente un re galantuomo. Siena adunque è stanza bastevòlmente degna
di voi, Q dottissimi; avvegnaché questo decimo congresso che di voi si compone,
sia, e per la prima volta si Q9mi nazionale. IL Bensì poco degno ^ ed anche
afiatto inabile a presiederlo giudicherete me, che per vecchiezza e affranto
ingegno langamente ho dovuto pensare a qua] SQggetfto m^ appiglierei in questo
preludio, che più meritevolmente valesse ad aprire le dotte riunioni vostre. E
veramente a tali uomini dèlia scienza quali vof siete, che potrei parlare io
che voi più di me, e meglio di me non sapeste? Che direi io della utilità sì
privata e sì pubblica di simili, tornate biennali, peregrinanti dall'una
all'altra città, che in Italia e fuori di essa non aia stato le cento volte
ripetuto? D'altro canto chi oserebbe penetrar peli' ampio immensurabile dominio
di quelle scienze » che negli antieriori oong^essi non furono ammesse ^ e che
nel nostro entreranno oggi le prime cori ogni adornezza di dottrina e di
libertà? Le quali scienze però, appunto da che hanno un principio civile e
filosofico da diifondere sulle scienze fisiche e mgrali, e dare ai congressi un
nuovo, capo e un termine nuovo che anteriórmente non ebbero « se nelle loro
immense particolarità io non poteva in verun modo raggiungerle, in cotesto loro
principio e fine mi si sono presentate alquanto più arrendevoli, e da poterne
alcun che ragionare. Talché io dirò in questo preludio alle vostre dotte
assemblee, del pkingipio filosofico e del fine civile 0 nazionale dei
congressi, come costituenti quel nuovo carattere che da ora in poi assumer
vorranno in Italia. La quale ultima parie, che oggi chiunque richiederà
immancabilmente ai congressi) come quella che più alla politica s'avvioina,
smentirà quel detto di alcuni) che questi del 62 abbiano perduta la utilità
loro, da ehà lo y / scopo politico che ebbero i primi, gji è già conseguito.
Eppure se ci guardiamo attorno, noi vedremo che la nostra povera patria è
sempre in angustie;^ sarà impossibile che i congressi nuovi rinunzino affatto
std ogni disquisizione politica; non foss^altro per darle coraggio a soffrire.
La sola differenza tra i passati e i presenti sarà nel mòdo di assumere e
discùtere i temi; e se nei passati doveva per la difficoltà dei tempi tenersi
il modo coperto e dubitevole, i presenti si tratteranno in -palese; e se i
passati disegnavano celatamente di edificare, i nostri ci faranno vedere air
aperto le fondamenta date aliediffzio. Né ciò dovrebbe reputarsi arroganza,
come dire di raddoppiato parlamento; ma similitudine degli antichi simposii,
che da Platone a Plutarco hanno continuato sino al Convito di Dante, nei quali
senza laterali insinuazioni né sollecitudini, senza urgenze di stato, né colpi
inattesi, le materie politiche sarebbervi con calma e diligenza frugate per
ogni verso; e non mai imposte ai governo a modo di deliberazioni, ma di
scientifiche intese, ajppartate per venture opportunità. Imperocché sereno
orizzonte nella politica non v'abbia mai si à dilungo, che a un tratto non
possa voltarsi in temporale treiyendo; massimamente per quelle nazioni che non
sieno ancor tutte fuori del guscio insanguinato delia rivolta. Pertanto mentre
ai parlamenti spetterebbe il trovare e dare rimedii ai mali dello stato; i
congressi, ove que'rimedj fossero inefficaci, e probabilmente impossibile
l'andarci innanzi, e facilmente dannoso il fermarsi e l'aspettare, potrebbero
esaminare dove meglio tornasse il dare indietro d'un passo, e richiamare a
tempo, come il Macchiavello voleva, a' suoi principii lo stato: ilxhe in
politica significherebbe aitarsi a trovar presto sicuro e riposato
aggiustamento nella legalità. Estimo adunque che la politica continuerà nei
congressi; non per discostarsi mai dal precetto evangelico di ottemperare al
Cesare che regna, e rispettarne la legge, né per mettersi avanti nelle
contingenze varie di stato e nelle sue tormentose perplessità alle decisioni
del parlamento; ma con dettati scientifici e generali, onde recar lume e
vantaggio meno colla autorità che col consiglio, ad uii futuro e fermo e
pacifico ordinamento della cosa pubblica* IH. Scendo ora a parlare del
principio filosofico, che immancabilmente vorrà fare splendida mostra di sé,
accettata che abbiamo fra le morali scienze la loro reina, cioèJa filosofia. La
quale sebbene nei passati congressi non mancasse mai; però era in confidenziale
veste di amica e di coi^pagna dei lavori de' naturalisti, facendosi
modestamente chiamare induttiva e sperimentale. Oggi entra fra noi reina del
mondo ideale con sopravveste stellata e ingemmata di tutti gli universali,
Tuno, T identico, r infinito, il divino, T eterno, l'assoluto, e d'altri, se ve
n'ha, di tai generi di mentale sopravveggenza. E questa non è materia meno
scabra ed irta della politica: onde io toccai bensì poco sopra di politica, per
mostrar solo che ai futuri congressi come ai passati si congiungerà il medesimo
scopo; avvegnaché io fossi certo d'offendere nella taccia di politico
ignorantissimo. Ma non sarei così rassegnato verso chi, per non aver saputo
discorrere in filosofia, mi dicesse ignorantissimo filosofo, attésa la troppa
vicinanza della filosofia e la scienza che io professo. Non porrò adunque
innanzi giudizii miei su questa sublime materia, né mi farò a decidere quale
filosofia, delle molte che ne corsero e ne corrono, potrebbe dare alle dottrine
fisiche e morali che nei congressi si tratteranno un suo principio regolatore,
che non fosse solaLjOOQlC Bt4 FnW'UWQ ipent^ UBQ «toDdar^o di pripi«9ÌQna; ma m
imprenta di formala figura) cba uacendo dair intero impasto deUo acinecessità
di ricongiungere le due filosofie col mezzo delle matematiche, e rimettere in
onore il platonico altissimo consìglio; egli che le aveva studiate in Atene ne
segnò le tracce ne' suoi commenti alla Isagoge di Porfirio, e ne ricostruì le
fondamenta a tutta la scolastica ladel medio evo. Ma il sillogizzare invidiosi
t>en, le teologiche controversie, e le immature o false scienze che
immischiatesi alle matematiche le screditarono, richiamarono i filosofi air
esclusivo impero della logica aristotelica, la quale o sul proCeiformé
sillogismo si avvantaggiasse, 0 sul principio di contraddizione intendesse di
dare la richiesta coerenza al pensiero; dalle verità rivelate infuori, non
conteneva mai nelle filosofie la guarentigia del consenso intellettuale apodittico
di tutte le genti, come è quella contenuta nell' aritmetica e nella geometria.
Onde il dimostrare de' metafisici ondeggiava sempre tra i nominali e i
realisti, e i veri delle scienze matematiche e naturali meno cercati, rimasero
in una occlisse Si*? di lunghi anni sino alla scuola di Galileo. Nella quale fu
ricostruito colle matematiche il ponte unitivo delle due scienze, la
sperimentale e la idealista : e se la prima non trasfondeva nel sensibile tutto
V ordine ideale col sopravvenuto sistema di Lok; il Rucellai, il Castelli, il
Yiviani, il Magalotti avrebbero abozzata e diffusa la intera galileiana
filosofia ; il quale abbozzo sarebbe stato una prima incarnazione del disegno
lasciatone da Boezio nel sesto secolo. E come si consideri che tutti i sistemi
filosofici che, dalla caduta del sensismo in poi, la sapienza europea ha veduto
nascere, non han saputo dare al principio di contradizione della logica
aristotelica guarentigia meglio sicura di quella che si trova in cento
commentatori dell'Organo dello Stagirita: come si consideri che nessuno,
compreso lo stesso acutissimo Hegel, ha potuto determinare esattamente e
dichiarare i significati del vario, del dissìmile, deir opposto, del contrario,
del contraddittorio, e del mezzo termine indifferente ; forza è convenire che
l' arco unitivo transitorio dal soggettivo air oggettivo, che tramandi e quindi
e quinci giiarentigia di verità, resta tuttavia o nullo, o di arenoso cemento
compaginato. * Ogni vera logica è impossibile al filosofo, finché si tiene rinchiuso
nel pròprio io, alla maniera di alcuni pensatori germanici, e non si slancia
coraggioso sulle leggi prime con che Dio si svelò creando l'universo. Platone
il primo vi salì, e conoscono anche certi moderni che altro luogo non vi sia
meglio sicuro da contraddizione. Ma la loro Idea trascendente tornando sopra se
stéssa, senza il lume della tradizione o per lo meno degli enti matematici, si
trova cieca come quando si era mossa, e nel fare il secondo passo per
manifestarsi * VeóìLe Lettere dei prof. G. Allievo e L. Ferri sulla erilica
dell' Heghtlimismo» Effem, della Pub. l8tru%ione, n« 9jS— 2H8 i'iU.Li;i>iq
s* jI|m4^ 6 9>'\(nffì^to]dk, e il suo mqmt^lo dialettico ficade pel lessico
^n^tQtelico, e cp8i il verbo della loro Idea ^prp9 puf sempre ad essere quello
delle scuole. Se essi iqyepe in que' tipi o leggi ^ocosmiche scorgessero il
p^sierp di Pi9 creante y pel opinf^ro, npl pe^, palla misura; il yerbo flell^
loro Idea ne sortirebbe ppn espressione jfecondjssirp^, p discesi co' Iqrq
paradigo^i ^opra gli schemi fppjti dalle ipatematicbe, cofppirebbero Tedifizio
richier ptQ ^^. PfatQne, disegpato da Bopzio, e riprp4oHp dalia spuola dpi
G^lilep. Deb lasci ^dio per maggiore $|ia gloria p3Pr^atp alle razze
grecorratine il compimento di qifpst^ grande filosofìa nazippale: nella quale
non saranno }e |:patepj3Lticbe che invocheranno pna filosofia di ch^ r]pn
al)bi8pg|iai:)p per troyarp le proprie verità^ ma s^rà la filosofia c\\e
ipvpcberà le matep^aMche ppc aver quel tpansitp fli veci pfeirpe tra le idee p
Ip pf^e, per U quale spjtaptp si raggiunge }a sintesi univefSJ^le di t^ttp ij
sa-: ppre. ^ se avvenga die pei cpngrpssf si formi, potranno èssi ^ Ì)uop
dritto appellarla paziopale p italiana, cpi^^ cmel|a cjie yercpbbe
rapprespnjajta da Pittagora, il g^alfi colla gemma del ni^pprp si farebbp
disposatpre df^lìa scuola pl^feopica, al perjpitq. l^a cotpstaj vpfr^ssi difPj
sarebbe sempfe una r^ §t?i|iraziopp, e ppp pjai quejjafilpsoQapppv^, altamente
ricljjestj^ dallii grap leggp del progrpsso pontìnuo, la quale come apimpttp l^
npce^sità 4i poptjppp emapcipa^ippi p trasforpia^iopi ^scepdpnti negli pr4ipi
fisici dei trp regni della natura, così in quelli morali e civili, é negli
ordini eziandio delle credenze religiose. Questa necessità per brtuna non la
cantano che coloro, che ne hanno in capo il farnetico. Ha 1^ più vpl^bile di
tal| fisjnie trasfpnQajlive gli à qijel privilegio deJV aspenderei, ci)e yipa
co;icf)8Sfì $Ql^i)f)epte ai popoli riformati del nord. L'Italia invece
trpyerebbesi, secondo lorq, miseramente nel 4iscep4®FJ3? come .quella che npn
avrebbe patitQ abbastanza di |tr^sform,^zioni civili ; ayyegnachè da più 41 un
seppie m^ y ' abbia italiano, che yissutp appena pinquant' appi, non siasi
l^scjatp sppf.a la tomba le ^ei o le sptte flyplnzipni. Ór come questa, che
j^oi 4irpfnii}o deplprabiUssiipa sventura, e costorp la cbianiano npcessità
pivile, c\ b^ fjattp piuttosto discendere che salire? E non y* ha altra via per
salire che trasformare le nostre credenze religipse? ^ppurp upa gran nazione in
Europa è salita sempre, senza cambiarle mai. Se talmente fosse, sentirebbe
ornici di yietp lo stpsso cristianesimp riformatp per cptesti pòppli ; da pbe
Ip Strauss non è più spio a scrivere la vita di Gesti Cristo copie si
scriverpbbe quell^ di un AppiIonio Tiapèo, e pare a tali biografi terppp di d^e
ìx^ i^tro giro alla fede religiosa, raumiliata pelle cprji e ppi parlamenti
sino ad essere ancella della politica, e seguace dplle nupye filosofie. E nel
vero dove Je teogpnip e . te ontologie si rinnovassero insieme colle
trasfornja^ioni cjyili, esse sarebbero scienze resultanti e non primitfye, ed
avrebbero la natura dplia corporalità e noi) quella immutabile ed eterna, che
loro dispen4e da Pio. Qpjpdi costoro phe aspettano o s' ay visanp Ai creare una
nuova religippp 0 filosofia secondo le trasformazioni cfv[)i e por litiche, e
rigpardano qpesti come fatali e necessari §yp)gimenti d' un' idea trascendente
che dp^ba spirar spwpfe ()i ppggiare più in altp, bisognerebbe php sapessero
cfpare insieme ]x^ pupvo Cosmos, dove i pianeti potessero per trasformazioni
ascendenti convertirsi V uno npjr altro, i satelliti col tenjpo diventare
pianeti, e pgni astro inpeptrarsi nel sole, p il sple in4i?frsi, e pppp a poco
divenire lui l'Essere supremo: e qui il pintare all' insù cesserebbe pure una
volta, e il finimondo s'inghiottirebbe il progresso, il filosofo e il suo
pensiero. Oh si fa presto con tali anfanìe, e nuovi mondi di idee; ma gli è
mestieri poi subito creargliene altri accanto d' uomini che se le credano.
Quando la rivoluzione vi dà una filosofia, questo frutto, siate certi, contiene
tutte le deformità e i virulenti succhi del tronco ; ed ogni qualvolta le
rivoluzioni sieno per V opposto il frutto delle filosofie, siate certi del
pari, che la mèta che vogliono raggiungere non è mai quella, che loro è forza
di accettare. Imperocché la umanità che invocano, fosse pure anche quella di un
regno intero, di dove facessero partire la chiamata a rivolta, è sempre una
umanità limitatissima, contro alla quale gridano le altre umanità più grandi ;
ed altre umanità di pari numero e magnitudine non ne sanno nulla. La filosofia
italiana adunque è di antica, e non può essere di nuova fondazione ; né dessa
potrebbe oggi acquistare il suo carattere nazionale, se la non fosse
continuazione del pensiero greco-latino purificato dal cristianesimo, ed
abbellito ed amplificato dall* idea cattolica. La quale continuazione spartita
in altrettanti assiomi, questi il loro spirito vivificante e direttivo
trasfondessero sulla nostra sapienza e sulla nostra, civiltà. In ogni modo, se
il principio filosofico che gli scienziati italiani nei congressi
accetterebbero fosse sempre quello di Platone, cioè Tidea di Dio 0 del Bene
assoluto, che la sua scuola riguardava come la massima delle discipline e delle
istituzioni, questo comprenderebbe tutta la scienza prima. Tramezzando le
naatematiche, come seconda scienza unitiva con una parte ideale che guarda e dà
segni per il soprannaturale, è r altra divisibile e dalla materia inseparabile,
che conduce alla terza scienza, cioè alla Fisica o 'della 'natura ; da questa
per successive induzioni si otterrebbe l' ultimo termine che è quello della
forza mondiale, dynamis, la quale Platone nel Timeo riconduce all'idea,
dicendo: « Tatto creativo usando dell'esemplare effettua Tidea e D la forza. :i
Così V intelletto vedrebbe le tre filosofie in una, e compiuta otterrebbe la
sfera ideale della umana sapienza. Ma io non presumo nel principio filosofico,
o nel mezzo di congiunzione tra lo speculativo e lo speri* mentale, di pormi innanzi
ai filosofi. Ripeto con Platone « questa è la mia sentenza ; Dio solo sa se sia
la » vera. » ' VI. Abbiamo detto poc' anzi che tutte le scienze conte^ nate
entro ai congressi, quando avvenga che continuino nella odierna Italia,, se
avranno un princìpio filosofico, avranno del pari un fine civile. Per il qual
fine non vuoisi qui intendere la idoneità alla vita civile, che essendo la
conseguenza di sistematica e protratta educazione e istruzione, la non si
otterrebbe di leggieri in quindici giorni ; ma s'intende la conservazione del
carattere nazionale, e la gelosa cura di esso in ogni disciplina. Io non
condanno, anzi lodo chi per eccitare una nobile emulazione in noi, mai non si
rista in oggi di rammentare la floridezza delle scienze, la bontà dei metodi, e
lo zelo diffuso e fortemente attivo del sapere in Inghilterra, in Germania ed
in Francia. In ogni tempo V Italia ha dato ed ha preso dalle dotte nazioni.
Anche la Grecia apprendeva dalla ^pienza dell' Oriente; Roma dalla Grecia. Ma
lo stoicismo trasportato da Atene in Roma più non si rico* PlaL firn., 38 A. de
Rep. VII, 5^7 B. Tulio il qui gopra stampalo arlicolo V, non fu Ielle nella
prima Adunanza generale. nosce : in Grecia produceva i sofisti ; iti Róma gli
eroi. E perchè non è stato mai possibile di rìtèsiere Una storta deilé Scienze
dfientali, destlroétidola dal Credi? Cérche ciò che trasportavano dal catnpo
altrui fìel t)^opfio, riceveva subito alitnento ed itinesto dal clima e dal
genio ellenico, sì che quivi pared tiatò : tanto colla intelligenza sapevano
grecizzare ogni altrui cosa. Fra noi però come si esagera da certuni il novero
di ciò che ci manca, altrettanto si trascura di italianare ciò che si prende. £
se questo mal vezzo durasse, in pochi anni In Italia lettere, arti e scienze
perderebbero affatto ogni italica sembianza e natura. Ma questa natura
inventiva e discuopritrice di nuove cose e di nuovi metodi si deplora sempre
più illanguidita fra noi dal VII» secolo in giù, e oggi quasi spenta. Or come
languida e spenta; or come sin dal settimo secolo, se ancor son tanti i vivi
che avetido anche di poco oltrepassato i settant'anni, hanno convissuto con
Foscolo, con Botta, con Giordani, con Alfieri, con Leopardi ^ con Canova, con
BaKoliiii, con Romagnosi, con Rossi, con Garmignani, con Borghesi, con Mejj con
Mezzofanti, con Scarpa, con Mascagni, Coti Nobili, con Melloni) con Rosmini,
con Gioberti, con Volta? Solo quest'ultimo che l'Italia avesse prodotto in un
mezzo secolo, non pareggerebbe la gloria nostra a quella delle altre nazioni?
Quante odierne reputazioni di scienziati itiglési, germani e francesi non
s'agganciano come reofori alla Pila del grande Italiano! Una nazione
finalmeilte che nella prima metà dei secolo in che Viviamo, abbia saputo dare
all' Europa diciotto o venti uomini si grandi e singolari, di certo non si può
dire che abbia smarrito il suo gènio nativo. Se adunque questo valore, questo
genio scientifico nazionale esisteva a tutto ieri, (e volendo nominare i vivi,
altrettali e tanti ne potrei senza pena) si prenda pure dagli stranieri ciò di
che va^ r^fneotQ ia patria postra difetti ; ma qotesto virgulto venuto di fuori
si innesti a' nostri tronchi e tapta italica cura ed industria vi si adoperi,
c)ie e rami e frondi e frutti acquistino sembianti e patura postrale ; sicché r
pUr^pìpntapo cultore vi ricoposca pon più la sua, ma una nuova specie
acquistata d^Ha cultura italiana. Di tal modo adoperar seppe Antonello da
Messina che tolse dai Belgi la pittura ad olio, né altrimenti volle fare
italiana Tarte tipografica Aldo Manuzio prendendone la invenzione dalla
Germania. Però quel pigliare di peso r altrui, e caricarselo tal quale è sulle
spalle, e con quel carico e quel nome straniero, pavoneggiarsi per le scuole e
per le stamperìe, per farvi V ammodernato al di sopra e meglio de' nostri, in
luogo di lavorarci attorno col proprio ingegno, onde ampliarne le applicazioni,
o estenderne, modificando ed aggiungendo, le utilità; torna ad un puro giuoco
di spettacoli, e non a vera ricchezza né per la nazione né per la scienza.
Cotesta razza scimiatica di miseri compilatori che va giornalmente crescendo, e
che più sbraita e meno sa, é quella che rappresenta r innegabile difetto di
alcune scienze in Italia. A cessare il loro numero e il danno contribuiranno i
congressi guidati da sana filosofìa, e da quel nobile ed utile fine nazionale e
civile, verso il quale tutti i buoni s'aspettano di veder dirette le
speculazioni e i lavori sperimentali dei dotti che li compongono. Oh miei
Signori I io cominciai mestamente questo Preludio, e con eguale mestizia,
tornando ai tristi tempi che corrono, gli do termine. A voi mi rivolgo, onde se
mai, per grande sventura nostra fra i volubili destini delle rivoluzioni, altri
tentasse di offuscarne d^ un solo accento il nome italiano al cospetto deir
Europa, vogliate voi, 0 magnanimi, riuniti ne' congressi inalzare un vessillo
di concordia e di onore, e contrapporre a qualche EC. lamentata pagina della
storia, le pacifiche riunioni vostre, da religiosa fede, da scienza pura e
verace e da virtù civili sorrette;. onde frattanto che la nazione sia
politicamente ricomposta e definita, T Italia rimanga, quale fu sempre con voi,
serbata ne' cuori e custodita negli intelletti di color che sanno, y Google
./rH i»: ^n i j-i. -V -'ih ':•'•>»*• *>f' ^?J*!iJ •' #».ti,s i 'ni -^t H
hTt'.;*> M'*, :'j;'r: ".^? u «tJ !:/' Vj EfeoilMM^^f^ «imo >ooa
altri al fNMfè M «i; r ttìHi iifMsMifl^lltKHMliteiliiUdoiriv
cteii««tlliiéil»3d0i2k «■Min tetrtHMRe ifodMÌiiliRiefit(» oHfM», «si
f.iJii>qjiéateaè 4ellft'«ìi4 nm Wdt^ «ulte «É« FIMI 4MS». B tufi iasi^are
vpxmKk d^ mmmm é^df trtMtzt ^ete^ iHi ^ aAMteno al ^vmfma^di^
«9i«tnM>elmpoiifl»lte «spPiiti^^iAf tlBrttì tiett'-MaRte cli€Mi^^«cMMetelo
per |rrenter« da voi PicHPOléiiliH» €mmèMpfSffm%i Inde flèppl«te 00» qtuie aiiteo
«rf dMii . I. féiittto à Piai bètl^ikttébre Ìlei iMS tM:^ reésvo soltanto la
oomiiia di professore. Ero in Firenze da qpiattro anni innanzi, e lai Toscana
gii Conosceva qualche mìo medico lavoro. Nondimeno splendeva in questo antico
Ateneo tanta copia di sSpere, che dovetti adoperare non lieve forza d' animo
per non isgomentarmi. Eranvi due grandi giurisprudenti il Garmignani e il Del
Rosso : oravi r insigne archeologo il Rosellini: due sommi naturaliaci Gaetano
é Psolo §aTi : zaiantisMoe natte anatonndìe ifeerohè tlGivùitei : elinieo
eoeeho il^egmUi la éi €Hi marie è^aneor etfida di MBite laorted : d piÉ otee wè
]tia0geremmo la perdita, se a raecopsatornanoa fbsse «ceso Burei f ohe la valealìa del Vae^à e4#l ftegnoK
ntÉsttiHende^ oonsonra il primate deH' ilaUea diìrtmi^ delio Scarpa «ino elln
età nostra: eravi meeelro ni ehh 4«enza italiana il rinotante Rosini : di gM» e
d' d>reioa it dòtte aidoge Fameni; U ftaioa era vena 4tel GerM e del
Pacìnetii^ a preva di becemano metodo a di malemeltehe dimesttasieni; La
Giergittiane rflmmia n faeea mmiééié snMle depe altri grandi elamoel. l\
Ridfilfi ee» lebnkto maestro in agraria ¥i feodw^a A ano greodiese staMimenlO)
meodovi la clinica «ooìnUàoa affidala al ToaelH, degno ^ttievo delia ^Scuola
vetarinaHa di Milanei n ìfalteuoei annetteva «Ila fisica una serie di lumteosi
e anevi esperimenti^ che il nuove sentiero vi aprivano alla fiaiologia
sperimentcdoi II Piriaf oltre i etumiciespe* rimeoti, insegnava per quali
investigutìem do^ea oggi eosUtuirsi la scienza chimiea^ U MoaseM eeuoprìlorB di
nttetb leggi nella meocaniea oelesle, davate e pubUiea* vale in lezioni; U
Bouaioi ce' suoi etudii elorìei e pidech grafici, insegnava il modo e il metodo
di dnonmenlare Digitized by VjOOQIC irpfUkàMMft Ifr «toria. Il Geototott ilaya
lia yer»: gl^» »Ua sl^ria delM fiiosote* La spia parte m^^ «iva gj 4j ao^W di
Umia aUtzsa^ m bq ne ì»(»atUii bl nji) ma cìfìB di gabinetto e di mezzi p^r
e^periqei^taf e fpsse ai^tob' essa cprredata* Datone pggi V ias^gnamapto al
Bapc\hB\t\ np.ba Intesp la ip^poft^inz^, p il piapo (|pgU studj che fi è In
e$aa pd^pposti ha g^ la vostra appr^vazìpn^ Fu pvrp mia p^^po$i?iQo^ vin^
cutte^radi geografia i^^^^ ^ll^ q^ale ayrei valuto obbligai anche i mediol U
qn^p ina^am^anto che in qnpi teippi pbiari e libelli i^on po^^ ot^taparsi)
menire a t^tti gli altri }^ calanti ci^r^ ^p] s#r iiatore Giprgini ptteoQefQr
assenso, pb))^ W\ ^ì^ ÌP tempi aafiat 41 versi > ^^dato al pcpf. U^negbmi»
Qode 1^ di^ttfina di Im a la aua saggia libarti d' animo, pbiu^fsr &^ù la
prima epona lumiooaa ^^Ua Univer^itài, e facf^iapfo apparir^ qa^np defprffie 1*
^pQftnda> che di §(q[qpi|^tt^ Siji apnapeecbiavfifiivPi tali e .ijafì^ w^\
sii ^. Unirersità di Pisa nei primi due o tre anoi della GiorgiDiana
restaurazione ; ond' io avvicinando or questi or quelli, oh quante volte ebbi a
dire a me stesso : soltsm scio m$ nihil scire ; e dei loro dotti colloqoii
meravigliando e profittando, sin d'allora mi si stampò nelPsCnimo
indelebilmente la gratitudine ai loro condigli, ai loro ammaestramenti, al loro
esempio. Grande però del pari è quella che io sento per voi, 0 Giovani egregi!.
E innanzi lasciate che io vi rfngrazì insieme con tutti glMtaliani, dell'esservi
anche voi imbrancati coraggiosamente a que* prodi volontarii, cIm come leoni
spinti da un oragano, corsero con fierezza e gagliardia sui campi lombardi a
salvare V Italia. €hè quella tremenda ed inaspettata corsa in che eravate anche
voi prostrò gli animi del nemico ben prima, che neri sconfiggessero i cannoni
rigati. Né posso ricondurmi col pensiero ai miei primi anni di Clinica, senza
ringraziar sempre i vostri antichi compagni di quella amorevole e numerosa
famiglia e calda di studii operosi, che mi avevano formata d' intorno. A questa
famiglia io fui debitore della mia nomina di Clinico; talché pervenuto air
ultima lezione del mio anno di supplenza, fui accompagnato da' miei alunni sino
alla piazza de' Cavalieri dove io abitava, e presentato di corone e di una
effige d'alabastro, e acclamato a pieno suffragio Clinico della Università. Il
Governo non fece che confermare quM voto. Il che io ho voluto ricordare come
esempio foiose primo di nomina di Clinico voluta dal suffragio della
scolaresca. Ed oh quante volte freddi o plaudenti che io vi avessi lasciati
allontanandomi dal letto del malato, o dall' esaminato cadavere, o scendendo
dalla cattedra mi faceste ritornare sulle cose insegnatevi, obbligandomi con
mio sommo profitto a chiarire le oscurità; rimuovere opposizioni, ed anche
abbahdonare conceUl, che nella vostra mente non entravano con facile e
soddisfacente evidenza. Che la tortuosa dialettica fa abbassar gli occhi e
tacere il discepolo, il quale invece quando è ' soddisfatto del vero con
socratica naturalezza insinuato, egli fa specchio a' suoi occhi di quelli del
maestro, e le loro anime si unificano, ed a vicenda se ne confortano. Gli è
certo che una parte del sapere dell' insegnante spetta al discente, ove dal
medesimo zelo di cercare il vero siano ambedue infervorati. Nel mio sapere
adunque v' è una gran parte che spetta a voi, frutto delle vostre approvazioni
o disapprovazioni, de' vostri dubbii, e della vostra insistenza nel domandare.
Ma sopra ogni altra inattesa e immeritata e nuova è questa testimonianza
d'affetto che mi date oggi, in che dopo avermi presentato di fiori epigrafici e
poetici del vivacissimo ingegno vostro, voleste invitarmi con modi oltre ogni
dire cortesi a questa più per voi che per me onorevole confe ^ renza.
Imperocché io desidero che il pubblico non riguardi questo onore come fatto a
me solo. Voi sceglieste me come semplice rappresentante (ed uno doveva essèrio,
e al più anziano conveniva) del corpo insegnante intero ; e voleste con quest'
atto a me intitolato dare allo Stato e alla Università un memorabile e solenne
esempio di riconoscenza verso a tutti quelli che vi porgono e vi spezzano il
pane della scienza, e vi convertono con zelo e dottrina in cittadini saggi ed
utili alla patria. Se questo carattere non avesse avuto, voi consenzienti, la
odierna dimostrazione, io non potevo accettarla. II. ^ Ora dirovvi dei
sentimenti d* amore ehe mi si ride'' jtano nel pensare a questo giorno di
commiato. Quelle ^"^nodeste cliniche sale dove io insegnava, io le amo
anDgitze^d?* Google Cora. Potrà dirlp? Io le rUvegli^iva da uà lupgp ^sffiHT
mento. Rirpessevi in i)so nupyp c)iQiabe ^beUe, r^neomandai maggior ci^ra agli
alunni pel compilarvi 1^ stprie: vqlli che non manpasgerq del sus3ifiip 4e)Ip
tavp|^ pui« teorolQgicbp, ^di tutti qi^agli esperimenti ^ fisici § ohi^ mici e
micrpscopici per iscanflaglio della prpi^i 4^1 fWgUfit e di altri umori morbosi
onde «pvvepirpe |ft tep^peutiesi, e dichiarare e rafforzare la di£|gnosi. La
quato ^iSfaiodeFr nata sopra una base ippocraticfi pit( l^rga, pirUva^ sempre
dalla diagnosi ao^^mica, analiz^audo v&^fià ì fenomeni per aggrupparli
intprnp a^ Iprp diversi Qi^^W\ morbosi, distinguendo i fenomeni ^^nomioatpn
afilla forma nosologica dai primitivi ed essenziali, e diyi4i^A4P poi questi
dai concomi^nti, e nella eoucpmitonza ste#sft appartando T avventizio dal
p^ruianente per ingenite indisposizioni : ed alle successioni e conversippi o
ifietamopfosi morbose mirando, prep^rav^^si Tint^Hp^tQ ^la comprensione dpHe
più probabili fasi morb^ae cb^ la malattia presentate avrebbe nel suq
prpcediiupqlo. Di qui elevandoci alla interpretazione f^upinenale, ed aU^
connessioni etiplQgiche, mandavasi innanzi la serie delle ' entità qiqrbose
possibili suir organo medesimo deye 1^ diagnosi anatomica erasi ppsata. E qui
la diagnosi differpnziale, e le eliminazioni quante qe oocorrey^o. In ques^p
i^nompntp, il più arduo del|^ diagnostipa inqiiisizjqne, si può misurare H
valore raziopale e pratipo di ogni Clinico. Ma nqn essendo s^ncpfa |^ dottrina
delle cause occasionali stata elevata ^ quella r?|ffin;Mies$s^ POiep* tifica
cui è salita quella de' sintomi, i Clinici abbandonandosi troppo parzialmente
all' una o air altra di queste guide, si troverebbero egualmente ambedue
lontani da upa diagppsi pepfetta. La quflle noi) potrà più psaer perfetta
empiricamente e ra^ionalmfiute finab^ la iEltiologi^ npp eppsegua il sqo
scientiQco compimentp, cpa^eguitq C il quale, soltaot(]j allora qar^vvi
armopicpl^ggioe tra ladiar gnpsj Q J'ipdicazjoqp curativa. J.Ipdic^^iope
curativa dieve a^serp part^ ipt^r^le p ooi^ di^tacc^ta del cliqico copr sigilo
: r iadetermi^^ato « V indirp^^ ^qdo pccezioDi per Y ^rt^, poa rpgple per la
scienza, lo lavpfayp 4 questp fine pell£| mia Clioics), e sppr^tt^ut^ a
dimostrar vero r eippirlpQ fpudampntp dPl^^ frpqueq^Q rispondenze^ frfi te
9^u«p occasippsiJi aggruppate dai prlterip deir affloitii Qejologicft, prirpa
Infr^ Ipro, e poscia sugli atti pWmipo^ org^ipi funzigpaU del si$t^^la, dove
e$i^teya U prepipuo turbamento paorbpsp. Meglio per tal moio adunavansi i
sintomi prptopatici, e si ponevano in serie gepitiv^ sipp al pupleo causale
della malattia ; cioè sino alla induziopp nosologica della natura di questa. Né
taji regole fondanaentali del clinico insegnanaento avpva io mestieri che ini
Incendessero d' altronde ; imperocché se np possono troverò da tijtti |p tracce
inculcate e raccomandate nelle mie Qppre, che ers^no già a stampa prima de)
4836. gi yegg^ il Discorso terzo sulla semiotica d' Ippocrate : il p^pitplo
quarto sullp mutazioni e conversioni morbose nella Meiporia sui contagi
spontanei : tutte le Avyertepze clipjcbe posposte ai sommi generi delle
malattie nella Patplogia induttiva, e tutto il libro terzo sulle differenze
acpideptali delle malattie, ed a preferenza i capitoli sulle con^plicazioni e
sulle successioni morbose : yeggansi questp finalmente nella Storia delle
Perniciose pon fatti relatiyati, e ragioni anatomiche porrispqndenti. Dei
processi superstiti fisiologici nella malattie, ossia dell' aur tica Vii
medicatriXj come debbano esser cercati e var lutati rimpetto allo stato
morboso, come debbano pssere oggi intprpretati i modi che assumono, quanti
siapo qppati modi, come se ne riscontrino talora le tracce ancb^ QQ^ cadaveri,
come stiano in rispondenza colle crisi, d com^ f Qggano V indica^ipne curativa,
h anpipiainente discorso nella Prolusione del 4840 sui fondamenti della scienza
clinica. E del modo di mettere in connessione le cause evidenti occasionali con
lo stato morboso, oltre alla Patologia e la Prolusione del 1829, io pubblicava
trenta nove Aforismi clinici appoggiati alle istanze baconiane sul valore de^
fenomeni intermedii, concomitanti, collaterali, e residuali nella ricerca delle
attinenze etiologiche. Cotesti già pubblicati sino dal 4834, non abbisognano
d'altro per costituire una etiologia induttiva completa, che del corredo di
quei clinici esempi che nel settennio clinico pisano, e nella anteriore e
contemporanea mia pratica urbana diligentemente ho raccolto. Tuttavia dicevasi
allora, e Io ripete oggi anche il celebre Tommasi, che tra le cause e la
malattia v' è V organismo che tramezza e specifica i modi d^ agire di quelle.
Ma queste relazioni non si riducono infine a una catenazione di efietti? e
perchè gli effetti di una causa si concatenano e si specificano nel mezzo che attraversano,
è forse rotta e perduta la rispondenza tra la prima causa e T effetto ultimo
che ne resulta? Io tornerò a tempo più opportuno su questo argomento, del quale
non ho voluto tacervi come quello con cui la critica, tormento inseparabile da
qualunque clinico insegnamento, più spesso prendeva di mira il mio. Certo è
però che V importanza data alle cause occasionali nella mia clinica, e la
libertà e la maggiore ampiezza possibile alle ragioni fisiche e chimiche delle
scienze moderne collaterali alla medicina, tenendomi sempre fermo nel concetto
che i motori e le leggi della vita organica non denno sostanzialmente
differenziare, in quanto è dato d' intenderli a mente umana, da quelli della
vita universale della natura, i giovani si accendevano della volontà di sapere,
e di conoscere la storia delle sperienze e delle leggi di ogni scienza
naturale, di tentarne per se medesimi qualche razionale appKcazioti^ a quelle
lacune che tuttora restavano nella esegèsi fetiomenale ed etìologica. E finché
mi fu lasciata nelf animo la lusinga di cooperare insieme coli' altra clinica
toscana alla restaurazione e air ingrandimento della scienza, nei primi quattro
anni la clinica medica di Pisa, di conserva colla chirurgica diretta dal
Regnoli, presentava una nobile ed ardente gara tra maestri e discepoli di
studio, di operosità e di zelo. Come nei tre anni seguenti, o le male arti 0 la
mia insufiBcienza divulsero tale reciprocanza di fede, di affetti e di studii
meglio è tacere. Dirò solo di una voce resasi quasi pubblica, che a Pisa s*
insegnasse per causa ciò che altrove davasi per effetto. Però la forza motrice
impi-essa a tutte le create cose dal Motor primo, usando entro alle
organizzazioni, non è né può esser causa né effetto della organizzazione
medesima. Non causa, perchè una pura fòrza motrice non può organar nulla : non
effetto, perchè la forza motrice del Cosmos, di che le organizzazioni e i loro
tipi sono una parte, esiste fuori di questi, ne penetra le masse molecolari, e
le agita aggruppandole e sdoppiandole perennemente, senzachè se ne possa dire a
rigore né causa né effetto. E volendola identificare colla organizzazione non
si esce dal pruname ; mentre neir identico e causa ed effetto a vicenda si
elidono. Quindi quell'accusa non colpiva i miei concetti sulla vita se fossero
stati intesi. Imperocché la medicina ippocratica da me rimessa in Italia fino
dal 1819, è tanto differente da ogni vecchio o nuovo vitalismo, atiitólshio,
idealismo, nel che è piaciuto di convertirla a chi r ha voluta Interpretare con
tutt' altra filosofia cfcc la Sperimentale, quanto ne era lontana la grande
sctfolà Italica de' Jatro -matematici, di cui Y ippocratismo de' tìoerhaviàni
deli' ultimo scorcio del secolo XVIII, e quello delle scuole del Borsieri, del
Frank, del Morgagni e dcfHo Scarpa non era che una continuazione. La quale
Digitized l' àudiq all' ufiivERsni m f^isA, ipterrotta dal sistema d) prowo e
i)e'suQi fli»guiMà» fu prima dal sommo Bufalioi e ppspì^ d^ ipe, tra il 4fti3
et \S\^^ GìascuQo secondo lo 9pjr0re e il d^t^r den^^ de'proprii intelletti,
ripresa e riagg^ncio^ agli a^lli della storica catena della It^lio^ |q^ipi{)%,
con quelle riforme e quelli in{;randiraepti che doveva cpo^fi^ire, ppr averle
tenuto da ogni lato semprQ apc^rt^ 1^ vip all' affluenza dei nuovi e continui
£fperiIXi^f)ti Qràdogicj p psico-chimici, eh? nella naturale filosofia
vepivafl^i s«i6? pedendo. £ dopo la ricordanza delje cltnioh^., co) pensiero
ipi riconduco al grapde Museo diretto d^il S^yì. Ivi CQXJfiaoh piavo la natura
conservatrice €|ella sua vitale maegl;^) benché non vi si veggano che spoglie e
frantumi. Qiiaoto ordine industrioso e vago sanno adoperare 1 ^giurali^tj per
dare il sodo alle idee le più su|)Uipi 1 Un inulto di Storia Naturale è il più
splendido imbasailiento obp Ja scienza abbia mai dato alla grande idea della
Creazione. ^ntro a quelle sale il Direttore e V illustre micrci^afid Pacini
riaccendevano in Toscana Io s^udjo delV anatomia microscopica, e frequenti
volte mi accompagnavo alle loro osservazioni, quando specialmente rjferivupsi ^
sistema nervoso. Amo quel fisipQ laboratorio d^ 1^ teupci, dove anche
ultimamente egli mi diipqst;r^v^ |q sue esperienze sulla for^a elettrprtonica
dei o^ryi, e 4i* papzi a quel vero sperimentalp che a^ gradp a grMQ si snoda
dagli ordigni apparecchiati e disposa da( g^piq dello sperimentatore, si rivede
imitata la grand' ^rU$ p^9 fidopera natura nelle mirabili opstru^ioni s)^, § V
^ffiPil prova indicibile soddisfaùone e sp^ranes^. Am^ qiieUf obi? miche
officine, flqve il pelebre Piri^ rapfireisemtatooggi ffa voi d^l De l^^ca,
ingegnoso e4 iipst^Q. es^alore delie stesse leggi esperinientaU» mi syelava )e
vi|;io$^ prasi degli umori nelle mfilf^Hi^ e p^' cadaveri riavaaiite; ed una
mmiérit aflitluoAi corre ancora «IP Os(ieda)e, deve iittliiHni a) laborioso Ghimioo
Mori, stille' materie éieteuBe évenicfae^éiserasie q^iavansi le proportzioni
dei iBiÉfÉti ealearei^ eiide meuerle in relaelone con quelle eiialefiti in
éìénw acque palaUli, e ftellatte delle nutrici stMBQUI a infernìiiscie. Dalle
quali eapefiensè io traeva éi poter idarè non Moia spiega^iloné del fatto delle
meta-} merfoei aeHé trwmìaèioàt ereditarie d'uno stesso germe ìMrboaò^ tetto da
liie i esperienze non forono che primi 0 pochi tentativi ; i ^uelft'dlrètti ^
fine di seuoprir la natura di quei riior^ bo^ pfìnctpti^ eliderebbero
eontinuati^ se si vuole un giorno esoir di ^ramoiàtlda'au cotesti elementi
morbdai! ai quali è lodevolissimo trovare il vero posto dove collocarli nella
diagnosi ; ma f^ piena rispondenza tra la ragion loro nosogenica e la
terapeutica resta tuttora indetemÀMtat. Attio quel palioki^co Gabinétto che io
vidi Deaceiitef e nel' quade pur io deponeva qualche non co* mniie
patofodiaFgaàiebe àUerazioui) nelle autopsie clinir ohe rinvenelei Amo quest'
Aula che può chiamarsi il jiaaro tetBpiovd^ve Iutiera alV aprirsi d'o£:iii anno
sco* Iflitàso riauòtia la balia lingua del Laaio, dove tante volte he attmte e
soavi e peregrine eleganze da quei fonte di ciassiea^tiiiità ehe era il
Bbgnoli: classica latinità eonti^ nuàta oggi dal Ferrucci, nel quale Tltalia
saluta il secondo MoreeUi» Questa è par T Aula dove afjrivasi solennetnente il
pnofo Cottgresso scientifico italiano, e dove il Gentefanti feee riporrò .quel
venerando simulacro/ che da ite ^ AUodesi Illa statua di Galileo esistente aeirAula
Magim. l' appio all' univsusitìL di fisa. * invocato SS anni or sono come
auspice e d«e» dei .miei corsi scolastici; ora cbe ne tocco il tormìpe, AìmazÀ
ad esso io mi copro il viso di vergogàa^ avendo aitale risposto a tanto
auspicio ; e Mo aveod» altra difesa deUa mia oulUtà, cbe il non essermi mai
dipartito da qw^ia Filosofia, che a tutti i natarali studii egli apriva il
primo per isoorta ed esempio. Amo fiaalmeate a Pias non solo i vivi, ma anche
gU estìDti. Molti de' miei iltealri colleghi hanno qui onorata tomba. La
filosofia odstiaDa bù ha appreso a studiare la morte, e preferire aempre di
studiare a quella dei Gi*aiidi cbe fu treasiio a gloria; e meditare anche su
quella delle anime elette per inno» conte ed anglica vita che non è che uo transito
al paradiso : e di quella e di questa io aveva qm di che confortare il mio
cuore. La Santa Croce di Fireoze mi presenterà urne pid famose ; ma V angslo
ohe io Ih perduto non riposa che nella Santa Croce di Pisa. ^ ra. E già a tali
mie gratitudini, a t;lnte atnorev.oli rimembranze succede di necessità nel
pensiero una profonda tristezza. Io vado al PerfezionainentOi| pieno
dMmperfezioni, carico d'anni e spossato 4à fatiche; e quindi con poca speranza
di cooperare insieme con quelH illustri colleghi a vantaggio della scienza.
Eccovi detta la tristezza maggiore che io provi ^ tra le altre che taccio, per
non esservi grave. £ come il vecchio p&dre mai non si allontana da' suoi
figli diletti senza lasciar loro qualche ricordo della sua esperienza, altrettanto
farò io, sperando che voi li prenderete a grado, come paterni ed affettuosi
consigli alla vostra scientifica giovinezza. * Chiesa suburbaoa ove è sepolta
una figlia del professor Pacclnoui. £, primo, bhe ndn vi gioviate mai d'altra
filosofia che deUa sperim^otak, senza disconoscere se volete le specaiative ;
ma riponendo per gli usi vostri nel luogo di queste le matematiche. Noi non si
va alF immensura- bile ehe misurando) non all' uno che dividendo e nume- FaodOy
non aJr imponderabile che pesando, non air infi- nito che tranandoci pel
finito. Più volte dalla cattedra io vi ho disegnato lo schema delle due
filosofie, consi- stente io due piramidi che si toccano per la punta: scfaaina
che ho ricordato anche nella Storia fin dal 4850. IMceavi che scriveste nella
superiore gli universali, nella inferiore \ particolari, e tirando una linea
orizzontale tra le due p«nte di esse vi scriveste sopra le matematiche, che le
coimettono e le limitano ambedue, coadiuvando sotto e sopra cdr uno e col
multiple delle loro espres- sioai. Patene anche una filosofìa sola se il secdo
ve io impone : serve che mantenghiate fermo il diverso termine di dove partite,
e la diversità dei mezzi che dovrete ado- perare in ambedue per giungere alla
cognizione del véro. Abbiatevi per secondo, di non lasciare scorrere mai giorno
senza ripassare nella vostra memoria le cose di anatomia. Sia questa scienza la
scorta tutelare che illu- mini e dir^a le vostre menti, e le azioni mediche
vostre tutta la vita. Il successore del Civinini, il professor Du- ranti vi è
guula. Egli è il degno allievo della scuola se- nese del Mascagni. Poi^o il
terzo agli intelletti più perspicaci tra voi, e k>ro~affido la speranza di
serbare zelantissimo lo stu- dio della fisiologia sperimentale. Tienvi nel
difficile cam- mino lo Studiati, che ofire sì fondate speranze di presto dare
anche a noi il vanto della scuola del Bernard. L' Italia Qon ha che pochissimi
Fisiologi da contrapporre oggi ai molti delle akre nazioni. Pure in Toscana
fiorirono quasi 3id un tempo tra i discepoli del Galileo il Sorelli, il
Malpighi, il Redi, fi Bellini. Se voi volete essere i epntkìuatori di quella
grande scuola vi bìtògna sperimentdre quanto essi e meglio di essi : e volendo
il potete. Il problema della vita fisica non si scioglierà che per oontloui
sperimenti fisioo^himici. Di quanto questi avanzeranno di tanto seemerà il
numero delle incognite nella ecienca della natura umana. Buon per noi se la
Fisiologia si potassa ppmpare bella e fatta dal sacro fonte dei libri di S.
Tommaso, e darla poi a nutrire di aHrì arcaismi seelaitioi a certi animisti
moderni. Nel medie evo potava il teologo mascherarsi anche da fisiologo ; ma
oggi slmili pretensioni muovono a riso, e ne riderebbero anche Alberto Magno e
ibP^ Aquino, se fossero vivi. La Fisiologia non si scrive indovinando né
sillogissando, ma si là esperimentando : né gli attrezzi necessari ai
fisiologici esperimenti consistono nelle forme sostaniiali, né n^le arbitrarle
loro trasformazioni pa*i{)atetiehe; ma netfabfis uso delle bilance, e delle
pile voltiane, de*dhimiai rea* genti, de'galvanometrì, degli strumenti
anatomici sco^ pritori e isolatori dei v»oeri palpitanti degli animali vivi, e
ne' ealcoli dimostrativi deir esattezza del trovato e ètU r operato. Quando
Dante pensò che raqima spirituale scendesse nel feto appena il celebro ne
eraperfsttamenta organato, e tutte le orgàniche virtii I|uella a sé tirando,
faoevasi un alma sola, non intese dire, the V anima fosse la causa della vita,
perocché la vita fisiologica già preesi« $teva ; ma solamente che da queir
istante le altre virtù fisiche della vita restavano inferiori all'autorità
suprema deir anima, ed agivano subordinate) senza confondere né i caratteri
nativi, né le sostanza, nò i poteri e gli offici! dell' una e delle altre. Io
non nego del resto ai moderni teoioghi e filosofi, che essi non possano,
volendo, essere anche fìsiologhi. Ma dico che non entreranno in fisiologia che
quando incominceranno a sparimifntare, e non 06 uaeiraDiio che non qaeH'
aiitino estret-immio ohe raeilo )1 lontani dalle loro favorite formule
metafiéi^che« L'occhio deir E^rno si volgerà lielo^ tanto alla mente
speealatrice degli univeraali che sé in sé rìgirli nelle acieù2Se metagatcbe^
quanto al paziente lavorò dello siu^ diodo della natura, Che a quelli ascende a
grado a ^ado partendosi dal tempo e dall' umaùo^ Imperocché io vor-^ rei
lasciarvi convinti di questa verità: che sì nelle menti umane che nella natura,
sì nello spirito che nella mate^ ria trovaosi desigtliati dalla mano di Dio i
triangoli archetipi della verità è dei fini eterni della Creazione. Ambedue le
meditazioni è del filosofo e del naturalista mirano alla stessa mèta* La vera
filosofia mi parr^be dover con-^ sistere nel conoscere I differenti termini d'
onde la par^ tenza è da prendersi, e i diversi mezzi da adoperarsi per
conseguire la stessa mèta : né chiamerei filosofo chi que^ ste i0kprescindfbili
differenze disconoscendo, pretendesse di cenfondere insieme la mossa e il
procedere col fine ultiino di tuUe le scienze umane. IV. Dirovvi, in quarto
luogo, che forti di anatomia e di fisiologia e introdotti dalle sagge patologie
medica e chirurgica, nella quale ultima il Marcacci vi ricorda le ricche
lezioni del Ranzi, il santuario del vostro medico battesimo saranno le
Cliniche. £ là entro dovrete mettere la armonia il sapere coir opera vostra, ed
ambedue questi coi sentimenti della coscienza e della carità. L' espertissimo e
rinomato clinico Bartolini ^ sa ben esso come trasfondere in voi questa
armonìa, che egli mirabilmente possiede. Né vi ritenga dair affezionarvi a lui
con fede il dover paiisare di seguito ad altre cliniche* Il fondamento di tutte
in Toscana è uno solo; il metodo sperimentale/ . NoD v'è divisione di sco(rfe:
siamo totli disoepoli del Galileo. Qualche lieve divergenza d^opinioni nella
interpretazione dei fenomeni né forma una scuola, né divide runa dair altra.
Simili divergenze danno invece testinonio di quella libertà, che oggi dee
rinascere tra gr insegnanti e i discenti che dia luogo a discutere, e prendere
il vero dal suo canto il più luminoso. A nessun professore è permesso di dire:
Io tono la medicina, La scienza si mantiene e procede nel suo avanzamento per
la cooperazione federale di tutti i buoni cultori di essa. Io lasciai al mio
degno successore una Clinica indipendente: e son certo ch'egli tale la
manterrà, persuaso come è insieme con tutti i grandi medici, che dinnanzi ai
fenomeni della natura umana ammalata, la ragione clinica stretta dai ceppi di
una autorità sola, qualunque ella sia^ vedrebbe con un occhio solo; mentre in
Clinica v'è il caso che averne cento non sieno troppi. Non v'è clinico, per
grande che egli sia, che non abbia neiranno ad imbattersi nel boccone amaro, e
nella giornata nertssima. Deh non commettete per vanità giovanile la
ingiustizia di accagionamelo I Dividetene con lui il rammarico, e vi sarà
d'ammaestramento anche la sventura o Terrore. V. A voi raccomando in quinto
luogo gli studi! igienici e storici. Vedrete in essi le utilissime e
nobilissime sorgenti di tutta la scienza nostra: in esse i due anelli che
concatenano la medicina alla civiltà: per la sua prospeHtà sanitaria oggi
l'Italia li esige cotesti studii da voi, che avete riassunta la vostra
rappresentanza nazionale. Una mente volgare, ma che avea pure in cima de' suoi
ardenti desideri! la Nazione Italiana in questa stessa aula esponeva II piano
d' una igiene nazionale y L' Abtoìo aia}
ONiVEitsiti m i»isa. da coDfederardi
alla economia pubblica, e coi precetti di più austera educazione civile
ritemprare la robustezza del corpi e degli animi, onde sostenere con coraggio e
fermezza le dure prove, che avrebbero dovuto un giorno rigenerare la Patria.
Gol mezzo degli studii storici voi troverete quali sono state sempre le
sembianze gloriose della medicina in Italia, e di quelle e delle odierne
rafforzerete Io stile e il carattere della medicina nazionale. La storia raccoglie
e rappresenta la vita del pensiero della numerosa medica famiglia di oltre a
XXII secoli : ciascun medico è un membro di questa grande famiglia. Il medico
che non ama la storia è come il cittadino che in mezzo alla società, e godendo
dei beni di essa, rimn piattasi solitario e si ricusa di gratificarla con
ricordanze onorate, e di prestarsi per essa: egli è l'egoista e il misantropo
della scienza. VL Per sesto ed ultimo ricordo io vi lascio, di tener sempre
strettamente consorti alla istruzione la fede al vostro culto, Tamore alla
Patria. Religione e Patria sieno in voi un solo e supremo sentimento.
Identificate questi due grandi elementi di civiltà, e fatene una idea sola,
quale era nei Romani avanti i Cesari; e quale era in quei pochi ma pur grandi
italiani del medio evo, i quali vollero di sì immensi e fastosi tempii adornare
la loro idea religiosa; che non si può supporre che il solo culto glieli
comandasse, se non era il bisogno che sentivano insieme di comprendere il santo
tabernacolo che basta alla fede, entro al vasto edifizioche Fumano affetto alla
patria esprìmer doveva alla posterità. Il trionfo benché breve dell'idea
cattolica nel 48 ^ io noi credo affatto perduto per r Italia. Aspettate che
quell'idea si depuri da ogni ÈG. basfta immoralità e eufàdigia in tutte. le
classi sociaH, e voi la vedrete riprsDdere il suo Coasolato nella i^ria, e dare
l'ultimo perfeafoaamento al carattere civile della Naztooe. Se quiddt gli è
tempo che dai nostri ouori lòr« mata, s'innalzi una apoteosi all'Italia, lo non
saprei mi-* glior simbolo immaginarne che la Donna amata d’ALIGHIERI (vedasi).
Gl’antichi commentatori vedeno in essa la teologia: noi moderni vi vedremmo
volentieri anche l'Italia, ossia l'unificato sentimento di religione e di patria;
ed essa, la donna amata d’ALIGHIERI (vedasi), movendo per condurre il divino
Poeta alla libertà della patria celeste, volgesi og^ senza velo anche a noi; e
mostrandoci quanta virtù sia ancora da adoperare avanti di essere interamente
redatti, dolcemente sdegnosa del passato, e promettitrice di sua scorta fedele
nel!' avvenire^ rassicura ogaì cuore italiano con quelle forti parole. Guardami
ben ; ben son^ ben son Beatrice. y AL ei. ttT. cm. «oTini oìuimiìii. Voi nù
chiedete, professore e collega mio veneraiissimo, ifte inconlreranno i
perniciosi effetti dell'aria malsana i viaggiatori sulla nuova strada di ferro
che attraverserà i luoghi palustri della nostra Maremma : e mi favorite in pari
tempo la lodatissima opera del Petitti^ 8uUe strade ferrak, nella quale
toccando il celebre au« toro del progetto della nuova via ferrata maremmana ^
allude in certo modo a cotesto timore e pencolo. Ed ecco come avete tirato
anche me a discorrere di vapore e di Fotaje, quando meno avrei saputo
immaginare che )a medicina contenesse attinenza collo stupendo e nuovo ritrovamento.
L' occasione però che voi me ne porgete è compresa in un quesito cosi limitato,
che io tante non diffido della pochezza del mio sapere in fatto di vie ferrate,
da non poter soddisfare in gran parte al desiderio vostro. Intanto mi guarderò
bene dal frapporre nella questione verun giudizio che appartenga ai futuri
destini delle nuove strade. Le quali che debbano un giorno tor« Bare ali'
Italia di massima utilità, moltissimi sono che lo credono con tale certezza, da
giustificare quel caldo entusiasmo che per ogni dove se ne è suscitato fra noi.
So che v' ha alquanti seniori a^ quali sembrerebbe più giu9t# e moderata il
riguaréarle lultora eoiyie un problema commerciale e civile, che rispetto alle
condizioni e vicende italiane non si risolverà che col tempo, e dinnanzi a una
ventura generazione. £ veramente sembrerebbe aochea me éht se ccUyttn gna iute
4i ferro non sarà compita, se i più. felici e più pronti andirivieni fra noi e
gli oltremontani non saranno aperti per i Iraforati appenini e le traforate
alpi, le quali operazioni richiedono un tempo lunghissimo, si potrà parlare di
parziali utilità ottenute da qualche più cospicua città nostra, ma non sarà
ancora risoluto il problema della generale utilità delle strade ferrate a tutta
{tadta. Gfae se alcuni Stati ne rimanessero privi, la disuguaglianza dei mezzi
e delle fortune creerebbero movimenti e vicende civili affatto straniere di
contro ai consueti,, per necessità in quelli mantenutisi; e T antica e depurata
miseria (Mia divisione fra noi, e deir oblio e del dispr^io di tanti nostri
paesi e fratelli crescerebbe senza misura e rimedio. Che a questo danno non
pensasse un secolo perdutamente chiuso in abbietta personalità, e delirante e
sacrilego, che avesse-spazzato dai sepolcri delia Roma antica le ceneri dei
Scipioni e dei Gracchi per riporvi quelle de' più meschini eroi delle età
nostre onde meno sgomentarsi al paragone, o -che volesse la moderna Roma e
irreligioso freno distruggere per ricostruire su quelle sacre rovine la laida
libertà di una novella Avignone, non sarebbe da farsene meraviglia; ma che il
secol nostro splendido e beato ne' suoi peregrini pensieri, e Micemente
inquieto di sempre nuove riforme, e tatto HI damma e in vanto di filantropo, e
in sul punto di 6D~ trare tra il vapore materiale e il metafisico nel paradiso
di una civiltà tutta nuova, non pensi a quel danno, non si può credere. E se il
pensa un istante, vedrà anch'esso, come fintantodiè per il compimento delle vie
ferrate le nostre belle ed ampie e comode vie consolari, venerande per
monumenti e ponti ed archi di trionfo, e nomi augusti di Flamminia, di Àppia,
di Emilia, non saranno affatto abbandonate o neglette, e di erba e di sterpi
ricoperte, e tutta intera la città del sole gremita di rotaje, il problema
della nazionale utilità delle nuove strade rimarrà per anni ed anni indeciso.
Noi non vedremo, ottimo mio professore, questo miracolo : e solo ci è dato
dalia fortuna e dagli anni il riguardarne attoniti il cominciamenlo. Il quale
però va così rapido ed albagioso, che già si ripromette, volgendosi alia
Venezia, a Genova ed a Pisa, di rinnovare col mezzo dellestrade ferratequelle
comunicazioni coirOriente, che un giorno furono alla Italia sì feraci di
ricchezze e di gloria. Ma quelle imprese magnanime furono condotte e sostenute
da braccia e da petti e da proponimenti di ferro; le quali doti valorose
mancando ai molli Italiani d' oggigiorno, io non so se avendo di ferro le sole
strade, da queste sole otterranno altrettanto. E non era il fischio d'una
caldaja britannica che moveva quelle spedizioni famose: era la solenne grida
del Dio lo voi de' nostri capitani, erano la croce e la patria che insieme
contemperate nelle fnenti e ne' cuori, ricostruivano allora la grandezza e la
nazione italiana. Tuttavia siccome il mon* do, dicono, si deve al tutto
rinnovare, non ci sarà forse più mestieri di cotesti elementi per operare
grandi cose; e crédiamolo. Mentre però che l' immaginato e sperato rinnovamento
si andrà compiendo, assai mi conforta il considerare che pur resta tra noi
qualche ingegno illuminato e tranquillo, che mette in opera la sua moltissima
dottrina e sagacità per sottoporre a severo giudizio coto«U> al&re delle
strade ferrate ^ ed acceona sapientemente ai perìcoli e ai danni che uno
sfrenato fanatismo per esse potrebbe condurci y e propone come e con quale
temperanza andrebbero fra noi accettate, onde tornassero air Italia vantaggiose
compatibilmente collo stato attuale delie nostre piccole industrie, e de^
nostri diversi governi^ Voi giudicherete, del resto, se l'egregio Petitti si
sia sempre apposto al vero ragionando sulle vie di ferro costruite e progettate
in Toscana, e se quella della Maremma sia così per ogni verso dannabile come V
autore ha supposto. Io invece restringendomi a rispondere alla vostra dimanda,
se percorrendo quella via ferrata potranno i viaggiatori sentire alcun danno
dalla cattiva aria rispondo francamente, che non solo non ne debbono ri^
sentire veruno; ma che tutt' insieme il treno e la sua massima celerità
riunisce in se gli elementi i più valevoli a modificare ed annullare gli
effetti di una atmosfera inquinata di emanazioni palustri. £ prima di dirvene
alcuna delle molte ragioni che sostengono il mio concetto, premetterò il fatto
della nostra strada ferrata da Pisa a Livorno. Essa attraversa per molte miglia
r infetto padule di Coltano. Le partenze mattutine del vapore da Pisa neir
estate, e quelle della sera da Livorno cadono appunto in quelle ore, che si
sono sempre riguardate come le più pericolose e per chi abita e per chi
trascorre luoghi palustri. Nella ricorrenza della Luminaria, V anno passato, il
vapore corse anche di notte, ed era il mese di giugno avanzato, quando le
febbri miasmatiche cominciano appunto a svolgersi con forza: e non è ancora
avvenuto mai che alcuno abbia preso febbri nello attraversare cotesto paduje,
dacché il detto tronco di strada è stato messo in attività. Ora per dimostrarvi
come nel vapore si adunino i correttori di quelle priacipati caase che generano
V aria cattiva de' luoghi palustri, e valgono a rimuoverne 11 temuto efltetto,
io ne ricorderò alcune solamente, sulle quali non può cadere controversia, e
nelle quali non entrane mediche né fisiche arguteftte, e tali insomma che per
la loro natura semplice e fisica ciascuno le possa intendere. I miasmi, o altro
che sia di maligno ohe si svolge nelle terre impaludate, abbisognano dell'aria
quieta, o come direbbesi, morta di cotesti Ittsgtii, per stringersi nelle loro
affinità e oomporsi nella loro qualità nociva. Dimodoché se que* bassi slvati
d^ infetta atmosfera vengono agitati e dai venti o da qualunque altra fìsica o
meccanica causa, qudle n)efi*iandanti quasi nel tempo medesimo, e così via via
sino al termine della corsa. Ciascuno potrebbe con un volgare esperim^to
accertarsi della differenza igrometrica che incontra chi viaggia sul vapore, in
coi>fronte di chi perc(H*ra o a piedi o a cavallo o su navicelli del canale
il padule stesso di Coltane. Quest' ultimo troverebbe, specialmente in sul
mattino e la sera, i suoi panni tutti umettosi, nel mentre che alle stesse ore
transitando il padule sui voffmi scoperti, siccome io stesso ho provato,
siffiettta umettazione non avviene. Per la medesima modificazione dello stato
dell* atmosfera che circonda la locomotiva e la gran macchina eh' ella
U*ascina, (stato che i fisici un giorno misureranno e nella temperatura e nella
umidità, comparandolo a quello de' prossimi luoghi a certe distanze) i
viaggiatori a qualunque ora, e fosse pur anche di notte, non debbono incontrare
giammai quel fatale sbilancio tra i ealdi diurni e i notturni freddi che taluni
medici temono, ed incolpano come causa prima delle febbri estive nelle regioni
palustri. E quelli che credono al miasma, siccome cotesta differenza è un fatto
innegabile, pensano che le ore in che comincia V abbassamento di temperatura e
la forza d' evaporazione si scema, siano appunto quelle in che il maligno alito
acquisti il potere dì concentrarsi e precipitare ne' bassi strati deir aria, ed
assalire chi soggiorna o chi trascorre per coteste terre pantanose e insalubri.
Questa condizione adunque che favorirebbe la pre* cipitazione de' miasmi, o,
secondo altri, costituirebbe il più forte impujso a contrarre le febbri
maremmane, trascorrendo sul vapore i luoghi malsani, è rimossa, imperocché le
centinaia di persone ivi conserte, l' impetuosa agitazione e l' attrito deir
aria circostante, e l' accesa caldaja, e i suoi sbuffi e sprazzi vaporosi sona
altrettanti correttori e impedimenti perchè V atmosfera infetta attorno al
carreggio non si presenti con quelle funeste ineguaglianze di temperatura, che
preparano lungi da esso la cagione alle febbri. E sebbene non abbiamo ancora,
come dissi, fìsiche osservazioni che lo comprovino, io azzarderei di presumere
che attorno al vapore trascorrente in estate per luoghi palustri, sia di giorno
o di notte, debba esservi una temperatura pressoché uniforme, 0 tale almeno che
non possa raggiunger mai quella grande differenza che tra il dì e le notti
presentano cotesti luoghi. Oltreché l'abbassamento di temperatura essendo
promosso o favorito, come in fìsica s'insegna, dal calorico raggiante, ed
essendo pur certo come la radiazione notturna nelle pianure malsane sia massima
quando non incontri impedimenti di alte e grosse piante, e di case o fabbriche
fra loro non distanti, e quando r atmosfera non sia né ingombra di nuvoli, né
agitata dai venti, la gran macchina del vapore, nel suo velocissimo
trascorrimefttó sempre circondata da venlilaasione, ooma g;ran corpo interposto
iiUpèdisce la influenza dell' Irraggiamento su tutto quel tramite per il quale
essa trasvoja. Voi adunque vedete come non poteva il senno umano immaginare né
costruire altra macchina, che riunendo in 9è i principali e più ètìergicl
modificatori di tutte quelle cause finora conosciute, dal concorso delle quali
pten^ dono origine i maligni effluviì delle regioni paludose, fosse pitt
aoòoncia del vapore di terra a intraprendere viaggi oon piena siCurezia entro
alle nostre maremme. E quando pure le ragioni da me esposte si volessero anche
tutte contrastare, non basterebbe la velocità della corsa per garantire i
viaggiatori? La corsa di tutta la linea maremmana non sarà che di tre óre e
noéz^a, oome assicurano gli ingegneri. La maremma toscana quale è oggi, può ben
giudicarsi risanata per i due terzi; e quelli che non la visitano non se ne
possono formare utì esatto quadro; e con ingiusta indifFerenaa ai reali e
benefici effetti d' una magnanima impresa vanno ripetendo il solito
intercalare, che la maremma è sempre maremma, e ae la figurano sempre
spopolata', deaerta, mortifera* Quando io la prima volta percorsi la strada che
da Pisa conduce a Follonica, neir attraversare la Cecina e il Yadese, la freschézza
e la vegetazione rigogliosa di quelle campagne, gli spéssi ed anche eleganti
casolari, le ville, le fattorie, le pratora verdeggianti, e le bene ordinate
siepi e gli alberi che da ambi i lati la larga e comoda via fiancheggiavano, mi
rappresentarono piuttosto una Val di Chiana che una regione desolata. E quando,
come era giorno di festa, andai per visitare la cattedrale di Cecina, con pena
vi potei entrare per la immensa quantità di popolo che in essa era accolta, e
molta ne rimaneva ancora sul piazzale della stessa chiesa. Consolante
spettacolo si fu poi, terminata la sacra funzione, il vedere tutta quella gente
escire dal tempio con volti freschi e sani, con vesti e acconciature che
mostravano la loro agiatezza, e con tutta quella letizia che i terrazzani
sogliono prendere dai giorni festivi nelle campagne le più salubri e le più
popolose. Ond' io diceva ; è questo un Inno il più bello che si possa comporre
al boniQcamento di questi luoghi I e domandavo nello stesso tempo, quando e
dove saremmo entrati in ma* remma? Della quale io non mi avvidi veramente che
arrivato a Follonica. Che se io ho ben considerato la linea che percorrerà la
nuova strada di ferro, riterrei, che di luoghi tuttora conservatori dell'
antica infezione, essa non traverserà che la sinistra costa del padule di
Scarlino» Nel qual tragitto il vapore impiegherà, suppergiù, un otto 0 dieci
minuti. Ora in così breve tempo potrebbe r aria infetta attossicare V
equipaggio, quand' anche nessuna di quelle influenze modificatrici che io di sopra
menzionava, si volesse concedere al vapore? Credo che piuno sognerebbe siffatte
paure, né per i dieci minuti, né per le tre ore e mezza di tutta intera la
corsa. La guarentigia però che io presento con queste mi^ considerazioni a
tutti quelli che sul vapore percorreranno la via ferrata maremmana, non saprei
con egual libertà e sicurezza protrarla sin sopra le guardie che lunghesso la
strada dovranno esser collocate, né sopra le persone impiegate nei servigi
delle stazioni. V esempio della immunità di alcuni guarda-coste che si tengono
tutto Tanno in certe parti della Maremma, non varrebbe perchè non fossero
improvvidamente, dimenticate tutte quelle cautele sanitarie, che possono
preservarli dal pericolo in che sono stando fermi, e nelle ore d^l mattino e
della sera a' loro posti. Conviene dunque sulla linea proposta designare quelle
località, dpve possa esservi tuttavia rimasta alcuna sorgente d' infezione
palustre. E le guardie che saranno destinate in coteste meno sane posiziooi,
dovranno essere spesso mutate di posto ; e nella state e neir autunno si dovrà
loro passare una misura di legna, onde presso ai loro casotti accendano fuoco e
nelle ore mattutine e ali* imbrunir della sera; ed oltre a ciò, ciascuna di
dette guardie dovrà avere un cappotto di lana con cappuccio onde vestirselo
nelle dette ore. E delle medesime precauzioni e provvedimenti hanno pur
mestieri quelli impiegati che rimangono fermi nelle stazioni. £ in alcune di
tali stazioni, come ad esempio in quella di Follonica, sarà bene che vi sia una
sala di sufficiente ampiezza dove pure si accenda fuoco ne' detti tempi e nelle
dette ore, e dove pure si possano raccogliere quei passeggeri che si presentano
alla stazione i venti minuti prima della partenza del vapore. Né la società
vorrebbe esimersi da queste prudenti cautele igieniche, stando al fatto, che
tra le guardie collocate lungo il tratto del padule di Coltane nella via
ferrata da Livorno a Pisa non vi è stato ancora un esempio di febbre; perocché
essa facendo altrimenti, si sentirebbe sempre rimproverata da quel comune
proverbio, che ne' luoghi malsani per chi vola via v' ha il cento tanti di
probabilità di schivare il pericolo: per chi sta fermo v' ha il mille tanti di
probabilità d' incontrarlo. Questi sono i miei poverissimi pensieri intorno
alla questione che voi mi avete proposta : ed in sul termine della mia lettera
permettetemi che io ne faccia un* altra a voi di ricambio. La quale sarà meno
questione che raccomandazione; imperocché vorrei che col vostro immenso sapere
voi prendeste a discutere fra* nostf-i economisti e politici, se tutte le forme
materiali che assume Tidea del progresso presso le altre nazioni convengano
indistintamente a noi Italiani, fra i quali la base di quella SULLA syaadà
Ferrata maremmana. idea. Che è la Nazione ^ ncm è ancora ricostruita; se ri*
spetto. a questo grande e forte bisogno della nostra patria si convenga o sia
utile lo smarrire e disperdere Io spirita e le poche superstki forze negli
adornamenti al di fuori, trascurando di concordare moralmente e civilmente con
sé medesLiDa, e di bene acconciarsi dello interno suo stato; se sia più
probabile che più prestamente ritorni a civile prosperità quella decaduta
repubblica, che con decisa volontà e fermezza conserva i buoni ordini antichi,
sopporta di essere proverbiata di trovarsi mezzo secolo indietro nel vorticoso
movimento della civiltà delle felici sorelle, per gelosa custodia del carattere
e del costume suo; 0 r altra, che troppo sollecita e ghiotta di consolazioni e
di lautezze, non s' avvede di essere vilipesa e schernita volendo contraffare
goffamente le grandi nazioni, e star sempre nel ricominciare dove quelle
finiscono, e nel voler comparire quella che non può essère, e che non è.
Laddove più opportuno e saggio consiglio seguendo, rassegnandosi alle sue
parsimonie, stringendosi alla sua religione, e tenendo care le patrie usanze, e
mostrando maestosa fortezza nelle sue sventure potrebbe essere venerata e
compianta : ed in questo nobile ed efficace dolore concentrata, lavorare
indefessamente, e meglio che non si fa oggi, alla grand' opera del rinnovamento
della privata e pubblica educazione. Perocché noi non potremo recuperare le
virtù antiche che attraversando la via del dolore : e su questa troveremo alla
fine la palma del merito ; onde la Provvidenza riconoscendocene degni un'altra
volta, ci renda quella grandezza civile che per nessun favore di principi o di
stranieri, né per verun argomento materiale d' industria potremmo giammai
conseguire, se non sarà principalmente per le rinnovate virtù nostre. Nel
difetto delle quali in tutti i ceti diffuso, è la vecchia infermità della
Patria: ed é 50* . 5traBo e appena credibile, cbeooi vogliamo farla da medici
ai pHncipi e ai governi, quando i malati Biam noi^ e gravomento ammalati! ' '
Qoesli aodo i problemi, egregio mio professore, che dorrebbero 69S6r6
discifrali dalla vostra sapiènza. Alla ER k^à CIÒ chi: qui KVtM UàKNO l^fift
MMUlCVfld; LETTERA alti et. SN/ M. t. fLÒRtttt ViDDItétA». Gentilissima
Signoray Boezio, e Petrarca invocavaiuo supplichevoli la Pilen )Ofìa, i)erQhè
scendesse nella loro celle romite a conati are e governare il loro spirito : e
la descrivevana bella I maestosa della persona, e tutta amore nel consiglio e
leir insegnamento. Io non ho avuto bisogno oè d'invoca^ ioni né di suppliche.
La più cortese filosofia, o per meglio lire, la più amabile rappresentante di
essa, mi è entrato Q camera da sé; mi ha presenitato uo paniere di fiori di
paradiso, e tali sono riafiiùto^ rassohitò) il vero, il tuono, l'uno,
Tuniv^sale, T intuizione » l'intelligenza >rima, ed altri simili: ^ ed altro
paniere doliate anch'esso * Occasione a questo scritto dell^ Autore fu una
gentile e filo-ofica Ietterà delia S)g.« Flohenzi, colla quale inviatagli da
Perugia primi 5 fascicoli della Fisiologia deirUlvstre Pr«t B^NoCei; )• ual
lettera fu stampata insieme con quesU^ cb^ noi ripubblichiamo, nella BiviBta
Contemporanea di Torino, nello Sperimentale di 'iren%e, ed altrove. Essendoci
proposti di non inserìre in questo olume ehe alcuni scrìtti del Puc6inolU, abbiamo
omessa la Lel> Ta missiva della Big. Florttizi; come ci siame del fiarì
aatenvli ài ristampare il dottissimo Discorso del cav. prof. De Ren2i an* 3SS0
al Proemio dtlla Storia i»lla Medieina^ Mila edisioo* delle VjOOQdafi risici £
METAflSlCt. conteneva frutta squisite e rare, colte nel giardino della natura
da un occfljonte ^siologo e filosofo insieme, il comune amico Professor Bonucci
: e quando fui per prendere e gustare di cotesto belle frutta, che le mi
parvero fresche e saporose oltre ogni credere, la sapiente donna mi disse: t Di
questi due panieri, che io ti presento, tu ne farai un solo; imperciocché It
secondo non sia compiuto né perfetto senza la sua forma sostanziale, che è nel
primo F^ojef)^, t> Udjjcqa questa sp^ci^ di copsustanziazione i 6orinon
saranno più fiori, e le frutta non saranno più frutta. Vediamo piuttosto,
Madonna, se vi fosse modo di farne tutto un paniere, come voi saviamente
consigliate, ricuoprendo soltanto quelle buone frutta con quei nobili fiori e
divini; perocché in questo modo ciascuno riterrebbe la sua natura, e guardando
il frutto del paniere si anderebbe dalle frutta a» fiori, come dalle cose
terrestri alle celesti, oppure sollevando divotamente Tuno dopo r altro i fiori
sopraposti, si troverebbero le frutta, e sarebbe un procedere dall'alto in
basso, cioè di cielo in terra. viani qui a été trois ans avec M. Galilei. Il me dit son
» opinion du soleil, qu*il croyoit une estoille fixe, la conD servation de
toutes choses, la nullité du mal, la participatioa à Tame universelle, »
Mon^ny, VoyageSy » lyon, 1665. 3 voi. in 4«», part /, a carta, e in questa carta avvolgere dopo
una ptceola moneta d' argento, e gittarla in istrada. Il primo che passandola
raccoglie prende il reuma, e quello chefe aveva né guarisce. A Pisa il Padre
Francesco delle Scuòle Pie, avendolo già forse annusato per uno sciocco, gli
fct scrivere nel taccuino che i fanciulli pisani nascevano tutti con due
lingue; ma che per fortuna nelKorto del convento vi era V erba bislingim, le
foglie della quale erano un sovrano rimedio contro la detta mostruosità (pag.
273.). È quasi a credersi impossibile che la fama di questo babbuasso
credenzone non giungesse a Firenze; in modo che arrivato colà il Moncony, e
avvicinandosi in quella capitale al Torricelli, al Nardi, al Viviani, questi
valentuomini non ci si volessero anch' essi divertire. Di fatto il Nardi dopo
avergli mostrato i suoi commenti sopra Lucrezio, te lo scandaglia colla istoria
del prete Neri, e vedendo che il viaggiatore se la trangugia, gli appresta
subito altro più grosso boccone. Gli narra che in Firenze egli ave.va
conosciuto ed udito varie femmine artigiane e contadine improvvisare lunghi
discorsi in latino ed in greco, e sciogliere questioni di filosofia scolastica
difficilissime. Per esempio: se i contrarj fra loro si distruggono, come le
qualità che sono fra loro contrarie possono esser principi? Rispondevano le
dette femmine: sono fra loro opposte, ma non contrarie (pag. 264.). S'accosta
quindi al Viviani, e lo |)erseguita alla passeggiata. È qui assai probabile che
il fanatico e curioso Mongony interrogasse il Viviani sulla nullità del male,
sulla necessità e conservazione eterna delle cosej sulla partecipazione air
anima universale ; e il Viviani che sapea d' avere al fianco udo stolto
alchimi^a gli menasse buoni simili spropositi, o per isbrigarsene perchè
slimasse non conveniente alla sua saggezza lo scaponirne quel buaccione. Il
quale credutosi in perfetto accordo col Viviani, li dette nei suoi viaggi per
principii del sommo discepolo del Galileo. E d'altra parte chi non sa qual
fiore, qual cima di cattolico fosse il Viviani per ritenere come al tutto
favolosi i pensieri che gli attribuisce il Mon^ny ? Gli è anche probabile che
quel dialogo non avesse avato luogo, e che il Mon^ny penetrato da alta stima
per il Vivianì, onde porgerne un quadro il più bello della sua Biosofia, gli
attribuisse quelle massime che egli credeva bellissime, e che (questo è anche
più strano) egli credeva conciliabili col proprio, ed a suo modo rimpolpettato
cattolicismo. ^ Ora dunque, mio ottimo professor Viale, che abbiamo istruito i
lettori della Storia delle Matematiche del P. Libri, intomo alla balordaggine
del Moncony e de^ suoi viaggi, e della nessuna, o per meglio dire della
spregevole autorità della di lui citazione; riguardo al fìne che possa aver
avuto il P. Libri nel ricorrervi, e nel riferire al Galileo opinioni, che il
Moncony medesimo attribuisce scioccamente al Viviani, resterà problema che poco
importerà il risolvere, salvati che sieno i due sapienti italiani dal calunnioso
tentativo contro essi adoperato. Ed altro non resterà che il confermarmi quale
vi sono stato sempre De? . e Affcft. Amico P.., da Pisa, * L' idea de'
Roseo*crociaii della cotaervaùone di tutte le c&se (eonsenratioD de loutes
cboses, pag. 373] e che significava la ma' teria eterna ^ non va confusa col
prìncipio della con8erva%ione della fona de* moderni fisici, né col nulla n
perde in natura della chimica moderna. Questi dae concetti non escladono la
Creazione, né che ciò che ebbe principio possa aver fine. L' anima è la vita :
ecco la ipotesi che scese dagli aristotelici ai filosofi cristiani del medio
evo. Ma e Platone e lo Stagirita dettero alla parola anima un significato di
forza, di virtù, che dicevano anche idea o forma, la di cui natura benché
superiore o anche contraria alla materia non raggiungeva mai quel carattere,
assolutamente spirituale, che la cristianità le seppe in seguito concedere. E
in verità tanto Tuna scuola che Tal tra, cioè V Accademia e il Liceo, quando
volevano esprimere una sostanza affatto isolata, e tutta spirito in se medesima
la dicevano Mente, e da questa desumeva le doti sue intellettive V anima razionale
dell' uomo. Quindi al sentire e al vegetare della macchina umana si concedeva
del pari un'anima sensitiva e un'anima vegetativa, le quali due anime erano in
relazione con un' altra anima che era quella del Cosmos, o dell' Universo, dove
si adunava tutto il sensibile, in quella guisa che nella Mente si adunava tutto
l' intelligibile. Nel significato adunque che da all'anima la scuola greca non è
assurda l'ipotesi che r anima fosse LA VITA – cf. H. P. Grice, “Philosophical
Psychology, Zoo-logy, Bio-logy” -- la vita. Ma la filosofia ortodossa e la
scolastica in ispecie, che identificando la mente col* Vedi la Storia della
Medicina, e T ìmpar» %iaìe, Giornale Medico. . r anima dette a questa i
caratteri di quella spiritualizzandola in modo assoluto e immortalandola,
malamente si trova invescata nelle virtù fìsiche della vita del sentire e del
vegetare; e volendo anche questi attributi unifìcare é annestare alla sua
anima, il concetto dell’anima è LA VITA le divenne inavvedutamente un assurdo;
mentre, siccome abbiamo detto, regge vasi in qualche modo codesta ipotesi nella
pagana filosofia. Non conviene alla storia l'entrare in bisticci cogl’antichi
né coi moderni scolastici sulla assurdità del principio adottato da quelli, e
fanciullescamente oggi ripetuto da alcuni di questi. Invece come il concetto
fosse e sia barcollante per la sua falsità evidentemente apparisce dalla
ricerca e dalla esposizione delle c^se che nella filosofia scolastica dalla sua
origine lo introdussero. La storia con più dignità e sicurezza cammina per le
cagioni a dimostrare il falso; una volta trovate queste, e che le sien vere, è
troncata ogni disputa. Ora se io ben veggo, le cause di tale errore furono le
tre seguenti. Il principio dell’unità assunto come assoluto e non insieme
quantitativo, quindi non in relazione con tutta la estensione ed i modi dell’essere,
e delle scienze del sensibile e dell' intelligibile. Le influenze e l’impero
della teologia, nella quale ogni scienza entro alle aristoteliche scuole del
medio evo comincia e finisce. La ignoranza della FISIO-logia, e di molti
fenomeni del CORPO umano e delle sorgenti loro, che mantene il termine
intransitabile dell'autorità pur nella scienza della NATURA – la fisi dei greci.
Quando appuntarono il capo in quésta unità i filosofanti e dettersi col
pensiero a rigirarle attórno, la assieparono di nomi il più che potettero
sublimi; e il pensiero raccogliendosi poi sopra sé, si avvide d'esser sempre
chiuso in se stesso e di non sapere che quello stesso uno, che innanzi intuisce
e sa. Prova allora subito il bisogno d’esclrne fuori, e Tun filosofo gli si
pose dietro col non-ente; altro colla sostanza primordiale eterna; altro gli si
pone nel centro spandendolo neirUnitutto: chi lo fa divinità assoluta, né più
né altro volle sapere nelle cose che l’uno Dio: chi finalmente meglio inspirato
fa questo Dio creatore dell' universo, e in questo universo si contenta di
veder convertite in numerabili le immagini di quella stessa prima unità; e d’universali
e singolari, di generi e specie, di differenze e somiglianze, di involuzioni ed
evoluzioni, di congiungimenti e disgiunzioni, di moti e modi per mille guise
variabili, riempiendo il mondo, aprissi con ciò al pensiero umano il fonte
inesauribile delle cognizioni e della scienza. Come dunque il voler saper tutto
nella immensità delle create cose pell’intelletto umano equivarrebbe al non
saper nulla, cosi all'altro estremo Raggirarsi solamente dentro all'uno per
saper tutto, sarebbe lo stesso che voler nulla sapere. Dio solo rappresenta
l'Uno assoluto, e lo rappresenta perchè lo è. Dopo lui tutte le unità che può
concepire T anima umana sono unità relative e secondarie, compresavi anche
quella stessa della sua essenziale natura. Imperocché sopra T unità dell'anima
nostra il pensiero greco pose la mente, sopra la mente vi è l' uno Dio. Il
quale onde rendersi vieppiù intelletto dall' anima che l'intuisce, egli primo
gli piacque di escire dall' Uno e triplicarsi, per poi vi reddire. Se dunque
sia tu sincero o filosofo, abbia tu colore d’unitario 0 Umanitario, il primo
passo che tu moverai verso la scienza e' sarà appunto queir escire che tu farai
dall' Uno. Né me la devi dire scienza dopo che tu, fatto il giro, vi sia
toroato ; perchè un via uno è sempre uno, Que' siagolari che oel tuo trascorrerli
fuori dell' uno tu liai contemplati e considerati, posto che sieno stati anche
dieci millioni, se tu me li riporti air Uno restano sempre quali erano : ed o
la scienza era in essi o non v^ era ; se vi era è falso che neir uno stia la
scienza ; se non v' era è altrettanto impossibile che V uno da sé e da solo la
dia. £ non la suggella né la perfeziona che in quegli intelletti, che dopo
averla a dilungo studiata ne' particolari ed averla concatenata a gruppi ossia
leggi che rappresentano le unità mobili e secondarie, disposte a scala di
sempre maggiore altezza, con quel gran conato aspirativo che si chiama Fede,
quinci salgono alla unità assoluta che è Dio, e in lui Creatore deir yniverso
veggono ed ammirano consolati e stupefatti la Causa delle cause dei fenomeni
conosciuti ed ordinati a maniera di scienze. Ma quando arriva il momento di
codesta ascensione dello spirito, in chi non ha fede né in Dio né alla
creazione, e non di meno vuol posarsi nel!' uno, per costui r uno diventa il
culmine di un' arida roccia dove cessato sia il fischio del vento che vi
soflSava sopra; II. Da questo falso concetto sulle unità senza distinguere le
unificazioni relative dall' Uno assoluto, avvenne che nella umana vita dove
anima e corpo trovansi uniti, si stimò d' aver conosciuto abbastanza la causa
di tutte le azioni di ambedue, riportandole alla superiore unità rappresentata
dallo spirito. Pur nel medio evo quel poco che si sapeva in fisiologia doveva
bastare per convincere i dotti, che r anima intellettiva non poteva essere
benché unita, identica alla sensitiva né alla vegetativa: e se tra queste tre
azioni della vita V una dair altra differente di natara e di origine non v' era
omiogenia, T anima non ne poteva essere la cagione, né la vita che in dette tre
azioni era compresa poteva considerarsi l'effetto di una sola di esse; quando
invece nell'ampio regno della natura vi sono vite a migliaia che V anima
intellettiva non posseggono. Nulladimeno T abitudine assunta dal pensiero
filosofico di ragionare in teologia della triade divina, la quale sebbene in se
stessa s' intrei la è sempre una, e sebbene si umanizzi la è sempre divina,
fece sì che li stessi ragionari che siedevano sul trono della scienza si
applicassero air anima umana ; e colle forme, colle idee, colle palingenesi e
trasformazioni di sostanze, colle potenze, colle facoltà, tutto nella umana
vita fu ridotto all' uno e all' identico, e la vita fu anima e r anima fu vita.
Non si curarono delle conseguenze che il falso concetto versava in rovina della
parte mate* riale del corpo: menti acutissimamente investigatrici non potevano
non vederle. Bastava però ad essi salvare Tim* mortalità allo spirito : la
materia del corpo o scompa* risse affatto avanti al concetto d' una identità, o
dovesse anche il corpo riguardarsi immortale, eran questioni abbandonate
volentieri alla libertà del sillogismo. Che valore avessero in siffatte
argomentazioni le invocate forme, le idee, le trasformazioni, le facoltà, lo
vedremo fra poco. Vogliamo intanto che qui si rifletta come a schivare l'
errore della non veduta differenza fra le unità teologiche e le fisiologiche,
alla filosofia era mestieri, scendendo dalle cose divine all'anima umana,
descriversi attorno un perimetro minore di quelle ; ed entrare cosi nelle unità
relative. Le quali rappresentano precisamente una scala dove ciascun gradino
senza confondersi coir altro è col superiore e coli' inferiore connesso, e
colui che dopo salito all' ultimo gradino la facesse demolire, toglierebbe a sé
lo scendere e agli altri il salire, ossia OLÌ Atlnttsti ÀNtìGÉi £ ÉófoÉRm.
roTinerfebbe il fine Che T architetto si propose nel costruirla, di entrare in
casa e uscirne. Coà\ avviene a quelli che saliti sii air anima vi Vogliono di
legge tirare la vita, e tutte le unità fettoriienali e le ragióni di questa
Versare in qiielta. La quale avendo altre cinità e di sopra é di sotto a sé,
non dà verùtia guarentigia alle fermate j iiè sicurezza a'pòssedimétìti che vi
trasse la ftintasia de' filòsòfl. Dio fóce che le propaggini vitali sì
pOTt>étUassero per gènferiaziemi ; ma serbò a sempre tìtlovì atti bréativi
11 trasfóndere nell' uolno già dalla generazióne vivificato il privilegio dell'
anima intfelligente. So V intiéllettó non si vorrà far tiasceré per genesi
Spóntàiiea dàlia pappa degli orgaiilj bisognerà ptife coinè celeste dono farlo
venir dal di sópra. 0 vórrassi fantasticare che vita ed anima scétidano insieme
nelle generazioni, e allora r anima nostra non sarebbe che V allungamento di
quella del primo Padre, é tìarfe V intelletto alla vita o in sua vece airahima
tornerebbe lo stesso: innanzi a quest' unico genere d' uomo primitivo
sparirebbero tutte le specie, e r individuo umano non sarebbe più né pensato né
riconósciuto. 111. Nellcl igtìòratìzei della vera fisiologia in hiezzó alla
qualfe trovavansi di tiecéssità gli scólaisticl non avevano altro schérmo Che
puntellare il concetto dell' anima è la ì>(ta coh tutte le Itìeé, che nel
grande lavoro della loro dialèttica avevano accatastate sulla forma e sostanza
dell' anima umahà. Accanto a tale lavoro di ragióne e di fantasia i poverissima
era la raccòlta delle cognizioni della fìsica dell' tittlvérso, e dei fenomeni
del regno animale e dellfe loro óHgliii. Qdi dóVe la vita dispiega le sUó
fòrze, y Google dpve senza um^no intervento si $i{np[)ìraap cQ^tr^j^iom,
sistemi, funzioni, generazioni che con leggi, periodi q portentosa armonia
perpetuamente ondeggiano tra le attività causali e finali; questa vita più
grande, diflBcile, maestosa, durevole più della umana stava dinanzi a quelli
intelletti PQPie fr^ noi una cellula sul porta-oggetti del microscopio; aveva
assai corti grjpgrftqdiflaen^i, ^ era spesso gr^flevole, ij levarla
da|ris^rupaf.nto, e rea-? (Je^l^ di puovp invisibile. Oggi questa vita CQsmipa
patria airanim^ del filosofo \\n altro linguaggio, Io viveva, ella dice, quando
tu pon eri, e sepza te vivo e vivrò; studiami dunque meglio chp tu non abbia
fatto finora, e intenderai che ^e io non sono tua fattura, tapto meno lo sarà
l'organisraQ al qu^le sei unito, piccole! e fuggor vele porzione di tutte le
altre vite naopcliali. Annpv^a^ anche la tua fra le nostre, e allora intenderai
meglio tp stessa: giacché per la sola anima iptellettiva tu sei m^-r giore di
noi, e più prossima a Chi la tua vita e la ppsitra creò inpanzi a quella, e
alla tua e non alla nostra gra-i ziosamente la impartiva. l\ salutevole avviso
fu jptego dall'età scientifica odierna, che pu?) dirsi Tetà dei fi^iolor ghi,
la quale copsiderando rapida come pura intelligenza, tiene per assiomi : V
anipia può iptpire la vita propria cioè la sua essenza: la yita del corpo al
quale è unita non fa sa se non la sente; (juipdi la vita altro non essere che
esperienz^a in chi \^ vive, altro qqp dover essere che esperimepto in chi la
studia. Certo pop la può ^ studiare che chi la intende, e pella vita non
ipten(Jecb^ r intelletto. Ma la questione non è dell' intendente; è del
soggetto che si vuol comprendere. Il quale come congiiintiyp delle due
differenti sostanze gli è up campo dove apcqra assai mqlto v'ha a niieterp.
L'errore dell' idep? tità tra anirpa e vita ha tenuto indietro per secoli le
neh cessarle ricerche dei veri clementi conciliatori, non n^epoche non facesse
nel ciclo de* seosisti la vantata materialità dell' anima stessa. IV. Il
sensismo probabilmente non entrerà piti nella storia, ma l'idealismo
sottentratovi straripa da tante parti, che avendo ormai soffiato con troppa
lena nella polve in che volle ridotta la materia, questa gli è al tutto
scomparsa di sotto, e si che non ha più dove posarsi. Con queste intemperanze
perduta è T’armonia del pensiero tra il celeste e il terrestre, senza la quale
ogni umana scienza insieme è perduta. La filosofia greca riconobbe la necessità
di trovare un termine congiuntivo, tra le anime da essa rimmaginate ed i corpi
viventi, e Platone ci lasciò il predicato della mete$sij ossia partecipazione,
che tolse a Pittagora, il quale innanzi a lui aveala chiamata imitazione. La
metessi non confondeva runa idea colFaltra, ma vestivale ambedue di un'aureola,
che insieme e occasionalmente le faceva combaciare e riunire senza che alcuna
perdesse la specie sua. Restava però sempre a risolversi V arduo problema dei
limiti d' azione o di relazione o di influenza di coteste aureole runa sopra T
altra, onde le specjp differenti i^ si scambiassero negli atti loro. Le idee
platoniche se non giungevano a risolvere il problema, «e ne schermivano assai
meglio che non facevano gli Aristotelici colle loro forme; perocché quelle idee
eran meglio definite che le forme del liceo, sulle quali le ambigue
definizioni, le contradizioni, le ritrattazioni d^ Aristotele stesso e dei
commentatori tante furono, che né oggi si sa ancora intendere come lo Stagirita
le intendesse. Gli scolastici atterriti dalla confusione schiacciarono il
problema, adottando la massima della identit^b tra anima e vita, senza avvitire
che fatta F anima forma sostanziale ossia vita del corpo umano, questo diventa
necessariamente fat^ tura 0 creatura di quella: che a Domeneddio sarebbe
bastato crear T anima, e la creazione del corpo umano un suo atto creativo superfluo:
che V uomo solo che ha un anima sola e questa intellettiva sarebbe vivo nel
mondo: che senza sbriciolare cotest' anima in tanti minuzzoli, per quanti dagli
enormi ai microscopici sono esseri vivi nei mondo, niuno di questi avrebbe
vita: invece tutto è vivo nell'uni verso,, e l'uomo intanto ne è il primo
vivente, perchè alla sua vita assai più breve e labile di tante altre fu
elargita, come già dicemmo, un'anima in* tellettiva. Ora se quest' anima fosse
o fosse stata la Jormatrice del suo corpo, essendo l'unica dotata d' intelletto
e ragione, sarebbe stata nel valore architettolKco molto al di sotto delle sue
sorelle, la vegetante e la senziente, nel fabbricarsi un corpo che sia pur
stimato bellissimo, è sì fragile in salute e muore s\ presto. E veramente se
per le tre cagioni di sopra discorse sono gli scolastici del medio evo
scusabili dell' errore adottato, non mi so capacitare come oggi ad alcuni sia
venuta la scesa, di testa di restituirci le stesse baje. Ifliperocchè la
ragione, esaminati i tentacoli e i sostegni de1i# ammodernila teoria, subito s'
avvede del castello che frana da tutte le parti, e che cadute le solenni
autorità che ne' passati tempi si reggevano, oggi non c'è ^ più verso di
tenerlo in piedi. I rugginosi amminicoli sono per i presenti i medesimi che
furono per i passati : le forme sostan%iali: le trasformazioni: ìé facoltà
opotenstialità. V. Quanto alla forma sostanziale del corpo umatiò vivo, che
secondo costoro .iarebbe l'anima, io domanderò io prima 8e una sola forma è
capace di contètiere il ViviAcabiie di dim nature, cioè del viveDte invòlncró
corl)oreo, e deltó spirito pensante e intellettìTO?! Greci compresero che una
sola non bastava, e colla pensaiitè unirono l'anima vegetante, e la senziente,
e inalbarono che .le forme differenziavansi secondo questi atti diversi della
vita, I nostri che hanno voliHo indietrogiare sino alla scolastica del medio
ero, hanno ammessa un'anima sola in ciascun individua vivo: ponno adunque essi
confondere insieme le forme sostanziali dei sensibili e dei mutabili con quella
che è la stessa intelligenza? Le forme sono V ideale del sensibile ; ma questo
ideala è l'alone del sensibile stesso; e relativamente all'ideale 0 forma
sostanziale dell'anima, essere puro seniplice immortale, non pu(» avere che
tend^za o appetenza soltanto verso quella, siccome l' anima tèndente all'
ottimo appetisce il djvino. Queste partecipazioni fanno una unione, una
armonia, una cooperazione; ma non confondono e tanto meno identificano le
nature differenti insieme. £ non comprendono poi gli stolti, che identificando
anima e vita non vi sarebbe nessuna ragione di più per dare al vivificato la
facoltà di crearsi la propria anima da sé, piuttostochè dare all' anima la
abilità di formarsi il proprio corpo? L' anima noi^vive che pei la sua
intelligenza, e la sua comunicazioae co' ^nsibili è un'accidentalità che
finisce, mentr'essa è infinita. 11 *corpo umano vive in virtù delle sue forze e
delia vita che redo dalle leggi generative che furongli attergate da Dio nella
creazione dei due primi parenti maschio e femmina, e disse loro, crescete e
moltiplicatevi. Poscia infondendo loro l' anima intellettiva, disse, voi dopo
gli angeli siale fatti ad immagine mia^ e coronati di gloria e (fonare.
Coaserviosi pure nel linguaggio di tali medici ifìetafìsicanti le forme
sostanziali, e da|o ancora che tirate tiella Gli ANiìAisti Àìltictìi E Modèrni.
394 sua sostàtìka le forme del sensìbile e del vegetabile si faccia una sola
aiifma, cjuesta come spirituale tìòh potrebbe mai botisiistanziàrsi col
materiale, tiia solamente coll(3 specie ò forme di questo. Le qiiàli specie o
forme come di grado e di natura inferiori à quella dfeir anima, non potrebbero
che avvlcltìarsi ad essa per partecipazione, riè cotìtltdir mai una unità
assoluta, ma solamettté relativa e lemporainfea, Dssià un collegaménto
àcciidentalfe finché dura la Vltia dfel corpo ài quale è congiunta:,rtè
distaccata da questo, se non s'india, assumerebbe unità assoluta; che questa
noti compete che alla divinità. Essendo adunque nell' uomo due le nature, la
spirituale lé la materiale, due forme sostanziali e non una sarebbero nel
linguaggio aristotèlico da ammettersi, l*upa rappresentante la vita somatica V
altra la spirituale. E nella filosofia d' Aristotele forma e materia non si
creano a vicetida. VI. Ad altri è sembrato che il concetto P anima è la vitd
sia più fortemente sostenuto dalla ipotesi delle trasformazioni. E qui
seguiterò a domandare, da dove tali metanioftosi cotnincfttno? e di che qualità
sono, ascendenti o retrògrade? tengono sempre Una qualità o salgono al semplice
é scendono al composto secondo i bisogni? Dun ■ que, 0 animista, dove ti ferali
a dar moto alle tue metamorfosi, nello spirito o nella materia? Nello spìrito
nò, che nemmeno quello del cretino acconsentirebbe di convertirsi in materia: e
nemmeno, tu dirai, nella materia, mA nell* anima o idea o forma della materia,
la (Juale da vegetante si converte iri senziente da senziente si tranauta In
intelligente; Ma quando è divenuta intelligente cVedi lu che ritenga |ii attributi
di senziente e di . vegetante, o che gli abbandoni? Certo che gli abbandona,
dappoiché ritenendoli non sarebbe essere semplice né puro spinto. Ma la vita
allora chi la mantiene, se le altre idee o forme si sono trasformate?
Converrebbe supporre che la trasformazione si operasse per metà, cioè nelle due
specie vegetanti o senzienti, una parte andasse inispirito,e T altra
rimanesseal posto per trarsi innanzi colle funzioni vitali. Ed in una
trasformazione sustanziale è egli possibile un tale dimezzamento? Sparirebbe
allora la vantata unità della forma sostanziale della vita. Cotesto modo di
trasformazione dalla materia allo spirito sarebbe ascendente; e volendo
conservarlo uno colla vita sarebbe necessario ad ogni battuta di polsi, che la
metamorfosi retrocedesse nelF anima vegetante e senziente. Questo fenomeno
dell* alterno salire e scendere se non per metamorfosi almeno per movimenti, si
osserva negli atti materiali dell' organismo, come si vede ne' campanelli
elettrici, ne' minuzzoli di carta de' piatti metallici, ne' pendoli delle
elettro-calamite; ma appartengono alla fisica e non alla metafìsica. E quando
nella macchina umana la forma sostanziale più bassa si fosse metamorfosata
nella più alta, avesse assunta cioè la qualità spirituale e immortale, e si
vedesse già d' un salto padrona di avvicinarsi all' Uno assoluta, qual
metafisico vorrà o potrà insegnare che questa poi discenderà a tutti i momenti
a mantacar ne' polmoni, a pintare nel sangue, a cernere nelle glandolo, a
digerire nello stomaco, a fondere e rifondere materia da per tutto? In ogni
trasformazione s' intende assunta la nuova forma, e lasciata quella che l'
essere aveva. Ora se l' anima da spirituale forma si trasformasse in organica,
la spirituale che è la sua essenza sparirebbe. Né è ammissibile che una forma,
che nella sua essenza prima è spirito scevro afTatto di materia, dopo che si è
trasfonnata in forma materiale ritorni ad essere spirituale, e sostenga le
funzioni di forma semplice razionale intellettiva e immortale, quale è appunto
l'anima umana. Ondechè il refugio delle trasformazioni 0 è una chimera, o se
deve accettarsi, minaccia orrendamente tutto il regno spirituale, e fomenta
invece ' le perniciose tendenze al materialismo. Che ci vuole a sostenere che
la materia pensa^ quando al pensiero si consustanzia il vegetare e il sentire?
L' anima è una insieme col suo corpo, dice V animista: il corpo è uno insieme
colla sua anima, dice il materialista: quello che l'anima fa il corpo, questo
che il corpo fa l'anima. Talché da ambedue gli estremi scaturisce V errore.
VII. Però V animista che crede alla creazione e rigetta la materia eterna, e V
He che i peripatetici chiamavano la specie, ossia l'immutabile del mutabile,
tenendosi riguardato anche dai pericoli delle trasformazioni, fermo sempre nel
suo Uno, ricorre alle facoltà o potenzialità. Di queste, dice, come esistenti
in potenza e non sempre in atto ne posso accumulare nella mìa Unità quante ne
voglio. E qui siamo da capo con la razza delle unità moltiplicabili. L'anima
una ha bisogno di facoltà, le facoltà due e più hanno bisogno di strumenti, o
sia di organi, che in tre o in maggior numero mandino poi fuori V atto della
vita. Che è dunque questa vita? Le facoltà e gli organi non costituiscono
necessariamente V essenza dell' anima; perocché l'anima è quella che è,
togliendole ancora le facoltà vitali, e gli istrumenti di queste; ed e converso
la vita sussiste con più o meno di cotesto facoltà ed organi, senza che in
parecchi esseri viventi vi sia l' anima umana, nel modo come la intende la
cristianità. Dunque nemmeno per la gratuita attribuzione delle facoltà vitali
l' anima può esser la vita. Ancora sostengo, che la vita pon sarebbe più attiva
se fosse fattura deir ^ni^pa. Posto Rio cres^tore d'qgiai cosa, neirUfiivprso,
non può essere attivp che cif) cl^e fu immediata crisa^ione delV essere
Suprppap. Quelli che credono la vita (IplV universp concreata da pio neir atto
smesso della creazione possono vedere nella vitQ fisica del mondo propaginata
la divina attività. Ma qtiandp si dice che T anima, che ha la stessa attività
come ininiedigtta e divina creatura anch' essa, è dessa che fa la vita, questa
vita fattura deir animai col m^^zo imprescindibile delle facoltà e degli
strumenti materiali interposti, sarebbe una vita resuH^inte e pon primitiva, e
come resultante farebbe ricadere la fisiologia nel già combattuto errore della
passività della vita, e gli animisti odierni che si sono arrampicati sull'anima
per fuggire la passività de'sensisti, avrebbero messo T anima e s?^ stessi in condizione
assai peggiore. E perchè se T anima fece gli organi ed ha le facoltà di farli
agire vivamente, come il fabbro, V architetto, il pittore, lo scultore fanno
più ingegni, più fabbriche, più sculture, e più pitture somiglianti, essa non
rimpasta le sue membra a giovanezza quando vede che per trpppa età son vicine
al disfacimento? Segno è che essa entra ne' corpi umani a vita già iniziata nei
misteri della umana genesi ; e su questa vita trasmessa, su queste composizioni
organiche di gerrpe in germe trapassate, riposano le ragioni del vivere de'
corpi umani. I quali non prpvano che le limitate influenze di un impero
spirituale, a cui non sempre riesce d' escire d' impaccio e mantenere la
perfezione della sua natura e delle sue aspirazioni, Quindi non s'intende con
qual logica e con quale dialettica tutta nuova si ponno attribuire all'anima,
forma sostanziale semplice, tutta spirito, tali altre sostanziali forme, che
neir escire in atto sarebbero subito trasformate in materiali funzioni
compostissime. Io ho la facoltà di pénsair Vorb, dicévji l'alchittiista, e
riiutlo gliel contrastava; ma quando ihcJocfciava d'avere egualmente la facoltà
di fdrlo, tutti ràccusavaUd dMllusione e di follia, e Soltanto gli illusi ed I
folli credevano in lui. GonchiUdo finalmente su queste facoltà con due
Sillogismi, poiché parlo a Scolastici novèlli. Ogni facoltà deve {iartife dal
sUo soggettò. Ma l*ahima hbn è 11 soggetto delle facoltà di digerire, di
secernere, di generare^ di nutrire e denutrire, le quali facoltà haiibo organi
appòsiti, cioè stomacò, glandolo ec; dunque r anima noh può avere queste
fàdoltà. Ogni fdfeoltà che parte da un soggetto deve partecipare disila natura
del soggetto medesimo. L' anima essere semplice è spirituale non può aVere che
facoltà semplici e attenenti allo spirituale carattere suo; ma la digestione,
la secret zioile, la nutrizione sono atti materiali compostissimi, dunque non
possono effettuarsi dalle facoltà deir anima. Ora se le facoltà naturali e
vitali partono dagli organi, e la vita sussiste per gli atti composti e
materiali di questi organi medesimi, anima e vila sono due còse distinte; e la
loro unione nell' essere umano farà supporre influenze reciproche, ma non mai
causali; né assoluta, esclusiva^ sia dal lato materiale sia dal lato spirituale,
e tatito meno idéntica essenza o natura infra loro. Vili. FU pensiero di
Platone che le anime degli animati fossero attinte dall' anima dell' universo.
I cristiani possono dire egualmente, non delFanima umana che intuirono in altro
modo più puro e più sublime, ma della vita o fòrza viva Considerandola come
propaggine e lavoro della vita dell'universo. Gotal fòrza, etite matematico,
corbe linea, punto, superficie, idea attergata al soggetto, none creazione
permanente; ma continuazione del primo moto impresso nella creazione plastica
alla materia, eccitatore dMnfiniti moti sottoposti a leggi, che si risolvono in
altrettante forze conservatrici di ciò che fu una sol volta creato/ 1 fenomeni
di queste ordinate vicende cosmiche di tutto ciò che è vivo in natura, ponno
non escire dalla sfera de' fisici, de' chimici, de' meccanici, degli
elettromagnetici. Quindi è questo il campo della nostra scienza, la quale è
seconda dopo la metafisica, che conteoipla i fenomeni divini e spirituali;
opperò questa è scienza pr»ma: e sono ambedue congiunte per continuare aperta
la via alla scienza universale dell' essere col mezzo delle matematiche, che
partecipano negli universali e ne' singolari della prima e della seconda. Non è
dunque ammissibile una creazione permanente, ma V amore e il divino desio che
nell'anima umana, adunandosi gran parte * L' esperienza ed il calcolo hanno
condotto la Fisica moderna al PimCIPlO ft£LLA CONSERVAZIONE DELLA FORZA, 0
accamoIaU 0 viva nel lavoro della vita del Cosmo. Nella vita del corpo onitno,
microcosmo, esistono le stesse leggi: non ci è dunque bisogno deir anima quale
causa della vita fisica in Fisiologia: la diflferenza delle organiche tessiture
spiega quella de* moti vibratorii dei motori vitali, nei quali si trasforma la
forza viva conservatrice nel suo lavoro dell'equilibrio delle lunzioni vitali.
11 quale equilibrio se venga rotto da malatUa, è pur sempre la stessa forza die
in relazione alla natura e resistenza deir ostacolo morboso interposto, e del
tempo necessario a eliminarlo opera sempre e molte volte riesce a restituirti
1* equilibrio perduto, ed assumere in tal caso r appellativo di forza
medicatrice della natura. Questo significato o di operatrice sola, o di
cooperatrice coli* arte medica che lo ho dato sempre da un mezzo secolo in qua
alla forza medicatrice d*lppocrate, credo che renda superflua ogni risposta a
quelli che mai non cessano dal chiamare mito, penotuiUlà immaginaria, pi*ena,
un fiitto che la boria delle scuole ha tentato più volte di respingere; ma la
natura ha mantenuto sempre per bene dei vivenU, e per tutela perenne e sicura
della scienza e dell'arte. deirinteiligibile della natura, per un' altra sfera
tatta spirituale ritorni a Lui. Ora V atto creativo deir aoin» fa ed è una
creazione di grazia e parziale per Taomo, e questa è permanente, perocché
sfavilla di continuo dall' amore di Dio. La prima creazione cioè la plastica e
la vitale non poteva essere permanente. Dio si fermò, abbandonandola alla
uniformità delle sue leggi motrici e permutatrici, e alle trasmissioni
genitive. Nella seconda non poteva creare un'anima sola per tutti gli uomini,
perocché non sarebbe stata secondo il fine del merito e della libertà
individuale, e l' uomo individuo non ne avrebbe goduto. Dio volle essere
riamato dall'uomo. L'universo colla sua armonia esalta e glorifica Dio: r uomo
colla sua anima lo riama. L' uomo non avrebbe amato che sé stesso se avesse
avuto dal Creatore la sola sua vita corporea; ma mentre è sua questa vita in
comune con quella dell'universo, l'anima in lui infusa che ammira nella propria
e nella vita dell' Universo il supremo Facitore; per ambedue le vite la umana e
la mondiale, nelle quali si spera l'amore eterno, l'uomo con la sua anima riama
questo amore. Onde ecco come di necessità a differenza della creazione
plastica, resulta permanente il solo amore che mai non si rista dal suo
sfavillare continuo sulle creature, ed ogni favilla di questo amore è un' anima
che piove a informare i nascenti; anima che è ripresa alla morte per ritornare
all'Eterno. La quale se in vita non seppe o non volle rafforzare le sue ali al
ritorno, cadrà negli abissi; dove il maggiore sub strazio sarà il vedere e V
udir le altre letizianti e inneggianti pervenire alla beatitudine che mai non
fina. Che se la creazione fattiva del mondo e degli esseri viventi fosse
permanente, Dio creatore non sarebbe piti libero di disfarlo: e la mancanza di
questa libertà in chi crea distrugge la stessa potenza creatrice; perocché
solaroente Y onnipotenza ehe lo fece lo può disfare. La ereazione permanente
significa un Dio che si consustanzia nel suo atto, il quale dovrebbe essere
come lui di necessità sempiterno; l'atto creativo sarebbe il tutto e il sempre,
ossia il predicato primo dell' assoluto panteismo, che inevitabilmente
incontrar deve V estremo della negazione del creato. Quivi precipita altresì V
ipotesi che taluno oggi ha immaginata come pendaglio della creazione
permanente: cioè che V uomo è creato nello stesso tempo anima e corpo. 11 corpo
essendo dunque una ripetuta e continua creazione di Dio, non sarebbe allora né
organato né fatto vivo dall'anima: superflue le generazioni: la vita data alP
anima, superflui 1 corpi: anima e vita tutta una cosa, o morrebbero anibedue
insieme, o 9arebbero ambedue immortali. IX. Queste sono le assurdità e le
paradossali conseguenze degli unitarii,ai quali un dualismo imprescindibile
rimane sempre sotto alle loro esagerazioni, ed essi noi veggono. La storia però
lo manifesta in ogni più distinta epoca di filosofia. Nel decimo terzo secolo
il soperchio dell'ideale che suggerì il concetto /' anima è la vita, tienerò il
so* perchio del materiale che si unificò dall'altra parte nel nominalismo, e
indecisa tenne e lasciò la immortalità dell'anima umana. Le due schiere si
divisero per falso zelo d'apparire unitarie ambedue, intantochè l'uomo che
tenevano davanti a' loro studiosi intelletti, offeriva due differenti nature,
l' una di spirito l'altra di materia, SI bone conciliate insieme che parca
dovesse loro insegnare^ che a voler essere apparentemente unitnrj, siccome era
l' uomo che volevano comprendere, senza perfidiare neli' una natura e tirarvi
l' altra a dispietto del vero, bisognava penetrare nella indole del termine che
le congiungeva e nr^anteneva insieme con partecipazioni scambievoli. La
filosofìa dunque non deve inventare un uomo di sua testa ; ma deve farne dal
vero il ritratto II pili preciso e somigliante. E questa immagine è tale ohe
serve il solo rimetterla agli occhi del mondo, perchè i sistemi esclusivi
cadano subito in frantumi. 11 dualismo rivendica i suoi diritti, e costringe il
filosofo a inventare una formula, che se non lo contiene palesemente, non lo
escluda. In Aristotele /orma e materia sono un dualismo perenne. Non rimembro
la triade Platonica, nota già ed accolta nei loro volumi anche dai santi Padri.
Scendo ai rtìoùernì: tenie possibtleh^ la sua possibilità,che ' è pur qualche
cosa accanto a sé: V ente crea V esistente è non solo dualismo, ma è triade:
nel vedere tutto in Dio v'ha il veggente e il veduto: nel penso dunque sono
v'ha un triplice atto del pensiero; che veramente Tanima può pensare alla vita,
ma non esserla: nella tilosofia degli identificatori preesiste sempre il
duplice contrario, che va poi conciliato; nella Vichiana vi sono i tre mondi:
nella cristiana finaitnente v'è il divino e /' T^ma/io, il celeste e il
terrestre: nel microcosmo che ne è il compendio sono le due nature: talché T
immagine delf Aomo (/upWx si affaccia sempre come nel mondp della natura, così
in quello delle idee. Vuol dunque il filosofo conoscere ancora T uomo qual è,
dopo avere inteso da' suoi intuiti e insegnato neMibri quale deve essere? Gli
bisogna entrare nelle nostre scuole della osservazione e della esperienza ad
apprendere anatomia e fisiologia. Vuole il fisiologo dopo aver conosciuto sin
dove seppe e potè P uomo quale è nella sua vivenza e natura, conoscerlo ancora
nei penetrali della sua intelligenza? Raccomandisi allora alle scuole de'
filosofia Nei medici è facile trovare i pertinaci nello speciale stydk) VjOOQIC
400 au ANIMISTI ANTICHI E BfOOEaNI. della sola parte fisica del eorpo umano, e
non domandare nemmeno il metodo alle filosofie, ma chiederlo invece alle
matematiche. Nei filosofi air incontro per troppa loro burbanza, lo scendere a
studiare, e sperimentai^ sul materiale, ove alcuno il faccia, è sola curiosità
di vedere se nel variabile si trovano confermati per avventura i veri, che già
dette loro la prima scienza. Avviene pertanto che ambedue conoscono una parte
soia di quella essere uomo, che fecero soggetto delle loro meditazioni. Da questa
scissura di occupazioni e di pretese ne segue, che per farla da filosofi
ambedue precipitano nelle identificazioni; e il fisiologo converte tutto in
materia, e insegna che non V anima, ma il foisforo è quello che pensa; e il
filosofo trasforma tutto in idea, e insegna che tutto è pensiero neir uomo, e
che V uomo crea la terra come creasi persino il suo Dìo. Queste cadute sono
inevitabili, e la storia del cammino delle scienze e delie filosofie ne ha
tante, quante direi quasi s^ incontrano guerre nella storia civile delle
nazioni. Di che è cagione a parer mio, che T elemento congiuntivo delle due
nature neir intero essere dell' uomo è stato solamente supposto come
indispensabile, ma non ricercato né fisiologicamente né filosoficamente ai due
estremi di quelle contrarie potenze, nei quali natura volle che cooperassero
uniti. Y ha intanto' un elemento attrattivo alle dette due estremità, senza la
emanazione del quale né la vita plastica si manterrebbe, né la spirituale si
toccherebbe colle immagini o fantasmi de' corpi. Consideri dunque il filosofo
come lo spirito che nel di sopra si eleva sino alla divinità, infuso nel corpo
umano discender possa senza materializzarsi sino ad assumere tale qualità, che
di leggieri rispondesse a ciò che direbbesi elemento di emanazione congiuntiva:
consideri il fisiologo sin a qual punto la materia vivente possa salire a quei
gradi di pòlenza fisica, che senza essere spirito offra solamente di lui l'
immagine; sì che ne avvengano contatti, o come si nominerebbero meglio combaciamenti
con alcune delle estreme sembianze e reliquie della spiritualità. Questa
sarebbe la sfera di quelle partecipazioni scambievoli nelle quali si opera
Tatto unitivo delle due sostanze, e si completa l'essere umano. Di maniera che
né il metafisico né il fisiologo propriamente parlando studiano V uomo nella
sua interezza; abbisognando per completarlo le investigazioni speculative e
sperimentali sulle moltiplici partecipazioni e attinenze che Y una sostanza
dispiega suir altra, sì nella vita plastica, che nella umana di specie e di
individuo. In tale studio, immensamente nocivi tornerebbero i due principii o
preconcetti isolati deir animista e dell' organicista. Per questi non può
esistere elemento intermedio tra le due sostanze, o tutto è spirito o tutta è
materia: né vale il dire del primo, che il corpo é r istrumento dell' anima, se
la vita di questo strumento non é altro che V anima : né l' altro può star
fermo nella sua vita quale un prodotto della organizzazione; perché se questa é
causa della vita, la vita e V anima non diventano che un fenomeno della
materia: o se l'anima non deve essere compresa in questi materiali effetti,
sarà pur sempre indispensabile una dottrina delle loro simula tanee operazioni:
e questa dottrina sarà pur sempre quella della vita umana: e questa vita umana
potrà poi essere nel suo tutto non altro che organizzazione? Quante vite
dovrebbero scaturire dalla macìchina umana che ha pure tante glandolo, e tubi,
e filamenti diversi e viscere tante ! Qui però si potrebbero le parti ridurre
al tutto e questo tutto essere la vita : ma questa vita sarebbe sempre un
fastello di vite diverse e non una vita sola, perocché la riduzione delle
quantità non cambia le nature, se insieme anche le qualità diverse in una non
si trasformaflo. Lascio stare che la vita offertaci dagli organicisti sarebbe
una vita passiva; mente l' attività compete alla causa e non air effetto: nel
qual case non bisognerebbe più discórrer di vita, ma aotamente di organi vivi,
ébe è quanto dire solamente di materia. X. Si òonelode che cotestà benedetta
vita più la rincòrrdho e pi» fugge e si dilegua avanti agli animisti e
materialisti. I quali vorrei eiie in luogo éì repellersi e vituperarsi a
vicenda^ si cóllegassero insieme entro al circuito di quelle parteoipazioni, che
raffìgiirano in gràh parte le influenze e le induzioni della elettricità ; e
quivi cercassero di scoprire il come e sino a qual seguo con flusso e reflusso
te azioni discendenti dello spirito colle materiali ascendenti si combinanOi Ih
questo punto il metafìsico si troverebbe col moralista, al quale spetta
eminentemente Id studio delle partecipazioni per misurare diritti e doveri,
colpa e peha, educazione fìsica e nforale. meriti e ricompense* viiiii e bontà.
E qui concorrendo il fisiòlogo moderno, che ha saputo inline dalle sperienze di
Galeno a quelle di Haller, e dall' Har\eo a quelle del Malpighi, del Borelli e
del Redi, dello Spallanzani, del Galvani e del Volta scendere alle ultime della
scuola sperimentale alemanna, può sostituire alle ipotesi galeniche e degli
scolastici^ che la veduta lacuna dell' elemento congiuntivo d^Ue due nature
riempivano di spiriti animali che cred^van segregati dal sangue o dai
venlricoi. del cervello, di virtù concupiscibili che facevan partire dal cuore,
di virtù irascibili che tiravan fuori dal fegato, e di anime vegetative e
sensitive, e di forze tante quante erano le funzioni della vita plastica; può
sostituire, dico^ tutte quelle potenae vere e reali che sono Uk luce. GLI
ANIMISTI ANTICHI E MODERNI. 403 il calorico, le sostanze gazose, le eteree, le
elettriche, sia che dinamicamente o chimicamente lavorino: potenze che entro al
mondo organico sì feraci sono di ragioni e spiegazioni fenomenali da far presto
sparire la difTerenza tra esso e l'inorganico, e determinare i limiti di vita
che esse raggiungono, e quanto di vitale ciascuna e tutte insieme sino ad ora
sono giunte a rappresentare. Il fatto è che oggi bisogna spingere innanzi con
tali mezzi, altri ed altri esperimenti, perocché non vi è parte della medica
scienza, la quale da un esperimento fisico o chimico, o Qsiologico bene
assettalo e terminalo in alcuna verità, non ricavi lumi ed avanzamenti. Né
anima né vita noi dobbiamo né fare né scuoprire. Queste esistono già date e
falle dalla mano deir Altissimo nella macchina umana. Dobbiamo il più e il
meglio che pensando e sperimentando ci é dato, conoscere i momenti e le fasi
della loro congiunzione nella quale 1' essere uomo si completa. Kè gli sludii
del metafisico, del fisiologo, del moralista hanno a nutrire la pretensione di
giungere a sapere cos'è l'anima, cos'è la vita; perocché quando dal lungo
meditare e sperimentare sei domandassero, ciascuno si sentirebbe forzalo a dire
nol so: giovami però, direbbe insieme ciascuno, il sapore che Puna non può
esser r altra; e che essendo nelTuomo riunite, vi debbono del pari essere
fenomeni e leggi di tale armonico concerto di forze e azioni scambievoli, di
moti vibratori! capaci a convertirsi in attrattivi sotto la influenza del
cambiarsi r una nell'altra le forme imponderabili della forza viva; nella
cognizione e determinazione dei quali fenomeni e di altri consimili la massima
parte della scienza fisica della vita è riposta, e dove il problema
dell'elemento congiuntivo delle due nature tuttora irresoluto, si ridurrebbe ad
un semplice e dimostrato fenomeno di vicendevole attrazione. ILLUSTRAZIONE DI
UN CODICE MANOSCRITTO DEL SECOLO XÌU DELLA BIBLIOTECA IfAGLIABECHIANA, CHE
CONTIENE LA CHIRURGIA DI RUGGIERO E LE PRIME GLOSSE SALERNITANE. A comporre le
ancor vive controversie presso gli Storici sulla vita di Ruggiero e la sua
opera chirurgica, e le glosse che vi furon fatte, e il preciso carattere
storico e scientifico che loro conviene assegnare, la via che terremo sarà
questa: 1® Dell'esame de'codici. Jo Del passaggio deir antico testo di Ruggiero
da Salerno in Bologna. 30 Di un volgarizzamento quivi fattone. 4» Pervenute in
Bologna le prime glosse, compiuto ed esposto il lavoro di Rolando da Parma
attorno ad esse ed al testo di Ruggiero, ricercare le modificazioni che il testo
e le glosse riceverono passando dall' una all'altra scuola, dall' uno air altro
espositore, fino a quelle che mostra oggi il codice mazzariniano illustrato dal
Daremberg, e publicato dal De Renzi. Il qual codice per la sua confusa
ricchezza ha fatto maggiormente sentire il bisogno di un codice tipo,
originale, che dalla stessa sua antichità fosse stato preservato da addizioni e
da note, siccome avvenne dal commenti di Rolando parmeiise in poi, e d' onde
incominciarono tutti gli altri codici finora conosciuti in Europa. E la
originalità di cotesto codice desiderato valesse nsieme di comparazione e
ordinamento di tutti i posteriori manoscritti a riconoscervi T altrui, e
assegnarlo a chi spetta, nella successione de' glossatori, de' menanti, e delie
edizioni. 81Esame dei Codici. 11 codice che noi prendiamo in esame, che
probabilmente fu copia, ovvero originalmente discese in questa Biblioteca dei
monaci di San Marco di Firenze dalla Biblioteca Cassinense, avendo la più
stretta rassomiglianza per le materie e gli autori contenutivi con i codici
Cassinensi già da noi altrove descritti/ esiste oggi tra i cosi detti codici
manoscritti dei conventi nella Libreria Magliabechiuna, Classe XV, Banca I. X.
46, membranaceo in 4^^, a due colonne, fregi e postille in margine, iniziali
miniate, scrittura del secolo XUI, prima metà. Contiene i seguenti trattati:
loannitii Isagoge inartemparvam Galeni •— H'ppocralis Aphorismif prognostica
Philareti de Pulsibus Iheophili de Unnis G aleni Ars p(irva q^ioé inscrihitur
liher Techni Galeiù Hfppocratis ih Begimitié auctorum -^ Anlidotarium Nicofìxi
~ Rogi^ru ]MA&l:»fhl PaRMENSIS KX SCH0L\ S\LEIIN1TANA ChIHUKGIA CIM
G\JO^%iè Constatittai in Pantegnide Hegimiìie sauitahs. Incomincia, il testo di
Ruggero col Prologo da queste parole, Post mundi fabricam etc» In esso prologo
si dice ella maniera degli scrittori della scuola di 2:;;^lerno, Quan
venerabilium nostrorum sociorum, sapimtium et iUit tlrium virorum
intercessione, non dignar pulsa ul opt rare consuevimus^ in scripUs redige» e
deliberaUi, rat/om deorevimus. Nel prologo al libro secondo ripete Ruggiero '
Veggasl il So volome della noslrt Storia de p«g« 850 sino a in propria persona,
Ah egregio dmia Cofunit ìoniorìs. Lectiooes ex codice Breslai^iae a Glar.
Heocfael traoscripl». potes^ leggere per areliemium o aretinensùm come avrei
desiderato; imperocché dicono essi, non coooscersi antica carta q citazione o
iscrizione, dove gli Aretini siano in cotal modo chiamati: invece sempre si
incon* tra il Paulus o il Petrus deorezio^ ovvero i milites are* tinif ocives,
le aretincte historiae, Thaacclesia aretina^ Kesta dunque un Guidone degli
Areniehsi, personaggio affatto incognito, che avrebbe riveduto e pubblicato il
testQ primitivo delia Chirurgia di Ruggero. In Ispagna a poca distanza da Toledo
è un castello detto Aranjuez, che potrebbe avere dato agli indigeni il nome di
Araniensi o Areniensi, ed esserne uscito un Guidone elette* rato 0 medico
addetto alla scuola di Salerno. Certo è che la Spagna dava in quei tempi non
pochi maestri alle altre scuole d' Europa, e Guido di Chauliac rammenta \xn^
magister Nicolaus Caialatms fra' chirurgi operanti dei giorni suoi. Con tutto
ciò, mettendo innanzi quello special modo di leggere cui deve di necessità
obbedire talvolta la medica paleografia, convertirei volentieri la prima n
della parola Areneusium in ti o n e leggerei Areziensium ossia Guidone di quei
d' Arezzo, e se fosse vero che Guido aretino monaco dell' ordine di San Be*
nedetto, scrittore celebre dell'Antifonario nascesse nel mille e novanta otto,
avendo il millesimo del nostro codice innalzato Ruggero al principio del
duodecimo secolo, non sarebbe improbabile che la scuola di Salerno, che a queir
epoca non erasi ancora trasformata intera^mente in laicale, avesse chiamato il
monaco Aretino alla revisione o ordinamento del libro di Ruggero. Ma gli anni
della vita di Guido Aretino sono così variabili presso gli storici e i
biografi, che non prestano sicuro sostegno alla nostra opinione. 11 nostro
codice adunque lascia nd dubbio il Guido Aretino dei codici posteriori, e
presenta un Guidone degli Areniensi affatto incognito alla storia.
ltjL«8T!ULÌt«NX VUÌtb ()akito ìiì ddntroversia rflirabflmènte éhidita Irà il
Ddrèfnberg e il De Benzi, è ia Drigtòe de'QQéttfd Ma^H bbtoff delle Glosse, e i
nómi lord offertisi la pfimft TDlta net matiOdcritlo Mbiiaridl&ttd, e le
mèdi^ioni dèlie ùùA dette pUioie de* quattro i^ettri, che di trevaii aitale in
scrittóri ahteriori air època assègoàtu al manò=^ scritto parigino. Ma la
burrasca delle difBóOlta.in óhé si Éionó meési da s6 medesimi i due dotti
scrittori può alquanto calmarsi t sé non fó^se adche sparire, ove si Facciano
le seguenti considerazioni. Il De Rénei dice, e noi siamo coli lui, di aver
diittostrato che i quattk*ó Meeèlri citati nel Códìóe Mazzarino, Archimotteó,
Pétroncello, t^lateario e Ferrario, vissero la loro medica vita dal 4070 àHlOO,
e che si sarebbe sbagliato niente meno che di iue seódii la cronologia di tali
Maestri, stando al Codice Mazzariniano.' 11 medesimo De ftenzi stabilisce coir
Benschei, ehe nel cadere del secolo XI la scuola Salernitana ebbe un collegio
medico, costituito dairAfflaisiO; (ì. Piateàrio il» Matteo Plateario il
seniore, 6artolommeo, Petronio, Ferrerie, Colone juniore^ E che da (|uesto
Collegio si cavarono i Quattro Reggenti della scuola dopo Costantino. I nomi di
questi quattro Reggenti che compilarono il Compendium Salttnitanum si irovanid
fra quelli del Collegio, e sono pure quelli che Sguratio come autori delle
Glosse del Mbnoscritto Parigino. Uno di questi, Plateario Giovanni li, nella
sua Tratioa b9*tiHs è il primo ad assegnare ai quattro maestri P^ renio,
Ferrara e a Matteo Plateario seniore, distinto tan due M M, quasi due volte
Maestro, o plus quam MagiHer, la formula salernitana di certe Pillole
artritiche. La qual formula co' medesimi nomi, anzi col nome di Matteo
Platoofio seoioro, coov«rtito in un ArohimatteO) come •S«M.Mm>T. l»p«H7. ;
Mh Gwtfce Parigino^ si incontra aJia fine del XIIl secolo nell* Pratica di
Riccardo.* Ora rùì eia permesso di sofitenei* che questi quattro maestri non
poterono esser quelli che glossarono la prima volta la Chirurgia di Ruggero^
perciocché il manoscritto Magiiabechiano presenta senza nessun nome le sue
Glosse, né in mezzo a queste si rinviene mai il rinvio alle Glosse dei quattro
maestri) come accade nelle Glosse del Codice Mazzarino. L' esistenza adunque
dei quattro Maestri è un fatto storico nella scuola Salernitana; e non si può
sostenere che te Glòsse siano state compiste da un solo autore, quando la
stessa Chirurgia di Ruggero fu fatta e com^ posta, nm a Bagerio solum, sed a
tribus aliis cura eo. Ruggero stesso c( è testimonio nella sua Pratica Medi^
ctniv, che i quattro Maestri esistevano nella scuola prima 6i lui. Nel 4*
Trattalo al Gap. De lienferia^ Ruggero dice, Iteìn trw^'sei arsenici, et
trocisci iiij magistrorum valetU in tUraque musa. E se noi poniamo Ruggero nei
primi anni del duodecimo secolo, cioè tra il mille e oen» ID venti è trenta,
possiamo sapere che quelli stessi Maestri nominati da Plateario II, e che
autorizzarono dei pretorio fyoroe le pillole, la stessa autorità Impartirono ai
troQÌsci ricordati da Ruggero. Sicché quanto agli ar-^ gomenti farmacologici,
direi che senza dubbiezza alcuQa la storia può ritenere, che i nomi de' quattro
maestri fion quetU ricordati da Plateario e da Riccardo* Ma quanto alle Glosse^
avvegnaché apparisca oerto che nemmeno le prime furono T opera d' un solo
maestro, fatte anche risalire queste prime al 4230, vale a dire 50 anni dopo la
compilazione del testo,^ i nomi riportati dal Codice Mazzariniano chiaramente
appajono i medesiali di queili delle pillole trasportati alle Glosse. Nello *
]Mreiiibei|[» pr#wo il De Henzi. Schol. Salalo., Stesso tempo io ravviso come
saggio il divisamento della Scuola di autorizzare la virtù di un composto
farmaceutico con più nomi di maestri, anziché con uno solo; e cosi autorizzare
una operazione chirurgica, o un metodo colla stessa pluralità di maestri. La
forza e la raffinatezza logica del ragionare, sosteneva da sé baste voimente la
teorica; ma la pratica, massimamente ia Farmacologia e in Chirurgia, non poteva
sostenersi che colla autorità. Quindi i quattro maestri per pillole e trocisci,
e parimente i tre o quattro maestri per compilare una Chirurgia e le sue
glosse. Così le prime Glosse ricordarono nel loro Proemio, senza curarsi de'
nomi, che non Ruggero solo, ma altri tre maestri si unirono a compiere quel
testo di Chirurgia, che nel suo nome come del più benemerito veniva intitolato.
In seguito non c'era bisogno di ricordare una seconda riunione di maestri per
compone le Glosse, e queste furono ano* nime, come continuazione e schiarimento
del testo, che riuniva cosi la pratica di quattro maestri in chirurgia. Dopo
tali riflessioni l'esame del nostro Codice ci condurrebbe a concludere : Che il
millesimo del MCLXXX è la data della prima compilazione in Salerno del testo
della Chirurgia di Ruggero. 2^ Che Ruggero medesimo ne fece sentire alla Scuoia
la necessità avendo mostrato che la sua PrcUica Medicin(B, comunque
comprendesse molte teoriche e generalità chirurgiche, la Chirurgia esigeva un
trattato distinto per la sua parte operativa. *ò^ Che come innominati furono
gli autori che si associarono a Ruggero per la compilazione del suo testo,
altrettanto innominati furono quelli delle prime Glosse al testo. 4« Che il
manoscritto magliabechiano anterióre a Rolaodo, contiene Glosse che
indubitatamente debbono riguardarsi come copie delle prime, e il testo il più
puro che fin qui si conosca, essendo gli altri pochi manoscritti finora
scoperti tutti posteriori al Commento di Rolando. Che la data che si trova
negli altri codici è assai probabilmente la data che deve assegnarsi alla
compilazione delle prime glosse. 6e tratta: che i maestri delle seconde Glo^ge
prendono finqhè possono segnatamente al comii^entq dei primi chiosatori; rpa si
ì[ermapp poi in un tratto 0 per dare ciò che resta a Rolando, o per
r\pren(^erlo essi quando la rubrica di altro capitolo lo esigerà Ij pan. H. de
manifesta fractì^ira cranei. Cornm, anatno^ mu^istr. con|:iene un lungo brano
delle nostrq CÌiioì: daj sicì^t dicit Avìcennc^ sino alle parole demu'n procede
in ct^rq ut prius. E qui i maestri SQspendorio p* ' dar liiogo a Rplando, che
viene leggendo cpnie suo testo di Ruggero, De carile super flua eie. Gap. IH: ^
v^fo ante cranet repfLrationein^ ^ quel q{ie Sfoglie, con> * De Renzi, Qp.
cit. 5lp. presovi VApt>stol!con Chirurgicum, la di cui cbmpòàlzione già data
nei testò di Roggero era notissima al t'em^o di Rolando, perchè fra gli iailtri
Dihd Del Gàrto aveala dedcriità nel hqo trattato Deyli emphslri e (%{!'
unguenti; e non ostante Rolando ne fa per suo contò uh capitolo a )[iarté. E
ritornando in scena i maestri non fanno al Gap. Ili altro commento bhè
rii3rodtirre la Chiòsa MagltabeChiana dal Si nero aliqwx caro fino alle parole
ne incidAt in febrem aeùtam: il resto, come si è notato di sopr^^Se iD
appropria Rolando, è ne coitipone il duo capitolo. /)e dieta vulueratorum. lì
cap. V de^ fecondi maestri De manifesta fractura cranei cum vulnere
strictoriproduce letteralmente le prime chiose del nostro codice dalle parole
et nota quod cum veneris ari infirmum sino a quelle et sic usum ùd terctum dion
dimìUat. Il , De (radura ad modunì rimule è trattato due volte nelle prime
Glosse : una volta in continuazione del lungo commento che i primi salernitani
maestri fecero al capitolo De divisióne vulnerum copitis: una seconda volta fa
argomento da sé, e s'intitola De fractui^a cranei ad mvdum rimule. Vollero con
ciò quei maestri dividere il caso della fenditura del cranio occulta dalla
manifesta, nella quale è da ricorrere prontamente alla trapanazione. Qui dunque
vi è il testo di Ruggiero che riunisce in uno stesso capitolo ambedue i casi:
vi sono le prime Glosse che differenziandoli, danno precetti e cure da ambe le
parti. Coxne s'accomodano qui Rolando e i secondi glossatori? Rolando
s'appropria tutto il capitolo di Ruggero, e i secondi chiosatori stralciano
dalle vecchie glosse tutto ciò che si riferisce ai due casi summentovati della
fenditura del cranio, per riunirle in un sol éapitólo-, W quale itìfcómincia Si
V Fin qui la traduzione del testo, alla quale il Tra" duttore pone la
seguente aggiunta: nota che le ferite delk reni meglio si saldino con ponervi
su herbe che homo a fnundifìcare, le quali sono dette di sopra ^ che con alcuno
altro rimedio, secondo Maestro Ugo, Questa citazione di Ugo, forse vivente
ancora quando si traduceva la Chirurgia di Ruggero in Bologna, mostra come il
traduttore volesse pareggiare, in ossequio al chirurgo bolognese, autorità di
lui a quella del salernitano. • a Della pietra nel collo della vessica. Se la
pietra che sarà nel collo della vessica vorrai a conservazione mandare al fondo
di quella, preeedenti gli fomenti et unzioni tnettivisi dentro poi siringa ^ et
da poi per aJcuno spazio mettisisiringa al collo della vessica, et leggermente
et suavissimamente et con cautela la pietra dal collo della vessica si madidi
giti al fondo. 0 tu fa così che è pia sicura cosa et fassipiù leggermente come
siamo usati di fare premessi i fomenti et V unzioni: » faccisi tutto quello che
noi aviamo detto a cognoscere se pietra sarà ne la vesica,et messo dentro le
dita et' premuto col pugno della mano sinistra sopra il pettignone con quelle
dita traffichi il collo della vessica, et a poco a poco si rimuova la pietra
che è quivi et diligentemente si conduca al fondo. Et così colui che è gravato
di tale i)assione potrà perseverare a lungo tempo. » Ruggero nel capitolo, De
lapide in collo vesice, non parla punto né di siringa né di petroleo. Nel
Codice Magliabechiano il testo del sopra detto capitolo è in queste sole parole
compreso. Si lapidem in collo 9 vesice existentem in fundum vesice ad
preservatio» nem impellere volueris precedentibus fomentis et unii ctionibus
prosequuntur omnia que diximus ad cognoscendum lapidem in vesica: Digitis
intromissis et pugno sinistre manus super pectinem impresso ipsis. Qui il
manoscritto ha tina lacuna, alla quale risponde in margine in carattere
minutisaimo e della stessa mano la parola petrolmim. ÌLLUSTIlAZIÒNfi » digitis
collum vesice tractètùr H paulatim qui ibi est 9 lapis l-emoveatur et sic caute
fet diligenter ad funduin ù dubatur. Sic nèmpe qui ex tali passione gravetur
diuh Uùs preservari valèbit. Questa seconda modiflcazlotte adunque che il testò
di Ruggero riceve della Chirurgia bolognese, là quale nemmeno si trova nelle
prime glosse salernitane, fu introdotta dal traduttore per essere forse in uso
dei maestri Ugo o Bono padre di Dino del Garbo; oppure cohfie Filtra per
ossequiò alla autorità de'maestri locali; giacché il traduttore stesso
prefeHsce di starsene al precetto di Ruggero: Rolando coìpiatoré al sòlito V ha
tolta di peso dàlia traduzione volgare, e 1'ha intrusa letteralmente come sua
nel suo commento. La terza correzione fatta al testo Rugeriaho dal
volgarizzatore consiste neir essersi astenuto dal tradurre peb intero là cura
chirurgica che Ruggero propone nel suo capitolo, De lepra di quelle quattro specie
di lebbra che egli chiama AHopicia, Elefantiasi, Leonma e Tyriasi, e neir
averci data una inutile e falsa spiegazione di queist*uUlmò hòrtie, prendendola
da un serpente dello stesso nortìe che ìsohfricandosl si spoglia; perocché i
malati di co'tesla l'ebbra per la pruzza si graffino sempre e scalpiscànó la
pèlle. Ruggero non dice nulla della derivazione del nóme, abbandonandola alla
orìgine cònsaputa e naturale, cioè di lebbra propria dei popoli della Siria,
che àvfevà al sud la Giudea e la Fenicia, ed in questa era Tyro. Cóntro alla
(Jual lebbra consiglia Ruggero uri secondò ùngehlo il di cui pHrtiò farmaco è
lo zólfo, ungùebto che il Traduttorie; tralascia, li^n tràducendo che il primo.
Questo Capitolo riceve altresì un' altra modiQcazione neir assegnare Tumore
principalmente infetto alle quattro specie di Lebbra. Ruggero assegna il sangae
alla Allopicia, l' umor melancolico alla Elefaùtiasi; il . 4S/{ QfìgRia alla
Tiriasi, il cplejra pila |.ep.n,jpa. Invece nfl volgarizzamento T^illppicia è
per flegrpa, V Elefan^ijjsj è per i^ìingue, la Lpoqina è per colera, la ^iriasi
è per rnelaocoiia. E q^iestcì varietà n^gli un^Qri assegnati è qndata sempre
offerendoci via via che si sopo moltiplicate! je copie del tpato di Ruggerq,
nel diffondersi dall4 scuql^ ELLA MAGLIABECHIA.NA. 443 De incisione ossis
màims. De dislocatione membrorum. De disiunctione humeri a spatula. De
dislocatione ossis cubiti. De fractiira ossis humeri. De fractura ossis cum
vulnere. De con^olidatidne ossis. De vulnere toracis. De costi». De vulneribus
intestinorum. De vulneribus, cordiS) pulmonis et hepatis. De vulnere splenis.
De vulnere hepatis. De exitu intestini propter vulnus. De fistnla et cancris et
apostematibus. De mammillis. De vulnere membri virilis. De cancro virge. De
relaxatione syphac. De hemia. De h ernia ex humoribus. De hemia ex camositate.
De lapide in vesica. De lapide in collo vexice. De extractione lapidis. De
vulneribus posteriorum. De vulnere longie. De vulneribus renum. De
apostematibus ani. De emorroydis. De vulneribus pectinis. De cauteriis. De
inilationibus juncturarum. Prologus {manca). Indice analitico interpolato (si omette). Indice
delle rubriche. De lesione vertebri. De vulnere genu. De fractura brachiorum.
De vulnere male curato. De herisipila. De hantrace. De lesione musculi. De septione
humeri a spatula. De dislocatione eubitonun. De dislocatione calcanei. De
vulneribus toracis et pectorìs. De vulneribus costarum. De vulneribus cordis.
De vulneribus intestinorum. De passionibus mammillarum. De vulneribus veretri.
De ruptura syphac. De lapide in vesica. De vulneribus posteriorum. De
vulneribus longie. De hemorrhoidibus. De atritis. De cauteriis. De vulneribus
coxe. De dislocatione ossis genu. De separatione vertebri. De vulneribus cruris
et tybie. y ILU98TRAZIOME EG. De vulneriliiis pedani. De separatione vertebri a
scia. De ruptara ossis coxe. De disjunctura cruris a coxa. De ruptttra cruris
valnere et sine vulnere. De disjunctione pedis. De dislocationedigitorum pedis.
De cancris et fistulis. De pustulis et ruptura. De sciatica passione. De
c(MQj»iistÌQiie ignis vel aqve calide. De leprà. De spasmo. ExpUcit cyrurgia
magistri Rogerii Salernitani que a quibusdam appellatttr: Post mundi fabricam.
De vulaeribas pedma. De cancris et fistulis. De sciatica passione. De diversitate cauteriorum. De
incisione rupturarum. De combustione. De lepra. Expliciunt glosule super
cyrugiamRogerii, seu Post mundi £abrìcam. FACSIMILE DEL TESTO foglio del Codice
I. pai. X. n. 16/ foglio? della Chirurgia di Buggero. Tran. I. Gap. 11. redo,
col. 2'. ist^f^ De fractura a^anei. Gum fractura cranei magna et manifesta cura
ampio et largo vulnere fuerit, ut si fiat ense vel aliquo simili, ita ut os vel
aliud dobeat extrahi; nisi sanguis multus fluat vel aliud impediat, os vel
aliud quod removeri debeat illieo abstrahatur. Subtilissimus pannus de lino
inter craneum et duram matrem, velut ex obliquo, cum penna caute mittatur
foglio del Codice; foglio 1° delle
Glosse (tórr/o). Colonna 2». Dopo il Proemio, Gap. I. FACSIMILE DELLE GLOSSE
(dice; foglio \° delle G ì^. Dopo il Proemio. G tur iu«^*n^«i^ itw
fkùnm«ftimttPÌMr^ De divisione Libri. Liber iste dividitur in prohemiura et
tractatum ; et primo se cxpedit Autor de proheraio. Relatu igitur quorumdam
sociorum MCLXXX iactum fuit seu compositum istud opus, et non a magi stro
Rogerio solum sed a tribus aliis cum eo ; verum ipse suo nomine intitulavit. Sciendum est igitur quod medicina
dividitur in theoricam et practicam * Il Codice che incomincia dalla Isagoge
Ioannitii e preceduto da qualtro logli membranacei tagliati irregolarnaente,che
contengono frammenti confusi di Galeno e di Avicenna con alquante formule di
Ricettar] di diverse mani e caratteri; logli che si direbbero guardie del
Codice. Nel primo di questi foglia tergo si legge clic esso Codice passò al
Convento di S. Marco per dono del Maestro Lorenzo Bisticci. Ciò non avversa
punto il nostro concetto della prima provenienta del Codice dalla Biblioteca di
Monte Cassino, per uso della scuola medica salernitana. . Digitizedby VjOOQIC y
Google 44S) NOTA àt\ Ciiiarissino Prof. Fttnto Lasmio sol signìGcat» ddie mi
Crrazhwe, ÀNIMA, Vita ec. oel testo ebraico delia Genesi, in eooferma di alcQDÌ
miei Pensieri sugli AqìoiìsIì antichi e moderai. (Vedi Y AvTertimeiito a pag.
vi, e ^d preteiitt Volume.) Genesi, I,
26. Il sacro testo, parlando della creazione delr uomo, adopera il verbo
medesimo (equivalente al nostro fec^). che viene usato. per altri animali nel
versetto 25 ; ycompara per altro il versetto 2Ì dove si adopera per animali
harà\ « creò "sy come al versetto 27 si adopera per fi' uomo. S. Girolamo
traduce con esattezza i respettivi verbi ne' singoli pa&6i citati; j £
innegabile dunque come in alcuni luoghi apparisca l'uso dei due verbi, in sé
però distinti, essere promiscuo. Ma è anche innegabile che dal lo versetto
della Genesi si desume un valore tutto speciale del verbo bara « creò »
differente da 'osa « fece ». E ivi è innegabile che accenna alla esist^nza, dal
nulla, alla creazione^ perchè nulla preesisteva, quando Dio b'résìt (in
principici) bara il cielo e là terra, cioè r ile o materia prima etc. etc. In
Genesi, parlandosi dell'uomo, si descrive il come fosse formato, e si adopera
il verbo yàsàr, proprio del formare dei vasai. Ecco la traduzione materiale del
versetto. E FORMA l'Ente Iddio l'uomo (adam) polvere dalla terra (adama), e
soffiò nella sua faccia (letteralm. nelle sue narici) anima di vita, edè l'
uomo in anima vìvente. Ora si nota che quello che qui è anima di vita, è in
ebraico nismÀt hayyìm. MOTA. N*iàmà vale propr. soffio, alito, come altre
parole impiegate poi a esprìmere ramuta ddl'vomo. Nel linguaggio degli
scolastici del medio evo, traduttori degl’arabi (e questi dei airi, e i sili
dei greci) N'iàma è V anim4ì razionale del LIZIO (cf. Grice, The power
structure of the soul). Nell’ebraico biblico non ha questo valore, non
conoscendovisi il sistema delle tre anime –cf. Grice, The power structure of
the soul: anima vegetativa, anima sensitiva, anima razionale -- ; ma è pure
innegabile che N*iàmà ha in sé qualche cosa, un quid tutto suo; ed esprime una
cosa più immi^teriale, più e.tere», che Nèfek e Hayyim (vita) è però, in ebr.,
un plurale, e varrebbe : « il complesso della vitalità » o « spiriti vitali. »
Anima vivente poi è nèfei hayyà. Nèfei è r anima vegetativa di Aristotile
presso gli scolastici ebrei. Nella Bibbia è meno immateriale di N* iàmà, e vale
anche^^an^t^, e anche la persona intera. Tfàyyàè un adiettivo.Nèfes fyayyà si
dice di altri animali ai versetti 20, 21 e 24 del capo I, e al v. 19 del cap.
Il, et. anche il del cap. I; e nel v. 7
del Capo II, come si è visto, dicesi delV uomo, come animale. Sicché r uomo é
anche egli nèfes hàyyà come gli altri animali, ma, a differenza degli altri.
Iddio infuse in lui la JV^ iàmé; vocabolo che non é impiegato per gli altri
animali ne’due capitoli relativi alla creazione del mondo etc. S. Girolamo
traduce nismàt hayyim con spiraculum vitae^ e nèfes hayyà con anima vivens.
Rùah poi é r anima concupiscente di Aristotele presso gli scolastici ebrei. BOEZIO
(vedasi). Della vita e delle opere di BOEZIO (vedasi). Delle opere di BOEZIO
(vedasi) in genetale. Di altri Boezii più antichi, o suoi contemporanei Delle altre Opere di BOEZIO (vedasi), in particolare
Scienze fisiche e naturali Scienze
matematiche Opere filosofiche Del
preteso paganesimo di BOEZIO (vedasi) e delle sue opere teologiche:
confutazione dell' Obbàrìus e del PICO (vedasi) Mirandola. Ipotesi di Jourdain
sull'autore dei libri teologici attribuiti a BOEZIO (vedasi). Nelle opere xli
Fulgenzio esiste il documento irrecusabile della cristianità di BOEZIO (vedasi).
Ordine dei libri teologici di BOEZIO (vedasi), e loro autenticità Il libro
delia Consolazione Di tre codici della Laurenaiana che contengono i libri
teologici di BOEZIO (vedasi), e dei giudizi e commenti d’AQUINO (vedasi) sui
medesimi libri Sulla filosofia di BONAITUO
(vedasi) Galilei. Discorso letto nella solenne riapertura dell'ateneo italiano
in Firenze In BONAIUTO Galilei sono due filosofie, la speculativa e la
sperimentale^ ivi lì. BONAIUTO Galilei divide la fisica dalla meta-fisica Pone
in mezzo ad esse le formule geo-metriche e le matematiche, Cosi divise,
pr^scrìsste ad aAibedue i termini loro Schema della Filosofia speculativa di
BONAIUTO Galilei nella Giornata prima dei Dialoghi de' massimi sistemi
CoroUarj, e Parenèsi agli Scienziati Dei Fondamenti della Medicina Clinica. Introduzione
: alla Clinica medica di Pisa Fondamento empirico Fondamento analitico
Fondamento induttivo. Proemio alla Storia della Medicina. Definizione e. scopo,
della storia Dele origini della medicina Delle forme primitive assunte dalla
medicina » rV. Dei tipi storici .
principali. La. teoria, dei tipi storici contiene la filosofia della Storia
della imìdicina. La filosofia della storia rico|io9ce sé stessa per la
filosofia della scienza La filosofia della storia della medicina giustifica la
scienza dinanzi alla società Lettera intorno al metodo tenuto dall'autore nella
sua Storia Pmcliminari al
volgarizzamento di Aretèo. Tempi nei quali >'isse Aretèo, e loro caratteihe
storico. Corrispondenza fra il carattere filosofico dèlie opere d' Aretèo e
quello della sua està Pregi speciali de' suoi libri di medicina Codici
'manofiorìtti e Codice Laurenziano Edizioni principali Interpreti e
Commentatori Parole in proposito del nostro volgarizzamento. Intorno alla
Medicina Citile^ Memorie due. -r Del carattere civile della Medicina e delle
sue relazioni colle principali tendenze del secolo. Mbiìof(ia Prima.
Dififerenza tra la medioina Clinica e la medicina 9 vile : stato odierno di
quest' nltìaia, e come si debba insegnare Difetti deUe tendenze morali,
letterarie, filosofiche e politiche del secolo, e come correggerli Delle
Helazioni della Medicina con V Economia politica. Mei^obia Seconda Necessità di
unire, per la prosperità delle nazioni, all' industria agricola la commerciale
e la qianifatturiera Le Società operaie e commercianti tramezzano ed
equilibrano tutte le altre classi civili. L' agricoltura è la potenza
nutritiva, T industria manifatturiera e cpmmercis^ite è la potenza motrice
degli Stati . Forza fisica, dignità e influenza civile degli Operai. Come il
rispetto vicendevole e quindi la fraterna dignità debba partire dall' esempio
dei Capi degli Opifieii Come dal sentimento di fortezza individuale e di
dignità fraterna nelle sodetà operaie nasca l'altro dalla potenza di conservare
e migliorare lo Stato Influenza della Medicina sui tre sentimenti: e primo
conservar la vita dell* operaio al lavoro Secondo, rendere il lavoro innocuo
alla vita Cooperare colla legge affinchè la ricchezza delle classi industriali,
e la sanità pubblica procedano unite a rendere prospero il convivere sociale Preludio al decimo congresso de' Scienziati
italiani in Siena Il sentimento di amor nazionale negli Italiani esisteva anche
quaiMlo V Italia era divisa ivi IL Occorre oggi dare ai Congressi un principio
filosofico e un fine civile. Difficoltà di intendersi intorno a quest' ultimo
Del principio filosofico. Lefilosofierson molte; ma una formula accettata e
comune a tutti i filosofi ancora non esiste. Si domanda che agli scienziati si
lasci la loro filosofia sperimentale Si propone il sistema conciliativo delle
due filosofie tramezzate dalle matematiche Eiorbitanie di certi moderni che
rifiutano le restaurazioni, e bandiscono un assoluto rinnovamento Si prenda ciò
die manca alle nostre scienze dalle nazioni straniere ; ma eie che si prende si
sappia con industria Testire «11* italiana 'SStì V Addio all' Università di
Pisa Stato deir Università di Pisa e gV insigni uomini che v'insegnarono.
Riforma Giorgìniana: restaurazione della clinica: cattedre di medicina civile,
di fisiologia sperimentale, di geografia fisica pei medici consigliate dall'
Autore. Ghnati sensi diretti ai discepoli Ricordanze del settennio clinico, e
della utilità del metodo induttivo. Schiarimenti intomo al carattere della
medicina ippocratica introdottavi. Il Museo diretto dal Savi, i Gabinetti
fisici e chimici del Matteucci, del Piria e del De Luca. Rammentansi alcune
sperienze Gonsii^i ai discepoli. Invece delle filosofie speculative adoprino le
matematiche per completare la filosofia sperìmentfde. Ripassino ogni giorno gli
studi d' anatomia. Volgansi eon fede e con zelo . . alla parte sperimentale
dell' odierna fisiologia Raccomandaiisì gli studi clinici non di un solo
maestro; ma bensì d'un solo metodo di applicazione delle regole sperimentali al
conoscere e curare le malattìe 339 V. Raccomandati gli studi igienici e storici
Che alla istruzione tengasi sempre unita la fede . religiosa e V amore alla
patria 3ilSulla nuova Sirada Ferrata Maremmana. Lettera a Carmignani 3 I treni
quando sono in corso portano seco i principali elementi di disinfenone de'
luoghi insalubri Ne' luoghi mdsani per chi corre via non v' ha pericolo : chi
sta férmo lo può incontrare Precetti igienici per gli addetti alle Stazioni, e
per le guardie dello Stradale Fisici e MxTAnsici. Lettera alla signora M»
Florenzi Occasione dello scritto INDICA. La «d^iza della natura non si fa cogli
universali della Metafisica Stoltezza di alcuni che con cotesti pretendono di
fabbricare la fisiologia ; Il dialettismo moderno dove oondace. La politica è
rappresentata dai giornali che non trovano mai il vero. La filosofia della
storia vien sempre dopo la storia, ossia dopo i latti Gli antichi scolastici
eccellenti lottatori tra gli Universali, « nella scienza della natura npn hanno
mai veduto né abbastanza, né bene Parallelo fra lo Sbaraglia e il Malprghi in
Bologna, fra Galileo e il Citmonini in Padova. Si domanda da qual parte era la
Scienza Per le scienze naturali le
aspirazioni agli Universali della metafìsica ponno essere un Fine ; ma il
Principio in esse altro non è che la osservazione, r esperienza ed il calcolo.
367 Schiarimento del detto, la Vita è la Creazione Lettera al Chiarissimo
Professore Benedetto Viale sul mento dei viaggi del Mongony citati dal Libri
ec. Gli Animisti antichi e moderni. Pensieri, Cagioni della ipotesi, l' anima è
la vita. Indecisi i filosofi nel cone^ire e applicare il principio dell' Unità
Inavvertita la differenza fra le unità teologiche e le fisiologiche; per
adeguar queste a quelle la vita fu detta il prodotto dell' anima IH. Alla ignoranza della vera causa dei
fenomeni vitali fu surrogata la dialettica delle scuole ! Tutto era spiegato
colla forma sostanziale L' ipotesi degli Animisti non si regge che col gergo
i^^tetico della scolastica £same della loro forma sostanziale Esame delie loro
supposte trasformazioni Esame delle loro facoltà o potenzialità. L' uomo prima
del suo essere completo, vale a dire dell' infusione in lui dell' anima
intellettiva, è animale vivo. Il quale congiunto a questo spirito dotato di
ragione e immortale, diviene allora uomo. Due disfinte nature concorrono alla
formazione della sua specie. Posle le due nature è mestieri indagare il loro
Me. mento di partec^iazione e congiunzione. La vita dell' uomo animale si pnò
risolvere tntta intera in fenomeni fisici e chimici e meocanici, vale a dire
nel campo assegnato ai fisiologhi. Condotti sttU' Essere uomo il fisiologo e il
filosofo, il primo può fisicamente innoHrarsi nei fenomeni più elevati della
corporeità animale e trovaM una dimostrabile azione attrattiva di qinkhe
imponderabile. Qui termina il ftsiolo go. Illustrazione di un codice mamoscritto hbl
sec»lo xiii DBUA BlBILlOTEGA MAGLIABBCHIANA, CHE C<»{<TiENE LA Chirurgia
di Buggero e le prime GLOSSE SALERKrrANB Esame dei Codici 406 Conclusione di
detto Esame Testo db EtLggero. secondo il manoscritto Magliabechiano. Testo di
Httgt;)era sèeOiidala edizione di Venezia. Passaggio del testo e delle glosse
della C;hirurgia di Ruggero da Salerno a Bologna. Volgarizzamento di Ruggero :
altro Codice BfagUa- . beohiano del Secolo Xm....^ 426 » IV. Modificazioni
Catte al testo di Ruggero dal volgariz- zatore in Bologna, dalle prime Glosse,
dal Commento di Rolando e dalle seconde Glosse salernitane Indice delle
Rdbrache..nel testo di Ruggero, e nelle Glosse del Maùoseìitto. Magtial^chiaao
410 Fac-similb del Testo e deiìub Gi,oss£. del Codice Maglu- beghiaho :). Note
del Chiarissimo Prof. I^alNio ^anl. sif^ùfical» delle ^^ voci creazione, anima,
vita ecìiel testo ebcaicò della Genesi, in conferma di akuni miei Pen- sieri
sugli Animisti antichi e moderni (Vedi V Avvertimela a pag. IV e le pa^ ^0 e
S97 del presente Volwne.) “Opere filosofiche”; “Del preteso paganesimo di
BOEZIO (si veda)”; “In GALILEI (si veda) sono due filosofie, la speculative e
la sperimentale. Galileo divide la fisica della meta-fisica; Schema della
filosofia speculativa di Galilei nella gionarata prima dei dialoghi de’ massimi
sistemi. La filosofia della storia riconosce se stessa per la filosofia della
scienza; Diffeti delle tendenze filosofiche – e come corrreggerli; Il
sentimento di amore nazionale negl’italiani esiste anche quando l’Italia è
divisa; Occorre oddi dare ai congressi un principio filosofi e un fine civile;
Del principio filosofico. Le filosofie son molte; ma una formula accettata e
comune a tutti i filosofi ancora non esiste. Se domanda che agli scienzati si
lasci la lora filosofia sperimentale; Si propone il sistema conciliativo delle
due filosofie tramezzate dale matematiche; consigli ai discepoli. Invece delle
filosofie speculative adoprino le matematiche per completare la filosofia
sperimentale. fisici e meta-fisici, La scienza della natura non si fa
cogl’universali della metafisica; la filosofia della storia vien sempre dopo la
storia, ossia dopo i fatti; per la scienze naturali le aspirazione
agl’universali della Meta-Fisica ponno essere un fine, ma il principio in esse
altro non e che l’osservazione, l’experienza, ed il calcolo. Indecisi i
filosofi nel conceptire e applicare il principio dell’unita; condotti
sull’esere umo il fisio-logo e il filo-sofo, il primo puo fisica-mente
innoltrarse nei fenomeni piu elevate della corporeita animale e trovarvi una
dimostrabile azione, attrativa di qualche imponderabile. Corrispondenza fra il
carattere filosofico delle opera d’Areteo e quello della sua eta. Della vita e
delle opere di BOEZIO (si veda). Delle Opere di Boezio in generale. Di altri
Boezii più antichi, o suoi contemporanei. Delle altre Opere di Severino Boezio,
in particolare Scienze fisiche e naturali Scienze matematiche iS Opere
filosòfiche Del preteso paganesimo di Boezio e delle sue opere teologiche:
confutazione dell' Ob- ; barila edel Mirando!. Ipotesi di Jourdain sull’autore
dei libri teologici attribuiti a Severino Boezio. Nelle opere di Fulgenzio
esiste il documento irrecusabile della cristianità di Boezio. Ordine dei libri
teologici di Boezio, e loro autenticità. La consolazione. Di tre codici della
Laurenziana che contengono i libri teologici di Boezio, e dei giudizi e
commenti di san Tommaso sui medesimi libri. Conclusione. Sulla Filosofia di
GALILEI. Discorso letto nella solenne riapertura dell'Ateneo Italiano in
Firenze. In GALILEI sono due Filosofie, la speculativa e la sperimentale.
Galileo diviso la Fisica dalla Metafisica. Pose in mezzo ad esse le formule
geometriche e le matematiche. Cosi divise, prescrisse ad ambedue i termini
loro. Schema della Filosofia speculativa ilei Galileo nella Giornata prima dei
Dialoghi de' massimi sistemi. Corollari, e Parcnèsi agli Scienziati. Dei
Fondamenti della Medicina Clinica. Introduzione alla Clinica medica di Pisa.
Fondamento empirico. Fondamento analitico. Fondamento induttivo. Conclusione. Proemio
alla Stoni a della Medicina. Definizione c scopo della storia. Delle origini
della medicina. Delle forme primitive assunte dalla medicina. Dei tipi storici
principali. La teoria dei tipi storici contiene la Filosofia della Storia della
medicina. La Filosolia della Storia riconosce sé stessa por la filosofia della
scienza. La Filo-ili, t della Storia della medicina giustifica la 1 scienza
dinanzi alla società. Lettera intorno al metodo tenuto dall' Autore nella sua
Storia. Preliminari al volgarizzamento di Aretèo. Tempi nei quali visse Aretèo,
e loro carattere storico. Corrispondenza fra il carattere filosolico delle
opere d' Areico e quello della sua età. Pregi speciali de’ suoi libri di
medicina. Codici manoscritti e Codice Laurenziano. Edizioni principali.
Interpreti e Commentatori. Parole in proposito del nostro volgarizzamento.
Intorno alla Medicina Civile. Memorie due. Del carattere civile della Medicina
e delle sue relazioni colle principali tendenze del secolo. Memoria. Differenza
tra la medicina Clinica e la medicina Civile : stato odierno di quest’ ultima,
e come si debba insegnare. Difetti delle tendenze morali, letterarie,
filosofiche e politiche del secolo, e come correggerli. Delle Relazioni della
Medicina con 1’ Economia politica. Memoria. Necessità di unire, per la
prosperità delle nazioni, all’ industria agricola la commerciale e la
manifatturiera. Le Società operaie e commercianti tramezzano ed equili- brano
tutte le altre classi civili. L’ agricoltura è la potenza nutritiva, l’ industria
manifatturiera e commerciante è la potenza motrice degli Stali. Forza tisica,
dignità e influenza civile degli Operai, 'itti Come il rispetto vicendevole e
quindi la fraterna dignità debba partire dall' esempio dei Capi degli Opificii
iìl£2 Come dal sentimento di fortezza individuale e di dignità fraterna nelle
società operaie nasca l’ale tro della potenza di conservare e migliorare lo
Stato. Influenza della Medicina sui tre sentimenti: e primo conservar la vita
dell’operaio al lavoro. Secondo, rendere il lavoro innocuo alla vita terzo ;
cooperare colla legge affinchè la ricchezza delle classi industriali, e la
sanità pubblica procedano unite a rendere prospero il convivere sociale.
Preludio al decimo congresso df.' Scienziati italiani in Siena. Il sentimento
di AMOR NAZIONALE negl’italiani esisteva anche quando l' Italia eia divisa ivi
Occorre oggi dare ai Congressi un principio filosofico e un fine civile.
Difficoltà di intendersi intorno a quest’ ultimo Del principio filosofico. Le
filosofie son molte; ma lina formula accollata e comune a tutti i filosofi
ancora non esiste. Si domanda che agli scienziati si lasci la loro filosofia
sperimentale. Si propone il sistema conciliativo delle due filosofie tramezzate
dalle matematiche 3Hi Pucci sotti. Esorbitanze di certi moderni che rifiutano
1p restaurazioni, e bandiscono un assoluto rinnovamento Pag. Si prenda ciò che
manca alle nostre scienze dalle nazioni straniere: ma ciò che si prende si sappia
con industria vestire all’ italiana L’Addio all’Università di Pisa. Stato di
Pisa e gl’ insigni uomini che v’insegnarono. Riforma Giorginiana: restaurazione
della clinica : cattedre di medicina civile, di fisiologia sperimentale, di
geografia fisica pei medici consigliate dall’ Autore. Grati sensi diretti ai
discepoli Conclusione di detto Esame Testo di Ruggero secondo il manoscritto
Magliari bechiano Testo di Ruggero secondo la edizione di Venezia Passaggio del
testo e delle glosse della Chirurgia di Ruggero da Salerno a Bologna,
Volgarizzamento di Ruggero: altro Codice Magliabechiano Modificazioni fatte al
testo di Ruggero dal volgarizzatore in Bologna, dalle prime Glosse, dal
Commento di Rolando, e dalle seconde Glosse sa - lernitane MS. Indice delle
Rubriche nel testo di Ruggero, e nelle Glosse del Manoscritto Magliabechiano
I'ac-simii.e dei. Testo f. delle Glosse dei. Codice Magliabechiano Note del
Chiarissimo Prof. Lasinio sul significato delle voci creazione, anima, vita ec.
nel testo ebraico della Genesi, in conferma dt alcuni miei Pensieri sugli
Animisti antichi e moderni. Nome compiuto: Francesco Puccinotti. Puccinotti.
Keywords: il boezio, Leopardi, fisici e meta-fisici. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Puccinotti” – The Swimming-Pool Library.
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