GRICE ITALO A-Z P PRA
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pra: la
ragione conversazionale d’Antonino e la conversazione degl’hegeliani – la
scuola di Montecchio Magiore -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Montecchio Maggiore). Filosofo italiano.
Montecchio Maggiore, Vicenza, Veneto. Studia a Padova sotto TROILO. Insegna a
Rovigo, Vicenza, e Milano. Partecipa attivamente alla Resistenza, nelle file di
"Giustizia e Libertà", guadagnandosi II croci di guerra al merito
partigiano. Collabora alla ricostruzione politica e culturale del paese, con
una filosofia sempre sorretta da un'alta ispirazione morale. Medaglia d'oro
quale benemerito della scuola, della cultura e dell'arte, dei Lincei,
dell'Istituto lombardo di scienze e eettere, dell'accademia olimpica di
Vicenza, nonché membro autorevole della società filosofica, della quale è stato
anche presidente. Studia la scessi, la logica e la dialettica medioevale, Hume,
Condillac, la logica hegeliana, Marx, il pragmatismo, e la storia della
storiografia. Connetta la sua attività storiografica con l'esplicitarsi di
interessi teorici che lo portamp ad elaborare,un'originale filosofia che
denomina trascendentalismo pratico, poi evoluta in una forma di razionalismo
storicista e critico. Il suo interesse si rivolge al chiarimento del rapporto
tra teoria e prassi in una prospettiva anti-metafisica che lo pone in contrasto
con le posizioni dell’idealismo, e più in generale con ogni forma di dogmatismo
teoricistico per favorire la libera esplicazione dell'iniziativa
pratico-razionale dell'uomo. Fonda la “Rivista di storia della filosofia”, un
riferimento costante e prestigioso. Autore di un fortunato “Sommario di storia
della filosofia” (Nuova Italia, Firenze) e poi direttore di una monumentale
“Storia della filosofia” (Vallardi, Milano). Elabora una posizione indicata
come trascendentalismo della prassi. Successivamente, avvicinandosi a PRETI,
propone uno storicismo critico, più attento alle strutture della ragione con
cui l'esperienza storica si struttura. Altre sagi: “Il realismo e il
trascendente” (Padova, Milani); “Amore di sapienza”; “Aviamento allo studio
della storia della filosofia” (Vicenza, Commerciale); “La didache”;
“Insegnamento del Signore alle genti per mezzo dei dodici apostoli. Documento
del I secolo” (Vicenza, Commerciale); Educare, Verona, Scaligera, Pensiero e
realtà, Verona, Scaligera, “Scoto Eriugena e l’accademia nel medio-evo”
(Milano, Bocca); Condillac, Milano, Bocca, Il pensiero di MATURI, Milano,
Bocca, Necessità dell'universalismo” (Vicenza, Collezioni del Palladio);
“Valori e cultura immanentistica” (Padova, Milani); “Hume” (Milano, Bocca); “La
storiografia filosofica antica” (Milano, Bocca); “La scessi” (Milano, Bocca);
Giovanni di Salisbury, Milano, Bocca), “AMALRICO DI BENE” (Milano, Bocca);
Autrecourt (Milano, Bocca); “Dewey” (Milano, Bocca); “Il problema del
linguaggio nella filosofia del medio-evo” (Milano, Bocca); “Prassi. Appunti
delle lezioni di Storia della filosofia a cura di Reina. Milano, La Goliardica;
Il pensiero filosofico di Marx, Borso, Shake ed., Milano); “La filosofia
occidentale”; “Compendio di storia della filosofia con larga scelta di passi”;
“La filosofia antica” “La filosofia nel medio-evo” (Firenze, Nuova Italia);
“Storia della filosofia” (Firenze, Nuova Italia); “La dialettica in Marx:
Introduzione alla critica dell'economia politica (Bari, Laterza); Profilo di
storia della filosofia” (Firenze, Nuova Italia); “Antologia filosofica”
(Firenze, Nuova Italia); “La dialettica hegeliana e l'epistemologia” (Milano,
CUEM); “Hume e la scienza della natura umana” (Roma, Laterza); “Logica e
realtà: momenti della filosofia nel medio-evo” (Roma-Bari, Laterza); “Storia
della Filosofia”, Scalabrino Borsani, La filosofia indiana, Milano, Vallardi,
Beonio-Brocchieri, La filosofia cinese e dell'Asia orientale, Milano, Vallardi,
Giannantoni, Plebe, Donini, La filosofia greca (Milano, Vallardi); La filosofia
ellenistica e la patristica Cristiana (Milano, Vallardi); “La filosofia nel
medio-evo” (Milano, Vallardi); La filosofia moderna” (Milano, Vallardi);
Casini, Merker, “La filosofia moderna” (Milano, Vallardi); “La filosofia
contemporanea” (Milano, Vallardi); La filosofia contemporanea (Milano,
Vallardi); “La filosofia della seconda metà del Novecento”, Padova, Piccin
Nuova libraria-Vallardi); “Logica, esperienza e prassi: momenti della
filosofia” (Napoli, Morano); “Il realismo nella storia della filosofia”
(Milano, Unicopli); “La storiografia filosofica”; I. A. A. con. Santinello,
Garin, Geldsetzer e Braun, Padova, Antenore, Hume. La vita e l'opera (Roma,
Laterza); Banfi, Relazioni dall'incontro; Banfi: le vie della ragione, Milano,
con Formaggio e Rossi (Milano, Unicopli); “Il pragmatismo” (Napoli,
Bibliopolis); “L’empirismo critico di Preti” (Napoli, Bibliopolis); “Filosofi”
(Milano, Angeli); “Metodi di storiografia filosofica”, in Panorami filosofici.
Itinerari del pensiero (Padova, Muzzio); “Ragione e storia” (Milano, Rusconi);
“Storia della storiografia” (Milano, Angeli); “La guerra partigiana”, Borso
(Firenze, Giunti-INSMLI); “Dialettica hegeliana ed epistemologia analitica”
Colombo (Brescia, Morcelliana); “Il trascendentalismo della prassi, la
filosofia della resistenza” (Milano-Udine, Mimesis); Cambi, Razionalismo e
prassi a Milano (Milano); Badaloni, Studi offerti a P. (Milano, Angeli);
Bianchi, degli saggi di P., in La storia della filosofia come sapere critico.
Studi offerti, Milano, Montesperelli, Introduzione, in Mirri, Conti, Filosofi
nel dissenso, Foligno, Mirri, Fra Vicenza e Pisa. Esperienze morali,
intellettuali e politiche in Il contributo di Pisa e della Scuola Normale
Superiore alla lotta anti-fascista ed alla guerra di Liberazione, Pisa, Pacchi,
Il filosofo e l’educatore, in In onore, Montecchio Maggiore, Cassinari,
Filosofia e storia della filosofia, Conversazione con Papi, «Itinerari
filosofici», Rambaldi, Ricordo «Rivista di storia della filosofia», Garin, P.,
«Rivista di storia della filosofia», Santucci, Filosofo e storico della
filosofia, «Rivista di storia della filosofia», Rambaldi, L’esistenzialismo
positivo «Rivista di storia della filosofia», Torre, La "Rivista di storia
della filosofia", Milano, Paganini, Dall’empirismo classico all’empirismo
critico, Le ricerche tra storia e teoria, Giordanetti, Manoscritti di P.,
«Rivista di storia della filosofia», Rambaldi, Et vos estote parati. P., la
vigilia, «Rivista di storia della filosofia», Barreca, L’archivio P., «Rivista
di storia della filosofia», Rambaldi, P. in Enciclopedia filosofica, Milano,
Id., P., insegnante a Vicenza, «Rivista di storia della filosofia», Rigamonti,
Gli Hume, «Rivista di storia della filosofia», Parodi, Selogna, Per una
filosofia minore. Il pensiero debole, «Rivista di storia della filosofia»,
Vona, Ricordo, Rivista di storia della filosofia», Rambaldi, Filologia e
filosofia nella storiografia, in «ACME», Franzina, Partigiano. Dal fascismo
alla Resistenza e alla sua storia, in «Belfagor», Descrizione, in "Rivista
di storia della filosofia", Ricordo di P., Informazione filosofica,
"studi filosofici". Barreca, Giordanetti, Fondo P., Milano,
Cisalpino. P., in Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia,
Presentiamo P.: l'uomo, il filosofo. Una mostra biografico-documentaria
dall'archivio inedito Università degli Studi di Milano, Biblioteca di
Filosofia, Borso, Una via religiosa alla Resistenza, "Humanitas",
Fascicolo speciale in memoria anniversario della fondazione della Rivista, in
Rivista di storia della filosofia, Milano, Angeli,. Borso, 'fucino',
"Rivista di storia della filosofia", Bisogno, Anselmo in Italia: tra
P. e Rovighi, in «Dianoia. Rivista di filosofia del Dipartimento di Filosofia e
Comunicazione dell'Bologna», Riconoscimenti l'Accademia dei Lincei gli ha
conferito il Premio Feltrinelli per le Scienze Filosofiche. Scuola di Milano,
Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia. Opere Vincitori del
Premio Feltrinelli Filosofia Università Università Premi Feltrinelli, lincei.
L'ultima opera di Dal Pra, la lunga intervista rilasciata a Fabio Minaz- zi (il
quale ha, con ampiezza di riferimenti, sollecitato la memoria storica e
l’interpretazione teorica del filosofo ‘milanese’ intorno al proprio pen- siero
ricollocato nel suo tempo storico) che porta significativamente il ti- tolo di
Ragione e storia, è un'occasione preziosa per rileggere e ripensare la vicenda
filosofica di P. e il significato che essa ha assunto nella filosofia italiana
contemporanea. Si è trattato di una presenza filosofica ampia e variegata,
gestita da una cattedra universitaria illustre e operati- vamente immersa nella
organizzazione della ricerca filosofia (con riviste, collane, raccolte di
documenti, ecc.), ma soprattutto aperta al dialogo — e al dialogo critico - con
tutta la filosofia attuale e con la stessa tradizione filosofica che alimenta
(e deve alimentare) la ricerca contemporanea!. Con P. siamo davanti a un
maestro, come è stato sottolineato anche in occasione della morte?, non solo
perché ha accompagnato da protagoni- sta il travaglio della filosofia, -
travaglio complesso, giocato su fronti teorici, ma anche ideologici e politici,
intessuto di opposizioni, di contrasti, di rifiuti e di fughe in avanti come
pure di resistenza e di rilanci da parte della tradizione -,, bensì anche per
il ruolo di inter- locutore critico, di coscienza vigile e inquieta, ma salda
nei principi che la guidano (la laicità, la ragione, la criticità, tanto per
anticipare), che ha assunto in questo lungo e conflittuale itinerario. Il suo
doppio ruolo di organizzatore della ricerca filosofica e di vigile coscienza
filosofica si è venuto delineando già nei primi anni del secondo dopoguerra,
per perma- nere poi nei decenni successivi, sia pure in forme mutate, come
centrale [P., F. Minazzi, Ragione e storia, Rusconi, Milano; per la
bibliografia degli scritti di Dal Pra: La storia della filosofia come sapere
critico. Studi offerti a P., Angeli, Milano; Cfr. E. Rambaldi, Ricordo di P.,
«Rivista di storia della filosofia, I e Id., In ricordo di P,, «Bollettino
SFI»; ma anche rico- struzioni composte prima della morte: Pacchi, Il filosofo
l’educatore, in In onore di P., Quaderni della Biblioteca Civica, Montecchio
Maggiore; Garin, Per P., in La storia della filosofia come sapere critico, cit.
Cambi, Pensiero e tempo: ricerche sullo storicismo critico: figure, modelli,
attualità, Firenze nel dibattito filosofico italiano; doppio ruolo —- va
aggiunto - che P. ha vissuto con straordinario equilibrio e senza oscurare né
l’uno né l’altro dei suoi ambiti di lavoro, come è riuscito a pochi filosofi
della sua ge- nerazione (forse a Preti o a Garin o a Pareyson, molto meno a
Geymonat o a Paci, che hanno avuto un'evoluzione più tormentata e un campo di
lavoro meno organico). Di questo ruolo di maestro della filosofia nazionale, di
questa immersione in un complesso travaglio storico, di questo felice
equilibrio tra i due ambiti della sua ricerca (storico e teorico) è puntuale
testimone il libro-intervista già ricordato. In esso P. ripercorre,
sinteticamente e in prospettiva, più di cinquant’anni di filosofia italiana,
dandoci non le cronache ma la ‘storia’ (l’interpretazione) di quel mezzo
secolo, assumendosi come protagonista, ma in quanto immerso in una temperie
collettiva e con essa e in essa interagente. L'immagine che ci consegna di quel
cinquanten- nio è sostanzialmente positiva e assai fedele nel processo
tortuoso, anche ambiguo, sempre inquieto che viene descrivendo come proprio
della filosofia italiana. In esso viene indicato anche un filo rosso che ne
rileva la ricchezza e lo sviluppo: la ragione, che è stata la grande
protagonista del dibattito e che si è evoluta verso forme sempre più ricche e
radicali di criticità. Certamente in questo richiamo alla centralità della
ragione ci sono — e assai diretti — gli echi di quel neoilluminismo che era
stato una voce autorevole e innovatrice (ma anche di sintesi) sul fronte laico
della filosofia italiana. Ma sono echi che non offuscano affatto la portata del
suo disegno storico e teorico, poiché si tratta di un neoilluminismo che fa,
via via, i conti con le critiche alla ragione avanza- te da marxisti, da
empiristi e da dialettici (assai meno dagli ermeneutici), arricchendosi e
sofisticandosi. Il volume risulta avere - così - un doppio obiettivo: di
interpretazione storica e di messaggio teorico. Sul primo piano P. sottolinea
almeno tre aspetti: il ruolo di svolta filosofica (anche filosofica) giocato
dalla Liberazione e dalla Resistenza; il caratterizzarsi della filosofia - dopo
questa svolta - in direzione critica, ma secondo una criticità aperta; il
neoilluminismo come tappa cruciale (e plurale) del rinnovamento della filosofia
ita- liana ed europea. In tal modo P. pone in luce il senso del pensiero
contemporaneo riconoscendolo nell’apertura e nel pluralismo, ma anche nella
vocazione antidogmatica e postmetafisica. Qui interviene, poi, la le- zione
teorica del volume: nel disegnare l’orizzonte di quella criticità a cui P. si
mostra consapevolmente e radicalmente fedele, posta al punto d’incontro di
diversi modello filosofici, ma visti come intersecantisi e reci- procamente
integrativi (quali prassismo, empirismo e storicismo). P., Minazzi, Ragione e
storia, cit. passim. Sui filosofi italiani: VERRA (si veda), Parlano i filosofi
italiani, in La filosofia, ERI, Torino; P., Filosofi, Angeli, Milano e Id.,
Studi sull’empirismo critico di Preti, Bibliopolis, Napoli. Quanto al ruolo
della Resistenza, P. è assai esplicito: per lui stesso è l'approdo di un lungo
travaglio che lo conduce dal realismo cristiano a un immanentismo critico, che
sposta il baricentro etico del suo lavoro dall’impegno religioso a quello
civile-politico, che viene a evidenziare la centralità della categoria della
prassi, intesa però come prassi storica; di un travaglio che attraverso
molteplici contatti con gli ambienti padovani e vicentini lo indirizza verso un
cristianesimo eretico, poi lo immerge negli studi filosofici. Dal Pra aveva
compiuto tali studi a Padova, con TROILO (si veda), ma era stato influenzato
anche da STEFANINI (si veda) e da ZAMBONI (si veda), maturando una netta
posizione antidealistica, ma studiando con passione le opere di CROCE (si veda)
(soprattutto La storia come pensiero e come azione). Poi aveva affidato lo
sviluppo di un pensiero autonomo ad alcuni studi teorici (che mostrano il suo
passaggio dal realismo cristiano all’immanentismo critico: Il realismo e il
trascendente; Pensiero e realtà; Necessità attuale dell’universalismo
cristiano; Valori cristiani e cultura immanentistica) e ad altri storici (su
Scoto Eriugena e il neoplatonismo medievale; Condillac; su Il pensiero di
Maturi; che svolgono alcuni sondaggi/bilanci sul pensiero cri- stiano e su quello
idealistico, su Maturi erede fedele di SPAVENTA (si veda) e su un filosofo
appiattito dall’idealismo storiografico come Condillac), che avevano tra loro
una significativa continuità e simmetria, una problematica unità: erano tutti
testimonianze di una viva e sofferta ricerca in corso, che liberamente si
veniva confrontando con i nodi della filosofia e della storia italiana di
quegli anni*. «Un momento rilevante della mia maturazione filosofica si
colloca, e sia in senso storico che teorico. Teoreticamente «l’essere passato
attraverso la rivendicazione della primarietà della coscienza e
dell’autocoscienza mi ha infatti introdotto al problema della storia in senso
vero e proprio», come riconoscimento del- la storicità del pensiero e quindi
della necessità di sviluppare la riflessione anche attraverso le indagini di
storia della filosofia. Ma fu un momento che coincise con il rinnovamento della
vita nazionale (prima nell’attività clandestina antifascista poi nella guerra
di liberazione e nella Resistenza) in senso democratico, secondo un modello di
democrazia dal basso, capace di fare i conti con la tradizione nazionale, che
conduce al FASCISMO, e di avviarne una nuova, attivata su principi di
partecipazione e di solidarietà, di giustizia e libertà. Il dopoguerra
filosofico in Italia assunse, infatti, il volto di una ri-fondazione del
pensiero nazionale, aprendo la filosofia italiana a modelli eu- ropei e
americani (l’esistenzialismo, il neopositivismo, il materialismo storico, il
pragmatismo) che permettessero di innovarne le prospettive [Cfr. P. Minazzi,
Ragione e storia, cit.; Rambaldi, Ricordo di P., cit.; Cambi, Razionalismo e
prassi a Milano, Cisalpino-Goliardica, Milano; P., Minazzi, Ragione e storia] e
attuando in essa un intenso dialogo tra correnti e posizioni diverse. A questo
lavoro critico e pluralistico di sondaggio internazionale partecipò attivamente
anche la Rivista di storia della filosofia, fondata da P. e al rinnovamento
teorico del lavoro filosofico P. (con Vasa) dette il suo contributo col trascendentalismo
della prassi, una filosofia antiteoreticistica e problematicistica, connotata
dal primato della prassi, intesa, appunto, come prassi storica. La vocazione
della filosofia postbellica si delineava come legata al criticismo, al valore
della criticità, ma assun- ta senza ipoteche univoche, senza attenersi ad
alcuno indirizzo di scuola, anzi incrociando problematicamente i diversi
indirizzi del pensiero con- temporaneo, per decantarne il radicalismo e la
capacità di affinamento teoretico. Bene, questo compito era indicato anche dal
lavoro svolto dalla «Rivista» di P., in ambito storico e teorico. Questo lavoro
critico/aperto venne consolidandosi nelle posizioni del neoilluminismo: un
movimento as- sai articolato e variegato, in verità, ma che manteneva un
intento comune nella fedeltà alla ragione e nel riconoscimento della sua
priorità nel lavoro filosofico, vista come strumento critico capace di
illuminare anche i domi- ni della prassi (etica e politica). Il neoilluminismo,
in Abbagnano come in Preti, in Paci come in Geymonat, in P., anche in Banfi
razionalista critico e in Garin storicista critico”, viene indicato come
l’approdo del tra- vaglio postbellico in filosofia e come la ‘via aurea’ anche
per la riflessione attuale, in quanto capace di saldare criticamente insieme
ragione e vita, ragione e storia. Se pure oggi esso deve essere svolto in forma
più matura, più articolata e sottile, come la stessa evoluzione della ricerca
teorica di P. ci viene ad indicare con precisione. Anche tutto quello che è
avve- nuto nel pensiero filosofico (italiano e non) tra gli anni Sessanta e gli
anni Novanta, tra strutturalismo e fenomenologia, tra marxismo critico e
filosofia postanalitica, tra neostoricismo e ermeneutica, non cancella affatto
l’attualità di quell’indirizzo, anzi lo conferma e lo impone ancora come un
filo rosso della teoresi*. Ed è proprio questo l’altro obbiettivo e/o risultato
del volume Ragione e storia: obiettivo pienamente raggiunto, poiché [Per il
clima filosofico postbellico in Italia cfr. Garin, Anni dopo, in Id., Cronache
della filosofia italiana, Laterza, Bari; P., Il razionalismo critico, in E.
Garin (a cura di), La filosofia italiana dal dopoguerra a oggi, Laterza, Bari;
Bobbio, Empirismo e scienze sociali in Italia, in Atti del Congresso Nazionale
di filosofia (L'Aquila), Relazioni introduttive, Società Filosofica Italiana,
Roma. Sul neoilluminismo cfr. Dal Pra, Il razionalismo critico, cit.; Pasini,
Rolando (cur.), Il neoilluminismo italiano, Il Saggiatore, Milano. Ma anche:
Ferrari, Origini e motivi del neoilluminismo italiano, Rivista di storia della
filosofia, LECALDANO, L'analisi filosofica tra impegno e mestiere, Rivista di
Filosofia. Sull’attualità del neoilluminismo cfr. P., Minazzi, Ragione e
storia, cit.; Pasini, Rolando (cur), Il neoilluminismo italiano] specialmente
negli ultimi due capitoli - viene indicato sia il processo di maturazione di
questo modello neoilluministico, così come è stato rivissuto da P., ma in
fedeltà ai suoi principi, sia il modello massimo (per così dire) raggiunto da
questo stile di pensiero, da questa prospettiva teoretica. Ripercorrere
analiticamente - restando dentro il testo e andando oltre di esso, ripensando
cioè å part entière la filosofia elaborata da P. - questo cammino è ciò che ci
ripromettiamo di fare nei paragrafi seguenti, allo scopo di sottolineare la
profonda fedeltà attuata da P. a un modello critico di filosofia, ispirato a
una criticità che proprio nel criterio di apertura, di reciproco innesto tra
prospettive teoriche diverse e risolte in senso anti-teoricistico, viene a
riconoscere il proprio principio animatore e il proprio senso. La densa
intervista di P. a Minazzi si offre, abbiamo detto, come un'occasione preziosa
per ripensare l’avventura filosofica di P.; inoltre — e soprattutto — per
cogliere con nitidezza il posto che essa occupa nella filosofia nazionale
contemporanea, nel percorso del neoilluminismo e nella radicalizzazione del
criterio della criticità vista come fulcro del pensiero filosofico attuale. Di
questa criticità P. ci consegna - ancora oggi - un'immagine assai acuta: non
formalistica, plurale e aperta, capace anche di rovesciare se stessa cogliendo
i propri limiti interni e le integrazioni ab extra che le sono necessarie. Sul
neoilluminismo P. si è soffermato abbastanza di recente par- lando del
razionalismo critico, nel volume laterziano dedicato alla filosofia italiana
contemporanea Partendo da Banfi, Banfi di «Studi filosofici» e teorico di una
razionalità critica come momento integratore dell’esperienza rispettata e
potenziata nel suo pluralismo e nella sua sto- ricità, procede dal nuovo
razionalismo di GEYMONAT al neopositivismo critico di Preti,
all’esistenzialismo positivo di Abbagnano, toccando anche la propria opera - in
particolare la Rivista di storia della filosofia, che muove da alcune premesse
che in parte si richiamo al pensiero di Banfi e «in parte sottolineano
un'accentuazione polemica antidealistica nella con- cezione della storia del
pensiero? — e quella di Vasa, quella di Bobbio e di altri studiosi più giovani
(da TAGLIABUE (si veda) a Santucci (si veda). P. viene così delineando i
confini geo-storici del neoilluminismo che proprio in una prospettiva teorica
legata al razionalismo critico raggiunge la propria più forte identità. Tale
movimento aveva congiunto «temi filosofici e posizioni politiche, ma assegnando
ai primi la priorità e il ruolo di guida. Sia pure secondo diverse angolazioni,
con uscite più o meno convincenti e coerenti, il neoilluminismo si
caratterizzava come una filosofia engagée [P., Il razionalismo critico] ma
razionale, tesa a costruire il proprio modello di razionalità criticamen- te,
aprendosi alle varie tecniche di razionalità e mantenendo aperta anche l’idea
stessa della ragione; senza ontologizzarla, senza assolutizzarla, bensì ponendola
sempre al servizio dell'esperienza e della storia, dei loro intricati processi;
che essa può illuminare e contribuire a risolvere attraverso un controllo
esercitato dagli uomini in carne ed ossa. Attraverso una serie di convegni - su
cui si sono soffermati di recente PASSINI (si veda) e ROLANDO (si veda) - il
modello neoilluministico di filosofia venne messo ulteriormente a fuoco e
decantato nella sua ampiezza, ma anche nella sua problematicità; fino al
convegno fiorentino che mostra già in atto una rottura all’interno del
movimento. Poi, secondo P., si va verso la dissoluzione: diversi filosofi si
separano per ragioni filosofiche e politiche, dando vita a modelli difformi di
razionalismo, in cui sussiste ben poco di comune e si poten- ziano invece le
differenze (si pensi agli esiti di Preti o di Geymonat, di PACI (si veda) o di
Garin, come sottolinea lo stesso P.). Soprattutto è la doppia istanza di
razionalismo e di storicità che viene a rompersi, dando luogo a filosofie o
analitiche o storiche (come rivelano gli esiti di Bobbio e di Garin), che non
colgono più l’elemento di criticità nel reciproco innesto di ragione e storia.
Gradatamente si entra poi in una fase - come già Bobbio aveva rilevato parlando
del neoempirismo in Italia e della sua parabola" - in cui si sondano
piuttosto «i limiti della ragione», oppure si operano riduzioni (acritiche)
della ragione, avviluppandola in una lunga crisi da cui non è più uscita. In
tale fase si ha ancora un'eclisse della storia o la sua riduzione in chiave politico-prassica,
come pure declina la politica culturale del neoilluminismo, assediata da nuovi
massimalismi e da nuove divisioni nella Sinistra. E P. così -
significativamente - chiudeva quel saggio: la crisi della ragione mette in
evidenza come all’unidireziona- le movimento della razionalità possa
sottentrare una pluralisti- ca politica di potenza e un'articolata elaborazione
del consenso, cioè una razionalità tecnica e operativa, strumentale ed
efficiente. Così emerge in forma più svagata e dissacratoria come sia la
traduzione storica sia la funzione della riflessione filosofica si trovino
attraverso vari legami in relazione col movimento sto- rico presente; e in esso
possano collaborare e ripristinare, continuamente rinnovandolo, quel senso
della ragione che ha una sua, anche se breve, primavera. E sono parole che
riaffermano l’attualità di quella lezione teoretica, come P. stesso la verrà
fissando nel suo ultimo testo: caratterizzata [Cfr. PASINI (si veda), Il
neoilluminismo italiano. Cfr. BOBBIO, Empirismo e scienze sociali in Italia.
P., Il razionalismo critico] dall’unità critica di ragione e storia, da una
criticità che nella loro reci- proca intersezione riconosce il proprio campo
d’azione e il proprio fon- damento. P. alla fine del suo ‘viaggio filosofico’,
ci consegna, quindi, un monito e un legato: ritornare a quel neoilluminismo
(come formula di politica culturale), animarlo - ancora - attraverso il
razionalismo critico e fissare l'identità di tale modello di pensiero nella
reciproca interferenza di ragione e storia, attuata secondo procedure sempre
più sottili e sempre più plastiche. Intorno al futuro di questo neorazionalismo
critico (per co- sì definirlo, in modo - forse - inadeguato) P. non ci dice poi
molto di più - come vedremo -, anzi lo rimodella partendo dalla riflessione di
Preti, che pur non aveva decantato a pieno (anche nel proprio itinerario
teoretico, approdato a un empirismo critico e poi ricondotto verso Kant e verso
Husserl, verso il trascendentalismo) l’istanza neoilluministica e che aveva
messo la sordina (anche se niente affatto soffocata) all’istanza della
storicità, alterando il profilo del suo razionalismo in senso empiristico e
teoreticistico, e al- lontanandosi da quell’intersezione tra ragione e storia
che P. stesso indicava come la ‘sezione aurea’ della teoresi
razionalistico-critica. Va sottolineato, infatti che il costante richiamo a
Preti che anima il volume-intervista di P., il suo presentarlo non solo come
una delle grandi voci (e europee) della filosofia italiana del dopoguerra
(quale Preti, di fatto, fu), bensì anche come un modello di teoresi, rischia di
mettere in ombra proprio l’asimmetria che corre tra Preti e P.. Pur riconoscen-
do a Preti, forse, maggiore genialità filosofica, acume e rigore esemplari,
finezza nell’elaborazione del tessuto teoretico (e non solo rispetto a P., che
pur lo eguaglia per conoscenze storiche, per pulizia filosofica, per viva
sensibilità teoretica: siamo davanti a due filosofi di razza, in cui agi- sce å
part entière la teoreticità filosofica), va anche riconosciuto che il suo
modello di ragione (trascendentalistico-analitico) è assai diverso da quello
che guida la ricerca di P. (criticistico-storico-prassico). Ma non solo: il
modello dalpraiano si rivela — sia pure nella sua esecuzione un po’ pro
grammatica, carente di sviluppi analitici - più pregnante e più resistente (nel
tempo storico e nella teoria) rispetto a quello pretiano; tanto che P. può
riproporlo come via centrale anche nella crisi filosofica (e non) degli anni
Ottanta. E ciò accade perché in P. quel modello di ragione si è interrogato più
radicalmente su se stesso, recuperando nell’orizzonte della propria teoreticità
anche l’elemento extrateorico, storico e prassico, ponendolo come un fattore,
centrale e determinate, del fare teoria. Sulla parabola del pensiero di Preti
cfr. F. CAMBI (si veda), Metodo e storia. Biografia filosofica di PRETTI,
Grafistampa, Firenze, e Razionalismo e prassi a Milano, cit.; ma anche F.
Minazzi (a cura di), Il pensiero di PRETTI nella cultura filosofica del
Novecento, Franco Angeli, Milano. Cfr. P., Studi sull’empirismo critico di
Preti, cit., e P., Minazzi, Ragione e storia. Anzi, a ben riflettere,
l’incontro con Preti corrisponde a una fase della evoluzione del razionalismo
di P., alla quale però P. stesso assegna un'enorme importanza, indicandocelo un
po’ come la chiave di volta del suo pensiero; il che è vero e no. In tal modo,
infatti, viene a met- tere in ombra qual razionalismo critico a cui - in
conclusione — assegna il ruolo di guida, storica e teorica. Va, infatti,
sottolineato che la riflessione teorica di P., dopo il suo passaggio giovanile
dal realismo cristiano all’immanentismo, si è contrassegnata attraverso tre
tappe o fasi, che però non sono mai del tutto separate e che si differenziano
soprattutto per la diversa accentuazione di comuni elementi teoretici: la fase
del trascendentalismo della prassi, che - come abbiamo indica- to altrove! -
può essere considerata chiusa intorno che pone l’accento sull’antiteoricismo
della nuova filosofia e sul primato della prassi storica, sulle motivazioni
extrateoretiche che accendono e guidano i processi di teoreticità; la fase
dell’empirismo critico, che sviluppa la teoricità in senso analitico e che
corregge e integra il primato della prassi col ruo- lo-chiave riconosciuto
all’intelligenza; non a caso le guide di que- sta fase sono Dewey da un lato e
PRETI di Praxis ed empirismo dall’altro; la fase del razionalismo critico che
riafferma la centralità della storia nella teoresi, sia come molla genetica,
sia come struttura, e che richia- ma a un uso critico della ragione che non è
più inteso in senso solo strumentalistico o empirico-analitico; è una fase che
si apre con la ri- lettura di Marx e continua a crescere fino ai richiami a
Banfi e alle tesi di Ragione e storia. Certamente, come abbiamo già accennato,
questa terza fase attendeva di essere ulteriormente sviluppata e meglio
definita nei suoi confini e nelle sue strutture; stranamente - nella coscienza
di P. - essa si allacciava troppo intensamente ancora (e l’abbiamo detto) al
lavoro di Preti, mentre da esso in realtà veniva a differenziarsi
profondamente; pur tuttavia è una fase nettamente riconoscibile è abbastanza
ben definita, anche se non cancella affatto le altre due precedenti, bensì le
integra e le rinnova, radicalizzandole. Infatti il telos che guida il processo
di P. nella ricerca filosofica è una precisa e convinta fedeltà alla criticità,
alla ragione critica, di cui la fase di approdo del suo pensiero e anche la
testimonian- za più radicale. Cfr. Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, cit.
Sulle fasi del pensiero di P., scandite dal trascendentalismo della prassi e da
uno storicismo critico/razionalismo critico, cfr. Rambaldi, Ricordo di P.
Quando P. a liberazione avvenuta, riprende il lavoro filosofico in modo
organico, la sua fisionomia filosofica presenta ormai caratteri in parte nuovi:
siamo davanti a un filosofo decisamente laico, che fa i conti con l’idealismo e
che si apre alle filosofie internazionali, ma che fa tutto ciò ancorando il suo
pensiero al metacriterio della criticità. Il rinnovamento è avvenuto attraverso
la scoperta della storicità e del lai- cismo, «al quale Dal Pra giunse in un
modo che mostra tutta la serietà del suo procedere: non lo abbracciò di colpo,
bensì tentò, con profondo dramma interiore e sotto la tragica spinta degli
eventi politici, di assi- milare la componente pratica» dell’immanentismo laico
alla concezione cristiana, come ci ricorda RAMBALDI (si veda). Di qui (da
questa esperienza culturale e politica insieme) nascono anche l’antiteoricismo
e la coscien- za del primato della prassi che verranno a caratterizzare la sua
posizione filosofica postbellica, contrassegnata come «trascendentalismo
possibile della prassi». Si è trattato di una presa di posizione assai netta,
rivolta a ricollocare nell’esperienza il senso e il ruolo della teoresi,
sottraendola a ogni ipoteca metafisica e ponendola, invece, al servizio di un
uomo finito, problematico, faber, che con fatica (e attraverso molti errori)
cerca di dare un ordine razionale alla realtà, ispirandosi ad un Logos sempre
ipoteti- co e strumentale, ma che, proprio per questo, deve essere
costantemente sviluppato e controllato. Tutto il lavoro che P. conduce a ritmi
intensissimi e su fronti assai variegati si coagula intorno a questo progetto
di razionalità prassica e aperta e, in quel momento, attenta soprattutto a
garantire la propria apertura. Nella ricchissima produzione di quegli anni!’ ci
sono alcuni testi che hanno un po’ la funzione di boa: di indicatori del
tragitto. Tali la Premessa al primo numero della RIVISTA DI STORIA DELLA
FILOSOFIA e ancora i Cinque anni di vita, sempre sulla Rivista nel primo
numero; l’articolo Sul concetto di criticità, sempre sulla Rivista e quello su
Critica metafisica e immanentismo, sulla Rivista di filosofia, preceduti da
Problematicismo e teoreticismo, e da A proposito di trascendentalismo della
prassi, usciti sulla Rivista, seguiti poi da Sul trascendentalismo della
prassi, relazione presentata al Congresso di filosofia a Bologna. A questo
nucleo centrale fanno corona anche gli interventi su Dewey, su ABBAGNANO (si
veda), su GENTILE (si veda), sull’esistenzialismo, sul positivismo logico, sul
socialismo, ma anche le discussioni - che furono copiose e articolate — sul trascendentalismo
della prassi con le diverse risposte di P. (e di Vasa)”. È però attraver- [Cfr.
la bibliografia degli scritti di P. in La storia della filosofia come sapere
critico, e P., Minazzi, Ragione e storia, cit. Cfr. di P., L'identità di teoria
e prassi nell’attualismo gentiliano, «Riso quel corpus di interventi principali
che P. viene delineando la sua posizione filosofica, che è nettamente
anti-teoricistica, ispirata alla criticità, regolata dal «trascendentalismo
della prassi. Nel volume-intervista così P. rievoca quelle posizioni: il tema
del «trascendentalismo della prassi ha le sue radici più profondi lontane in
questo terreno culturale (più che filosofico), di un movimento che era, per un
lato, cattolico e, per un altro lato, aperto a vari indirizzi di pensiero
moderno e che si valeva, in modo precipuo, delle riflessioni svolte da Vasa. La
sua genesi fu complessa (politica, culturale e filosofica), ma diventa
progressivamente, l’anima dell’atteggiamento critico assunto dalla Rivista nei
confronti dei vari indirizzi di pensiero contemporanei. Esso si caratterizzava
come anti-teoricismo in nome - ha sottolineato Minazzi - dell’esigenza libera e
mobile della ricerca, che non può approdare ad alcun assoluto, e fa leva su una
istanza di natura eminentemente pratica sottolineando la parzialità e la
limitatezza storicamente condizionata nonché la piena responsabilità (morale e
teorica) del punto di vista filosofico che de- cide di assumere. Esso prospetta
un quadro problematico più ampio e aperto al cui interno nessuno può illudersi
di vedere in modo privilegiato l’assoluto né può quindi trasformarsi in
messaggero privilegiato dell’‘absoluto’», ap- proda a un senso non garantito
del reale, un senso solo possibile, che proprio nella libertà della sua apertura
ritrova il criterio fondante», per lasciare aperta ogni via di esplicazione
all’iniziativa pratico-razionale dell’uomo, come rileva PACCHI (si veda),
citato anche da Minazzi nella sua intervista. Da parte sua P. sottolinea il
carattere di possibilità che è costitutivo del trascendentalismo della prassi
(t.d.p.): l’aggettivo più importante, in questa prospettiva critica, era
proprio possibile, che vista critica di storia della filosofia; Sul
trascendentalismo dell’esistenzialismo trascendentale; Il pragmatismo
axiologico d’ABBAGNANO (si veda); Positivismo logico e metafisica, Socialismo e
metafisica; sulle discussioni intorno al trascendentalismo della prassi
rinviamo a Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, P. Minazzi, Ragione e storia,
Pacchi, Il filosofo l’educatore] soggettivamente - significa libertà e quindi
esclusione di ogni chiusura metafisica o ancora teoreticistica del t.d.p., come
pure soltanto praticistica — e irrazionalistica: in quanto il suo
anti-intellettualismo si applicava all’esercizio della ragione, era un criterio
di organizzazione interna e non solo di superamento/negazione, (che sono «le
insidie nel trascendentali- smo della prassi»)?5. Anche nella ricostruzione di
P. e Minazzi emerge con forza il carattere critico del t.d.p., l'aspetto di
criticità aperta, capace di radicaliz- zarsi e trascendersi nelle sue chiusure,
attraverso il varco del possibile e il costante rinnovamento (e revisione)
delle strutture teoretiche, in modo da non farle retrocedere né nel
teoreticismo né nel prassismo irrazionali- stico; rinnovamento attuato con uno
scandaglio sempre più consapevole della propria libertà e del suo effettivo
esercizio secondo molteplici mo- delli e/o paradigmi e attraverso il loro
intreccio. A ben guardare il t.d.p. manifesta - per noi oggi - proprio questo
carattere di criticità aperta in- nestata però nell’esercizio effettivo,
operativo della ragione, quindi un ca- rattere di razionalismo critico
orientato in senso storico-critico, in quanto la storicità viene recuperata
all'orizzonte della criticità, secondo il dettato anche del pensiero banfiano,
che P. indica come una delle matrici teoriche del suo t.d.p.?°. Se nella
discussione, che fu ampia e articolata, e che ho altrove ricostruita, intorno
al t.d.p. prevalsero i richiami all’«ancora teoreticismo» o al prassismo
(legato a una prassi non-marxiana, di sapore quasi pragma- tista — e la critica
non era del tutto peregrina, come si cercat di mostrare in Razionalismo e
prassi a Milano - oppure al metafisicismo che venivano a caratterizzarlo, più
in ombra resto il suo carattere razionalisti- co e il suo tipico criticismo,
che sono invece gli aspetti che la ricostruzione più recente ha posto
maggiormente — e giustamente - in luce. Tutta l’ope- razione del t.d.p., sia in
P. che in VASA (si veda), si sviluppa invece in un’ottica di razionalismo
critico, di liberazione, di ampliamento delle tecniche di razionalità, di
revisione aperta dei propri statuti e di elaborazione di una idea di ragione
che faccia centro - appunto - sulla criticità. Criticità che P. (l’anno della
presentazione ‘ufficiale’ al Congresso di Bologna del t.d.p., va ricordato),
indica come problema del fondamento e del fondare, da sottrarre a ogni ipoteca
metafisica, anche minimale, e ad ogni ipoteca teoreticistica — «il fondamento
sarebbe rilevabile come dato della conoscenza»? —, senza cadere in alcun
prassismo come atto di fondazione, riconfermando così un teoreticismo
fondazionistico (sia pu- [P., Minazzi, Ragione e storia, Cfr. Cambi,
Razionalismo e prassi a Milano, P. Sul concetto di criticità, «Rivista critica
di storia della filosofia re risolto in forma prassica). Va invece posto al
centro del processo critico «l’inattualismo della prassi», ovvero la
«possibilità di fare dell’inattuale e quindi del non-saputo la funzione
universalizzante della trasformazione dell’esperienza e dell’attuale»?°: la
criticità è un «ideale-limite d'un impegno pratico-puro»*; il che significa un
processo di pensiero fondati- vo che rimuove il fondamento ed accoglie
l’extrateoretico come matrice e momento-chiave della teoreticità, che su tale
esteriorità e su tale apertura si misura nel suo senso e nella sua efficacia.
La criticità, per affermarsi nella sua identità verace, deve innestarsi con e
nella storicità, deve interagire con e assumere la storia, intesa come prassi
sociale, di uomini reali collocati in un tempo reale e in una situazione
altrettanto reale e determinata. Questo innesto di t.d.p. e criticità viene a
connotare in senso fortemente razionalistico il prassismo di P. (pur lasciando
in ombra i suoi rap- porti col marxismo, con la dialettica e la filosofia della
praxis, che verranno affrontati più tardi)” e a dare un carattere non-kantiano
al suo criticismo, che si nutre piuttosto della lezione hegeliana e di quella
deweyana, come dei richiami alla soggettività-in-situazione
dell’esistenzialismo. Tra CROCE (si veda), Dewey ed ABBAGNANO (si veda) si
viene a descrivere l’orizzonte problematicistico di questa criticità, assai
vicina - ma con anche forti caratteri differenziali - a Banfi. Siamo davanti a
un criticismo storico-prassi- co e pluralistico-aperto, che gioca audacemente
come suo «fondamento» proprio la critica del fondare e il pluralismo del
fondamento, fino ad ac- cogliere l’extrateoretico come momento - e cruciale —
della fondazione possibile. Siamo davanti anche a una posizione teoretica di
largo fascino e di rigore - se pure spesso imbozzolata in lessici
post-attualistici e esi- stenzialistico-trascendentali —, di indubbio valore e
di notevole forza, che restò - invece — poco operante nella cultura filosofica
nazionale, per vari motivi: tecnico-filosofici, culturali, politici (per il
ritorno degl’ismi filosofici; per la fine del pluralismo culturale del
dopo-Resistenza; per le chiusure neodogmatiche della guerra fredda); ma anche
perché lo stesso P. e VASA (si veda) non vollero imprimerle un'accelerazione e
un potenziamento e perché assunsero - in modi diversi - l’empirismo a
interlocutore fonda- mentale, lasciando in ombra quel faccia-a-faccia della
teoresi tra ragione e storia, che era, invece, il lievito e il legato del
trascendentalismo della prassi, recuperandolo poi in anni molto lontani da
quelli della maturità e per vie aperte anche dal postempirismo, maturando
attraverso ragioni e suggestioni da questo sollecitate. Cfr. Cambi,
Razionalismo e prassi a Milano, Sul Banfi teorico del razionalismo critico Cfr.
PAPI (si veda), Il pensiero di BANFI (si veda), Parenti, Firenze; BANFI (si
veda) e il pensiero contemporaneo, Atti del Convegno di studi banfiani (Reggio
Emilia), La Nuova Italia, Firenze; Cambi, Razionalismo e prassi a Milano. P. ha
diretto la propria indagine storiografica su Hume, visto come maestro dello
scetticismo moderno e corretto interprete della sua portata antimetafisica e
problematizzante, del suo ruolo di ‘de- costruttore’ della ragione e di appello
ai diritti dell’empiria (soprattutto importanti in Hume). In questa scelta
agivano ragioni storiografiche (di revisione della storiografia positivistica e
di quella idealistica, dimostra- tesi per il filosofo scozzese assai povere;
per porre al centro del pensiero humiano quella «scienza della natura umana»,
di tipo naturalistico, che era in votis nella sua ricerca), ma soprattutto
impulsi teorici, sollecitati da quel neoilluminismo rivolto - specialmente con
PRETI — a risolvere la ra- gione in organizzazione dei saperi scientifici e in
costruzione elaborata a partire dall'esperienza umana e ad essa orientata a
ritornare. Proprio in quegli anni P. subiva - come ha ricordato - un
avvicinamento con PRETI, visto come interprete critico del razionalismo critico
banfiano, che lo sviluppava poi in senso empiristico e strumenta- listico e che
assegnava un ruolo cruciale allo scetticismo nella vita dialettica della
ragione. Hume, quindi, costituisce una via per affrontare lo scetticismo -
indagato poi anche nell’antichità, con Lo scetticismo greco” -, ma anche per
rileggere in senso empiristico lo statuto della razionalità, facen- do assumere
al criterio-guida della criticità un aspetto più operativo, più tecnico, ma anche
più ristretto. Siamo nella fase dell’empirismo critico di P., che manifesta
sensibili vicinanze a quello di PRETIi teorizzato, ma con esso non coincidente,
e sul quale hanno insistito — giustamente - tanto Rambaldi quanto Minazzi?.
Infatti per Rambaldi, e l'amicizia con PRETI ad attuare «una evoluzione di P.
che lo conduce a dare uno spazio nuovo alla teoria rispetto alla prassi»? ed a
convergere con le posizioni a assunte poi da Preti in Praxis ed empirismo, con
un pensiero tendente a risolvere ogni aseità logico-teorica in termini di
costruzione empirica, storicamente ma razionaliticamente connotata. Questo
empirismo critico, ha scritto Minazzi, è un empirismo consapevole del ruolo e
delle funzioni che le strutture (razionali e istintive) svolgono nel pro- cesso
costitutivo dell’esperienza stessa. Lo stesso empirismo di Hume si presenta
come un modello di questa «filosofia critica, capace di opera- [P, Hume e la
scienza della natura umana, Bocca, Milano (la seconda edizione, interamente
rielaborata, esce a Bari, da Laterza); P., Minazzi, Ragione e storia, P. Lo
scetticismo greco, Bocca, Milano (Laterza, Bari. Cfr. Rambaldi, Ricordo di P.,
cit.; P., Minazzi, Ragione e storia Rambaldi, Ricordo di P.] re una fondazione
aperta dei problemi e delle strutture della esperienza e della cultura che la
illumina e l’organizza, quale Hume ha intrapreso nel trattato della natura
umana, imprimendo un impianto sistematico alla sua ricerca empiristica. Lo
studio delle diverse componenti dello scetticismo storico (Hume, lo scetticismo
antico, Autrecourt) esprime sia l’esigenza di una ricomprensione critica della
storia del pensiero, capace di ricollocare le diverse forme e fasi dello
scetticismo, sia l’obiettivo di cogliere il valore teorico del pensiero
scettico: critico in quanto empirico”, in quanto connotato dal realismo, come
sottolinea PRETI. Intorno all’empirismo critico P. è tornato più volte negli
ultimi venti anni ripercorrendo con cura e sagacia il complesso itinerario e il
significato del pensiero di PRETI, mettendo in evidenza il complesso perimetro
che lo individua, in cui istanze trascendentalistiche e neopositivistiche si
saldano a forti elementi di marxismo e di pragmatismo, come pure la den- sa
tensione critica, di continuo approfondimento e di continua revisione che lo ha
contrassegnato. Si tratta di un empirismo appunto critico, cioè attraversato da
un'istanza criticista e quindi attento a sondare le proprie condizioni di
possibilità, ma anche a leggere i propri limiti e ad integrarli con altre
tradizioni di pensiero, capaci di salvaguardare ora l'autonomia del teoretico
ora la sua funzionalità pratico-sociale e storica‘. P. sottolinea anche, di
questo modello di criticità, la sensibile attualità, di cui la pubblicazione
degli inediti e delle lezioni di PRETI aveva voluto e vuole essere
testimonianza, «prova concreta» di vitalità di una tradizione
empiristico-critica a cui noi, per parte nostra, ci sforziamo, sia pure con la
nostra modestia e con il nostro volenteroso impegno, di essere, in qualche
modo, presenti. La fedeltà a PRETIcorre come una costante in P. e testimonia di
una tappa essenziale della sua evoluzione teoretica, quella appunto che è stata
definita dell’empirismo critico, contrassegnata da una risoluzione in senso
empirico-tecnico della razionalità, piuttosto che in chiave storica. Certamente
l’aspetto storico non scompare mai dalla teoresi di Dal Pra, ma si indebolisce,
si sfuma nel contorno, per lasciare al centro l’indagine logico-empirica del
razionale. Se dovessimo citare alcuni testi che indichino con chiarezza questa
presa di posizione in P., non potremmo, forse, individuare alcun testo
esplicitamente programmatico di questo mutamento di accento, bensì potrebbe
essere indicato tutto il lavoro condotto sulla «Rivista» con i numeri unici
dedicati alla tradizione dell’empirismo logico e dello strumentalismo, a Dewey
e a Russell, a Car- [P. Minazzi, Ricordo di P. P. Studi sull’empirismo critico
di PRETI. P. Minazzi, Ragione e storia] nap e su su fino a VAILATI (si veda).
Si tratta di un lavoro imponente non tanto per quantità quanto per qualità, per
capacità di approfondimento e per impe- gno teoretico, poiché si tratta sempre
di contributi che tendono a sondare gli aspetti di teoreticità di quegli
empirismi (critici). Anche RAMBALDI (si veda) sottolinea questo spostamento di
accento e di orizzonti nel pensiero dalpraiano in vicinanza col neorazionalismo
(o neoilluminismo) e attraverso «una più specifica sensibilità per i problemi
di storia della scienza» e una ricollocazione della istanza razionale in ambito
empirico-analitico*. Il suo «storicismo critico» storiografico si carica ora di
aspetti più nettamente razionalistici e si colloca in più stretta simbiosi con
l’empirismo critico di PRETI, per non lasciarlo più come interlocutore-principe
della propria ricerca teoretica, anche attraverso gli ulteriori sviluppi di un
«ritorno a Hegel» e a Marx e una ripresa (critica) della dialettica, nonché di
un richiamo al raziona- lismo critico come reciproca intersezione di ragione e
storia che viene a chiudere la traiettoria teoretica di P.. La fase empiristica
di P. va considerata più che come una fase in senso proprio (una tappa) come
un'istanza che anima da un momento particolare in poi il complesso profilo
della teoresi, offuscandone sì altri aspetti, precedentemente più sviluppati e
necessari di ulteriori artico- lazioni, ma decantandone altri ancora e
evidenziandoli come momenti centrali e fondanti. In tal senso, però, questa
fase si manifesta come una crescita irreversibile della teoresi critica di P., come
funzionale al suo radicalismo e alla sua capacità costruttiva nell’esperienza,
come un nucleo costitutivo, anche se niente affatto finale. Infatti, dopo
questo approdo dal trascendentalismo della prassi a un empirismo critico, la
ri- flessione teoretica di P. si rimette in marcia, muove verso ulteriori
orizzonti, incontra Hegel e Marx, esige un confronto con la dialettica e della
dialettica con l’epistemologia per attuare non solo il recupero di un versante
della teoreticità sacrificato dall’empirismo (anche critico) nella sua sordità
storicistica (se pure non alla storia vista come processualità), ma anche una
rifondazione più critica, più radicale della teoresi. Nei secondi anni
Cinquanta non si assiste in P. a una riduzione empiristica della criticità -
come in parte invece si assiste nel suo referente principe: in Preti, però
all’istanza critica viene fatta assumere una curvatura empiristica che la
emancipa da ipoteche postidealistiche e an- cora teoreticistiche e la immerge
sul terreno delle tecniche di razionalità, come pure - tuttavia - la riduce
nella sua portata più radicale, nella sua capacità metacritica, in quanto
capace di collegare la teoresi all’extrateoretico, al tempo sociale o storia
che l’empirismo lascia, necessariamente, ai margini nei suoi aspetti
genealogici e decostruttivi, nelle sue capacità [Sul lavoro della «Rivista di
storia della filosofia» cfr. P., Minazzi, Ragione e storia, e Cambi,
Razionalismo e prassi a Milano. Cfr. Rambaldi, Ricordo di P.] di dissolvere
aseità e di mostrare le ‘impurità’ delle genesi. Quello di P. è un empirismo
‘senza miti’, siano essi l’Analisi o la lingua o la verificazione (presenti,
invece, ancora in Preti), che lavora con una nozione plastica d’esperienza,
storicizzata, esistentiva, aperto alla propria autocritica, assunto come canone
e non come fondazione, che sottolinea le ragioni critiche e costruttive
dell’empirismo e le impone come essenziali per la crescita della teoresi, tali
lo strumentalismo e l’anti-metafisica, la costruttività della conoscenza e il
dinamismo dell’esperienza: un empirismo strumentale che è un momento della
teoresi critica, e come tale necessario, ma che non rappresenta affatto né la
sua interezza né il suo traguardo. P. stesso ci ha detto come e perché è
arrivato a un recupero della dialettica e cosa abbia significato questa ripresa
dello storicismo attraver- so Hegel e Marx. Alla base sta «la questione
decisiva e aperta del rapporto tra teoria e prassi, ragione e storia, che
sottrae la conoscenza a ogni sussistenza autonoma e la sottopone a un'indagine
critica che ne dissolve l'assolutezza di sostanziale carattere metafisico,
facendola incontrare con la prassi, attraverso l’incontro con Marx e con Dewey,
visti come correttori ma anche continuatori di Hegel. Anzi, nota P., sentivo
l’esigenza di collegare in qualche maniera lo strumento conoscitivo ad una
dimensione della razionalità concreta», quella illuminata da Marx e da Dewey,
relativa al rapporto che si viene ad instaurare tra la dimensione logica del
pensiero e il tessuto concreto dell’esperienza, tra la configurazione astratta
delle interpretazioni teorico-ideali del mondo e la dimensione della prassi. Di
qui l’esigenza di ripensare la transazione e la dialettica come stru- menti
concettuali capaci di leggere in modo interattivo la teoria e la prassi, la
ragione e la storia. Ma è soprattutto «lo studio della dialettica» che «si
presentava come più interessante proprio perché era ricco di una complessa
tradizione di pensiero» e perché ricomprendeva anche la transa- zione deweyana.
Preti, Praxis ed empirismo, Einaudi, Torino e Id., Il mio empirismo critico, in
Saggi filosofici, I, La Nuova Italia, Firenze. P. Minazzi, Ragione e storia,
P., Presentazione, in Dewey, Bentley, Conoscenza e transa- [Lo studio delle
mediazioni tra ragione e storia — che ritorna così, come abbiamo detto, al
centro del pensiero di P. - si compie in una direzione più operativa, più
legata a tecniche di razionalità, più segnata dalle esigenza di un empirismo
critico, rispetto alla fase del «trascendentalismo della prassi, ma ne rinnova
e ne sviluppa l’istanza fondamentale. E la dialettica si pone esplicitamente su
questo terreno di mediazione tra cono- scenza e prassi, e prassi storica in
particolare. È lo strumento più maturo per pensare questa mediazione, anche
perché dotato di una ricca tradizione storica che ne ha approfondito le
strutture e il significato. Anche Rambaldi riconosce l’importanza del rapporto
Hegel-Marx per comprendere P. che svolge una indagine, sorretta dallo
storicismo critico e condotta sull’ismo della ‘dialettica’ come struttura
formale» in Marx, ma non solo in Marx (anche in Hegel, attraverso Marx, e in
Dewey, attraverso Hegel)”. La scelta di Marx non è causale: nasce dalla volontà
di adire una dialettica non-speculativa, antiteologica (non-metafisica),
nutrita di referenti empirici e attivi nella comprensione dell’esperienza,
quindi risolta in senso strumentale e niente affatto ontologico. Il Marx di P.
- come molto Marx, da quello di CORNU (si veda) a quello ‘galileiano’ di VOLPE
e - è un Marx che opera la rivoluzione cognitiva più radicale della modernità,
innestandola nella prassi, rivolta a sussumere la prassi nel tessuto
logico-organistico della dialettica, come scrive Rambaldi. Il Dewey
‘dialettico’ di P. trova poi una precisa definizione nel saggio su Dewey e il
pensiero di Marx come poi - molti anni dopo - nella introduzione a Conoscenza e
transa- zione di Dewey e Bentley”. In ambedue i casi è la vicinanza/distanza da
Hegel che viene a sottolineare l'aspetto empirico e cognitivo della dialet-
tica e il suo sostanziarsi di caratteri prassici, in quanto capace di cogliere
i nessi tra teoria e storia, tra conoscenza e tempo storico. Esce da Laterza il
volume su La dialettica in Marx, fino all’opera che studia il configurarsi di una
dialettica empirico-epistemica nella riflessione svolta fino a Per la critica
da Marx e che è erede e correttrice a un tempo della dialettica hegeliana, sia
pure con oscillazioni e pentimenti. L'incontro con Marx si faceva centrale
poiché - pur mantenendo un ruolo autonomo alla teoria, una «relativa autono-
zione, La Nuova Italia, Firenze; ma anche Id., Dewey e il pensiero del giovane
Marx, «Rivista di filosofia. Rambaldi, Ragione e storia. Su Marx cfr. Il
marxismo italiano degli anni Sessanta e la formazione teorico-politica delle
giovani generazioni, Editori Riu- niti, Roma, VOLPE, Logica come scienza
storica, Editori Riuniti, Roma; A. Cornu, Marx e Engels dal liberalismo al
comunismo, Feltrinelli, Milano; Rossi, Marx e la dialettica hegeliana, I e II,
Editori Riuniti, Roma. Sull’importanza di Dewey nel pensiero di P. cfr.
Rambaldi, Ricordo di P.] mia della teoria nei confronti della prassi» (ha detto
Rambaldi)” - attiva anche una ripresa dello studio del nesso che deve correre
tra ragione e storia e che nella dialettica trova il proprio dispositivo
fondamentale. L’opera su Marx ha quindi un preciso connotato cognitivo e una
funzione in qualche modo programmatica, aspetti che superano de- cisamente il
suo pur importante e significativo impegno di ricostruzione e interpretazione
storica. Il primo elemento sottolineato da P., intorno alla dialettica marxia-
na, è il suo forte legame con la dialettica di Hegel e che, «se la dialettica è
sempre presente nelle pagine (di Marx), dalla Tesi di dottorato al Capitale,
non è ovunque presente allo stesso modo e con una formulazione rigoro- samente
identica, ma viene scandita secondo diverse fasi: «il metodo dia- lettico è
largamente presente nei primi scritti di Marx, assunse poi una posizione
nettamente diversa e fortemente critica nei riguardi della dialettica, nella
Sacra famiglia, nell’ideologia tedesca e nella Miseria della filosofia, per poi
tornare esplicitamente a una rivalutazione della Logica hegeliana e del metodo
dialettico nell’Introduzione, fino a Perla critica”. Si tratta però di una
dialettica antidealistica, ripensata in termini realistici, ma non
ontologistici o scientifici (alla Engels). Marx guarda, in particolare, a una
fondazione empiristica dalla dialettica e a un suo uso empirico-critico e storico;
essa è uno strumento pratico per una descrizione concreta delle condizioni in
cui si svolge l’attività umana» e tale «processo fondato in modo
pragmatico-fattuale diverrebbe strumento utile perla elaborazione di un
discorso scientifico nell’ambito del sapere storico», che ne indichi la
processualità e il senso. La dialettica è in Marx uno strumento limitato di
analisi applicabile con frutto ad un complesso determinato di fatti, ma che
anche mantiene oscillazioni e qualche regressione (verso Hegel). In Marx è
all’opera quella nuova logica che riguarda la fondazione empiristica della
dialettica e che collega divenire storico e concetto, ma sempre per via
ipotetica ed euristica, senza necessità a-priori. Dietro queste affermazioni
sta il marxismo empiristico di PRETI espresso nell’opera, ma ci sta anche la
ripresa di quel razionali- smo critico anni Quaranta-Cinquanta che viene
ricondotto - anche nel suo nucleo più problematico: il nesso teoria/prassi o
ragione/storia — verso terreni analitici, assumendo la dialettica a strumento
cognitivo-principe di queste mediazioni. Ma una dialettica risolta in puro
strumento cognitivo, sottratta a ipoteche ontologiche e speculative, ancora
presenti nella stessa tradizione marxista, nella «dialettica della natura» e
nelle formula- zioni del Diamat. Così «la nuova filosofia» di Marx assumeva
«caratteri di grande interesse proprio per chi fosse interessato a considerare
in modo [P. La dialettica in Marx, Laterza, Bari] particolare il rapporto che
può instaurarsi tre le strutture della razionalità e il mondo della prassi. E
Marx su questo terreno è una buona guida, perché fa un uso «euristico» della
dialettica, attraverso anche i numerosi richiami all’esigenza di mettere sempre
capo a riscontri empirici sicuri, alla rivendicazione della base sensibile
dell’esperienza e alla necessità di sottoporre sempre il piano teorico al
riscontro puntuale dell’esperienza. Assunta la dialettica in questi termini
cognitivi, si tratta poi di innestarla nel circuito tecnico del pensiero epistemologico
contemporaneo, mostrando la funzione di interazione (critica) che essa esercita
e di correzione alle ipostasi analitiche (attuando una critica
dell’epistemologia), ma anche quella di estensione critico-analistica su
terreni come la storia - che sfuggono alla sola logica analitica, richiamandosi
in questa operazione al lavoro del marxismo critico per tradurre il movimento
della dialettica in ‘schema empirico’. Non si tratta, certo di superare il
metodo scientifico bensì di integrarlo e di assumerlo in forma critica,
rivivendone le istanze in ambiti differenti con metodologie differenti. La
dialettica si fa una di quelle tecniche dell’intelletto che devono rendersi
operative per attuare un approfondimento» della «istanza della criticità». Così
P. ritorna - ma in forma più ricca e matura - verso il razionalismo critico
degli inizi del suo pensiero (laico), riconfermando al centro la nozione di
criticità, innestando questa nella relazione tra ragione e storia, ma
dispiegando questo nesso - attraverso la dialettica - in modo empirico,
analitico-critico, mostrando la puntuale, concreta interferenza tra conoscenza
e prassi, tra l'autonomia teoretica e il terreno della storia e della prassi.
Nell’intervista P. riconosce con precisione questa sua unitaria vocazione
teoretica. Più che ad una corrente del pensiero contemporaneo nel corso del- la
mia ricerca e delle lezioni universitarie ho cercato di dare rilievo ad un
problema concernente il nesso tra lo sviluppo storico e la struttu- ra teorica
che mi è sembrato farsi strada verso correnti diverse confi- gurandosi in
molteplici modi. Il suo chiarimento mi ha poi indotto a prestare attenzione
particolare alle differenti fasi del pensiero critico, riconoscendo in esso il
volano stesso del pensiero e del pensiero occidentale in particolare. Ed è
intorno al nesso ‘attivo’ di teoria e prassi che si gioca — oggi - il destino
della criticità, torna a ricordarci P. P., Minazzi, Ragione e storia. La ricca
e complessa parabola che il razionalismo critico vive nella rifles- sione di P.
si caratterizza come una sua crescita concentrica, intorno ad un nucleo forte e
stabile (il nesso teoria/prassi o ragione/storia) che, però, viene
articolandosi secondo accenti diversi (ora sottolineando il ruolo della prassi
ora quello della teoria ora il loro equilibrio e/o reversibilità). In questo
processo si dispiega un modello critico (autocritico/metacritico) di teoresi
che si salda a una prospettiva stabile, ma al tempo stesso la dispiega in tutta
la sua variegata problematicità, in tutto il suo iter di sviluppo e di
approfondimento. La lezione teoretica di P. si innesta così al centro del
problema teoretico contemporaneo, legandosi alla volontà di pensare una ragione
che coglie le sue stesse radici/implicazioni extrateoretiche, che esce dalla
sua purezza/aseità per definirsi come strumento e come strumento pratico e che
intorno alla sua valenza pratica deve costantemente interrogarsi e definirsi.
Aspetti tutti che travagliano e strutturano la riflessione contemporanea. Siamo
davanti quindi a una ripresa dello storicismo, risolto nella forma critica e
nel suo nucleo più radicale alla luce di una criticità aperta e consapevolmente
aperta, che si gioca intorno all’interrogazione fondativa e la risolve in senso
storico-empirico come costruzione di processi razionali a partire da una
particolare condizione storica, tramata di problemi concreti e determinati. Lo
storicismo critico di P. è, in realtà, un razionalismo critico che viene
sviluppandosi attraverso un empirismo critico, per approdare a un potenziamento
analitico della stessa criticità, conducendola oltre il suo carattere
esigenziale o programmatico e connettendola invece a precise tecniche di
razionalità (come la dialettica). Tutto questo colloca P. in una significativa
zona di confine tra neoilluminismo e neostoricismo - tra PRETI e GARIN potremmo
dire? -, annodando insieme le due anime del neorazionalismo postbellico, nel
quale la sua posizione filosofica nettamente si colloca e nel quale viene a
ricoprire un ruolo di punta e una funzione di continuità. Ruolo di pun- ta
poiché pone faccia a faccia Analisi e Storia, le media reciprocamente,
riprendendo le più deboli e parziali mediazioni di PRETI (si veda) e di GARIN
(si veda) (negli opposti fronti) e conducendole verso esiti di connessione più
intima e più tecnica (attraverso la dialettica, che non a caso resta marginale
tanto in Preti quanto in Garin, dal punto di vista strettamente
logico-cognitivo). Funzione di continuità, poiché Dal Pra ha continuato a
riflettere intorno al nucleo del neoilluminismo, trasportando le sue istanze
teoretiche in una nuova stagione filosofica e, quindi, aggiornandone la voce ma
ricon- fermandone la prospettiva, sia pure allargata e sofisticata. Si è
trattato, in breve, di una crescita del razionalismo critico che lo ha
contrassegnato sia dal punto di vista tecnico e cognitivo, arricchendone [Cfr.
PRETI, Praxis ed empirismo, cit., e GARIN, La filosofia come sapere storico,
Laterza, Bari] LA FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA] e determinandone le
procedure razionali, sia dal punto di vista teoretico generale (o filosofico),
fissandone il connotato di criticità e la dimensione aperta del suo lavoro
critico, che si contrassegna, anche, come controllo costante dell’itinerario di
criticità (quindi come metacritico). Ora - però - è proprio su questo fronte
della criticità e della sua aper- tura che possono essere colte anche le
timidezza o le eventuali chiusure del razionalismo critico di P. E prima di
tutto le sue chiusure rispetto alle ultime voci della filosofia critica e della
stessa ricerca di mediazione tra ragione e storia, tra pensiero e tempo,
rappresentate dalla filosofia at- tuale, specialmente dalla ermeneutica critica
e dalla sua doppia identità della decostruzione e dalla interpretazione, in
quanto capace di riafferrare il faccia a faccia tra teoria e storia e di
sondarne gli intrecci, le filiazioni, i nessi cognitivi, immaginativi e
pratici. Accanto all’ermeneutica anche la teoria critica dei francofortesi
appare assai sullo sfondo®, nel lavoro filosofico di P., non recepita nella sua
base metacritica e nella sua volontà di liberalizzare la dialettica e di
ricondurla al suo puro (e vero) iter cognitivo. Eppure tanto l’ermeneutica
quanto la teoria critica hanno procedu- to avanti nell’ambito di una storicizzazione
del pensiero, di una revisione storico-critica della ragione e di un suo
potenziamento non-formalistico. Entrambe poi hanno sondato le matrici
extrateoretiche della ragione e il suo stretto e problematico legame con la
prassi (sia etica sia politica). Purtuttavia l’attenzione di Dal Pra per queste
frontiere della teoresi con- temporanea è stata - nel complesso - esile. Tutto
questo ha un'origine e un senso, ma anche un costo. L'origine del
silenzio/disinteresse nasce da quel collocarsi di Dal Pra nell’ambito del
neoilluminismo, cioè in un modo di fare filosofia cha muove dalla ragione e che
l’assume come prospettiva fondamentale, sen- za pensare come utile e come
possibile una sua destrutturazione radicale e una decostruzione in senso
nietzschiano o heideggeriano (Nietzsche e Heidegger sono, infatti, i ‘grandi
assenti’ nel pensiero filosofico di P.: nell’intervista Nietzsche non viene mai
citato né lo è Heidegger), una sua ricomprensione ermeneutica. Così, tutto ciò
produce anche un silenzio intorno ad altre procedure critico-razionali - come
il Verstehen, il comprendere- capaci di pensare la non-aseità del teoretico, di
ricollo- carlo nelle sue origini storiche e di ripensarlo intorno al proprio
senso. I costi sono evidenti: la criticità - pur assunta come aperta — viene
fermata nel suo processo metacritico e nella sua radicalizzazione, ancorandola
ad un ambito storicistico inteso in senso un po’ pragmatista, come dialogo tra
teoria e prassi e non come lavoro decostruttivo/ricostruttivo del senso storico
del loro rapporto e quindi dell’uso teoretico della tradizione (ei- detica e
linguistica) che facciamo in questo campo quando assumiamo come guida
l’intersezione (reciproca) di ragione e storia. Certo sono co- sti storici che
non limitano affatto l’itinerario teorico dalpraiano e il suo et Cfr. P.
Minazzi, Ragione e storia] significato attuale, ma indicano anche un compito
oltre di esso: di fare i conti - in quella interazione (reciproca) - anche con
gli appositi dell’er- meneutica critica, in particolare, che proprio su quella
medesima ‘lun- ghezza d’onda'’ si è esercitata, se pure con procedure assai
diverse rispetto al razionalismo critico”. Con tutto questo niente viene tolto
al significato teorico e storico del lavoro di Dal Pra: alla sua fedeltà alla
ragione, anzi ragione critica, anzi ad una criticità aperta, ma che conferma al
centro un suo nucleo storico- teorico essenziale (ripetiamo ancora: il nesso
problematico e tensionale tra ragione e storia) e lo impone come asse del
pensiero contemporaneo, come un po’ il suo ‘osso di seppia’ e la sua sfida
ancora incompiuta. E pro- prio in questo richiamo prende corpo l’attualità di
P., connessa alla funzione che il suo razionalismo critico non ha ancora finito
di esercitare: funzione di memento teoretico e di exemplum critico e
analitico-critico. La lezione filosofica di P. - pur nei suoi confini, pur con
gli inevita- bili limiti storici - viene oggi a sfidare proprio quei
neodogmatismi che in molti territori della filosofia vengono a prendere corpo,
e partendo del- le scienze assunte come modello ne varieteur di razionalità o
dal rilancio della metafisica, come ‘sapere dell’inizio’ e del fondamento, o
dalla set- torializzazione tecnica e tecnologica della filosofia che la depriva
proprio della sua generalità e quindi della sua radicalità. Dal Pra con la sua
densa ed esemplare lezione teorica, consegnataci anche nella rivisitazione
fattane con Minazzi in limine vitae, ci aiuta a resistere alle sirene di una
teoreticità che vuole - per molte vie — ricostruire approdi sicuri, certezze
confortanti e quel «mondo della sicurezza» che le filosofie del Novecento -
come ben vedeva Dal Pra - hanno dissolto per sempre e al cui posto hanno collo-
cato una teoresi inquieta che vuole interrogare se stessa e il proprio costi-
tuirsi, che intende pensarsi in modo autentico e radicale, e criticamente
radicale, partendo proprio dal traguardo storicamente raggiunto nel suo
processo - tipicamente occidentale — di progressiva problematizzazione e
spostando oltre di esso la frontiera dell’indagine critico-radicale. Per la
teoreticità ermeneutica cfr. Gadamer, Verità e metodo, Fabbri, Mi- lano 1972 e
L. Pareyson, Verità e interpretazione, Mursia, Milano; Vattimo (cur.),
Filosofia, Laterza, Roma-Bari. Cfr. P., Filosofi del Novecento, cit. e Id.
(cur.), Storia della filosofia, Milano, Vallardi. Nome compiuto: Mario Dal Pra.
Pra. Keywords: hegeliani, storiografia della filosofia antica, la filosofia
antica, la filosofia italica antica, la filosofia romana, la filosofia romana
antica, Antonino, Crotone, Velia, Filolao, Vico, Croce, la storia della
filosofia, filosofia della storia della filosofia, storiografia filosofica.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pra” – The Swimming-Pool Library.
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