GRICE ITALO A-Z P PI
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pigliaru: la ragione conversazionale – filosofo
SARDO, non italiano -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Orune). Orune, Nuoro, Sardegna. Filosofo italiano.
M. Sassari. -- è stato un giurista, filosofo e educatore italiano. Tra le
molteplici tematiche del suo impegno intellettuale una è di particolare
interesse: la sua interpretazione dei problemi socio-economici delle zone
interne della Sardegna, che inquadrò e tentò di spiegare nell'ambito della
propria visione etico-politica Nasce a Orune, in provincia di Nuoro, ultimo di
cinque figli; i genitori, Pietro e Maria Murgia, sono due maestri elementari,
accomunati dunque dalla stessa formazione culturale e dal lavoro, ma di
provenienza sociale diversa. La famiglia di Pietro è di origine contadina,
attività marginale rispetto alla pastorizia prevalentemente praticata in paese;
nonostante le scarse disponibilità economiche, dopo le elementari continua
negli studi. Maria, la cui madre è maestra, proviene da Sassari: ha vissuto in
una realtà più aperta e si reca ad Orune, dopo il diploma, per insegnarvi. Si
sposano nel 1909. Finite le elementari Antonio, che nel frattempo ha perso il
padre, lascia il paese, al quale rimase comunque sempre profondamente legato, e
si trasferisce a Sassari, presso i nonni materni, per completare gli studi
ginnasiali e liceali nel Convitto Canopoleno. Aderì al Gruppo Universitario
Fascista, dove fece le sue prime esperienze culturali, collaborando al giornale
dell'organizzazione, scrivendo soprattutto di teatro. Coltiva le sue
aspettative nella "rivoluzione fascista", come tanti giovani della
sua generazione, rifiutandone però le degenerazioni che il regime sta subendo.
Frequenta dal 1941 l'Università a Cagliari nella Facoltà di lettere e
filosofia. Il 24 maggio 1944 fu arrestato, accusato di gravissimi reati:
spionaggio, guerra civile, cospirazione politica. Il 29 agosto venne condannato
dal tribunale militare territoriale della Sardegna a sei anni di reclusione.
Rimase in carcere sino al 1946, quando venne scarcerato in seguito all’amnistia
Togliatti.[3] Ripresi gli studi, in pochi mesi supera tutti gli esami e si
laurea a Cagliari con una tesi sull'esistenzialismo in Giacomo Leopardi.
Nell'aprile del 1949 è assistente volontario alla cattedra di Filosofia del
diritto dell'Università di Sassari, diventando assistente ordinario un anno
dopo; consegue la libera docenza nella stessa disciplina e nel 1967, vinto il
concorso, è professore ordinario di Dottrina dello Stato. Nel 1949 nasce la
rivista "Ichnusa", di cui fu animatore ed ispiratore. La rivista
uscì, con diverse sospensioni, fino al 1964. A partire 1956 Pigliaru decide di
darle un nuovo ruolo, meno generalista ma più attento e teso a dar voce
soprattutto alla "questione sarda": gli editoriali, da lui redatti,
vengono sempre più spesso dedicati ai problemi della regione e la rivista si
propone come laboratorio di discussione, chiamando a raccolta un'intera
generazione di giovani intellettuali isolani impegnati per la rinascita
dell'isola e per i quali Pigliaru, in contatto con numerosi studiosi delle due
università sarde di Sassari e di Cagliari, diventa un vero e proprio maestro e
ideologo. Muore a Sassari il 27 marzo 1969 durante una seduta di emodialisi,
terapia alla quale si sottoponeva regolarmente per curare la grave
insufficienza renale che lo accompagnò per gran parte della sua vita. Nel 2012 per
i festeggiamenti dei 450 anni dell'Università di Sassari, la sua immagine è
stata apposta all'esterno del Dipartimento di Scienze Politiche, Scienze della
Comunicazione e Ingegneria dell'Informazione dell'Ateneo. Era il padre dell'ex
presidente della Regione Sardegna, Francesco Pigliaru. Attività Fu autore di
numerosi saggi di grande spessore, considerati ancora oggi un punto di
riferimento imprescindibile per il dibattito sulla cultura sarda. Inediti
continuano ad apparire ancora adesso. Dopo un iniziale approdo alla filosofia
di Giovanni Gentile, soprattutto nelle prime, importanti opere, Considerazioni
critiche su alcuni aspetti del personalismo comunitario e Persona umana ed
ordinamento giuridico si avvicinò al personalismo storicista di Giuseppe Capograssi,
di cui accolse anche, con un'interpretazione originale, la teoria della
pluralità degli ordinamenti giuridici di Santi Romano, (specie nel suo
capolavoro di antropologia giuridica La vendetta barbaricina come ordinamento
giuridico)[4]. Successivamente sviluppò questioni del marxismo gramsciano[5],
in particolare in Struttura, soprastruttura e lotta per il diritto, Gramsci e
la cultura sarda e nell'incompiuto saggio su L'estinzione dello Stato. Tra i
suoi numerosi contributi sono anche da ricordare: Meditazioni sul regime
penitenziario italiano (1959); La piazza e lo Stato (1961); Promemoria
sull'obiezione di coscienza (1968). È considerato uno dei più importanti
antropologi giuridici italiani e uno dei maggiori studiosi della Sardegna
(Scuola antropologica di Cagliari). All'attività scientifica accompagnò
un'intensa attività di "didattica popolare", organizzando ad esempio
numerosi corsi di educazione per adulti e lavoratori in vari luoghi dell'isola.
La sua vocazione pedagogica emerge anche in "Scuola", periodico con
molti collaboratori, che esce nel 1954 e si rivolge ai maestri che si preparano
al concorso magistrale. Venne eletto nel Comitato regionale della Sezione sarda
dell'Associazione Italiana Biblioteche per il triennio 1955-1958 e confermato
nel 1958-1961. Alla sua memoria sono intitolate la Biblioteca di scienze
sociali dell'Università di Sassari (già denominata Biblioteca interfacoltà per
le scienze giuridiche, politiche ed economiche) e le Biblioteche comunali di
Orune e di Porto Torres. Opere principali Considerazioni critiche su alcuni
aspetti del personalismo comunitario - Sassari, 1950 Persona umana ed
ordinamento giuridico - Milano, 1953 Meditazioni sul regime penitenziario
italiano - Sassari, 1959 (ora Nuoro, 2009 con prefazione e postfazione di
Salvatore Mannuzzu) La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico -
Milano, 1959 (ora Nuoro) La piazza e lo Stato - Sassari, 1961 Sardegna, una
civiltà di pietra - Roma, 1961 (con Franco Pinna e Giuseppe Dessì) Struttura,
soprastruttura e lotta per il diritto - Padova, 1965 "Promemoria"
sull'obiezione di coscienza - Sassari, 1968 (ora Nuoro, 2009 con prefazione di
Virgilio Mura) Gramsci e la cultura sarda - Roma, 1969 (ora Nuoro, 2008 con
prefazione di Paolo Carta) Opere postume Il banditismo in Sardegna - Milano,
1970 e successive edizioni Antonio Pigliaru: politica e cultura, antologia
degli scritti pubblicati sulla rivista Ichnusa - Sassari, 1971 (a cura di
Manlio Brigaglia, Salvatore Mannuzzu, Giuseppe Melis Bassu; con scritti di:
Gigi Ghirotti ... et al.) Il rispetto dell'uomo - Sassari, 1980 (con una nota
di Antonio Delogu) Scritti sul fascismo - Sassari, 1983 La lezione di
Capograssi - Roma, 2000 (con introduzione di Antonio Delogu) Saggi
capograssiani - Roma, 2010 (con introduzione di Antonio Delogu) Per un primo
giorno di scuola: lettera a una professoressa - Sassari, Le parole e le cose: alfabeto
della democrazia - Sassari, 2005 Note ^ Bruno Migliorini et al., scheda sul
lemma Pigliaru, in Dizionario italiano multimediale e multilingue d'ortografia
e di pronunzia, Rai Eri, 2007, ISBN 978-88-397-1478-7:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=27549&r=639329. Vedi anche
qui: Accento dei cognomi. ^ Giuseppe Capograssi, in Il contributo italiano alla
storia del Pensiero: Diritto, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012.
^ Antonello Mattone, PIGLIARU, Antonio, su treccani.it. URL consultato il 30
dicembre 2024. ^ Giulio Angioni, Fare, dire, sentire. L'identico e il diverso
nelle culture, Il Maestrale, 200-220 ^ Giorgio Baratta et al., Il soldino
dell'anima. Antonio Pigliaru interroga Antonio Gramsci, CUEC 2010 Bibliografia
AA.VV., Il soldino dell'anima, Antonio Pigliaru interroga Antonio Gramsci, CUEC
Editrice, Cagliari, 2010 Francesco Casula, Letteratura e civiltà della
Sardegna, vol.I, Dolianova, Grafica del Parteolla Editore, 2011, pp. 203–213.
Collegamenti esterni Antonio Pigliaru, su siusa.archivi.beniculturali.it,
Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Modifica su
Wikidata Antonio Pigliaru, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica
su Wikidata Sito ufficiale dedicato ad Antonio Pigliaru, su pigliaru.it. URL
consultato il 14 giugno 2008 (archiviato dall'url originale il 26 ottobre
2007). "Visti da fuori - Antonio Pigliaru", Documentario RAI, su
sardegnadigitallibrary.it. URL consultato il 9 aprile 2009 (archiviato dall'url
originale il 3 agosto 2014). Biblioteca di Scienze sociali "A.
Pigliaru", Università di Sassari, su sba.uniss.it. URL consultato il 1º
luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 21 agosto 2016). Biblioteca
comunale - Porto Torres, su comune.porto-torres.ss.it. URL consultato il 30
luglio 2015 (archiviato dall'url originale il 9 settembre 2015). Bibliografia
di P., su pigliaru.it. Portale Biografie Portale Diritto Portale Filosofia
Categorie: Giuristi italiani del XX secoloFilosofi italiani del XX
secoloEducatori italiani Nati a Orune Morti a Sassari Sociologi del diritto Persone
legate all'Università degli Studi di Sassari[altre]. Nome compiuto: Antonio
Pigliaru.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pigliucci: la ragione conversazionale – Luigi
Speranza (Monrovia) è un filosofo, blogger e
divulgatore scientifico italiano. P. è professore di filosofia al CUNY-City
College di New York, è stato co-conduttore del podcast Rationally Speaking
(Parlando razionalmente)[3] e redattore capo della rivista online Scientia
Salon.[4] Pigliucci è un deciso critico della pseudoscienzae del creazionismo
ed un sostenitore del secolarismo e dell'educazione scientifica[9], nonché per
un periodo esponente dello "stoicismo moderno". P. è nato a Monrovia,
Liberia, ma è cresciuto a Roma. Ha conseguito il dottorato in genetica a Ferrara,
Italia, un Ph. D. in biologia dell'Università del Connecticut e un Ph. D. in
filosofia della scienza dall'Università del Tennessee.; è socio di American
Association for the Advancement of Science (Associazione americana per
l'avanzamento della scienza) e di Committee for Skeptical Inquiry. P. è stato
professore di ecologia e evoluzione all'Università di Stony Brook compiendo
ricerche sulla plasticità fenotipica, le interazioni genotipo-ambiente, la
selezione naturale e i vincoli imposti sulla selezione naturale da parte del
corredo genetico e dello sviluppo degli organismi. Ha ricevuto il premio
Theodosius Dobzhansky, conferito annualmente dalla Society for the Study of
Evolution (Associazione per lo studio dell'evoluzione). Come filosofo, si è
interessato alla struttura e ai fondamenti della teoria dell'evoluzione, alla
relazione tra scienza e filosofia e alla relazione tra la scienza e la
religione ed è un sostenitore della sintesi evolutiva estesa. Pigliucci scrive
regolarmente sullo Skeptical Inquirer sui temi di negazionismo o scetticismo
del cambiamento climatico, disegno intelligente, pseudoscienza e filosofia.Ha
scritto per Philosophy Now e ha un blog intitolato "Rationally Speaking
(Parlando razionalmente)". Ha contrastato "i negazionisti
dell'evoluzione" (creazionismo della Terra Giovane e sostenitori del
disegno intelligente), tra cui i creazionisti della terra giovane Duane Gish e
Kent Hovind, i sostenitori del disegno intelligente William Dembski e Jonathan
Wells, in molte occasioni. Pensiero critico e scetticismo scientifico Michael
Shermer, Julia Galef e Massimo Pigliucci durante una registrazione dal vivo a
Northeast Conference on Science and Skepticism (Conferenza del nord-est sulla
scienza e sullo scetticismo), Pur
essendo ateo, P. non crede che la scienza richieda di essere atei, se si
ammettono due distinzioni: la distinzione tra naturalismo metodologico e
naturalismo filosofico e la distinzione tra giudizi di valore e le questioni di
fatto. Crede che molti scienziati ed insegnanti di scienze non apprezzino tali
differenze. P. ha criticato gli scrittori Nuovi Atei per aver sostenuto quello
che lui considera scientismo (sebbene escluda il filosofo Daniel Dennett da
questa accusa). In una discussione del suo libro Answers for Aristotle: How
science and philosophy can lead us to a more meaningful life (Risposte per
Aristotele: come la scienza e la filosofia possono condurci ad una vita più
ricca di significato), Pigliucci ha detto al conduttore del podcast
Skepticality, Derek Colanduno, “Aristotele era il primo pensatore antico a
prendere sul serio l'idea che hai bisogno di fatti empirici, e che hai bisogno
di un approccio basato sull'evidenza nel mondo, e che devi essere in grado di riflettere
sul significato di quei fatti....Se vuoi delle risposte a delle domande morali,
non chiedi al neurobiologo, non chiedi al biologo dell'evoluzione, chiedi al
filosofo.” P. descrive la missione degli scettici, facendo riferimento al libro
di Carl Sagan Il mondo infestato dai demoni: La scienza e il nuovo oscurantismo
dicendo “Ciò che fanno gli scettici è tenere accesa quella candela e cercare di
diffonderla il più possibile.”P, fa parte del consiglio di NYC Skeptics e fa
parte del comitato consultivo di Secular Coalition for America (Coalizione
secolare per l'America). Ha preso parte a un dibattito sull'esistenza di Dio
con William Lane Craig. P. ha criticato l'articolo di giornale di Papa
Francesco intitolato Un dialogo aperto con i non-credenti (An open dialogue
with non-believers). Secondo Pigliucci l'articolo assomigliava più ad un
monologo che ad un dialogo, e ha indirizzato una risposta personale a Papa
Francesco nella quale ha scritto che il papa ha solo offerto ai non-credenti
«una riaffermazione di fantasie senza fondamento riguardo a Dio e a suo
Figlio...seguite da affermazioni confuse tra il concetto d'amore e di verità,
il tutto condito da una significativa dose di revisionismo storico e negazione
degli aspetti più brutti della tua Chiesa (noterai che non ho nemmeno
menzionato la pedofilia!)». Rationally Speaking P. ha iniziato una rubrica su
internet intitolata Rationally Speaking (Parlando razionalmente). La rubrica è
diventata un blog,[26] dove ha scritto fino a marzo 2014.[27] Dal 1º febbraio
2010 Pigliucci co-conduce il podcast bi-settimanale Rationally Speaking con
Julia Galef, che ha conosciuto al Northeast Conference on Science and
Skepticism (Conferenza del nord-est sulla scienza e sullo scetticismo). Il
podcast è prodotto da New York City skeptics (Scettici della città di New
York). Il programma vede la partecipazione di ricercatori, divulgatori
scientifici ed insegnanti per presentare libri o discutere di temi di attualità
su temi di filosofia e scienza. In una puntata, Neil deGrasse Tyson descrisse
la necessità di finanziare con denaro pubblico i programmi spaziali. La
trascrizione della puntata venne poi pubblicata nel libro Space Chronicles
(Cronache Spaziali).[29] In un altro episodio Tyson spiegò la propria opinione
sul significato di essere ateo, poi commentata in una trasmissione di NPR.Pigliucci
ha poi lasciato il podcast per dedicarsi ad altri interessi. Libri Copertina di Philosophy
of Pseudoscience (EN) Schlichting, Carl e P., Massimo, Phenotypic evolution : a
reaction norm perspective, Sunderland, Mass., Sinauer, Pigliucci, Massimo,
Tales of the Rational : Skeptical Essays About Nature and Science, Freethought
Press, Pigliucci, Massimo, Phenotypic Plasticity: Beyond Nature and Nurture ,
Johns Hopkins University Press, Pigliucci, Massimo, Denying Evolution:
Creationism, Scientism, and the Nature of Science, Sinauer, P., Massimo e
Preston, Katherine, Phenotypic Integration: Studying the Ecology and Evolution
of Complex Phenotypes, Oxford, Pigliucci, Massimo e Kaplan, Jonathan, Making
Sense of Evolution: The Conceptual Foundations of Evolutionary Biology ,
University of Chicago, Pigliucci, Massimo e Muller, Gerd B., Evolution: The
Extended Synthesis, MIT Press, Pigliucci, Massimo, Nonsense on Stilts: How to
Tell Science from Bunk, University of Chicago, Pigliucci, Massimo, Answers for
Aristotle: How Science and Philosophy Can Lead Us to a More Meaningful Life,
Basic Books, P., Massimo e Boudry, Maarten, Philosophy of Pseudoscience:
Reconsidering the Demarcation Problem, University of Chicago, Come essere
stoici: Riscoprire la spiritualità degli antichi per vivere una vita moderna,
Garzanti Stoicismo: Esercizi spirituali
per un anno, con Gregory Lopez Articoli Di seguito sono pochi articoli di P. M.
P., Is evolutionary psychology a pseudoscience?, in Skeptical Inquirer, Pigliucci,
Science and fundamentalism, in EMBO reports, Pigliucci, The power and perils of
metaphors in science, in Skeptical Inquirer, Pigliucci, What is philosophy of
science good for?, in Philosophy NowPigliucci M, Banta J, Bossu C, Crouse P,
Dexter T, Hansknecht K e Muth N, The alleged fallacies of evolutionary theory,
in Philosophy Now. Altri articoli si
possono trovare sui siti web personali (vedere "Collegamenti esterni"
sotto). Note Massimo Pigliucci — Curriculum Vitae, su lehman.edu. Pigliucci
K.D. Irani Professor of Philosophy, su ccny.cuny.edu. Rationally Speaking
Podcast, su rationallyspeakingpodcast.org. Scientia Salon, su
scientiasalon.wordpress.com. Pigliucci, Massimo e Boudry, Maarten, Philosophy
of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem, University of Chicago
Press, P., Massimo, The Dangers of Pseudoscience, in The New York Times Pigliucci,
Massimo, Denying evolution: Creationism, scientism, and the nature of science,
Sunderland, MA, Sinauer Associates, Secular Coalition for America Advisory
Board Biography, su secular.org. Pigliucci, Science and fundamentalism, in EMBO
reports, Massimo P., Come essere stoici: Riscoprire la spiritualità degli
antichi per vivere una vita moderna, Pigliucci — Short Bio, su lehman.edu. Pigliucci
— Selected Papers, su lehman.edu. Society for the Study of Evolution —
Description of Awards, su evolutionsociety.org. Wade, Michael J., The
Neo-Modern Synthesis: The Confluence of New Data and Explanatory Concepts, in
BioScience, P., su csicop.org, Committee for Skeptical Inquiry. P., Denying evolution:
creationism, scientism, and the nature of science, Sunderland, Mass., Sinauer
Associates, 2Evolution Debate — Pigliucci vs Hovind, Dawkins – cf. H. P. Grice:
“Read Selfish Gene” -- Foundation for Reason and Science, CV of Dembski, su
designinference.com. Evolution and Intelligent Design: Pigliucci vs Wells,
Uncommon Knowledge, Pigliucci, Excommunicated by the Atheists!, su
rationallyspeaking.blogspot.com, Pigliucci, M., New Atheism and the Scientistic
Turn in the Atheism Movement, in Midwest Studies In Philosophy, Derek
Colanduno, Should You Answer Aristotle?, su skepticality.com, Skeptic Magazine,
Saunders, The Skeptic Zone #101, su skepticzone.tv, Moreland, J.P. Debating
Christian Theism. USA: Oxford Pigliucci, Dear Pope, su Rationally Speaking, Pigliucci,
Welcome, everyone!, su rationallyspeaking.blogspot.nl, Massimo Pigliucci, So
long, and thanks for all the fish, su rationallyspeaking.blogspot.nl, Todd
Stiefel e Amanda K. Metskas, Julia Galef, su thehumanist.com, The Humanist, Culp,
Neil DeGrasse Tyson, Great Science Writers Series, The Rosen Publishing Group, Lombrozo,
What If Atheists Were Defined By Their Actions?, su npr.org, NPR, RS128 - 5th
Anniversary Live Show, su Rationally Speaking, New York City Skeptics, Voci
correlate Committee for Skeptical Inquiry Plato's Footnote. – Pagina web di
Pigliucci Rationally Speaking blog di Pigliucci sullo scetticismo scientifico
skepticism e sull'umanismo. Dr.
Pigliucci's. Rationally Speaking Podcast P. Secular Web Philosophy & Theory
in Biology(Filosofia e Teoria in Biologia), su
philosophyandtheoryinbiology.org. Portale Areligiosità Portale Biografie
Portale Filosofia Portale Scienza e tecnica Categorie: Filosofi italiani del XX
secolo Filosofi italiani del XXI secolo Filosofi statunitensi del XX secolo Filosofi
statunitensi del XXI secolo Blogger italiani Blogger statunitensi Divulgatori
scientifici italiani Divulgatori scientifici statunitensi Nati a Monrovia Genetisti
italianiStudenti dell'Università degli Studi di FerraraBiologi italianiUmanisti
italiani Filosofi ateiProfessori dell'Università di New York[altre]. Nome
compiuto: Massimo Pigliucci.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pini: la ragione conversazionale – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Reggio
Emilia). Filosofo italiano. M. Cayenne, Guyana francese -- è stato un anarchico
espropriatore italiano. Figlio di un volontario di GARIBALDI (vedasi), P.
patisce un'infanzia molto difficile e miserabile - molti suoi fratelli
moriranno a causa della indigenza - e per questo inizia a lavorare in una
tipografia all'età di 12 anni, prima di essere assunto nella stamperia di un
giornale repubblicano, dove cominia ad interessarsi di politica.
Successivamente alla vittoria della sinistra alle elezioni, aderisce
all'Internazionale dei Lavoratori dopo aver assistito ad una conferenza di
Barbani. In seguito si trasferisce a Milano, dove partecipa allo sciopero dei
tipografi, che si conclude con un fallimento dopo sei mesi di dura lotta. La
sconfitta sul piano sociale, lo convince dell'inutilità di questo genere di
lotte, spingendolo ad assumere toni più radicali e illegalisti. All'epoca P.
trova lavoro come pompiere, mestiere che lo porterà anche a compiere atti
eroici come la salvezza di una famiglia intrappolata nella propria casa andata
in fiamme. Emigra prima in Svizzera e poi in Francia, dove trova lavoro come
cameriere, ambulante e calzolaio. Avvicinatosi alla corrente individualista, fonda
a Parigi il gruppo Gli Intransigenti di Londra e Parigi -- chiamato anche I
ribelli di Saint Denis, il gruppo degli Introvabili, Gli straccioni di Parigi
--, insieme tra gli altri a Parmeggiani, Zavoli e Marroco. Secondo Grave il
gruppo sarebbe gravitato intorno alle attività della stamperia de La Révolte
prima e de Il Pugnale poi – Parigi -- , di cui assume la carica di direttore
insieme a Parmeggiani. Partigiano dell'individualismo, P. teorizza l'esproprio
come mezzo rivoluzionario per abolire la proprietà privata e giungere così al
comunismo anarchico. A lui vengono attribuiti un gran numero furti e rapine
allo scopo di finanziare varie attività propagandistiche, tra cui l'apertura di
una stamperia in via Bellefond e la nascita del giornale Il Ciclone -- Parigi. Pubblica
numerosi manifesti, tra cui Manifesto degli anarchici in lingua italiana al
popolo d'Italia, che chiama il popolo italiano ad insorgere, criticando
apertamente Cipriani con l'accusa di aver tradito gli ideali della rivoluzione
sociale. Due deputati socialisti - Ceretti e Prampolini - dopo aver preso le
difese di Cipriani ed aver accusato gli autori del Manifesto di essere al soldo
della polizia, P. e Parmeggiani si recano in Italia per vendicare quello che
secondo loro era una grave diffamazione. Pugnalano Ceretti a Mirandola e
vengono intercettati dopo 3 giorni dalla polizia mentre si dirigevano verso
Reggio Emilia in cerca di Prampolini. Entrambi riescono a fuggire e raggiungere
le loro destinazioni, P. in Francia e Parmeggiani a Londra. In seguito ad una
soffiata, una perquisizione della polizia nell'abitazione di P. permette di
recuperare molta refurtiva e attrezzature varie. P. viene arrestato insieme a
Schouppe eSoenen. Portato davanti alla Corte d'assise con i suoi compagni,
viene condannato a 20 anni di lavori forzati, salutati al grido di «Viva
l'anarchia, abbasso i ladri.». Schouppe subisce invece una condanna a 10 anni
di lavori forzati, Soenen a 5. La sua difesa intitolata Morte ai ladri sarà in
seguito pubblicato sotto forma di manifesto, accompagnato da un Manifesto del
gruppo parigino di propaganda anarchica che rianimerà nel movimento un intenso
dibattito sulla legittimità del furto. «Noi, anarchici è con l'intera coscienza
di compiere un dovere che attacchiamo la proprietà, da un doppio punto di
vista: il primo per affermare a noi stessi il diritto naturale all'esistenza;
il secondo per fornirci i mezzi propri per distruggere le vostre proprietà e,
se il caso, voi con loro» -- dichiarazione processuale di P. Giunto al bagno penale
della Guyane, tenta senza successo di evadere. Insieme a Schouppe, fugge
risalendo l'estuario di Maroni in piroga. Intorno ad agosto, sempre con
Schouppe, si dirige a piedi verso il Venezuela, ma deve rinunciare a causa del
gonfiore dei suoi piedi. Sorpreso dalla polizia olandese, tenta di fuggire ma
viene ferito alle gambe da uno sparo. Dopo 2 mesi all'ospedale del Suriname,
viene ricondotto a Cayenne e nuovamente condannato a due anni di detenzione
all'Isola della salute. P., matricola 24216, che aveva beneficiato di
un'amnistia di 3 anni, muore di malattia al bagno della Cayenne. Voci correlate
Anarchismo in Italia Collegamenti esterni Biografia di Vittorio Achille Pini
Categorie: Anarchici Anarchici italiani Individualisti Illegalisti. Nome
compiuto: Vittorio Achille Pini. Vittorio Pini. Pini.
Luigi Speranza -- Grice e Piovani: la ragione
conversazionale d’Enea, l’eroe al portico, o l’implicatura conversazionale
assente – la scuola di Napoli -- filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Grice: “Like Austin, and then again like me, Piovani could invent
lingo. The whole point of ordinary-language philosophy was an attack on
‘philosophical language,’ and there we are, Austin, Grice and Piovani INVENTING
unordinary philosophical language! In
Piovani’s case is ‘assenzialismo’!” –Studia a Napoli. Insegna a Trieste,
Firenze, Roma, Napoli. Dei lincei. Scrive su alcuni fogli del regime. La sua
ricerca filosofica ha avvio all'indomani immediato della tragica conclusione
della seconda guerra mondiale e di ciò porta i segni anche nell'elaborazione
della propria caratterizzazione etico-politica, presto approdata alle ragioni
del liberalismo democratico. Dinanzi alla drammatica conclusione dell'esito
volontaristico dell'attualismo, la necessità di ripensare il modello
idealistico lo induce ad un'intensa riflessione sul significato e sul valore
dell'individuo nel suo farsi persona. Spazia dalla filosofia del diritto alla
filosofia del concetto, soprattutto a quello meridionale, ricopre incarichi
nelle più importanti accademie italiane. Fonda il centro di studi vichiani.
Pratica una fenomenologia dell'individuale. Per il pensatore napoletano
l'individuo non è concepito come un'entità chiusa ed ego-istica tendente
all'assolutizzazione ma, al contrario, accettando egli la sua natura di vivente
limitato, afferma sé stesso nella responsabilità della propria azione.
Concorrono elementi esistenzialistici, l’analisi dell’esperienza comune. Di ciò
è documento “Norma e società” (Napoli, Jovene). Utilizza anche temi della prima
azione blondeliana. La necessità di fondare la persona grazie a un criterio o
norma, che è la ragione dell’agire e del pensare -- la logica della vita morale
-- fa scoprire il tema di fondo della
filosofia morale. Il soggetto è un volente non volutosi -- vale a dire
che il soggetto, per quanto approfondisca il proprio essere che è il suo
esistere, deve arrestarsi dinanzi alla constatazione di essere dato, di non essersi
voluto. L’alternativa esistenziale dell’accettazione della vita ne riscatta,
con la volontà di essere a fronte della possibilità contraddittoria del
suicidio, l’originaria datità. Ma questa accettazione, che è la sola possibile
fondazione della vita morale, rifiuta ogni ostinazione singolaristica e
comporta che la vita è vita di relazione, dove questa non è conquista ma
condizione consustanziale del soggetto che si accetta e dunque accetta l’altro,
a iniziare dalla propria alterità rispetto a se stesso. L’essenziale
instaurazione personalitaria consente la fondazione del diritto e della morale.
Entrambe formazioni storiche, fondate dinamicamente in quanto capaci di
comprendere ogni forma in cui si sostanzi l’attivo desiderio dell’uomo di
soddisfare l’insaziabile bisogno di valori, anch'essi costruiti dalla scelta
esistenziale dei soggetti storici. Sostiene che l'essere umano non possa fare
affidamento su alcun tipo di fondamento poiché, essendo un essere limitato e
storico, è di fatto costretto a fondare continuamente i suoi punti di
riferimento. A questo proposito assumono appunto un ruolo primario il valore, considerate non come assoluto
bensì prodotto della specificità individuale. Del resto proprio il valore esalta
la responsabilità dell'azione degl’individui, che, altrimenti, verrebbe
mortificata nel riferimento obbligato a qualcosa di assoluto. Si può dunque
parlare di un pluralismo etico che non significa relativismo ma relatività e,
dunque, rispetto. Una posizione che sembra chiaramente riprendere il pensiero
di Kant e, in particolare, il tema dell'agonismo etico. Per il ricorrere di
questi temi, la sua filosofia può riassumersi nella formula tra esistenzialismo
ri-pensato e storicismo ri-novato. Tra questi, un numero di “Gerarchia”, su cui
scrive riferendosi alla partecipazione
emotiva degl’italiani al conflitto. Questo modo di sentire e di interpretare
gl’eventi deve essere posto in luce perché esso indica che un ventennio di
regime fascista è riuscito a dare agl’italiani almeno quel senso di pre-occupazione
della tutela e della difesa dei propri interessi, che è il presupposto
indispensabile per la formazione di una autentica e completa coscienza
imperiale. Roma e Tirana, in Gerarchia, Evoluzione liberale, in Biblioteca
della libertà, P,, Enciclopedia filosofica di Gallarate, Bompiani, Milano.
Altre saggi: “Il significato del principio di effettività” (Milano, Giuffre);
“Morte e tras-figurazione
dell'Università” (Napoli, Guida);“Teo-dicea sociale” (Padova, Milani);
“Linee di una filosofia del diritto” (Padova, MILANI); “Gius-naturalismo ed
etica moderna” (Bari, Laterza); “Filosofia e storia delle idee” (Bari,
Laterza); “Conoscenza storica e coscienza morale” (Napoli, Morano); “Principi
di una filosofia della morale” (Napoli, Morano); “Oggettivazione etica ed
assenzialismo” (Napoli, Morano) – l’implicatura assente; “La filosofia nuova di
VICO” ((Napoli, Morano); “ Per una filosofia della morale” (Milano, Bompiani);
Tra esistenzialismo e storicismo: la filosofia morale (Napoli, Morano);
Tessitore, Napoli, Società nazionale di scienze lettere e arti, Jervolino,
Logica del concreto ed ermeneutica della vita morale. Newman, Blondel, Napoli,
Morano, Acocella, Idee per un'etica sociale. Soveria Mannelli, Rubbettino,
Amodio, degli scritti su P., Napoli,
Liguori, Lissa, Anti-ontologismo e fondazione etica (Napoli, Giannini); Nieddu,
Norma soggetto storia: saggio sulla filosofia della morale (Napoli, Loffredo);
Nieddu, Incontri blondellani”; “Volontà, norma, azione” (Cagliari, Editore);
Perrucci, L'etica della responsabilità” (Napoli, Liguori); Morrone, La scuola
napoletana: lettura critica e informazione bibliografica, Roma: Edizioni di
Storia e Letteratura (Sussidi eruditi); Olivetti, Enciclopedia, Appendice,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia, Etica Enciclopedia, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia, Centro di studi
vichiani del Cnr di Napoli. La lezione etica più che mai attuale di Tessitore,
Il Messaggero, di Tessitore, Napoli, 1 studi vichiani. Nome compiuto: Pietro
Piovani. Piovani. Keywords: “i principi metafisici di Vico”, Vico, principio.
Luigi Speranza, “Grice e Piovani: I principi metafisici di Vico”, filosofia
nuova di VIco, la Gerarchia, Roma e tiranna – colletivo, guerra, esperienza
condivisa, ventennio del regime – il debito di Vico a Roma --- la Roma di Vico
e la Roma antica – interpretazione filosofica – idealismo, Hegel, implicatura
assente, assenzialimso --. The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza --
Grice e Piralliano: la ragione conversazionale del gruppo di gioco
dell’accademia – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosophical
acquaintance of Elio Aristide. Accademia.
Luigi Speranza -- Grice e Pirandello: all’isola
-- la ragione conversazionale -- e dov’è il copione? è in noi, signore – il
dramma è in noi -- siamo noi – I ciclopu – identita personale, l’uno, nessuno, decadentismo
– reduzione siciliana – la scuola di Girgenti -- filosofia siciliana –
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Girgenti). Filosofo
italiano. Girgenti, Sicilia. Grice: “Pirandello would say he is no philosopher,
but then I’m a cricketer!” --. Medaglia del Premio Nobel Premio Nobel per la
letteratura. Grice: “I quoted Brecht! I should have called Pirandello!” -- Per
la sua produzione, le tematiche affrontate e l'innovazione del racconto
teatrale è considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo. Tra i
suoi lavori spiccano diverse novelle e racconti brevi (in lingua italiana e
siciliana) e circa quaranta drammi, l'ultimo dei quali incompleto. Io son
figlio del Caos. E non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in
una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in
forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del
genuino e antico vocabolo greco Kaos. Figlio di Stefano Pirandello e Caterina
Ricci Gramitto, appartenenti a famiglie di agiata condizione borghese, dalle
tradizioni risorgimentali, nacque in contrada Càvusu a Girgenti..Nell'imminenza
del parto che dove avvenire a Porto Empedocle, per un'epidemia di colera che
stava colpendo la Sicilia, il padre decide di trasferire la famiglia in
un'isolata tenuta di campagna per evitare il contatto con la pestilenza. Porto
Empedocle, prima di chiamarsi così, era la Borgata Molo. Quando si decide che
la borgata diviene comune autonomo. La linea di confine fra i due comuni venne
fissata all'altezza della foce di un fiume essiccato che taglia in due la
contrada chiamata u Càvuso o u Càusu, pantalone. Questo Càvuso appartene a metà
alla Borgata Molo e l'altra metà a GIRGENTI. A qualche impiegato dell'ufficio anagrafe
parve che non e cosa che si scrive che qualcuno e nato in un paio di pantaloni
e cangia quel volgare càusu in caos. Il padre, partecipa alle imprese
garibaldine. Sposa Caterina, sorella di un suo commilitone, Rocco Ricci
Gramitto. Il suo nonno materno, Giovanni Battista Ricci Gramitto, e tra
gli esponenti di spicco della rivoluzione siciliana e, escluso dall'amnistia al
ritorno del Borbone, fuggito in esilio a Malta dove muore. Il bonno paterno,
Andrea Pirandello, e un armatore e ricco uomo d'affari di Pra', ora quartiere
di Genova. La famiglia vive in una situazione economica agiata, grazie al
commercio e all'estrazione dello zolfo. La sua infanzia e serena ma, come
lui stesso racconta, caratterizzata anche dalla difficoltà di comunicare con
gli adulti e in specie con i suoi genitori, in modo particolare con il padre.
Questo lo stimola ad affinare le sue capacità espressive e a studiare il modo
di comportarsi degli altri per cercare di corrispondervi al meglio. Fin
da ragazzo soffre d'insonnia e dorme abitualmente solo tre ore per notte. E molto
devoto alla Chiesa cattolica grazie all'influenza che ebbe su lui una domestica
di famiglia, che lo avvicinò alle pratiche religiose, ma inculcandogli anche
credenze superstiziose fino a convincerlo della paurosa presenza degli spiriti.
La chiesa e i riti della confessione religiosa gli permettevano diaccostarsi ad
un'esperienza di misticismo, che cercherà di raggiungere in tutta la sua
esistenza. Si allontanò dalle pratiche religiose per un avvenimento
apparentemente di poco conto: un prete aveva truccato un'estrazione a sorte per
far vincere un'immagine sacra al giovane Luigi; questi rimase così deluso dal
comportamento inaspettatamente scorretto del sacerdote che non volle più avere
a che fare con la Chiesa, praticando una religiosità del tutto diversa da
quella ortodossa. Dopo l’istruzione elementare impartitagli privatamente,
fu iscritto dal padre alla regia scuola tecnica di Girgenti, ma durante
un’estate preparò, all’insaputa del padre, il passaggio agli studi classici. In
seguito a un dissesto economico, la famiglia si trasfere a Palermo. Frequenta
il regio ginnasio Vittorio Emanuele II e dove rimase anche dopo il rientro dei
suoi a Porto Empedocle. Si appassiona subito alla letteratura. Scrive “Barbaro",
andata perduta. Aiuta il padre nel commercio dello zolfo, e puo conoscere
direttamente il mondo degl’operai nelle miniere e quello dei facchini delle
banchine del porto mercantile. Studia a Palermo e Roma. Studia filologia sotto
Monaci. Studia Bücheler, Usener e
Förster. Scrive “Foni ed evoluzione fonetica del dialetto della
provincia di Girgenti.” Si trasfere a Roma, dove poté mantenersi grazie agli
assegni mensili inviati dal padre. Qui conobbe L. Capuana che lo aiutò molto a
farsi strada nel mondo letterario e che gli aprì le porte dei salotti
intellettuali dove ebbe modo di conoscere giornalisti, scrittori, artisti e
critici. Un allagamento e una frana nella miniera di zolfo di Aragona di
proprietà del padre, nella quale era stata investita parte della dote di
Antonietta, e da cui anche Pirandello e la sua famiglia traevano un notevole
sostentamento, li ridusse sul lastrico. Questo avvenimento accrebbe il
disagio mentale, già manifestatosi, della moglie di P., Antonietta. Ella era
sempre più spesso soggetta a crisi isteriche, causate anche dalla gelosia, a
causa delle quali o lei rientrava dai genitori, o Pirandello era costretto a
lasciare la casa. La malattia prese la forma di una gelosia delirante e paranoica,
che la porta a scagliarsi contro tutte le donne che parlassero col marito, o
che lei pensava che volessero avere un qualche tipo di rapporto con lui;
perfino la figlia Lietta susciterà la sua gelosia, e a causa del comportamento
della madre tenterà il suicidio e poi se ne andrà di casa. La chiamata alle
armi di Stefano nella Grande Guerra peggiorò ulteriormente la sua situazione
mentale. Solo diversi anni dopo, egli, ormai disperato, acconsentì che
Antonietta fosse ricoverata in un ospedale psichiatrico. Morirà in una clinica
per malattie mentali di Roma, sulla via Nomentana. La malattia della moglie lo porta
ad approfondire, portandolo ad
avvicinarsi alle nuove teorie sulla psicoanalisi di Freud, lo studio dei
meccanismi della mente e ad analizzare il comportamento sociale nei confronti
della malattia mentale. Spinto dalle ristrettezze economiche e dallo
scarso successo delle sue prime opere letterarie, e avendo come unico impiego
fisso una cattedra di stilistica dove impartire lezioni private di italiano e
di tedesco, dedicandosi anche intensamente al suo lavoro letterario. Inizia
anche una collaborazione con il Corriere della Sera. Il suo primo grande
successo fu merito del romanzo Il fu Mattia Pascal, scritto nelle notti di
veglia alla moglie paralizzata alle gambe. La critica non diede subito al
romanzo il successo che invece ebbe tra il pubblico. Numerosi critici non
seppero cogliere il carattere di novità del romanzo, come d'altronde di altre
opere di P.. Perché P. arrivasse al successo si dovette aspettare a quando
si dedica totalmente al teatro. Lo scrittore siciliano aveva rinunciato a
scrivere opere teatrali, quando l'amico N. Martoglio gli chiese di mandare in
scena nel suo Minimo presso il
Metastasio di Roma alcuni suoi lavori: Lumie di Sicilia e l'Epilogo. Acconsente
e la rappresentazione dei due atti unici ebbe un discreto successo. Tramite i
buoni uffici del suo amico Martoglio anche A. Musco volle cimentarsi con il
teatro pirandelliano: Pirandello tradusse per lui in siciliano Lumie di
Sicilia, rappresentato con grande successo al Pacini di Catania. Cominciò da
questa data la collaborazione con Musco che incominciò a guastarsi dopo
qualche tempo per la diversità di opinioni sulla messa in scena di Musco della
commedia Liolà nel novembre al teatro Argentina di Roma: «Gravi dissensi» di cui
Pirandello scrive al figlio Stefano. La guerra fu un'esperienza dura per
Pirandello; il figlio venne infatti imprigionato dagli austriaci, e, una volta
rilasciato, ritorna in Italia gravemente malato e con i postumi di una ferita.
Durante la guerra, inoltre, le condizioni psichiche della moglie si aggravarono
al punto da rendere inevitabile il ricovero in manicomio dove rimase fino alla
morte. Dopo la guerra, lo scrittore si immerse in un lavoro frenetico,
dedicandosi soprattutto al teatro. Fonda la Compagnia del Teatro d'Arte di Roma
con due grandissimi interpreti dell'arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero
Ruggeri. Con questa compagnia cominciò a viaggiare per il mondo: le sue
commedie vennero rappresentate anche nei teatri di Broadway. Nel giro di
un decennio arrivò ad essere il drammaturgo di maggior fama nel mondo, come
testimonia il premio Nobel per la letteratura ricevuto per il suo ardito e
ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale. Degno di nota fu lo
stretto rapporto con Abba, sua musa ispiratrice, della quale Pirandello,
secondo molti biografi e conoscenti, era innamorato forse solamente in maniera
platonica. Molte delle opere pirandelliane cominciavano intanto ad essere
trasposte al cinema. Pirandello andava spesso ad assistere alla lavorazione dei
film; andò anche negli Stati Uniti d'America, dove famosi attori e attrici di
Hollywood, come Garbo, interpretavano i suoi soggetti. Nell'ultimo di questi
viaggi andò a trovare, su invito, Einstein a Princeton. In una conferenza
stampa difese con veemenza la politica estera del FASCISMO, con la guerra
d'Etiopia, accusando i giornalisti statunitensi di ipocrisia, citando il
colonialismo contro i nativi americani. Pirandello e la politica: l'adesione al
fascismo. Non aveva mai preso specifiche posizioni politiche, tranne
l'ammirazione per il patriottismo garibaldino di famiglia, unica certezza in
un'epoca di crisi. La sua idea politica di fondo e legata principalmente a
questo patriottismo risorgimentale. Una sua lettera apparsa sul Giornale di
Sicilia testimonia gli ideali patriottici della famiglia, proprio nei primi
mesi dallo scoppio della Grande Guerra durante la quale il figlio e fatto
prigioniero dagli austriaci e rinchiuso, per la maggior parte della prigionia,
nel campo di concentramento di Pian di Boemia, presso Mauthausen. Non riuscì a
far liberare il figlio malato neppure con l'intervento di Benedetto XV. Nella
sua vita condivise alcune delle idee dei giovani fasci siciliani e del
socialismo; ne I vecchi e i giovani si nota come la sua idea politica e stata
oscurata dalla riflessione umoristica. Per Pirandello, i siciliani hanno subìto
le peggiori ingiustizie dai vari governi italiani -- è questa l'unica idea
forte che ci presenta. Nella prima guerra mondiale e un interventista,
anche se avrebbe preferito che il figlio non partecipasse in prima linea alla
guerra, cosa che invece fa, arruolandosi volontario immediatamente e rimanendo
ferito e prigioniero degli austriaci, situazione che e estremamente angosciosa
per lo scrittore. Nel primo dopoguerra non adere subito ai fasci di
combattimento, tuttavia pochi anni dopo esplicita l'adesione al fascismo, ormai
istituzionalizzato. E ricevuto da Mussolini a Palazzo Chigi. Chiese
l'iscrizione al partito fascista inviando un telegramma a Mussolini, pubblicato
subito dall'agenzia Stefani. Eccellenza, sento che questo è per me il momento
più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se
l'E.V. mi stima degno di entrare nel partito nazionale fascista, pregerò come
massimo onore tenermi il posto del più umile e obbediente gregario. Con
devozione intera. Il telegramma arriva in un momento di grande difficoltà per
il presidente del consiglio dopo il ritrovamento del corpo di Matteotti. Per la
sua adesione al fascismo e duramente attaccato da alcuni intellettuali e
politici fra cui il deputato liberale G. Amendola che in un a saggio arriva a
dargli dell'accattone che voleva a tutti i costi divenir senatore del Regno. Pur
non ritrovandosi caratterialmente con Mussolini e molti gerarchi, che ritiene
persone troppo rozze e volgari, oltre che poco interessati al teatro, non
rinnega mai la sua adesione al fascismo, motivata tra le altre cose da una
profonda sfiducia nei regimi social-democratici, così come non si interessa mai
del marxismo, solo ne “I vecchi e i giovani” mostra un leggero interesse per il
socialismo -- regimi nei quali si andano trasformando la democrazia liberale,
che ritene a loro volta corrotta, portando ad esempio gli scandali dell'età
giolittiana e il trasformismo. Pova inoltre un deciso disprezzo per la classe
politica che avrebbe voluto vedere, nichilisticamente, cancellata dalla vita
del Paese, e una forte sfiducia verso la massa caotica del popolo, che anda istruita
e guidata da una sorta di monarca illuminato. E tra i firmatari del Manifesto redatto
da GENTILE. La sua adesione al FASCISMO e per molti imprevista e sorprende anche
i suoi più stretti amici. Sostanzialmente egli, per un certo conservatorismo
che comunque ha, guarda al duce come ri-organizzatore della società. Un'altra
motivazione addotta per spiegare tale scelta politica è che il fascismo lo
riconduce all’ideale patriottico ri-sorgimentale di cui e convinto sostenitore,
anche per le radici garibaldine del padre. Vede nelli una idea originale, che
dove rappresentare la forma dell'Italia destinata a divenire modello. Puo apparire
un punto di contatto colli fasci il sostenuto relativismo filosofico di
entrambi. Ben diverso pero è il relativismo morale dei fasci, fondato sull'attivismo
e il suo relativismo esistenziale che si richiama allo scetticismo razionale. Si
fa interprete di un relativismo pessimistico, angosciato, negatore di ogni
certezza, incompatibile con l'ansia attivistica o il relativismo ottimistico
dei fasci Sempre nel solco di Amendola e dei critici anti-fascisti vi è anche
un commento più pragmatico alla sua iscrizione al Partito fascista, la quale
avrebbe avuto origine nel suo ricercare finanziamenti per la creazione della
sua compagnia di teatro, che ha così il sostegno del regime e le relative
sovvenzioni. Il governo fascista, pero, perfino dopo il Nobel, gli prefiere
sempre Annunzio e Deledda, anche lei vincitrice del premio, come letterati
ideali del regime. Ha molta difficoltà a re-perire i fondi statali, che
Mussolini spesso non vuole concedergli. Non sono infrequenti suoi scontri
violenti con autorità fasciste e dichiarazioni aperte di a-politicità. Sono a-politic.
Mi sento soltanto uomo sulla terra. E, come tale, molto semplice e parco. Se
vuole potrei aggiungere casto. Clamorosoe il gesto narrato da C. Alvaro in cui a Roma
strappa la sua tessera del suo fascio davanti agli occhi esterrefatti del
Segretario Nazionale. Nonostante ciò, una rottura aperta col fascismo non
si onsume mai. Si conclude senza troppa fortuna l'esperienza del Teatro
d'Arte. Dopo lo scioglimento, in tacita polemica con il regime fascista che a
suo avviso era troppo parco di sostegno ai suoi progetti teatrali, si ritira. Forse
a parziale compensazione di questo mancato sostegno, e uno dei primi trenta accademici,
nominati direttamente da Mussolini, della neo costituita Reale Accademia
d'Italia – i reali italiani! In nome del suo ideale patriottico, partecipa
alla raccolta dell'oro per la patria donando la medaglia del premio Nobel. Questa
scelta di adesione ai fasci è stata spesso sia minimizzata sia accentuata dalla
critica. L’ideologia fascista non ha mai parte nella sua vita o nel suo teatro,
abbastanza avulse della realtà politica, così che non fu in grado di vedere e
giudicare la violenza dei fasci. Il contenuto anarchico, corrosivo, pessimista
e quasi sempre anti-sistema del suo teatro e guardato con sospetto da molti
uomini del partito. Non lo considerano una vera "arte fascista". La
critica non lo esalta, spesso considerando il suo teatro non conformi all’ideale
fascista. Vi si vede una certa insistenza e considerazione della borghesia
altolocata che i fasci condanno come corrotta e decadente. Gl’arzigogoli
filosofici dei personaggi dei suoi drammi borghesi sono considerati quanto di
più lontano dall'attivismo fascista. Anche dopo l'attribuzione del Nobel
parecchi teatro e accusato dalla stampa di regime di disfattismo tanto che
anche fine tra i controllati speciali dell'OVRA. Nonostante i suoi elogi al
capo del governo, il Duce fa sequestrare l'opera “La favola del figlio” cambiato,
per alcune scene ritenute non consone, impedendone le repliche. A lui e imposta,
per contrasto, la regia dell'opera dannunziana La figlia di Jorio! Le sue volontà
testamentarie, che negavano ogni funerale e celebrazione, metteranno in
imbarazzo i fascisti e lo stesso Mussolini, che ordina così alla stampa che non
ci fanno troppe celebrazioni sui quotidiani, ma che ne fanno data solo la
notizia, come di un semplice fatto di cronaca. Il rifugio di Soriano nel Cimino
ama trascorrere ampi periodi dell'anno nella quiete di Soriano nel Cimino, un'amena
e bella cittadina ricca di monumenti storici e immersa nei boschi del Monte
Cimino. In particolare rimase
affascinato dalla maestosità e dalla quiete di uno stupendo castagneto situato
nella località di "Pian della Britta", a cui volle dedicare
un'omonima poesia, che oggi è scolpita su una lapide di marmo posta proprio in
tale località. Ambienta a Soriano nel Cimino (citando luoghi, località e
personaggi realmente esistiti) anche due tra le sue più celebri novelle Rondone
e Rondinella e Tomassino ed il filo d'erba. A Soriano nel Cimino, è rimasto
vivo ancora oggi il suo ricordo a cui sono dedicati monumenti, lapidi e
strade. Frequenta anche Arsoli per molti anni, soprattutto durante i
periodi estivi, dove amava dissetarsi con una gassosa nell'allora bar Altieri
in piazza Valeria. Il suo amore per il paese si ritrova nella definizione che
egli stesso diede ad Arsoli chiamandola La piccola Parigi. Appassionato di
cinematografia, mentre assiste a Cinecittà alle riprese di un film tratto dal
suo romanzo Il fu Mattia Pascal, si ammala di polmonite. Ha già subito due
attacchi di cuore. Il suo corpo, ormai segnato dal tempo e dagli avvenimenti
della vita, non sopporta oltre. Al medico che tenta di curarlo, disse. Non
abbia tanta paura delle parole, professore, questo si chiama morire. La malattia
si aggrava e muore. Per lui il regime fascista vuole esequie di stato. Viene nvece
rispettate le sue volontà espresse nel testamento. Carro d'infima classe,
quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni -- né parenti né amici. Il
carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. Per sua volontà il corpo,
senza alcuna cerimonia, e cremato, per evitare postume consacrazioni
cimiteriali e monumentali. Le sue ceneri furono deposte in una preziosa anfora
greca già di sua proprietà e tumulate nel cimitero del Verano. Camilleri e
altri quattro dettero il via a un lento e travagliato adempimento delle sue
ultime volontà (in caso non fosse stato possibile lo spargimento). Far
seppellire le ceneri nel giardino della villa di contrada Caos, dove e nato. Ambrosini
trasporta l'anfora in treno, chiusa in una cassetta di legno. A Palermo il
corteo funebre venne però bloccato dal vescovo di Agrigento Peruzzo. Camilleri
si reca al vescovo, che rimase inamovibile. Propose allora con successo l'idea
di inserire l'anfora in una bara, che venne appositamente affittata. Il corteo,
per un breve tratto a piedi e poi a bordo di una littorina, giunse a Girgenti. Dopo
una cerimonia religiosa, l'anfora con le ceneri e estratta dalla bara e riposta
nel Museo Civico di Agrigento, in attesa della costruzione di un monumento nel
giardino della villa. Solo dopo parecchi anni dalla morte, realizzata una scultura
monolitica di R. Mazzacurati, artista vincitore del concorso indetto,
costituita principalmente da una grossa pietra non lavorata, le ceneri vennero
portate nel giardino e versate in un cilindro di rame inserito nel terreno, che
venne chiuso da una pietra sigillata con del cemento. Una parte rimanente
delle ceneri, trovata anni dopo attaccata ai lati interni dell'anfora, non
essendo più contenibile nel cilindro ri-colmo e ri-aperto per l'occasione,
venne dispersa, rispettando il desiderio originario di lui stesso. Davanti agli
occhi di una bestia crolla come un castello di carte qualunque sistema
filosofico. (L. Pirandello, dai Foglietti). E convinto che qualunque filosofia e
fallita di fronte all'insondabilità dell'uomo quando in lui prevale la bestia
-- l'aspetto animalesco e irrazionale. La sua e una teoria della pluralità
dell'io. Pubblica i saggi “Arte e Scienza” e “L'umorismo” -- caratterizzati da
un'esposizione di stile colloquiale, molto lontana dal consueto discorso
filosofico. I due saggi sono espressione di un'unica identita artistica ed
esistenziale che ha coinvolto lo scrittore siciliano che vede come centrale
proprio la poetica dell'umorismo. In “L'umorismo” confluiscono idee, brani di
scritti e appunti precedenti. Sue varie chiose e annotazioni a L'indole e il
riso di Pulci di A. Momigliano e parti dell'articolo di Cantoni nella «Nuova
Antologia». Il suo umorismo si inserisce in un rigoglioso e più che secolare
campo di meditazione e ricerca sull'omonimo tema; e rappresenta il momento ri-epilogativo
probabilmente più soddisfacente di una serie di acquisizioni teoriche che la
cultura ha chiare e consolidate . Bisogna infatti aspettare il saggio di Genovese,
“Il Comico, l’Umore e la Fantasia o Teoria del Riso come Introduzione all’Estetica”
(Bocca, Torino) per avere un saggio di ampia informazione e documentazione, di
solido spessore speculative pur nell'ispirazione idealistica da cui prende le
mosse. Tecnicamente persuasivo, insomma, e con ben altre fondamenta teoretiche,
praltro, in un panorama di non rara fossilizzazione culturale, va detto che
l'opera di Genovese è stata appaiata forse soltanto dal coraggioso saggio, e
Homo ridens. Estetica, Filologia, Psicologia, Storia del Comico” (Firenze,
Olsckhi). Distingue il comico dall'umoristico. Il comico e definito come avvertimento
del contrario, nasce dal contrasto tra l'apparenza e la realtà. Vedo una
vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile
manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi
metto a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario
di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta
e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto
un "avvertimento del contrario. L'umorismo, il "sentimento del
contrario", invece nasce da una considerazione meno superficiale della
situazione. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che
quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un
pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente,
s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a
trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non
posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me,
mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro. Da
quel primo *avvertimento* del *contrario* mi ha fatto passare a questo *sentimento*
del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico. Quindi,
mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la
situazione *evidentemente contraria* a quella che dovrebbe normalmente essere,
l'umoristico nasce da una più ponderata ri-flessione che genera compassione e
un sorriso di comprensione. Nell'umoristico c'è il senso di un *comune sentimento*
della fragilità dell’uomo da cui nasce un compatimento per la debolezze dell’altro
che e anche la propria. L'umoristico è meno spietato del comico che giudica in
maniera immediata. Non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci
fa ridere adesso ci fa tutt'al più sorridere, o piantare. La filosofia dell'umoristico in nasce già quando pubblica
le due premesse de Il fu Mattia Pascal dove richiamandosi al “Copernico” di
Leopardi riprende l'ironia che attribusce l’eliocentrismo alla pigrizia del sole
stanco di girare attorno ai pianeti. Si vede una notazione dell’umoristico
nella contrapposizione di due sentimenti opposti. Dopo l’accettazione
dell’eliocentrismo, i terrestri accetano di essere una parte infinitesimale
dell'universo e nello stesso tempo la sua capacità di
compenetrarsene. L'analisi dell'identità condotta da lui lo porta a formulare
la teoria della crisi dell'io. Il nostro spirito consiste di frammenti, o
meglio, di elementi distinti, più o meno in rapporto tra loro, i quali si
possono disgregare e ricomporre in un nuovo aggregamento, così che ne risulti
una nuova personalità, che pur fuori dalla coscienza dell'io normale, ha una
propria coscienza a parte, indipendente, la quale si manifesta viva e in atto,
oscurandosi la coscienza normale, o anche coesistendo con questa, nei casi di
vero e proprio sdoppiamento dell'io. Talché veramente può dirsi che due persone
vivono, agiscono a un tempo, ciascuna per proprio conto, nel medesimo
individuo. Con gli elementi del nostro io noi possiamo perciò comporre,
costruire in noi stessi altri individui, altri esseri con propria coscienza,
con propria intelligenza, vivi e in atto. Paradossalmente, il solo modo per
recuperare la propria identità è la follia, tema centrale in molte opere, come
l'Enrico IV o come Il berretto a sonagli, nel quale inserisce addirittura una
ricetta per la pazzia: dire sempre la verità, la nuda, cruda e tagliente
verità, infischiandosene dei riguardi, delle maniere, delle ipocrisie e delle
convenzioni sociali. Questo comportamento porta presto all'isolamento da parte
della società e, agli occhi degli altri, alla pazzia. Abbandonando le
convenzioni sociali e morali l'uomo può ascoltare la propria interiorità e
vivere nel mondo secondo le proprie leggi, cala la maschera e percepisce se
stesso e l’altro senza dover creare un personaggio, è semplicemente “persona”. Esemplare
di tale concezione è l'evoluzione di Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno,
nessuno e centomila. Ancora sulla crisi dell'identità del singolo
impotente con la sua razionalità di fronte al mistero universale che lo
circonda, in Il fu Mattia Pascal, espone metaforicamente la sua filosofia del
lanternino, tramite il monologo che il personaggio di Anselmo Paleari rivolge
al protagonista Mattia Pascal, in cui la piccola lampada rappresenta il
sentimento umano, che non riesce ad alimentarsi se non tramite le illusioni di
fede e ideologie varie ("i lanternoni"), ma che altrimenti provoca
l'angoscia del buio che lo circonda all'uomo, l'animale che ha il triste privilegio
di "sentirsi vivere. Nella lanternisofia, il lanternino che proietta tutto
intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l'ombra
nera, l'ombra paurosa che non esisterebbe se il lanternino non fosse acceso in
noi, ma che noi purtroppo dobbiamo credere vera, fintanto ch'esso si mantiene vivo
in noi. Spento alla fine da un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il
giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé
dell'Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione? (Il fu
Mattia Pascal, Il lanternino) La sua sfiducia verso la fede religiosa
tradizionale lo porta ad accentuare così il proprio vuoto spirituale, che cercò
di riempire, come il citato personaggio del Paleari, con l'interesse personale
verso l'occultismo, la teosofia e lo spiritismo, che tuttavia non gli daranno
la serenità esistenziale. Il contrasto tra vita e forma Luigi Pirandello svolge
una ricerca inesausta sull'identità della persona nei suoi aspetti più
profondi, dai quali dipendono sia la concezione che ogni persona ha di sé, sia
le relazioni che intrattiene con gli altri. Influenzato dalla filosofia
irrazionalistica di fine secolo, in particolare di Bergson, Pirandello ritiene
che l'universo sia in continuo divenire e che la vita sia dominata da una
mobilità inesauribile e infinita. L'uomo è in balia di questo flusso dominato
dal caso, ma a differenza degli altri esseri viventi tenta, inutilmente, di
opporsi costruendo forme fisse, nelle quali potersi riconoscere, ma che
finiscono con il legarlo a maschere in cui non può mai riconoscersi o alle
quali è costretto a identificarsi per dare comunque un senso alla propria
esistenza. Se l'essenza della vita è il flusso continuo, il perenne divenire,
quindi fissare il flusso equivale a non vivere, poiché è impossibile fissare la
vita in un unico punto. Questa dicotomia tra vita e forma, accompagnerà
l'autore in tutta la sua produzione evidenziando la sconfitta dell'uomo di
fronte alla società, dovuta all'impossibilità di fuggire alle convenzioni di
quest'ultima se non con la follia. Solo il folle, che pure è una figura
sofferente ed emarginata, riesce talvolta a liberarsi dalla maschera, e in
questo caso può avere un'esistenza autentica e vera, che resta impossibile agli
altri in quanto non è fattibile denudare la maschera o le maschere, la propria
identità (Maschere nude è infatti il titolo della raccolta delle sue opere
teatrali). Questa riflessione, che si rispecchia nelle varie opere con accenti
ora lievi ora gravi e tragici, è stata, ad opera soprattutto dello studioso
Adriano Tilgher, interpretata come un sistema filosofico basato sul contrasto
tra la Vita e la Forma, che talvolta ha fatto esprimere alla critica un
giudizio negativo delle ultime opere precedenti al "teatro dei miti",
accusate a volte di "pirandellismo", cioè di riproporre sempre lo
stesso schema di lettura. Il relativismo psicologico o conoscitivo «La verità?
è solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola Ah! E la seconda
moglie del signor Ponza Oh! E come? Sì; e per me nessuna! nessuna! Ah, no, per
sé, lei, signora: sarà l'una o l'altra! Nossignori. Per me, io sono colei che
mi si crede. Ed ecco, o signori, come parla la verità. -- Dialogo finale di
Così è (se vi pare)). Dal contrasto tra la vita e la forma nasce il relativismo
psicologico che si esprime in due sensi: orizzontale, ovvero nel rapporto inter-personale,
e verticale, ovvero nel rapporto che una persona ha con se stessa. Gl’uomini
nascono liberi ma il caso interviene nella loro vita precludendo ogni loro
scelta. L’uomo nasce in una società pre-costituita dove ad ognuno viene
assegnata una parte secondo la quale deve comportarsi. Ciascuno è
obbligato a seguire il ruolo e le regole che la società impone, anche se l'io
vorrebbe manifestarsi in modo diverso. Solo per l'intervento del caso può
accadere di liberarsi di una forma per assumerne un'altra, dalla quale non sarà
più possibile liberarsi per tornare indietro, come accade al protagonista de Il
fu Mattia Pascal. L'uomo dunque non può capire né l’altro né tanto meno
se stesso, poiché ognuno vive portando consapevolmente o, più spesso,
inconsapevolmente, una maschera dietro la quale si agita una moltitudine di
personalità diverse e inconoscibili. Queste riflessioni trovano la più
esplicita manifestazione narrativa nel romanzo Uno, nessuno e centomila. Uno
perché ogni persona crede di essere un individuo unico con caratteristiche
particolari. Centomila perché l'uomo ha, dietro la maschera, tante personalità
quante sono le persone che ci giudicano. Nessuno perché, paradossalmente, se
l'uomo ha centomila personalità diverse, invero, è come se non ne possedesse
nessuna, nel continuo cambiare non è capace di fermarsi nel suo io". Il
relativismo conoscitivo e psicologico su cui si basa la sua filosofia si
scontra con il conseguente problema dell'incomunicabilità tra i siciliani. Ogni
personaggio siciliano ha un proprio modo di vedere la realtà. Non esiste
un'unica realtà oggettiva, ma tante realtà quante sono i siciliani che credono
di possederla. Dunque, ognuno ha una propria verità. Questa incomunicabilità
produce quindi un sentimento di solitudine ed esclusione dalla società e
persino da se stesso. Proprio la crisi e frammentazione dell'io interiore crea un
altr’ io diverso e discordante. L’io consiste di frammenti che ci fanno
scoprire di essere -- uno, nessuno – molti -- centomila --. Il personaggio come
il Vitangelo Moscarda di “Uno, nessuno e – molti centomila e i protagonisti
della commedia ‘a fare’, “Sei personaggi in cerca di autore” di conseguenza
avverte un sentimento di “estraneità” –
alienazione o alterita – strano – etimologia -- dalla vita che lo fa sentire
forestiero della vita, nonostante la continua ricerca di un senso
dell'esistenza e di un'identificazione di un proprio ruolo, che vada oltre la
maschera, o le diverse e innumerevoli maschere, con cui si presentano al
cospetto della società o delle persone più vicine. Il peronaggio accetta
la maschera, che lui stesso ha messo o con cui gl’altro tende a identificarlo. Prova
ommessamente a mostrarsi per quello che lui crede di essere. Incapace di
ribellarsi, pero, o deluso dopo l'esperienza di vedersi attribuita una nuova
maschera, si rassegna. Il personaggio vive nell'infelicità, con la coscienza
della frattura tra la vita che vorrebbe vivere e quella che laltro lo fa vivere
per come esso lo vede. Il personaggio accetta alla fine passivamente il ruolo
da recitare che lui si attribuisce sulla scena dell'esistenza. Questa è la
reazione tipica del personaggio più deboli come si può vedere nel romanzo “Il fu
Mattia Pascal”. Il soggetto non si rassegna alla sua maschera. Accetta pero il
suo ruolo con un atteggiamento ironico, aggressivo o umoristico. Ne fanno
esempio varie opere come: Pensaci Giacomino, Il giuoco delle parti e La
patente. Rosario Chiàrchiaro è un uomo cupo, vestito sempre in nero che si è
fatto involontariamente la nomea di iettatore e per questo è sfuggito da tutti
ed è rimasto senza lavoro. Il presunto iettatore non accetta l'identità che gl’altro
gli ha attribuito ma comunque se ne serve. Va dal giudice e, poiché tutti sono
convinti che sia un menagramo, pretende la patente di iettatore autorizzato. In
questo modo ha un lavoro: chi vuole evitare le disgrazie che promanano da lui
dovrà pagare per allontanarlo. La maschera rimane – ma almeno se ne ricava un
vantaggio. L'uomo, accortosi del relativismo, si rende conto che l'immagine che
di sé non corrisponde in realtà a quella che l’altro ha di lui e cerca in ogni
modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io. Vuole togliersi la
maschera che gli è stata imposta e reagisce con disperazione. Non riesce a
strapparsela e allora se è così che lo vuole il mondo, egli e quello che l’altro
credono di percipere in lui e non si ferma nel mantenere questo suo
atteggiamento sino all’ultima e drammatica conseguenza. Si chiude in una
solitudine disperata che lo porta al dramma, alla pazzia o al suicidio. Da tale
sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nasce la voluta follia. La follia è
lo strumento di contestazione per eccellenza della forma fasulla della vita
sociale, l'arma che fa esplodere la convenzione e il rituale, riducendoli
all'assurdo e rivelandone l'inconsistenza. Solo e unico modo per vivere,
per trovare l’io, è quello di accettare il fatto di non avere un'identità, ma
solo frammenti -- e quindi di non essere uno ma nessuno -- accettare
l'alienazione completa da se stesso. Tuttavia il colletivo non accetta il
relativismo. Il soggeto chi accetta il relativismo viene ritenuto pazzo dal
colletivo. Esemplari sono i personaggi dei drammi Enrico IV, dei Sei personaggi
in cerca d'autore, o di Uno, nessuno e centomila. Divenne famoso proprio
grazie al teatro che chiama “teatro dello specchio”, perché in esso viene
raffigurata la vita vera, quella nuda, amara, senza la maschera dell'ipocrisia
e delle convenienze sociali, di modo che lo spettatore si guardi come in uno
specchio così come realmente è, e diventi migliore. Dalla critica viene
definito come uno dei grandi drammaturghi. Scrive moltissime opera, alcune
delle quali rielaborazioni delle sue stesse novelle, che vengono divise in base
alla fase di maturazione dell'autore: Prima faseIl teatro siciliano
Seconda faseIl teatro umoristico/grottesco Terza fase Il teatro nel teatro
(meta-teatro) Quarta fase Il teatro dei miti. Generalmente si attribuisce il
suo interesse per il teatro agli anni della maturità, ma alcuni precedenti
mostrano come tale convinzione necessiti di una rivalutazione. Compose alcuni
lavori teatrali, andati perduti poiché da lui stesso bruciati (tra gli altri,
il copione de Gli uccelli dell'alto). In una lettera alla famiglia, si legge. Oh, il teatro
drammatico! Io lo conquisterò. Io non posso penetrarvi senza provare una viva
emozione, senza provare una sensazione strana, un eccitamento del sangue per
tutte le vene. Quell'aria pesante chi vi si respira, m'ubriaca: e sempre a metà
della rappresentazione io mi sento preso dalla febbre, e brucio. È la vecchia
passione chi mi vi trascina, e non vi entro mai solo, ma sempre accompagnato
dai fantasmi della mia mente, persone che si agitano in un centro d'azione, non
ancora fermato, uomini e donne da dramma e da commedia, viventi nel mio
cervello, e che vorrebbero d'un subito saltare sul palcoscenico. Spesso mi
accade di non vedere e di non ascoltare quello che veramente si rappresenta, ma
di vedere e ascoltare le scene che sono nella mia mente: è una strana
allucinazione che svanisce ad ogni scoppio di applausi, e che potrebbe farmi
ammattire dietro uno scoppio di fischi! -- da una lettera ai familiari. È in
questa dimensione che si parla di teatro mentale: lo spettacolo non è subito
passivamente ma serve come pretesto per dar voce ai "fantasmi" che
popolano la mente dell'autore (nella prefazione ai Sei personaggi in cerca
d'autore Pirandello chiarirà di come la Fantasia prenda possesso della sua mente
per presentargli personaggi che vogliono vivere, senza che lui li
cerchi). In un'altra missiva, spedita da Roma, sostiene che la scena
italiana gli appare decaduta: «Vado spesso in teatro, e mi diverto e me
la rido in veder la scena italiana caduta tanto in basso, e fatta sgualdrinella
isterica e noiosa -- da una lettera ai familiari. La delusione per non essere
riuscito a far rappresentare i primi lavori lo distoglie inizialmente dal
teatro, facendolo concentrare sulla produzione novellistica e romanziera.
Pubblica l'importante saggio Illustratori, attori, traduttori dove esprime le
sue idee, ancora negative, sull'esecuzione del lavoro dell'attore nel lavoro
teatrale: questi è infatti visto come un mero traduttore dell'idea
drammaturgica dell'autore, il quale trova dunque un filtro al messaggio che
intende comunicare al pubblico. Il teatro viene poi definito da P. come un'arte
"impossibile", perché "patisce le condizioni del suo specifico
anfibio":: un tradimento della scrittura teatrale, che ha di contro
"il cattivo regime dei mezzi rappresentativi, appartenenti alla dimensione
adultera dell'eco. È in questo momento che Pirandello si distacca dalla
lezione positivista e, presa diretta coscienza dell'impossibilità della
rappresentazione scenica del "vero" oggettivo, ricerca nella
produzione drammaturgica di scavare l'essenza delle cose per scoprire una
verità altra (come è spiegato nel saggio L'Umorismo con il sentimento del contrario).
Fondò la compagnia del Teatro d'Arte di Roma con sede al Teatro Odescalchi con
la collaborazione di altri artisti: il figlio S. Pirandello, O. Vergani, C.
Argentieri, A. Beltramelli, G. Cavicchioli, M. Celli, P. Cantarella, L.
Picasso, Renzo Rendi, M. Bontempelli e G. Prezzolini -- tra gli attori più
importanti della compagnia figurano Marta Abba, Lamberto Picasso, Maria Letizia
Celli, Ruggero Ruggeri. La compagnia, il cui primo allestimento risale con
Sagra del signore della nave dello stesso Pirandello e Gli dei della montagna
di Lord Dunsany, ebbe però vita breve: i gravosi costi degli allestimenti, che
non riuscivano ad essere coperti dagli introiti del teatro semivuoto costrinsero
il gruppo, dopo solo due mesi dalla nascita, a rinunciare alla sede del Teatro
Odescalchi. Per risparmiare sugli allestimenti la compagnia si produsse prima
in numerose tournée estere, poi fu costretta allo scioglimento definitivo,
avvenuto a Viareggio. Prima faseTeatro Siciliano Nella fase del Teatro
Siciliano P. è alle prime armi e ha ancora molto da imparare. Anch'essa come le
altre presenta varie caratteristiche di rilievo; alcuni testi sono stati
scritti interamente in lingua siciliana perché considerata dall'autore più viva
dell'italiano e capace di esprimere maggiore aderenza alla realtà. La
morsa e Lumìe di Sicilia Roma, Teatro Metastasio, Il dovere del medico, Roma,
Sala Umberto, La ragione degli altri, Milano, Teatro Manzoni, Cecè, Roma, Teatro Orfeo, Pensaci, Giacomino,
Roma, Teatro Nazionale, Liolà, Roma, Teatro Argentina, Seconda fase: Il teatro
umoristico/grottesco. Pirandello e Marta Abba Mano a mano che l'autore si
distacca da verismo e naturalismo, avvicinandosi al decadentismo si ha l'inizio
della seconda fase con il teatro umoristico. Presenta personaggi che incrinano
le certezze del mondo borghese: introducendo la versione relativistica della
realtà, rovesciando i modelli consueti di comportamento, intende esprimere la
dimensione autentica della vita al di là della maschera. Così è (se vi
pare), Milano, Teatro Olimpia, Il berretto a sonagli, Roma, Teatro Nazionale, La
giara, Roma, Teatro Nazionale, Il piacere dell'onestà (Torino, Carignano) La
patente, Torino, Alfieri, Ma non è una cosa seria, Livorno, Rossini, Il giuoco delle parti, Roma, Quirino, L'innesto,
Milano, Manzoni, L'uomo, la bestia e la virtù, Milano, Olimpia, Tutto per bene,
Roma, Quirino, Come prima, meglio di prima, Venezia, Goldoni, La signora Morli,
una e due, Roma, Argentina. Nella fase del teatro nel teatro le cose cambiano
radicalmente. Il teatro deve parlare anche agli occhi non solo alle orecchie, a
tal scopo ripristinerà una tecnica teatrale di Shakespeare, il palcoscenico
multiplo, in cui vi può per esempio essere una casa divisa in cui si vedono
varie scene fatte in varie stanze contemporaneamente. Inoltre il teatro nel
teatro fa sì che si assista al mondo che si trasforma sul palcoscenico. Abolisce
anche il concetto della quarta parete, cioè la parete trasparente che sta tra
attori e pubblico. In questa fase, infatti, tende a coinvolgere il pubblico che
non è più passivo ma che rispecchia la propria vita in quella agita dagli
attori sulla scena. Ha un incontro con Filippo. Conseguenza, oltre alla nascita di
un'amicizia e che Filippo sente come accadde in passato per lui, il bisogno di
allontanarsi dal regionalism dell'arte verista pur conservandone però le
tradizioni e le influenze. Incontra Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Sei
personaggi in cerca d'autore, Roma, Valle, Enrico IV, Milano, Manzoni, All'uscita,
Roma, Argentina, L'imbecille, Roma, Quirino, Vestire gli ignudi, Roma, Quirino,
L'uomo dal fiore in bocca, Roma, Degli Indipendenti, La vita che ti diedi, Roma,
Quirino, L'altro figlio, Roma, Nazionale, Ciascuno a suo modo, Milano, Dei Filodrammatici,
Sagra del signore della nave, Roma, Odescalchi, Diana e la Tuda, Milano, Eden, L'amica
delle mogli, Roma, Argentina, Bellavita, Milano, Eden, O di uno o di nessuno, Torino, di Torino, Come
tu mi vuoi, Milano, dei Filodrammatici; Questa sera si recita a soggetto,
Torino, di Torino, Trovarsi, Napoli, dei Fiorentini, Quando si è qualcuno,
Buenos Aires Odeón, La favola del figlio cambiato, Roma, Reale dell'Opera, Non
si sa come, Roma, Argentina, Sogno, ma forse no, Lisbona, Teatro Nacional. Alla
fase del teatro dei miti ase si assegnano solo tre opera. La nuova colonia
Lazzaro I giganti della montagna Romanzi Copertina de Il turno, Madella. Scrive sette romanzi: L'esclusa,
a puntate su La Tribuna (Milano, Treves); Il turno (Catania, Giannotta); l fu
Mattia Pascal, Roma, Nuova antologia. Suo marito, Firenze, Quattrini. (poi
Giustino Roncella nato Boggiolo, in Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, I
vecchi e i giovani, Milano, FTreves. Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze,
R. Bemporad et figlio. Uno, nessuno e centomila, Firenze, Bemporad; Novelle. Le
novelle sono considerate le opere più durature. I critici hanno cambiato tale
opinione ritenendo le opere teatrali più degne di essere ricordate. Fare
distinzione tra il contenuto di una novello o romanzo e un dramma è difficile. Molte novelle sono
state messe in opera a teatro. “Ciascuno a suo modo” deriva dal “Si gira”. “Liolà”
ha il tema preso da “Il fu Mattia Pascal”; “La nuova colonia” e presentata in “Suo
marito”. Analizzando le novelle si puo renderci conto che ciò che manca è una
delineazione tematica, una cornice. Sono presenti un crogiolo di personaggi ed
eventi. Il tempo in cui una novella e ambientata non è definito. Alcune si svolgono nell'epoca umbertina, poi
giolittiana e del dopo-giolitti. Diversamente accade nella novella siciliana. Iil
tempo non è fissato. E un tempo antico, di una società che non vuole cambiare e
che è rimasta ferma. I paesaggi della novellistica sono vari. Per quella detta
siciliana si ha spesso il tipico paesaggio rurale. In alcune si trova il tema
del contrasto tra le generazioni dovuto all'unità d'Italia. Altro ambiente
delle novelle è la Roma umbertina o giolittiana. Il protagonista e sempre
alla presa con il male di vivere, con il caso e con la morte. Non si trova mai
rappresentanti dell'alta borghesia, ma quelli che potrebbero essere i vicini
della porta accanto: il sarto, il balie, il professore, il piccolo proprietario
di negozi che ha una vita sconvolta dalla sorte e dal dramma familiare. Il personaggio
ci viene presentato così come appaie. E difficile trovare un'approfondita
analisi psicologica. La fisionomia e spesso eccentrica. Per il sentimento del
contrario, il personaggio ha un carattere *opposto* a come si presenta. I
personaggi conversano nel presentarsi per come essi *sentono* di essere. Ma
alla fine, e sempre preda del caso, che li farà apparire diverso e cambiato.
Novelle per un anno -- è uno dei più grandi scrittori di novelle, raccolte
dapprima nell'opera Amori senza amore. In seguito si dedica maggiormente per
tutta la sua vita, cercando di completarla, alla raccolta Novelle per un anno,
così intitolata perché il suo intento e quello di scrivere 365. Novelle per un
anno, Firenze, Bemporad; Milano, Mondadori); Scialle nero (Firenze, Bemporad); La
vita nuda, Firenze, Bemporad, La rallegrata, Firenze, Bemporad, L'uomo solo,
Firenze, Bemporad, La mosca, Firenze, Bemporad, In silenzio, Firenze, Bemporad,
VII, Tutt'e tre, Firenze, Bemporad, Dal naso al cielo, Firenze, Bemporad, IX,
Donna Mimma, Firenze, Bemporad); Il
vecchio Dio, Firenze, Bemporad, La giara,
Firenze, Bemporad, Il viaggio, Firenze, Bemporad, Candelora, Firenze, Bemporad,
Berecche e la guerra, Milano, Mondadori, Una giornata, Milano, Mondadori). Si
svolge la produzione letteraria di Pirandello meno conosciuta dal grande
pubblico, quella delle poesie che, contrariamente alla composizione teatrale,
non esprimono alcun tentativo di rinnovamento sperimentale estetico, e seguono
piuttosto le forme e i metri tradizionali della lirica classica, pur non
rimandando a nessuna delle correnti letterarie presenti al tempo dello
scrittore. Nell'antologia poetica Mal giocondo, pubblicata a Palermo, ma
la cui prima lirica risale quando P. aveva appena tredici anni, emerge uno dei
temi dell'ultima estetica pirandelliana del contrasto tra la serena classicità
del mito e l'ipocrisia e la immoralità sociale della contemporaneità. Sono presenti,
come nota lo stesso P., anche toni umoristici, specie quelli derivati dal suo
soggiorno a Roma. “Mal giocondo” (Palermo, Libreria Internazionale Pedone
Lauriel); Pasqua di Gea, Milano, Galli (dedicata a Schulz-Lander, di cui si
innamora a Bonn, con una chiara influenza della poesia di Carducci. Pier Gudrò,
Roma, Voghera, Elegie renane, Roma, Unione Cooperativa) -- il cui modello sono
le Elegie romane di Goethe); Elegie romane, traduzione di Goethe, Livorno,
Giusti, Zampogna, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, Scamandro, Roma,
Tipografia Roma, Fuori di chiave, Genova, Formiggini, Pirandello nel cinema
Inizialmente Pirandello non amava molto il cinema, considerato inferiore al
teatro, e questo interesse maturò lentamente, negli anni. Il rapporto tra P. e
il cinema fu complesso, ambiguo, conflittuale, a volte di totale rifiuto, altre
volte di grande curiosità. E fu certamente la curiosità per questa nuova
modalità di narrazione per immagini, che si era già strutturata come industria
cinematografica, che lo spinse a scrivere il romanzo Si gira, poi ripubblicato con
il titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore. In questo romanzo il suo
giudizio sul cinematografo è spietato sia quando teme che il pubblico abbandoni
i teatri per correre a vedere su uno schermo "larve evanescenti"
prodotte in maniera meccanica e fredda, sia quando descrive il mondo della
produzione cinematografica popolato di personaggi volgari impeg confezionare
prodotti commerciali per soddisfare il palato delle masse e gli interessi degli
uomini d'affari. Nello stesso tempo la struttura stessa del racconto letterario
e l'ipotesi, da lui stesso formulata, di trarne un film prefigurano un'idea di
linguaggio cinematografico di grande modernità: il film nel film. Momento
cruciale per la storia del cinema, nei primi decenni del suo sviluppo, fu
l'avvento del sonoro. Anche in questo caso ad un iniziale rifiuto seguì una
svolta significativa. In una lettera a Marta Abba, Pirandello scrisse. L'avvenire
dell'arte drammatica e anche degli scrittori di teatro è adesso là. Bisogna
orientarsi verso una nuova espressione d'arte: il film parlato. Ero contrario,
mi sono ricreduto" Pirandello sul set de Il fu Mattia Pascal con Pierre
Blanchar e Isa Miranda Il lume dell'altra casa di Ugo Gracci. Il crollo di M.
Gargiulo, Lo scaldino di Genina. Ma non è una cosa seria di Augusto Camerini, La
rosa di Arnaldo Frateili Il viaggio di Gennaro Righelli Il fu Mattia Pascal di
Marcel L'Herbier La canzone dell'amore di
Gennaro Righelli, primo film sonoro italiano è tratto dalla novella In
silenzio. Come tu mi vuoi di George Fitzmaurice con Greta Garbo Acciaio di
Ruttmann. Il fu Mattia Pascal di Pierre Chenal, Questa è la vita di Giorgio
Pàstina, Aldo Fabrizifilm a quattro episodi, tutti tratti da una novella: La
giara, Il ventaglino, La patente e Marsina stretta. Come prima, meglio di prima
di J. Hopper Liolà di A. Blasetti Il viaggio di Vittorio De Sica Enrico IV di
Marco Bellocchio Kaos di P. e Taviani, adattamento da Novelle per un anno, Le due
vite di Mattia Pascal di Monicelli Tu ridi di P. e Taviani, adattamento da
Novelle per un anno; La balia di Bellocchio, adattamento da Novelle per un anno;
P. nell'opera lirica La favola del figlio cambiato di Gian Francesco Malipiero,
Liolà di Giuseppe Mulè, Six Characters in Search of an Author di Hugo Weisgall,
Sagra del Signore della Nave di Michele Lizzi, Sogno (ma forse no) di Luciano
Chailly. Altre opere: Mal giocondo, Palermo, Libreria Internazionale Pedone
Lauriel); A la sorella Anna per le sue nozze, Roma, Tipo-Litografia Miliani e
Filosini, Pasqua di Gea, Milano,
Galli, Amori senza amore, Roma,
Bontempelli); Pier Gudrò, Roma, Voghera, Elegie renane, Roma, Unione
Cooperativa; Traduzione di Goethe, Elegie romane, Livorno, Giusti, Zampogna,
Roma, Società Editrice Alighieri, Beffe della morte e della vita, Firenze,
Lumachi, Lontano. Novella, in "Nuova Antologia", Quand'ero matto....
Novelle, Torino, Streglio, Il turno, Catania, Giannotta); Beffe della morte e
della vita. Firenze, Lumachi, Notizia letteraria, in "Nuova
Antologia", Dante. Poema lirico di G. Costanzo, "Nuova
Antologia", Bianche e nere. Novelle, Torino, Streglio); Il fu Mattia
Pascal, Roma, Nuova Antologia, Erma bifronte. Novelle, Milano, Treves); Prefazione
a Giovanni Alfredo Cesareo, Francesca da Rimini. Tragedia, Milano, Sandron, Studio
preliminare a A. Cantoni, L'illustrissimo. Romanzo, Roma, Nuova Antologia, Arte
e scienza. Saggi, Roma, Modes, L'esclusa, Milano, Treves, Umorismo, Lanciano,
Carabba); “Scamandro” (Roma, Tipografia); “La vita nuda” (Milano, Treves); “Suo
marito, Firenze, Quattrini); “Fuori di chiave, Genova, Formiggini, Terzetti,
Milano, Treves); “I vecchi e i giovani, Milano, Treves); Cecè. In "La
lettura", Le due maschere, Firenze,
Quattrini, Erba del nostro orto” (Milano, Studio Lombardo); “La trappola” (Milano,
Treves); “Se non così” "Nuova Antologia", Si gira ( Milano, Treves);
“E domani, lunedì” (Milano, Treves); “Liolà” ( Roma, Formiggini); Se non così Con
una lettera alla protagonista, Milano, Treves); “Un cavallo nella luna” (Milano,
Treves); Maschere nude, Milano, Treves, Pensaci,
Giacomino, Così è (se vi pare), Il piacere dell'onestà, Milano, Treves); Il
giuoco delle parti. Ma non è una cosa seria. Milano, Treves, Lumie di Sicilia.
Il berretto a sonagli. La patente. Milano, Treves, L'innesto. La ragione degli altri, Milano, Treves, Berecche e la guerra, Milano, Facchi, Il
carnevale dei morti. Firenze, Battistelli, Tu ridi. Milano, Treves); Pena di
vivere così, Roma, Libreria nazionale, Maschere nude” (Firenze, Bemporad); Tutto per
bene. Firenze, Bemporad, Come prima meglio di prima. Firenze, Bemporad); “Sei
personaggi in cerca d'autore -- commedia da fare” (Firenze, Bemporad); Enrico
IV (Firenze, Bemporad); L'uomo, la bestia e la virtù” (Firenze, Bemporad, La
signora Morli, una e due. Firenze, Bemporad, Vestire gli ignudi. Firenze,
Bemporad, La vita che ti diedi. Firenze, Bemporad, Ciascuno a suo modo.
Firenze, Bemporad, X, Pensaci, Giacomino! Firenze, Bemporad, Così è (se vi
pare). Firenze, Bemporad, Sagra del signore della nave, L'altro figlio, La
giara. Firenze, Bemporad); Il piacere dell'onestà. Firenze, Bemporad, Il berretto a sonagli. Firenze, Bemporad, Il giuoco delle parti. Firenze, Bemporad, Ma
non è una cosa seria. Firenze, Bemporad, L'innesto Firenze, Bemporad, La
ragione degli altri. Firenze, Bemporad, L'imbecille, Lumie di Sicilia, Cecè, La
patente.Firenze, Bemporad, All'uscita. Mistero profano, Il dovere del medico.
La morsa. L'uomo dal fiore in bocca.
Dialogo, Firenze, Bemporad, Diana e la Tuda. Firenze, Bemporad, L'amica delle mogli. Firenze, Bemporad, La
nuova colonia. Firenze, Bemporad, Liolà. Firenze, Bemporad, O di uno o di
nessuno. Firenze, Bemporad, Lazzaro (Milano, Mondadori); “Questa sera si recita
a soggetto” (Milano, Mondadori); “Come tu mi vuoi” (Milano, Mondadori); “Trovarsi”
(Milano Mondadori); “Quando si è qualcuno” (Milano, Mondadori); “Non si sa come”
(Milano, Mondadori); “Novelle per un anno, Firenze, Bemporad, Milano,
Mondadori, I, Scialle nero, Firenze, Bemporad, La vita nuda, Firenze, Bemporad,
La rallegrata, Firenze, Bemporad, L'uomo solo, Firenze, Bemporad, La mosca, Firenze, Bemporad, In silenzio,
Firenze, Bemporad, Tutt'e tre, Firenze, Bemporad, 1Dal naso al cielo, Firenze,
Bemporad, Donna Mimma, Firenze, Bemporad, Il vecchio Dio, Firenze, Bemporad, La
giara, Firenze, Bemporad, Il viaggio, Firenze, Bemporad, Candelora, Firenze,
Bemporad, Berecche e la guerra, Milano,
Mondadori, Una giornata, Milano,
Mondadori, Teatro dialettale siciliano, 'A vilanza, Cappiddazzu paga tuttu, con
Nino Martoglio, Catania, Giannotta, Prefazione a N. Martoglio, Centona.
Raccolta completa di poesie siciliane con l'aggiunta di alcuni componimenti
inediti, Catania, Giannotta, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze,
Bemporad, Uno, nessuno e centomila, Firenze, Bemporad, Prefazione a E. Levi,
Lope de Vega e l'Italia, Florencia, Sansoni, Introduzione a S.D'Amico, Storia
del teatro italiano, Milano, Bompiani); In un momento come questo, in "Nuova
Antologia",Giustino Roncella nato Boggiolo, in Tutti i romanzi, Milano,
Mondadori, Tutti i romanzi, Milano, A. Mondadori, Novelle per un anno, Milano,
A. Mondadori, Maschere nude, Milano, A. Mondadori); Lettere a Marta Abba,
Milano, Mondadori, Saggi e interventi, Milano, A. Mondadori. Oltre al Nobel
ricevette diverse onorificenze: Cavaliere di Collare dell'Ordine equestre
del Santo Sepolcro di Gerusalemme nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di
Collare dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme Arcade Minore
della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinesenastrino per uniforme
ordinariaArcade Minore della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinese —
Canicattì Intitolazioni. A lui è stato dedicato un asteroide. Enciclopedia
Italiana Treccani alla voce Girgenti. In A. Camilleri. Biografia del figlio
cambiato, Milano, Lettere da Palermo e da Roma, Bulzoni, Roma, Il risorgimento familiare.
Medicina e Insonnia. in.. Riferimenti autobiografici a questo problema che
affligge si trovano in numerose sue opere: Il turno, L'amica delle mogli, Il fu
Mattia Pascal, L'uomo solo, La trappola, La giara G. Bonghi, Biografia di P.., Edizione dei
classici italiani A. Camilleri, In
effetti, afferma in un lettera ai familiari da Roma. I professori di questa
università, nella facoltà mia, sono d’una ignoranza nauseante (Lettere giovanili
da Palermo e da Roma Bulzoni, Roma, difese pubblicamente durante una lezione un
suo compagno rimproverato ingiustamente dal rettore. M. Manotta, L. Pirandello, Pearson Italia
S.p.a., Da Album Pirandello, I Meridiani
Mondadori, Milano, A. Camilleri, Biografia del figlio cambiato, BU. La storia
di Luigi e Antonietta è infatti quella di un matrimonio di una Sicilia di fine
'800, combinato per interesse, da parte di due soci nel commercio dello zolfo.
Antonietta porta la dote che assicura ai giovani sposi sbarcati da Girgenti in
continente e approdati a Roma, una vita tranquilla e permette a Luigi di
affermarsi come scrittore. Il matrimonio d'interesse è sublimato grazie alla
letteratura e diventa un matrimonio d'amore con la moglie ideale (in Anna Maria
Sciascia, Il gioco dei padri. Pirandello e Sciascia, Avagliano, S. Guglielmino,
H. Grosser, Il sistema letterario Milano, Principato, Storia, G. Mazzacurati,
Introduzione e biografia, dalla Prefazione a Il fu Mattia Pascal, Einaudi; Vita
di Pirandello; Pirandello e la moglie Antonietta, G. GiudiceTipografico Torinese,
M. Manotta, Pearson Paravia Bruno Mondadori, L. P., S. P., A. P., Il figlio
prigioniero: carteggio tra L. e S. Pirandello durante la guerra Mondadori, Motivazione del Premio Nobel per la
Letteratura. TUTTI I NO DI MUSSOLINI A P.. L'arci-fascista non piace al Duce; G.
Afeltra, Mia cara Marta, l'amore platonico di Pirandello Tra Pirandello e M. Abba ottocento lettere di
emozioni Einstein e l'invito. Lo scontro
che nessuno vide L. Lucignani,
Pirandello, la vita nuda, Giunti, Pirandello e la prima guerra mondiale. Chiede
di entrare nei Fasci (La Stampa); F. Sinigaglia, I volti della violenza a teatro,
Lucca, Argot. Non e l'unico filosofo che si iscrive al partito fascista nel
pieno della vicenda Matteotti. Ungaretti si iscrisse appena nove giorni dopo il
funerale di Matteotti (Stato matricolare di Ungaretti, Università "La
Sapienza" di Roma. La sua adesione al fascismo, G. Giudice, Pirandello (POMBA
Torino); Pirandello e la politica, su atutta scuola. G. Lagorio, Troppi
idiotic. E P. partì; P., nudità e FASCISMO; P.. Gli anni del fascismo; Mussolini,
Nel solco delle grandi filosofie -- relativismo e fascismo, in Il popolo
d'Italia. Le idee di Mazzini e di Sorel influenzano profondamente il fascismo
di Mussolini e GENTILE (S. Zamponi, Lo spettacolo del fascismo, Rubbettino. Sorel
è veramente il notre maître (Mussolini, Il Popolo in Opera Omnia); Interviste:
parole da dire, uomo, agl’altr’uomini, Rubbettino; riportato da Giudice. Prefazione
alle Novelle per un anno, Milano, Storie dalla storia, L'oro alla patria Il
Sole 24 ORE M. Sambugar, Letteratura
italiana per moduli, Incontro. R. Dombroski, L'esistenza ubbidiente – la
filosofia sotto i fasci (Guida); L'Ovra a Cinecittà di Marino, Boringhieri, Il Post); I giganti della montagna,
taote. Così, in una bara in affitto,
riportammo a Girgenti le sue ceneri. Malgrado i divieti prima del gerarca, poi
del pre-fetto, e infine del vescovo. In Camilleri e lo strano caso delle ceneri
di Pirandello. N. Borsellino, Il dio di Pirandello: creazione e sperimentazione,
Sellerio, R. Alajmo, Le ceneri di Pirandello, Drago, in Saggi poesie, scritti
varii Mondadori, Milano). I filosofi hanno il torto di non pensare alle bestie
e davanti agl’occhi di una bestia crolla come un castello di carte qualunque
sistema filosofico. D. Marcheschi, L'umorismo, Milano, Oscar Mondadori, X. Marcheschi rivela che copia intere pagine del
saggio da opere precedenti di Dumont, Binet, Séailles, Negri, Marchesini,
nonché dalla Storia e fisiologia dell'arte di Ridere di Massarani. Vedi
articolo de Il Giornale, in “Caro P., ti ho beccato a copiare. P., L'umorismo e altri saggi, Giunti; S.
Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario Milano, Principato, TP.: guida
al Fu Mattia Pascal, Carocci, Scrittori sull'orlo di una scelta spiritista
Sambugar, La sua filoofia s'inserisce in un contesto culturale in cui è
presente il concetto di relativismo: la teoria della relatività di Einstein, il
Principio di indeterminazione di Heisenberg, la teoria quantistica di M. Planck.
Simmel fonda il suo relativismo sulla convinzione che non esistono leggi
storiche obiettivamente valide. Dizionario di filosofia). E nelle arti
figurative il relativismo è ripreso dal cubismo caratterizzato da una
rappresentazione dell'oggetto considerato simultaneamente da diversi punti di
vista. S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario Milano, Principato, Maschere
nude, Zorzi, Newton Compton); Providenti, Epistolario familiare giovanile Quaderni
della Nuova Antologia, Le Monnier, Firenze, Roberto Alonge, Pirandello,
Laterza, Bari, Elio Providenti, Luigi Pirandello. Epistolario, Quaderni della
Nuova Antologia, Le Monnier, Firenze); U. Artioli, L'officina segreta di
Pirandello, Laterza, RomaBari, Luigi Pirandello, una vita da autore, repubblicaletteraria.
C. Vicentini, Il disagio del teatro (Marsilio, Venezia). La prima
rappresentazione della commedia La morsa si ha a Roma, al Metastasio, ad opera
della Compagnia del "Teatro minimo" diretta da N. Martoglio che la
mise in scena assieme all'atto unico Lumie di Sicilia. Cedendo alle insistenze
di Martoglio acconsentì a che La morsa e Lumie di Sicilia sono rappresentate
nella stessa serata. I due atti unici hanno diverso esito presso il pubblico,
che accolge con favore La morsa, mentre non grade Lumie di Sicilia (in
Interviste, Parole da dire, uomo, agli altri uomini" di I. Pupo, Rubettino,
Legato a ricordi della fanciullezza di
Pirandello. Da. Savio, Il carnevale dei
morti. Sconciature e danze macabre nella narrative, Novara, Interlinea. l mio
primo libro fu una raccolta di versi, “Mal giocondo”. In quella prima raccolta
di versi più della metà sono del più schietto umorismo, e allora io non so
neppure che cosa e l'umorismo ("Le lettere"); “Il cinema di Amedeo
Fago P. NASA. Enrico 4., Firenze, Bemporad e figlio, Esclusa, Milano, Fratelli
Treves, Fu Mattia Pascal, Milano, Treves, I P.. La famiglia e l'epoca per
immagini, E. Zappulla, Catania, la Cantinella, R. Alonge, Roma-Bari, Laterza, U.
Artioli, L'officina segreta” (Bari, Laterza); Barilli, La linea Svevo-P.,
Milano, Mursia, E. Bonora, Sulle novelle per un anno in Montale e altro
novecento, Caltanissetta-Roma, Sciascia, N. Borsellino, Ritratto e immagini, Roma-Bari,
Laterza, N. Borsellino e W. Pedullà (diretta da), Storia generale della
letteratura italiana, Il Novecento, La nascita del Moderno, Milano, Motta, Michele
e Rössner, L’identità italiana, Atti del Convegno internazionale di studi
pirandelliani, Graz Pesaro, Metauro, Arcangelo Leone De Castris, Storia di Pirandello
(Bari, Laterza); A. Benedetto, Verga, Annunzio, Pirandello (Torino, Fògola); L.
Lugnani, L'infanzia felice (Napoli, Liguori); Macchia, “La stanza della tortura,
Milano, Mondadori, Pirandello e
dintorni, Catania, Maimone, F. Medici, Il dramma di Lazzaro. Asprenas, A. Pagliaro,
“U ciclopu, dramma satiresco d’Euripide ridotto in siciliano (Firenze,
Monnier); G. Podestà, "Humanitas",
F. Puglisi, L'arte; Messina-Firenze, D'Anna, F. Puglisi, P. e la sua lingua,
Bologna, Cappelli, Puglisi, P., Milano, Mondadori, F. Puglisi, P. e la sua
opera Catania, Bonanno, C. Salinari, Miti e coscienza del decadentismo
italiano. D'Annunzio, Pascoli, Fogazzaro, P.” (Milano, Feltrinelli); A. Sichera,
Ecce Homo!Nomi, cifre e figure di P. (Firenze, Olschki); Scrivano, La vocazione
contesa (Roma, Bulzoni, Taffon, Il gran teatro del mondo, in Maestri
drammaturghi nel teatro italiano. Tecniche, forme, invenzioni, Roma, Laterza, G.
Venè, “Fascista. La coscienza borghese tra ribellione e rivoluzione” (Venezia,
Marsilio); Veronesi (Napoli, Liguori); Vicentini, “Il disagio del teatro” (Venezia,
Marsilio); R. Vittori, Il trattamento cinematografico dei 'Sei personaggi' (Firenze,
Liberoscambio); Zappulla, P. E LA FILOSOFIA SICILIANA, Catania, Maimone, Filosofi
siciliani del secondo dopoguerra, Catania, Maimone. Casa d Fabbri Lanterninosofia
su Pirandello Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Conferenza Episcopale Italiana. nobelprize. Audiolibri
di Luigi Pirandello, su LibriVox. di P.,
su Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff.:etteratura fantastica,
Fantascienza. Movie
L., su Internet Broadway Database, The Broadway League. P., su
filmportal.de. Centro Nazionale Studi Pirandelliani, su cnsp. Istituto
di studi pirandelliani allo Studio P.. E. Licastro, Pirandello fra Spengler e
Wittgenstein. GIRGENTI(das alte AGRIGENTVM), einer der sieben Haupt- orte, in
welche sich Sicilien politisch teilt, liegt wenige Kilo- meter von der
südlichen Küste der Insel und zählt etwa 20 000 Einwohner. Gegen Norden
erstreckt sich seine Provinz bis Cammarata, westlich bis Sciacca, gegen Osten
bis an den Flufs Maroglio, und umfalst die Gegenden Aragona, Favara, Naro, Canicattí,
Casteltérmini, Cianciana, Cammarata, S. Stéfano, Ribera, Sciacca, Bivona, Re-
calmuto, Raffadali, Licata u. a. Die mundartlichen Grenzen entsprechen aber
nicht genau den Verwaltungs-Grenzen; wir finden deshalb, dals, während es
zwischen GIRGENTI und den kleinen es umgebenden Gegenden, wie z. B. PORTO
EMPEDOCLE, Siculiana, Montaperto, Aragona, Recalmuto, Favara, aufser einer
gewissen Dehnung der Aussprache nur sehr seltene oder fast keine
Verschiedenheiten giebt, man das- selbe von den Gegenden, die sich mehr von ihm
entfernen, nicht sagen kann. So z. B. Canicattí und Casteltérmini nähern sich
mehr der mundartlichen Gruppe des Innern der Insel (Caltanissetta), wo die
Aussprache im allgemeinen sehr gedehnt ist, und in ihren Gegenden bemerkt man
besonders die Diphthongierung des e (g, e) und des o (e, ?), welche in Girgenti
(Hauptort) und an den Küsten ganz unbekannt ist. So nähert sich auch Licata
etwas den Mundarten der Südost- spitze, namentlich in der Entwickelung des kz
(aus pl, cl, tl) zu et (canu, occu, veciu, wie in Noto, Múdica); ferner gehört
Sciacca fast ganz zu der mundartlichen Gruppe der westlichen Küste der Insel,
da in ihr die Hauptmerkmale selbst, die ge-wöhnlich in der ganzen Provinz sind,
fehlen: /+ Hiati =gy, statt =/ (filiu = figgyu, agrig. fitu); Perfekt -avit =
áu statt ú (purtáu, purtá); 9+a, 0, u=j: jammi, jaña (agrig. gammi, gaña) u. s.
w. Bei der Verfertigung dieser Arbeit habe ich besonders die folgenden Werke
benutzt: F. Diez, Grammatik der romanischen Sprachen. Meyer-Lübke, Grammatik
der romanischen Sprachen. Italienische Grammatik. Leipzig 1890. H. Schneegans,
Laute und Lautentwickelung des sicilianischen Dialektes. Strafsburg; Hüllen,
Vokalismus des alt- und neusicilianischen Dialektes. Bonn; Giovanni, Cinquanta
Canti, novelline, sequenze e scritti popolari siciliani. Palermo; Giovanni,
Venticinque Canti e novelline popolari siciliane. Palermo] und manche andere,
die ich in derselben nicht unterlassen habe zu citieren. Sehr viel aber hat es
mir auch geholfen, dals ich aus der Provinz GIRGENTI gebürtig bin und in mir
selbst die beste Grundlage meiner Arbeit gefunden habe. Für die gütige
Teilnahme an der Arbeit sage ich Foerster hiermit meinen herzlichsten Dank;
ferner mufs ich auch dem Herrn Prof. E. Monaci, meinem hochver- chrten Lehrer
in Rom, danken und den Freunden Prof. E. Si- cardi von Palermo, Dr. Giovanni
Taormina von Siculiana für die mir liebenswürdig gesandten Nachrichten. Laute und
Lautentwickelung der Mundart von GIRGENTI. Halle a. S.,
Druck der Buchdruckerei des Waisenhauses. Foerster in dankbarer
Verehrung gewidmet. GIRGENTI (das alte AGRIGENTVM), einer der sieben
Hauptorte, in welche sich Sicilien politisch teilt, liegt wenige Kilometer von
der südlichen Küste der Insel und zählt etwa 20 000 Einwohner. Gegen Norden
erstreckt sich seine Provinz bis Cammarata, westlich bis Sciacca, gegen Osten bis
an den Flufs Maroglio, und umfalst die Gegenden Aragona, Favara, Naro,
Canicattí, Casteltérmini, Cianciana, Cammarata, S. Stéfano, Ribera, Sciacca,
Bivona, Recalmuto, Raffadali, Licata u.a. Die mundartlichen Grenzen entsprechen
aber nicht genau den Verwaltungs-Grenzen; wir finden deshalb, dafs, während es
zwischen Girgenti und den kleinen es umgebenden Gegenden, wie z. B.
Porto-Empe-docle, Siculiana, Montaperto, Aragona, Recalmuto, Havara, aufser
einer gewissen Dehnung der Aussprache nur sehr seltene oder fast keine
Verschiedenheiten giebt, man dasselbe von den Gegenden, die sich mehr von ihm
entfernen, nicht sagen kann. So z. B. Canicattí und Casteltérmini nähern sich
mehr der mundartlichen Gruppe des Innern der Insel (Caltanissetta), wo die
Aussprache im allgemeinen selir gedehnt ist, und in ihren Gegenden bemerkt man
besonders die Diphthongierung des e (g, e) und des o (8, p), welche in GIRGENTI
(Hauptort) und an den Küsten ganz unbekannt ist. So nähert sich auch
Licata etwas den Mundarten der Südost-spitze, namentlich in der Entwickelung
des liz (aus pl, c, tl) zu c (canu, ou, veccu, wie in Noto, Módica); ferner
gehört Sciacca fast ganz zu der mundartlichen Gruppe der westlichen Küste der
Insel, da in ihr die Hauptmerkmale selbst, die ge-wöhnlich in der ganzen
Provinz sind, fehlen: /+ Hiat i = gy, statt = 1 (filiu - figgyu, agrig. fitu);
Perfekt -avit = áu statt (purtáu, purtá); 9+a, 0, u-j: jammi, jaña (agrig.
gammi, gana) u. s. w. Bei der Verfertigung dieser Arbeit habe ich
besonders die folgenden Werke benutzt: F. Diez, Grammatik der romanischen
Sprachen. Meyer-Lübke, Grammatik der romanischen Sprachen; Italienische
Grammatik. Leipzig; Schneegans, Laute und Lautentwickelung des sicilianischen
Dialektes. Strafsburg Hüllen, Vokalismus des alt- und neusicilianischen
Dialektes. Bonn. Giovanni,
Cinquanta Canti, novelline, sequenze e scritti popolari siciliani. Palermo; Giovanni,
Canti e novelline popolari siciliane. Palermo] und manche andere, die ich
in derselben nicht unterlassen habe zu citieren. Sehr viel aber hat es
mir auch geholfen, dals ich aus der Provinz GIRGENTI gebürtig bin und in
mir selbst die beste Grundlage meiner Arbeit gefunden habe. Für die
gütige Teilnahme an der Arbeit sage ich Foerster hiermit meinen herzlichsten
Dank; ferner mufs ich auch dem Monaci, meinem hochverehrten Lehrer in Rom,
danken und den Freunden Sicardi von Palermo, Taormina von Siculiana
für die mir liebenswürdig gesandten Nachrichten.Diakritische Zeichen.*
Vokalismus. ç = offenes e, e = geschlossenes r, i = sehr offenes i,
beinahe e, a = sehr offenes u, beinahe o, !. Halbvokale. Konsonantismus.
*Kons. = gedehnte Aussprache des Anlautes: dumama, decottu, bannera, ve,
"Roma, k? = fl: zuri (flore), xmmi (flumen), % = ts:
carraratu, 2= ds: vurza, i = palat. c, g = palat. g, J2
= ital. gh in ghiotto, $ = franz. ch in „cheval", del = Il (es
wird bei uns nicht mit Schneegans gebildet, „in-dem man die Zungenspitze nicht
wie bei d gegen die obere Zahnreihe drückt, sondern gegen die Gaumen-höhle,
nachdem man sie nach hinten umgeschlagen hat"; denn es ist nicht das
Gaumen-d der Sarden, klingt vielmehr palatal: es ist ein mit dem Zungen-rücken
auf dem Mittelgaumen hervorgebrachtes g, wobei die Zungenspitze den Rand über
den oberen Alveolen berührt, 4 = mouilliertes / (ital. gl), ñ =
mouilliertes n (ital. gn), += ti + Vok. - ist die stimmlose zu der
stimmhaften d!, Sf = sti+ Vok. — wobei die Zungenspitze sich gegen den
Mittelgaumen mehr nähert als bei s, i — faukales n in sanu
(sangue), le = ital. ch + Vok. im Hiat (liy = liz), 'm)
'n) = Vokm, Vok.n. *) Man entschuldige die Ungleichartigkeit
ciniger Zeichen mit dem Fehlen entsprechender Zeichen im Vorrat der
Druckersi. A bleibt in der Regel sowohl in GIRGENTI (Hauptort) als in der
Provinz unverändert: capu (caput); fava (faba); lizavi (clave); amu (hamu);
vraca (braca); lagu (lacu); paci (pace); vaggu (radiu); maju (maju); gratu
(gratu); gradu (gradu); nasu (nasu); manu (manu); bañu (*baneu); "raru
(raru); ala (ala); pata (palea); cavaddu (caballu); annu (annu); gattu (cattu);
passu (passu); parti (parte); arcu (arcu); árbulu (arbor); ama (arma); marba
(malva); áutu (altru); cáudu (caldu); fúusu (falsu); canta (cantat); canca
(cambiat); santu (sanctu); latte (lacte); matressa (metaxa); labbru (labru);
pati (patre). Besondere Fälle - lat. mälum. Im allg. Sicilianischen fehlt
die entsprechende Form zum ital. melo aus griech. melon (u82ov); statt ihrer
findet sich nur pumu; ammilatu, d.h. „del sapore o del colore d'una mela"
ist aus ital. melo geholt und wird metaphorisch wie in „parlari ammilatu"
gebraucht. Mu-luni (aus Angleichung des i an das tönende u) ist der ital.
mellone. Lat. gravis (ital. grave und greve, cf. Canello, Arch. glott. ital.)
ist allg. siz. gravi adjektivisch und ad-verbial, aber gelehrt, z. B. „casu
gravi, malatu gravi"; zun ital. greve „con valore puramente
materiale" entspricht agrig. gravisu; sonst hat *grevis in grevu
„geschmacklos" „dumm" und „pesante nello scherzo", deshalb
grizanza, und in grevia „mal' umore, pesantezza di spirito" seine Stelle
ein-genommen. Lat. alacer hat sich nur im Sinne von „pronto, attivo,
vivace" im ital. alacre, alacrità, alacremente, aber ge-lehrt und
entlehnt, erhalten; im Sinne von „lustig, fröhlich, freudig, heiter" ist
vulglat. *alécrus an seine Stelle getreten: ital. allegro, allg. siz. allegru,
oft bei dem Volke: allégiru, mit i - Einschiebung. Lat. ceraseus hat sich
im ganzen Sicilianischen sing. crasa, plur. crasi erhalten; cf. sard. kerasa,
neap.-röm. ierasa, ¿erase (nicht ierase, wie Meyer-L., Ital. Gram. schreibt).
Lat. Suffix -aria, -arius erscheint im allg. Sic. und im Agrig. als -ara, -aru;
als ara, -are; als -cra, -eri; als -er, - ergu. Beispiele:
panaru, picuraru, nutaru, vurdunaru, azaru, jin-naru, frivaru, murtaru u. a.
(echt volkstümlich); sigritarzu, calanar, ssafalaru, mancataru,
nivis-sargu u. a.; 1) vueri, giseri, camperi, lucanneri, luktigeri u.
a.; rifrigger, maggisterzu, virser u. a. Doppelformen: abbirsarm
entgegenstehend und virseru Widersacher, Teufel, adversarius; arginteri
Silberarbeiter und Argintaru Name eines Berges aus argentarius; cavaddaru
Führer der Lastpferde und cavaleri (die Landbewohner nennen cavalera eine
Mandel, die harte Schale hat) aus *caballarius; galera (auch galia Galere)
Gefängnis, z. B. „mannari 'ngalera" zur Zwangsarbeit verurteilen und
gallaría (?), cf. Canello, aus calaria von sãñov; quartara Krug „la quarta
parte d'un barile" und quarteri Stadtviertel aus quartarius; cannilaru
Lichtzieher und cannileri Leuchter aus *candela-rius u.a. Man konnte hier auch
svarzu, sbar (ital. svago) Belustigung und sgarru, sbatu (ital. sbaglio) aus
*ex-varius, varius = Badeós, cf. Canello, hinzufügen. Die volkstümliche
Entwickelung von -arius ist aber nur -aru, wie Schneegans gut erklärt
hat; - arzu ist besonders ital. Einfuhr, v. g. calendario, proprietario,
segretario, locatario „colvi che prende a pigione casa, bottega etc.",
Fan-fani, Voc. ital. neben locandiere „padrone d'una locanda" (statt
lucataru oder lucataru findet sich aber agrig. lucateri neben lucanneri in
demselben Sinne wie im Ital.); - eri, - eru sind besonders französisch oder
italianisierend auf franz. Ur-sprung, vgl. boucher, agrig. vucteri, altfrz.
jusier, agrig. giseri, prov. campier, agrig. camperi u. a. Allg. sic.
jittari, jetta, jittatu dürfte nicht auf ejéctat beruhen (Meyer-L., Ital.
Gramm.), sondern, wie im franz. *jecère, a durch j beeinflufst
sein. Lat. natare (ital. notare, nuota) ist in Girgenti natari, nata in
der Regel geblieben, und so auch aqua — acqua; caseu - cau (s + Hiat i). Zu dem
calab. miercu (Meyer-L.) entspricht agrig. mercu (ital. marco, marchio
Zeichen), miercu in Casteltermini, Canicatti, mircari (cf. altfranz. merc,
merchier). Lat. habeo = aju, neben e, eju; darüber ist zu bemerken:
a) e kann einfache Kontraktion von aju sein, vgl. t'e mannatu, l'e amatu
Licata = t'aju mannatu, l'aju amatu) e= aju a + Infinitiv (von aj'a...,
cf. franz. j'ai à ...). Die einfachen Formen des FVTVRVM sind in GIRGENTI
mundartlich ganz und gar ungewöhnlich: t'e fari moriri, t'e mannari a
"Roma = t'aj'a "fari moriri, t'aj'a mannari a "Roma (ital. ti
faró morire, ti manderó a Roma); y) die Form eju = aju, speziell aus
Casteltermini, kann so gebildet sein: zwischen e (gewöhn-liche, einfache
Kontraktion von aju) und a + Infin. ist ein j vorgekommen, vgl. z. B.
affirratu e janci (e = ai Artikel und hanéi, anci von ganci, ital.
gancio); ej a jiri = e a jiri; später wird ej a zu eja, wie in m'eja
namurari = m'aiu a "na- murari, danach wird eja zu aju analogisiert
eju. Sehr häufig ist ferner a von aju a, besonders in der Stadt Girgenti und an
den Küsten: m'a namurari, m'a fari 'stu piacri = mai a fari stu piaciri; d) die
literarischen Formen aja, ajamu, ajati, ajanu sind mundartlich ungewöhnlich;
nur in einer verwünschenden Ausrufung - "mannagga! (mal ne abbia) findet
sich agga von habea. Agrig. lizovu, covu in Licata, aus clavus ist nicht
klar; aber vielleicht läfst es sich aus clavr = clau-u = clau-v-u erklären. -
Lat. sapio (ital. so) ist in GIRGENTI saie (p+i im Hiat = ē) regelrecht
geworden. - Muncu (ital. monco) aus mancu ist nicht volkstümlich; statt seiner
sagt das Volk: ¿uncu (cf. ital. cionco), oder „sen:a manu", aber
mancari,mancu, mancanza (für monco neben manco im Ital., of. Canello). Suffix -abilis =
abili, abuli: curabili, maniatuli; öfters aber hat ital. -evole seine Stelle
eingenommen: ludevuli, cum- passiunevuli, durevuli u. a.
Suffix-aticum = aggu; cumpanaggu (ital. companatico); sarvaggu
(silvaticu) u. a. Gelehrtes -aticu is geblieben in: stallaticu (ital. stallatico,
auch stallaggio), viaticu, estaticu. Mlat. amandola (ital. mandorla)
giebt ménnula (cf. occ. amenlou). Neben kuarke (ital. qualche) aus
qualeque, findet sich uft, auch in agrig. lorki, vielleicht aus *kaurki;
möglich finde ich es, weil ich viele Male kaurkidunu (ital. qualcheduno),
be-sonders in Porto-Empedocle, gehört habe, obwohl das k sonst immer u an sich
zu ziehen pflegt; vgl. kuatela von kautela (auch cotela). Endlich,
der betonte Vokal a, sowohl in offener als in geschlossener Silbe, wird in einigen
Mundarten der Provinz, besonders in Aragona und Recalmuto, nach Guttur, und
Lab. in ua diphthongiert, z. B. guaddu, cuani, curcuari, puani. §2. e @ (= è
litt. lat.) bleibt gewöhnlich in GIRGENTI (Hauptort) und im allgemeinen
an den Küsten. Im Innern der Provinz, und besonders in einigen Gegenden, wie z.
B. Casteltermini, Canicatti, wird e zum Diphthong ie. e bleibt:
crepa (crepat); leva (levat); tema (tremit); prega (precat); nega (negat); deci
(decem); peju (pejus); meti (metit); pedi (pede); sedi (sedit); teni (tenit);
seru (seru); feli (fel); peta (petra); lebbru (lepore); nela (nebula); merlu
(merulu); ecklqu (vetulu); metu (melius); teña (teneat); menzu (medius);
ferru (ferru); beddu (bellu); pettu (pectus); setti (septe); sé sex); vespa
(vespa); festa (festa); jinessa (genestra), erba (herba); certr (certu);
perdi (perdit); sempri (semper); centu (centí). frieri, wieni, tieri,
nierier, miete, mienzu, viers, viene, bieni, liévitu, miévula, mierlu,
mienzu, viersu u.s. w. (Casteltermini, Canicatti). Dieser Diphthong
findet sich immerim Munde des Volkes, und er ist das bemerkbarste Kennzeichen
dieser Gegenden. Dafs die gebildeten Stände beim Spre- chen
versuchen ihn zu vermeiden, versteht sich, weil er immer einem Ohre, das an
gebildetes Sprechen gewöhnt ist, unangenehm auffällt. Und so wird es kommen,
dals eine gebildete Person, nehmen wir an in Casteltermini selbst, um nicht mit
dem Volke: „viersu, mienzu, mierlu" zu sagen, „versu, menzu, merlu"
sagen wird, was dann nicht die Mundart von Casteltermini, sondern gewöhnliches
Sicilianisch ist, das von jedem Gebildeten in Sicilien gesprochen wird. Die
Leute aus dem Volke, die die Wörter am meisten dehnen, sprechen: „viersu,
miensu, mierlu" in einer noch mehr offenen und gedehnten Weise aus, als
die besser Gebildeten, welche die Diphthongen doch immer aussprechen, aber in
einer weniger unangenehmen Weise. Damit will ich sagen, dals die
Diphthongierung des e existiert in einigen Gegenden des Innern der Provinz,
abgesehen von der Affektation und der Dehnung, mit welchen sie ausgesprochen
werden kann; und dals es, nach meiner Meinung, unverantwortlich ist, aus der
einfachen That-sache, dals die Gebildeten diesen Diphthong zu vermeiden suchen,
zu schliefsen, wie jemand es gethan hat, dals es die blofse Wirkung affektischer
Rede sei. Dals der Vokal, welcher die folgende Silbe schliefst,
einen Einfluls auf das e ausübt, finde ich sicher (cf. neap. und calab.).
Wir finden ½ B.: piettu, liettu, frummiente, priezza, lamientu, bieddu,
mienzu, viellzu, bieni, pietti, lamienti u.s.w. - und: erba, beddo, petta,
picuredda, palummedda, cublizaredda, petta, testa, terra, ichliga u. s.
w. Wenn wir hierauf keine Rücksicht neh- men, wie können wir die
zwei Formen: „bieddu" und „bed-da", „pietti" und „petta",
„vieklizu" und „velkza", „patum-mieddi" und „palummedda"
erklären? Anmerkungen. Linnina aus lens, lendis, mit den calab. lindine,
campob. linenc (dagegen im ital. lendine) scheint auf ein et zurückzugehen.
Vestice aus bestia (ital. bestga) würde zu Gunsten eines g sprechen, ist aber
nicht volkstümlich entwickelt. Lat. HERI (ital. ieri) ist agrig. ajeri, wie im ganzen
Sicil. (cf. span. ayer = ad heri). Bei múntua (ital. méntova) ist e
nach m zu a geworden. Ital. scendere, allg. sic. sinniri aus lat. descendere
(kaum vermischt mit discindere, wie Meyer-L., Ital. Gramm.). 'Ntinna (wie
das ital. antenna) scheint auf ein lateinisches zurückzuführen. e zu i im
Hiat.: diu, auch "di (Deus): „Di nun móta" Gott behüte; „pi
l'amuri di di" um Gottes willen; miu (meus); in Casteltermini findet
sich ma = miu, mia (vgl. ia = iu) „ma pati", „ma mati", in der
ganzen Provinz aber auch me frati, me mati, und fraturzu me neben fraturäll
miu; endlich riu aus reus. § 3. alls vulglat. e = a) è, B) i, y)
vulglat. i = kl. lat. i wird agrig. i. a) aus lat. è: mi (me); ti (se);
si (se); sivu (sebu); fici (fecit); liggi (lege); sita (seta); cridi (credit);
pisu (pesu); vini (renes); sira (sera); tila (tela); cannila (candela).
Besondere Fälle: Volkstümlich (aber meist ital. Einflufs) e statt i
zeigen die Wörter: statera, neben statía (cf. ital. sta-dera); veru (veru);
fera (feria); tettu (tectu), sirenu, Unbe-wölktheit, heiterer Himmel (ital.
sereno); kuatela (cautela); iercu, cerki, cerca, cercanu, v. cercare; nettu (ital.
netto); tirrenu (terrenu); -emu (-emus); vulemu, facemu u. s. w.; ie (-U, i) in
Casteltermini, Canicattí: buliemmu, jemmu; vieru, niettu u. s. w. Ferner kuetu
(quietus) vgl. ital. queto, das Canello, Arch. glott. ital. „forma semi-popolare"
nennt. Findet sich auch e statt i in den folgenden ital. Lehn-wörtern: re (re);
spera (spera); velu (velo); frenu (freno); reñu (regno); sigretu (segreto);
prufeta (profeta); debitu (debito); sinceru (sincero); eredi (erede); cullega
(collega); essemu (estre-mo); misteru (mistero); ecu (eco); -esimu (-esimo);
primavera (primavera). aus lat. I: ficatu (ficatu); liga (ligat); siti (siti);
vidua (vidua); pilu (pilu); mitr (miliu); sajitta (sagitta); pinna (pinna);
friddu (frigidus); siklza (sitla); ssita (strigile); nivru (nigru); vitu
(vitru); pudditu (pullitru); vinti (viginta); capissu (ca-pistru); massu
(magistru); virga (virga); pasi (pisce); viscu (viscu); rissa
(rixa). Besondere Fälle. e statt i zeigen auch hier die Wörter:
veci und 'mmeci = in + vice, ital. invece (vice); stelu, gelehrt (stilu);
selva, gelehrt (silva) - ital. stelo, selva; fermu (fir-mu) wohl Eintlufs des
r; ferner vor n in menta (mintha); ssega aus ital. strega (striga); lenza
(lintea); menu (minus); cumenia (aber auch 'ncuminia); tenta (triginta): die
Form tinta ist mir ganz und gar unbekannt. Die niedrigen Leute zählen immer
nach zwanzigen und sagen z. B.: 'na vintina e deci, di vintini, du vintiari e
deci, ti bintini, um tenta, quaranta, cinquanta, sissanta zu sagen. E statt i
zeigen auch empru (impiu) gelehrt; vérgini, neben virgini als kirch-licher
Ausdruck: Vergini Maria. Neben rissa (rixa), findet sich ressa, gelehrt, wie im
Ital. (Canello); dema- nu gelehrt - Besitztum - neben duminzu ebenso
gelehrt - Herrschaft -, Doppelformen aus dominium. Dagegen i zu a oder ai, etwa
durch das franz., in ammáru, ammáina, aus adminare (altfranz. amaine), heute
amène, ist einfach unmöglich und mufs andern Ursprung haben, vgl.
Flechia Arch. Glott., Meyer-Lübke it. Gr.) aus lat. i: ripa (ripa); lisía
(lixiva); lima (lima); amicu (amicu); fatiga (fatiga); radici (radice); viti
(vite); nidu (nidu); ritu (risu); vinu (vinu); carina (carina); suspira
(su-spirat); filu (filu); viña (vinea); milli, oft auch mirza (mille, milia);
faidda (favilla), scrittu (scriptu), lintikhzu (lentiscu); cincu
(quinque). Anmerkungen. Es fehlen in Girgenti die entsprechenden
Formen zu den ital. trebbia (durch Vermischung von tribulum und tribula,
Meyer-Lübke, op. cit. § 52), merxo (wenn es zu mitis gehört), segala, elce,
stegola (stivula, stiva Caix, Studi 595, wenn man nicht mit Mussafia Beitrag
111, 1 zu hasticula stellt); vetrice, artetico (s. Meyer-L.): finden sichaber
in der Regel crisima, carina, lítica, ital. cresima, carina, letica (von
litigare). In Recalmuto, besonders bei den Landbewohnern, wird i
fast zu e, mit groser Dehnung ausgesprochen: decu (dicu); felu (tidu);
venu (vinu); veña (viña); durena (duzzina). $4. 8. ! (= ö litt.
lat.) bleibt o in Girgenti und im allgemeinen an den Küsten; wird in
Casteltermini, Canicattí in -uó- diph-thongiert. Beispiele: tova (*tropat);
prova (proba); novu (novu); vo (bovef); omu (homo); coc (cocu); jocu
(jocu); coct (cocit); rota (rota); sonu (sonu); soru (soror); scola
(scola); ópira (opera); sóggiru (soceru); folu (foliu); córe (coriu);
oggi (ho- die); okhiz (oclu), coddu (collu); fossa (fossa); notti
(nocte); cosa (coxa); postu (posto); nossu (nostru); forti (forte); corda
(corda); or (ordeu); corpu (corpu); corvu (corvu); porcu (por-cu); cornu
(cornu); morsu (morsu); sonnu (somnu); lonu (lon- gu) - und: uokki,
suonnu, suonu, tuovu, ruoppu, muoddu, muortu, juornu, buonu, suoru,
tistimuoni, cuoddu, cuornu, I. S. w., aber immer tova, ¿oppa, modda,
morta, "bona, cor-na, picotta, cosa, fora, u. s. w. Besondere Fälle.
Agrig. munti, frunti, funti (seltener fonti) scheinen auch auf ein
vulglat. ont zurückzugehen (im span. aber ?). Purpu, gruncu und gulfu,
urma, gelehrt, ent-sprechen den ital. polpo, grongo, golfo, orma; aber tornu, oni,
forsi, corpu ital. torno, ogni. forse, colpo (s. Meyer-Lübke Ital. Gramm. §
65). Zu bemerken sind auch arrustu cf. sard. arrustu; atturru (torreo)
cf. calab. atturru, sursu, neap.-calab. sursu, ital. smso, aber grossu (sard.
russu), sorba (calab. surba, lecc. survia) - lat. cofinu (ital. cófano) ist
agrig. cufinu, durch die Versetzung des Accents vortonig und ge-
schlossen geworden. Lat post, po in Girgenti, unterliegt in Casteltermini
energischer Diphthongierung: à zu úa, pua. Endlich a statt o zeigen die Wörter:
nannu, nanna (Grofsvater, Grofsmutter), = ital. nonno, nonna, und vassa =
ital. costra signoria, „vassa si ni va", vassa veni ca'". -
Schnec- gans erklärt das durch die mit der Häufigkeit des
Gebrauches sich einstellenden Lässigkeit der Lautbildung.Aus vulglat. o =
a) litt. lat. ü, 8) i, d) vulglat. e = litt. lat. u wird agrig. u. a) aus
lat. ö: pumu (pomu); duga (doga); vuci (voce); nute (votum); cuti (cote); rudi
(rodit); spusu (sposa); via (hora); zzuri (flore); curuna (corona); curti
(corte); sulu (solu); tuttre (*tottus); furma (forma); curca (collocat, vgl.
altfranz. colche, ital. corica). Anmerkungen. O statt u zeigen die
gelehrten Wörter vittora, groba (gloria), códici, nonu, nobili (nobuli bei den
Volke), mobili und doti, divoto, sacerdoti (sacardoti) schon volkstümlich
geworden. Neben ura (HORA) findet sich gra aus há hora, Zeitadv., z.
B. „pra veñu" (ital. ora vengo), „gra -¿i vajr" (ital. ora ci
vado). - Besonders zu bemerken ist auch "nomu (NOMEN, ital. nome), cf.
Romania. O ist auch in: prdini, firçõi, prontu, conta, 'Roma, "Ragona,
ripasu, pilu, tonaca, testimonu bemerkbar, und in den ital. Lehnwörtern
flora, votu, dom, conti, nodu (nicht mit p, wie Schneegans sagt; -
überhaupt ist die Aussprache ganz im Süden charakteristisch immer offen und
gedehnt). - -Onem, -ionem, mundartlich zu -uni: añuni (angone); rub-buni
(von robba Priestermantel); 'mrzacuni (von 'mracu, ebriacu); raguni, caguni,
staguni u. s. w., bleiben bei gelehr-ten Wörtern als -igni: lustioni (ital.
quistione), naxioni, pas-sioni, tintazioni, suggizioni, affizzioni, uccasioni
u. a. Neben forma Gestalt, gelehrt, findet sich regelrecht furma, aber nur im
Sinne von „Leiste". Dem ital. uovo (aus (vum) entspricht agrig. quu.
Auffällig ist endlich culossa (colostrum, s. Meyer-Lübke, Gramm. d. rom.
Spr.). 8) aus litt. lat. й: lupu (lupu); cuva (cubat); guritu
(cubita); guva (juvat); gúvini (juvene); jugu (jugu); fuji (fugit); cruci
(cruce); cútica (cutica); furza (furia); gula (gula); сии (cuneu); rugga
(rubia); puzzu (puteu); calunma (calumnia); uti (utre); supra (supra); duppe
(duplu); gulutu (glutu); stuppa (stuppa); russu (russu); turri (turre);
savurra (suburra); cunnuttu (con- 1) So Meyer-Lübke, Fanfani hat
corica.ductu); vucca (bucca); musta (mustu); crusta (crusta); curtu (curtu);
furca (furca); gurgu (gurge); turtura (turtura); surcu (sulcu); vurpi
(vulpe); súrfaru (sulphur); prúvuli (pulver); curpa (culpa); sunnu
(sunt); unna (unda); tuncu (truncu); runca (runcat); kumm (plumbu); unnici
(undeci). Anmerkungen. — ? statt u zeigen auch hier: docca (ductia);
satoll (satullu); lonta (ital. lontra) alle gelehrt, und die ital. Lehnwörter:
tossicu (tosco); lotta (lotta); conzu (conio, neben ruñu); vrigña (vergogna);
culonna (colonna); gottu (auch" bottu: un bottu d'acqua) ital. gotto. Moli
aus mulier (ital. moglie) ist gelehrt und sehr selten, ebenso gobbu aus gublus
(ital. gobbo); nozzi aus nuptias (ital. nozze); das Volk sagt: muléri
(muliére), jimmu, nguayyu oder spusalizzu. Zu bemerken ist Izoviri, lovi
(pluere - plovere, Grundform plovia, of. Foerster, Zs. f. R. Ph. III.): to, so
(tuus, suus — vgl. ital. tuoi, suoi, aus tü-i, sũ-i für tui, sui, Schneegans).
Colobra und colubra ist mir ganz und gar unbekannt. Unklar ist jornu aus
diurnus (Analogie zu notti? Mussafia). Zu dem ital. scuo-tere (excutere)
entspricht agrig. scotiri. Auffällig ist Suffix -uru)lum = okku
cunokka, finokkau, pidokku, gunoklizu. Fommu (fuimus), foru (fuerunt) und
die Formen des Condit. fora, foratu, fora, foramu, foravu, faramu sind nicht
klar. Zusatz. In Casteltermini, Canicattí wird dieses ó (+ u, i) in nó
diphthongiert: juornu, aber Plur. jorna, vollizu, nolli, Tinuokkau, piduokhau;
fuommu, tuoru u. s. w. y) aus vulg. lat. u = litt. lat. u: fumu (fumu);
sucu (sucu); suca (sugat); lue (luce); mutu (mutu); crudu (crudu); fus
(fusu); una (una); muru (muru); mulu (mula); purci, puer (pullice); guñu
(juniu); lulu (juliu); gula (acuc|ulla); gustu (gustu); fruttu (fructu);
nuddu (nullu), susu (sursum). Anmerkungen. - Statt -itu Partizipendung
findet sich fast immer -utu: tradutu, finutu, zzurutu, partutu,
sintutu. Ganz selten ist o statt y: unklar ist gró aus gruem; ebenso lordo
aus luridus, was Ovidio (Grundr.) als Anlehnung an sordo (?) erklärt. 1)
Die Landbewohner sagen junettu, wie altfrz. juignet.§ 6. griech. v.
Griechisch i, i wird meist durch u, seltener durch i wie-dergegeben; doch
manchmal findet sich auch o und e statt u, i, wie im Ital. Beispiele:
vurza, grutta, cutuñu, tunnu, tuffu (mustárau, crókkmula, mit Versetzung des Accents);
aber torsu (ital. torsu, thyrsus), martorzu geistliches Schauspiel in einigen
Gegenden der Provinz während der Passionswoche, neben martirz, gelehrt
(Doppelformen aus martirium, wie im Ital., cf. Canello, op. cit. 32f.); lonxa
gelehrt (cf. ital. lonza); tollu (ital. stollo); brutiru, aber libezin,
ménnulr, cémmalu, gettu, die zwei letzteren gelehrt. In tapúnu (toúravor) kann
das a vom Verbum tapanari verschleppt sein (Meyer-L., Ital. Gram. § 16, 16)
oder aus Angleichung an den folg. lat. Vokal: - tepúnu - tapinn. § %. ae,
oe (schon vulglat. e) sind agrig. als et behandelt: celu, fenu, fetu, neu
(naevum); ¿ena, grecu, ebreu (Abbreu, Abbré), juden (judé), prestu, seralu,
spera, tedmo, fería, preda, eru, die vier letzteren gelehrt. (Foedus, laetus,
suepes, taeda, perit, quaesi, caccus fehlen). - In Casteltermini, Canicattí
wird dieses g in -ic- diphthongiert: fienu, fictu, griecu. lat. au.
Es ist nicht leicht, eine bestimmte Regel für die Entwickelung des lat. au
festzustellen. Man kann im allgemeinen sagen, dals im Sicil. LAT. AV, sowohl
primär als sekundär beibehalten ist, jedoch Ausnahmen fehlen nicht, obwohl
viele durch ital. Einflufs gebildet worden sind. Primäres au bleibt au:
táuru, addaure, vaucu, CAVSA (neben “cosa”, Doppelformen wie im Ital., cf.
Canello), lausu (neben lodi gelehrt), pause, gelehrt; canlu, Niculau, öfters
bei Anreden Niculá.Zusatz. — an wird oft zu aru agu verdehnt: túgurn, addáguru,
cávusa, rúcule u. s. w. au — 0: oca (ital. oca); robba (ital. roba), bei
den Landbewohnern ist robba das Landhaus; cos (ital. cosa); pocu, neben picca
(ital. pocn); póriru (ital. povero); cotu kann aus cautus kommen, obgleich es
keine entsprechende Form zu ital. chiotto, neap. hipte,' aus quietus |cf. Diez
(kaum) durch franz. coit] ist; oru (ital. oro); o (ital. 0, aut); goja (ital.
gioja); nolu (ital. nulo), godu, júdivi, neben udiri (ital. godo), lodi gelehrt
(ital. lode), lodr, loda, lúdane (ital. lodo, loda, lodano) - tisore, auch
fisoru, tisole bei dem Volke (ital. tesuro); parole, palore (ital. parola);
frori gelehrt (ital. frode), lúnare (ital. lodola), foci, gelehrt (ital. foce);
clanstrum, anru, unsu, planta, guute fehlen. Zusatz.
o diphthongiert in no: prore, cuotu: (Casteltermini, Canicatti, puoru
auch in Recalmuto). « - ar (ital. al) vor m: rarma (sacua, ital. calma),
sarme (sauma, ital. salma aus oágua). Sckundäres - aut (Perfect - avit)
ist in Girgenti (Haupt-ort) und in der ganzen Provinz, aufser von Sciacca
(-au), - geworden: amú, purtú, currú, mannú etc. Das sekundäre aus
al entstandene an hat in der Provinz von GIRGENTI eine mehrfache Behandlung. Es
ist merkwürdig. wie man in einer Gegend selbst, nehmen wir an, in der Stadt GIRGENTI,
zwei oder drei verschiedene Entwickelungen des al hören kann: z. B. autu,
ácute, neben utu, antu; srauzu, siu-vuzu, scuzu, scanzu; sautu, sautu, satu,
santu u. a. - Die volkstümliche Entwickelung des al ist aber au: autu, scruzi;
sautu, fausn, caudu u. s. w., das Zerdehnen des an zu avu ist ganz gewöhnlich;
die Formen atu, satu, scazu u.s. w. entstanden aus áu, «(u) (autu = atu);
wichtig ist die Form untu, santu, scanzu u.s.W., wo l zu n geworden ist. Diese
Form findet sich nur bei dem niedrigen Volke, besonders Landbewohnern.
Meyer-Lübke, Ital. Gram., er- 1) Ovidio (Arch. glott.) erklürt das neap.
kiuote aus dem lat, plotus, und Canello das ital, chiotto aus dem neap.
kivote.klürt die Form antu (altru) aus der Verbindung unaltro; aber das, glaube
ich, kann nicht auf fanzu, canza, santu u. s. w. bezogen werden. Merkwürdig ist
auch an aus unbet. au in anceddi (Casteltermini). Vgl. altfrz. ancun. In callu
neben caudu (ital. caldo), falla (ital. falda), nur bei den niedrigen Leuten zu
finden, ist Id zu ll geworden. In Cianciana wird al vor d zu ai: caidu, faida, so auch ale:
caidára, caichúri. - S. Kons. Unbetonte Vocale. Vortonige. Ohne
Einflufs von Kons. bleibt a bewahrt als a: für die unter i und u
zusammengefallenen Vocale (e, e, й, 0, й, й) ist zu bemerken, dafs diese i- und
u-Laute (sowohl vortonig als nachtonig) nicht immer ein ganz reines i und u
sind, sondern ein Mittellaut (i, 4) zwischen e und i, o und u, cf. Meyer-Lübke,
Ital. Gram., Schneegans. Doch dieses Schwanken finde ich nicht so ausgebreitet
und zuchtlos, wie Schneegans leicht annehmen lassen würde. Auf die gewöhnliche
Schreibung des sicil. Dialektes mufs man sich im allgemeinen sehr wenig
verlassen, und die selbst von Schneegans dargereichten Texte zeigen es
deutlich; in der That: uno, subito, solito, danno, anno, successo (in den
Cicalate), impiegato, Municipio, saluto („le Maschere"), tanto,
spartavano, ognun, mode (bei Papanti), mio, argento, mano, lo esercixio,
pavento, eccidio, campo, immenso, obboé, dire, contento, dente, allegria,
mascherati, verità sind keine sicil. Wörter mehr, sondern ganz und gar
italienische, mit italienischer Schreibung. Wenn ich also kein Gewicht
auf diese ungenaue Schreibung lege, und mich nur an den echten Volksausdruck
und meine natürliche Aussprache halte, so finde ich, besonders in der Provinz
von Girgenti: 1. dals i und u im Auslaut den reinen und bestimmten Laut des i
und u wirklich nicht mehr haben, sie sind unklar, offen und fast lautlos: ital.
anno ist sicil. weder anno, noch annu, sondern annu; dals dieser Mittellaut
zwi-schen e und i, o und « besonders in gelehrten und italienischen Lehnwörtern
mit e und o zu bemerken ist, z. B. alligrin, prisenti, filici, riggimentu,
sicunnu, cmlentu, prepositu u. a. Formen wie scordatille machen keine
Ausnahme, weil es ein zusammengesetztes Wort ist (scorda+ti+ lu, vgl. ital.
scorda+ te+lo) und das o von seinem Accent (córda) aufgehalten ist, sonst
scurdári, scurdústi, scurdátu. Teátu (Schneegans) neben tijatu ist gelehrt
(ital. teatro), ebenso mascherati volkstümlich mascarati (durch Einflufs des
r). Lat. au ist als au bewahrt geblieben in den Wörtern aurikki, Laurenzu
(oft zu Lagurenzu, daher Lagrenzu bei dem Volke, besonders Landbewohnern),
ferner in audaci, au-tunnu, rumentu, nauszatu, cautela (neben cotela s. unten)
gelehrt und Lehnwörter; sonst wird es zu a: agustu, ascuta, ascutari, agur (wie
schon im Vulglat. agustus, ascultare, agurium), Agustinu, aceddu (anceddu
Casteltermini); arikkini (ital. orecchini, Ohrringe), xzatari (flautare),
ladari, ladatu Castel-termini, Cianciana. Neben aurikli, arikki, arilkini,
Laurenzu, areddu, finden sich oft auch oribli, orillini, Lorenu, oceddi, wohl
vom Ital., wo anl. o unverändert blieb, während es inl. zu u werden mufste in:
pusari, ripusari, purureddu, gudiri (neben gódir), lydari, rubári. - Beachte au
in auliva, aulivi. Romanisches au entstanden aus al-Kons. bleibt au, wie
in autirra (altezza), oder durch Einflufs des l, das u an sich zieht, wird au
zu va in kuadara (caldaia), kuacina (calcina), luadári (caldicare), aus
kaudara, lavina, kaudzari; neben diesen finden sich aber auch die Formen
callara, callari, fal-laru, fallarinu (deriv. v. falda), caidara, caidiari,
faidduzza in Cianciana, fadali aus au verkürzt. In cotela aus cautela und
cocina aus caucina (calcina) ist au (primär und sekundär) zu o geworden.
Vor Labialen wird al nicht zu au, sondern zu ar: par-ment (palmento), marva,
arbulu, sara. Ferner in Girgenti vor Dentalen: artaru (altare); farsari
(falsare). Unter Einflufs von Kons. - Der Übergang der unbetonten Vocale a, e,
i zu a vor oder nach einer Labialis(s. Schneegans, Meyer-L.) ist in
Girgenti (Hauptort) sehr selten. Beispiele: cannavi, nie cánnuru
(cannabis), carrabbina, livari, rimita, rimiteddu, seltener rumitu, rumiteddu
(here-mita); birritta, carnalivari, arristitari, misura, misurari,
dimannari, addimanna neben dumannari, dumanna, aubi- dienti,
disublidienti, assimitari, súbitu, úrtimu, annivuricúri, simenza,
siminari, ammintuari, ammintuatu, addiminari, milincana, rivirsari; aber duviri
(debere); dumani (demane), cf. ital. dovere, domani. Dagegen findet sich häufig
u vor oder nach Labialis in einigen Gegenden der Provinz, besonders in Licata,
z. B. luvanti (levante); luvari, buvatuvilla (ital. levare, levátevelo),
rumitu, rumitedde, dumanna, burritta, pu-naru (ital. paniere), musura (misura);
ammuntuari, sulnitu (subitu); mulungana (melengiana), annuvricari
(anivricari), car- rubbina, sumenza, fumurar (fimus + ariu), sduvacari
(deva-care) - in Casteltermini: Musummulisi (die Bewohner von Mussomeli),
vutieddu (vitellu) u. a. Durch Einflufs des folg. p ist a an die Stelle
von urspring-lichem vortonigen e getreten in sapurtura (ital. sepoltura);
sre- purcru (ital. sepolcru). Einflufs des v: a) e, seltener i, o +
i= a + v: faraci (ferace); sarbari (servare); kuarela (querela); sacardoti
(sacerdote); arsira (hersera); Arasimu (Erasmus) Cianciana; Sarafina
(Seraphina); sarüzzu (ital. esercizio); viparedda (ital. vi-perella); arruri
(errore); carzaratu (ital. carcerato); purcaría (ital. porcheria); massaria
(ital. masseria); Castartermini (Castel-termini), viklareddu (ital.
vecchierello), battaria (batteria); sarvaggu (silvaticu); maravila (mirabilia);
arreprensilli (ital. irreprensibile); arasiluli (irascibile); marabinenne
(moribondo); tartuca (tortuca); partualle (Portogallo). Anmerkung.
In GIRGENTI, wie im allgemeinen im ganzen SICILIA, kann auch hier von den
Formen des Futurums keine Rede sein, weil keine eigentliche Form des Fut.,
sondern nur die Verbindung des Infinitivs mit den Verben aju, seltener rotu,
sich noch ganz deutlich in seinen zwei Teilen findet. - Formen wie arir, amiró,
saró u. a. sind Einfuhr der Schrift-sprache; doch habe ich manchmal amaró,
avaró (ameró, avró) gehört. 8) i, e + I = u + r in GIRGENTI: GURGENTI (Girgenti),
survigzu (servizio). p) r + e, seltener o = v + a: rapprisintari (v.
represen- tare); racenti (recente); raclúta (ital. recluta); raccoliri
(recol-ligere); valogu (horologiu); forasteri, Lehnwort (forestieri) u.
a. Dieses a wird zu ü in manchen gelehrten Wörtern, rütturi (rettore),
rüdattu (redatto), rütipunte (ital. dietropunto, retro-puntu), rättorica
(retorica). Einflufs des k auf au. Das k zieht u an sich: liun-dara,
kuacina, lundiari, kuatela. Einflufs des n: e, i + n werden a + n: antari
(ENTRARE), anconta (incontra), anutuli (inutile); ancumenãa (incomincia),
ssanuto (ital. sternuto), manziornu, manzió (ital. mezzogiorno); vorñ: añuranti
(ignorante), añumina (ignominia), añranza (ignoranza). Sporadische Veränderung:
suluczu sulusiari von singultu, singultare. otn=atn: eamusu, camsiri,
ermasatu (cognoscere); anuri (honore) ricanusenza (riconoscenza), disanuratu
(deshonoratu); anniputenti (omnipotente). Vor der Gruppe mm wird i zu a:
ammattutu (ital. imbattuto); masate (ital. imbasciata); cmenagrute (ital.
immagrito); Ammaculata (Immacolata). Vor m wird e zu i in: mümorga
(memoria) Lehnwort. Nachtonige. Ohne Einflufs von Kons. bleibt
nachtoniges a in-und auslautend bewahrt: stómacu, timpanu und tégula, "rose,
cosa, badda, cuda, canta, puma; für die unter i und « 4u-sammenfallenden Vocale
(ẽ 7, i, 0, й, ù) s. Vorton. Kein auslautendes e in cincu (quinque, ital.
cinque); agrig. sunca (cf. altital. dunqua) bestätigt ein schon im Vulglat.
dun-qua aus dunque in Anlehnung an unquam. Ferner zu bemerken sind puru (ital.
pure); comu (ital. come, cf. senes. como): conta, fina = cont'a, fin'a;
fora = foras (ital. fuori und fuora); manu bleibt manu auch im Plur. (cf.
altital. le mano). Aus-laut. ae wird i: curuni, culonni; auffillig ist die
tonlose Par-tikel ca = ital. che (dafs) und ca — quae Pron., wie z. B.:
Sacêu di tértu ca | du soru siti, Ca státi emmernu 'nrémmula
abitati (Giov. Canti etc.
Cianciana.) und „vó ca veñu" (ital. vuoi che venga) u. dgl. -
Für die Weglassung einer Endsilbe Unter Einflufs von Kons. - Vor r wird
e, seltener o zu a: númaru (numeru); cámmara (camera); vipara (vipera);
ruccaru (ital. zucchero); vómmaru (vomere); Gásparu, neben Gaspinu
(Gaspero); Luñfaru (Lucifero); bifara (biffera); gámmaru (ital. gambaro);
misara Casteltermini (misera), cán-taru (ital. cantero); cólara (xohepa);
jüniparu (juniperu); Ettari (Ettore); Cristófaru (Cristoforo); cárcari (ital.
carcere) - nach i: érramu (onuos). Labialis +e, i = Lab. +u:
pruvuli (pulvere); murula (nubila); simuli (similis), súltu, urtumu,
Licata (subitu, ultimu); und Suffix -couli, -abuli, -ibuli (-abile,
-ibile). L verlangt u vor sich: áttula (dactilus, ital. dattero);
utuli (utilis), ácula (aquila), ménnula. Vor e findet sich a für i,
seltener o: calacu (calice), ca-nonacu, tonaca, cronaca, mantacu, sinnacu,
monacu, monaca, parracu, funacu, aber kúvica («f. ital. chiavica) neben
cluuca gelehrt, ital. cloaca - nie vor n: pampina, guvini, cufinu (ital.
cófano); órfan ist Lehnwort. Für den Schwund des tonlosen Mittelvokales. Die
Aphärese ist in Sicil. sehr häufig, weil alle Würter vokalisch
auslauten: a-Aphärese in einzelnen Wörtern: cttula, Castel-termini
(kleine Axt, ital. accetta); Ragona (Aragona), Gur-gentz (Agrigentum), sañaturi
Licata (lasañaturi, Rollholz, von lasaña); rina (arena), gula, Nadel (acucula),
ramu (aeramina), pretia (apotheca); sparau, sporaci (asparagus); - @) bei mit «
anlautenden Femininis, die mit den Artikeln la, 'no (una)zusammentreffen:
la'ffizioni (la affezione); la icetta (la accetta), 'na marena (una
amarena); - y) vor Nasalen: 'mmátula (am-matula, Adver. umsonst, von griech.
uárnv?) 'Ntonia,
'Ntuniktiza (Antonia, Antonietta), 'nüddi Porto-Empedocle (ital.
anguille), 'ncina (ital. angina); 'ncinala (ital. anguinaglia),
neuviceddi Porto-Empedocle (ital. acciughine); 'naría (ital angaria), 'narsári
(ital. angariare); 'mmasaturi (ital. ambasciatore); 'mminsilatu,
'mminsitari (amminsitatu, amminsitari, it. vezzeggiare); 'nusari (angosciare);
'ncunza (ital. ancudine); 'ntinna (antenna). i-Aphärese. a) in einzelnen
Wörtern: munnizza (im-monditia); rinnina (hirundina, aber hier scheint
Umstellung zu sein: hurindina statt hirundina); Nazzu (Ignatiu); - 8) bei
Verben, vor Nasalen: 'mmarazzari (ital. imbarazzare), 'mmarrari
(ital. imbarrare), 'mmasari (invasare); 'mmástiri (imbastire); 'ncarcari
(incalcare); 'nzzammari (inflammare); 'mpinciri (im-pingere) und 'nnucienti
(innocente); 'mmastu (ital. imbarazzo, impaccio); 'mmernu (inverno); 'mmeru (in
verso, verso, circa); mmesta (v. vesta, ital. federa); 'mminzioni (inventione);
'nien-tivre (incentivo); 'nienzu (incenso); 'néura (ingiuria); - y) in
formalhaft gewordenen präpositionalen Verbindungen: 'mpuntu (in puntu); 'mpresa
(in prescia); mpiñu (in pegno); 'mparu (in pare); 'mpixzu (in + pizzu, in
punta); 'mpró (in pro); 'ncapu (in capo, sopra); 'nkzaru (in chiaro); 'nima (in
cima) 'ncostre (accosto, in + costu); 'ncoddu (in collo); 'ncanir (in
cambio); 'nfunnu (in fondo); 'uninari (in denari); 'noceu (in cio'che) u.
a. 3. c-Aphäresc. a) in einzelnen Wörtern: rumitu, rimita (eremita),
rumitorzu, rimitorzu (eremitoriu), vispicu (episcopu), -réticu (ereticu),
limósina (Elenuocion); cillenza cillen:asi (eccellenza, eccellenza si); sarczzu
(esercizio); kgesa (ecclesia); ¿angel (evangeliu); - 8) vor Nasalen:
'mpiña (frz. empeigne) 'mmracu, mmracari (ebriacu). 0-Aphärese in:
spitali (hospitale), riganu (origanu), ralogu (horologiu), auch roggu
([lo]roggu); micidaru (homi-cidariu); miupáticu (omeopatico); la 'bbidienza
obbe-dienza). 1- Aphärese in: vindicu (umbilicu), 'na (una); napocu
(una + poco = etwas, z. B. nap d'acqua etwas Wasser,cf. una picca
Messina); lu 'ffizzu (lo ufficio); vor Nasalen 'nyuentu
(unguento). ae-Aphärese in: rúggini, rugga (aerugine); ram
(acramina), stimari (aestimare). Die Anreden und die Vornamen erleiden
oft stärkere Aphärese: ñuri und nu, ñura, ña von siñuri, sinura (Herr und
Herrin). Es ist aber zu bemerken, dafs diese zwei For- men sich nicht für
einen wirklichen Herrn und für eine wirk-liche Herrin passen, sondern für einen
Mann und ein Weib aus dem Volke. Ferner: ñuri taugt als Anrede eines
Kut-schers; 'mpari von cumpari (ital. compare), z. B. 'mpari Pé (compare
Giuseppe); - ñursi, murnó und nasi, nanó (Signor si, signor no). Die Eigennamen
erleiden fast immer Aphärese: Minicu (Domenico), Peppi (Giuseppe, cf.
ital. Beppe), Sare (Rosario), Tanu (Gaetano); Vanni (Giovanni) u. a
Besonders ist zu bemerken: mu, mullu gieb mir, gieb es mir (von dammi, dammelo:
dammüllu); sutu = nisutu (aus nesiri = ital. uscire, uscito); ncavà also (von
dunca, unca, 'nca + va, 3. Pers. Praes. Ind. von andare); emu (habemus);
tidicari kitzeln (von ital. titillare und solleticare, *(ti]tillicare); mótaca
(von una vota ca = ital. una volta che ...); tellia Cianciana (=
tantilika, ital. un tantino); ña! (von dunca, anca); ici, ña (dunca von
donique, cf. Foerster, R. E.). Die a-Prothese ist besonders von den mit ad
erweiterten Verben gebildet, die oft den Urverben, des Sinnes wegen,
an-geglichen worden sind; dadurch ist es entstanden, dafs dies a anderen Verben
vorgesetzt wird und endlich den Substantiven, auf welche sie Bezug haben (cf.
Meyer-L., Gramm. d. rom. Spr.). Wir haben also mit arl anlautende Verben, bei
welchen die Präposition nd einen reellen Wert hat, sogar oft ihren lateinischen
Wert: ldummisiri und dórmiri (cf. oudormisco und dormo); appurtari und purtari
(of. affero und fero); abbanuri cintauschen und riñari wässern, baden; uurnari
tagen von jornu, all'aymur-nute bei Tagesanbruch; aldumari Licht machen von
lumi;2. und Verben, bei denen die aus Angleichung vorge- kommene
Präposition ad ganz und gar schmarotzerisch ist: accumenta neben cumenia,
abballari neben ballari, addi-mannari neben dimannari, assapiri neben sapiri,
addifén- niri neben difenniri u. a. Substantive, auf welche diese
Verben Bezug haben: abballu, addimanna, addimanneri u. s. w. Ajeri,
apprima könnten auch ad einschlielsen. Die Resonanz des et entwickelt oft
ein a: arridiri (ridere); arriparu (riparu); arrinésiri (riuscire); arripezzu
(rappezzo): arraccuntari (raccontare) - fast alle Volksnovellen beginnen:
si cunta e s'arraccunta ...; arrazzimi (von razza); arrisettu (risettu);
arriccamari (ricamare); arriccamu (ricamo). ite bei Verben wird fast
immer zu ar, arra: arraccóliri (recolligere); arraccumannari (ital.
raccomandare); arrassumi-tari, arritiniri (retinere); arrispúnniri
(respondere); arristai (restare) u. a. Besonders ist zu bemerken:
ad attia Aragona (a lia = ital. a tc); unquániki Aragona = ital. qualche,
aber sicher von un + qualche; a-Prothese bei den femin. Substantiven auch ohne
Einfluls des Artikels la: aggenti, abbili, amenta, addan-nazioni; artá (etá);
ferner abboné = bonum est; accussi = cosi; abbasta = basta; accura = cura
findet sich nur in der Verbin- dung duna accura = ital. datti cura, es
kommt aber gewifs ron duna a + cura = ital. prendi a cura. Die
Synkope ertolgt sehr selten und nur unter Einflufs des halbrokalischen v. So
wird es kommen, dals, wenn das / zu et werden kann, die Synkope erfolgt, sonst
nie, ½. B. póllici (pollice) und purci, puci. Ein schönes Beispiel
giebt uns »salicem" mit seinen zwei Formen: sálair; gelehrt, neben
sarcu; surer (sorice); spirda (spiriti); purpu (polpo). Inlautendes ¿ aus
e fällt vor r ab: o(i)ritá (veritá); pri-culu (pericolo); oprari (operare);
disperdri (disperdiri); krilhia (chierica); mráculu (miraculu); tati (tirati);
tari (tirare); vita-teddi Cianciana (ritirateddi); dettu (dettiru); mitti
(mettiri); vittu(vittiru) Licata. Auffällig ist in érramu (ital. ermo) e vor i
zu n geworden. Abfall des inlautenden u vor r: sapritu (sapuritu)
Licata; cruna (curuna); 'ncrunatu (incurunatu); frusteri (forestiere);
crusu (curiusu) Licata. Bei den Formen des Infinitivs + le (lo pronom.
Artikel) erfolgt die i-Syncope immer: mannarlu (= mannari + lu, ct. ital.
mandarlo); purtarlu (= purtari + lu, cf. ital. portarlo) u.s.w. Die
Kontraktion ist sehr häufig, besonders unter Auf-hebung des Hiats. Es ist hier
zu bemerken, dals dic Artikel lu, la, li nach da, di (de), pi (per); a ihr /
verlieren und dadurch haben wir: do = da lu von da 'u, du =
di lu von di 'u, da = di la von di'a, da = da la von da 'a,
pa= per la von pi(r) 'a, pu — per le von pi(r) 'u, pj = per li von pi(r)
'i, U= a lu von a 'u, e= a li von a 'i. Beispiele: Do munti = da lu
munti (ital. dal monte); du mari = di le mari (ital. del mare); da mati =
di la mati (ital. della madre); pa genti — pi la genti (ital. per la
gente); pre menu = pi lu menu (ital. per lo meno); scupittinu pj
denti = pi li denti (ital. spazzolino pei denti); u forti ca = a lu
forti ca... (ital. una volta che ...); e vintunu = a li vintunu
(ital. al ventuno ...). Für e, eju = aju. Fina, conta sind aus finu
ta, contu + a (cf. ital. contra, oltra) gezogen; ebenso sa aus sia, ava aus
avía: „sa ladatu "diu" ital. sia lodato dio; „ava jutu" = avia
jutu (ital. era andato) in Cianciana; ma aus miu und mia: „ma pati, ma mati
" in Casteltermini, Licata; au, za aus xiu, xia (ital. zio, zia).
Ferner jencu aus juvencu; orallannu = ora è l'annu; vosenia= vostra eccellenza;
cossía, vossa = ¿ostra signoria; Saru aus Saria (Rosario). Es ist zu
hemerken, dals der durch einen ausgefallenen Kons. hervorgerufene Hiat dagegen
durch j be-hoben wird in majisi (magese); pajisi (pagese); majulda (cf.
ma- gida); sajitta (sagitta); fajida (favilla); projiri (porrigere);
fri-jüri (frigere); rijuddu (regillu); fújiri (fugere) - beachte noch castzari
(castigare); und oj (hodie); raja (radia) - ferner frúula (fragola); aber
paúni (pavone). Sehr häufig bei der Proklise: a list' ura, a 'st'
ura =« ista ora; em' a-fari = emu « fari; aj", ej a + Infinitiv = ju
a, eju a etc:; $) nach betontem Vokale: di = dui (ital. due); jü
=jiu, in (ego); mi = mei (ital. noi); qua' = guai; Di = Diu (Deus); me' =
mcu, „me' pati, me' frati", auch me'= mea, „me' mati" und „fratursu
me'"; po'= puoi und poi (potes und post); -a'=-au (-avit): purta', liga,
curca; -i =-iu (-ivit): jiuniï, curri, muri; se'= sci (sex); assa'= assai
(satis); d) bei Anreden und Eigennamen: rumpa' (cumpari, ital.
compare); cura' (curatulu, ital. cur- torc, castaldo); piccil (picciliddi
Kinder); nu (nuri Kutscher): do, don (donnu: "do Matteu, don Cola,
aber donnu Mi- nicu); Sa und San (Santu: Sa Lenardu, Sa Luigi, Sa Lenil,
San Franiscu, San Petu, aber Sannu Minicu, sannu statt santu, wenigstens so in
manchen Texten geschric- ben, ich glaube aber, dals man San Numinicu =
San Duminicu (Domenico) lesen mufs, in der That wird nd immer zu un, vgl.
cannila = candela; ebenso vielleicht auch oben mufs donnu Minicu = don
Numinicu sein); pa, tr' (papa, tata); mả' (mama'); Li (Lina); Ti' (Tina);
Ste' (Stefanu); Anne' (Ametta); Nute' (Nuien u, 'Innocen:o); Ro' (Roccu);
Pe (Peppi) u. a.; d) besondere Fälle: in Licata statt voli
(ital. vuole); je Cianciana statt jeva (ital. giva): Giufa li je' mittennu
(Giovanni, Canti et cet. Cianciana); mide statt milemma (ital. mede-simo).
i-Epenthese zwischen Labiale + r: Sittemmiru, Ottúviru, Nevémmiru, Diemmiru
neben Sittemri, Otturru, Nuemru, Duemii; úmmira neben ummra (umbra); piruni (prunu);
'mmirazza neben 'mmraxza (in brachiis); () 9+r: sóggiru, soggira schon in
früher Zeit socerus, ital. suocero; mágiru statt magru findet sich in Girgenti
sehr selten; allégiru neben allegru; s + m bei fremden Wörtern: Cósimu (Cosmo);
cataplasima (nataháoua); biasimu; spasimu; asima neben d) 9+1: 'ngilisi
(inglese); Ingilitterra (Inghilterra) Casteltermini. Zusatz. Der Einschub
eines 2, wie er in ital. inchiostro, chioma, älter * inclaustrum, *cloma
vorliegt, findet sich nie in Girgenti: inlzossu, koma sind ganz gelehrte
Wörter; das Volk sagt inca, coma nur im Sinne von „sopore, disposizione al
sonno", z. B. „coma 'ntesta"; ferner scuma neben spuma (ital.
schiuma), rifutari, favu, furina (lat. fuscina, ital. fiócina). 2.
u-Epenthese, durch Guttural hervorgerufen, zwischen «) guranu (grano), néguru
(nigru), gulutu (gluttu); 8) c+*: neuruc, curucifissu (croce, crocetisso),
'ncgrustari (incrostare), curudu (crudo), curucelone (corbello). Die
Formen aut -ati, -uti an Stelle der ital. Substantiva auf -á, -ú (roci tronche)
sind nicht epithetisch. Sie kommen gerade von dem lat. vierten Falle auf -
ate(m), - ute(m) her: piatati (pietate), voluntati (voluntate); caritati
(caritate), cirtuti (virtute). In GIRGENTI sind diese Formen sehr selten, nur
bei dem Volke findet sich oft die Form auf -ái (von -«(1)i): aitai,
nicissitai (etú, necessitá). 2. Die Formen auf -aju, -au bei Verben
(ital. -ó, -o) sind auch nicht epithetisch: aju = habeo, saccu = sappio,
seju = sedeo; — staju, daju sind analogisch zu aju — neben daju findet
sich auch duñu analogisch zu suñu (sum).3. Die a-Epithese ist sehr häufig:
Neben Lúnidi, Már-tidi, Mércuri, Jóvidi, Vénniri, Silbatu, Dúminica (Namen der
Wochentage) finden sich: Lunidia, Martidia, Mercuridía, Juridia,
Venniridia, Sabbatulia, Duminicadia, cf. dia = dies span., prov.
Bei Pronomen: In Licata, Casteltermini findet sich jia von ji (ego), mia, tia
statt mi, ti — me, te (zur Vermeidung des Hiats mija, tija). - Gewöhnlich, bei
dem Volke, ist die Form Dia, Dija = Dii, Dei, Dee. In Casteltermini
findet sich ada = ad; vgl. sardisch. 1. Sehr häufig, immer bei dem Volke,
ist auch die ni- Epithese nach betonten Vokalen: a) bei Verben: eni
= é (est); pinsni = prinsú (ital. pensó); curcani = curcú (coricó), addivintani
= addivintá (diventú), funi = fu (fuit); $) bei Pronomen und
Zahlwörtern: jini = ji (iu ego), tini, seni, Casteltermini, — ti, sé (tre,
sei): d) bei Adverbien und Konjunktionen: nuni = line (plus);
rucussini - accussi (cosí); cúni — cú (qua); lani = da (lá): pirioni
(öfter pirco(n)i) = pirió (perció). Siddu, seddu in Licata = si †ildu
(ital. s'egli, si + illu). Vokalzusatz am Wortende zeigt auch das Sicil.
bei kon-sonantisch auslautenden Fremdwörtern: tammi (Tram), onni-bussi, lapisi,
gassi (gas), wie toscan. - c. Sonderbar und wichtig ist die Weise, in der
das Volk das geistliche Lateinisch in Gebeten ausspricht: „Stababat matri
ilclorosa | iusta croce lacrimusa | ed abbatti filiussu" (Dum pendebat
Filius), Casteltermini - „Oi cruxisi vada spissonia passionama tempori | piassi
cuci graxia | Reixi de la china" Casteltermini (Text: O Crux, ave spes
unica, - Hoc Passionis tempore - Plis adauge gratiam - Reisque dele
crimina) „Posuarenti supra caputti
causanti rexi o scrittu Jesusi Naxia-renu rexi joduro omini (Text: Posuerunt
super caput ejus causam ipsius scriptam: Jesus Nazarenus, Rex Judaeorum),
Giovanni, 50 Canti et cet. u. a.; Giovanni, Canti et cet. Angleichung des
anlautenden Vokals an den betonten Vokal: a - á: piatá (daher
piatusu), matassa, gazanti (gigante), valanza neben vilanza (bilancia), cf.
altirz. garant, frz. balance — aquali (equale), aquannu (hoc annu).
i - i: birritta (baritta), filinza (fuligine?), ficili (fucile). U —ú:
ruñuni, sutuzzu aus *si(n)glutiu. f) Angleichung des nachtonigen Vokals
an den betonten: á — a: ánasu (anisu), cálacu, párracu, ássacu. i - i:
tírici (tiraci), pítila (pigliala) Licata. ù - U: disituti, anútui. %)
Der pronom. Artikel lu (lo) bei den Verbalformen hat den Wandel von unbetontem
sekundären i zu u hervorgerufen: facitulu, luvátulu, mittitulu, maritatulu
(Licata). Ferner ist die Angleichung des unbetonten sekundären Vokals an
den Endvokal u besonders in Licata sehr häufig: avissur, vitturu, avissumu,
scannulu. Zusatz. Aus Angleichung an die 1. Pers. Praes. (-4) findet sich
in Licata: appu statt appi (ital. ebbi), vittu statt vitti (ital. vidi), persu
statt persi (perdetti), vinnu statt vinni (venni) — in Girgenti aber
appi, vitti u.s. w. Der Vokal a drängt sich oft an die Stelle eines anderen
anlautenden Vokals: aserätu (esercito), assequiu gelehrt (osse-quio), assirvari
(osservare), asistiri (esistere): „un assisti "li" (non esiste piu),
afennir (ofiendere), affiru, gelehrt (officio), arcasioni (occasione), aduri,
adurari (odore, odorare), abbré, abbreu (ebreo), aternu (eterno), ammitu
(invito) u. a., s. Die Veränderungen, die der Konsonantenanlaut im Satz-innern
erleidet, hat schon Schneegans § 24, S. 145-50 sehr fleissig nachgewiesen und
erklärt. Es steht fest, dafs besonders ki (quid); a (ad); pi (per); e (et);
"kau (plus); fa (facit); va (vadit); sta (stat); si (es); é (est); ddú
(illac); ti (tres); 'nla (intra), wie übrigens alle vokalisch anlautenden
Oxytona, die Dehnung von p, 6, m, f, c, 9, d, t, n, s und die artiku-latorische
Verschiebung (wie Schneegans schreibt), von v - sowohl primär als sekundär — zu
b; j zu ge; d aus gi zu i;."— aus d— wieder zu d; n+j=n; n+o;n+6 =
m+ b = mm; bewirken: Beispiele - nach Schneegans loc. cit. Labiale:
p: = i ppezau di pani! a ppala:zu la ppinnin, a pperru a ppexsul.
b: — s. unten § 26. m: — pi mmati (per matrem) latti e mmeli. f: -
si ffoddi, ti fimmini. Gutturale: c: = ki ccosa: a ccasa! g: - a
gyamm a l'aria: Dentale: d: - dittu pi dditta; é dduci - s. unten.
t: — a ttia, é Hoppu — (é troppo). n: — ti notti, é menti. 8: — ddá
ssupra, lii ssonnu! (sowohl primäres als secundäres aus et entstandenes
wird b: uncora é biru; ste binenme; lizu bicinu; ...j wird zu ge = ti gudici;
te gorna, á grunta. ¿' aus gr entstanden wird zu vr: La mmidia di li
ggenti é rranni assá (GIRGENTI). mis donn in wie sei migans meint:
Imfermu mi la vita bedeutet nicht: Imfermu nni la vita, sondern: mi
liidda (illa, ital quella) vita; pri ddi junini, nicht pri li juvini, sondern
pri kiddi éuvini; trattamu a ddu siñuri! = a kiddu siñuri! pri ddi mobili = pri
liddi mobili. n tj=ñ: u ñardinu (un jardinu) u ñornu (un jormi); do
Nakinu (don Jakinu) u ñocu (un jocu). 1+01=m+6= mm: 'mmarca (in barca);
'mmucca n + 11 (in bocca) mmita (in vita) ni mmeñe (non vengo). Doch
eine wichtige Anmerkung habe ich bei Schneegans nicht gefunden; nämlich, dals
einige Konsonanten, besonders 6, d, r, g, manchmal auch m, n, et schon im
Anlaut eine gedehnte Aussprache haben, und dafür im Satzinnern nicht mehr
verstärkt werden. Das d, z. B. von decottu, duman-na, dannatu, dugana, ist
nicht dasselbe wie in deci, duñu, domu, dormiri, doti, dori, durz; während
dieses im Satz-innern verdoppelt wird: a deci, a deci (ich schreibe im Anlaut d
= dd) u. s. w.; bleibt jenes ganz und gar wie wenn es isoliert gesprochen
würde, weil es schon für sich selbst gedehnt ist. - Zwischen decottu, so
vereinzelt ausgesprochen, und decottre (ddecottu) in E mmi vinni decotti
Pi dormiri la notti giebt es gar keinen Unterschied. Immer als *Ъ
(bb) lautet das anlautende b: Tritturi, batia, buttana, bestia, bagganc u. s.
w. nur in Indienan, budienti, Aphärese aus ubbudienza, ubirdienti u. dergl.
findet sich das einfache b; wie obiges et verhält sich auch i: "ie,
riggina, veñu, rumitu, robba (in ranni, rossu, arusa ist das et aus gi entstanden);
g: gelu, genti, "genti, gilu, "golu;" nur in nome,
nappa, norea, sonst nu (nos), masiri, nespule n. s. W.; m nur in mermcar
(marner)miraculu, mraculu, merda (ital. merda), sonst mennula, menu, mari,
munti u.s. w.; et nur in rippu, sonst Ciccu, ruffu, celu, cima u. s. w.
Über die Konsonanten im Auslaut ist wenig zu sagen, da im allgemeinen das
Sicil. sich hierin wie das Ital verhält. Auffällig ist suñu = sum (vgl. neap.
songo, donyo, stonyo, calab. sonyo, *ponyo, *donyo). Lat. non findet
sich als nun, oft 'un: "'un ci volu jiri, un aju lii ti
fari", im Satzinnern wird das n t j zuñ: „pirli nu ñoki?" (ital.
perché non giochi?), n + 0 = mb = mm „nu meñu (non venio) - aber no,
Verneinungswort; in ist ni geworden, ada = ad findet sich in Cianciana,
„ada mia, ada tia" (ital. a ma, a te), con wird cu. In einsilbigen Wörtern
bleiben 1, &, nehmen aber wie im Italienischen ebenfalls einen Vokal an:
feli, meli. sali, cori, aber pj = per (pri, durch Umstellung er — ve tindet
sich nie in GIRGENTI), in mehrsilbigen Wörtern bleibt i nur in crru, marmaru,
sonst frati, soru, ebenso 1, bar-came (aus baccanal Ovidio Arch. Glott.. - Iu
sempri, quattu (wie schon im Vulglat.) findet sich die Umstellung -er, re,
welches oft nach st fällt, nicht nur in nossu, vossu, die doch bei dem
Volke ofters zu nosu, vosa werden; sondern auch in capissu, maissu, aber
auch masu. S fällt in einsilbigen Wörtern ab: nu, vu, ti, ve, "lu, po, sé,
ha, da' (neben duna) str; die Formen mit i: nui, rui, poi, sei. hai, düi sind
nicht volkstümlich (vgl. ital. noi, voi, poi, sei, has, das); -aut (avit) = -á
in GIRGENTI: purtá, amú, curcú; est =é, oft eni bei dem Volke; -nt verliert
sein t nur bei 3te Pers. Praes. amanu, vidina, lodane; sonst fallt es
ganz: amaru, rittira, ludar. Labiale. §1. P - a) Anlautend wird
gewühnlich beibehalten: passu, pati, puru, ponti, pilu, peta, pirnici
(perdice), putia ([a)potheca); puse (pulsu); pirani (prunu); pifania
(epiphania): - wird = 1 in badda, baddóttule (ital. palla,
vallottola),-busa (pasciá); ballaccuni (ital. pollaccone); bizzocca (ital.
pinzochera); buttana, buttaneri (ital. puttana, puttaniere); — wird o in
vastunaca (ital. pastinaca); vispicu (episcopu) durch Dissimilation (bemerken
auch die Umstellung vispicu statt piscopu, vgl. span. obispo). Inlautend
bleibt p: ripa, capu, lapa (apis + Artikel / zusammengewachsen); pipi, lupu,
scupa, sapiy in varvasapiu (zusammengesetztes Wort: varva-sapiy, vgl. ital.
barbas-súro) — wird = bb in cubbu (cupu z. B. arz cubbo = it. aere cupo),
cúbbula (cupola); lebbru, lebbiru (lepore); lebbra (lepra) - wird = v in
pouru, puritá - durch Binfluls des folgenden r, cf. Meyer-L. Cons. riciri
(recipere, cf. ital. ricevere). Vor dem Tone — e nur in arrivari, sti-
rari, cuverta Fläche des Schiffes, neben cuperta Decke, sti-vari ist auch zum
Seewesen gehöriges Wort — y mit f vertauscht in gulfu (ital. golfo), tufeu
(ital. trofeo), alle beide gelehrt. p +, im Hiat = ¿c: sicca (sepia), saccu
(sapio), arca (apium, apia), saccenti (sapiente); bleibt im Anlaut in
ital. Lehnwörtern piatusu, piaté, tempu, pir, duppre, impiassu, piuma,
esempiu u. a. • pp bleibt pp: stuppa, ssuppre (struppu); cippu (rip-pu);
lippu, puppa, scoppu. &) in Verbindung mit Kons. y + Dent. wird
gewöhnlich an diesen assimiliert in: pt = tt: attu (aptu); rutta
(ruptu); accatta (captat); setti (septe); grutta (crupta); cattivu (captivu),
volkstümlich nur im Sinne von „Witwer", cattiva, Witwe, vgl. dasselbe im
Sard. battíu, battía. - In pt, griech. Anlaut, füllt p ab: tisana (ptisana). ps = ss: jissu (gipsu); kissu
(eccum ipsum); scrissi (scripsi); = s in casa (capsea); - nach et fällt y ab:
scarsu (excarpsus) — im Anlaut sarmu (psalmus). /: crapa (CAPRA); grúpiri
(APRIRE); — wird zu 2 nurin liereri (cani livreri) gelehrt. vgl. ital.
lerriere, sonst supra, suprana, sapro u. s. v. Durch Einflufs eines
Nasals wird p oft zu l in Castel-termini: cumbitu (ital. compito), cambana
(campana), esembir (exemplu), timiniluni statt timpuluni (Maulschelle), bleibt
in Girgenti, tempu, rumpiri, tempru. Sporadisch sp - se in scantari, daher
scantu, scantusu, nach Traina, Sicil. Wtb. 872,viene da *spantari, che a sur
volta à scorciato de sparin-tari"; vgl. sard. ispantu, ispantusi; und
siche Schneegans S. 69. - Scattusu (nicht scuttica, wie Schneegans
schreibt) kommt nicht von dispettoso, sondern von scattari, ef. Traina.
Sic. Wtb. scattu 880, vgl. ital. schiattosn. Für rascari, neben
raspari, scuma neben spuma, vgl. ital. raschiare neben raspare, schiuma neben
spuma. Sonst sp bleibt: respa, vi- spanni, cripu, nespola, spata,
spalda, spissu, spusa, spusa U. S. W. Spl findet sich nur in
splumenti, splénnite, spleniri, splmuri, gelehrt und Lehnwörter, sehr selten im
Volksmunde, der shrannenti, sblémitu, sblemi, solénniri, shamári
aus-spricht. § in Verbindung mit 1. pl = lit: lzanu, laga, lattu, kummu,
lizazza, lioviri, lau, lizuma, culkia. - Volkstümlich in PORTO-EMPEDOCLE ist
„plaga" im Sinne von Erdstrich - Ufer - pilaija geworden, neben
kraga, Wunde. Mundartlich in Licata pl = c: canu (planu), caja
(plaga), ñummu (plumbu), coriri (plovere), canziri (plangere) u. s.
w. Zusatz. Scola (scoplus) mufs ital. Lehnwort sein (vgl.
scoglio). Pruculi ist nicht aus pluvure, sondern aus pur- ruli, mit
Metathesis des v. In entlehnten und gelehrten Wörtern bleibt pl: plausibili
(ital. plausibile); placari (ital. pla-care); plebi, cumplimente (rumblimentr
in Casteltermini): plácitu (ital. placido) u. a., - «) Anlautend, mit starker
und gedehnter aus-sprache, bleibt 1, in: "beddu, bedde, bon, bone,
boutire, bañn, bena, batia, batissa, basta, bastari, hitlivi, ballari; - bleibt auch in
entlehnten und fremden Wörtern, wie: hallakkinu, bagasa, battisimu, tuggacca,
bajunetta, balena,
baruni, battatuni, basalicó, 'bastardu, battaria, bannera, barrera, bamminu, botta,
-benna, borza, bar- cuni; - wird = e in vo (bove); vivu, viviri (bibere);
vucca (bucca); vancu, rastuni (bastone); vilanza (bilancea); vasari
(basiare); varca (barca); vasu (basso); vutti (botte); vestza (bestia); varba
(barba); varbarottu Kinn; vastasu (von BaGrá(u); vucceri (frz. boucher)
u. s. w. - wird = m: matu, mia- tiddu (beatu, beatu + illu); muniuré (t.
bot. stirax benzoin, ital. belgiuino). Inlautend, bleibt und wird
verdoppelt in den Lehn-wörtern: robba, nóbbili, débbuli, súbbatu, cible, (aber
vollis-tümlicher civu „pasto degli uccelli"), plebbi (plebe); sebba,
rabina, neben volkstümlichem ragga (ital. rabbia); parab-bula (parabula), aber parola,
palora - nach r: varba (barba); erba (herba); orbu (orbu); arbulu - wird
volkstümlich = 2: cuvari, cavaddu, duviri, lavuru, maravita, pru- vari,
aviri, cannavu, nuvula, fava, sivu, viviri, scrivu (ar-vule, neben arbulu, ist
sehr selten); guvitu, suvaru (suber). Von diesem o geht et oft in u auf,
wenn nach et ein u steht: neula (nebula); taula (tabula); diaulu (diabolu);
faula (fabula); parola, palora = paraula (parabula). - Auffällig ist jimmu
(gibbus); mmiucr (ebriacu), vgl. ital. imbriaco: calab. imine (gibbus); rogu,
gelehrt (rubus) entspricht dem ital. rogo - fabbro fehlt im allg. sic.; ebenso
ove (ubi); unni kommt von unde her. B wird zu m in ssúmmula neben dem häufigen
tottula (orgoußos), durch Einflufs des vorhergehenden m. - Sporadisch / -- f in
vifardu, ital. ribaldo. (ital. nebbia, nibbio) können sich nur durch
Abfall des b erklä-ren: neha, mihus (miblius vgl. Wölflins Arch.),
affiliari (ital. affibbiare) von *affilare. - et + u = pp: «ppi (habui);
appimu, appiru, rippi (*bibui); cippi (bibuit); rippine, minppire. in
Verbindung mit Kons. bt = tt: suttirrangu (subterraneu); suttili (subtile);
detta (deb'tu); sutta (subtu). les := ss: assenti (absente); assólviri, gelehrt
fällt vor st, se: sustanzn, astiniri (abst.); scuru (obsc.); entlehnt osenu
(obscoenu). - mb = mm: tumma (tromba); gamma (gamba); rummáttivi
(combattere); kumm (plumbu). - hr = vi volkstümlich: uraco (braca); vraxzu
(brachiu); aber labra, labbru, gelehrt, in frevi, frivaru (febris, februarius)
ist die Umstellung des i zu bemerken. In Verbindung mit 1: Il = j in
Sciacca janru, jan- lizz:a; in GIRGENTI: Inancu, hiankia (vgl. ital.
bianco, bian-chezza); agrig. gastima (blasphema) ist mir nicht klar. Bl bleibt
in fremden und gelehrten Wörtern: blannu (blandu): ble, oft bili (frz.
bleu); blusa (frz. blouse); problema (pro-blema); aber Iunnu (ital. biondo).
Volkstümlich in Porto-Empedocle findet sich pilorca, pilotili? (ital. blocco,
blocchi), pilaja (plaga). f. - im Anlaut bleibt f: filu, fava, fusu, fim-
mina, furnu, ferru, focu u. s. w. — wird sporadisch zu b in -burietta,
Iurcittata, hurcittuni (it. forchetta, forchettata, for-chettone).
buffet). Tafánu (ital. tafano, aus tabanus) ist nicht volkstüm- lich. — f
zu bo in carabba (arab. garâfi, ital. caraffa), spora-disch. Im Inlaut findet
sich f verdoppelt in: riffa (cast. rifa), goffa (cast. gafa). Schneegans; aber “mafia,”
ital. “matfia”. - Cunortu, cunurtari, wohl von rum-hortari, nicht von
conforto, confortare. In Verbindung mit Kons. - fi bleibt fr: frenu,
fra-pula, frati, friddu, frana, frunna u. s. w. - f sogar zieht oft das et an
sich: frevi (febris), frivaru (februarius), friscari (fistulare, *fisclare,
*fiscrare, - friscari), frummicula, neben furmicula, sfrazcu (ital. sfarzo). -
sf wird oft sp: spilari, spolatura = sfilare, sfilatura; spunnari =
sfunnari; spu- yari = sfogare; spogu = sfogo; spari = sfare; spatte
=sfatto. — of bleibt in Girgenti: 'nfami, nfunnu (in fondo); cunfusu; nfattu
(in fatto), 'nfernu (inferno) etc. — wird zu mp in PORTO EMPEDOCLE: 'mpunnu (in
fondo), 'mpami (in fame); 'mpattu (in fatto) 'mpernu (infernu) - zu mb in
Casteltermini: mbami, mbiernu, mbrimmitati (infirmitate), 'mbattu. d) In
Verbindung mit 1: f = x, mit starker Aspiration bei dem Volke, beinahe $
im gebildeten Stande: xamma (flamma); xzatu (flatu); zuri (flore); xzumi
(flumen); xzumara (flumara), xasc (flascu), x2águr (v. flagrare) etc.,
sporadisch zu ke in gunkari, gunkratu (ital. gonfiare, gonfiato) neben
vun-curi, vuncatu. In gelehrten Wörtern bleibt fl: femma, flim-máticu, flussu,
riflussu, flora, floridu, fluidu, fluttu, flas-sioni, flaggellu, flotta,
flautu. Anlautend, bleibt v: ventu, vuci, vucca, vernu, vuturu, orddan,
indir - mit einer sehr weichen Aussprache. - Wird = m in mascu (vascu),
minnitta (vin- dicta), minniña, minniñari bei dem Volke, neben vinniña,
vinniñari (vindemia, vindemiare), macabbunne (ital. vagabondo), mocaveña neben
vocaveña (vo + ca + veña, vuoi che venga, ital. viavai). - Das deutsche w findet
sich durch gu wieder-gegeben, aber schon als gu, wie Schneegans richtig
bemerkt, ist es aus dem Ital. nach Sicilien gekommen: guerra neben verra
Kinderwut, guastu, quastari, quai, guardari gelehrt, guadañari, guadañu; - VAGINA,
ital. guaina, ist aber agrig. vajina. Im Inlaut bleibt v: navi,
vivu, lavi, nivi, moviri, cava, favu, lavari, novi (nove), leva (levat), novu
(novu) - juvini (juvene) ist gelehrt (ital. giovine), ebenso brevi
(breve); - o schwindet in neu, vo (bove), pau (pavo), pauni (pavone),
paura, fauri (favore), Guanni (Giovanni); fajulda, jina (avena), lisa (lixiva).
- Übergang des o zu g in núgula neben nu-vula, annugulatu neben annuvulatu,
ragatusu (ravitosu); grugini (juvene), purguli, pogir in Casteltermini; neben
pau, paum, fauri, faurire finden sich oft pagu, pagun, fagur, seltener pagura,
Giuganni, wo sicher au zu agu verdehnt wird, vgl. taguru (tauru),
addaguru (lauru), Lagu-renzu (Laurentiu), agulivi (aulivi). Unklar ist sinzli
(gingiva) männlich, statt * sincia (sard. sinzia), vgl. lisin; saliva fehlt im
allgemeinen Sicil., statt seiner findet sich spu-taxza; auch rivu fehlt. In
addiminari (ital. indovinare) ist der Einflufs des Nasallautes, der oft
teilweise Assimilation aus-übt, i -n zu m-n (vgl. minnitta, vindicta) zu bemerken.
d) In Verbindung mit Kons. n+o=mm (durch ne):mmintari
(inventare) 'mmidiari, 'mmidguse (invidiare, invi-dioso), 'mmidia (invidia),
'mmersu (inversus), cumméniri (con-veníre) 11. s. w. d + 0 = bb (durch
22): abbente (adventu), abbirsarzu (ad- versariu). r+ i=*+b:
sérbiri, sirbútu (servíre, servito), sarbari, sarbatu (servare, servato).
s+ x=s+0: sutar, sointariar (v. venter, ital. sven-trare), sbummicari (s +
vomicare, vomitare), sbinari, sbinatu ital. svenaro, senato, shinniri (ital. svendere)
u. s. w. § 5. m. - a) Anlautend bleibt m: minutu, maturu, munita,
maravita, mira, in marmaru, merda, mraculi (ital. miracolo) hat m die gedehnte
Aussprache des Anlautes — m zu 2, durch
Dissimilation, in videmma, vidé, neben midemma, midé (ital. medesimo) - sporadisch
zu b in minaca (nach Avolio 42, von arab. menaca) - m zu n in nespula (mespilu)
gemeinrom.; nillza (mitulu), cf. ital. nicchio, niechia, also wie in nite =
ital. nibbio, worüber bereits gehandelt worden ist. Im Inlaut bleibt m:
nomu, ramu (ramu); fumu (fumu); premi (premit); lima (limo); “amari” (AMARE) —
wird sogar häutig verdoppelt: fimmina, cummedia, cummidianti, com-maru,
tommaru, nummaru, cucummaru, cámmaru. 8) mti =ñ: vinniña (vindemia),
vinniñari (vindemiare); • siña, neben sima gelehrt (simia), sparañari
(ital. risparmiare); aber lmia (ital. lumia) neben limuncellu. scanneddu,
culouna, anniputenti, autunnu, sonnu; vgl. ital. ogni; balénu (BéDEuvOS, Diez,
ital. baleno) ist gelehrt.ml, nd = nt, un: contari, conti, sinteri gelehrt (ital.
sentiero,
sem'tariu); nur nach Synkope des inneren Vokales; sonst limitu (limitu); linnu,
Ercumaru, circunnari. om bleibt rm: furmicula, furma, furmari, fermu, firmari.
Gutturale und Palatale. c. I. c ta, 0, U. Anlautend bleibt gutturales c:
cavaddu, casa, cornu, cantari, cantunera, cura, cori, conta, cútina, cóppula
etc. - wird zu y in: gattu, gámmaru, júvitu, guvitata (neben vúvitu, cuvitata
durch Assimilation), garófalu, garrubba, ganiu, gamma, jagga (ital. gabbia, fi.
cage, cf. Wölffins Arch.). - gulfu (Ró2os) ist ge-lehrt, ital. golfo. Die
Wörter cantu, piania, peria, piriari, scurcari zeigen keine Palatalisierung des
c vor a, sondern erklären sich, wie schon Schneegans gesagt hat, aus
französischer Herkunft: cantu (chantre), piania (planche), perca (perche);
piriari (percher); scuriari (ecorcher).
¿armu (charme), iar-mari (charmer) fehlen in Girgenti; aus cheminée
erklärt sich riminia. Franzosische Worter sind ebenso tabare und
tasen, taskettu, wo das c (cabaret, casque) zu t geworden ist. - Famiari
neben camiari „riscaldare il forno" ist nicht klar; es kann keine
Angleichung an flamma sein, da fl immer zu 2 wird (flamma = xiamma);
vielleicht aber an fum. P) Inlautend bleibt e nach dem Accent: spica,
littica, lattuca, fastuca, tartaruca, locu, focu, pocu, jocu, sucu, dieu,
ficatu; lagu (lacu) ist gelehrt (ital. lago), pregu (precor), pagu nach
Schneegans aus Angleichung an den Infinitiv prigari, pagari. Inlautendes
e vor dem Accent zu g: pagari, prigari, arrigurdari, arrigurdanti, lagusta, addugari
(adlocare); Sira-yusa; aber carricari, vucari (ital. vogare), affucari
(adfaucare, ital. affogaro), asucari (exsucaro, ital. asciugare), cicala
(cicada), sicuru (securu), jucari. - C schwindet in putia. II. c+e, i =
ie, ci. a) Im Anlaut: centu, cerou, cra, cmiri, ¿erca, cincu, cimici,
riveddu, ccir, tima, cu,cirasa etc. - è wird zu g in fremden und gelehrten
Wörtern: ginisi (span. ceniza), gileccu (span. chaleco), gitá, Licata
(cittá), gafaluni (cefaglione). Inlautend bleibt ic, ii: viünu,
radici, paci, nuüi, dei, pici, cuci, cruci ete. Unklar ist kirkiri (ital.
cicerchia = cicercula, nach Avolios wahrscheinlich richtiger Erklä-rung Rest
der alten gutturalen Aussprache des c, vgl. sardisch). Sporadisch è zu et
in babalusi, Licata (span. baba + lueir, ital. lumaca). — è zu et in sóggiru,
sóggira, wohl weil Propar- oxytonon (soceru). Ee, e im Hiat. = ix:
aaru, fasia (facio), laziu (laceu), mustarola, abbracari, eraru, risu
(ericiu), jarill (glacies); ¿occu (ecco hoe), -axu (-accus): ramurazza,
ca- tinain, vista, gintari, sicca,u, mula:u, cudar:u; - ux21
(-uceus): sanguzzu, santurru, curviäu, piduzau ete; aber face (facies),
minacer gelehrt. In Verbindung mit Kons. c+f(-x-) = ss: matassa,
rissr, tossicu, tessiri, fissu, lissu, lassari; - wird -s in Lisannaru,
Lisannara (Alexandru, Alexandria), lisia (lixiva), nésiri (exire), cosa (coxa):
seliri (exeligere), salari (exh.), asu- rari (exsuc.), masidda, - als s
findet sich in esempru, spiri-mentu (exper.), esilu gelehrt (vgl. ital.
esempio, esperimento, esilio). c+t=It: fattre, notti, otte, pettu,
fruttu, dotta, di- fette, aspettu, vettr etc. c+*= gr: grassu,
gradila, gridari, cunsagrari, sigri- tarm, sigretu; nach dem Accent in
agru, magru, sagru, aber auch agru, magre, sagiru. né = ni: cunzari
(ital. conciare) ammunciddlari (amon- cellare), dun«ellu (do'n'cella),
vilanza (bilancia), lanza (lancea), unza (uncia). In Verbindung mit
1 + Vok. cl = liz: ohkzu, lizovu, logavi, kesa, kzaru, lanu, lavi,
lugiri, finokkzu, kizamari ete. Mundartlich wird è in Licata (vgl. et in
Noto, Modica); anu, caru, cesa, covu, cav, camar, speciu (speclujlu), macca
(macla) etc. In einigen gelehrten Wörtern bleibt cl: clamurusu,clamuri,
clavicula, aber lizossu; cli, clac zu 1: quali, spirali, juli, graditi, armiti,
nie zu ye: quayga, gradigga, vie z. B. in Palermo. §7. qu. a) Im
Anlaut bleibt qu in quattu, quaranta, quannu, quantu, quinnici. Vor o wird oft
zu cu, cutilan (quotidian). - Für corki neben quarki, corkidunu, auch
cor- runu neben quarkidunu, quarkunu, s. 1, § 1. Vor e, i bleibt qu
nur in gelehrten Wörtern: quarela, questura, questurinu, quistioni, querannari
u. a. Das Volk sagt aber oft: curela, custura, custioni. Auffallig ist quetu,
volkstümlich. QVID (ital. che) ist lie' geworden; cu muls, wie Schneegans gut
bemerkt, auf cui Dat. beruhen. Qu durch DISSIMILAZIONE zu è in cersu, úncu,
cinquanto. Inlautend bleibt qu in gelehrten Wörtern: ossequzu, ossequari,
equipaggu; wird aber zu y in cunsiyuiri (ital. conseguire), cunsiguenza (ital.
conseguenza), aguali (ital. eguale). Mit verdoppelter Tenuis findet es
sich in acqua (ital. acqua). “qv” zu “c” in “acula”, “aquila”, sicutari
(sequitari); niculizia (ital. liquirizia), cincu (cinque), cocu (coquus),
licori (liquore), anticu, sunca (dunqua) — vor e zu è in cociri, toriri. §8.. I. y +0,
0, U: a) im Anlaut bleibt ya, go, yu: gaddu, gaddina, gódiri, yustu, yula
etc. Nur im Satzinnern wird y manchmal zu h: ¿aju hustu, piccatu di la hula
be-sonders in Licata; jaddu, jaddina, justu (gustu); jabbari, jabbatre,
jabbillotu (von gabella), nur in den Mundarten von Sciacca und
Casteltermini. Häufig auch in Girgenti, wie in vielen anderen Mundarten der
Insel, findet sich die Prothese des y vor gutturalen Vokalen: gunu, juna (unu,
una), gómini (omini), gavutu, yavutizia (altu, altezza); in li gulivi (autivi),
li yuriklie, könte aber in letzterem Fall Aphärese des a sein, of. au zu ayu
verdehnt. In grapu, grapi, grapiri, graputu (von aperire) ist auch die
Metathesis des i zu bemerken. Inlautend wird y +«, o, u in GIRGENTI
gewöhnlich beibehalten: ruga, laya, fayu, magu, fragula, liya, ligaturi,
juyu, prigatoru, prigari (von preyare aus precare), rinneyu,rinnigate,
rinnigari, rigale, arrigulari, annegu, annigari, figura, figurine, figurari.
Seltene Fälle: allg. sieil. ist h aus g in litica (litigat), wie ital. lética;
in PORTO EMPEDOCLE findet sich pilaja (Erdstrich, Ufer) neben lzaga (plaga) und
in GIRGENTI gayanti neben gaganti (gigante). Ego (nach Schneegans) wird zuerst
zu eju, dann eu (wie z. B. in Ribera), dann, mit j-Prothese jec, und aus jeu
—jüu, wie Deu--Diu, meu, miu. In GIRGENTI findet sich nur in (ef. ital. io),
mit vanni, 50 und 25 Canti etc.) auslautend u mit a vertauscht. - Auf
älteres et führt garn „blafs", vgl. ital. giallo, wie denn auch im span.
portug. ein lautwidriges et vorausgesetzt wird; nur im fiz. jaune ist es
berechtigt. II. y te, i = ge, gi. a) Im Anlaut wird y to, i volkstümlich
zu j: jenniru (generu), jissu (gipsu), jimmu (gibbu), jinessa (genista); bleibt
ge, gi in gelehrten und fremden Wör- tern: genti, genu, goa,
gilatina, "gilatu, gebbia, giru, galle, gestu, gergu, ginia, gilusía,
gilusu, gelu, géniri, ginirali u.a. Auffällig ist agrig gunokly, gunoklya,
ayyunik-lizari, agyunilhzatu (also älteres *gunuclu durch Vokalharmonie) neben
dinokkzu (DISSIMILAZIONE bei Ähnlichkeit y - k zu d - li). Sporadisch zu
s in sincili (gingiva), cf. sard. sinzia. 8) Inlautend schwindet y te, i
und wird i zu j: majisi, majissu, majidda, pajísi, sajimi, sajitta, jitr
(digitu), projii, rigiri (regere), frigri (frigere); fujiri (fugere), fuj
(fugit), rigiddu (regillu), bleibt als de, gi in gelehrten Wörtern: priguni,
vir-gini, virginitá, virtiggini, riggissu, riggissari, greggi, leg-giri,
riggina, magissatu, furmagiu, tragie u. a. d) In Verbindung mit Kons. n +
g nach dem Ton = i: saiu (sangue); staña (stanga); linua (lingua); gana
Zahn; fanu (fango); loir (longu); zu ñ aber in añuni (angone); zu ni nur in
san- csuca (sanguisuga) - n+ ge, gi = ni: kjanciri (plangere);
ssincri (stringere); tinciri (tingere); finüri (fingere); nura (in-giuria);
ancilu (angelu); munciri (mungere); nicñu (ingeniu); funca (fungea). Nur in
Licata bleibt ng: mungiri, pungiri, punigusu, ligangiri, tiniiri u.s. w.g + n
verbindet sich zu ñ: puñu, mañu (magnu), reñu, sinu, añeddu, liñu, stañu,
cuñatu, piñu, diñu. Canusiri (ef. ital. conoscere) kommt von dem vulglat. *
conoscere, cf. Meyer-L. — ngi zu ni in sponia, nzunza (ital. spugna, sugna). -
ngl zu i in ciña, uña, ciñali, gelehrt (ital. cigna, ugna,
cignale). yin = mm: domma, enimma, frammentu, flemma, gelehrt. go
bleibt go: griddu, granatu, granula, grecu, gro (grue), gradu, gren, grivanza -
manchmal fällt y in gra: ranni, raufa, ravusu, rasta (grasta), radu,
ranatu. Im Inlaut, neben agru, mayru, allegru, findet sich agiru,
mayiru, alle- giru, s. § 18; ferner nigure, xaguru (nigru,
flagrore). gl. = t: lommaru (glomere); alannara (glande), abuttiri
(glutire); qualari, vilari, ssiari, ssia, - ylobu, ylora sind gelehrt, ebenso
giarza, ital. ghiaccio. j. Anlautend bleibt j: jencu (juvencu);
jiniparu (juniperu), jittari, jettitu, jittena (s. jecere), jugu, jocu,
ju-culanu, jucari, jucata, jovidi, jumenta, juntri, judici etc. - In
gelehrten entlehnten Wörtern wird j zu g: ga (jam), guvini (juvene); gustu,
gustizza (justu, justitia), gudixm, gu-dicari, gurari neben jurari,
volkstümlich. Für Gesú, Gesuziu, Guvanni, ital. Gesù, Giovanni. In den
Mundarten von Cian-ciana und Casteltermini (manchmal auch in GIRGENTI) findet
sich statt j: grugini Casteltermini (juvene), gustizia, gustu, garnu,
grattena, agruccu, agruccatu, agruccari (v. guccu) (vgl. frz. juc). - So
wird j - ge auch in den adverbialen Verbindungen, wie z. B. a gocu, a giettito,
a grunta, pi giunta u. s. w. Inlautend wird j volkstümlich auch als j
bewahrt: peju neben peigu (pejus) gelehit, majuri neben magguri (ital.
mag-giore); maju (maju), dijunu, dijunari. - Von dem golehiten et wird durch
Einflufs des n, zu è in 'niuga (ital. ingiuria).Dentale. Sowohl im Anlaut
als im Inlaut bleibt t gewöhnlich unverändert: tantu, tauru, tu, tortu, tila,
tempu, talari, tizzuni; - viti, vita, latu, cuntata, batia, putia, ba-tissa,
legitimu, ssata, siti, rota etc. Tonloses t vor dem Tone =d nur in padedda, gridari, rudeddu,
gradita (vgl. ital. pa-della, gridare, budello, gradella); gelehrt ist grada,
cf. ital. grada (grata); tt bleibt tt: gatta, sajitta, batti
(battit), gutta neben yuccia, cf. ital. goccia (*guttea). - It gekürzt in t:
matinu (ital. mattino). ut statt it findet sich in mintiri, minti, mintutu
(mittere) durch Einflufs des Nasals des Anlauts. y) in Verbindung mit
Kons. it bleibt rt: porta, marteddu, morti, murtaru, mur-tidda etc. -
wird zu rd in spirdi (spiriti). ut=nt: lisantu, lianta, cente, frunti,
munti, funti ete. st = st (nie st): agustu, mustu, gustu, testa, castedu
etc. ti=t: pati, mati, vite, tovati, quattu, metu, uti etc. str =
ss: ssata, assu, massu, nossu, rossu, culossa ete.; bei den niedrigen
Leuten findet sich manchmal et statt $$: masu neben massu (maistru), noss
(nostru), voss (vostru), ásacu neben ássacu (astracu, ital.
terrazzo). t=lil: veklzu, silliza, niklia; in fist'lare (ital. fischiare)
ist das l zu r geworden: fiscrare und dann durch TRASPOSIZIONE o Metathesis
friscari statt fishzari. Mundartlich in Licata i =й: vei, sicia, nicca; cf. cl,
pl=. t, volkstümlich = iñ: peru, maxa, ssaari (ex-tractiare), palar,
prezal, accarizari. Suffix - antia = spiranza, luntananza, crianza,
mancania a.sV entia - crsa: prisenza, sensa, sintenza, simenza, cusenza,
pruvidenza; - itia = ira: duczza, cuntintizia, frankirza; - atium =
azzU: minurza, palazau; - itiun = irzu: timulizzu, capizzu u. s. w. (s.
Schneegans). - (angustiare), ef ital. angosciare. Rasuni, stasuni u. dgl.
sind, wie Schneegans gut bemerkt, eine Popularisierung der fremden Form mit et -
doch hört man sie sehr selten - Sir-vizu neben sirvizzu, prisenza neben
prisenza, stazioni neben stazzuni, oxzu, privinzioni sind alles gelehrte
Wörter. Unklar sind paien:a (patientia, ital. pazienza), wobei Schnee-gans
an eine volksetymologische Ableitung von paci denkt, und scorca (scortea), das
Avolio von écorce ableiten möchte. d: Im Anlaut bleibt gewöhnlich d: donu,
duru, deci, dormiri, dinari, durari, doti, dari, mit weichem Ausdruck im
Gegensatz zu decottu, dugana, duguneri, dannari, dumannu, s. II: Cons. -
Sporadisch d zu t in tusellu (span. dosel); zu s in sunca (dunqua); fällt in
attula (dactylus). f) inlautend wird d auch beibehalten: nidu, nudu,
gra-du, fidi, pedi, cuda, sehr weich ausgesprochen, aber nie in ? übergehend -
doch manchmal verstärkt es sich in t, bes. bei Proparoxytona: tispitu, stúpitu,
ácitu, vgl. ámitu. - D zu n, durch Dissimilation in lónara ([alaudula),
sporadisch zu / in ricala (vgl. ital. cicala, franz. cigale); schwindet in
'ncúnia (incudine). dd zu on in rénniri, vgl. ital. rendere. d) in
Verbindung mit Kons. dr = t in quatu, citu (ital. quadro, cedro). id bleibt id:
tardu, pirdutu, pérdiri, virdi u. s. w. Id = Il in calle (caldu),
calliari ('caldicare), falla, ful- larr, fallarinu (v. falda); callara,
callaruni (caldaja), nur bei den niedrigen Leuten. nd = nn: camila, funu, quann, bunnu,
cunfún-niri, mannari u. s. W. &) in Verbindung mit Hiat. i: de
volkstümlich = j: jorme (diurnu), seju (sedeo), viju (video), raja (sing. raju
sehr selten, radiu), criju, ligeju (cludeo); oji (hodie); caju, appoju,
appu-jari (v. podiu). - In gelehrten, entlehnten Wörtern bleibt dị: darule,
dialugu, dialette, mediu, rimedre u. a. Segga (sedia), Keine Umstellung
des d findet sich in mpatidiri, da es nicht von impallidiri, wie Meyer-L. (It. Gram.)
glaubt, sondern von patedde (Schalmuschel) kommt, das heisft,,restringersi, per
paura o per freddo, coma und patella."raggu, gurnali, gurnalista,
gurnaleri sind ital. Wörter, ebenso pranzu, manzu (mandium), roxzu, shixzu,
frizzu. - Auffällig ist orzu (ordeu) volkstümlich. In menzu, mazzornu, man-inó
(mezzo giorno) ist der Einflufs des Nasales des Anlautes zu finden. s. a) im
Anlaut bleibt s gewöhnlich: sali, sucu, siti, sonu, se (sex), soru, suitta,
sudari, simen:a, sava, surfaru, sampuña (sambagna), sirina ete. - wird zu et nur
in sorba (sorba), salbara (arab. sebbara). - Simia, neben siña, siroceu sind
ital. Lehnwörter. - Nur st, sp, sc, nie et () inlautend wird s auch beibehalten: risu,
fusu, casa, rasu, spusu, misi, cosa, rosa ete. Die Form riciñolu, Nach-tigall,
ist in Girgenti unbekannt, statt seiner findet sich vi-siñol, gelehrt (cf.
ital. rosignuolo). y) ss bleibt ss: russu, grossu, passaru, passu,
grassi, missa, passari etc. - Porau (possum) mufs, wie Schneegans bemerkt,
analogisch zu fazu sein. Vasu, grasa, nisun beruhen auf si. in Verbindung
mit Kons. sc vor oder nach Palatal-vokalen =$: camúsiri etc.. rs bleibt
rs: ursu, cursa, scarsu, pirsuna, pirsuasu etc. - wird zu rz in vurza
(bursa). ns = nz: pinzari, 'nzémmula (insimul), lunitu, 'nziñari, 'ncusu
(insursum), 'nzumma (in summa) etc. &) in Verbindung mit Hiat. i.
Schneegans hat kaum recht, nach meiner Meinung, zu sagen, dafs s + Hiat.
i = e (ital. g) wird. Diejenigen Beispiele, die er giebt, beweisen die
Thatsache nicht; denn occasionem, prehensionem, phasianus lauten nicht cacuni,
pricuni, facani, sondern prisuni, casuni, fasanu, alle drei sind aber aus dem
Ital., prigione, cagrone, fagiano, entlehnt und sehr wenig gebraucht. Camisia
lautet nicht camica (wie im Ital.), sondern cammisa; *asium (ital. agio) nicht
au, sondern asu. Also lautet von allen Beispielen bei Schneegans nur
caseus = cazu und dieses ist auch gelehrt (vgl. ital. cacio), da das Volk statt
seiner immer tumaxzu sagt.Welches ist nun die volkstümliche Entwickelung von s
+ Hiat i? Ich lasse es bei den Beispielen bewenden: cam-misa (camisia); vasu
(basiu); vasari (basiare); ginisi (cinisia); ¿irasa (cerasea); lizesa
(ecclesia); riversu (ital. rovescio); fasola fasoli (phaseolus) alle
volkstümlich; dann cau gelehrt, asu, rasune, fasam, prisuni Lehnworter)
im Anlaut wird n beibehalten: nodu, nasu, nudu, novu, niguru (nigru), nidu,
natali etc.; — schwindet gewöhnlich in nun (non): „un sacõu nenti, un ti ni
volu dari, un ti porzu ajutari, un et é bersu" u.s. W. - Zusatz eines n
findet sich in nesiri (exire), nguanta (ital. guanto), nita Geschwür, nxiru
(seria). - Für nomu, "nappa, "nocca siehe II. inlautend, bleibt
n auch fast immer: luna, gaddina, fini, lana, manu, pani, jina, fenu, bona,
finessa, minutu, finokkau. etc. - N-n, durch Dissimilation, in 1-n in vi-lenu,
cunfaluni; n-m zur -m in arma (anima), armali (animale) – DISSIMILAZIONE [cf.
H. P. GRICE, ‘soot’, ‘suit’ – DISTINCTIVE FEATURES]. 8) in Verbindung mit
Kons. n vor s schwindet, wie allg. rom. isula, misura, spusu, spusa, misi etc. d) nn
bleibt nn: annu, pinna, nannu, nanna, pannu etc. 8) nị =ñ: cuñu, suñu,
duñu, tiña, viñu. - In gelehrten Wörtern bleibt n: calunma, crimoma, querimonia
u. a. Auffällig ist ssamu, ssamari, ssamatu (von extraneu), volkstümlich. l. a)
im Anlaut: liu, loda, lumi, locu, liggi, lattuca, luntanu, littica etc. - l zu
g durch Dissimilation in gitu, golu (aber schon vulglat. jilium, jolium). - I
zu et in rimarra (limarra von limu), rusiñolu (cf. ital. rosignuolo). B)
inlautend bleibt l zwischen Vokalen: gula, pala, mula, pilu, gelu, cuturi,
pilucca etc. - Wechsel des / und et miteinander in palora (parola), grola
(gloria), ¿artiri (barile), acqua-loru (acquarolo), rogu aus lorogu (horologu).
- 1- 1 zu r-1 in fragelle (flagellu), caramedda (frz. chalemel). - I zu t in
úmitre (amylum), cf. ital. ámido. - 1-1 zun - 1 in canollia (aber schon
volkslat. conucla); Filmena (für Filumela).d) Il = dd [für die Aussprache s.
Diakr. Zeichen]: idda (illa), -beddu, -ada (bellu, -a), sedda (sella); midudda
(medulla); cipudda (cepulla), nuddu (nullu), griddu (grillu), cavaddu
(ca-ballu), foddi (folle), peddi (pelle), stidda (stella) etc. - In ge-lehrten,
italianisierenden Wörtern wird Il beibehalten: bell, bella, billia neben beddu,
bedda, biddixza, pullu, satollu, valli, aber vadduni, abbaddatu (ital. vallone,
arvallato), villa (villa), aber viddanu, sogar milli (mille); beim Volke findet
sich aber öfters mira (milia). Ferner balla (frz. balle) neben badda. (ital.
palla Kugel), fratellu Klosterbruder neben frateddu Vetter; coll Last neben
coddu Hals (s. Schneegans). U—1 zu un - 1, durch DISSIMILAZIONE, in pinnula
(ital. pillola). d) I vor Kons., im Silbenauslaut. I + Labialis zu r:
tarpa (talpa), purpa (pulpa), corpu (colpu), curpa (culpa), purpu (polpu),
sarpari (salpare), vurpi (vulpe); arba (alba), sarvaggu (silvaticu); sariza
(salvia), sarvari (salvare); surfaru (sulfaru), parmentu (palmentu), parma
(palma), ermu (elmo). In pru-vuli ist die TRANSPOSIZIONE o Metathesis des r
(aus / + Lab.) zu bemerken. l + Gutturalis zu r: arcova (ital. alcova);
surcu (sulcu); sapurcru (sepuleru); carcañu (calcaneu); 'ncarcari (incalcare);
barcuni (balcone); quarki, corki (qualisque, ital. qualche); curcari
(collocare) - cravaccari von cavarcari (cavalcare). 1+c= r in purci (pulce);
sarõu (salice); farci (falce). - l+ ¿ vocalisiert in caucu (ital. calcio);
quacina (aus caucina calcina). - I + et schwindet in puci neben purci, duci
(dulce), ducizza (dulcitia); - l+i = n in fanci (falce) bei den
Landbewohnern. l + Dental. 1. l + Dent. = v: artaru (altare); Marta
(Malta); Car- taggiruni (Caltagirone); surdatu (soldato); sordu (soldo);
ger-suminz (gelsomino); farsari (falsare); sarsa (salsa); nurtu (insultu);
garnu (afrz. jalne). Anmerkung. Wenn jemand aus dem Volke, der einen
Anstrich von Bildung hat, entweder durch Schulbesuch oder Dienstzeit, mit einem
aus höherem Stande spricht, wird er immer liardu (caldu), mortre (molto), artu
(altru), martempu (maltempo), farda (falda), sarsica (salsiecia), sarte
(saltu),sartari (saltart) u.s. w. sagen, in der Meinung italienisch, oder wenigstens
ein feines Sicil. zu sprechen. - Wirklich volkstümlich ist aber artaru
(altare), nie otaru, neben ataru; die anderen Wörter sind entlehnt und
fremd. 2.1 + Dent. vocalisiert: autu (altu), autu (altru), sau-tari
(saltare), sautu (saltu), fauda (falda), fausu (falsu), ceusa
(gelsu), meusa (milsa). - In diesem Fall ist die Einschiebung des o, 9 sehr
häufig: avutu, avutu, sagutu, cavudu, favusi, cevusu. In Cianciana findet sich
/ + Dent. in ¿ vokalisiert: fúida (falda), caidára (caldaja), cáidu (caldu),
caidiari (caldi-care), caidiatu caldic + atu) - nur bei den niedrigen Leuten
geht / + d in ll über, wie in falla, fallaru, fallaririnu, callu, calliári,
callara, callaruni. - Formen wie atz, atu, satu, satari, sasixxa, caxi
sind sicher contrahiert (ar = (), ebenso in pusu (pulsu), vuturu
(vulture), voxi (volsi), ascutari (auscultari), cuteddu (ital. coltello).
1. bei dem niedrigen Volke, besonders Landbewohnern, wird / + Dent. zu n: antu
(altu), antu (altru), santu (saltu), santari (saltare), fanzu (falsu), canzi
(calx), ascunta (auscul-tat), punsu (pulsu), sanzizza (salsiccia), monta
(volta), auch mota. / + Hiat. i. h = 7 in der ganzen Provinz, ausser
von Sciacca und Ribora: fitu, mitu, gitu, golu, mutúri, pita, tata, vota,
cun-rilu, famila, olu, melu u. s. w. ohne Ausnahme. r - a) im Anlaut findet
sich nur als scharf gerolltes alveolares y (v): re, renniri, ridiri, russu,
ris-tari, rasu, Roma, rosa u. s. w.; - ranni, varusu, rat-tari sind aus gr
entstanden. 8) inlautend, bleibt et gewühnlich als weiches ungerolltes
vaibberi (barbierc), feimmu (fermu) - nach Labialen schwindet o in derselben
Mundart: fevi (sicil. frevi), firaru (sicil. frivuru), pimu (primu), pivari
(privare). - Aus Dissimilation schwindet i aber in der ganzen Provinz in crivu
(vgl. kalab.neap. krivu). Zutritt eines &, fast immer bei auslautendem t
erfolgt in: anata (cf. ital. anatra), inhiossa, gelehrt, (ct. ital.
inchiostro), cilessi (ef. ital. vilestre), jinessa (genista) - nach
anlautendem t in tisolu (tesauru), tuniari, vgl. Diez Wtb. trono. - /-zur
- 1, durch Dissimilation in: arbulu (arbore), in- ruca, rasola (rasoriu).
Sporadisch et zu n in Gaspanu (Gaspar), fisini (viscere); r zu l in siloccu
neben siroccu. Metathesis der y in: prevula (pergula), sfrazzu (ital.
star. 20), ssanutu (stirnutu), scravalu (scarabeu), vrigoña (ital.
vergogna), friscari (fiserare), prevuli (purvure), tubbu (torbido), proji
(porrigere), prummettiri (ital. permettere), cravuni (carbone) - crapa (capra),
crastu (castru), frevi (febris), frivaru (februariu), graniu (cancru),
catteda (cathedra). - Dagegen stehen furmentu (frumentu), purpama (propagine),
tirdinari (tredenari). d) or bleibt er: ferru (ferru), terra
(terra), carrettu (v. carTu), cord (currit), turri (turre) u. s.
w. 0) / + Hiat. i. 1? + Voc. =• + Voc: argu= arus. §1 - fera
(feria), munaster (monasteriu), cannilaru (*candelaria), syarra (*ex-
variu), axxaro, jinnaru, fricara, murtare, panare, nularu, rurdunaru,
panaru u. s. w. In gelehrten Wörtern bleibt : coru, sigritarn, mug-
gisterzu, messaru, rifriggerne u. a. — Auffallig ist virsérge (adversariu)
volkstümlich.-Im letzten Augenblicke, als ich eben diesen meinen ersten kleinen
Versuch nicht ohne einiges Bangen in die Welt hinausschicken und den
Fachgenossen vorlegen wollte, langte in Bonn eine neue Arbeit über die
sicilianischen Mundarten an von meinem durch eine Reihe sprachvergleichender
Arbeiten hochverdienten Landsmann, Gregorio aus Palermo, unter dem Titel, Appunti
di fonetica siciliana, Palermo. Indem ich dieses Zusammentreffen als einen
besonders günstigen und glücklichen Umstand betrachte und nicht wenig darauf
stolz bin, dals meine süfse Muttersprache Gegenstand einer solch vertieften und
andauernden Forschung zu sein gewürdigt ist, so habe ich noch andere Gründe,
mich des Erscheinens dieses wichtigen Buches zu freuen. Ich sehe nämlich, dafs
wir nicht nur in fast allen Punkten, wo wir uns mit unserem unmittelbaren
Vorgänger, der vortrefflichen Arbeit von Heinrich Schneegans, dieselbe stellenweise
berich-tigend, beschäftigen, jedesmal zusammentreflen, was sich durch unsere
Kenntnis des Sicilianischen als Muttersprache ohne weiteres erklärt, sondern
obendrein wir uns beide in demselben Gedanken begegnet sind, unsere Arbeiten
Foerster) Die Hindernisse, die das endliche Erscheinen des nach dieser
Jahreszahl offenbar schon länger als ein Vierteljahr fertiggedruckten Buches so
lange verzögert haben, sind in der Einleitung nicht angedeutet. Durch die Güto
des Foerster konnte ich das oben eingetroffene Wid-mungsexemplar sofort
benutzen. - Meine Arbeit wurde bei der hohen philosophischen Fakultät der
Universität Bonn als Doktor-dissertation eingereicht und angenommen. Die
Korrektur des letzten Bogens erhielt ich in Bonn zu widmen, der bereits vor
acht Jahren die erste wissenschaftliche Bearbeitung des Sicilianischen nach den
in Deutschland allein erreichbaren Schriftdenkmälern veranlalst hat in der
Bonner Dissertation von Hüllen und welcher der Untersuchung der Mundarten
unserer beiden grofsen italienischen Inseln seit Jahren liebevoll seine Kräfte
widmet. Durch die bis jetzt erschienenen Arbeiten steht die Laut-Ichre
des heutigen Sicilianischen im grofsen und ganzen fest und fertig da; allein
bei der unendlichen Mannigtaltigkeit der Lautentwickelung, die fast mit jedem
Orte wechselt, ist es klar, dals ein vollständiger Aufbau erst dann wird
vorgenommen werden können, wenn eine möglichst grofse Anzahl von
Einzelnuntersuchungen über die lautlich irgend wichtigeren Punkte unserer
herrlichen Insel, und zwar möglichst von Sicilianern, erschienen sein werden,
wozu ich mit dieser Arbeit mein bescheidenes Scherflein beizutragen gewagt
habe. Auf eine eingehendere Würdigung der Arbeit Gregorio's kann ich mich hier
nicht einlassen. Ich bemerke nur nebenhin, dals ich in einigen Punkten, wie
Erklärung des grevia von graivius - ai kann sicil. unter diesen Bedingungen nie
e geben -, der analogischen Erklärung des - oklin aus uculu durch Anlehnung an
culu, Ableitung von bruicetta von broccus - ich kenne nur burietta, das ja irgendwo
in brucetta umgestellt sein könnte, das aber von furca kommt und dem ital.
forchetta genau entspricht, während natürlich brocca zu broccus gehört -,
Anwendung des Zeichens ti statt des einfachen t für lat. ti (ich wenigstens
kenne es blols als einen einzigen Laut !, welcher bestimmt der stimmlose zu dem
stimmhaften da ist), die Annahme, dals lat. -ss- allein et geben könnte in
grasu u.s.f. - meiner Ansicht nach ist
stets ein folgendes i im Spiel, auch in casa, vgl. frz. causse, portug. caixa
-, die Ableitung des porzu von possum (statt von potio, die Auwendung des
Doppelzeichens ij statt des einfachen n, da man nach ñ nichts einem / ähnliches
hören kann, u.ä; nurin einem Punkte möchte ich, weil es meine Heimat betrifft,
wiedersprechen: Auf wird gesagt, dals in GIRGENTI sich manchmal die
Diphthongierung des et und des p findet, was aber nie der Fall ist.
Thatsächlich sind nämlich caétuóf-fuli, suoddi keine agrig. Wörter; statt ihrer
sagt man immer und nie anders als cacóciuli, sordu, sordi. Bonn. L. P.Luigi Pirandello. Pirandello. Keywords: e dov’è il
copione? è in noi, signore – il dramma è in noi -- siamo noi – R Chiede
d’entrare nei fasci, La Stampa, Gentile e Sorel, Mussolini e Nietzsche,
Mussolini e Sorel. – ridotto in siciliano. U ciclopu, decadentismo, identita
personale, l’io e la societa, il collettivo, l’intersoggetivo. Refs: Luigi
Speranza, “Grice e Pirandello” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Pirro: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale rovesciata nel’idealismo di
Gentile – la scuola di San Severo -- filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (San Severo).
Filosofo italiano. San Severo, Foggia, Puglia. Studia a Roma sotto SPIRITO (si
veda). Studia ALLMAYER sotto PLEBE. Insegna a Perugia e Palermo. Studia GENTILE
(si veda). Pubblica “L'attualismo di GENTILE e la religione” (Sansoni, Firenze).
Fra i suoi saggi si ricordano anche “Filosofia e politica in CROCE” (Bulzoni,
Roma). Si interessa alla ricerca storio-grafica e svolse numerosi saggi su Terni.
Esponente di spicco della vita culturale della città umbra, studia gl’aspetti
poco indagati di quella che fino ad allora era una città ancorata ad una
dimensione prettamente industriale. Sotto la giunta di Ciaurro, co-ordina il
progetto per la realizzazione di un museo archeologico nel convento di S. Pietro
sotto. Peroni. Nei suoi studi di storia ricostrusce prima della
pubblicazione de Il sangue dei vinti di PANSA, episodi della guerra civile tra
cui l'assassinio del sindacalista CARLONI e del dirigente d'azienda CORRADI.
Fonda il "Centro di studi storici", un'associazione culturale di
ricerca storica a cui viene collegata la rivista “Memoria” L'obiettivo di
“Memoria” è quello di porre fine
all'amnesia organizzata, facendo conoscere a tutti le vicende di una città
figlia non solo dell'industrializzazione. Accanto ad un nuovo sguardo per le
vicende passate “Memoria” inaugura una stagione di storiografia libera da
condizionamenti ideologici e basata sulle fonti. Suscita critiche per la
ricostruzione d’alcuni episodi di violenza avvenuti durante la resistenza anti-fascista,
critiche di storici locali, che lo accusano di revisionismo. In realtà il suo lavoro
è sempre suffragato dalla presenza della fonte documentale. Le vicende
ricostruite, come ad esempio quella dell'uccisione di CORRADI o URBANI, ad opera
dei partigiani non sono mai trattate dalla storio-grafia ufficiale. Consigliere
dell'stituto per la storia dell'Umbria e dell'stituto di cultura della storia
dell'impresa Momigliano, dell’istituto per la storia del risorgimento. Il
saggio “Regnum hominis: l'umanesimo di GENTILE”
fa parte della collana della Fondazione SPIRITO e FELICE di Roma. Un saggio dedicato
al risorgimento pubblicato da Morphema intitolato “Risorgimento.” Un saggio "Dopo
GENTILE dove va la scuola italiana" (Firenze, Lettere). Il consiglio comunale
di Terni delibera di dedicare la sala Tacito di Palazzo Carrara in Terni a P..
Con l'occasione si presenta il carteggio "La vita come Ricerca, la vita
come Arte, la vita come Amore", titolo riferito all’omonimo saggio di SPIRITO
In occasione delle celebrazioni della fondazione del Liceo Tacito di Terni, gli
viene dedicate nell'atrio della scuola, una targa con una dicitura tratta da
una poesia di Gibran. Altre saggi: "Italia e Germania", raccolta
di saggi da “Studi Politici". Pubblica una raccolta di memorie di scritti
di garibaldini intitolata "Corre l'anno” “Terni e l'affrancamento di Roma
nelle memorie dei garibaldini; il saggio "Filosofia e Politica e GENTILE"
(Aracne). Il comune di Terni delibera la posa di una targa in memoria presso la
dimora di P.. La soprintendenza archivistica
dell'Umbria e delle Marche dichiara il suo archivio di notevole interesse culturale
ai sensi del T.U. dei beni cultural. Viene scoperta sulla casa a Piazza Clai a
Terni una targa commemorativa. Viene pubblicato da Intermedia "L'unica
via è il Pensiero: scritti in memoria". Altre saggi: “Una missiva a SPIRITO”“Filosofia
e politica in GENTILE” (Firenze, Sansoni); “La riforma GENTILE e il Fascismo”, Giornale
critico della filosofia italiana” (Firenze, Sansoni); La politica dell’idealismo
italiano” (Firenze, Sansoni); “La prassi come educazione nella gentiliana
interpretazione di Marx” (Firenze, Sansoni); “Cultura e politica” (Firenze,
Sansoni); “Filosofia e politica: il problematicismo” (Roma, Bulzoni); “La
repubblica fascista”; “Per una storia dell'Umbria durante la repubblica
fascista” (Perugia, IRRSAE); “Terni nell'età rivoluzionaria e napoleonica,”Arrone,
Thyrus, Terni e la sua Provincia durante
la repubblica sociale” (Arrone, Thyrus); Ugolini, Petroni, dallo Stato
Pontificio all'Italia unita” (Scientifiche, Napoli); “Interamna Narthium materiali
per il museo archeologico di Terni” (Arrone, Thyrus); Le acque pubbliche gl’acquedotti
di derivazione e l’utilizzazioni idrauliche del territorio di Terni nei sommari
riguardi: tecnico, legislativo e storico” (Terni-Giada, ICSIM); Una scuola una
città: il liceo ginnasio di Terni” (Arrone, Thyrus); “Terni nel risorgimento” (Arrone,
Thyrus); “Sull'avvenire industriale di Terni, scritti di L. Campofregoso;
Perugia: CRACE/ICSIM, “Garibaldi visto da GENTILE” (Roma, Istituto per la
storia del Risorgimento Italiano); "Per Garibaldi" (Arrone, Thyrus);
“I giustizieri, La brigata GRAMSCI tra Umbria e Lazio, di Marcellini, Mursia,
Regnum hominis, L'Umanesimo di GENTILE” (Collana Scientifica Fondazione SPIRITO
e FELICE, Roma, Nuova Cultura); “Scritti sul Risorgimento” (Furiozzi), Terni,
Morphema); La vita come ricerca, la vita come arte, la vita come amore” (Terni,
Morphema); “Italia Germania” Saggi di Filosofia Politica, Amazon, Filosofia e
Politica in GENTILE” (Aracne, Roma); Carloni: Storia e Politica (Intermedia, Orvieto);
Manifesto del convegno su Petroni; Garibaldi Terni Mostra documentaria e
pubblicazione Istituto della storia del risorgimento Petroni, Dallo Stato
Pontificio all'Italia unita. Convegno di Studio Terni, La Rivoluzione Francese,
Terni, La nascita della Repubblica e gl’anni della ri-costruzione”; Biblio-media-teca,
Terni, 7ricerca storico documentaria; sezione della mostra in collaborazione
con archivio di stato di Terni e Biblioteca comunale di Terni; in
collaborazione con centro per la promozione, istituto per la storia dell'Umbria
contemporanea (Arrone, Thyrus); Intorno alle miniere di ferro e alle ferriere
dell'Umbria meridionale, scritti di Vaux et al.; Terni: CRACE/ICSIM; Passavanti,
Atti del Convegno di studi (Terni) (Arrone: Thyrus); Convegno dei lincei (Terni),
Cesi e i primi lincei in Umbria, atti del Convegno dei lincei: Terni” (Arrone: Thyrus);
dei lincei, “MAZZINI nella cultura italiana:”, atti del Convegno di studi,
Terni” (Arrone: Thyrus); Magalott, erudito, giureconsulto, docente di diritto” (Arrone:
Thyrus); “Per Garibaldi” (Arrone: Thyrus); Valentino patrono di Terni, atti del
Convegno di studi: Terni (Arrone: Thyrus); “La vita come arte” (Sansoni,
Firenze); “La vita come amore” (Sansoni Firenze); “La riforma della scuola” (Sansoni,
Firenze); “Il problema dell'unificazione del sapere”; “Dal mito alla scienza” (Sansoni,
Firenze); “La mia ricerca” (Sansoni, Firenze); “Dall'attualismo al problematicismo”
(Sansoni, Firenze); di GENTILE; Il
concetto di “pedagogia, in Scuola e Filosofia” (Sandron Palermo); “Giornale critico
della filosofia italiana” (Sansoni, Firenze); “La scuola laica” (Vallecchi, Firenze);
“Sistema di logica’ (Laterza, Bari); “La scuola” (Vallecchi, Firenze); “Che
cos'è il fascismo”; Discorsi e polemiche” (Vallecchi Firenze); “Saggi critici”
(Vallecchi, Firenze); Scritti pedagogici” (Treves, Milano); “Origini e dottrina
del fascismo” (Istituto Fascista, Roma); di Croce Contributo alla critica
di me stesso (Napoli); Conversazioni critiche (Laterza, Bari); “La letteratura
d’Italia” (Laterza, Bari); “Cultura e vita morale” (Laterza, Bari); “Etica e
politica” (Laterza, Bari); “Pagine sparse” (Laterza, Bari); “La guerra civile”;
“Memoria” (Thyrus, Arrone); “La storia rovesciata” – cf. PISONE – implicatura
rovesciata -- ; “L'umanesimo di GENTILE”
(Cultura, Roma); “L'uomo e la storia” (Thyrus, Arrone). Il percorso storico,
"Regnum hominis". L'ospite di passaggio, la difesa. Sull'avvenire
industriale di Terni; Rassegna storica del Risorgimento. La vita come ricerca,
la vita come arte, la vita come amore. Nome compiuto: Vincenzo Pirro. Pirro.
Keywords: l’idealismo di Gentile, Istituto Nazionale Fascista, Origini e
dottrina del fascismo, che cosa e il fascismo – discorsi e polemiche vallecchi,
Firenze, Mazzini, per una storia dell’umbria durante la repubblica fascista, la
repubblica fascista, gentiliana interretazione di Marx; la filosofia di
Gentile, filosofia e politica in Gentile, Gentile nella grande guerra, il
partito ha un capo che e dottrina vivente, Gentile e Mussolini, il concetto di
stato, il concreto di Mussolini nel astratto dello stato, Pirro interprete di
Gentile – la universita fascista di Bologna, la formazione dei dirigenti del
regime – la repubblica fascista, storia e filosofia, la critica de Pirro alla
damnatio memoriae di Croce, lo studio della filosofia nel veintennio fascista,
l’origine del fascismo filosofico – Gentile, filosofo del fascismo – dizionario
filosofico del fascismo, stato, spirito nazionale, italianita, romanita,
propaganda, democrazia, repubblica, Italia, stato italiano -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Pirro” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Pirrone: la ragione conversazionale della diaspora, da Crotona a Meta-ponto
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited
by Giamblico.
Luigi Speranza --
Grice e Pisone: la ragione conversazionale del portico dell’orto – il gruppo di
gioco del Vesuvio -- Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Ricordato come seguace della filosofia del
portico un Pisone, che si è identificato con Lucio Calpurnio P. *FRUGI*,
tribuno della plebe, pretore e console della repubblica romana, combatte la
rivolta degli schiavi in Sicilia e la doma. P. ottenne la censura. P. lascia un’opera storica -- "Annales"
-- che si estende dalle origini. In essa, P. combatte le tendenze che si
introduceno in Roma e il ri-lassamento morale. Della gente Calpurnia. Politico,
militare e storico romano. Talora detto
Censorino – cf. P. Cesorino -- tribuno della plebe, si fa promotore della lex
Calpurnia de repetundis, la prima legge romana che vuole punire l’estorsioni
compiute nelle province dai governatori. Pretore. Dopodiché, eletto console con
PUBLIO MUZIO SCEVOLA (si veda) e gli fu comandato dal senato di restare in
Italia per domare una rivolta di schiavi. P. riusce a sconfiggerli, senza però
ottenere una vittoria definitiva e dove passare il comando a PUBLIO RUPILIO. Autore
di “Annales”, un'opera in almeno VII libri, che andava dalle origini e che sono
tra le fonti precipue di LIVIO (si veda) e Dionigi d'Alicarnasso. Gl’Annales --
di cui restano una quarantina di frammenti -- si propone di descrivere la
pretesa onestà dell'epoca antica, contrapponendola alla contemporanea
corruzione operante a Roma. Che si tratta però di un'opera a tesi pre-costituite
lo dimostra il fatto che, durante il suo consolato, avvenne l'assassinio di TIBERIO
GRACCO, e che, nonostante l'estrema gravità del crimine -- che tra l'altro
viola il sacro obbligo dell'incolumità personale che s'accompagnava alla
tribunicia potestas – P. e l'altro console non prendessero alcun provvedimento
in merito. Smith, Dictionary
of Greek and Roman Biography and Mythology, Boston: Little, Brown and Company. Cicerone,
Brutus; In Verrem, De officiis, Catalogo Perseo; Cornell-Bispham, The fragments
of roman historians, Oxford, Historicorum Romanorum reliquiae, Hermann Lipsiae,
in aedibus Teubneri; discussione su vita, opere e frammenti). Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia, Dizionario
di storia, PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute, Predecessore Console
romano Successore Gaio Fulvio Flacco e Publio Cornelio Scipione Emiliano II con
Publio Muzio Scevola Publio Popilio Lenate e Publio Rupilio V · D · M Storici
romani, Portale Antica Roma Portale Biografie
Categorie: Politici romani, Militari romani Storici romani Militari, Storici, Consoli
repubblicani romani Calpurnii. P. is the father-in-law of GIULIO CESARE and spends years of his
political life trying to prevent the civil war. He is a follower of L’ORTO,
under Filodemo’s tutelage. Filodemo lives in P.’s villa at Herculaneum -- his
library has been discovered there.
Pisone – Roma – filosofia italiana (Herculaneum). Pisone Cesonino. When he
moves to Rome, Filone becomes friends with Pisone Cesonino, who gives Filodemo
a room at his villa at Herculaneum in
which to live. At the villa, Filodemo co-ordinates P.’s
‘gruppo di gioco’. Filodemo composes
poems and a history of philosophy. After he died, Filone’s parchments remain in
P.’s villa, where they were subsequently buried by the eruption of Vesuvio. With
the excavations, a number of parchments from the library are recovered. More remain buried. Lucio Calpurnio Pisone Cesonino. Lucio
Calpurnio Pisone Censorino. Lucio Calpurnio Pisone Frugi. Kewyords: Portico.
Luigi Speranza --
Grice e Pisone: la ragione conversazionale del DE FINIBVS o del lizio romano –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma) Del Lizio, con mescolanze del portico e
dell’accademia -- cioè eclettico -- trionfa della Spagna, ed e console. Detto eloquentissimo e
dottissimo, scrive V libri "DE FINIBVS" He is a friend of CICERONE,
although they eventually fall out. Cicerone uses him in his ‘On moral ends’ to
articulate the philosophy of the Portico. P.’s tutors had been Antioco and STEASEA
di Napoli. Marco Pupio Pisone Calpurniano. Marco
Pupio Pisone Frugi Calpurniano.
Luigi Speranza --
Grice e Pitea: la ragione conversazionale della filosofia ligure -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. He settles in Marseglia, and achieves fame as a philosopher.
Luigi Speranza --
Grice e Pitodoro: la ragione conversazionale della la setta di Velia -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Velia). Filosofo italiano. Velia, Campania. A pupil of Zenone – il Velino. Grice: “We know who
Parmenide’s lover – beloved – was: Zenone. And P. is Zenone’s. Cf. Grice,
“Aristotle – and the LIZIO – on the multiplicity of BEING.” IZZING.
Nella bimillenaria tradizione filosofica occidentale il termine essere ha
giocato un ruolo decisivo, e questo ha contribuito a rendere a poco a poco del
tutto incomprensibile il significato originario dei frammenti che ci restano
del poema di Parmenide di VELIA e suoi scolari, Zenone, e P.. Ho già notato che
la contrapposizione folkloristica di Parmenide di VELIA, guru dell'essere
e d’Eraclito, guru del divenire, è degna dei giochi televisivi a quiz, ed ha lo
statuto epistemologico della canzoncina della Vispa Teresa. Tuttavia, è
bene ricordare al lettore almeno alcuni significati principali assunti
dal termine essere nel pensiero occidentale dalle origini ad
oggi. Trascurando qui gli antichi Greci, il primo significato rilevante d’essere
è quello che lo identifica prima con l’uno dei neoplatonici e poi con il divino
monoteista. Si tratta di una vera e propria onto-teologia unificata, come dice
poi Heidegger. A questa onto-teologia unificata, mirabilmente
sistematizzata d’AQUINO (si veda) e dalla teologia domenicana medioevale
— che risacralizza così in forma razionale l’unità ontologica del macrocosmo
naturale e del microcosmo sociale —, reagì fortemente prima il nominalismo sia
laico (Abelardo) che religioso (Guglielmo di Occam), e poi il panteismo
rinascimentale (Bruno). Il periodo storico della costituzione formalistica
del soggetto, da Cartesio a Kant, è un periodo di declino storico della
onto-teologia, e questo non certo a caso, in quanto l’onto-teologia
consacra in quel periodo storico il dominio simbolico delle vecchie classi
signorili e tardo-feudali, e la borghesia nascente era interessata ad
infrangere razionalmente il nucleo metafisico di questa onto-teologia, e
cioè l’unità delle categorie dell'essere e delle categorie del pensiero.
Il grande filosofo Kant infranse questa unità ontologica, sostituendo la
nuova religione gnoseologica borghese alla vecchia religione onto-teo-logica
tardo-feudale e signorile, e si acquistò così la riconoscenza perenne di tutto
il nuovo clero universitario. La restaurazione della categoria d’essere
da parte di Hegel è basata sull’attribuzione all'essere di una genericità
assoluta, che si concretizza e si determina progressivamente mediante una
logica dialettica (Scienza della logica, ecc.). Per Marx e poi per Lukécs
il termine essere non può che significare l’insieme pensabile concettualmente
della totalità espressiva della società e della storia. L'uno-tutto non è
però più declinato in modo religioso e bimondano - come per Plotino ed i
neoplatonici - ma è costruito concettualmente con l'intreccio della permanenza
ontologica -- ciò che è, ed è eternamente -- e della determinatezza storica: il
proprio tempo appreso nel pensiero. È questo l’unico possibile ritorno a
Parmenide di VELIA, non certo la ripetizione ieratica e sapienzale (più esattamente:
pseudo-jeratica e pseudosapienziale) secondo cui è da pazzi (e tutto il mondo
moderno sarebbe pazzo, al di fuori di un professore universitario in
pensione di Brescia) ritenere che le cose possano mutare nel
tempo. Parmenide, di cui presuppongo qui l'appartenenza alla scuola di
CROTONE nella CALABRIA, già ampiamente attestata dalle fonti classiche,
pensa radicalmente un numero solo, il numero uno. Sostenendo la
cosiddetta sfericità dell'essere, non bisogna pensare che alluda ad una
sorta di palla splendente in cielo. Il termine sfairikòs significa
infatti congiuntamente sferico ed anche congiuntamente globale, totale e
“complessivo”. In greco moderno, duemila e cinquecento anni dopo Parmenide di
VELIA (la non conoscenza del greco moderno, custode semantico
incomparabile dei significati originari della filosofia classica, rappresenta
uno dei più pittoreschi elementi di ignoranza dei professori europei di
filosofia), il termine sfairikòs continua ad avere lo stesso doppio
significato semantico. Ssi dice, ad esempio, un'idea globale del problema
-- mia sfairikì andilipsi tou provlimatos. Non avrei fatto questa
deviazione semantica se non avessi voluto sottolineare il fatto che il termine
parmenideo di sfericità dell'essere non allude ad un gigantesco pallone
aerostatico in cielo, ma metaforicamente connota semanticamente e
concettualmente lo stesso oggetto teorico che Hegel e Marx (senza contare anche
Adorno, Marcuse e Lukacs) hanno più tardi connotato in termini di
totalità espressiva. Certo, sarebbe sbagliato attualizzare eccessivamente
questa analogia, perché da un lato Parmenide di VELIA non puo ancora
isolare l'essere sociale dall'essere naturale, ma li pensava in
strettissima unità ontologica -- questo isolamento, parzialmente anticipato dal
LIZIO, dovve aspettare l’illuminismo borghese per poter essere concettualizzato
e sviluppato -- e dall'altro non puo ovviamente ragionare sulla base
della distinzione kantiana e della successiva ridefinizione hegeliana di
intelletto – Verstand -- e di ragione -- Vernunft. È quindi chiaro che il
concetto di sfericità di Parmenide di VELIA ed il concetto di totalità in Hegel
e Marx non ricoprono esattamente lo stesso spazio teorico. E tuttavia,
pur non ricoprendolo, sono largamente comparabili, e questa comparabilità deve
essere messa alla base del ragionamento. Ma qual è l'esatta
natura storico-genetica ed ontologico-sociale del concetto parmenideo d’essere?
Di quale sfericità, cioè di quale totalità è il riflesso astrattizzato?
Ammetto che non possiamo saperlo con certezza. Non possiamo arrivarci con il
metodo deduttivo diretto, e neppure con il metodo induttivo indiretto. Dovremo
arrivarci con quello che Peirce chiama il metodo abduttivo, e cioè non il
metodo del LIZIO -- la deduzione -- o il metodo di Mill -- l’induzione --,
ma il metodo di Sherlock Holmes e di Hercule Poirot. Succede X, un fatto
straordinario ed inesplicabile. Se però Y è vero, X smette di essere
straordinario ed inesplicabile, e diventa invece razionalmente
spiegabile. L'essere di Parmenide di VELIA è un tipico esempio di
sfida all'abduzione. È infatti straordinario decidere di chiamare essere
la totalità sferica di tutto ciò che può essere pensato. È allora
plausibile che ci sia un sostrato sociale che fa da riferimento materiale a
questa concettualizzazione ideale. Si tratta di discutere spregiu- [L'Essere
di Parmenide come metafora della stabilità e della permanenza nel tempo della
buona legislazione] dicatamente tutte le ipotesi che ne possono essere date,
scartare le meno plausibili, ed accettare la più plausibile. Rethel,
che è stato uno dei grandi fondatori del metodo della deduzione sociale delle
categorie filosofiche (e che appunto per questa ragione è oggi trascurato
e dimenticato), cerca di dare una spiegazione materialistica della
categoria parmenidea di’essere. Rethel nota acutamente che il concetto d’essere
in Parmenide di VELIA è caratterizzato da una totale genericità indeterminata --
è infatti indeterminato come l’apeiron d’Anassimandro --, e si chiede allora
che cosa possa aver causato questa indeterminatezza astratta assoluta. Se
infatti io penso in modo astratto — sostiene Rethel — ci vorrà qualcosa
di astratto che faccia sì che io pensi astrattamente. E Rethel ritiene di
individuare la sorgente materiale e sociale di questa astrattezza nella
moneta coniata, moneta coniata originatasi prima in Lidia, poi passata
dalla Lidia alle isole greche di Chio e di Egina, e progressivamente diffusasi
in tutto lo spazio economico e culturale greco. La moneta implica il
passaggio dal baratto concreto allo scambio astratto, perché con una
moneta si possono comprare le cose più diverse, indipendentemente dai
materiali con cui sono costruite. Non c'è dubbio che la
moneta, insieme con la fusione dei metalli (e del ferro in particolare),
abbia giocato un ruolo decisivo nella costituzione materiale della
civiltà greca a VELIA, nella CAMPANIA d’ITALIA. La moneta è stata anche un
fattore primario per il sorgere dell’economia schiavistica antica, perché ha
permesso di comprare gli schiavi come si comprano tutte le altre merci, mentre
prima ci volevano guerre di conquista di tipo assiro-babilonese. E
tuttavia a mio avviso Rethel si sbaglia. E si sbaglia di grosso,
nonostante il fatto che almeno ci ha provato, e gli sciocchi che continuano a
proporre un concetto indefinibile, ieratico, sapienziale, sacerdotale e
falsamente profondo, come dice Hegel, d’essere non gli arrivano neppure
alle caviglie. Chi ci prova può sbagliare, ma chi non ci prova neppure
rest asempre a pestare sul suo quadratino di terra, come un tempo
facevano i soldati nel cortile delle caserme. Rethel sbaglia perché
proietta nel lontano passato della CAMPANIA dell’ITALIA – a VELIA --
l’importanza che la forma merce— e quindi il denaro come merce astratta
per eccellenza - ha assunto nell’Europa, importanza che ha determinato
prima l'economia politica di Smith e poi la critica dell'economia
politica di Marx. Per gl’anticihi, ed in particolare per i Greci del tempo di
Parmenide di VELIA, ciò che conta non era la forma astratta del valore di
scambio e della moneta coniata che ne era la portatrice astratta, ma era
proprio l'esatto contrario, e cioè la buona legislazione comunitaria che
ne permette la limitazione e la sua sottomissione al metron. Come si
vede, la realtà storica e concettuale è invertita rispetto a come se la
rappresenta Rethel. Il concetto generale ed astratto d’essere,
infatti, presumibilmente non deriva dalla proiezione della funzione
mercantile-astratta della moneta coniata, la cui introduzione nel mondo
greco equivale appunto (e qui Sohn-Rethel ha ragione) all’irruzione del
Nulla nel mondo dell'essere, ma proprio al contrario, e cioè dal concetto
di buona legislazione comunitaria, che essendo “buona” è pensata come non
migliorabile e non modificabile, e quindi eterna, stabile e permanente.
Parmenide allude certamente alla sua polis di VELIA, ed i suoi frammenti
descrivono proprio le cavalle che salgono sulla akropolis della sua città
per un sentiero erto e difficile. E sono queste cavalle concrete le
portatrici materiali del concetto astratto d’essere inteso come
proiezione metafisica della buona legislazione comunitaria, dotata per
ciò stesso di stabilità e di permanenza, e quindi d’eternità.
Riflettere su Parmenide di VELIA in modo ieratico-sapienziale,
destoricizzato, desocia- lizzato (e quindi privato di ogni chiave di
interpretazione semantica) e pomposo- giornalistico non serve a niente,
se non ad incrementare quella particolare forma di idiozia presente in
molti filosofi di professione fondata sull'idea che meno ci si fa capire,
più si è profondi. Se invece ci si accosta a Parmenide di VELIA in modo
storico-genetico ed ontologico-sociale, allora si guadagnano molti punti di
vista illumi- nanti, nuovi ed inediti. In primo luogo, che i filosofi
classici pensano in modo sferico, sulla base cioè dell'idea di totalità
espressiva, e questo modo sferico è esattamente quello che verrà poi
restaurato in forma storica da Hegel e da Marx. In secondo luogo, che la
permanenza e la stabilità eterna della buona legislazione comunitaria sta
alla base dell'idea sociale d’eternità della cultura occidentale. In
terzo luogo, che tutte le forme di sensismo e di empirismo non possono
giungere a questo tipo di comprensione, e nonostante si presentino come
più concrete sono paradossalmente molto più astratte della stessa idea d’essere,
perché questa idea allude alla cosa più concreta di tutte, e cioè
all'idea della coesione sociale e comunitaria, mentre l’empirismo
sacralizza invece concettualmente la dispersione caotica degli atomi
sociali individualizzati. In quarto luogo, infine, che il concetto d’uno
non ha bisogno necessariamente di un supporto teologico per essere
pensato (il Dio monoteistico), perché l’uno stesso è del tutto au-
tonomo ed autofondato in modo logico ed ontologico. Bisogna quindi
rispettare l'onto-teo-logia, ed io la rispetto mille volte di più
dell’empirismo e del sensismo, ma essa non può essere l’ultima parola di
una trattazione ontologica dell’essere. In quanto a Parmenide di VELIA
(ed affermo volutamente una cosa paradossale e provocatoria!) la sua
trattazione dell'essere socia- le del suo tempo è filosoficamente del
tutto omogenea alla trattazione che ne farà Lukécs (e sulla sua scia, ma
più modestamente, chi scrive) nel suo tempo. In entrambi i casi, l'essere
sociale è pensato in modo unitario con una categoria sferica. La differenza
ovviamente sta nel fatto che in Parmenide di VELIA non può esistere la
storia, intesa come concetto universalistico di tipo
trascendentale-riflessivo (concetto sorto nell’Europa sulla base di una
genesi ideologica borghese), e per questa ragione la buona legislazione
comunitaria, concepita in modo pitagorico, viene rappresentata nella
forma della stabilità, della permanenza e della eternità temporale. Oggi,
sulla scorta d’Eraclito, sappiamo invece che il polemos non si può
esorcizzare. Pitodoro. Keywords: VELIA, VELINO. Pitodoro.
Luigi Speranza -- Grice e Pizzi: la ragione
conversazionale e la regola conversazionale di Boezio – la causa della cosa – alla
memoria di Wrigley, del Trinity -- adduzione e prova – filosofia lombarda --
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Milano).
Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “About time an Italian philosopher
takes ‘la regola di Boezio’ seriously!” Studia a Milano. Grice: “At Oxford, the Wykeham
professorship of logic is hardly considered philosophy – recall that in the
middle ages, logic was part of the Faculty of Arts – hence required study for
lawyers, etc. – not necessarily philosophers. Oxford now has the Sub-Faculty of
PHILOSOPHY – and Logic is actually studied WITHOUT (not WITHIN it) at the
“institute of mathematical logic” on St. Giles. ‘He is a logician” implicates,
as mucas “he is a theologian” does – that he is NOT a philosopher. I
distinguish between logic and PHILOSOOPHICAL LOGIC. But a philosophical
logician is (via grammtical trasformation) a PHILOSOPHER who philosophises on
what people (non-philosophers) are doing at the Institute of Logic at St.
Giles! Studia il condizionale contro-fattuale. Insegna
a Calabria e Siena, “Logica della prova” a Milano. Cura Hughes e Cresswell, ed
offre una panoramica completa e aggiornata della logica intensionale. Ampliando
questa linea di ricerca, compila due antologie con introduzioni. Una dedicata
al tempo e una dedicata al condizionale (se-ismo). Compone una serie di saggi
in cui viene introdotta una logica dell'implicazione consequenziale. Il scopo
della logica dell’implicazione con-sequenziale è riformulare le basi della
logica connessiva nel quadro della logica modale. Questa traduzione consente di
assiomatizzare un sistema G-HP che risulta complete e decidibile mediante
tableaux con un sviluppo verso una generalizzazione di questi risultati. Altri
temi di ricerca sono il problema della definizione a della reduzione della
necessita ai termini di contingenza, l'applicazione del quadrato
dell’opposizione e del cubo dell’opposizione al modo, l'approccio al modo in
termini di multi-imodo, cioè mediante l'impiego di un linguaggio base avente
come primitivi una moltitudine d’operatori modali – contro la tesi
dell’aequi-vocita di Grice. Nel campo della scienza il tema su cui filosofa in
modo preminente è stato quello del contro-fattuale della causa, a cui dedica
saggi destinati a un pubblico interessato all'epistemologia giudiziaria alla
Hart/Honoré– causation in the law. If you are looking for the cause of what he did, what
he did was very wrong – implicature! Sempre
in questo settore compone un saggio sull’adduzione, dove analizza un caso
giudiziario controverso, il disastro di Ustica. Sul tema di Ustica compone un
saggio che contiene una discussione metodologica delle indagini ancora aperte
sul caso, in merito alle quali cura attualmente un blog. Altre saggi:
“Introduzione alla logica modale” (Saggiatore, Milano); “La logica del tempo”
(Boringhieri, Torino); “Leggi di natura, modalita, ipotesi” (Feltrinelli,
Milano); “Eventi e cause: na prospettiva condizionalista” (Giuffre, Milano);
“Diritto, abduzione e prova” (Giuffre, Milano); “Ripensare Ustica, Createspace);
“Implicazione logica”; “Causalità (filosofia) “Adduzione”; “Strage d’Ustica,
claudio pizzi it. wordpress.com. The kind of implicature – “implicazione
conversazionale” -- known as connerive implication has been the focus of an
original research program. The main formal contributions in this area are due to Robert Angel and
Storrs McCall (8), but the basic idea of connexive implication was clearly
outlined by Everett Nelson in the Thirties (13). Nelson was critical of the
so-called law of simplification, viz. the principle that, for every p and every
4, the conjunction of p with q implies each one of the conjuncts. Clearly
inferences of this form are valid when p and q are jointly consistent. But what
should we say when they are not, for instance when q is just -p or when q is
-(P→P), which states that p cannot imply itself'? The idea of connection which
Nelson was trying to capture is characterized by the property that, if we have
the truth of A - B (where "-" relation of connexive implication) we cannot
also have the truth of A 4 -B. If we accept the logical principle A → B- -(A →
-B) - which we shall name “LA REGOLA DI BEOZIO” following Kielkopf?- along with
unrestricted substitution, then this leads to a rejection of Simplification in
the form (p^q) → q. If we had, in fact, (pAg) → g as a law of logic, we would
have by Uniform Substitution both (pAp) - p (asan instance of A → B) and also
(pA-p) - -p (as an instance A → -B), a result: which is incompatible with LA
REGOLA DI BOEZIO, If we assume that p → pis a valid formula, and there seems no
reason not to do so, and we accept it as an instance of A - B, then by applying
Boethius Rule we obtain what is known as Aristotle's Thesis: -(p - -p).
Aristotle's Thesis is the cornerstone of connexive implication, since it states
a new version of the Principle of Non-Contradiction. Indeed, in connexive logic
p — -p is the paradigm contradiction. If L is a symbol for an arbitrary
contradiction, then it follows from Aristotle's Thesis that L- p cannot be a
connexive thesis since p could be exactly L, that is, an arbitrary tautology
(Henceforth we will symbolize an arbitrary tautology by T). It is thus clear
that connexive logies are "non-Scotian" in the sense that in such
logics contradictions can imply only contradictions while tautologies are
implied only by tautologies. What is the correct formulation of Boethius' Rule
in the object language? In the first papers written by Angell and MeCall we
find the law : (p → q) - -(p → -g)-Angell's original system PAI (see (1]) was
axiomatized as follows. (p→4)→(19→7→0p→7) (р→ -(gA)) - ((дЛр) → пг)) (р - q) → ((рАг) → (г Л)) (рА (q Аг)) → (дА (рАг)) (р → q) → -(р → -q) -(pA-(p/p)) (p → q) - -(p→ 7g) (g→p)→(p→g пр - р Transformation Rules: RL. IfF SandPS → S' then I S'
R2. If S and F S' then FS NS' R3. If S and v is a propositional variable
occurring in S, and S' is obtained by Uniform Substitution of any t for u, t S'
RA If S, and S' is got by replacing any part, or all, of S by an erpression
equivalent through rules of abbremation, then 5' It should be noted that Modus
Ponens is formulated in terms of "—" and the same holds for R4, which
amounts to a Rule of Replacement for - -equivalents. Axiom 3 is a strong
version of the so-called Factor Law (Factor for short). If we define S and = as
usual in terms of A, - and V; we obtain the standard propositional calculus PC
as a sub-system. Notice that Axiom 5 is equivalent to (p → q) → (pD 9). Thus,
thanks to R1, any theorem of the form A - B also holds in the weaker form A B.
We then have at our disposal the derived rule A ++ B/A = B, but we do not have
the converse rule, which would amount to having as a rule Replacement of Proved
Material Equivalents. This restriction leads to some paradoxical results, for
example that (pAp) cannot be replaced by p since (pAp) - p is not a theorem of
PAL (Note that we cannot derive this wff by using (pAg) - q since the latter is
not a theorem of connexive logic).McCall's system CC1 (see (9]) turns out to be
equivalent. to a system obtained by extending PAI with the following axioms: p
- (pAp) Ap) (pAp) - ((p- p) - (pAp)) ((p → q) → q) - g) (q Aq) - (р - р) pV (((p→ p) → p) V ((gq) → p))) For a detailed
criticism of PAI and CC1 the reader is referred to (11]. These criti-cisins
were accepted by Angell (see [2]), but the attempt to overcome the difficulties
pointed out by Montgomery and Routley involves extending the formal language of
connexive logic as it was initially formulated, McCall's recent reformulation
of connexive logic - named CFL in 9) - also requires a reformulation of the
language of the original formal system since its formation rules prohibit wifs
with iterated 2. Analytic and synthetic consequential implication The logic of
consequential implication (see [15]) differs from the logic of connex-ive
implication in a number of respects, which can be outlined as follows: Firstly.
The rule of BOEZIO (that great Italian master!) is represented in the object
language by (p → q) D -(p - -q) and not by (p → g) - -(p → -q). We will
distinguish these two wits by calling the first the Weak Boethius' Thesis (WBT)
and the second the Strong Boethius' Thesis (SBT). Secondly, Factor holds only
in the following weakened form: (WWE)→(T→ →PAT))→((p→9)3(p^r)→(qAr)). Thirdly, a distinction is
drawn between the logic of "analytical" and "syntheti-cal"
conditionals. The latter are conditionals whose truth depends on a set of true
statements which are contextually understood but not explicitely stated.
Counter-factual conditionals are paradigm examples of context-dependent
statements, and so they should be formalized as synthetical consequential
conditionals. However, intuitions concerning the logical properties of
synthetical conditionals are not clear. It appears that in ordinary language
such as Oxonian, or ITALIAN as spoken at BOLOGNA, we have a whole family of
different condition-als, whose logical properties we frequently confuse. To
clarify the situation we can state two minimal properties of the so-called
"circumstantial operator «**, which can be read as "ceteris
paribus" ("other things being equal") or "rebus sie
stantibus" ("things being thus and so")%. The minimal
requirements for the logic of this operator are axiomatized as fol- lows: (i) (i) (*ート)3 (p→上). The most natural definition
of a synthetical conditional is A > B = D/ *A - B. But many other
definitions are possible which satisfy the properties required forconsequential
implication. The weakest connective of this family is defined as fol-lows: 1
> B = D/ (T → (*A 5 В)) A (-(Т → -В) Л-(Т→ - * А)) 3. Translations between logics of consequential
implication and standard modal logics If we want to stress the similarities
between connexive implication and consequential implication, we should note that
they are both compatible with Nelson's informal treatment of implication.
Historically speaking they both have a com-mmon ancestor in Chrysippus
conception of conditionals and so may be called Chrysippean conditionals'. If,
however, we want to stress the differences, apart from the
analytical/synthetical distinction which is mirrored by the proposed extension
of the object language, the most important difference between the two formal
theories is just their attitude toward Factor. Intuitions about Factor are not
clearly related to Aristotle's Thesis and Beethius' Rule and they should be
subjected to a specific analysis. Indeed it may be claimed that Factor is
implausible in the light of the underlying motivations for introducing the
notion of connexivity. To see why consider the following argument. Suppose that
p→ q stands for "If Smith is a bachelor is a male" pAr stands for
"Smith is a bachelor and married" gAr stands for "Smith is a
male and is married". Then p → q stands for a statement describing a necessary
connection and pAr stands for a contradiction, while q Ar stands for a
contingent statement. Since the conjunction of p and r in this particular
example is consistent, deriving r by application of Simplification is
connexively sound. So along with (p - q) D ((pA) → (gr)) (Factor), we have also
(gAr) → r and so, by transitivity of *-*", (p +q) → ((р\т) - r). So assuming the necessary statement p - q we
conclude that "Smith is bachelor and married" (pAr), connexively
IMPLICATES (via “implicazione conversazionale”) "Smith is married"
(r). But this result is connexively unsound, since the conjunction symbolized
by pAr is inconsistent while r is not. This argument could of course be
questioned since it relies on the presupposition that some instances of
Simplification should be accepted. Now it does seem plausible that at least the
following weakened version of simplification should be a theorem of connexive
logic, since it states that Simplification holds provided the antecedent is not
equivalent to a contradiction and the consequent is not equivalent to a
tautology: (WS) (-(IHPAS)AT(TAT))3(0Ar)-) In fact, this law can be proved even
in the weakest calculus of consequential implication in the class of systems
which will be introduced in the next section".It should be pointed out
that consequential implicature (“implicazione conversazionale”) has different
origins from connexive implication since it originated in modal logic as a
variant. of strict implication. Given that contradictions may imply and be implied
only by contra-dictions, and tautologies imply and are implied only by
tautologies, the key idea of consequential implication can be expressed by
saying that it connects two propositions A and B when we have: A strictly
implies B: 0(A B) (ii) A and B have the same modal status. The sense of (ii) is
that if A → B is to hold then A and B are both necessary, or both impossible,
or both possible, or both not-necessary. Summing up, a relation of
consequential implication holds between A and B when we have C(A > B) A(0A =
0В) A (0A = 0В) A (-DA = -OB) A (-0A =
-OB), which is equivalent to •(AD B) A (DA = OB) A (04 = 0B), a wif which in
normal modal systems equals the simple D(AS B) A (OBS DA) A (OB O QA). The
equivalence between A → B and the latter formula suggests that we look for a translation
between the languages of modal logie and consequential implication. At this
point it is useful to set out some results about the interrelations between
modal systems and systems of consequential implication. For sake of simplicity
we will confine ourselves to the analytical fragment of logics of consequential
implica- Let Lo be the set of wifs resulting from standard combinations of
propositional variables p, q.r, parentheses (.), the primitive functors {L, 5,
) and the standard definitions of -, A, v. 0. Let L. be a language which is
like Lo with the only difference that replaces Let us define two mappings: @
from L.., to Lo and a from Lu to L., by the following conditions: 1a, pip)=p 28.中( )=上 3a. o(AD B) =・A)コo(B) 1a. 0(4-B)=0((A) (B)^
(0(B)>0())^(0(B)0(A) 1b. 4(p) = p 2b. (上) 上 36.2(A3B)=4(4)つ(B) 4b. 0(0A)=T= 0(A) A normal
system in L_ is a set X C L containing all the truth-functional tautologies and
the wiis derived from the following axioms: (PC). All the theorems of the
classical propositional calculus PC (a) (p→q4→r))(pir) (b) (T → (рал -(Т → -р) Л -(Т → 9)) Р (р → q) (с) - (Т → - (рАг)) > ((р→ g) Р ((рАт) → (дЛг)) (d) (Jp→g)2(9→ (p → 1) D (1→p) (1→ p)D
(p→L) p. - p The rules are Uniform Substitution (US), Modus Ponens (MP) and
Replacement of Proved Material Equivalents (Eq). We shall call the smallest
normal system of consequential implication CIw. If we add the Weak Boethius
Thesis (p - q) D -(p → -q) (WBT) to CIw then we obtain a system which we shall
call CI, and if we add (p → q) (pS q) we obtain another system which we shall
call CIO. Let us now consider the weakest normal system of modal logic, i.e.
the well known system K which is axiomatized by adding to the standard
propositional calculus PC K1. 0(p)q D (Op 3 0g) with MP,US, Nec (F A → - DA) as
the only rules of inference. We now define a translation between the systems X
C L. and between Y C Lo as follows: We say that X translates Y when, for every
A € L... we have A € X iff ф(A) € Y. We will say that (A)
is the modal counterpart of A. We say that Y translates X when, for every A €
Lo, we have A € Y iff 4(A) € X. 4(A) will be called the consequential
counterpart of A. Using these definitions we can prove the following
metatheorems [19]): If Y translates X and X is normal in L.., then Y is normal
in Lo. If Fk 4 then Fciw #(A) If X translates Y and Y is normal in La then X is
normal in L... If FCiw A then Fk (A) For all A € L, Fciw A = 4(ó(A)) For all A
€ La, Fa A =ф(@(A)) K translates CIw and CIw translates K If X is
normal in L., and Y is normal in L, then X translates Y iff Y translates X.
Suppose that X° C L.., Y" C Lo and X is the smallest normal system L_,
such that X" § X; Y is the smallest normal system in Lo such that Y° CY;
(a) € Y whenever a € X"; 4(a) € X whenever a € Y. Then X and Y translate
each other. The proposition states that and induce a one-one embedding between
the theses of any normal system of modal logic and the theses of the system of
consequential implication which translates it. Hence we can show that there is
a one-one translation between CI = CIw + (p → q) D -(p→ -g) and K + Op 3 Op
(ie. the deontic system KD) and also a one-one translation between CIO = CIw +
(p → 9) D(pOg) and K+Op 3 p, i.e. KT. Since -(p → -p) is equivalent to (p→q)
D-p→ ng), CI is the weakest system containing Aristotle's Thesis®.These results
about translations provide us with a decision procedure for all extensions of
CIw whose modal translation is decidable. Tableaux methods which are appliable
to normal modal logics turn out to be practical methods to test the validity of
consequential wifs. A remarkable by-product of this modal translation is that
it provides us with a tool for analyzing typically connexive wifs, and for
studying the properties of systems which are intermediate between systems of
connexive implication and systems of consequential implication. An example of
the kind of investigation which can be carried out in this way concerns what we
labelled earlier the Strong Boethius' Thesis SBT (which is axiom 8 of Angell's
PAI). The first question to ask is, of course, whether SBT is a theorem of the
basic systems of consequential implicature – “implicazione conversazionale” --
CIw, CI, and CI.O. This question was anwered negatively. In fact, the system KT
has the so-called double cancellation property (DCP), which we can state as
follows: (DCP) If X is a normal modal system, -x CA = OB and -x 0A = B, then -x
A = B. Let us suppose that (p → q) - -(p- -g) is a theorem of CI.O; then, by
Reductio, in KT we should have @(p → q) 3 (-(p → -q)) as a theorem, hence also
(T - p) = (-(T → -p)), which we know to be impossible, since the latter wif is
equivalent to the non-theorem Op = Op. The Strong Boethius' Thesis SBT cannot
then be a theorem of any system at least as strong as CIO. Let us call e-normal
every normal modal system such that the "erasure transformation"
yields valid PC-wffs (see [4], P. 23). Then, since Op Op is consistent with
every e- normal modal system, SBT is also consistent with any consequential
system which translates an e-normal modal system. The next question is: since
SBT is consistent with CIw, which is the modal system translating CIw + SBT? The
answer is as follows. Let us call the required system CIw- and let us call the
smallest fragment of La which contains the following Kdf: (1D) OT (2F) 00p 3
00p The semantic properties of Kdf are obtained by standard correspondence
theory and can be described as follows: Quasi-seriality: Wwva(wRy 3y aRy)
ofunctionality Vutzty (wRy AaRya(ヨr(wRがへ♥ぱRつ2=3))The latter wif is equivalent
to the simpler VwVrVy(wRy AzRy AaRa 52 =By an application of the Henkin
technique for completeness proofs, we obtain the following completeness result:
THEOREM. A is a theorem if and only A holds at all the frames which are
quasi-serial and O-functional. This characterization result allows us to find a
quasi-serial and (Q-functional frame which refutes the converse of SBT. We have
thus: THEOREM. -(p → ~g) → (pq) is not a CIw→ theorem. This result is not a
trivial one, since in the light of the application of (DCP) we have, for system
CI.O. (a) Fcio A - Biff Icio B = A from which it follows by replacement of
material equivalents that (b) Fcto A → Biff Icio B → A. We thus have the rather
unwelcome result that if SBT were added to CI.O the system would contain its
converse as well, and also the equivalence + (A → B) - -(A → -B). Even if not
strictly trivial, Ciw→ has properties which throw a negative light on the
Strong Boethius Thesis. For example, it can be proved that the Denecessitation
Rule (- DA → A) is admissible in any modal system X iff Modus Ponens for + (If
Fcro A → B and Fcio, Fcro B) is an admissible rule of its consequentialist translation.
Now in Kdf we have a proof of the wff (Op = p), while (Op = p) is refuted (see
(18)). This proves that Kdf does not admit denecessitation, and hence that CIw-
does not admit Modus Ponens for →. But it can be proved that every extension of
CIw- which admits Modus Ponens for -, (such as CI.O) contains the undesirable
equivalences (p → q) = (g - p) and (p → q) = -(p → -q). Having Modus Ponens for
"—" means the possibility of interpreting "—" as an
implication connective, but this destroys the very possibility of entertaining
non-trivially the Strong Boethius Thesis. It can also be proved that adding the
characteristic axiom of CI.O, namely (p → q) D (p D4), to CIw-, yields the
equivalence p = (T = p), whose modal counterpart is the collapse - formula P=
Op). 5. Factor and consequential implication - Let us now consider the formula
which distinguishes connexive logic from consequential logic, namely Factor. In
systems of connexive logic we find two variants of this law, which we we will
call "Strong Factor" (SF) and "Weak Factor" (WF). (SP) (p →
q) → ((р^т) → (gAr)) (For the latter
see, for instance, (9]). An equivalential variant of WE may also be found in
the literature, viz. which is of course equivalent to (p - q) ((pAr) - (g))(see
for instance (2]). WFEq is unproblematic, since it can be shown that it is a
theorem of even the minimal system CIw. Since K is the modal translation of
CIw, it may be proved that the following wils are K-valid (where "_"
is the symbol for strict equivalence).((pニタコロ((p/r)→(9^z)) (E)((ニタ)^(ロp=D4))2(0(g^7)2口(pAr)) (m)((#=4)^(0p^04)) 2(0(g^r)3Q(p/r)) Thus by applying the
so-called Theorema Praeclarum ((PS q)A(r 5 s)) 5 ((PAr) D (gAs)) it turns out
that (p → q) 5Ф(рЛг) - (gAr)) is K-valid, and
hence that (p +q) 3((рлг) → (gA)) is a CI-theorem.
The problem of derivability then concerns the two wffs SF and WF The first
result to be noticed is that SF is inconsistent with any system of
consequential implication which contains the Weak Boethius Thesis or, which
amounts to the same thing, Aristotle's Thesis. If SF were a theorem of CI, in
fact, we would have the following proof: (р - -р) - ((рЛ-р) - (-рЛ тр)) (р- -р) - ((рАтр) - -р) 3) (p→ Jp) =1 1- ((рА-р) → тр) 1→ (p - T) SF(-P/g) 1), PC
+ -(p--p) = T, Eq , 2), Eq , Az. (d) The modal counterpart of line 5) is the
wif -OOp, which is inconsistent with every normal system containing OT, namely
with the modal counterpart of Aristotle Thesis. In fact an instance of it is
-QOT, while in KD from T we have However, it is to be noted that WF is
consistent with every extension of CIw translating some e-normal system. This
can be easily proved by replacing every occurrence of "—" with
"=" in the axioms and checking that the resulting wifs are PC-valid
and (ii) the rules preserve the PC-validity of the transformed wffs. If we now
apply the transformation to WF we obtain (P=q) > ((pAr) = (gA)). which is a
PC-thesis. Thus, by a standard argument, we can prove that WE is consistent
with CIw and with every extension of CIw whose axioms have PC-valid The problem
with WF is indeed not inconsisteney but the fact that adding WF to Cl yields
counterintuitive results, which may be compared to the result of adding Strong
Boethius Thesis to system admitting Denecessitation. It is remarkable, in fact,
that by adding WE to CI we lose the asymmetry of the arrow, since we may prove
the equivalence between (p → q) and (q p). This may be seen looking at the
following proof, in which A and A are introduced by the two definitions: (Def)
0A =DJ -(T→-A).Thanks to such definitions (one of which is of course redundant)
and to the mentioned embedding results, we know that every theorem of K belongs
to CI + DefO.It is useful to recall that in CI + DefO (we have the equivalence (→)(口(pコg)^(コ(p) ^ (0g 3ロp)) =n→q We may then exhibit the following proof: 1) (p→9)3((pAr)→(9^r)) (р → q) 3 ((р\-р) → (gA-р)) (р → q) D (1→ (g-р)) WF , тр/г , 1= (р.Л-р) , (d), (e), (f) (→) , 5), Defu K 7), (-) 6), 8).
6)(p→g)コロ(p=q) 7)ロ(p=4つ((ロp3ロ/)^(Op3^4) ^ロ(92p)) 8) 0(p=q) > (9-p) 9) (p→9) 3(91p) A simple consequence of 9)
is the theorem (1)(p→g)=(g→p) which asserts the
equivalence between → and -. On the other hand, suppose we add (S) (p - g) 3 (g
-p) as an axiom to CI, so to obtain a system CI+S. Obviously we have (-) as a
theorem of CI+S. But since we already know that (p - q) > ((pAr) → (qA)) is
a theorem of CI, we have by replacement (p → 4) - ((р\г) - (gA)), i.e. WF, as a theorem of CI+S. So, if X is
any system containing CI, CIW is equivalent to CI+S. Factor and a
non-contrapositive variant of consequential implication An interesting property
of systems of consequential implications is that by introducing the definitions
of the modal operators in terms of the arrow we may define different
arrow-operators which are variants of the standard arrow operator which have
the minimal properties originally required for connexive implication. For
example, we may define a new arrow in terms of O as follows (→)4→B=Dロ(43B)^(QB3>4) and also define a second
couple of modal operators as (ロロ4=D/T=4 (ペ)4=Dr→ロ4、 Of course we have that A - B
imples A → B but not vice-versa, while it is straightforward to prove that D°A
is equivalent to CA and 0°A is equivalent to •A' The logie of = can be proved
to be slightly different from the one of →, even if it is clearly a logic of a
connective endowed with the properties of consequential implication. Among its
theorems we have in fact (WB→)(p=9) 3ー(p= -9)(AT →) -(p→ p) (1→)((p34)^(p) コ(p=g) (2=)(1=4=(4→1) We lose Contraposition for →
in its standard form but we have the advantage that Simplification holds in the
manageable variant (S →0(pAq) D((pAq) → q). It may be proved (but we will not
do so now) that the fragment of CI containing only truth-functional wffs, and
→-wfis can be axiomatized in a system which we will name CI→, and that the
truth-functional and →-fragment of CIO, CI.O=, is definitionally equivalent to
CI.O itself*. What we want to do now is to extend CI not with WF but with its
→-variant which is (WF →)(p → q) 3 ((рАг) → (9Л г)). Since (Og A Op) implies
(gAr) @(pAr), a straightforward result of this new axiomatization is that (3 →)
((р » q) A(0q> D))
О ((рАт) → (дЛг)) ЛО(дАт) рО(рЛг)) is a theorem (by Theorema Praeclarum). But since (3
→) is indeed equivalent to (WF) thanks to (-), we have that every theorem of
CI+WF is also a theorem of CI+WF=. What we may now prove is that there is a
one-one embedding between CI= +WF and a modal system which in the literature is
known as KD!, where KD! is KD +045 DA. An established result concerning KD! is
that KD! is characterized by the class of the frames whose accessibility
relation is both functional: Vryz(rRy AaRz Sy = 2) and serial: VaZycRy. Now we
can prove the following two theorems: MTI: If -KD: A then Fci»+ WE WA MT2: If
-cI»+WP A then F-KD: ' A MT1 The proof is by induction on the length of the
proofs. We already know that the consequential counterparts of axioms of KD are
theorems of CI→+WF and that the rules of KD preserve such a property. What we
have to add to what is already known is the proof that Op D Opie.-(T → -p) (T →
p) is a theorem of CI+WF→. The proof is as follows: 1) (p→4)3((p^r)→(g^r)) (p → 4) Р ((рА тр) → (g Л -р)) (р → q) D (1→ (фЛ -р)) (p→q) 00(93 p)) 5) 0(pハリ→う(T→(9つ(P^q)) 6) 0(pAg) → (pAq) →9)) 7) 0((p^4)つ(T→(92p^g)))WF, пр/т , 1= (pA-p) 3.Dejo' 4)p Ag/p (S →) 6), 5)0p 2 0p 7)T/9,DefD%,F D°p=Op MT2 (Sketch of the
proof) We simply have to show that the modal counterparts of the axioms of CI+
WF→ are valid in all serial and functional frames, that is in all serial and
functional models. We already know that the modal counterpart of the axioms of
CI hold in all serial models, so a fortiori in all serial and functional
models. We have simply to show that the modal counterpart of WF→ is valid in
every serial and functional model. This fact is established by the following
closed tableaux, where the first world w sees one and only one world w10, w'
The above wif is then KD!- valid and, by the completeness of KD!, a
KD!-theorem. Thus, since the wff D(p 5 q) 5 0((pAr) 5 (gAr)) is a theorem of
all normal systems of modal logic, (Op 3g)^(ogコ 0p)) 3 (口((pAr) コ(gAr))^(>gAr)コ•(pAr)) is a KD! theorem. But this
formula is the modal counterpart of WF→. This completes the proof of the
definitional equivalence of the two systems. The partial collapse of modal
distinctions which occurrs in KD! is mirrored by a counterintuitive theorem of
CI+WF→: as we can easily check by using the KD!-tableaux, a theorem of CI+ WF →
is the converse of Boethius Thesis, namely (CB) -(p→ ng) > (p → q) which can
be proved also in a -version. The preceding negative result about weak and
strong Factor Law casts a shadow over all systems of consequential implication
containing WE. The analytic fragment of the system named CA*1 in [14) contains
WF and, being closed under the replacement of material equivalents, it can be
proved to contain also the undesirable equivalence (p → q) = (q → p). This
system then has an interest only as a limit case of a connexive-consequential
system. Another example is given by McCall's system CFL, whose language does
not allow the iteration of arrows, CFL is axiomatized as follows: 1.(p-42((*→p)2(→g2(p34)つ(19コt)2(par)) 3. (p→9)コ((pAr)→(rAg))(pA(g^r))→((p^q) ^r)) (pA-p) - (qA-q) p - (pAp) (рАр) - р 9, -p → P ((p/9)→(P^→P)^(pV→4)) 3(p→g)) (р - 9) 3 -(р- -q) (9 → -p) 5 (p--g) pコ(p→ (pap)(p → (pp)) Рр The only primitive rules are Uniform Substitution and MP for 3. In CFL
p → (pOp) is assigned the meaning of "p is true" (not [p is
necessary]) and p - q turns out to be equivalent to (T → (p q)) A (q p). In
Meyer showed that if we define the arrow in this way: (*)A → B =Dj (A - 3B) ^
(A = B) then the first degree fragment of the systems S1-S5 is exactly CFL. The
result is unwelcome, since the arrow seems to identify a particular subclass of
material equivalences. On this subject, note also that we have (A - B) > (B
5 A) and ((A - B) A B) D A. So, if we want to interpret "—" as an
implicature connective (“implicazione conversazionale”), we have to face
something which recalls the fallacia consequentis. McCall sees two possible
ways to solve this problem: dropping the restriction to first degree wils, or
introducing axioms which are not equivalential. It is worth noticing that the
minimal system of consequential implication CIw satisfies both McCall's
conditions. Its formation rules are here unrestricted, while axiom (f), ie.
(L-p) > (p -L), is a simple example of a wff which does not admit Meyer's
interpretation: the wff ((1 -3p) Ap =1) 3 ((p- 3 1) Ap al) is in fact
underivable even in S5, so that (f) is not a theorem of CFL. However, a more
direct move would be to remove the factor law WE and replace it with some of
its weakened variants. If we introduce this modification it is no longer true
that the resulting system is coincident with the first degree fragment of
S1-S5. Note that (p - q) D ((pAr) - q) is neither a law of connexive logics,
nor of the logics of consequential implicature (“implicazione
conversazionale”). If it were, by substituting p for q we would have (pAr) - p,
which is not a theorem of consequential implication logics. If we call (p → q) >
(pAr) - q) the principle of monotonicity, we can then say that → symbolises a
particular kind of monotonic implicature (“implicazione conversazionale”). Add
that also Weak Factor may justifiably be said to express a monotonicity
principle of implicature. Thus the representation of the arrow as a symbol for
aparticular kind of non-monotonic implication receives a support from the fact
that we have to exclude Factor Law from logics of consequential implications
and to work only with suitable modifications of it. ANGELL, A propositional
logic with subjunctive, not indicative, conditionals, Journal of Symbolie
Logic. ANGELL, R.B. Tre logiche dei condizionali
congiuntivi in Pizzi, cur. Leggi di Natura, Modalità, Ipotesi, Feltrinelli, Milano; AQVIST, L.
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of Philosophical Logic, CHELLAS, Modal Logic, Cambridge KIELKOPE, C. Formal
Sentential Entailment, Univ, Press of America, Washington, LEWIS,
Counterfactuals. Oxford, Blackwell, LOWE, If 4 and B then A, Analysis, McCALL,
S. Connexive Implicature and the Syllogism, Mind. MeCALL, S. Connexive
implicature in Anderson and Belnap, Entailment. The logic of relevance and
Necessity, Princeton U.P., MEYER, R.K. The Poorman's Connexivo Implicature, Relevant
Logic Newsletter, MONTGOMERY, H. e ROUTLEY, On systems Containing Aristotle's
Thesis, Journal of Symbolic Logic, VINCENTIS, Implicature del Portico and Stoic
Modalities, in Corsi, Mangione, MUGNAI (si veda),Le teorie delle modaliti,
Bologns, CLUBB, NELSON, Intensional Relations, Mind, P., BOEZIO’s Thesis and
conditional logic, Journal of Philosophical Logic, P., Decision Procedures for
Logics of Consequential Implication, Notre Dame Journal of Formal Logic, P.
Varieties of Non-Monotonie Conditionals, in Carsetti, Mondadori, Sandri,
Semantica, complessitá e linguaggio naturale, CLUEB, Bologna, P., Weak vs.
Strong, BOEZIO Thesis: a Problem in the analysis of Consequential Implication,
in A. Ursini and P. Agliano, Logi and Algebra, Dekker P., C. Implicazione,
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Logic, THOMPSON, Why is conjunctive simplification invalid?, Notre Dame journal
of Formal Logic, BENTHEM, Essays in Logical Semantica, Reidel, Dordrecht.
WILLIAMSON Verification, Falsification and Cancellation in KT, Notre Dame
Journal of Formal Logic. Claudio
Pizzi. Pizzi. Keywords: la regola di Boezio, la tragedia d’Ustica, il se,
condizionale contro-fattico, Grice, il modo, operatore di modo, cubo di
Aristotele, il cubo dell’opposizione, opposizione quadratica, opposizione
cubica, prova, causa, probabilita, l’idea di causa, ‘Actions and Events’ –
causa ed aitia – il significato di causa in Cicerone – di causa a cosa – causa
come latinismo – uso di cosa come causa – evoluzione della cosa dalla causa –
della causa della cosa – implicazione, interplicazione, explicazione,
interplicazione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pizzi” – The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Pizzorno: la ragione
conversazionale -- J. Grice è la politica assoluta – filosofia del sindacato,
filosofia fascista – filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Trieste). Filosofo italiano. Trieste, Friuli,
Venezia Giulia. Studia a Torino. Insegna ad Urbino, Milano e Fiesole. Oltre agl’importanti
studi sulla materia sociologica conduce ricerche di sociologia economica e
politica, in special modo sulle organizzazioni sindacali e il conflitti di
classi sociali, sulla politica e i suoi aspetti, sui rapporti tra sistemi
politici ed economici nella società. Saggi: “Le V classi sociali” (Il Mulino);
“Comunità e razionalizzazione” (Einaudi); “Lotte operaie e sindacato”, “Le
regole del pluralismo”; “I soggetti del pluralismo”; “Classi, partiti,
sindacati (Bologna); “Le radici della politica assoluta” (Feltrinelli): “Il
potere dei giudici” ("Il nocciolo", Laterza); “Il velo della
diversità: studi su razionalità e ri-conoscimento (Feltrinelli); “Sulla maschera”
(Il Mulino). Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia. Grice: “The reason why Pizzorno – bless his soul – does not
criticise fascism, is that he possibly finds his theory of ‘communitarianism,
razionalization and community, and the appeal to Tonnies’s community, almost
too fascist to be true! – it’s the ‘bund’ – and other fascist conceptions against
which i sindacati had to fight during the ventennio fascista!”. Grice: “The
pity with P. is that he focuses on sindacati as from 1968, when he was getting
drunk in Paris! He should have studied the sindicati during the veintennio
fascista!” -- Grice: “I am pleased that P. quotes me. He apparently says that
he is not into ‘conversation’ in the *sense* (senso) of Grice. Footnote there.
When the index was compiled, P., who is at Oxford at the time and could have
asked (or axed), had no idea what my Christian name was, so he follows
Speranza’s advice: ‘when you do not know the first name or Christian name use
‘John’’ – so he did. (The corollary to Speranza’s corollary is: when you don’t
know the surname, use ‘Smith’). So Grice,
J. I became in his name index!”. Avrei dovuto annotarmi il giorno esatto,
in fondo cambio la mia vita (se mai si può dire che ci sono giorni che cambiano
la vita di una persona), ricordo solo che era l'estate del 1953, e che era la
prima volta in assoluto che andavo a un colloquio di assunzione.
Probabilmente ero intimidito, ma non poi moltissimo, anzi, piuttosto
distaccato, perché quello che mi stava accadendo, o meglio, che si disegnava
come un'assai evanescente possibilità che accadesse, apparteneva a un mondo
cosi diverso da quello cui le mie vicende avevano appartenuto fino ad allora,
che il suo realizzarsi o meno non solo lo tenevo per incommensurabile con i
riferimenti di cui disponevo, ma non arrivava a suscitarmi nessuna precisa
emozione. La stagione parigina per il momento era inevitabilmente da chiudere.
Non avevo più lavoro fisso (da un anno non ero più lettore d'italiano ai licei
Louis Le Grand e Henry IV, e ci stavamo mantenendo, mia moglie Anne e io, con
il suo stipendio di giovane ingegnere in un laboratorio di disegno acronautico
e con miei incarichi saltuari e lezioni private). Concluso tra un anno il mio
diploma a Hautes Études, cosa avrei poi fatto? Mi avevano offerto un incarico
di Histoire et ciilisation italienne all'Università di Algeri. Non avevo detto
di no ed ero pronto ad accettarlo, un vagabondaggio dispersivo in più,
dopotutto, come lo erano stati gli anni di Vienna e di Parigi, ma questa volta
assai più per ripiego che per entusiasmo o curiosità; e speravo che mi
capitassero altre occasioni. Non erano quelli anni in cui le «occasioni» ti
capitavano addosso mentre camminavi per la strada, ma una me ne capito.
Il colloquio me lo aveva procurato un'amica dei tempi dell'università. Olivetti
sta cercando giovani laureati, mi scrisse, per aiutarlo a mettere in piedi
un'organizzazione culturale. Quando vieni a Torino ti vedrebbe
volentieri. Mi trovai così dall'altra parte di un tavolo al quale era
seduto Adriano Olivetti, che mi guardava, in quel modo che poi capii era il suo
naturale, non dritto in faccia, ma quasi di sottecchi, con uno sguardo che si
muoveva qua e là verso il basso, timidamente, si sarebbe detto, ma di cui si
capiva la cura di essere insieme gentile e seriamente interrogativo, e forse
celava un'attenzione a non imbarazzare l'altro. Gli raccontavo di quello che
avevo fatto a Parigi, il lettorato, le ricerche alla VIème Section di Hautes
Etudes. Non ricordo se accennai al lungo lavoro antropologicoteatrale
sulla «maschera», frutto di quelle ricerche, e che avevo appena finito. Se non
lo feci, malgrado mi stipasse ancora piena la mente, fu forse perché ero
trattenuto dall'incongruità di quel tema rispetto al mondo nel quale attraverso
quell'intervista mi si prospettava di farmi penetrare. Ma se la ragione era
questa sbagliavo. Non soltanto perché quel mondo, scopri poi, includeva
personaggi dai più vari e multicolori trascorsi culturali; ma anche perché, in
due sensi più specifici, uno facile da intuire, uno invece del tutto
imprevedibile, come si vedrà, proprio quel mio lavoro sarebbe stato una sorta
di chiave di entrata in quel mondo. Ritenni invece più appropriato raccontargli
che nel 194849, con lo pseudonimo di Andrea Marini, avevo scritto diverse
corrispondenze da Parigi per «Comunità», allora settimanale, e che negli anni
successivi, quando ero a Vienna, per «Comunità» mensile avevo scritto alcuni
articoli di critica d'arte. Lui mi chiese se avessi mai sentito parlare di
«Economie et Humanisme», la rivista dei domenicani di sinistra, le cui idee,
seppi poi, erano molto vicine alle sue. No, non ne avevo mai sentito parlare, e
lui, per non imbarazzarmi, attenuò subito il rilievo di quella circostanza.
Cercò di spiegarmi a quale incarico mi avrebbe destinato se fossi andato a
Ivrea. Sarei stato assunto in fabbrica, ma il compito non avrebbe avuto a che
fare con le attività produttive, si sarebbe trattato piuttosto di un compito
culturale, fuori della fabbrica, non era ancora ben definito, lo si sarebbe
definito un po' alla volta. Non siesprimeva del tutto chiaramente, ma pensai
che fosse logico per me non capire situazioni così lontane dall'esperienza che
avevo avuto fino ad allora, e non feci troppe domande. Invece le ragioni della
non chiarezza erano altre, lo avrei capito in seguito, e quando lo capii mi
trovai davanti, come dirò, a scelte non facili. Nei giorni seguenti non
dico che dimenticai l'intervista, ma non ci pensai troppo, non contavo che
avrebbe avuto seguito, e poi, come succede in questi casi, anche per chi non
abbia pratica dell'eserciziario stoico, si mette in marcia la premeditatio malorum,
quell'operazione mentale che censura ogni pensiero sui possibili eventi
desiderabili, in modo da evitare che ci si debba sentire delusi se poi
tutt'altro succede. Andai a Roma, dov'erano i miei, che volevo far conoscere a
mia moglie, che avevo sposato in Francia, e anche per riuscire io a conoscere
qualcuno, dopo anni che di fatto mancavo dall'Italia. Inoltre, avevo mandato a
«Nuovi Argomenti», se ben ricordo consigliato da Franco Lucentini, mio compagno
di disoccupate riflessioni nei caffè della rue de Tournon, quel saggio sulla
«maschera» di cui ho appena parlato. Mi avevano risposto che il saggio era
piaciuto, ma era troppo lungo e poco adatto alla rivista. Era la solita
risposta, mi ero detto; ma poi aggiungevano che l'avevano passato a un loro lettore,
Bobi Bazlen, il quale ci teneva a parlarmene, eventualmente per consigliarmi
cosa fare. 2. Bobi Bazlen Si è scritto a iosa, a parer mio
esageratamente e imprecisamente, sul ruolo che ha avuto per una certa cultura
italiana questa sirena ombrosa e misteriosa, si è detto della sua influenza su
Montale per la scoperta di Svevo e di altre sue scoperte di scrittori marginali
e fuori della via maestra, e del suo gusto per l'inedito, l'anomalo,
l'inconsueto, il prezioso. Se ne è scritto molto, dicevo, e negli anni è
capitato anche a me di leggerne, ma allora, rientrando in Italia, pur
montaliano e sveviano di adolescenza com'ero, questo personaggio mi era
sconosciuto. Ne chiesi a Giampiero Carocci (credo che anche a lui fossi stato
indirizzato da Lucentini, perché in quei giorni, rientrando in Italia dopo
anni, andavo un po' a ten toni, soprattutto fuori da Torino, quanto
a incontrare persone interessanti); e lui mi parlò con molte, anche se
sibilline, esclamazioni elogiative, di questo Bobi Bazlen, delle sue vastissime
letture in molte lingue, del suo gusto raffinato e sicuro, della sua intuizione
critica e via discorrendo. Concludendo che era certo la persona più appropriata
per giudicare il mio saggio. I grandi elogi che Bobi Bazlen profondeva su
quel mio testo, quando, sorridente e cortesissimo, mi ricevette nel suo
appartamentino di via Margutta (o era via del Babuino?), per le vaste letture
antropologiche che vi trasparivano, di un tipo che nessuno in Italia, diceva,
si sognava di fare (ragione per la quale, del resto, era difficile pensare a
una rivista nella quale pubblicarlo...), per l'interesse della tesi che
esponevo e via discorrendo, mi lusingarono certamente assai; ma, senza sapere
veramente il perché, e pur ringraziando ripetutamente e con il dovuto
imbarazzo, rimanevo, come dire, un pochino sulle mie. Bazlen aveva letto bene
il mio testo senza darlo a vedere avevo
manovrato il discorso in modo da accertarmene , ma non volle entrare nella
discussione del contenuto, Il suo, capii, era un apprezzamento di gusto, di
pelle. E, forse influenzato dall'impressione di quell'incontro, quando lessi
molti anni dopo alcuni suoi scritti, Lettere all'editore (o un titolo simile),
mi sembrò di capire che quello era in genere il suo modo di giudicare.
Apparteneva, ne dedussi, a quel tipo di persone che leggono voracemente di
tutto, senza qualche piano preciso, e hanno la capacità di intuire
immediatamente quali siano le cose di qualità e quali le altre, o meglio, quali
avranno successo e quali no, ma non sanno articolarne le ragioni. Sanno
mostrare, in un testo, dove stia la pepita d'oro e dove la spazzatura, e quando
te lo mostrano non puoi che dargli ragione, ma si astengono poi dal tradurre i
loro giudizi in un linguaggio critico. Probabilmente perché rifiutano di
costringere le loro intuizioni in concetti disciplinati, concetti, voglio dire,
che siano ricevibili da una disciplina critica, e quindi sortoponibili a un
uditorio non familiare, in grado, per dir così, di valutarli autonomamente,
staccandosi dal dialogo diretto con la persona che li formula. Destinano i loro
giudizi a pochi intimi, sottovoce, quasi in a parte, pronti a ritrarsi di
fronte a chi li metta in discussione; che poi diresti che si sentirebbero
offesi, se, ascoltandoli, ti venisse di chiedergli «perché?» perché quel testo
lo ritengano di gran valore, e invece quell'altro buttar via; potrai tutt'al
più mormorate qualche sfumato accenno didissenso, questo lo sopportano, anche
se con esclamazioni di meraviglia per tale inaspettata non concordanza; o con
congedante freddezza, se il dissenso dovesse venir reiterato; ma la domanda di
spiegazioni no, non puoi farla, perché non saresti più uno dei loro, uno per il
quale le ragioni dei giudizi debbono rimanere ovvie, intese tra affini,
sigillanti l'implicita comune appartenenza. Chi abbia conosciuto Bobi
Bazlen meglio di me (io gli parlai a lungo solo quel pomeriggio, e poi un'altra
volta, in casa di amici, ma stava in un angolo sorridente e silenzioso, mi
accorsi che forse era timido), magari dissentirà da questa mia
caratterizzazione. Ma il tipo che mi sembrava di aver riconosciuto era
quello. Ed è un tipo che ritrovo in altri amici miei, pur diversissimi per più
di un tratto da Bobi Bazlen. Mi viene in mente, e la collego con il tipo che
sto cercando di ricostruire, una indimenticabile performance di Fruttero e
Lucentini in sei trasmissioni televisive, di alcuni anni fa. Gli era stato dato
l'incarico di commentare per il pubblico televisivo, ogni serata, un certo
numero di libri, recenti e no. Lo facevano pantofolando con grande agio e
ironia da una stanza all'altra di casa Fruttero, da uno scaffale all'altro,
prendendo un libro potevano essere i
Promessi Sposi, piuttosto che la Cousine Bette o Il mondo secondo Garp o invece
un romanzo appena uscito lo tenevano in
mano qualche secondo, se lo mostravano scambiandosi esclamazioni di
compiacimento, approvazione, entusiasmo o visibilio appena trattenuto,
raccontavano un po la trama, ma non più che in due parole, indicavano quali
erano i passaggi più straordinari, da non mancare, e quando avevano riposto il
libro su di un tavolo non si era ancora capito perché mai lo dovessimo ritenere
un bel libro. Uno spettacolo, fatto di nien te, ma a modo suo esilarante.
Uscii contento degli elogi ricevuti, si è sempre contenti quando qualcuno ti
dice anche solo di aver letto con interesse un testo che hai appena scritto, e
che magari sei insicuro che valga; ma senza che avessi l'impressione, per dirla
un po' volgarmente, di aver intascato un granché. Il saggio non mi aveva detto
dove avrei potuto pubblicarlo (me ne dimenticai, e solo alcuni anni dopo Edgar
Morin, a cui l'avevano dato da leggere, lo passo ai «Cahiers Madeleine
RenaultJean Louis Barrault», che lo fecero tradurre in francese e lo
pubblicarono), né mi aveva fatto altre proposte di collaborazione o incontri.
Insomma ero al punto diprima. Ripensavo soprattutto, andandomene verso piazza
di Spagna, a quella specie di elogio della «non professionalità» sul quale
Bazlen si era dilungato con esclamazioni e giudizi che mi argomentava e
amplificava come se fosse ovvio che dovessi condividerli (e non erano giudizi
estetici, in questo caso, ovviamente, ma etici; o forse, è vero,
eticoestetici). Essendo al corrente delle mie peregrinazioni fuori d'Italia, ed
essendo al corrente di quel mio, dopo tanto andare, essere ancora senza un
mestiere (e lo avevo informato che aspettavo una risposta da Adriano Olivetti
per una possibile assunzione), credette forse di mostrarmi amicizia dicendo che
anche lui era stato sempre senza un mestiere, perché appena si accorgeva che in
qualche modo stava per venire imprigionato nella gabbia anche dorata di un
mestiere si ritraeva, come per istintiva renitenza. E cosi che aveva sempre
conservato la sua libertà, concludeva. Io sorridevo annuendo, ma senza
contribuire con miei argomenti, perché di quel tipo di libertà mi sembrava di
aver già goduto in eccesso, e mi sentivo ben disposto a non ritrarmi se si
fosse aperta la porta di qualche gabbia dorata, come quella dell'Olivetti,
appunto. Ma forse la vera ragione, di fronte al suo elogio della non
professionalità, della mia renitenza ad andare al di là di quel mio annuire un
po' stac cato, era che quel mio testo stesso su cui ci eravamo
incontrati, pur non strettamente accademico, rifletteva per me chiaramente una
tensione verso qualche cosa che sarebbe proprio potuto diventare mestiere
(anche se poi il mestiere che ho acquisito, o che credo di aver acquisito, è
stato un po' diverso), frutto com'era di lunghi mesi di letture concentrate su
un preciso tema, giornate intere alla biblioteca del Musée de l'Homme, a
pranzare con un panino, storzi di chiarezza nell'esporre una tesi, rigore, o
speranza di rigore, nello sceverare la letteratura antropologica attendibile da
quella che non lo era. E in fondo ciò cui io ambivo era proprio di impadronirmi
meglio di quel mestiere. Sarebbe ora stata interrotta, quella mia tensione, nel
caso fossi entrato all'Olivetti? L'incontro con Bobi Bazlen mi aveva lasciato
al punto di prima. O così mi pareva. Ma mi sbagliavo, come si vedrà.
Quando si ha, era il mio caso, un gran rispetto per le vie segrete del destino,
ci si deve astenere dallo sforzo ibristico di immaginarne le tracce prima di
calpestarle veramente.Una settimana o due più tardi ricevetti una lettera che mi
convocava a Ivrea. Arrivai in questa città un po' sformata, cosi fuori dal
mondo in cui avevo vissuto fino a qualche mese prima, ma che sarebbe stata per
tre anni la mia non so quanto capace,
durante quei tre anni, di infondermi il sentimento che vi appartenessi, ma
certo anche oggi, dopo più di quarant'anni, rimasta ben distinta e pesante
nella mia memoria , lasciai la valigia all'albergo Dora, che avrei imparato
esser luogo celebrato nel folklore del mondo dirigenziale Olivetti per
incontri, intrighi, sollazzi e imbarazzi, ritornai sui mici passi, oltrepassai
la stazione, per imboccare la ben acciottolata via Jervis, costeggiai la
lunghissima facciata di vetro della fabbrica, mi sembrava di scivolare lungo
una pagina di «Domus» o «Casabella», e salii al Sancta Sanctorum, cioè negli
uffici della presidenza. Adriano Olivetti era già da qualche tempo ma
lato, mi dicono, ma intanto avrei potuto incontrare qualche dirigente, Mi
conduce prima degli altri nel suo ufficio, gentilissimo, Ignazio Weiss,
direttore del Servizio pubblicità, e il primo nome che mi fa è, sorpresa!
sorpresa!, quello di Bobi Bazlen, suo caro amico, mi dice, il quale gli aveva
parlato di me e del bel saggio che avevo scritto. Mi fa i complimenti per i
miei studi, si augura che io possa entrare all'Olivetti, ma che stessi in
guardia, mi avverte, il lavoro che mi avrebbero assegnato poteva anche non
corrispondere alle mie aspettative (non ne avevo), poteva essere più semplice
di quello che io ero in grado di fare (e io a quel punto non mi sentivo davvero
capace né di fare lavori semplici, né di farne di complicati), ma proprio per
questo anche noioso e magari deludente. Incoraggiato da quell'accoglienza che
lasciava prevedere un esito positivo del processo dal quale senza merito e
senza manifesta volontà ero ormai risucchiato, gli strologai una complicata
risposta sul fatto che anche quando i compiti appaiono più facili di quanto si
sia in grado di assolvere, rappresentano pur sempre una sfida, perché il
passare da impegni difficili a impegni facili può in un certo senso
considerarsi cosa difficile, e via cosi ingarbugliando. Spero che abbia creduto
che il mio ragionamento contenesse concetti più profondi di quelli che in
realtà conteneva, poiché, tradotto in soldoni, credo consistesse nel dire
niente più che quando a qualcuno fanno fare un lavoro poco interessante è una
bella noia per lui accettarlo, e se lo accetta, ma questo punto era lasciato
fuori dal concettoso ragionamento, lo fa solo perché lo pagano bene. Poi
passai nell'ufficio di Geno Pampaloni, che allora non sapevo ancora fosse colui
che esercitava il vero potere nei rapporti tra il mondo della cultura e
Adriano, e cioè la vera eminenza grigia di costui (o era forse soltanto
eminenza ligia, come sussurravano gli infaticabili ideatori di maliziosi
calembours aziendali? Ideatori del resto non da poco, avrei ben presto
imparato: erano Libero Bigiaretti, Franco Fortini, Egidio Bontante e simili, i
quali si divertivano a prendere di mira più di altri proprio il povero e
potente Pampaloni). Anche lui assai cordiale (ma la cordialità, si sa, è
l'immancabile sigla di questo tipo di incontri), mi disse che si era andato a
leggere con attenzione tutti i miei articoli su «Comunità», che gli erano
piaciuti, erano ben scritti, soprattutto le corrispondenze del 194849 dalla
Francia, aggiunse qualche altro complimento, e poi incominciò a spiegarmi
all'ingrosso cosa mi sarebbe stato chiesto di fare nel caso venissi assunto. Il
presidente (incominciavo a imparare che a Ivrea questo era il nome con cui
designarlo in colloqui ufficiali, «Adriano» quello parlando tra amici) voleva
dare impulso a una rete di centri sociali con bibliotechine che andava creando
in vari paesi del Canavese, e appoggiandosi su di queste voleva far nascere una
specie di movimento culturale non
politico, diceva, anche se naturalmente Olivetti una tendenza politica l'aveva,
di sinistra, ma né comunista né democristiana, forse vicina a quella che era
stata del Partito d'Azione, e aveva appoggiato Unità popolare contro la legge
truffa (era no, come sbagliarsi!, le stesse mie posizioni) e poi aveva le
sue idee su come trasformare il governo locale, l'idea di piccole comunità, che
io del resto conoscevo, e via discorrendo. Pensai che avrei capito meglio
quando l'avventura fosse incominciata, e tornai a Roma. Dopo pochi giorni
arrivò la notizia che ero stato assunto. Di fatto. Ma prima sembra che
occorresse un ulteriore passaggio formale, e di che natura fosse me lo chiari
(ma «chiarire», si vedrà subito, non è il verbo appropriato) un episodio che mi
resta ruttora insondabile, e che mi limiterò a raccontare esattamente come è
avvenuto (o come me lo ricordo, devo naturalmente di re; ma mi sforzerò
di mettere all'opera tutta la mia perspicacia mnemonica, facilitato del resto
dal racconto che a più di un amico feci immediatamente dopo, quando speravo
ancora che me lo decifrassero loro). Manca ancora un colloquio con il capo del
personale, mi disse Pampaloni, vai nell'ufficio del dottor Z. Il dottor
Z. mi aspettava, mi fece subito entrare, si sedette al suo tavolo, mi fece
sedere su di una sedia dall'altra parte del tavolo, io dissi: sono A.P., mi
hanno indicato di passare da lei. Sì lo so, rispose, e mi guardò. Aspettavo che
mi facesse qualche domanda, mi desse qualche istruzione, o insomma mi dicesse
qualche cosa, ma lui si limitava a guardarmi. Aveva sulla bocca un sorriso
stereotipato che non capivo bene se significasse incoraggiamento per me, o
imbarazzo per se stesso, Io gli restituivo lo sguardo, con un dovuto sorriso
timido, ma lui taceva. Cominciai a muovere lo sguardo sugli oggetti del tavolo,
sempre mantenendo il sorriso timido, che non avici saputo come mutare, ma lui
continuava a tacere e a sorridere enigmaticamente. Adesso mi dirà qualcosa,
pensavo, è già passato qualche minuto, e spostavo di quando in quando lo
sguardo anche sui mobili o sulle pareti. O forse che gli devo dire io qualcosa,
mi chiedevo, ma cosa posso dirgli? I minuti passavano, il silenzio totale
continuava. Forse si tratta di un test, mi dissi, vuol veder come reagisco al
silenzio, come mi comporto in una situazione imbarazzante (in quei giorni si
parlava molto di test strani cui venivano sottoposti futuri dirigenti
aziendali, per verificare come si comportavano in situazioni inattese). Ma più
che restare zitto non mi sembrava di poter fare. Forse gli devo raccontare
qualcosa di me, ma se lui non mi fa domande sarebbe sgarbato da parte mia
aprire il discorso. Dirgli che son contento di essere assunto all'Olivetti può
essere fuori luogo, perché ufficialmente l'assunzione non si è ancora
perfezionata. Così continuavo a tacere. E taceva lui. Il mio disagio
cresceva. Forse anche il suo? Come capirlo, la situazione continuava ad
apparire inscrutabile. Passarono diversi minuti. Quanti? Non potevo ovviamente
guardare l'orologio. Erano molti, moltissimi, nella mia percezione soggettiva.
Dieci, quindici? Come finirà, mi chiedevo, cercando di rilassarmi
interiormente, e aspettando la fine. Che non potrà mancare, mi ripetevo. La
frasetta che pronunciò alzandosi, l'unica, non la ricordo esattamente, sarà
stata del tipo «le auguro buon lavoro», o «spero che si troverà bene». Mi
strinse la mano e mi accompagno alla porta. Il silenzio era finito. Ero assunto
alla Ico (In gegner Camillo Olivetti) spa. (Gli amici cui raccontai
l'episodionon seppero spiegarmelo, e, stranamente, mi sembrò che non gli
dessero importanza, Esclusero l'ipotesi del test. Il dottor Z. lo ritrovai anni
dopo, in una circostanza anch'essa un po' imbarazzante, come racconterò, ma di
altro tipo.) Ero quindi diventato impiegato di un'azienda industriale di
gran prestigio, con regolare contratto del settore metalmeccanico. Quanto
era esattamente il mio stipendio? 120.000 lire al mese, poi quasi subito
aumentate a 140,000 se ricordo bene (nello stesso periodo sembra ci fossero
stipendi, fra i dirigenti, anche cinque o sei volte superiori, e più); ma,
fossero state anche meno, si trattava di uno stipendio contrattualmente
stabilito, il primo di questo tipo nella mia vita. Tutto ciò senza che potessi
dire di aver veramente scelto, o senza che fossi in grado di spiegare, se mi
fosse capitato di aprirmi con un amico, la parte che questa vicenda poteva
rappresentare in un mio progetto di vita. Forse avrei detto che si trattava di
un'«esperienza», termine magico, si sa, che è sempre possibile invocare per
giustificare a se stessi e accreditare di fronte agli altri ogni
attraversamento di giorni difficili o strani. Almeno per chi è per lo più il mio caso è riluttante a sovrapporre lo schermo del
«progetto di vita» alla figura velata, ma riposante, del «destino». 4.
Lavoro manuale, ma non davvero Una regola per gli impiegati nuovi
assunti, esclusi gli amministrativi, voleva che prima di venir assegnati alla
loro specifica mansione dovessero lavorare per un mese come operai. Era un modo
per far loro imparare a conoscere bene l'oggetto (che allora era costituito dai
vari tipi di macchine per scrivere e che
non si dicesse da scrivere, veniva raccomandato
e per calcolo) che l'organizzazione di cui entravano a far parte era
impegnata a produrre e vendere. Si trattava di un'esigenza di apprendimento,
per dir così terminologico, sapere cosa significavano i termini che designavano
le centinaia di pezzi di cui questo o quel tipo di macchina era composto; e
naturalmente sapere come funzionavano. Perché sarebbe potuto occorrere che
ognuno, nel compito specifico che svolgeva, vi si dovesse riferire. Ma si
trattava anche, più o meno esplicita, di un'esigenza moralistica: aver fatto
provare a tutti i dipendenti di che natura fosse il lavoro manuale della
«produzione» (parola mitica, questa, del linguaggio aziendale, con connotazioni
moralistiche il cui pieno valore avrei ben presto imparato ad apprezzare),
quello da cui, come impiegati, ricevevano il contenuto ultimo del loro compito,
e simbolicamente quindi parificare i lavoratori del braccio e quelli della
mente. Era insomma una sorta di rito di passaggio che siglava l'appartenenza di
tutti alla stessa comunità, in nome della moralità della produzione. Cosi
fui messo anch'io a lavorare manualmente in un reparto dove si aggiustavano
macchine difettose. Me ne stavo seduto a un banco, insieme con qualche diecina
di altri operai in un grande stanzone, a smontare e rimontare, macchine,
secondo precise istruzioni, senza far nessuna fatica fisica, e semmai,
soprattutto all'inizio, con qualche fatica intellettuale perché dovevo
sforzarmi di capire le istruzioni che ricevevo su come andavano rimessi insieme
tutti quei pezzi. Non c'erano costrizioni temporali per completare la mia parte
di lavoro. Avevo anche pochi rapporti con gli operai che lì intorno facevano,
meglio di me, il mio stesso lavoro, e l'unica cosa che mi accomunava a loro era
la bottiglietta di chinotto, bevanda di cui avevo ignorato l'esistenza fino a
quel giorno, e che adesso avevo imparato a tenere sul bancone vicino alla
macchina, sorseggiandola di tanto in tanto; e non perché avessi sete, ma perché
mi permetteva, facendo finta di bere, ma in realtà limitandomi a bagnare la
lingua, di interrompere di tanto in tanto il lavoro. Insomma, non sentivo di
essere coinvolto in un esperimento serio. L'unica costrizione, importante è
vero, viste le mie abitudini parigine, era quella di entrare in fabbrica e
firmare il cartellino alle sette e trenta in punto. La sveglia mattutina, le
otto ore di lavoro giornaliero, l'andarmi a coricare presto la sera, la
sospensione del lavoro intellettuale, avevano così ben regolarizzato il mio
ritmo fisico, che in un mese, ricordo esattamente, ingrassai di due chili (da
60 a 62, o da 62 a 64, non ricordo esattamente, ma giù di li). Davvero non
un'esperienza stremante. In quei giorni so che anche in altre fabbriche
era d'uso la stessa pratica di iniziazione degli impiegati nella comunità
aziendale. E probabile che da tempo se ne sia perso ovunque, nonché
l'uso, il ricordo. Già all'Olivetti quando vi fui sottoposto io era molto
discussa per quella vaga tinta di ipocrisia che la colorava. È vero che se
fosse stata fatta seriamente avrebbe accresciuto fra gli altrimembri della
comunità aziendale la conoscenza delle condizioni in cui lavoravano gli operai.
Lavorare al montaggio, per esempio, sotto costrizione di tempo, poteva dar
l'idea di che cosa si provasse a fare quel lavoro ma questo, d'altra parte era difficile chiederlo
a impiegati nuovi assunti, che avrebbero ritardato il lavoro della linea
(quella che in linguaggio giornalistico si chiamava a quer tempi la «catena»)
in cui li si tosse inseriti. L'ipocrisia stava nel far credere che chi lavora
in un posto sapendo che ci resterà solo un mese, passi attraverso la stessa
esperienza di chi lavora a quello stesso posto ma sapendo che ci resterà anni.
E inoltre nel voler credere che l'esperienza operaia che contava fosse quella
delle condizioni tecnologiche, che si fa durante le ore passate sul luogo del
lavoro, e non quella delle condizioni economiche, che si fa sui luoghi della
vita, nelle ore dell'intera giornata e degli anni. Una mattina chiesi un
permesso, dissi che dovevo andare in un ufficio lontano, o qualcosa di simile,
sarei stato via una mezz'oretta, e appena fuori mi intrufolai invece, quasi di
soppiatto, nella biblioteca, che era proprio li, vicino all'uscita
dell'officina dove la voravo. Avevo voglia di interrompere quelle ore di
forzata assenza di pensiero con un minima parentesi di attenzione
intellettuale. Mi ricordo ancora nitidamente cosa lessi: era il dibattito, in
«Nuovi Argomenti» e in un altro paio di riviste appena uscite, tra Ernesto De
Martino e i suoi critici, sull'antropologia, se dovesse essere storicistica o
meno. Era estraniante leggere di questo dibattito tra un montaggio di macchine
e un altro. Ma era estraniante per me anche per un'altra ragione. Negli anni
precedenti in cui, a Hautes Études, i miei studi erano stati essenzialmente di
antropologia culturale, mai mi ero trovato di fronte a un dibattito di quel
tipo, così lontano dalla letteratura antropologica internazionale, così
impasticciato di terminologia crociana, preoccupato più di definire i rapporti
con Croce che con la ricerca che si sviluppava nelle discipline antropologiche
dove queste erano più avanzate e scaltrite. Per cui, scuotendo la testa, tornai
in officina, più incerto che mai su cosa sarebbe successo di me in questo
sovrapporsi di mondi diversi. Dopo circa un mese, si avvicinava la fine
del rito di passaggio, Pampaloni mi chiamò e mi disse che lo si poteva
concludere e che mi avrebbe mandato in giro per il Canavese, sotto la guida di
un dirigente locale del Movimento di Comunità, per farmi visitare lebiblioteche
comunali che si stavano organizzando, più qualche altra delle iniziative del
Movimento. Si sarebbe trattato di una specie di ispezione e alla fine avrei
dovuto scrivere un rapporto. Durante questa esperienza di visite «sul campo»,
che durarono qualche settimana, mi furono presentate altre persone che avrebbero
potuto orientarmi sulla realtà sociale della fabbrica. Mi accorsi ben presto
che sia l'ambiente dirigenziale, sia quello intellettuale, intorno ad Adriano
Olivetti, erano radicalmente divisi. Chi mi prese per mano a farmi percorrere e
ricostruire i nervi del governo olivettiano, che Pampaloni si limitava a
delinearmi a fior di pelle, fu Franco Momigliano, che allora reggeva quella che
si chiamava la Direzione delle relazioni interne, comprendente Servizio del
personale, Servizi sociali e altre funzioni affini. Momigliano era
responsabile sindacale del Partito d'Azione quando conobbe Adriano Olivetti,
che lo assunse per occuparsi delle relazioni del personale nella fabbrica di
Ivrea, Era un liberalsocialista, di colorazione vagamente marxista, ma senza
nessuna ortodossia, semplicemente incline a quella generica concezione
economicistica, che più o meno tutti avevamo nella pelle in quel periodo. Le
categorie con cui analizzava la situazione della fabbrica e dei rapporti tra
proprietà e maestranze mi sembrarono subito molto familiari ed efficaci, le
conclusioni dell'analisi, però, inaspettate. Per spiegare il senso della mia
sorpresa sarà utile che io qui ricostruisca l'atmosfera di quegli anni
nell'industria italiana. 5. L'eccezionalismo olivettiano Erano gli
anni di quella che si può convenire di chiamare, col gergo allora usato, la
«controffensiva padronale». Le elezioni del 1953, con il fallimento della
cosiddetta «legge truffa», avevano bloccato il tentativo politico di emarginare
le sinistre e di escluderle da ogni interferenza sul governo del paese. Ma
l'esigenza di chi guidava la ricostruzione capitalistica dell'economia restava
quella di annullare, nei luoghi della produzione, l'autonomia che le maestranze
avevano conquistato durante gli anni immediatamente successivi alla
liberazione. L'offensiva fallita a livello elettorale si era quindi diretta
verso i luoghi dove si concentrava la classe operaia di persuasione comunista.
Lo richiedevano le esigenze del buon ordine produttivo, lo richiedevano
soprattutto gli Stati Uniti, che erano indignati, come si sforzava di far
capire la famigerata ambasciatrice Vera Luce, che nelle fabbriche italiane,
anche quelle che godevano di commesse americane, gli operai fossero
rappresentati da sindacalisti comunisti o loro alleati. O così almeno sembrava,
e si diceva. Anche se una domanda era lecita: erano veramente gli americani,
cioè gli uomini d'affari americani che trattavano con gli italiani, a essere
così preoccupati, o non piuttosto gli industriali italiani che volevano far
intendere che fossero gli americani a premere in quel senso? Mi ricordo che mi
posi la questione un giorno alcuni mesi
dopo che ero arrivato quando Pampaloni, nel
discutere i risultati delle elezioni della Commissione interna, che avevano di
nuovo registrato una maggioranza della Cgil, mi disse con tono allusivo, quasi
fosse una cosa di cui non bisognava parlare in giro, che questo risultato
avrebbe creato difficoltà all'Olivetti con gli americani. Lì per lì rimasi
impressionato, ma subito dopo mi chiesi se quell'aria di segreto non avesse
proprio lo scopo di farmi andare in giro a divulgare la notizia. Ero però, lo
sappiamo oggi, più diffidente del necessario, e avrei dovuto credere alle
convergenti allusioni di parte padronale e rumorose denunce delle sinistre: il
ricatto americano c'era, ed era esplicito e pesante, e operava, fra l'altro,
condizionando le commesse alle fabbriche italiane (ma l'Olivetti ne aveva meno
bisogno di altre) e soprattutto della Fiat, alla loro capacità di eliminare
l'egemonia della Cgil nelle commissioni interne e fra le maestranze!
Sostanzialmente il risultato che si voleva ottenere in quegli anni era quindi
la pace sociale nei luoghi della produzione, anche a costo di accettare una
limitata forma di condivisione del poterecon l'opposizione nei luoghi
istituzionali. Condivisione (si sarebbe chiamata poi, negli anni Settanta,
«consociativismo», quando il fenomeno divenne più esplicito) che era
inevitabile: la Costituzione repubblicana assegnava al Parlamento un ruolo
centrale, così che una minoranza forte, com'era quella delle sinistre già in
quegli anni, era in grado, volendolo, di bloccare i lavori parlamentari e
quindi l'opera del governo; senza contare il potere di scambio che poteva far
pesare sulla bilancia un partito che controllava le regioni rosse. Scambi di
favori legislativi e amministrativi, al centro e alla periferia, tra
maggioranza e opposizione, servivano a smussare il conflitto, che sarebbe
diventato drammatico se si fosse messo in opera con coerenza quanto era
contenuto nelle premesse dell'ideologia proclamata. Certo, servivano anche per,
come dire, ingrassare la macchina della politica, e ci potevano guadagnare gli
uni e gli altri, pur a spese della maggioranza dei cittadini, Dapprima limitati
e coperti, più tardi, negli anni Settan ta, tali rapporti sarebbero
diventati la regola. Nelle fabbriche, invece, gli interessi si
contrapponevano con immediatezza e l'offensiva era senza quartiere,
probabilmente anche animata da personali sentimenti di vendetta da parte delle
dirigenze industriali che, nei non lontani anni successivi alla liberazione,
avevano visto sfidata la loro autorità, quando non anche ferita la loro
dignità. Da qui, in molte di esse, il moltiplicarsi di licenziamenti arbitrari
di membri di Commissione interna e di attivisti sindacali in genere (fu a
proposito di uno di questi casi che udii in quegli anni per la prima volta il
nome di un operaio della Riv, che, quindici o venti anni dopo, mi sarebbe
diventato collega e molto amico, Aris Accornero), e anche di umiliazioni agli
operai comunisti, messi a spazzare i locali quando magari erano vecchi operai
abili nel loro lavoro specializzato, e contemporaneamente di corruzione di
sindacalisti. Leggendaria in quegli anni era la vicenda del cosiddetto «reparto
confino» (ufficialmente Officina sussidiaria ricambi) della Fiat. La
direzione vi aveva raccolto gli operai sindacalmente attivi, quasi tutti
comunisti, isolandoli completamente dal resto delle maestranze, obbligandoli,
operai qualificati o specializzati che erano, ai lavori più umili e inutili e
sottoponendoli ad angherie di ogni genere. Questi metodi erano possibili
sia perché perdurava (e andrà avanti almeno fino ai primi anni Sessanta) una
disoccupazioneche, pur decrescente, era sufficiente a mantenere alto, per un
operaio, il timore di perdere il posto; sia perché, come ho accennato prima, si
era formata una separazione tra livello politico e livello sindacalindustriale
nella strategia dell'opposizione. Come avrei imparato ben presto, appena
entrato in contatto con gli ambienti della Cgil, e come mi era stato invece
assolutamente impossibile capire quando vivevo all'esterno del mondo
industriale, il Partito comunista si interessava della situazione delle
fabbriche meno di quanto i sindacalisti di base, che erano isolati e depressi e
in perdita di consenso (era iniziata la serie di sconfitte nelle elezioni per
le commissioni interne sui luoghi di lavoro), sentivano di aver bisogno.
Togliatti viene a Torino e ci parla della situazione internazionale, mentre
alla Fiat funziona il reparto confino, mi disse un giorno un sindacalista
comunista. E ricordo ancora vividamente, alla fine degli anni Cinquanta, quando
partecipavo a un seminatio organizzato dalla Società umanitaria nella sua sede di
Meina, con quadri operai della Cgil, il racconto di un operaio comunista che
qualche anno prima era stato arrestato dalla polizia di Scelba. Mi rimane
nella memoria la sua particolareggiata descrizione delle torture che la polizia
infliggeva agli arrestati: alcuni venivano picchiati, ad altri schiacciavano i
testicoli, mi preciso. In questo clima generale la Olivetti era
l'eccezione. Non licenziamenti arbitrari, non reparti confino, non
maltrattamenti psicologici di operai, non corruzione di sindacalisti, non
interruzione degli incontri regolari tra la direzione e la Commissione in
terna, nella quale continuava a venir eletta una maggioranza della Cgil, senza
che la direzione prendesse provvedimenti repressivi, come appunto era comune in
altre fabbriche. Assunto in maniera così improvvisa ed enigmatica in questa
azienda, ero curioso di capire a cosa fosse dovuta la sua eccezionalità, di cui
avevo già sentito parlare. Soltanto alla bontà e onestà del padrone? Al
suo successo economico che sembrava folgorante? I colloqui che avevo con
Momigliano (e naturalmente anche con altri «in tellettuali di fabbrica»,
che un po' alla volta venivo a conoscere, soprattutto Michele Ranchetti, che
era l'assistente di Momigliano, e poi Libero Bigiaretti, Luciano Codignola,
Roberto Gui ducci, Antonio Carbonaro, Luigi Ortina, che era il capo
dell'otficina in cui avevo svolto il mio tirocinio di lavoro materiale, e lui
stesso figlio di un imprenditore, e qualche altro), mi permettevano un po' alla
volta non solo di dare una prima risposta all'ingenuo quesito iniziale, ma
anche di delineare un quadro per molti versi inaspettato. La tradizione
di buoni rapporti tra padrone e maestranze risaliva ai tempi di Camillo
Olivetti, fondatore dell'azienda e padre di Adriano. Ingegnere geniale,
imprenditore ardito, padrone bonario, di idee socialiste (aveva organizzato la
fuga di Turati in Svizzera nel 1926), la sua grande figura barbuta era rimasta
leggendaria tra i vecchi operai, e più d'uno, quando cominciai ad andare in
giro per la fabbrica per il mio lavoro, mi raccontava in tono affettuoso buffi
aneddoti su questo vecchio, morto una decina di anni prima. Adriano, al suo
ritorno dalla Svizzera dopo la guerra, aveva ripreso in mano l'azienda (che
durante gli anni di guerra era stata diretta dall'ingegner Gino Martinoli,
altro dirigente industriale di riconosciuto carisma, fratello della moglie di
Adriano) e continuato una politica di buone relazioni con il personale. Adriano
aveva, sì, dato un forte apporto innovativo all'azienda nella riorganizzazione
degli anni Trenta e continuava a darlo soprattutto con le sue intuizioni
originali nel campo pubblicitario e delle relazioni pubbliche, ma la
considerava piuttosto uno strumento per i suoi interessi di natura generalmente
culturalpolitica. O almeno, questo era il rimprovero che dall'interno
dell'azienda gli veniva fatto, soprattutto da quello che si poteva chiamare il
partito degli ingegneri. Non che costoro fossero nella loro maggioranza
reazionari e mirassero ad assimilare lo stile dei rapporti politici interni
all'Olivetti a quello delle altre grandi aziende italiane. Si trattava di
dirigenti in gran parte selezionati da Camillo, i più vecchi, o dallo stesso
Adriano, o da altri selezionatori che condividevano le sue posizioni. Ma essi
ritenevano che Adriano sacrificasse l'efficienza della fabbrica ai suoi scopi
di innovatore culturale, e questi li giudicavano un po' troppo grandiosi, sia
in relazione alla realtà eporediese (imparai allora che questo era l'aggettivo
che si riferiva alla città di Ivrea), che Adriano voleva trasformare facendone
un laboratorio esemplare di buon governo locale, sia soprattutto in relazione
alle sue ambizioni di giocare un ruolo trascinatore nel mondo della cultura
italiana e internazionale. Chi difendeva Adriano sosteneva che l'attività
culturale di Olivetti, i suoi rapporti con il mondo dell'arte,
dell'architettura e dell'urbanistica, cosi come delle scienze sociali e della
letteratura,producevano una tale ricaduta pubblicitaria, che tutto quello che
veniva sottratto agli investimenti in fabbrica ritornava dall'espansione di
mercato che in quel modo si otteneva. Mi ricordo che un giorno un operaio con
il quale parlavo dei progetti di Adriano mi obiettò, non capii se con ingenuità
o con cinismo, che tutto quello che si faceva era buona pubblicità che serviva
all'azienda, perché in fondo, cosa produceva la fabbrica? macchine per
scrivere, no? e chi doveva comprarle, se non quella gente li, gli
intellettuali, insomma! Altri sostenevano che soltanto rendendo la città di
Ivrea sopportabile a una borghesia colta si poteva far accettare al tecnici
d'elite di cui una fabbrica così avanzata aveva bisogno il sacrificio di
abitarvi (non c'erano ancora autostrade in quegli anni e la pendolarità con
Torino non era pensabile). Ma erano, come si vede, poco convincenti, o in ogni
caso parzialissime, giustificazioni funzionaliste. 6. Dialettica contro
paternalismo L'analisi di Momigliano muoveva da sinistra, ma concludeva
su posizioni che lo collocavano in qualche modo sulla stessa linea del partito
degli ingegneri. La sua critica era rivolta al paternalismo implicito, anche se
accorto e non sfacciato, di Adriano. Adriano, per i suoi fini, a volte dà agli
operai anche quanto non chiedono, mi diceva. In questo modo implicitamente li
corrompe, desta il sentimento di gratitudine, e per gli operai non è bene
sentirsi legati da gratitudine al padrone. Questi operai finiscono per essere
non soltanto dei privilegiati, ma anche dei viziati. Mi citò una volta un
episodio di alcuni rappresentanti operai della Cgil (di tendenza anarchica, se
ricordo bene) che dovevano andare a Torino al funerale di un sindacalista eroe
della resistenza. Sai cosa hanno chiesto alla direzione? esclamò: di essere
portati a Torino con una macchina dell'azienda! Te li immagini operai anarchici
o comunisti di quaranta o cinquanta anni fa chiedere favori di questo tipo al
«nemico di classe»! Occorreva invece, mi diceva, che i dipendenti
dell'azienda si ponessero con la direzione in rapporto dialettico (decisamente
avrei dovuto riabituarmi all'uso abbondantemente polisemico di questo termine
che avevo imparato come servisse ai miei amicifrancesi per ironizzare sul
linguaggio politico italiano), attraverso i loro rappresentanti, che questi
avanzassero le loro rivendicazioni, e se la direzione gliele concedeva, bene;
se no, e se se la sentivano, che entrassero in vertenza. La direzione, d'altra
parte, doveva dare quello che il mercato le permetteva di dare, non offrire il
non richiesto, soltanto perché in certi momenti il padrone aveva determinati
motivi di politica personale per fare il generoso. Il mio compito qui, mi
diceva, è di governare il personale facendo gli interessi di questa azienda sul
mercato, e insieme rendere possibile ai dipendenti di perseguire gli interessi
loro autonomamente, assicurando, fino a che mi è possibile, che non vengano
alterate le regole del gioco: e cioè impedendo sia ogni forma di repressione
sindacale, come quelle che si verificano nelle altre fabbriche italiane; sia
ogni forma di corruzione dei dipendenti da parte del padrone. (Fu del resto in
uno di questi colloqui che mi accenno alla possibilità, ancora non ben
definita, che Adriano intendesse formare un suo sindacato, inglobando, che in
termini crudi voleva dire comprando, quello che restava della Uil locale,
collegarlo con il Movimento di Comunità e cosi rovesciare l'egemonia della
Cgil. In questo caso lui si sarebbe rifiutato di concedere qualsiasi
trattamento di favore a questo nuovo sindacato padronale, anche se Adriano,
come era probabile, glielo avesse chiesto.) In altre parole, Momigliano vedeva
il suo ruolo come quello del rigido guardiano delle regole quali l'ordine
giuridico del capitalismo le aveva stabilite. All'interno di quest'ordine i
capitalisti dovevano fare i capitalisti, gli operai fare gli operai, e formarsi
la loro coscienza di classe antagonista grazie al confronto, appunto,
dialettico nelle trattative sindacali. Mentre mi esponeva le sue idee non
mi fu difficile riconoscerle come quelle di un lettore assiduo di Sorel (io
stesso lo ero stato). Glielo dissi, e riconobbe infatti non soltanto che da
giovane aveva letto appassionatamente Sorel, ma che suo padre era stato
sindacalista rivoluzionario e seguace del pensatore francese. Non gli dissi
invece che la sua strategia mi ricordava un'altra figura, di cui probabilmente
lui non aveva sentito il nome (e mi sarebbe stato troppo complicato, e non
interamente lusinghiero, illustrarglielo), quella di Bug Jargal, il
protagonista di 1793, il romanzo di Victor Hugo sulla rivoluzione di Haiti. Bug
Jargal era il capociurma dei lavoratori schiavi del maggiore proprietario
agricolo delpaese. Esercitava il suo compito in nome del padrone, nella maniera
più rigida e crudele, non risparmiava una sola delle fustigazioni o altre
punizioni che la legge del luogo prescriveva, e verso la quale in tal modo
attirava l'odio degli schiavi. Quando la rivoluzione scoppia, viene alla luce
che Bug Jargal ne era l'ideatore e il cape. E il successo della rivoluzione
sarà dovuto proprio all'odio contro i padroni stranieri che i modi tirannici di
Bug Jargal avevano contribuito ad attizzare tra la popolazione. Non leggo quel
romanzo da oltre cinquant'anni, e forse il mio riassunto non corrisponde
esattamente alla trama, ma cosi me la ricordo, e cosi è rimasta in me da allora
come metafora del dilemma drammatico di chi vuol conseguire il bene passando
per il male, e, più precisa mente, di chi vuol risvegliare la coscienza
di quelli che ama, presentandosi come il male che in tal modo, facendosi odiare,
insegna a odiare. Dilemma che si affaccia, anche se copertamente, in più di un
rapporto, che voglia essere eroico, di amore e formazione, fra genitore e
figlio, per esempio, o fra maestro e allievo, che Nietzsche più di ogni altro
ha scandagliato, e che Sorel appunto ha saputo intravedere anche nella
costruzione della politica rivoluzionaria. Naturalmente l'abbraccio in cui
scoprivo allacciati gli operai dell'Olivetti e il direttore Momigliano non
aveva questa drammaticità. Non solo perché Momigliano non faceva fustigare
nessun operaio, né, fosse anche venuto il momento, avrebbe capeggiato nessuna
rivoluzione, ma soprattutto perché le regole cui quei rapporti con il personale
ubbidivano non istigavano odi né impulsi rivoluzionari. Il merito di Momigliano
era appunto quello di saper mantenere i rapporti su quel tono di corretta
intransigenza e di osservanza di regole trasparenti. Ammiravo Momigliano
e lo sentivo congeniale quando discutevamo. Mi piaceva la sua moralità secca,
senza pleonastici ricami ideologici o fervori umanitari, una moralità laica per
eccellenza. II realismo delle sue analisi derivava dalle categorie economiche
che usava per determinare i moventi dell'agire dei soggetti con i quali aveva a
che fare, il realismo delle sue scelte personali derivava dalle categorie
giuridiche che usava per definire i ruoli suo e degli altri. Pensavo che fosse
giusto il suo modo di vedere la situazione e il modo di muoversi in essa. Che
poi occorresse anche prevenire che tra gli operai nascesse gratitudine verso il
padrone mi giungeva come un giudizio rivelatore cui non mi era difficile
aderire in teoria (avevo già a suo tempo riflettuto sul caso Bug Jargal), ma
sul quale potevo aver qualche esitazione in pratica. L'opposizione al formarsi
di qualsiasi sindacato giallo, invece, coincideva con le mie convinzioni di
sempre, e non avevo dubbi che sarei stato dalla parte di Momigliano e contro
Adriano se l'evento si fosse verificato (e vedremo che cosi fu). 7.
Rifiuto Comunità Queste analisi della situazione politica della fabbrica
influenzavano ovviamente l'animo con cui stavo conducendo il mio compito di
ispezione dei centri comunitari del Canavese. Certo non era senza una qualche
attrazione per un intellettuale capitare in quel di Aglie o Pavone o Strambino
(eravamo, si ricordi, nel 1953) ed entrare in una sala pulita e ben illuminata,
con tavoli e seggiole, a volte anche qualche persona che leggeva, e vedere
negli scaffali alle pareti allineati i volumi delle edizioni Einaudi o Laterza
o Editori Riuniti o altri di quel genere. Ma poi parlavo con il responsabile
del centro e mi accorgevo che non molto vi succedeva, che se c'era qualche
segno di vita associativa, mostrava ben poca vivacità e autonomia, e che se un
significato poteva avere la presenza di quella biblioteca in quel paesetto,
era, oltre che di farci venire al sabato qualche operaio della fabbrica che
pendolava gli altri giorni con Ivrea, quello di attrarvi qualche giovane che in
fabbrica non ci andava ancora, ma sperava di potersi far assumere un giorno proprio
grazie al mostrarsi interessato alle attività del centro co munitario del
suo paese, Segretario del Movimento di Comunità del Canavese era allora
Barolini, uno scrittore colto e gentile, sposato a un'americana, il quale non
aveva più voglia di fare quel mestiere e voleva tornarsene in America
(probabilmente, ma non ricordo bene, con una posizione nella Olivetti
americana, che si andava sviluppando in quegli anni). Si era mostrato subito
cordialissimo con me; capii più tardi, però, scontata la sua naturale
gentilezza, il senso di quella cordialità immediata, quando mi accorsi che
Adriano, o, meglio, Pampaloni, aveva in mente di offrire a me la sua carica, e
Barolini non vedeva di meglio che qualcuno arrivasse presto a sostituirlo. Ma
un po' per le ragioni che ho già detto, un po' per come nel frattempo, con
l'aiuto di Momigliano e degli altri amici, riuscivo, o mi sembrava di riuscire,
ad analizzare la situazione complessiva, e in particolare i rapporti tra il
movimento culturale e l'azienda in quanto tale, io andavo rapportando a
Pampaloni valutazioni abbastanza negative di quello che osservavo, e quando a
un certo punto, dopo qualche settimana, lui mi propose di diventare segretario
di Comunità nel Canavese e impegnarmi a risollevare la situazione trovando modi
di ravvivare l'attività dei centri, gli risposi che non ero interessato e che
preferivo svolgere qualche compito nel quadro dell'azienda vera e propria. Mi
ricordo che alla fine di quel colloquio alzò la cornetta del telefono, chiamò
Momigliano e gli disse: «Hai vinto tu anche questa volta». Poi continuò dicendo
che ora si poneva la questione di assegnarmi qualche mansione
nell'organizzazione aziendale e che a questo doveva pensarci la Direzione delle
relazioni interne, quindi lui, Momigliano. A guardar bene, questa
mia vicenda era stata scandita da un doppia finzione. Olivetti mi aveva assunto
per un compito che al momento di assumermi non aveva chiarito bene in che cosa
consistesse, e questo perché non voleva farmi capire che, con uno stipendio pagato
dalla società, in realtà voleva farmi svolgere un lavoro funzionale ai suoi
fini privati, che poi sarebbero diventati, nel lungo periodo, fini politici. Né
era stato molto più trasparente Pampaloni quando mi aveva indicato il compito
specifico per quelle prime settimane di rodaggio. Io d'altra parte, rifiutando
un incarico che si era andato chiarendo dopo che ero stato assunto e assunto
con un contratto di impiegato metalmeccanico, mi facevo forte della posizione
sicura in cui ero stato messo da quel con tratto. Mi sono spesso
domandato se avrei avuto lo stesso coraggio di rifiutare nel caso in cui
l'alternativa fosse stata non il riassorbimento nell'organizzazione aziendale,
bensi il licenziamento e quindi la disoccupazione nuda e cruda. (Vero è che,
come racconterò fra poco, la scelta mi si ripresento implicitamente tre anni
dopo, e non esitai a scegliere una assai probabile, e poi, ahimè!,
realizzatasi, condizione di disoccupato. Ma allora erano passati tre anni
decisivi, in cui mi ero rafforzato, avevo acquistato amici che sapevano
apprezzare le scelte che facevo, non ero più il tremante studente di Hautes
Études, che aveva appena lasciato la buia stanza dell'Hotel Marignan, in rue du
Sommerard, nel Cinquième.)In ogni caso presi quella decisione senza troppo
riflettere sulle conseguenze. L'unica difficoltà fu nel rimanere fermamente
negativo durante il colloquio con Pampaloni, per il quale provavo simpatia,
anche se di un tipo del tutto diverso da quella che provavo per Momigliano.
Come del resto diversissime erano le due personalità. Di finissima cultura
letteraria ed elegante critico, a Pampaloni era del tutto estranea la moralità
contrattualistica rigorosa che guidava Momigliano. Non mirava a metterti con le
spalle al muro per via di logica, piuttosto a sedurti con allusioni, ed era
dovuto probabilmente a questo stile il suo successo con Adriano, del cui cuore
tenne in mano per un periodo entrambe le chiavi. Sembrava allo stesso tempo
capace di tortuose strategie volte all'accrescimento del suo potere e di
autodistruttivi, imbarazzanti coinvolgimenti sentimentali. E l'avversione che
poteva provocare il suo machiavellismo veniva coperta dalla simpatia con cui si
guardava alla sua ingenuità, in fondo generosa. Cattolico di sinistra
tormentato, quasi figura uscita da un romanzo di Bernanos o di Mauriac, non era
chiaro se si trovasse più a suo agio nei nidi di vipere o nei nidi di colombe.
Lui, a dir il vero, preferiva dichiarare la sua ispirazione a Péguy, il cui
cattolicesimo impegnato e vicino a idee socialiste offriva un modello di più
immediato riferimento per il mondo entro il quale Pampaloni in quegli anni
voleva muoversi. Ma sia il suo stile letterario
così diverso dal tono alto, a respiri lunghi, di Péguy sia le vicende politiche e giornalistiche in
cui finirà per trovarsi coinvolto, hanno finito per pottarlo lontano anni luce
dall'immagine eroicosacrificale che ci è rimasta dello scrittore francese. A
lungo rimasi incerto su come valutarlo, o, meglio, su come capirlo. Qualche
hanno fa vidi in libreria e immediatamente comprai un suo libro, Fedele alle
amicizie, che è una raccolta di suoi articoli ordinati in modo da comporre una
specie di autobiografia. Ritrovai la sua prosa sapientemente evocativa, lo
stretto controllo di ogni narcisismo, il suo raccogliere le «cose viste» e
offrirle come un servizio al lettore. Un lungo pezzo sulla «saga degli
Olivetti», impeccabile per le cose che diceva, deludente per quelle che taceva,
lui che tanto aveva visto e avrebbe potuto dire, Allora capii qualcosa del suo
doppio modo di stare al mondo. Quello di viverne, senza troppo discriminare, le
strategie, gli intrighi, come anche gli impegni generosi di parte e di
amicizia; e quello, invece, di rappresentarlo agli altri attraverso la
letteratura, scegliendo con tocchi leggeri ed evocativi gli aspetti che
proteggano il lettore, e in conclusione se stesso, da ogni scavo della realtà
che sia un po' meno accessibile di quella che non sta proprio li sotto i nostri
occhi. Cosi evita possibili drammatizzanti faccia a faccia con l'inaspettato e
il discrepante, e può invece passare alla pagina che segue con il sorriso
dell'accomodante e un po' ironica nostalgia. Non so se ho raccolto i frammenti
giusti di questa persona che in fondo ho conosciuto assai poco. So però che le
due o tre volte che lo reincontrai dopo Ivrea provai una non forzata simpatia,
e che quando mi disse che aveva letto alcuni mici scritti e me li elogiò, me ne
inorgoglii. 8. Spiegare la fabbrica Ero rimasto senza compiti
precisi e Momigliano ebbe l'idea di affidarmene uno nel quale erano falliti,
nel corso degli anni, tutti quelli che ci si erano provati: redigere il manuale
di fabbrica. Molte aziende americane, e qualche azienda italiana, avevano
pubblicato, in una forma o nell'altra, e distribuito ai dipendenti, un
libretto, la cui funzione consisteva nel cercar di far conoscere agli operai la
fabbrica nella sua complessità; con l'idea che, al di la di quel settore con
cui ognuno si trovava direttamente in contatto per le sue mansioni, l'insieme
della struttura produttiva era probabile restasse a molti abbastanza
misteriosa. Cosi l'operaio si sarebbe sentito parte della fabbrica, e chissà
che anche la produttività non ne avrebbe ricevuto vantaggio. O cosi si
immaginava potesse essere. La gran parte delle aziende italiane mancava di
questo manuale perché non era interessata, anzi probabilmente era contraria, a
che gli operai avessero una conoscenza della fabbrica più ampia di quella
strettamente funzionale al loro lavoro specifico. I sindacati d'altra parte temevano
che l'azienda descrivesse la realtà della fabbrica in maniera diversa da come
la descrivevano loro, e gli sottraessero quel monopolio, per dir così, delle
definizioni della realtà produttiva che per lo più detenevano. All'Olivetti,
invece, più di un dirigente, e Adriano stesso, ritenevano utile che l'azienda
si fornisse di un simile strumento, ma i timori su come esso si potesse
presentare erano molti, e così i timori che i sindacati reagissero
negativamente, e ne nascessero grane inutili.Momigliano mi illustrò tutte
queste difficoltà, mi raccontò dei vari tentativi andati a male, mi forni una
pila di manuali di fabbriche americane di vario genere e di altra
documentazione già esistente sull'Olivetti e mi elencò le qualità che il
prodotto che mi era stato affidato doveva possedere. Doveva essere
assolutamente obiettivo e neutro, senza valutazioni negative o positive di
questa o quella situazione lavorativa, doveva descrivere le diverse componenti
del processo produttivo e i rapporti di interdipendenza fra di esse, e la loro
rispettiva posizione nel flusso della progettazione, fabbricazione, montaggio e
distribuzione del prodotto. Linguaggio secco, senza fioriture e tanto
meno imbonimenti (di cui abbondavano i manuali americani che mi lessi rapidamente
senza troppo frutto) e tecnicamente preciso, ma semplice, alla portata di un
operaio comune. Mi son chiesto poi se Momigliano, che già nell'illustrarmi le
difficoltà aveva a malapena nascosto il suo pessimismo sulla realizzabilità
dell'impresa, non avesse gia deciso che quel manuale era meglio non si facesse,
e mi avesse proposto di lavorarci per trovarmi un compito che mi tenesse nella
sua Direzione, e nel frattempo mi permettesse di impadronirmi dei dettagli
dell'organizzazione aziendale, Avrei infatti dovuto andare in giro per la
fabbrica, capire la natura delle lavorazioni e della logica produttiva, parlare
con chiunque potesse farmi capire questo o quell'aspetto dell'organizzazione
aziendale, ingegneri, capi intermedi e operai (ma con gli operai non avrei
potuto parlare senza passare per il capo reparto), e discutere sia del loro
lavoro specifico, sia della visione d'insieme che si facevano
dell'organizzazione e della posizione produttiva in cui erano collocati.
Di tutte queste informazioni, era il compito, traessi l'essenza e mi mettessi a
scrivere un limpido manualetto! Mi fu subito chiaro che, qualunque fosse stato
l'esito, il valore di apprendimento che avrebbe avuto per me il compito in cui
stavo impegnandomi sarebbe stato assai superiore al possibile valore che il
prodotto avrebbe potuto avere se mai fosse arrivato nelle mani di altri.
Avevo tutte le ragioni visibili di mettermi all'opera con entusiasmo. Se ne
aggiungeva però anche una invisibile, che la memoria è ora quasi riluttante a
far affiorare tanto si presenta con la parvenza di un'improbabile testimonianza
di ingenuità. Ma tant'è, perché ancora una volta non cedere alla sollecitazione
maieuticache ogni scrivere del proprio passato esercita sui sentimenti
più remoti? La ragione cui mi riferisco è questa. Intorno ai
sedicivent'anni (spero di non sbagliarmi troppo indicando quell'età) io mi
ritrovai a provare un intenso e, ora mi sembra, inspiegabile e quasi
incredibile desiderio di capire esattamente, voglio dire, nel dettaglio dei
gesti, in che cosa consistessero esattamente gli atti del «la vorare».
Non avevo infatti mai visto una persona nell'atto di fare un lavoro produttivo.
Del resto l'attributo «produttivo» è troppo specifico, e non credo che allora
mi fosse presente. Era il lavoro fisico in quanto tale che non sapevo che
apparenza avesse. Si noti che a quell'età, differentemente da tanti mici
compagni, trovandomi in Eritrea del tutto isolato per molti anni dalla mia
famiglia, io avevo già lavorato per guadagno, avevo lavorato come dattilografo
in uno studio di avvocato, poi come produttore di una piccola agenzia di
pubblicità, avevo fatto il capomagazzino e capo zona in un'organizzazione
di lotta contro le cavallette nel bassopiano sudanese, avevo dato lezioni
private di storia e filosofia per il liceo. Ma evidentemente non consideravo
che quello fosse lavoro. Né, prima, consideravo che tosse lavoro quello che
vedevo tate a mio padre, o a tutti quelli che lavoravano con lui negli uffici
che, quando andavo a prenderlo, visitavo. Si potrebbe quasi dire che
avessi e senza averlo ricevuto dai
libri, perché nessuno mi aveva certo spiegato Marx al liceo un senso innato della distinzione marxiana
tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Di che gesti era fatto, insomma,
il lavoro materiale? Gli anni passati all'università tra filosofi o a Vienna
tra artisti o a Parigi tra antropologi e antichisti non solo non mi avevano
ovviamente dato la risposta (eppure era solo un'immagine che chiedevo, non
avrei avuto bisogno dopo tutto di vedere più che qualche documentario, ma a
quei tempi non ne giravano su questo tema, o erano irrealistici); ma avevano
semmai ispessito l'arcano di quella mia curiosità. Ecco che ora mi veniva
assegnato proprio il compito di descrivere il lavoro materiale dell'uomo, e
nella sua forma più moderna. Avrei non soltanto osservato la variegata
tipologia dei possibili gesti del lavoro, ma avrei imparato che esistono metodi
per descriverli e misurarli scientificamente (sarei cioè entrato in contatto
con quella sorta di metalavoro che svolgono coloro che operano all'Ufficio
tempi e metodi, di cui incominciavo a sentir parlate come di una realtà
misteriosa e dominante); avrei capito, o cercato di capire, i problemi che il
lavoro generava per la persona che lo compiva e per chi doveva coordinarlo. Mi
tardava di mettermi all'opera. Pensai di farmi anzitutto un'idea
d'insieme dell'organizzazione parlando con qualche ingegnere che fosse in
posizione un po' meno specializzata di altri, al quale mi avrebbero presentato
Momigliano o Ranchetti. La mia ignoranza della realtà di un'azienda era
assoluta. Persino apprendere che un'organizzazione aziendale si divideva in
amministrazione, produzione, distribuzione, che ognuna di queste componenti
dipendeva da una direzione separata, che la produzione era composta di
progettazione, attrezzaggio, fabbricazione e montaggio; che la progettazione
era il cervello dell'azienda, dove lavoravano gli ingegneri più originali e
prestigiosi, artisti del disegno di macchine; che l'attrezzaggio, dove si costruivano
le macchine utensili, cioè le macchine per costruire macchine, era l'officina
dove lavoravano gli operai specializzati, i migliori operai della fabbrica, per
preparare i quali, lungo cinque anni di studio teorico e manuale, l'azienda
possedeva un apposito severissimo istituto tecnico per meccanici, e che questi
operai erano anch'essi da considerare un po' come degli artisti nel loro
mestiere, guardati con ammirazione e invidia dagli altri operai, e non soltanto
per la loro posizione salariale, ma perché la loro figura appariva quasi come
quella di un'élite leggendaria nel folklore aziendale; che la fabbrica era
divisa in officine, le officine in reparti, i reparti in squadre persino queste nozioni elementari, che avrei
potuto quasi tutte apprendere dalla lettura di qualche libro di testo di
organizzazione aziendale (di cui del resto incominciavo a fornirmi, e che mi
proponevano letture, non sto a dirlo, cosi stridentemente discrepanti rispetto
a tutte quelle che avevo fatto fino ad allora), erano una scoperta viva per me.
Mi inoltravo passo a passo in questo ambiente, che, familiarissimo a tutti
coloro che mi attorniavano, si presentava invece a me come una terra incognita
e avvincente. Avvicinavo con apprensione dirigenti di questa o quella
divisione, capiofficina e, con ancor più interesse, perché erano di origine
operaia e avevano asceso la gerarchia aziendale, capireparto e capisquadra timoroso che le domande che avrei fatto
potessero tradire la mia ignoranza, o che addirittura mi venisseopposta
preliminarmente l'inutilità del lavoro che andavo facendo. A volte, essendomi
prima informato di chi fosse la persona da cui sarei andato, e avendone
ricevuto giudizi di rispetto e notazioni sul prestigio di cui costui godeva in
fabbrica, si acuiva il mio interesse a parlarle, ma anche la mia timidezza nel
presentarmi. In questo modo andavo costruendo un po' alla volta l'ambiente
della fabbrica come una cerchia di riconoscimento (per usare un termine che non
usavo allora, ma che mi è familiare oggi come appartenente alla teoria nella
quale, continuando a pensare a quelle cose, sono andato ingrovigliandomi), cioè
come un ambiente in cui le persone si muovevano quasi davanti a sguardi
virtuali dai quali si sentivano valutati e dai quali il loro lavoro riceveva
senso e ambizione. Un intellettuale senza radici come mi sentivo certamente io in quel
momento, essendo state oramai trascinate via da successivi venti le esili
radici che mi avevano tenuto precariamente fisso a questo o quel terreno, negli
anni dell'università a Torino o in quelli di Vienna o di Parigi un intellettuale senza radici, dicevo, è
generalmente capace soltanto di immaginare cerchie di riconoscimento che siano
pubbliche, che appaiono forti e ambite solo appunto perché pubbliche, cioè
sanzionate attraverso comunicazioni che circolano apertamente tra tutti, per
giornali, libri, premi, onori, celebrazioni, nomine istituzionali. Più tardi
avrei imparato che anche per gli intellettuali esistono, e tali da vincolarli
intimamente, cerchie locali, assai limitatamente aperte al pubblico: gli
studenti, i colleghi di un'università o di un istituto di ricerca o di un
giornale, i propri pari di una determinata disciplina. Ma li trovavo una
cerchia che si chiudeva all'interno di una fabbrica e del suo intorno formato
da una piccola città più qualche paese, e chiuso in questa cerchia vedevo
costituirsi un sistema di moralità forte, in cui le persone, per la qualità del
loro lavoro, ma non solo, venivano giudicate, ammirate, imitate o evitate,
fatte oggetto di affabulazioni e leggende e motteggi, cui conseguivano rispetto
o disprezzo, deferenza o dileggio o noncuranza, ma senza che tutto questo
fuoriuscisse, trovasse corrispondenza in cerchie estranee, si comunicasse a
persone non coinvolte. Cosi mi sorprendevo a speculare su come fosse diverso
per i Pampaloni, i Momigliano, i Michele Ranchet ti, i Libero Bigiaretti,
i Luciano Codignola, i Marco Forti, gli Ottiero Ottieri, i Giovanni Giudici, il
senso di ciò che facevano inquella fabbrica, del prestigio che vi potevano
godere, dei riconoscimenti da cui si facevano definire. La loro vera identità
si era costituita, o, almeno, mirava a costituirsi, in un mondo diverso, tra
intellettuali, cioè tra professionisti del far circolare il nome dei degni di
riconoscimento tra una cerchia larga di pubblico anche remoto; quell'identità
ognuno di loro avrebbe poi potuto arricchirla, ma a suo beneplacito, se gli
fosse convenuto, con i giudizi che riceveva da quanto faceva nella fabbrica.
Come era differente, voglio dire, il senso dell'attività che costoro andavano
svolgendo quotidianamente dal senso del lavoro dell'operaio attrezzista
Giovanni Bovero, del caporeparto Giorgio Pautasso, dell'ingegner Carlo
Corniglia e così via e così via, tutto racchiuso, quel senso, nella tensione
verso il prestigio che un po' alla volta si era formato fra i compagni di
lavoro, fra i superiori, nella loro officina, poi per «voci» nelle altre
officine, poi magari tra qualche conoscente fuori fabbrica: ché era questa la
realtà che gli permetteva di pensare a se stessi con un po' di orgoglio, pur
senza che nulla si trasmettesse a chi era fuori portata di quelle «voci».
E mi sembrava di poter estendere queste considerazioni alla situazione
esistenziale dello stesso Adriano Olivetti e all'ambiguità dell'immagine che di
lui si disegnava in azienda (in ditta, come si usava dire), al cui
riconoscimento in qualche modo egli sfuggiva. per la molteplicità delle cerchie
remote, ed estranee alla ditta, davanti alle quali, da gran signore della
cultura internazionale, egli andava rappresentandosi. Apparteneva troppo poco a
loro, ai suoi dipendenti, intendo, quel personaggio, troppo ricco di un
patrimonio simbolico che andava cumulando per il mondo senza che loro vi
partecipassero, e neppure ne capissero esattamente la natura, quando pur lui
utilizzava il patrimonio materiale che proprio il loro lavoro gli
forniva. Andavo facendo queste riflessioni, o mi sembra che andassi
facendo allora queste riflessioni, mentre entravo in contatto con una realtà
che chiunque avrebbe considerato delle più normali; ma io mi trovavo in quello
stato d'animo stupito e prensile, proprio di chi viaggia per un paese
sconosciuto di cui ha sentito a lungo e vagamente parlare e ogni osservazione
che va raccogliendo gli offre l'occasione per completare qualche percorso
cognitivo già tracciato a casa propria, ma rimasto sospeso fino all'affiorare
di questo o quell'inedito frammento di realtà.Ho sottolineato che quelle
riflessioni «mi sembrava» che le facessi, perché è probabile che allora non ci
fosse nulla di più preciso che il sentimento nebuloso che avrei potuto farle.
Soltanto in seguito maturerà lentamente in me la curiosità di capir meglio la
vera natura del fenomeno della reputazione, del prestigio, della fama, che è
poi a dire, con un termine comprensivo, del riconoscimento con cui gli altri ci
definiscono, e dell'effetto che questo riconoscimento, o l'ambizione di esso,
hanno su di noi, su quello che miriamo di compiere e sull'idea che riusciamo a
farci di noi stessi. In quei giorni tutto restava in nuce, in uno stato d'animo
di attenzione acuta, ma insieme di rinvio a sperate, più chiare comprensioni
future. Non potevo parlare con gli operai
«era meglio che non lo facessi», mi era stato detto per la doppia ragione che non andavano disturbati
nel loro lavoro, il quale era quasi sempre a cottimo. cioè pagato per la
quantità di produzione completata ogni ora, e ci avrebbero rimesso se li avessi
costretti a interromperlo; e poi perché qualunque cosa dicessi avrei potuto
esser visto come un membro della direzione che interpellava direttamente un
operaio, e così commetteva un interferenza sia nei confronti del capo del
reparto in cui quell'operaio lavorava, sia nei confronti dei sindacati, i quali
erano l'altro organo autorizzato a parlare in fabbrica con gli operai. Li
osservavo lavorare passando lungo le file delle lavorazioni, dei montaggi, mi
soffermavo davanti a questa o quella operazione, cercando di mostrare interesse
più per la tecnica che per i gesti e il ritmo, ma dedicando attenzione nascosta
proprio a quel li. Mi informavo poi con i capisquadra, o all'Ufficio
tempi e metodi, dei dati esatti relativi ai ritmi. Purtroppo non li ricordo più
ora con sicurezza, anche se in quei giorni me ne ero impressi molti a memoria.
Non erano ritmi chapliniani, né alle lavorazioni, né ai montaggi, i gesti
sembravano calmi. Unanime poi era l'opinione
confermatami da sindacalisti e da operai con cui in seguito
parlai che l'operaio preferiva
fare operazioni di minor durata, e ripetere sempre la stessa operazione
meccanicamente, piuttosto che variare operazione, o farne di più complesse da
ripetere soltanto dopo passato un certo periodo di tempo. Le operazioni brevi e
sempre le stesse rendevano possibile un atteggiamento meccanico verso il lavoro
e assicuravano l'assenza assoluta di impegno mentale, e permettevano di pensare
ad altro mentre si compivano quei gesti meccanici («penso alle cose da fare a
casa» «penso alla partita», dicevano: le
distrazioni generalmente non mettevano a rischio l'esattezza di una
operazione). Era l'opposto di quanto andavano scrivendo, su giornali e riviste,
gli intellettuali ben intenzionati che proponevano di riformare il lavoro nelle
fabbriche. Ed era invece in linea con quanto sostenevano i sindacalisti,
soprattutto di estrema sinistra, i quali consideravano che grazie
all'esecuzione meccanica dei gesti lavorativi l'operaio manteneva la sua
autonomia e il suo non coinvolgimento in quello che faceva, che non costituiva
il suo lavoro, ma sempre inevitabilmente il lavoro del padrone. Un altro
rovesciamento dialettico su cui meditare!? Erano tutti d'accordo invece
nel sostenere che si doveva affrettare l'eliminazione di quelle operazioni che
si prestavano a venire eseguite così meccanicamente da poter essere affidate a
una macchina. E infatti, in certi casi potevo osservare che la stessa
operazione che in un'officina qualche operaia eseguiva manualmente, veniva già
affidata a una macchina nell'officina vicina. Un'operaia prendeva da un
cestello un bulloncino, lo collocava su di un altro pezzo già preparato nel
quale doveva venir incorporato, con una leva spostava la testa di una pressa,
col piede azionava un pedale, la pressa schiacciava il bulloncino e
l'operazione era completata. Erano passati dieci o quindici secondi. E subito
l'operaia ricominciava, prendeva dal cestello un bulloncino, lo collocava sul
pezzo... e avanti così (questo voleva dire che nella giornata di otto ore
quell'operaia aveva ripetuto quella stessa operazione circa duemila volte). In
un'officina vicina avevo visto l'identica operazione eseguita non dal braccio
di un operaio, ma da un braccio incorporato in una macchina e totalmente
automatico, che prendeva il bulloncino, lo collocava sopra il pezzo già
preparato e così via. Li un operaio si limitava a sorvegliare diverse di queste
macchine, e a intervenire solo quando s'inceppavano. Si trattava diuna tase di
transizione, mi spiegavano, tutte le operazioni di quel tipo sarebbero state
ben presto interamente automatizzate. Lo scopo dell'Ufficio tempi e metodi era
proprio quello di ridisegnare il lavoro di fabbricazione e di montaggio in
operazioni sempre più elementari, fino al punto che per eseguirle il braccio
umano poteva venir agevolmente sostituito da un braccio automatico disegnato
all'uopo. Dopo qualche settimana avevo girato la fabbrica in largo e in
lungo e paradossalmente la conoscevo meglio di molti che ci lavoravano dentro
da anni e sul serio. Quando arrivavano visitatori illustri mi chiedevano di
accompagnarli perché gli spiegassi le varie lavorazioni e funzioni. Avevo
oramai parlato con qualche decina di ingegneri, funzionari amministrativi e
capioperai, e con alcuni di essi cominciavo ad avere, relativamente al mio
compito, un rapporto di familiarità. Mi accorgevo che alcuni si erano fatta del
mio ruolo al di là dell'impegno che
avevo in quel momento di redigere il manuale di fabbrica un'impressione tutta sbagliata. Non al
corrente del mio rifiuto di adattarmi al compito originariamente assegnatomi da
Adriano (preludio di ovvia e prossima caduta in disgrazia cortigiana), e
vedendomi andare in giro per la fabbrica con la benedizione della presidenza,
si figuravano che fossi nelle grazie del presidente stesso, e che questi mi
avrebbe destinato, dopo una mansione ovviamente di iniziazione, a incarichi
dirigenziali importanti. Li lasciavo pensare cosi (a meno che non gli scappasse
qualche allusione sul tema, in questo caso smentivo animatamente) e
approfittavo della loro buona disposizione per trar vantaggi per il mio lavoro,
Malgrado però tale circostanza favorevole, e malgrado avessi letto e riletto
manuali di fabbrica i più esotici, e incominciato a buttar giù pagine di questo
o quel previsto capitolo, cercando di semplificare, appianare, ammorbidire,
distendere, sciogliere la mia prosa, abituata a un anno di attorcigliamenti
intorno al significato delle maschere dei Dogon o della tragedia greca, il
lavoro procedeva molto a rilento. 9. Adriano Intanto era ritornato
Adriano. Non mi disse nulla riguardo al mio rifiuto di occuparmi delle sue
biblioteche e centri comunitari. Miinvito a qualche riunione con visitatori
stranieri che volevano conoscere la realtà aziendale, e due o tre volte,
probabilmente su suggerimento di Pampaloni, mi chiese di scrivergli discorsi
che doveva fare agli operai o a qualche altro uditorio. È difficile ricostruire
ora l'atteggiamento che si andava formando in me nei confronti di Adriano
Olivetti mano a mano che lo conoscevo meglio e che si scioglievano i reciproci
atteggiamenti iniziali, di cortesia un po' convenzionale da parte sua e di
silenziosa deferenza da parte mia. A casa sua, durante qualche ricevimento, o
in casa di amici, i Momigliano, i Pampaloni, avevo avuto qualche occasione di
parlargli a tu per tu di cose non attinenti al lavoro, ma senza mai andare a
fondo degli argomenti avviati. Una volta, a un gruppetto di persone in casa di
amici c'era anche, ricordo, Vasco
Pratolini, tutto sorridente e sperso in quella realtà per lui nuova e verso la
quale si sforzava di mostrare una diligente curiosità di neorealistico
visitatore , Adriano parlava delle sue idee sulla riforma sanitaria, e
sosteneva, mi ricordo, che quando gli operai erano in assenza per malattia
avrebbero dovuto venir pagati più che con la loro paga solita, perché dovevano
sostenere maggiori spese. Gli ascoltatori annuivano tra il cortese e il
perplesso, nessuno notava ad alta voce come fosse paradossale che proprio un
imprenditore parlasse così, o osservava che in ogni caso la soluzione andava
raggiunta con altri mezzi. Quando non parlava a un piccolo pubblico, durante i
ricevimenti Adriano si sprofondava in un angolo di divano, in silenzio, mentre
la gente chiacchierava intorno a lui, guardava nel vuoto tenendo in bocca
l'indice di una mano, e arcuandolo, probabilmente perché non gli scivolasse via
dalla bocca, sì che nella guancia gli appariva una sorta di
rigonfiamento. Erano le occasioni in cui provavo per lui una non ben
determinabile simpatia, lo vedevo personaggio ricco e famoso e potente e
insieme insicuro, tormentato; ideatore di opere capaci di durare, ma anche
continuamente ansioso di fare più cose di quante gli riuscisse di ben definire;
seduttore con il gusto di attrarre a sé e influenzare (e, alcuni dicevano,
«intimamente corrompere») le persone che lo incuriosivano, o che gli era capitato
di ammirare fuggevolmente, per poi magari sentirsi in diritto di lasciarle
scivolar via per i rivoli non importa se fangosi del mercato; e insieme
persuaso di essere un incompreso, e quindi timido e sospettoso; calcolatore
machiavellico e insieme compassionevole e generoso; e lo vedevo li su quel
divano, circondato da persone, assai poche delle quali gli erano in qualche
modo familiari, in verità totalmente solo, forse consapevole che le forze per
fare quello che avrebbe voluto fare stavano declinando malattia dopo ma
lattia, forse incerto se quello che gli restava da fare valesse la pena di
essere intrapreso. Si diceva di lui che fosse rimasto profondamente
colpito da giovane dalla preferenza che il padre, fondatore della fortuna
familiare, aveva mostrato verso il fratello più giovane, Massimo, dalla
personalità geniale anche se labile, e morto precocemente subito dopo la fine
della guerra. Si diceva anche che al momento delle leggi razziali la famiglia
Olivetti si fosse riunita e il patriarca avesse deciso che uno di loro si
sarebbe dovuto sacrificare e iscrivere al Partito nazionale fascista, indicando
all'uopo Adriano, il quale del resto legalmente non era definibile come ebreo,
la madre essendo protestante (il nonno era un pastore valdese). Così Adriano, pur
furioso contro il padre, si era dovuto iscrivere. La leggenda è solo in parte
vera. I rapporti di Adriano col fascismo, e più specificamente con la tendenza
corporativa di sinistra che faceva capo a Bottai, risalivano ai primi anni
Trenta ed erano funzione dei suoi progetti di pianificazione urbanistica e di
riordino sociale in genere. Erano parte, cioè, di quell'onda di speranza che
aveva avvicinato al regime architetti e urbanisti e altri intellettuali
fascisti che si sentivano di sinistra e che immaginavano di poter influire
sulle intenzioni corporatiste e pianificatrici intravedibili nel regime in
quegli anni. Adriano vi vide qualche segnale di contiguità con le sue idee e ne
scrisse su riviste quali «Il Lavoro fascista», «L'Ordine Corporativo», e fondò
infine una rivista di tendenza corporativista, «Tecnica e Organizzazione», che
continuò anche dopo la guerra. Dopo 1'8 settembre era passato in
Svizzera, lasciando la direzione dell'azienda a Gino Martinoli, suo cognato
(era fratello di Natalia Ginzburg, oltre che della prima moglie di Adriano), il
quale l'aveva diretta con molta abilità e molto consenso tra le maestranze e i
dirigenti; tanto che al ritorno Adriano, sempre secondo «voci», era diventato
geloso dell'ascendente del cognato e, con l'accordo della famiglia, gli aveva
fatto abbandonare la direzione. Martinoli, che poi conobbi e con cui
collaborai in diverse occasioni, persona dolcissima e in qualche modo ingenua,
ne rimaseassai ferito. Continuò poi una brillante carriera di alto dirigente
industriale e, quando in pensione, di generoso organizzatore di ricerche
sociali. In Svizzera Adriano era andato elaborando le sue idee politiche,
aveva redatto un progetto di Stato comunitario che aveva inviato per lettera a
una serie di personalità allora rifugiate in Svizzera come lui, e (mi
raccontava anni dopo l'allora vicepresidente, e poi presidente, dell'Eni
Boldrini, il quale tra gli altri aveva ricevuto la lettera) immaginato persino
la bandiera che questo Stato avrebbe dovuto inalberare, non mi ricordo il
colore (forse era pur sempre tricolore), ma mi ricordo lo stemma, una campana,
la stessa che diventerà poi il marchio di Comunità; ed era disegnata a mano in
chiusura della lettera. Verosimilmente quella lettera conteneva l'abbozzo del
progetto che Olivetti avrebbe pubblicato subito dopo la fine della guerra
nell'elegantemente curato volume L'ordine politico delle Comunità (dello
Stato secondo le leggi dello spirito), uno dei primi della nuova casa editrice
da lui appena fondata con l'aiuto di Luciano Fuà. Ne ebbi subito una copia,
quando arrivai, e così l'avevano tutti gli intellettuali e semiintellettuali,
lì intorno, ma tutti ostentavano di non averlo letto, e sorridevano (a meno che
non fossero true believer comunitari, e ce n'erano pochi), se uno glielo
chiedeva. Come sempre in ambienti che vivono sotto l'ombrello di un personaggio
carismatico, circolavano le battute sul linguaggio olivettiano; e così
bisognava star attenti, in un salotto di Ivrea, a non informarsi di che misura
avrebbero dovuto essere le dimensioni di qualche oggetto, piatto, mobile,
edificio, macchina o territorio o altro di cui si parlasse, perché la risposta
era già sulla punta della lingua dell'eventuale ben informato interlocutore:
«né troppo grande, né troppo piccolo», che era appunto la dimensione che
Olivetti insisteva dovesse essereassai ferito. Continuò poi una brillante
carriera di alto dirigente industriale e, quando in pensione, di generoso
organizzatore di ricerche sociali. In Svizzera Adriano era andato elaborando
le sue idee politiche, aveva redatto un progetto di Stato comunitario che aveva
inviato per lettera a una serie di personalità allora rifugiate in Svizzera
come lui, e (mi raccontava anni dopo l'allora vicepresidente, e poi presidente,
dell'Eni Boldrini, il quale tra gli altri aveva ricevuto la lettera) immaginato
persino la bandiera che questo Stato avrebbe dovuto inalberare, non mi ricordo
il colore (forse era pur sempre tricolore), ma mi ricordo lo stemma, una
campana, la stessa che diventerà poi il marchio di Comunità; ed era disegnata a
mano in chiusura della lettera. Verosimilmente quella lettera conteneva
l'abbozzo del progetto che Olivetti avrebbe pubblicato subito dopo la fine
della guerra nell'elegantemente curato volume L'ordine politico delle Comunità
(dello Stato secondo le leggi dello spirito), uno dei primi della nuova casa
editrice da lui appena fondata con l'aiuto di Luciano Fuà. Ne ebbi subito una
copia, quando arrivai, e così l'avevano tutti gli intellettuali e
semiintellettuali, lì intorno, ma tutti ostentavano di non averlo letto, e
sorridevano (a meno che non fossero true believer comunitari, e ce n'erano
pochi), se uno glielo chiedeva. Come sempre in ambienti che vivono sotto
l'ombrello di un personaggio carismatico, circolavano le battute sul linguaggio
olivettiano; e così bisognava star attenti, in un salotto di Ivrea, a non
informarsi di che misura avrebbero dovuto essere le dimensioni di qualche
oggetto, piatto, mobile, edificio, macchina o territorio o altro di cui si
parlasse, perché la risposta era già sulla punta della lingua dell'eventuale
ben informato interlocutore: «né troppo grande, né troppo piccolo», che era
appunto la dimensione che Olivetti insisteva dovesse esserezione giusta,
Olivetti a un certo punto si spazientisse e volesse metter mano alla cazzuola,
ma, bloccato al suo tavolo, finisse per ritrovarsi bambino a combinare i
cubetti del Lego. Si presentò con il suo Movimento, diventato apertamente
politico, e alcuni alleati, alle elezioni del 1958, e dopo una campagna costosissima
ottenne un seggio di deputato, quello del capolista, il suo, invece dei
setteotto, più almeno tre di senatore, che si aspettava. I maligni sussurravano
che con metà dei soldi che aveva speso la De di seggi gliene avrebbe dati ben
di più. In realtà trattative per presentarsi alle elezioni nelle liste della
democrazia cristiana se ne erano avute a più riprese, e la segreteria romana,
che era favorevole, aveva dovuto cedere all'opposizione dei democristiani
locali che invece non ne volevano sapere (probabilmente anche per timore di
dover cedere seggi; questo era soprattutto il caso di Pella, che non voleva
vedersi capitare Olivetti nel suo biellese). Adriano, del resto, aveva molta
ammirazione per Fanfani; e inoltre era recente la sua conversione al cattolicesimo.
Da documenti ritrovati dopo la morte si è visto che quella conversione non era
soltanto funzionale al matrimonio religioso con la nuova moglie, come molti
pensavano, ma rispondeva a un reale atteggiamento di ammirazione per il
cattolicesimo come dottrina di ordine socialet Dopo qualche mese si
stancò di fare il deputato, si dimise e lasciò il suo seggio a Franco
Ferrarotti, che aveva avuto il secondo posto nella lista grazie a una campagna
elettorale molto attiva e abile nel Canavese. Negli anni prima di morire
Adriano lottò contro la malattia e contro la famiglia che voleva togliergli il
controllo della società, temendo che ne sperperasse le risorse per le sue
fantasie politiche. Seppi della sua morte a Teheran, dove mi trovavo per il
primo lavoro che mi era stato offerto dopo gli oltre due anni di disoccupazione
seguiti al licenziamento dall'azienda. Qualcuno mi disse che era morto
viaggiando verso la Svizzera, dove andava a trovare la figlia bambina, e che
quando si era accorto dell'attacco al cuore si era trascinato per il corridoio,
sballottato per gli urti del treno in corsa, da uno scompartimento all'altro,
senza che dapprima i viaggiatori che lo vedevano agitarsi capissero bene di che
cosa quell'uomo stesse in quel modo strano andando in cerca. 10.
Organizzazione aziendale o corte del principe? Armanda Guiducci,
letterata pura, era sempre presente e attiva alle nostre discussioni culturali
e politiche, ma restava assolutamente estranea a tutto quanto riguardasse la
fabbrica e non capiva come invece noi, pur fondamentalmente formati in una
cultura filosofica e letteraria, ne potessimo essere coinvolti, mostrandoci
appassionati a interpretare quanto vi succedeva. Si stupì assai quando,
avendomi chiesto come giudicassi l'esperienza che stavo attraversando, io le
dissi che la consideravo fondamentale, un po' come una mia seconda università.
Me ne chiese il perché, e le parlai della straordinaria, almeno per me,
esperienza che era quella di operare quotidianamente all'interno di un'organizzazione
produttiva a vincoli forti, dall'ordine rigoroso, dove ogni mossa è finalizzata
a precise e prevedibili conseguenze, dove è necessario entrare in questo gioco
di ricostruzione delle aspettative diffuse riguardanti il proprio comportamento
se non si vuole che esso risalti subito non soltanto come insipiente, ma come
diretto a vuoto, vano, poco serio, egotistico. L'osservazione delle
interdipendenze produttive, delle prevedibilità incorporate nel più minuto
operare di ogni persona, della coerenza tra ambiente tecnico e mosse umane, mi
aveva aperto un mondo che era estraneo, sì, a quello nel quale mi ero formato,
ma che si mostrava capace di affascinarmi quanto più mi accorgevo che stava
diventando naturale muovermi in esso; quasi si aprisse davanti a me, mi occorse
ironicamente di pensare, in maniera analoga a come si erano elettronicamente
aperte davanti ai miei passi le portiere che dividevano uno dall'altro i
reparti della fabbrica, suscitandomi, la prima volta che le avevo attraversate,
una stupita incredulità (erava mo, si ricordi, nel 1953), che mi aveva
fatto sostare di botto, ritornare indietro, esaminare tutto intorno gli
stipiti, poi guardare in alto, riattraversare due o tre volte, improvviso e non
mimato Jacques Tati, per fortuna in quel momento senza spettatori, prima di
capir bene (ma l'ho mai capita bene?) la diavoleria. E ricordo l'infantile
vanità di ostentare confidenza con l'ambiente tecnico, durante la visita di un
mio vecchio amico parigino che condussi in giro per la fabbrica. Passammo per
quelle stesse porte che ci si spalancavano davanti, io con una naturalezza che
intendevo sottolineare stando attento a trattenermi dal far commenti, ché
dovevo mostrare come per me fossero superflui, mentre però spiavo con la coda
dell'occhio le contenute espressioni di sorpresa dell'amico, che anche lui si
trovava per la prima volta di fronte a quel tipo di marchingegno. Ma
c'era di più, nell'esperienza che si faceva all'Olivetti, che non i calcoli
dell'organizzazione e gli stupori della tecnica. Almeno per chi girasse negli
ambienti della presidenza e dell'alta dirigenza, la Olivetti non era soltanto
una per quegli anni modernissima organizzazione produttiva, era anche una
corte. A chi mi avesse chiesto come meglio prepararsi per andarci a vivere,
prima dei lavori di Herbert Simon o Jim March, gli avrei consigliato di
leggersi attentamente il Castiglione o le memorie del duca di Saint
Simon. Un'atmosfera di corte la percepisci ai primi imbarazzi. Ti accorgi
che qualcuno si comporta nei tuoi confronti in maniera che non ti aspettavi e
capisci, o credi di capire, o credi che ti vogliano far capire, che quel nuovo
comportamento va riportato a qualche evento che ha alterato i tuoi rapporti con
una terza persona da cui lui e te in qualche modo dipendete. Se tardi a capire,
allora è lui che ti ci conduce con qualche innuendo. Se la terza persona cui si
allude, cui si sembra alludere, risulta essere «il presidente» che è come dire «il principe» gli effetti di questo comportamento inatteso
non sono da prendere alla leggera, te li ritrovi addosso per giorni. Vai a
parlare con altri, cerchi di capire, sempre il più obliquamente che puoi, se
hai proprio visto giusto, se sei irrimediabilmente in «disgrazia», a che cosa
ciò possa essere dovuto, se intorno a te gli altri pensano che questa
situazione durerà. Rivedo una pagina di diario in cui raccontavo di un amico
che si era accorto di essere in disgrazia: A. mi racconta scrivevo
dei modi con cui il Presidente gli esprime il suo malgarbo, o scarsa
simpatia, oppure indifferenza. Capita che saluta tre o quattro persone in mezzo
alle quali si trova lui, e lui lo scavalca, e poi magari, come ripensandoci,
ritorna indietro e gli dà la mano, ma assai frettolosamente. Alcuni amici gli
hanno riferito che il Presidente si è lamentato con loro perché lui aveva
svolto male il lavoro che gli era stato affidato. E evidente che ad A. costa
molto parlare con altri, anche suo amici, quale sono io, di questi segni della
sua 'disgra zia', e che a lungo si è sforzato di tenersela per sé. Mi
dice: le racconto a te queste cose perché tu sai di che natura sono, sai che
cosa significa 'essere in disgrazia. Se mi guardo dentro con
attenzione continuavo in quella pagina
di diario mi accorgo di sentire una
punta di soddisfazione ascoltandolo. Malgrado mi sia amico e lo abbia in
simpatia e sia riconoscente della gentilezza che mi dimostra anche essendo io,
appunto, in disgrazia [...] mi urta la sproporzione tra quanto lui dà mostra di
credere di sé e quanto in realtà vale. Adesso, vederlo riabbassato dalla sua
disgrazia lo giudico un riequilibrio dovuto. Ma mi rimprovero immediatamente di
questo sentimento, che per fortuna resta tenuissimo e scompare. Occorre dare
importanza a giudizi più fondati nei nostri rapporti con gli altri. Si
tratta di una pagina, è chiaro, il cui interesse non sta tanto in ciò che
racconta, quanto in ciò che implicitamente rivela; poiché illustra la
tortuosità delle situazioni cortigiane: scritta da una persona che si trovava
«in disgrazia», come era appunto il mio caso, la quale annotava gli stati
d'animo di un amico a sua volta «in disgrazia», e osservandoli si faceva
tentare da sentimenti di approvazione della disgrazia altrui, subito però
vergognandosene e cercando, con più o meno successo, di espellerli. In
simile clima si sviluppavano poi strane tecniche di rapporti burocratici. Ti
capitava di essere molto in confidenza con qualcuno, e aver con lui rapporti
normali e cordiali. Un giorno lo vai a trovare, ti risponde appena, non ti
guarda, se sei nel suo ufficio ti fa capire, o ti dice esplicitamente, che non
ha tempo per parlarti e che è meglio che te ne esci. Lo incontri dopo qualche
giorno e magari lui è ritornato alla cordialità di prima. Incominci a guardarti
meglio in giro e ti accorgi che questa tecnica del caldo e freddo non è
sporadica, la scopri in altri casi, la trovi applicata sistematicamente, te la
senti, insomma, tutt'intorno come una pellicola che ti si può appiccicare
addosso quando meno te lo aspetti e hai terrore di restare poi incapace di spiccicartene.
Capisci allora che si tratta di una tecnica che ha la funzione di permettere a
chi pur non sia collocato in posizione gerarchicamente eccelsa di
autoattribuirsi il potere di determinare «microdisgrazie» e «microfortune», sia
facendo credere di possedere autonomamente questo potere, sia alludendo che si
tratta di un potere che costui riceve dai suoi contatti con la fonte ultima di
tutti i poteri aziendali. E questo ti umilia ancora di più, perché ti rendi
conto che a lui non costa nulla comportarsi in quel modo offensivo con te, non
teme tue rappresaglie, quindi tu sei poco più che spazzatura, e neppur ha senso
che te la prendi con lui, la colpa evidentemente sta in te. L'illuminismo
magico Aggiungi, altro tocco, come dire, rinascimentale, la presenza di
una dimensione che ti sfuggiva, nei confronti della quale tutt'al più potevi
difenderti ironizzando, una dimensione misteriosa, quella dei riferimenti
magicoreligiosojunghiani di Adriano. Negli ambienti intorno ad Adriano se ne
scherzava, ma si sapeva anche che quei riferimenti, e le tecniche di
valutazione umana che ne derivavano, influenzavano i giudizi che Adriano si
formava delle persone che lo interessavano, e persino le decisioni su chi
assumere. Si diceva che Adriano si servisse di due grafologi (non intendo
assolutamente affermare che la grafologia sia magia, ma spesso chi bazzica con
l'una bazzica anche con l'altra), in due città differenti, e che mandava a entrambi
le domande di assunzione di dirigenti e collaboratori vicini (si era
imperativamente richiesti di scriverle a mano). I grafologi consultati erano
due perché, non si sa se per residuo di spirito scientifico o per diffidenza,
Adriano li controllava uno con l'altro. Un giorno, quando Adriano era via,
capito che alcuni amici che lavoravano agli uffici della presidenza avessero in
mano le chiavi degli schedari dove erano conservate le analisi grafologiche.
Vennero da me e da altri a raccontarcelo ridacchiando. Avevano visto tra le
altre anche la mia. Curiosissimo, chiesi subito cosa conteneva. «E buona, è
buona..» «Ma cosa contiene
esattamente?», cercai di insistere. Non me lo vollero di re, ripetendo
solo «si, si, è molto buona». Ne dedussi che doveva contenere anche qualche
malevolo negativo giudizio, ma lasciai andare, oramai i giochi erano fatti, ero
già assunto, e da tempo «in disgrazia», in ogni caso.Potrà sembrar strano che
una persona come Adriano Olivetti. di formazione tecnica, oltre che di ampia
cultura moderna, frequentatore di letterati, filosofi e intellettuali laici in
genere, si muovesse poi, privatamente, quasi nascostamente, entro questo
«scenario magicoreligioso», come lo descrive Pampaloni in quel suo ricordo che
ho citato prima, nel quale qualche riga dopo definisce Olivetti «uno strano
illuminista» («magico»). Ma bazzicando in quegli anni, per ragioni di lavoro,
tra la letteratura (libri e libercoli, riviste, opuscoli) di cui si pascevano i
dirigenti industriali e gli imprenditori, mi accorsi che la cosa era poi meno
eccezionale di quanto a prima vista si sarebbe potuto credere. Astrologia,
ermetismo, cultura magica varia abbondavano tra le letture dei capi della
nostra industria in quegli anni (e oggi?). Cercai di darmene spiegazione congetturando
che il grande, incontrollato potere umano (potere sul destino di altri uomini)
di cui quella classe di persone arrivava a godere, a volte, per vicende varie,
senza esserselo aspettato, e quasi sempre senza esservi umanamente e
culturalmente preparati preparati,
voglio dire, a capire e osservare le regole che quello specifico tipo di
rapporti umani comportava li lasciasse
spesso assai incerti sulla natura di quel potere, e sulla legittimazione, non
soltanto giuridica, con cui giustificarlo. Ne scaturiva un desiderio di
spiegazioni facili e rapide (è gente che non ha molto tempo libero, si sa) del
mondo in generale (magari dei mondi, ancor più in generale), e quindi anche del
loro ruolo nel pezzo di mondo in cui qualche destino li aveva condotti a
operare e comandare. Quel tipo di letteratura glielo soddisfaceva. In
quel mondo, dunque, o ai suoi margini, mi andavo muovendo, cercando di
spiegarmi le sue sottigliezze e i suoi giuochi, in termini augurabilmente più
razionali di quelli dell'astrologia, non con l'ambizione di teorizzarlo, ma
semplicemente per sentirmi, e apparire, meno impacciato, quando non sapevo se
entrare nell'ufficio di un incerto amico o non entrarvi; se salutare il potente
direttore amministrativo che faceva finta di non vederti o far finta di non
vederlo a tua volta, e rivolgergli, o no, la parola quando stavate quei
terribili secondi insieme nell'ascensore; se ritenerti offeso da qualche
sgarbo, o invece no, perché in realtà quell'atto nel codice di corte sgarbo non
era, e in ogni caso, poi, cosa avresti veramente fatto, una volta che avessi
deciso che era sgarbo, e che, si, ti dovevi sentire offeso?Mi resi conto ben
presto che anche a capirne il gioco non bastava a liberartene veramente. Fossi
rimasto qualche anno ancora, presagivo con un certo, non so quanto palesato a
me stesso, spavento, anch'io, nel mio piccolo, se devo dir cosi, pur restando,
cioè, per quel rifiuto iniziale di collaborare con «Comunità», nella mia
situazione di originaria e non superabile cortigiana «disgrazia», avrei finito
per omologarmi, avrei cioè adottato le stesse superflue strategie, le stesse
mosse felpate, le stesse calcolate cautele, e sarei stato percorso dalle stesse
subitanee agitazioni, e adombramenti segreti, e poi piccole agognate
soddisfazioni, che vedevo rivelarsi negli sguardi delle persone attorno a me.
Forse è anche per questo, senza rendermene conto chiaramente, che colsi
l'occasione di rompere radicalmente con quel mondo quando partecipai alle
elezioni del Consiglio di gestione contro il sindacato del padrone. O forse non
solo per questo, vedremo, ma, in somma, così andò. I primi passi
«miei» Prima però occorre che dedichi qualche riga all'unico lavoro serio
che riuscii a portare a termine in quella fabbrica. Stabilito, per ammissione
di tutti, che un manuale di fabbrica che accontentasse insieme il presidente,
gli ingegneri, i capi, la Commissione interna, e servisse poi agli operai, era
impresa impossibile, si pose il problema di cosa altro farmi fare. La
soluzione, per la direzione, fu semplice. Mi dissero: hai ormai esperienza
sufficiente della situazione organizzativa dell'azienda: pensa tu a un servizio
che possa essere utile, facci tu una proposta, compila un ordine di servizio,
con un buon memorandum che ne illustri le ragioni. Mi chiusi
nell'ufficetto che mi avevano assegnato e mi misi a pensarci su. Si noti che
non mi dettero una scadenza, potevo prendermi tutto il tempo che volevo. Ero un
po' preoccupato, perché dovevo dedurne che la mia presenza contava poco, era
vista come un sopportabile costo e niente più. Ne parlai con amici, che però mi
rassicurarono: sappi che l'ingegner B. (uno dei dirigenti carismatici dei
«Progetti»), quando fu assunto, anni fa, restò setteotto mesi senza che gli
dicessero cosa l'avessero preso a fare. Poi la sua carriera svetto. Sorrisi
all'idea che la mia carriera potesse maisvettare, ma pensai che era in ogni
caso nel mio interesse avere una mansione precisa al più presto possibile. Mi
informai di cosa fosse veramente un «ordine di servizio» mirante a istituire un
nuovo ufficio, come dovesse esser redatto, e dopo qualche tempo ne produssi uno
con il quale, in cinque o sei pagine, proponevo la costituzione dell'Ufficio
studi relazioni sociali (nome un po' barzotto, al quale però si dovette
arrivare dopo negoziati e veti vari)
praticamente un centro di ricerca di sociologia del lavoro (ce n'era già
uno per le applicazioni della psicotecnica, ma non per ricerche che restassero
autonome dalle richieste della direzione del personale). Con mia, e non solo
mia, sorpresa (avevo già capito abbastanza di come funzionasse l'organizzazione
aziendale per non essermi armato del necessario corazzante scetticismo), la mia
proposta fu accolta, e ricevetti persino lodi per come era redatto il me
morandum. Mi assegnarono uffici e personale, e non mi sognai di
lamentarmi anche quando ben presto mi accorsi che si trattava sia di uffici sia
di personale che non si sapeva come altro impiegare. Gli uffici erano nel
cosiddetto «convento» (immagino che esista ancora era appunto stato originariamente un convento),
luogo sacro nella tradizione della famiglia Olivetti, poiché era servito da
abitazione a Camillo, che da li aveva guidato i primi passi dell'azienda, una
quarantina di anni prima. Nessuno voleva andare a lavorarvi perché era
collocato in un posto un po' staccato dalla fabbrica e dalla direzione, e ciò rendeva
difficili i rapporti quotidiani con gli altri uffici. Ma a me stava alla
perfezione, tre o quattro grandi stanze, in pieno verde, bosco e campi da
tennis vicini. dove potevo andare appena finito il lavoro. Quanto al personale,
era anch'esso «residuo», per dir così, erano cioè impiegati che nessun altro
ufficio desiderava tenersi. La segretaria, mi informarono amici, era
considerata una specie di strega (un po' ne aveva l'aria, pur dovendo essere
stata una bella donna da giovane), che litigava con tutti e veniva quindi
immancabilmente trasferita da un ufficio altro. Ma con me andò d'accordo, fu
gentilissima e lavorò senza una pecca, o senza una pecca grave che io ricordi,
almeno. Era la prima volta in vita mia che avevo una segretaria a mia disposizione,
e probabilmente ero particolarmente gentile anch'io (ma non è stato diverso
negli altri otto o dieci casi in cui mi capito di avere segretarie che hanno
lavorato per me). Quanto all'assistente, era un impiegato sulla quarantina,
laureato credo in legge (e, anche scontando il basso livello delle università
italiane del dopoguerra, mi domando per quali mai vie traverse), giudicato da
chi lo conosceva, e non se lo voleva vicino, un tipo un po' strambo, con vaghe
ubbie culturali. Devo dire che non riuscii a utilizzarlo del tutto
efficientemente, ma ci andai d'accordo, ogni tanto entrando con lui persino in
discussioni culturali, nelle quali mi spiegava le sue teorie del mondo, il
quale mondo, mi accorsi una volta, secondo lui esisteva dal 4000 a.C. (la persona,
si noti, non era credente). Quando gli obiettai che, a quanto si poteva sapere,
esisteva da molto più tempo, mi rispose che intendeva dire che era l'uomo che
esisteva da quelle sei migliaia di anni. Debolmente insistei che anche per
l'origine dell'uomo la data andava di molto anticipata. Sembrava pronto a
negoziare anche la data dell'origine dell'uomo, ma almeno qualcosa che ci fosse
soltanto dal 4000 a.C. gli sembrava necessario trovarlo. Il linguaggio? Anche
su quello, gli dissi... Infine gli proposi di considerare che quella poteva
essere una buona data per fissare all'incirca l'origine della scrittura, e lui
sembrò pacificato e pronto a riprendere il ragionamento; che non ricordo quale
fosse, cioè che cosa mirasse a dedurre da quella datazione, una volta
impietosamente sottrattogli il riferimento ad Adamo ed Eva. Avevo insomma di
fronte un interessante caso di disordinato provinciale desiderio di sapere o meglio, bisogno di sistemare un certo
scarso numero di disparate informazioni
che si muoveva da un'incredibile assenza di basi culturali elementari,
supplita al più da alcune nozioni bibliche ricevute forse in catechismo e non
più corrette. Ne dovetti concludere che in ben poche situazioni avrei potuto da
lui farmi assistere. Bloccata l'ansia del mio assistente di discutere
sull'origine del mondo, negoziai con la direzione (cioè, in questo caso,
Momigliano, ma credo che lui si consultasse con Pampaloni) il lancio di una
ricerca sui cosiddetti «capiintermedi». In gran parte della letteratura
aziendalistica di allora la «questione dei capi» era considerata cruciale per
l'andamento di una buona organizzazione aziendale. Costituivano la mediazione
indispensabile tra la direzione che dava gli ordini generali e la mano d'opera
che doveva eseguire. Se di origine operaia, come era spesso il caso, non
conoscevano i metodi nuovi di organizzazione, o non li credevanonecessari. Se
di origine tecnica (alcuni capiofficina erano ingegneri, la gran parte erano
periti tecnici industriali) potevano trovare difficoltà ad avere rapporti
sciolti con gli operai. La riuscita di eventuali innovazioni organizzative o
tecniche (che erano con tinue) dipendeva inevitabilmente da loro. E da
loro dipendeva anche il cosiddetto «morale» dell'azienda, quell'entità che
resta in definibile, malgrado gli sforzi definitori della letteratura
aziendalistica, ma che è assai facile, passati alcuni giorni in un'azienda a
guardare e parlare, capire se sia alto o sia basso: Lavorai diversi mesi
e alla fine consegnai un rapporto di ricerca di una cinquantina di pagine,
corredato da diverse decine di pagine di protocolli d'interviste. Credo di aver
riletto per la prima volta quel rapporto ieri, dopo quanti sono ormai? 43 anni! Mi aspettavo di peggio, è ancora
leggibile. E ho scoperto persino alcune cose interessanti che avevo
dimenticato. Feci, tutte io (mica potevo fidarmi di mandarci il mio
cosmogonico assistente), più di 50 interviste (34 scelte con regolare
campionamento, le altre a informatori qualificati), a operai, a capi, a dirigenti.
Mi si rivelò allora quanto fosse forte in me il gusto del l'intervistare.
Da allora per anni e anni, a ogni occasione di ricerca, mi sono organizzato per
intervistare io stesso il maggior numero possibile di persone, e nel corso
della mia vita di lavoro sociologico calcolo, all'ingrosso, che avrò fatto, tra
l'una o l'altra ricerca, da solo o con aiuti, diverse centinaia di interviste.
Ricordo l'ultima, quattro o cinque anni fa, insieme con Donatella della Porta,
e con solo iniziale imbarazzo, a un politico locale in attesa di sentenza
definitiva di condanna per corruzione. Nella situazione di intervista «non
strutturata» (così si chiamano nel nostro gergo le interviste in cui non si usa
un questionario predeterminato, ma soltanto una traccia che puoi adattare a
seconda di come procede il colloquio) ti attrae il gusto di far parlare una
persona che non conosci su temi che tu scegli, e su cui magari lei all'inizio
non capisce bene di cosa esattamente si tratta, ma dopo un po' ti accorgi che
le viene voglia di dire più cose di quanto tu le chiedi, perché si trova di
fronte a un'occasione rara: qualcuno che sta ad ascoltarla su argomenti che lei
conosce, o crede di conoscere, e che la lascia parlare. Ti si apre così la
possibilità di penetrare nella nicchia delle immagini familiari di una persona
(pensai una volta di chiamare questa attrazione il «complesso di Asmodeo»,
ricordando il diavolo che scoperchia i tetti delle case, caro a François
Mauriac), scavando al di sotto dei riassunti vaghi, che lei di primo acchito
sarebbe pronta a darti, ma che tu ti sei preparato a non accettare ciecamente
per buoni, delle situazioni che t'interessano, per arrivare ai gesti, agli atti
visibili che le hanno create, alle connessioni inattese con altre situazioni; e
mentre l'ascolti cercar di trarre da sé il più presentabile di sé, la vedi poi
finir per rivelarti ciò che lei stessa arriva a capire mano a mano che ti
parla. La ricerca fece venire alla luce
tra altre cose che ora hanno perduto il loro interesse che anche in un'organizzazione tanto attenta
al cosiddetto «fattore umano», qual era l'Olivetti, i germi dell'autoritarismo
erano vivi, e cosi l'insofferenza per esso. Ma la protesta oscura che veniva
alla luce non era tanto quella contro l'autoritarismo del comando aspro o ingiusto,
piuttosto, invece, quella contro l'esercizio dell'autorità che rende possibile
l'indifferenza, il non ascolto, lo sprezzo per la collaborazione offerta, il
non riconoscimento della tua esistenza. E capivi che quella forma di «potere
culturale» (come altro chiamarlo?), di cui si fa forte chi ti tiene
condiscendentemente a distanza, si rifiuta di prendere in considerazione ciò
che chiedi o che proponi, ti ignora o non ti parla, ti esclude, mostrando la
tua irrilevanza, dalle decisioni che riguardano il modo in cui tu devi
lavorare, insomma ti fa «sentire una merda», come mi si diceva, perché non sai
quello che solo sa chi sa era quel
potere a creare dispetto, o ribollimento interiore, e umiliazione. Mentre il
puro comando gerarchico, prevedibile, apparentemente anonimo, quasi prodotto da
una macchina, che non fa emergere responsabili contro cui indignarsi, è uguale
per tutti, stabilisce automaticamente chi deve ubbidire e chi
corrispondentemente deve comandare, si presenta come assai meno offensivo dell'altro,
e tutt'al più provoca risentimenti astratti. Forse in quelle deplorazioni e
querele veniva a galla una certa nostalgia dei rapporti paternalistici che
avevano retto l'azienda fino a poco tempo prima, e ancora vigevano qua e là,
pur perdendo terreno di fronte all'introdursi di rapporti gerarchici più freddi
e distanti. Ma c'è dell'altro, credo, in questo processo dello
stratificarsi soggettivo in termini di sapere, che lo fa più escludente e più
offensivo di altre forme di distanza sociale. Lo ritroverò quando, anni dopo,
condurrò ricerche nelle sezioni dei partiti di sinistra, e me ne rioccuperò con
più attenzione.Nello stesso tempo si manifestava, in chi aveva l'età per
confrontare, la consapevolezza che gli atteggiamenti impositivi fossero assai
mitigati rispetto a prima della guerra, e che erano assai rari i casi di
scortettezza da parte dei capi; anche se si riconosceva che pure durante il
fascismo all'Olivetti il rispetto degli operai si era in qualche modo
mantenuto. Del resto, durante il fascismo, la dialettica interna di fabbrica,
come sembrava di poterla ricostruire dai ricordi di chi era stato operaio
allora, non era così linearmente determinabile come ce la si può immaginare
sulla base dei luoghi comuni. Il ricordo era che i fiduciari dei sindacati
fascisti (e questo mi sarà confermato in colloqui che ebbi altrove con operai
anziani della Cgil), quando c'erano controversie con la direzione,
intervenivano spesso, non senza effetto, in favore degli operai.
Ritornando all'importanza del possesso di sapere come criterio duro di
separazione sociale, mi andavo domandando se il prestigio che all'Olivetti
veniva attribuito dall'alto agli intellettuali non percolasse giù fino ai
livelli inferiori dell'organizzazione e rafforzasse la separazione tra chi
vedeva incluso nei suoi compiti quello di conoscere, informarsi, accrescere il
suo sapere, fosse pure non immediatamente funzionale alle sue mansioni, e chi
di questa possibilità era privo. Simile atteggiamento rafforzava anche quel
contrasto, che è consueto in tutte le organizzazioni, tra line e staff: o
volendo italianizzarlo con la più espressiva terminologia militare, tra comando
e stato maggiore (di cui staff, si sa, è la traduzione inglese). Lo staff
include chi dice come si deve lavorare; la line chi comanda che si deve
lavorare. Nello staff risiede il sapere, e la responsabilità di accrescerlo;
nella line c'è il rapporto tra persone, o, come ci si esprime con un certo
orgoglio usando la terminologia militare, il comando di uomini, con relativo
possesso dell'ascendente necessario per farsi ubbidire. E non ci si meravigli
se mi servo della terminologia militare; non è soltanto per confronti che ho
personalmente avuto occasione di poter fare, ma anche perché si dà caso che lo
stesso Adriano Olivetti non trascurasse di notare le analogie tra una fabbrica
e un'unità militare. Pensava in particolare alla nave da guerra; tanto che
aveva assunto, per farli diventare dirigenti, una certa quantità di ex
ufficiali di marina (che nel dopoguerra si trovavano ovviamente in abbondanza
sul mercato). Uno di questi, l'ingegner Tufarelli, che arrivò poi ai vertici
aziendali non solo dell'Olivetti, ma anche, successivamente,della Fiat a cui
era passato, fu assunto lo stesso giorno in cui ero stato assunto io, e restammo
a lungo amici, comunicandoci i nostri primi disvelamenti della fabbrica; e mi
diceva appunto come Adriano gli avesse sostenuto l'importanza di
quell'analogia, perché nave e fabbrica richiedono insieme, per esser guidate
bene, sapere tecnico e capacità di comando di uomini. Per parte mia, mi
colpiva una diversa analogia, la quale richiama piuttosto una fondamentale
capacità umana, la capacità di investire di valore una situazione che in
partenza appare di inferiorità. Cerco di spiegarmi. L'appartenere allo staff,
allo stato maggiore, proprio per il prestigio del possesso di «sapere» che lo
caratterizza, comporta, a parità di altre condizioni, una presunzione di
superiorità, e quindi un potenziale atteggiamento di spregio per chi non vi
appartiene. Corrispondentemente, lavorare nella line (nel caso dell'esercito,
«con la truppa») comporta lo svolgimento di compiti altrettanto indispensabili
di quelli dello staff, ma assai meno prestigiosi. Per evitare frustrazioni e
malcontenti occorre riequilibrare le attribuzioni di prestigio. Ciò avviene
attraverso un processo di reinterpretazione dei significati dei compiti
organizzativi. Di quelli che rischiano di venir sviliti si mettono in risalto
qualità arcanamente preziose, più innate che acquisibili, la «capacità di
conoscere gli uomini», il «saper come si risolvono situazioni umanamente
difficili», il «saper motivare i dipendenti», e, in una parola, appunto, il
possedere ‹«l'arte del comando di uomini». La capacità di distinguersi in
quelle posizioni organizzative viene allora apprezzata per un suo valore
intrinseco, e genera prestigio, che si può contrapporre allo stesso sapere
tecnico, quasi a permettere di tenerlo, o di pretendere di tenerlo, a vile; e
chi svolge quei compiti potrà inorgoglirsi. Si capisce meglio, considerando
questo meccanismo psicologico, anche il fallimento del fordismo prima maniera,
che, nella fabbrica, aveva mirato a ridurre tutti i rapporti gerarchici a
rapporti funzionali. Queste osservazioni trasparivano nei colloqui che
andavo facendo, anche se non le ripresi esplicitamente nel rapporto che
scrissi. Nel quale, pur marginalmente, trattai invece di un'osservazione
curiosa che, dopo decenni di lontananza da quegli ambienti, mi sono accorto che
avevo scordato, e che leggendo il rapporto mi è ritornata nella sua vivezza e
nella sorpresa che mi aveva provocato: che la capacità o meno di usare il
disegno industriale distingueva due classi di lavoratori, e l'accedervi
rappresentava l'ambizione maggiore degli operai non specializzati che ne erano
privi. Era quasi commovente ascoltare come tra molti di quegli operai
l'idea di imparare un giorno a usare il disegno si ponesse come una meta di
emancipazione dal lavoro bruto cui erano in quel momento impiegati. Esser
capaci di disegnare una macchina, un meccanismo, un processo produttivo, e
operare poi con quel di segno, rappresentava la possibilità di avere a
che fare con una realtà della mente, invece che con la realtà delle mani, del
corpo, con cui aveva invece a che fare il loro lavoro di operai comuni. Era una
manifestazione emotiva del riconoscimento di superiorità che l'astratto gode
sul concreto. E non era soltanto perché il possederlo poteva rappresentare
promozione sociale. Nelle loro parole si esprimeva forte l'esigenza di
liberarsi dall'indecifrabilità bruta della macchina, e ridurre a segni ordinati
la materia che li so vrastava. Consegnai il rapporto, fu lodato.
Occorreva ora, mi si disse, discuterlo in gruppi più ampi, organizzare riunioni
con capi e dirigenti. Ma tutto questo non avvenne. Stava succedendo
dell'altro. Per qualcuno, il finimondo. Il finimondo Il
Movimento di Comunità si era trasformato da culturale in politico . Partecipa
alle elezioni amministrative, ottenendo una clamorosa vittoria nel Canavese, e
Adriano Olivetti era diventato sindaco di Ivrea. Contemporaneamente viene
fondata, col nome di Autonomia operaia (sic!), l'organizzazione sindacale del
Movimento, che assorbe la socialdemocratica Uil. Contro il parere di
Momigliano, che ne era il superiore diretto, viene allontanato il capo del
personale operai, Filiberto Pomo, un ex capo partigiano carismatico, e il suo
assistente, accusati di porre ostacoli all'introduzione in fabbrica del
sindacato di Comunità. A Franco Momigliano vengono sottratte gran parte delle
sue competenze (alcuni mesi dopo verrà trasferito a un ufficio studi economici
dell'Olivetti a Milano). Luciana Momigliano Nissim, moglie di Franco,
reduce da Auschwitz, pediatra, che aveva a lungo diretto l'asilo ed era
diventata da poco direttrice dei servizi sociali, viene licenziata. In
un'assemblea di fabbrica aveva attaccato la politica di Comunità. Si
rovesciavano amicizie di un decennio. Mancavano pochi mesi alle
elezioni della Commissione interna e del Consiglio di gestione; un organismo,
questo secondo, che non aveva potere effettivo di negoziare per le maestranze,
ma che conservava un certo valore simbolico, poiché l'Olivetti era una delle
poche aziende che l'aveva mantenuto in vita dai tempi della sua diffusa
introduzione nel dopoguerra. Si poteva prevedere che la campagna elettorale
sarebbe stata assai calda. Non c'era da meravigliarsi che le riunioni allargate
per discutere il mio rapporto di ricerca tardassero a venir convocate. Un
giorno vennero a trovarmi in ufficio tre rappresentanti sindacali della Cgil;
tra di loro c'era quella che nella memoria Olivetti resterà poi come «la mitica
Bertolè», un'ex partigiana comunista, dal grande ascendente sugli operai e
dall'abile capacità negoziatrice negli incontri con la direzione aziendale. Mi
chiesero se accettavo di presentarmi alle elezioni del Cdg con la loro lista.
Mi ricordo che non stetti molto a pensarci su, dissi subito di si. Perché
lo feci, e con tanta immediatezza? Forse pesò (come in numerose altre
occasioni, quando mi sia capitato di accettare proposte di mutamento di lavoro
o di residenza, o anche per decisioni più intimamente personali)
l'interiorizzazione di una regola di condotta (chi sa per quali stratagemmi
educativi instillatami) che non manca mai di impormisi in questo genere di
situazioni, secondo la quale è doveroso, includibile, di fronte a una sfida che
ti si presenta improvvisa, rispondere senza stare a pensarci su, senza mostrare
di calcolare le conseguenze, ché a indugiare a calcolare ti sembrerebbe
mancanza di coraggio, grettezza, non sentiresti più di essere quello che ti eri
immaginato di essere. Non la ritengo una qualità positiva. Probabilmente deriva
da qualche oscuro timore che a prender tempo per deliberare calcolando non
saprei tenere in mano con chiarezza le fila dei criteri con cui determinare
vantaggi e svantaggi. E che forse dovrei accorgermi che quei criteri non ci
sono veramente e mi sperderei. Naturalmente, per tanta prontezza, che non è,
dunque, sicurezza, della decisione, il contenuto ha da non essere disaccetto. Questa
volta la scelta rispondeva al bisogno di fare cose di sinistra, dopo avere
perdiatra, che aveva a lungo diretto l'asilo ed era diventata da poco
direttrice dei servizi sociali, viene licenziata. In un'assemblea di fabbrica
aveva attaccato la politica di Comunità. Si rovesciavano amicizie di un
decennio. Mancavano pochi mesi alle elezioni della Commissione interna e
del Consiglio di gestione; un organismo, questo secondo, che non aveva potere
effettivo di negoziare per le maestranze, ma che conservava un certo valore
simbolico, poiché l'Olivetti era una delle poche aziende che l'aveva mantenuto
in vita dai tempi della sua diffusa introduzione nel dopoguerra. Si poteva
prevedere che la campagna elettorale sarebbe stata assai calda. Non c'era da
meravigliarsi che le riunioni allargate per discutere il mio rapporto di
ricerca tardassero a venir convocate. Un giorno vennero a trovarmi in ufficio
tre rappresentanti sindacali della Cgil; tra di loro c'era quella che nella
memoria Olivetti resterà poi come «la mitica Bertolè», un'ex partigiana
comunista, dal grande ascendente sugli operai e dall'abile capacità
negoziatrice negli incontri con la direzione aziendale. Mi chiesero se
accettavo di presentarmi alle elezioni del Cdg con la loro lista. Mi ricordo che
non stetti molto a pensarci su, dissi subito di si. Perché lo feci, e con
tanta immediatezza? Forse pesò (come in numerose altre occasioni, quando mi sia
capitato di accettare proposte di mutamento di lavoro o di residenza, o anche
per decisioni più intimamente personali) l'interiorizzazione di una regola di
condotta (chi sa per quali stratagemmi educativi instillatami) che non manca
mai di impormisi in questo genere di situazioni, secondo la quale è doveroso,
includibile, di fronte a una sfida che ti si presenta improvvisa, rispondere
senza stare a pensarci su, senza mostrare di calcolare le conseguenze, ché a
indugiare a calcolare ti sembrerebbe mancanza di coraggio, grettezza, non
sentiresti più di essere quello che ti eri immaginato di essere. Non la ritengo
una qualità positiva. Probabilmente deriva da qualche oscuro timore che a
prender tempo per deliberare calcolando non saprei tenere in mano con chiarezza
le fila dei criteri con cui determinare vantaggi e svantaggi. E che forse
dovrei accorgermi che quei criteri non ci sono veramente e mi sperderei.
Naturalmente, per tanta prontezza, che non è, dunque, sicurezza, della
decisione, il contenuto ha da non essere disaccetto. Questa volta la scelta
rispondeva al bisogno di fare cose di sinistra, dopo avere pertanto tempo
espresso opinioni di sinistra. Aggiungi il sentimento di voler mostrare
solidarietà con le persone che in quei giorni venivano colpite, alcune di loro
molto amiche; forse il desiderio di acquisire valore ai loro occhi. Per
il Cdg si votava separatamente secondo settori organizzativi. Quello in cui mi
presentavo io era chiamato «Uffici della presidenza» e contava 61 elettori.
Formato da personale scelto o direttamente da Adriano o da suoi assistenti, era
ovviamente ritenuto un covo di comunitari. Ma andando in giro per parlare con
questo o quel conoscente (non si doveva trattare ufficialmente di propaganda
elettorale) mi accorsi che ero guardato con sorrisi di simpatia, e quasi con
ammicco. Il giorno successivo al voto il giornale di fabbrica della Cgil, il
«Tasto», annuncio che io ero risultato eletto con 31 voti. Il risultato era
cosi inaspettato che i comunitari chiesero una riconta, la quale concluse che
io avevo ricevuto 30 voti, non 31, e quindi non risultavo eletto. Non me ne
preoccupai più di tanto, la carica non era attraente, mi bastava il successo
ottenuto, molti venivano a complimentarsi, e del resto complessivamente nella
fabbrica il sindacato di Comunità era stato sconfirto. Poi ci ho ripensato:
fossi stato eletto, la direzione avrebbe avuto difficoltà ad allontanarmi da
Ivrea e poi licenziarmi. Che invece fu proprio quanto avvenne qualche mese
dopo. Mi fu dato un anno di tempo per trovare un altro lavoro e nel frattempo
fui assegnato al Centro di ricerca operativa dell'Università Bocconi (era
finanziato in gran parte dall'Olivetti) come assistente del professor Francesco
Brambilla, che lo dirigeva, spirito geniale e bizzarro dal quale, nell'anno che
ci lavorai insieme, imparai un po' di statistica, ma non molta. Il primo
novembre 1956. 'I di dei mort alegher!, caricatici sulla Topolino che avevo
comprata a Ivrea di seconda mano, mia moglie, mia figlia di due anni, io e un
po' di valigie, ci dirigemmo verso Milano. A Rho al sole si sostitui un
chiarore lattiginoso sporco, impenetrabile, e, per mesi e mesi, piogge a parte,
tale sostanza plano tra il cielo e la città, tanto da convincermi che in quella
Milano dai camini ancora non filtrati, quello e nient'altro era da chiamarsi
«sole». Ma in qualche giorno di aprile anche il sole come usa nel resto
d'Italia riapparve. Si conclusero così quei tre anni di un'esperienza che
più inaspettata per me non avrebbe potuto essere, durante la quale di-ventai,
in qualche definizione di questo termine, sociologo, acquisii conoscenze
dirette del funzionamento di quella che veniva allora marxisticamente chiamata
la struttura dei rapporti di pro-duzione, strinsi amicizie alcune delle quali
durarono a lungo. A uno degli amici di allora, l'ingegnere che era stato
direttore delle costruzioni dell'azienda, che, malato da anni, usavo andare a
trovare quando mi capitava di passare da Milano, una sera raccontai che avevo
intenzione di scrivere delle memorie sul periodo all'Oli-vetti. Si mostrò
stupito, ma certo voleva leggerle appena le avessi scritte. Sul pianerottolo,
dove mi aveva accompagnato con fatica, lo salutai battendogli una mano sulla
spalla: «Ciao, vecchio», gli dissi. «Ciao, vecchio? Ciao morto, devi dire» mi
ribatté, in una delle sue abituali, esplosive esclamazioni di ironia. Era
Roberto Guiducci, il miglior amico tra i sopravvissuti degli anni di Ivrea, eta
l'ultima volta che lo avrei visto, gli posso solo dedicare, non far leggere,
queste pagine, che non ho scritto in tempo. Nome compiuto: Alessandro Pizzorno.
Pizzorno. Keywords: politica assoluta, razionalita e riconoscimento,
razionalizzazione, soggetti del pluralism, lotta operaia, sindacato, la
politica assoluta, fascismo -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pizzorno” – The
Swimming-Pool Library.
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