GRICE ITALO A-Z P PIC
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Piccolomini: la ragione conversazionale, l’implicatura
conversazionale, e le figure di retorica – la scuola di Siena -- filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siena). Filosofo italiano. Siena, Toscana. LA RETORICA. Grice: “I
became especially interested in rhetoric after Leech, an Englishman who ended
up teaching at Lancaster, argued that all I ever did was engage in
‘conversational rhetoric!” – LIZIO. Grice: “figure of rhetoric” – “rhetoric” versus “dialectic”
inference -Alessandro Piccolomini Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
arcivescovo della Chiesa cattolica Incarichi ricoperti Arcivescovo di
Patrasso Nato a Siena Nominato arcivescovo Deceduto a Siena
Manuale Frontespizio della filosofia naturale (Siena, Siena. Filosofo, etterato, astronomo
e arcivescovo cattolico italiano. Stemma della famiglia Piccolomini
Blasonatura D'argento, alla croce d'azzurro, caricata di cinque crescenti
d'oro. Membro egl’intronati (‘Stordito’). Venne rappresentata la sua
commedia Amor Costante ed Alessandro, entrambe dall'intreccio macchinoso, ma
con vena psicologica e moralistica. Legato all'ambiente degl’intronati è il
Dialogo de la bella creanza de le donne più noto come Raffaella. Professore
a Padova per. Insegna filosofia e partecipa alle attività degl’infiammati. Scrive
ad Aretino, esponendogli il suo pensiero sul volgarizzamento della prosa
scientifica. Rientrato a Siena, lascia la città per trasferirsi a Roma. Qui vive
nell'ambiente del card. Francisco de Mendoza. Uomo di grande cultura,
traduce dal latino il sesto libro dell'Eneide (VIRGILIO) e il tredicesimo libro
delle Metamorfosi d’OVIDIO, dal greco in italiano l'Economico di Senofonte, la
RETORICA e la Poetica del LIZIO e in latino il commento di Alessandro di
Afrodisia ai Meteorologica di Aristotele e la Meccanica Aristotelica. Nominato
arcivescovo di Patrasso, rimase a Siena come coadiutore dell'arcivescovo
Francesco Bandini Piccolomini. E il primo, molti anni prima di Bayer, ad
aver contrassegnato le stelle in base alla loro luminosità con delle lettere
(alfabeto latino). Il libro dal titolo De le stelle fisse, è da molti
considerato il primo atlante celeste moderno. Le mappe contenute nell'opera
presentano tutte le costellazioni tolemaiche (ad eccezione di quella del
Puledro) e mostrano le stelle senza le corrispondenti figure mitologiche; per
la prima volta in un libro a stampa venivano quindi riportate le mappe astronomiche
complete con le costellazioni tolemaiche. Il De le stelle fisse e un altro libro, sempre di P., dal titolo
Della sfera del mondo vennero pubblicati
in un unico e rarissimo volume. In ricordo del famoso letterato senese,
sulla Luna c'è anche un cratere che porta il suo nome; il cratere P. è molto
profondo, ha un diametro di circa 88 km ed è ubicato (29,7°S / 32,2°E) a sud
del cratere Fracastoro. Opere di prosa e di teatro Amor costante, Dialogo
de la bella creanza de le donne (Venezia) Alessandro, De la nobiltà et eccellenza de le donne,
(Venezia) Trattati Libri ad scientiam de natura attinentes, Della sfera
del mondo, La economica di Senofonte tratta di lingua greca in toscana,
Venezia, Al segno del Pozzo, De la instituzione di tutta la vita de l'omo nato
nobile, e in città libera (Venezia) In quatuor libros meteorologicorum
Aristotelis, commentatio lucidissima (Venezia) Edizione Commentarium de
certitudine mathematicarum disciplinarum (Roma) Sfera del mondo, Venezia,
Cesano. Annotazione nel libro della Poetica di Aristotele; Della grandezza
della Terra et dell'Acqua (Venezia, Ziletti) Sfera del mondo, Venezia, Giovanni
Varisco; Speculationi de' pianeti, Venezia, Giovanni Varisco; De le stelle
fisse. Edizione del Il Libro della
Poetica LIZIO. Tradotto di greca lingua in volgare da P., Con una epistola ai
lettori del modo del tradurre (Siena, per L. Bonetti) Retorica LIZIO
amplissimamente tradotta e illustrata con dotte e utilissime digressioni da P.,
Venezia per Angelieri, Libri ad scientiam de natura attinentes, Venezia, eredi
Francesco De Franceschi (senese), Libri ad scientiam de natura attinentes,
Venezia, eredi Francesco De Franceschi (senese), Bibliografia Paparelli, P., Dizionario
Letterario Bompiani. Autori, Milano,
Bompiani; P. Un siennois à la croisée des genres et des savoirs. Atti del
colloquio internazionale (Parigi), cur. di Piéjus, Plaisance, Residori, Centre
interuniversitaire de recherche sur la Renaissance italienne), Università
Sorbonne Nouvelle – Paris. P., su Treccani.it –
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Britannica, Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature,
Harper. Tomasi, P., Alessandro, in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere
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Encyclopedia, Robert Appleton Company. Cheney, Alessandro
Piccolomini, in Catholic Hierarchy. Portale Astronomia Portale
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a Siena Morti a Siena Drammaturghi italiani Professori dell'Università degli Studi
di Padova Piccolomini Traduttori dal latino Traduttori dal greco
anticoTraduttori dal greco al latino[altre] A THEODETTO; TRADOTTI IN LINGUA. LIZIO,
5 s^rjòm TRADOTTI IN LINGVA VOLGARE, T^a AI. NVOVAMENTE DATI IN
LVCE. Con la tavola de' Sommarij. VENEZIA. Appalto Francesco
deTranceichi SanefL. tri e fetÀ A VÈJjaf: E ben'io fimpre ho fiimafà, genttlifiimi
lettori, esser tanta la differenza trai cercar curiosamente occasion di
calunniare morder, più toflo che di riprender per o [curar Ì altrui
gloria, gli Jcr itti altrui 5 0 l'opporsi dall'altra parte sinceramete per
filo %elo dellà 'verita, a quelle co/e, che paian manco vere in e fi 5 che
fi come il far questo e cosa dignissima d’ogni libero purgato intelletto
cosi il far quello a maligna, e malvagia volontà s appartiene. Niente dimanco
io fino sìa to sempre cosi nemico d’offènder in quanto si voglia pi ce la
cosa, chi si sìa y e ffetialmente con mezo di queflo infamissimo vizio
della mordacità j che per un non so che d'apparente somifilanda che fra lor
tengon le due cofidette; io voluto fiejfe volte non seguir fv nocche fapfe
ij rebbe jjj rebbe per fi lodeuóle per fuggir ogni pericolo, JoSpition
di biajmo, che potessè recare l'altra. Da questo nasce che potendo parer
maraviglia ad alcuno che doppo tante tradott:onr y fatte fin oggi della RETORICA
a Teodetto delle quali, quattro IN LINGUA LATINA e due nella nostra volgare] ho
fin hor vedute 5 io nondimeno mi sìa pofio parimente a, tradurla non ho
voluto ajsegnar per ragion di questo, imperfezione alcuna ch'in qual si
voglia delle dette traduzoni, abbia io giudicato che si ritruovi. Ma mi
contento sola, che mi bafli d'addurneal pr e finte questa ragione è,
chauend'io già fatto piena paragrafi in lingua nostra supra tutti li tre
ùbri di e fifa ^B^tpricay ed avendo quiui nella margine accennato e cituto passo
per passo i praprij luoghi del LIZIO cosi le fiejfe parole latine secondo
la traduzione di Trapezjzjun* ito $ accioche 1 Lettori della parafi aje
con minor fatiga potefierri trouare e parragonar ti te fio con la
parafi aJL^ $ giudicai, che fufie ben fatto di far le cimtioni deltefio del
LIZIO nella lingua nostra ancora. £f perche meglio si potèsse veder I 'veder
fondata la correspondenza della parafi afe al te fio, secondo il fin/o, che più
ho io /limato ejfer vero, et legittimo, feci pensiero di far la presènte
tradottiones e maggiormente essendo par ufo così ben fatto a molti amici
miei, giuditiosi, amatori di Ietterei. 6t a queflo effètto, accio che più
ageuolmente si potejfer rincontraci luoghi della parafi afe con uei
delia lettera del LIZIO dame tradotta $ ò pojlo nella margine di quella
tradottioncj alcuni numeri, chabbian da rispondera i numeri, che faran
parimente poftì nella margin della parafi afi^j, che toflo vfcirà fiora
riìlam-* poto in tutti a tre i libri inferni. Ho coluto con quefie poche
parole farui capaci (benigni fimi lettori) della cagion, che ni ha moffo a
portar la Tietoriùa del LIZIO nella nostra lingua. Jnche
fare,Jeconofcerete, eh* io mi fa in buona parte appreJfatJ alla venta
legittima dei fenfì Juoi, et a fargli chiaramente apparir altrui (che fon
le due cofe, do in tradurre mi sfòrzo d'andar cercando) filmerò io,
che ciò a me fta piena ricompensa di quefia impresa: e con maggior animo
darò fine alla tradot% tione tionc, eh e nella me de firn a noftra lingua,fo
al prefente della Toetica del LIZIO^ fjf allaparafrafe parimente ciò io le
fo Jopra. lacjual nuoua tmprefa già farebbe condotta al fne.fi
più JfreJ/e, £f men breui triegue mi concedeffe quefa lunga
infermità-, che tanti anni già mi iteri oppreffo. Ada fiero pur che la detta
tmprefa farà condotta al fin fo per tutto Ì anno feguente^j del
fettanfnjno. Dio nofiro signore vi conceda ogni prosperità. Da c ' g encr
demoliranno 5 e delle co felodeir-> li, e delle vituperabili 5 e dei
luoghi da trovarle, e da provarle, del genere giudicialc e prima
dell'ingiurie e cause di quelle;e a quai capi si poflbn ridurre, delle cose
gioconde, o ver voi uttuofe, per cagion delle quali foglion recarli a
far'ingiuria gli’uomini e dei luoghi da ritrovarle, da conofccrle e da mostrarle,
quali fogli on'esser quelli che volontieri fan no ingiuria e quelli contra
de i quali si fanno, quali azioni si debbian dir veramente giuste o ingiuste o
ver guistamente o ingiustamente fatte, e dell'equità donde la nafea, e in che
differifea dal rigor delle leggi e alcuni luoghi da conoscerla, dell'ingiurie
pofte in paragone e comparationfradi loro; quali sien maggior e quali minori e
alcuni luoghi da conoscer questo, delle pruove e modi di far fede
inartificiali, o ver senz'artiheio, del bisogno c'hà l'oratore della cognizione
degl’affetti e passioni umane, dell'affetto dell'ira, della mansuetudine, ò ver
placabilità, dell'AMORE e dell'odio, del timore, e della confidenza, della verecondia
e dell’inuerccondia, della grazia, della Compassione, dell’indegnazione, dell’invidia,
dell’emulationc, della giovinezza, e conditioni di quella, della vecchiezza e sue
proprietà, della virilità e sue condizioni, della nobilità, Si proprietà di
quella, dei costumi e proprietà dei ricchi, dei costumi di coloro c'han grande
auttorità e potenza sopra degl’altri e dei bene fortunati, continuazione delle
cose dette, con quelle chc s'han da dire nel restante, della natura del possibile
e dell’essere stato e rlcll aver cad efTcrej e dei luoghi loro e
della gradczza e piccolezza, considerate in natura loro, dell'essempio, o
ver'induzione retorica e delle specie sue e lor condizioni e del modo d'usarle, se
collocarle nell’oratione, delle sentenze oratorie, se di tutte le spetie loro
e dell’uso ed utilità di quelle, degl’entimemi e dei precetti necessarij all'uso
di quelli e quali sieno gl’entimemi puri prò uatiui e quali gli
redarguitiui, o ver reprovativi, de i luoghi comuni e quali tra gl’entimemi sié
quelli che di nobiltà e di perfezione eccedono, che si truovino Enth. Appareri
e quali essi sieno, e de i luoghi comuni che posson lor servire, De i modi
d'opporlì all’avversario e di difirioglier le sue ragioni. E che cosa sia instanza,
o ver obbiezione oratoria, e in quanti modi si faccia, dell'amplificationc, in
ampliare, e in diminuire, over estenuare, della continuazione e del proponimento, o
ver propofuion di quello, che s'ha da trattare in esso.
E della TAVOLA della pronuntia oratoria e finalmente della distinzione
della locutione oratoria dalla poetica, della virtù della locuzione oratoria e
delle condizioni, che le convengono e quai forti di parole si ricerchino
per tai conditioni: et della Metafora, et de gli Epithcti, ouer aggiunti;
della freddezza, over inettezza, e difetto della locutione oratoria; dell’imagine,
over comparazione e della differenza e covenenenza ch'ella tiene colla metafora;
della struttura della locuzione oratoria e prima del parlar grecamente e quante
e quali condizioni si ricerchino a questo; dell'ampiezza, magnificanza e
grandezza della locuzione e quai cose poflbno o nuocere, o giouare a qucfto.
Del decoro della locutione oratoria, et quarc, et quali fiélecòditioni, & rauuertetie,
che perfuacagio fi ricercano.& qual fia la locuzione proportionata, qualc la
coftumata ,&: quale la pathetica, o ver afFcttuola. Del numero e ritmo
oratorio, ed in che sia differente dal metrico dei poeti: Óc d'altre cose
appartenenti al ritmo, ed agli accenti. (ilL fasi Renella riga c .del legislatore,
bygi dal legatore. e.\o.canfagiÀ.cofagia\ f.tfiion
ejfendo.&nonejjendo. \.\6 efftndo.^ effendo. -.e *£afide.& alle
fedi. 113 4.U dell altra pan. Et dall'altra parte. 1 . Quefìe.
Quelle. tg*no.congiungam. DELLA RETORICA DEL LIZIO L.L::^ a Theodetto, TRADOTTA
IN LINGVA VOLGARE Da P., dell'utilità della reorica e delld
Jòmivltanz^a creila tien conlla DIALETTICA. a A retorica hà gran convenien
ria et corrispondenza colla DIALETTICA [cf. H. P. Grice on logical versus
pragmatic inference and G. N. Leech on pragmatics as conversational rhetoric];
percioche coli l'una come l'altra per vna ccr ta forte di vie procede, le quali
sono in un certo modo alla cognizione communemente di tutti gli rinomini
accommodare; e non dentro a termini d’alcuna particolare scientia, riftrette,
et determinate. 3c per quello lì vede, che tutti in vna certa maniera,
d'am4" bedue quelle facilità partecipano, et fon capaci: vedendo
noi, che niuno è, che fin'ad vn certo termine non fi metta a impugnare le
ragioni altrui, Se a foAener le fue; & parimente a difenderli, ed ad accusare,
ogni volta, che gliene vien bisogno. j et nella moltitudine di chi fa
quello, alcuni fono, che feonfideratamente, et inettamente lo fanno, et quasi acaso,
et altfi A per 2 Della storica d'Aristotele per il contrario lo
Tanno più ordinatamente, Se quali per habi( ro;dal'vfo, et dall'edercitatione
acquiftato. Vedendoli dunque nell'vn modo, et nell'altro far quello, chiara cosa
è, che polli bil cosa fiad'inuefligare, & veder come ciò con via, Se
con ordin fi debba fare: potendoli cercare, et trouar la cagione,ondc fia,
che confeguifean parlando l'intento loro, cosi quelli, ch’in ftrutri
dall'euercitation procedono, come quelli, che puramente a cafo. Se cofi fatta
inueftigatione, Se olTèruatione, no farà alcuno, che non confelTi efferc
opera, &offitio d'arte. Di quell'arte del dire adunque, coloro, che
fin’a qui n'han trattato, Se comporto libri, una picciola, Se breuc parte n'han
tocS co. Conciofia cosa che clfendo il prouare, e 1 far fede, l'cfientia &
lafoilantiadi quell'arre, Se tutte l'altre cose, che le ftan d attorno,
accidenti, et aggiunti di quella; eglino degl’entimemi, Se degl’argomenti che son'il
corpo fodo della fede, che s'hà da fare, non dican nulla: Se di quell’accidenti
che son fuora della sostantia, Se del negotio Hello, lungamente
parlino, 9 Se molte cofe trattino. L'affetto di calumniare, Se la compassione,
et l ira, Se V altre cosi fatte passioni dell'anima, non riguardan la causa che
s'hà da trattare, ne toccan propriamente la cosa ltclfa, ma solo han
riguardo a commouer, lìorcere Se in10 terellàrc il giudice. La onde fe in rutti
i fori, & giudirij auueniile, fi come in alcune Città, fin'ancora in quello
tempo adiuiene ; Se fpctialmente in quelle, che ben goucrnate,&:
amminilìrate fono; certamente nulla harrebber, che dir quelli tali, 1 1
Conciolìacofa che nelfun fia, che non giudichicene farebbe cofa ragioneuolmente
ratta ìlprouedere, Se prohibir con leggi, chenon s'vfcille parlando
maifuordei meriti della llelTà caufa. Et alcuni fono, che di più, cotai leggi,
non folo con l'opinione, ma con l'olleriiantia, Se con l'vfo appruouano:
come fra gli altri fan quelli, che rifeggono,& giudicano nel
configlio dell'Ariopago. Et tutto quello drittamente è lìato
confidcrato, li Se con gran ragione. Pofciache non comi iene llorcere, o
piegare dal dritto il giudice con tirarlo, Se inchinarlo ad ira,
oa inuidia, o a compadrone, non cllendo altro quali il far quello, che
s'alcuno, c'haueifea feruirfi perla drittezza, dell'opera fua d'vna
regola, o d vna fquadra, cercaiTe prima di dillorcerla, ór x 5
d'incoruarla • Oltra di quello è cofa molto manifella nó
elfere altro 77 Primo libro. j altro l'offiriodi colui, che
litiga, Se agita in giuditio la caufa Tua, fc non prouarc, Se moftrar che
la cofa di cui fi tratta, et che cade in controuerfia, fia veramente, o
non fia, over che 1a fia 4 ftata fatta, o non (la (tata fatta. Ma ch'ella
fia o grande, o piccola, o giuda, o ingiufta, in tutto quello, che di ciò non
fia flato nella legge del Legiflatorcefplicato, et detcrminato, appartiene al
giudice ftclTo, di conofcere,& di difeernerper fc medefimo, et non
d'odirlo, o impararlo da gli Oratori, cheaj»itan la j controucrfia,&
la caufa loro. Si dee dunque (limare cola molto vtilc, Se conucneuolc, che
nelle ben porte, et prudentemente ftaruitc leggi, fi truoui refoluto, decifo,
Se determinato quel più,che fi può delle cofe, Sede i cafi, ch'occorrer
poflbno: li che a coloro,c'han poi da giudicare con le lor fententic, manf
co a determinar ne re(b,che fia poflibilc. Et ciò primieramente, perche più
facil cofa e di trouarc vn folo,o pochi, che molti, li quali fieno di buon
fentimento, Se di buon giuditio, Se che fica atti a formar leggi, Se a
difeerner la ragione, c i giudo. 7 Di poi le formationi, Se le con ftitutioni
delle leggi, con la matura confideratione,& pelato difeorfo di molto tempo
fi pollbno, Se Ci foglion fare: doue che il giudicare, Se fenrentiar de
i giudici, fifa quali di fubito, Se ali 'improuifla. Onde dimcil cofa
è, che coloro, c handa fencentiare, Se da giudicare, poffan per la breuità del
tempo, il giudo, Se l'vtile drittamente co8 gnofeere, Se difpenfare. Ma quel,
ch'importa più di tutte l'altre ragioni, è, ch'il giuditio del Lcgiflatorc nel
formarle fue leggi non riguarda le perfone in particolare,^ quelle, che fon
prc lenti nel tempo fuo ; ma le riguarda come lontane ne' tempi, che
deon venire, Se come in vniuerfale contenute ne gener lo9 ro. Doue ch'i
Configlieri nelle lor confultc, &i giudici nelle lor fententic, comedi
perfone già prefenti, Se ne' lor panico* 0 lari determinate, ne difeorrono,
Se ne dan giuditio: Con lequali afiài fpefib gli fuol congiugnere, Se invìi
certo modo intcrefiàre o amore, o odio, o vtil proprio: in guiia che per
tal cagione non pollo n con dritto, Se libero occhio difeernerc,
Se vedere il vero; ma rende lor l'intelletto offufeato, ci
giuditio ofeurato l'ombra, odcl proprio diletto, o della propria molc1
ftialoro. Fa dibifogno adunque ( com'ho già detto) di lafciar minor parte,
che fia poflìbilc > dell'altre cofe in arbitrio, Se in A ij
poter del giudice, et folu il carico di vedere, et determinare fé
la cola fia,o nó fia,c neceilàrio di lalciare alla cognition de"
giudici:non ellendo pofTibile,che cofi fatte noti tie,& coli fatte
cofe, il il Lcgiflator tanto innanzi antiuegga. Eifèndo adunque quant ho
detto veriffirao, può da quello clfer beniflimo manifefto, che cofe fuor
de meriti della caula toccan nell'arte, che danno 6c trattan coloro, li
quali altre cofe fuor di quelle, che pur hora ho dette, infegnano, et difhnifcono
; umiliando (com a dire) et determinando che cola habbianccellariamcnte da
contenerli nel proemio, o nella narratone, de in ciafeheduna dell'altre parti
dell oratione. perciochc nient'altro in inoltrar cotai cofe fanno, fe non
cercar come polfano formare, rralmutare,& 13 porre qualche qualità nel
giudice. Di quelle cofe poi, ch'alio artifìcio di prouarc, tk far fede
appartengono, cioè donde poffadiucnirl huomo Enihimematico, et bene inftrutto
in argo14 menta re, non infegnan, ne moltran nulla. Et di qui parimente nafee,
che abbracciando, et contenendo quella ftellaarte, 6c via, coli le caufe
concionali» et con luh.u me, come lclirigiofc, et giudiciali, Se ellendo
oltraciòpiu nobile, traile Città più vtile, et neceilàrio il negotio delle
confili re, che quel delle particolari con uent ioni, eh in giudi tio vengono i
di quello nondimeno rutti coloro, che di queft arte trattano, non dicon nulla
; Se del negotio giudiciale dicon molto > et fanno ogni s forzo
di ir -darne l'arte. Et quello non per altro adiuiene, fe non
perche -manco hà luogo, Se men vien à bifogno nelle catife, et ne' maneqgi
coniu] tati ui, overdelibcratitii, il parlar fuor de' meri ri .della
caula, che non auuien ne' giudiciali, ik di manco corrottone cV inganno è
capace il trattar caufe dinanzi aConfiglieri, che nel foro dinanzi a'
Giudici; come che il far quello fia cofa più communc, toccando non Ibi chi
parla, ma chi afcolta an%6 cora. Polciache le cole, che quiui fi dicono fon
daquei,ch'afc coltano odire » ponderate, et giudicate come proprie
loro. Onde nient'altro a chi quiui conliglia con la tentenna fua fa
di melìier di fare, fenon mo Arare, et prouarc che la cofa verame28 te
lia, qual intendcegli di peiluaderla. Ma nelle controuerfie, et caule
giudiciali non balta, ne è lol'vtil quello, potendo haucr luogo et recar
giouamento in ette il cercar di poifedere, &ti29 rar dal fuo gli lìefli
afcoltatori: pofeiache di cole, non lor proprie, Jl Primo libro. prie, ma
ch'ad altri toccano, hanno cglinda far giudirio. La onde ponendo eglin la
loro attentione, et cófideratione à cofa, che non loro fteftì, ma i
litiganti tocca, &c in gratia,& diletto di eflì afcoltandogli ;
più tofto concedono alle lor domande, le (Ielle fententiein dono, che
veramente giudichino. Perlaqual cofa in molti luoghi (com'hò già prima
detto) fi truoua prohibito per leggi l'vlcir punto parlando, fuoi dei meriti
della cau3 1 fa, di cui li tratta. Ma nelle caufe deliberatine gli Aedi
giudici di quelle, per lormedcfimi fenzvuopo d'altra legge, (on ba31
ftantiflimi ad olleruarlo. Hor eflèndo caufagià manifefta, che quefta
ordinata, et (per dir così) methodica arte, di cui ragioniamo, intorno al
prouare, et far fede principalmente còltile ; nó ellendo altro le fedi, 6c
le pruoue,che demoftrationi,ouero argomentationi; pofeiache alhor
principalmente diam fedcVid vna cofa, quando flimiamo, che la fin. con
argomento ben di' inoltrata-, elfendo oltra ciò l'enthimcma non altro,
ch'vna re33 torica demoftrationc, come quello, che (per dir'in vna
parola) di ogni altra pruoua, et fede retorica, è princi paliamo ; ne fc34
gue da quello, ch'eficndo ancoragli fillogifmo, Se appartenendo alla
Dialettica, o ad ellà tutta,o a parte d'elIà,d'ogni fillogif3 j mo trattare, et
confiderare; può elfcr per quello manifclto, che colui, che grandemente
farà habile,& inftrutto a faper ben conofeerdi quai propofitioni, ÒVin
che maniera fi componga, et fabrichi il fillogifmo ; egli ancora grandemente
enthimematico, cioè argomentator retorico, fi potrà (limare: Tea quella notitia
saggi ugnerà parimente il fapcre intorno a qual forte di materie li fo: mino
gli enthimemi, et con quai dirlercntic fien dipinti, et diuerfida i
logicali, Se dialettici lìllogifmi, ^4 3 6 conciofiacofa che il
conofcer'il vero, Se il fimi l'ai vero, da vna 37 medefima forza, Se
potentia, Se virtù dependa, oltra ch'ai vera ftellb, et alla notitia
d'erto, par che gli huomini aliai foffitientemente dalla natura formati, ÓV
inclinati nafeano; Se nel piò delle cofe la verità, fc punto lor fi
difeuopre, riconofeano, Óc aifeguifeano. Onde chiunque farà habilc, o pu
oro inftrutto z coniettu rare, &vcdcr'il vero; quel medefimofarà
fimilmente tale verfodel probabile, et fomigliantcal vero. Già può dunque
per quel, che fi è detto, clfer manjfefto come gli altri, che han trattato
di quell'arte» habbian tocco folo quelle cofe, che fon f c De11a r R^tprica
d ' j4riftotelc^j fon fuora della foftantia, et della cofa fletta ; Se per
qual cagìort fi fieno piegati, et inclinati con li ferirti loro verfo l
gencr delle 39 caule giudiciali, più rofto ch'ad altro genere. Quanto
all'vtilità 40 poi, gioueuole, Se ville quefta arte della Retorica;
primieramente perche elTcndo le cofe vere, et le giufte molto più degne, et più
eligibili per lor natura, che le lor contrarie ; non è duhio, che le i
giuditij, et le determinationi delle caufe non fi facetter per il mancar
di queiVartc fecondo che conuenillcr di farli ; non fullc necettario
pericolo, ch'il vero, e 1 giufto non fufler conculcati, et vinti da i lor
cótrari): et ciò veraméte faria 41 degno di biafmo, &di riprenfione. Oltra
di quello appretto di alcuni, fe ben'haueffimo efquifitillima feientia
d'alcuna cofa, non per quello ci faria facile di perfuaderla,& farla
creder 41 loro con vie, Se ragioni da quella feientia prefe. per ciò che
effendo il parlare feientifìco accora modato, Se proportionato a trattare,
Se a infegnar dottrine, importi bil cofa faria con elio il perfuadcr a
quelli: ellendo necettario, che le fedi, Se i parlari, che fi fan loro,
procedano, non per vie lcicn litiche, ma popolari^ comuni ; li come nella
Topica habbiam detto, nel inoltrar 43 come s'habbia con la moltitudin
parlando à procedere. Appretto di quello fà di mefticri d cttcr'habilc à poter
perfuader l'vna cofa contraria, et l'altra ; fi come auuicn anche ne i
dialct44 tici fillogifmi. Se ciò non perche l'vna cofa Se l'altra fia ben di fare,
non douendofi perfuadcr già mai le cofe inique ; ma perche non ci fia nafeofto
come quefto fi foglia, o fi potta fare: Se accioche vfando altri fuora del
gin ito coli fatti parlari contra di noi, potiamo noi elfer'atti, Se
inftrutti adifciorgli, Se a oppor4 $ ci lor'incontra. Et di tutte l'altre arti,
Se facultà, nettuna e, che fia più potente ad argomentar, Se a concluder
con (ìllogifmo 1 vn contrario, Se l'altro; fe non fole la Dialettica, Se
la Retorica: come quelle, ch'ambedue, quanto à loro, l'vn contrario, 46 Se
l'altro vgualmente riguardano, quantunque le Itelle cofe cotrarie, che come
materie, et foggetti s'offerifeon loro, non vgualmente trattabili, Se
fillogizabili in lor natura fieno; ma icmprcle vere, Se le migliori fien
naturalmente nell'ettcr loro, più facilmente, et più ragioncuolmente
fillogizabili, et per la maggior parte maggiormente perfuafibili, Se
habili a trouar fe47 de. A quello s'aggiugne, che le gli è cofa ali huomo
vergognofa, Se Jl Primo libro. 7 fa, et brutta (come veramente c) il
non elTer potere ad aiurarfì, Se difenderà* con le forze del corpo Aio,
contra di chi fé gli oppone j fuor di ragione è, che no gli debba recar'ancor
macchia f Se vergogna il non poterlo far con la lingua, Se con la
fauella ancora: et maggiormente elTendo l'vfo di quella, molto a
lui più proprio, che l'vfo della corporal gagliardia non farà mai. 8
Et fc ben'importantiflìmi nocumenti può recar con queft arte, &c con
quelli facultà di dir, colui, ch'in fauor delle cofe inique ingiuftamente
fe ne fcrue,& la pone invfojquefto pericolo nondimeno è comune, non
folo a tutte le cofe, quantunque vtili, Se buone, fuor ch'alia virtù ; ma
aquellc maflìmamente, che di maggior vtilità,& profitto fono, fi come
fono la gagliar5? dia, la fanità, le ricchezze, le dignità militari ; pofeia
che col mezzo di sì fatte cofe grandifllmi giouamenri potrà recar
qualunque giuitamente, et drittamente fenc fcrui, Se importane un'imi
danni per il contrario, chiunque in fauor dcll'ingiulti» 0 ria, contra di
quel, che conuenga, le ponga in vfo. Può già du» que per quel, che fi e
detto, eiler manifefto, che la retorica non lì truoui obligata, Se
riftretta ad alcun gcnerdi materia limitato, Se determinato, Se che per
confeguente in quello venga ad elTer limile alla Dialettica: Se che la fìa
ancor' vtile, Se di1 letteuole. Se parimente da quel, che fi è detto, lì può
dedurre, che l'opera, Se l'offitio fuo ha, non il perfuadcre, ma il
potere, Se faper trottare, Se vedere intorno à ciafehedun fu ggetto,
quelle cofe, ch'effer pongono accomodare, Se vtili à pcrfuadcrlo: 1 fi
come parimente in tutte le altri arti, et facilità cómunemen3 teaduicne.
nercioche l'officio dell'arte della Medicina (per ef. fempio) non e
lintrodurre effettualmente la fanità; ma il faper tanto oltra à punto curando,
Se medicando procedere ; quanto conuicne, et ricerca 1 in firmità, Se la
ragion dell'arre. potendo molto bcn'allc volte accadere, che alcun non
polla di qualche fua infirmi cà venir mai fano, ò tornar mai libero: il
qual nondimeno beniflimo fecondo che richiede 1 arre, curare, et medi4 car fi
polla. Oltra le dette cofepuò ancor da quel, che li è detto dedurli per
manifefto,che non lolo fia offitio di quefta arte della retorica il faper veder
le cofe veramente pcrfuaiìuc, cioè atte a perfuadcre j ma alla medelìma
appartenga di conoicerc,Sedi confidcrarc ancora quelle, che le non
veramente pcrfuafiue, al men fono apparentemente tali: fi come parimente
alla dialett ica fi ricerca d hauer noti tia, non folo del vero
fillogilmo>ma a nj j cor dell'apparente. Pcrciochcil Sofifta, non nell'arte,
Se nella habilità confide di fapcrconofcere,& vfareil fa ilo, ma più
tolto 56 ncll elettione»& nel volere viario, di maniera che in quello
diff I-i iicc dalla dialettica la re tori cacche in quelli coli colui che dea la
notitia, Se 1 arredi faper vfa re apparenti > Se non. legittime
argomentationi, Se non le vuole vi. ne, fi domanda retore, come ancor
qucll altro, ch'elegge, Se tien propofitodi volerlo fare, doue che nella
dialettica per il contrario s hanno diuifo i nomi: pofeiache colui,
ch'elegge di far quello, non dialettico, ma foriila fi domanda; Se dialettico
dall'altra parte fi chiama quello, eh e 57 ha folo la facilità, la
cognitione, c i poter di farlo»: Ma a quella arte, di cui parliamo,
venendo hormai,procuriamo,cV: facciam forza di dimoftrare in qual maniera,
Se con l'aiuto di quai cole, fiam per poter confeguire, Se efeguire in
elfa il fine, Se l'offitio fuo,che lon le cofe,c habbiam propofte. Sarà
ben fatto adùque, che quafi nuouo principio facendo, aflegnata prima
ladiffinition di quell'arce, Se cfplicato, che cofa ella fia,quindi à dichiarar
l'altre cofe, che feguiranno, di mano in man crapafllamo. (apo 2. Della
diffnition della r Rgtorica 3 de i modi di prouare, dell' Gnthirnema,
deWef /empio j de i Veri/imi li, de tftgrìu et di 'varie Jpecie di Jègni,
et d'Snthimemi. Oni am dunque per hora efier la Retorica vna facultà, mediante
laquale fi pofià intorno a qual fi voglia foggetto, che fe le proponga,
trouarc, Se veder tutto quello, ch'occorrer polla accom «iodato, Se vtile
àperfuaderlo, come che il far quello di nefluna altra arre fia ofntio, Se
opera, che di quella fola. 1 impercioche ciafeheduna dell'altre facilità d
intorno à determinato foggetto, Se materia appropriata ad ellà, và
infegnando,3c facendo le pruoue, Se le fedi fue. come fi ( per elfcmpio )
l'arte della medicina intorno alla l'ani ti, de ali infermi tà de i corpi
; Se la GeoJl Primo libro. ^ la Geometria intorno a i propri j
accideti della quantità, ©Gl'Aritmetica intorno a i numeri, et il fìmil
difeorrendo per l'altre arti,& feientie tutte.Mala retorica, qual fi
voglia (ftò per dire) mareria,& foggctto,che le fiapropofto innanzi,
paiec'habbia a poteri nueftigai e, Se conofeer ciò che polla pervaderlo,
Se far ne fede. Se per quello è Irato da noi decto non hauere ella la
forza, Se l'artefitto Tuo d intorno ad alcun proprio gener limitato, Se
detcrminato. Hor quanto alle perfualìoni, Se alla fede, alcune d'elle fon
priued'artifirio, Se altre artifitiofe fono. Spogliate d'artificio intendo
io elfer tutttc quelle, chenó pernoftra opera, Se difeorfo ritrouiamo, Se ci
procacciamo ; ma comcche'n elfer già prima fieno difuora ci fon porte
innanzi: come fono (per ellcmpio) i teftimoni, le torture, le fcritturc,
Se fimili. Artifitiofe poi intendo io eller tutte quelle, le quali con arte, et
con ragione, ftà in poter noftro d' inueftigare,& di procacciare. Onde
l'vne fa di mcftieri,>non che le immaginiamo di nuouo, Se crolliamo, ma che
trouate, Se porteci innanzi, le lappiamo vfare; Se l'altre, cioè l'arti ficiofe
han di bifogno d'cflcr da noi cercare, Se formate. Hor di quefte arti
ficiofe perfualìoni, et fedi, che con arte, Se con via di ragione fi truouano,
Se lì gua0 dagnano, tre forti, onero fpetie fi truouano. alcune fono,
che cófifton nelcoftume, Se credito di colui, che parla: alcune
altre fon porte in difporre, muouerc, Se arfettionarc in vn certo modo
colui, chalcolta: Se altre finalmente fono,chc ncll'oratione, et nel parlare
ftellb confiftono ; mentre che con la forza di quelle, fi pruoua, ex fi
mortra l'intéto ; ò almen fi fa apparire, 1 che fi moftri. Per cagion del
coftume adunque la perfuafionc, et la fede, che da elfo depende, allhor shà da
ftimar, ch'ella accafehi, quando in maniera farà formata, Se detta
l'oratione, ch'ella fia habileàfar'apparir il dicitor degno di fede, cVa
dar 1 1 credito alle fue parole, concio fia cofa che alle persone tenute
da noi virtuose, Se da bene, maggiormente, et più
agcuolmente fogliamo credere, Se preftar fede, et quefto generalmente
in tutte le cofe: ma principalmcte,& fenza alcun dubbio in quelle,
nelle quali nò appare in lor natura cofi efatto, òvinanifertoil vero j Se
per confeguente nell'vna, Se nell'altra parte polfon ge13 nerar opinion di
loro. Et cosi fatto coftume, et buona opinione, che s'habbia di buone qualità
dell oratore, fa dj merticri, B ch'accai o ch'accafchi, Se
nafca Colo dalla forza della ftefla oratione; Se Scnon perche giàs'habbia
prima quefta fama, et quefta opi4 niondilui. perciò che fi come fi vede in
alcuni,ch'hanno ; ci irto di quell'arte, non hanno in ella porto la buona
opinion, che a' riabbia da guadagnar con erta colui, che parla squali che
coli fatta opinione, Se cortame poco importi alla pcrluafione, ma nel
vero quali p ri nei pallili mo, Se propriiiTimo luogo ricnil ir coftume in
acquiftar'alle parole fede. Dalla parte poi de gli afcoltatori la perfuafione,
Se la fede, che per cagion d'erti ha da nafeere, alhora s'hà da inrender
che l adiuenga, quando dalla forza dcli'oratione, a qualche paflìone et affetto
d'animo fon itf morti,& tirati, conciofiacofa che, non nella medefima
gitila logliam noi giudicare, fentcn tiare, o fiumare le fteffe cofe,
quado lipieni di moleftia, et quando lieti fiamo,ouer quando a17 inumo, et quando
odiamo. Et in quefta fola maniera di pervadere hauiam detto difopra haucr
folamente me ilo ftudio,& tentato di trattar coloro, che fin hoggidì
di quell'arre hanno Tcricto • Ma di tutte quelle cofe, che quefta maniera
di pcrrfuafion riguardano rratraremo, Se daremo didimamente cniarezza, quando
delle paftioni dell anima ragioneremo. Per cagion della ftefìa oration
finalmente, Se delle fteftc ragioni, alhora li trouerà, et s'acquifteià
fede» quando in ciafehedun fo^getto, che ci verrà dinanzi, da tutte quelle
cofe, che poflon eller perfuafiue d'elio, o il vero ftcflb, o l'apparente vero
concluderete mo,& dimonftreremo. Venendo adunque Tartificiofa perfuafione,
Se la fede da quefte tre cagioni, c'hauiam dette, manifefta cofa e, che fa di
melh'eri, di iapere, Se di polfedcr quefte tre cofe, cioè habilità, Se
notitia di lyllogizare, cognitione intorno ai coftumi, et alle virtù
dell'Intorno, et nel terzo luogo finalmente noritia intorno a gli affetti
humani, conofeendo che cofi fia ciafehedun d'erti, Se qual proprietà egli
habbia, Se dolo de fi cititi, Se fi produca, Se in qual maniera. Per la qual
colà par, che fi porta dire, che la retorica fia quafi vn germoglio
tniteme della Dialettica, et di quella faculrà,chc dei coftumi trat ta,la
quale non fenza ragione fi può politica, ouer ciuildomanX 1 dare. Onde auuiene,
che la retorica, Se con ella quelli, che prefumon di poffcdcrla, foglion per
quefto vfurpare in vn certo modo, Se veftir l'habito d'eflà /acuità ciuile
; parte per imperitu, Se Jl Primo libro. 1 / tia, Se per ignorantia,
parte per arroganza, Se parte per altre 11 caufe> che poflbn
far'errarcrhuomo. cliendo nódimen la retorica vna particella della dialettica,
Se (come fu dal principio det15 to) quauvn ritratto fimilc, Se fipruoui, ouer
fi faccia apparentia di dimoftrare, Se prouare, l'vna è, fi com'ancor nella
Dialettica, l'induttione, Se l'altra il fillogifmo: chiamando io
l'enthimema, t$ retorico fillogifmo, Se retorica induttione, l'cflèmpio.
Se tutti color, che vogliono prouando, Se dimoftrando far fede, ocffempi
adducono, o Enthimemi,& fuordi queftedue, altra colf» fa, ai cui in ciò
fiferuin, non hanno. La ondeeflendo generalmente vero, che volendo chi fi fia
in qual fi voglia modo, qual fi voglia cofà prouare, è neceflàrio, che
vfàndo o fillogifmo, o induttion lo faccia, come appar manifeflo per
quello, che detto hauiamo ne i libri refolutorij, fa per quella ragion di
meftieri, che quelle due cofe, ciocl Enthimcma, &i*ciIèmpio,à
queft'altredue, cioè al fillogifmo, Se all'induttionc, rifpondino in modo,
che l'vna, con l'vna, Se l'altra con l'altra, fìcn quafi vna 17 ftefla
cofa. Qual fia poi la dirTcrcnria tra l'eUèmpio, Se l'enthimema, facilmente per
quel, che fi c dichiarato nella Topica, può cfTer chiaro: eifcndofi quiui
del fillogifmo, Se dell indut18 rione a pien ragionato, douefù detto, che
quando in più cofe irà di lor fimili fi moftra trouarfi il medefimo di
quello, che prouar intendiamo j allhor il far quefto fi dee quiui, cioè
nella dialettica, ftimar'induttione, Se ani, cioè nella retorica, ellèra15
pio. Et dell'altra parte, quando fuppofto in eficr alcune cole» fi moftra,
che qualch'altra cofa diuerfa da quelle col mezzo loro, o comunemente, o per il
più per lor cagione adiuenga, Se confegua ; alhora vncoli fatto progreflo,
nella dialetti cachiamar U dee fillogifmo, Se in quell'arte del dire,
enthimcma. Ed è cofa manifefta che l'vno, et l'altro di qnefti comodi, Se
di quelli aiati ; cioè l'vna, et l'altra maniera d'argomentare, riabbia in
vn certo modo vna Aia propria fpetic di retorica: pofeiache fi come e detto ne
i libri, doue con ragione, ordine, et via fi e trattato di quefto, così in
quelli al prelente affermiamo au1 uenir' il medelimo: trouandofi tra le maniere
de i parlari oiatorij, alcune eflcmplificatiue, come che delfcmpi per la
maggior parte abbondino; Se altre enthimematiche, come che per il 1 più d
enthimemi iìen piene. Se quanto alla perfuafibilicà non manco fon habili a
far fede quelle orationi, che eircmplificatiue fono ; ma ben fon più impetuofe,
Se con maggior vehemetia commuouono renthimematiche. Ma qual di tutto
quefto fia la cagione, Se in qual maniera l'vnc, Se l'altre s'habbian
da trattare, Se vfare, più oltra al proprio fuo luogo dichiareremo. 3
et al prefente della natura, Se delVcfler loro alquanto più al villo
penetrando, diftintamente ragioneremo, et determinere4 mo. Dico adunque che
elfendo necelìario, che la cofa perfuafic bile, ad alcuno habbia da eifer
nerfuafibilc,& frollandoli qualche perfuafibilc, che per fc ftcno fubito,
che gli è odiro,cosi fat to appare, Se altro, che ha bifogno per apparir
tale, d cllcrdi6 dotto da altri per loro ftclTì perfualibili, Se olerà ciò non
trouandofi alcuna arte, che tratti, Se habbia in confidcration
gli diuidui, e i particolari, o fingolari, che gli vogliam chiamare: non
confiderando l'arte (per eflempio) della medicina, che cofa polla render fano
Socrate, o Calfia ; ma quello, ch'a vn tale, oa vn tale, cosi, o così
difpofto polla fanità recare: pofeiache che'n far quefto può hauer luogo
l'arte,douc che per eller'i fingolari infiniti, cader non pollon fott'arte, o
feientia alcuna, 7 ne feguc da tutto quefto, che la retorica parimente non
habbia da riguardare, o in cófideratione hauere quei perfuafibili,
che aquefta, o a quella perfona (ingoiare, com a dir a
Socrate,oad Hippia, polTàn parer tali: ma fedamente quelli, che a quella,
o a quella forte di perfone cosi, o così difpofte, Se nel tale, o
nel 8 tal modo qualificate, poftàn recar fede, Se perfuafione ;
come parimente auuicn nella dialetica. percioche ancor ella non accoglie ne
i fuoi lìllogifmi tutto quello, che lenza lecita alcuna polla parer
probabilea chi fi voglia: pofeiache a gliftolti, Se 5 forfenaati pollon
anche molte cofe parer probabili. ma da quelle Jl Primo libro. 3l
rj 3 nelle cofe guida ella i Tuoi argomenti, che da forza d'arte,
Se a ragion dependono, doue che la retorica da quelle, guida,
Se diducei Tuoi, le quali giafon'vfate cader fotto configlio h umano,
percioche 1 vfo Tuo Uà porto fpctialmente dattorno a quelle cofe, nelle
quali vfiamo l'clcttione, el configlio noftro, et di cui arte alcuna
detetminata non hauiamo: Se appretto d'vna certa forte d afcoltatori fi
esercita, Se fi pone in vio, liquali no fon' habili, ò in (brutti a poter
pervia di molte cofe, Se di lunghi difeorfi, Se ragioni comprendere, et capir
le cofe, che ficn 40 lor porte innanzi, ne a difcorrerle molto eia
lontano. Et è polla l clettione, e l configlio noftro intorno a quelle cofe,
ch'a 41 noi paia, che poltan auuenire, Se non auuenire.
pofeiachedi quelle, che fon'impoffibili oa farfi, oad eflerc, oad
accalcar* altrimenti di quel, che fieno, ninno farà già mai, che (e per
tali le Itima, Se le giudica, s'aftatighi in configliarfcne: non potendofenc
determinar niente più con configlio,ch'a quella fteffa parte, Se in quello
fteflb modo, chcneceflàriamentc adiuen41 gono. Hor'egli accade nel fillogizarc,
Se concluder che fi fan le cofe, ch'alle volte fi fillogizino, Se Ci
diducano da altre propo fitioni già fillogizate, Se conclufe prima, Se
alle volte da propofitioni non prouate, ne fillogizate, et nondimeno per non
ef43 fer in loro ftelfe probabili, bifognufe di fiUogifmo. Diquefti due
modi di procedere è neceflario in quell'arte, ch'il primo no polla per
cagion della fua lunghezza eflcr da chi afcolta ben'intefo, Se feguito con
l'apprenfionc j fupponendo noi gli afcoltatori non periti, Se più torto di
femplice, che d acuto intelletto. 44 Et l'altro modo c forza, che poca
perfuafion porti fcco,non nafeendo da propofitioni già co n celle, Se prouate,
ne parimente 45 probabili per fe medefime. Per la qual cofa fa di
meitieri, che coli l'cnthimema, come TelTempio contenga propofitionc
per il più contingenti, Se tali in fomma,che pollàn' ancor vcrificarfi dall'altra
parte, Se cflcr'altrimenti di quel, che fono. conuenendo l'elfempio con
l'induttionc, Se col fillogifmo l'enthime46 ma. ilqual di poche propofitioni fi
contenta, Se fpefie volte di manco, Se di più raccolte, che nell'intiero
fuo fillogifmo non 47 conterrebbe. Imperciò che fe a forte alcuna d'effe
fi truoua efler a chi fi parla nota, non fa di bi fogno, che vi s'efprima,
potendo colui, eh' afcolta fupplirla nel concetto, Se nell'animo fuo, Se
aggiu/ 4Velia r R(torica d* Jrìflotelc^ 4S &aggiugnerla per fc
medefimo. come (per eflempio) fcvolef-» fimo prouar, ch'il tale di narion
Dorico ila flato quello, chabbia in publico, et folenne giuoco, et contefa,
confeguico vittoria, a cui fi debba premio di corona, potrà ballar il dire,
che fìa flato vittoriofo nella pugna Olimpica: ne fa dibifogno
aggiugnerui, che alla vittoria Olimpica iia douuto premio m coio 4P na,
cflèndo ciò noto a tutti. Hor perche tra le propofirionijdelle quali fi
compongono, et fi formano i retorici fillo^ifmi, poche fc ne truouan
necellàric, come ch'il più delie cofe, intorno alle quali confiftono i
giuditij, et le confiderationi, et confiate humane fien tali, che variar
potfono l'eircr loro, et altrimenti eflex di quel, che fono: pofeiache di
quelle cofe accade a gli huomini giudicare, difeorrere, Se configliarfi,
nelle quali confifton le lor'attioni,nè d'altra forte fon lelor attioni, che
di auella,c'hauiameià detto; nefluna (per modo di dire) cllcndo jo d
elle, c'habbia (eco neceflltà: ne fegue da tutto quello, che non potendo
quelle cofe, che per il più, et non nccellàriamentc adiuengono, Se che
contingenti fono, fyllogizarlì,& concluderli, fe non per il mezzo di
propofitioni limili a loro j ne ancor le propofitioni necelTarie, fc non per il
mezzo d'altre parimente necefiàri e, come può chiaramente apparir per quel,
che 51 fi è detto nei libri refolutori; ; può da tutto quello
eflèrmanifeflo, che le cofe, donde s'han da formar gli enthimemi,
alcune fon, checontengon necefiìtà, ma molte più fon quelle, che fo51
lamente per il più fon vere, Se perla maggior parte. Etperche gli
enthimemi s'han da comporre di quelle due cofe, cioè di fegni, et di
verifimili, ne fegue che formandoli eglino (cora llo detto) di cofe
necellàric, Se molto più di contingenti, fia di meftieri, che quelle due cofe,
cioè i verifimili, e i fegni, a quell'altre due, cioè alle contingenti, Se alle
neccllìrie rifpondanoin guifa, che l'vna di quelle contenga co fa, che
fiavna della con Fvna dell'altre, Se l'alrta parimente fia vna ftellà con
l'altra, Se 5$ cofi è veramente, pcrciochc vetifimile è quello, eh il più
delle ohe fuorauuenirc. ma non già vniuerfalmenre è vcro,ch'ogni cofa
tale, fi poflà chiamar verifimilc, come lo diflìnifeono al54 cuni: ma fcgli
ricerca ancor d'eifer' in quelle cofe fole, le quali efiendo contingenti,
polTon variar l'eiler loro, et altrimenti accalcare, de elTcr di quel, che
fono, Se hà di più, da riguardare la cofa di cui gli e verifimile, come
l'vniuerfale, cioè vna cofa* che lì truoua in più, riguarda il
particolare, et vna cola, che fi ff truoua in meno. Quanto a i (egni
poi,vna forte ve nc,chequel rirpetto, et riguardo tiene alla cola, di cui
fon legni, che tien' vna cofa indiuidua, oucr (ingoiare, all'vniuerlale.
Vn altra forte ve n e poi, che per il contrario riguarda la cofa di cui gli e
legno, come l'vniuerfale il particolare, o vogliam dire come la co (à,chcintieramcnte,&
communementeaccafca, riguardaquelj 6 la, ch'adiuiene in parte. et de i fegni
pure vna fpetic fi truoua, che portando fecondo neceflìtà, fi domanda
Temmirio,o certo 57 inditio, che lo vogliam chiamare. et vn'altra ve n'è
poi, laqual non porta fcco neceflìtà, Se proprio nome, che dall'altre
fpetic di fegni la diiliagoa* non tiene, ritenendo il commun nome
di j8 SEGNO. E per cole, che portin feco neceflìtà intendo io
quelle, f»cr virtù delle quali il sillogismo, che se ne forma diuiene
(labie, 6c fermo, 6c per quefto e domandato Tcmmirio vn coli latto feeno.
concioliacofa che quando (limiamo, che la cofa, che noi diciamo, et prouiamo,
non fi pofla difeiogliere, o mandar* a terra, allhora ci penfiamod'hauer
formato il Temm;rio,quafi che ben fondato, Se ben terminato, Se fermato
lia 1 argomento 60 nolìro. pofeiache teemar, donde vien teemirio, vna cofa
(leflà con peras, cioè con termine, et fine, lignifica nella greca
lingua 6 1 antica. Tra i SEGNI, adunque, quello, eh alla cosa, di cui gli
e segno, ha quel rispetto, che ha vn particolare, ouer (ingoiare
al fuo vniucr(ale,può eflèr (per eflempio) in quelli guiia,
come fariafe alcun volendo prouar, che gl huomini faggi fien
giudi, aflegnalfe per fegno di quello, che Socrate era li uomo (aggio 61
infiemcmente,& giullo. cosi fatto allègnamento adunque fi può domandar
fegno, madcbol molto, Se facilmente folubile, quantunque fufle vera la
cofa, che fi pighafle per fegno, come 6 } che mala forma contenga di
filloeifmo. ma fc alcun (per eflempio) allègn a (Te per fegno dell'eder
infermo, 1 haucr febbre, o per fegno ch'alcuna hauefle partorito, 1 hauer
ella latte, cofi fatti aflìgnamenti portanan fcco ncccflìtà.& fol
quefìo tra l'altre fpetic di fegni, fi può domandar temmirio, come
quello, che (egli è vera la cofa, ch'ei reca per fegno, fi dee (limar
in(b6jf tubile, ficimpoflìbilca mandarli a terra, quella fpcric di
fegno poi, laqual riguarda la cofa, di cui l'è fegno, come
rvniuerfal riguarda / izarc, o far cnthimema non fi può dattorno
alle naturali. Se il nmil fi 7 8 può difeorrendo per tutte l'altre materie
affermare. Et di queflc due forti d'enthimemi, quelli, che pur' hof
habbiara detti,, cioè li retorici, e idialctici, non pofion far parer l
huom perito più in vn generdi cofè,ch'in vn altro, ne tirarlo detroa i
confiC ni d'alcnna facilità particolare, non guardando eflì,
coméco* JS> -ranni che fono, foggetto, o maceria limitata alcuna. Ma in
quelli di queft altra ione, cioè ch'appropriati ad altra facilità
fi truouano, quanto migliore, et più diligente lecita faremo delle propofiaoni,
tanto più verremo in vn certo modo ad accodarci a i termini, et a i confini
d'altra (cicncia, dincria dalla dialettica, et dalla retorica, pcrcioche leai
principij diquella accafcarftidurfi, apparirà chiaramente che ne alla
dialettica, ne alla retorica a p parremmo ; ma a quell'arte, o feientia di cui
faran80 quei principi). Son la maggior parte degli enthimemi diquelJc forme, Se
propolìtiom formati, le quali fono 1 penali, Se proprie di qualch arte,
ofrientia particolare: Se per il contrario in aliai minor numero fon
quelli, che da communi proporzioni, Si Se a nell'una facultà appropriate
dependono. Per laqual cola farà ben fatto, che lì come fatto fi e nei libri
Topici, coli parimente in quelli, andiam dilu'ngucndo tràdiloro le forme
deli luoghi degli enthimemi, donde cflì s'han da trarre, et da prenci
dere. Se per forme intendo io propoluioni a quello, o a quel determinato
genere appropriare. Se per luoghi intendo io poi quelli, ch'ad ogni
genere, Se ad ogni materia, communi vgual8j mente fi truouano. Primieramente
adunque diremo delle forme: ma prima che ciò facciamo, è bene, chevcggiamo,óc
conofeiamo i generi di quelYarte della retorica, acciò checonofeiu to, Se
diftinto c haremo quanti chefieno, potiam poi allegnarc, et moftrarc in
cialccduno d elìì appartatamente, quali fieno i lor propri; elementi, Se
lclor proprie forme, Se propolitionù C a P° 3* Qjtanti fieno li Cj eneri
delle caufe o~ ratorie $ quale fi a etafehedun d'efìitf de i propri}
fini, £f dei propri] tempi loro. R e fono in numero i Generi, o vogliam
dir le fpetie della Rcttorica, pofeiache d allietante forti, Se
maniere ancora fono gli afcoltatori del I orarioni, c ha ella da fabricare,
conciolìacola che da tre cofe dependa, oucr tre cole riguardi
Toratione, cioè colutene parla,la cola,di cui fi parla,& colui,acui fi
parla, &acoftui Jl Primo libro. r 9 &• a coftui oltra di
quefto, cioè ali afcol tato re, (là totalmente in3 drizzato il fine, et l'intention
della fteila oradonc. Se è forza, che colui, c ha dafcoltare, o fia puro
intenditore, Se afcolratore, ouer'oltraciò habbia fopra lccofe,ch'afcolta da
fententiare, et da giudicare, Se douendo clfcr tale, fa di bifogno ch'il
giuditio, eh egli ha da dare, fia d intorno, o a cofe, che fieno fiate,
o 4 a cofe, che habbiano ad ellère Coloro che delle cofe future
han da giudicare, Se da determinare, fon com a dir,quelli,che
s'adu mino in confulte publiche. coloro ch'intorno alle patiate
han da dargiudicio, fon com a dir, quelli che propriamente giudici
nominiamo. Se color finalmente, che folo prendon gufto di confiderare la
forza, Se l'arte, c habbia nel dire colui, che par5 la, puri afcoltatorì,
cVconiìderaton chiamar fipoiTono. Onde fa neceilàriamente di metti cri,
che tee fieno i generi dell'orarioni retoriche, ouer oratorie, il coni ul tati
uo, il giudiciale, eldi6 moftratiuo. Il confultatiuo parte confile in efortarc,
Se parte in diltogliere, ovogliara dire parte in fuadere, Se parte in
diffuadcrc, peròche tutti coloro, che, o di cofe priuate dan con figlio, o in
publiche concioni a commun beneficio dicono il pa7 rer loro ; tempre o 1 vna, o
l'altra delle dette cofe fanno. Il giudicai parimente due parti ancor' egli
abbraccia, cioè l'accuiationc, Se la difcnlione: pofeiache l'vna di quelle cofe
è forza, che facciali fempre coloro, chelitigiofc controuerfie, et forenfi 8
caufe trattano, il dimoftratiuo gcner finalmente ancor egli in 9 due partì
e diuifo, che fono il lodare, e'I vituperare. Ciafcheduno medefimamente di
quelli generi attribuire a (c,Se quali s vio furpa vna fina propria differentia
di tempo, pcrcioche a colui, che con ligi ia pare, che s'accommodi il
tempo futuro ; (olendo delle cofe, che Sconvenire configliar coli quello,
ch'eforta, Se 1 1 ("uade, come quello, che diftoglie, Se
chedifliiadc. A colui poi, che nel giudicial genere ha da parlare, par
ch'appartenga,& s'adatti il tempo già pallato: po:uache lecofegiàfattte
riguarda1 1 no Tempre coloro,ch accufano,o che difendono. Al gcner finalmente
dimoitratiuo,appropriatifilrao più di tutti gli altri tempie il prefente, come
che per il più coloro, che lodano, o biafmano habbian dinanzi per oggetto
quelle cofe, che di prelcnrc 1 3 fi truouano nella cola lodata, o
vituperata, quantunque fpeflè volte accalchi, che li tocchili le cofe
pallate, mentre eh a memoria fi riducono, et le future ancora, in far prefagio,
8c con»4 icmira d'elfo. Parimente a ciafeun de i detti generi vienadeffer
appropriato diuerfo, et diftinto fine ; et eflèndo elfi tre, tre 15
conlcgucntcmene fon'ancor i lor fini. Colui, chcconfiglia ha per fine
l'vtilc, e'1 danno: conciofiacofa che chi fuade riguardi Tempre come cofa
vtilc la cofa, ch'egli fuade, de chi la dilluade 16 per il contrario come
cola dannolà ladiHuada. et tutte 1 altre cofe^che in configliar s adduce
no, com'a dir' il ginftos Tingi ufto, l'honefto, el biafmeuole, fon prefe, et confiderete,
come ch/alle dette due cole, cioè al danno, et all'vtile fi riferivano. 17
Color poi, li eguali litigando ingiuditio contendono, han per lor fine il
gfufto,& l ijigi ulto: et tutte 1 altre cofe, di cui acca18 fchi loro di
feruirfi, a quelle indiizzano, 6V referifeono. A color fi nal mente, che nel
gencr ctiuioftratiuo lodano, o biafmano, lìà ptopofto per fine l'honcfto, el
bruito, ouer dishonefto: et a quelle due cole, qual li voglia altra cola,
ch'occorra loro di r toccare, o di riguardare, tien rifpetto, et riferimento.
Et ch'a ciafehedun de 1 detti generi lia appropriato, et accomodato
il fuo già detto fine, a quefto, com a chiaro legno fi può conofeerc, che
di tutte 1 altre cofe fuor che de i detti fini, accade alle voi 10 tedi
non contendere, Se non contrariare, co m a dir (percfiempio) che colui, che
dice in giuditio la caufa ina, non opponine contenderà alle volte di non
haucr coiti m elio il fatto imputatogli dali'auuerfario, et di non hauer
nociuto,o recato danno, ma d hauer egli ingiuraro, o ratto mgiuftamente,
non confetterà egli mai: pofeiache fe quello con f diàrie harebbe fine la
controri ucrfia, et diuenebbe contra di lui chiara la caufa. Medefimamente
quelli, che danno con la lor'orarion configlio, l'altre cofe Ipellc volte
lalcieran palliar per vere, nè s'opporrano, o cc>t [adiranno, ma che
dannofefien le cofe, che con figliando fuadono, o che vtili, et profitteuoh
ficn quelle, che dilluadono, non confeiTcranno,nè concederan già mai: ma
fe come cofa ingiunca shabbi a {limare il cercar di ìoggiogarc, Se ridurre in
feruitio i popoli vicini, dai quali non lì iìa ncenuto ingiuria, di zi
quefto, o d'altre fimil cofe fpeile volte non terran cura. Pariméte coloro, che
con la lor orationc lodano, o biafmano, non tengon conto,nc hanno in
confideratione fe colui, di cui ragionano» habbia con le Aie attioni
procacciato a fe vtilc, o danno: ari* ziipcllè Jl Tr imo libro. 2t foclTc
volte attribuifcono altrui a lode l'hauerpofooilo fall proprio, et tenuto
in poco conto cofa, che gli hauene potuto •,
rcJr^rilità.pcrfarqualch'opcrationehonefta. come (perei, fero Pio) lodano
Achille, che quantunque molto ben i lapelìc, che vendicando la morte
deliamico fuo Patroclo, fuffe perfoprauanzar poco in vita, non-s attenne per
quello di farlo: eiFendo nondimeno in fua potcftà di poter viuer più
lungamente non lo facendo, ne è dubio, chad elio il morir per li
honorata caeione, non fuilècofa fecondo l'honeftoj&i viuer
farebbe 14 ftato fecondo 1 vtilc. Può dunque per le cofe, che fi
fondette, apparir manifclto dfcr cofa necclfaria l hauere, ci poileder
primieramente propofitioni accommodate a i tre generi, et a i lor zc
trenni,chedemhauiamo:ncaltro fono le retoriche propolitioni, che temili),
vcrifimili.&fcgni. Le quali propofitioni fa di meftieri (com ho detto)
d. procacciare: peròche componendoli vnuicrfalmente ogni fillogifmo di
propofitiom.l enthtmcma, confegucntemcntceiTendo ancor egli lillogifmo, farà
copofto dipropofitioni,lequali han da elTer quelle, che pur ho16 iahauiam
dette. Et perche fatte efTcr mai, ouero habiU a farfi non polion cflTer
quelle cofe, ch'impoflibili al tutto fono, ma folamcnte può atuienir
quefto delle polTibilt: ne parimente può elTer'in alcun modo, che fieno
ftatc fatte quelle cofe, che non fono ftatc mai, o c'habbian da farfi
quelle, che mai non faranno, fa per quella cagion di meftieri, che colui, che
congna, et quel, che>n giudicio parla, Se quel finalmentcch il gencr
dimoftratiuo clfcrcita > habbian tutti,& pollcpino propofitioni, che
riguardino il poftìbile, et Timpofiibile ; 1 edere faro,, ci non efTere
ftato > Se 1 haucr ad elfere, e 1 non hauer ad eflcre. 17 Appreiro di
queftovperche tutti coloro,i i quali o lodano,o biatmano, o fuadono, o
difluadono, o accufano,o difendono ; nonfolo tentano, et fan forza di prouare,
Se moftrar le cofe già da noi dette di fopra,ma tcntanancor oltra ciò di
prouare,& moftrar, che grande, o piccola fia la cofa, che moftrar vogliono, com
adir l'vtile, o 1 danno, 1 honcfto,o 1 btafimeuolc, il
g.ufto, oWneiufto,& quefto cercan di fare, non folo confidiate
per loro ftclfe le cofeairolutamcntc, ma ancor ponendole in comX S paranon
l'vna dcll'altra,nc fegue per manifefto da tu tto quefto, che faccia di
bifogno haucr procacciate ptopofitioni della grandezza, et della piccolezza, et
della maggiore, et minor grandezza: et ciò nonfolo con fiderà te tai quantità
in vniucriale, cioè in fé iteife, et non applicate a materia alcuna, ma
ancorap* plicate aciafcheduna delle qualità già dette di fopra: com
a dir qualità maggior', o minoratile, et bene, qual fia maggiore, o
minor ingiù ria, qual cofa con maggiore, o con minor ragioa$ ne, Se giù fiuti a
fatta, c'1 iìmil difcorrendo nell'altre cofcDi quai cofe faccia adunque di
ne ce flit à meftieri di procacciare, et ha30 ucrpropofirioni, hauiam fin qui
detto abailanza. et hauendo fatto quello, faràben'hora,che
ciòfepararamente in ciafehedun 31 de i detti generi fi diftingua, et sallegni:
com'a dir alìegnando prima quai cofe habbian da contenerfi nelle confultatìoni, Se
quindi quali nell orationi dimonltratiue j& finalmente nel terzo luogo
quali in quelle de i giuditij, Se del gener giudiciale. Quai cofe
principalmente cadano fitto la deliberazione^;, et conjidtatione dell 'huomo: ^
di quat cofi fi figlia per il pm trattare ne i pub liei gouerni, et configli communi
delle Citta. Ri mi e r amente adunque dobbiam vedere intorno a qual forte di
beni, o di mali cerchili coloro, che confultano, di prendere, Se di dar
conlìglio. conciofiacofa che non in tutte le cole, che fon buone, o ree
polla 1 human configlio hauer luogo* ma fola mente in torno a quelle, che
fondabili inlorna» tura a poter eflèr, © non clfcre, ouer'a poter farli, o
non farfi. quell'altre cofe poi, le quali di ncceiìità fono, o faranno,
oucr* impoflìbil cofa è, che le fieno, o c habbian' adelfcr mai,
così fatte cole fotto configlio cader non polTono. Ma ne anche
cader vi pollbn tutte quelle, eh clfendo di natura contingenti, elFer* et non
clFer polFono: polciache tra coli fatti contingenti beni, alcuni dalla
natura, et alcunidalla fortuna vengono: intorno a i quali, quantunque
polFan'auuenire, Se non auuenire, vana nondimeno, Cv fenza bifogno, o
giouamento alcuno farebbe ogni Jl Primo libro. £ 2 3 3 ogni
confultationc. faràmanifcrto per quello adunque, chele cole, nelle quali
polla haucr luogo il conlìglio,faran iurte quelle, che fon'inlor natura, acre a
depender dal volere, et dal poter nolrro,& di cui la caufa, c i principio
di farli, o non farli, ila 4 porto in noi lleili, et nel nortro arbitrio.
Et che ciò fia il vero, noi vediamo, che nei prender conlìglio d'alcuna
cola, tinto oltra a punto andiam con la confiderationc, et col dilcorlo
prò' cedendo, fin che trouiamo, Se conosciamo fcanoi Ila polli bij le,
ouer'impotiibile il farla. Hor l'a (legnar' efquilìramentc, &c porre
in numero tutte particolarmente Iccofe, dellequali Cogliam configliarci, et formar
le noltreopcrationi, et il diuiderle didimamente nelle (licci e loro, et di
quelle fecondo Tefatta veritàloro, quanto poiiìbil da trattare, et determinare,
nónppanien di far'in quello prefente luogo: non attenendo il far quello
alla prefente arte della retorica ? ma a facultà più nobile, &acui
s'appartenga piùalviuo in ciò riguardare, et ponC d crarc il vero. Se nòdi meno
fiarn molto più noi per concedere al prefenteaquert'artc di quel, che
ricercante fpeculationi, che 7 fon fue proprie, peròchc vero fi dee rti
mare eflTer quello,chcgià di fopra hauiam detto, cioè che la retorica fia
in vn certo modo comporta della Icientia. refolutiua apparrencnreal
filIogilmo,&: 8 di quella facultà ciuile, eh intorno a i cortumi è
porta: Se parte parimente conuicnc con l'argomentationi dialettiche, ce parte
con le (bfiftiche, dando eli a luogo fi come a i veri argometi, 5 cofi
àgli apparai ancora. Onde s'aTcun farà,che o la Dialettica, o quell'arte
del dire tentarà d'cfplicare, et trattare, non come facultà comuni, ma
come efatte feien rie; egli mentre che farà q u erto, verrà quali non
s'accorgendo a corrompere, cV a ror via la natura d'eile,trapairando con
cfquifiramenre trattarne,i proprij lor confini, Se enrrado dentro a quelli
delle feicntie, chabbian per lor foggetti cole in lor natura determinate, Se
non foIamcnte ragioni, et modi d'argomentare, com hanno querte. Có tutto
quefto, noi tutte quelle cole, che pollonoeiler vtili,&: recar lume al
prefente propqfito noftro, non lalcicremo di préderc di diftinguerc, et di
trattare: lafciando nondimeno la più efqutlita lor confideratione, alla Ci
mie fcientia, di cui fon pro11 prie. Dico adunque che cinque in numero li
truouan cflèr quafi tutte le cole più importanti, cV più principali, dellequali foglion
perii piùconfukare torti quelli, che trattati concioni, Se configli
public!. et quelle fono l'entrate, et foftantie publiche, la guerra, Se la
pace, la fecurezza, Se guardia del paefe, Se del territorio, il veder quai
cofe per labboncrantia, et commodo della citta, s'habbian da far venir
d'altronde, Se quali s'habbian da portar fuora, &da mandar'alrroue, et finalmente
il for mar leggi, Se ftaniti, fecondo, chc'l bifogno, et l'occalion
ricer. li ca. Per laqual-cofa colui primieramente, c'ha da poter ben
có(igliar'in torno all'entrate, et foftantie publiche, fa di me m eri, che
molto buona notitia habbia di tutte l'entrate, Se rendite della Città, di
che qualità fieno, quante le fieno, Se quanto importino: accioches'alcune ve ne
mancalTer, ch/ellcr nódimen vjpotcflero, vis'aggiungan di nuouo, et fe
d'alcune fi cauafle manco frutto di quel, che cattar fe ne poteiTe, fi
polla accrefeei $ re, Se augumentare. Oltra di quello gli fa bifogno di molto
ben fapere tutte l'vfcite, et fpefe della Città, acciòche s'alcuna ve
ne fuife dauanzo, Se fenza bifogno fatta, fi tolga via: Se
s'alcuna ve ne fuire maggior di quello, clic ragtoncuol mente lapotreb14
beerTcre, fi corregga, Se fi diminuifea. pcrciòche non folo po£ fon
diuenfr più ricchi,& più opulenti gli huomini con 1 aggi u* gner
femprc nuoue ricchezze, Se nuoue entrate a quelle, che fi pofTeggono j ma
ancor con riftringer le fpefe,& tor via,o dimi1 j nuir l'vfcite. Se all'in
ftrutione, et peritia di tutto quello, non folo è vtilela notitia, che con
la pratica, et con l'efperientia s' habbia delle cofe della Città propria,
Se del proprio itato, ma fà dibifogno ancora a poter ben cófigliar'intorno
a quel, c'habbiam detto delle rendite, Se foftantie publiche,l'hauer col mezzo
dellhiftoria, piena cognitionc di quello, che d'intorno a tal 1 6 materia
habbian'altrc città vfatc, o vlìno. Della guerra poi, Se della pace colui,
c'harà da etìer'habile, a poter bendar configlio, fa di meftier, c'habbia buona
cognition delle forze,& miìitic della Città, quante le fieno al prefenre,
Se quante bifognado fuffer per poter* edere: -óedi che forte, Se qualità ficn
quelle, che ordinariamente parate fi tniouano alhor in pronto, Se di che
forte, Se qualità parimente potellero eiler quelle, chebi17 fognando vi
s'aggiugnelfero. E necelfario olrraciòdi faper turte le guerre, c'habbia farro
per l addietro quella Cirri, Se in ^ual maniera, Se con che forze, Se con
quai fuccefli li fica trattate. Jfl Primo libro. ? 2 j 1 8 tate. Se
non fol quelle della propria città, ma vtil'c ancora l'hauet notitia di quelle,
c han fatto l'altre potentie, Se città conuicine, Se quelle città fpetial
mente, con le quali iì polla più con-, o ftimardi porerageuolmentc hauer'vn
giorno guerra: accioche mediante quella notitia li polla, ponderate ben
le forze proprie, Se l'altrui, cercar di ftar in pace con le Città
piti potenti, Se perii contrario con le men potenti potiam cono/cere di
poter' a voglia nolìra confidentemente pigliar guerra, Ce 19 voglia ce ne
vcga,o occafion ci lì porga. Se a quello giona ancora il conofeer Ce le forze,
copi e, Se militie proprie,& l'altrui lieti tràdi lor limili,
ouerdillimili: pofeiachein quelli parte ancora polTòn con la dinerfa lor
qualità importar' aliai afarnediucao nir luperiori, o inferior ncll'eiito delle
guerre. Medciimaméte è n ecellàrio oltra ledette cole, il porli dinanzi a gli
occhi, non felo i maneggi, e i fucccllì delle guerre, c'han fatto la
città propria, et l'altre cirtà conuicine, ma di quelle ancora, e
han fatto altri popoli, Se altre nation lontane: pofeiache dalle
cole limili, foglion per natura ordinariamente vcnire,& nafecre anz 1
cora i fuccelTì, Se gli effetti limili. Quanto poi alla culìodia,
Se fecurezza della Città, Se del territorio, Se paefe fuo ; non ha
in modo alcuno a colui, ch'intorno a quello ha da con figliare,
da ellcr nafcoflo in qual guifa habbia daeflér potuto fecurarfì,
Se guardarli ogni parte di quello flato, Se di quel -dominio, conolcendo
molto bene, chequantità, Se numer di guardia faccia di bifogno, &di
che forre, et qualità più in quella, che in quella parte ; Se quai terre,
Se liti di luoghi fi debbian'clegger per forti, Se habbian per confeguenteda
ellcr tenuti, muniti, Se guarii dati. La qual cognitionc non porrà chi
configlia in alcun modo ha nere, fenon làià molto ben J cfperto, Se
pratico per ogni parte del fuo territorio et del Ino paefe cacciò che hauendo
dai £ioi occhi ftefli di ciò notitia-, li conofee, che n qualche
luogo iia minor copia di munitione, o di gente a guardia di
quello, che vi taccia di bifogno, polla dar configlio che vi s'accrefea
; Se per il contrario fi tolga via da qualch'altro luogo quella,
che dauanzo, Se inutil vi lòprabbondi, per poter conellà fupplir douc
lìa più neceilaria, in maniera ch'i luoghi più importanti, Se più
opportuni habbian con maggior fecurezza da faluarfi,& 13 dacuAodirfi.
Quanto appartxcn poi alla grandezza, Se abbonD dantia 2 6 Delia Tigtorica.
d Aristotele datiti* di quello, ch'ai vitto, Se foftentamento dell'humana
vi• ta faccia di bi fogno, donerà colui, c'ha da dar'intornoa ciò co• figlio,
molto ben fapere il logro, e'I bifogno di ciafeheduna cola, et quanto fia per
con fu mar rntta la città, Se quanto afofH24 cientia badar le polla, et quali
delle cole a. quello necellarienafeono, Se procacciar lì pollono nel proprio
terreno, et dominio d'ella j et quali per il contrario non vi fi trouando,
bifogni, che xj d'altronde vengano, di maniera chcbenfippia egli
fupputare, Se conofeer, non foloquai forti di merci, Se quate, come
ch'alia città foprabbondanti,s'habbian da lafciar cauar fuoradel dominio, Se
portare altroue: Se quai per il cótrario faccia di mefticri di procuracene
d'altronde lìen procacciate et portare détro. ma ancora a qual parte, ouer' a
qual luogo s'habbian da mandar le cofe, ch'auanzano, et da qual parte
s'habbian da 16 procacciar quelle, che mancano: accioche fapendo quefto
fi cerchi di tener con buone conuentioni, Se capitulationi
con quelli, che fon (ignori, et padroni di quelle parti, buona con27
cordia, Se amicitia infiemc. pcrcioche due forti (penalmente di genti ha
da guardar' vna città di non irritar có ingiurie, Ardi non prouocarfi con
orTeic incontra, cioè quelle, che fon più po tenti, Se più gagliarde di
lei, Se quelle, chepercagion del commertio, in così fatti trafportamenti, et conduciinenti
di merci, 18 le pollon' ellcr' vtili. Hor tutre le cofe, c'habbiam
raccótare fin qui, fon per la conferuationc, &: ben'efìcr della città,
neceflarie d'etler fapute da colui, eh a benefirio della ha da
configliare, manó punto maco gli fa dibifogno d'eller inftrutto, Se
ben'intelligcnte in quella, che retta del formare, Se propor leggi,
Se ftacuti: pofciache nelle ftclìe leggi ftà collocata principalmcn257 re
la fecura faluczza delle città. Perlaqual cofa cfommamente necellàrio
d'haucr cognirion di quante fpetie di Republiche, Se ciuiligouerni, fi
rirruouino, Se quai cofe a ciafeheduna fpetie poilan'efTer'vrili ; Se quali
perii contrario eflcr poflan'atrea cftinguerla,diftruggcrla, Se farle
danno,o appropriate, Se fauo30 reuoli, o neinichc, et contrarie, cherai cole le
lìano.Et quefto, ch'io dico dell'erti nguerfi, Se corromperli vna
republica dalle 3 1 cofe, che le fon fàuorcuoli, Se appropriare, dico io,
perche tutre le fpetie, et forti di republiche, Scgouerni di città,
fuorché quella fpetie, eh e ottima, Se eccellerne lopra tutte l'altre,
poffon riceuer danno, Se corrottione, così per il troppo alien rarfi, Se
lafciarfi vfcir fuoradeilor proprij termini, com'ancor per 31 troppo
reftringerfi, et ritirarfi dentro di quelli, come (per effcrapio) adiuiene, che
lo ftato popolare, non Iblo quando troppo s'allenta, vien'a indebolire, et a
perder della Tua forza, fino che finalmente nello ftato de i pochi fi
cóuerte. ma ancor quado troppo fi ftira, Se crefee, in fé ftclfo, gli adiuiene
il medeli33 mo. fi come fi vede auuenire dclnafo aquilino, Se del
(imo, cioè dell'incornato, Se dello fchiacciato. peròche non folo
con allentare, et partirfi da quella coruità,o da quella forma Ghiacciata,
vengon'a corromperli cosi fatte figure, et forme, andando verfol mezo,~come
verfo'l lor contrario, cioè verfo la drittezza, Se profilatura, ma ancora fe
troppo fi ftirailèro,&: li ftendefiero, Se Ci hcefCc crefcerela propria
figura loro, cioèfe troppo andaflc il nafo facendofi, o aquilino, o fimo, o
vogliam dire o corno, o fchiacciato, verreber tanto a corromperfi auella
fteffacoruità, Se fimità, che non folo ne aquilino, ne fimo fi potrebbe più
(limare il nafo 5 ma ne anche forma ili nafo vi refta34 rebbe. Per quel,
chnpparrien dunque alle leggi, o ftaniti, che sliabbian di nuouo occorrendo
a formare, o proporre, non Gaiamente ci lata vtile, il fapere, ci confiderare,
perlecofe, che fon'accadute, et liiccefte nei tempi addietro alla noftra
Città, quale fpetie di republica, de qual forte digouerno le fia ftato più
profitteuole, &e di maggior profperità,& maggior faluezza. 35
mavtiliflìmo ancor farà 1 hauer informarione, et notitia d altre ftraniere
nationi, Se principati, et d'altre Città foreftierc, quai forti, Se
fpctiedi republiche, Se di gouerni, a quai forti di Città, di popoli, Se
di nationi, fiano fiate più proportionatc,cV: 3 G per confeguente più
profpcre, et più durabili. Onde efier può manifcfto, clicgrand vtilità a
così fatta peritia di formare, Se di propor leggi pollòn recar le
peregrinationi,e i viaggicene fi fanno in cercar nuoui, Se lontani paefi:
pofeiache nel far qucfto fi fjollonoauuertire, oficruare, Se imparar varie
vfanze, coftumi, eggi, Se ftatuti di diuerfe genti, Se nationi, da
poterfene accomodar poi fecondo le occafioni, a vtile, Se beneficio della pro37
pria republica. Puòmedefimamcnte (eruire, Se recar gióuamcto alle publiche
ciuili cófultationi la cognitione, Se lcnion dell'In ftorie di coloro, channo
nei lor libri tenuro memoria delD ij lanci^ lantiquità, òv'lafciato ferini
i fotti, Se lardoni degl'hiromini. 38 Ma di tutte quefte cofe lauuerti re,
Se difeorrer minutamente, eoffitio, Se opera della ciuil morale
Scienria,& non della facultà retorica. Tante dunque, quante fin qui habbiam
yedure, Se non piò, fon lecofe, Se li capi più importanti, et pio
principali, liquali fidi bifojgnohauer per noti, et làpuri a colui, c ha
da 40 poter ben dar conlìglio nelle conful te nubliche. feguita
hora, che noi di damo da quaicofe faccia di bi fogno di prender maicria
d'argomentare, o in fuadere,o in difluadere, con" intorno ai già
detti capi, com'in torno ad altre cole, che ven i fin deli* berationc, Se
confulta pofTono. (apo f. "Dell'ultimo, vniuerfalifiimo
fine dell' aftiont^ conjultaf ioni humane, che è la. felicita
dell'huomo: delle parti di quella. 1 N ogni attion (fi può dir) dell' rinomo»
cofi a eia* fchedun priuatamcntcóc particolarmente,
come conimnncmcntc a tutti, Ila propoito tempre dinanzi vno (topo, Se Tn
fine, alquale in tu rie le cofe, chefeguono, o fchiuano gli huomini
tengon volto, e indrizzato l'animo, et 1 occhio dcll'intention
loro. 1 &quefto none altro (per parlar così in genere) fc non la
felici3 tà, Se le parti di quella. La onde (ara ben fatto, che
veggiamo per modo più torto d'effètti pio» che di methodo, et via
dottrinale, d'efplicare, Se di poi lede re, checofa fia, invn certo modo
grolfamenre, Se non cfqnilìtamcnte parlando, la felicità, et 4 quai cofe
contengano le parti lue. concio! iacofa che intorno ad ella, Se a quelle
cofe, eh ad eflà guidare, Se condur ne poffòno, Se intorno parimente a i
contrari) loro, confinano, Se f\ rauuolgano tutte le fuafioni, et le
dilfuafioni, che qual fi voglia huomo faccia, pofeiache quelle cofe folamcnte
opera, cerca, Se abbraccia l huomo, lequali procacciar gli poilono 1 intiera
felicità, o alcune parti almen di quella, o che di minori glielepoflono
accrcfcere, Se far maggiori» et perii contrario quelle fola» mente fchiua,
abhorrifce,& fugge a operare, le quali fono atte a impedire, et corromperemo^
far minori la detta felicità, et le parti Jl Primo libro. 29 f le
parti Tue, Se a riuolgcrlc finalmente ne i lor contrari). Intendali adunque
deferitta, oucr diffinita per hora la felicità con dire, ch'ella non fia altro,
ch'vn profper fucceilb delle attioni hu6 inane,congiunto cól nonetto della
virtù: ouer che la. fia vn abbondantia, o vogliam dir'vn poiTetto, per fe
(letto totalmente 7 baftante alla vita humana: o veramente vna vita diletteuoliflì8
ma, Se piena di fccu rezza: oucr diciamo, ch'ella non confida in altro,
che n vn buon' elferc, Se in vn buono (tato, così delle poifeflìoni, Se
foftantie noftre, come de i.corpi noftri, con etter noi habili, Se potenti
alla conferuatione, al crefcimento, &al£ lWfo loro. Queftc adunque pottbno
etter per hora quelle cofe, nelle quali confitte la deferittion della
felicità: pofeiache o vna fola dette, opiu congiunte in fieme, confettano,
&ftimano cólo munementc quafi tutti glihuomini, douer'etter la felicità,
cffendo adunque la felicità, qual'hauiam detto, verran necettariamente ad etter
leparti fuc la nobiltà, Tamicitia, et la grafia di molti jl
haucr'vtili,& buoni amici, le ricchezze, la buona, et numcrofa prole, la
vecchiezza commoda, tarda, Se facile, et oltra ciò le ben difpofte qualità, Se
virtù della pedona, come fono la fànità,la bellezza, la gagliardia, la
grandezza del corpo, le forze habili, Se accommodateadogni forte di
pugna, Se ettcrcitation corporale, appretto di quefto ancora la buona fama,
Se buona reputatione, l'ctter'apprezzato, Se honorato, la buona fortuna,
la virtù, Se le parti, ouero fperie d ella, cioè 1 1 la prudentia, la
fortezza, la temperanza, Se la giuftitia. 1 m perei oche etièn do al hora Ih
uomo baftantiflìmo a femcdcfimo, quando e» pottìede i beni così interiori,
come gli citeriori, pofeiache altri beni, fuora di quefte due forti non fi
ritruouano, interiori sbanda (limar' etter quei dell'animo,& quei del
corpo, poliamo commodamente vfare, Se ellerctare corpi, &1. membri, 6
noftri,n tutti quelli oftirij, c ha la natura aftegnat, >«^P^« ' molti
fi ttuouano, che fonin vn cetto modo fan., no hauendo Jl Primo libro. 3
3 infirmiti, clic gli moledi, fi come fi dice, che fi
trouaoaHcro-' dico: et nondimeno niun'c, che ragioneuolmentegli
poteflc (limar, per quel, eh 'appartienila fanita, felici: facendo
lorbifogno d adenerfi per conferuation di-quella, da tutte le corporali
opcrationi, et dilettationi, o dalla maggior parte. La bellezza poi, laqual'c
vn'alrra virtù, et buona qualità del corpo» non è vna (leda in ciafeuna
età dell'huomo, ma diuerfa in diuerfe età. percioche la bellezza ne i gioueni
s'ha da (limar, che fia polla inhaucr'il corpo habile, accommodato 6c
vtile à loftener lefatighc; et fpetialmenre quelle, doue fadibifogno
il corlo, et l'altre edèrcirationi, die ricercan forza; con
hauer'in. uolto vna cerca fiorirà dolcezza, ch'attragga glianimi altrui,
6c caufi in edì godimento, 6c dilettatone, et per quello i Pentathii (cioè
habilia tutte cinque le maniere di eilcrcitationt corporali) fon
communementc ili mari bellifimii, come quelli* ch'a tar'aluui violenti*,
ik forza, et infiememente alla velocità, nubili, et atri fona. Ma in coloro,
che tornici Li già matura età virile, confittela bellezza in hauer la
pcrlòna atta,& potente a poter ben fupportarlc fatighc della guerra,
&:gli incommodi della militia: con hauer nel volto vna certa
apparente giocondità, congiunta con vn non so che di terribile, et di
fcuero. Nei vecchi poi finalmente fi può (limar ritrouarfi bellezza ogni volta,
che tanto di forze fia rimado nei corpi loro, che glicoli* render badanti
a comportare, &fodener le fingile, che uccella ri amen te fuo! portarla
vita: con modrar nel volto vna certa più todo lieta che amara grauità,
priua di raoledia, quali eh indino fia del non tremarli in e(Tì quelle
corporali imperfettioni, &ende, come quali comporta d'enee ; che fono la
grandezza dcl» per fona, lagaehardia, et la velocità: potendoli dir veramente
gagliardo quello, che di celerità, Se preftezza corporea è do44 tato. pcrcioche
colui che fi truoua ben'atto a potcrin vn certo modo quali fcagliar le
gambe, Se muouerle con celerità alla lunga a quiftando fpatio, fi può
domandar corridore, oucr'attoal corlo: lì comelottator li domanda quello, che
può nella lotta bene (tri nger', Se ben 'afferrare, et faldo tenere. et buon giocatore,
Se contenditor di pugna quell'altro, che in percuotere, Se fpinger chi gli flà
incontra preualc. ma chi inficinemente nella lotta, et nella contefa delle
pugna habil fi truoua, Pancratialtico fi domanda: et Pcntathlio li chiama
quello, che 45 in tutte le forti di cofi fatti giuochi, et contefe eccede.
La buona vecchiezza fi dee diveller quando ella e tarda a venire,
Se fenz'incommodo, et moleftia viene, percioche s'ella tolto
ne alTale, ouer fc tardi venendo moleftie, dolori, Se trauagli
reca; 46 buona vecchiezza non la Itimarcm giamai. Onde
all'cflcntia della buona vecchiezza fon nccclfane alcune buone qualità
dei 47 corpo, che già raccontate riabbiamo, conciofia cofa che colui, che
non farà libero da infirmità, et non harà quella robulìezza, che quell'età
può comportare, non potrà ftar fenza continue moleftie, Se dolori, et lenz'aftli
trioni della nerfona fua; ne farà capace di lunga vira. Se mancandogli dei
fuoi beni la fortuna, 48 non potrà con profferirà conferuarii. Et bene in
verità fi truoua altra ragione, et via da poter più lungamente viuerc,
fenza che l'huom fia robufto, Se fano: pofeia che molti fono, che viuon
lunghiflìma vita, quantunque priui fieno di cofi fatte virtù corporee, ma cofi
cfquifitedifpute, et minate confiderationi non pofion'al prefen te recar punto
al noftro propofito d'v49 tile, o di giovamento. L'hauer'amicitia di molti, et buon
amici, che cofa importi, ageuolraente non ci farà nafeofto fe
noi difEnicndo Jl Primo libro. jj diffinicndo che cofa fia
amico, conofeeremo che l'amico, di cui $o intendiamo al prefente, s'habbia
da inrcnder'elTer colui, donale tutto quello, ch'ei penfa potere efTer bene a
chi egli ama, tutto cercadi fareper fola cagion di quello. Colui
dunque, c harà molti di quelli tali,fi potrà di r, clic ei pofTegga quella
par te della felicità, che copia d'amici (ì chiama. Se fc quelli tali
faranno huomini virtuofi, honorati, SC da bene, colui che gli harà per amici,
harà parimente qucll altra parte di felicità, che 51 copia di buoni amici
fi domanda. La prolpera fortuna s'intende cller quando a uci beni, de iquali luolc-ller
padrona, &càgion la fortuna, Ci confeguifeono, Se duran di pollederfi, o
tutti, o la maggior parte, o almen quelli, che fon più importanti, 51 et di
maggior momento. Cagion è la fortuna alle volte d'alcune di quelle cofe, delle
eguali può eller'ancor cagione, Se principio l'arte, ma per il più cagione è di
quelle, che dall'arte non pollon nafcerc;come fon quelle, che dalla natura
ordinariamente vengono, ma pollbn'ancofalie volte riufeir fuor
dell'or» din d'ella, come (per clìcmpio) fuol della finità eflTer
cagione l'arte,& della grandezza, Se bellezza del corpo cagion
fuol'cfTcr la natura ; Se d ambedue quelle cofe, cagion vediam'efleralle 55
volte la fortuna. Ma communementc quella forte di beni per il più fuol
dependere, Se hauer'origin dalla fortuna, intorno a i 54 quali fuole
eccitarfi inuidia. Parimente alla fortuna, come eh 'a lor cagione
s'attribuifeon quelle forti di beni, liquali par, che 55 fuor di ragione,
Se fenza cagione accafehino. come (aria (per elicili pio, le di più
fratelli, tutti gli altri ellcndo eccelli uamente }6 brutti, vn fol tra
eflì fulle dotato di bellezza: ouero, fe non cflendo flato da molti
trouato vn theforo, che cercato haueiTe57 ro, vn fufle, che fenza cercarlo lo
ritroualTe: o veramente fé vn dardo andàdo a ferire, et percuoter chi pili
lontan gli fulle ; haueile nel palTar lafciato chi gli era più vicino,
fenza toccarlo j8 punto. ouerfe venendo alcuni la prima volta in qualche
luogo, doue non fien foliti mai di venire, fieno a punto arriuati in hora,
che ila occorfo lor di riceucrui o morte, o qualche fegnalato danno; Se
vn'altro, ilqual fulle foliro di frequetafad ogni hor quel luogo, non vi
fia nondimen venuto in quel tempo, Se per confeguente habbia fchiuato quel
pericolo, Se quel nocumento. Tutti quelli adunque, Se altri coli fatti cali, Se
acciden£ i) tali (campi, polio n parere, che buone f ortune fianb, cV da pf o5P
(pera fortuna vengano. Reftarebber tra le già propolle parti della
felicità da dichiarare, Se deferiuerii le virtù dell'animo: ma perche il
far quello par, c'habbia piò proprio, et più accò-. mo dato luoco nel
trattar delle lodi; differì remo, et riferheresuo 1 allegrar le lor deferi
trioni, quando più di fotto del gcncr> che le lodi riguarda,
ragioneremo. (apo 6. Del fine del gener deliberatine r$ con la defirittron
dell'elle, ouer del bene: fcf de i luoghi, et propofittoni appartenenti a
quello. V a i fien dunque quellecofc, c'han daelTcr come lini dinanzi a
gli occhi, di coloro, che cercan consigliando fuadcr qualche cofa, così
pulente, come futura, già può per quel, che fi è detto elfcr manifefto,
et parimente qualicofe habbian'eglin da guardare per diHuadere,comc
ch'altre quelle non f uno che i le córrane di quelle. Hor perche al gener
deliberatiuo ita prò» polio, fecondo c'hauiam detto, come proprio, &:
peculiar Aioli ne, 1 vtili u, non delibera, o prende conilglio 1
huomogiàmai del hne, ma delle coff* che fon perii fine, et chepolTon'a
quel condurre ; Se quelle fon tutte quelle cole, che nelle attioni del*
l'huorao pollòno v r ìli:à recare ; ne fegue da quello, ch'effendo l'vrilc
parimente bene, non (ara fc non ragioncuolmente fatto; ch'aflegniamo
clementi, Se propoiìtioni. appropriate al bene, 4 &aU'viil communemente
prelo. Poniamo adunque, deferiucdo per hora il bene, ch'egli fia quella cola,
laquale per cagion j difeitclfa lìa dicibile: ouer ch'egli lìa qucllo,pcr
cagion del o quale altre cofe eleggiamo, potiamdiie ancora, ch'ei lìa
quello, che da tutte le cole èdefiderato, o da tutte almen quelle, c'han
lenti mento, oucr'intellerto,o chclodefidcrarebbcr fe intelletto haijelTcro et ulna
ciò tutte quelle cofe, cha chi Ilvoglia, il proprio intelletto, et difcorfo
nlfegnallè per buone, Se quelle parimente, ch'intorno acìjfchcduna cofa
follerdalui per tali in chi fi voglia inoltrate, fi poflbn rifpetto a quel
tale 7 ihmaf in luogo di beni. Potiamo con altre delcritrioni medefi
inamente due efler quello il bene., il qual con la fua prefentia fa
diuenir Jl Primo librò. 37 fa diuenir la cofa, do u e ci fi truona,
fi fattamente ben corrditioS nata, che d'altro per il Tuo bene clTcr non ha
bilbgno. oucr finalmente diremo eflcr quello il bene, che per fe Hello e baftan55
re alla perfettion della cofa, che lopoilìede. Ellendo dunque tale il
bene, qual noi l'habbiam deferitto, debbiam dire, che tutte quelle cofe,
che faranno produttrici, o confcruatrici di quelle, e habbiam polle
nell'alfe^natedcfcritcioni del bene faio ran parimente beni, et quelle
medefimamente, che confegui1 1 ranno ad elTe. ne manco ancor quelle, che delle
contrarie fono 1 1 impeditiue,odiltruggitrici. Et in due modi fi può
mmar>ch'vna cofa legna ad vn'altra,o feguitandola inficine con cira,o
lue* cedendole doppo. come (per esempio) diremo, che all'imparar legni ti
il laper la cofa imparata) non infieme ; ma doppo: de ali elìcr fano
confegua, non doppo, ma congiuntamente, et 1 3 infiememente il viuere.
parimente in tre modi fi può dir, ch'vna cofa fia prodottiua, et effettricc
d'vrf altra: in vn modo nella maniera, che noi diciamo, cheTefler ben difpofto
del corpo, et di buona valetudine, fia effettiuo della fanitài in vn'altro modo
fecondo che diciamo li tali, Se tai cibi cfler produttiui della medefima
fanità. de in vn'altro modo finalmente nella maniera, che diciamo efler
i'cllcrcitio caufa ancorcgli efrettiua d ella fanità: pofciachcpcr il
piùreflcrcitation corporale luol réiler'il 1 4 corpo fano. SuppoAc adùque
per vere le deferittioni, et dilìmtioni allignate, verran n eccita riamen te a
potere {limarli beni* così gli acquilti, et riceuimenti del bene, come le
liberano* ni, et li difeacciamenti del male: pofeiache a quelli
feguita convintamente concili ilnonhauer male, chi luogo di bene, 1 1
et a quelli feguita dopo, 1 hauer'il bene. Medefimamente il nceucr'vn maggior
bene in vece d vn minore, doucremo giudicar, che fia bene, fi com'ancor dee
chiamarli tale il riceuer'vn minor male in luogo d vn maggiore,
cóciofiacofa che tutta quella parte, nella quale il maggior'auanza il
minore, li polla in quello domandar acqui (lo, oucr riceuiméto,& in
quello per 1 6 il contrario liberatione,ouer difcacciaméto.Le virtù ancora
neceiiariarnente s'han da connumerar trai beni, pofeiache mediami quelle,
color, che le pofleggono, ben qualificati diuengono, et ben alia perfettion
difpolti. olirà eh elle fon di molti beni produttrici, et operatrici, di
ciafcuaa delle quali particolarmente t j 8 T>eUa Teorica d %
'JriFtoteIc^ larmente che cofa lafia, et che qualità, et natura Ha la Tua,
ài 17 proprio fuo luogo dichiareremo. La voluttà parimente, o piacer
fenfual, che lo vogliam chiamare, farà ancor ella bene, come quella,che da
tutti gli animali è per natura cercata, &ded18 dcrara. Laonde le
cofcdiletteuoli, et le cofehonefte verranno adedèrnecedariamentebeni.
pcrcioche quelle fon produttrici della voluttà, &c di quefte, alcune
fon diletreuoli, et altre dir 19 cibili per fc raedefimc. Et per venir* in
quella afleenation dei beni più al dipinto, de più al particolare, e di
necedìtà, che belo ni (limar fi debbiano quelle cole, che qui tratteremo. Et
primamente la della felicità, come quella, che per cagion di fc della è
eligibile,& oltra ciò a fé mcdelìma è badante ; S: di più, 11 molte
cole eleggiamo per cagion d'ella. Doppo quella,bcni ancor fono la giuftitia, la
fortezza,la remperantia, la magnanimità, la magni hcentia, et gli altri cofi
fatti habiti, elTendo eMì virai tu dell'animo. Medelimamente beni fono la
fanità, la bellezza, òc altre così fatte qualità, pofeiache virtù del
corpo fono et ef1 3 feltrici et produttrici di molti beni: c(Tendo (per
ch'empio) la fanità produttrice della voluttà, et dello (ledo viuere.
Perlaq ual cofa ottima fuol parer'ella tra gli altri beni : come
quella, che di due cofe e cagione, le quali da molti fon'in grandi
Aimo pregio tenute, che ionia voluttà, et la vita. BeniTbn parimele le
ricchezze, cioè l'vfo loro, clfendo veramente elle nó altro, che virtù di
faperle vfare, et di fapcr edèrne polfedbre, et oltra ciò effetti uc,6v cagioni
di molti beni, et di molti còrnox$ di. L'amico ancora, et 1 amicitia fon beni :
edendo in vero l'amico eligibil per fe mcdefimo, et operatiuo, ouefcffettiuo
di molti beni. L'honor medefimamente, et la gloria fi deono conumerar tra
i beni, fi perche fon cole gioconde, 6c dilctteuoli, et che panorifcon'altrui
di molti beni, et fi ancora perche per il più par,chc confegua
congiuntamele ad eflì il poifeder quelle cofe, per le quali è fatto altrui
qucH'honore, et data quella gloria. Leder nel parlar efficace, et potente
di lingua, Se l'cfier'habile, c\ potete in trattar negotij,fon due cofe,che
dcon* ef fer collocate tra i beni : pofeiache di così fatta habilità
molti 18 beni, 6e molte comodità deriuano." Oltra di quefto
l'indudria, Se la bontà dell'ingegno, la tenacità della memoria, la
facilità d'imparare la perspicacia, Se velocità dell intelletto, Se
tutte l'altre Jl Primo libro. J 9 l'altre così fatte
difpofitioni, fon daeilere (limate neceflTirianiente beni : ell'end'crte
potenti mezzi a cagionare, et produr19 relacquifto di molti beni. Perla
medefìma, o limil ragion'an30 cora tintele feientie fon beni, et tutte le arti
parimente. Et il viuere ftelfo mcdeiimamentc è bene: pofeiache dato
bench'ai tro ben da elio non ne feguille, per (efteflb nondimcn è co
fa. 3 1 cligibile, et defidcrabile. Il giudo ancora, et l'equità faran
bc31 ni, perche comune, et publica vtilità n'apportano. Etquelti, chabbiam
fin qui allignati, fon, fi può dir, quei beni, che da tutti
concordeuolmente fon hauti, confeflì, et (limati per tali. $3 Quelli altri
poi, dei quali non s'hauendo la medelìma cómu* ncopinion,chc fien beni,
che foglion cader in cótrouerfia d'effcr', o non eilcr beni, fi pocrano come da
proprij luoghi, in comparation Tvn dell* altro. A perche fpeffe volre adiuicne,
che di due cofe, che ci fien propofteinnanzi,giudichercmo,&
cófcllcremo, cialchcduna ellèr vtilc, et bene, ma qual di quelle fia la
migliore, et di maggior gioitainen copercheremo, et dubiteremo j larà ben ratto
di seguitar di dir al preferire qualche cofa a rarconòfeere il %
maggior bene, e 1maggioratile. Prendafi adunque prieramete per cofa nota,
che la cola eccedente, ouer auanzante s'intenda clfcr quella, che fia
tanta,quata la cofa da ella ecced uta,& qualche cofa di più ;&
l'ecceduta per il contrario quella, che ilia 3 comprefa, Se inchiuianell
eccedente. Oltra di quello la cofa maggiore, in rifpetto d vna minore e
forza che fia maggiore, Se 4 il più parimente, in rifpetto del meno è
detto più. ma nel dir grande, 6c piccolo, fi com'ancor nel dir molto, Se
poco, il rifpetto fi confiderà di molte cofe; nelle quali quella,
ch'eccede l'altra fi dice eiTer grande, Se quella, ch e auanzata, Se
ecceduta fi dice eiTer piccola, Se il fimile adiuicn nel molto, Se nel po$ co.
Hauendo noi adunque già detto ciTerben quello, che non per cagion d altro,
che di fe ìleiìb è eligibile: et quello parimele, ilqual tutti appetifeono: et quello,
che tutte lecotè, c'haueller'intellctto, Se prudentia eleggerebbero: et quello
medefimamente, che de i già detti beni iìa effètti uo,&
conferimmo, olier a cui li già detti confeguono, Se vengon dietro: Se
elìendo che quello, per cagion delquale fi elegge qualch'altra cola, vicn'ad
eller, come fin di quella, per eller quello il fine, per cagion del quale fi
eleggono altre cofe: Se oltra ciò cflendo bene ad alcuno in particolare,
non fol quello, ch'alibi utamente contiene le già dette conditioni, maancor
quello, che, fenon allo6 lutamente, almen rifpetto aquel tale, lecótiene;
nefeguenecclTariamente da tutto quello, che prefi inficine più di così
ratti deferitti beni* importeran maggior bene, che fc vn folo
d'elfi, oin minor numero fodero, purché queit vno, et quelli di maco
numero, fian dentro a quei tai comprefi. perciò che in quella guifa, verranno
quiui più ad ecceder, come che dentro di lor coraprendan quelivno, oquei
manco, i quali confcgucnrc 7 vengono a re ftar' ecceduti. Diremo ancora,
che fe quella cofa, ch e grandilfima nel gencr fuo, farà maggiore di
quella, che fia grandi/lima in vn'altro genere, faranno ancor maggiori
vniuerialmcnte le cofe di quel genere, che di quello. et ali
incontra ancora, fe vniucrfalmctcle coied vn genere fon perii più maggiori
di quelle dvn altro genere, farà ancor la grandiflìma in quel genere,
maggior di quella,chegrandi(Iìma farà in quell'ai 8 tro.com' a dir(pcr
clTcmpio)che le il gràdillìmo di tutti gli huoF ij mini mini è maggior
della grandiflìma di tutte le donne ; s'ha da (limar ch'vniuerfalmente gli
rinomini fien per il più maggiori delle donne. et all'incontra Te gli
riuomini generalmente lon per il più maggiori delle Donne; vien parimente
ad elfcrc il grandiflìmo huomo, maggior della grandiflìma donna, conci
odacofh che con quella medefima proportione vengano a riguardarti tra di loro gli
eccedi tra gli ltefli generi, con laqual fi } riguardano i grandiuìmi
l'oggetti, che fono in quelli. Medcfimamente quàdo ad vno di due beni feguitarà
l'altro, et a quell'altro non feguitarà quelPvno,diremo che maggior lia quel
primo,ch'è feguitato,Cv fi tira dietro l'altro. Se ilfcguitard'vna colà ad
vn'al tra, fi può intendere, o perche la feguiti infamemente, cioè nel medefimo
tempo con clfa, o perche le venga dietro dapoi, oucr finalmente perche in
virtù, et in potentia fi truoui in quclla,per caufa, che l'vfo d'efla ftia
pofto in vinù ncll'vfo 11 di quella, a cui ella fegue. cV per aifegnar in
tutti quefti tre modi di confeguimento efiempi, diremo che infiememente, et in vno
fteifo tempo feguiti ali cller fano il viuere; ma non già diremo, ch'alia vita,
la finità confegm. Il fapere, et la feicntia diremo, che feguiti ali im para
re, non già infiememente con elio, ma col tempo poi. In virtù, 6c in
porentia finalmentedircnio, ch'ai (àcrilegio, ch'c furio di cofe fagrc,
feguiti il furto femplieemente prem. peroche colui, che non s'afticne da commetter
faci ilegio,ftà quanto a lui paratOjpotente, pronto, &difpofto a
furar 1 1 ancor le cofe,chenó fien (agre, fc Toccafion fegli porga.
Appreffo di quclto tra quelle cofe, ch'vna medefima cofa eccedono, quella
farà maggiore, che 1 eccede con maggioi'auanzo, ellcndo uccellano ch'ella in
tal calo 1 auanzi per quato trà gli eccedi 1 3 foprauanza il maggior
eccello, quelle cole ancor iaran maggior bcnijlcquali fono
cfifètciue,& prodottnei di maggior bene: peroche in qucfto con lìfte la
natura dcH'clIcrvna cofa effettiuadi 1 4 maggior bene, cioè in cfTcr
maggior bene. Et limilmcntc all'incontra a n cora, q u el la cofa farà maggior
bene, che farà prodotta da vn ben maggiore. Onde eflendo (pcrellempio) le
cofe falubri, et che fon atte a render li corpo lano più cligibili, et maggior
bene, che non fon le gioconde, che non caufan fenon diletto, verrà parimente la
lanitàad cAcr maggior ben della voI ; luttà. Parimente la cofa,ch'c eligibile
per fe ltefla maggior bene fi dee Jl Primo libro. j-j fi dee
{limar di quella, che non per cagion di fe ftefTa,ma d'altra cofa
s'elegge, come (per ellcmpio) diremo, che la forza, et la ga gliardia
corporale iìa maggior bene di quelle cofe, che li fanno per acquetare la
fanità: pofeiache quelle non sappctifcon,nè fi cercan per cagion di fc
ftefie, ma per cagion della fanità: douc che quelle, quando ben non
peraltro, lon nondimeno defiderabili per loro lleiFe m1 che propriamente alla
natura del bene 1 6 apparticne.Oltra di quelle le di due cofe farà 1 vna
come fin del1 altra, et l'altra non farà fin di quella ; maggior ben farà
quella prima,chc farà fine, pofeiache l'altra verrà ad eHer'cligibilc,
nó per cagion di fe ftella, maper cagion di quella, douc che
quella per cagion di fe medefima farà tale, come (per elfcmpio) vediamo
che l'ellercitio della pei fona fifa per cagion del ben eficrc, 17 Se
della fanità di quella. Medcfimamente quel di due beni larà maggiore,
ilqual non harà bilogno di quellalrro, ma ben quell'altro di lui, ouer di manco
cole harà di bifogno, che non harà quello. Et quello adiuiene perche il
non haucr bifogno nafee dall haucr foffitientia, et ballanza dafe
medelìmo, in che confitte la ragione, cVdiffinition del bene. &per manco
haucr bifogno inrendiamo 1 haucr mellieri o di manco cofe, o di più fa18 cili.
Apprelfo di quello quando di due cofe vna ve ne, che non f>uò fenza
l'altra (lare, o produrli in cllere, ma ben lo può qucla fenza quella;
fcnzalcun dubbio quella di quella farà maggior bene.cóciofiacofa che per
quello, vega ad haucr mcn bifogno,& per confeguente maggior ballanza,
et fofficientia a fc medelì19 ma ; onde ragioncuolmcnte maggior bene appare.
Quando ancor di due cofe l'vna farà principio, Se l'altra nó principio,quella,
che larà principio farà maggior bene. et medcfimamente fe l'vna farà
caufa, et l'altra non larà caufa, verrà ad eller maggior benquella, che
farà caufa, perla medefima ragione. &: quella è chefenza la fua caufa,
et fcnza'l fuo principio, impoflìbilc e, 10 ch'alcuna cofa fia,o fi
faccia, et fi produca mai. Oltra di quello fefaran due principij, quella
cola, che daquel principio farà f prodotta, ilqual farà maggiorc,farà
parimente maggiofanch'cla. &c finnlmcnte quella cofa, che nafee da quella
delle due caufe, che fia maggiore, farà ancora ella maggiore di
quella> 11 che nafeerà dall altra caufa. Et all'inaura ancora, quello
di due principij farà maggiore, ilqual di maggior cofa farà principio. et quella ^
^ ^ella Se quella dì due caufe maggior farà, che di maggior cofa (ara cà1 1
gione. Per quel che fi c detto può eflèr manifelto, che vna medeiìma cofa potrà
alle volte in rilpetto d vn'altra parer maggiore ndl'vno, et nell'altro modo,
cioè cosi per vna delle conditori già dette, come per la Tua contraria, perochc
s'ella farà principio, Se quell'altra nò, potrà ella parer maggiore: et parimente
fe la medefima non farà principio, ma più tofto fine, et quell'altra farà
principio, potrà nondimen'etfa parer maggiore, ellendo maggior bene il
fine, ilqual nondimen non è principio. xj Si come può apparir per quello,
ch'vsò di dire Leodamantc: ilqual nclTaccul.i, che fece contra di
Calliftraro, dille, che maggior colpa haucua in quel delitto, delqualc era
l'accula, colui, che configliato 1 haucua, che quello lteflo, elici haucua
comincilo: pofeiache commellb non l'harebbe egli, fc non folle ! fiato chi
rhauerfeaciò configliato: douendofi ltiroar il conli14 elio, principio, et caufa
del delitto. Et in vn'altra accufa, ch'ei fece poi contra di Gabrìa,
affermò maggior colpa haucr chi ha>ueua commctfb il delitto, che chi
coniigliato l'haueua: perche mai non fi confultarebbe vn delitto, fc non
fulTc chi lo comrnetteflcjnon per altro come fine configliandolo chi lo
configlia, fc non accioche finalmente commciio, Se efeguiro fia:
di maniera che il commetterlo viene ad ellcr'il fine, per cagion
del X j quale vien configliato. Medefimamente di due cofe
diremo,che quella, ch'c più rara, et più di rado fi truoua, fia maggior
ben di quella,di cui più s'abbonda, (ì come (per ellèmpio fi
dirà) che Toro fia di maggior pregio, che il ferro, anchor che di minor
vtilità fia di quello: pciciochela maggior difficultà nel trouarfi, fa
parimente, che di maggiore ltuna fia il pollederlo. 16 Et per altra ragion
fi può incontra dire, che di due cofe quella, di cui in maggior copia
coromunemente s'abbonda, fia da anteporre a quella, che rara fi truoua: pofeia
che nalcendodal .maggior vfo di quella, maggior'ancor'vtilità, come che lo
fpeilo vfarb auanzi il di rado vfaru; vien per quella ragione a
poterfi ftimar di maggior pregio, onde prefe occafionc il
prouerbio, 17 fecondo ilqual logham dire, ottima cofa efferc l'acqua. Et
in fomma da vna parte debbiam'dirc, chele cofe più difficili debbiano
elTère antepofte alle più fatili» come quelle, che fon più 18 rare, dando
lor pregio la lor rarità: et doli altra parte le più facili han danteporfi a le
più difficili, come per quella facilità più 9 accalchi la cofa. fecondo
che noi vogliamo. Olerà di quello 0 quella cofa maggior farà, il cui
contrario farà maggiore; Se maggior parimente quella, di cui farà maggior
la priuatione. 1 Se U virtù maggior farà della difpofitione,che non è fatta
ancor virtù. Se il vitio parimente farà maggior della
difpofitione» che ancor non è fatta vitio: pofeiache quelle cofe, cioè la
virtù, cil vitio fon fini; Se quelle, cioè le difpofuioni non fatte 1
ancor nè virtù, ne vitij, non fon fini. Quelle cofe ancora, le opere et gli
erletti delle quali faranno o migliori, o peggiori; eirc parimente, che
gli producono, faranno o nel bene, o nel j mal maggiori. Et medefi
inamente di quelle cofe, di cui le virtù e i viri; fon maggiori, maggior fono
ancora gli effetti, Se 1 opere, con ciofia colà che fecondo che fi
ritruouano cfler le caule, e i principi) ; fi truouano cllcr parimente gli
effetti, Se gli auueniraenri, che da elfi nafeono. et dall'altra parre
ancora, (e* condo che fon gli effetti, Se gli auucnimenti ; fon parimente
le 4 caufe, e i principi; loro. Oltra di quelto quelle cole fon migliori,
Se più eligibili,nellc quali l eccedere fia più eligibilc,& mag. gior
bene, come (per ellèmpio) diremo, che ellendo cofa più eli gibile l
eccedefin vcdcr'acutamcncc, ch'in acutamente odorare; vien per quello a poterli
anteporre il fentimcnto della villa a quel dell'odorato. Se elTcndo più
honclta colà 1 eccedere in eiler amator d amici, eh in eifere amato r di
danari ; farà ancor femplieemente più honello l'amor, che fi porti a gli
amici, che f quel, che fi porti a i danari. Et parimente riuolgendo
quello luogo in oppolla parte diremo, che delle cofe migliori fian
parimente migliori gli eccelli, che fiano in elfe; &piu nonetti
delle £ piuhonelle. Migliori ancora, Se più lodatoli fon quelle
cofe, delle quali fon migliori, Se più lodeuoli i defiderij:
pofeiache 7 delle cofe maggiori, i deliderij fon'ancor maggiori. Onde
all'incontra faranno migliori, Se più lodeuoli i deliderij, fe migliori, 8
Se di maggior lode faran le cofe,chc s'appetifeono. Oltra di que fto
quelle cofe fon più pregiate, Se di maggiore fludio, Se diligenza dcgne,lc
feientie delle quali faranno ancor/ette tali:
però cheproportionatamcnterifpondon lefcientie alla verirà,& na9
turadc lor foggetti: hauedo ciafeheduna d eife riguardo a tlar fopra di
quei ioggetti,chc fon fuoi proprij. Ond all'incòtta per la mesf. 8 'Della
Tigtprica d'^riflotelc^ la medcfima cagione di queAa proponionc, migliori,
Sedi pia Audio, et pregio fon quelle fcientie, lequali di cole fono,
che 40 migliori, et più pregiate fiano. Quello oltra ciò, che
maggior bene giudicherieno, o habbian altra volta giudicato le
perlune prudenti, o tutte, o molte di quelle, o la maggior parte
d'elfo, O almen le più faggie, et di maggior prudentia, quello li dee
nccefiariamente per maggior ben tenere, o Templi cernente, et affolutamente j o
almeno fecondo quelle qualità, che riguardan la prudentia, et peritia di
quelle tai pedone ; selle non atfblu41 tamente in ogni cola fon tenute tali. Et
quello c habbiam detto del riferirli al giuditiode i periti, è commune non
folo al guidino, che fi faccia de i maggior beni, di che parliamo al prelente y
ma di tutte l'altre cofe ancora ; come a dir delle foftantic del le cofe,
delle quantità, et delle qualità: douendou" in tutre queAe cofe per la
determination loro riferirfi a quello, che le proprie fcientie loro, et i
periti di tali fcientie determinano co 'llor 41 giuditio. ma noi
fpctialmcnte alla conlìdcrationc, et determination de i beni, habbiam così
fatta regola, et luogo applicato • ; t conciona cola che hauendo noi
dirHnito il ben'efler quello, che ciafeheduna co(a,s'haucilc intelletto
eleggerebbe; vien per que* Ao ad elTcr manifcfto, che maggior farà quel
bene, che maggior 43 da chi habbia prudentia fia giudicato. Quellr ancora
faran maggior beni, i quali in miglior (oggetti, et in più nobili porti-ilo
ri Il rirroueranno, o fempli cernente, o almen fecondo quella parte, in
che fon migliori, come (per elfcmpio) diremo, che la vn44 tù della fortezza Ila
maggior ben della gagliardia. Parimente maggior ben fi dee 111 mar quello,
che da miglior perfona, o lempliccmente, et ordinariamente, o almen in quanto
ch'ella è mi gliorc, farebbe eletto. A come (perch'empio) diremo ellcr
meglio il ricruere ingiuriarne il farla, pofciachc più tolto quello, 45
-chequcfto eleggerebbe chi maggiormente fuAcgiuAo. Apprefjb di quello fi potrà
maggior bene Ai mar quella cofa, che lia più xìilettcuole, et più
gioconda, ouer più voluttuofa, di quella,che fia manco tale, pcroche tutte
le cole feguon voluntieri la voluttà ! et è ella oltra ciò feguita,&
defidcrata perengion di Ce nicdefima: cV già nel di frinir la natura del fine,
6c del bene, l'vna, ficl altradi qucAeconditioni glie data ài fopra
aflegnata. Più gioconde poi, et più diletteuoli s'intendon'ellcrlecofe,
inelTer maggiorJl Primo libro. 4 p maggiormente priuc di dolore, et diraoleftia;
Se ineflcr più lungo tempo durabile il diletto, Se la
giocondirà,checontengo46 no. Le cole medefimamente, c'hanno in fe bellezza
maggiore» fi pollono (limar maggior beni, che quelle, che 1 han minore: conciofiacofa
che la bellezza infefiacofa dilctteuole, Se oltra 47 ciò, per Ce della eli
gì bile. Oltra di queft.j quelle cofe fideono (limar maggior beni, delle
quali maggiormente vorrebber gli huomini elfer cagione, o in (e (ledi, o
negli amici loro. Se per il contrario maggior mali faran quelle, di cui
eglin manco vor48 rebbero in fé, o negli amici clfcr cagione. Medefimamente
fra più beni, li più durabili fi deono (limar maggiori di quelli,
che 4P manco tempo fon per durare in ellere. Se li più fermi, Se li
più (labili ancora maggior beni fono de i màco (labili: perochc ìvfo, e l
godimento di quelli, viene ad ecceder fecondo la quantità del tempo; Se l'vfodi
quelli eccede nello dar maggiormente nella volontà,&: ncll arbitrio noflro:
pofeiache quanto lacofacpiù ferma, Se più (Libile, tanto l'vfo Aio è
maggiore; 50 et p.ù fecuramenre parato ali arbitrio del voler noftro.
Apprcf fo di quello perche quelle Cofe, eh o congiugate, ò di (imil
cafo fi domandano, hanno quella proprietà, che quello, che feguita ali
vna, feguita ancor all altra ; li come tal conditione ha luogo in elle nell
altre qualità, cosi 1 ha parimente ncll'crter mag5 1 gior bene. Onde le (per
eflempio) quefto aduerbio,foncmente, porta feco maggior bene, che 1
aduerbio, tcpcraramente.tal che l operar fortemente (la più cligibil, che
l operar teperatamenre ; la tortezza ancor farà più cligibile, che la
temperanza, Se 1 ellcr forte p:ù cligibil, che 1 ellcr temperato. Le cofe,
che tutti eleggono lon maggior beni di quelle, che non tutti ; Se le cofe
parimente, che da i più fono elette, fon maggior beni di quelle, che da i
meno, perciochc eflendo il ben quello, che tutti deliberano, nefegue, che
maggior farà quello, che farà da i più delìde53 rato. Può medefimamente elfer
tenuto maggior bene in noi quello, che tale è giudicato da gli auuerfarij,
co i quali conrendiam nella caufa, o dagli (ledi nemici noftri, o da quei, che
con giudici nella caufa. percioche quanto ai due primi,(ìpuò (limar, come
fc quel giudirio forte di tutti. Et quanto a i giudici poi, fi fuppongono
intelligenti in quella caufa Se periti ; Se hà14 no autorità nella caufa. Oltra
di quefto alle volte maggior bene G accade, che fia da noi (limato quello,
che in tutti gli altri, come d'eflb partecipi fi ri truoua: recandoci noi
in vn certo modo a vergogna il non hauere ancor noi parte in quello, come
hanno gli altri, c i non poter confeguir quello, che gli altri hanconfej $
guito. Se alle volte per il contrario maggior ci parrà quel bene, che in
niflunaltro, o almcn'in pochi fi ri truoui: parendoci per quello di
poflTeder cofa più rara, Se che per tal rarità preda pref6 gio. Le cofe ancora,
lequali appaion communementc degne di maggior lode, fi deono ftimar
maggior beni, come quelle, che per tal caufapoflbno efler giudicate più
honoratc,più nobili,& 57 più honefte. Nè maco deon'efler tenute per
maggior beni quelle, lequali, come a cofe di maggior prezzo maggiori honori
fi foglionfàre: eflendo l'honorquafi vn prezzo, che mifura l'ec58
ccllentia, et la degnità delle cofe. Maggiori ancora s'han da ftimar quei
beni,dclla perdita de i quali più importante, Se magJ5> giornerefultaildanno.
Oltra di quefto quelle cofe s'han da ftimar maggiori,le quali con
maggiofauanzo eccedono quelle, che communementc da tutti fon tenute per
grandi, o almeno 60 quanto ad eflc poflbno apparir tali. Sogliono ancor
lecofc diuiic in più parti, parer maggiori, che ftando in Ce ftefle vnite:
pofeiache con quella moltitudin di più parti, vicn'a farfi apparecia 61 di
maggior' ccccflò. Se per quefta ragion dice il buon Poeta effcrc ftato
eccitato, Se perfuafo Mcleagro a difender la patria fua con tai parole, ò
quanti mali, Se quante miferie, portano a gli huomini l'cfpugnationi, et prefure
delle città; i Cittadini, et glihabitatori ibnooccifi,& mandati a fil di
ft>ada,la Città tutta dal fuoco è ridotta in cenere, fono i proprii
figli, Se le donne iftefle in habito fu ccinre menate via, et ftrafeinate
prigioni in Ci feruitù dei nemici loro \ Se quel che fegue. Se per il
contrario ancora può l'adunar.comporre, Se accumular infiememente
in vno, far parer la cofa maggiore, chefepartita fimoftralfe
nelle parti fue, come fi vedeoiferuatoda Epicharmo. Se quefto accade fi
per la medefima ragioncjchcpur'hora habbiamo allignata per la
diuifione,faccndo apparir eccello ancor la compofitione> Se fi anchor
perche tal compofitione fa nel comporto apparétia 65 di principio, Se di
caufadi cofe grandi. Appretto di quefto perche maggiori habbiara detto eller
quelle cofe, che fon più difficili, Se ancor quelle, che fon più rare, di qui
è, che loccafioni, l'età, Jl Primo libro. jt reti» i luoghi, i
tempi, et le forze, Se condiiionf aTrru?, vengono a recar grandezza, Se
crefeimenro alle cofe. pcrciochc fc le attioni fi moftrano cller fatte da noi
fopra le forze noftre, fopra l*ctà, fopra gli altri nolìri pari,ouer nel
tal modo, o nel tal luogo, o nel tal tempo, vengon per quello a
riceuefapparente quantità,& crefcimento,non folo nelle cofchonefte,
ncll vtili, 64 Se nelle giù (le, ma parimente ne i lor contrarij: onde da
quello prefe forza, Se foggetto quello, che fi contiene in quello
Epigramma, che fu fatto per vno, ch'era rimafto vittoriofo ne i giuochi
Olimpici, quando ei dice; Sopra di quelle proprie fpalle hauendo io la
cella graue, foleua da Argo portar già il pefee in 6$ Tegea. Se perla
forza del medefimo luogo ancora vsò ificrate di dir quelle parole, Ih
mandole a lode fua ; O da quai principi;, CC a quai iucceffi fon'io
venuto. Mcdefimamentequci beni,chc fo no,innati,natij,&per natura
tali,maggiori fon di quelli, chaduentitij,& aggiunti di fuora vengono :
folendofi quelli più difficilmente acquiftare, Se trouar' in altrui, che
quelli, onde non fenza ragione quel Poeta dice, Io quel, ch'io sò ho
imparato per 67 me medefimo. L'edere ancor p ri nei pai idi ni a. Se
grandi di ma parte d'vna cofa, chenelTeder (uo fia grande, aggi tigne
grandezza : fi come (per edèmpio) ben conobbe Pericle, quando in quella
oration funebre intitolata l Epicaffio, dille non altrimenti edere (lata tolta
via della Città quella gioii entò, ch'era morti nel fatto d'arme, che fe
di tutto Tanno fuilè tolta, Se rapita la 6Z primauera. Quelle cofe ancora,
lequali in maggior bifoeno, Se in più vrgente necedità fono vtili; come
faria (per eilempio) net tépo della vecchiezza,& neH'infirmità,fi
deono (rimar mag6 9 giori, Se più eligibil beni. Medcfi mamente di due beni,
quello 7 o li potrà (limar maggiore, che più farà, vicino ai fine. Se a
ciafche duno anchor s'ha da (limar, che fia maggior ben quello, che
fia maggiore fpetialmente a lui, che quello,chc fia tale femplieeme 71
te,c m natura fua.Quel parimele di due beni, che ci fia polli
bil'a cófeguire, maggiore habbiam da Mimar/che fia di quello, che
ci fia impodi bile ; percioche quello viene ad eller bene a
noi,doue che que(lo,dato bc che fia in fua natura bene, nódimeno a
noì,a 71 cuinòèpodìbilc,nófipuòdirchefiabene. Oltra di quello
le cofe,chcs'inchiudono,& concorrono nel fin della vita noftra, fon
maggior beni, come quelle, che più fon vicine, Se cógiunte G ij
alfine, j 2 usua x^crorica a jirisioreic^ 7j al fine, che non fon
quelle, che fon mezi al fine. Quelle cofe ancora fogliamo (limar maggior
beni, nel! elcttion delle quali fogliam riguardar più torto la flcHa
verità, et l elfcrc ifìeflo della cofa, che il parerà gli altri. et in quello
iìà pofìo, et s ha da intender l'eucr le cofe ad opinione, ÓV parer de gli
altri, che le non fi eleggerebbero, fe fi penfalle, che le itetiero
ignote, et na74 feofte altrui. Onde per quella ragione può ad alcun
parer'ellèr più cligibil cofa il nccuer bencnuo, cheil farlo : perochc il
ri— ceuerlo e cofa, che quantunque la fullèpcr elfere appretto de gli
altti non nota, ne manifefta ; in ogni modo per fe medeflma £ eleggerebbe,
don e che il far benefitio non clegercbbe ognun, che lo fi, fe ciò do u
elle refìar afeofo al mondo, et non mai fa7J puto. Medefimc mente quelle cofe
poiìon parer maggior beni, lequali Ci defìdera più folio, che veramente
fiano, che appaian d'efrerc : pofeiache in tal guifa vengono a riguardar
più tofìo il vero, che il parere, ÒV l'opinion de gli altri. èv da quelìo
cercan di prouar alcuni, che la giuftitia in rifpetto della fanità, .fi
debba fìimar picciol bene; perche nella gin flit la par, che ila
più .eligibile il parer gi urto, che l'cller giurto;douc che nella fa76
nità tutro il contrario adiuiene. Quei beni ncoia fi debbono ili mar
maggiori, i quali polTbno a molti beni eilcrc vtili, com'a -dir (per
eflempio) a vincre,a commodamente menarla vira, alla voluttà, et ad operar cofe
honefle. Onde none marauiglia, che le ricchezze, et la buona valetudine
appaiano communeme te grandiUìmi, et importanti mi beni, pofeiache tutte
le dette 77 cofe, par che polTeggono, ÓV portin feco. Oltra di qucfto
quel bc diremo, che fia maggior, il qual lìa priuo di molefìia,&
hab bia olerà ciò feco voluttà congiunta, pofeiache più bene
viene egli in tal guifa ad hauere, hauendo feco la voluttà, la qual è
bene,fì com ancora ha luogo di bene la macanza, che vi lì truoua» 78 del
dolore, cV della molcflia. Et quella ancor di due cofe farà maggiore,
laqnalaggiunta advn'altra terza cofa, produrrà vn tutto maggior, che non
fi produrrebbe 5 alla medefima s'ag79 gì ugnelle quell'altra. Quei beni oltra
ciò,li quali, quando fon prefirn ti, manco pollono fìarafeofi altrui,
maggiori vengono ad clìere, che per il contrario quelli alm,liquali
prefenti fi frano afcofi : pofeiache quelli più vengono ad hauer parte nella
verità, che non fan quelli, onde per tal ragione 1 cilcr veramente ricco
lì co fi potrà Rimar maggior bene, ch'il parer d'edere. Mcdcfimamence vna
coCa, che fia da edere hauuta fommamente cara, maggior ben farà in
coloniche 1 haran (ola., che in quelli, che 1 hauefleraccompagnata da
altra cofa fimile, o vguale ad eflà. Etdaquedo nafee, chenond vgualgadigo
faria punito colui, che caliate vn'occhio ad vn lufco, che non n hauefle
fé non vno, et chilo cauairc ad vno, ch'hauendogli ambidue, redatte 51 con
l'altro libero. Da quai propofitioni adùque,& da quai mezzi fi pollàn così
nel fuadere,comc nel dilluadercjtrar quali tutte le pruoue a far
fede,habbum fin qui detto, et mofhato, quanto occorrcua. (apo 8. De gli
Stati, G ouerni delle Città 5 di quante Jorti fieno ; et de ifim loro. R a
tutte le cofe, ch'à bene in condrite pervadere, et ottimamente configliare,
come importanti fi ricercano; grandifli ma, Se potentiffima fi
dee (rimar, che fia la notitia, che fi pofl'egga di tutte le forti di
republichc, et ciuili amminidtarioni,* et il conofeer ben di (tintamente le
confuetudini, i collumi, eli in1 dittiti, i fini, et le vtilità di ciafeheduna.
conciofia co(a che tutti vniuerfalmente fi muouauo, et perfuafi reftino
dallo dello vtile ; et quel (blamente s'ha da (limar'efler'vcilc, che può
con3 fcruar lo (lato, et gouerno della cittì. Olita di quello le
detcrminarioni, e i decreti s'han da intendere elfcr quelli, che nafeon
dall'arbitrio, et dalla pronuntia di chi tenga la Comma potetti nel gouerno ;
che tanto è a dir, quanto, da chi fia principe 4 in elio. Lcquali Comme
poteftà, et principati Con tra di lor didimi fecondo le Cperie delle republichc:
poCcia che quede Con tali Cpetic, altrerante Corti vengon necefiariamente
ad efler le 5 Comme potedà. onde eflendo cinque le Tpetic delle
republichc, prio fine, fe non la cuftodia, et faluezza fua. Può
apparir dunque • f/ Primo libro. f j ^ue manifefto cfler
neceflàriamente di mcftieri d'hauer ben note, et ben diftintc quali
confuetudini, quali inftituti, quai cofiumi, et finalmente quali vtilità in
ciafcheduna fpetie di republica appropriatamente, Se peculiarmente, riguardino
il proprio fin di quella. percioche nelldettion, che s'ha quiui da
far delle cofe, s'had hauer Tempre riguardo, che a quel tal fine
fi 20 poftan come vtili riferire. Ma perche le fedi, et le
perfuafioni fi fanno, non folo con l'orationc argomentati ua> et fondata
in pruoue y ma ancor col mezo dell'oration morata, ch'indi tio dia de
i coftumi, Se delle qualità di colui, che parla: pofeia che il parer noi,
8e efler tenuti della tale, Se tal qualità, fuol tirar quei, ch'afcoltano
a creder alle parole noftre ; il che alhora fpetialmenteadiuienc, quando per
huom da bene, o per bencuol 1 1 loro ci facciam conofeere a l'vna cofa Se
l'altra; fa di meftier per quello, che noi beniflìmo potfediamo la notitia
de i coftumi, et qualità di ciafcheduna forte di republica: eflendo
neceflario, che in ciafcheduna di dette fpetie, fia principalmente
perfuafibile, et facihflìma ad elTcr creduta quella forte di coftumi,
che il ad efa fon proprij, et accommodati. Li quali coftumi facilmente ci
potran venire in cognitione per quelle medelime cofe, che de i diuerfi fini d
effe republichc, poco di fopra fi fon dichiarate, percioche tali i coftumi fi
moftran fuora, quali fon dentro l'elettioni, donde cflì nafeono; Se
l'elecrioni nan fem*3 prc riguardo, et riferimento ai fini. Habbiamo adunque
fin qui, quanto conuiene alla prefente occafione, et proponto, dichiarato
quai cofe habbi in da riguardare, Se da proporli dinanzi coloro, c'han da
fuader qualche cofa, o come futura, o 14 come prefente: et donde fien' per
poter trarfedi, Se pruoue a i J moftrar l'utile: Se parimente da quai vie,
Se in quai modo poffan diuenir copiofi nel dire intorno a quanto a ciafcheduna
fpe x6 ne di republica conuenir polla. Ma di tutto qucfto habbiara ne
i libri della Republica, come in luogo a cosi fatte materie proprio, con
più cV efquiuta dottrina, et con maggior diligenza fcritto. T>el G
enerDemoJlratiuo 5 et delle co/e lodeuolu et delle 'Vituperabili: et de i
luoghi da trottarle, £f da prosarle. g5/5 Ato nomai fine a quanto fi e dcrro
fin qui, regniremo al prefente di ragionare della uircù, et del vaio,
&inliemcmcnrcdeirhonefto,& del brutto: eflendo quelli i fini, et gli
("copi di coloro, che lodano, o biafmano. Ol tra che in vn mcdefimo tcpo
haremo dal far ciò quello di bene, che nel trattar di tai cole, potrà fard
ancor manifefto, da quai cofe potrem noi procacciarci là via d'eller tenuti di
quelle qualità, ch'ai buon coftumc importano ; in che confitte il fecondo
modo di far fede, con# ciofiacofa che da i medefimi luoghi, aiuti, et principi!
potrem far parer, cosi gli altri, come noi ftcflì tali per virtù, che ne
fac5 eia communemente tener degni di fede. Et perche in due modi fuole
fpeire volte accader d'hauere a lodar, non folamcntehuomini, o dì j, ma cofe
ancor priue d'anima, et qualche fpetie, o indiuiduo d'irrarionale animale
;& quelli modi fono,l'vno fenza che la neceffità di qualche caufa Io
ricerchi, fol per puro intertenimento, et diletto, et quali per palla,
tempo, &c per fcherzo j et l'altro perche qualche ragioneuol caula
n'inuiu, et ne tiri a farlo; farà ben fatto per quella ragione, che feguendofi
il medefimo modo, che fi è leguito nel trattato precederei s afiegnino
ptopofitioni, ch'a quel, che pur'hor fi e propolìo, 4 pollano euer vtili.
Noi dunque più toAo fcmplicemcnte, 6c quafi per via d eifempio, che
ùmilmente per via d 'efquilìte ragioni: ci ingegneremo di dir, quanto ci parrà,
che faccia a propofito inrorno a qucflo. L'honelìo dunque sintéde eflcr quello,
che eirendo eligibilper fe medefimo, hà ancor di più, che egli e parimente
per fe ilcllb lodcuolc. potiam'ancor dir, che egli fia quello, che elfendo
in fe bene, e ancor diletteuole in quanto che gli e bene. Hor'elTendo
l'honctlo fccódo che 1 habbiam deferitto, neceflariamente ne feguc, che la
virtù fia colk honelìa: pofcia eh elTendo ella bene, e ancor olrra ciò
cofa lodcuolc. et e la virtù per quel, che fuol communemente patere
9 i Jl Primo libro. " rere,vna parata, cV pronra habilità,
procaccia trice, Se confer* j uatrice di molti beni, potiam'ancor dir la
vinù efTer quella, che ne può render potenti, et pronti a giouare, Se a
beni fi care in molti commodi, e in molti beni.& è in Comma tra i
beni quella, che (com'in prouerbio fi luol dire) è in tutte le cofe
il 10 tutto. Parti, oucrofpcrie della virtù fon la Giù ftitia, la
Fortezza! IaTempcrantia,la Magnificentiaja Magnanimità,la Libera1 1 lira, la
Manfuctudinc, la Prudentia,la Sapicria. Tra lequali virtù fa necelfariamente di
mefticri, che quelle (ìano grandinarne reputate, lcquali fiano a benefitio
altrui vtiliflime fopra l'altre; hauendo noi già detto clfer la virtù
diCpolìrione, Se riabilita be1 1 neficariua per Tua natura. Se per quello i
giufti, e i forti, Cogliono cifer Copra tutti gli altri huomini communemenre
honorati, Se reputati: pcrochc la virtù di quelli ne i tempi di guerra,
Se la virtù di quelli in tempi di pace, reca grande vtile, Se gioua1 j
mento a gli huomini. La Liberalità doppo quefte è ancor'clla grandemente
honorata: peroche i liberali largamente Cpendono, ne (Un mai altercando, Se
contendendo per conto di danari, et d'hauere, di che per il più Con cupidi
communemenre gli 14 altri. La Giuftitia adunque s'hà da intender'eiler vna
virtù, mediante la quale ciaCcun poffiede le proprie coCe Cue, fecondo ij
ch'ordinano, Se diCpongon le leggi. Se l'ingiuftitia per il contrario induce,
Se è mezo a far pofleder l'altrui contrai ordin delle 1 6 medefime leggi.
La fortezza poi è vna virtù, per la quale s'induco n gli huomini a operar ne
gli vrgenti pericoli,che ne CopraftU no, ateioni valoroCe, Se congiunte
con 1 nonetto: oc ciò (ccódo, clic lor comandano,cV diCpongon le leggi:
come quelli, cheper 17 ral vinù fi rendono ad clfc obedienti, Se volonticr
Copgetti. M a la Timidirà, o codardia, che la vogliam chiamare^ dì
tiirto'I co18 trario a punto c mezo, Se cagione. La Tempera n ria ì vna
virtù* mediate la quale intorno alle CenCuali voluttà corp oreCjIn q Ue
|, la maniera fi edificano, Se fi diCpongono gli huomini, che
le dell'eleggi comandano. Se al contrario a pi^ro fi diCpongon
per 15) cauta, òc incitation dell'inrempcrantia. La Liberalità poi ci
rende dupoftì agiouarcon i danari, &Coirantie noftre, et a far benefitio a
molti. a cui fi com'è oppofta l'atiaritia, cosi ancor a falò re il contrario ci
diCpone, Se ci guida. La Magnanimità è virtù, che rende rhuomo parato, Se
pronto a far'altrui benefitio in H cofe 1 1 cofe grandi, Se
clumportin molto. et la mngnihccntia poi è virtù, ch'induce ancora ella, Se
difpone a operar cofe grandi,ma fol rifpetto alla larghezza delle fpeie,
ch'occorron farti in operar rai colc,(i che nello fpcnderc in cofe
importanti, moftra fempre grandezza. Li contranj poi di quelle due virtù fonala
pu filladi mi tà, *$ cV la Grettezza, et mefehinezza nella fpendere. La
prudentia è virtù del difcorfiuo intelletto, mediante laqualc
diueniainohabiJi, et potenti a prcnderm noi conlìglio d'intorno a quelle cole,
ch'o buone, o cattine, o vogliam dire, o cligi bili, o fchiuabili, habbiam
raccontate, come appartenenti alla felicità dell'huo14 mo. Ma della virtù, Se
del vitio in vniuerfale confiderà», et par ticolarmente poi delle parti,
Se delle fpetie loro, può, per quanto ricerca ilprefcntc proposto, fumarti a
balìanza, quanro fin M qui ti e detto. Di quelle cofe, che in quella
materia reftan ancor 16 da ditti, non farà difficile il determinare. pcrcioche
primieramente può cller manifclìo, chequelle cofe, che faranno prodottici,
&c erTet trici della virtù, necetiariamentc per riferirti all'honefto della
virtù,farano ancora etiehonefte,& parimcte faran tali ancor quelle,chc
fegtiirino, Se nafeerino dalla virtù: come fono 17 gli inditij delle
virtù, Se l'opere, Se Ieattioni di quelle.Et perche gli inditi], Se tutte
quelle forti di cofe, che fono o arcioni, o paffioni di cofa honefla, fon
confeguentemente cofe honefte, ne lcgue di neceffità, che tutte le cofe, che
faranno opere, Se effetti di fortezza, oueroinditij, et fegni di quella, o
veramente cofe foftenute,& patite fortemente, haran congiunto 1 nonetto
feco. a.8 fi come l'haranno ancora le cofe, che faranno inditij di giù
fati a, 19 Se l'onere gin ftam ente fatte, ma non già fbroar fi doueràno
honefte le cole, che ti lòftengono, et ti paton giuflamente. conciofiacofa che
in quefta fola virtù della giù fu ria, trà tutte l'altre virtù accalchi, che
non fempre tia cofa honefla, et lodeuole il patir guittamente, anzi nel riccuer
punitione, Se galìigo, più brutta cofa, vergognosi, Se biafmeuol s'hà da fumar
che ua il riccio uerlo ciuflamcnte, che ingiu/hmence. ma in tutte l'altre
virtù,!! fomigìianreadiuiene, c'habbiam deno auuenir nella Fortezza
4 J 1 Appreflb di quello tutte quelle cofe, a cui e propoflo come premio
l'honore, ti deono giudicar congiunte co l'hone/to.& quelle
parimente,Iequali pia tolto con I honore flelTo, che con danari, o con
iofiantie, logliono efTer premiate, et ricompenfare. Honefte, Se lodeuoli
ancor fono a noi quelle cofc,ch euendo per fe fteile eligibili, noi più
torto per curai d'altri, che di noi me33 definii procuriamo. et traquelle cofe,
che fono in lor natura femplieemente beni, quelle, hanno in fe molto
deH'honefto, le quali porta da canto l vtilità, ck l'intereUe proprio,
(blamente 34 per benefitio, ck vtilità della patria operiarno. Pamapan
parimente dell'honefto quei beni, che fon beni in lornatura,& dal35 la
natura dati. ck quelli ancora, i quali l'vfo, e'1 godimelo proprio di color,
che gli polleggono, non riguardano: pofeiache il riguardarlo farebbe
inditio, che roller. per cagione, ck per vtil de 36 gli ftclTì lor
poiTclìori, tk non de gli altri. Lodeuoli ancoFa, et nonerti s'han da ftimar,
che Cittì più torto quei beni, chefi foglion concedere, tk dare a gli huomini
doppo la morte loro, che non fon quelli, che fi concedon lormcnrre che
fono in vira, peroche le cofe, che fi danno, ck gli honori, che fi fanno a color, che
fono ancora in vira, può più ageuolmenre parer,chc fi dieno, et fi facciano in
gracia loro, et perfol piacer ad erti, ck non per 37 caufa della fola lor
virrù, come ai già morti adiuiene. Hanno ancor molto deH'honefto quelle opere,
che fi fanno per caufa d'vtilc, tk commodo, che ne venga ad alrri: come quelle,
che in talguifa minorapparenria tengon d'efter farrc per fola caufa
di 38 femedefimc. Mcdefimamcntc i nego ti j, le fatighe, cV le
cure, ben maneggiate, et diligentemente trattate, et condotte a fine, appartenenti
ad altri, più torto, ch'a fe Hello, non è dubio, ch'elle non habbian cogiunto
molto del lodeuolc, tk deH'honefto feco: ck fpecialmcntcfe tai negotij a
perfonc appartengono, dalle quali shabbia riceuuto benefitij: pcroche in
tal calò la giuftitia 35 così ricerca, et s'opera giuftamente in farlo,
tkin fomma rutti li benefitij, che fi fanno altrui, tengon fcco, inquanto
rali, parte 40 non piccola deH'honefto. Quelle cofe medefimamcnre,le
cótrarie delle quali foglion'indurrc alrrui adarroflìr per vergogna,
fi poflono ftimar honefte. percioche cofe brutte, et biafmeuoli
fon quelle, le quali quando diciamo,o facciamo,o già già fiam'in
ani mo parati, de pronti per dire, o per fare, ci foglion cagionar ve41
«econdia. fi come bene ef^rciTc Saffo ne i fuoi verfi, quando haucndole detto
Alceo, volontieri, o Saffo, ti dirci alcune cole, ch'io hò nell'animo, fe
la verecondia non mi ritcneffe, ella rispondendo gli dine. Se ci foiTe caduto
in animo, o Alceo, delìH ij derio 6 o % JJeua Jsetprica a
yirmotti^ dcrio di cofc, c'haueflcr dellhonelto, et del ragioocaolc, Se
non furte acconcia, Se parata la tua lingua a dir cola brutta, Se
degna di nprenlionc, certamente la verecondia non uoccupatebbe, ne t
accenderebbe il volto, ma fecuramente parlerei, non hauen41 do ad»r cola, che
non fuOegiufta. Oltra di quello quellccolc, che loelion tener gli huomini
in angofeia, Se angonia di mente, fc congiunto con elTa non è timor, o
tcrror d'animo ; li poùono Aimar cofe pendenti dahonorc,& dahoncftà,
folcndo vn tale accidente accafcarc aglihuomini percagion di quella forte
di 4 j beni,che riguardan la rcputationc,& la gloria. Appretto di
quefto quelle virtù, et lodeuoli operc,chcfon proprie di (oggetti m lor
natura più nobili, faran parimente ancora elle più honeltc, Se più
pregiate ; come fon (per esempio) quelle dell h 11 omo n44 fpetto a quelle
delle Donne. et meddimamentc più congiunte con 1 nonetto fon quelle virtù,
che fon più atte ad eller godute. Se con diletto guftatc da gli altri, che
da color, che le poligono. Se per qudta ragione il giudo, et la giuftitia fon
giademen4 r te partecipi dell honefto. Maggiore fplendore ancora d
bonetti fi dee fornir, che fu nel prender vendetta de. fu 01 nemici,
che nel riconciliarfi pacificamente con efli.cooaoliacofa che da giùftitia
nafea il ricompenfar fecondo lcqUalità, Se .1 render pari a pari, et quel,
eh è giufto, fia parimente nonetto, oltra che cofa da huom forte è il non
cedere alle ingiuricnecome infenor loc*6 comberc alla forza d'altri. La
vittoria ancora,* ilpremio, che vincendo fi confeguifcc> fon cofc da
elTcr connumcrate tra le cofe honeue, comcqucllc, che quantunque al tro vtile.
o frutto no portin feco, fon nondimeno eligibili per fc ^edefiroe, et danno 47
infiemementeindino d ecceiro divina Olrra diqueitonguardan 1 nonetto quelle
cofe, che foglion cófcruar viua 1 altrui memoria: Se quanto più fono atte a
rarqucfto,tamo han maggiormente dell nonetto: ne è dubbio, che più non fiano
atte a tarlo 48 quelle,chc (èguitao 1 huomo doppo la morte ancora. I
arirocnte lodeuoli, et honefte fon quelle cofc, alle quali vien dietro ho49
nore, Se reputazione. Se quelle medefiinamentc fi fan tenere per 4^ «uiv,
v + ^orpn.ate lcaua i eccedon 1 altre nel maegiormentchoneltc, Spregiate,
ic qua» „ rtl r^, art >«. nenVr loro, Se più ancora, te noi foli forno,
che le polliamo. Jofcnche per tal cagione vengon a ferii più -o«W.,^ P«
con50 Vegnente pili atte a reftar ncU aUrui memoria. Le pozioni ancora, parche
crcfcan di degnici, fe più torto amene, che frurruofe fono: come quelle, che in
quella guifa fan maggiore ap51 parentia di liberalità. Apprcilo di ciaicheduna
nanoneancora, quelle cole, eh ad effa fon proprie, et peculiari, fi deono
(limar' 51 nonorate, Se habili a recar lode. Se parimente quelle, che
poflbno efier inditij di cofa, appretto di quefto, o di quel popolo lodata,
honefta, Se peculiarmente tenuta in pregio, come (per ef(empio) era cofa
honorata appreflb de i Lacedemoni il nodrire, Se conferuar lunga
capigliatura, eden do quefto vno inditio della libertà, et ingenuità loro, come
che 1 vlo del portar la chioma lunga, non laici agcuolmcnte
elfercitarealcuna operation ferui5 j le. Cofa medefimamente, che porti honeftà
feco,s ha da ftimar, che fia il non clfercitare alcun arte medianica, Se
illiberale, conciolìacofa che conuenga ali rinomo libero, Se ingcnuamete edu/4
cato, il non foftcntarla vita ad arbitrio d altri. Recherà giouamcnto ancora a
poter commodamente lodare, o bial mare, l'vfar di prender in luogo delle
cofe delle, quelle, che per vicinanza, Se fomighanza, che tengon con elle,
poflbn parer quelle delie mede firn c. comcauuerrebbe (per ch'empio) le
vn,chcfullè ne i pericoli cauto, Se auuertitamente animofo, futfc da noi
chiamato timido» et inlidiofo: Se vno ftolido,& mezo matto, chiamaflìmo
femphee, Se puro: Se il nome di manfueto delfinio /; a vno infenfaco.
Medefimamente in ciafcheduna cofa s hàda procurar, che di tutte quelle
cofe, che fcguitano,& s'accompagnano, Se van dietro a quella, fi prendi no
in luogo d ella quelle, che più ci paia che tornin bene, comefe
(pereHempio) colui che fufle iracondo, et quafi furibondo; nominafurno huomo
femplice, Se li'oero: Se ad vn faftoib, Se fupcrjf bo delti mo il nome di
magnifico, et grane. Et coloro oltra ciò, i quali ne gli eccelli, et ne
gli eftremi, tra i quali dan ripofte le virtù, traboccatfèro, potremo cofi
nominare, comefe nei mezi,cioé nelle virtù fi trouallero: comauuerria
nomi57 nando l'audace forte, et il prodigo liberale. Perciochc oltra ch'a
i più degli huomini,come impenti foghon communemen re parer virtù cofi
fatti eccedi ; ci s aggiugne quefto di più, che ingannando in vn certo
modo co fallace fillogifmo fe ftedi ; par loro, che ragione, Se caula ci
fia, per laqual fi pollano accettar j8 perhoncfti,& lodeuoli i già
detti eccedi. Conciofiacofa che s alcun'è* 6 2 Della Retorica d
Arisxotelt^ s'alcun' c, che doue non faccia dibifogno fi metta più di quel, che
conuiene ardito in pericolo,può vcrifimilméte parere, che molto più
farebbe egli quefto quando la ragione,& lhoncfto lo ricercate. Se
fefenza diftintione alcuna farà largo in donare il fuo à chiunque gli
venga innanzi ; fi può ftimar, che molto più fia per far quefto co gli
amici fuoi,di maniera che può parer vno eccedere, Se vno eilcreabondanre
nella virtù, tf fare vtile, et beneficio à tutti. Fà ben meflier d auuerrire,
Se di confiderare alla prefentia di quai per Ione fi prenda à lodar la perfona,
ò la cofa, che noi lodiamo: percioche fecondo che folcua dir Socrate, non è
diflficil cofail lodar gli Atheniefi,apprciTb de gli Athc60 niefi. Et fi dee
parimente auuerrir, che quelle cofe, che fon tenute honcfte,& lodeuoli
appretto di quelli, ò di quelli, dinanzi ài quali parliamo ; fiano
accertate, Se lodare da noi, come che veramente,& in lor natura fien
tali, Se non perche eglino cofi le (limino: comeauuerria (per ellcmpio)
s'appreflb de' Scithi,dc* Lacedemoni j,dc'Filofofi,ò d'altre narioni, ò
profeflìoni occorrere hau ere à lodar qualche cofa. doue (perbreuementedire
) bi fogna fempre cercar di tirare all honefto timo quello, eh 'apprcifo
di lor fia hauutoin cóto,8c tenuto in pregio.il che non fa rà difficile,
per la vicinanza, c ha l'cifer tenuto in honor, co Thonetto. Oltra di quefto
quelle cofe fi deono come honcfte,& degne di lode fumarci le quali può
parer, ch'alia cofa lodata contengano, Se quafi come fuc appartengano. come
faria ( perefTempio) fc le fu 1 *" cofe degne de i fuoi maggiori, ò a i
ratti di quelli proportionate ; &cfe\c corri fpódeirero ad altre fuco
loro proprie honorate anioni: perochel'aggiugncrej&accumui lare honor
fopra honore, molto porta fcco d'honeftà, Se di felici cita. Ridonda ancor
grandemente in lodeil moftrar, che fuor di quello, ch'ordinariamente, Se
vcriGmilmcntc fc ne fune po6} tutoafpettare,habbia proceduto la cofa lodata in
meglio, come -auuerria (per elTcmpio) fc diceilìmo, che coftui nella
buona, Se profpera fortuna fua fi fece fempre conofeer per modefto,per
hu mano, et per moderato ; Se nell'acerba, et auucrfa, per magnanimo, Se
per co ftan te. ò fcd'vno, che fufteda balla condì tion falito à
ricchezze, Se à degniti, diceflìmo, chei fempre fulfediuenuto in miglior
coftumt, cV: più fempre affabile, Se più trattata bile. Se in quefto e fondato
il detto, che folcua vfare Ificratc di femeJl Primo libro. f j Ce
medefìmo dicendo; O da quai principi j à quai fu cecili fon io 6} venuto. Se
quell'epigramma medefimamente di colui, c haue* ua ottenuto vittoria nei
giuochi Olirrìpici, doueei dice; Sopra di quelle proprie fpalle hauendio
la celta grauej Se quel chclc66 gue. et quel detto parimente di Simonide, Il
padre, il marito, 6j Se li fratelli di cortei furon tiranni. Et perche la
lode principalmente alle operationi attribuir (idee; Se è proprio di
color,che operano virruofamentel operar con elcttione ; fa di meftierper quello
di tentare, Se di far forza Tempre di fare apparir, chele operationi di
colui, che noi lodiamo, iìano fiate fatte concon6% figlio, et con elettione. Et
vtile à farquefto farà il inoltrar, che 6? fpeflè volte habbia egli fatte
quelle lidie attioni. Onde fe ben vi fuircr di quelle, che rullerò
accadute fortuitamente, Se quafi lenza penfarui, fatte à cafo ; farà non
di mcn ben /atto, che con inoltrar, che fpeflo fiano auucnutc, fi faccia
apparir, che non à forte fiano accadute, ma con elcttione. concionacofa
che fc mol te,& tra di lor fomiglianti fi moftreran tali attioni,
chiaro indi7« rio farà,chc da virtù, et da elettion fian nate. Hor non
cllendo adunque altro la lode, che vna narratione, per laqual fi moftra, Se
fi fa conofeer la grandezza della virtù, fa di meftieri, che le operationi
fiano dimoftrate tali, che paia, chedalla virtù nate 7 1 fiano. ma la
celebratione s'intende eller delle opre ftefle ; Se le altre cofe, che di
fuor fi prendono, Se fuor della ioltantia dell'opre ; fi prendono in fede, Se
in fegno della bontà delle opere; co me fon ( per efiempio ) la nobiltà,
et la buona educatone : ed fendo verilimile,che da i buoni naicano,&
deriuino i buoni; Se che color, che con buona, Se honefta education
nodriti, Se in72 (limiti fono ; buoni, Se honefti parimente fiano. Pcrlaqualcoia
celebrar fogliamo altrui, hauendo principalmente rifpetro alle opere, Se alle
attioni loro ; ellcndo le opere quelle, che danno inditio de gli habiti, donde
elle nafeono : perciochc lodi fi darebbeno ancora à quelli, di cui non fi
folTer vedute le opere, fi credette, Se s'haucilenotitia, che in cfll fi
troualfero habiti 7 3 da operarle. La beatifìcation poi, Scia
felicitatione, cioè il predicare alcun per beato, Se il predicarlo per felice,
fono quanto à fe quali vna ftella cofa ; ma no già vna lleila cofa con le
già dette, cioè con la lode,& con la celebrationt. ma nel modo, che
la felicità comprende, Se ricerca la virtù ; cofi la felicitatione,ò
ver predication del felice ricerca, et comptende ambedue le già dec74
tecofe. Hanno il lodare, et il fuader configliando, vna cena forma comune,
nella quale in foftancia conuengono: percioche quelle Ite Ile cofe, à cui
fi cerca defortare, indurre, ò ammonendo fuader ne i configli ; le medefime,
trafpofro alquanto l'orditi 7J della locutionc,diuengonoairegnationi di
lode. Per laqual cola hauendo noi già veduto quai cofe còuengon di fare a
vo'huó da bene, Se degno di lode, et qualmente diipofto,&
qualificato debba eilere ; tutto quello potremo mcdefimamente ammonédo, Se
iuadendo dire ; tralportando folo, in vn certo modo aljC quanto le parole, Se
trafmutando l ordin della locutione. come ( per eirempio ) fe diremo, Non
conuenir gloriar/ì, ne fondar la reputatione nei beni della fortuna j ma
in quelli, che in poter di fe ftcilo fono, cV dall'in tri nfcca virtù dependono
; verràqueflo concerto in cotal modo efplicato,ad elfer vtile,&
proportionato all'ammonitione, Se alla fuafione. Se il medefimo diuerrà a
lodare accomodato, fe murate alquanto le parole diremo, che il tal non fi
gloriatane da più fi repuraua punroper i beni eli ci poilcdciia della
fortuna ; ma folo per quelli, che daii'intrinfcca 77 virtù fua depcndeuano.
Per laqualcofa quando vorrai lodare alcuno, andarai cólidcrando di che
cofa l'ammoni redi, de àche cofalo fuaderefti. Se all'incontro quando
ammonire, ò fuader lo vorrai, andarai vedendo che cola trouarfi porta
degna di lode in chi fi fia : folo il modo della locutioue, Se 1 ordin delle
parole farà contrario nelle due intentioni, Se efpreflìoni già
dette; efprimendofi 1 vna per modo di prohibire,& altrafenza cofi
fat 75 tomodo. Molti ancora di quelli aiuti in lodar iarà ben di viare,
iquali han forza d'amplificar le cofe. come le (per cileni pio) dicemmo,
che colini nella tale honorata attione, Se lodcuol fatto, fu folo à operarlo, ò
vero il primo di tutti gli altri, òalmen pochi hebbein fu a compagnia; Se
ch'egli fuil principaliflìmo. Se quello in lomma, à chi principalmente fi
debba attribuirei! fatto. perochc cofi fatte conditioni, Se circoltantic
portan icco molto dell'honefto,cV alleattioni nó piccolo fplendoreaggiun75
gono. Tra le quai circoftantie quella del tempo, Se quella dcU Poccafione,
fon di gran momento in amplificare/ Se fpetialmcn te quando le portan cofa
fuora di quello, che vcrifimilmen te px lo rena, che fi po celle
afpcccare. Medcfiraaracncc amplificatione importa Jl Primo libro. 6
j imporra nella virtuofa operacion d alcuno, il moftrar,
ch'egli molte voice nel medefimo, ò nel fimil fatto, il medefimo
valor habbia moftrato : pofeiachein quefla maniera, oltra ch'apparirà più
nonetto, Se più grande il fatto; farà ancor giudicato, che. non à cafo,ò per
fortuna (la accaduto, ma per maturo configlio, 8 1 et deliberata «lettion
di lui ftctTo, che l'hà operato. Verrà parimente ad amplificarfi il fatto
d'a!cuno,fe moltreremo,che per tal cagione fi lìa per honorarlo trouaro,
«Sé inftiruiro di nuouo alcun di quei premij,& legni d'honore, che
fogliono eccitar gli huomini à bene oprare, tic recar lor gloria, et honorara
fama. Si com'àdir, ch'egli lia flato il primo ad eifer con oration
publica celebrato; com auuennead Hippolocho: et fi come
Annodio, ÓVAriftogitone furono i primi, ài quali fu ifer drizzale fta tue
pu 83 bliche in honor loro. Et il medefimo fimilmentc s'hà da mten /
dere, et fi può confiderare, èV applicar nelle cofe, alle già dette, 84
contrarie; cioè à quelle che recan biafmo. Ma fela perfona ftef ' fa, di
cui prenderemo à parlare, non ci potrà co i fatti fuoi proprij abbondanrc
materia fom mini (tra re; potremo in tal cafo ridurlecolein comparatione,
ponendola in paragon con altri. fi come foleua fare Socrate ; come quello,
ch'era molto vfàto, et alTuefatto nel gener giudiciale. Maja ben di metti eri
di far la comparation con perfone d ìlluttre virtù, di chiara fama
: conciofiacoià che amplificata, Se ingrandita vien la virtù di colui, il
qual fia à quelli, che vircnofi lono, ancepofto. Et in vero non fenza
ragione in teruiene^fc hà luogo l'amplificacion, nel laudare; come quella,
che conulte in vn certo eccello: Se già fàppiamo, che l'eccedete hà in
apparentia in fe del lodeuole,& dell'honelto. Oride hafee chequando ben non
fi pollon le perfone, che lodiamo, paragonare, et comparar con perlone *
egregie, &di gran virtù; li doueran nondimcn porre in conparatione con
altre, quai fi voglian che fieno. pofciache pur che s'ecceda,parchc il
folo eccedere porti inditiodi vrrcù, et faccia 85? accrefeimento alla lode.
Hor per concludere, pare, che di tutte le fpetie, et forme d'argomentare, che
fon cornimi ni à tutti i generi delle orarioni, l'ampliflcation ita,
piùaccominodara, 6c 90 proportionata alle demoftratine. conciofiacofa clic
color, c hàn da lodare, pccndan di fuora, et come già manifefte
fuppongan le arcioni, c'han da narrare : di maniera che folo retta loro
di far con amplificatone apparir la grandezza d'effe, et Ihoneflà 51
che le portan feco. Gli elTempi poi fon molto accommodati et appropriati alle
orationi del gencr confultatiuo : perciochc dalle cole già meccite per il
Dallato, fogliamo decorrendo, Se 51 conictturando fargjuditio delle
future. Et gli Emhiniemi final mente pare, ch'allc gìudjciali
orationi.4>ccomroodino, et conuengan principalmente: ( pofciache le Gftfe,
che già fon pattate, cVhan giàhauuto effetto, pollonpriocipalmctc tra
tutte l'altre* maggiormente dar luogo al ccrcarfene la cagione,& ad
cifer demottrate con fillogifmo, non elfendo elle manifcftc, poi che caj$ dono
in controuerlìa. Daquai cole adunque depcndano, et qua(ì nafeano tutte (lì può
dir ) le lodi, et i biafmi : Se à qtiai cole parimente s'habbia da tener
l'occhio volendo lodare, ò biafmare : Se da quai propofitioni, come da luoghi,
fi poifan trar forme da celebrare, et innalzai lodando, ò da infamare, et imbruttir
vituperando ; può effei mani fedo per le cofe, che fi fon dette fin qui :
potendo facilmente per fe medelìme, dalle cofe, che dette fi fon della
lode* apparir note quelle ancora, che lor fon contrarie: pofciacjie dai
contrari j dcllalode, Se dellhoncfto, rcfulra, Se d crina il hi*fmo. (apo io.
T>el Gencr giudìciale : et prima dell'ingiurie, tfcaujè di quelle 5
{fàquai capi fi poffon ridurr^. Egueal prefente, che palliamo fecondo I
ordin'incpminciato, à dir dell accufationc, et della difenÀ ' (ione ; Se
alfegniamoda quante cofe, Se da quali s habbian da formare, et da
concluder in quelle, le argomcnutioni. Fà dunque di meftieri in quello
propoli to di vedere, Se di potlcder tre cofe. L vna e, per cacion di quali, Se
di quante cole far fogliano ingiuria gli huomini. La feconda è poi, di che
forte, Se come dilpoiti fien quelli, chela fanno. Se la terza gli
arTctti,& paflìon dell'animo, piò di lotto al Tuo luogo dichia i j
Jcremo. Reità al preferite che noi veggiamo per cagion diquai \ cofe j Se
in che maniera qualificati, et difpofti, et contea di. che ò 16 forte di
perfone, loglian fare ingiuria ^li huomini. Primieramente adunque voglio, che
distinguiamo, et moftriamo per \ .quai cofe conseguire,. et perquaifehiuarc,
fogliam noi rentaic, Se indurre l'animo a fare ingiuria: cirendo mani
fe&o, ch'a col uf chacenfa, appartien di cercare, Se di confiderarc
quali, Se quan tedi quelle cofe fi truouino nell auuerfano, lequali
appetir foglion rutti coloro, ch'ingiurian chiunque fia. &achi
difende, perii contrario, Quante, óc quali. di quefte cofe medefìru*
non 17 yi fi trottino. Dico adunque ohe tutte le cofe, che tutti gli
huo *ni ni fanno, parte fanno eglino non da fc ftcflì, nè per
arbitrio proprio ; Se parte da fc fteiìì per lor proprio arbitrio. Se di
quel le, che non da fc ftefli fanno, alcune ne fan per fortuna,&
altre fpinti da ncceflìtà. Se parimente tra quelle, che fan petneceflìtà,
alcu ne ne fan violentati da forza eilerna, et altre ipinti, et in io
dotti dalla natura. Onde ne fegue, chetarne' le cofe y che gli huomini,
non da fc ftcflì fanno, alcune da fortuna, altre da natura, Se altre finalmente
da violentia, Se da forza nafeono. Di ueJlecofepoiJcqualicglindafe Itéflfì
fanno, Se di cui elfi meefimi fon cagione,alcunc fan per confnetudine, et altre
per ap ai petito. et qucile ò per appetito rationale, ò per appetito non
ra rionale : eiTendo la volontà, rationale appetito di bene;
po1 feiache nell'uno e, eh altra cola voglia, che quella, che già da
lui 13 (la giudicata, et accettata lotto ragtó di bene. L'appetirò
irrario nal poi fi truoua eiTcr di due maniere, quello dell ira, et quello »4
della cupidità, over della concupifeentia. Per laqual cofa neceflàriamente da
quel, che fi e detto fegue, che tutte le cofe, che fanno gli huomini, da
vna di quelle fette caufe per forza nafeano. cioè oda fortuna, òda violentia, ò
da natura, oda confiteli nuli ne-, ò da ragione, ò da ira, ò da cupidità. conciofiacofa
che il voler, con aggiugnere altre diuilìoni, diilingnerlcattioni
dcll'huomo, fecondo la ditlintion dell'età, de gli habiti, Se dell'altre
códitioni, Se qualità de gli huomini \ farebbe cofa fupcrHua, 16 Se fenza
bifogno fatta. Peroche fe a quelli, che fon ne gli anni giouenili pare,
che fegua quella proprietà d'eiferc iracondi, Se pieni Jl TrtmoTibro.
6 > pieni di cupidità ; non per quello dalla giouinezza fon
molli, Se indotti a far quel, che fanno: ma l'ira, et la cupidità fon
quel 17 le, che gli muouono. Ne parimente i ricchi, Se quelli, chefono
opprefli da poucrtà,fon dalle ricchczze,cV dalla pouertà fpm ti alle loro
attioni : ma per accidente accade, ch'i poueri per cagion delbifogno, et mancanza
loro, habbian cupidità di danari, dalia qual cupidità fon molli. &i ricchi
per la confidenza, c hanno di poter confegnir quel, che vogliono,
appetifconole Cofe più tolto voluttuofe, che necellarie. onde gli vni,
&gli altri di quelli vengono a operai e, non moflì, come da caufa, dalle
lor ricchezze, ò dalla pouerrà, ma dalle lor cupidità folamcn18 te. Non
altrimenti ancorai giù iti, Se gli ingiulti, Se tutti gli altri,
ch'operano fecondo qualc'habito, ò difpofition, che tengono : operano quel, che
operano per alcuna di quelle cagiòn già dette: operando elfi, ò per
ragione ò per affetto dell'appetito : quantunque alcuni di loro per collumi, Se
per affetti buoi ni, Se alcuni peri lor contrari j faccian le loro attioni. E x
beni vero ch'ad altre, Se altre forri d'habiti, accufano,& confeguono parimente
altre, Se altre delle già dette caufe. conciofiacofa che l'ubico ch'vn fia
temperato, gli confeguitin tal volta per cagion di quella temperanza,
intorno a i piaceri del fenfo opinioni, Se appetiti honefti ; Se
all'intemperato per il contrario intorno à quelle {Ielle cofe, feguitano
opinioni, Se cupidità contrarie. 3 o La onde quelle così fatte diuifioni
lì pollon ragioneuolmente la 3 1 feiarc indietro, Se Col balla quanto ad
effe conlidcrare quali del* ledette caufe, a quali conditioni, et qualità
d'huomini, feguitij i no Se vengan dietro. Però che fe ben per elTer Ih uomo ò
bianco, ò negro, ò grande, ò piccolo, ò d'altro limile accidente ; no per
quello gli leguita più l'vna, che l'alerà delle dette caufe delle attioni
fue; nondimeno percller egli ògiouine,ò vecchio, ò giù (lo, òingiulìo, ò
limile, gran diuerlìtà li croucrà per quello ncl3 3 le decce caufe, che lo
feguiranno. Ec per dir breuemente in tatti quelli accidenti, et in tutte quelle
qualità, che fono habili a variare, Se a far differenti i collumi
nellhuomo, cometaria lo (limarli ò ricco, ò pouero, ò in auucrfa, ò in
profpera fortuna, ò in fimil qualità,• in tutte (dico) li troucrà dirTercn
ria nelle caii 3 4 fe deH'opcrare,che le feguiranno. Ma di quelle cole
ragionerc3 j ino poi nel proprio luogo loro. Se al preferire quel,che celia per’ora
di dire, anderem feguendo. Dalla forruna adunque fi dicon farli, et venir
quelle cole, le quali non han certa, et determinata caufa, et non per cagion
d'elle fon fatte, ne fempre, nè ii più delle volte, ne ordinariamente
adiuengono : le quali tutte conditioni poiron perla diffìnition della
fortuna venir manife$7 (le. Dalla natura poi vcngono,& lì fan quelle
cofe,la caufa delle quali è in clic in trinfeca > et con ordin determinato
le produce ; come quelle, che ò fempre, ò il più delle volte nel medefi3 8 mo
modo il veggon fatte, peroche quanto a quelle cole, che nel la natura fuor
della natura fi producono, non conuiene al prelente noftro propofito
fottilmente inueftigare, et moftrare, fe da qualche potentia, òc forza
della natura Iteflà, ò ver più torto daqualch'altra cagion deriuino :
folendo parer, chela forruna 1$ ancora, cllcr ne polla (limata caufa. Da
violcntiadircm poi farli quelle cofe, lequali da quelli ItelTì, che le fanno,
fon fatte có40 tra la lor cupidità, cV contra i volere, et configlio loro. Per
cófuetudin fidicon poi farfi quelle, che per haucrle l'huomo fpef41 fi (Time
volte fatte, le fa poi quafi come arfu efatto in elle. Per difeorfo poi di
ragione, cV per configlio fi fan quelle cofe, dalle quali paia, che polla
venir commodo, Se vtilità, et che fondi quei beni, che già di fopra
hauiamo allignati, ò come h ni,ò come mezi indirizzati ai fini: et fi fanno ol
tra ciò per cagione, et 41 conintention di quel commodo, &di qucH'vtile.
quello dico, peroche alcune cofe parimente vtili, può accader, che
faccian gli intemperati; ma non già le fanno per cagione, &a fin
di auelivtile, ma per cagion più tolto di quella voluttà, et piacer 43
fen filale, che Ila congiunto con elle. Da animo accefo,& da ira 44
vengon fuor quelle attioni, che rieuardan vendetta : et è dipinta la vendetta
dal gaftigo,ò ver dalla puni rione, perciocheil gaItigo fi fa per caufa, ÓV per
vtil di colui che lo paté, et io riceue: doue che la vendetta fi cerca di
far per caufa, et fodisfattion di chi la fa, accioche egli col mezzo di
quella renda fatio il fuoani45 mo del danno d'altri. Ma intorno a quai cofe
confi Ila, et riabbia forza l'ira, potrà efler manifcfto per le cofe, che poi
al luogo 46 fuo tratteremo degli affetti, et paffion dell'animo. Per
cupidità finalmente fi fan quelle cofe, che fon voluttuofe, gioconde : et tra
cofi fatte cofe gioconde, fi deon connumerar le cofe fatte già confuete,&
per il lungo vfo diuenute quafi domeniche, Jl Primo Itbro. 7 / che,
Se naturali : pofeiache molcc cofe fono, ch'in lor natii» ra non recan
piacere, ne fon gioconde, eV nondimeno per il lungo vfo frequentate, con
diletto, Se con giocondità lì fanno. Per laqual cofa per raccogliere in
capf, quanto in quello proposto detto riabbiamo, tutte le cofe, che gli huomini
da loro Acuì fanno, o le fon buone, o vogliam dire vrili, o le appaion
tali, o uer fon gioconde, o gioconde appaiono. Et perche tutte le
cole, ch'eglino da loro flefli fanno, le fanno volontariamcnte,&
(ponraneamente, Se non fpontaneamente fan quelle, che non fan da loro
fteilì, ne fegue da quello, che tutte le cofe, che fpontaneamente, Se
volontariamente fanno, iianodi ncceilìtà buonc,o vo gliam dire, vtili, o
appaiilcon tali, ouer fian gioconde, o giocoeie appaiono. Et pongo io in numero
frà i beni, Se fra gli vtili, la libcratione, Se lo fchiuamento de i
mali,& di quclli,cnappaioa mali : Se parimente il riccuimento del
manco malc,in 1uol;o del maggior male : emendo l vna, Se l'altra di quelle
cofe in vn certo modo, eligibilc. Et per la medefima ragione pógo in
numero fri lccofevoluttuofe, &c gioconde, la libcratione, et lo
fchiuamento delle cofe dolofe, Se molefte, Se di quelle, chappaton tali,
Se il riceuimento parimente del minor dolore, Se minor rooleflia » in
luogo della maggiore. Fa di mellieri adunque di cercar',& di veder
quante, et quali fiano le cofe vtili, et le gioconde. Et quato alle cofe vtili,
già di fopra nel trattar del gcner d ehb erati uo,fcn'e detto quantopuò
ballare, onde refta, che delle gioconde, Se Yoluttuofcal preien te
ragioniamo. In che far' debbiamo (limar, poter lediffinitioni, et deferittioni
che daremo, fodisfàre a ba-» ftanza,fe tutte quelle cofe, ch'occorreranno,
faran non efattamente efquifite, ne con ofeurità poco manifefle. Poniamo
adun que per hora non elfere altro la voluttà, ch'vn mouimento, Se
titillamento dell'animo, Se vn fubito ritorno, Se fcnfibilmcnte percettibile,
a reftaurara natura : Se il contrario di quello s ha da intendere ellèr la
molellia»'Del/a r R^tprtca dlA^> (apo il. Ideile co/e gioconde, ouer
voluttuoje \. per cagion delle quali,Joglion recar fi a fare ingiuria gli
huomim. et de i luoghi da tro~ uarle, da conojcerle, £f da moHrarle^j. Ssendo
adunque la voluttà della forte, c'habbiam dichiarato, già può per quello
apparir manifefto, che giocondo, et voluttuofo fi debba (limar
tutto quello, chefiaerfettiuo, et prodottiuo di tal crletto : et quello
per il contrario, ch o di quello (IciTo affetto faràdeftruggitiuo, o del
contrario d eflb, eflettiuo, doloralo, et inolefto potrà giudicarli. Laonde
nectllariamente ci fa per il più,giocódo il lentire appro(lìmarcia quello, chcci
paia, che ricerchi in noi la natura. et ciò maggiormente quando fi
fen ta,chc quelle cofe, ch'appetite in noi dalla natura
fono,fianoarriuatea confeguir la natura loro.Et le cófuetudini ancora>cV le
co* fe per lungo vfo confuere, ci fon gioconde : perochc quello,
che per fiequcce vfo,& lùga alUicfattion diuien cófueto, par che
douenti colà quali naturale,hauédo aliai fomiglianza la còfuctudine có la
natura. cóciofiacofa che appartenevo alla natura ilfemprc,& alla cófuetudin
lo lpclfo,c'l frequétameto, par che lo fpeffo,& la frequétia,sauuicini in
vn certo modo al fempre.Oltra di quello giocóde fon quelle cofc,che
violctia alcuna nó hàno feco, clTendo la violentia, 6c la forza, cornra la
natura, et a quella opponga. 8c per quello lenccelTìtà fon fempre noiofe, et molcltc, onde
non fenza ragion fi fuol dire, che tu tre le cofe, che h fanno impofte,
&c violentate da neceffità, han feco congiunra noia, de moleftia. Per
la qual cofa le cure, gli ftudij, lediligcntic, et gli sforzi, cV le
anfictà dell animo, fon tutte cofe moiette, come quelle, che fono in vn
certo modo necellìtate, Se violentate, fc ià per lungo codumc, et inuecchiata
confuetudinc, non fune huomo aliucfatto, et quali riabituato in clTe:
percioche in tal 4 cafo l'vfo, 6c la confuetudinc le farebbe parer
gioconde. Ma li contrari; d elle tengono in fe giocondità, et per
confeguente la pigriria, l'incrtia, lo fchiuamento della fatiga, la
negligentia, il lolazzo del giuoco, il npofo, il fonno, et limili, fon
tutte cofe > che Jl Primo libro. 7 3 che trà la gioconde
connunierar fi pollbno, non eiTendo in effe 7 forza di neceflìtà, che
moleftclc polla rendere. Ogni cofa anco* ra, di cui fi tenga cupidità, fi
può (limar gioconda, non ertendo altro la cupidità, ch'appetito di cofa
gioconda, o (oaue, che voI gliam dire. Delle quali cupidità, alcune fon'in noi
difgmntc da $ ragione, Se altre per il contrario congiunte con erta,
ditgiunte da ragion chiamo io quelle, che fenza difeorfo, ogiuditio di
ragione, Se fenza che laiiuerriamo, o confidcriamo, cadon nel defidcrio,&
appetito noftro. tali fon tutte quelle, che fon dette in noi cupidità di
natura, come eccitate» Se nate da quella : fi come lon quelle, ch'ai corpo
dello per fuo foftenta mento, Se bifogno, (penalmente appartengono : come a dir
la lete, et la fame, 10 che (on defidenj di nutrimento :& finalmente
tutte le altre cufuditàjche riguardan ciafcunaalrra fpctic di nutrimento.eHa r
B^tprìca d 9 miriti otelz^ che gioconde furono, fc doppo quelle, nel
tempo, che fia fegui16 to poi, qualche cola o honefta o vtile fi fia cófeguita.
onde non fenza ragione fuorviarli quel detto. Dolce cola è il ricordarli
dei palla ti pericoli, a chi già laluo fé ne vede fuora.cV quell'altro
detto. Doppo li (udori, &lcfatighe gran diletto fente qualunque molti
mali habbia già (offerto, et molte cofe habbia fatigofamentc fatto. et la
ragion di tutto quello nafee dall cfierc ancor cofa 17 dolce, cV gioconda
il non hauer'il male. Et quanto alla lperanza poi, quelle cofe nello
fperarle ci pollbn parer gioconde, le quali ci paia, che prefenti ci
fu/Ter grandemente o per dilettare, oper cflerc vtili, o che almen con l
vtilità che porraifero, non fullc cógiunta moleflia alcuna. et per dir
breuemcnte,tutte quelle cofe, che pofion prefenti recar diletto, et giocondità,
potranno per il iS più,& nel ricordarfenc, et nello fpcrarfi, parer
gioconde. Et per quella ragione l'accenderli d'ira porta giocondità, ÓV
diletto fe19 co. fi come Homeronefà teftimoniaza poetizando dell'ira, quado
dice, che l'ira moltopiù dolce del mele, cade diftillando in20 noi. et quello
auuienc perche nelFun s'accende d'ira contra di chi polla egli (limar cofa
imponibile il far vendetta: et contra di quelli ancora, i quali potiamo
(limar, che molto d'autorità* et di poter ci auanzino, o non diueniamo irati, o
molto meno. Suole ancora alle ftellc cupidità, Se fpetialmentc fc molto
vehementi fono, feguitare, et cógiugneriì le voluttà rpercioche dando cógiunto
con fi fatte cupidirà,o la ricordanza d'haucr già cófeguito, et goduto
quelIo,di che fiam cupidi, ola fperanza d hauerlo a conseguire, veniamo a
fentir lieti vna certa voluttuofa dilettatane, come vediam (per elicili pio)
aunenirca quelli, ch'inMarnati da potente fcbre,ardon di lete, peroche
ricordandoti di quando han ben uro, o fperando, et difegnado d'hauer pur
qualche volta a bere, fentono in cosifatta imaginatione, piacere,
Se diletto. Parimente coloro, ch'ardentemente amano, ogni volta che
ragionano, o ieri nono della cofa amata, o altra cofa fanno, che riguardi,
o habbia per oggetto quella, fenton piacere, Se dilettationc. conciofiacoia che
tenendo eflì in tutte quelle cofe l'imaginatione, et la memoria nella
cofa, ch'amano, paia loro 25 in clfcd hatierla allo (tciTblorfcnfo
prefente. et per quello il più certo principio d'inditio d'amore in tutti
quelli, ch'amano, (i può (limar, che fia, quando non lolo fenton diletto
mentre che la cofa Jl Primo libro. fa cofa amata ftàlor
prefcnte, ma ancor nell'adentia di quella» conferuandola nella memoria,
l'amano, et piacer fcnton nel ricordarli di quella : et per confeguenreallhor
fi può dir, chadamar comincino, quando per non lhauer prefenrc
s'affliggono, 14 8c molema fcntono. Oltra di quello nel mczo dei pianti,
cV dei lamenti fteflì, fuol parimente vna certa voluttà mcfcolarfi:
perciochc il dolore, et la triftezza quiui nafcc per la mancanza della cola,
della cui perdita piangiamo, et ci lamentiamo, cornea dir della morte
d'alcuna perfonacara : et il piacer nafcc dal ricordarci, et imaginarci la
prefentia di quella, che ce la fa parer quali hauer dinanzi a gli occhi,
rapprefentàdocifi come prefenti le tali, cV le tali cole, che ella già fatte
haueua,& particolarmente ogni qualità fua, et tale in fomma a punto, quale
era fatai ta. Onde fu ragioncuolmcnte detto, Cosi parlato hauendo, fece 16
in tutti nafecre vn defiderio di piangere. Medcfimamcnte il far vendetta
contra de' fuoi nemici, ha congiunto fcco piacere, et giocondità : peroche
quelle cofe, che in non confeguirfi recati moleftia, vengon, fele fi
confeguifeono a parer gioconde, onde eflTendo fuor di modo molefto a
quelli, che fon prefi dall'ira, il non vendicarti, vengon, non folo in far
la vendetta a fentir pia27 cere,ma ancor nello fperarla. Il vincer parimente è
cofa gioconda, et non folo a quelli, che fon per propria condition loro,
cótcntiofi, et auidi di vittoria, et di foprauanzarc, ma a tutti
gli huomini comunemente, conciofiacofa che nel vincerli venga
a generare in chi vince, vn certo concetto, et vna certa imaginatione, et opinion
d'eccedere,di che tutti gli huomini,chi più, et chi manco, fon vaghi, cV in vn
certo modo per natura cupidi. aS Etdaqueftoeirer cofa gioconda il vincere,
nafee confeguenre* mente di ncceflìtà, che tutte quelle forti di giuochi,
rechin diletto, i quali han feco congiunta contcntiofa altercatione,
emùlatione, et gara, come a dir quelli, c'hanno in fe vna certa fomiglianza di
contefa, et di pugna : et quelli parimente, ne i quali con harmonia di
muficali inftromenti fi gareggia, o con difpu19 tatiue dubitationi, et queftiqni
fi contende, peroche in cosi fatti giuochi accade fpefle volte, che fi vinca,
la fpcranza della qual vittoria c gioconda, onde nel giuocho parimente de
i dadi, della palla, delle tauole, degli fcacchi, et umili, fi come vna
fpetie di contention vi fi truoua, così ancor piacere, et giocondità vi
fi K ij gufta. Se nei giuochi oltra.ciò più fatigofi,& ferij,&
chchan piò del graue,& cÌcH'ingcnuo,il medefimo parimele
adiuienc.perciò che alcuni di lor fi redon diletteuoli per 1' vfo,&
per 1 allucfattion, che fi faccia in elfi, et altri dal principio per loro
ideili lon gioco di,comc fon le caccie có cani, et tutte l'altre foni di
cacciare, de porre infidie, et perfecutioni a fiere: pofciache douuque fi
truoua contcntionc, e con rialto, quiui è forza, che parimente vi Ci 3 1
porta trouar vittoria. Et per quefto il trattar liti in guidino, et le di
fruì tat ioni piene di con n onci ha, portan feco piacere, et giocondità a
quelli ch'ofonafiuefatti,& confueti in eirc,o fi lenton 32 potenti, et
habili a valere in quelle. Appn Ilo di quefto 1 honorc, et la buona reputatone,
che s'habbia di noi, li dcono tra le cofe grandemente gioconde
connumerare,per l'immaginai ione* et opinion, che da quefto ne viene a ciafcuno
d'efier virtuofo, che gli impru* 5 j denti, et più tofto finalmente i
molti, ch'i pochi : ellcndo molto più verifimilc, che fien per giudicare, et dire
il vero qucfti ta$6 li, che noi habbiam nominati, che i lor contrarij.
perciochedi coloro, che noi in niun conto, et in nell'una ftima teniamo,
come fon fanciulli, o fiere, o limili, poco fogliam curare, o auuertir per le
ftcftb honore alcun, che ci facciano,o qual li voglia opinione, et rifpetto,
chabbian di noi, dico per fe fteifo,pcrciòche può accadere, che per cagion
di qualche altro interelTe,che vi fia 17 congiunto, fi tenga di tal cofa
conto, &c piacer fe ne prenda. Gli amici ancora fon da clTcr pofti in
numero con le cofe gioconde, effondo gioconda cofa in fe ftcftà l amare:
pofeiache neflun fi vede eller (per ch'empio) amator del vino, che nel vino non
lenta 3$ diletto. Dall'altra parte èancor cola gioconda l cHcr'amato:
percioche, quefto ancor vien'a generar in noi immaginatone, et credenza, che in
noi fia qualche virtù, et qualche bene, ch'attragga afe queir araorc> della
qual credenza comunemente tutti gli huoJl V rimo libro. 77 gli
huomini, che non fono infenfati, fon cupidi. cVgià fi e detticene 1 ellèr'amato
cófifte in efTer'hauuro caro per loia cagion di 1 9 le ltello, Se non per
cagion di chi ama. Oltra di quello gioconda, cola è 1 cllere limi uro in n
in mi rat ione, re can do giocondi tà,& di40 letro 1 "e Ili-re
honorato. et ladulation parimente è dolce, et gioconda cola, Se per confeguentc
gli adulatori ancora, concioliacofa che color, ch'adulano, tengano apparentia d
ammiratori, ò in vn altra iìcila qualità congiunte, pare, che in quella
natura tra di lor con uengano ; di qui e*, che tutte quelle cofe, che
hanno in lor cofi fatto congiugnimelo di fomigliaza,fono l'vna all'altra per il
più giocóde: com a dir 1 h uomo ali h nomo, il cauallo al cauallo,i
gioueni a i gioueni,& |4 limili. Onde fon nati quei triti (fi mi
prouerbij, il Coerano gode di dar col Cocrano j il limile appctifee, et ama
il fuo limile $ l'vna fiera fegue,& conofee l'altra ; La (la fempre con
la et Cornacchia, et altriprouerbij limili. Et perche à
cia(cheduno fon gioconde quelle cofe, c'han qualche congiuntone,
(omiglianza, et conformità con elTo,* et ciafeheduno ha cotali condirioni
principalmente con fcco ftcflb ; ne fegue neceilàriamente, che tutti gli
huomini ò più, ò meno > fian cari, 8c giocondi a fc fteffi, et amatori di
(emedefimi: verificandoti, et hauendo luogo in ciTì tutte ledette conditioni,
et modi di con* ;6 giugnimento, principalmente in rifpetto di lor
medefimi. et da quello cfler tutti amatori di fc fteffi, nafee
ncce(fariamentc,che a tutti parimente paion gioconde le proprie cofe
loro : cornea 57 dire i propri) lor fatti, le proprie loro drationi, Se
limili. Er da quefto nafee, che per il più lògliono gli huomini elTer
amatori degli adulatori, et degli amanti, ò innamoracene vogliam dij8 re;
Se parimente auidi d'etfère honorati; &vehcmenti ama5 9 tori de i lor figli
; ellcndo i figli proprie opere loro. Medelìma60 mente gioconda cofa è il dar
perfezione, Se por l'vhima mano aimpreie, et cole incominciate da altri,
&poi lafciate imperfette : parendo a quei che lo fanno, eh in quella guifa
vengano 61 a douentar quelle tai cofe, come opere lor proprie. Oltra
di quefto eflendo il regnare, ò vero il dominar, cofa giocondilTìma per
Aia natura, vien confeguentemente ad cilèr cofa giocon dal clferhauuto per
faggio, et per fapientc: pofciac'.e l eifer dotato di fapientia, ha in Ce
del regio, et ticn grandapparcntia di principato: non e (fendo altro la
fapientia, chefeientia, Se co gnition di molte cofe egregie, nobili, Se
piene d arnmirationc. 61 Etpcrche gli nomini per il più fon cupidi
d'honore; ne fegue necellariamente, che nell ammonir, Se correggere gli
altri, 6} Se inoltrar loro i loro errori, fi fenta dilettatione. Appretto di
quefto porta aU'huomo giocondità l'occuparli, Se confumare il tempo in quelle
attioni, Se nello ftudio di quelle cofe, doue egli in fe ftellb fi
perfuade d'eccedere, et di valer molto ; li come dice Euripide con quefte
parore,Ciafcun fi vede elfer frequente, Se follecito, &la maggior parte del
giorno alfegna, et (pende in quelle cofe, nellequali fi Itima eccellerne, et pare
afe 64 ftellb di valere aliai. Medelimamente perche il giuoco, ci
follazzo, et ogni forte di rjpofo, Se di relallàtione, fon da porre
in numero tra le cofe gioconde, &il rifo parimente; ne
feguedi neceflìtà, che gioconde faranno ancor tutte le cofe fefteuoli,
Se atte, Se accommodate a muouer rifo, ò huomini che le fi fieno, o
in detti, ò in fatti, che le confiftano. Ma de i ridicoli fi è trattato, et detcrminato
appartatamente come in p.opno luogo, *S nei Libri della Poetica. Et tanto
balli hauer-dìn qui detto delle cofe gioconde, delle noiofe,dolorofe, Se
moleftc poi, fi potrà 66 facilmente da i contrarij di queftehauer notitia.
Tali adunque quali habbiam dette, fon le cofe, per cagion delle quali
foghont gli huomini offendere, Se fare ingiuria'. / o tDella r
R(torica dlArì8otele^> (apo 12. Quali Jogliono ejftr quelli, che
volentieri fanno ingiuria, quelli, cantra de i quali fi voglia farcs. Eguita
al preferite, che noi diciamo, qualmente iicn difpolli, et condmonati
quelli, che fanno ingiurie, Se conerà qual forte, Se condition d
hiio mini fi foghan fare. Quanto dunque a quei, che le fanno, allhor
primieramente s'inducono gli huomini a fare ingiuria, quando penfan, che
la colà in felia poffibile, et a loro (ledi, che la machinano, poiTibile a
tiuicire. Se parimente s'eglino (limano, ò fperano, eh il fatto rubbia da
palla re occulto; ò quando pur venga a luce, non n'habbian da eiTer
puniti, Se da patir pena ; ò fe pur n habbian d'hauer punitione, ila per
ciTer nondimen la pena, e'1 galli go minor del guadagno, Se del commodo,
che dalla fatta ingiuria fiaper venirne, òa loro fletti, òa perfone, che
fian lor care. Se delle quali ad elTe lìnterelio, Se la cura tocchi. Quai
fian poi le cofe, che poflbno apparir poffi bili, Se quali
impolTib.li, li dirà, Se fi dichiarerà, et saflegneran di poi al fuo
proprio luo go, per ciTcr quella, vna delle cole communi a tutte le parti,
et generi di quell'arte della Retorica. Hor quanto a quelli, che fian per
confidare, Se (cimar di potere ingiuriando palTare, impuniti, Se fchiuarei!
gaftigo ; tali principalmente fon quelli, che fon potenti nel dire,
&cono(con di valer aliai con la loro eloquenza. et quelli parimente,
che fono atriui, et piatichi nelle attioni del mondo, et elperimcntati
nelle liti, Se nelleagitationi delle caufe, Se delle controuerfie ellercirati. Et
tali ancor faranno fe molti amici, et la grafia di molti haranno.& fc
faranno abbondanti di ricchezze. Et quella confidenza auuerrà lor
principalmenrc, fe conofeerano, che le dette condiriom, fi truouino in
elfi proprij : Se quando in lor non fiano, almen che le fiano in amici
loro, ò in miniilri loro, ò in compagni nelle ingiurie, che fian per fare.
Tuttequellc condiriom adunque polTon recare a gli huomini poflìbilirà di
fare, Se di celar i ingiù jia, Se di fchiuar, quando la non fi celi, il
gaftigo, et la punì rione. Se Jl Primo libro. et i % ne. Se il
medefimo potranno fperare ancora, fe faranno amici a gli ftcflì
ingiuriati, o a i giudici, dinanzi a i quali habbiadapen5 der la cauta loro,
percioche gli amici non fi guardando, Se non fofpettando, fi rendon come
men cauti, più facili ad effere ingin riati. Se oltra ciò fi può fpcrar,
che per clFeramici, fiano per voler terminarla cauli dellla ricciiuta ingiuria,
più rollo per via di 10 riconciliatione, che per viad'accufa, Se
digiuditio. Se quanta a i giudici fi dee credere, ch'eflendo lor amici,
ccrchcran di gratificar fi loro in tutto quel, chepoflono, Se per confcgucntc
laranno, o totalmente per liberargli, et lalciargli impuniti, o al1 1 men per
dar piccolo, Se leggicr gaftigo. Quanto poi al confidar di poter relhr'occulto,
Se ignoto l'auttor dell'ingiuria* quelli primicramcntcpollono ciò fperare,
i quali aquella forte d'ingiuria, che fanno, pollbn parere inhabili, Se poco
proportionati, et tali, che da elfi afpcttar non fi douclic mai.
come faria (per ch'empio) ch vna pedona inferma, Se di dcbol forza,
fi fuflc pofta a dar delle battiture, o delle ferite ad vno, che
molto più gagliardo fufle : ouer eh' vno, chefuilc pouero di robba,
o brutto della perfona, hauelTc commetto adulterio con bella, et il
nobildonna. Pongono ancora Ilare occulte le ingiurie, et i delitti, quando
accafean farli intorno a cofe, che molto alla libera, Se alla lcoperta
efpofte dinanzi a gli occhi di tutti ftano. perciòche per non crederli,
ch'alcun mai ardilfe di por le mani in elTè, fon 13 per quello con minor
cura,& diligentia cuftodite. Et il medefimo ancor lì può dire, quando le
cole fulferdi tanta grandezza, Se quantità, et di tal qualità, che non lì
douelTefofpicar mai, che in animo d'alcun cadclfe intention di commetter
delitto in elle, Se non fi fapelTe, ch'alcun l'haiieHe in fimtl cofa
comincilo mai. nel qual cafo non è dubio,che tai cofenon veniilero ad
eller manco 14 guardate,^ molto alla fecurarcnute. conciofiacola che tutti
gli huomini comunemente, fi còme di quelle forti d'infirmità temono, Se da
ciré fi guardano, che foglion frequentemente accafcare,& di quelle perii
contrario non rengon cura,lequali non fi sà, ch'ad alcun fiano accadute,
così parimente da quelle forti d'ingiurie, Se d ofTefc, fi rcndon cauti,
et con diligentia procuran di cuftodirfi, che per il più fi foglion fare,&
più vfirate fono, Se a quelle, che nelfuno è c habbia commclfo mai, non
tengon i; l'occhio. Mcdcfimamente s inducon'a fare ingiuria con la SPERANZA
T>ella lirica d* Jlrtttotelz^j panna di rcftare occulti, coloro,i quali
non hanno alcun nemico, 16 et color parimene che molti nemici tengono;
percioche gli vniprendon confidentiadi pacare occulti, come quelli, che
nó temon d ellerc olTeruati, 6c in fofpetto hauuti : et gli altri,
cioè quelli, c'han molti nemici, (limano ancoreflì di re Ita re
afcod,& di non ditienir palelì : per nó parer verifimile, eh clfendo
lofpetti, et del continuo olleruati, fi mettano a far Tintinna quali 17 eh
alla feoperta. oltra chcpolfon difegnar d'hauer poi quella difendone in dire,
che tapédo d'elfere hauuti in fofpetto, et che facilmente li farebbe attribuita
la cofa a loro, non lì farebber mai 1 8 melTi a tentar vi! fatto tale.
Tengono ancora, in vn certo modo confidenza di non elfer difeopcrti autori
dell'ingiuria coloro, c hanno occadonc, et coramoduà d afconderil fatto,
et a cuinó i manca ccmpo,o luogo,o altro modo, óc via di reftar'occulti. Si foghon
mededmamente indurre a fare ingiuria coloro, li quali non riufeendo loro
di celarci delitto, pollòno al meno fperar di fchiuare, ck di tor via da
fe,che la cauta vada in giudicio, o veramente di poter prolungarla, et inandarla
molto tempo in lun10 go, ouer finalmente di poter corromper i giudici.
Etilmedcdmo fi dee (cimar di quelli, i quali fapendo, che fc punition
farà pur data loro, quella harà da eder' in danari, polforVconfidarc,
o di liberarfcne, 6c redime alioluri, o di molto differire, et roan^ dare
il pagamento in lunga, o Veramente in tanta pouertà (i vegai gono, che nulla da
retato lor più, che perdere. Difpodrion parimente atta a ingiuriare, fi dee
itimarc elfcre in coloro, ai quali per Ungi uria che fanno, iìa per venire
il guadagno, c'1 commodo o certo, o grande, o propinquo» Óc il gaftigo per il
contrario,o piccolo, o cìubiofo, et incerto, o lontano, cioè con djlarion
di. 11 tempo. et maggiormente aucrrà qucfto fela punitione, ci
ga*« (ìigo, tiicna mai per venitnev quanto (i voglia grande clic liajarà
(empre minor dcll'ttile, et del còmodo» che iìa per recar 1 in-. 13
giuria, come par chegli adiuenga nella Tirannide. Soglion'aa-s cor'wdurlì
a fare ingiuria quelli, a cui per 1 ingiuria, che fian per fare, dd per
venite vtile, et guadagno, et il galhgo, che ne pollano haucrc, altro non
damper importare, che .infardi » oc* ignomu, 24 ma fola; et quelli per il
contrario ancora, i quali veggono, che dall' ingiuria, che facciano» da
lor per multar lode, honore, &. riputatone, comcauucrria (per
cecropio) le con l'ingiuria fuilc congiunto fi Primo libro • 8
$ congiunto il vendicarli deH'orFcfe fatte al padre, o alla madre,
(i coro auuenne a Zenonc;& dall'altro canto la punitione, che fia
per fcguimc, habbia da cller o di danari, o d efilio, o d altra t$
colatale, percioche gli vni, et gli altri di coftoro, et nell'vno, ffc òc
nell'altro dei due detti contrari) modi difpofti, logliono indurli a fare
ingiuria; ma non nelle m ed edm e pedone, et nella medelìma forte
d'huomini ; ma più torto in perfone di coftumi, cV di qualità contrarie, haran
luogo i due detti contrarij z6 effetti. S'inducon parimente, et s'all'cairano
a fare ingiuria co loro, che hauendo molt altrcvolte ingiuriato, o non
iono (lari difeoperti, ne conolciuti mai, o non n hanno hauuto gartigo,
ti 17 né punitione alcuna. 8c color medefimamenrc, i quali hauendo molte
volte tentato di farl'ingiuria,non è mai luccelfà lor la cofa felicemente,
percioche fi trouano alcuni, ch'in querto fatto dell ingiuriare, foglion far,
come farfi fuol nelle cofe dellaguerra, doue (e ben più volte fi e riccuuto
danno nella battagliaci ritorna nondimcn con nuoua fperanza a tentare altra
voi 18 ta il fatto d'arme. Et coloro ancora agcuolmentc fi difpongono a
fare ingiuria, a cui dal farla il piacere, c i diletto ne feguc alhorain
fatto ; et la moleftia, chen'habbia loro a venire, fia per fegu ir molto
doppo: o veramente il guadagno fia per eilèr pretto, Se prefente, et la
punition neirauucnir molto tarda. et coli fattamente difpoftì fono gli
incontinenti: potendo l'incontincntia hauer luogo intorno a tutte quelle cole,
che fon fotto19 pofte ali humano appetito. Et per il contrario dall'altra
parte poi, fogliono indurli a fare ingiuria coloro,a i quali la
moleftia, o la pena, che fia per feguirne loro, fia percllcr prefente, et per pall'ar
tofto ; 6c il guadagno, e 1 diletto fian, per fucceder doppo, et per durare
aliai, pcrochc li continenti, 6c i prudenti, co30 li fatti, Se in quella guila
difpofti appaiono. Quelli ancora a ingiuriar volunricr li recano, i quali
fi perfuadon di poter parer poi d hauerlo fatto ò a cafo, o sforzati da
ncceflità,ò pei impeto di natura, o per confuetudine, et d'hauerlo fatto in
lomma 3 1 più torto per errore, che per mahtia, Se per far ingiù ria. Et
quel li parimente, che confidan d'ottener, che la caula habbia ad e(fcre
in giuditio trattata più tofto con difereta equità, che con ri31 gorofa gi urti
ria. Et quelli medefimamentc, i quali fon bilo3 3 gnofi. ma di due maniere
bifognofi fi foglion rrouare gl’uomini, conciofiacofa che portano efler
bifognofì, ò delle cofe ftelTe neceilarie, come fono i poueri, o mendici,
chevogliam dire,* o veramenre delle cofe fuperflue, Se foprabondanti, et 14
quefti fono i ricchi. Due altre forti ancora.dhuomini tradilor contrarie,
polTon facilmente difporfi a fare ingiuria : cioc quelli, che fon tenuti,
communcmcntc in buoniflima opinione, Se di chiara fama : Se quelli per il
contrario, che fono in mal concetto d ognvno,& quali tenuti infami. gli vni
per checonfidon, che nelTun fia mai per attribuir quel fatto a loro; et quefti altri
perche non e reftato lor punto di buona fama, o di buona }f opinion da
perdere. Nella maniera dunque, chabbiatn detto, fon difpofti,&
qualificati quelli, che foglion tentare, et metterli a fare ingiuria. contra di
color poi la fmno, che tali fono, et tali qualità, et condition ritengono,
quali noi hora diremo. 1 6 Primieramente adunque fogliono elfere
ingiuriati quelli, c'han no,o pofleggon quelle cole, di cui han defidcrio,
et bifogno quei, che gli ingiuriano : o riguardi cotal bilogno le cofe
nccertaricaUa vita, o le fuperflue, Se foprabbondanti, o il godimc|7 mento
delle dclitiofe, Se voluttuofe. Faffi oltraquefto ingiuria a quei, che fon
di lontan paefe ; Se a qucHi, che ci fon d'appreffo. peroche le cofe di quefti
fono in> pronto, et facili ad ctter prettamente tolte, &ariceuere
fpeditamentc offefa. et quanto a quelli, fi può creder, che la vendetta,
Se la punition, che ce ne lia per venire, fia per efter tarda, et per
andare in lunga : come vediamo auuenirein coloro, che predando, fan danno
ai Carta 3% ginefi. Sono ancor efpofti alle ingiurie quelli, che non fon
cau ti in guardar/i, ne diligenti nel cuftodirfi,• ma liberi,& femplici fono,
Se facili a creder ciò ch'è detto loro : perciochc cotal forte d'h uomini
facil cofa c d'offènder copertamente, Se celatamcnte. $9 Parimente vi fono
efpofti i pufillanimi, Se quei, che tono in vna certa vile, Se negligente
inertia inuolti. peroche eftendo cofa da folleciti, Se da diligenti il
chiamare, Se agitar caufe in giuditio ; non fi hà da temere, che coftoro,
com'amici dell'odo, lo faccia* 4° no. Son atti ancora ad erter offefe le
perfone di natura vereconde, Se gelofe dell honor loro : perciochc di coli
fatta folte d huo mini, non foglion volontier volere eflcrvifti contender
in giudi41 tiopercontodiguadagnOjodirobba. Mede/Imamente fono in pericol
deflcre ingiuriati coloro, li quali hajiendo da molti riceuuta ; ; Sf unto
altre Tolte ingiuria, non han mai per alcuna via tentato di tifencirfene. onde
vengon ad clter quelli tali, (fecondo che (1 42 fuol dir inprouerbio)
preda dei Mifij. Sogliono ancora gli huoraini indurfi ageuolmentc a
ingiuriar cofi quelli, à cui non hanno mai altra volta fatta ingiuria,
come ancor quelli, che fo43 no flati da loro molte altre volte ingiuriati,
conciofiacofa che coli gli vni, come gli altri fiano incauti, Se
negligenti nel guardacene : gli vni per che non elfendo flati altra volta da
coloro ofte(i,fe ne ftan lecuri fcnzafofpctto alcuno : et gli altri per
che fumando lor fatij dell'altre ingiurie fatte, non temon, che
fian, 44 per farne più. In pericolo ancoi d'cllere ingiuriati fi
truouan quelli, che fon communemente in mala opinione, et in mala fama, et
atti per la lor malavita ad elici lor facilmente trottate cu 45 lumnie, o
delitti addolìo. peraoche coli fatti huomini non fi rcchcrebbcno a voler
chiamare in giuditio alcuno, perla tema c'harebber di rauuolgerfi
d'intorno a Giudici. et quando pur lo facclTero non pcrfuaderebber,nc
farebbe datafede,ò orecchio alle lor parole. Et il medefimo fi può fumare
ancor di quelli, 46 che ò odiati, o inuidiati communemente fono. Ci
fogliamo lafeiare ancor facilmente indurre a ingiuriar coloro, nei quali
ci fi porge occafionc di feufare, et colorire il fatto, per haucr
già o eglino fteflì, ò i loranteccffoti, o gli amici loto, offefo, o
tentato, et fatto opra d offendere o noi (tedi, o alcun de i noftri
prò genitori, o perfona in fomma,il cui interefTe,& la cui falutc
appartenelle, et toccaife a noi. perche ( come fi fuol di re inpro47 uerbio )
fola la malitia ha mellier di feufa. Appretto di quello ci lafcian
facilmente tirare a offender coloro, che ci tengon per amici : et quei
parimente, che noi habbiam per nemici : conciofiacofa che contra quelli ci fi
renda l imprefa facile; et con48 tra quefti ci fi renda dolce, et piena di
diletto. Sono efpofti ancora alle ingiurie quelli, chefonpriui damici in
tutto; et quelli non manco ancora, i quali non han potentia,o valore alcuno» ne
in dir, ne in fare peroche quefti tali, o non fi rifentono, ne accula, o
querela in giuditio pongono o per via di nconciliation la terminano;
ofeguendo pur la cauta, 45 reità lor finalmente imperfetta, cV rielce vana.
Quelli ancora par, che dieno altrui animo di far loro ingiuria ; a i
quali non è vtile,nè mette conto di confumar tempo in
afpettarjch'o in giuditio la caufa fi termini, o che con I'efecution della
giudicata pena, fia lor ricompenfato, et fodis fatto il danno. et tali fon
(per elfcmpio) i fore(tieri,& quelli, che fi guadagnano il vit to di
giorno in giorno con le lor mani. pcrochc quefte tai (orti di pedone, per
pocacofa, che (la data loro, rimetton Tingi arie,: $o &c facili li
rendono a comporre, o abbandonar le caule. Sogliamo ancor facilmente lafciarci
indurre a ingiuriar coloro» c han fatto ancora elfi molte ingiurie ad
altri,o le non molte,n'hanno fatte almen di quella (teda force, che da noi
riccuono : p o( el iche quàdo alcun rimane orTelo di quella (tclla orTefa,ch'eeli
hab bia fatta ad altri, par che l'ingiuria, eli ci riceue,s appretti
quali a poter non elfer chiamata, o (limata ingiuria, vò dir (per
elTcm pio) come fe fu ile alcuno, che riceueitè fcherno,&
contumelia» 51 eflendo (olito di farne ad altri. Et il medclimo ci auuicn
contraquelli, i quali in altro tempo han fatto danno, o mal t rat rata mento a
noi, o l'hanno voluto fare; over lo voglian fare ai prelente, o hanno in
animo, et fi preparan di farlo ncll auuenire:perocheil nuocere, et l'offender
loro, in tal cafo, ha infc molto del giocondo, et deirhonefto ancora, et s
a pprcll a quafì 51 il non clìer veramente ingiuria. Sogliamo anche
noneilerc alieni da ingiuriar coloro, nell'ingiuria dei quali, vediamo
di far cofa grata, o ad amici no 11 ri, òa perfone da noi ammirate, et tcnutein
conto, ò a perfone, di cui lìamo innamorati, 6c d a more accefi ; o ad
alcuni, che ci lìan padroni, et habbiano auto rità fopra di noi j ò a
perfone in fomiti a, da cui in qual fi voglia 53 modo dipendala vita
noftra. Et ci aifecuriam parimente a offen der quelli, la manfueta, &:
modella natura de 1 quali ci dia lpc-> 54 ranza, che lìan facilmente
per rimetter l'ingiuria. et quelli parimente, i quali habbiamo già prima
calumniari di qualche delitro,* et quelli ol tra ciò, dalla cui
ftrettaamicitia,fcopcrtamen« o non apparire -, Se coti fatte lon quelle, che
pre fta mente lilograno, et ti confumano ; come fon (per cllempio) le cofe
da mangiare; et quelle ancora, le quali fon arre a facilmente vari u Ci,
éc parer diuerfe per can* giamenro, o di figura, o di forma, o di colore,
o di miftura, $c 61 temperamento. 6V quelle medehmamente, che con gran
com> modità fi poflono in quella, o in quel luogo afeondere, ofe
fu Uè fatta vnalìmil bruttezza di violcntia nella perfona di noi fteffi, o
dei 64 figliuoli, ò d altra perfona, che ci atten elle. Et da quella
maniera d'ingiurie ancora ageuolmente non ci atterremo, delle quali, fe
colui, che le riceue lì qucrelallè, et accula ne mouef. fein giuditio,
filile per etTere in ciò ltimato troppo litigiofo, Se troppo amico di
conrefe, et di controuerfìe. Et coli fatte ingiurie fon quelle, che come
leggieri, poco imporrano, et di poco momento fono ; et quelle parimente,
cbeloglion perii più 6$ riceucrefcula, òc meritar perdono. Quelle dunque,
che noi habbiam dette, fon (lì può dir) r iute quelle cole,
clioccorreua di dire per far conofeer qualmente conditionati, et difpofti,
fogliano cfter quelli, che fanno ingiurie; et intorno a quai cofe, et contra di
quai perfone, et per quai cagioni finalmente le foglian fare. (apo rj.
Quali anioni fi debbiati dir 'veramente giufte, ò ingiu/le, o 'ver
giuflamente, b ingiuftamente fatte. £f delt Equità, donde la nafia, ^ in
che differì fca dal rigor delle leggi. £tf alcuni luoghi da conojcerla. Egve
al prefente che di fti tigniamo, et dichiariamo quali fian le cole giufte, et le
in giù Ite, cioè le guittamente, et le ingiuftamente fatte: et prende remo
il principio primieramente di qui. Le cole giufte, et le ingiufte pendon nella
lor di ftinrione, 6c determinatione da due forti di leggi, Se da due ma in c|
redi perfone .& quanto alle leggi, alcune dico efter proprie, 4 &c
altre communi. Propria intendo efler quella, che ciafchcduna Città o nationca
fc ftelfà particolarmente appropria, et determina. et di quefte leggi proprie,
alcune fcrittc non fono, 6c 5 altre fono fciitte. Le leggi communi poi fon
quelle, cheion nfcll huomo impreflc dalla natura. conciofiacofa che vna
certa forte di giufto, et d'ingiufto fi truoui al mondo, il quale,
quantunque neiruna communicanza, òconlènlo dhuomini habbia con alcun patto,
o condition, conuenuto, o concorfo in elio ; nondimeno tutti gli huomini,
con vn certo con(en(o di natura, 6 conuengono in conofcerlo, et in
approuarlo : lì come molti a d intendere Antigona appreflb di Sofocle ;
quando arìcrroa effer cofa giuda il dare a Polinice fepoltura, ancor che dal Re
prò lubita, et vietata fufle : elTendo il far queftacofa, giufto per
legge, non d huomo, ma di natura. dice ella dunque ; non è nata, nè
introdotta quefta fortedi giufto, ne oggi, nèhieri,ma (emprc è egli flato, 6c
ha vilìuto femprc, et neflun potè mai faper 7 quando gli hauefle origine. Et
di qucfto mcdefimo giufto intende Jl Primo libro. S p tende
Empedocle, quando parlando del non elfcr ben fatto l'vccidere, et priuar
d'anima le cofe animate, dice, chetai cofa, non appretto d'alcuni è
giufta, Se appretto d'altri non giufta, ma c introdotta, et dettata da vna
legge, che a tutte le genti è commune, et per l'immenfo cielo fi diffonde, Se
per l'acre ampio Se fpaS tiofo u ftende. E Alcidamante ancor, accenna, et adduce
il me defirno nella fua oratione infcritta, Se intitolata
Meilcniaca. Quanto poi alla diftintione per caufa di perfone, due parti
Bàri* mente ha la determination dell cofe giuftamentc, o ingiuftamentc
fatte. percioche nelle cofe, che dee fare, o non dee fare l'huo mo, o s'ha
refpetto a tutta vna Città, o natione, o altra communicanza d'huomini,
confidcrati in commun tutti infieme : ò ver s'ha rifpetto a quella, o a
quella perfona particolare di quella có10 municanza. Se pcrconfeguente in due
modi potton confiderarsi, Se detcrminarfi le cofe, che dir fi pottono o
giuftamente,o ingiuftamente fatte: comequelle,che o riguardano alcuna
determinata particolar perfona; over tuttala Città communemente. percioche
colui, che commette vn adulterio, o percuote,& batte ingiuriofamentc alcuno
; vien folo, a fare ingiuria, Se a commetter cofa contra di determinata
particolar perfona. ma s ei recufa di prender le armi per (aluezza della Città
fua, tutta la città 11 conlcgucntementc riguarda cofi fatta offefa.
Eflendo dunque in due forti, Se in due maniere diftinre tutte le ingiurie,
Se tutte le cofe, che ingiuftamente fi fanno ; riguardando alcune d'ette
il communc interefTedi tutto'l corpo della republica; Scaltre il pri nato
di vna, odi più priuate perionein particolare; feguirem di dir quei, che
reità, fc prima diffiniremo,Se dichiareremo che 1 1 cofa fia, Se in che
confifta il riceuere, Se patire ingiuria. Il patire, Se riceuer ingiuria
adunque non e altro che patir cofe ingiufte da perfone, che fpon rancamente, et
volontariamente le facciano : hauendo noi già di fopradiffinitoefier cofa
fpontanea,& 13 volontaria il fare ingiuria. Et perche necettariamen te
colui, che paté, Se riceue ingiuria, viene a riceuer lefione, Se danno, et
ciò 1 4 cótra 1 voler fuo proprio ; potrà facilmente per le cofe, che fi
fop. dette di fopra etter manifcfto in che confifta il danno, et quali
co fe fi polTan domandar dannofe : hauendo noi già prima
diftinta mente attignatele cofe che fon beni, Se quelle, che fon mali. Se parimente
habbiam dichiarato quaifianle cofe fpontancamenM te fatte, p o 'Della
'Retorica d * Arili 1 ottica te farre, determinando elTer quelle, che
conofeentemente fi fani f no. Da tutto qucfto adunque ncceiTariamente fegue,
che tutte le colpe, et tu tei li delitti, che fi fanno, ò riguardino tutta
la rcpublica communemente, over quella, et quella pedona priuatamentc: Se oltra
di quello o fon fatte non conofeendo, et non volendo, o ver per il contrario
volendo, Se conofeendo. et quello in due modi può auuemre, cioè o con demone
deliberatamente over per impulfo di qualche affetto, Se paf17 fion dell'anima. Ma
quanto a coli fatti impilili, lì darà noti1 8 tia d elfi quando poi de gli
affetti tratteremo. Se quanto all'eleetionc, già di fopra habbiam noi
dichiarato prima, quali fian le cofe, che con deliberata elettion lì
fanno; Se come fatti color, chele fanno, Se qualmenre difpofti fiano. Ma
perche molte voi te accade, che fi conceda, Se fi confeflfì il fatto,ma
non fi confenta, ne fi conuenga già nel nome del fatto, fecondo'l
fitolo,chegli da l'accufatore, o ver nel lignificato intefo da chi are u
fi, nel detto titolo, Se nel detto nome : come le (per effètti pio )
concede/limo hauer tolto, ma non già furato ; ellere dati i primi ad haucr dato
delle battiture, o delle ferite, ma non già hauer fatto fopr'vfo, o contumelia
; hatiere ha miro commertio venereo con la tal donna, ma non hauer
commtiTb adulterio ; hauer furato, ma no commelfo facnlcgio, non eltèndo
cola facra, Se che il culto diuin riguardi quello, che tolro habbiamo,• hauer
coltiuato terre» che non fien nollrc, ma non Liner per quello fatta
ingiuria al pti blico ; elTere (lati a parlamento co 1 nemici, ma non
hauer fatta 10 tradimento : di qui è die fa di bilojmo di faper dirrinire,
Se diftmramenredplicartutre aderte co(è>& quel, ch'i mportino i nomi
loro : com a dir che cola in furto, che cofa fia contumelia, che cofa fia
adulterio; accioche volendo noi inoltrar, eh e tai col* pc, Se tai delitti
fi truouino,o non fi truonino nella perfona di cui fi tratta ; potiamo con
la detta nonna hauer fàcultà di far ncllvna cofa, Se nell'altra, fecondo
che più ci piace, apparire il 11 guitto, percioche in tutte le dette con
rrouerfie, nei porri cfTèmpwallegate, Se in tutte le altre limili, conlifte il
pnnro della queftione, Se della contronerfia, in veder feil fatto fia ingiù
(lo, Se li iniquo, o ver fc fia non ingìuflo : efiendo ringiultitia,&
l'iniqui 15 tà fondata nell'eledone.: &" demone importano, Se
dimoftrano tutti quelli già detti nomi ; come adir la contumelia, il
furto, et Jl Primo libro. p / i4 gli altri. conciocofa che in hauer noi batruro,o
percoffb alcuno, non per quello fi può vn tal fatto veramente chiamar
contumelia, ma (blamente fc à tal fine, ò con tal intention 1
habbiam fatto ; com'a dir fe habbiam voluto in far quello far a lui contu1
c melia, o ver recar piacere, et diletto a noi. ne parimente fi può in
tutto dir, c habbia furato colui, che di nafcoflo qualche cofa habbia
tolto ; ma (olamente quando habbia fatto qucfto, o con animo, et intention
di far danno all'altro, o d'appropriar la cofa furata a fe fteflb. et il
medcftmo fi può parimente allegare, Se difeorrer nelle altre cofe
c'habbiam difeorfe, et allegate di que16 ile. Horeifendo due forti, o ver due
fpetie di cofe giufte, Cv ingiufte, fecondo c'habbiam veduto, l'vnc feri tte,
&c l'ai tre non foriere ; quanto a qucllc,chefotto a fcritte, et promulgate
leggi fi ftan determinare, habbiam d'elle già detto, quanto
occorreua. ty Di quelle poi, che non fcritte fono, due parimente forti, ò
vero fpetie fi truouano. alcune fono,che fon porte in vn certo
eccello, ouer foprabbondantiadi virtù, odi vitio : de han luogo
principalmente in ertii vituperi;, et lelodi, l'ignominia, cV gli hono1$ ri,
6cipremij ancora. et cosi fatte cofe fon, com'a dir (pereffempio) l'clfer
d'animo grato de i beneficij, che fi riceuono, il ricompenfare i riccuuti, con
altri beneficij ; l'eller pronto, difpoap ilo, cV parato ad aiutar eli amici,
et altre cofe cosi fatte. Alcune altre fon poi, lequali altro non fono, eh
vn certo fupplimcnto del difetto delle proprie leggi fcritte :
conciofiacofà che le cofe, 50 che fon d'equità,parimentegiuitemmar fi
debbiano: nóefiendo altro l'equità, fe non quella parte del giuflo, che
non e fiata comprefa dalla legge fcritta, ma è dita dal legiflator lafciata
fuora di j 1 quella. Et quello in due modi può, et fuole accafcarc.
percioche alle volte lo fanno i Legiflatori non volendo; et alle volte
volen$ 1 do. non volendo accade quando eglino non fc n'accorgono, ne 53
l'auuereifcono. ma volendo occorre quando elfi conofeon non cflcrlor
poflìbile di comprendere, et di determinar nella lcg3 4 ge, che formano, ogni
particolare occorribil cafo. et per quello fi lafcian tirar dalla
neceffitàapor la legge in vniuerfale, quantunque nelle cofe da lei comprefe,
non fempre quell vniuerfàlirà, ma per la maggior parte, et per il più, debba
hauer luogo. $j Accade ancora alle volte quello mcdehmo,non fol per
l'impoffibili tà,com' habbiam detto, ma ancor per la gran dimcultà, che
fi M ij rruoua p 2 'Della r Rgtprìca d'Arìttotelt^ truoua in
determinare nella legge tutti li poflìbil cali, cflendo e£ fi, ii può dire
infiniti : come (per eflempio) fc nel prohibìr'il ferir con ferro, s'hauellè a
determinar di che quantità, Se di che qualità shabbia da intendere il
detto ferro : percioche prima man carebbe l'età d'vn'huomo, che egli potette
tutte le varietà d'elfo ferro accogliete, Se numerare. Se pcrquefto
cflendo tal cofadifficiliffima a determinare, &douendon pur farli
legge, chela prohibifea, e forza che non determinatamente, ma lemfé
pliccmente fi faccia, et in vniuerfale. Laonde fc cafo auuerrà, ch'alcun'hauendo
in dito vn'anello di ferro, et alzando con impeto la mano percuota chi fi Cìsl
con quell'anello; in tal cafo fecondo la forza della legge fcritta, farà co Qui
obligato alla pena, che fi contiene in ella, come ch'ingiuria habbia
ratto. et nondimeno fecondo la verità non hà fatta ingiuria, nè cofa
ingiufta. 57 et quello è quello, ch'equità fi domanda. Eifendo dunque
l'c38 quitàqueiìaj che noi habbiam detto, ageuolmcnte fi potrà hor far
manifeflo quali fian quelle cofe, che contengono, o non cutengono equità, et quali
fiano gli huomini,chc non la poifeggono, Se dir per quello fi pofion non
ragioncuoli. Percioche quelle cofe primieramente lì pollono (limar ricercar
equità, le quali» Ce ben par che in efle fi truoui fallo, et errore,
meriran nondime40 no fcula, Se perdono. Equità ancor fi douerà ltimare il n5
giudicar dvguale importantia, Se degni d'vgual gaftigo i falli, che fi fan
per errore, et quelli, chefi fanno con ingiulìitia, et per fare ingiuria :
Se il non por parimente in grado vguale quei, che per error fi fanno, con
gli infortunij, che carnalmente per contraria 41 fortuna accalcano. et infortunij,
ouer fortuiti falli s'intendono efler quelli, che fuor d'intentionc,&
di confideration di chi gli 41 fi, fon fatti fenza vi tio, o malitia alcuna.
Quei falli poi, chefi fan per errore, Ce ben non adiuengono fenza
intentione, o confideration di chi gli fà, nondimeno ancora effi non davitio,
o 4J da malitia vengono, ma in quei, che veramente ingiurie fono, Se
Ceco ingiuftitia tengono, non fol concorre in tcn none, Se confidcratione di
chi gli fa, ma ancor da malitia, et da iniquità deriuano : peroche da vitio, Se
da malitia procedono i falli, che da 44 impeto di cupidità, o di fi mi
l'affetto nafeono. Oltra di quello, equità fi dee ftimar, che fia, l'hauer
femprc confideratione ne gli errori, che fa l'huomo, alla fragil natura h
umana, Se a quelli dar 1 volonjfl Primo libro. $ 3 4j volontier
perdono. et il non haucr principalmente rifpetto, de 4 'Della r R^tprìca d
% Arìttotel^J (apo 14.. 'Dell 1 ingiurie fotte in paragone, et comparation
fra di loro ; quali fian maggiori, rjuai minori : £f alcuni luoghi da conojcer
quctto. 1 Ngivrie maggior! s'han da (limare,e(Ter qucl2 h?j9 tsSI che da
maggiore ingnilliti.! procedono : per IrSki K?$J 4 UC ^° g r andiflìrnc
vengono ad eiler quelle, ch'in | t^jr y^J j P» cco ^^ ma cofa confiftono. fi
come Caliiftrato in accufarMelampo aggrauaua l'accufa con dire, che
della facra pecunia desinata alla fabrica dei Tempio, haucffe egli di tre mezi
oboli, fraudato color, che la cura dell'edificio 4 haueuano. Ma nella giù
ftitia, &c nelle cofe,che fi fanno fecondo quella, il contrario a
punto adiuiene. Son dunque grauiflìme così fatte piccoli (lime ingiurie
per l'eccedo, de grandezza, che tengon nella forza, virtù, 6c pollanzaloro
: pofeiache colui, che fi pone a furar tre mezi oboli al culro diuino
confecrati, molto più fi può (limar, choccorrcdo, ingiù Ilo farebbe in
cofa di magc gior momento. In quella maniera adunque chabbiam detto,
li può (limare, et ponderare alle volte la grandezza della maggior* l
ingiuria. In altra maniera (ì può itimarancora in ponderarla,^ 7
giudicarla fecondo la grandezza del danno, che ne rifui ti. Maggiore è ancora
l'ingiuria quando non par, chepunirione, et gaftigo fe le polla trouar vguale,
ma ogni pena Ga minor di quello, 8 che fc le conuenga. E parimente
maggiore è quando il danno, che la reca, mal li può medicare, o con
remedio alcun rifarcirc : elTcndo cofa grandemente acerba, et morella il
mal'impofllbilca f rimediarli. Mcdefimamenre maggior fi rende l'ingiuria
quando a colui, che la riccuc, vicn tolta la poffibilità di fodisfarlì, in
veder che gaftigo, o vendetta ne venga all'autor di quella, percioche viene in
quella maniera a rcflar l'ingiuria fenza medicina, o rimedio : cflendo la
vendctta,& la punition dell'ingiuria, vn ccr lo to medicamento, 8c
refarci mento di quella. Si dee (limare ancor l'ingiuria maggiore, quando
colui, eh e ingiuriato, Se che pa te, Se riceuc l'offcia, fente cofi
infopportabilmente il danno, o la vergogna, eh 'ci riceuc ; ch'impaciente
a tollerarla, riuolge il dolor còntra fc {teflb, et contra di fe proprio
rliuien crudele. nel qual cafo non è dubio che di molto maggior pena, et punirion li
non fia degno colui, che l'ingiuria fece; comallegaua Sofocle, perciochc
fauorendo egli in giuditio la caufa d Euttemone, il qual non hauendo
potuto tollerar hgnominia della riceuuta ingiuria, s'era da le Ite ilo
vccifo ; dille non parergli punto da ihmar manco, et ili men gaitigo degna la
contumelia di quell'ingiuria, che colui proprio, che riceuuta 1
haueua,rhaueileapprez li zata, et (limata conerà di le medefimo. Maggior
parimente diuien l'ingiuria, le colui, che 1 hà fatta larà (lato lolo, oil
primo,o 13 con pochi a farla. Et l'hauerc oltra ciò più volte commeiro
lo fteiro delitto, Se la lidia ingiuria, le reca grandezza,&
ampliano 14 non piccola. Maggiori medclimamente il deono (limar
quelle ingiurie, òcquei delitti, percagion dei quali (1 (ìcn per
rimediar gli, et vietargli, inueftigatc, et trouatc nuouc forti di
(uppluij, Se Ij di pene. fi come vediamo, che in Argo hanno ordinato
propria pena a punir colui, il qual con fuo delitto dia cagione di
trouar nuoua legge, o d cdificar'nuouo carcere, o di trouar
tormento 16 nuouo. Quei delitti ancora haran da ellerc (limati maggiori,
Se più graui, i quali più haran del ferino, et più s accolleranno
alla 17 natura più torto delle belile, che dell'huomo. Maggiori parimente
fon I ingiurie, e i delitti, fc pcn Guarnente, Se daconlide18 rato configlio
premeditati nalcono. Più graue oltra ciò fi dee (limar qucllingiuria,
laquale nell animo di chi l ode è arra ad ec19 citar più torto affetto di
terrore, che di compaflìone. Appretto di quello fono ancor picnedi
retorica ampli heation per ingrandir l ingiurie, alcune allegationi di
circollantie cofi fatte : come a dir, che cortili con la tale ingiuria
habbia in vno Hello tempo in molte cofe, et in molti modi macchiata, et corrotta
la giuftiria, et trapallàtooltra'ldouer ìlgiufto; hauendo egli infiememéte il
facto giuramento, la data delira, la promelTa fede, et la
fteilà inuiolabil legge del matrimonio, violato. pcrcioche cofi dicendo
non è dubio, che raccolte nella detta maniera in vno molte cofe ingiù He,
non faccian nell'ingiuria apparentia d'vn certo ec10 cello. Aggiugnej ancor
grauezM al delitto, lcller commetto in quello Hello luogo, doue fogliono
clTcr condennati, et puniti i delinquenti -, fi come lo commerton coloro,
che falla teftimonUnza in publico giuditio fanno.perciochc douenon
pcccarebbeco p 6 T>eBa Teorica d' Arìttotelt~> bcro eglino, Se
in qual luogo s'aftcrrcbber da far cofa ingiufta, Ce di peccar non
s'aftengon nel publico tribunale, et nella propria il corte della
giumtia?Maggiore ancora apparirà l'ingiuria le fi mo ftrarà ertere intorno
a cole, che recar foglian rolTbr grandiflì rao ti di verecundia fcco. Medefimamente
-più grauc (limata farà l'ingiuria, fé contra di colui farà fatta, dal quale
habbia colui, che la fa riccuuto benefitij : peroche in più cole viene
egli in tal fatto a peccare, Se a vfar contra di colui l'ingiuftitia fua ;
cioè in fargli nocumento, Se in non giouargli per ricompenfa, Se
gratitudin a 3 dei benefitij. Più grauemente ancor potiam dir, che fi
debba ftimar, che pecchi colui, che delitto cornette contra'l giudo delle
leggi no lei i tte: impcrochc gli è cofa da h uomo di maggior vir tù,&
di maggior bontà il feguir la giù ititi.», et operar colcgiuftc, nò
forzato da nccciììtà: et le leggi lentie fon quel le, che vengona fare in
vn certo modo forza col terror della punitionc : doue che le leggi non
Icrittc liberamente muouono l'animo fenza forza,o 24 violetta
alcuna.Dalialtra parte per altra ragion diuerfa,pare,che per il contrario
maggior fia l'ingiuria, e'1 delitto,fc contra le leggi fcrittc farà commetto. conciofiacofa
che colui, che non s aftien da vfare ingiù iti ria in quelle cole, che portano
il terror della fcritta legge feco, Se che punition minacciano; molto
manco s afterrà dall'ciTer ingiuftoin quei delitti, che fenza temenza
di 2.5 gaftigo, o terror di legge, vegga di poter commettere. Et tanto
badi fin qui d'haucr detto delle ingiurie maggiori, Se delle minori. (apo ij.
'Delle pruoue, £f modi di far fede mart fidali, 0 'ver fenz^a artificio. Ecvita
alle cofe dette, che noi alprcfcnte trafeorrendo diciam qualche cofa di quelle
pruoue, Se fedi, che fi domandano in artificiali, Se d'arteficio priue :
eflendo eflc aflai proprie, Se domeftiche alle caufe giudiciali : Se fono a
punto cinque in numero, cioè le leggi ; i teftimonij ; le fcritture, o ver i
patti ; la tor tura ; Se il giuramento. Et cominciando dalle leggi,
anderem di chiarando in che maniera nel fuadcre, Se nel difiuaderc,
nell'accufaJl Primo libro. $ y cufare,& nel difendere, s'habbial'huomo
a feruir dell'vfo loro. 4 E cofa ramifcfta adunque che fé alcuno haràla
legge feri tta cetraria alla caufa Tua, douerà rifuggire all'vfo della legge
commune, et al giudo dell'equità, come che più ragioncuol fia, Se più $
intrinfccamente congiunto con la giuftitia. Et douerà ancor dire, che il
giudicar con fententia ottima, Se ragioneuoliflìma, no confifte
principalmente in altro, ch'in non adherir puntualmen 4 te in ogni cofa
alle leggi scritte. Se che l'equità femprc vna fteffainuariabil dura, fi come
parimente immutabil dura, Se fi confcruala legge commune ancora ; come quella,
che nella natura è fondata, Se con la natura nafec. doue che le leggi
fcritte fpeflc 7 volte fi mutano,& a variation fon fortopofte. da die
prende forza quel detto di Sofocle nella fua Antigona : pcrochc difendendofi
Antigona con dird'haucrfartoconrralaleggedi Creonte, ma non già contra la
legge non fcritta ; parlando di tal legge dice; None nata, ne introdotta quefta
forte di giurto nèo^gi, ne hieri, ma femprc è ella ftata': Se hauendo
quefto giufto dal mio, non temo, o curo di quel, ch'in contrario comandi
qualfi voglia" 5 huomo. Si potrà mede/imamente dire, ch'il giurto fia
cofa realmente vera, 6Vvtilc, &noninvniuerfa!e, &quafi in ombra, et in
apparentia;cVchepcrquefto la legge fcritta, emendo più rotto ombra, che corpo
del gì urto, non fia vera mente legge ;pofcia «> che far non può ella
offitio di vera legge. Et che li ludici fon porti foprai gitiditi; a guifa
di quelli artefici, che fon porti a cono iccre, et a difcerncie il falfo
dal vero argento ; acciò ch'ancor ef-. fi conofeano, Se diftinguan bene il vero
giufto dall adombraro, I o Se adulterino. Potremo parimente aggiugner,che
fia cofa da huo mo di maggior bontà, et di miglior coftumi, l'vfar nelle
fueattio nilamifurapiù torto delle leggi non fcritte, che delle fcritte,
Se li inquellcftarc,& fecondo quelle viuere. Etdoueremo
auucrtic a " cora (c la ie gg c > ch e ci e addotta incontrala contraria
a qualche altra legge tenuta communementeper buona, et perapprouata ; o ver
s'ella fia contraria a Ce medefima: come a dir che da vna parte
commanda/Te, Se difponcne, che fufic valido,& fermo tutto
quello,inchcgli huomini per patto conuengono inficme; &dallalrra parte
prohibitfc, che patto, o conucntionc alcuna fi I» laceilc contra le fteirc
leggi. Doucrem parimente confederar, fe Ja detta legge, che ci e addotta
incontra, fi truoua ambiguamenN te feri ty8 'Della ch'ai le
volte non ben con l'intelletto capitici o le paiole, o 1 fen cimento
della legge, non habbian da cadete in pencolo di fpetgiuto nel pat1 5
tirli da quella. Potterao anche dite non ciler alcuno, ch'in eleggete, Se
ceteate il benc,elegga, o cetchi quello, che fia in vniuct lale,&
Semplicemente bene; ma che ciafcun'elcgge quello, che 16 (la bene a lui.
Et aggiugnci potiemo non eflct di ifc renna alcuna trai non efletc otdinattf,
Se ftatuite leggi fetitte, Se il non vo17 Jet poi vfatle, et olletuatlc,
fetitte, che le lono. Douetemo oltra di quello dite, ch'in tutte l'altre aiti,
Se facilità, è cofa più torto perni tiofa,chc vtilc, il volet pattiti! dal
giuditio dei peliti in quella : coma dir nell'arte della medicina, dal
patere, Se giuditio del medico. conciofiacofa che non tanto nocumento
rechi l'crror, che fatà alle volte il medico, quanto dannofo fatia
l'af* fu c far fi a ttafgtediie il parer di colui, il qual come petito ha
da clTct guida, &capo, et fupcriote in fomma in quell'arte,
della I I qual fi tratta. Et a quello potremo aggi ugner, ch'il cercar
d'clTer più prudente, più petito, Se più faggio delle leggi lteilc,è
quello, che più ch'altta cofa principalmente dalle communementc Ioli?
date, òVappfouatc leggi, Ci prohibifee. Quanto alle leggi adunque, che fon la
prima pruoua inartifìciale, lìa per hora determiio nato nella maniera, chabbiam
veduto. Quanto poi a i Telamoni, di due forti, o veto fpetie fi truouano elTcre.
alcuni fon'antichi> Se altri moderni o ver nuoui, Se di quelli alcuni fono,
che venJl Primo libro l et S>9 ^fgon nel teftimoniare a partecipar
del pencolo; Se altri liberi li ne fon fuota. Antichi teftimonij chiamo io
i famofi Poeti, Se tutti gli altri huomini, chiari, &illuftri, dei
quali lìan rimarti nella memoria de gli huomini, giuditij, Se fentcntie
celebri, et manili feftc. ficomc gli Athcniefiadduilero la teftimonianza
d'Home15 ro nella caufa lor dclTlfola di Salamine. Se quelli di Tcncdo poco
tempo fa allcgaron per teftimonio Pcriandro Corinthiano 14 nella caufa lor
contra de i Sigienfi: et Lcofronte parimente nella caufa, eh ebbe ad agitar
contra di Critia, lì valle d'alcuni verfi elegi di Solone ; dicendo che la
cala, Se fameglia di Critia era art ticamente ftata macchiata d'effeminata
lafciuia. percioche fc n5 fufte ftato coli, non harebbe Solone ne i fuoi
poetici verfi, parlando d'vno di quella fimeglia, detto, Fammi grana di dir a
Cri1 j ria biondo, et crefpo, eh' a fuo padre obbedifea. Coli fatti
fon dunque i teftimoni antichi intorno alle cofe, che fon già
patiate. 16 Delle cofe future poi fono ancora antichi teftìmonii gli
oracoli, &gli interpretatori di quelli: come ( per eflempio)
interpretò Themiftocle, quando volendo perfuader, che fi combattere
coti pugna nauale, dille che quello lignificauanoi muri di legno,
che 17 nella rilpoftadell'oracol fi conteneuano. Mcdcfimamentei
Pro 15 ueibii fon tetti monii della fteiTa forte, che noi habbiam detto. come
fc ( per cflèmpio ) fuilc chi volelTe perfuaderc ad alcuno, che non cercafie di
riceuer nella fuaamicitia la talperfona d'età fenile; potrebbe in
reftimonianza addurre quel prouerbio 19 trito, che dice non eflèr da
collocar beneficij in Vecchi. et chi volelTe perfuadere ad alcuno, ch'egli
douefle leuarfi dinanzi, Se far capitar male i figli di quei padri,
ch'egli hauefie già prima vecifi, potrebbe addurre in teftimonianza il
prouerbio, che dice, ftolto è colui, che lafcia in piedi i figli, hauedo lor
prima .mito in azzato i padri. 1 nuoui,ouer i moderni teftimoni fon poi quelli,
i quali cllendo di celebre, Se chiara faina, Se noti al mondb per faggi,
hanno in alcuni cafi, ouer caufe datoinditio del lor parere, Se dellor
giuditio : percioche così fatti giuditij, Se pareri polTon parimente
elfcr'vti li a coloro, i quali hanno in altre caufe ji
fimihaquelle,vnamedefimaquaficontrouerfia. fi come Euboloingiuditio contra di
Charcte, fi feruì di quello, che poco innanzi haueua Platone detto contra
d'Archebio, cioè che per caufa, Se colpa di lui haueua già nella Città
prefo forza, et vigoN ij re il joo ^ ^Del/a ^R^torica djirìUotett^ re
il non vergognarti p iù le perfone di cónfellar defler vitiofe,& 51
inique. Nuoui, et moderni teftimonij fono ancor quelli, i quali Tempre che fi
trouaflcr fallì nella teftimonianza loro, farebber tj partecipi nel
pericol della punitione. et così fatti teftimonij nó lon'addottia
reftimoniar,fc nóquado fi dubita del fatto, cioè /eia 34 cofa tìa ftara
fatta, o no fiaftata fatta, et sella iìa,onó fia. maquàto alla qualità del
fatto, no fono eglino ammeifiper teftimonij,co m'a direa teftimoniar fc la
cofa fia giufta, o nó giufta, vtdc,o da1 5 nofa,& fimilc.Maquci
teftimoni,che nófon partecipi nel pcncol ma fono liberi, et lontani da
quello, fono intorno alle dette qualità del fatto,idonci, et legitimi
teftimoni, et grandemete di fede degni. Et fopra tutti, aurtorità» et fede
recan le teftimoniaze de i teftimoni antichi, come di quelli, che a
fofpetto alcuno di corrotrionenon fon fottopofti, et dall'autorità de i
teftimoni ha da jtf depender molto la fede delle pruoue. Se noi dunque,non
harem teftimonij, doueremo in tal cafo allegare, et dire,che il
giudicar habbia da cfTcr fondato principalmctc nei vcrifimili, et negli
argomenti : et che quefto è propriamente giudicar con fententia J7 ottima,
8c ragioncuolilTì ma, alla qual fon tenuti i giudici. 3c che 1 veri (imi
li non fon fottopofti a pericol d'eller corrotti con danari» ne pollo no
eflcr giàmai conuenti di falfa teftimonianza, 38 come i teftimonij.
Dall'altra parte fc ci trotteremo hauer teftimonij vtili allacaufanoftra,
potremo contra di colui, che non gli hà, trà l'altre cofe dire, ch i
verifimili, et gli argomenti non fon fottopofti, et tenuti a pericolo di
fupplitio alcuno. et che nó faceuadi meftieri d'introdur ne i guiditi) 1
vfo de i teftimonij, fclc ragioni, et gli argomenti fodero ftati baftati
alla no ri tia della verità. Sono li teftimonij,o intorno a noi
ftc(Tì,& a cofa,che tocchi, et riguardi noi : ouero intorno a cofa, che
tocchi lauuerfario noftro : et così ncllvno, come nell'altro modo, o
riguardano 41 il fatto fteilo, o la vita,& i coftumi. Per laqual cofa
è manifcfto, che mai farà per mancarci qualche forte di teftimonij,
chefler portano vtili alla parte noftra. pèrciòchc fe intorno allo nello
fatto ci mancherà teftimonianza, la quale o confenta, et conuenga in aiuto
noftro con quello, che diciam noi, ouer fia contraria, et difcrepantedaqucl,
che dice l'auuerfario; almcn non cidouerà mancar teftimonianza intorno
alla qualità della vita, et de i coftumi, laqual faccia fede della bontà, et dell
equità noftra, ouer dcll*iniJL Trìmo libro \ iot 41 dell'iniquità, Se
malitia dcH'auucrfario • L'altre cofe poi, che polfono occorrer di
ponderarli, Se di conliderarlì intorno alle f erfone dei tcltimonij,
com'adir fc lon'amici, o nemici, o nè vn, ne l'altro ; fc fon pedone di
buona fama, o di mala fama, o tra l'vn, et l'altro, Se tnttelaltre in
fomma così fatte dirTcrentie di condirioni, et di qualità, da quelli
fteffi luoghi fipotran trarre, et di inoltrare, da i quali lì poilbn gli
Enthimcmi intorno al43 le medcfimc qualità, trar fuora. Quanto alle fcritture
poi, doue lì contengon conuentioni, Se patri, intanto può hauer luogo
in eiYc 1 vfo deli'oratione,inquanto lì cerchi,o d'ingrandir il lor
valore, o di deprimerlo, et d'annullarlo : et oltra ciò di farlo apEarire o
credibile, Se di fede degno, o per il córrano di poca credi ilità, Se di
poca fede, peròche fe vedremo, che le pollano cfler>evtili a fauor noftro,
alhor c'ingegneremo di procacciar loro autorità, Se credibilità* &c il
contrario faremo fcle conofeeremo 4J in aiuto dell'auuerlario. Et quanto
prima all'aggiugnere, o al toglier loro autorità, credito, Se fede, non e
differente il far quello, dal trattamento, che s'habbia da far'intorno ai
teftimonij. conciolìacofachc quali faranno i coltrimi, le conditioni, Se
qualità di coloro, c'habbian diftele, o fofcrittte ledette fcritture,
o lehabbiano apprelTo di lor cóferuate, Se faluate,talc ancora riabbia da
effer la fede, l'autorità, Se la credibilità d'elfe fcritture. Cafo
adunque cheli truouino, o lì pruouino autentiche corali fcritture, Se tali
in fomma, che confclTar fi debbi, o negar non Ci 47 polla, che le lìano
fiate fatte; alhora fc i patti, che vi fi contengono, conofeeremo, che facciano
a proprio fauor noltro, doueremo ingrandir 1 autorità, et la validezza,
c'han da portar leco i patti, et le prillate conuentioni humane: dicendo non
cllere altro il patto, che propria, et prillata legge, trai particolari in
priuato 48 fatta. Se che i patti, Se le fcritture, che gli contengono, non
dano validezza, forza, Se corroboratone alle leggi, ma ben le leg4$ gi la danno
a' loro. Et che in fomma la legge non e altro ancora ella, ch'vn certo
patto, di maniera che qualunque cerca di tor forza ai patti di mandar'a
terra il valor di quelli, viene a cercar jo parimente di deltrugger le
fteire leggi. Poucmo ancora oltra ciò dire, che per la maggior parte i
negotij, Se le facende, che trà di lor conuerfando, Se contrahendo fanno
fpontancamentc, Se volontariamente gli huomini, fi fanno col raezo di con
tratti, patti; Se fcritture, / o j Della Tintorìe* d
'driftotelcj Se fcritturc, Se in quelle fi contengono. La onde tolta via,
o fatta inualida la forza, Se i'vfo de' patti, et delle fcritturc,
verrebbe parimente a mancare, Se a cadere a terra ogni cambieuol coiti5 1
mertio d huomo, Se ogni trattamento di negotij Immani. Altre cole ancora
fi potrebber dir* accommodatc a ingrandir l'vfo, Se l auttorita de' patti
: le quali aliai facilmente pollono clTer comf i prefe, Se confideratc per lor
medefime. Ma fc dall'altra parte vedremo, ch'i patti, Se le fcritturc fien
contrarie alla caufa noftra, Se in fauore, et commodo deirauuerfario, ci
potrà primicramete in lor deprelììon feruire, Se cfleraccommodato tutto
quello, ch'allegare alcun potesse per impugnare, et ofeurar
lauttorità j j della legge, quando gli fulfe contraria, perciochc molto
fuor di ragion (aria le ftimanflo noi non douerlì dar fede, ne
preftar'obbedientia alle leggi, ogni volta che iiano non drittamente porte, Se
che il Lcgi/lator habbia vfato inganno in porle jhaueiTero i priuati patti
a ritener inuiolabil neceflìtà nell'olTcruantia loro. 54 Potremo ancor
dire non clTerc altro il giudice, che difpcnfatore, Se amminiftratordel giufto
: Se per quello non ha egli da tener confidcratione, Se cura di quel, che
importin le fcritture, Se li patti; ma fol di furto quel, che contenga
maggior giuftitia. 55 Potrcm parimente dire, ch'il giù ilo non può cflergià mai
piegare, Se dillorro dalla fua drittezza : ne ita fottopoilo a inganno,
o a forza, Se violentia alcuna, hauendo egli l'cilcr fuo dalla
natura fteira. doue che i pani, Se le conuentioni, che fanno glihuomini,
nafeer polTon da inganni, o da forza, che gli induca a farle. t 6 Olrra di
quello fi dee por cura fc le fcritturc, et li parti, che il producono, fon
contrari] ad alcuna delle leggi ferine, o ad alcuna delle communi, Se
fes'oppongon a cofe comunemente renu57 tegiufte, Se honelìc. Si deeveder
ancora, fe fon diucrlì, Se repugnanti ad altre fcritturc, Se conuentioni,
chedoppo,o innanzi di quelli, fiano nate fattcpcrciòche o le fcritture fatte
poi fon valide, Se per confegucntele precedenti han del falfo,o non
han valore, oucr per il contrario le fatte prima valide fi truouano,
Se nelle fatte poi, fi conticn fraude, o altro cosi fatto errore. Se
di queiti duccafidouerem cercar di far parer vero quello, che più 58
conofeeremo vtilc alla caufa noftra. Potremo andar con la confideratione
inueiligando ancora intorno all'vtilità, feda qualche Cofa, che fi
contenga in quei patti, che fi producono, o fe dalla fede, che fi predi a i
patti, può feguir'occauone dcfidcrofi di vederle. Contcngon dunque
le dette righe quelle parole. Ju 5 *iynv fri Cvk «WaM»0hW/ Caffdurot
•Tofà.oìyaf rtpoì, £ A/flo'Jtpfjioh ù ttut 4^«T ( «vite ìuvajoì, "flua/ert
tyK rt rat t ivttyt&f* il j Jh A5Ì, ^ Ìu*MjC»7f ■vfo 70 v TctV
Àva.yxct.i /A7k etw^/ ' X«t7*0et/:/fei/Vir, ù'vAV&t ir/roV ìk
(Sardi'oif. Legnai parole m no firn lingua pòtrebberò effer quefìe^j. Mala
di meftier di dire, che le torture non cótengon fecura, Se certa verità,
conciofiacofa che molti fi truouino, li quali hauendo le carni, et la
pelle quafi di fallo, Se l'animo forte, Se a Sopportar potente, vincon con
lalor coftantia, Se con la lor'oflinatione ogni neceflìtà, che porti la
pena, ci dolore. Se altri per il contrario fi truouano, che vili d'animo, Se
delicati, Se molli del corpo loro, prima che fi veggano a pena dinanzi a i
tormenti, reftan fu perati daquelli. Perla qualcola none da preftar fede a
quella tcllimonianza delle torture. Qnefie fon dunque, in fiftantia
le parole, che eorrejpondono alle greche già dette^j. tJHa ritorniamo hormai al
legittimo teli fio nostro, fegue adunque ^sfrittotele così. 6 $ Quanto
apparrien poi al giuramento, in quattro modi può occorrer, ches'habbia da
trattare, Se da confiderare. perrioche t» noi lo concediamo, et concedutoci
l'accettiam di fare,o noi non facciamo ne l'vna, nè l'altra di quelle
cofe,o noi ficciam Tvna, et non l'altra. Se quello in due modi, peroche o noi
concediamo il giuramento, ma non accettiam di farlo, oucro accet66 tiam di
farlo,ma non lo concediamo. Se tutto quello altrimenti s'ha da confiderai
quando fi fi a altra volta giurato, et altrimenti quando non fi fia giurato. Se
quando fi fia giurato, altra confidcration s'hà d'hauer fe harem fatto il
giuramento noi, et altra 6j Ce l'harà fatta l'auuerfario. Se offerire
adunque Se conceder non gliel vogliamo, douerem dire non voler metter'il
giuramento in man fua, perche conofciamo,che facilmente faria egli per
giura6% rcilfaliò. Se potrem foggiugner' jchcrauucrlario
rcftarebbcgiu rando afibluro dei danari, ch'egli ci dee, doue che s'egli
non giura, teniam certa confidentia, ch'egli habbia in giuditio da cf6$
ier condennato a pagarccgli. Potrem parimente dire, c hauendo noi pura depcnder
da pericol di giuramento, vogliam più tolto; Se molto più ragioncuol cofa
è, depender da quello de gli Jl Primo libro. 1 oj fteffi giudici,
pcrciòche nella bontà, et rcligion loro tcniam fe0 de, Se non in quella
ddl'auuerfario. Male non ci verrà bene d'accettar Toner ta, che ci fa
l'auuerfario di voler egli ftarc al noftro giuramento ; doucrem dire, che
per cagione di danari, cagion così friuola, Se così leggiera, non ci par
cola honefta ii 1 giurare, foggiugnendo, che fé noi fulfimo impij, Se
nemici del giulto, non recuferemo di farlo : percioche lapedo noi, che
giurando ricupereremo, Se confeguiremo quello, che ci fi dee, Se non giurando,
nò, certa colà è, che meglio faria 1'efTer'ìniquo per cagion di
qualch'vtilità, che per cagion di nulla. Ci che per quello appare, che fol
percaufa d'honeilà rccufiam di giurare, i Se non per tema di cómetter
fpergiuro in giurare il falfo. Et in quello propolito potrà parimente
quadrarci conuenir quello, che foleua dir Senofane, non elìer pari la
prouocatione,ch'a giurar faccia vn'impio, ad vno altro che tema Dio : ma effer
limile alla prouocation, che facente vn'huom gagliardo, et robufto della
perfona, in prouocarc a dare, Se riceucr pcrcofle, Se pugna, 3 vn'altro,
che debole, Se infermo fu Uè. In calo poi, che ci venga commodo d accettar
di giurare, ellendoci il giuramento offerto dall'auiicrfario, potremo
primieramente dire, che ciò facciamo ; perche vogliam piutofto credere,
alnoftro giuramento, et ftar* alle fede di noi medefimi, cllendo in noi
confapeuoli della men\ te noftra, ch'alia fede dell auuerfario. et potremo
parimente ri» uolgerc, &accómodar'amodo noftro ilmedelìmo detto
diSenofane, diccdo,andar la cofa vguale, ouer'cfler la cola pari, quado vno
impio prouoca a giurar'vn, che tema Dio, e egli accetta c l'offerta, Se
giura. Aggiugnereino ancora parerci cofa indegna, Se fuor d'ogni
ragioneuolezza il recufar noi di giurare in quella (Iella cauta,
nellaquale riccrchiamo,& afpcttiamo,ch 'i giudici fecondo il giuramento da elfi
fatto, proferifean la fententia loro. C Mafe finalmente ci tornerà bene
d'offerire, Se concedere il giuramento all'aiiuerfario, potremo dire, che ci
paia cofa pia, Se rcligiofa il voler commetter tutta la caula in man de
gli Dij, Se 7 alla cura loro : Se che non vogliamo, che all'auuerfario
noftro faccia di bifogno di ricercarla decilìone di quella caufa da
altri giudici, che da fe nello, dandogli noi arbitrio, Se autorità
di deciderla, et giudicarla col luo giuramento da fe medelimo. 8 cV
che cofa aito rda, Se fuor di ragion farebbe egli, s'eirecufafO fc di 7 o
6 Isella r R(torìca d*^4riBotelc^ fc di giurare in quella (tciTz cofa,
nella quale egli filini eflcr do7^ ucre, che gli altri, cioè i giudici llcllì
giurino. Hor'hauendo noi ad vn per vno patitamente dichiarato, come
fihabbian da trattar tutti li quatro modi divfar' il giuraramento,
potrà da quello effer raanifcfto ancora, come s'habbian da trattare, et da
vfare,fe più di vno di tai modi, fé prcndon congiunti 80 infieme. com a
dir fé noi accetteremo l'offerta del giuramento, ma non già l offeriremo, o lo
concederemo, ouer fc ci piacerà di concederlo, et offerirlo, ma non
d'accettarlo, o fe vorremo et accettarlo, 8c concederlo, oucro offerirlo
infieme, ofe finalmente non ci contenteremo di far nèlvnacofa,
ncl'altia. 81 conciofiacofa chceflendo così fatti congiunti
necelTàriamente comporti de i già detti, et affegnati modi ; parimente
farà neceffario, cheli trattamenti, et le ragioni di tai congiunti, fian
compone de i trattamenti, et delle ragioni, che già fi fon partitaméSi te
dichiarate, &c inoltrate ad vn per vno ne i detti modi. Ma fe gli
accafeherà, che già riabbiamo per innanzi altra volta giurato cofa, che fia
contraria a quello, ch'ai prefente diciamo, et ci offeriamo, oucraccettiam di
giurare ; doneremo dire, che non dee per quefio il precedente giuramento
(limarti fpergiuro. Sj perciòchc cllendo lo fpergiurare vna fpetic di fare
ingiuria, et non potcndofi chiamate ingiuria quella, che nó fi fa
Ipontancamenre, Se volontariamente, ne feguc, che non ellendo fpontanco, Se
volontario quello, che l'huom fa, o neceflìtatoda forza, 0 indotto da
qualch'inganno, come e accaduto a noi nel giuramento per innanzi fatto; non dee
per confeguentc fpergiu84 ro nominarli. Et qui farà ben di inoltrare in che la
toltantia dello ("pergiuro confida : affermando, che dalla mente
dependa, 85 8c non dalla lingua, di colui, che giura. E r fc dall'altra
parte 1 auuerfarion olirò farà (lato quello, che per innanzi altra
volta riabbia giurato cofa, che ila contraria a quello, ch'ai prefente
dice; potremo in tal cafo dire, che il voler* egli non tener valido, et non
Ilare a quello, c'habbia vna volta giurato, non è altro, ch'vn %6
confondere ogni cofa, et fouuertere ogni ragione h umana, percioche non per
altra cagione, fenon per quella, cioè perhauer per fermo, et Ilare a
quello, che fi fia giurato, non ofano i giudici di fcruirfi delle llelTc leggi
nelle fententic loro, fe non fan giuramento prima. et riuolgendoci a i
medefimi giudici foggiugneremo. Noi dunque ricercherem da voi, Se flimaremo,
che vificonuenga di fhr collanti, et haucr per fermi i
giuramenti noftri, et noi tituberemo, et per validi non haremo i noftri
ì 88 Altre cofe ancor potremo aggiugnere, cioè tutte quelle,
che fiano habili ad amplificare ampliando la bruttezza delio
fpergiuS 9 tradotta in lingua volgare da M. tsrfejfandro Ticcolomini.
DELLA RETORICA D’ARISTOTELE à Theodetto, TRADOTTA IN LINGVA
VOLGARE Da P. c Del bifògno> eba l'Oratore della cognttton de gli
affetti, (ef pafìoni humanc^. Qva 1 cofe fàccia di bifogno
d'haucre l'occhio in fuaderc, in di (Fu ad ere, in biak mare, in
lodare, in accufare,& in difendere, et quali opinioni, et propofitioni
elTer pongano vtili a far fede i n tutte quelle opcrationi,può ellcr
manifcfto per quello,che fin qui li e detto, percioche di quelle cofe, et a
quelle cofe, c'habbiam noi allignate, deon dedurli, &deon hauer
riguardo gliEuthimemi, che (cparatamente in ciafehedun gcncr d orationi,
addurre, Se vlar fi O ij deono. ioS ^Della Ttgtprìca d[c_j 5
cleono. Hor perche qucft'arte della Retorica ha da terminar Tempre in
qualche adcnlo, o giudi tio, che ne faccia chi ode ; per cagion del qual
giuditio fi pone in vfo, pofeiache lcilcde confultationi ancora, nò padan
Icnza'l giuditio di color, ch'odono, Se il Tentennare dello nelle caufe
forenfi, non è altro, che giudi4 tio; è neceflano pcrqueito, che non folo fi
procuri, che la orauon fia tale, che pofla con pruoue, Se con argomcti far
fede, ma che s'ingegni ancor colui che parla, di far parer fé ftedo
della tale, Se della tal qualità formato, Se renda colui ch'ode, et giudica,
in qualche maniera qualificato a modo, et commodo fuo. 5 conciofiacofa che
alla perfuatìone, Se alla fede, che s'hà da fare, grandemente importi,
principalmente nelle confultc, et dipoi nelle caufe giudiciali ancora,
l'apparir più d'vna qualità, che d'vn'altra qualificato, et difpolìo
colui, che parla, Se l'ederappreflb di color, ch'odono in opinion
d'affettionato, Se ben verfo di lor difpofto, Se 1 edere oltra ciò più ad
vna difpofition, che ad 6 vn'altra inclinati, et volti color,
ch'afcoltano. Et quanto primamente all'apparir colui, eh e parla, della tale, o
della tal qualità difpofto, prcualc, Se e vtil quefta cofà principalmente
nelle de7Iibcrationi, &cófultationi. ficome dall'altra partel'cflernella tale,
onella tal maniera inclinato, comroodò, Se alterato l'afcoltatore; preuale
fpetialmentc nelle caufe giudiciali: pofeiache nonlemedcfime cofe paiono
da edere approuateacolor, cheamano, Se a color, ch'odiano, ne le medefime a
color, che fono accelì d'ira, Se a quclli,chc d'animo mite,& placato fono :
ma paion loro o in fe diuerfe,o totalméte appofte, o almen'in
quatità,cVgradezza differcti aliai, imperciòcheacolui ch'ama,parrà
fa cilmcte,checolui,dcllacui caula hà egli da fai giuditio, o no
hab bia fatto ingiuria,oleggieriiÌjmarhabbia fatta: Se a colui,che
l'ha f in odio>tutto'l còtrario pare.Parimcte colui,che fuole
auidaméte defidcrare, Se cófidctemctc fperarc ; fe cola futura fe gli
offenfee l'ani nio,ch' egli pcfi,che lìa per recargli diletto,facilméte
s'indu-r rà a creder, che fia per fucccdcre, Se a ftimarla, per cofa
honefta. doue che tutto'l contrario farà per parer a colui, chela diio (pregi,
o non l'appetifca, o la ftimi difficile a fucceder mai. Hor quanto
all'cffer tenuti degnidi fede color, che parlano, Se all'cfler lor creduto ;
tre cofe poflbno efTcr di ciò cagione, pofaachc ultre turile fon le cofe,
mediami le quali, ultra le pruoue, Se Jl ne, &r gli argomenti,
ci induciamo a dar credenza all'altrui paro11 le. et quefte fono la
prudentia> la bontà, et la beneuolentia, che 11 s'habbia in opinion
trouarlì in colui, che parla, cócioliacofa che per caufa della mancanza di
quefte tre cofe dette, o d'alcuna d'effe, polli accader, che s'ingannino, Se
quel, che non conuenga diI) cano color che parlano, o dan configlio. peroche o
per imprudentia,& poco faper, non bene (limano, o intendon la cofa, dclla
qual parlano, o le pur non s'ingannan nella Iti ma, et nell opinion che
n'hanno; nondimeno per malitia, Se per iniquità non voglion dire, o far
manifefto quello, che veramente conofeono. 0 ver finalmente fé prudenti,
Se non iniqui Tono, fon nicntedimanco poco amici, o beneuoli, Se per tal cagion
s'aftengon da'l dir nei configli loro quello, che veramente conofeono,
cirereil meglio, Se potere ellcrc vti le. Quelle tre dunque fon
lecaufe, Se non altra fuor di quefte, per vna, o più delle quali,può chi
par la non dir quel, che conuenga. Onde è necelTario che colui,
che farà ftimato hauere inlìemcmenre tutte quefte cofe
habbiada trouar'apprellb di chi l'afcolta, credito, et fede alle fue
parole. Hor donde, cV: in quii modo lìen per poter fare appari re
altrui color, che parlano, d eller prudenti, Se virtuoil ; fi può
facilmcn te trar da qucllo,chintorno alle virtù diltinto,& dichiarato
riabbiamo : pofeiachei medelìmi luoghi ci polfon feruirea fare, Se 1 8 gli
altri, Se noi apparir per honefti, Se per virtuofi. Della beneuolentia, et dell'amici
tia poi, potrà quanto appartenga a quella, renderli manifefto in quello,
che verremo al prefentc a dire de 15 gli affetti, Se palli oni humane. Et
quelli intendo io efler gli Immani affetti, liquali commouendo, et alterando
l'huomo,fon potenti a variare,& diuerlìficare in lui li pareri, Se i
giuditij fuoi. a i quali affetti, due di lor feguon dietro, cioè la
moleftia, e'1 piacere. Et gli affetti fono, come a dir, 1 ira, la compalfione,
i l ri— 10 more, Se tutti gli altri coli fatti, Se li lor contrarij.
Inciafchcdun de i quali fa di bifogno, ch'in tre parti andiamo nel trattar
d'effi diftinguendo le cofe, che s'hanno in quelli da confidcrare.
com'a dir(per efTcmpio)ncirira, in che maniera (ìan dilpofti quelli,
che fi fogliono accender d ira ; et con tra di qual forte di perfonc
foglia Thuomo adirarfì j Se per cagion di qnai cofe foglia finalmente quello
auucnire. conciolìacofa chefenoi harem notitia d'vna di quefte cofe, o di due,
Se non di tutte a tre, impoflìbil ci fia dimuoucno *DelU ^Retorica d*
Aristotele di muouere, o eccitar ad ira. Et il medefimo s'ha da
intender negli altri affetti. Nella maniera adunque,che nelle già di
fopra trattate materie habbiam fatto in diltinguere, et allignare
appro priate propofitioni ; parimente in trattar di quefri affetti faremo
diltmguendo, Se allegrando in ciafeheduno affetto fpetiali propofitioni
fecondo 1 già detto modo. Dell' affètto dell 'Jra. Ntendasi per hora adunque
effer l ira vn pungitiuo, Se atfliggiriuo defiderio di vendetta, che fu a
chi la riceuc manifcfla ; nato in noi da apparente vilipendio, che ci paia
fatto fuor del douerc contraili noi, o di pedona a noi congiunta, et apparte x
nente. Hor elfendo tale l ira, quale l'habbiam deferitta ; ne fcgue di
ncceflità, che colui, che s'adira; s'adiri fempre contradi perfona
particolare, o ver fingolarc, o indiuidua, che la vcgliam dire, com a dir
coatta di Cleone, Se non contra dell huomoin genere : Se che colui contra
del qual'ci s'adira, habbia o contra di lui, o contra d'alcun dei fuoi
fatto qualche cola di maleo moa Itrato euiden temente animo preparato a volerla
fare. Etèparimentc neccflàrio, che ad ogni ira fempre fi congiunga, Se
fegua vn certo piacere, et vna certa voluttà, che nafee dalla fperaza
del vendicarli : elfendo cofafoauc, et gioconda il penfarc,&
hauere opinion di confeguir le cofe, che ìì dclìderano ; ne alcun e,
che defideri quelle cole,ch'cgli Itimi cllere a lui imponibile il
confeguirlc : Se colui, che è prefo dal'ira ; defidcra cofe, ch'egli
lutila 4 clfcra lui polli bili. Onde accommodatamente, et con gran ragione
fu in proposto dell ira detto, che l'ira più dolce del ben } purgato mele,
cade ltillando ne i perti de gli huomin forti. Seguita dunque, Se Ci congiugne
vn cofi fatto piacere, Se diletto alFira, olerà la ragion detta, per quelì
altra ragion'ancora,• perche ftàdi continuo l'irato in vna certa forte
immaginatone, Se cogitatione,& difeorfo d'animo intorno alla vendetta,
ch'ei penla € fare, laqual vehemente, Se gagliarda immaginationc, &:
ruminatone viene a caular voluttà nel modo, che la cagionan
quelle immaginationi di cofa, che piaccia, lequali dormendo ne i
fogni 7 accafeano. Hor perche il vilipendio non e altro, eh' vna certa
eC pprefl!one,& attuale inditio d'opinion, che s'habbia d'alcuna
cofa 8 come fe di nefliin conto,& di ni un pregio fia : pcrciochc le
cote, che fon da noi giudicate o buone o rce,o almen tali, che a cofi
fac te conducano, Óc rifpetto tengano, fon parimenieda noi tenute, in
qualche confidcrationcodi bene, odi male,* doue che quella, che noi
giudichiamo, come fé niente fulIero,o almen come che o nel bene, o nel
male di piccolifllmo momento fiano, vilipendiamo, et non ne facciamo ftima,n£
le tcniam degne di coniide} tarli in elle; nefegue che habbia per quefto da
(apere,che tre forti, o vero fpctic fi truouan di vilipendio ; chef«no il puro
dilpre gio, il difpctto, et la contumelia, o ver oltraggio, o onta che
le 10 vogliamdire. Percioche quanto primieramente al puro difpregio>
colui che difpregia, non e dubio, che non vilipenda : pofeia che
difpregiando noi quelle cofe, che di ncllun conto degne teniamo ; 6c {'olendoli
vilipender cofi fatte cole, ch'in nitìna ili ma fi tengono; ne fegue, che
il difpregio fiafpetie di vilipendio, i x Parimente colui, che fa
dispetto, moftra anche egli di vilipendere : conciofiacofa che il di/petto non
fia altro, ch'vn cercar d impedire, interrompere, et d opporfi in fomma a t
voleri, et a i dilegni altrui : non perche a noi di ciò qualche commodo, o
vtil 11 venga; ma perche noni habbian gli altri. Facendo noi
dunque quello, non a fine> che cofa alcuna ce ne venga, veniamo
confcguentemente a farlo per vilipendio quali che coli a vile tcniam quel
tale, che vilipendiamo, come s'ei non valellè nulla, ne in 1 5 ben, nè in
male: ellèndo chiara colà, che noi miniamo, eh egli in cola alcuna non ci
polfa nuocere : pofeia che quando ciò non illi mallimo, temeremo del
danno, ch'ei ci potette fare, ik per confeguentenon lo vilipenderemo. parimente
(limiamo, che in co* fa alcuna, eh importi nulla, giouar non ci polla :
pofciachequani do cofi ili ma filmo, procurammo, &c porremo fiudio di
farlo be14 ncuolo, cV amico noflro. Medcfimamenre colui, che fa onta,
o ver contumelia, vicn ancora egli a vilipendere; confiftendo
la contumelia in cagionare in chi fi fia qualche nocumento, o moleftia in
cofe ch'imporrino ignominia,& vergogna in chi le riceue. et ciò non per che
colui, che lo fa, penfi che habbia a refilltargli per quello altra cofa, che
quello Hello fatto, o perche altra fimil cofa na Hata fatta alni ; ma Coi
per cagione di quel piacere, j j et diletto, che gli ha di farlo. percioche
di coloniche ccrcan di render il
male, a chi male habbia fatto a loto, non diremo, che in ciò
contumelia facciano, ma vendetta. Et la camion del piacere, et del diletto di
coloro, che fan contumelia conliftc nel parer loriche con fare oltraggio, et mal
trattamento ad altri, ne rifiliti maggiorracrc ad cflì vna certa fuperiorità
d'eccedere y Se per que Ao auuicn, ch'i gioueni, 5c i ricchi lìan per
natura oltraggiofi,& contumcliofi : come quelii,che con far contumelia
prendono in 1 8 loro fteffi opinion d'eccedere. Vilipende dunque chi fa
contumelia per eilcr proprio della contumelia il non tenere in
alcun pregio, et in alcana ftima, cV chi non (urna, ne tien in
pregio,nó e dubio, che non vilipenda; pofeiache la cofa eh e tenuta a
vile,o per dir meglio, e tenuta in nulla, neilun pregio, o ftima
ritiene, ne in mal, ne in bene. La onde Achille tutto adirato dice,Non ha
gli fatto conto,o ftima di me: perochc hauendolo a me tolto, gode egli, et
poflìede quello, ch'i Greci tutti in han dato in dono. et altroue dice, Egli
non altrimenti mi tien in cóto,che s'vn vii difeacciato ribello io fulfe. Le
quai cofe dice Achille, come 20 chequefte fu (Ter folo le cagioni, che l
infiammauan d'ira. Et ci pare, ch'a color mafllmamente conuenga il far
grande ftima di noi, liquali ci fiano inferiori di nobiltà, di potcntia,
di virtù, et di quelle cofe in fomma,nelle quali di gran lunga ftimiam
d'eccc % 1 dcrgli, et auanzargli ; come nelle ricchezze(per clfcmpio) dal
rie co è ecceduto il pouero : nella facilità del dire, dal facundo è futi
3 perato colui, che non può a pena la lingua feiogliere ;
nell'autori tàdal principe è fuperato il fiiddito 9 et da chi fia degno di
comadare,& di dominarc,colui che fi a degno d'obbedirc,cV d eller 13
dominato.Etperò fu ben detto,potcntiflìma è l'ira de i Rè, quali che
nutriti dal fommo Gioue. &c quell'altro detto ancora : EeH ferba per
doppo l'ira, per fatiarfi co lavendctta.& qucfto accade, perche
grandiftimofdegno concepifeono i potenti per il lorocc14 cedere. Color'ancora
ftimiam noi, che conuenga, &ragioncuol (ìa, che ci habbiam d'hauer
rifpetto, et da tenere in conto, da i quali ci pardi poter con ragione
afpettar di riceucr bene. et tali fon quelli, a cui noihabbiam già altra
volta fatto benefitio, o fac ciamo al prefente, o noi fteflì, o alcun
noftro congiunto, o perfo na, che ci appartenga, o altra perfona perordin
noliro : o vero 16 habbiam pronta volontà di farlo,* o Ihabbiamo hauuta.
Da quelle cofe adunque, che fi fon dette fin qui, potrà hora agcuolmcntc renJl
Secondo libro • / ; j te render fi manifcfto,in che maniera difpofti, et qualificati
fiati quelli, che adirar fi fogliono: Se conerà di quali, et per cagion
di quai cofiòs'acccndon di tararTetto.Perciochequanto primierame te a
quelli,chc s'adirano, facilmente a ciò s'inducon le pedone, quado in
qualche molcma, o dolor fi truouano. cóciofiacofa che tempre in color, che
fon punti, et afflitti da dolorc,bifogna che fi 1 8 truoui desiderio di
qualche cofa.onde qualuquc,o direttaméte al confeguimento di qualche
defiderio loro fi contraponc, come faria (e ardendo effi di fete, non gli
lafcialfc bere, o ver te non direttamente, al meno in quaì fi voglia modo non
adherifca loro, mafia loro di ri tardati za,o d'impedimento ; nel mcdelìmo
modo tp para loro di Tettarne oftclì. Ers'alcun s'adopra incontra per
impedirgli, o s'alcun'altro non s'adopra per compiacergli, et per louuenirgli,
o ver Te in qual fi voglia altra cofa, mentre che (tanno in qucll eiTere ;
alcun fia, che punto dia lor diiturbo ; contra tutti quelli s'accendon d'ira. Laonde
quelli, che fon molcftati da innrmità,quelli,che fono opprelTì da pouertà
; quelli, che fon grandemente innamorati; quelli, che (cntono ardente
fete, &c tutti in fomma quelli, che gran cupidità tengon d'alcuna
co(a,£\: quella non confeguifeono ; fon'iracondi, ella %lortca
dXriftotck^ fecondo ch'egli dclìdera, maggior piacere, Se diletto fente,
Ce 3 € quella fuor d'opinion Tua, et da lui non afpcttata,adiuienc. Onde
può da quefto apparir manifefto quali occalìoni, quai tempi, quai
difpohtiom, quali età Han più facili, et più accommodar a dar cau(a,&
fomento all'ira ; Se quando, doue ciò più aeeuol 3S teaccaichi: Se che
quate più di cosifatte condì rioni, et circonftantic accommodatc all'ira, in
chi lì Zìa concorreranno; lanto più verrà egli atto et facile, ad cflèr
con ci tato, Se mollo da questo 09 77*2; f «n dunque,* nella manicra,chc
detto habbiam, dilpoitifoglionoeircr coloro, che fon facilmente mobili
all'ita! 40 condia. Contra quei poi fuolqucft'ah Whauerluoeo, li
quali o prendono a rifo, o beffeggiano, o fchernifcono,o có acuti motti
pungono : concionacela che tutti quelli tali vcgan'in fir q uc41 Ito a dar
fegno di cÓtumelia. Parimen te contra di quelli s'accende 1 huomo in ira, i
quali nuocono, o Ci moftran Contratti in cole, chcilcr pollano inditij, Se
legni di contumelia, Se di vilipen41 dio. Se così fatte par, che necetfanamete
lì pollano ftimar quelV? i ncI,CqU 11 nuoce, non perche filia nccuuta
qualche pitela, Se nocumcto prima, ne perchcqualch'vtile, o comodo
di ciò ne venga: et per quefto può parer, che ciò Ci faccia per
fola contumelia. Contra di color ancora fuole l'huomo
aeeuolraétc adirargli quali lo biafmano, Se con parole fegli oppongono,
Se moftran di no tener di lui ftima intorno a quelle cole, ncllcqua44 liei
[faccia pnncipalmcic profcflioncor ftudio. come (pcrellempio) le cercando alcun
d'eùer tenutoin pregio nella filofofla,fuf4/ le chi moftrairc di rcneilo in
ella in pochiftìma ftima. o fc ftimandofi egli dotato di bellezza, Se di quella
s inuaghilfc, fune chi come poco bello moftraife di giudicarlo, c i lìmil
fi dee dir 4* difeorrcndo nell altre cole. Et molto più ci Cuoi quefto
ancor auucmr quado detro in noi folpichiamo,o opinione habbiamo, cnc
quelle cofc,ncllequaii ci gloriamo Se reputation cerchiamo, o totalmcte
non fiano in noi,o almcn non ci nano in quella perfettone, che vogliara che le
fian tenute, o che fe pur v. fono, fo47 lpichiamo,che non paia nondimen agii
altroché le vi fiano. ma iemoltolalda, et certa farà l'opinione, Se la
certezza no ftra, che tai cofe fcnzaalcun dubio veramete fiano in noi, nò
ci farà tato a cuorc,nc terrem molto in cótoil bialmo, o il difpregio, eli
alcun 4» ne faccia. Appretto di quefto cótra di coloro, che noi
reportagi P amici, molto più,fc ci ofFendono,ci accediamo in ira che
cótra Jl Secondo libto. / rj di quei, che no ci fon amici: peroche da
eli] ftimiam concnir più torto d'haiicrc a riceucr bene,c'hauer p il
córrano a rice uer male. Mcdefimamcte color, che fon (oliti d'honorarci,
Se d ilanerei m còro, Se in cófideracioiiCjfcgli accafea poi, che non fegu
in di far più qucfto, ci cóciran facilmente ad ira. cóciofiacofa clic
agcuolnicrc potiam da qucfto cóicrtnrare, che ci deprezzino, Ov a vii
ci tégano.pofciache fe quello no fulTe, fegiiircbber di far quel,
che faccuan pi ima. Color parimcte eccitar foglion córra di le 1
nano ftra,i quali hauédo nceuuto benefitio da noi,nódimeno nelle
no ftre oc coi rene nó ne fanno a noi, ne fi curan di renderne il
córracablo. Se quelli ancora, i quali nelle lor'arrioni (on conrrari]
alle ji noftre,eirendo etì] nódimen inferiori a noi. Se quello
ciauuicn perche tutti queftì, cioè gli virimi, c'habbiamdcrri, &li
precedétedino indino di poco apprezzarci, Se di nó renerei in còro,
que 111 come ch'inferiori loi lìamo,& quelli, come che da inferiori
be 54 netìrio riccuuio riabbiano. Oltra di quello maggiormente
ancor prouocan conrradi (e 1 ira nolrra quelli, eh eilcndo huomini
di niun .òro, Se di niun valore.cV: tenuti in nulla, moftran nódimenodi
deprezzarci, Se di vilipéderci.pofciachegià habbiam deferi uédo l ira
luppolto nafeere ella,c\: cagionarli dal viIipcdio,chc có 55 tra di chi nó
cóucnga, fuor di ragione, et del douer li faccia : ne è dubio,ch'a gli
inferiori nó cóucga nó vilipedcr i lor fupeiiori,ma 56 più torto
honorargli,& tenergli in cóto. Color parimctc,chc noi teniam per
amici, le non dico ben di noi,&: có parolc,o con opre non lì moltrano
in fauore, &: in aiuto nollro, (oglion facilmente 57 prouocarci ad
ira: et molro ancor p.ù fe il cótrario fanno. Et ancor fe cadendo noi in
mamfelto biiogno d'alcuna cola, eglino nó 58 rauuerti(cono,& nó vi
volgo l'animo. lì come da Antifonte è introdotto Pleirippo, che per tal cauia
s'adira còntradi Melcagro. rp Se quello auuicne perche quel nó auucrtire
Se nó por cura, è manifeltofegno di ditprczzamcto,& di tenere altri in
nulla : potei a che le cole,che premono, èv lon'a cuore, nó (oglion
pallar'ignote 60 Se nó atterrite, òentiam medelimamcte inliamarci d ira
córra di quellljchene noftri infortuni) gioi(cono,& fi rallegra no. Se
córra di quelli 1 foni ma, che p quali li voghan noftre mi(cric,cel/a
^Retorica d y jérìttotelt^ 6} moleftia, o difpiacer ne venga. Et di qui è,
clic facilmente ci adiriamo contra di quelli, che ci portan qualche mala
nouclla,ella Storica d'Arinotela mieramentc adunque altro non etter la
placabilirà, clic vn cer| co quieramento, pofamenro, et ccllàtion dall'ira. Hora
clfendo, che gli huomini ( come già Ci e detto ) s'adiran principalmente contra
di coloro, che gli difpreggiano, et vilipendono; &: ellendo il
difprezzamcnto, ci vilipendio cola (pontanea, o ver volontaria ; è mani fedo
per quello, che verfo di coloro > 1 quali o non faran cola, eh cllcr polla a
dilptegio, o vilipendio nollro ; o contra del lor voler la faranno, o almen ci
paria, che coli la facciano; manfueti, cV placati ci renderemo. 4 Et verfo
di quelli ancora, i quali vorrebber volontieri haucre 5 fatto il contrario
di quello, che conerà di noi han fatto. Verfo di quei parimente dineniam
manfueti, et placati, i q tuli quello dello c'han fatto contra di noi, han
fatto parimente vcrlo di loro fleffi : non parendo vcrilimil, che alcuno
vii difprezzamcnto » vilipendio,& Icherno verfo di le medefimo. E
quello dello ci auuien verfo di quelli altri ancora, i quali confcllano il
fatto, et infiememente modran pentimento di quanto contra di noi riabbiano
operato, percioche accettando noi quel lor dolerli, et pentirti, in luogo quali
di lor gadigo, et di lor punitionc ; viene in vn cerco modo a fatiarf\, óc per
confeguente a mitigarli 1 ira già conerà di lor concepura. di che ci può clfere
inditio quel, che li vede tu frenire nelgalbgare, et punirci ferii i :
pofeiache quanto più opinati danno in negare il fallo, et in opporli
contradicendo ; tanto più feueramentc, et con più irato animo gli
gattigliamo, doue che per il contrario le confettando cflì Perrorloru. «Se
di efler per tal'errorc a ragion galligati, feniiamo in noi (ubilo
in gran parte mitigarli 1 ira. Et la ragion di quedo li dee dimar, che
fu, che il negare odinaramente le cofe apertamente manifede, fa inditio, et argomento
di sfacciata impudentia, et di mancanza di verecondia : tk l'impudcntia,
et l'inuerecondia, par che liano vna forre di difprezzamcnto, et di
vilipendio. Se che ciò da il vero, alla prefenna di coloro, che noi nulla
filmiamo, et reniam grandemente a vile; verecondia giamai aleuto na non
fogliamo hauere. Manfueti, et placati ci lodiamo rendere ancora verfo di
quelli» i quali ci li modran o humili, fegue che noi moftriamo :
difHniendo prima,chc cola Iia l'amici tia,& fa t£ mare ftclTo. Intendali
dunque per hora, altro non cfler l'amare, ch'il delìdera re all'amato cofe,
che noi (limiamo ellèrgli beni : Se ciò non percaufa nollra
propria, ma per caufa dell'amato (ietto : con procurar con ogni
diligenti* 3 fecondo le forze noftre, ch'egli le conleguifca. L'Amico poi
s'hà 4 da fumare elfcr quello, il quale amando lìa ancor riamato.
Onde color fi Iti meranno,& reputeranno d'elfer tra di loro amici,i
qua liharanno opinione, et credenza d'elfer cambicuolmcntc l
vn verfol altro nella maniera, c'habbiam diftìniro l'amare, Se l'ami5 co.
Siippoiìodunqucpcr vero tutto quello c habbiam detto,ne fegue
nccclfariaraentc, che amico d vno farà quello, il quale infiemeancora elfo lì
rallegrarà delle prol perita di quello, et li con dolcrà delle cofcauuerfc,
Se delle infelici, Se non ad altro fine, 6 ne per altra cagione, che per
cagion di lui. percioche rallegrandoli, Se fentendo diletto tutti gli huomini
generalmente in vede re effettuar le cofe fecondo ! volere, Se defidcrio
loro, Se rattrilìadoli, Se fèntcndo dolore quando per il contrario accafeano;
ne fc gue, chele tnftczze>ò\: fc voluttà lìen grandinami inditi) delle
vo 8 lontà de eli huomini. Color mcdclìmamentc fon tra di loro amici,
a i quali le medcfime cofe fono, o ver paion buon e, et le mededmecattiue.
et quelli parimente, ch'alle mededme perfonc fono amici, Sfalle medeìime fon
nemici : percioche in cai cad vengon nccedàriamente a rincontrar con le
volontà nelle medefimecofe : onde volendo, Se delìderando ciafchcdtin de (fi »
le cofe mededme a Ce dello, chei vuole, Se dclìdera ali altro, vien 1 1
per quello a potere elfergli (limato amico. Quanto a color.che Sogliono
edere amati, fon primieramente da noi amati quelli, da i quali habbiam
riceuuto benefiti;, o noi ftedì, o alcun di quelli, che ci fon (ommamente
cati, o che fon lotto la protettionc > et cu ra nodra : et madì
inamente fé grandi fono dati li benefìrij, o fé prontamente fatti, o fe
nella tale,& nella tale occa(lone,& oppor tunità di tempo, o fe
non ad altro tìnc,chc per fola cagion di noi. ti Et parimente lon da noi
amati, fe quantunque non habbian fatto per il pallato benefici j, com'habbiam
detto, conofeiamo non.dimeno, c'han difpofta, Se pronta volontà di farne.
Sogliamo mcdefimamcnte amare gli amici degli amici nodri,& coloro' che
amano quelli iteflì, che (on da noi amati : ne manco quegli ij altri, che
fono amati da quei, che noi amiamo. Et ol tra ciò fogliamo amar coloro, che fon
nemici di quei m edelì mi, de i q ualt damo nemici noi ; Se color
parimente, che portano odio a quelli (ledi, che fon da noi odiati ; ne
manco ancor quegli altri, che fo16 no odiati da quelli, che noi parimente
odiamo, percioche a rutti quefti, c'habbiam raccontati, vengono a parer beni
quelle deffc cofe, che paiono a noi ; Se per confeguente veniamo a volere, Se
desiderar cod fatti beni in loro : il chegià habbiam detto eder 17 proprio
degli amici. Amiamo medefimamen te coloro,che fon foli ti, Se atti
abenificarc, tk giouare altrui, Se madìmameute in danari, Se in cofe,
ch'importano alla faluezza della vita, Se della 18 fallite noftra. Onde
auuien, ch'i liberali, e forti fian ben voluti, et honorati generalmente da
tutti. Amate fon patimcntc da noi le pedone amiche del giù Ilo, 6e tali
(limiamo eder quelli, che nò afpiran, ne cercan di viuer di quel de gli
altri, o con pregiuditio 10 di chi Ci voglia. Se cod fatti fon quelli, che
ftan contenti in procurar di foftentard con le propriefodantic,& fatighc
loro:quali fi dcono dimare eder mammamentc quei, che fono amarori
dell'agricoltura, &: dalla cultiuation della terra viuono : Se
quelli mededmarnente, che con 1 induftria, Se opera delle proprie
ma. 11 ni, pi oueggono alla vita loro. Appredo di quello fogliamo ama
r Q_ ij quelle perfone, che in tutte le loro arcioni foglion inoltrar
t'em* perantia Se moderna : conciofiacola che da coli fatte perfonc,co11
me da non ingiufte, non fi foglia temei • d'ingiultitia alcuna. Et per la
mcdefima ragione amiamo ancoi coloro, i quali non curiofi > et tra negotij,
et liti Tempre inquieti ; ma tranquilli nella *3 lor quiete viuono. Son da
noi parimente amati coloro, a i quali defideriamo di diuenireamici,
feconolciamo, cheflì il mede2^ fimo defiderio tengano. &: tali fon quei,
ch'in qualche nobil virtù preuagliono, et rifplendonotcv quelli parimente,chc
fono in gran reputatone, et ltima, o appreHo communementedi tutti, oapprellbdci
migliori, oappreilbdi quei,chcnoi habbiaraoin ammiratione, o appretto
finalmente di quelli, che (limano, et t$ ammiran noi. Sogliamo oltra di quello
amar coloro, che fon per natura dolci, et giocondi nella
conuerfatione,& tali, che con diletto fi foglia con cflì confumare il
tempo. Se cofi fatti lon quel U> che di benigna, et fàcil natura
fono,& non de eli errori alttui curiofi oflfcruatori, o minuti
riprenfori ; ne fono altercatiui,o có16 tcntiofi, o amatori di liti. pofeiache
tutte quefte perfone cofi fat te fono amiche di contrariare, di pugnare,
et d opporli fempre in ogni cofaagli altri : nèèdubio, che quei, che fan
queft,o,non moltrino in ciò di non conuenir nella volontà, ma di volere
il 17 contrario, che gli altri vogliono. Soglion renderli amabili ancor
coloro, li quali fon molto deftri, Se atti, cofi nel mordere, Se punger
giocofamentc, et fcheizcuolmcnte, come ancor nel fop-, fumare, Se riceuer
con patiente, «Se amorcuolc animo i morii, Se e punture, che fian date
loro, conciolìacofa che gli vni, Se gli al* tri, cioè quei, che
pungono,&: quei, che puti fono, vn medefimo fin della càbietiol
dilettation riguardino;métre che co lieta patié tia riceuono in fc fteflì
i morfi,8c co accomodata deprezza inorai dono. Amiamo medefimaméte quelli, da i
quali fentii lodar quel la forte di beni, che fono in noi : Se tra quelli
beni, ptincipalmc te quelli, del portello dei quali, noi non ben fecuri,
fofpichiamo alquanto, che veramente non fiano in noi. Ci fi rendon parimente
amabili quei, che moftran fempre alla viltà altrui vna certa delicata
nettezza, Se politezza, così nella faccia, Se nell’aspetto, come ne i
vcftimenti, Se in tutta finalmente la vita loro. 5 x Non fiamo alieni ancor da
amar quella fortedi perfone, che no han per coflumc di rammemorare, Se
gittarc al vifo altrui, o gli errori Jl Secondo libro. /
isj* errori da altri commeflTi, e i benefitij da lor già fatti :
pofeiache l'vna, Se l'altra di quelle cofe, fa argomento, et inditio,
che limoni fia auido,& diletto prenda d'eller reprenfiuo,&
redarguì 31 tiuo. Se quell'ai tra forte d huomini ancora amiamo, i quali
non foglion tenere imprende molto nella memoria 1 ingiurie, e i danni, che
fon lor farti: nècurioli indagatori, oofleruatori fon delle colpe, Se
dell'ortelc altrui ; ma fon facilmente riconciliatiui, Se 3 3 amici del
pacificarli, pcrciòche quali noi gli filmiamo eller vcrfo degli altri, tali
ancora ci diamo a credere c'habbian da eller 3 4 verfo di noi. Ci li
rendono amabili ancor coloro, che non li di* lettan di dire, o di penfar
mal d'altrui, ne cercano, o braman di faper gli altrui o i noftri falli,ma
folo il bene ; cilendo il far que3j fio veramente ofHtio dell'huom da bene.
Soglion parimente effere amati quelli, li quali non fi dilettan, ne han
percoftumc di contrapporli, o d'attraucrfarlì a color, che lì truouano
accefi d'ira; o a quelli, che con grande atrentione fono fedamente, et fui graue
occupati in qualche cofa: perciochc quelli, che fan quello 3 6 non pollono
eller, fe non perfone altercati u e, Se contcntiofc.Facilmente ancora ci
induciamo ad amar quelli, che tali ci lì moftran verfo di noi difpolti, come
chi ci riabbiano in ammiranone, Se ci repurin virtuofi, Se da bene, et della
conuerfation no37 ftra diletto prendine Se malli mamen te le cosi fatte lor di
moArationi, Se opinioni c'habbian di noi, fono intorno a quelle cofe,
ncllcquali principalmente delideriamo d'ellerc ammirati, Se di parere
altrui virtuofi, Se habili a dar diletto có la noftra cóuer 3 8 fatione.
Sogliamo olrra di quello amare gli vguali, Se i limili a noi,&: quei,
che fan la medeiìma profelfion di noi; Se ne i medefimi Itndij,
&arti,elTcrcitio, et diligentia pongono : fegia no ac cadclTe, che per
tal caufa l'vn fulTe d'impedimcto all'altro ; o che tutti hau eller
dafoflentar la vira da vna arte, ouer profeflione 3£ ftefla. perochein tal
cafo fi verificherebbe il prouerbio, chedice, IlVafaro odia il vafaro. Etmedefimamcnte
ci fi rendono' amabili quelle, che delle mcdefime cofe ci fi moftran
defiderofi, che noi parimente defideriamo : quando le cofe fon tali, che
pof fono iniiememcnte eflerda loro,& danoiconfeguite,eV pollèdute. altrimenti
quando quello accader non poteilejharcbbe luogo il medefimo prouerbio pur'hora
addotto. Olirà di quello color parimente amiamo, co i quali così fatta
difpofition teniamo, cFic ci fa non vergognarci apprclfo di loro di quelle
cofe* che più rodo in apparenti*, et in opinionc > che in verità
tengono in fe bruttezza : fegià qucfto non vergognarcene non na(ccf45 feda
poca, o nulla rama, che noi di lor faceflìmo. Eramiamo ancor quelli
dall'altra parte, appretto dei quali teniamo rofloc di vergogna di quelle
cofe, che più torto fecondo la verità, che 44 fecondo l'opinione, habbiano
in fe del brutro. Son parimente da noi amati quelli, dai quali habbiam
caro d'efler tenuti in 45 buon concetto et in conto d honorc, et di (lima.
Et quelli medclimamcte o amiamo, o defideriamo haucr per amici, da i quali
delìderiamo eflcr tolti, et fcelti per oggetti dcmnlatfonc, Se 46
d'imitatione, ma non d inuidia. Siamo ancor pronti ad amar quelli,
inficmc, co i quali per acquifto, et confeguimcto di qual che bene, ci
fiamo operati : fe già per quello non fi vedeile poi, che fulle per
venirne a noi mcnteamati. Et in fomma l'elìer grandemente amator de Riamici, et
il non abbandonagli, et reftar d'amargli per qual iì vojo glia cafo> è cofa,
che rende molto amabile I h uomo. peroche fe ogni forte di bontà, cV di
virtù, far fuol le perfonc amabili, maf fimamence lo fa l'haucr bontà, et virtù
nell'amare. Sogliamo oltradi quello amar quelli, che nel lor conuerfar non
procedon con elTb noi con fintioni, et diflìmulationi de gli animi loro,
et tali fon coloro, i quali i falli loro non fi vergognan di confeilarc,
cVmanifeftare; hauendo noi già detto, che con gli amici non ci vergogniamo
di far lor palefi quelle cole, che fon più fecódo l'o%\ pinione, che fecódo la
verità colpabile. Onde fe colui, che di ciò lì vergogna, non ama,vcrrà
confeguentementc colui, che no j4 prendcdi ciò vergogna a moftrar d amare.
Siamo ancor pronti ad amar coloro, che formidabili, o tremendi non ci fi
moftrano, et ne i quali fecurezza, et confidentia habbiamo, percioche neffuno è
ch'arai chi fia da lui temuto. Spctie dell'amici tia fono, lamicitia trà i
compagni, ofotictà chclavogliam chiamare, lamicitia trà i domeftici, et familiari
; l amicitia trà i propinqui,©* f€ congiunti in (àngue, et altre fpctic
parimente così fatte. Trà le Jfi [Secondo libro. Ì27 cofe poi) che
producano, &: generano l'amici tia fon primierame* te li benefìci), Se
il fargli iponcaneamence fenza afpeccar la forza dei prieghi. Se olerà di
quello il no predicargli colui, che gli fì; conciofiacofa che nel
predicargli, et nell'often targli farebbe egli parer d'haucrgli facci per
caufa fua propria, Se non per cauta del" J7 l'alero,chegli riccuc.
Quan co apparti en poi airinimiciua,& aU Thaucr in odio, è co fa
manifefla che da i luoghi con era ri j a quelli, che noi riabbiamo adeguaci
dell'amicicia, Se dcll'amare,pocrà tS chi fi voglia per le ileiTo
difcorrere Se cófiderare. Prodocc.ici,óc generatici cagioni
dell'inimicicia fono l'ira ; il concrapporfi, o jS> conrrapponimenco,
chevogliam dire, Se la maladicencia. Ma l'ira non fi fuolc ccciccarc in noi,
fe non per cofe» che riguardici noi tlellì : doue che l'inimicicia può in
noi nafeer conerà d alcuno, fenza c habbia egli facco cofa, che cocchi, o
riguardi noi.pcrciochc fc della rale,& calcodiofa quali cà lo fumeremo,
fenza dubio alcuno, fenza altra caufa gli porremo odio. Apprcilb di quefio no
s'eccita, ne ha luogo lira mai, fenon conerà di pedono parcicolari, come a
dir con era di Callia, o di Socrace. ma l'odio può hauer luogo conerà
d'alcuna force d'huomini in vniucrTale, confideraca nel gencr fuo :
conciofiacoia che nciTun fia, chenonhabbia inodio il ladro, et il
calunniatore in genere» A quello s'aggiugne, che l'ira lì vede elìcr
mecficabilcol cépo, ma l'odio non riceue medicina da quello» L'ira olerà ciò
fpinge a dcfiderare di cagionar dolore, et molellia ncirauueriario :
doi ue che l'odio hà fol la mira al male, &al dàno delia perfona
odia ca. pcroche l'iraeo vorrebbe, che fullè da chi lo riceue fencico, et
fapuco donde gli viene il male, ÒV a colui» cheodia, purché t l'odiaco
habbia il male, poco alerà cofa importa. Ec fono i mali, che doglia, Se
molellia apporcano, in namralor fenfibili,&: dallo ilciTo fenfo
percettibili. ma quei maliche principalmente filmar fideono, manco di cucci fi
ftnfencire: et quelli fono l'Ingiufìicia, Se Mmprudeneia, o ScoIticia,chela
vogliam dire, pofeiache neiTun dolore, o molellia la prefentia del vicione
fafen*4 eirc. Olerà di quello l'vno dei decer affecti ila icmpre accompagnato
con afTlicrionc, Se molellia di animo : doue che l'altro ne» hà fempre
fcco cotal molellia: conciofiacoia che l huomo nell'ef fere irato (enea
fempre dolore, Se nel portare odio non fempre 6 r il fenca. S'aggiugne
ancora a quello, che l'irato nel veder grandemente moltiplicare infortunij, et calamità
nel fuo auuerfario, fuol finalmente muouerli a compaflìone: ma chi odia,
non ferire pietà già mai. Et la ragion di quello e, che 1 irato altro non
cerca, Se non defidera, fé non che colui, contra del quale ha ira,
fen tacon dolore,& moleUiaellcr fatta contra di lui ricompera
del la comincila orfefa. ma colui, che odia, brama, et vorrebbe
l'vltimaannullanonc,& deftruttionc, Se lo Hello non cller della pcr46 fona
odiata. Hor per le cofe, che li lon dette, può eifer manifefto come lì polla
fare altrui, conolccre cllere amici, o nemici cuci, che veramente (bno :
Se come quando tali non fieno, lì pofùn fax diuenir tali : Se come parimente q
uando per amici, o per nemici fon porti innanzi ; fi polla difcioglier
quella apparcntia, 4y Se far conoicer, clic tai non fiano : et oltra di
quedo in che maniera, venendo in controuerfia s alcuna cola lìa fatta o per
ira, o per inimici tia,s riabbiada far parere, o 1 vna cofa,o l'ai tra,
lecon i 8 do che ci verrà ben d'eleggere. Quali fiano hor quelle cofe,
per cagion delle quali nafee timor ne gli huomini : Se quai (orti di
perfone fogliano cfTer temute, Se qualmente difpofti ficn [liei, che
temono, per quel, ch'ai prefente diremo, potrà citi manifcfto, / (apo j.
*Del Timor e, et della Conjìdentia. ?3TH Ohi amo adunque per hora, ch'altro non
fia il Timore, ch'vn con tri /lamento, Se vna pcrtnrbation dell'animo,
nata da imninginatione, Se opinione Kì. di detlrueeitiuo, oafìlittiuo
futuro male, concior — 32 ha cola che non tutti ì mali han tcrauu.comc a
die | ledere in giù Ilo, o tardo di mente, o fi mi le. ma folamen te
quelli» i quali o intentinomi dolori, Se molcftic, o l 'ideilo dellruggimc4
to, Se la (Iella morte, recar ne polfono. Et quelli ancor non tempre fon
temuti, ma folamentealhota, che non per molto fpatio di tempo, lungi da
noi fi moftrano, ma come vicini, cV quali che adhora inhora fian per
venire, già già pendenti appaiono : po(ciache i mali, che molto tempo flimiamo,
che fian per tardare j a venire, temer non fi fogliono. Se che ciò fia il
vero, nell'uno è, che non fappiaper cofa certa d'hauerca morire, Se
nondimeno perche c immaginiam la morte molto da lunga, non par,che pensiero,
o timor ci mettale vicina non la vediamo. Effondo adunque il nmor tale, quale
habbiam delcritto, è uccellano che tutte quelle cole ci liano da clfcr temute,
le quali ci paia, che habbian gran forza, Se facilità di recar la dcitruttiohc,
Se. la perditione, o almen così graui danni, che molto acerbo dolorcóY pù>
i 7 gente arili ttione ne partorì fcano. La onde li legni ancoia,&
gl'indi rij di cosi-fatti mali fon da clfcr temuti; come quelli,che ci fanno
apparire, 6c Itamar, ch'i mali, di cui fon legni, ci llcn già vicH ni : ne
altro che quello è il pencolo : cioè apprellamento di graue, et tremendo male.
Et così fatti legni fon primieramente l'inumana, et l'ira di quelli, c'han
potere, Se facilità di nuocerci, Se di firci qualche importante male:
perochceilcndo per quello manifefto, eh elfi polìbno, et voglion farlo, ne
fegue che molto 9 vicino, Se propinquo (la, che lo facciano. Da temere
ancor come indino di propinquo male lì dee ftimar, che fia l'ingiuftitia
in man di color, che potendo affai, han facultà d'eseguirla :
conciofiacota che liacon ella congiunto ancora il volere ; non edendò ingiufto
colui eh e ingiufto, fc non perche clfcr vuole, Se Telo legge, il valore
ancora, et la virtù dell'huoino, s'ella vicn difp rezza t i, et fchemita, Se fe
forza, et poter non le manca; dee Teri(imilmcnte clfcr temuta: clfendo
inanifefto, ch'ogni volta che la Ila dilprezzara, quel difprezzamcnto fa,
ch'ella elegga, Se voglia nuocere, Se la forza,e'l poter che poi le le
aggiugne,fa che 1 1 la polla farlo. La paura medelìruamcre, che fia di noi
hauuta da pedone potenti, et habili a farci male, dee eller da noi temuta
: perche clfendo elle tali, nccellàriamenre laran fempre difpofle, li
et pirite a offenderci pcrfecurarlì. Oltra di queltu perche gli huomini
per la maggior parte fon più tolto cattiui, che buoni, Se non potenti a
refìlterc ali auara cupidità d hauere, Se timidi oltra cuS, Se vili ne 1
pericoli ; di qui è, ch'il più delle volte e cola da temer come pericolofa
il por la propria (ahi re io potcre,& in arbitrio d'altri. Onde vengono a
douerc elfer temuti da noi coloro, li quali fon confapeuoli di qualche nollro
importate delitto, o (celeraro fatto, o fon compagni in elio : potendo
elìì agcuolmcreo palefar quel, che fanno, o inqual lì voglia altro modo
tra 14 dirci. Medclìmamente tutti color, che lon potenti, Se habili
a fare ingiuria, deono elfer femprc temuti da quelli, che tono nobili, Òe
facilmente cfpofli àdellcrc ingiuriati : po.ci.iche perii R p.ù^li ij
più gli huomini, quando polfono, fan volonticri ingiuria. Do» ucranno
aacora elici da noi lemuri quelli, i quali o han riceuuto da noi qualche
offcla, o almen fi credon d haucrJa riceuuta : conciofiacola che femore
quefti rali ftieno olferuado leoccalìoil ni, ci rempo per vendicarli.
Dall'altra parre fondaeflcr tenuti ancora coloro, c han fatto ingiuria, fe
forza,& poter fi tritona in erti, come quelli, che temono,che non
fialorrenduto con la vedetta il cambio, hauendo noi già pofto quello tri le cofe,
che temerli deono. Apprclfo di quefto quelli, che per lacquifto,
fc poifelfo d'vna ftefla. cofa quau a gara tra di lorcontendono-,
dcon temerli gli vni gli altri, ogni volta che la cofa fia talc,chil luo
acquifto non polla negli vni, et negli altri hauere iniiemenicnre luogo:
pcrochegli auuien fempre che quelli tali fi oppongano, &c li nemichino
inlìeme per impedirli in tutto quel, che pollono. I 8 Coloro ancora, i
quali fono atti a dar timore a quei, che lon più. poteri ti di noi, dcon
parimente elfer da noi remuti ; come quelli, che più atti, et potenti farebbero
a fare offefa, et nocumento 15? a noi, eh aquelli. Et per la mcdelima
ragione temer debbiam quelli, che noi vediamo ellcre effettualmente temuti
da alcuni, che fian di maggior potere, et valor di noi. Et quelli
parimcnre, c hanno orlclo, o vecifo perfona più potente, et più atta a diII
fenderli, che non fata noi. et non manco ancor quelli,c hanno airalito, et
fatto fopr'vfo a pcrfone,ancor che di minor forze, Se 11 di minor conto di
noi. perochc eglino, o fon già habili a tentar quello ftelìb contradi noi,
c\r perconleguente da elfer da noi temuti ; o fon per pigliar da quel fitto
accrefeimenro di forze, 6c 15 d'animo da doucrc elfer da noi lemuri. Oltra
di quefto trà tutti quelli, che pcrelfcrc ilari ingiuriati da.noi, o per
elfer nemici, èc auuerfahj no il ri, ci dan caufa di temer di loro, fon
principalmente da elfer remuti, non quelli, eh à curi, et i ubici nell'ira
fono, et molto nel parlar liberi,• ma quelli per il contrario, che co di
Hi mula rione, aftu ria, cV calidità, placati di fuora appaiono. 14
conciofiacofa che di quefti tali non ci polla mai elfer manifefto, ic il
male, e il pericolo ci lia dapprclfo ; &c perconleguente non ci
potiamo aliccurar, ch'il mal, c habbiamda temer,lia lontano. if Hor tutte
le cofe, che ci polfbn cagionar timore, alhor di maggior* fpauento, òVpiù da
elfer temutefono, quando al difordine, et al danno, che con erte venga, mal li
può dar medicina, o recar remedio, ma o in tutto correggere, Se rimediar non fi
può, over (e remedio alcun ci fia, non e egli in min noftra, Se in poter
noftro, ma in man più rollo degli auuerfanj, et nemici notò ftri. Et
medeiìmamen terrà le cofe, cheli deon tcmcre,qucllefon maggiormente da
temere, per la cui ncompenfa, et reltauro, o non da da trouarfi da alcuna
parte aiuto, oaìmen molto difficile »7 fiail trouarlo. Et per dire in
lomma in vna parola, fon da elfer temute tutte quelle cofe, le quali
vedendoli accadute inalrn,o già già pendenti per accadere, fono atte a
generare affetto di có18 paflione. Queftc, che noi habbiam dette adunque, fon
((i può dir) tutte quelle cole, che fon da elTcr temute, Se che per il
più, foglion temere gli huomini. fegue hora che noi diciamo,
qual forre d'huomini, et in che maniera difpofti, Se qualificati
lien quelli, che temer fogliono. Ellendo dunque il timor
cógiunto femprecon immaginationc, Se quafi afpettanon d'hauerea riceucr
qualche lefione, o patimento corrottiuo, Se dcltruggitiuo ; chiara cofa è,
che timor non farà per cadere in coloro, i quali habbiano opinione, et credenza
di non hauere a patir male alio cuno, oalmen temenza non haran di quelle cofe,
le quali eflì nò 3 1 minino, ch'accafcarlor debbiano, ne di quelle perfone
pan mere, dalle quali non habbiano opinione, che mal ne debba lor ve51 nire:
oalmen non ne temerannoin quel tempo, nel quale male alcun non n'afpcttino.
Onde neceffariamenre fegue, che in quelli farà timore, i quali haran
credenza, Se opinione di potere elfer da qualchegraue malcaflaliti, Se in
quelli parimente, che da quefte, o da quelle perfone, Se da quefte, o da
quelle cofe, Se in quefto, o in quel tempo, (ofpicheranno, Se (limeranno,
ch'il male, et il pcricol venga. Tra quelli, che non ftiman d
hauere ad eflerc aflali ti da grane male alcuno, fon primieramente coloro,
che fi truouan pofti in gran profperità di fortuna : Se per ouefto vengon
quefti tali ad ellcr contumcliofi, infoienti, Se dispregiatori d'ognuno, Se
ripieni, 6V gonfiati fempre d audacia, $$ Se di confidentia. et così fatti
gli foglion render le ricchezze, }6 la gagliardia,la copia degli amia,
l'autorità, Se Ja potcntia. Coloro ancora non penfàn, che graue male habbia da
venir loro, li quali fumandoli, che già fien venuti loro addofTo tutti i
più graui, Se più atroci mali ; fenrono agghiacciara, et quali cilinta
in elfi ogni fpcranza, ch'il futuro riguardar polla: come auuiert R
ij (per cileni/ Ideila lirica dj4rìttotc(z^> (per clTcmpioJin quelli,
che all' vi rimo ftippìitio condénari, all'èlecution di quello menaci (ono. mailumoic
ha Infogno itmpre per l'elferè, Óc mantenimento (no di qualche Iperanza di
fallite, 3c di (campo in quel pericolo, et in quel m u, clic u u me, 3S o
pare. Di che chiaro indiiio ci può ellere il veder, eh il rimor reo del
huomo conlulratiuo, et nellunoc, che coniiglio cerchi in quelle cole, in
cui non lì in nmafte reliquie di fperanza alcu35? na. Pier laqual cofa quando
noi corniceremo, o ltunercmo ciìcr comodo alla caufa noftra, che qualche
timor ha negli alcol tarorij farà di mcftieri, che procuriamo di
preparargli in modo con la noftra orationc, che li dicno a creder d'clfer
tali, ch 'ancora erti polHin patire, 6c riceucr male, come faria dicendo,
che patito 40 habbiano altri maggiori, et più potenti di loro: 3c facendo
lor vedere, ch'alrri limili, òc pari loro habbiano il medetimo
patito, o patano,& da tali, che mai (limato nò l'harebbero; et cai
cofe,& 41 in tal tcpo,che non harebber creduto, calettato mai. Hor
perche già intorno al timor dichiarato habbiamo,chc cofa egli ha, genera
parimente confidentia. Oltra di quello contìdentia fentirem venire in noi,
fe, o in più numero, o di maggior valore,o in maggior nu mero, Se valore
infieme,fari quel li, a cui tocchi il medeiimo interellc noltro, che non
faran dalla parte di quelli, da cui ci fia per venire il male. Le
perfonepoi, nel le quali ha d'hauer luogo la confidenti!, nella gin la,
che fiora diremo, difpofte fogliono eflerc. Se primieramente fon'cllc
tali, quando par loro, che la maggior parte de i fatti et delle ini
prete loro, lìan lor (uccedute profperamente:& che ninna cofa attucrjo
fa, o pericolo fia lor venuto addotto. Et quelli d uTaltra parte fo gliono
eirer confidenti ancora, i quali fpelle voltein graui pericoli fi fon trouati,
Se fempre nondimeno ne fon riufciti liberi, Se fcampati falui.
conciofiacofa che in due modi, o ver perduceaufe fogliano gli rinomini non
fentire, o temere i pericolilo per che prouati altre volte non gli hanno,
ovcramenre perche ltimano di potere hauercin pronto aiuti da liberartene,
come fi vede (per eirempio) auuenir ne i pericoli del mare : doue
coloro,chccomc inefperti del nauigare,non han prouaro alerà volta le
tempere marittime, ci ftan con animo confidente, Se fecirro di
qucllo,chc ila pendente per accafeare. ma color parimente liberi, da
timor quiui fi ti u ouano. ì n aiuto de i quali ila polla, Se parata l
cfpericntia,che tengono in tai pericoli. Soglion medelimamente in qualche
pericolo elTcr conridenti gli huomini, quando conofeon no haucr dato coli
fatti pericoli terrore a perfone fimili, o vguali a loro, o a manco
potenti, eli cili non lono, o a tali, di cui eliì più potenti, Se maggiori
fi {ramino. Et alhora filmiamo d clTer più potenti d'alcuni altri, quando
o quelli Iteflì, o altri maggiori, Se più potenti di loro, o almcn fimili,
Se vguali ad elTì,* vinti, f pcrati riabbiamo. Diuengono ancor cófidenti
gli huomini quado ilimano, Se fi perfuadon di polTcderein maggior numero,
Se in maggior perfezione quelle cole, nelle quali color, ch'ecccdono
foglion dare di fe timore. Se cofi fitte cole (ono copia di ricchezze,
gagliardia della pcrfona,larghezza di dominio, Se di poffcffionij / 'Della
r B^torica d % Aristotele fclììoni, abbondamia d amici, copia d in
ftromenti, &mtinition da guerra, o d ogni torce, o almcn delie
maggiori, et delle più importanti. Co nhden eia ancor fi fuol trouarein coloro,
i quali no han mai orfeio, o ingiuriato alcuno, o almcn non molti, ÓV
fpctialmcntc nelfun di quelli, chetali fieno, che debbiano elfere a j8
ragion temuti. Et topra tutto grandemente diuengon le perfone confidenti,
quando par loro, che quelle co fé, dalle quali fi pof fa conietturar la
mente, c'1 voler di Dio, fi inoltrino in lor fauore, come frà più altre
cole fon gl'indi ti) degli aulpicij, le rifpofte de gli oracoli et limili
: conciofiacofa che l'ira fia pe r Tua natura atta a recar confidenza.
Ondefolendo, non dal fare ingiuria, ma dal riceuerlanafcere, et generarli
l ira : et douendofi ftimar,che Dio habbia da elfere in aiuto de gli
ingiuriati, viene a poter conictturarfidai fegni del fauor diuino, d'hauer
riceuuto ingiuria» éo onde l ira nafee, che rende I h uom confidente. Suol
parimente diuenir confidente l'huomo, quando egli elfcndo quel, che primo
aliale, viene a preuenir nel pericolo. perochc andandoui in vn certo modo
già preparato, Òc non improuifto,ii da a credere,chc la cola habbia da
nule ire a modo Tuo, o che le pur non riefee, no habbia egli ne nel fatto
ne doppo'l fatto da lenti rne lelione,o dan il no. Et tanto baiti hauer
detto delle cofe, che fono habih a dar timorc>& di quelle
parimente, che confidenza recar nepofTono. Della Verecondia, £f del• l
Jnuerecondia. rSJpSTSa Vali fieno hor quelle cofe, intorno alle quali foglion
diuenir verecondi, o Inucrecondi gli rinomini, o vero sfacciati, 6c al
conlpetto di quai pedone foglia quello auucnire, et qualmente difpolti
lìen quelli, che facilmente fon tocchi da quelli affetti, a da quello,
c hora diremo, potrà renderfi manifcfto. Poniamo adunque che la verecondia
fia vna certa mitezza, et perturbatoti dcll animo per cagion di quella
forte di mali, che dishonore, et infamia riguardano, o prclcnti, o paffati, o
futuri, che li dimoI ftrino. et 1 Inucrecondia per il conttario viene ad elfere
vn certo difprezzamento, óc vn non curarfi,& quali vn non fentir cofi
fai ti maH, che ( come ho detto ) ignominia importano. ElTendo dunque
la verecondia tale nella Tua divininone, quale cfplicata 1 riabbiamo ; per
quella forte di mali verrà neceflanamentc a cau farli in noi vcreco ndia,
li quali ci pofla parer, che redondino in bruttezza, et macchia di biafmo,
o di noi (tedi, o di perfone,che ci lì.mo a cuore, Se ch'alia noltra cura
appartengano. Et coli farti mah fon tutte quelle opere, et quelle actioni, che
dal vitio de / riuano : come farebbe (per ciicmpio ) nella maggior
caldezza di vn fatto d'arme, ilgittarea terrai armi, o il fuggire,
&abbandonar la pugna, il che dal vitio della timidità derma: o il negar
di rendere, o ver d'hauer riceuuto vn depofito, il che dal vitio
dcll'ingiufhtia nafee : o il mefcolarlì in commertio venereo con per fone,
che non conuengano, o ver in luogo, o in tempo, che non 8 ila lecito ; il
che dcriua dal vitio dcH intcmpcrantia : o il cercare ingordamenrc di
guadagnar d'ogni minutezza, over da cole no lccitc,cV poco honefte,o da
cofe finalraente,onde fi a quali impof libile il cauar nulla, come fon le
perfone molto poucre,& gli lielf li morti. come fi (noi dire in piouerbio,
fin da i morti voler riportar guadagno, il che rutto nafee dal brutto vitio del
fordido i o guadagno, et dell'anal i eia. Medelimamcnte e cofa da poter
generarein noi verecódiail non fouuenir di danari ne i bifogni,hau e ndo il
potere, et la commodità di farlo: o fouuenir molto ma zi co di quel, che
il polla, et che faccia di mcllicri. Et parimente l'eflèr noi fouucnuti da
chi habbia manco il modo,chc no n habix biam noi. Et il cercar di tor danari in
preftanza, cV con vfura ancora, quando ftimiam ch'alcun ne voglia
domandare a noi. E il domandar di nuouo in pretto da colui,che noi
penlìam,che voglia domandai ci, che gli relhtuiamo quel che ci habbia già
pre (iato prima. Et il domandar ch'egli ci redituifea quello, che
gli habbiam prelbro innanzi, preuedendo noi, che ci voglia in prefto
domandar di nuouo. Et il metterci oltraquefto a lodar qual che cola in vna
certa coral maniera, che polla apertamente parer, che il far quello Ha più
tolto vn domandar, che la ci fiaonerta in dono. Et il tornar di nuouo a
domandar da coloro, dai quali hauendo domandati dell'altre volte, habbiam
femprcrepulfahaumo. Tutte quelle cole, dico, fono atte a cagionarci roffor di
verecondia, per clfer tutte induij del vitio dellauaritia : 18 come ancor
cagionar ce la fuolc il lodar molto alla feoperta alcuno ij cimo in
prefentia fua : elfcndo il far quello vno indino del virio 19 dell'adii
Licione. Medefimamente il roiierchiamente lodare, et fino al Cielo innalzare in
alcuno quelle qualità, che punto,in pu to buone lì truouano in lui, et (cancellar
con le parole,& far co me incognite difparir quelle, che grandemente
degne fono in lui di bialmo : et il inoltrargli, fc punto lo vediamo
afflino, di fentir molto maggior dolor del mal Tuo, che non lente egli ftelfo,
3c altre cole in lumina lomiglianti a quelle, fon tutte habili a
cagio nar verecondia in noi, come quelle, che lono inditi), et fegnidel li
vitiodclladiilatione. Può parimente caufare in noi rolTor di verecondia il non
potere, o non voler loltcner quelle fatighc, che foltener vediamo a
perfone più vecchie, o educate, ck ailuefatte in maggior delitic di noi, o
vero a pcrfone,che fiano in maggior licentia, de habilità di comandare,
che noi non fiamo, o che fieno in lomma, men potenti,& men'atte a folìencr
fatighe,che nó fiam noi : percioche tutti quelli fon legni d'effeminata
molline. 1 1 Pare olirà quello, che ila caufa di verecondia 1 elìcr lempre
quel, che riceua benditi), et cortelie : et il ricorrer molte volte
a vn medelimo per aiuto, Se per benefitio : et il rinfacciare, et rimprouerare
i fauori, i benetitij,& gli aiuti fatti ; pofeiache tutte quelle cole fono
inditi), et legni di pulillanimita, ded animo 23 abbietto,& vile. Reca
medelimamenre verecondia ri parlare in lode di fc medelimo,& il
predicarci promerrcr di fc gran cole, cV l'artnbuirea fe ftelfo, et quali
vfurparli iclodcuoli opere degli altri : elfendo rutti quelli non altro,
ch'inditi) di quella Ione 14 di vino, che vantamenro li domanda. Et cofi
decorrendo nella mcdelima guifa per ciafeheduno de gli altri vitij, limili
a 1 lor vi. ti) debbiam dite elTef l'opre, de glinditij loro, et per
confeguente pieni di bruttezza, et atti a cagionar verecondia, Iti mar fi deotj
no. Oltra di quello ci luol recar verecondia il vederci mancare alcuna di
quelle cole, delle quali non han mancanza o gli altri tutti, o almen
tutti, o la maggior parte di quelli, che lon ùmili a 16 noi, overovguali,
et pari noltri. Et per limili, o vguali unendo io coloro, che fono od'vna
ItclTa nationc,od vna lidia citrà>o dk vna Itella età, o d'vno lìclfo
fangue, o vogliam dir d vna parentela, èV fameglia llclTa, o in qualcun fomma,
fi voglia conditione,; X7 &r piopinqmtà fon limili, o vero vgn ali. et
quello, chchodcc~ io, auuien per parer cofa indegna, Se che porci
imperferuone,& macchia il non vederli partecipe di quello, in che
tutti gli altri noftri vguali hano partc.come laria(per cflèmpio)s'alcu li
vedefle priuodi tanta alracn parte d cruditionc,& difciplina>quanta
comunemente fogliono imparare, Se apprender ruttigli altri della 18 città
Tua. et il medefimo li dee dire dell'altre cofe. Et alhor tue co quello
fuol maggiormente dar caufadi vergognarli, quando quella mancanza delle
dette cole, che ogià già fi fia villa, o al prefence fi vegga, o lìa per
vederli in noi ; nafea per no lira colpa, di maniera che noi la propria
cagion ne damo. Apprettò di que fto il forieri re, &: patire, o
l'hauer fonerto,Sc patito, o il vedere di hauerc a forferirc, et patire
cofe, che portin feco infamia, et brutta dishonoranza, Se vitupcrofo obbrobrio,
fon veramétecaufadi no piccola verecondia, Se coli fatte cofe fon
principalmcnre quel le, nelle quali lì (ottoponela propria perfonaa brutto
vfo,& a foz zo leruitio,o ad opre Se attioni in fomma,chc cótumcIia,eV
brut 3 o tamacchia d'ignominia imporrano. Et di coli fatte cofe,
quelle ch'importano ofeena, Se lalciua intemperantia,o
volontariamen te, o inuolontatiamente,che fe li fonerifcano,& fi
riccuano,bruc tezza, Se verecondia recano. doue che l'altre orfefe, che
folo da violentia, Se da forza nalcono, alhor folamente dishonorano,
Se ignominia portano, qnando fuor del proprio volere, violentemente fi
riceuono, et lì fofferilcono: pcrochc da vile ignauia, Se timidità par,
che nafcail parire,& fopportar tali ingiurie, et non 3 1 cercare di
fcancellarle con la vendetta. Quelle dunque c'habbiamoairegnatc, Se tutte 1
altre coli fatte, fon quelle cofe, per lequa 31 li fogliondiuenir verecódi
gli huomini. Hor perche la verecondia importa in fua natura immaginationc, Se
fofpition di mala opinion, che fia hauutadi noi> Se ciò folamente per
cagione, Se tema di tale opinione, Se non per qual fi voglia altra caufa,
che 3 3 da quella accidentalmente feguir ne polla ; Se nell'uno è, che
dell'altrui opinione tenga conto, fenon in quanto ticn conto di coloro,
nell'animo de i quali,quclla opinion fi truoui, ne fegue ne ccflariaméte
da tutto quello che folo appretto di quelle perfone, lcquali Himiamo J et teniamo
in conto, lentiremo toccarci da ve34 recondia. Et ltima,& conto fogliam
tener primieramente di co lor»da i quali llimiamo d eilerc hauuti in
ammiratione,& di quel li parimente, che noi ammiriamo, o che
defideriamo, ch'ammirino,& Himin noi; Se di quelli altri non manco ancora,
co i quali S in emulation d'honore contendiamo, et di tutti coloro in somma,
l'opinione, et il giuditio de i quali non difprczziamo, nè re5 niamo in nulla.
Et quanto all'ammiratione, da coloro foglramo delìderar d'elTere ammirati,
Se color parimente fogliamo noi am mirare, i quali fon dotati d'alcun di
quei beni, che foglion render reputati, cV: rifpettati gli huomini, o veramente
qualche cola pofleggono, della quale bifognolì, Se grandemente deli«ècroÌj,
ci ritrouiamo, come fi vede( per cflcmpio) accadere a gli amanti. 6
Quanto poi alla contentiofa cmulation d honore, tra color communemente ha ella
luogo, trà i quali fi truoua parità, et equalità. 7 Quelli poi finalmente,
lacui opinion e, óc giuditio, che di noi fac ciano non deprezziamo, ma
teniamo in còro, fon principalméte coloro,che ellcndo da noi giudicati
prudcti,lì può lìimar, che veraci,& degni di fedc.lìeno ne i lor
giuditii, Se ne i lor pareri.& cofi fatti fono quelli,che già lì
truouano d'età fenile,& maturi di anni: «Se quelli parimétcche fon
bene educati, et di ragioneuolc 8 eruditionc ornati. Le cofe
mcdelìmamctc,che fon habili a dar ve recondia, Se le perlone parimente,
ver lo delle quali diueniam ve recondi, maggiormére ci meneranno a quello,
fe in pai ci e, o ver fu gli occhi, et in prcicntiafi troueranno. Onde è
nato il prop uerbio, che dice»che la verecondia ne gli occhi alloggia. Et
da quello nafee, che molto più diueniamo verecondi apprcllb di co 0
loro, che fempre ci hanno da llar prefenti: Se appretto di quelli, che
atten tamen te pongono alle cofe,che facciamo,o diciamo diligente auuertcntia,
Se cura : pofeiachecofi gli vni, come gli al1 tri di quelli, par che ci ilien
iu gli occhi. Ci genera parimente/ verecondia il ri ! petto, Se la
prelentia di coloro, che non fon roac chiati di quel ma! e (imo errore,
del qua] ci accafea di vergognarci in qualche no lira attionctcflèndo per qu
cito cofa man ì fella do ucre ad elfi parere in torno a tale anione, il
contrario» che pare a i noi. A pprello di coloro ancora ci accade di di
ucnir verecondi, i quali poco inclinati fono a feufare, Se a perdonar gii
errori di quei, che peccano. peroche fi fuoi dire, che l'huom
facilmente quel, ch'egli Hello fa non riprende, ncavirio attribuifee in
altri. Onde può per il contrario elfcr chiaro,ch'ei lìa agevolmente
per riprendere, Se ftimar vitio in altri, quel, che conofee di non
fare egli. Diueniamo oltra quello verecondi apprelfo di quelli,
che fon volótieri diuulgatori,& diirorainatori di tutto quel, che
fanno Jl Secondo lìhro. / $p 4f no. Concioflacofa che niente importi, et diffèrentia
aterina non fia tra'l non apparire ad alcun l crror noftro, Se il non
e/Icrgli re46 ferito. Et coli fatti diuulgatori, et diffamatori fogliono efTer
due forti di perfbne; cioè quclli,che hanno da noi riceuuto ingiuria>
et per quefto foglion Tempre ollcruar tutti li nomi errori per palefargli
; et quelli, che Con maligni, et malcdi ci per natura: co me quelli, che
(olendo per la lor malcdiccntia infamar quci,che non errano, 8e
attribuirlor quegli errori, che non fanno,* molto più fi dee credere,
chefaran quefto con tra di quelli, che verame47 te peccano. Medeiimamenre
apprcllo di color fogliamo eller ve recondi, i quali foglion, come per lor
profeffionc confumare il tempo in riprender, notare, Se mordere i difetti,
Se gli errori altrui: come fono i Poeti Comici, et quella forre d'htiomini,
che pare, che profeflìon facciano di muouerc, Se cattar motteggiando, et pungcndo,rifo
co i deferti d'altri : pofeiache cofi gli vni co megli nitri fi pollbn
connumerar tra i maledici, 8cdiuulgatori;, l 48 Oltra di qucfto rifpetta
di quelli,! quali cofa alcuna, che mai do mandato habbiam loroidincgato
non ci hanno mai, ci fuol vere condi rendere : potendofìper qucfto parere,
che cofi fatte perfo49 ne ci habbiano in conro,& in aramirarione. Etpcr la
medefima ragione diueniam verecondi con quelli, i quali per la prima volta
domandan con prieghi da noi qualche cofa. pcroche non efc fendo ftara fino
alhor punto macchiata la buona opinione,cV cofldcnza c'hanno in noi j andiam
con rifpetto per non macchiarla 50 in'quclla prima volta. Et tali s'han da
ftimare cflcr primamente quelli, che da principio cercan d'hauer l'amici tia
no/tra: peroche danno inquefta guifainditiodinon hauer conofeiutoin noi 51
fe non quelle qualità che migliori habbiamo. Ondea ragione e giudicata
buona la rifpofta, che fece Euripide a i Siracufani. 52 Et quelli
parrimentc fon tali, i quali cflendo antichi domeftici nofrri, non han per
anco mai conofeiuto in noi cofa, che come degna di biafmo habbia diminuito
in lor la ftima,che di noi fanJ3 no. Sogliono ancora gli huomini, non folo
hauer verecondia delle cole già dette di fopra, ma ancor degl'inditij, Se
fegni di quelle : come a dir ( per elfempio) non fol delPvfo venereo
nello ftefTo fatto, ma di tutte quelle cofe ancora, che dar poflbno
inditio di cofi fatta inconrinentia, Se lafciuia noftra. ne
(blamente prendiam vergogna nel far quelle cose, che cagionar la
pollono, S ij ma ijLfiy "Della Teorica d'Arinotela SS
maancornon manco nel dirle. Similmente ancora non folo appreso delle già di
(opra aHegnatc Torti d'riuamini, ci iiiol verecóndia artàlire, ma ancora
apprelfo di chi polla facilmente riferire, òcdarraguaglio a quelli, come
fono i lenii loro, cV gli amici loro. Quanto poi a quelli, la prefenria,
e'irifperto deiquali non ci cagiona verecondia, cofi fatti totalmente lon
quelli, il parere, e'1 giuditio dei quali (limiamo cfler communemente
difprezzato, ne eflcre habilcadarpunto di momento alla perfualion del vero
: peroche nell'uno è, che perla prefen ria d'animali irrationali,o di piccioli
fanciulli fenta accenderli il volto di vereco ndia. Oltradiqucftonon per
vna medcfima ragione, né intorno alle raedclìmc cofe rende verecondi la
prefentia di quelli, che fon familiarmente conofeiuti da noi,& di quelli,
che ci fono ftranierr, et dalla noftra familiarità remoti, conciofiacofa che
appre/Io di quelli, che domeftici,& noti ci fono, fentiam verecondia
di quel le cofe, ch'il vero fteflb fcuopran delle noftrc attioni.douc che
ap predo di quei, che lontani, et flranieri ci fono, ci fa
verecondi quello, che la fteilà legge,& per confeguente folo l opinion,
che shabbia di noi, riguarda. Ma quelli, ch ailaliti fogliono
cifer da verecondia, fatti, &c difpofti fogliono erter nella maniera,
che noi diremo. Et primieramente tali fogli on diucnir le
perfone auando fi truouano appretto haucrc alcuni di quelli, il
lifpctto 60 de iqualihabbiam già detto folcr caufar verecondia. Et
quefti fono ( comeveduto habbiamo) tutti quelli, i quali, o fon da
noi ammirati, oammiran noi, o dcfideriamo,checi riabbiano in
co to,& in ammiratione ; et quelli parimente del cui aiuto
bifogno riabbiamo in cofa,chc noi no fperafllmo di confeguire, feperdef€1
fimo appreflb d'elfi di ftima, et di opinione. Il nfpctro eli quelli adunque
fuol render verecondo l'huomo : et ciò fpetial mente in due cafi. L vno è fe
quefti tali con gli occhi loro itcflì,prclenti la cofa (certa veggono, fi come
ben difleCidia in quella oraoone ch'ei fece fopra ladiftribution, che fi
trattaua di fare in Athcne,de 1 campi,& delle poflcflloni dei Samij. peroche
pre gauagh Athcniefi,che volcfler nell'animo immaginarli, eh e
tutti 1 popoli della Grecia fuflèrquiui prefenti in corona, loro intorno :
di maniera che non folo hauefler per relation d'altri a faper quello,
chequiui con fuffragij, cV decretili determinane; ma 9) eglino ftcflìlo
vedetìcr co ilorproprij occhi. L'altra cofa è fe quefti fi Jl
Secondo libro. quelli tali, quando pur non fian per veder prefenti cflì ftcffi,
fon nondimeno cofi propinqui, che facilmente, et commodamentc polla
elfernc fatta lor relatione, et venirne notitia ali orecchie Io f 4 ro. Et
da quello che fi e detto nafce, che quelli, che fi truouan caduti in
milcro, et calamitofo (lato, non vorrebbero in modo alcuno edere in tale
(lato veduti da coloro, ch'in altro tempo già cmulatione hauuta verfo di
loro haucllero : emendo proprio 6f dell'emulare lhauereinammiratione, el
tenere in conto. Oltra di quclìo ad cller verecondi faremo difpofti ancora,
quando conolceremohaucr cola, ch'argomentar polla qualche anione, o fatto,
che fia habilc a caufar verecondia, o commcllb che Ila da noi fteflìjO da
i nollri progenitori, o da altri, che ci fiano in qual fi voglia
propinquità congiunti, odaperfonain fomma,lacui infamia polla in noi
ridondare, et farci partecipi di verecondia. 66 Et tali fono, oltra
quelli, che pur hora habbiam detti, quelli altri ancora, i quali nelle loro
attioni, paia che da noi dependano, et origin prendano, per efler noi o
precettori,© ver configlicri lo 6j ro. Sogliono elTerc ancor verecondi
quelli, che hanno altri lor limili, overo vguali, coi quali tengono
honeftecontefe, cVemulation d'honore. concioliacofa che molte cofe per fola
caufa de gli emuli, Ila tirato dalla verecondia a fare, o non fare l'huomo.
Suole ancor crefeer la verecondia in quelli, i quali veggon d'avere ad elfer
fempre fu gli occhi, et a ri crollarli fpelTo prefenti in 69 nanzi a
coloro, a cui già fian noti, et palcfi i falli loro. La onde Antifonte il
poeta,cflendo per comandamento di Dionifio mena to all' vltimo fupplitio ;
6c vcdcndo,che gli altri fuoi compagni, chedoueuan parimente, morir con
lui; nell'vfcir della porta del carcere, s'haueuan, quali che fi
vcrgognallcro, co l lembo della verte coperto il capo, dille, A che
cercate, o compagni,d'afcon dere, òc coprirei! volto ? fc domane nellun di
quelli, che fon 70 qui prefenti, vi potran vedere. Della verecondia
adunque fia a ba llanza quanto fin qui fi è detto, dell
Inucrecondia poi, o sfacciataggine, o impudentia, che la vogliam
chiamare; è cola mani fella, che dalle cofe, alle già
dette contrarie, fi potrà commodamentc notitia haucrc.. Capo 14.2
fDeSa Teorica d' (apo 7. 'Della gratta. Erso diquai perfonc, Se inquai
cofe foglionoeffcreratificatiuigli huomini, Se qualmente difpofti (ogliono
eiTer tali; potrà facilmente farli manifefto, ciiffinita prima, che fi farà la
Giada. Poniamo dunque la Gratia eflerquclla, per laqual fogliarti dire,
ch'alcuno, ch'habbia facultà di farla, faccia gratia a perfona, che ne fia
bifognoia : et ciò non per render ricompenfa di qualche cofa riccuuta
prima; ne perche ad elfo, che la fi ila per venirne giouamcnto,o rilieuo
alcuno ; ma folo perche chi la \ riceue l'habbia. Grande poi fi dirà la
gratia,quando,o colui che la riceue ne farà grandemente bifognofo ; o la
confiderà in cofe di grande imporrantia, Se difficili molto, o farà fatta
nelle tali, Se tali opportune occalìoni, Se tempi, o colui che la fa, farà
dato o folo, o il ptimo a farla, ofe al tri faranno frati ancorargli ha4 rà nel
farla maggior diligen ria, et fariga de gli altri vfato. Et per bifogni
debbiamo intender noi principalmente i defiderij, che fon quelli, che
mifurano li bifogni : et maiTìmamente quei defìdcrij, coi quali ftà congiunto
dolore, et molellia in non confcj guir|c cofe, die fi defiderano. Et così fatti
fon quelli ch'inchiu dono in fe qualche vehemente cupidità : comeauuien
nell ardéte amor de gl'innamorati; Se nelle intenfe nftlitrioni, et dolor corporei,
Se ne i graui pericoli, che ne fopraitino : pofeiache in coloro, che fon
polii in pericolo, cupidità fi rnioua ; lì come parjmentein quelli, che fon da
corporeo dolore afflitti. La onde a color, che da poucrtà oppreiTì fono, o
in mifero*filio fcacciati ^ ritruouano, ogni quantunque minimo
fooaenimento, che ri«jcuono, tari la grandezza del lor bifogno, Se la grande
opporrànità dell'occafion parere, che noa piccola gratia fi fia fotta loro, 7
fi comeauucnne a quel, chediede con vnacefta aiuro a colui, 8 ch'era in LICEO
LIZIO. Fidi meftieri adunque che i benefi tij, et le grane, che fi fanno, a
voler chegrandi appaiano, ficn principalmctefattc con tali, quali habbiara
dette, occafioni, Se circonftantic : et fele medcfimeapunto non occorrono,
fieno almen simili, o ancor maggiori. Per laqual cofà cffendolì già per quel,
che fi e detto fatto chiaro, quando, Se a chi fi debba intender la grada
fàrfi, Jl Secondo libro. %fi, S: qualmente fien difpofti colof, che le
Tanno, porrà da quello farli manifefto, che volendo noi moftrar che lì ila
fatta grada, fa di mcftieri,che con quelle auu erteti e, et luoghi,c'habSiamo
allignaci, fi faccia veder, che coloro, che la riceuono, o l'hanno
riceutita, fi truouino, o fi trouaifero in quella forte di bifogno, o in
quella forte d'afHitdonc, et di dolore, che detto habbi amo, Se coloro,
che l'hanno fatta, habbian fouucnuto in quella opportunità, iSc n cecili
tà, &: di quella forte di fouuenimé co, c'habbiam inoltrato,
cVdifegnato di fopra. Etparimétepuò eirer da quel, che fi e detto
manifefto, come 11polla ofeurare, Se far quafi difparir quella grada, che
11 fulle fatta ad alcuno, Se far si, ch'il fatto non parclle grada ;
nc.gradficatiui, ogratìofi coloro, chel'haueller fatto, percioche dir potremo o
ch'eglino Io fouuengano, o Thabbian fouuenuto per cagion (blamente di
le 1 1 llclfi, il che già fi c veduto, che non conuienc alla gratia,o
che quello, c'han tatto, fia venuto lor fatto acafo, o che concia
lor voglia fiano (iati quali forzati alarlo, o che
finalrncntejhauendo eglino altra volta riccuuto benefido,fia (lato quefto
più tofto vn ricompenfarlo, Se pagarlo, ch'vn far veramentegratia, o noto,
o non noto,che fufle loro, l'efier debitori di ricompenfa.
peroche nell'vno, et nell'altro modo llvien veramente a
ricompenfare vnacofa per l'altra, Se per confeguentc non può, ne ancora
in 1 r quello modo fti mar fi grada. Doucrcmo medefimamente voien do
ofeurar, Se annullar la grada, che ci habbia fatto alcuno, andar
difeorrendofotto a tutti quei fommi generi, Se capi vniucrfali delle cofe, che
predicamend fi domandano, cóciouacola che gratiala cofa dir fi debba,
quando lafia della tal foftan da, della tal quantità, della tal qualità,
nel tal tempo, Se nel tal luogo fatta j dellequali conditioni, Ce alcuna gliene
manca, viene a no ef6 fer grada. Et indino oltra ciò, ch'il tal fatto, Se il
tal fouuenimento ftimar non fi debba grada, fi dee (limar, che fia, fc
coloro, c'han fatto quefto a noi»clTendo loro occorfo altra volta
di fouucnirci in vn fimil bifogno con fouuenimento aflai minor di 7
quefto, non l'hanno voluto fare. Se Ce a i nemici loro ftctTi hano dato
altra volta vn medefimo, o vero vgual fouuenimento, o ancor maggiore, perciòche
elTcndo quefto, chiara cofa c, che non 8 l'han per cagione, Se rifpctto
noftro dato quella volta a noi. Se Ce finalmente il fouuenimento, che
cihan dato>é fiato di cofa vile, et di nulla ftima, tk di niun rilicuo,
et per tale erti pariméIf te lo ftimauano,& lo conofccuano. Et tanto baftt
haucr detto della eratia, così per far parer, che la fia fatta,comc che la
non fia 2 o fatta. Quai fieno hot quelle cocche generiti compattone, et verfo
di quai perfone generar fi foglia ; et come dilpoftì, et Qualificati fian
quelli, eh a compafllon h muouano, fegue al prelente, che noi diciamo. (apo S.
T>ella compapont^. iIciamo adunque, chela compafllon fia vn
pungitiuo dolore, che fentiamo di qualche apparente gran ma e, ch'o
dcftruttion della vita,o grande affli mone,*: calamità fia per recare in
perfonadi talcofa indegna, a cui fia eia tal male, o prefente, o appaia
già già vicino ; et fia da noi ftimatotalcchc poiraanoi parimente
accafcare,o almeno a pera fona, che ci appartenga, peroche gli è manifcfto
erter neceflario, che colui,chc s'ha da muouere a copafllone fia tale, eh
egli b itimi, et fi conofea atto,& fottopofto a poter patire, o egli
itello, o altra perfona delle fuc, che gli fono a cuore, vn cosi fatto
male, quale habbiamo nella detta diffinitionc efpofto,o almen
fimile,o 3 propinquo ad elfo. Et per quella ragione nó fogliono efler
tocchi da cópafllonc,nc quelli,chc in eftrema mifcria iono,corae che
pa 4 ialoro,ch'altro mal nórcfti lorda patire; nè quelli parimente
1 quali fi reputan di ritrouarfi in ccceflluo grado di felicità, tk
per qucfto più tofto contnmcliofi, che cornpaflloneuoli lono : etfendo
manifcfto, che parendo loro di pofleder tutto quello, che fi puòtrouar di
bene, parimente par loro, che male alcuno venir non porta loro addotto : pofciac
he ancor quefta fecurezzafi 5 dee connumcrar trai beni. Horquelli,chc
ftimar fogliono d effer tali, che patire, et incorrer portano gl'infortuni), et
i mah, che in altri veggono ; fon primieramente quelli, i quali han
per innanzi altra volta foffeni, tk prouati i mali, tk ne lon poi fcara4
pati, tk rimafti liberi, de quelli parimente, che fon già perucnuti all'età
fenile ; fi perla prudentia, ch e conucrKuole a quella età i tk fi ancor per
lifpcrientia, che porta la vecchiezza fcco. I deboli ancora di forze, et d'animo,
fon medefimamente tali : &c et molto più fc fon per natura timidi,&
vili, nè maco ancor quelli, * che di dottrina, et dcrudirion fon
ripieni ; come quelli, che le 5 cofe con ragion difeorrono. Della medefima
difpoiìtion di Armar di poter ne i mali incorrere, fon coloro ancora, i quali
hanno o genitori, o figliuoli, o mogli : conciofiacofa che quelle forti di
pedone, iìan come cofe loro, Se membri loro, Se atte, Se (ottopode tutte per le
ragion già dette, a incorrer ne i già detti mali. Soglion medcfimamente (limar
d efferc habili a patire, Se riceuer mal coloro, i quali non fi truouano in
affetto d animo, che riguardi la virtù della fortezza,comc fon l'affetto
dell'ira, Se delt la confidenza : pofeiache così fatte paflìoni non
lafcian difeorrerc, Se confiderai, che cofa habbia da fuccedere, Se da
venire. 1 1 et color parimente, ne i quali non fi truoua natura, o
difpofitione, che gli faccia contumcliofi : folendocosi fatte perfonc
contumcliolenon penfar, ne cò ragion difeorrcred'hauer mai a fofii ferire, o a
patir male alcuno : ma color perii contrario lo fanno clic nel mezo tra
cofloro fi truouano, come remoti dalla difpoiiij tiondcgli vni, Se degli altri.
Oltra di queflo poco foglion fentir compafllon coloro, che per qualche lor gran
pericolo fi rruouan da ri more op predi, come quelli, che modi dallo
fpauento del mal proprio, mal poifono efler commoflì dal mal'altrui, dando
occupati con tutto l'animo nel male, che fon per patire elfi. Ma ben fogliano
ad haucr compaflìonc efferc inclinati quelli, che non han per opinione,
che neffun fi truoui,che fia giufto, Se da bene; ma ftiman pur, che ne
fieno alcuni : perciòchc colui, che nclfun ne flimafle tale, llimarcbbe
per confcguctc elfcr tutti ij degni d'haucre il male. Et
perbreuemenredire, alhoi finalmctc fuoldar luogo 1 huomo alla compaflìonc,
quando tal lìritruoua, che ricordar fi poira,che tali accidenti di mali, che in
altri vede, fieno in altri tempi accaduti,o a lui (ledo, o ad alcun de i
fuoi 1 6 o veramente teme, ch'accader poflan nellauucnire. Habbiamo dichiarato
adunque qualmente dilpofti fien quelli, che fono atti 17 a muouerfi a
compaflìonc. Quali fien poi quelle cofe, per cagion delle quali foglia nafeerc
in noi quello affetto, può facilmctc apparir manifefto dalla diffinition, che
fi e data della compaffione. conciofiacofa che trà le cofe afHittiue, Se
dolorofc, tutte quelle, fi deono fumar mifcrabili, Se arte a generar
pietà,le quali fono habili a recar corrottione ; Se quelle parimente che
fon 1$ dcflruggi triti della vita (leda: et tutti quei mali ancora,
de T i quali j^. 6 T>ella lìgtprica d* Ariti otclt-j jquali
la fortuna è cagione ; quando molto in gradezza, Se graio uczza fi vedrano eccedere.
1 mali, che dir fi poìlbn doloroii, Se corrotriui, oucrdcftruggitiui fon,
le morti, le battiture, le afHittioni del corpo, l'aggrauata vecchiezza, le
infirmiti, la mancanza del ncceflario vitto. I mali poi, di cui la fortuna e
cagione, 12 fono la total mancanza d amici, et il rimaner con pochi :
onde auuien, che il fc parar lì, Se quali per dipartenza luellcrfi
dagli amici, Se da gli altri cogitimi cari,ha molto del miferabile Se
del t j degno di cópaflìone. fono ancor tai mali,la móltruofa bruttezza, la
debilitatone delle corporee forzc,lo ftroppiamento, ouer tró14 camentodi
qualche membro. E v cola ancor degna di compaffionc il veder, che donde fi
fperaua, &: s'afpettaua, che douelle venir qualche bene, quindi perii
contrario fia qualche danno,o %j qualche calamità venuta. Fa nafeer ne gli
animi altrui compaffione ancora l'ellcre fpelTc volte da quello ftellb male
allalito, Se z6 ilfrequenteincorrcrein cafiauuetlì. E' cola parimele
compaffioncuole il veder, che qualche aiuto, o fcampo > oucr qualche cofa
di bene venga a punto alhora, quando non ci fia più remedio, cllcndofi già
partito, Se riccuuto il male, ne più a tempo lì rrnouaquei benea
fàrgiouamento alcunocome (per ellerapio) accadde a Diopitho ; ilquale,
eilendogli mandato dal I no Re a* iuto, Se fouuenimento, fù trouaro, che
già poco prima era morto. Parimente a pietà d'alcuno fuol muoucre il non haucre
cgli quali conofeiuto mai profperità, ne hauutobcncj Se fe pur cofa di
buono qualche volta gli fia venuta innanzi, non hauer t$ potuto goderla
mai. Quelle dunque, et al rre così fatte cofe fon quelle, che ageuol méte
pofionorhuomo muoucre a compaflìone. Vcrfo quelli li fuolc egli muouer poi,
chegli fon d'amore, Se di famigliarità, o cófanguinità cógiunti, fegià
molto nó fia la concimi non propinqua : pcròche in tal calo viene egli
adeller vedo di loro intere ila to, òv il il pollo, come verfodi fe
medefimo. Et per quella cagione A mafe vedendo vn fuo figlio elfèr
menato alla money nomando (per quel, che s'intede) lagrima alcuna da gli
occhi fuora t Se venédogli innanzi vnoamico fuo, per pouertà a mendicar
condotto ; non potè ritener le lagrime, il che d'altronde non nacque, fenon
perche il calo dell amico gli cracópaf fioneuole, Se il calò del figlio
gli era più tolto atroce, grane, Se 3 r acerbo, che miferabile : cllcndo
l'atrocitàcofa diuerfa dalla miicrabiltà> Jl Secondo librò. 14.7 fcrabiltà,
Se atta a fcacciarc, 6V a fuperar la itefTà compaflìone,& vtile
fpeirc volte aindurrc il contrario di quella. E' ben vero che coloro, che
così fatti mali atroci, Se terribili non hanno ancor prefenti, ma in pericolo
fon d hauergli, diucngon perque ftoattiadarcompalIìondi loro. Soglion
medelìmaméce muouer cerei, ne ilor mali a compadionefpctialmente quelli,
che fimili, Se pari ci fono, o d'età, o di coftumi, o d habiti d'animo, o
di 3 c grado di degniti, o di nobiltà, o fi in i 1 i : conciofiacofa che
per tutte quelle parità, Se cqualità maggiormente ci venga a parer d
edere efpofti ancor noi a i medclimi mali, Se ch'a noi ancora }6 polTan
parimente accalcare, peroche come vna verità vniuerfale lì dee tener per certo,
che tutte quelle cofe, che nel dubitar, che lìan per cadere in noi,
cagionano in noi timore, vedendole J7 noi accalcare in altri, fono atte
amuouerci a cópaflìone. Et perche le aftlittioni, e i mali alhor muouer
fogliono a pietà, quando già propinqui fono; di maniera che quelli, che
fono (lati molti anni prima, o fon per tardare ad eder molti anni poi ;
dato ben, che lì lufpichi, che vcnii debbbiano, o che memoria s'habbia, che
lìcn venuti, nondimeno o totalmente non ci muouono a cópaflìonc, o non in
quella maniera, che farebbero, fé prefenti fo(fero; nefegue da tutto quello
necellariamen te, che Impigliando aiuto dall attione, Se dalla pronuntia,
rapprefenreremo, Se efprclfion faremo d alcuno, co i getti, con la voce,
co i veltimenti> Se con altre in fomma rapprelentatiue attioni, più
milcrabili, et degni di maggior pietà gli renderemo, peroche veniamo in
quella guilaa far più vicina, Se propinqua apparir la cofa,ponendoaltrui il mal
quali dinanzi a gli occhi, come che o poco doppo debba accafeare, o poco
prima accaduto fia. Per la medclima ragione ancora, i mali, Se gl'infortunij,ch
o di frefeo poco innanzi fono auuenuti,o molto in breue fono per
accafeare, più mifcrabili appaiono, et maggior pietà muouono. Grancópaflìone
ancora aggiungon gl'inditij, e i fatti, Se 1 opere, che rimangono : com a dir
(per euempio) gli (ledi vellimenti di coloro, ch'hanno i mali, et le calamità
forterto, Se altri cosi fatti inditij, legni, Se memorie d edì ; Se le parole
delle da loro, mentre che patinano il male,vfate : come a dir mentre,
ch'erano in ellremo per finir la vita loro. Se madìmamentc ancora
vien'aaccrefeer la compadrone l'haucrc ed) nel tempo, che nell'acerbità
del T ìj mal fi / 4et ^Della c R^tprica d*~> mal Ci
trouauano, dimoftrato animo forte, et cortame nel fop44 portarla, pcrcioche
quelle cofe, che mentre che vengono a far parer più propinquo, Se a
moitrar quafi prcfcntetl male, vcngon per conleguente a renderlo più
compalfioneuolc : ó> inlicmcmente a fuparer più indegni di quello, color,
che fofferto l'habbiano : et lì viene infieme a inoltrar quali dinanzi a gli
occhi. (apo 9. \Deli 1 Jndegnationz^. Ll'hàver compaflione soppone
principalmcnte come contrario quell'effetto, che domandano Inde^nationc :
conciofiacola chea! dolerli, Se al fcntirdifpiacer delle cole infelici,
che indegnametc in alcun (i veggono, ltia oppoito in vn certo modo, Se da vna
medelima qualità dt collii me nafea, 1 hauer difpiacerc, Se dolor dell'altrui
profpcrità, le indegnamente, accadano. Et fono ambidue quelli affetti congiunti
colcolìumc ho} nelìo, Se con difpofition lodeuolc : elfendo cofa all'hiiom
conueneuolcil conciolerfi, Se fentir difpiacere del mal di quelli,
che indegni ne fono, Se contrai meriti lorlopatono : et l'elfcr punto da
indegnation della profpcrità di coloro, eh indegni nefo4 no: peroche alla
giuftitia s'oppone ciò che indegnamente, Se f fuor de i fuoi meriti
accafcaali'huomo. Et per quello a gli fteffi Dij ancora fogliam noi
attribuir l'elfcr tocchi da indegnationc. f Ma può forfè parer, che l'Inuidia
ancora s'opponga nel medefimo modo alla compaflione, come che molto propinqua
fia, Se 7 quali vna cofa ftefla con l indegnatione. Ma molto c ella
da quella diuerfa: pcrcioche fe ben l'inuidia è ancora ella vn dolore, che
conturba, Se affligge l'anima per 1 altrui cofe profpere ; tuttavia non è ella
tale, ne fà ella quello, per clfer colui che le profpcrità polfiede, di
quelle indegno, ma per elfer'cgli t pari, fimilc, o vero vgualc. Bene è
vero che il rattriftarli del bene altrui, non a fin, che da quel bene, non
n'habbiaa venirqualchedannoa noi, ma percaufa, et rcfpctto fol di colui, c ha
quel bene, s'hà da Ihmar conditione, Se proprietà commune a tutti }
due qucfti affetti, cioè* all'inuidia,& alrindegnatronc : cócioliacola che
fe ad altro fine non tendelfc così fatto dolore, Se difpiaccre,fc non perche a
colui, che s'attuila del ben d'alcuno fuffcper Jl Secondo libro. I fe
per venir facilmente qualche nocumento, o miferia per i felici auuenimenti
di quello, non farebbe quello alhora affetto d indegnationc, nè ancor d'inni
dia ; ma farebbe paflìon di timore. 10 Appreflb di quefto, manifcfta cofa
è, ch'aquefti due affetti fcguono, Se vengon dietro paffioni,& affetti
contrari) frà di loro. pcrcioche colui, ch e prclo da indignationc, fe fi
rattrifta dei profperi fucccfTì di color ch'indegnamente gli poflcggono ;
fi rallegrerà parimente, o almcn non (enrirà dolore, odifpiacer
degli infortuni;, Se calamità delle perfone contrarie a quelle,
cioèdi 1 1 quclle,che fon degne di cotai mali. come a dir (per
eflempio) che nell'uno huomo giufto, Se da bene fi rattriftarebbe in
veder menare all'vltimo fupplicio,& punire vn parricida, o vn
fanguinario aflTaiìino : elfendo verametecofa conueneuoleil fentir pia il
cere di cosi fatte punitioni : fi come ancora conuicn fentir diletto della
felicità di coloro, che ne fon degni, perochecofi queftc,comc quelle, fon cofe
ragioneuoli, &giuftc, Se che deono a i 3 vn'huom da bene allegrezza
portare : potédo egli necclfariamétc fperarejch'ad effo pari mete pollàn venir
quei beni, ch'ei vede nei buonifìmilialui. Nafcon dunque tutti quelli già
detri affetti da vna ftefTa forte di cofìumc,cioc da buon coflumc ; fi
come 1 6 gli afletti lor contrarij, da contrario coftume nafeono. pcrcioche
quella ftefTa perfona, che fi rallegra del mal de gli altri, non pct altra
cagionc,fe non perche gli hanno male, quella della hà ancora inuidia, cioè
fi rattrifta del ben de gli altri, non per altra cagionc,fc non per che
eli hanno bene : pofeiache colui, che fen te noia, et dolore dell'eli
ftcntia, Se prefentia d'alcuna cofa, verrà neceirariamcnte a fentir
diletto della priuatione,&:deftruttion di quella. La onde cofì fatte
paflìoni fon tutte impeditiue,& auucr urie della compaffione : Se fc ben
trà di loro differifeono, per le ragioni, che habbiam dette; tuttauiafon
tutte vgualmente vtili \$ a far, che le cofe non appaiano miferabili, Se
di pietà degne. Primieramente adunque diremo dell'haucre indegnatione :
moftra do verfo di quai perfone, Se per cagion di quai cofe fi foglia
haue re : Se come fatti, et difpofti fian coloro, che l'hanno. et detto c'harem
di quella, diremo di quegli altri afferri, che le vanno appreso. Hor per quel
che lì è detto, potrà facilmente quel, che fe 10 guc farli raanifefto. percioche
confiftendo l'indegnatione in dolerli Se fentir raoleftia, ch'ad. alcuno
accafcjiin cofe profperc> il qual non ne paia degno ; può primieramente per
quello efìcr chiaro che non intorno a tutte le forti de i beni, e poflìbil,
che l'indcgnationc habbia luogo, non effondo alcun, che d'indegnation
s'accenda in veder, che alcun fia giu/ìo, o forte, o altra virtù i 1
poiregga: pofciache i contrarij di quelle viriù,nó fono atti a muo 1 3
nere affetto di cópaflìonc. ma intorno alle ricchezze ha ella luogo, et intorno
alla potcntia, et ad altri cofi fatti beni, de i quali (per dir
lìnccramcntc il vero) fon (blamente degne le perfonc vir 14 tnofe, cVda
bene. Et parimente fono attiamuoucre indegnation color, che pofleggono beni di
natura ; come a dir nobiltà, ì y bellezza, altri beni cofi fatti. Et
perche quelle cofe, che fono antiche danno apparcntia d'effer propinque,
&: fimili all'eller na turali, nefegue necellà ria mente, che fra
coloro, chepolTeggono vno llcflb, o vero vn fimil bene, colui, che
nuouamente l'habbia di frefeo acqui flato, et per tal caufa felice fi
(timi,* fia maggiormente per muouerc in altri ftoraaco, et indegnationc. conciofiacofa
che maggior dilpiacere, cV conturbamento d'animo dieno altrui coloro, che di
nuouo, et quafi di fubito fon diuenuti ricchi, che non fan quelli, che
antiche ricchezze pofleggono, et 17 da i lor maggiori per fucccfllon venute. Et
il fimil dir fi dee di quelli, che nei mngiftrati, de nelle degnità fi
truouano, o diuenuti potenti fono, o l amicitia, et la gratia di molti tengono,
o di molti, et ben qualificati figli dotati fono, o altre cofi fatte
prò 18 fperità pofleggono. Et il medefimo parimenteadiuienc,fcad cffì per
il mezo di quelli raccontati beni, qualche altro bene accaip fchi di
confeguirc. concioliacofache in q netti beni ancora adiuienCj che maggiormente
ci rattrillinoA' ci offendan l'animo co loro, che per il mezo di ricchezze
nuouamente acquiftate, fon faliti a qualche magiflrato,o principato,che
fea tai degnità venu *i foiTer con eflerc anticamente ricchi. et quel,
ch'io dico delle degnità, et dei principati, parimente fi dee ne gli altri
profpcri 30 fucceflì intendere. Et la cagion di qucfto è, che gli vni,
cioè gli antichi poflèflori pare in vn certo modo, che pofleggano
quello, che veramente fia loro. doue chcgli altri, cioè Ji nuoui
pofTcflb ri, par per il contrario, che non il loro, ma l'altrui pofleggano
: polciache le cofe, che mottran di flar fempre in vna guifa
mede* iima,&: in vno flato (letto, par,che vero, giudo, et naturale
habbianoreflerloro,& per cófeguentc in quegli altri la lor
nouitàfa parer, Jl Secondo libro. t y t 3 i parer: che non
potfeggan veramente il loro. Oltra di quefto perche qual fi voglia bene non può
attamente conuenire a qual li vo glia perfbnaind (tintamente ; ma vna
certa proportionc,& conuenientia fi dee trouar trà i potfeduti, &c color
che gli poligono: comcadir(perellempio) vnafecura, 3c ben temperata
arma dura no propriamente conuiene,^ s'adatta all'huomgiulto, ma ji
fi bene al Ih uo m forte j et vn nobilillìmo, ik eccellenti (lìmo partito di
futura moglie, nona perfoni di nuouo arricchita» conuic 15 ne, mi a
perfona molto nobdc, ite d'illultre l'angle nata. di qui è, che quando fi
vedc.ch'vna pcrlon.i,quamunque virruola polfegga, et riabbia qualche forte di
beni, a lei non propornon itamente conuenicnti ; genera per qucflo negli altrui
animi inde34 gnatione. Parimente la genera ancor colui, che ellendo ad
vno altro inferiore» 8c di minor valore, fi mette nondimeno a con r
cu dere, et a voler controuerlìacon elib, quanrunque fuperiorc,
de miglior di lui: et madlmamente auuerrà l'indegnatione, le
l'inferiorità, et la fupcriorità loro fàran fondate in vno dello (Indio, 3
j et in vna ftelìa cola. Onde non fenza ragione e detto, egli s'afteneua, Se
fchiuaua di venire in pugna a fronte con Aiace figlio di Telamone; però
che Gioucera prefo da indegnarione contra di lui, ch'egli haueflè da
venire in con tefa, 6c parragon di duello $6 con huom più forte, et più
valorofo di lui » Ma le l'inferiorità, 6c la fupcriorità non faran fondate
in vna ftellà cola, et in vno ftcllb ftudio, in ogni modo, come Ci voglia
che l inferior fi metta a contendere, et ad hauer controuerfia con chi fia di
maggior valor di lui, viene a procacciar contra di fc l'indegnatione :
come auuerrebbe (per elfempio) Ce vn, che valclle in ma fica, fiponelfe a
controuedare, Se contender con vpo, che poiredelìe a pie no l habito della
giullitia: non cucendo ak .in dubio, chela giuftitianon ecceda di preggio, 8c
di degnità la mufica : Già può ef. Ter dunque manifcfto verfo di qual
forte d'huomini fi foglia eccitare indegnatione,cV per cagion ancor di quai
cofe fi ecciti, eltèn Sc di manco valor di loro. Et per dire in
breuc, tutti coloro, che ftiman fc ftcflì degni di quei beni, de i quali
(limano altre perfone indegne, daran luogo contra di quelle, Se per cagion di
quei tai beni, alPindcgnationc. Et da qucfto nafee, clic quelli che
fon di coftuine, Se d'animo feruile, o perfone di viiiofa, Se poco honclta
vita, o tali, che l'honor tengano in poco conto, non foglio no etfer punto
indegnatiui : pofeiache neiìuna cofa di pregio apprellbdi loro è tale, cheiTi
fc ne ftimin degni. Et per quel, che fi e detto dell'indcgnatione, potrà
ancora apparir manifefto di quai perfone conuenga rallegrarli, o al men
non fentir dolore, chabbian la fortuna auuerfa, Se infelicemente trattin
le cofe loro, et cofa alcuna, che defiderino, non confeguifeano :
perochc dalle cofe dette, potran parimente diuenir noti li contrari;
loro. Perla qinlcofafc l'oration noftradifporrà, Se farà diuenir
tali i giudici, quali habbiam detto elfer quelli, che fon molli
daindegnarione : Se dall'altra parte moftraremo, che quelli, che
doman dano, che fia hauuta lor compaflìone ; Se quei mali elpongono onde
confeguir la debbiano, non fiano indegni di quei mali> Se per
confeguentc degni fian di non confeguir la compalfion, che cercano ;
impodìbil cofa farà che compallìone fia hauuta loro. (apo io. c Dell y Jnuìdìa.
Otra' elTere ancora ageuolmente manifefto intorno aquai cofe fi foglia
nell'huomo eccitar l'inuidia, Se verfo di quai perfone, Se qualmente difpofti
fien quelli, che facilmente dan luogo a quefto af fetto : ellèndofi già
veduto eiTèr l'inuidia vn certo contriftamento del profperarc, che
incucila forte di bcnj,c"habbiam Jl Secondo libro. / j j biam
raccontati di Copra, ci paia, che faccia alcun di coloro, die fono in
qualche parità limili, et vguali a noi, et ciò non perche ne venga qualche
vtile, o cOmmodo a noi, ma folo perche ci dit fptacc,chc gli habbian bene.
Quelli dunque a inuidia fi foglion muouerc, liquali hanno, o par lor
d'haucre perfone in qualche | parità fimili a loro, per fimili, et pan
intendo io di natione, di (angue, d'età, di profeflìone, di reputatione, o
ver'auroiirà, di 4 ricchezze, Se beni di fortuna. Medefimamente inuidiofi
logliono cflerquclli, a cui pare d'haucr confeguito poco meno «Fottìi |
forte di bene, tal che pochi ne manchin loro. Onde nafee che coloro, che
grandi imprefe trattano, et in clic fi nuouano h.iuer la fortunaamica,fon
molto dediti a inuidiarealtrui:come quelli, acuì par, che ciò, che tutti
gli altri han di bene, l'vfurpino, Se 0 tolganoad efli. Sono iuuidioli
parimente quelli, ch'in qualche cola fon fopra gli altri ecceflìuamctc
honorari, et (limati ; 8c maf /imamente fequefto loro accafea per ca ti fa
di gran fapientia, o di somma felicità, che fi credano elfer di lor
creduta. Gliambitiofi ancora, &auidi d'honore,più habili fono a
cócepire inuidia, che 5 quelli,che tal ambinone, Scauidità non hanno. Et
quelli parimcnte,che fono, o fi credon deflcre in opinion difaggi :
perochc vegono in queftaguifa ad efler cupidi d honore pcrc^to-di qucl?
lafapientia: et tutti color finalmente, i qualiintornoa qual fi voglia
cofa fon'auidi deflcr tenuti in grande opinione, fono ancora habili intorno
alla medefima a conciperc inuidia. Color medefimamentc, i quali
pufillanimi fono, de non punto alti di penfieri, 6c di fpirito, fogliono
efler facilmente inuidiofi : come 1 1 quelli, a cui tutte le cofe paion
grandi. Di quai forti di beni fien poi quelli, che foglion pungere altrui
d'inuidia, viene ad cflèrfi 1 1 parimente detto, percioche tutri quei
fatti, quelle opcrc,cV quel leattioni, intorno alle quali, auidi di
confeguirc gloria, et reputatione, Se nell'animo noftro ambitiofi, Se cupidi in
fomma di gloria,& di nome fiamo,& tutte ancorquelle profferirà, Se
quei beni, che da buona fortuna vengono, tutti (fi può dir) fon materie e
oggetti dell'inuidia. Et maflimamentcquelli,i quali noi fommamentc
defideriamo, o ver pretendiamo, Se (limiamo ch'a 1 4 noi ftia bene ; et apparrenga
di confeguirgli ; o veramente tali, che nella pofleflìon di quelli, odi
poco eccediamo, o di poco I j manchiamo, Se diminuti fiamo. Può
medefimamentc etfergià V manifcfto /JY T>ella r R^torica
d'Arinotele^ manifelìo verfo di quali perfonc fogliano elTere in u idioti
gli huorainiiciTendoii in quel, che fi e dctto,accennato
inlìememcn \6 te di queiìoancora. conciofiacofa che color primieramente
ci fogliano eccitare inuidia, i quali propinqui ci fono, o per
fpatio di tempo, o per diflantia di luogo, o per età, o per reputatone, 17
Se gloria, onde quali in prouerbio li fuol dirc,Trà quei, che fon
d'apprctTo cade l'inuidia fpclfo. Ci foglion prouocarc ancora a inuidia quelli,
co i quali teniamo competenza d honore : pofeiache così fatta competentia, de
contefa fogliamo hauer co 1 limili, de pari a noi. percioche con quelli, che
già mille anni fono (lati, o doppo mille anni fon per elTere, o con quelli, che
già priuidi vita fono; nelmno è, chedhonor contenda, né parimente con
quelli, che habitano alle Colonne d'Hercole. 1 1 nè con coloro ancora d'honor
contendiamo, a i quali (limiamo d'elfcre fecondo ! parer noftro, o ver
fecondo'l giuditio d'altri, o di gran lunga inferiori, odi gran lunga
fupcriori. Et quel, che delle pedone quanto all'eccedere, de mancare
habbiam detto, Ci t$ dee fimilmcntc intender delle cofe ancora. Et perche
con quelli, che nell'acquido di qualche cofa, auuerfari], o duali ci fono
» cV con tutti quelli in fomma, che le medefime cofe defiderano, et cercanil
poiTederc,chc cerchiarli noi; par,c'habbianio fempre vna certa contefa, de
compctCntia, de quali gareggiamento; è necelTario per quello, che verfo di
tutti quelli tali, foglia eccitarli 14 hi noi ma(fi inamente inuidia. Onde
è nato il prouerbio, Il Vaij laro porta inuidia al Vafaro » Apprcllb di quello
tutti quelli,chc con gran fatiga hanno a pena confeguito qualche cofa
defidcrata da loro, over confeguir finalmente non 1 han potuta;
fogliano portare inuidia a chi fenza fatiga alcuna con facilità conleguita *f
l'habbia » Parimente fe conofeeremo, che fe riefee ad alcuno il confeguire
et felicemente mandare a fin qualche cofa, o qualche imprefa, fia ciò per
tornare in obbrobrio, de ignominia noftra,non e dubio che ageuol mente non
riamo per portar loro inuidia. percioche ancor quelli vengono ad clfer con
qualche parità rimili a noi : de per confeguente può parer cofa chiara, che
il non confeguir noi quello, che ilan per confeguire effi, non poffa da
altro procedere, che da notìra colpa. Onde veniamo a fentir di ciò di (piacere,
et con ti i (lamento ; il quale inuidia finalmente douenca. Medcfiraaraentc
foglion cifer da noi inuidiati quelli, Jl Secondo libro. quelli,liquali
confeguifcono, ogiàpolfeggono quelle cofelequa li a noi paia che per
ragion conuengano, o che già prima, come 50 noflre polfcdute riabbiamo. Et
per quella ragione i Vecchi foglion portare inuidia a igioueni. Color
parimente, i quali han confumaro, Se fpefogran fomma di danari per madare
a fin qual che cofa, fenton pungerli d'inuidia conrra di quelli, che c5
mot to maggior vantaggio dì fpefa, la medesima, o lìmil cofa hanno ji
mandato a fine. Può ancor da quel, c'habbiam detto renderli ma nifcflo
verfo di quali perfone, Se in che forte di cofe Tentano alle grezza, Se
piacer quelli tali inuidiofi, di cui ragioniamo :& qual méte fian
qualificati, &difpoiri per dar luogo alla detta allegrezza, cóciofiacofa
che nella contraria maniera di quella, nella qual trouandofi satrrillano,
vengono a trouarfi, quando fi rallegrano delle cofe contrarie a quelle di cui
fi dolgono. Per la qual cofa ic tali prepareremo, Se difporremo coloro,
nelle cui mani Uà po Ila l'autorità del giudicare,quali habbiam detto
eller coloro,che inuidiano ; Se tali dall'altra parte, quali fono flati da
noi difegna ti color,che inuidiati fono,moftreremo efièr quelli,chc
(limano, Se cercan, che fia hauuto lor compaflìonc, o che qualche cofa
di bene ila lor conceduta; certa cofa e,
chenècompafIìonc,nèqucl bene, ch'ottener defidcrano, faran per confeguir giamai fopo
ir. T^eWSmulattonc^. I qual maniera fian color poi, i quali atti fi t mollano
ad emulare, Se in quai cofe, Se verfo di quai per fone foglia hauer forza
Pemulatione,da quello che al prefen te diremo, potrà farfi manifcllo. perciochc
efiendo l'emulatione vn con tri (lamento, che nafeein noi dal parerci,
ch'in perfone limili, Se pari a noi, fi truo ui prelente qualche forte di
bene, ch'importi honore, Se polla in noi parimente cadere; il qual
contrilìamcnto non è, perche in quelle perfone fi truoui quel bene,ma
folamcnte perche ne fiam j priui noi: ne fegue da quello, che l'emulatione
fia affetto honcflo, eclodeuole, Se a perfone della virtù, Se dcll'honelìo
amiche, non difdiceuole. Si come per il contrario 1 hauere inuidia è
aA fetto brutto, Se biafmeuole, Se a perfone amiche de i vitij pro4
portionato. pcrciochc con l'emulatione ci eccitiamo a preparar V ij
noi ijó Isella ^Rgtprìca dj4riBotelc~> noi fceflì a confcguir quei
beni, che vediamo in altri : douc che Ti nuiiiia ad altro non ci muoue,
oci prepara, fé non a defidera5 re, Se cercare, che eli alcriquei beni non
habbiano. E' neccllario adunque, chad emulare fian primieramcnreinclinaci
quelli, liqualidi quei beni, ch'in effi nonhanno,& in altri veggono,
fti6 man fc ftellì degni :pcroche nell'uno è, che fi itimi degno di
cofa, 7 che gli paiaimpollibildi confegune. Et di qui è > ch'i
gioueni,. S et li magnanimi fogliono effere inclinati ad emulare. Sono
emù latori ancor coloro, che poifeggon quella forte di beni, che
par che propriamente ftien bene, Se conuenganoagli huomini honorati, Se di
valore. Se cofi fatti beni fono le ricchezze » la copia degli amici, o ver
la graria dimoici, li magiftrati,o ver principali ti, Se tutti gli altri beni
cofi fatti. pcrciochc conofeendo eflì con ucnirfi, Se dòucrfi cotai beni a
color, che fon virtuofi, Se meriteuoli, vengono ad ertere emulatori per cofi
fatti beni, come cheper ch'ere ancora erti virtuofi, a lor parimente
conuengano, Se co ro ragion fi debbiano-Sogliono elferc ancora indotti a
emulatió coi i loro,chefon dagli altri (limati degni de i detti beni.&
color pari mctc,i quali hanno hauuto i lor progenitori,© quei del fanguc
lo ro, o i domeftici loro, o quei della lor natione, o quei della
iceila patria,in qualche forte di beni, repucaci, et honorati; fogliono
in turno a tai beni ellcrecmularoriicome quelli, che par
loro,checo me cofa lor propria, meri camere lor cóucngano, Se appartegano
• n Oltradiqucfto elìendoacca maceria deH emulacionc quella force di
benijch imporcano honore,& repucacione, verrà perqueftoad 13 efler le
virtù ancora eiTe materie, Se caufe di cale affecco. Ec cucce quelle cofe
parimcnce, che polfono ellèrc vcili>& recar commodo, Se bendi rio*
altrui ; folendo cilcr da cucci apprezza cc,& hono race le perfonc
benefiche^ agiouare arte, et parimele levirtuo T4 fe. Et tutti quei beni
finalmente eccitar pollono emulatione,! vfo, il godimento, et lafruirionedciquali,
olcracolui,chegli pof iiede, negli altri redundar fuole : come fon (per
eiTcmpio) le ricxj chezze, et la bellezza più che lafanità. Potrà cllcrc ancor
per quel, che fi e detto, facilmente manifeilo quai forti di
perfone fogliano altrui prouocaread' emulatione. concrodacofache
tali ftimar Ci debbian quelli, ch i beni,c habbiam già decco,oalcri foif
miglian ti poiTeggono. et cofi facci beni fono la fortezza, la fapic ua x
1 magjftrati, 0 vero i principati : potendo quei, ch'in tal grado di JL
Secondo libro. / j ? do di principato fono, giouarc, Se far bcncfitio a
molti. Se oltr* di queito gl Imperatori degli eUcrciti, gli Oratori
eloquenti, Se tutti quelli iu (omnia, c han potere, et autorità di quel,
clic pu17 rchor fi e detto, del fargiouamenro altrui. Son medefi mani ente atti
ad efTerc emulati quelli, i quali han molti, che detiderano,. 1 8 cV cerca
d'alTbmigliarfi loro. Se quelli ancora,c'han molti, 1 qua li fon
defiderofi d'cllcr da lor famitiar. mciuexonofciuti,o cTefirre 1 9 amici
loro, Se quelli parimente, che ibn da molti ammirati : fi co me quelli
ancora, i quali ammirati fon da quei, che s'inducono 10 ad emulargli. Prouocaxe
ad emulation fogliono ancor coloro, in lode, Se celcbration de i quali
hanno o Poeti, o Oratori, o altri fcrittori fcritro% Coli fatti lonoadunque gli
oggetti dcll'emux x latione. Se i contrari) lor fon quelli,chc non emulare, ma
più io ilo difprczzar fogliamo^ elTendo all'emula tion contrario il di11
fprezzamento, Se l'emulare al difprezzare>&: tenere in nulla.
Perlaqualcofa c neccfIario-,che coloro, i quali nella maniera già detta
difpoiti, 8c atti fi truouano ad emulale alcuno, o vero ad eflcic emulati, fian
confeguerrtcmcntc difprczzatori di coloro, nei quali fi truoui quella
fottedi mali, che iìan contrarij a quella for 13 tedi beni, che fono atti
a generare emulatione. Onde fpefic volte foglion diftfregiarc, Se tenere a vii
coloro, che fortunati fono, quando fenza alcun di quei beni, c honore, et reputatione
im14 portano, fi truoua quella buona fortuna loro. Habóiam duribitte fin
qui di quelle cole, Se di quei modi detto, onde eccitare, Se ammorzar fi
poflbno quelli affetti, &paflìoni humane, e han. 1 y da. feruire a
perfuadere, Se far fede. Segue che doppo qucfto diciamo al prefentequai
cornami foglion fecondo gli affetti, Se fecondo gli habiti dell'animo, Se
fecondo lediuerfeetà, et fortune de gli huomini diuer fa mente
accalcare Capo /// 1 *DeHa 'Retorica d % (apo 12. 'Della Giouinezza,
et condìfiorii di quella. Ntendo io per paflìoni, Se alfcrti dell'animo l'ira
f la cupidità, ìk gli altri limili a qucfti, de i quali già di (opra
ragionato riabbiamo. Per habiti incendo poi le virtù, Se li viti; ; Se di
cotali habiri fi è pari3 r"^ i iT^ 'i mente trattato prima, 6c
iniieracmcnte fi è dichiarato quai cofe fecondo cialchcdun di detti habiti,
fogliano gli 4 huomini eleggere operare. L'età poi s in tencion
principale $ mcn te eflcr la giovinezza, la Virilità, Se la vecchiezza.
Fortu« ne chiamo io poi la nobiltà, le ricchezze, lapotcntia,& i lor
con crarij : Se la profpcrità finalmente della fortuna, Se l'auuerfirà
di 4 quella. Son dunque i Gioueni, quanto ai cottumi
appartiene, molto vehementi nelle lor cupidità, Se come che paia lor d'eli
e7 re a ciò potenti, fi mettono a fare ogni opra per confeguirle. Et irà
tinte le cupidità corporee, o ver leniuali, di quelle malli inamente fon volontier
feguaci, che son compagne di lafciua venc5 re, nelle quali fon fuor di modo
incontinenti. Son parimente nelle lor voglie, et cupidità facilmente
fottopofti alla mutanone* Se torto diuengon fatij, Se faftidiofi di quel,che
prima apperiuano. Sono i lor defiderij molto intenfi, ma poco durabili,
Se i o pretto partano : eflèndo i lor voleri, Se li loro appetiti, acuti
ma non tenaci, o potenti, nella guifa che fi veggono eflèr ne gli
infec li mi la ietc,& la fame. Sono oltra di qucfto i gioueni iracondi
per natura, et acuta, sfottile e Tiraloro, &fenza molto
penfarui fopra, fon pronti a seguir l'impeto di quella : come quelli,
che ftar non potendo incontra all'ira, vinti lempre da quella rimangono. conciofiacofa
che per la grande (lima, che fanno deiTer reputati, Se dellhonor loro, non
pollano in modo alcun foppor tar d'erter difprczzati,o tenuti a vile ; ma
grandemente fi fdegnano ogni volta, che punto s'accorpano, che fia fatta loro
ingiuria. 13 Sono ancor per querto arabitiofi, &auidi d'honorei
gioueni, o vogliam dir più torto contcntiofi, Se auidi di vincere : emendo
la giouinczza molto cupida d eccedere, ne altro e il vincer, ch'vn 1
4 certo eccedere • Onde d'ambedue quefte cofe, cioè dell
honore, &dcl Jl Secondo lìhro. Q? / / > \ et del vinccrc,fono
eglino molto più amatorijchc non fono ama tori de i danari, dal dcfiderio
de i quali molto poco fon mol diati, per non hauere ancor prouato,6V
efpcrimeniato la potiertà,e'I i j bilogno: fi come ben mollra Se accennala
breue, et acuta rifpofta 16 diPutacoad Amfiarao. Sono oltra di quello i
gioueni non ma» litiofi,doppij, o maligni, ma più torto fcmpljcj, aperti,
cV liberi > come q,uclli, che non hanno ancor conofciute,& prouate
le fraudi, et l'aftiuicdcl mondo. Et parimente Tacili fono a credere, et a dar
fedea quello, che lui detto loro ; non elTcndo flati per la lor xS breue
età molte volte ingannati. Sogliono appretto di quello i gioueni clfer
facili a fpcrar bene. pcrciochc non altrimenti eglin fon caldi per caufa
della natura loro (Iella, che fi licn caldi colali ro, che s'empion di
fouerchio vino. Oltra ch'aiuta ancor la loro fperanza il non hauere ancora in
molte cofe prouato,& veduto to riufeir lor vani i difcgni,& Jc fpcranze
loro, Etoltra ciò i gioueni per il più viuono a fperanza, Se dietro a quella
menano i lor anni : conciofiacpfa che la fperanza riguardi il futuro, fi
come la memoria il pallàto :& ne i gioueni il tempo, c hàda venìre,c
lugo aliai, et quel, ch e in lor già panato è breue,potendo nel prin eipio
della fua età l huomo ricordarfi quafi di nulla,&: fpcrarqua ai fi il
tutto. Et quello ancor parimentec caufa, ch'i gioueni han fempre efpoflia
facilmente eflere ingannati, per clfer (com'hò detto) a pigliare fperanza
facili. Più forti ancora, cV più animoli fono gli huomini nella giouinezza, che
nell'altre età : come quelli, ch'ageuolmentc s acccndon d ira, 8c fempre
bene fperano : delle quai due cofe la prima fa non temere, et l'alrra
confida re: conciofiacofache niun, chefiaaflalito dall'ira, tema; et Io aj
fpcrar qualche cofa di bene, generi confidentia. Sono medefimamentc i gioveni
dediti naturalmente alla verecondia. 8c quello nafcedal non avere eglino ancora
hanuto cognition d'altra forte di cose honeste e lodeuoli, che di quelle solamente,
di cui A4 fon dalle leggi inftrutti. Sono oltra di quello li gioveni,
magnanimi, come quelli, che non fono ftati ancora abballati, de humiliati
d'animo dalle miserie, e necdfirà, che porta la vita umana.01tra che la
magnanimità fa,chc l'huomo fi (limi degno di co fegrandijil che è* proprio
di coloro, che pieni di fperaze fono, co 16 me fono i gioueni. Anrepor
fogliono appretto di quello nelle lor attionirhoncftoaU'vule, come quelli,
che viuó più fecondo l'iniìitution ftfo \ € DeUa r Retorica d *
(litution ne i collii mi fatta, che fecondo'l calcili o della
fuppurttione: ne è dubio,che il difcorrere,& fupputar non riguardi 1
vti *7 le,& linflitution della virtù non riguardi l honefto.
Mcdefìmamentc fo^lion ghhuomini in quella più, thcinqual fi voglia altra
età,elfer vaghi d'haiierc amici, et compagni : come quelli, che molto
godono, et diletto predono del cómun cóuitto, &del la conuerfarione. Oltraehe
non hauendo cominciato a«coraa mifurar le cole con l 'inrereifo
dcll'viile, parimente non mifuran iS con quello gli amici, ma col diletto
(olo. Sogliono ancora in tutti gli errori, ch'occorra lor mai di fare,
errar più tolto nel pjù, che nel meno, Se più nel molto, che nel poco : Se
contra la len tenda di Chilone ogni cofa fan col troppo : come quelli,che
ami troppo, odian troppo, Se fomigliantc in tutte l'altre cole. Ol tra
che fi perfuadono in vn certotnodo di fapere ogni cofa, Se c6 vna cerca
refoluta certezza affermano, Se afTerifcono rutto quel, che dicono, il che
anchora e caufa, che gli aiuta a traboccar nel troppo. Le ingiurie, Se 1
offefe, che fanno i g{rìucni,fon più pre (lo in contumelia, et di 1
pregio, che con iniquità, Se malitia far-* £X te. Sono oltra quello i
gioueni inclinati ad hauere altrui corti-' patti on e; pcroche tutte le
perfonc (limano eglino virtnofe, Se migliori di quel, che le fono, come
quelli, che con h lor femplicità, Se poca malitia mifurano i coftumi, 6c le
attion de gli gli altri : cVper confeguentc gli (limano indegni dei mali,
che 31 yeggan lor patire. Scnton per natura diletto ancor di (lare in
rifoj Se per quello fon faceti, vrbani, et fcflcuoli, Se amici del
motteggiare : emendo l'vrbanità vna certa delira, honefta, Se ben
moderata fpetie di contumelia. Coli fatti adunque (come
habbiam detto) fono i coftumi, che porta feco
la giouinezza**4| Capo \ Jl Secondo libro. j 6 1 fi*po
ij. Della VecchieXzL,a y et delle pròprieta dt quella. Vecchi poi, Se gli
hormai grani, Se carchi danni, han quali per la maggior parcc cortami, a i
già dee-! ci contrariamente opporli, perciochc hauendo vif il peggio.
pcrciochc fon di contraria di fpofition di fangue, che non fono i gioucni,
clTcndo eflì agghiacciati, et quelli caldi : onde par, che la vecchiezza venga
in vn certo modo a dare adito, et a far quali la ftrada alla timidità; non
ellcndo altro il timore,chc vn certo agghiacciamento. Delideroli ancor
grandemente, Se auidi della vitafono x Se maflìmamente quando s'apprettano
a i giorni e ftremi: (olendo elTere il dcfidcrio propriamente delle cole,
che mancano, Se fono allenti ; Se di quello,di che l'huomomaggionnente
edefettuofo, Se hàbifogno, maggiormcntc ancora è defidcrofa. Coltume è ancor de
i Vecchi i cilèr Tempre queruli, Se lamenteuoli, et Tempre et ogni cola
rammaricarli, quali che non polFan contentarli mai. il che naTce
dall'clìer quella vna l$ lpetiedi pufillanimità. Viuono olerà di quello
più fecondo l'vtile, che fecondo l honefto> molto più che non conuiene, per
ef16 Ter molto amatori di Te medefimi: nè e dubio, che l'vtil non fia bene
in refpctto di fe Hello, Se l honeftonon lìa bene in Tua natu17 ra, et allblutamente.
Coftumcmedefimamcntecdiquci, che fon nell'età fenile, l'eller più prefto
inuerecondi, che verecondi, concioliacofa che non tenendo effi il medefimo
conto dell'hone ito, che dell vtile,tengon per conTcguenre poca (Urna
dell'opimo 1 8 che s'habbiadi loro Poca Tperanza Togliono ancor nelle coTe
ha uere ; parte per reTperientia, che gli hanno, rrouandofi per il
più nelle coTe Tempre più il mal, eli il bene ; Se accadendo per confci$
gucntcgliauuenimcnri dell'humaneattioni in peggio : Se parte ancor per causa
della timidità, c'habbiam detto elfer lor familiaxo re. Danno mcdeilmamentc
maggior parte della vita Ioroalla me moria, ch
allafperanzarconcioliacoiachc riguardando la fperàza il fu turo,. et la memoria
il pallàto, picciola parte della lor vita % 1 è quella» che Ila futura,
&: grande quella v eh è già palla ta.Ec quello parimente e la caufa, che
gli rende loquaci, et gli fa fenza miCura pigliar diletto di raggionare. peroche
nonrellan mai di raccontare, &c rirare in lungo le cofencllor tempo
accadute, o ch'eglino habbian perii pallato fatte : come quelli, che nel
rinnouel Xt larfel e nella memoria, gran diletto,. et gran gu Ito
prendono. Gli Tdegni, i crucci» et l'ire dei vecchi fono acute, Se
fubite,mafner «5 uate, &: fiacche. Se li defiderij, Se le cupidità lot
o, parte fon man care, Se diuenutevanein tutto ; et parte fon fatte
languide Se de M biluatcLa onde non fon molto moleitati dalle fcnfualità
delle cu pidità Jl Secondo libro. pldità,nc indirizzan le loro
attioni,o guidano la lor vira dietro i tj quelle, ma più tofto dietro ali
vtilc, et al guadagno. Onde vengon lcpcrfoncdi quella grauc età a dare
apparentia di Temperate : pofeiache lecupidità non fi veggon più in loro
dominarcela ucndoeflì totalmente l'animo applicato, et comeferuo fottopox6
fto ali vtile, et all'affetto del danaro. Et da quefto nafce, chegui danlalor
vita più torto con calculato, Se fupputatiuo difcorlo, ch'à modo dhabito,
et di coltume : cllcndo vn cofi fatto fupputare, et difeorrerc appartenente
aU'vtile, et l'operar come per coftumc, più alla virtù propornonato. Onde
le ingiurie, cV: Tof fefe loro, portan (eco più prcfto ingiù ftitia, et mahtia,
che con*. 28 tumelia. Son pari mente i vecchi inclinati ancora etti alla
compaf (ione ; ma non già perla caufamedeuma, che fono i
gioueni.pcr ciochenei gioueni nafee quefto da vna certa Immanità, o
voglia dir benigno affetto verfo gli huomini : doue che nei vecchi nafcc
da imbecillità, facendo ella lot patete, et in vn certo modo dubitare, che
tutti i mali poifono ellcr loro cofi vicini, che ageuolmente poftonlor ventre
addoifo : ti che giàhabbiam detto 2 cócorrerealle caufe della cópaffione.
Et da quefto ancor viene, -che li vecchi fian queruli, et duri, et amari
nel conuerfare,&: no punto atti alla vrbanità,& poco amici del
follazzo,&: del rifo: effendo cofetrà di lor contrarie l'elfer fefteuolc,
et 1 elfcr lamenteuole. Cofi fatti adunque fono i coftumi, et dei gioueni, et dei 3
1 vecchi. Perlaqual cola folendo communemente tutti volentieri abbracciare, et hauerc
accette quelle otationi, che conofeono accommodate, et conformi ai coftumi
loro, et affettionarfi a coloro, da cui le vengono, come che a lor firn
ih; non potrà per quel, che fi è detto, efler nafeofto, in che
maniera pollan color, che parlano, ^ parlare in modo, che et elfi, et l'orationi,&
parlamenti loro, poffan parer cofi fatti, cioè limili a color, che
gli alcol tano. t x ij fa / Della llgtprica d %
l^j /^Oi Virilità, ^ condttioni di quella. Vahto poi a color, che fon
nell'età virile, et vigoro fa, può ellèr manifelìo, ch i lor coftumi lìan
pofH nel mezo trà quelli (ielle due età già dette: tollendo via da
quei deli'vna, et da quei dell'altra l'eccedo, de la ioprabbondantia. Non
fon dunque effi tali, che troppo trabocchin nella confidenza, il che è
proprio dcll'au dacia, ne troppo parimente temino : ma neH'vna,&
nell'altra di | quelle cofe, fon difpofti fecondo che fi conuienc. Non fon
creduli, et facili a preftare ad ogn'vno vgualmcntc fede : ne dall'altra parte
han coli fofpetta la veracità d ogn'vno, che cofa alcuna non credan veTa:
ma dalla verità delle cole ftclfe pendono, et fo4 no i guiditi), et gli allenii
loro. Medelìmamcnte quelli di quella età non fon ferui dell auaiitia ; ne ancor
fon prodighi, &c diffipatori : ma tra quel mezo caminano, feconefo che le
cofe ricer$ cano. Et nella medefi ma maniera parimente con mediocrità difpofli
incorno all'ira, et intorno alle cupidità fi truouano. Son tcmperati, fcnza
che manchi lor la fortezza, Se fono forti senza che lor manchi la
temperanza. Le quali due virtù, i gioueni, et i vecchi s hanno l vna
dall'altra separatamentc trà di lor partite, cf /èndoi gioveni forti, ma intemperati,
ed i vecchi per il contrario temperati e timidi. Et per raccogliere il
rotto in poche parole, tutte quelle cole, che di buono, et d'vtilc s hanno
lagiouinezza, et la vecchiezza trà di lor fcparatarnente dillribuitc,
tutte 5 fi truouano infieme nella virilità congiunte. Et tutte quelle
altre cofe poi, leqiraii per fouerchio eccello, o defetto traboccan nel
troppo, o nel poco nelle due ellreme età già-dettc,tuttc ridot te al
mediocre, et al comieneuole, lì truouano in quella età di 5 mezo. Ritien le
fue forze nel Ino vigore quella età virile, et le fi confidcrano in quanto
al corpo,• daU anno uigefimo fino al trige fimo quinto : ma
confidcratcquanro al vigor dell'animo, intorlo no al quadragclìmo
nont>,maflimamctcnorifcono.Et tonto badi hauer detto de i coflumi,&
conditioni del la giouinczza,& della vecchiezza, et dell'età vigorofa,
che nel ruezo di quelle è poda. Jl Secondo libro. ì6j fapo if. Della
nobiltà, condizioni, proprietà di quella. V^ug^ Ecve al prefente, che
noi diciamo intorno aTij^È^!^^ della fortuna, quali, et quanti di quelli
fiano atti a variare i coltami de gli huomini, Se quali cofi
fatti coilumiaccafchino. Etcominciandodalla nobiltà, coitumc primieramente
è di quella l eder chi la poifiede dedito molto ali ambinone, Se a tenere
in ogni cola c&S | to dellhonore. pcrciochc pare, che ordinariamente
tutte le perfone » quando conofeono di polXeder qualche cofa, che piaccia
loro, fogliari tempre porre ftudio d'accrefcerla, et d'accumularle fopra : ne
altro e in chi 11 lìa la nobiltà, che honoranza, Se c 4 fplcndor d'honore
de i fuoi maggiori. Sogliono i nobili ellcr diIprczzatori d'ogn'vno; Se maiTì
inamente di quei, che fon fimi li a i lor maggiori. conciofiacofa che li
medefimi honori fogliano apparir più fplendidi, Se più gloriofì, quando Ci
truouan per lungo fpatio di tépo già fatti da noi lontani, che fe vicini in
tempo, o 5 prefenti fono.Cófilte l'elfcr nobile nella virtù principalmente
del 6 la (tirpe, Se della fameglia : ma la generofità condite in non vfei7
re, o tralignar dalla natura, et virtù dei fuoi maggiori, il che il 5 più
delle volte non fi vcdeaccafcar ne i nobili ; tremandoli fpeflb S mol ti
di loro vili, h umili, Se abbietti d'ani mo. Et pare in vero» che eli
adiuega nelle ftirpi, et fameglic dc'gli huomini vna certa fertilità, Se
abbondanza di ricolto per qualche tempo, fi come fuole auuenirca i
lauoratiui campi della terra alle volte ne i frut ti loro. perche fe la
ftirpe et fchiattad'vna fameglia farà buona, fi vedran per qualche campo
vfeir di lei perfone in virtù eccellenti. et di poi all'incontro parrà, che
come (tanca, Se quali sfruttata 5 di tai perfone, rem" per qualche
tempo di parturirne. Et in coti fatti tralignamcnti di fangui, Se di
ftirpi, loglion le fa m eglie d'acuto intelletto, Se di fottile fpiriro,&
fottile ingegno, degenerare, Se tralignare in perfone di coftumi adulti,
melancholici> Se fu riofi-, come fi vede elTer quelli, che fon difeefi
da Alcibiade; et io quei parimente, che dal primo Dioniùo per fangue deriuano. Et le
fameghe dall'altra parte, che fon di quieti, manfucti, Se graui co (lumi
« / ^Detta r R^torica
d*Arittotek^> co ftu mi, tralignar foglion finalmente in perfone
inerti, digroffo intelletto, et quali ftolide, Se infenfate, come fi veggono
elfer quelli, chedaCimonc, da Pericle, et da Socrate difeeh
fono, (aj?o 16. De i cofiumi, et proprietà de i 'Ricchi. Vai maniere
poi di cottumi foglian feguitare, Se ac compagnar le ricchezze ftando
etti, aperto può ciafchedun facilmente conolcere. pcrochc foglion
pri mieramentc 1 ricchi elfer contumeliofi, Se oltraggiofi, et oltra ciò
fattoli, et fupetbi : facendo in effi coli fatte difpofitioni, il polfelfo,
et l abbondantia delle lor ric3 chezze. conciofiacofa che clfendo le ricchezze
la ricompenfa, Se quafi il prezzo della ttima,& del valore di tutte
l'altre cole, in mo do, che chi polTìcde le ricchezze, pare che tutte le
cofe comprando cófcgnir polla -, vengon per quello i ricchi a difporfi
d'animo, 4 non altrimenti, che fe tuttel'altre cofe polTèdano.
Sonoparimentei ricchi macchiati d'vna certa effeminata molline, et delicatuta,
et molto fattoli,& arroganti di fe medefimi. molli de delicati fono
per l educationc delicata nata da i commodi, che portan le ricchezze. arroganti,
Se faftofi oftentatori fono, fi perche foglionocommunementegli huomini
volontieri occuparli, Se confumarc il tempo intorno a quello, ch'elfi amano,
Se che ammirano, et fi ancora per che lì danno a credere, che
tutti gli altri tengano altrui felice per cagion di quelle ftclfc cofe,
che 8 tengonloro. Nè forfè di ragion par, che in lor
nafcaqueftaprefuntione, vedendo elfi, che molti fono, che di coloro,che
polleg gon ricchezze hanno di bi fogno. Il che fu efprclTo
daSimonide Poeta in quel detto, eh egli in proposto de i iapicnti, «Sedei
ricchi vsòrvipondendo alla domanda fattagli dalla tnogliedi Hiero ne. concioliacofa
che domandato da lei qual delle due cofe fi douelfe come migliore anreporre o
l'elfcrricco, o l'clTer fapiente; rifpofe, cheei vedeua 1 lapiditi
raggirarli tutto'1 giorno, Se (lare 10 allettando alle porte dei ricchi. S
aggiugncancoraa confermar Tarrogantia de i ricchi, il parer loro, che lor
fi debba, Se quafi per ragione appartenga vna certa maggioranza, Se
imperio (opta degli Dig Jl Secondo libro. degli altri : {limando
lord'hauer quelle cofc,Ie quali chi poflìede, (la degno di dominare,& di
comandare a gli altri. Er per dir breuemete fono le maniere, Se li coitami
de i ricchi quei medesimi, che farebber d'vno, chefuflefortunatOjCV
infiemementc ftolto.E^ ben vero,che no poca difFeren ria fi truoua tra i
coftumi, che feguon le ricchezze di nuouo acquillate, Se quelli,
chaccompagnan Ieanticamcntc poffedute. peroche tutte le cattiue,c\:
biaf. mcuoli conditioni, Se proprietà, che ne i ricchi fi
truouano,mol to peggiori fi fan conolccre in coloro, che fon fatti di
nuouo riechi. conciofiacofa chela nouità delle ricchezze fia quali vna ini14
peritia del poflederle, et vna ignorantia dell' vfo loro. Apprello di
quello le ingiurie, Se le orlefe, che £mno i ricchi, non (ò{;lion nafeer
da pura ingiuftitia,& malignità, mapiù tolta o da Scherno, Se da
contumelia, o vero da inconrinentia, Se da inremperatia : come faria (per
eflempio) il dar delle battiture, Se il far forza con violentati adulterij. fapo.
De i coftumi di coloro, che h ari grande autt onta > £f potentia Jopra de
gli altri* de i ben fortunati * Edesimamente li coftumi, che feguon
la potentia, l'autorità, Se grandezza di flato fon quah per la maggior
parte man ifelli. conciofiacofa che parte d'efli fian quei medefimi ne i
potenti, che fon ne i ricchi ; Se parte fian migliori, Se più
comportabili, perciochc le pedone potenti, Se di grande (laro tengon ne i
coftu milorpiù conto dell honor, et han più del virile, Se del
grande, che non auuicn nei ricchi. perche dando lor la potentia che
gli hanno facilità di poter far cofe preclare, applicano a quelle l'animo,
et fon cupidi di condurle a fine. Sono ancor più diligenti, et manco otiofi,
pofeiache il pender di conferuar faluo il loro fta to, gli sforza a dar
vigilanti, Se a tener cura Se ftudio intorno alle cofe, che appartengono
alla potentia loro. Mcdefimamentc quel la grauità, che fi truoua in loro,
ha più tofto del venerabile, che del molcfto, Se fempliceracntc graue
peroche tendendogli quel la de\ T>eHa Ttgtoried d'
sfrittotele^ la degnità, et autorità loro riguardcuoli, vengon per quello
a j moderare, et a temperare i modi, Se le maniere loro : non eflendo
altro in vero quella venerabili tà, ch'vna mitigata, et ben comporta grauità.
Et fc pure eglino inclinano alle volte a fare ingiuria, fon leoffelc, Se le
ingiurie loro, non di cofe leggieri, et di 7 poca importanza, ma di cofe
grandi, Se d'aliai mométo. Quan to alla profperità poi della fortuna,
ritiene ella inlieme quei coS (lumi, che noi leparatamente riabbiamo clplicati.
peroche tutte quelle, che fon communemente giudicate felicità di fortuna,
pa re, che tendano, Se inclinino, cornea puncipaliflìme parti loro,
a quelli tre (lati d'huomini,ch" vi timamen te habbiam
detti.quan tunque a colmar coli fatta felicità concorrer foglia ancor l
hauer buon numero di ben qualificati figli, Se 1 hauer la pedona dota10 ta
di quei beni, che beni dei corpo fi domandano.Sogliono adun que i ben
fortunati più che tutti gli altri, traboccare ecce Ili uame 11 te in
fuperbia ; Se elfcr molto feonlìderati, Se poco configliatiui> o
difcoriìui nelle loro anioni : colpa della confidenza, che recali lor la
profperità della lor fortuna. In vna proprietà nondimeno, Se in vn coftumc
degno di lode, che feguc alla buona fortuna a canto, vengono ad eccedere i
fortunati, Se qucfto è, che.fon pij, Se deuori cultori, Se veneratori di
Dio, et ripieni di ben copollo affetto verfo la bontà di quello. conciollacofa
che veggendofi cfll profperar ne i beni, che dalla fortuna fon dati loro,
facilmente lì danno a credere, Se fi perfuadono, che ciò adiuenga loij ro per
hauere Dio amico, et bcneuolo. Et fin qui badi naucr detto de i coftumi,
Se proprietà, che feguono alle diuerfe età del i'huomo ; Se di quelli, che
portan feco i varij tlati della fortuna. 1 \ peroche i coflumi, che feguono a
quelli itati, che fon contraria quelli, c'habbiamo elpofti, cornea dire alla
poucrtà, all'auuerfa fortuna, Se ali impotenza, Se poca autorità, potranno
renderli manifefti con volger ne i y.r;i.»..* f contrari; loro i luoghi,
Se le conditioni, che alfegnate riabbiamo • C*po jfl
Secondo libro. / 6 p (apo ìS. Continitafion delle cofe dette con quelle,
che shan da dtre nel rejlante di quejìo fecondo Libro. Erta co /c e, che l' vfo
d'ogni perfuafiuo parlare riguar g Ha finalmente qualche giuditio, o
parer, che nalca in B colui che ode. peroche per cagion di quelle cofc,
che alcun fappia eiTcr da noi conoiciute, et giudicare fecondo l'animo
Tuo, non fa di bifogno, ch'egli ce ne parli. et qucfto C'habbiam detto
auuicne parimente fc alcuno apprettò d'vn folo,o fuadendo, o diifiiademlo via
le fue parole; come auuicne in color,ch'ammonifcono, o ccrcan di fare ad
alcun fede di qualche cola : non douendo punto manco (li mar fi colui, a chi fi
par4 la, giudice di tai parole per eiTere vno. perche colui in fiamma li può
conucneuolmenre (limar giudice dell'altrui parlare, nel qual fi cerca di
far parlando nafeere perfuafionc, o aiìcnfo, j o vno o più, che cofi fatti
fiano. Il medefimo auuicne ancora, così ncll'opporfi, col parlar nortroa
chio litigando,o in altro modo ci fia auuerfario ; come ancora in parlar
fopra qualche 6 prò polla carila, conciofiacofa che ancora in far quello
facciadi Difogno d'vfar la forza delle noftrc parole, et cercar di
difeio^lier le cofc, che ci ficn contra, òc contra quelle, come qua7 li contri
d va© auuerfario, opporci col parlar noftro. Similmente fi può quello medefimo
dire, ch'adiuenga neli'orationi dimofrratiuc venendo noi in quel genere
ancora a contìituir, come quafi giudici coloro, cha modo di fpcttarori, fi
pongono ad ascoltarci. Ma pigliando al tutto quella parola
giudice femplicemente, fi dee per giudice propriamente intender quello,
che nelle controuerfie, et caule ciuili, le cofe che fi dubitano, et fi
propongono, determina con la fua (èli tenda. conciofiacofa che de nelle
caufc,che fi trattan nel foro giudicialc, Se in quelle, che fi maneggian
nelle confulte, fi cerca in che maio nicra le (licno,& qual detcrmination
fi conuenga loro. Ma de i collumr a ciafeheduna forte di republica
accommodari, habbiam già a ballanza detto pr ima, nel trattar del ncncr
dclibcratiuo : di maniera che può parer c homai fia fatto chiaro in che Y
maniera, Se con L'aiuto di quai cofe, damo per poter far le noftre
orationi coturnate. E t perche trouandou in ciafehedun gencr d'oraiioni
difhnto, Se appropriato fine, riabbiamo per tutti i generi,. Se per tutti
i finiailegnato loro, proprie, Se accomodate opinioni, propofitioni, Se luoghi,
onde fi polla perfuadere,& *3 ^ ar fede confultando, demoftrando. Se
litigando: &: habbiamo oltra ciò inoltrato de detcrminato donde, et come
formar fi debbian le orationi, et li parlari coftumati ; reità ch'ai
prefen te diciamo di quelle cofe, che communi fono a tutti li generi
di *S caufe, Se tutti i modi di far fede abbracciano. Commune adunque a
tutti cnecclfario, chefiail feruirfi del poflì bile, &deH impoflìbilc, Se
il tentar di mofhar nell'oratione tal'lior che la cofa 1 6 habbia ad
elfere, Se tal hor che la (la fiata t Se oltra di quefto comune è ancora a
tutti i generi, delPoratione, il confìderare, Se moftrar la grandezza
della cofa : conciolìacofa che tutti fuadendo, o difTuadcndo nelle
confultationi, Se lodando» o vituperando, Se acculando, o defendendo^vfino, Se
tentino di cftenuarco d'ampliar le cofe, o vogliam dir d'impicciolirle, o
ingrandirle. tS Determinato charem poi quefte cofe, faremo pruoua di
dirqual che cofa degli Enthimemi, Se de gli eflempi confederati
ancora 1$ effi come communi a tutti i generi, accioche-aggiugnendo
poi doppo quefto fé cofa alcuna ne renerà da dirli, poriam por finalio
mente fine a quanto da principio fu da noi propoiìo. Et è da fapere, che delle
cofe, c'habbiara già propone come communi, I amplificar, ch'appartiene
alla grandezza, è alquanto più domenica, Se accommodata alle orationi
demoftratiuc, come già in alir tro luogo fi è detto prima. La nn tura poi dell'
elTer fiato, allegiudiciali è* alquanto più familiare:
riguardando lcfententie dei giudici, maflìmamente le cofe fatte. Il
poflìbil poi, et l haueread elicle, alle confultatiue caufe principalmente
s'accommodano,. Se fi fan domeftici. Jl Secondo Ulto. ìyj {apo t p.
'Della natura del pofòbile, dell' ejjère fiato, et dell' hauere ad ejfere,
et de i luoghi loro£t della grandeX^a,^ piccolél^a confiderate m natura
loro. I ry»MK?| Omi sciando adunque dal potàbile, òV dall'impof1 y2^gS£I fibile
diremo primieramente, che fé l'vn de' contraèo^Sjtì rij farà poffibile ad e il
ere, o a farli, parimente l'altro contrario potrà parer poffibile. cornea
dir (per cileni pio) che fé gli è poffibile all huom farfi fano, gli farà
ancor poffi| bilcildiuenhe infermo: conciolìacofa che vna medeiìma forza, et potentia
fia quella di due contrarij, confiderà» come con4 trarij. Parimente fe l vna di
più cofe trà di lor fimili faràpoffibi5 le,faranno ancor poffi bili quelle
altre fimili. Etfc poffibil farà vna cofa, che fia più difficile, farà
poffibil quella, che farà più fa4 cile. Et ancora teglie poffibile a fard una-cofa
in modo,chc la fia ornata, bella, et perfetta ; potràmedefimamente farli
femplicc» mente fenza quelle conditioni : perochepiù difficile (per essempio)
a farfi, e vna caia ornata, et bella, eh* vna cafa, che fia femplieemente cafa.
Oltra di qucfto di quella cofa, il cui principio fia poffibile a farfi,
farà poffibile il fine ancora : pofeiache ninna cofa di quelle, che fono
imponìbili, può mai farfi, o cominciare 5 a farfi : come (per essempio)
diremo, che mai non potrà farfi, ne cominciarti a fare il diametro del
quadrato al lato, ouero a la cofta di quello, con vna fteifamifura
commenfurabilc. Dall'altra parte ancora di quella cofa il cui fine fia
poffibile, farà poffibile il principio ancora : hauendo tutte le cofe, che
fi fanno, origine dal principio loro. Oltradi qucfto fc di due cofe,
quella che in foftantia, et in natura fua, oucr per via di gencrationc fia
pofteriore, farà poffibile ad efler fatta, poffibil parimente farà quella, che
e anteriore, et preceder dee. come a dir (per ellempio) che potendo venire
alcuno all'età virile, puòancor venire alla fan1 1 ciullezza; douendo per
natura quefta età preceder quella.Et me» defimamentc per il contrario, fc
gli e poffibil diuenir fanciullo, poffibile ancor farà venire all'età
matura, elTcndo quella età prin 15 cipio di quefta. Quelle cofe ancora fi
deono ftimar poffibili» Y ij delle ìyf, *Della c Retorica d
'drìftotele^ delle quali fi truoua per natura amore, Se cupidità ncH'huomo
: peroche perii più nó e chi nmi, o appetilca le cofe, che fono
impotàbili. Appretto di quello quelle cofe, pollbno et cllere, Se I j
farli, delle quali fi truouano in piedi le feien tic, et le arti, quelle cofe
medclìmamente pollon da noi ellcr fatte, il principio del cui edere, et del
cui nafeimento dà porto in cole, che o con forza, o con permasone in poter
noftro (ia di valercene. Se tali fono fc o più potenti d'elle, oucr padroni,o
amici di quelle damo. 17 Parimente le le parti d alcune cole laran
potàbili, faranno ancor potàbili li tutti loro. Se all'incontta fevn tutto
farà potàbile, faranno ancor per il più potàbili le parti fue. concioliacofa
che fe far (per esempio) lì pollon le fuola, Se le tomara, parimente
Ci pollon far Te (carpe : Se all'incontra fe lefcarpe far lì
polfono, faranno ancor pombilt a farfi le tomara, et le luola.
Mede/imamente fe tutto infamemente il gencr farà cofa podi bile, farà poflibile
ancora qual lì voglia delle fise fpctic. Se all'incontra fe pofII lìbil farà la
fpetie, farà ancor potàbile il gcner tuo. come adir (per cileni pio) che
fe potran farli legni da naiiigafrc, potrà f.irfi la galera ancora j Se
potendoli far la g ilcra, potrà ancor farli vn lezi gno da nauigare.Ohra di
quello le di due cofe, c riabbiano in lor natura relatione, Se rifpetto di
riferimento 1 vna all'airi a, farà pof libile l'vna,potàbil farà parimente
l'altra, come a dir (pcrclieanpio) ctiesVna cofa porrà eller, che fia il doppio
d vn'altra, porrà ancor quella eirer la metà, oucroil mezo di quella. 6c
all'incontra porendo ciTer quefta la metà di quella ; potrà ancor quella
cC *5 fer di quella il doppio. Parimente fepotàbil farà di farfi vna cofa
fenza aiuto d'arte, Se lenza diligano*, o preparatione
alcuna, maggiormenre farà potàbile a farli fe vi s aggiugne
l'induftria dclfarte, Se la oMigentia. Onde ben fu detto da Agathone,
che moire cofe li fanno alle voi te a calo; male medefimc facciam
noi a j con l'arte, e con l'induftria, che la nccetàtà ne mollra. Mcdefimamente
s'vna cofa può cfl'cr fatta da quei, che fono di mcn valore, et di forza, o di
potentia inferiori; mageiormen re potrà x6 eiler fatta da perfone
contrarie alle già dette, li come dille lfocrate, parergli cofa graue, fc
quello, c haucua imparato Euthimo, non fulle egli badante a poter trouare, Se a
poter fapere. Quanto poi alle cofe impotàbili, chiara cofa è, che da i
contrari j luoghi di quelli chabbiarao adeguaci lì potran
comprendere. Per Jl Secondo libro. i ?j Per conofeer poi fc le
cofe fiano fiate fatte, o non fiano fiate tacce, potiam difcorrere, et eonfiderare,
nel modo, eh al prcfente diremo. Pnmieramence adunque (e quella cola, che manco
in Tua natura è atta a farfi> nondimeno è fiata fatta, farà ancora Itara
fatta quella, che maggiormente in fua natura afarfi è habile. Et Ce quello, fi
vede fatto, che fuol farli doppo, viene ad elfere ancor fatto quello, che
far fi fuol prima, cornea dir(perellèmpio) che Ce alcun lì làrà (cordato
di qualche cola, 30 l'harà ancora in qualche tempo imparata, ouer faputa. Medefimamentc
s alcuno è,chabbia potuto, et voluto fate vnacofà, flimar lì dee, chei
habbia fatta : conciohacofachc tutti quando potendo fare qualche cofa,
voglion parimente farla, lenza alcun dubio la fanno, per non hauere in tal
cafo cofa, che gli impedifca. Il medefimo fi dee dire ancora di chi habbia
hauuto la volo tà di farla, 6c nelfuna cofa eftrinfcca dalla partedi fuora
impedi31 tol'habbia. Parimente s*alcuno harà potuto far qualche cofa,5c in
quello Hello tempo farà flato accelo d'ira, ch a farla incitato l'habbia ;
fi può affermare, che l'habbia fatta. Et il medefimo s'ha da dire di chi
habbia potuto far qualche Cofa, et habbia infiememéte hauuto qualche cupidi ù,
di in fligato velhabbia. perciochc per il più coloro, c 'han poter di far
cofa,della qual fiano defiderofi, et cupidi, la foglion fare, a ciò
induccndogli,fe cattiui, &vitiofi fono, la loro incontinentia, et le
fon virtuofi» J5 l honcllà, et bontà dei defiderij loro. Oltra di quello s
alcuno era in vltima preparatone totalmente in punto, 8c in ordin
per fare alcuna cofa, fi dee filmare, che l'habbia finalmente
fatta: 36 efTendo verifimil, che colui, che Ila già del tutto parato a
fare vna cofa, in modo, che nulla gli manchi per efeguirla, laefeguifca, 3c la
faccia per ogni modo. Mcdcfimamctefe fi veggon fatte tutte quelle cofe, che
foglion per natura precedere, &c andare innanzi a qualch'alrra cofa,
ouer per caufa di quella fono, fi può 3 8 (limar, che quella tal cofa fia
fatta ancora, com a dire, che Ce farà balenato, fi potrà dir parimente,
che fia tonato. cVs'alcunoharàaifalito, o fatto forza, o attentato di far la
cofa, potremo ereder, che l'habbia fatta. 8c dall'altra parte ancora Ce lì
veggon fatte tutte quelle cofe, che foglion per natura feguire, &c andar
dietro a qualch altra cofa, o per caufa delle quali quella tal cofa
fia; fi dee (limar, che fia ancor fatta quella tal cofa, che di natura
và loro innanzi, o per caufadi quelle ha l'elfcrfuo. come a dir,
che 41 fc gli e tonato, bifogna, che ha balenato : Se s'alcu no harà
dato effetto al tal delitto, o alla tale ingiuria; fi potrà ancor
credere c'habbia prima attentato, alTalito, Se fatto forza di farla. Et
di tutti quelli, che come luoghi habbiamo allignati, alcuni
fon ncceilarij, Se ch'infcrifeono, &" concludono di neceflìtà ;
Se alcuni fon più rollo verifimiii; Se han la forza loro per il più,cVper
la maggior parte. Quanto poi al poter inoltrar non effer la cola Hata
fatta, potrà ciò clfer noto dai luoghi contrari; a quelli, ch'a moftrar
chelafia Hata fatta, alfcgnati habbiamo. Et da quelli medefimamente potrà
diuenir manifefto quanto occorre intor46 no al moftrar, c'habbia la cofa ad
clTère. percioche quelle cofe, che fono in poter di chi voglia farle, fi
douerà ftimar, c'habbiam 47 da ellerc in ogni modo. Mcdelìmamente fe con
ira,o con in tenia cupidità, o con rifoluco difeorfo di ragione, ch'in ftighi a
fare vna cofa, farà congiunto il potere ancora ; fi douerà crcder,ch'el48
lafia per elici e, ouer per farli. Et perla medefima quali ragione, le
vedremo, ch'vna cofa ftiagiàgià in procinto, et inordin per fai fi, o per
clfcre, potiamo affermar ch'ella fia per haucre effetto : pofeiache per
il più fogliono effettuar/i più tolto quelle cofe,che fon parate, et polle
in punto, Se inordin perfarfi, che quelle, che co tal preparation non
hanno. Olerà di quello fe fi veggon già in cf fer quelle cofe, che foglion
per natura precedere, et venire innanzi a qualch'altra cola, debbimi credetene
quella ancora hab biada cllcre. come a dir, che fe il Cielo farà coperto
di nuuole, 51 potrà verilìmilmenteafpettarlì, che la pioggia venga.
Parimente fe fatta farà quella cola,laqual per cagion d'vnaltra fi fuole
ordinariamente fare, vcrilìmil ria, che quell'altra ancora habbia
da effettuarli come a dir, che fe fatti fatano i fondamenti d'vna caj 1
fa, verifimilmc te ancor fi fat à la cala. Quan to poi alla grandezza, Se alla
piccolezza dellccofc, Se aU'efler quelle, o maggiori, o minori, o
finalmente grandi,0 picciolc, può quello renderli 53 manifcfto per le
cofe, che già habbiam dette innanzi. peroche nel trattar noi dilopra delle
cofe appartenenti alle confufte, Se al gencr dcliberatiuo, fu da noi
trartaro della grandezza dei beni; Se infienie dcll'cirer maggiore, Se
dell'efièr minore, fcmpliccmc54 te in fe confiderati. Per laqual cofa elfendo
in ciafehedun gencr di caule propoli o per fin qualche bene, come a dir l'
vtile, 1 bonetto, e'1 Jl Secondo libro. / 7 j $ $ do, c'1 giudo, può
efTer manifedo, ch'a tutti li detti generi, per l'araplincatione, che lor
bifogni fare, pollon fcruir lccofe, che j6 quiuida noi furori dctte.Onde
tutto quello, choltra a quel,ch'ap partiene a i detti generi, di più fi
confideradc, 6c diceflè della gra dezza, de dell'eccedere, confiderati in
fefempliccmente, fareb57 befouerchiamente, et fenza bilògno detto. conciolìacofa
che nelle facultà,chan da eder porte ncll'vfb,& nell'attioni,più
pròprie fieno le confiderationi applicate alle cofe particolari,
che quelle, che fi fanno fernpliccrnentc intorno alla natura dcll'vni|S
ucrfalc. Quanto apparticneadunque a veder, fe le cofe fon po£ fibili, o
imponìbili, et fc le fon fatte, o non fatte, Se le l'hanno da edere, o non
han da edere, Se quanto parimente appartiene alla grandezza, et piccolezza
delle cole, può badar, quanto ha qui li è detto * (apo 20* Dell'
Jffimpio, 0 vero Induritoti retorica> et delle Jpetie Jue, lor condit ioni,
et del modo dyjarle^ collocarle nell'oratione. Està che diciamo di quelle
pruouc, Se vie di far fede, che fon communi a tutti li generi di
caufe; pofeiache già detto habbiam di quelle, che fono, o all'vno, o
all'altro genere appropriate. Sono le communi pruouc* et vie di far fede,
generalmente due, l'edcmpio, &r Entimema. percioche quanto alla
fenten4 tias'hadadimar, che la fia parte dell'Enthimema. Direm dunque
primieramente dcirElIempio : edendo l'edcmpio fimilc alj l'induttionc, la quale
ha ragion di principio,. et di precedentia 6 nell'argomentare* Di due
fpetie adunque fi foglion trouar gli 7 edempi. l'vna fpetie s'intende
elfer,quando fi predono, &c sadducon neli'edèmpio cofe, che veramente
fonafbtc, 8c li domanda propriamente edempio. L'alrra fpetie s'intende poi
eller quando noi dedì fìngiamo, Se neHimmaginauon trouiamo le 9 cofe,
che neiredempio addur vegliarne* Et cotale fpetie hà due parti, o vero è
di due maniere, l'vna fi domanda parabola, oucr 10 Similitudine : et l'altra
fi chiama Apologo, ovogliam noi dir fauola : come fon (per edempio) quelle
d Efopo, et quelle, che fi foglion, / ? DelIa Tlgtortca d'
Àrìftotelc^> li fi foglion chiamar le fauolc AtFricane. L
elfcmpioadunqucche propriamente fi domanda esempio, farebbe vn cosi fatto,
come te noi diceflUmo eller ben di far prouifionc, et apparato per opporfi
contra'l Rè de i Pcrfi, et non lafciare in modo alcuno, il ch'egli occupi,
de Ci faccia padron dell Egitto, percioche Dario non prima limette apalTar
con reilercito in Grecia, ch'egli hauclTe occupato 1 Egitto ; il che fatto, fi
motte fubito ad ailàlir la Grecia, parimente di nuouo Serfe non prima fece
il medefimo palleggio, che quella fìeilà Prouincia hauefl'e foggiogato, et
foggiogara che l'hebbe pafsò ancora egli con le fue forze in Grecia onde
al prefente ancora fe a quclìo Rè vien fatto aimpadronirfi dell Egitto,
fubito poi artalirà la Grecia: et per quello non fi dee 14 permettere, eh*
egli fenimpadronifea. Le fimilitudini poi, le quali per la frequentia, che
tencua Socrate neH'vfod'cfie, Solò cratichc fi foglion dire, farebber, come fe
(per efiempio) alcun dicefle non eilcr ben fatto l'clcggere,o crearci magi
(Irati a forte. conciofiacofa che il far quello farebbe limile a punto,
come fe alcun volendo elegger giocatori di pugna, o di lotta, non
prendeilc quelli, che più robufti, et più atti, et potenti fusero a tai 18
contefc,ma quelli, che ne delTe la pura forte : ofe tra tutti quei, che fi
trouaflcro in vna nane, fi ponetfc in forte l elcttion del Nocchiero, o
Gouernator di quella : come ch'a gouernar PhaueiTe, non chi meglio hauefiè di
ciò la peritia, Se l'arte, ma chi dalla cafual forte prò pollo fulle.
Apologo, et fauolapoi s'hà da inrendere elTer qual fu quella, ch'vsò già
Stcfichoro con tra di Falare, et quella parimente, di cui fi fcruì Efopo
nella difenlìon xo il' vn concitai or del popolo. Stefichoro adunque
vedendo che gl'Imerenlì haucuano eletto Falare per Capitan generale con
fujjtcraa potcftà, 8c confultauano oltra ciò, di concedergli guardia di
foldari per la fua pedona, fra l'altre cole, ch'egli a diilliadcr qucfto
dille, vsò ancora il prefenre apologo, o ver fauola, dicendoloro, eli
'vnCauallo fi trouaua già in vno ampio prato, de io? 10 tutto lo
godcua,& lo polledeua.mil foprauenendo vn Ceruio, et cu 1 aneto,
difhirbando, et imbruttando tutto quel pafcolo, 11 Cai ilio defidcrofo di
vendicarti contra del ceruio, domandò configli o da vn huomo, s'egli
ordine con ofccllc alcuno da potere egli con lui infieme galligarc, et punir
quel ceruio. A che rifpoic l'huomo, ch'a ciò gli baftarebbe ianimo, quando elio
caJl Secondo libro. 777 «allo prendclTe nella bocca vn freno, o vero vn
morfo, Se egli fopra di lui falilfe, de con nafta, over lancia in mano,
conerà del ccruio andante. Piacque il difegno al cauallo, Se accettato ilmorfo,&
fotopoftofi al caualcar deirhuomo,in cambio di vendicarli : contradel
ccruio, rimafe foctopofto, Se in potere Se fcruitù dcl* 2.1 rhuomo. Così voi
Imerenlì (dicea Stclìchoro) guardate, che mentre che volete, Se cercate di
vendicarui contra dei voftri nemici, non veniate a patire, Se a prouar
quel, che patì quel Cauallo.concioliacofachegia vi r toniate hauereil morfo in
bocca, hauendo fatto Palare con tanta autorità Capitano, Se
Imperator voltro : onde fe concedendogli ancor la guardia della fua
perfona, ve lolafciarete in quella guifa falire addollb, nonèdubio»' che
perduta la libertà volìra, da recargli lerui, óc l'oggetti non i.
riabbiate. Efopo parimente hauendo prefo a difendere in Samo vn potente
Cittadino, vfurpator delle loftantie publiche, Se per t tal caul'a
acculato, Se polio in pcricol d'cllcr condonato a morte; 14 dirte trai
altre cole in difenfion di lui, che vna Volpe gia,volcn« do paflare vn
fiume, era caduta in vn follo, Se non potendo per la cupezza di quello
vfeirne, era (lata quiui tutta afflitta affai buon tempo con grande
incomodo, et difàgio fuo. Se trà gli altri mali fc le eran col morfo appiccati
addollb molti tafanelli, o \cfpe canine, che glivogliam chiamare.
Eceflcndo ftata acafo villa da vn Riccio, o ver da vno Hiftrice, che quiui
errando andaua j com mollo a pietà di lei, la domandò s'ella lì contentaua, ch'egli
le leiiallc da dolio quei tafanelli, il che elTendogli da lei negato,&
domandandola egli per qual cagione la non lene coni£ tentalTe, ella così
gli nfpofc. Quelli animaletti hormai fon quali pieni, et fatij dellanguc
mio, Se poco più horamai nefugono. Qfr doue che fe tu cacciandogli mi
libererai da quelli, verran (libito degli altri tutti affamati, Se finiran
di fucchiar tutto lauanzo del 15 fanguechc mi èrimafto. In quello raedefimo
modo o Cittadini di Samo (diceua Efopo) collusene voi cercate di gal^gar',
frollandoli già fatto ricco, non vi fa quafipiù danno alcuno, ina fe voi
condennandolo a morte, ve lo leuaretc via dinanzi, non machcran di fucceder de
gli altri in luogo fuo,poueri, Se bifognoli, li quali vfurpando, Se
furando, non refteran di confumar quel, t6 ch'ancora reità delle follantie
publiche. Mora così farri apologi, ouerfauolc, fon molto accommodatc
aquella forte d'orationi, Z che jyg 'Della Teorica d
'ÀrìUotelt^ che fi Tanno alla moltitudine. et han quello di bene,
chedoue chegliè cola difficile il trouar cali, et fatti veramente
accaduti, clic fien limili a quello, che inoltrar vogliamo j il trouar
così far28 te fauole, non c difficile : eiTendo in poter noftro il fingerle, et
formarle ad immaginatiooe, fi come le parabole, ouer lefimilitudini ancora :
purchel'huomo fiahabile a fapercauuertire, et conofeer la fomiglianza, che fi
truoua tra le cofe. Il che potrà rendere in gran parte facile, l'aiuto
della Filologìa. Son dunque affai facili a poterne diuenir copiofe, le fauole.
ma nelle confulte fon più vtili gli eflempi, che proecdon conlecofc
dette, 32 veramente accadute: pofeiache per il più lecofe, che
vengon poi, fon fimili a quelle, che nel paflato fono auucnute prima
Quantoallvlo dcircifempio poi,a!hor farà bifogno all Orarore d vfargli clTcmpi
in luogo di demoftrationi,& d'Enthimemi, quado nó harà Enthimemi. ma
quado nó gli raacarano Enthimemi douerà vfar gli efTcmpi,quafi in luogo di
tcmmonij,ponc« dogli peraggiuta,& cófermationedoppo gli Enthimemi.
Perciochegli elfcmpi porti innanzi a gli Enthimemi diuengon fimili a vna
induttione: ne è dubio, che linduttione all'orati oni oratorie non fia punto
propria, et vrile fenon molto dr rado, ma fe fi pofpongono, vengono a
renderli fimili a temmonij, li quali inoqni luoj;o,che fi truouino, fono vtili,
et badanti a far fede. Et per quello ènecellàrio a colui, eh antepone gli
clldnpi agli Enthimemi, il porne, et 1 acidume molti : douc che a chi gli
pofpone, et pon doppo, balla, fenon più, daddur3 ne,& di porne vn folo :
pcrochc vn fol te (limoniodegno di fede è badante, 6V vrile a prouare* 40
Quante fperic adunque d'eikmpi licno,& in che maniera Se
quando s'habbian da trat ta r e, et da porre in vfo, riabbiamo a ba
danza fin qui veduto. Jl Secondo libro. j 2)^& Sententie
oratorie, f^*// ///tf* / et per falute della propria patria : over s'vno
altro volendo dare animo di combattere a quelli, eh in minornumero dei 45
nemici fulleio> dicefle, che Marrec cpmmune. o fe parimente qualch'aluo
fulTe, che volendoci efortarca cor la vita a i figl^chc iien reftati d
vno, che fia (lato vccifo da noi ; per inoltrai ci, che tal cola non fia
per eilereingiuflamente fatta, dicelle> lìolco,& lenza intelletto e
colui, c'hauendo vccifo il padre, lafcia i figli re44 ftareinvita. Appretto di
quelìo alcuni prouerbij (ono, che fenten tic (limar fi deono,* cornee quel
trito prouerbio, Foreftiero 45 in Athenc. Conuieneancora alle volte, Se e
lecito dir 'fen. lentie pppofte, et contrarie a quelle, che già per
innanzi diuulgate, et fa mofe fieno. et per famofe, et diuulgate le
intendo io, come è (pei efìempio) quella, Cognolcc teflello> et quell'altra,
Nell'una 46 cola vuole eller troppa. Étalhora (penalmente fi dee, et Ci
pup far quefto, quando (i vien con quefto a porcr dare apparcntia
di maggior virtù, et di miglior coftumc, o ver quando
trouandofi colui, che parla grandemente conturbato, manda fuor le
parole 48 concitare da qualche grauc affetto. In calo di pertuibation
d'affetto farebbe (per eifempio) s alcuno frollandoli tutto infiamma to
d'ira, dicelle cfler fallò, et non ragioneuolmcntc detto, che biibgni
conofeer fe medefimo : percioche fccoftui hauclfc ben conofeiuto fe Hello,
non fi farebbe giambi llimato degno d'efler 49 Conduttiero, et Imperaror
di quello cirprcuo. In cafo poi di dareapparentia di miglior collume,
farebbe ( per eifempio) s alcun diccire, che non con ui erre aruar, fecondo che
dicono, come fes'hauefle doppo ad odiare ; ma più rollo per il contralio
conuicne odiare,come fe a qualche terupo dappoi s haiieUe ad ama che in
neiftina cola (ha bene il troppo, Jl Secondo libro. ifj po,cociofiacofachegli
fruomini federati fi dcbbian fuor di moJ5 eia odiare, Recan veramente le
fenreniic molte vii] tra non pic$6 ciolc all'oratione. L'vna prende occafionc,
et fomento dali'miJ7 petfettione, Se \ anità de gli afcoltatori. percioche
quando fencon, ch'alcuno in dir cjualchecofa in vniuerfale,li rincontri
apu to con la (leda opinione, ch'elfi n haueuan prima in
particolare, jS godono, et guftano in ciòdilctto. ma meglio quel, eh io
dico potrà capirli, Se renderli manifefto, quclto modo : et io fieni emete
potrà farli chiaro in che maniera s'habbian da crollare, et da }9
procacciar le fententic Già fu da noi neldimnir di (opra la (crftentia detto,
eller quella vn proferimento,© alic i i mento, o cn m ciationc, chela
vogliam chiamare, fatta di qualche cofi in genero rale r ondccoloro, che hanno
prima generato nell'animoopinion di qualche cofa in particolare, quando poi
Icnton conformarli con quella tale loro opinione, quel, cheli proferi fcc in
vniuersale ; prendono in ciò piacere, cornea dir (pei elìèmpio) che salcun
farà, c habbia incomporrabiIi,& pcllìmi Vicini appretto; o vero
fcelerari, Se viriofi figli ; accerrerà, et approuerà per ragioneuolmente
detto, s'ad alain fentirà dire in vniuerfale, non eltcr la più moietta, et
noiofa cofa, chel'haiier vicini : o ver che non può 1 huom far cofa più
(tolta, che cercar d hauer figliuoli. 61 La onde fa di meitieri di procurar di
conofecre, Se far conicttura prima, &: fàper in fornma, quali fieno i
pareri, et le opinion de gli afcoltatori, et di poi con la fentenria
adherire a quelle, com6$ prendendolcin vniuerlale. Et quella» c'habbiam detta è
vna del6+ Letalità, che reca l'vfo delle fen renne. Vnalrraven'è' poi, Se
di maggior momento, et è, chele feruono a firl oration coltnnn6$ ta. tic
alhor fi dee dire, chel oratione habbia collii mc,quando in> 66 elfi
appari elettione, c'1 voler di colui, che parla, il chetimele fenrentic
fnno ; comequelle nellequali, colui,chcrvfa Se le prò ferifee, altèrifcein
vniuerfale quel, ch'egli ftima intorno aqual6j che cofa theibile. Laondefe
buone, Se honeftefiiran le fentcnciefaran confeguenremente buono, et virtuofo
apparir colui, *S chele proferifee Della fententia adunque per
conofeer che cola ella fia, Se quante fpeiie di quella fiano, Se
in quale occalione, Se tempo fi debbiano vfare, Se quali vulirà
finalmente rechino, può ballar quanto fin qui fi è detto / S 4. TteRa
'Retorica d* Arìttotdc^ (apo 22. TV gli Gnthimemiì et de i
precetti necejfarij all'vfi di quelli. Et quali fi ano gli ènthimemi
puri prouatiui, £f quali gli redarguitimi et reprobami. I leieciie loro. concionacela
che queite due conli3 derationi fiano tra di lor diuerfe. Che l'entimema
adunque fia vna certa forte di ullogifmo, già habbiam noi detto prima, de
pa 4 rimente di che maniera fiafillogifmo, et in che cola dai iiliogif5 mi
dialettici differifea. Pcrcioche in quefto da eflì è diuerfo, che non
bifogna nell Enthimema raccoglier le conclusioni da premei fc molto con la
lor vniuerfalità remote : nè manco bifogna prcn6 der tutte le cofe, a
raccoglier con concluiìonc. pofeiache la prima di quefte due cofe con la troppa
diftantia renderebbe la pruo 7 ua ofeura : et l'altra darebbe apparentia
di fuperrìuità, et di garrulità, raccogliendo, et fillogizando cofe totalmente
manifelte» 8 ¬e. Et quefta fi dee iti mare cAcr la cagione, che con
maggior facilità, perfuadono alla moltitudine coloro, che fon poco periti,
et di pocaerudirione ; che non fan gli eruditi, c i periti. $ come ben moftran
di conofeere i Poeti, facendo appreflb la moltitudine parlare gl'imperiti, et poco
eruditi, più gratiofamentc, 10 et più attrahibilracntc. concioiìacofa che
i dotti, et gli erudiri nelle pruoue loro procedano con caufe communi, et per
vniuerI I falità remore : douechc gl'imperiti procedon con le cole,
ch'in particolar fon lor note, &c che più propinque, Seal fenfo
(kclTo 11 più pronte fono. Per laqual cofa non li deon formare,
«Scdedur gli Enrhimemi da tutte le propolìtioni, ch'in qual fi voglia modo
pollono a qualunque fi lia parer vere •> ma da quelle, che pof1 * fono a
determinate perfone parer tali ; come a dire a gli afcoltatori, c hanno da
giudicare, o vero a tutti, o alla maggior parte di quelli, il giuditio dei
quali fiaapprouato, &c (limato da gli ftefli, } giudici^ Ji Secondo
lihró. igy l $ giudici, o dalla maggior parte d'elfi. Parimente non fi dee
raccogliere, 3c concluderne gli Enthimcmi (blamente da premefle necclFane,
ma ancor da quelle, che fon vere per il più, over per : la maggior parte.
Horquanto alle communi auuertcntic, che s'han d'hauere intorno
aìl'cnthimema vniucrlàlmentc confideràto, primieramente s'hadauuertire, che di
qual fi voglia colà, di cui s'habbia da dire, de da fillogizare, o con
lillogifmo di materia ciuilc, o con qual fi voglia altro, fa neccllariamenre di
meftieri,chc fi pofl'eggan per note, o tutte, o almeno alcune di quel x 8
le cofe, ch'in efiTa li truoiiino, et d'cllà ii verifichino. pcroche
fé nota alcuna di quelle cofe non ti tìa, non barai
confeguentemert te donde tu polla di quella tal cola raccogliere, Oc
dedurre con* 19 clulioneaLuna. Voglio dir (per eficmpio) come potrem noi
dar confìglioagli A theniefi fc dcbbiam pigliare,0 non pigliare a
far la tal guerra, non hauendo noi prima notitia delle forze loro,
6c delle militie loro ? come a dir (e le fon marittime, o ver
fcrreftri, ol'vno, et l'altro, et quante fiano in numero, quai fian
l'entra-ic, quanti i danari, et quali, et quanti fiano o gli amici, o i nemici
loro. Et oltr.i di quello quali fiano fiate per l adierro le guerre, che
gli hanno hauute, et in che manicra,& con quai fuc a 1 celli le
habbian maneggiate, et altre cofe tali. Medefimamcnre come potrem noi
parlare in lode,& gloria loro, fe non ci farà mi fintamente nota la
battaglia nauale fatta appretto di Salamina, o il fatto d'arme di
Marathone, o l'opre egregie fatte per la faluezzadc idefeen denti dHcrcole,
oaltre lor cofi fatte gloriofe imai prefe? pcroche tu ti i coloro, che han da
dar lode ad alcuno, Ihan da cauarc dalle cole lodeuoli, che o fiano, o
appaia che fiano iti \ elfo. Et perla medefima cagione dalle contrarie
han da dedurre il bial mo : confiderando (e alcuna di quelle fi truoui
veramente in colui, che biafmar vogltofro, o almeno appaia, che vi fi
truo«i. coroefe in biaùnar ( perch'empio ) gli A theniefi fidiccfle, che
eglino Aggiogarono, cVa fc fcccr fuddita, ck fcrtu tuttala preda: et che
clfcndo Itati gli Egincti, et li Potideatiin aiuto, 8c ki cópagnialoro
contra 1 barbari lor nemici ;-6c ellendofi in cjò portati
cgregiaméte,& có gran valore, erano Ilari nódimcn da loro in fcruitù
ridottile*: fe finalmcntein altre coli ratte co/e, hauef Icr cómelTo gli A
theniefi errore; onde venir loro ne porcile biafi; rao.Nó altrimcci ancora
coloro, clic nelle caufegitidiciali accufaA a no,o / 8 slla r R^6rtca d
'Jrìftotelzj no,o difendono,altróde nó traggon le nccufationi,&
ledifenfioni, che dalle cofc,che fi truouano,o fi verificano nella cola, del la 16
quale eflì trattano. Ne importa punto, o fa dirferentia alcuna, per far
quanto habbiam detto chela caufa di cui fi tratta, riguar di gli
Athenicfi, oi Laccdemonij, oqualchc huomo, o qualche Dio,oqual fi voglia
cofa. pcrciochc le (per ellcmpio) voleffimo dar qualche conliglioad
Achille, o veramete voleilìmo lodarlo, o bialiraarlo, o accufarlo, o
difenderlo, farebbe bifogno, che procacciaci mo, Se come note pofiedeflìmo
le cofe, che in Achil le fi truouano, Se che di lui verificar fi poflbno,
o ch'almcn fi eie &S dc,chc vi fi truouino, Se fc ne verifichino :
acciochc tra quelle prcndclltmo in lodarlo,o in biafimario fe alcune ve ne
fufler dell’onefte, o delle brutte, Se in accufarlo, odi fenderlo, fc
alcune jo vi fu (Ter delle gi urte, o dell'i ngi urte :Se in dargli
finalmente configlio, prendemmo quelle, che vi lì
trouafleroodannofe,ovtili. 51 Ilfimil parimente in tutte l'altre cofe
intender fi dee, fecondo c'habbiamoin quella d'Achille detto : come a dir,
chefes'hada trattare, Se cercar fe la giuftitia fia bene, o non bene,
dalle cofe, chc # nella giuftitia, o nel ben fi truouano, o di lor fi
verificano, 31 harem da prender le parole, et le pruoue noftre. pofeiache
in qucftaguilafi vede, che procedon nelle loro argométationi
tutti coloro, che fillogizano, o più efquifitamente, o più grollàmcntc,
che qucfto facciano, peroche non tutte le cofe,che vengon lo ro innanzi,
fen za di ftintione alcuna prendon per dedurne le loro argo mentati oni, ma
quelle (penalmente cleggono,c han qualche ìnherentia. Se verifica tion nella
cofa,chc particolarméte han da provare. Et che così fi debba fàrcoltra
rcfperiétia(come habbiam detto) ci s'aggi tigne la ragione ancora: per erter
manifefto, ch'impofllbil cofa fia di provare, Se di moftrarc altrimenti,
che nel modo, Se con 1 auucrtenria detta. Onde è mani fcfto, che
fi come fi dice nella topica, auuenir ne i fillogifmi dialettici,
è uccell ino d'hauer prima, che s'argomenti, la fcelta di quelle cose,
ch'intorno a qual fi voglia foggetto, pollbn d ello verificarti, 0 per
qual fi voglia occafion venir per caufa di quello in vfo. Et in quelle
cofe medefimamenre, le quali di prefente, Se quali allimprouiftaci fon pofte
innanzi, fa di mcfticr di farla medefima preparation e, Se viaria
medefima auuertentia, d'hauer l'occhio a elegger, non tutt c quelle cofe,
che come indifUnce, Se communi diJl Secondo libro. j oi dinanzi vengono;
ma quelle, chadherenti fiano, &habbia« no in fomma a far con quelle,
di cui s'han da diffonder le pruoue, et le argomentationi : procurando
nnalmcnted haucrne in maggior numero, che fi polla, Se quanto più fi polla
vicine Se appropriate alla cofa (Iella, concioiìacofa che quanto maggior numero
haremo di cole c*'habbiano inhercntia, et verifìcation ne i (oggetti, ch'a
trattar s'habbiano, tanto più facil fia per elfere il trattargli, Se il
far fopra quelli le pruouc noftrc. et quanto dall'altra parte più faran vicine,
Se congiunte con quei tai foggerei, tanto più appropriate, et mcn communi,
verranno ad ellcre. per comuni intendo io,comc farebbe fé per lodare
Achille lì dicefie, ch'egli era huomo, ch'egli era heroe, ofemideo, che vogliam
dire j Se ch'egli militò prefente nella guerra di Troia, tutte quelle cofefi
poflbn dir communi ; come quelle, che in molti altri ancora conuengono, Se
fi verificano : Se per confeguente chi in quella gitila lodalfè Achille,
niente più verrebbe a lodar lui, che Diomede ancora. Per appropriate poi
intendo io quelle cole, che in nell'uno altro (oggetto fi truouano, Se fi
veriricano, che in qucllodi cui trattiamo, comeadire in Achille l'hauer lui
data la morte a Hettorc fortiflìmo fopra tutti gli altri Tro iani ;
l'hauere vcciCo Cigno, ilquale, hauendo da i fatti di non potere ellcr
ferito, impediua ai Greci lvfcir delle nani peraccàparfi in tcrra^'elfere
andato all'imprefadi Troia di più renerà età, ch'alcun degli altri principi
della Grecia, Se l'cllèrui andato di fua volontà lpontanca,fcnza elfere a
quello a(lrctto,come tuc43 ti gli altri, da giuramene et altre cofe così fatte.
Qucfta, c'habbiam detta, c dunque vna auuertentia, ch'intorno agli Enthimemi
s'ha d'hauere, Se confitte nell'elettione, et fcelta delle cofe verificabili Se
inherenti a quel, che s'ha da trattare,come habbiam veduto, Se è in così fatte
auucrtentie, come primo luogo. Segueal prefente, che noi diciamo degli elementi
degli Enthimemi, Se per elemento intendo io il medefimo, che luogo del4;
l'Enthimcma. Ma prima che facciam quefto, e ben fatto di dir 46 quello,
che neceflariamente fi dee dire innanzi, Se quello c,chc due fono le
fpctie degli Enthimemi : alcuni fono, che fi domadano aucrtiui,o ver prouatiui,
che direttamente molliano,& pruouan la cofa edere, o non elfere. et alcuni
altri fi domandano redarguitiui, o vero reprouatiui. Se differifeon quelle
due fpeA a ij tic i 8 8 T>ella ^tprìca d'Aritiotele^> tic frà
di loro nella maniera, che dillet ilcono appreflo de i diale> tiri
l'Elcncho, et il (illogilmo. Lcnthimema adunque allertiuo, et puro pi (iii.it ;
no è cj nello, che conclude di rettamente col mezo di premcllc confette,
et conce iute per vere. et il redargmtiuo è quello, che conclude cola
repugnanre alle già concedo dute. Hor noi già riabbiamo intornoa cialchedun
gener di cau(e allignati tutti lì può di*,quafi i luoghi, ch'ad elfi generi
polfa51 no eilere vtili, cV necellatij : hauendo con diligente (celta allignato
a ciafehedun di loro, appropriate propolitioni, dalle qua* li,
comedaptopnj luoghi portoti dedurli, (k formarli cnthimemi dell'vtile, 6c del
nociuo, dell nonetto, et del brutro, del giuji fto, et dell ingiù fto. Parimente
intorno a 1 coftumi, cV intorno agl’affetti, Se a gli habiti Immani, lì
truouano eletti, &de/ j terminati da noi già prima appropriati luoghi. Onde
al prefentc refta, che con altro nuouo modo, di tutti i luoghi in commune, et non
più d vn genere, che d vno altro, tra vniucilalmentc J4 confederati,
ragioniamo, et didimamente in far quello auucrtiamo, et inoltriamo, quali
feruir debbiano a gli enthimemi rcprouaciui, o ver redarguirmi, et quali a gli
a(1èrtiui,& piouae j uni. et medefimamente quali fieno vtili a quelli
enthimemi, che apparenti, et non veri enthimemi lono, come quelli, che né
anj6 cor veri fillogiimi (limar li deono. Et dichiarate c'harcrno
turre quelle cole, difeorreremo, cV determinai emo delle folunoni,0 verdifcioglimenn,&
dell'inllantico vero obbicrioni, ch'occorron farli contra de gli enthimemi, per
annullargli, et mandargli a terra. (apo 23. T^e i luoghi communi, et quali
tra gli Enthimemi fien quelli, che di nobiltà, £f di perfezione
eccedino. N luogo dunque appartenente a gli Enthimemi affcrtiui, o ver
prouatnu, dircmo,chc (iaquello,che dai contrari) li domanda. perochefì
deeeon elfo confiderà re, s vn contrario (ì verifica d'vno
altro contrario, o negatiuamente, fevorrem deftruggetc, et concluder con
necatione, oaficrmatiuameote le coniti iute, et m Jl Secondo Ithro. iSjr f
rr, Ce concluder con arici mation vorremo. comc(pcr eflempio) diremo eli
eccola ville il vuier temperatamente, perche il viucre 4
jnrcmpcratamentc.ccata.dannofa,.,comc fc ne tede «(Tempio nell
orationMetTcniaca, douedicc, Sclagucrraè caufadi quefti prelcnii mal», con la
pace fi porri por remedio, et trouare cine j daadcllì. vno altio cirempio
può eller quello ; Senon è cofa ragioneuole accenderli d ira conerà di quelli,
di i quali lì fia. conerà lor voglia riccuuto male, parimente non lì dee co
ragione hauerc obligo, o render gratieachi contra fua voglia lia llaco
nccef 6 fttato a far giouamenco alcuno. Et in quello, altro ch'empio
ancora, Se lì vede (peno accader fra gli huominì, che molte cole fi rcndon
credibili, lequali fon veramente falle, lì dee parimente perii contrario
Iti mar moire cofe folercauuenircagli huomini 7 ch'eirendo vere,
incredibili appaian loro. Vno altro luogo è r che fi domanda da i cali o
ver cadimenti limili. conciofiacola che fi-, mi I mente faccia di
mc(tieri,che tai cali o ver cadimenti fi truouino cllerc, ononcifere. come (per
cucio pio) diremo, che non tigni cofigiuftafia bene, o ver cofa buona :
pcroche fc quello fuile farebbe ancor ben rutto quello, che nauuicn
guidamente. et nondimeno non e cofa, come bene ad alcuno cligibile 1
ellèe 5 tolto di vita «nuftamente. Vn altro luogo è poi, ilqual
confitte in quelle cofe, che l vnc all'altre fi riferirono, et vn certo
cam• bicnol rifpet:o tengono, perciochc fc (perch'empio) il farla tal, cola,c
honclto,ò\:giulìoa colutene la fa,farà ancora aira!tro,che la riceuc.cV la
pate,honefto,& giudo il patirla, e'I riceuerla. et fc farà giù Ito
^ll'vno il comandare, che la tal cofa fi faccia, firà ancoc 10 guitto ali
altro l'obbedire in farla » come parlando de i Public.™ i, ( cioè di
coloro,checóprauano,& negotiaua fopral entrate publi che) foleua dir
Diomcdon te, ch'era vnodi quelli, diceua adùque, fea voi non e cofa
brutta,o infame il vender le publichc entrare» 11 ne ancoi dee eflcreanoi
cola brutra.il comprarle. puoflìdire ancora, che fc ad vno farà cofa
honefta,& gioita il riceuere,& pa tire il tal danno,farà ancora
all'altro Cofa guitta, et honefta il farlo. et all'incontra fc farà nonetto il
farlo, farà parimente honcnello il panilo. Ma e d'auucnire, che ncll vfo del
prefente luogo può alle volte accader fallacia, et fallo lillogifmo:
pofeiache s'aleno meritando la morte, perdette guittamente la vita,
none dubio, che guittamente non patine, et riceucttc tal danno,
ma non / p o T>eHa Storica eUdrìHotelcj non per quello forfc
patc egli tal danno giullamenrc da te, pollo 13 che giurtamentc non habbia
ta fatto ad vcqdcrlo. Et per quello fa di mellieri di conliderar
teparatamentc colui, che patc,s ci me ritamente, et guittamente pare, et colui,
che fa, fc meritamente, et grullamente fi, et fatto quello, feruirfi dellvna,
et dell'altra delle dette cofe, fecondo che più vedremo accommodarfi
alla cofa $ che moftrar vogliamo, concipfiacofa che alle volte fia
quan toal giullo, Se nongiulìo, tra'l patire,^: fare,qualchc difcrepanxj
ria ; ne ci e caufa, che prohibifea, che la non vi fia. come lì vede (
perch'empio) apprcilb diTheodettc nella Tragedia intitolata Alcmeonc. dice
dunque Alfcfibca ad Alcmeone ; Chi è quel trà rutti gli huoraini,chc nó
odiane tua madre? a che egli rifpondcdodilfc,chcfaccadi mellieri, che quelle
cofe,(cioc la mortc,cY li demeriti della madre) fi cótideralfcro
feparatamcrc, et diftintame te.cV domàdandolo Alfefibcn, in che modo, foggiunfeegli,
degna veramente di morte quei giudici la giudicauano -, ma non
giaap partenerfi giuftamentea me lvcciderla. Ma tornando agli
ellcm del prefente luogo, vn tale è quello,che fu vfato nella
caufa,& giuditiodi Dcmofthene, et di coloro, c’aveuano vecifo Nicanore.
percioche hauendo i giudici fententiato hauer grullamente fatto coloro in
vccidcrlo> fu parimente (limato da ratti cflerfi implicitamente
giudicato in quella fenrentia, hauer lui giutta18 mente riceuuta quella morte.
Mcdelìmamentc cflèndo ftaro ammazzato vno in Thcbe, nel trattarfi in
giuditio quella caula, tutta la forza detta pofero i giudici in difeutere
fe l'vccifo era (lato degno di quella morte : quali che per quello moftralTcr
di (limare i giudici, non edèr cola ingiuda IVccider chi fia degno,
Se ts> guittamente meriti d'etfere veci lo. Vn altro luogo è
chiamato ao dal maggiore, et dal minore, come adir (per eliempio)chc fe
gli Dij no fan tutte le cole, non le fapranno in modo alcuno gli
huo mi. percioche quello modo di dire imporra quello, che s'vna co fa
non li ritruoua, nò fi verifica in quella, doue più trouare, et verificar 11
douerebbe, è cofa chiara, che manco fi rroucrà, olì a i verificherà in
quella, doue manco douerebbe. Ma il dir, che colui,che batte il padre,batterà
ancora li vicini, &c congiunti fuoi, prede forza da quello, cioè che
s'vna cofa e vera in quello, doue manco douerebbe, farà ancor vera in
quel, doue più donerebbe. a i di maniera che può cflerc vtil quello luogo
all'vna cofa, et all'altra econdo libro. i f / tra : cioè a moftrar,
che la cofa fia, et a montar, clic la non ila, tj Parimente può feruirea
inoltrar, clic non più, ne ancor mene vna cofa, che l'altra, ma vgualmente,
Se parimente ambedue li verifichino de i lor foggeti. Onde ha forza quel
detto, Tuo padre dùque dir lì dee milerabile per hauergli tolto la morte i
(noi figli, et Oeneo non lì donerà due anch'egli infelice,hauendo
per tj dutoil fuo figlio, ch'era lo fplendor di tuttala Grecia? Et
ancor fé lì dicelle, che feThefco non fece cola ingiù Ita in rapire Elena,
ne ancor l'ha fitta Alell'andro. Et fc il fatto dei figli di Tindaro, non
fùingiulto, ne quel d Alessandro dee eller tenuto ta»7 le. Et fc Hettore in
vccidei Patroclo, non macchiò la giuftitia, 15 ne Paride ancor la macchiò
in ammazzare Achille. Et fc gli altri artefici, &. periti d altre facultà
rton fon degni di bialmo,li Ftij> lofofì parimente non ne dcono cller degni.
Et fc a 1 Capitani de gli filerei ti, non dee recar biafmo,o macchia, alla
lor repu rattone il reftarealle volte vinti, Se fuperati,mcdelìmameute non
dee 30 queltorccarbiafmo ai Sofifti. Parimente s vlarebbe il medefìmo
luogo, fc in Senato coli (ì dicelle, Se gli è conucncuole, che ciafehedun
priuato procuri, et habbia a cuore la publica reputatione, et la publica gloria
voltra, e cofa ancor con uencuole, che 51 voi a cuore habbiate quella di
tucta la Gre eia. Vn'altro luogo 3 1 Ci truoua,óc che n'auucrnfcc, cheli
cófiderino li tempi. del qual li feruìlfìcrate nclL'oration, eh ei fece in
fauor d Harmodio.q nardo dice ; Certamente fc egli prima, ch'ei fitccilH opera,
c'ha. farlo, vi hauefle domandaro, che quando ei faccllè.vn tal latro,
voi gli concedente l'crertion della lhttua, non è dubioalcuno.che
voi promelTb,& conceduto non glie l'haueltc, hora hauendo egli
tfeguico il farro, non glielo concederere ? non vogliarc
dunque comportare, che quel premio, che gli barelle promelfo nel tempo,
che voi hauellcafpetrato il beneririo come futuro, hora in te po, che
nceuuto l'hauetc, gli fìa da voi quafi ritolto. Fu pariméte porto in vfo quello
luogo da chi perfuadcr volena a i Thebani chedouendo paffar Filippo per il
dominio loro a i danni de gli jj Athenicfì,gU co needellero il palio, eh'
ei domandaua. dkeua adunque, che fe prima che Filippo delfe loro aiuto con
tra i Foccnlijhauellc egli domandato quclto paltò cglir» certamente
glie i'harebber promelfo. onde è cofa fuora d ogni
comtencuolezza» c'hauendo lui in aiutargli proceduto con elfi con tanta
gencrofiU, lenza / Ttella Teorica cT ArìftotciLj tà, fenza domandar
conditionc alcuna, per la confidenza, ch'in elfi teneua, non gli
concedino al prefente il palio. Vn'altro luogo e ancora, la forza del qual
confitte in ritorcer le ftefle cole dette, contra di chi le dice. et fi
può trouar qualche differcntia nel modod'vfailo : fi come in vn modo fi
vede vlato nella Tragedia di Teucro. et parimente l'vsò 1 liei .ne conerà d'
Ariftofontc. pcrochc elFcndo domandato A ri fio fonte da I fiera te, s'egli
per danari li fu Ile indotto a tradir lenaui, et hauendo rifpofto,
che non,* foggiunfc Ificrate, Tu dunque edèndo Ariftofontc non le $2
tradire Iti, Se le harò tradite io ellendo Ificrate ? Ma in quello modo d
vfar quello luogo, fa di bifogno,chc colui, cótta del qua le s'ha da
vlare,fia communcmcnrc tcnuro più di(pofio,& inclinato a far cofe ingiufte,
che colui, che 1 vfa: alrriroeoti chi 1 v fasica ppanrebbe ridicolo,comc
auuerrebbe a chi acculato da Ai iAide, nella detta maniera gli nfpondefle. In
vno altro modo fi può viar e] licito luogo con cercar di tor fede
all'acculato re, mo Orandolo lottopofto al medeiìmo delitto. percioche
ordinariamente pare, che fi ricerchi, Se sai petti, che color, ch'acculano,
-& riprendono, fieno migliori degli accufaci, Se de i riprefi.
Può eflcr dunque vtiliflìmo quello luogo vniuerfalmente a contradire a
qualunque fi mette a ri prenci ere altri di quello ch'egli itefiò fa, o
farebbe, o veramente ii mette ad eforrar,che fi Ceciati quelle cofe, ch'egli
non fa, o non farebbe mai. Vn'alrro luogo li truoua chiamato luogo dalla
dimni:ionc:come le diccflìmo,i De moni non elfere altro, che o>gli
ftcflì Di j,oopcre>& fatture de (fi dij. onde qualunque (limai a
cllcr 1 opra de gli Di j> verrà uccella riamente a fti mar, elicgli Di)
lìano. Se come parimente d' vno» ches'infuperbiua pcreiferdel
fangued'Harmodio,.& d'Ari ftogi ione, difie Ificrate, genero filli mo
eflcr colui, che ila ottimo, et valorofiflìmo: conciofiacofa che in Harmodio»
et in Ariftogitonenon ha 11 elle luogo cofagcnerofa alcuna, prima ch'operaro
no haticlTcr quel gcncrofo farto. et che più congiunto, et prollìmp era
egli loro, percioche le mie anioni (diceua egli) et li mici gc4ti» fon più
propinqui, &: più congiunti a quelli d Harmodio, Se d
A"(logitonc,che non fono i tuoi. Parimente in quella orazione, che/u fatta
in fauord'Aleflàndro, fi legge folci li da tutti có/cilarc, eh i lafciui, Se
poco in amare nonetti fon queili, che non fi contentano, ne filàtiandi
fruire, et godere vn corpo lolo. Socrate Jl Secondo librò. Si i
$3 Socrate ancora rendendo la ragione perch' egli non voleua andare a
crouarc Archclao,diceua douerfì ftimare efler contumelia, Se vergogna il
non poter rare in vn certo modo vendetta, et ricompcnià, cofmci benefitij, che
lì riccuono,corac nciroffefe. Tutti quelli adunque ne i già porti cifcmpi,
hanno primamente con difrinir la cofa, che vogliono, moftrato quel,
ch'ella fia,& di poi con la forza di tal diflinitione, han proceduto a
prouarc l'info tento loro. Vnaltro luogo e ancora, il qual prende vigore
dalla moltiplicata fignificatione dvna medefima parola, fi come
nei libri della Topica fen'c addotto eilcmpio dell'aiiuerbiogrcco
hor thos, (che lignifica appreso di noi, rettamente, et appretto de i 5
1 Greci è parola moltiplice, cioè di più lignificati) Vnaltro luogo fi
truoua poi fondato nella diuifionc : come fc noi diceflìmo, le tutt»
quelli, che fanno ingiuria, per vna delle tre caufe la fanno, o per quella,
o per quella, o per quell'altra,* per le prime due chiaramente è
imponìbile, che coftui l'habbia fatta ; Se quanto alla terza, gli
accufatori (tedi non l'adducono, né 1 han per vera, 51 Vnaltro luogo è
poi, chedepcnde dall'indù ttionc ; come fc ne 5$ ycdecirempioin quella
lite, ch'accadde ncll'Ifola di Peparethia. douc cercando vnodi prouarc, eh al
giuditio delle ftefle madri in ogni luogo fi fuol rimetter la
detetminationc di chi fieno i Égli 54 loro,* diceua che in Athene
dubitando Manthia oratore, fe vno era veramente fu o figliuolo, fu decifa
la caufa fecondo la de55 termination, che ne lece la propria madre, quclìo
medefimo auucne in Thebe: douc efiendo controuerfìa tri Ifmcnia,&
Stilbone di chi loro filile figliuolo ThcfiTalifco, Dodone fua madre fu
quella, che col fuo parer dichiarò, che gli era figlio dlfmcnia; Se per
quello fù poi fempre minato, Se chiamato Thefialifco d'If $6 menia.
Theoclcttc ancora vsò quello luogo in quella fua oratió 57 della legge, douc
dice,fe a coloro, che trafeurati, eUa T{etprica d* Ariti otelz^ quando per
prouar, clic eia nitri fono honorati gli huomini fa61 pienti, come lì voglia
che nel relìo fiano, dice clic quelli dell'Itala di Parohebber grandemente in
honore Archilocho, nò ofta re che fu Ile mordaciflìmo mnldiccnrc. quei
dell'Itala di Chio, hebbero in honorc, et in venerationc Homero,
quantunque Cic tadin lor non fufTe. Saffo ancora, non olìante che Tulle
Donna, fu fopramodo celebrata, Se tenuta cara da quei dell'Itala di Mi€1
tilenc. I Lacedemonij parimente, ben che per l'ordinario non fian molto
amatori de gli ftudij delle buone lettere > per honorar tfj
nondimcnChilone, l'accettaron nel lor Senato. In Italia ancora fu
Pithagora tammamentc reputato, ancora ch'egli forclìicro in ^4 auclla
prouincia fulVc. fi come forelticro, et peregrino era Anaf (agora a i
Lamfaceni,& non di manco lhonorarono d'ornatillìhio fepolcro, Se aheora
hoggi duran di celebrarlo, Se d'hauerlo in pregio. V farebbe ancor quello
ftelfo luogo dell'induttione chi volendo prouar, che le Città, che lì
goucrnan col con figlio di huomini fàpienti, viuon taliccinenic, dicefie,
che gli Athcnicfi mentre che vfarona, Se olìerwaron le leggi di Solonc,
furon Tempre felici : de il medefimo fi puòd'irde gli Spartani, mentre,
che vifTer con le leggi di Licurgo: Sé in Thebe parimente, come
pri^ ma in man d huomini fapieriti, pieni di hlofoha, venne la
po> renria,& l'autorità, cominciò quella Città a poter parer
felice. 66 Vn'ahroluogo fi truoua ancora, ilqual depende dal
giuditio,che altra volta lilla fatto, o della fìeUa cofa,o d Vna-fimUeo
d'vnftOó traria. Se miiflìmamente fc diluii iti^^fcroprè farà flato
cengia dicato: Se tatton da tutti gli huomini, almen dalla aggior parte, o
ver da tutti li fapicnti, o almen da ì;più, o da i migliori. et parimente fe farà (tato fatto altra volta
tal giuditio da quelli Aedi giudici, dinanzi a i quali è la cauta ; o ver
da pcrlonc, i cui pareri fian da loro apprezzati, o da perlonc
finalmente,al cui giù ditionon fia lor lecito opporli, come lana fe lor
(ignorilo padro ni tallero, o vertali, che non fu ile cola honctìa d efler
lor contrari) nel giudicare, quali ( per ellèmpio) fon gli Dij, i padri,
li precettori, Se fimili. fi come Autocle vundo il prefentc
luogo ditfc, contradi Miflìdemidc, le l'Eumenide, che fon Dee no
recufarono, ma fi compiacquero d agitare, Se tartopor la caula loro fieli
Ariopago,recufcràMiiIìdemide,o non fi contenterà di farlo? over come
diflè Sarto eirere infelice, et mala cofa il morire, Jl fecondo libro. j
pj rire, poi che gli Di; coli giudicano : perche fe con" non
haueficro ilimato.non edubio ch'ancora em* nó haueiler voluto poter
morire. Arithppo ancor lì valfc di quello luogo centra di Platone: concioiìacofachchauendo
detto Platone non io che alquanto troppo azeramente, et ouinatamente per
quello, eh ad Ariftippo pareua, fc gli oppofe con dire, eh vna coli fatta cofa
non ap74 prouaua l amico loro, intendendo egli di Sociarc.
Hegelippo parimente nel domandar con àglio dalloracol d Apollo in
Delti, li feruì della ri (polk fattagli daiYOracol di Giouc in Oiimpo ;
domandando Apollo, fcil medefimo pareua ad elfo, che era al padre fuo paruto:
come che lì itimilfoch ad Apollo haueueda parer poco bonetto l'oppor li al
padre, liberate ancora per confermar che Helena full!virtuola fiata, dille che
coli l'haueua «iu76 dicataThefeo. Se per confermare il valor d Alcllàndro,
allegò che per tale le ftellc Dee giudicato Ihauetiano. Il medelimo llocratc
ancora per mourar,ch'Euagora fuiìc huom d egregia virtù, addulTe il
parere, cV giudi tio di Cononc : il qtial nt gli auuerfi, et calamitoii cali
fuoi, pofpofti turti gli altri potenti Principi, cjcucdi rifuggirli ad
Euagora, Se di confidare alla v irt ù, Se alla 7* feded elio la ialine
fua. Vn altro luogo c poi, il qual li può domandar luogo dalle parti, fi come
nella Topica 11 è porto in cflempio, qual ione di mouimcntofia quello dell
anima: perche «ella fi muouc, bifogna che o di quello, o di quel moui
mento li 7) muoua. Se ne vede ancora edèmpio nella difen/ionc, che di
Socrate fece Th codette, quando egli dice, Qual Tempio, o altra t* cofa
facramottrò mai Socrate di non hauere in honore, odi dtfprczzarc? qual di tutti
quelli, che la Città fua appruoua.cc ticn • So per Iddij, non ri ueiK Se
venerò egli tempre > Vn'altro luogo fi truouapoi, che fi può chiamar da
i confcgucnti,ilquale, perche nella maggior patte delle cole accade, che
fegua, et vada dietro lor qualche cola di bene, Se qualche cofa di male ;
c infegna, Se c inrtruifcc a confiderai quella cofa, che fegue, Se col
mezo di quella fuadere, o dilTuadere, acenfare, o difendere, et lodare,
o *i vituperare, lecondocheci torna bene. come(percircmpio)all enuluionc,
Se di(ciplina delle buone lettcre.feguc di male l'Ulcrc inuidiato,
7 54 cafchi : come fc ne vede effe m pio in vna argomentation di fiorare. percioche
hauendo egli vn figlio d'era molto renero, «5c quafi fanciullo, ilqual per
erfer di flaturadi corpo, alto adii più, che l'età non comportaua, era
ricerco dal magiilratoa fopportare i carichi, Se le fatighe publiche ; dille in
difcnlìon di Un Ifìcra te, clic fc llimauano, che i fanciulli alti,&
lunghi della perfona fuilèro huomini maturi, doueuano ancor
ragioneuolmentc ftim.irc, Se giudicare, che gli huomini maturi piccioli, et bafli
dcl$6 la perfona, fu itero fanciulli. Theodettc parimente fi feruì
dique fio luogo nella fua oration, che fece delle leggi, dicendo, Se
voi hauetc donata la città dinanzi a quelli de i nollri loldati
mcrcennarii, ch'egregiamente fono fati vtili a quella Città, fi come hauetc
fatto a Strabace,& a Charideno, non faretevoi efuli,& fcac darete
dalla Città quelli, che le fono Itati con la loro infolcntia, 57 et infame
viltà dannofi ì Vn altro luogo è quello, che confitte in voler, che fc vn
mede fimo accidente nafee da più cofe, fian parij8 mente vna ftelTa cofa quelle
cofe, donde egli nafec. come (per effempio) argomcntaua Senofane, dicendo, che
nonaltrimenti fi dimoftrano impii, Se poco religiofi coloro, che pongon la
nafcitadcgli Dii, che quelli, ch'affermano, e riabbiano ancora elfi a
morire : conciofiacofa che all' vna, &: ali altra di quelle pofitio #
ni fegua, ch'in qualche tempo gli Dii non lìano. Et fi può in fom ma vfar
quello luogo in pigliar nella conclulìone quelle cole vna per l'altra,
come s'vna (Iella cofa fiano, dalle quali vno Hello acxoe cidentenafec. come
faria (per essempio) dicendo, Ilgiuditio, chefete per fare in quella
caufa, et la fentenria, che fetc per dare, non riguardarà veramente Socrate, ma
lo (Indio, cheshabbia a porre intorno a la filosofia, fe fi debba più
lìlofofarc, onò. et in quello altro elfempio, ch'il dare acqua, Se rerra, non
lìa altro, che darfi in feruitù. Se in quello altro, che il volere accettare,
Se entrare in quella pace commune, non fia altro,ch obligarlì 103
d'obbedire alle volontà de gli altri. Sidee dunque con la virtù di quello
luogo, delle due cofe, dalle quali vnollelTb accidente nafee, pigliar
l'vna per l'altra, fecondo che ci larà più vtile. 104 Vn'altro luogo prende
forza poi dal diuerfo volere, c hanno in ti inerii tempi gli huomini, in
non clcggcrco volere vna ftellà cofa in vn tempo prima, o in vn tempo poi, ma
IpeiTc volteil contrario. come ne può eilete elfempio qucll Endnmcma; Se
quan per il quale deb biamo auuertir, fencl fatto sinchiudon cole,
ch'in elio f acciari contradittionc, o repugnantia alcuna. fi come
l'vsòScnofanc re fpondendo a 1 Cittadini Eleati ; li quali domandato
haueuan da lui conliglio s'eglino doueuano vfar di pianger quando
facufìca uano a Lcucothea, (o Matura, che la vogliam chiamare )
rilpofe lord unqiie Senofane, che s'eglino haueuano opinione,
ch'ella fu ile veramente immortale Dea, non doueuan piangere : óc
fe per Donna mortale la reputauano, non le doueuan facrifìcarc, 14 j
Vn'altro luogo riabbiamo ancora, la cui forza è porta in confiderai
qnalch'crror di difauuertentia, &con laconfcflion di quello accufatc, o
difenderli, come ( per elTèmpio ) nella Medea di Cai ci no, gli accufatori
di Medea le imputauano, de l'incolpauano, ch'ella hauclle vccilì i figli, poi
che elfi in alcun luogo non compariuano. Laqual accula haucua prelo
occafione dall'crror, c'haueua fatto Medea d'hauer fegrctamente fatto
allontanarci figli per faluargli. ÓVellainfua difenfion diceua, c hauendo
da fare vecifione, non i figli, ma Io fttlTb Iafone harebbe vecifo.
Ór che quello era flato veramente l'error fuo, il non hauerlo vecifo: et ch'in
vero harebbe ella peccato a non far tal cofa, fe quella al149 tra haueilc fatto.
Da quefto luogo, et da quello modo, et forma di dedurre Enthimcmi, è comprefa
tutta la prima parte, o ve i/o ro il primo Libro dell arre di Theodoro.
Vn'aUro luogo è ancora, ilqual prende forza da 1 nome della colà, o ver dall’etimologià: ^ i
J i già : qual luojjo vsò Sofocle, quando parlando d'vna Donna
cru dele.chiamara Sidira,chc ridotta in lingua noitra lì può
chiamar Ferreria, dille, che conuenctiolmcntc portati^ ella quel nome. i
Ji vfato ancor lì vede nell'Odi, Se ne i Canti, che lì fanno in lode de 1
Si g M Dei. Conone ancora folcita dir,chcThtalibulo,cra veramétcThrafibulo
(cioè remcrario,&: precipitofo ne i configli fuoi. ) i J4
Medcfimamentc Herodico diceua, a Thralìmacho, che femprc farebbe
Thralìmacho (nome chea noi luona litigiofo, cV audace i/f in contender
femprc.) Et a Polo foleua dire il medefimo Herodico, che femprc era Polo (nome,
cha noi importa, di fanciullc\$6 fca lafciuia macchiato. ) Di Dracone
legiflarorc ancora era detto, che le leggi fuc, non cran d'ini omo, ma di
dracone, cllèndo i $7 in vero molto afpre, rigorofe, 6V difficili ad
ollèruaru". Appretto d'Euripide ancora dice Hccuba conrra di Venere,
Non lenza ragione ri domandi tu Afrodi te,elfendo tu la Dea della ftoltitia,
Se il rifugio de gli (tolti (che cofi fuona nppreflo de i Greci quel noi
j8 me.) Chcrcmon parimente dille, che Pcnthco fu cofi chiamato, quali che
con quel nome s'indouinallcr le future calamitofc miferie fue. Trà gl’entimemi
poi li redarguitiui, o ver reprouatiui eccedon di gratta, Se di forza gli
allertili :, et puri, Se direttalo mente prouatiui . perochc raccogliendoti in
vn ccrro modo in 161 riftretto i contrari; infiemencll Enthimema
redarguitiuo, vengon porti in quello modo in parragonc a farfi più nianifcfti a
gli 161 afcoltatori . Ma di tutti poi gli Enthimcmi, et liilogi imi, coli
redarguitiui, comcaHertiui,quclli maflimamcnte fono atti a commoucrc,&: a
fare imprcifion ne gli animi degli auditori, Se con maggior quali applanfo
fono acccttarì, liquali non ptima a proferirti fon cominciati, che chi gli ode,
coniettura, Se comprende i *3 il resto pcrfemcdelìmo. Se ciò,non perche
caufa ne fia la troppo 164 fu per fi ci al facilità, Se chiarezza loro ;
ma perche fon formati in modo, che gli auditori poflbn con 1 ingegno loro
preuenire l'in16 f tclligentia d'elfi, Se fentir di ciò gran diletto . Son
doppo quelli Eni h irne mi in fecondo grado d'cccellentia quel li, a
i quali tanto oltra a punto feguon dietro con l'apprcnnon quei, che gli
odono, quanto che Cubito, che fon finiti di proferirli, fon da
quelli fenza fatiga imeli . ìf C a P° Jl Secondo libro. 2 o
j 24.. Che fitruouino Snthimemi apparen ti, et quali epftano
h&dei luoghi communi, che pojfon lor Jerutrc^j . Onciosi acosa che
poflìbil Ha, che fi rruoui vna for. tcdilillogifrai, che veramente fon
fjllogifmi, Se vna fortedaltri, chefillogifmi veramente non fono,
mano paion dellere; nè feeue necctfariamente.ch'eircndo afi entimemi
ancora etti lillogilm., Ciccia di mcfhcri, che di loro ancora alcuni lian
veramenteenthimemi, et alrn non cllendo ve i ri enthimcmi, habbian
nondimeno apparentia d'effi . I luoghi adunque degli Enthimcmi, che non
veri, maapparenti fono! faran quelli, che qui feguono. Et vno primieramente è
quello, / che pende dalla locutione, più che dalla cofa . nel quale
comprendendoci più parti, vna di quelle shà da intendere efler, c (
fi comeauuicncancor nella Dialettica, ) quando non ellendofi veramente
ullogizato, fi proferire nondimeno nel finc,& fi termina a conclufione con
tal modo, &con talcallèucratione, co me fillogizato, et veramente
conclufo fi fufie. come farebbe a dire, adunque non è la tale, et la tal
cofa, ncceirariamen€ te e adunque la tal cofa, Se la tale. Et tanto più fi può
faro ucfto ne gl, enthimcmi, che nei fillogifmi, auanto,chc negli entimemi
.1 dir, che fi fa implicato, Se inuolto, Se ripieno d'oppofitioni, può
facilmente parere enthimema : poi che vn colf fatto proceder non dillefamcnte
ordinato, come nel fillocifmo, elfo 10 dee la regione, et il fito dell’entimema.
Et puòqucllo modo, ? 1 ? a ? n °' C ! a biam derro ' P"er fimile a quella
fallacia, chap prello de 1 Dialettici prende il nome dalla figura della
locuzione. E a quefto modo di dir fillog.iìicamente più tolto per virtù di
lo cutione che di cofe è vtile ancora il raccoglimelo d, più
capi conclufi con altrifillogifmi . ilqual raccoglimento fatto con
ari 11 de efficacia,^ apparentia di nuouo argomento, come fe (per efle
™P»o) diceffimo, A molti ha egli recato falute, ha vendicatole U voftre
ingiurie ha ridotto nella fu a libertà la Greca. Gafcun aunquedi quelli
capi con altro appartato argomento è flato con cjulo: ma raccolti, et porti
tutti iniìcmefanno apparentia, clic Ce ij da lo2 o *Della 'Retorica
d'j4riHotelc_j doloro, quafida nuouo argomento, fi cócluda qualchal tra
colà. 1 4 Quella dunque, c'habbiam dcrta, è vna parre del primo
iopradet to luogo. L'altra parte poi Uà polla ncli'equiuocatione, ovo15
gliam dire ambiguità, et varia lignification dclleparole; come auuerrebbe
in dire, che mis, (cioè il Sorcio) fulle molto Ignorabile, 6c degno di
lodceflendo da quello denuato il nome di cola tra tutte le cofe facre,
degni (Ti ma, «Se venerabiliflìma. pcroche quelle cofe facrc,che fi
domanda milleria, tutte 1 altre di degnirà, 16 de di venerationc auanzano.
Il medesìmo auuerrebbe ancora, s'alcun volendo con lodi innalzare, et celebrare
il Cane, comprendere in tai lodi quelledellc llelle del cane in Ciclo, et quelle del
Dio Pane,clfcndo egli da Pindaro chiamato cane,quando di ce, O veramente
beato, poi che da gli Dij immortali lei chiama1 8 to vago, et delitiofo c ine
della gran Madre, et grande Dea. o ver fe periodar parimente il cane, li
di cefle, che rcltando prillato di molte cofe degne di lode, chi non ila
in alcun modo cane, nefe1 s> gue, ch'ornamento, et pregio rechi lcller cane
. Mcdefima mente vfarebbe il prefente luogo dell’equivoco EQUIVOCO GRICE, chi
periodar Mercu rio, diceire, ch'egli fulle, cenonico, ( cioè cornili
unicati 110 di bendi tij, o benefico, che vogliam dire) più che turti gli altri
Dij, pofeiache Colo egli frà tutti gli altri fi chiama, cenos, ( cioè
conilo mune). Parimente Ivfarebbe, chi diccllè, che logos, (cioè il parlare, o
veri oratione) Alile cofafopra tutte 1 altre pregiati (lì ma, pcroche gli
huomini di gran virtù, non fogliamo per ingrandirgli dire, che lian degni di
ricchezze, ma che fian degni di logos, (cioè di Ai ma, e di pregio) di
maniera che quello, eh e di eia nm, affion logu, (o ver degno di logos)
contiene non vn folo fignificaro, ma più, (cioè degno d oratione, et degno di
pregio). Vn'al tro luogo per gli E ut hi memi apparenti fi truoua ancora,
la cut virtù conulte in prendere, et dir per modo di cópofitione, quello,
che diuifo intendere, et prender fi dee, o ver per il contrario per modo
di diuifione quel, che lolamente compollo li truoua ti vero, pevoche
potendo fpeilc volrc parer, ch'il medefimo impor ti, 6V la mcdefima verità
contenga il dir la cola ncll' vno, et nell’altro de i detti modi, quello d'elfi
fi donerà pigliare, che tome». 13 rà maggiormente a commodo. Et in cofi
fatto luogo è fondata quella argomctatione vfata da Euthidcmo a prouaread
vno, che fapelTe egli in Pireo efler 1 armata, o ver le galere : pcrcioche
l'vJl Secondo libro . 2 of na, Se l'altra delle dette due cofe
fcparatamentc fapeua, cioè fapcuaeircnn Pireo, et fapeua le galere. Il fimile
auuerrcbbe sai enn volefVe prouare, che alcun (aperte il tal verfo, per
che egli hà notitia delle lettere, et charatteri di cui gli e comporto nò
cllcndo ij altro quel verfo, che quelle lettere, che Iorio in elfo.
Medclimamente può ch'ere elfcmpio del detto luogo il dire, che (e il doppio
della tal cola e nociua ad vno infermo, non gli potrà etfer tana, et gioueuolc
Li metà di qucllajcrtendo cola all'orda, Se fuora di ragione, cheduc cole
buone, Se gioueuoli, facciano, Se com1.6 pongano vna cola dannofa,& mala.
Se in querta maniera vicn de dotto quefto argomento per modo redarguiti
uo,& reprobatiuo. 17 douechepcr modo d argomento prouatiuo, Se
moftratiuo, fi de duria fe dicefìimo, nó potere eflerc vtile, et fanala
metàdi quel, eh e dannofo,pcrchc due cofe male, non po don congiunte
inlìemc fare vna buona. Se come fi voglia in (omma, che fi deduca, iS
riman per vigor di quefto luogo fallace l'argomento, fi come parimente e
fallace quello, ch'vsò Policrate, quando volca prouare,cheThrafibulo
haueuaeftinro trenta Tiranni. Nel qual'argomento peccaua egli per via di
compolìtione, volendo, che fi veri 19 ficafie comporto, quello, cheli
venficaua fcparato, et diuifo . fi come per il contrario per via di
diuifione pecca quello, ch'vfa 30 Theoderte nella Tragedia fuad Orcftc:
doue dice, Giufta cofa è, che qualunque Donna vecide il marito, fia
priuata di vita . cofa honeftaancorè, ch'il figlio vendichila morte del
padre fuo,il fat to dunque d'Orcfte fi dee ftimar giurto, Se honefto,
conrenendo31 fi in elio ambedue le dettegiufte cofe. nel quale argomento
rtà porto inganno, perche nei comporli, Se congiugnerli infieme
le dette due cofe diuifamentegiufte, non confcruan più forfè il
giù 31 fto, c'haueuan prima. Può ancor la fallacia di quefta
medefima difefad Oreftc depcnderda vn'altro luogo, che li chiama luogo dal
difetto, o ver mancanza : pcroche nell'argomento viene a lafciarfi
indietro, da chi doueua elì'er p mira, de priuata colei di | 3 vita .
Vn'altro luogo condite poi in vna vehememe, Se di caldezza, Se d'efficacia
piena efaggeratione, che o conferii! imlo,o confutando li faccia a ingrandir la
bruttezza,& 1 enormità del fatto . j4 Et quello accade quando lenza
haucr dimoftraro,o prouaro.chc la cofa fia ftata fatta, o non fia ftua
fatta, s'ingrandi 'ce con vchcmcnua, Se con rtomaco Tingiurtitia, Se lindegnuà
di quella, pcroche 2 o 6 ^eUa Tintorìe* d^rtttotelcs joche cotale
ampli fi catione, et ingrandimento, fa fenza altro,pa rcr,ch'il reo non
l'habbia fatta 'eghèquchcncrcfaggera, ©^ 1 in grandifee, o ver ch'egli
l'habbia fatta, fc l'amplificatore, et lcfag$ r getatorcè colui, ch'accula.
Quello modo dunque di procedere, non è veramente enthimema : concioiìacofachc
vengan per elio a cader da fé (ledi ne i lacciuoli dell'inganno gli
afcoltatori, con lafciarfi in quella guifa tirare a creder, che la cofa
(la fatta, o 3 6 non da fatta, fenza che ciò fia veramente prouato loro .
Vn'altro luogo è poi, chiamato luogo dal fegno : Se egli ancor non conticn
concludente ragione, Se forma di lillogifmo . come(pcreflempio) farebbe, s
alcun diceile, che nelle Città fullcro vrili gli amori lafciui, o ver
gl'innamoramenti trà vn'huomo, Se l'altro ; perche vn cofi fatto amore,
che fu trà Harmodio, et Ariltogirone, fù cagione, che fi mandalìc a terra la
tirannide d'Hipparcho . veramente s 'alcun volelfc dall'elici Dionifio huom vi
nolo, inferire, Se prouar, ch'ei fulTe ladro . ilqual modo
d'argomentare ancora egli non conclude nulla, per nó elfere ogni vitiofo
ladro, ma più torto per il contrario ogni ladro vitiofo . Vn'altro
luogq è ancora, domandato luogo dall'accidente •> come, per
ch'empio, è quello, ch'vsò Policrate, quando parlando de i Sorci, diede
lor lode, c'hauellèro anch'elfi recato aiuto all'efferato amiepj hauc41 do
rolo, Se mangiato lechordede gli archi dei nemici . vn limile elTempio farebbe
ancora s'alcun di celle elTercofadi grande honore, &da tenere in grande
llima, 1 elfere inuitato, o chiamato a cena : conciolìacofa che Achille
per non eflcrc ftaro chiamato a cena in Tenedo li (degnali grandemerc
conrradc i Gtcci, Se s'ac cendclle d'ira . ma l'ira, Se lo fdegno fu,
ch'egli per quello indino di non elfer chiamato con gli altri a quella cena,
fece coniettura, ch'eglino lo tencllero in poco còro: il che rifpetto ali
ellere inuitato a cena era cofa congiunta per accidente. Vn'altro
lungo 44 parimente fi cruoua,chiamato luogo dal confeguente: come s
verebbe, per edempio, quando volclTe alcun inoltrar, eh Aieffa miro fu ile
flato magnanimo, perche di fp rezza co il commertio, &; laconucrfation
di molti, fi rinrò nella fohrudin del monte Ida ballandogli di conuerlar
con fe fh-ffo. lì quale argomento daque, Ho prende apparcntia, che per
folcrc cllerc i magnanimi coli fatti, può in apparcntia parere, eh egli ancora
per elfer coli fatto, fuflè magnanimo . Il mcdclìnioauucrrcbbcin dire,
ch'il tal fia adulJl Secondo libro . adultero, perche egli fi diletta
d'andare tutto della perdona ornato, et culto di delicata attillatura, folendo
gli adulteri andare in queftaguifa. Il fimile accaderebbe ancora in dir,
ch'i poucrcrri mendicanti, che logliono (lare alle porte de i Tempi) a
doman4S dare clcmofina, fi debbiano (limar felici, et parimente
coloro, che (banditi dalla lor patria, efulando per il mondo vanno .
pofeiache quelli fi veggon fempre ftar cantando, et ballando,^: que (li
pollono vfare vna certa libertà d'habi tare, Se goder che parte del mondo
vogliono, conciofiacola che vedendo noi, ch'in quei, che moftran di menar
felice vi ta,fi foglion tronar coli fatti accidenti di voluntier ballare, et cantare,
Se di potei e a libera voglia loro viuer, douc più lor per il mondo piace,
viene all'incontra a parer,chequclli,in cui tali accidenti il truouano,fi
debbian con4P feguenremente ancora cflì (limar felici .
nicntcdimancodirTcrifcon trà di lor nel modo,& nella caufa di trouarfi tali
accidenti in 50 elfi . Onde viene a poter conuenire in vn certo modo la
fallacia di quello luogo, con quella del difetto, o ver della mancanza
• ji Vn'altroluogoc poi, il quale con fide in aflegnar la non caufa
in j t vece di caufa : come auuien quando come caufa d'vna cofa, s'adduce,
quello, che o inficine con eflà, o feguendo doppo elfo, accafea, prendendo il
doppo quello, in luogo del, percagiondi f 5 quello . et maflimamente
foglion quello far coloro, che maneggian Io flato e'1 goucrno della Città, et trattan
le cofe publiche . J4 fi come folcua dire Demade, che il reggimento, et l'amminiitration
della Republica, che tenne Dcmofthenc nel fuo magiftrato, 55 era fiata la
cagione di tutti quei prefenti mali, della Cittàrpofciache doppo'l fuo goucrno,
era fubito nata, et feguita quella rerribil guerra . Vn'altro luogo fi truoua
ancora, ilquale e pollo in far l'argomento defettuofo per la mancanza del
quando, et del come. fi comeaccafchcrebbe, perellempio, quando a
prouar,chc AleiTandro giù riamente tolta hauefiè Hclena, s'alIcgafTe per
ragion di quello, ch'il padre di lei le haucua data libertà d cleggerfi quel
marito, che più le fulTe piaciuto . nel quale argomento fi commetterebbe
fallacia per cagió di defetto del tempo non le ha uendo fuo padre dato
forfè quella libertà da vfarfi fempre, et per ogni tempo, ma lolamcnrc da
vfarfi prima, che mai irata fullè: 55? polciachcfol fino a quel tempo era
ella in poteftà del padrc.ll me defimo auucrrebbc, fe
airolutamentediccillmo, che nel battere vna 2 o 8 Della 'Retorica d '
Arìttotclt\j Tna perfona libera, fi commettefle ingiuria,o contumelia:
perciò che non Tempre e il far quello, allblutamemc ingiulto, ma folamente
quando altri fia il primo a battere, et a prouocar l'ingiuéo ria. A pptclTb di
quello fi come nelle contcntiofe difputationi occorre ili farfi fpclfb
apparcnre,& fallace lillogifmo percaufadi prender le cofe, o come
femplieemente tali, o come cofi taIi,o 6 1 vogliam dir, per aggiùta tali;
nel modo che fra i Dialettici iì fuol tentar di prouar, che la cofa che
non c, fia per eflcr vero, che la Ci cofa che non è, fia la cola che non è,
Se che feientia fi pota hauer delle cofe, che faper non fi polTbno,pcr etfer
vero, che faper 6} lì polla, non li poter faper la cola, che faper non iì
può, cofi parimente nelle cole retoricali, et caufe oratorie fi può trouare
appa rentc,&: non vero euthimema per caufadi prender per veramente, Se
femplieemente verifimil quello, clic fia condirionatamente, o vogliam dir con
aggiunta limitato verifimilc. Il qual coli fatto verilimile non è
puramente, Se vniuerfalmente verifimile, ma limitato, conditionato, Se
rilìrctto . quale c quello, ch'intende Agathone, quando dice, che non fi
pattirebbe forfè dal ver co lui, ch'arTermalTè cflTer verifimilc, che mohe
cofe accalchino in quella humana vita, fuora del verifimilc . Nè fi parte
egli dal vero in quello, accadendo fenza dubio alle volte cofe lungi dal
veri fimilc : et per confeguentc farà verifimilc ancor quello, ch'è fuora
del verilimile . et elTendo cofi, par che fi polla concluderete 6% quel,
che non è verifimile, fia verifimilc . ma in vero gliè verifimilc, non
femplieemente, ma limitato, o vero in qualche patte . 6p perciochc fi come
nelle altercatine difputationi dal mancare, o ver dal lafciar d'aggiugner,
fecondo qual parte, o vero, in rifpctto di qual parte, in che luogo, et limili,
fi viene a commettere in 70 ganno,& fallacia nell'argomcntare; cofi
parimente in quella arte della Retorica auuicn, che commetter fi polla fallacia
in prenderfi per verifimilc, quello, che non c legittimamente, Se
fcmpli cernente verifimilc, ma è verifimil limitato, Se riftretto da'
qiul71 che aggi unta. Et di quello prefen te luogo del difetro, ècorapo Ha, Se
depcndel arte, che feri lìc Cora ce. Impeiciochc feil ieo non firà
lofpetto, nè parrà habile al delitto oppollogli, come auuertia fe alcun di
deboli, Se inferme forze fulfe acculato d'haucr battuto vn più di lui
gagliardo, in tal cafo potrà difenderlo > Se fargli fchiuar la colpa il
non clfcr veramente vn tal fatto verisimile Jl S econdo libro . r 2 finite • ma
Ce il reo porrà parer fofpcrto, 8c riabile a! delirro, come auuerrebbe s'egli
nel calo dcrro, robulto, cV gagliardo fiì iTc porrà fchiuar la colpa con
dire efe veri limi I, ch'egli non riabbia fiuto quello, che hilìe domito
veramente parer verilimi le. óVil 74 fimi! li può dir negli altri cali, et
delitti importi . concioliacofa che in qual li voglia caufa lia forzaglie
il rco,o fia fottopoflo alla 75 on del delitto importagli, over
fortopofto non le fia • et ali'vno,* all'altro di quelli cai] può ferirne il
verilnmlc,apparcn do venlimili ambedue le forti del verHÌmile, clfendo
nondimcn l vno (emplicemente, Se legittimamente venlimile, et I alno no semplicemcnte
tale, ma nel modo, che detto riabbiamo. Egramente altro in foftantia, che la
fallacia di quello luogo non è quella arrogante offerta, eh alcuni
fuperbamentc fanno di voler con le lor parole qual Ci voglia caufa render
1 upcriorc, et fòr vittoriosa rcrtar di fopra. Laonde non fenzagiufta ragione
con era de indegnarione, et ftomaco era abborrita dalle pedone l
arro 7S gantepromella.&profertlondi Protagora, conciò fu Uè
cofa,chc fai acc Alliccerai proraclfa, &in fclfità fondata, et da non
vero et legittimo venlimile, ma da apparente, et poco folido, depen79 e i modi
d'opporfi ali 'Auuerfario* (f di dife toglier le Jue ragioni . £f che
cofa fia Jnfiantia, o -vero Obbiezione oratoria* et in quanti modi fi
faccia . jN due modi può occorrer, che d.fcioglier Ci
poflan leargomcntationi : cioè o con fare argomento, et lillogifmo
incontra, o con addurre obbiezioni, 5c opporre inlranrie. Quanro al
proceder con fare opdelimi luoghi che fono vali a filJog.zare impugnando,
feruir D d pollbno,2/0 Teorica d % Ariftotelc^> "J poflbno ad
argomentar difciogliendo, o verconfutando. Peroche componendoli 1 lillogifmi
oratorij di propolìtioni probabili non è dubio che probabili non fogliano
Ipeifo parer molte cofe, quantunque contrarie fian fra di loro . Quanto
alle obbicttioni, éc alle in lime poi, fi pollbn porrare,o vero addurre,
lì come anco ra appreflb de i Dialettici nella Topica, in quatro modi, o
ver da quatro luoghi, cioè o dai medefimo,o dal limile, o dal
contrario o da cofe giudicate . Dal medefimo intendo io elfer l'in Itanria, come
(per clfcmpio) fc fi fufle con cnthimema cóclufo ch'Amor fuire cola buona,
in due maniere fi potrebbe a degnare inftantia. impcrcioche fi potrebbe, o
vniuerlalmente dire, ch'ogni bifogno, o ver mancanza fia cofa mala ; o
particolarmente allegar che non fi vfarebbe di dire, il tale amore eller
ottimo, et il tale ef fcr peUimo, fi come fu quel di Cauno, fe non fi
trouafiero ancor 9 dei non buoni amori. Dal contrario poi fi portan le
obbietioni et lcinftautie,come fc (per cllempio ) contcnendofi neil'enthimema,
che limoni virtuofo a tutti gli amici fabenefino, &giouaméto, s'allcgalle,
che l'huom cattiuo,o ver vitiofo non fa danno, 6c male a tutti gli amici . Nel
limile s'adducon le indinne, come (e (pcrcflèmpio),ftando cóprefo
neU'enrhiraema, che quei v C han riccu u tu of$clà,odÌ in Tempre col oro,
clic l'han loi fatta,s al lcgallc, che q udii, c li .in ri cernito
bendino, non tempre amano 11 chi l*hà fatto loro. Quanto alle inftantic
poi .% lcquali, fi portano, cos'adducono da cofe giudicate, over da giuditij
fatti, s'intendono dfer quelle, che dal giuditio,& parer dependon di
perfone d illu lire nome, et di chiara rama . come fe ( per eflempio
) contcnendofi in vnoenthimema, ch agl imbriachi fi deon perdo narei
loro errori, come aqueHi> che per ignorantiapeccano, fi può recare in
ftantia cucendo, che fc quello iulTe, nondoucrebbe ellèr commendato
Pittaco>hauendo egli poflo trà lefueleggi,effer di maggior pena degno colui,
che commollb, Se fpintoda IX imbriachezza pecca. Horquattro fon le cofe,
nelle qualififondano,& hanno luogo le retoriche argomentarioni : et quelle fono
il vcrifimile, l'ellcmpio, il Tcmmirio,(o vero inditio certo) i 5 ci legno
. delle quali argomcntationi, quelle, che fi compongono di cofe, che perii più,
o ver per la maggior parte fono, o appaiond ellere, fono argomentarioni fondate
nei vèrinmili . et quelle poi pei via d esempio procedono > lcquali
raccogliendo per Jl Secondo libro . j/g per via dinduttione da
vna, o da più cofe rrà di Ior rimili, alcuna cofaìn vniuerfalc,da quella
poi fillogizando concludon qualche t $ cofain particolare. Et quelle
argomen radon i poi, lcquali da co i£ Ce necellàric nafeono, fon fondate
in Tcmmirij . Etquellefinalmenteinfegnifondate fono, lcquali proecdon dacofa,
che,o come pul vniuei fale, o come (ingoiare, o ha ella in etfere, o nó
fia, viene ad eflerfegno della coliche fi conclude. Hora ftando
la cofain qacfto modo,in tutte le già dette forti dargomentationi, fi
pollano addurre in ftantic. Se prima quanto a quelle, che fon fondate nel
verifimile, -perche il verifmiile non c fempre,& vni1 8 .uerfahncnte vero,
ma per il più, o ver per la maggior parte; è cofa manifeita, che a coli fatti
enthimemi, et argomentano ni fondatene i vcrifìmili,fcmprc fi porrà recar
difcioglimento con addurre ìnftantie. Bene è vero, che cotal difcioglimento ri
11 feirà Ipcilc volte apparente, Se non tempre vero', conciofiacofa
che colai, che centra del verifmiile adduce inftantia, non
difciolga feropfcla verifomigliarrza, ma la neceflìràdellacofa,
inoltrando non cllcre ella necellària, ma non già inoltra cller non verisimile
. La onde per cagion di quello apparente, Se non vero difcioglimento
dcrverifimilc, colui, che nelle caufe tien luogo di difen forc, harà
fempre nel fuo prouar, più vantaggio, che non harà colui, che tien luogo
daccufatorc. perciochedouedo colui, che accufa proceder con legittimi
verifimili,& non clfcndo vna fletta cofail moitrarnel difcioglimento,
ch'vna cofa non fia verifimile, et il inoltrar, che la non fia ncceflariamente
vera, Se oltra ciò nó mancando mai inftantia contta di quello, che non
fempre, ma fol per il più c vero, pofeiache fe inftantia non haucllè, non
farebbe vcrifimileAvero perla maggior parte, ma fempre, et ne11 ceijariameme
vero; ne fegne da tutto queftojCh'i giùdici nel fen tire addurre qual fi
vogliamitantia conrra'd vna propofition verifimile, il dienoa credere, © che la
propofition verifmiile prima addotta, totalmente non fia verifimile, oche
fe pur qualche par te di verilomiglianza le reità, non fia tale, ch'eglino
polìàn fècon 13 doquclla giudicarci dar la fententia loro. In che
vengonocfll 14 ( c o«ie hò già detto) a ingannarfi quali per Ior medefimr:
come quelli, che non ben cólideiano, che non folo è Ior lecito ci fondarle
lorfentcnne, et il giuditio loro nella nccclTìtà delle cofe, ma nella
verilomiglianza ancorasse che que-aoc veramente gi»». Ce ij dicar 2 1 2,
T>ella r B^torica d'Jriflotelella Ustorie* d' JrìBotelc^ nalmenre paia
loro, che (Tori ragioni, con argomenti fi fia pro7 nato, Se lì lìa moftrato il
vero . Habbiamo medclimaracnteairegnato donde, come da luoghi poflfa
l'oratordiuenire abbondate, et copiofo denthimemi. dei quai luoghi alcuni fi
domandano fpctie,& forme d'enrhimemi, et altri, come communi, propriaS
mente fon detti luoghi. Refta al pi d'ente, che feguendo l'ordine incomincialo
diciamo, et trattiamo della locutione : conciofiacofache non bafti l'h;iuer
trouato,& tener nel concetto leco9 fé, ches han da dire, ma e ncccilano
ancora d'cfpnmcrlc fuor 10 con paiole, nel modo che fi ricerca, Se che lor
conuienc . il che feca importante giouamento a far parer l'oratione nel
rale,& nel 11 ul modo qualificata. Primieramente adunque fu fecondo
la natura cercato, Se inueftigato quello, che fecódo lordin di
quel la fi conueniua,cioHe colerteli, donde trarre, et canaria credili bilità,
et la pcrlìiafibilità fi potciVe. Secondariamente fu cercato, Se trattato poi
in qual maniera le già ritrouatc, et concepute cofe, s'hauelfeioad efplicarc,
Se a difporfe con l'aiuto i 3 della locutione . Nel terzo luogo poi doppo
le due cole dette re fta vna altra confidcratione, che l'opra tinte 1
altre hà forza, et pof fanza, la quale all'anione, Se alla pronuntia
appartiene : nè è fta1 4 ta per anco dachiunque fia, rcnraia, o trattata .
perei oche ancor nella fletta tragica, Se epica poefia affai tardi fu
ritrouata, tx vi I j ottenne luogo : concionile cola che li Poeti mcdefimi
da prima, 1 6 le Tragedie, Se le fauole lor recitaiìcro, et rapprefenraflero.
E' co fa mamfefta adunque, che nell'arte della retorica ancora può hauer
luogo qualcheartifìtio, all'anione^ alla pronuntilapparte 17 nente, Yimilc
a quello, che nell'arte della poclia fi ritruona ; del quale alcuni han
diligentemente franato, et fra gli altri Glauco 15 Tcio. Horcofi fatta
anione,& pronuntiatione oratoria, Ibpriu cipalmcte collocata nella
ftctfa voce, in veder, come s habbia da fare, Se da reggere
neircfprcflìone di ciafeheduno arTetto,ò\: concctto d'animo, come adir quando
habbia da vfarfi grandc,quando piccola, Acquando mediocre. Et intorno pan min
re .ti tuono^ ver fuonodi quella, comes habbian da vfar coli fatti
tuoni, cornea dir lacuto, il graue, et quel, che partecipa di quelli
due. &-medefimamentc con qual rithmo, o ver numero s habbia
dcJU ao l cfprelTion di ciafeheduno affetto, o concetto a procedere,
concionacela che tre cole confiderar logliano intorno alla voce nel i Jl
TirZiO libro . pronuncia coloro, che ne trattano, cioè fa grandezza, l’armonia,
e'irithmo, over numero. Le quai cofe coloro, che fan ben nella pronuntia
reggere, Se moderare, fon quelli, che Tempre ( Ci può dire) ottengono i
premi/, Se la palina nelle lorcontrouerlìe, Se contefe oratorie. Et lì
come nella poelia par, che nei tempi d'oggi più vagliano, et maggior forza
tengan coloro,chc con artione hiftrionica recitano, Se rapprefentano, ch'i
poeti detti ; coli parimente il medefimoauuienc nelle ciuili contentioni,
Se caufe oratorie : colpa dei già corrotti, &deprauati coftumi delle Republiche.
Ma non c fiata per anco ridotta, Se comporta in arte coli fatta attione,
&ptonunciatione oratoria, ne raarauiglia è di ciò: pofeia che intorno
alla ftellà oratoria locutione ancora, alfai tardi fu inueftigato, et trouato
rartifitio,«5c lo ftudiod'adornarla, Se di coltiuarla . Et in vero,(e noi
vogliamo ben dentro al vino confidcrare, potrà veramente parer quella cofa
della locuzione, Se pronuntiatione, cola più tofto poco honefta, che punici to
conucneuole . nientedimanco douendo ogni trattamento, Se Audio di quella
arte della retorica hauere vn certo riguardo d'ac commodarfì alla communc
opinion di tutti, fa di meitieri di porre parimente in tal cofa, Ce non come in
veramente honefta, aU mcn come in neceflaria, qualche ftudio, Se qualche
diligcntia . conciofìacofa che fecondo la veri tà,gi urta, Se ragioneuol
cofa farebbe, che cola alcuna non Ci doucllecon più Audio cercare incorno
all'oratoria orat ione, che non far nalcerc o tri ftezza, o diletto in color,
che odono : eflendo cofa conucneuole, Se giuda di contender folo nelle
caufe oratorie con le cofe ftelìc, cioè con le ftelTe pruoue: di maniera
che tutte le altre cofe, laluo che l'argomentare, Se prouare, s'han da (limar
fuperflue; come che fuor della caufa fìano . Ma elle nondimeno fon di gran
forza, et di gran momento, percagion (come habbiam detto)
dellimperfcrtionc, et corrottion di coftumi de gli alcol tatori . Bene è
vcro,& negar noli può, che la forza,& l'efficacia della locutione
in ogni dottrina, Se feientia, ches'habbiaa infegnare, o trattare,
non 31 tenga in Ce qualche poca d vtilità neceflaria : clìendo fenza
alcun dubioqualche dirfercntia, quanto aH'efpreffione, Se dimoftration de
i concetti, tra 1 parlare in vn modo, Se in vn'altro. ma non però ne
tiencaltroue tanta, quanta in cjucrta arte del dire: douc tutte le cofe,
che fi cercano > Se Ci trattano, all'opinione» E e «Se imzi
Si &c immaginatione altrui, &allo ftcilbafcoltatorcin fomma,
han 3 j rifpctro . Et però vediamo, che nella Geometria, o in altra
coi! fatta feicntia, ninno c, che con anifitio di locutione infegni
. É Quando dunque atiuerrà, chequeftaattione, 6c pronunciatione oratoria
apparifea fuora ridotta fotto arti fi rio, il medefimo effetto farà ella in
quella aite della retorica, che far veggiamo l'ar37 tifitiodella
rapprefenratione hiftrionica nella poefia. Et hanno " cominciato già
alcuni a tentar di dir qualche cofa d'ella, ma pochi flì mi han proceduto
innanzi, come fra gli altri hà fitto Thrafimacho ne i libri, ch'egli hà Icritto
delle cole compaflìoneuoli. |S Et e quella hiftrionica anione l'oratoria
molto congiunta con la natura, 6V per confeguentc poco depcndenre
dall'arre. Ma la forza dell'oratoria locutione e capace più d'arteficio,
cVallaftef. 39 fa arte concede luogo . Onde nafee, che quelli Oratori,
che nell'arti fi rio di qucftilocution fon potenti, riportan
facilmente ipremij, et la palma delle lor contentioni oratorie ; fi come
fan parimente quelli, che molto nell'attione, et nella pronuntia vagliono.
Perciochcgià vediamo, clic quelle orationi, che compor fi foglion, perche
habbian da rimanere fcrittc, più vaglion per cagion della locutione, che
per cagion della fen tenda, et del 41 foggetto dello. Et il dee ftimar,
ch'i poeti follerò i primi ainucftigare, et à porre innanzi lo ftudio,&
l'artefitio della locutione per quel, che pare, chela natura voglia :
conciofiacofachcli no 43 mi, et le parole altro non fiano, ch'imitationi :
ne parte alcuna trà tutte le parti del noftro corpo humano è più
atta,& più habi44 le ad imitare, chelaftella voce, da che vennero a
comporli, et a nafeere, et haucre 1 clic re, più fpctie dell'arre della
poefia, come 4j adirei Epica, le Rapprcfcntatiuc, Se altre. Et perche
quantunquei poeti molte volte diceuercofe, quanto alla fentenria,
infipide,inette, Se di ncilun fucco, nondimeno per caufa dell artifitiofa, et ornata
lor locutione, parcua, che reputationc, et gloria ne riporraflero . da
quello nacque, che quella poetica locutione cominciale ad efler da prima
accettata, et raccolta da gli Orato46 ri : fi come trà l'altre era quella di
Gorgia. Et fino ad oggi ancora non mancan molti imperiti, et poco
gìadiriofi,iqualiappruouano cofi fatta locutione, et fon d'opinione,che quelli
oratori, che l'vfano, ottimamente parlino. Il che nondimeno no c cofi, ne
per vero approuar fi dee > eflendo in natura loro molto diverse la locuzione
oratoria, et la poetica locutione . Et ci conferma quefto l'efito della cofa,
et 1 auucni mento fteflb, che n'è feguito . conciofiacofa che li Poeti
medefimi nel compor delle lor Tragedie, non feguano d'vfar più quello
fteflb modo di locu 4$ tionc, cn'vfaron prima : ma fi come qnanco alla
mifura dei vcrfi, hanno lafciato i vcrfi di quatro mi fu re, o ver d otto
piedi, che Tetrametri fi domandano, Se in vece d'elfi han riccuuto i
Iambi ci, per eflcrqucfta forte di vcrfi più di tutte le altre forti,
accom modata, Se limile al commune,cV ordinano parlare fciolto; jo
cofi parimente han difmellb, Se tralafciato tutte quelle parole, et modi di
locutione,chepofian parer fuora del cófucto parlare, ji che communementc
fi molcvfare. Et tutti quelli efquifiti ripulimenti di dire, han ributtato, Se
ricufato, co i quali (bieuano eglin prima adornare le lor Tragedie, Se co
i quali adornano anj 1 cora oggi gli Epici Poeti gli diametri verfi loro . La
onde è cofa ftolta,& degna di rifo il volere in quella maniera di
locutionc imitar coloro, i quali non Tvfan più, ma abbandonata, Se
traj$lafciatal'hanno. Pcrlaqual cofa può ciìcr manifefto, ch'ànoi in
trattar di queftarte, non fa di bifogno d'andar con
minuta,^ efquifitadiligentia ritrouando. cV trattando tutte quelle
cofe, ch'intorno all'artificio della locutione fi potrebber dire, ma
quel le cofe fole, ch'à quefto retorico negotio,c'habbiam per le mani, /4
poflàno appartenere, eirendofi, per quel, che alla locution dei Poeti
appartiene, detto a baftanza nei libri, c'habbiamo fcritti della Poetica.
Suppongali adunque al prefente per manifefto quanto quiui fi e fpeculato,
Se detcrminato . (apo 2. T^ella virtù della locutione oratoria 5 et delle
condizioni, che le conuengono : ^ quai forti di parole fi ricerchino per
tuli condizioni . della Metafora, et de gli 6t>itheti, 0 vero aggiunti
. I i^V Vanto allanoftra retorica locutione, intendali diffiniio al y
'prfffrrtr^ che la perfettione, et la virtù di quella, confi1 ftain dlèr
primieramente lucida, o vero aperta, di che quefto ci E e ij può eder
buono indino, che fc Toratione non mariifcfla, Se non rende chiari li
concetti noftri, non viene a fare l ottino, &. I effet3 to Tuo. Se di poi
confitte in eder non troppo luimile, abbietta, &vilc,nè troppo ancora
alta, et gonfiata : ma di conueneuol 4 mediocrità tra l bado, Se l alto .
concioliacofà che la poetica locucione fi polla forfè (limar non humile; ma
alla fciolta, Se dtdej fa noftra oratione non è ella cóucncuole,o accommodata.
Quanto dunque a far la locution chiara, et aperta, quei uomi,&
quei verbi fono atti, Se vtili principalmente a quefto, li quali
proprij, o vero appropriati fi domandano. Quanto poi al renderla, no
hu mile, et bada, ma ornata, Se magnifica, quelle altre forti di
paro le, lo podbn fare, lequali fi fono aifcgnarc^cV: dichiarate ne i
libri € della poetica : perciochc il difcoftarli dal trito, Se commune
vfo 7 del parlare, fa parere il parlar più grande, Se più grane .
perche quel medefimo par, ch'in vn certo modo accalcar foglia a gli
huo mini intorno alla locutione,o ornata, o comune, ch'auemr
luoL loro verfo di quei, che forefticri, Se nuoui vengon nella lor
città, t Se de i lor Cittadini fteflì . Et per quello fi di bifogno di
fare apparire il no (Irò parlare, con vna certa nouità foreilicro : polciache
lccofe,chc dal commune vfoappaion lonrane,maggiore am miratione apportano;
Se dilctteuolc, Se giocondo par quel, che f s'ammira. Ne i verfi de i
poeti adunque a molte cole luogo, Se ricetto fi concede, le quali poflon
cagionar la detta ammiratioi o ne, et diletto ; Se ad elfi parer podbno
accommodate,come che le cofe, Se le perfonc, intorno allcquali, la metrica
orarion fi rai x uuolge,eccedino,cV rrapaffinol'vlirato,c l cómunc.ma nelle
prò fc,& ne i parlari fciolri,nó fi da luogo a gran pezza a tante ;
eden Il do qui ui i foggetti di minor grauità,& di minor grandezza .
Impercioche quiui ancora, appredo de i poeti (ledi, fe dalla bocca d'vn
feruo,o d'vna perfona di molto tenera età, fi fenti ranno
vfeir parolc,& locutioni.c'habbianoadai dell ornato,& del grade; par ràfenza
dubio cofa molto difdiceuolc,& fproportionata,& il me defimo
ancora auuerrà, s'alcun farà da loro introdotto a parlar con la
medefìmapolitezza,& fplendordicofcfriuole, balìe, et vi 1 1 li.Ma in
quefto (ledo parlare fciolto ancora,non (là fempre dentro ai medefi mi termini,
immutabilc,& fermo vno dello decoro; ma può ancora egli có
maggiore,& có minore ornanicto,& gradezza riftringerc,& dilatare
fecondo le occafioni, i confini (uoi . Ma fa Jl Ter&o libro. Ma
fa di mefticri, che ciò fi faccia in modo, che non appaia, Se alcollo rale
artifìcio (fra; di maniera «ehe il parlar paia nó hnro,nè da Itudio, Se da
diligcntia nato, ma paia per il contrario fcmpltcc,& puro,& fecondo che
la natura lo forma,& Io manda fuora. percioche in quella guifa credibil
diuiene,& fede truoua : doue che in quella al tra maniera adiuien
tutto'l contrario, concioliacofa che coloro,che d'vn cofi facto parlar
saccorgono,fubico come inlìdiarore, et come che mefehiando il falfo col vero
ingànargli voglin,rabborrilcon nó altrimenti, ch'abborrir fi fogliano i
vi ni có altro liquor mcfchiaii > et falfificati.Ec auuic crà quelli,
ch'o nell'vno,o nell altro de i detri modi parlano,quel
medelìmo,chc fi vede auucnir tra la voce,& pronùcia di Thcodoro,&
quella degl’ltri hiftrioni, percioche la pronuciatió di Theodoro, pare,no d'Iiiftrionc,o
di perlona,che rapprcfencijma della propria perfona Iccifa rapprclencara
doucchcle voci, Se le pronutie de gli altri hillrioni,comed hiicrioni,cioè di
perfone aliene, Se rappresentati, fi fan conofeere. Etalhora potrà venir
comodamente facto il già detto nafcódimenro,quado il parlarli formi, «Se
fi cóponga co la fcelca,che dallo (ielTo parlar cómun fi faccia di quello,
che mi11 gliorcinelfolicruoui.il che bene olferua di fare Euripide, Se
è li egli llaco il primo,chà quello auuercico,&
moftraco.Efscdoadu que i nomi,& li verbi quelli,di cui 1
oracione,& il parlar lì cópone,& rrouadofi càce fpeciedi nomi,quà^c fi
fono afferriate, et cofideracc ne i Libri della Poecica.di quelle fpecie,&
oornijli ilranie • ri, i doppij,& li di nuouo fatci,molco di rado, Se
in pochi luoghi vfar fi deono.in quai luoghi, ÓVin quali occalìoni ciò fi
polfafare, »3 dire più di focco.& la ragió di quello già di (opra
toccato habbia mo;& e che có l'vfo di cai nomi, vien croppo vedo la
parce della gràdezza a trapalTàre il parlare i termini del comune, Se
dcll'vlìta 24 to.Ma li nomi e le parole proprie, le appropriate e le mecafori che, o ver crafporcace, fon
folamccc quelle,chc fono rtili,& accomodate alla locució del parlar sciolto.
Et di quello ci puòelTer in dirio il vcdcr,chc quelle forci fole di parole
fon da tucci nel lor co mun parlar frequaate,& polle 1 vfo: pofeiache
alcu nó c,chc par Udo nó vii le metafore, et le parole appropriatele le
jppncancox6 ra.Pcrlaqual cofa può clfer manifefto che s'alcù laprà bc fare,
qua toauuertico habbiamo.in vn medefimo ccpoil parlar fuo,col
ino ftrarfi alquanto forellic/o, fchiueràl humil baiTczza, nafcódcrà l’artifìtio
della Tua grandezza, Se farà finalmente lucido, &aperco : nelle quali
condicioni già habbiam detto confifter la virtù a 8 della retorica
locutione. Sono trà le parole, quelle, ch'equiuoche fi domandano, a iSofifti
vtili, Se accommodate, come a quel li, che grandemente fi feruon d'elle nelle
lor fallacie, Se ne i loro inganni. A i Poeti poi vtili, Se domeftichefono
quelle,ch'vgualmente lignificando vna ftcflà cofa, finonime fi domandano. Se intendo
io parole proprie, Se finonime, come farebber ( per cffempio) andare, et caminare,
eflendo ambidue quelli verbi proprij, Se finonimi fràdiloro. Hor che cofa
s'habbia da intendere oflcr ciafeheduna delle dette forti di parole, Se quante
fperic di trafportamcnti, o verdi metafore li ritruouino ; Se che
effe metafore fiano di fom ma efficacia, et forza,& ne i poemi,&
nelle orationi,fi e dichiarato (come già di fopra habbiam dctto)nc i 51
Libri dell'arte poetica. Et tanto maggior fa di meftier che
fia nell'oratore la diligentia, Se lo ftudio intorno all'vfo delle
metafore, quanto che di minor copia d'aiuti, Se rimedij da ili u
(trarli ha l'oratione, e'1 parlar fuo, chcnonhàlalocution metrica
dei Poeti. Oltra che la metafora mafllmamente ha in fe del lucido, o
ver'aperto,hà del giocondo, Se hà del forcm'cro, Se del nuouo, Se è tale
in natura fua, ch'vfata elfer non dee, come tolta da altri, }) ma come
nata dall'ingegno rtcfio di colui, che l'vfa. Horci fa di bifogno che gli
Epitheti, o ver'aggiunti, Se le metafore fi prcn ' dano, Se fi dicano in
modo, che quadrino, Se conuenientia tcngano. Se quello auuerrà facilmente
alhora,chc da proportion dependano. Il che quando altrimenti fufle,vcrrcbbe
maggiormcte adifcopritfi ladifconueneuolezza, Se ladifcrepantia, pofeiachc le
cofe, c'han qualche oppofition trà di loro,alhora fi fan maflimamente
conofeerc, quando l'vna appretto l'altra fi pongo no in parragone. Bifogna
dunqueauucrtire,& confiderar,chc fi come a vn giouinctto, Se fanciullo
ftà bene il veftir di color di 3 j porpora j cofi a chi fi truoua nell'età
fenile, conuiene,& quadra qualch'altro colore, non eflendo ali vna, et
all'altra età diceuole, Se conueneuoleil vcftir d'vn colore (tettò.
Medcfimamente fi dee notare, che s alcun vorrà dar lode, Se recare
ornamento coi parlar fuo, douerà prendere, Se trar le metafore da quelle
cofe, che (otto di qualche genere, faran le migliori, Se le più
nobili, che in quel fi comprendano : Se dalle peggiori per il contrario, Jl
Terzj) libro. Se più vili, s'egli infamia, et biafmo vorrà recare •
vogliodir (per eflcmpio)ch'cflcndocomprefe folto d vno ftedu genere, come
cofe in maggiore, o minore honcltà oppofte, il dir, che colui, che và
mendicando fi raccomandi, Se il dir, chc colui, che fi raccomanda, vada
mcndicandojeilendo cofi il mendicare, come il raccomandarfi, fpetie
contenute fotto'l chiedere* o ver domadare, fi potrà col pigliar l'vna per
l'altra, fare agcuolmente quanto habbiam detto. Si come fece Ificratc in
chiamar Callia Metra girte (ch'importa appretta di noi, mendicante, o ver
Limofinario) in vece di Daducho ( cioè ceroferario, o vogliam dir, porta45 tor
di face, o verdi torchio) . Madicca Callia,ch'Ificratecofidi cendo,
moftraua di non ch'ere inftrutto nelle cerimonie di quei (aeriti ri; :
perche fe inftruto ne futfe, non lo chiamarebbe Metra girte, ma Daducho,
emendo ambidue qucfti nomi contenuti ìotto'l nome d ofiitio, Se di
minifterio nel sacrificio della gran madre Dea, ma 1 vno honorato, Se
honefto, Se 1 altro vile, Se in45 fame. Mcdcfimamcnte coloro, che da gli altri
cran chiamati adulatori di Dionifio, chiaraauan fe ftcflì per ricoprir la
bruttcz zadell'adulationc, artefìci,o ver macftri di quello .li quali
nomi fon ambidue metaforici, ma l'vn trafportato da cofa fordida, et brutta,
Se l'altro per il contrario da cofa honefta . I Ladroni ancora, Se predatori,
per ricoprire in parte l'ignominia del lorocffercitio, foglion nominar fe ftcìE
bufeatorùo per dir meglio, prò 47 cacciatori, oguadagnatori, che vogliam
dire . La onde per U medefima ragione fi può chiamare il peccato per malitia,
peccato 4.2 per errore, Se il peccato per errore, peccato per malitia . Et
di colui, c'habbia veramente furato, fi può dire, Se c'habbia
prefo, 4^ Se c'habbia rapito. Ma quello, che Tclcfo apprciìo d'Euripide dice
di coloro, i quali remauano, o ver vogauano, ch'efiì fignoreggiauano,&
imperauano a i remi, per delccndcr torto nella Mi ila, ha del difdiceuole,
Se dello fproportionaro, pofeia ch'il dominare, Se vfar regio imperio, eccede
di troppo più, che non cóuiene, il vile ellcrcitio del remare, o vogare, che
vogliam dire, 0 Onde non può pallàr nafeo fio l'arti fi tio di tal
metaforica locuzione. Può ancor cadere oltra di quefto nelle metafore
errore intorno alle ftclfe (illabe^uando nelle parole, douefi truouano, l
non dieno inditio di dolce, Se di foauc voce, nel quale error cad de (per
ch'empio ) Dionifio, per cognome Chalcco, chiamando nei 2 24tDel/a
Hgtortca d* Arìttotelcj ne i fuoi clcgi verfi la poefia, ftridor di
Calliope, cflendo ambedue quelle cofe voci, come che comprefe dalla voce fiano,
come 5$ da genere. Laqual metafora fi vede eller di ferrilo la, non
contenendo ledetreduc voci, cioè la pocfia, e lo ftridore, ne i lor significati,
fomigl»anza,o con uenientia alcuna. Appretto di quello nd conuicn nelle
metafore trasportar le parole molto da tòtano, ma da cose, c’abbian
congiugnimene, Se quali parentela con la cosa che significar vogliamo, Se fian
quafi d'vno (letto genere, o di vna ftella fpctie con quella, nominando le
cose in modo chefubi to, che la cosa vien proferita, appaia a chi ode
manifesta la sua conuenietia e fomiglianza come fe ne vede ettempioin quel famoso,
et tanto approuato Enigma, che dice, Io hò veduto huomo, il qual con fuoco
incollaua fopra d'vn'altro huomo il rame, nel quale enigma s'efprimel
appiccamene, che fi fa delle venrofe, iI qual non ha proprio nome, chiama
dunque incollamento lappiccamene delle ventole, ettendo coli l'vna, come
l'altra di quefte cofe, accodamene. Ec in fomma dai ben formati enigmi
fi polTbnp rendei e, Se trarre eccellenti, Se lodate metafore: pofeiache
cflendo le metafore quelle, donde fi forman quelle oleine proposte,
ch'enigmi si domàdano, appar manifetto, che ne i buo io ni enigmi con
lodate metafore fi fia tralportato. Oltra di q netto fa di meftieri, che
le metafore fi prendano, cV fi portino da cofe, che habbianoin fedeli
bonetto, Se non contengano in fc bruttez fi za. Et la bellezza, Se bontà
delle parole, fi come ancor la bruttezza, confitte primieramente nelle due
cofe, ch'aflegna loro LiCi cimo, cioè nel ! non della voce, Se nel significato
. ma vna terza cosa di più è loro ancor necessaria a questo, con la quale si
può di feioghere, et render nulla quella argomentarion fallace, che
fogliono i Sofifti fare, conciofiacofa che vero, et ben cóclufo non fia, secondo
che Brifon voleua, che bruttezza nò fia nelle parole, uè fia alcuno, eh e
fozzam ente parli, lignificandoti, Se dinotadofi o con quefta, o con quella
parola vno ttcflb foggetro, et vna 64 fletta cofa. Ma quella ragione ha
infedcl fallo: pcrciocherrà due parole lignificanti vn fogge te ftcttb,
l'vna più appropriata farà, Se più fomigliantea quel foggetto,che l'altra
nó c,& più ac cómodara, Se habile a rapprefentarlo, et a porlo quafi
dinanzi a gli occhi. Oltra che fe ben lignificano, Se dinotano vn
medeiirao foggetto, nicntedimanco nó cofi l'vna parola, come l'altra
Io fieni fica significa nel medcfimo, o ver fomiglianre modo, di
maniera che perquefta cagione ancora l'vna parola più honesta, o più
brutta, che 1 altra li può (rimare . peroche qualunque amhedue le
parole (lenifichino vna ftellacofa honclh, o vna (Iella cofa brutta;
tuttauia nó ambedue la lignificano in quanto honcfta,o in qtuto bruc 68
ta,ofepur tal bruttezza, o tale honeftà denotano, non fan ciò 6p
vgualmentc, ma l'vna lo fa più, et 1 altra manco . Le metafore adunque han
da elfer picfe, o ver dedotte da cole, c'habbian del70 l'honeftojdel vago, et del
bello ; o quanto al fuon della voce, o quanto alla virtù, cV potcntia loro,
o quanto al fenfo del vede71 re, o ad alrro qual lì voglia fenfo : concioliacofa
che non piccola ditfciéiia li a dal didurla più nell'vno, che nell'altro
de i detti modi, come, perellempio, meglio fi dirà, l'Aurora
rododattila, (cioè che ticn le dita di rofe) che non fi dirà, l'Aurora
Fenicodactila,'cioè che tien le dita di porpora) &c peggio ancor fi
direbbe, 71 l'Aurora erithrodattila (cioè,che tiene le dita rotte) . Negli
Epitheti ancora, o vero aggiunti, fi può trafportar quello aggmgni7 5 mento, nó
folo da cole poco honefte, et da cofe fozze ; come fari 1 (perellempio )
l'epithetodi matricida; ma ancor da cofe mi74 gliori; come (aria l'epirheto di
vendicator del padre.Et Simoni de parimente, mentre che vidde, che colui,
c'haueua conlcguito con le fue mule vittoria, gli offeriuanon degna
merccde,ncequiualenre prezzo, non volfc co i verfi fuoi celebrarle : allegando, ch'indegna
cofa gli faria paruro di fare, in fpcnder fuoi vedi in lo 75 de di quelle
mezalìnc. ma come prima gli parue,che colui gli offertile conueneuol
prczzo,poetizò in lode di quelle, cominciando in quella guifa. j6 'Ben
trattate* et pafeiutes Siate molti, et molti anni, Di veloci Caualli
inclite fi$lic_j; Ec non dimeno eran figlie 78 parimente d'aline.
Puom" ancor fare ilmedefimo effetto d honeliare,& imbruttir le cofe,
col diminuir de i nomi, qual diminuitone è quella, cheftenua, 6c fa parer
minore il male, e l bene; come mordendo, &cauillando via di fare
Ariltofane in quella Coinedia, eh egli domanda li Babilonij : quando in
vece d oro, dice, oretto, o vero oruccio ; in vece di ve Ite, verticali
ola ; in vece di reprenfione, reprenlìoncella ; in vece di malattia, malat80
tiuccia. Bene e vero che fa di meilierid'auuercire, et d haucr F f
diligente 22 6 'Della ^Retorica d'^friftotelcj diligente cura, che
nell'vfo d'ambedue quefte cofe,cioc cofi dcU le parole aggiunte, come
delle diminutiiic, conuencuol mediocrità s'offerui. £aj?o 3. c Della
fredderà,, overoìnetteT^a* et defetto della locutione oratoria : et quante*
&. quali fìan le oc cafoni, onde e Ha najea. I UyJ=^Q Vatro fon
principalmente le cofe, che poflbn come cau fc render fredda et inetta,
lalocutione Vna caufa conlifte nelle parole doppie, o per meglio dir,
compofte; fi come fc ne veggono cilempi in Licofrone, quando dice il
molti/òrme, o vero il moltiuolto Ciclo; la grandimon te terra
langufticallc, 4 o vero ftretticalle litto . Gorgia LEONZIO (si veda)
ancora chiamauajmendicimufi, gli adulatori, et vfaua quefte parole
falfigiurante, et vcrigiu5 rante. Se Alcidamantc dice, egli con l'animo colmo
d'ira, et con la faccia colorifuoca . dice ancora, ei fi penfaua, che quella
ior così gran prontezza d'animo hauclie da elTer fruttiportante. medclimamente
la permasone dell oratorie orationi,foleuacgli chiamar rerminifera, ovogliamdir
finifera: &la pianura del mare, coloricerula. Tutte le addotte parole
adunque fonoaccommadare alla poefia, perlacópofitione, et doppiezza, che
fi truouain elle. Et quella e la prima caufa della freddez6 za della lodinone.
Vnaltra caufa e poi, laqual confitte nell'vfo 7 delle parole ltranierc,
ouer peregrine, fi come l'vsò Licofrone chiamando Serie, huom pelorio
(parola, che ftraniera in Athcne figniricaua huom di 1 midi rata gtadezza)
Scironc ancora chiamò egli,huoma finmo, (cioè adognvn molefto, parola pur quiui
lira mera.) A lcidaman te parimente chiamò la poefi*,athirma (cioè
giocofa,) dille ancota I Arallhaliadclla natura (riocil peccato della, natura)
&c volendo dire d'vn, c'haucua l'animo da vn mero furor d*ira punto,
per efprimeret il participio, punto, vsò la parola, tethegmenon (parola,
lì come 1 altre due precedenti ftraniera in Attiene). Laterza caula della
fopradetta freddeza ftà porta ne gli Epitheti, quando, o come troppo
lunghi, et troppo da lunga piefi, o come fuor di tempo, et (enza bifogno porti, o
final. i 3 Jl Tcrzj) libro . finalmen re come troppo frà di lor
frequenti, Se inculcati, s'v10 fano. conciofiacofa che apprcllb de i Poeti nò
difeiica il dir (per crfempio (il biàco latte, ma nelle oratorie
orationi,alcuni di così 11 fatti epitheti fon, come vani, difdiccuoli, et alcuni
fe confatieuol foprabbondantia s'inculcherano, diucrran rcprenfibili, come
che troppo fcuoprano,& manifcftino, ch'alia poefia cóuc gano.
Perciòche fe ben conuiene all orationc l'vfo deflì epitheti (pofeiache vengono
a dare vna certa apparenria cTafpctto forcftiero alla locutione,& a trarla
alquàto fuora del cómune,& dcll'vfitaco.) nientedimeno biiogna tentar di
fir quefto co medio1 4 crità, 6c mifura. conciolìacoia che maggiore error fi
farebbe in traboccare in ciò fuor della douuta mifura, che non Ci
farebbe, fe (conlìderatamentc fidicclfe quel, che prima a cafo veni ile
in bocca: perche la cafual locutione non ha il bene,che le conuiene, ma la
troppo ornata ha il male, che le difeonuicne . Et per qnefta ragion gli
ferirti d'Alcidamanteappaion freddi, et inetri» pofeiache ci non lì
feruede gli Epitheti, ouer'aggiunri, come dì condimento delle folidc
viuande ; ma gli vfa come viuande fteffe, così frequenti, et inculcati, così
lunghi, et così aperti, et per confeguente vani, gli pone in vfo. Perciòche
(per ciìempio) no dice egli,i 1 fudore, ma l'humido, o vero il molle
(udore; nedice, agi 1 ! fth mij, ma alla pompa, &folennità de gl'I fthmij;
ne diio ce le legej, ma le leggi regine delle Città, parimente non
dice, li il corfo dell'animo, ma il corrente impeto dell'animo, ne manco
dice fera pi i cernente, ilMufeo(per fignificare quel luogo in Athene
dedicato alle Mu(e,& alle lcicntie)madiceilMufcodel11 lanatura.
medefimamentc non dice, le cure dell'animo, ma le pungenti, et trifte cure
dell'animo, nè dice il largitor delle gratic, ma il d'ogni gcncr di gratie
vniuerial largitore, diccancora 15 ildifpenfator del diletto degli
afcoltatoii. de in vece di dtrc,l a16 feofe trai rami, dice Tafcofe tra i rami
della lelua. e in cambio di dire,gli coperfe il corpo, dice, eli coperfe
le vergogne del corpo. et in vece di dir, la concupifeentia, dice la
contrarintiua, o uer la contra imitatrice dell'animo concupifeentia, in
che concorre infieme, l'elfer parola doppia, con 1 ellerc epiteto, oucr iS
parola aggiunta, onde poetica locution diuiene. Inqucita maniera adunque
c'habbiam veduta, veniuan coloro a trouare, ouer cagionare eccello di vitio
nell'orationc. Onde pai Lindo più % Ff ij tolto torto comodo poetico,
venerper mancanza di decoro, et di con11 cneuolczza, a render ridicola, et fredda
la locutione, et in vno lì elfo tempo a cagionar con quel moltiplicar di
ciancic,& di paip rolevane, oicurczza prù torto, che lucidezza., perche
intefa che gli hà la cola ch'ode, colui, eh alcol ta, ciò che per più
manifellarglielaglis'aggiugne, deftruggc ofctiiando,& ditóni ba in
erto 30 quel, che già prima, di manifelto, et dinoto vi truoua.
Ne/i dee negar,che gli huomini nel lor parlare ordinario nò vrtno alle
volte le parole doppie, ouer comporte, ma ciò fanno, quando la cola, che
voglion lignificare, non habbia nome fempliccjche fia fuo, &oltraciò
le parole, eh iniieme Ci congiungono, fiano atte a far facile,& comoda
compofitionc : come adiuien (per essempio) in quella parola, chronotribin, che significa,
coniumare il tempo, ma è ben vero, che fe ciò troppo frequentemente
li facelle, farebbe al tutto diuenir la locuione poetica. Et da quello
nafee che le parole doppie, &: compoftelono vtiliflìme ai poc ti
Dithirambici, com'a quelli, a cui non difdicc di procedere alti, et gonfiati ne
i verlì loro. Le parole ftranierc poi quadrano, et fono vtili principalmente a
i Poeti heroici, feguaci dell'Epica poesia, per haucr tai verfi in fe del
grande,& del magnifico. La metafora finalmente fi vede clfer più, eh
ad altri verfi, a i Iambici accomodata: cllendo nei tempi nolìri quella forte
di verli accettata,cV porta in vfo, come di lopra fi e detto. La quarta causa
dell'inettezza e freddezza della locutione, depende dall'uso delle
metafore: polciache ancor tra erte fogliono alle volte trovarsi di quelle, che senza
conucneuol decoro fono, alcune per cagion d'vn non sò che di ridicolo, et di
vile, che le contengono ; folendo i Cornici poeti leni irli aneli erti delle
metafore nelle lor comedie. et alcune per il contrario per cagion d'vna
certa gon fiat» altezza, et grau ita tragica. Pollonoancora elfcr
defettuofe,& cagionar freddezza le metafore, per troppa o (cu rezza
:& 3$ alhora adiuien, quando troppo da lontan liprendooo.
come (per ertempio) la prefe Gorgia, chiamando alle volte li negorij pallidi,
Se alle volte fanguinolcnri : et altra volta dicendo, Tu bruttamente
feminafti quelli tuoi negotij, et bruttamente gli gli hai poi mietuti. Le
quai metafore non è dubbio, che troppo 41 del poetico in fe non ritengano,
li come auuiene ancora in quelle, eh' via Alcidamante, quando chiama la
Filolbfia, propugnacolo, Jl lerZjO libro. 22 941 co!o,&: baftion
delle leggi ; e l'Odilsea lucido fpecchio dell'hu 4$ mana vira. Se quando
dice, Nellun coli fatto giuoco apporta al44 la poefia; nominando giuoco il
diletto . Tutte quelle metafo re adunque fono atte a render la locution
poco habile a perfuadc4 j re, per le ragioni, diedi fopra alìegnatc riabbiamo .
La metafora ancora, laq itale vsò Gorgia conerà d'vna Rondine, che nel
volar gli haueua fopra la tetta iafciaro cadere ilerco ; farebbe ftata
eccellcntiilìma per vn Poeta tragico, perciochc le dille, ah Filomena, quelto è
ftato vno atto a te poco nonetto, il quale atto cttendo fatto da vno vccello,
non li può domandar brutto,o poco bonetto ; ma farro da vna Vergine, poco
nonetto fenza dubio fi dee (limare. Buona adunque, et ragioneuol diuenne
la riprenfion di Gorgia LEONZIO (si veda), nominando quello vccello per
quello, ch'era già ftato, &non per quel, ch'eraalhora. (apo 4..
'Dell'immagine, 0 'ver Comparatane : (f della dtffèr enfia j et conuenientia, ciò
ella tiene con la Metafora . 'Immagine, o ver comparatone, è ancora
ella non altro in fottantia fua, che metafora ; poco effendo differente da
quella. Imperciochc quando alcun parlando d'Achille diccflcegli
impetuofo veniua comevn Leone, farebbe vn coli fatto dire, Immagine : 6c
fc fi dicette, impetuofo venia quel Leone, faria metafora . peroche
ellcndo coli in Achille, come nel Leone, furore, 6c iraconda forrezza,fì vien
trafportando a chiamar col nome di Leone Achille.PolTbn le immagini
accommodarfi,& efferc vtili al parlare oratorio ancora : maalquanro più di
radecome quelle, c hanno aliai del poerico . et nella medefìma
maniera s'hannoda trafportare, et dedurre, chele fteiìe metafore;
non ellcndo elle altro in vero, che metafore 1, differenti da quelle
nel modo detto . Sono adunquele immagini ( per ch'empio )
come quella, ch'vsò Androtione contra d'Idrico, dicendo ch'egli era
li milea quei cani, ch'elìcndo ftati buon tempo in catena, fciolti
fi nalmcnte ne fono, percioche fi comcquelli, fciolti che fono
mor don qualunque perfona venga loro innanzi, cofi Idrico vlcito
di carcere,2 30 Della Hgtorica d!Arittotelcj 7 carcere, e diuenuto
infoiente, et molcfto a tutti. Et come quella ancora, laqualc vsò Theodamantc
alìomigliando Archidamo 8 a Eulfcno, ignudo, &c privo di Geometria. Et
fi può parimente con cambieuol proportione vfare, chiamando Euifcno
Archida£ moin Geometria perito . Coli fatte metafore ancora fi
veggono nella Republica di Platone: douc egli aifomiglia coloro, che
fpo gliono i corpi morti, a quei cani, che mordono i laflì,chc/on rito
rati loro,& a color, che gli tirano non fan danno alcuno . Vn altra vene,
douc parlando egli della popolar moltitudine, dice effer quella fi mile advn
gouernaroroi naue, chefiarobufto di for il ze, ma mezo fordo .& quella
altra ancor,quando in propofito de i verfi de i Poeti, dice, che fon
fimili a quei giouinetti,che fen za hauerfolida, et foftantial bellezza
hanno folamente, vn nò fo che di fiorita vaghezza, che porta quella età .
percioche come pri ma perdon qucfti quel primo fiore, «Se quelli reftano
dalla loro harmonia, et mifura fciolti, nonappaion più ne gli vni, ne il
gli altri, i medefimi, chappariuan prima . Mcdelìmamcnte Pericle parlando de
gli habitatoii detllfola diSamo,gli alTomigiiauaai bambini, ì quali non ricufan
di prendere il cibo, eh è i 3 porto loro in bocca, &: mentre che lo
prendon piangono, diceua ancora eflere i Beotij limili a i Lem :
conciofiacofa che i Leui da fe tteflì co i rami loro fi perqtiotano, et fpezzino
; et i popoli di Beotia nó celli n di contrattare, et combattere 1 vn con
tra l'altro 14 fempre . Demofthene parimenteaifomiglia il popolo, o ver
la moltitudine della Città a coloro, che nauigando paton continua naufta.
Et Dcmocrate diceua eflcrfimih gli Oratori alle nutrici, lequali fucchiano,&
inghiottifeon per compagnia con elio mi parti), nelle quai parole fi
vede, che più particelle s'interpongono prima, ch'ai fin fi renda quello,
che vi safpetta. 2 $2 'D> s'afpctra. et Te cofi fatra i
nrcrpofitione fi ftcndclfc molto in lungo, prima che fi rendefle il verbo (mi
par ri;)fcnza alcun dubio 11 ofeura ncdiucrrcbbc. Quello è dunque lapri ma
cofa nccellària alla purità della locutionc, polla nelle particelle
congiuntiue, o li congiuntioni, che le voglia in dire. La feconda conlille
poi in nominare, et lignificar lecofe con gli fteflì fcroplici, Se
ignudi nomi loro, et non per modo di circonfcrittioni, et di delcnttioni.
La terza ricerca apprendo, che nella locuiozne fi fugga l'ambiguità. et le
dettecole han da ellèr fempre oflèruate ; fe già le colf trarie di quelle con
detcrminato conligho non fi eleegelfero. il che far fogliono alcuni,
quando non J unendo cofa che dire, voglion pur parere, et inoltrar di dir
qualche cofa. Et co fioro in far ciò vengono a far parer la lor locu non
poetica : &c tra 1 poeti fa quello malli inamente Empedocle,
conciolìacofa che quel circuito, et giro di parole, che troppo abbraccia,
agevolmente inganni : accafeando in quello a gli afcoltatori quel, che fuole
accalcare a molti, quado in odiie gl'Involtini, et pronofticatoti
del futuro,fenton dir le cofe ambigue,& dubbio(e,& in
anfibologia raccolte: che fc bc nó le intédono,dàno nondimen loro
alfenlo. j 9 vna così fatta locution fu quella, Ci clo pallàio il fiume
Hai 1, a vn 20 regno opulcnriflìmo da ri fine. et acciochc manco polli
apparir l'errore,& la falfità delle lor predizioni, per quella ragione
han per co fin me quelli, che predicono, et pronolticano
ilfuturo,di 2 1 dir le cofe fempre più in genere,& in vniuerfal,che
pollone pofciachencl giocare al paro, et imparo, o verdilparo, o caffo
che vogliam dire, puòfacilmente pi 11 indouinar colui, che pronuntia paro,
oche pronuntia imparo, chequell altro,che più al parli ticolar venendo, a
fpecifico numero voglia determinarli. 6c più farà parimente per indouinar
colui, che dirà la tal colà hauere ad ellère, che chi fpecificando il
tempo,dirà quando la fia per ef (ère. et di qui è, che gli oracoli, et gli
indonnii, non determina* 13 no nelle lor predittioni il quando. Tutte
querce locuhoniadun 14 que vna fomigliantc ambiguità coregono, et per
quella cau la (chinar li dcono, fc già per qualche fine a iòmmo ftudio non
lì 2j eleggcllcro. La quarta cofa vtilc alla purità della locutione
ftà pofta in dillinguere i generi de i nomi, fi come Protagora gli 1
iibn^ucua in mafcolini,feminini,& neutri: pofciache cobi lacti ge %6
Ben ancora, fa di bilogno, che quella conucncuolczza nel parlar lar fi
rendano, Sz s'allignino, che fi dee loro : come (per essempio) dicendo, ella
venuta chetò, Se fatia di confabular, lì par1$ ti. La quinta cola finalmente
(là collocata in bene efpnmere nelle paro!e,la pluiitàja pochezza (cioè la
dualità) et la (ingoiami, o per meglio dire vnità delle cofe. come (per
ch'empio) dicendo, eflì amuati, dicderdclle battiture. Hora vniucrlaimente
parlando q uelle cofe, che fi dicono^o lì fcriuono,fa di mcllieri, che fiano
ben legibili, Se ben proferibili, che l'vna di quelle 3 t cofe, non
puòftar lenza l'altra, et mal potrà quello auuenire in quella locutione,
doue molte congiuntioni, o vogliam dir congiuntine particelle, implicate e moltiplicate (i troueranno: 5 1 ne ancora
in quelle, doue diffidimele lì potran conolcerc le ÌQr tcrpuntioni, Se
dillintioni trà parole, Se parole, per meglio intender' li (entimemi, li come
fi vede auucnir nelle co(c,che fcrif Ce Eraclito: concioliacofa che fatica
lia di puntare, A: diftingue re gli feri tri fuoi, per non li poter chiaro
vedere in clTì con qual parte, o con quella che fegue, o con quella, che
precede, fi deb» 34 ha comporre, o adattare qual fi voglia parte, come
(perclTèmpio) li vede nello Hello principio dell'opera, doue ci dice,
Della diuina mente,chc nel fuoeficr li con ferii a e li lìen te (empre
incapaci, et incomprenfiui fono gli rinomini. Nellequai parole non li vede
ben chiaro con qual parola s'habbia nel puntare a congiu gnere la
particella femprc, cioè ocon efiftente, o con incapaci. 35 Olrra di quello
fi cornette nella location foleci Imo, o vogliam dire, incongrua, et imperfetra
politura di parole,ogni volta eh a due, opiù cole, che rcfpondentia d
altre cofe ricercano, non (ì rende aciafeheduna la(ua correfpon dente : le
già non Ce n'andalle loro vna, ch'ad ambedue comunemente s accomoda Ile,
Se $6 quadralle. come per elfempical mono, Se al colore 1 cllcr
vedu ti non cconimune, ma l'eller lentiti, ad ambedue cómunemente quadra.
Apprcllo di quelìo ofeura, Se poco manifclladiuicn Ja locutione, quando
occorrendo d hauere a congiugner molte parole pervn fentimento principale,
non fi pon verlo l principio la parte, c ha da chiuder quel fenrimento, ma
tutte quelle 38 parole s'interpongono nel mezo tra'l principio, eh
abbia io. Ce del brutto, Se dellabomineuole, fcciò farà pcrapparir maggiormente
con fa divininone, farà bendvfareil nome Se fc per il conciario farà per
apparir pio 6 la bruttezza col nome, doucrà prenderli la diffinitione .
Vtileè ancora all'ampiezza della locutione, il rcderla lucida, Se
manifellacon le mcrafore, &con gli aggiunti, pur che s'auuertifca, et fi
guardi di non entrare in hi quello dentro ai confini della poeila. Giona
parimente alla medehma ampiezza, et grandezza, il nominare vna cofa, come
fé la fulfe non vna,ina mo!te,come fo8 gliono fpefloi poeti fare; dicendo per
cflcmp!o y gli' Achaici ? porti, intendendo nondimcnovn porto folo. Et
quell'altro Poeta dice, in tendendo d vna fola lei ttra, ot;cro epi (loia,
quelìc Ict10 tcre piene di lamenti, Se di pianto . Reca oltra quefto alla
già detta ampiezza giouamento ancoraci feparare alle volte co
qual che particella vn nome da vn'altro nome Tuo aggiunto: come 1 1
auuerria dicendo,la conforte la no (tra. dotte che fc vorremo hatier più alla
brcuità,ch'all'ampiezza rifpctto, diremo, la conferii te noftra.. Giona oltra
ciò alla detta grandezza il ligare alle volte le parole con la particella
copulatiua: li come per il contrario rio alla breuità e vtilc il dir fcnza
così fatte eopulationi, pur che i j non redi la locution dilciolta, Se
dilfoluta in tutto, diremo adunque per ch'empio, a ingrandirla, Se vi andai, et
t>arlai con elfo. Se pcrcagion di breuità diremo, Andatoui parlai
conef. 14 fo. Vtihilìmo ancora alla medefima ampiezza della
locutione, fi dee ftimare l artifitio, ch'vfaua Antimacho inalTegnare
alle cofe, per mancanza ch'elle habbian d'accidenti, le priuationi
di quelli, che le non hanno, il che fa egli quando parla del colle 1;
Tcumelfo in quei verfi, che cosi cominciano, S ergequiuivn itf certo
picciol ventofo colle, Se quel, chefegue. Et fi può con quello artifitio
ingrandir la locutione, quali ch'in infinito. Se ciò non folo nelle cofe
buone, Se che lodar fi vogliono ; ma ancor nelle cattiue, che a biafmar
s'habbiano : alfegnando loro, cofi alPvne, come ali altre, le priuationi
delle qualità, che non fono in elle, fecondo ch'il far più l'vna cofa, che
l'altra ci farà 15 vtile. Et daquefta maniera d'aitifitio hanno prefo
occafionc i Poeti di dedurre, Se formar di nuouo parole priuatiuc:
come pcrelfcmpio, chiamando il canto vocale, con cento
accordo,cioc lenza corde, Se aliro, cioè fenza lira, formando le parole col
mezzo della privazione. Et è atta quella cofa a portar lode, et vaghezza a
quella forte di metafore, che diproportion fidoman» dano: come farebbe in
dire, che il fuon della TróbafuiTe vn fuo* no, o vero vn canto aliro, ciò
fcnza lira • (apo 7. Del deecoro della locuzione oratoria, et quante, £tf
quali fiano le conditioni, le avvertenzie che per Jua cagione fi ricercano
. qual fìa la locution proport tonata > quale la cottumafa 5 et qual la
Pathetica, 0 vero affettuofa . » ] m»L 1 S*j^^3EcoRO fi potrà dire, c
habbia la locutione oratoria, j j^ )quana 0 la farà pathetica, (o voglia
dire,bcne efprcfliua gj^^B d'affetti) quando la farà coltumata, Se quando
alle cofe 1 loggette, delle quai li tratti, farà cóformc,&:
proportionata. ProG g ij portionata 2$fT>eIIa r Retorka
d'Arttlotelz^ portionara primicrameic farà ella,quando delle cofe
ampie,gran di> et magnifiche, non fi parlaràcon Itile, Se maniera
humile, àc vile : riè delle balTe, picciolc,& vili, co maniera graue,
fplcdida, | cVgrade. Et quando parimele ad vna parola d'abbietto,
humil fignificato, non fi darà ornamento, Se compagnia di parola,
che maieltà habbia, Se grandezza . peroche quando quello fi
facefie, 4 verrebbe ad apparir comica locutionej come era folitodi
far Cleofone,il qual moire cofe diceua fimili a chi dicerie li vencran$ di
fichi . Pathctica, o vero cfprelTìua d'affetti la locution farà,
fe hauendo ella a moftrar,chc fi lìa riceuuta contumeIia,farà
efpref 4 fina, &e piena d'iracondia : Se fe hauendofi a far mcniion di
cofe, c'habbian dell'impio, Se del brutto, lì diranno con vna certa
indegnationc, stomaco e nausea e qua(ì sforzatamente, Se có ve recondia.
Scper il contrario con vna certa apparente lctiria d a8 nimo, fe di cofe
honorate, Se lodcuoli fi donerà parlare . Se le co femiferabili, Se
calamitofc, con vna cena liumiltà, Se iommiflìó d'animo fi proferiranno.
Se il medeiimo intender fi dee dilcorré9 do per gli altri affetti . Et ha in
vero gran forza vna cofi propriamente efpreflìualocutionc a procacciar
pcrfuafibilità, credenza,óc fede alle cofe. peroche elfendo notoagli
afcoltatori, che per il più le perfonc, che ii ritruouano nel tale
affetto, foglio parlare in quella maniera, che fenton parlar roratore,concludon
có falfo fillogifmo nell'animo loro,chc tale affetto lìacò verità
parimente in lui . di maniera che fe ben non è veramente la cola nel modo,
the l'orator la moltra, o la dice, cglin nondimeno fi danii no a credere, che
cofi fia . Et pare che foglia fempre chi ode fentirfi in vn certo modo
commuouerc, implicarli, Se diuenir partecipe di quello ftelfo affètto, ch'egli
(limi elitre in colui, che patheticamenre parla, ancor che veramente non vi
fia,& non fia ve 13 ro quel, ch'egli dice. Onde molti oratori foglion
cofi commuoucre, Se perturbar d'affetti color, che gli odono, che ftupidi,
Se 14 quafifuordi fe fpauen tati gli fan reftare. Coftumata
locution domanderem poi quella, la qual come con inditio, Se con
fègno i coftumi moftra, folendo feguire a ciafenn genere, òv a
ciafeuno ij habito, locutione ad elfo appropriata, Se accommodata. Et
per genere intendo io, fecondo l'età, come a dir fanciullo, d'età
virile,5c vccchio-,fccondo'l fedo, come a dire donna, o h 11 omo; fecódo la
nationc, come a dire Laccdcmonio, o Thcllalo . Per habiti intendo io poi
quelli, Hai quali può chi fi Ha denominarti nel cale, onel tal modo
qualificato nel viuer Tuo : pofeiache nò tutti gli habiti pollbn la vita
dell huomo da qualche qualità denomi17 nate, et determinare. Ogni volta adunque
che le parole s'accomoderanno, et s'approprieranno a quello, o a quello habito,
fi troucrà coftumc nella locutionc : conciofiacofa che non le
mede lime cofe, et nel medefimo modo dette farà per vlare
vn'huomo rozo, et nutrito in villa, che Tfcrcbbc vnohuom perito, &:
clip uilmcntcdiiciplinato . Suol fai e ancora impresone, Se
effetto nell'animo de gliafcolratori quel, che fuole eiler da coloro,
che cópongono orationi principalmente per lafciarle fcrittc, con falò
tieuolfrequcntia, et abbondantia vfato : quando dicono, Chi e quello, che
quello non fappia? a tutti è nota quella cola . perciòche colui, che ode dir
coli, ancora egli nell'animo Tuo vi allenti fcc,comc quello,ch'in vn certo
modo fi vergogna di no elTer parli tecipe di quello, che tutti gli altri fanno.
Ma l'vlare vn'artifitio tcmpeltiuamentc, o intempefliuamenre è commune,
non folo a quella auuertcntia detta, ma a tutte l'altre, ch'appartengono
al decoro. Bene e vero, ch'ad ogni trabocco, che nuoca al detto
de coro, può recare alquanto di remedio, de di medicina quel, che
{ 14 fuoleeifer trito, et commune in bocca d'ognuno.
Etèchcfàdi mellteri, chel huom nel dir l'errore riprenda, 6c corregga fe
ilcf* ij fo? perciochc vedendoli, cha colui, che parla, non iia nafeoflo
quel, ch'egli fa, poi che egli con la correttion lo dimoftra; vie per
quelto ad edere (limato vero quel, ch'egli dice . Oltra di quello e ben fatto
di non vfare inficme, &in vno lidio tempo tutte quelle cofe, che
poflon giouare a far la locution proportionata : Ferciochc con quella
auuertcntia verrà meglio a natconderfi alafcoltator l'artificio . voglio dir,
per elle m pio, che fe le parole faran dure, afpre, et terribili, farà
bene, che terrore, Se durezza non appaia ancor nella voce, et nel
volto,& in altre cofe, che pa rimente fian conformi . altrimenti fi
verranno a difeoprire, et a paleiar cucii gli artifirij, come gli Hanno.
Ma fe delle cofe propoitionatc le vnc fi prenderanno, et l'altre nò, fi
nafeonderà l'ar30 tifino, vfandofi nondimen maggiormente quello.
Bcncèvcro chele le cofe piaccuoli, et priuedi durezza, éc di
turbulenria.làran dette có parlare, alpro, horrido, et duro, o ver per il
córrali© co parlar mice, et quietone dure, noiofe, et afpcre j priua diucrrà
. Della c R(tprica d'Ariti otelts 1 1 ucrra la locutione di
pcrfuafibilità, Se di fede . Frà le parole poi, Ieaggiunte,o ver gli
cpitheti, le doppie di più compoite,& le (ha niere, a colui
maffimamentc quadrano, clic pathecicamcntc, 8c 3 1 có efprcflìon d'affetti
parla, percioche ad vn grandemente irato, farà dato perdono, fé tirato dal
furor dell'ira, per ingrandire vn male, lo chiamerà con parola doppia,
Empiecielo, o con parola ftranicra, pclorio, cioè vailo, 3c immenfo, ch'c
parola (tramerà in Athcne . Polfon quadrar coli fatte parole in vn'altro
caio an» cora, 6c e quando colui, che parla conofeerà di po(Tedcrc,&
d'ha uer già tirati a le gli animi degli afcoltatori,& d hauergli in
Comma qua(i rapiti fuora di loro ftefll, o con lodi, o con biafmi,o có
ira, o con amore, o con quafaltro mezo fi voglia : fi come fa Ifocratenel fuo
Panegirico verfo'i flne,& {penalmente in quella par te, che comincia,
La fama,& la memoria. et in quell'altra parte, 3 5 Quelli che
loftennero,6c quel che fegue . percioche coli fatte impctuole, et vehementi
parole foglion mandar fuora coloro, che cómoflì, et alienati quafi di
mente per qualche potente affetto fo no : et per queflo non è raarauiglia
le coloro, che odono,cómo£fi ancora elfi da vna limile alienacion di fc ftelfi,
le accettan per vere, et le appruouan col loro aifenfo . Onde corali locu
tioni alla poefia grandemente cóucngono, hauendo in fe la poefia vn no 17
fòchedi fpirito, et furordiuino . Incofi fatti cafi adunque può hauer
luogo appreflb dell'oratore vna cotal maniera di loamone et in altri nò :
fegiànó facellcegli ciò códiflimularione, tk con ironia, nel modo, che
Gorgia foleua fare, &c come li vede nel Fedro parimente vfato. {apo S.
Del numero, et ritmo oratorio : et in che fia differente dal metrico de i
Poeti : et d'altre co/e appartenenti al ritmo a gli Accenti . [SS A
forma, Se la figura del parlare oratorio ricerca de (fere, nè cofi
miiuratamentc numerofa, come fefullc metrica,nèfenza numero, et ritmo in
tutto. percioche l'elTcr metrica tolle Yialaperfuafibilità, et la fede,
apparendo in tal Jl Terz^o libro . 2 5 tal guila finta, et piena
d'arrifitio. Er inficine olrra ciò viene a diftrarre,& a diftoglicr gli
auditori daU'atrcnrió delie co fe,che fi dicono; mentre che falor por l'animo
ad attederete afpettar,che ù, 4 mil mifura di nuouo torni. di maniera che
in preuedcrc&afpcttarquel fine, auuicn Ioro,quel, che fi vede accalcare a i
fanciulli, quàdo nelle parole del bàditore, antiueggono, et preoccupano
il nome di colui, eh e eletto per aduocato da chi fia alla libertà dona
. $ to,come a dir,per effèrapio,il nome di Cleonc-L'elfer poi la
loca tionepriua,& lcioltain tutto di rituio,cV: numero, porta fcco vna
; certa infinità fenza termine ; il che a coi! fatto parlar
difcóuiene, douédo egli per ragione haucre i fuoi fini,*& i iuoi
termini, ma no giàmctrici:pofciachepoco foaue,& pocomanifeito,&
noto è l'in 6 finito ; ne con altra cofa prendon fine, de termin le cofe,
che con lo Hello numero ; ne altra cola è il numero della figura della
lottinone oratoria, che ritmo, di cui li metri ancora, et li verfi Con 7
parti . Dee dunque l'oratione hauer ritmo ; ma nó già quella fpe rie di
ritmo, che fi domanda metro : pofeiache quando quella ha neire, diticrrta
poema. et il ritmo, ch'ella hà d haucre, fa di meftier, che fia, nó grandemente
cfquifito, et efatto, ma fino ad vn 8 certo ragioneuol termine. Hor frà i
rithmi 1 heroico primicramente hà in fc del grande, et no molto è atto al
parlar, che fia fcioltoda metro, et pare, c'harmonia in fua compagnia
ricerchi. i o 11 Iambo poi è tanro domelrico all'vlitato parlar della
moltitudine, eh e quafi vna ItelTa colà con cito . Et da quello nafee, che
irà tutte le forti, et fpetiedi verfi, maflfìmamente più d'ogni altra, fuol
cader frequente nel trito parlar comune, quella de i verfi iaII bici. Dal qual
parlar comune della raoltitudine,dec l'oratoria locutionedifcoftarfialquàto :
douendo hauerein fe qualche granii dezza, cVgrauità più, che nó hà quello . Il trocheo
poi par, che per la fua celerità fia più atto, et accomodato
adaccompagnarfi ij con le laltationr, che alla locutione, della qual
parliamo. &di ciò nefainditio l'elTere ilverfo tetrametro fopra tutti
gli altri . ritmi per natura fua fai ta torio ; ilqual di trochei
principalmcn14 te abbonda. Retta dunque il Peane, ilqual molti, fenza
auucrtirlo, ne dargli nome, han feguitod'vfare* cominciando a far
ciò daThialìmncho, che fu il primo : quantunque co chaobiam detti,
continuato concili nel terzo luogo 10 li 240 "Della
Ugo/tea d'Jrittotek 1 6 luoeo, come quel, che contiene in fc la
proportione, o per mec l,o dir la ragione di tre a due. conciofiacolachc 1 vno
di quelli di l'opra dctti,cioc l'heroico, contenga la ragion, che tiene
vno ad vno, Se l'altro cioè il Iambo, o 1 Trocheo (eh vguali nella mifura
fono) contenga la ragione di due ad vno . alle quali due raCioni feguea canto
per ordine, come terza la (cfquialtera, et que,8 ftantlPeane fi contiene. Gli
altri ritmi, et m. Iure dette adunque, repudiar da noi, Se laiciar li dcono,fi
per le cagioni di (opra io aWate, Se fi ancora per ciVer metrici, Se atti
al vedo. Et il Peane dcbbiam riccuerc ; come quello, elicalo fra tutti 1
ri tmi, c habbiam nominati,non fuolc entrar nel vcrfo:&: per conlcgucntc
po trà inaflimamente nafeonderu loueruantia d'elfo . Hor nell vlo, eh
al prefentc fi fadcl Peane, non è pofta in vfo, fc non vna (ola fpetie. Se
quella folamente nel principio del periodo : douendo nondimeno elTer
differente il fin dal principio . S. miouan dunque due fpctic di Peancoppolte
in vn certo modo fra di orotdcl le quali 1 vna conuiene, Se quadraa i
principi), u come al prelcnx 1 te l'vfano: Se è quella, la cui prima f.llaba è
lunga, Se le tre altre, che (V R uon breui . come fi vede, per elTempio,
in quelle greche parole, Dalogenes ite Licic, (ch'in noftra lingua (uonan,
nato m Delo, over di Licia) et inquefte altre, Chrifeocoma e caete
pc dios ( eh in lincrna noftra fuonano, Ornato di chiome d oro, rial
eliuoldiGioue). L'altra fpetie di Peane è quella, per il contrario di cui le
tre prime lillabc fon breui, £v 1 vltima lunga j come, per eirempio,in
quelle greche parole, Meta de gan h.data t oceanon iphanife nix, ch'in noftr,
lingua importano, (opra la terra, et l'acqua, bloccano precipitò la notte. Et
col» fatta (pene di Peane quadra accommodatamente a chiudere, Se
terminare. * c concofiacofa che non cllcndo la (ìllaba breue d integra,*
perfee tam.fura, venga in vn certo modo a render tronca >*C
mutilala % 6 la locutionc,felaf.poncìn fine. Se per quello fa di b.logno
di . 7 farla pofarc,* terminare con lafillaba lunga,accioch* l'altra
raccolta, £5* in fi ritorta, et periodica . £cf che co fa Jia periodo,
£c? de i membri, che fin parti • di quello . et di più maniere qualità
di periodi . I tO^tttì ttf tX't t ' ' i 1 IO Zi lì Itili *
'Ij'ùtlltlf * Uìl»f»f'««J} ? tìyM 'Vna di due forti è neceflariamente
forza, che fi rruoui la locutione : cioè o pendente, Se dirtela, in
guifa che con l'aiuto delle congiuntine particelle habbia la continuità, et l'vnitàTua,
nella maniera che fi veggono cller le Anabale tra le dithirambi che
Cantilene : o veramente in fe ritorta, &l quali raccolta in giro, a
quell'altra forte di dithirambiche cantilene fomigliante, le x quali
Antiftrofe fi domandano • Di quelle due locutioni, la pendente è molto più
antica, e d’Erodoto Thurio vlata, come fi vede, quando dice, Quella farà 1
efplicatxó dell'hirtoria, et quel, 3 chefeguc. Et da tutti in quei tempi
erada prima approuara, Se porta in vfo . ma ne i tempi d'oggi non molti
fon rettati più, che 4 l'vfino. Hor quella diftefa, et pendente locutione
intendo io etVer quella,che termine,o fine alcuno per fe (Iella non reca
mai, fin che la cofa, che fi cfplica,& che s'efpone non termini nel
fenj timentoCuo. Et è veramente poco per fe gioconda, per l'infinità) et intcrmination,
che tiene: defiderando per natura tutti 6 di conofeere, et preueder dalla
lunga il fin delle cofe. Et da quello nafte, che coloro, che per arriuarea
qualche termine > et a qualche meta corrono, Cubito, ch'arriuano alle Cuoltc
delle ftrade, fi fenton rifoluer gli fpiriii, &quafi auuiliti lafcian
di ritener più il fiato: come quelli, a cui prima parendo loro
di vedere il fine, c i tei min del corfo, non parca per conCcguente
di 7 Cernir fatiga* Tale adunquequale habbiam detto s'hà da Iti
mar, 8 che fia la locution pendente. La in le ritorta, et raccolta poi
è $ quella, che in periodi Uà collocata, et di periodi fi compone,
tic per periodo intédo io vna locutione, che in fe rtclla raccolta,
pof H h legga 2^-2 ^ez^> 10 feggavn fuo proprio principio, Se
vn fuo proprio fine, &fiadt grandezza tale, che facilmente tutta inficmc
comprender con 1 1 Fintelleteo, Se con l'apprénfion fi porta. Quella
periodica locutionc adunque ha in le del foaue, Se del giocondo, Se è
infierae11 mente bene apprenfibile, o percettibil, che vogliam dire . Soauc, Se
gioconda è ella primieramente, fi perche elfcndo ella in Ce finita, viene
ad effer contraria al non finito, Se non detcrmina1 3 to, ch'è per fé
noiofo;& fi ancora perche airafcohator' odendola^ par fempre>di
pofTeder di nuouo con l'appenfion qualche cofa, per caula che Tempre
periodo per periodo viene a (coprirti qualche termine : doue che perii
contrario il non preuedere inditio di fine alcuno, Se il non terminarti,
Se fpcdirfi nulla,hà in fedel14 l'infoaue, Se del difpiaceuolc Beneapprcnfibile,cv
ben percettibile e ella poi, per poterfi fino al fin luo con facilità ritener
nella memoria. Et quello le adiuicne per haucr ne i tuoi periodi mi fura,
Se numero, ch e la cofa, che fra tutte l'altre e atta a dar bc1$ ne imprefla
nella memoria. E da quello viene,che ciafehedun molto meglio conlerua
nella memoria i verfi, che la profa, Se il parlare fciolto, per haucr' i
verfi più efatto numcro,chegli mifura. Hor'ei fa di bifogno, che il periodo fi
diffonda. Se s incorpo ri con la fentcntia in modo,chc con ella proceda
faluo,& fini Ica infieme, ne in modo alcun la fpczzi, o la rompa, o la
laici lenza feguirla, andare: come fi vede auuenir ne i Iambici verfi 17
di Sofocle, Calidonia certamente la terra che già fu habitata daPclope.
perciòchc può per la diuilion fofpicai fi il contrario di quel, che fi
drcan, come a dir nel detto eifempio, chcCalidoI j nia fia terra del
Peloponneflo. De i periodi poi, alcuni fon comporti di membri, Se alcuni altri
fon femplici, o vgnoli, che volo gliam dirgli, di membri cópollo s intede cfler
quello periodo il quale elfcndo perfetto, Se finito in fc fldfo, Se dilli
nto nelle parti fue, viene ad elfcr con commodo, Se nonratigofo o
impedito fpirito proferibile. et ciò. nelle diuife, Se inrenotte parti
fue, fi come adiuien nel periodo pure hora per eifempio addotto, ma
nell'intiero giro fuo . Et di cofi fatto periodo le parti Con quelle> che fi
domandan membri. Semplice, et vgnol periodo intcdo io poi erter quello, che Ila
raccolto in vn membro folo. Quato alla grandezza poi, deono clfer i membri, Se
li periodi non cosi corti, che parer pollali monchi, Se troncati, ne
troppo pa rimente Jl 7crzL,o Ithro . . 3 if rimente lunghi,
conciofiacofa che i troppo corti, fogliari fare in li vn certo modo
virare, Se inciampato 1 ascoltatore in odirgli. per cioche quando
procedendo, Se difeorredo egli con l apprenfion dell'animo in lungo, verfo
la mi fura di quel termine, alqual già nella mente, s'haconceputo, che
debba feguir colui, che parla, fe in tal cafo dà d'intoppo nella cedanone
et «ci finir di quello, prima ch'ei non s'afpctta, e uccellino, che come
ributtato da ta le odacolo, in vn certo modo quali inciampi, Se arredi.
Dall'altra parte i periodi troppo lunghi vengono a lafciare,& a far
rima nere l'auditore a dietro, nella maniera che tra q uei, che infieme paleggiano
Se fpatij finno trapalando alle volte l'vno d'elfi più olrra del rcrmin
(olito, prima che in dierro torni, vienea Ialciar, et abbandonar quali gli
altri, che palleggiano, Se fanno fpatijfcco. Mcdelimamente hanno i periodi
troppo lunghi, quello d imperfcttione,chc finno apparentia più tolto di
fermoni interi, che di periodi, che fon pam d'elfi, Se iì polìbn perquedo assomigliarc
a quella forte di poema, che fi chiama Ànabole. onde fi può a coli Tatti
periodi accommodar quel mordace detto, ch'vsò Democriro Chio contra di
Melanippide; il quale in vece d'Antiftrofi s'affarigaua in comporre
AnabolcdilfcdunqucCoftui, che noia, et fatica fabrica ad altri ; fariga, Se
noia fabricaa fe medefimo . Se in vero le lunghe anabolepeflìme fono al
Poeta, che le fa. Qitcdo medefimo può co ragione ancora adattarli, de
dirli contra di quelli, che troppo lunghi membri dicendo fanno. Dall'altra
parte i periodi, che troppo brcui i Ior membri tengono, non meritan d'elTer
domandati veramente periodi, cioè giri, &circuiri, mandando pertrauerfo
precipiti gl’ascoltatori. Hor di così fatte locutioni, che fon compofte di
mcbri, Se per quello fi podbn membruti periodi domandare, alcune fono
fcioltejibcre, Se difobligatej Se altre fottopofte a oppo3 3 da
contrapolìtione. Sciolte, Se libere farien, come a dir (per ef. fempio)
queda, Spelte volte hò io hauuto in ammirarione coloro, Che quede ibléni
adunanzepanagiriche hanno ordinato, Secolor parimente, che quedi eiTercitanui
giuochi, Se conrefe han no inftimito. D'oppodapoi contrapofmon fon quelle,
negli vni, Se ne gli altri membri de le quali, o fi fan corrifpondef gli vni
contrari] a gli altri, o vna delia cola fi fa corrifpondere ad am3 5 biduc i
contrarij. come (per elfempio) l'aria dicendo, A gli vni,effa borica
d'Arinotela Capo io. DeltVrbanita della locutione oratoria, che co/a la
fia^tn che confijla ; quante coje pojfon concorrere a rendere
il parlare orbano . Avendo noi già detcrminato di quelle
cofea bastanza, fegue, che inoltriamo al prefente, onde procacciar
quelle fi poffanoje quali fono atte a rcdereil parlare vrbano,& a farlo
apparir vago,&gra tiofo, perciochel yfare, &porreinarto I
vrbanità del dire, e cofa dahuomo, che fia, o dalla natura bene
inftrutto, Se accommodato a quejlo,o dalla lunga confuetudine aciò
artue fatto, cVerterci tato, mail inoltrare li precetti, et le vie, che
fi han da tenere in farlo, a quella prefente arte, et methodica via J
appartiene. Direm dunque di quello al prefente, et affineremo, et raccoglieremo
quelle colè, che poffono a ciò effere vtili, 4 pigliando alquanto da alto
il principio in quella maniera. E cola per natura a tutti gli h uomini grata,
de gioconda il facilmenteimpararc: et e/Tendo le parole inditij fignificatiui
di qualche cofa ; ne fegue, che giocódiflìme ci fatan tutte quelle parole,
che * cauferan lo imparare, cioè nuouanotitia in noi. Kor le
parole uranierc mal polìon far quelìo, come quelle, che ci fono
ignote: 7 et le proprie ci fon già prima note . ma le parole metaforiche,
o 8 ver trafponate, fopra tutte l'altre lopoffon fare, peroche
s'alcun ( per cllempio^ chiama la vecchiezza ftoppia, o ver biadegià
fcc che, viene a fare, a chi ode,imparare, et gullar nuoua
notitiaper cagion di quella cofa comune, che comè genere Ila lor di
fopra: efrendoambeducxio ècofila vecchiezza^comc la ftoppia,o ver tal
biade, cofefattearidc, &giasfioritc. Fannoancorqucfto me defimo
effetto Jc immagini, o ver comparationi de i Poeti,: per quella cagion,
quando fon ben formate, po/Tbn fare apparire il parlare vi bano; come
quelle, che fecondo c'nabbiam già detto prima ; fono in foftantia metafore,
differenti folo da elle, per 11 quella poca d'aggiunta, che le ricercano.
Onde viene a parer l'immagine manco gioconda, per la Iunghezza,nella qual
lì (rende j Jl Terzj) libro . iz de; n è dice breuemenre quella cofa
eller quella: onde non ha 1 3 occalìon l'incelicelo di chi ode di cercare,
et apprenderci quafi guadagnarli la cofa egli ftellb . Neceflàriamentc adunque
quei modi di locurioni, et quelli Enthimemi fi deono Itimare vrbani, i
quali co facil prefiezza ci pollon fare imparare, &c qualche 1 j nuoua
notitia acquilìarc.Et per quella ragione nè quelli enthime mi, che fon
troppo fuperficiali, et patemi, polFono vrbani,cV'gra tiofi apparire: ( òe
per iupcrliciali intendo io l'elferea tutti apertamente noti, Se leder di cola,
che nó punto importi il faperla, o l'inucltigarla ) ne parimente quelli, 1
quali proferiti che lono, 1 6 ofeuri nondimeno,& non manifefti reftano
: ma folamentequel li, li quali mentre che fi proferifeono Tono
infiememente apprefi, quantunque prima non le nhaueirc notitia alcuna:
oalmen poco doppo, che proferiti lìano, fon dall'intelletto di chi ode,
Se 17 có l'apprcnfion gli fegue, arriuati. Da qucfti enthimemi adunque li
viene a guadagnare, o inficme, o poco doppo,qualche notizia di cosa, che prima
non fi fappia . doue che da quegli altri, che poco fa diceuamo, nè
nell'vno, nè nell'altro modo li può tal 18 guadagnofarc. Quanto dunque
appartiene alla fentcntia,& feti timento della locutione, quelli c
habbiam detti fono gli cnthi12 memi, che fi pollbno (limare vrbani. Quanto poi
allaltellalocutione, rifpetto prima alla figura, Se forma di quella ; alhora
vrbanità vi fi trouerà, quando vi faràinfcrta cótrapofition di conio trarij :
come, per ch'empio, dicendo, Quella, che da tutti in pu blico è (limata
per pace, da colloro in prillato e giudicata per guerra : doue fi vede la
cótentione, o ver còtrapofitione,cirendo 2 1 la guerra cetraria alla pace.
Rispetto alle parole vi fi tremerà primieramente, fe vi fi conterrà metafora,
et tal metafora, che la nonhabbia, nè dell alieno, Se del remoto,
pofeiache cofi verrebbe ad elfer quando la fi profenfee, difficilmente intefa :
nè parimente habbia troppo dell'aperto, Se del luperficiale ;
pofeia che cofi non darebbe ella occafion di diletto alcuno a chi
l'ode, a 3 Et vi fi trouerà ancora, fe fi porrà la cofa in vn certo modo
dinanzi a gli occhi, come ch'in atto quali operante : peroche
per l'impreiììon, c habbian le cofe a far nell'animo di chi ode, fa
di mefticri, che più torto li mollrino, o vero appaiano, come inatto
prefente operanti, che come quiete, et atte a operare in 14 futuro.Fà di
bifogno adunque,ch'a quelle tre cofe,fi tenga l'occhio, alla metafora, alla
contcntione,ouerc6trapofirion dei contrariaci all'efficace euidenria nel por la
cofa dinanzi a gli occhi, i f et emendo le metafore di quattro fpctie,
quelle di degniti, et di grada fopra tutte le altre ccccdonoje quali
confiftono in propor i6 tione: ficomc (per eilempio) fu quella, eh vsò
Pericle, quando parlàdo di quei gioueni, cheran morti nella guerra diccua,
che costerà (tata quella giouentù, dalla città tolta via,
comes'alcun 27 togliclìe via dall'anno la primaucra. et Letine parlando
dei Lacedemoni) di ire, non douerh* cóportare, &c tener poca cura, che la
Grecia hauefle da reftar priua d'vno de duoi occhi fuoi.Cefifo doto
ancora,vedédo,chc Charcte ccrcaua,& facca diligétia di re der delle
cole publichc da lui amminiftratc, conto, et ragione a punto in quel
tempo, che la Città ftaua occupata nella guerra Òlinthiaca,indegnato di
quefto fatto, dille cheCharcre aJhor, che gli pareua d hauer quel popolo
in vn forno,tentaua,& faccia ua forza di rendere i conti,& le ragioni
fue . et il medefimoCefìfodoto ellbrtando già gli Atheniclì a mandar gente nell
lfola d'Euboca,per trar di lì frumento, per maggiormente
infumargli diire loro,e(Tèrdi bifogno,ch a quella imprela vfcille fuorail
de 50 creto di Milciade. Ificrate ancora, trattando, Se confutando
gli Atheniclì di far pace,& amicitia con quei di £pidauro,& di
tue ta quella riuiera,hauendo egli quefto a male,perditHiadergli
dif fe loro,ch'cglin cercauan di priuarfi del viatico delle lor guerre. Pitholao
parimente foleua chiamar li (ola di Salamine,la fruita, 3 2 ouer la sferza
del popolo Atheniefe. et la città di Scilo foleua e3 3 gli chiamar l'arca, o
vogliam dire il granaro di Pireo. Pericle me defimamentecfortando,che fi
rogliclTc via la città d Egina, diccua che gli era da tot via quel fiocco da
gli occhi dal porto di Pireo. Mirocle ancora elfendo con non so chi venuto in
mentioned'vnatal pedona, tenuta giufta, et da bene, dille non
parerli elfer punto peggiore huom di quello : perochc quello
(diceua egli) pone in atto la fua malitia con terzi tochi (cioè con
vfure, ch imporran quatro per ccnto,che fon maggiori delle decimali, eh
importan manco di due per cento) et io la pongo in atro con decimali tochi
(cioè con dicci figli, lignificando appretto de i greci, la parola, tocos, co
si rvfura,come i figliuoli.) Alclfandro parimente in vn de i fuoi verfi
Iambici, parlàdo delle figliuole fue, chaucuan già trapalfato l'età
conuencuole a maritarli, dille, Le mievergini hanlafciato fpi rare il
tempo di coparirein giuditio $6 dinazi al tribunale delle Nozze.
MedelimamcntcPolicuto cétra di Speufippo, il qual'cra grandemente
molcltato d apoplcflìa, di ccua,che quello nó potcua trouar mai fermezza,
ancor chela for tuna l'hauefle raccluufo in quella infirmiti penteiiringa
(cioè limile a quello inltromcnto da carcere, che in cinque parti
tcneiu 57 la pedona ftretta, Se perciò pctelìringi li domàdaua.)
Ccfifodoto |8 ancora foleua chiamar le galere, o ver le naui, molini
ornati . Il Cinico chiamaua le tauernein Athene,le Fiditiede gli Athcniefi
; (elfendo le fiditic quelle femplici, Se modelle publiche cene 39 de i
Laccdemonij.) Elione parimece dille, che gli Athcniell ha40 ucuan verfata la
Città lopra la Sicilia. Se in quelle parolc,nó lo-, lo lì cótica metafora,
ma fi pone ancora in ella la cola dinàzi a gli occhi. come li pone ancora
in quella, Onde la Grecia cfclaroaua, Se vocifcraua. doue fi vede in vn
certo modo la mtafora, &: il poni meco della cofa dinazi a gli occhi, come
lì vede ancora in querelle già dille Cefifodoto,douerfi hauer cura,che le publichc
adunaze,nó parelfer più torto incurlioni militari, che ciuili raccogliraéti.óc
il mcdclimo modo di dire vsò Kocratc cótra di quelli, che a modo di
tutbuléte,& inordinate incorfioni,in quelle cómunif 44 fune adunaze
panagiriche lì raccoglie u a no. Et ancora in quella funebre oratione
domàdata rEpitafHo,fi legge, che gi ulta cofa fa rebbe,che fopraa quei
fepulchro,doueeran fepolti quelli, ch'eran morti nel fatto d'arme appretto di
Salaminc,lileualTe i capcgli la Grecia, poi ch'infiemc có la virtù loro, era
fepolta la libertà 45 di quella, doue fc fi fulfe detto, chegiufta cofa
farebbe, che la Grecia piangere, Se facelfe fopraquel lepolcro lamenti per
elTer quiui lepolta la virtù di coloro, farebbe Hata metafora, Se
inliememente ponimcto della cola dinazi a gli occhi, ma 1 hauere aggiùto elici
có la virtù fepolta inlieme la libertà, vi ha fitto elici e ancor di più
la contentione, Se contrapolition de i contranj. lucrate ancora dille, il
camino della mia orationeattrauerlerà perii mezo de i fatti, et delle
attioni di Charete.doue li vede primieraméte la metafora di proportione,&
in quel dir poi, per il mezo, 48 fi viene a por la cofa dinazi agli occhi.
Se parimente in dire, douerlì chiamare alle volte i pericoli in aiutodc i
pericoli, li cótien 4 tal metafora,chc dinazi a gli occhi la cofa pone.
Licoleone ancora difendedo Chabrio dille, Nó haretc voi alquàto di rtfpetto
(o ^ li giudici). Se di verecundia a quella ftatua di bronzo, che fupplica
a 50 voi per lui. Le quai parole,nó Tempre, ma per quel répo, cV
per quella occalionealhor prefente, contengono in le metafora, ma ben
fonoattea por Tempre la cofa dinanzi agli occhi, perochc in quello flato
di pericolo,in che Ti trouaua alhor Chabria,puòqua drar,che la (tatua
Tupplichi,dàdo(ì alle coTe inanimate,qucl, che conuiene all'animate,come
ch'altro non fiano e(Ic fiatile, che có5 i menrarij,& memonedelle coTe,che
Ti fanno per la republica.Co fìmil metafora di proportion Ti
dircbbe,crTalcuni co ogni manie ra di diligctia (Indiano, Se s'affatigano
per Taper poco, Se per hauer l'animo vile.cóciolìacoTa che l'attribuir
cura,ÓVdiligctia, propriamente s'accomodi al cercar d'accreTcere,& di
migliorare, Se 51 nodi palfàr nel male. Simile ancor METAFORA Taria
diccdo.haueic Iddio nel darci 1 intelletto, acccTo nell'anima noftra vn
lume, poTcil&i e aro beatole qu erte co(e,intelletto, et lumc, conuengono 5$
in queftacótmwvc anione di far manifefto,& recar chiarezza. Simile ancora è
quella, con quefta pace non difciogliamo la guer54 ra, mala proroghiamo :
peroche ambedue quefrecofe, (cioè la prorogarione,& vna così fatta
pace) conuengono in guardar co55 fa, c'hahbiaa venire . Simile ancora èquclla
altra, che dice, Le paci vantaggiofe elìer più egregij Trofei* che non fon
quelli, che j6 ti rizzano nelle battaglie, et ne i fatti d'arme .
conciofiacofa che quelli lì Togliono Tpeìlb Tir percoli*,
ch'all'importantia di tutta la guerra non Ton di molto momento, doue che
quelle Ti pógoi» 57 per il felice fine,che Ga porto a tutta la guerra .
ambedue queftecofe adunque (cioè corali paci,& li Trofei) conuengon nel58
ladetta metafora, in elFcr fegni, et indi ti j, di vittoria. Se cosi fatta
metafora è quella ancora, Le città fono ancora elle grandemente
fottopofteàcondciiation di pagar la pena degli error loro,laqual pena è il
vitupcrio,nel quale apprello de gli huomini errando incorrono : non eilendo
altro il pagar la pena, che lettone, Se danno guidamente riceuuto.
Habbiamo già veduto adunque, che la metafora, et il ponimento della cofa
dinanzi a gli occhi, Terne, Se gioitamenro reca alla cotnpofition del
parlar vrbano. aji (ajtoir. *Di quella locuzione } che pon la cofa
dinanXi^ a gli occhi : come le metafore* et le immagini pojfon fruire a rendere
il parlare : priue d'anima,per virtù delle metafore. In tutti i
quai lucghi, quell attribuiteli ei fa energia d'atto, Se dopcrationealle
cofe>reca gratia,& dilcuo,come(per eiTcmpio) in quel luogo. Di nuouo
il fallo sfacciato, et lenza volto di vergogna,daua voi ta in dietro, Se
rotolando tornaua al piano. Si in quell'altro luoli ij go. Il 2 j 2 *Del/a
r B^torlca come nell liola di Carpatilo, il Jl Terzj) libro . e già
detto incom modo é Quai cofc adunque rechin fo r za allalocurionc vrbana,* et onde
lìa che talcffecro facciano, già pienamé S 6 te ( :i può dire) la cagione
allegata riabbiamo . Frale hiperboli ancora, quelle che (on più lodate, 6V
ingegnofe, fono ancora clic 87 metafore; co me (per elfcmpio)quelta,chc fu
vfara conerà d'vno, c haueua la faccia tutta
punta, Kk Capo 2jS ' T>effa c B^tortca d %
Àrittotek_j (apo 12. ^Deìla diuerjìtà delle locutioni oratorie, fecondo la
dtHintion de t tre generi di cau/e$£f fecondo che differenti fino le
Orazioni, che han da rnoHrar la firz^a nel r e citar fi h da quelle, che
principalmente, accioche habbtano da effer lette, £f da reflarcj (critte,
fi compongono . A di meftieri di fnpere, Se che nó ad ogni gcner couicne,
Se quadra vna ftc Ila forre di locutione, ma cialcun defli ne ricerca vna,
che (ia propria Tua. conciofiacola che altra locutione habbia da
efler quella, che hà da poter leggerli, Se reftarc fcrirta, et altra
quella, e hà da vfar principalmente la forza fua nella contenderne, Se
recitationc : fi come parimente diuerfa ha da elfer la 1 locution
dclibcratiua dalla giudiciale . Et ambedue nondimeno 3 fa di meftieri di
conofeere, et di fiipcrc . Pcrcioche la prima, ricerca, clic fi fappia
puramente, Se lenza errore parlar nella legir4 cima lingua greca, Se di quello
Ci contentarci 1 altra è ncceifario di fapere,acciochc 1 huomo non habbia
da cfler forzaro di tacer con la penna, ogniuolta che defiderio gli venga
di far partecipi gli altri dei concetti fuoi: il che fuole auuenirea
color, che fcri5 ucr non fanno. Hor la locutione, c'hà da poter rimanere feri
tta, Se per quello fctittibil fi può domandare > ha da ellere cfquifmfllma :
Se la contentiofa grandemente, anione, &rpronunv 6 tia ricerca* Della
quale due fpetie li rruouano, 1 vna pathciica, Se cfpreulua d'affetti, et l'altra
coturnata, Se di cofhime efprcf7 (ìua . Et da quello nafee che gli Hillnom van
dietro voluntieri a rappxcfentar quelle fauole, che fon nella delta guifa
di 8 affetti, et di coflumi cfpreflute . Se li Poeri dall'altra pai te vo
luniicri dan ricetto a cosi fatta forte d'hiftrioni, che ben lìano 5 atti
a tale efprelfionc. Sogliono ancor de i poeti elfer lodati quelli > che
nei lor poemi non tanto l'attione, quanto la lctùon riguardano* de i quali (per
elfempio) è vno Chcremone : co me quello, che non altrimenti è efquifito,&
diligente in quello, ch'egli fcriue, che fé orationi, che feritre hauelTer
da reftare com ponellc. Se il medemo fi può dir di Licinnio trà i poeti
dithirabi 10 bici, o lirici, che gli vogliam dire . Et Ce Ci pógono in
comparacionc, Se paragone l'vna, Se l'altra forte di orationi, fi vede chiaro,
che quellcchc perche habbian da efler lette fi fanno, pofte in atto di
recitarfi nelle contefe delle concioni ; fneruate, riftrette, Se angurie
appaiono.òV quelle dall'altra parte,lcquali nel recitarfi, Se contenderfi, fon
parure efficaci, Se potenti, venute poi in mano, Se lcrtc; languide, et roze,
Se (per dir cofi) plebee Con riti 11 feitc. Di che altra cola non e
cagione, Ce non ch'a quelle at doni, il Se contentioni, accommodate, et proportionare
fono . Perla qua! cola quelle orationi, che ali amone, c\: alla pronuntia
fon deftinatc-, feda loro fi tollc via quella atrionc,c\: quella
pronuntia, non potendo poi far lvfficio,& l'effetto loro, in fi pide,
fredde, Se inette appaiono: come (per eflempioj accaderebbe nel proferir
quelle parole,chedifgiunrealle volte fi pògono, Se fciol 13
tcdaligatura,& da copula. Mcdefimamentc il repcter più volte in
foftantia vna fteilà cofa ; nelle orationi fcrittibili (per dir cofi,) che
fi fanno acciò fian lette ; non fenza caufa è reprouato, et poco lodato : douc
che nelle contentiofe, Se pronuntiabili oratio14 ni, fi vede a^ai dagl’oratori
vfato : eflendo così fatte repetite locutioni, molto bifognofe,di
pronuntia,ó\r dattionc. MaèneceiTario che in così fatte rcpetitioni,faccia
colui, che le proferifee qualche agitatone Se mutatione nel proferirle,pcr
inoltrar di dire con vna cofa,diuerfe cofe. la qual mutatione dàadito, Se
("piana in vn certo modo la via all'hiftrionica attionc oratoria :
come 16 fper ellcmpioj dicendo, Coftui e quello, c hi vfurpato, Se furato
le cofe vofìre, coftui e quello, che vi hà ingannati, cortili è quello,
c'hà finalmente tentato di tradirui. fi come Filemone hiftrionc parimente
faceua nel rapprefen tare, Se recitar la fattola d'AnalIandridc, nominata la
Gerontomania, o pazzia dei vecchi, che la vogliam dire, Se fpetialmente doue
parlano inficine 18 Radaraantho, Se Palimede. &nelprologo ancor di
quell'altra fauola, che i Religiofi, ouero i Pij n domanda, Se fpenalmétc
in quel luogo, doue più volte fi repctifee, Se Ci replica la
parolaio. Quelle forti di locutioni adunque a chi non le aiuralfe con
l'attionc,Óc conlapronuntiajdiuerrebbero^om'in prouerbio fi diKk ij
ce,^ 10 ce, colui, che la trine porrà. Se il medesimo fi dee
fouerchie,c\: inutili fono, Se più torto imperferrione, cheperJi fettione
apportano. Ma lcgiudiciali orationi han di memeri di maggior politezza, et
di piuefquifno Audio ; Se maggiormente fc dinanzi ad vn giudice folo
accalca, ches'habbia da narrar la causa, eiTendo quella la minima
dillantia, che nell'arte del dire 3 3 accafehi trà chi odc>& chi
parla, pofeiache in elfo vien maggiormente JlTerzjo libro. 261 mente
veduto, et auuértiro quello, che fia proprio, 6V appartenere alla cau fa; et quello,
che fiaalicno, &c remoto da quella, nò ha luogo quiui
laconcenrio(a,& cócitata attione : et per cófegucuee reità in chi ode
ilgiuditio fchietto, ite incontaminato. 14 Perlaqual cola non tutti gl’oratori,
ch'eccellono in vn di quelli generi di locutione, eccellon parimente in tutti,
percioche donerà matfìmamente ditneftien dell anione^ fa manco
perii 3; contrario d'cfquilita diligenti.! bi fogno. et quefto accade
douc è neccllària la voce, de mallimamcnte douegrande,alra, ÒV refo}6
nantc fi ricerca. La locutione dimollratiua adunque viene ad cf » fcr la
più habile a tettare feruta, et la più fcrittibil (per dir coti) eflendo
quello quali l'viUcio fuo, periiqual principalmcnre Ci compone. Nel
fecondo luogo poi larà attaaquelk> la giudicia37 le. Il voler poi aggi ngner
nuouc dioilioni della locutione, con dire, che biiogna>ch'eiia (la
foaue, &gioconda,& che la fia ma3 8 gnifica, c cofa vana,&
fupcrtìua. perochc perche più torto ha ci la da ellercosì, che non ha da
clfcr temperata, ex: liberale,!?»: d al 35? tra virtù, et coftumc tale ?
Quanto adunque alla foauità,lc conditioni, che fin qui fi fono alla locutione
allignate, la faranno ^ tale, feda noi è fiata rettamente determinata, de
diffìnira la virtù diquella. percioche a che fine s'hà da credere, che ha
flato detto clìer necelìatio, che la lìa aperta, Se lucida, Se non haimia
del vile, Se dcll'humile, ma fia conucneuolmente temperata in quel 41
naczo ? pofeiache così dal troppo ella abbondare nel fupertiuo delle
parole; come dalla troppo fuccinta brcuità, puòdiuenirc ofeura, Se poco
mani fella : et per confeguentc nó può eller du41 bio, che mediocrità in tal
cofa non le conuenga. Et alla giocon dita, et dolcezza d'ella, le
conditioni et qualità già dette potran feruire bafìantemente, Ce ben
tcmpcrate,Cv mifchiate, (arano inficine quelle parole,che nó fon lungi dal
parlare vfirato; et quelle, che tengono alquanto del nuouo,6V del forefticro :
et le conueneuole oratorio ritmo, o numero, che vogliam dire, non
le mancarà ; ne parimente il decoro,in modo,che credibile, cv per43
fuafibile, la poflà rendere. Della locuzione aduque habbiamo
a baflanzadctto,sì per quel, che tocca a tutti li generi di caufe
comunemente; et sì per quello, eh a ciafehedun d'eflj era lacualmente
ncccllano. Rellachc dellordin delle parti integrali dell Oiation
ragioniamo . (apofj. 'Delle farti integrali dell'orazione ì del
numero-, et Jufficientia di quelle . Et come diuerfamente errajfer diuerfi
altri Scrittori della Retorica, nella diutjìone dell'orazione, (f nel numero
delle farti d'ejfa . Ve fon le parti dell'oratione oratoria .
percioche gli e ncccilàrio, che Ci proponga la cofa, che s hà da
prouare, et che fi proui la cofa, che ila proponga. Onde il non prouare, et non
dimoftrarclaco1IW fa,che fi efpone, et propon nella caufa, o il
voler duiiofìrarc,& prosare, (e cola alcuna non lì fia cfpofta,&:
propo 4 ila prima, fon cofc in natura lor non potàbili : polciachc cohri, diepruoua,
et dimoitra, e forza che qualche cofa dimoftri : &c all'incontra
colui, che propone qualche cofa, percagion d haj uerla poi a prouare, et inoltrar
la propone. Delle quai due cofe quella vi ti ma non e altro, che Propo fi ti on
e, o proponimento o propofta che vogliam dire, 6c quella non e altro, che
pruoua a 6 far fede : nella maniera, che s'alcun diuideflc le fciennc in
pròblemi, o ver propofti quefiti,&: in dimoftrationi. Ma a i
tempi noitri hoggi vanaméte, et quafi ridicolofamentcdiuidono:conciofucofa
che la Narratione, folamentc nel gcner giudicialealle $ volte habbia
luogo, ma nel dimoftratiuo, &c neldeliberatiuo, come eflerpuò
chcfitruoui narratione, &c fpctialmente tale, quale eglino la
intendono? o come vi fi può parimente trottar quella parte, nella quale fi
procede contra dell auuerfario ì ol Epilogo ancora delle cofe già prima
dimonrate ? Mcdefimamente il proemio, e il porre in parragone, 6c comparatone
le proprie ragioni con quelle deU'auuerfario, et il
recapitularcj alhor nelle delibciationi,cx: nelle codoni truouan folamctc
luogo;qufulo tra i cófiglieri, che dicon la lor fenrentia, cade per caio
qualche oppugnatione, et qualche controuerfia -, folcdo nel ocncr
deliberati uo accafcarc ancor molte volte accufationc, &; difenlìone ;
ma non in quanto è egli delibcratiuo, ouer conful14 tatiuo. Ma ne ancor
l'Epilogo e tempre necellario ad ogni giùdiciale orationc; come a dir
quando, o ella molro breue ila ; o le cofe, ch'ella contiene, fiano per
loro fterte atre a reftar faciimé* \6 te nella memoria, di maniera che
quando vi Ci truova, accadeciò per la lunghezza dell'orarione, che Io comporta.
Son dunque neceflaric la Propostone, o proponimento che vogliam di. re,
&la pruoua a far fede : et quelle due fon veramente effentiali, 5c proprie
parti dell'oratione. Qyellcpoi le quali al più accader può, che trouar vi Ci
pollano, Con quattro, il Proemio, la 19 Propolìtionc,la pruoua a far
fcdc,& l'Epilogo-condoila cofàche l'opporiì, et il contradire alle
volte ali auucrfario, altro veramexo te non riguardi fé non lo ftelio prouarc,
Se procacciar fede. Il porre ancora in comparatone, et parragone le
proprie ragioni con quelle dcll'attucriano, (chccollationc da alcuni è
detta) non e altro in ibftantia, eh 'ampliflcation delle proprie ragioni ;
Se per conferente vien tal cofa a inchiuderfi, et ad hauer
parte nella fterfo far fede, perche colui, che con quello
parragonarc amplifica, qualche cofa di più vicnecgli adimoftrare, cVaproI
I ilare in far quello . Ma non già quello medefimo auuiene del proemio, et
deli Epilogo; eflendo l vno, et l'altro indrizzato a imprimer meglio nella
memoria le cofe, che fi fon dette, o che 11 s'handadirc. Mas'alcun vorrà
far la diuilìon di tarparti nel mo do, chcfolcuan fare li feguaci di
Theodoro ; altra parte farà la narratone, altra lafopranarratione, altra
l'antenarratione, altra laredarguirionc, et la fopra redarguì don e. Ma alhor
fa di bisogno di trouarc, 6c impor nuoui nomi,quado s'han da cfprimerenuoue
parimente nature, et differente nnouc. altrimenti il volere imporre, et formar
nuoui no14 mi, è cofa vana,fuperrlua,cVnugaforia : fi ^ come fece Licinnio
nei libri che fcrif fc di queft arre; nominando al* cune parti
Corrobot ationi, altre digreflìoni, Se al tre
chiamando, rami* è 64. T>eUa ^Retorcia d* ArìHotele^j (apolli
T)i quella parte dell'orazione > ch'i chiamata Proemio 5 et quali auuer
tentici y, £g precetti sfacciati di b [fogno per la buona fir maison
di quello in ciafihedun gener di caufe ; £f de gli "vfficij^ che
conuengono a cotal parler L Proemio oratorio adunque non e a!rro,che
prin cipiotieirorarione; fi come nei Poemi il prologo, et appreflb de i
fonatori di tibie, o di Hauti, quella prima lonata, che fanno di fantafia .
conciofiacola che tutti quelli fianoin vn certo modo princi P»j,c habbian
quali come a {pianar la ftrada a quelli, chan da paf 3 iar per cita. Bene
c vero, che così fatta prepara rione, che dal principia fanno li fonatori,
s'aflòmiglia Ire rial mente al proemio i i 4 Jicl gener dimoftranuo.
perochc i detti fonatori, (è in qualche forte di fonata fi fenton
particolarmente valere, quella prendon per lor principio, et in quella
vagando vanno ; et finalmente có t x buon congiugnimcnto l adattano con la
fonata,che principalmc j te incedono. Questo medefimo nelle dimolìratiue orationi
ciecito, 6c s'appariico di fare, percioche pigliando lorator da
prin cipioadir di quella cofa,& di quel ioggerto,che più gli
aggrada, èv in quello eiUndo proceduto alquanto, dee dappoi con deliro, et
ingegnofo appiccamene congiugnerlo con fa cauti fua ; co7 ine fi vede* che
molti fanno. et n riabbiamo i c Ikmpio dlfo#ra^ x te neirorationcjch'ci
fece in lode d Helcna. cócioliacofa che neffuna conuenientiapaia, che fi
tritoni tra l'i rigane noi e, cV conrenS tiofa profefllon dei boli ih A I ' v
lena, oc inficine ne viene ancor quello di bene, ch'injcosi fatto
digredirei allontanarli dal foggerto parincipale, pare, che il corpo di turca
l'orarionenediucnp ga vario, et nó tutto d'vna ftefla forma. Hora i proemi)
delle dimoilratiue orarioni fi poiIono,comeda lor luoghi trarre dalla
lo 10 deprimieramcce, o dal vituperio: come fece Gorgia nella Tua
ora rione Olimpiaca co quello principio,DigniiTìmi di
amniiratione (Nobilitimi Greci) fon giudicati da molti coloro,& quel
fegue. t perciòfi TerZjO Uro . 2 eSa 'Retorica d'LIZIO ti ditirambici,
o lirici, che gli vogliam dire, fon limili a quei 14 delgener di inoltra
ti uo . come (per eflempio) quello, Per cagió tua, et delle cofe tue, et de
i tuoi doni, et gran benefitij, et per 1 $ cagion de i tuoi trofei, vengo
io a te, o (acro Baccho . Nelle fattole adunque de i poeti, et parimente ne gli
Epici poemi loro, hà d'apparir dal principio vno indino, Se vna inoltra di
tutta 1 o16 pera, che feguir dee : acciochc fi polla preuedere in vn certo
mo do innazi quello, che nel poema, et nell'opera fi contenga,^:
no habbiachiodeda ftarcin tutto fofpcfo, et pendente d'ani mo,co17 me
dubiofo di qucllo,che s'habbia a dire : ellcndo la indetcrmiqation delle cole
atta per fu a natura a fare errando, et vagando aS andare. Se fi darà
dunque a chi ode, vn principio, come che quali in mano, fi farà in quella
gui fa, ch'egli a quello attenendofi, polla andar feguendo con Tapprenfion le
cofe, che fi diranno . Et per quella ragione fù fatto quel principio
. (anta Dea l ira : Se que Ilo . Di (jHcU'buom dimmi 0 Afufa : Se
quell'altro. 3 o Siami Duce a narrar con nuouo carme, • j La guerra,
che d'Europa in Afta fiefej, 3 I I Tragici poeti ancora danno da principio
qualche indino, Se lume di quello, che nella fauola fi contenga : fe non (ubico
da prin 31 cipio, come fà Euripide, almcn nó mancan di farlo in
qualche parte dentro allo Hello prologo, come fa Sofocle, quando dice, 3
3 Polibo fu il mio padre. et quel che fegue . Et nella Comedia pi 34
rimentefifa il medefimo. L'importantiflìmo, et necellàrifumo adunque orrido, c
hà da fare il proemio,& che ptopriamente gli fi con ni cnc, s'hà da (limar,
che fia l'indicare, et aprire i'in3J tentione, e'1 fine, per cagion del quale
fia fatta l'oratione. conciofiacofa che correndo, che la caufa, et la cofa
Itelfa, di cui s'hà da trattare, fia all'ai chiaramente nota, o di
brcuiflìma oratione j 6 Labbia bifogoo, fi può in tal calo foprafeder dal
proemio. Tutti gli altri effetti, et offitij poi, eh e loglio no vfar di farei
proemi;» fon quaficome medicamenti, cV remedij : ne fon propri; fuoi, 37
ma communi all'altre parti dclloratione . Erquem fi pollon prc derc, o
dalla perfona di colui, clic parln,o da quella dellafcoltatore, o dalla ìtetfà
cofa, doue Uà la caufa, o ver dalla perfona del38 l'auuerfario. Da colui, che
parla, Se cWlaunerfario, fi polfon prender tutte quelle cofe,
ch'appartenere, Se leruii poilbnoadi fciogtiere,&a impor calnmnic : ma non
già nella medefima maniera, Se nello rtellb luogo . pcrciochc l'auuerfario, che
fi difende, fe calumnia gli è rtara importa, hi da cercar la prima cofa
da principio di purgarfene, Se di liberarfcne. doue che l'accu fa
rorc 40 volendo impor calumnia, nell'epilogo hà ciò da fare . Et la ca41
gion di querto non è ofeura, ma Ila quafi in pronto, pcrcioche colui, che
s'hà da difendere, fe vuol farli adito, Se rtrada ad edere odito, actefo, Se
creduto, fi di meftieri, eh egli cerchi di i imuouerc,&: tor via ogni
impedimento : Se per confeguenre hà da procurar di difeioglierfi, Se
liberarli prima dalle calamuie. 41 Ma colui dall'altra parte, chàintcntion
di riprenderci di calumniarc, hà da far ciò nell'epilogo, a fin, che gli
afcolratori rac45 glio ciò riferbin nella memoria . Quanto poi a quel, che
riguarda la perfona deH'afcoltatorc,ftà primieramente ciò porto in cercar di
renderlo amico, Se bcneuolo a noi, Se irato, Se male ant44 mato verfo
deU\iuucrfario . Et alle volte ci hà luògo il procurar di renderlo
attento, o ver per il contrario dirtorlo dall attentio4j ne: conciofiacofa che
non fempre fia vtile, Se profltteuole alla causa, l'haucrlo attento . Onde
molti per tal ragione s'ingegnano, Se pongono ftudio di prouocardertramentea
rifogli afcoltatori. A render poi l'auditor docile, Se habile a intender
quel, che s'hà da dire, pollono eflTer vtili, Se condurne tutte l'altre
cofe dette fc ciò ci piace, Se torna ben di fare : Se oltra ciò il procurar
colui che parla, d'apparire huom da bene, Se della giurtitia amico :
pofeiache a coli fatti huomini fi fuole ageuolmentc prertare attcntione, Se
credito. Attcntionc foglion predare gli afeoitatori allccofe grandi, Se di gran
momento, alle cofe lor proprie, &ch'a loro particolarmente tocchino,
Se a cofe,chc rechino ammiratione, Se a cofe finalmente gioconde,& atte a
portar diletto. Se per quefto fa di meftieri d'accennare, Se prometter d
haucrea ji dir cofe tali.& per il c5trario,fe verrà commodo,&
vtilealla cau fa, che gli afcolratori poco attenti fiano, bifognerà
dcftramcnrc far credere, che le cofe, ches han da dire, fiano di poco
momento, che le fiano poco, o nulla attinenti, Se toccanti ad erti, Se
che ci finalmente noiofe, Se odiofe fiano. Ma dee ben non ci etfer
nafeofto, che querte coli fitte cofe, fon tutte fa ora de i meriti della caufa,
Se della foftantia dell'oratione : come quelle, c'han loia mente luogo
apprelTo d'afcoltatori non incorroui,0 non finccii, L l ij Separati in
fommaa dar volonticri orecchio, tk ricetto ancora alle cofe, che fuor
della caufa lono. peroche s'eglino coG farti non fuilèto, non farebbe
vtilc, o necelfario il proemio, fe non quanto con elfo saccennallero, «Se
s'aprirò i capi, tk la fommadell'oratione,& della cofa, eh à trattar
s'haucllc: accioche a guifa di ben formato corpo, haueli'e ancor ella il
fuo capo, tk non rcftalTc come corpo tronco . Apprcllb di quello il cercar
di procacciare attentione e cofa commune a tutte le parti delloratione,quando
ve ne bifogno. concioliacola che in ogni altro luo go dell'oratione può
più ageuolmentc accalcare, che gli animi degli afcolta tori iiano fianchi,
et rimeflì, che nel principio di f6 quella. Onde par, che fia cofa fuor di
ragione, tk degna quali di rifo il volere, ch'alhora lì procacci
attentione, quando foglion J7 tutti mafiìmamente con attentione odirc. Per
laqual cofa ogni volta che loccafion fi porga, o 1 bifogno lo ricerchi,
farà ben di 58 dire, Attendete di gratis, et volgete la mente alle mie
paiole: peroche la cofa di cui vi parlo, non apparrien niente più a
me, 59 che s'appartenga a voi . Io fon per dirui cola tale,chc mai nò
hauere ventala più atroce, et la p.ù marauigliofa . Et quello
era quello>chc intcndeua Prodico, quando diccua, che come
egli vedeua fare a color, chcl'odiuano, fegno d addormcn tarlagli eccitaua
con dir loro, che direbbe, et proporrebbe loro innanzi, €1 cofa, che
valeua cinquanta dramme. Non e dubio alcuno adunque che li proemi) non
riguardino gli alcoltatori, non in quanto 61 afcoltatori, tk propofii folo
ad afcolrar la caufa . percioche tutti quelli, che gli via no, cercano, o
di dare in elfi qualche caluronia altrui, o con difcolpar fe ftcflì,
liberarli con feguen rem ente dal timor, che pollano hauer di chi gli debba odi
re. come fece colui ; che dille» Io dirò,o (acro Rè, non come, ne con quanto
Audio» 64 cV quel, che fegue. et quel! altro dille, A che cerchi tu d
vlar proemio? a che vai tu proemizando 2 Color parimente, che
li truouano hauere il peggio nella cola, che voglion dire, o
nella caufa, che trattar vogliono, o almeno firmano, tk dubitan,
che coli li creda, fogliono vfar proemio : conciolìacofa che in ogni
al tra cofa, che nella caufa ftctfa, ftimao,chc (ia lorpiù
vantaggio 66 di far dimora. Onde vediamo, eh 1 noftri ferui, non nlpondono
alle cofe, chclor fon domandate, ma van diucrtendo, tk circuendo d'ogn 'intorno
con le lor parole, tk lunghi proemij fannoJl Ter&o librò. 2 6$ 67 ho.
Onde, et come, scabbia poi da cercar di render l'auditore amico, et bencuolo,
Se di tatti gli altri cofi fatti atFctti,già di fo68 praal luogo Tuo a baftanza
fi è trattato. Et perche molto a ragione, et con buon giuditio dilfe Ho mero -,
Goncedemi benigna Dea, chedouendo ioarriuarca i Feaci, vi venga creduto da
loro, 69 o per lor'amico, o per degno di compatitone ; ci vien con tali
pa rolcainfegnarc, eh à queftiduc affetti bifogna principalmente hauer
l occhio, per cercare, et cattar dall'auditor bcneuolentia. Et nel prœmio
del gcnc-F demoftratiuo fa di bifogno per cagione della detta bcneuolentia
di procurar, che gli afcoltatori fi Itimino, che con le lodi, che a chi* hàda
lodare fi danno, fian congiunte in vn certo modo le lodi parimente, o d'\ loro
fteili, o della ftirpc, et fameglia loro, o de i loro ftudij, o delle lor
profefc 7 1 fioni, o in qual li voglia altro modo riguardin loro .
Perciochc quello, che nel Dialogo intitolato l'Epitaffio dille Socrate,
non elTer cosa difficile il lodar perfone Athpnicfi, dinanzi ad
afcoltatori Athcniciì, ina lì bene alla prefentia de i Lacedemoni, s'hà da
ftrmar per giudiriofamente, et veramente detto. Quanto a i Prœmij poi del gcner
deliberanno, fa di mcftien,che quando bifogno ne viene, egli dal gcner
giudicial gli tolga, come quello, che per natura fua manco di tutti glialtii
generi ha neceffità di proemio, conciolìacofa chegià prima fiano informati
gli afcoltatori di che cofa s'habbia a trattare, et parlare, &c nó
habbia nel retto la caufa bifogno alcun di proemio, fegià non accadente
coral bifogno per cofa, che guardante o la perfona di chi parla, o quella
dcll'auucrfario : ouer quando l'orator ve* delle, che gli afcoltatori non
ftimallcr la cofa di quella grandezza, ch'egli vorrebbe,mao maggiore, o minore.
Per laqual cofa gli fj di meftieri in tai cali, o di calunniar', et riprendere,
o di 76 purgarli, et liberarli dalle calunnie impofte, od'amplificar
la cofa con ampliarla, o con eftenuarla, et diminuirla. Per cagion di
quelle cofe adunque può occorrere alle deliberatine orationi bifogno di
premio, o per cagion finalmente d'vn certo ornaméto, òc compimento
dell'oratione : acciochc non habbiaella, reftandone fenza, da parere in vn
certo modo tronca, e quasi senza capo: come così fatta pare quella oratione,
che fece Gorgia LEONZIO (si veda) in lode de gli Elicnfi : pcrciòchc fenza
altra prepararionc,^ feri za induio alcuno d incominciamento, entrando
fubito nella materia, 0DellaHgtprìcad!driftotelcj teria,quafi
ali'improuifta dice, Elide è vna Città felice, Se quel che firguc. £af?o
ij. Del d'tfi'toglimento delle Calunnie^, le quali Juole alle volte
imporre l >e vna parte auuerfaria alt altra : et de t luoghi
njtilia far cosi fatto dtfeioglìmento . i l^^-^i^J Ntorno alle
Calunnie adunque vn luogo dadiNVJ| tHB . | L, ci • 10 fri 1 nt 3Fi«« r*i\
i» 1 ^, iv «ìLj'i j», et dell' aff&ttuofo> che può occorrer di far
fi in ejfa . ?5?25| A narratione nell’orazioni demostrative dee fàrfi, non
tutta inficine diilefamente continuata: ma dee parte per parte cfler
djlcontinuamenic pofta N £prciòche fa di mcftieri di dimoftrare, et fare
apparire, che fi racconci la lode, o il biafmo, che Ci truoui in tuuc
quelle anioni, et quei Tatti, che fi conM m tengono 2 ?4 T>eSa
'Retorica d y LIZIOl^j 3 tengo n ncll'orarione . conciofia cofa che di due
cofcl'orarion fia cópofta. lvna non ha bifogno d'arre, nó cllendo altro,
che le 4 ftelFc attioni, che fi narrano, delle quali colui, che parla non
è $ caula, et dallo Hello fattole prende. L'altra poi darti tino
hà bifogno : Se quella altro non c, ch'il moftrare, et far
conofeerc, o che la cola veramente Ha, quando la fi conofea incredibile,
o difficile a crederi!, o che la lia della tale, o della tal q uali ù,
o ver che Ha di tanta, o di tanta quantità, Se grandezza ; o final8 mente
tutte quefte cole inficine. Per quella ragione adunque è ben fatto, che
tutre le cofe, che s'han da narrarc,non fi narrin fempre continuatamente
l'vna doppo l'altra: concionacene diffidi fi renda il ricordarli della pruoua,
Se conflrmatione, che cófi fatta continuationc fi faccia poi : come farebbe
dicendo, Da quefte cofe adunque, che lì fon dette,!! può conofccr,chc
coltili fia forte, da quefte, ch'egli fia prudente, Se da quefte,
ch'egli Ila guitto. Et in vero con vn coli fatto modo di narrare,
diuien l oration più fempliee, Se vniforme . doue che l'altro modo
dif continuato, la rende più varia, Se più vaga, Se per confeguente 1
1 manco humilc, et manco vile. Quelle attioni, Se quelle cofe poi, lequali
fon molto note, Se dalla fama aliai diuolgate, fa di meftieri fol di
toccare alquanto, Se con poche parole accennare, il tanto a punto, che
baftia ridurle in memoria altrui. Et per quefto fon molti, che non han
bifogno, che nel trattar con orazione i Ior futi, s'vlì la narratione : come
auuerrebbe ( per essempio) a chi voledc lodare Achille, pofeia che i fuoi fatti,
Se le fuc attioni nori Ili me fono a tutti . Ondcfolofadi bifogno
di prenderle come note, Se fcruirfene, Se porle in vfo nella confcrI $
matione.doue che fedi Criria,& de i farri fuoi s'hà da parlare,fa rà
neccllaria la narratione : nó ellèndo i fuoi fatti, et le fueattioni molto
note. Quanto a la duration della narratione parmi, che facciano oggi cofa
degna di rifo coloro, che dicon douer la 17 narratione elTer breuc. A i
quali fi potria rifpondere nel modo chevno rifpofead vn fcruo fuo; il
quale nel rimenar Ja parta per fare il pane, lo domandaua le o dina, o
tenera hauclTè egli da far quella palla, rifpofcegli dunque, hor non fi può
ella far, che ftia bene, Se nella fua perfettione ? Et il medelìmo lì
potria x 8 dire nel calo noftro a coftoro: conciofiacofa che non bifogni
nel narrare elTer lungo, fi come nel proemio ancora > ne
parimente nei Jl Ter zj> libro. 27 j f rie! prouare, Si far
fede con la conferminone, perciochein coli fatta lunghezza non confitte il
bene edere, Se la perfettion di rai cofe, fi come ancor non confitte
ncllefter breue, Se concifo,ma 0 foloin vna mediocrità conuencuole.
quefta, quanto alla narratione, in altro non è pofta, ch'in dite, Se narrare a
punto tutte quelle cofe, che poftbno etter baftanti a inoltrare, et aprir
bene 1 la caufa (Iella, Se la cofa, che s'hà da trattare, che poiron far
nafccrc in chi ode opinione, o che la cofa fia ftata fatta, o che fi
fia nociuto, o fotta ingiuria con etta,o che il dano, et l'ingiuria
fia di quella importantia, Se grandezza, che noi vogliamo, che fi 1
creda . et all'auuerlario poflbn per il contrario ballare a moftrate tutto il
contrario di quanto è detto . Appretto di qucfto ti fa di biibgno
d'interporre, Seinferir nella narratione tutto quello, che polla importare
a dare opinione, Se coniatura della bontà tua . come faria (per ettempio)
dicendo, Io non mancai di configliarlo, Se cfortarlo fempre a quello, che
ricercaua il douerc, c'igiufto per pervadergli, che non volefte
abbandonare, ÓVtra1 j dire li proprij figli . O ver tutto quello, che polla,
fare apparir l'iniquità, Se malignità deH'auucriario, come faria dicendo,
Et egli tempre mi rifpondeua, ch'in qualunque luogo fi ritrouaftè, 16
nonfarienper mancargli de gli altri figli. La qual rifpofta fu parimente
fatta, fecondo che fcriue Hcrodoto, già da gli Egitti) 17 al lor Rè,
cirendo da lui liberati, oucr finalmente tutto quello vi bifogna inferire,
che polla piacere, Se parer giocondo all'orecchic dei giudici, Se eie
glialcoltatori. Oltra di quefto di minor narratione ha di bi fogno il
difenfore, o vero il reo, chel'acip cufatorcnon hà : Se li punti delle
controuerfie, ch'a lui di far narrando apparire appartengono, fon qucfti,
cioè la negation del fatro, o vogliam dire, che la cofa non fia ftata
fatta, o che no habbia recato danno, oche la non fia cofa ingiutta, oche
l'ingiuftitia, e'1 danno non fia così grande, come l'accufatorc afferma. La
onde intorno a quelle cofe, che come note non può cgli negare, o non
confcfTare, non ha da confumar con parole il 31 tempo: faluo quando tirar
le potette agiouamento d'alcuna delle controuerfie dette, come faria
confettando d'hauer fatta la cofa, over commetto il fatto, ma non già d
hauere per qucfto 31 fatto cofa ingiufta. Dee parimente il difenfore olrra
dùbbiamente confettar d haucr fatto quelle cofe, le quali operandoli M m
ij non fono 2 7 6 T>eUa Hgtorica d J AriBotelc^> non fono atte
a muoucrc, o compalììone, o indegnatione nell'animo di chi l alcolca. diche
cipuòellerc eifcilfpio l'apologo, et ragionamento facto in commendation di (e
da Villi e ad Alcinoo, cheabbreuiato, Se nltrcrto l'elilinea vedi, fìj poi
da lui fatto a Penelope. Ce ne può ellere ancora elìcmpio
qucllo,chc diceFaillo in quel fuo Poema, eh egli domanda Circolo. Se
il prologo parimente della Tragedia, intitolata Ocneo. Dee medegnamente
lanarratione ell'er collumara: Se quello non ci farà difficile di
confeguire, fc non ci farà nafco{lo,che cofa faccianafecre, Se apparir coftumc
nel parlar no Uro. Et vna delle cofe, che polfbn far quello, conlilìe nel dar
parlando inditio, Se (ìgmfìcacion della noftra elcttione : pigliando il
coftume codinone, Se qtialicàdaqucfta, lì come quella prende qualità dal fine,
che nell'action s'attende. Et da quello nafee, che le ragioni, Se li difcorfi
machemacicali non han coftume,pcroche elettionc alcuna non lignificano, ne
manifeitano : come quelli, fine, percagion delqual s'operi, non
contengono . Ma ben lo contengono, et per confeguentc coilumaci chiamar li
pollbno li ragionamenti, Se difcorfi, cheli leggon di Socrate :
come quelli, ch'intorno fono a così fatte cofe, ch'clctcion dernoflra40
no. Verrà no parimente a far la narration coftumaca quelle cofe, che per il più
feguono, Se van dietro aciafehedun collumc. come (per ch'empio) fe noi
d'alcun diremo» coftui, menti e che rifpondeua, in vn medefimo tempo
feguiua di caminarc ; verremo a moilrare vna cerca al fierezza, Se rullichezza
del fuo ani41 mo,Sc del fuo coflume. Parimente rende lanarratione colìumata il
narrare, Se parlar, non fecondo l'cfprcflìon folamente del concecto, come vun
quelli, che parlano hoggi ; ma più torto conindicio d'intcntion
dell'animo, Se d'elemonc. come 42 (ària dicendo, Io veramente voleua far
quello : perche quantunque ciò non fulle per giouarmi punto ; tuttauia elcggeua
di farlo, come che più honclìo fufle : pofeiache l vna di quelle cofe
e cofa da huom diligente conferuator del fuo, et 1 altra e cofa da huom da
bene, conciona che ali huom lagace, ÓV: prudente conferuator del fuo, foglia
ellcr proprio il feguir 1 vtile,& dell'huomo amico della virtù > fu
proprio 1 abbracciar 4J l'honello. Ma fel'elcttione, che nel narrar li
difcuoprc, Se Ci moftra, fufle di cosa, che parer potelTe incredibile;in
tal cafo (idi Jl fa di mcltierid'airegnarfcnefubito la cagione: fi
come cilcmpio lene vede nell'Antigona di Sofocle, la qual nel fuo
parlar molti*.! di tener più cura, Se maggior penfiero del fratello, che del
marito, Se de i figli, allega adunque ella di ciò la cagion dicendo, che morti
i figli, c'1 marito era pollimi di nuouo procacciar degl’altri: ma elllndole
già eltinti di vita la madre, e'I padre,& menando la vita lor nell
inferno; non era più pollìbil, eh altri fratelli hauclfe. Ma le in pronto
cagione alcuna d'allegnar non hai, dei confeilare, Se dire in tal calo, che ben
non ti è nafcolta la incredibilità di tal cola -, madie non hai potuto
far di non feguire in quello la natura tua. et quello dei dire, perche non
lì fuol communemente credere, ch'alcuno di fua fpontanea volontà cerchi di far
altro mai, checofa, che gli fia vri48 le. Deefioltra di quello formar la
narratione in modo, ch'af49 fertuofa.o vero el'prelliua d'affetti appaia. Se
perche meglio appaia tale, lì deono cipri mere per inditi) d'affetti quelli
accidenti, chefeguon loro: Se non folamcnte quelli, il cui confeguimento al
tutto èmanifclto; ma quelli ancora, che propriamente, Se peculiarmente, o a
quel, che narra, o all'auuerfario, o vero a quella, o a quell altra
perfona feguono. come auuerria51 dicendo, coltui nel partirfi di là, doue io
era, non reflò per gran pezza di volgerli in dietro, per pormi gli occhi
addotto. fi Eccome ancor córra di Cratilo dille Elchinc, ch'egli daua
altrui có bocca il fifehio, o (per dir così) la filchiara,& battedo
vna ma J3 con 1 altra, faccua Itrepito . Son dunque quelli modi di
parlare molto atti a rendere a gli afcoltatori credibile, Se perfualibil
la narratione: pcrcioche quelle cotai cofe,ch'cglin fanno foler feguire a
i tali,& a i tali affetti; vegonoadar loro inditio, che tali affetti
(iano,doucelfi nó fapeuano,o nó credeuano che fu itero. 54 Et molte di
così fatte narrationi, Se locutioni fi pollon prender da Homero : come
(per eflempio) quando dice, CosìdilTe ella aduque,& la vecchia Nutrice
li mellefubito le mani a gli occhi. 55 percioche coloro, che cominciano a
fentit venir fuor lclagrime, fogliono a gli occhi por le mani. Có li fatte
narrationi aduquecfpieHiue di coftumi, Se d'affetti, dei procurar fubito
dal fmnei pio del tuo narrare,di fàreapparir te ftcllb d'honelte quaità
dorato, Se di contrarie lauuerlario, acciochegli afcoltatori có fi fatta
imprelGonc,& cócctto di tc,& di lui, t afcoltin poi
in fattoi 2? S Della Retorica d!AriBotelt*j tucto'I corto ctela
tua orationc. Ma bene auueritr dei di far quefto occultamente, in modo che
non fia conofeiuto taleartiritio. Et che non (la ciò diffìcile a fare, fi può
comprender da quel, che vediam fare a coloro, che qualche ambaiciata ci
fanno, o qualche nuoua ci danno . percioche quantunque di loro notitia
prima non habbiamo alcuna, nientedimeno l'ubito che cominciano a parlare,
veniamo a formare vn certo concetto, &vna certa opinion nell'animo noftro
della qualità loro, e del coftume, et natura loro • Fà oltra quefto di
bifogno d'vfar lanarrationc, noninvn luogo folo determinato, ma in 6
1 molti ancora, et alle volte non è ben di narrar nel principio . Quanto
al gencr deliberatiuo, manco, che in altro genere e neccllario in eflo il
narrare : cóciofiacofa che nellun foglia far nar61 ratione, et ragguaglio delle
cofe future, chedeon venire. Effe pure occorre nelle confulte bifogno
alcun di narrare, tal narratone farà di cofe paifate, per cagion, che con la
ricordanza, et con la notitia di quelle, fi venga meglio a poter prender
conicttura, et cófiglio nelle cofe, che han da farli, ÒV da feguir poi. 6j
over per cagion di lodarle, o di biafimarle a giouamento di 64 quello, che
s ha da rifoluer nelle coi u 1 te . di maniera che il far quefto in così
fatti cafi, non è propriamente vfficio, et opera di 6 j chi delibera, o di
chi confuka, ma per accidente. Et s'occorre alle volte, che la cofii, che
fi narra, polla parere a color, che 1 afcoltano, molto difficile ad efTer
creduta j fa di meftieri di prometter loro, che fubito fi farà lor conofeere,
et toccar con mano la cagion di quella: offerendo di volerlcne in ciò ftare al
giuditio, et al parere fteifo di chi più piaccia loro : fi come nella
Tragedia di Carcino intitolata Edipode, falocafta, in prometter femprc di
fodisfare alla domanda di colui,chc quel,che fullè del fuo figliuolo la
domandaua.il medefimo parimente appreifo di Sofocle fà Emone. Jl
Terzjo libro \ J7/ Qipo 77. 2)/ quella parte dell'orattorie, che
Jl domanda Pruoua a far fede 5 laqual parte abbraccia la Confer
mattone, et la Confuta tionc_j. ^ come tal parte sh abbia da firmare : et quali
auncrtentie in ejfa fi debbia no bauere in ciajcbedun gener di caufLj
. E pruouc, che s'han da far per far fede, fa di medie ^/J>CL£*5|
ri j che nafeanoda dimoftrarione, et argomentali tione. Et perche quatrro
fogliono cller nelle caufe 5 p IgkgM giudiciali le controuerfie, douc
conliftono i punti ' " * delle caule, fa di bi fogno d'indirizzar le
pruoue, et le argomentationi a quella controuerfia, nella quale farà porto il
punto della caufa . cornea dir che fe lo ftato della controuerfia farà del
fatto,in negar cioè, che la cofa fia ftata fatta,fi douerà nel trattar la caufa
in giudi tio, indirizzar principalmente a quefto punto gli argomenti, e le
pruoue. et il medclimo fi dee fare, fe la controuerfia confiderà in negar
d haucr con tal fatto nociuto, e recaro danno : o vero in moftrar, ch'il
nocumento, e'1 danno non lìa ftato di tanta importanza, di quanta
l'acculatore afferma: o veramente che la cofa fia ftata giudeamente
fatta. Et nella medefima maniera fi dee procedere per la parte
afferma tiua della controuerfia, in affermar, che la cosa da stata
fatta. Ne efTer ci dee nafeofto, che in quefta fola controucrfia,che
con fìftc nel fatto, è neceflario, che 1 vno de gli auucrfarij,o
l'accufatore,o il reo, fia veramente mentitore, o iniquo .
conciofiacofa che non pofla in ciò eflerTignorantia caufa della
contentione e diferepantia loro,in modo, che feu far gli polla, come potrebbe
auuenire nell'altre controuet lìe : come faria s alcuni d'elfere il fatto
giufto non giufto contendellero, et diferepanti foftero . La onde nel
punto di quella fola controuerfia, in cui condite la caufa, fa di bi fogno
d'in lì iterc, et di confumar nelle puiouc il tempo: et non nell'altre
controuerfie, Se ftati di caule, doue ella non confiile . Nelle caule
dimoftratiuc poi la lomma del prò uare 2 S o ^Della 'Retorica d'
Arinotelo aare hà da eflcr l'amplificar rhoneflà,& l'vtilità dei
fatti, &: delio le amoni, che fi narrano, percioche quanto all'eller loro,
già i i per vere fi deon prendcre,& fi deon credere: come che rare
voi te accafehi, che ricerchinpruona, et dimolìratione del lor'elicii re :
come a di re in cafo, che le fulfer per parere increbili, o che 13 fufl'c
opinione, che fi doueflero attribuire ad altri . Nellecaufc deliberatine
final mete potrà la cótrouerfia accalcare, o in negar fi, che la cola
dairauuerfario conictturata, habbia da ellèrc, o ver fc confettando, che
fi a per elfere, fi niega, che la fia gl'urta, o vrile, o di tanta vtihtà,
et giuftitia, quanta l'auuerfano arferij ma. Deefi parimente auuertirc, fe 1
auuerfario fuor del punto della controuerfia, Se fuor della cola lìclla,
che fi nella caufa, diccllc qualche cofa euidentemente falfa. percioche
quando quello ila, cofi fatte cole falfamcntc dette, verrebbeno ad
etfèr chiari inditij, ch'egli nell'altre cofe ancora, che fan nella cauli, non
fulle veridico . Debbiamo appretto di quello fapcrc,che trà lepruoue, et modi
d'argomentare, gli Eilempi fon molto ac commodati, Se proportionati al
gencr deliberatalo: li come gli Enthimemi fi van più accommodando, Se
conuenendo al gener gindiciale, ch a gli altri generi conciolìacofa che
riguardando il deliberanno il tempo auuenirc, faccia di bisogno, che
dalle cofegià panate s'alleghino, et sadduchino eflempi per inrtruttione,
Se conlìglio dellcfuturc dove che ilgiudicial genere le cose riguarda,
cheo già pallate, o già prefenti sono: le quali portando feco necellìtà (non
potendo ellcr, che quello, eh è già Ila to, o prefente è, non fia) vengono
a ftar fottopoftealle deduttioni necessarie degl’entimemi, Se delle
demollrarioni. Nó deo no oltraquefto gli enthimemi, che $ han d addurre,
ellcr 1 vn doppo l'altro fenza interpofition d'altra cofa,
continuatamente porti : ma fa di incineri d'interporre, Se tramezare tra
cllì o^uaU che altra colà, altrimenti con inculcarli, Se quali premerli
inai fieme, verranno a impedirli, Se a dannificarhTvno 1 altro : pofeiache
ancor nello Hello numero, Se nella della quanrirà delle cole, fi dee
trouar conucncuol termine, Se fcruar modo» Se mifura come bene accenna Homero,
quando dice, Poi che nel ruo parlar (caro amico) tante cofe a piito hai
dettequanteogni huomo faggio, Se prudente harebbe detto, Se quel che
leguc. dice dunque tante, Se non tali . Appretto di quello non lì
deon cercare fi ler&o li ho . 2 g 1 ij cercare. et formare
enthimemi a prouar qual fi voglia cola : altrimenti fata pericolo, che tu
non incorra in quel raedefimo inconucnicntc, nel quale incorrer fogliono
alcuni di coloro, che fan profeffion di tìlofofirc. liquali (illogizano
alle volte, Se concludono alcune cofe, che fon più note, Se più atte ad
cffcr credute di quelle, dalle quali, comeda premette le deducono,& le
concludono. Et oltra ciò quando tu vorrai muouer qualche arTetto,o
paflìone,nó dei inficmemente vfar l'cnthime ma.pcrochc quando quefto fi
facctte, faria pericolo, cheol'en thimema non (cacciatte,&: fa.cc(Tc
quafi difparir l'affetto ; o che l'addotto cnthimema,comcnó attefo, et nóauuertito,
reftaù fc vano, et formato indarno: pofeiachei diuerfi
mouimenti dell'animo, quando fi fanno inheme, vengono a ributtarli,
Se impcdiifil'vno l'altro, in maniera cheo totalmente tutti fparifeono, Se
diuengon vani, o almeno indeboliti, 6cfneruati,cV: i fenza quafi alcuna
forza Tettano . Nè parimente quando vogliam rendere il nottro parlare coturnato,
debbiam cercar di vfar Ten thimema in quello fletto tempo: conciofiacofa
che le argomentationi non dicno per lor natura inditio di
coftume,o di elettione alcuna . Quanto alle Sententie poi, fi p jtfbno
vfare, Se nella narratione, Se nel pruouare,& far fede, come quelle, ch'in
efprimere i cottumi grandemente vagliono. fi come auuerrian dicendo, Io
veramente confidai quelle cofe in man di cottili, quantunque io fapcttc
molto bene, che l'huom non 3 3 doueria credere, Se hauer fede in alcuno a
cafo . Et fc cfpreffion d'affetto, et commouimento d'animo vorrem
dimoftrare, potremo aggiugner cosi, Et non ho d'haucr fatto quefto,
pentimento alcuno, quantunque ottefo, Se ingiuriato ne fia rimallo : peroche a
lui Tetterà il guadagno, Se l'vtile, et a me il giufto, Se I nonetto. Sono
oltra di quefto le caufe deliberatine più difficili a trattare, che quelle
del gener giudiciale. Se ciò non fenza conuenienti ragioni . peroche
primieramente le cófulte riguardano il tempo auuenirc, et delle cofe future
fono: 37 0cli.giudi:.ij delle già pattate: Lcquali a quelli fteffi, che
fan profeflìonc d'indouinare, Se palefar le cofe occulte, fon più fa38
cilia diuenir note, come affi, ima ua Epimenidc Cretcnlc . Peroche egli
ucll'indouuiare, aprire, Se palefar le cofe occulte, N n non 2 $2
'Della 'Retorica d LIZIO^> non
s'intrometteua nelle cofe, che deon venire, ma in quelle fole, ch'elfendo
già pafiate, cran nondimeno occulte, ignote et d'ofeurezza piene A quefto
s'aggiugne, che nelle caufe, et controuerfic giudiciali, han da fuupor,lc leggi
come fondamenti (labili, et principi) ferrai : ne èdubio, che coloro,
che nelle loro argomcntationi, han fermi, et noti principi),
non poflan piùagcuolmcte rrouarc, et formarcargomenti,&: prno 41
ue. Et ci s'aggiugne ancora, che il gcncrdeliDeratiuo non hà molti refugij
diuerticuli, doue 1 orator porta l oration riuolgcre: come a dir volgerfi
contrala perfona dcH'aiuicrfario, o ver dir cofe, che tocchino la fua
propria perfona ftelìajO vera mente cercar di muouere affetti nella
perfona dclTafcolrato4$ re. ma meno d'ogni altro genere hà egli cotai refugii,
^: co tali ftradc, fe già non vfciflfcinfar quefto dei confini propri; ma
quefto dee far Porator folamente quando mancandogli gli aiuti proprij di
quel genere, fi vedeneceffitato a ricorrer per aiuto altroue : come fon
foli ti di fare gli Oratori Atheniefi, &Ifocrate fpctialmente, il
quale mentre che con le fuc deliberatine orationi configlia, fi diftende
nell'accufarione, et riprenfion di qualchuno : fi come fa nelloration fua
panegirica riprendendo i Lacedemonij : Se nell oration, Sociale domandata,
incolpando >& mordendo Charete. Nelle orationi, èc caufe del gcner
dcmoftiatiuo poi, per non lafciarfi mancar ma tcria,fa di bifogno di
fupplirc accumulando,& riempiendo l'o ratione a gui(a d'Epifodij,
delle lodi di quefta cofa, o di qnel4 S la t fi come via di fare liberare .
pcrciochcfempre nelle fue demoftratiue orationi prende, de introduce di fuora
qualche altra perfona. nèin altroché in quefto confi Itcua in
foftantia quello, di che Gorgia fi vantaua : cioè che mai non gli
farebbe mancara materia da diftender, quanto egli haueffe
volutola fua oratione. percioche s'egli haueflè (per essempio) tolto
a celebrare Achille, harebbe lodaro Pclco, 8c di poi Eaco, Se quindi
Gione. Er nella medefima man cia prendendo egli a lodar lavinù della
fortezza, liarchbc racconterò et cfalrarole atrioni forti di quefto, o di
quello . il c\it far non c alno, che ji quello, che pur'hora derro
habbiamo. Quando ti trouarai adunque non defcttuolo di pruouc,& di
demoftrationi per far fede nella caufa tua, alhora harai da vfare, non folo
l'oration coftumata, ma lcdimoltrationi, Se argomcntationi an55 cora,
interponendo trà clfe il coftumc. ma fe mancar ti vedrai gli enthimemi, et le
dimofhationi, alhora harai da riuolgerti maggiorméte, et con ogni ftudio
all'aiuto del parlar coftumato : percioche a coloro, che fono ftimati huomin da
bene, pare che più quadri, &: ftia bene, òVgioui a far fede, l'apparenza,
Se l'opinion della bontà loro, cheì la forza cfquuica delle lor ragioni .
Tri gli enthimemi poi li redarguinui,o ver conuincitiui, o reprouatiui,
elicgli vogliamdire, par che fiati di maggiore ftima, et maggiormente
approuati, che non fono gli aiterei ni ( per dir coli) Se puri moftratiui, Se
prouariui conciofiacofii che douc fi
truoua redargui rione, Se refuranonc, maggiormente fi rendcaltrui manifefta la
forza della concisione dell'argomento : pofeia che li contrari) porti l'vno
appreso all'altro, quali ch'in parragone, più euidente$6 mente fi fan conofecre
. Quanto a quelle cole poi, lequali shabbian d'addurre in confutatione
delle ragioni, Se delle pruouc dell auuerfario, non fi deono (cimare altra
fpetiediuerfa da quella della confermatione, che cófifte nello Hello
far fede: il che fa ancor colui, che confuta; parte con
difeioglier con inftantia, Se parte con addurre, Se formare in contrario
fuoi proprij, Se nuoui fillogifmi . ApprelTbdi quello dee colui, che è il
primo a parlare, così nel gener deliberatalo, come nel giudiciale,efporrc,&
addurda prima gli argomenti, Se le pruoue, che fan per lui, cV di poi
opporli, Se con tradire a quelle cofe, che pollbno elTergli in contrario,
difciogliendolc, jS Se con nuoui argomenti cftenuandole, et confutandole .
Ma le fi vedrà, che molte, Se varie cofe fian quelle, che in contrario fi
polfon dire, douerà in tal cafo da prima opporre, et contradire a quelle: fi
come fece Calligrafo in quella oratione, ch ei fece al popol Meffeniaco,
in gran frequentia adunato, perciochc hauendo egli da prima ripruouato, Se
confutato tutte quelle cofe, ch'egli fapcua, che incontra fi diccuano, o
li faricn potute dire di poi fatto quello, lefuc proprie pruoue, fo
Se ragioni adduiTe, Ma quando l'orator lari il fecondo a parlare, douerà da
prima rilpondere alle ragioni, ck alle obbictN n ij doni 2 S y Tfella
Ttgprkd d'Arinotela rioni fatte dall'ali ucrfarioj cercando di
difeiogliere i detti Tuoi, Q\ et d'argomentare ; et fillogizare incontra:
Òc mafll inamente fc le cole da quel dette, poflbn parer di momento, óc
habili a fi fàrcimpreflìone, et fede, pcrcioche fi come vn'huomo hauuto
per infame, et granato di delitti, non fuolc ellcr nò caro, nè accetto
all'animo noftro, cofi parimente non farà accetta, et con buono animo riceuuta
la noftra oratione, fe partito farà, c'habbia ben detto, et ben prouato
rauuerfario noftro. £3 Fidi meftieri adunque di far dar luogo, et procacciar
nell'a64 nimo dell'afcoltatorc adito, et palio alla futura oratione.
Et quefto ageuolmentc ti auuerrà di fare, fc da prima le cofe, che 6f
ti fon contrarie, confutarai, et annullami. Ter la qual cofa. fc prima
harai fatto ftudio, et diligentia d impugnarle, o tutte, o le più importanti, o
quelle, che polTbn più parere atte ad clferc appruouate dagli afcoltatori,
o quelle finalmente, che almen fon più habili ad clTer confutate, 6c
mandate a ter66 ra; potrai in quella guifa poi più fecuramente produrre,
fic credibili render le proprie tue ragioni . come fa colei, che di47 ce,
Prima m'opporrò f 8c prenderò la pugna in fàuor de gli Dei, Iofempre nò
tenuto in gran veneration Giunone, 6c C% quel, che fegue . nelle quai
parole fi vede che nel far rifpofta, &oppolitione, fa principio da quella
cofa, ch'era più fà60 cile a confurarfi. Et tanto può baftared'hauerne detto
delle pruove, che s'han da far per far fede . Quanto all'vfar l'oration
morata poi, perche il parlare, et predicare apertamente lodi di fe ftellb, pare,
che facilmente polla, o prouocare inuidia, o parer cofa lunga, Se
tediofa,o trouar facilmente obbiettione, et contradittione, 8c il parlare in
poca lode d'altri hà in fe, o deicontumcliolb, o dell agrefte, et del rozo,
fa di meftieri per quefto, ch'à far ciò s'introduca qualche altra perfona, come
che da lei tai cofe fi dicano, come vfa di fare Ifocratc ncll'orarione chiamata
Filippo, et in quella, che Antidofc fi domanda : Et come parimente fuole
Archilocho biafraare, et mordere . pcrochc introduce, 8c fìnge che il
padre ftcflb parli contra della propria figlia, 7j in quei Iambici verfi,
the cominciano, Neftuna cofa immaginar fi può, che non fi polfa afpettare, et credere,
che per danari habbiad'hauere effetto, c* che giurar {ipoteche non
fia mai per eflèrc . Et il medefirao Archilocho introduce parimente
Charonte fabro, et lo fa parlare in quei Iambici verfi, che cominciano,
Non lo farei, fc ben le ricchezze di Giec, Se quel che feguc . Sofocle
medefimamente fa, che Emone nel parlare a Tuo padre, in fauor d'Antigona dica quel
ch'ei dice, non come da (e, ma come ch'odito da altrilhabbia. là di bisogno
parimente di trasmutare e trasformare alle volte gli Ènthimemiin forma di sentenze;
come fat ia dicendo per esempio Dcono color, che fon di prudente intelletto
fargli accordi e le paci loro coi nemici, quando veggon, come superiori
andar le cose profperc, pofeiache in quefta guifa le fanno con miglior
conditioni e con più vantaggiofi patti, la qual sentcntia raccolta in
forma d'Enthimcma farebbe in quello modo, Perche le paci, i patti, et
le conuentioni alhor s'haa da far coi nemici, quando fi potlbn
fare vtihflìme, et vantaggiofiflìme, per qucfto adunque alhora
maf (imamente far fi deono> quando le cofe paflàn
felicernen•!*^f * l te. ::
...Della ^tprìca del LIZIO (apo Del modo di domandarti >
di rifondere yche occorre alle 'volte di farà a gli Orafort nel
prouara, £tf argomentar, che fanno. et quante fiano le opportune occajioni di
far fai domanda, riJJtofie 5 £f quali le auuertentie, che shan d'hauere tn
ejfa . et alcune cofe de i C R^ dtcoiiy £f dell'Ironia, £f della
Scurrilità . Vanto appartiene alle domande, che cogliono occorrer di
fard trà gl’oatori, buoniflima occhione alhor malli inamente, et primieramente,
harem noi di domandare, quando di due cole, che ci farien di bifogno per
concluder contra dcll auuerfariOihaucndoncegli per fc iteiTb detta vna,
domandandolo noi dell'altra, potiamo con ella condurlo a qualche alTordo, Se
inconuemcncc : li come auuenne nella domanda, che fece Pericle a Lampone,
peroche hauendol ricerco, che gli manifeiìafle la qualità dei legreti
mifterij dei sacrificij, che li faceuano a Cerer falutarc Dea, Se
elicendogli da Lampon ciò negato, con dire, che non conveniva saper tai cose
a chi non fulfe a cai sacrifitij già confagraco ; lo domandò
Pericle, s'egli le (aperta, Se riipondendo Lampone, che sì ; fubito
foggimi fé Pericle, Se come gli fai tu dunque, non clTcndo ancor iù confagraco?
Vn'alcra opporcuna occaiion di domandare fccondariamenre farà, quando di due
propoficioni, che ci fan di bisogno, 1" vna farà cuidencemence
manifefta, Se dcl1 alerà non haremo dubio,che l'auuerfario non ila per
concederla, (e gliela domanderemo, fichauuto c'haremo la domandata detta
propofirionc, non è ben di domandarlo dell'altra, che è manifefta ; ma fnbico
fa di meftieri d inferirla conci ufione, Se chiudere il fillogifmo: fi
come fece Socrace peroche incolpando! Mclito, ch'egli, non crccfcfle, che
fuficr gli Di), lo domandò Socrate s'ei ftimaua, ch'egli hauellc opinionc,
che fufic falche diurno (pino, che Demone lì domandale, il die ojfcrmando
Melito, lo domandò Socrate, s'egli ftimaua, chei Demoni fussero, o figli degli
Dij, o partecipi della lordiuinirà. e confeirandogh ciò Melito,
foggiunlc, Se concluse Socrate, Adunque fi truoua a!cuno,che
crcda,che fiano li figliuoli degli Dij, e no lìen gli Dij ?
Walrraoccalìon di domandare, s'hà da ftimar, chefia parimente quando fi
può far coniettura di poter moltra re, che ì'auucrfario dica, o
cofe contrarie a fé ftcuo, o fuor dell'opinion comunemente
d'ogni vno. Vn'altra opportuna occafione (Se quella lari la
quarta) fi dee ftimar, che fia quando l auuet Cario altrimenti non
può fodisfare alla domanda noftra,fenon rifpondendo fofifticamente.
percioche s'egli in quefta maniera lifpondcrà dicendo, che la colli (ìa, Se che
la non fia, o che parte fia, Se parre non fia, o veramente che in vn certo
modo fia, Se in vn certo modo non (latenza dubio gli afcoltatori verranno
a reftar nella loro apprenfion confuta, Se dubiofi per tai
rifpofte. Fuor delle dette opportunità, Se occafioni adunque non
è cofafecura il tentat I auuedario con cotai domande, conciofiacofa che s
egli con la Tua rifpolta facclfe reftare abbattuta,c^ fopita, Se finalmente
vana la domanda nostra, parrebbe agcuolmente, che fulTemo remarti vinti,
perciochenó fi può riparar quello con domandar di nuouo più altre cofe
: non comportando ciò la debolezza, Se la poca capacità
degli afcoltatori. Se per quefta ragione e ancor benfatto, che gli
cu thimemi fi raccolgano in forma più ftretta, che fia
poHibile. Quanto al rifponderc alle domande poi, fa primieramente
di meftieri, cheallcdomandc fatte con doppiezza, et con ambiguità, si risponda
con diftmtionc, Se allegation di ragioni, Se non conciìamente, Se con
breue, Se (empiite affirmazione o negazione. Et a quelle domande, che poflòn
concedendoli parer contrarie, Se dannole a noi, fi di bilogno (libito, che
rifpondendo lì concedono, alfegnar nella (iella rilposta il difeioghmento di
quella apparente contrarietà, prima chel'auuerfario fegua di domandar quel,
the gli reità d haute 2 88 Della Retorica £ frittotelo 1 6 ucr bisogno,
et cerchi di chiudere il fillogifmo ; peroche dif: ficil cofa non c di
vedere &c di conictturare douc fticn porte lefue infidie, et la
ragione, e il punto, eh' ci vuol concludere. Ma ci ti poilon render tai co fé
manifcfte, fi quanto a cofi fatte domande, cV sì quanto alle folutioni
ancora, pcrquello, che fi e detto nella Topica. Oltra di quefto,fc potendo
già per le rifporte noùre concluder con tra di noi l'auucrfario,
ci farà nondimcn domanda della ftefla conclufionc, che vuol fare,
laqual già più non potiam non concedere, ci fà di meftieri d'aflegnar lubito
nella rifpofta, la cagion, che ci muoip ue a quella: come accadde trà Sofocle,
et Pifandro. pcròche domandato Sofocle da Pifandro, s'egli haueua
concorfocon gli altri configlicri, fuoi Colleglli reformatori dello ftato
a dare, et a rtabilire col fuo fuffragio, et con la fua fententia, in
mano di quei quattrocento Cittadini l'integro, et allofuto goucrno della Città:
8c affermando che sì, feguì Pifandro, Hor non giudicarti tu cifere vn tal
fitto cofa iniqua, et pernitiofa ? a che rispose Sofocle che sì, e foggiugnendo
Pifandro, con domandar la conclusione Non faccfti ancor tu dunque cola federata
e ingiusta? La feci certamente, rispose egli, e: foggiunfc subito la cagion,
dicendo, perche non fu pofao fibil di fare altra cosa, che miglior fulfc. Nella
medefima maniera un cittadino spartano, essendo stato del magistrato degl’efori
e dovendo rendere anch'egli ragion di non so che decreto fatto in quel
magistrato, è domandato fc gli patcua, che gli altri suoi colleghi fufter
guittamente stati puniti e condennati a morte e rispondendo egli che sì, seguì
colui che lo domanda, Hor non concorrerti tu ancor có essì a
quel medesimo ingiusto decreto? a che parimente rispofe egli che sì e
foggiugnendo colui con domandar la conclusione, No meriti tu adunque
defletè ancor tu condennato alla medesima pena? No, rispose egli, tic foggiunfc
fu biro la cagion di ceialo, perche gli altri mici colleghi feccr tai
cofe, indotti e corrotti da i danari, dove ch'io non da questo sono mosso, ma
dal parermi che così ricercane, èll’ comportane il giuii rto. Per laqual cosa non
fi dee mai far domanda, doppo la conclusione e doppo che si è concluso t
ne la conclusione stessa domandar fi dee, Te già non conosciamo esser
molto aper il tamenre, Se fccur.imcnte la verità dalla banda nostra.
Quanto appartien poi a i ridicoli, e a quelle cose in fomma ch'esser pollbnoactca
muover nfo, perche pare, che portano conueneuolmente avere luogo, Se vfo irà gl’oratori,
Se spetialmcn 15 te nelle contese loro, Se Gorgia da LEONZIO (si veda) stetsso
dice, se certamente con ragione, che le cose che su'l serio e fui grave
dice l'aver, fario { debbiarti cercar d'ofeu rare, Se far disparire col riso
: 6c il riso di lui perii contrario, con la gravità delle cose serie
: 14 per quello si è di tal materia trattato nella Poetica : dove si son
inoltrate, Se dipinte, quante specie, Se forti fìa t; no di ridicoli . Dei
quali alcuni sono che convengono se stan bene a perfonc libere, ingenue,
de ben nate. Se alcuni altri sono che non fhn lor bene. Onde ciafehedun dee
procurar di fare elettion di quelli che più gli quadrino, Se gli 16 convengano.
Se ("penalmente l’ironia, o dissìmul.iuon, chela vogliam dire, più
pare che ma bene a uomo ingenuo, e ho nclhmcnre educato, che non fa la scurrilità,
conciofia cosa che chi dillìoiula, e usa ironia, ha per fine il diletto di
se stesso, se per cagion di fe (te fio fc ne fcrue dove che lo Scurra, o
buffone, che lo vogliam chiamare, ha nell"uso della Scurrilità per fine il
diletto, se il piacer degl’altri . (apo ip. Della parte dell’orazione,
chiamata epilogo 5 e quanti siano gl’ufìcij, o 'ver le parti di
quello e quali avvertentìe in ciajcheduna d'ejfe si debbiano avere
£c? penalmente quanti modi di replicare, o recapi t filarlo rammemorare,
che vogliam dire, pojfano avere luogo in eJJL. Della parte dell’orazione,
eh' epilogo si domanda, è composta di IV parti, le quali confìttone, in bene
animare, Se bene edificare verso di noi stessi coloro, ch'odono e male verO o
fo del2$ o i 'Della Tintorìe d ' LIZIO ^j 3 (b dcli'autieriano ; In
ampliare e in eftenuare, o ver etimi4 nuir le cole; in commuoucte e eccitare
arìetti passioni dell’anima nelle menti tic gli alcol cuori, e
rinalmen- xe in ridurre compcndiofunente in memoria di chi ode, le 6
cose dette. Conciolìacola che paia, che l'ordin della natura mostri che
primieramente, doppo c harem provato, de inoltrato elfer la ragione e la
verità dalla parte nostra e il falso, el torto dalia parte dell avversario,
iia alhora il tempo di poter dir qualche cosa in lode nostra, e in biaimo
dcl- 7 lauueilario, de di potere in fomma dar qualche perfettior r 8
ne alla caufa,& qualche ripolimento alle cofe dette. Etv- na di due cose
per conseguir quanto è detto, ci fa di raemeri di riguardare, de di
procurare cioè che gl’ascoltatori ci reputino, o per persone giùste, de amabili
aloro, o per persone giuitc e amabili ailblutamcnte, de medesimamente reputino
l'avverfario nostro, o per pei Iona iniqua, de odiabile a lo- } ro, o
iniqua, de odiabile aholutamcnte . Hor le cose che poilon scrvire a fare
apparir le persone tali, quali habbiam detto, si podono avere da quei
luoghi, che già di sopra riabbiamo allignati a poter da ed! trarre, quanto
faccia di bisogno per poter formare, de far parer le persone, o virtuose, 10
o dei vitij amiche. Fatto questo, pare che poi sia tempo di amplificare
con ampliatione, p con eftenuatione le cose, che già si son provate, de
dimostrate perciochc a voler, che il pofTa mostrar l’importanza, de
grandezza delle cose, fa di mestieri che prima si conofea, de si conceda
che le fiano, o 1 2 che le fiano stare: si come si vede, che l'augumento
che fi fa ne i corpi si fà in eflr doppo, che già fono in eflere . Donde
poi s 'riabbia d’avere aiuto per ampliare, o per efrenuare, già sono stati
prima da noi posti di sopra, de affegnati i luoghi. Doppo questo, fatto
che si farà hormai manifesto non solo la qualità, ma la quantità, de
grandezza ancor delle cose, che Ci son trattare; alhor pare che sia tempo di
commuoucrc con afTcìti gl’animi de gl’ascoltatori . Et tali affètti
maiTìmamentc sono, la compadrone, lo sdegno, l'ira, 1 16 l'odio, l’invidia,
l’emulazione, Tinimicitia. de di corali affetri e passioni, già si son prima alsegnati
di sopra i luoghi. Per la qual cosa nieme altro resta, se non l’ultima patte
de|- lepù Jl Terz^o librò. 2$i •l'epilogo, che confitte in
ricapitul.ire, de ridurre nella memoria degl’ascoltatori le cose dette nell’orarzone.
Il modo di far questo fi dee stimare aliai accommodato eifer quelli lo che
alcuni infunano per collocarlo nel prœmio. E tal luogo in vero gli danno
fuor di ragione; come quelli, i quali, accioche le cose fian meglio apprese,
de ritenute dagl’ascoltatori, vogliono, de dan precetto che non vna falò la
volta y ma molte, si replichino nell’orazione. Ma in verità nel proemio basta solamcncc,
e si riccoca di toccare e accennare alquanto la cosa di cui s'ha da trattare,
acciochc poira a gl’auditori non eilerc nafeotto in fortantia
quello, li ("opra di che han da allentire e da giudicare, dove
chcncl- L’epilogo si deon rcpetere, de replicare brevementc per capi le cose,
donde le pruove, de gli argomenti si sono formari. Il principio di cosi fatta
replicatone, de ramracmoratione, potrà conveneuolmcnte farsi con dire, che già si fia
eseguito, de mandato ad effetto tutto quello si è prometto. De subito si dee
repcter quai fian le cose, che il fon 13 dette, de con quai ragioni si
fian provate. PuofTì ancor far la detta recapitulazione e reperitone, con
fare ali incontra parragone delle ragioni proprie, con quelle dell'avversario.
E questa comparatone, de parragonc fi può fare in più modi, o ponendo, de
rcpetendo semplicemente le cose Tterrcda noi, - de le dette dall'avversario,
come che porte a ij fronte l'une incontra dell'altre, come faria dicendo,
Hor colmi intorno alla tal cofa, de fopra del tal Cupo ha detto le tai
co ' Cede noi habbiam detto le tali, e n'habbiamo alsegnato le
tali, 16 Scie tai ragioni: o ver repetendole con dissìmulazione, e
con ironia, come faria dicendo, Cottui certamente hà detto e provaro le
tai cose, de noi le tali de ancor dicendo, Che fa egli Ce le tali, e le tai
cofe hauette dimostrato, e non le 18 tali, fiele tali ? over per mo Ho di
domanda, de dintcrrogatione; come faria dicendo, che cosa è reftata, che provata,
de dimostrata non fi lìa da noi ? e che cosa hà finalmente dimostrato e
prouaro cottui ? Nelle dette maniere adunque fi può far la reperitone,
ponendo a fronte in comparazone, de in parragone le proprie ragioni, e quelle
dell’avversario. Ed ancor si può far con via, e ha più del NATURALE, de men
dell'art- 2 p 2 'Della Retorica del LIZIO. l'artifizioso, ripigliando
e repetendo Iccofc semplicemente 3 i con quel modo, e con quell'ordine,
che si sono dette . E di poi fatto quefto, se ti parrà, potrai, da altro
quafi capo facendoti, feparatamcnte, Se appartatamente repetcr le cole
dette $x dall auucrlario. Nell’ultima estremità finalmente dell’epilogo, e
per conseguente dell’orazione, quadra, e conuiene aliai quella forte di
locuzione, che senza aiuto divnitiuc particelle, che la coniungano,
difeongiunta si proferifee e quello acciò che epilogo appaia in quello estremo
de non orarion dirtela. come faria dicendo, Ho detto, haucte vdito,
già pollcdctc la cofa, giudicate, detcrminate . ]l fine del Terreo et
vltimo Véro della 1{etorica d x slr'iHotclcs a Tbcodetrzs : tradotta in LINGUA
VOLGARE, da P.. VENEZIA oAppreJfi Francefco de Franceschi
SancfL. Alessandro Piccolomini.
Piccolomini
Luigi Speranza -- Grice e Piccolomini: la ragione
conversazionale dell’implicatura conversazionale del Lizio – filosofia toscana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siena). Filosofo italiano. Siena, Toscana. Grice: “What
Piccolomini is trying to do, but knowing, is providing what I do in from the
bizarre to the banal – a good functionalist interpretation of the rather poor
functionalist explanation by Aristotle of what the Italians call the ‘anima,’
because it ‘animates’ the body (corpore). Insegna
a Macerata, Perugia, e Padova. Analizza il III libro del “Sull’anima” di
Aristotele del Lizio. Saggio: “Peripateticarum de anima disputationum”; “Academicarum
contemplationum”. Tutore di TASSO (si vieda), ricordato in “Il Costante; overo,
dela clemenza”. Formula una teoria
sincretica tra l’accademia e il lizio. ‘Unico’
dei Filomati. Altre saggi: “Universa philosophia de moribus” (Venezia,
Franceschi); “Comes politicus, pro recta ordinis ratione propugnator” (Venezia,
Franceschi); “Libri ad scientiam de natura attinentes” (Venezia, Franceschi); “Librorum
Aristotelis de ortu et interitu lucidissima exposition” (Venezia, Franceschi);
“In III libros de anima lucidissima expositione” (Venezia, Franceschi); “Instituzione
del principe”; “Compendio della scienza civile”; “VIII libri naturalium
auscultationum perspicua interpretatione” (Venezia, Franceschi); “In libros de
coelo lucidissima expositio” (Venezia, Franceschi). Treccani Dizionario Biografico
degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Garin, “Storia della filosofia”
(Torino, Einaudi); Malmignati, “Tasso a Padova” (Firenze, Riccardiana); Roma, Pieralisi
(Firenze, Biblioteca nazionale, Conv. Soppr. (S. Maria degli Angeli, Roma, Pieralisi,
P., Cavalli, La scienza politica in Italia (Venezia). Francesco Piccolomini.
Piccolomini. Keywords: apollo lizio, lizio, licio, liceo, lizeo, statua di
apollo lizio, in riposo dopo la palestra, il lizio, Aristotele lizio, i lizij,
i lizii, gl’aristotelici, i peripatetici – gl’accademici e i lizii,
gl’accademicij e i lizij. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Piccolomini” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Pico: la ragione
conversazionale di Beniveni, o l’implicatura dell’accademia di Cicerone -- io priego Dio Girolamo che’n pace così in
ciel sia il tuo Pico congiunto come’n terra eri, et come’l tuo defunto corpo
hor con le sacr’ossa sue qui iace – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Mirandola).
Filosofo
italiano. Mirandola, Modena, Emilia Romagna. Grice: “I liked to say: some like
Pico, but Pico’s my man! Since I always preferred his cousin to the uncle!” – Cf.
clavis universalis – Rossi, cita P. -- philosopher who wrote a series of 900
theses which he hoped to dispute publicly in Rome. Thirteen of these theses are
criticized by a papal commission. When Pico defends himself in his “Apologia,” the
pope condemns all CM theses. P. flees to France, but is imprisoned. On his
escape, he returns to Florence and devotes himself to private study at the
swimming-pool at his villa. He hoped to write a Concord of Plato and Aristotle,
but the only part he was able to complete was “On Being and the One,”“Blame it
on the Toscana!” -- in which he uses Aquinas and Christianity to reconcile
Plato’s and Aristotle’s views about God’s being and unity. Mirandola is often
described as a syncretist, but in fact he made it clear that the truth of
Christianity has priority over the prisca theologia or ancient wisdom found in
the hermetic corpus and the cabala. Though he was interested in magic and
astrology, Mirandola adopts a guarded attitude toward them in his “Heptaplus,” which
contains a mystical interpretation of Genesis; and in his Disputations Against
Astrology, he rejects them both. The treatise is largely technical, and the
question of human freedom is set aside as not directly relevant. This fact
casts some doubt on the popular thesis that Pico’s philosophy is a celebration
of man’s freedom and dignity. Great weight has been placed on Pico’s “On the
Dignity of Man.” This is a short oration intended as an introduction to the
disputation of his 900 thesesall condemned by the evil pope --, and the title
was suggested by his wife (“She actually suggested, “On the dignity of woman,”
but I found that otiose.””). Mirandola has been interpreted as saying that man
(or woman) is set apart from the rest of creation, and is completely free to
form his (or her) own nature. In fact, as The Heptaplus shows, P. sees man as a
microcosm containing elements of the angelic, celestial, and elemental worlds.
Man (if not woman) is thus firmly within the hierarchy of nature, and is a bond
and link between the worlds. In the oration, the emphasis on freedom is a moral
one: man is free to choose between good and evil. Grice: “This irritated
Nietzsche so much that he wrote ‘beyond good and evil.’ Refs.: H. P. Grice,
“Goodwill and illwillmust we have both?” L'esponente
più conosciuto della dinastia dei Pico, signori di Mirandola. L'infanzia
di P., di Delaroche, Museo delle belle arti di Nantes (Francia). Nacque a
Mirandola, presso Modena, il figlio più giovane di Gianfrancesco I, signore di
Mirandola e conte della Concordia e sua
moglie Giulia, figlia di Boiardo, conte di Scandiano. La famiglia ha a lungo
abitato il castello di Mirandola, città che si era resa indipendente e riceve da
Sigismondo il feudo di Concordia. Pur essendo Mirandola uno stato molto
piccolo, i Pico governano come sovrani indipendenti piuttosto che come nobili
vassalli. I Pico della Mirandola sono strettamente imparentati agli Sforza, ai
Gonzaga e agli Este, e i fratelli di Giovanni sposarono gli eredi al trono di
Corsica, Ferrara, Bologna e Forlì. Soggiorna in molte dimore. Tra queste,
quando vive a Ferrara, il palazzo in via del Turco gli permette di essere
vicino agli Strozzi ed ai Boiardo. P. compì i suoi studi fra Bologna,
Pavia, Ferrara, Padova e Firenze. Mostra grandi doti nel campo della matematica
e impara molte lingue, tra cui perfettamente il latino, il greco, l'ebraico,
l'aramaico, l'arabo e il francese. Ha anche modo di stringere rapporti di
amicizia con numerose personalità dell'epoca come Savonarola, Ficino, Lorenzo
il Magnifico, Poliziano, Egidio, Benivieni, Balbi, Alemanno, ed Elia. Entra a
far parte dei Idealisti Fiorentini. Si reca a Parigi, ospite della Sorbona,
allora centro di studii, dove conosce alcuni uomini di cultura come Étaples,
Gaguin e Hermonyme. Ben presto divenne celebre e si dice che ha una memoria
talmente fuori dal comune che conosce l'intera Divina Commedia a memoria. e
a Roma dove prepara CM tesi in vista di un congresso filosofico -- per la cui
apertura compose il “De hominis dignitate” -- che tuttavia non ha mai luogo.
Sube infatti alcune accuse di eresia, in seguito alle quali fugge in Francia
dove venne anche arrestato da Filippo II presso Grenoble e condotto a
Vincennes, per essere tuttavia subito scarcerato. Con l'assoluzione d’Alessandro
VI, il quale vede di buon occhio la sua volontà di dimostrare la divinità
attraverso la magia e la cabala, nonché godendo della rete di protezioni dei
Medici, dei Gonzaga e degli Sforza, si stabile quindi definitivamente a
Firenze, continuando a frequentare l'Accademia di Ficino. MUORE PER
AVVELENAMENTO D’ARSENICO mentre Firenze è occupata dalle truppe francesi di
Carlo VIII. Sepolto nel cimitero dei domenicani dentro il convento di S. Marco.
Le sue ossa saranno rinvenute da Chiaroni accanto a quelle di Poliziano e dell'amico
Benivieni. Siamo vissuti celebri, o Ermolao, e tali vivremo in futuro,
non nella scuola dei grammatici, non là dove si insegna ai ragazzi, ma nelle
accolte dei filosofi e nei circoli dei sapienti, dove non si tratta né si
discute sulla madre di Andromaca, sui figli di Niobe e su fatuità del genere,
ma sui principî delle cose umane e divine. Uno studio coordinato del
dipartimento di Biologia dell'Pisa, del Reparto Investigazioni Scientifiche
dell'Arma dei Carabinieri di Parma dimostra che e avvelenato con l'arsenico. Il
volto di P. ricostruito con le moderne tecniche forensi Di P. è rimasta letteralmente
proverbiale la prodigiosa memoria. Si dice conosce a mente numerose opere su
cui si fonda la sua vasta cultura enciclopedica, e che sapesse recitare la “Divina
Commedia” *al contrario*, partendo dall'ultimo verso, impresa che pare gli
riuscisse con qualunque poema appena terminato di leggere. Tutt'oggi è
ancora in uso attribuire l'appellativo “P” a chiunque sia dotato di ottima
memoria. Secondo una popolare diceria, ha una amante o una concubina
segreta. Tuttavia ha un rapporto amoroso con l'umanista Benivieni, sulla base
di alcuni scritti, tra cui sonetti, che quest'ultimo dedica a Pico, e di alcune
allusioni poco chiare di Savonarola. E comunque un seguace dell'ideale
dell'amor platonico, privo cioè di contenuti erotici e passionali. Anche la
figura femminile ricorrente nei suoi versi viene celebrata su un piano
prevalentemente filosofico. La sua filosofia si riallaccia all’idealismo
di Ficino, senza però occuparsi della polemica anti-aristotelica. Al contrario,
cerca di riconciliare aristotelismo e platonismo in una sintesi superiore,
fondendovi anche altri elementi culturali, come per esempio la tradizione
misterica di Ermete Trismegisto e della cabala. All'interno del testo
delle Conclusiones si scaglia duramente contro Ficino, considerando inefficace
la sua magia naturale perché carente di un legame con le forze superiori nonché
di un'adeguata conoscenza cabalistica. Il suo proposito, esplicitamente
dichiarato ad esempio nel “De ente et uno”, consiste infatti nel ricostruire i
lineamenti di una filosofia universale, che nasca dalla concordia fra tutte le
diverse correnti di pensiero sorte sin dagl’antichi, accomunate
dall'aspirazione al divino e alla Sapienza. In questo suo ecumenismo filosofico
vengono accolti non solo i filosofi esoterici insieme all’accademia e il lizio,
e tutta la filosofia gnostica ed ermetica, anche mistica. Il congresso da lui
organizzato a Roma in vista di una tale pace filosofica inserirsi proprio in
questo progetto culturale basato su una concezione della verità come princìpio
eterno ed universale, al quale ogni epoca della storia ha saputo attingere in misura
in più o meno diversa. In seguito tuttavia ai vari contrasti che gli si
presentarono, sorti a causa della difficoltà di una tale conciliazione. Si
accorse che il suo ideale e difficilmente perseguibile. Ad esso, a poco a poco,
si sostitusce nella sua mente il proposito riformatore di Savonarola, rivolto
al rinnovamento morale, più che culturale, della città di Firenze. L'armonia
universale da lui ricercata in ambito filosofico si trasforma così
nell'aspirazione ad una moralità meno
generica. A differenza di Ficino, emerge un maggiore senso di irrequietezza e
una visione più cupa ed esistenziale della vita. Al centro del suo ideale
di concordia universale risalta fortemente il tema della dignità e della
libertà umana. L'uomo infatti è l'unica creatura che non ha una natura predeterminata,
poiché. Già il Sommo Padre, Dio Creatore, ha foggiato, questa dimora del mondo quale ci appare. Ma,
ultimata l'opera, l'artefice desidera che ci fosse qualcuno capace di afferrare
la ragione di un'opera così grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la
vastità. Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova
creatura, né dei tesori né dei posti di tutto il mondo. Tutti erano ormai
pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. Dunque
l'uomo non ha affatto una natura determinata in un qualche grado (alto o
basso), bensì. Stabilì finalmente l'Ottimo Artefice che a colui cui nulla
poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato
agli altri. Perciò accolse l'uomo come opera di natura indefinita e, postolo
nel cuore del mondo, così gli parla. Nn ti ho dato, o Adamo, né un posto
determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché tutto
secondo il tuo desiderio e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura
limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la
determinerai senza essere costretto da nessuna barriera, secondo il tuo
arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Afferma, in sostanza, che Dio ha posto
nell'uomo non una natura determinata, ma una indeterminatezza che è dunque la
sua propria natura, e che si regola in base alla volontà, cioè all'arbitrio
dell'uomo, che conduce tale indeterminatezza dove vuole. Non ti ho fatto
né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi
libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti
prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti. Tu
potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono
divine. Nell'uomo nascente il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni
vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno
in lui i loro frutti. se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima
celeste, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua
unità, fatto uno spirito solo con Dio.Quindi, sostiene che è l'uomo a forgiare
il proprio destino secondo la propria volontà, e la sua libertà è massima,
poiché non è né animale né angelo, ma può essere l'uno o l'altro secondo la
coltivazione di alcuni tra i semi d'ogni sorta che vi sono in lui. L'uomo non è
né «angelo né bestia. La sua propria posizione nel mondo è un punto mediano tra
questi due estremi; tale punto mediano, però,
non è una mediocrità (in parte angelo e in parte bruto) ma è la volontà
(o l'arbitrio) che ci consente di scegliere la nostra posizione. Dunque l'uomo è
la più dignitosa fra tutte le creature, anche più degli angeli, poiché può
scegliere che creatura essere. Il suo secondo grande interesse è rivolto
alla cabala, che viene da lui spiegata come una fonte di sapienza a cui
attingere per decifrare il mistero del mondo, e nella quale Dio appare oscuro,
in quanto apparentemente irraggiungibile dalla ragione; ma l'uomo può ricavare
la massima luce da tale oscurità. Non esiste alcuna scienza che possa attestare
meglio la divinità che la magia. Connessa alla sapienza cabbalistica è la magia.
In fatti, il mago opera attraverso simboli e metafore di una realtà assoluta e dunque, partendo dalla natura, può giungere
a conoscere tale sfera metafisica attraverso la conoscenza della struttura
matematica che è il fondamento simbolico-metaforico della natura stessa.
Se la magia è giudicata positivamente per quanto riguarda invece l'astrologia
egli ebbe un atteggiamento diverso, che lo porta a distinguere nettamente tra
astrologia matematica o speculativa, cioè l'astronomia, e l'astrologia
giudiziale o divinatrice. Mentre la astrologica speculative ci consente di
conoscere la realtà armonica dell'universo, e dunque è giusta, la astrologia
prattica crede di poter sottomettere l'avvenire degli uomini alle congiunture
astrali. Partendo dall'affermazione della piena dignità e libertà dell'uomo,
che può scegliere cosa essere, muove una forte critica a questo secondo tipo di
credenze e di pratiche astrologiche, che costituirebbero una negazione proprio
della dignità e della libertà umane. L’astrologica prattica (o giudiziale)
attribuisce erroneamente a un corpo celeste il potere di influire sulla una vicenda
umana (fisiche e spirituali), sottraendo tale potere alla Provvidenza divina e
togliendo agl’uomini la libertà di scegliere. Non nega che un certo influsso vi
possa essere, ma mette in guardia contro il pericolo insito nell'astrologia giudiziale
di subordinare il superiore (cioè l'uomo) all'inferiore (ossia la forza
astrale). La vicenda dell'esistenza umana e tanto intrecciata e complessa che
non se ne può spiegare la ragione se non attraverso la piena libertà d'arbitrio
dell'uomo. Tuttavia, alcuni concetti base furono ripresi e rielaborati da Savonarola nel suo Trattato contra li
astrologi. Altri saggi: “Lettera a Barbaro sul modo di parlare dei filosofi”
– cf. Grice: “Full of implicatures – of the worst misleading type!” ; “Commento
sopra una canzone d'amore di BENIVIENI” – amore accademico -- “Discorso sulla
dignità dell'uomo”; “Tesi su tutte le cose conoscibili”; “CM conclusioni
filosofiche”; “cabalistiche e teologiche in ogni genere di scienze”; “Apologia”;
“Heptaplus: della settemplice interpretazione dei VI giorni della Genesi”; “Expositiones
in Psalmos, “L'essere e l'uno”; “Dispute
contro l'astrologia divinatrice”; “Carmi”; Auree Epistole. Sonetti, “Le XII
regole”; “Le XII armi della battaglia spirituale”; “Le XII condizioni d’un amante”
“Preghiera a Dio”; “Tutte le cose e alcune alter”. A lui si attribusce anche la
paternità dell’ “Amoroso combattimento onirico di Polifilo”. Sebbene egli
preferisse farsi chiamare Conte della Concordia. È in particolare Grazias, dopo
essere intervenuto presso i reali Isabella e Ferdinando, ad essere incaricato
da Innocenzo VIII di confutarne l'Apologia.
Avvelenato -- caso risolto, in Gazzetta di Modena, Gallello et al. Già
all'epoca della sua morte si vociferò che e avvelenato (cfr. S. Critchley, Il
libro dei filosofi morti, Garzanti).
Recenti indagini condotte a Ravenna dall'équipe di Gruppioni di Bologna riscontra elevati livelli di arsenico nei
campioni di tessuti e di ossa pre-levati dalle spoglie del filosofo, che
avvalorerebbero la tesi dell'avvelenamento per la sua morte (cfr. Delitti e
misteri del passato, Garofano, Vinceti, Gruppioni (Rizzoli, Milano). L’avvelenamento,
la cui morte finora si ritene fosse stata causata dalla sifilide, e ad opera
della stessa mano che due mesi prima avrebbe uccide Poliziano, legato a P. da
grande amicizia. Risolto il giallo della sua morte, Pisa, La sua memoria straordinaria.
enivieni fa porre anche una lapide sulle spoglie tumulate nella chiesa di S. Marco
a Firenze. Sul fronte della tomba è tuttora inciso. Qui giace Giovanni
Mirandola, il resto lo sanno anche il Tago e il Gange e forse perfino gli
Antipodi. BENIVIENI, affinché dopo la
morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in
vita congiunse Amore, dispone d'essere sepolto nella terra qui sotto. Sul retro
invece, in posizione poco visibile, è riportato l'epitaffio, “Girolamo BENIVIENI
per lui e se stesso pose nell'anno. Io priego Dio Girolamo che 'n pace così in
ciel sia il tuo Pico congiunto come 'n terra eri, et come 'l tuo defunto corpo
hor con le sacr'ossa sue qui iace”. GARIN, Vita e dottrina (Monnier); Zeller, L’aristolelismo
del LIIO rinascimentale, Luria, Yates, BRUNO e la tradizione ermetica Laterza; Perone,
Ciancio, Storia del pensiero filosofico,
SEI, Torino, Garin, Vallecchi, Sul richiamo di Pascal a P., cfr. B. Pascal,
Colloquio con il Signore di Saci su Epitteto e Montagne in Pascal, Pensieri,
Serini, Einaudi, Torino, Secret, I cabbalisti, Roma, Conclusiones nongentae. Le
CM tesi. Biondi, Studi pichiani (Firenze Olschki). Conclusiones Magicae numero
XXVI, secundum opinione propria”. Fra le tesi redatte in vista del congresso
filosofico di Roma, Non vi è scienza che ci dia maggiori certezze sulla
divinità della magia (cit. da Secret,
ibidem, e in Zenit studi. P. e la cabala). La natura è una correlazione
misteriosa di forze occulte che l'uomo può conoscere tramite l'astrologia speculative
e controllare tramite la magia. Distingue due tipi di astrologia: matematica e
divinatrice. Nega il valore della seconda (Granata, Filosofia, Alpha Test,
Milano). Lo stesso Savonarola sostenne di aver scritto il suo trattato in
corroborazione delle refutazione astrologice di P. -- cit. in Romeo De Maio,
Riforme e miti (Guida, Napoli). Indizi e prove: e Alberto Pio da Carpi nella
genesi dell’Hypnerotomachia Poliphili.
Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto La scienza
in Italia, opera del Museo GALILEI. Istituto Museo di Storia della Scienza di
Firenze, pubblicata sotto licenza Creative Commone, Mazzali, Basileae, per Sebastianum
Henricpetri, Basileae, per Sebastianum Henricpetri, Doctissimi Viri P.,
Concordiae comitis, Exactissima expositio in orationem dominicam, Bernardini, Apologia.
L'autodifesa di P. di fronte al tribunale dell'inquisizione, Fornaciari,
Società per lo studio del medio-evo, Galluzzo, Firenze); Barone, Antologia, Virgilio,
Milano, Studi Dario Bellini, La profezia, Oltre la C porta, Sometti, Busi, Vera
relazione sulla vita e i fatti, P., Aragno; Cassirer, “Individuo e cosmo nella
filosofia del rinascimento” (Nuova Italia, Firenze); Lubac, L'alba incompiuta
del rinascimento” (Jaca, Milano); Giovanni, La filosofia (Palermo, Boccone del
Povero); Frigerio, "Il commento alla Canzona d'Amore di BENIVIENI; Conoscenza
Religiosa, Firenze, Fumagalli Beonio Brocchieri, Casale Monferrato, Piemme, Garin,
L'Umanesimo (Laterza, Bari); Puledda, Interpretazioni dell'Umanesimo,
Associazione Multimage, Quaquarelli, Zanardi, Pichiana. delle edizioni e degli
studi, in "Studi pichiani" (Olschki, Firenze); Sartori,Filosofia,
teologia, concordia, Messaggero Padova, Zambelli,
L’APPRENDISTA STREGONE SODOMITA DELL’ACCADEMIA Astrologia, cabala e arte
lulliana in P. e seguaci” (Marsilio, Venezia); “Le fonti cabalistiche”; Busi,
"Chi non ammirerà il nostro camaleonte?" La bibliotica cabbalistica, Busi,
L'enigma dell'ebraico nel Rinascimento, Aragno Torino Campanini, Moncada -- Mitridate -- traduttore di opere
cabbalistiche, Perani, Moncada alias Mitridate: un ebreo converso siciliano,
Officina di studi medievali, Palermo, Jurgan e Campanini, con un testo di Busi,
Nino Aragno, Torino Saverio Campanini Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio,
Castiglione delle Stiviere; cabala; Ficino Filosofia rinascimentale Mirandola
Umanesimo Prisca theologia.Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia; Il Centro P., L’Umanesimo, la cabala cristiana,
Discorso sulla dignità dell'uomo, P., Orazione sulla dignità dell'essere umano,
prima parte, su panarchy.org. I
"Carmina" e l'"Oratio de hominis dignitate", su the latin library
The Kabbalistic Library of P., su pico-kabbalah.eu. Giovanni Pico, dei conti
della Mirandola e della Concordia. Giovanni Pico, conte della Mirandola e della
Concordia. Giovanni Pico della Mirandola. Pico. Keywords: amore platonico,
amore socratico, Pico e Girolamo – l’epitafio – amore platonico Ficino – la
dignita dell’uomo, la concordia degl’antichi, la magia, il platonismo di Pico.
Pico e Pico, i apprendisti stragoni sodomiti, o dell’amore accademico. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Pico: the dignity of man," per Il Club
Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Pico: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dello stregone sodomita
– filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mirandola). Filosofo italiano. Mirandola, Modena, Emilia Romagna. Grice:
“It is very likely that Cartesio took the idea of the malignant daemon from
Pico, who was obsessed with him – with the daemon, I mean! “Demonio!”” Grice:
“I like Pico. Ackrill suggested that I should translate happiness as taking
‘daemon’ seriously. Pico does: He allows Alberti’s use of ‘demonio’ as a direct
translation of Roman ‘daemone,’ which is Grecian in nature.”Grice: “A daemon is
always ‘maschile,’ succubus, or incubus – and stregus is gender-neutral, too,
as Pico was very well aware when he allowed the burning of a few male witches
at Mirandola. On the other hand, he uses Sextus Empiricus and Phyrro against
Aristotle!” Grice: “Like Gentile, and Rosselli, two other Italian philosophers,
he was murdered – by his successor to the county!” “A very sad thing is that he
was murdered along with his son Alberto.” Grice: “The murderer, a Pico,
succeeded him without much of a revolt – That’s the Renaissance forya!” --- Important if unjustly neglected, murdered,
Italian philosopher. Italian nobile e
filosofo, nipote di Pico. Grice: “He was murdered by his ‘successore
definitivo’ – along with his ultragenito figlio – Descendants of NERONE would
be surprised to learn that his primogenito did not seek revenge – perhaps he
couldn’t care less – MIRANDOLA ain’t ROMA!” Figlio di Galeotto I Pico, signore
di Mirandola. Come lo zio, Pico, P. si dedica principalmente alla filosofia, ma
ha reso soggetto alla bibbia, anche se nei suoi trattati, De monolocale divinae
et humanæ sapientiæ e in particolare nei VI libri intitolati examen doctrinæ vanitatis
gentium, si deprezza l'autorità dei filosofi, al di sopra tutti l’Aristotele
del LIZIO. Scrive una biografia dettagliata di suo zio (“Ioannis Pici
Mirandulae Vita”) e un altro di SAVONAROLA (si veda), di cui è un seguace. Avendo
osservato i pericoli a cui la società è esposta, lancia un avvertimento in
occasione del concilio lateranense: Oratio ad Leonem X et concilium Lateranense
de reformandis Ecclesiæ Moribus (Hagenau, dedicato a Pirckheimer). Muore a
Mirandola, assassinato dal nipote Galeotto, insieme a suo figlio. Mentre spesso
sostene che la filosofia raggiunta una parte della verità, dice in effetti, che
la filosofia da soli è una semplice raccolta di falsità confusi e internamente
incoerenti. In possesso di un tale punto di vista, si schiera non solo con SAVONAROLA,
ma con alcuni dei padri e con i riformatori pure. Su questo punto, è
insistente. Il cristianesimo è una realtà auto-sussistente e che ha poco o
nulla da guadagnare dalla filosofia, le scienze o le arti. Questa tesi centrale
si diffonde attraverso quasi la sua intera produzione filosofica. Scrive di non
lodare o estendere il regno della filosofia, ma di demolirlo. Saggi: “De
studio di divinae et humanae philosophiae,” “De imaginatione” – Grice: “This is
interesting. Pico starts by noting how Cicero mistranslated imaginatio from
‘phantasma.’ Vitters would not have agreed!” – “De pro-videntia dei,” “De rerum
prae-notione,” “Quaestio de falsitate astrologiae,” “Examen vanitatis gentium
doctrinae et veritatis Christianae
disciplinae, “”Strix, sive de ludificatione daemonum”; Libro detto strega o delle
illusioni del demonio,” – Grice: Pico is using ‘demonio’ literally; Descartes
isn’t!” – “Opera Omnia,” – C. Herbermann. Burke, "Stregoneria e magia: P.
e il suo stragone," di SAnglod, The
Damned Art: Saggi in letteratura di Magia, Londra. Herzig, "La reazione dei demoni
alla sodomia: magia e omosessualità nel stregone di P." Kors e Peters. La stregoneria in Europa, Una storia
Documentario. Estratti dal P. Lo stregone, Schmitt, P. e la sua critica al
Lizio (The Hague, Nijhoff); Pappalardo, “Fede, immaginazione e la scessi"
(Nutrix), Turnhout: Brepols. Centro di Cultura; Springer. Nobile, filosofo e
letterato italiano. Signore di Mirandola e conte di Concordia. Assassinato dal
nipote Galeotto II Pico, suo successore. Succede al padre nel governo dei
feudi, ricevendo conferma dell'investitura dall'imperatore Massimiliano I
d'Asburgo. I fratelli, non contenti, assediano e bombardano la Mirandola e gli imprigionano.
Rilasciato solo con la promessa di cessione dei domini. Si ritira a Roma. Critica
il paganismo classico. Scrive una biografia dello zio Pico, intitolata Vita, anteposta a un volume
che ne raccoglieva l'Opera omnia, e riprese alcune sue dottrine, come la lotta
contro l'astrologia. Seguace di SAVONAROLA, si batte inutilmente per la sua
assoluzione, e ne scrive una bio-grafia e tanato-grafia: la vita e morte di
SAVONAROLA. Sostenne da un lato la necessità di un rinnovamento della
disciplina ecclesiastica e dall'altro i problemi della filosofia. Scrive il “De
reformandis moribus,” che invia a Leone X, l'”Examen vanitatis doctrinae
gentium et veritatis christianae disciplinae,” nel quale attacca la filosofia
arcaica; e, non ultimo, “Libro detto strega o delle illusioni del demonio,” sulle
possessioni demoniache. L'”Examen” non
attacca soltanto la filosofia arcaica, ma si scaglia ugualmente contro
Aristotele del Lizio ed AQUINO. Dei due filosofi, contesta la fiducia nella
conoscenza e nella ragione, che permetterebbero con la forza dell'intelletto di
intuire la verità ultima. Al contrario, al pari della dottrina esposta dal Cusano
nel De docta ignorantia, nutre una profonda sfiducia nelle capacità umane,
riconoscendo alla ragione solo la possibilità di giungere a una conclusioni
arbitraria. Riprendendo alcune tesi tipiche della SCESSI di Pirrone e Sesto
Empirico, nega la validità dei sillogismi e dell'induttivismo, svaluta l'idea
della causalità. Nulla è conoscibile, mentre la fede può fondarsi solo su una
rivelazione. Muore assassinato dal nipote Galeotto II assieme a suo figlio. Altri
saggi: “De studio divinae et humanae philosophiae”; “Dialogus de adoratione”; “Quaestio de falsitate astrologiae”. Pompeo, Famiglie
celebri di Italia. Torino, Delumeau, “Il
peccato e la paura” (Bologna, Mulino); Pappalardo, "Fede, immaginazione e la
scessi" (Turnhout: Brepols). Assedio della Mirandola, Assedio della
Mirandola di Giulio II, Caccia alle streghe nella Signoria della Mirandola, Sovrani
di Mirandola e Concordia. Schizzo biografico a cura de Il Centro P.. Treccani
Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Giovanni Francesco
Pico della Mirandola. Giovanni Francesco II Pico della Mirandola. Gianfrancesco
Pico della Mirandola. Gianfranco Pico della Mirandola. Pico. Keywords. Refs: Luigi
Speranza: Pico. Keywords: demonio, demonologia – read excerpts of Stryx in the
Italian volgare under entry for translator. Refs.: “Grice, Acrkill, Pico and Alberti, on ‘demonio’,” Luigi
Speranza, "Grice e Pico," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia -- Gianfranco Pico della
Mirandola.
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