GRICE ITALO A-Z P PI

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pigliaru: la ragione conversazionale – filosofo SARDO, non italiano -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Orune). Orune, Nuoro, Sardegna. Filosofo italiano. M. Sassari. -- è stato un giurista, filosofo e educatore italiano. Tra le molteplici tematiche del suo impegno intellettuale una è di particolare interesse: la sua interpretazione dei problemi socio-economici delle zone interne della Sardegna, che inquadrò e tentò di spiegare nell'ambito della propria visione etico-politica Nasce a Orune, in provincia di Nuoro, ultimo di cinque figli; i genitori, Pietro e Maria Murgia, sono due maestri elementari, accomunati dunque dalla stessa formazione culturale e dal lavoro, ma di provenienza sociale diversa. La famiglia di Pietro è di origine contadina, attività marginale rispetto alla pastorizia prevalentemente praticata in paese; nonostante le scarse disponibilità economiche, dopo le elementari continua negli studi. Maria, la cui madre è maestra, proviene da Sassari: ha vissuto in una realtà più aperta e si reca ad Orune, dopo il diploma, per insegnarvi. Si sposano nel 1909. Finite le elementari Antonio, che nel frattempo ha perso il padre, lascia il paese, al quale rimase comunque sempre profondamente legato, e si trasferisce a Sassari, presso i nonni materni, per completare gli studi ginnasiali e liceali nel Convitto Canopoleno. Aderì al Gruppo Universitario Fascista, dove fece le sue prime esperienze culturali, collaborando al giornale dell'organizzazione, scrivendo soprattutto di teatro. Coltiva le sue aspettative nella "rivoluzione fascista", come tanti giovani della sua generazione, rifiutandone però le degenerazioni che il regime sta subendo. Frequenta dal 1941 l'Università a Cagliari nella Facoltà di lettere e filosofia. Il 24 maggio 1944 fu arrestato, accusato di gravissimi reati: spionaggio, guerra civile, cospirazione politica. Il 29 agosto venne condannato dal tribunale militare territoriale della Sardegna a sei anni di reclusione. Rimase in carcere sino al 1946, quando venne scarcerato in seguito all’amnistia Togliatti.[3] Ripresi gli studi, in pochi mesi supera tutti gli esami e si laurea a Cagliari con una tesi sull'esistenzialismo in Giacomo Leopardi. Nell'aprile del 1949 è assistente volontario alla cattedra di Filosofia del diritto dell'Università di Sassari, diventando assistente ordinario un anno dopo; consegue la libera docenza nella stessa disciplina e nel 1967, vinto il concorso, è professore ordinario di Dottrina dello Stato. Nel 1949 nasce la rivista "Ichnusa", di cui fu animatore ed ispiratore. La rivista uscì, con diverse sospensioni, fino al 1964. A partire 1956 Pigliaru decide di darle un nuovo ruolo, meno generalista ma più attento e teso a dar voce soprattutto alla "questione sarda": gli editoriali, da lui redatti, vengono sempre più spesso dedicati ai problemi della regione e la rivista si propone come laboratorio di discussione, chiamando a raccolta un'intera generazione di giovani intellettuali isolani impegnati per la rinascita dell'isola e per i quali Pigliaru, in contatto con numerosi studiosi delle due università sarde di Sassari e di Cagliari, diventa un vero e proprio maestro e ideologo. Muore a Sassari il 27 marzo 1969 durante una seduta di emodialisi, terapia alla quale si sottoponeva regolarmente per curare la grave insufficienza renale che lo accompagnò per gran parte della sua vita. Nel 2012 per i festeggiamenti dei 450 anni dell'Università di Sassari, la sua immagine è stata apposta all'esterno del Dipartimento di Scienze Politiche, Scienze della Comunicazione e Ingegneria dell'Informazione dell'Ateneo. Era il padre dell'ex presidente della Regione Sardegna, Francesco Pigliaru. Attività Fu autore di numerosi saggi di grande spessore, considerati ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile per il dibattito sulla cultura sarda. Inediti continuano ad apparire ancora adesso. Dopo un iniziale approdo alla filosofia di Giovanni Gentile, soprattutto nelle prime, importanti opere, Considerazioni critiche su alcuni aspetti del personalismo comunitario e Persona umana ed ordinamento giuridico si avvicinò al personalismo storicista di Giuseppe Capograssi, di cui accolse anche, con un'interpretazione originale, la teoria della pluralità degli ordinamenti giuridici di Santi Romano, (specie nel suo capolavoro di antropologia giuridica La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico)[4]. Successivamente sviluppò questioni del marxismo gramsciano[5], in particolare in Struttura, soprastruttura e lotta per il diritto, Gramsci e la cultura sarda e nell'incompiuto saggio su L'estinzione dello Stato. Tra i suoi numerosi contributi sono anche da ricordare: Meditazioni sul regime penitenziario italiano (1959); La piazza e lo Stato (1961); Promemoria sull'obiezione di coscienza (1968). È considerato uno dei più importanti antropologi giuridici italiani e uno dei maggiori studiosi della Sardegna (Scuola antropologica di Cagliari). All'attività scientifica accompagnò un'intensa attività di "didattica popolare", organizzando ad esempio numerosi corsi di educazione per adulti e lavoratori in vari luoghi dell'isola. La sua vocazione pedagogica emerge anche in "Scuola", periodico con molti collaboratori, che esce nel 1954 e si rivolge ai maestri che si preparano al concorso magistrale. Venne eletto nel Comitato regionale della Sezione sarda dell'Associazione Italiana Biblioteche per il triennio 1955-1958 e confermato nel 1958-1961. Alla sua memoria sono intitolate la Biblioteca di scienze sociali dell'Università di Sassari (già denominata Biblioteca interfacoltà per le scienze giuridiche, politiche ed economiche) e le Biblioteche comunali di Orune e di Porto Torres. Opere principali Considerazioni critiche su alcuni aspetti del personalismo comunitario - Sassari, 1950 Persona umana ed ordinamento giuridico - Milano, 1953 Meditazioni sul regime penitenziario italiano - Sassari, 1959 (ora Nuoro, 2009 con prefazione e postfazione di Salvatore Mannuzzu) La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico - Milano, 1959 (ora Nuoro) La piazza e lo Stato - Sassari, 1961 Sardegna, una civiltà di pietra - Roma, 1961 (con Franco Pinna e Giuseppe Dessì) Struttura, soprastruttura e lotta per il diritto - Padova, 1965 "Promemoria" sull'obiezione di coscienza - Sassari, 1968 (ora Nuoro, 2009 con prefazione di Virgilio Mura) Gramsci e la cultura sarda - Roma, 1969 (ora Nuoro, 2008 con prefazione di Paolo Carta) Opere postume Il banditismo in Sardegna - Milano, 1970 e successive edizioni Antonio Pigliaru: politica e cultura, antologia degli scritti pubblicati sulla rivista Ichnusa - Sassari, 1971 (a cura di Manlio Brigaglia, Salvatore Mannuzzu, Giuseppe Melis Bassu; con scritti di: Gigi Ghirotti ... et al.) Il rispetto dell'uomo - Sassari, 1980 (con una nota di Antonio Delogu) Scritti sul fascismo - Sassari, 1983 La lezione di Capograssi - Roma, 2000 (con introduzione di Antonio Delogu) Saggi capograssiani - Roma, 2010 (con introduzione di Antonio Delogu) Per un primo giorno di scuola: lettera a una professoressa - Sassari, Le parole e le cose: alfabeto della democrazia - Sassari, 2005 Note ^ Bruno Migliorini et al., scheda sul lemma Pigliaru, in Dizionario italiano multimediale e multilingue d'ortografia e di pronunzia, Rai Eri, 2007, ISBN 978-88-397-1478-7: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=27549&r=639329. Vedi anche qui: Accento dei cognomi. ^ Giuseppe Capograssi, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Diritto, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012. ^ Antonello Mattone, PIGLIARU, Antonio, su treccani.it. URL consultato il 30 dicembre 2024. ^ Giulio Angioni, Fare, dire, sentire. L'identico e il diverso nelle culture, Il Maestrale, 200-220 ^ Giorgio Baratta et al., Il soldino dell'anima. Antonio Pigliaru interroga Antonio Gramsci, CUEC 2010 Bibliografia AA.VV., Il soldino dell'anima, Antonio Pigliaru interroga Antonio Gramsci, CUEC Editrice, Cagliari, 2010 Francesco Casula, Letteratura e civiltà della Sardegna, vol.I, Dolianova, Grafica del Parteolla Editore, 2011, pp. 203–213. Collegamenti esterni Antonio Pigliaru, su siusa.archivi.beniculturali.it, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Modifica su Wikidata Antonio Pigliaru, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Sito ufficiale dedicato ad Antonio Pigliaru, su pigliaru.it. URL consultato il 14 giugno 2008 (archiviato dall'url originale il 26 ottobre 2007). "Visti da fuori - Antonio Pigliaru", Documentario RAI, su sardegnadigitallibrary.it. URL consultato il 9 aprile 2009 (archiviato dall'url originale il 3 agosto 2014). Biblioteca di Scienze sociali "A. Pigliaru", Università di Sassari, su sba.uniss.it. URL consultato il 1º luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 21 agosto 2016). Biblioteca comunale - Porto Torres, su comune.porto-torres.ss.it. URL consultato il 30 luglio 2015 (archiviato dall'url originale il 9 settembre 2015). Bibliografia di P., su pigliaru.it. Portale Biografie Portale Diritto Portale Filosofia Categorie: Giuristi italiani del XX secoloFilosofi italiani del XX secoloEducatori italiani Nati a Orune Morti a Sassari Sociologi del diritto Persone legate all'Università degli Studi di Sassari[altre]. Nome compiuto: Antonio Pigliaru.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pigliucci: la ragione conversazionale – Luigi Speranza (Monrovia) è un filosofo, blogger e divulgatore scientifico italiano. P. è professore di filosofia al CUNY-City College di New York, è stato co-conduttore del podcast Rationally Speaking (Parlando razionalmente)[3] e redattore capo della rivista online Scientia Salon.[4] Pigliucci è un deciso critico della pseudoscienzae del creazionismo ed un sostenitore del secolarismo e dell'educazione scientifica[9], nonché per un periodo esponente dello "stoicismo moderno". P. è nato a Monrovia, Liberia, ma è cresciuto a Roma. Ha conseguito il dottorato in genetica a Ferrara, Italia, un Ph. D. in biologia dell'Università del Connecticut e un Ph. D. in filosofia della scienza dall'Università del Tennessee.; è socio di American Association for the Advancement of Science (Associazione americana per l'avanzamento della scienza) e di Committee for Skeptical Inquiry. P. è stato professore di ecologia e evoluzione all'Università di Stony Brook compiendo ricerche sulla plasticità fenotipica, le interazioni genotipo-ambiente, la selezione naturale e i vincoli imposti sulla selezione naturale da parte del corredo genetico e dello sviluppo degli organismi. Ha ricevuto il premio Theodosius Dobzhansky, conferito annualmente dalla Society for the Study of Evolution (Associazione per lo studio dell'evoluzione). Come filosofo, si è interessato alla struttura e ai fondamenti della teoria dell'evoluzione, alla relazione tra scienza e filosofia e alla relazione tra la scienza e la religione ed è un sostenitore della sintesi evolutiva estesa. Pigliucci scrive regolarmente sullo Skeptical Inquirer sui temi di negazionismo o scetticismo del cambiamento climatico, disegno intelligente, pseudoscienza e filosofia.Ha scritto per Philosophy Now e ha un blog intitolato "Rationally Speaking (Parlando razionalmente)". Ha contrastato "i negazionisti dell'evoluzione" (creazionismo della Terra Giovane e sostenitori del disegno intelligente), tra cui i creazionisti della terra giovane Duane Gish e Kent Hovind, i sostenitori del disegno intelligente William Dembski e Jonathan Wells, in molte occasioni. Pensiero critico e scetticismo scientifico Michael Shermer, Julia Galef e Massimo Pigliucci durante una registrazione dal vivo a Northeast Conference on Science and Skepticism (Conferenza del nord-est sulla scienza e sullo scetticismo),  Pur essendo ateo, P. non crede che la scienza richieda di essere atei, se si ammettono due distinzioni: la distinzione tra naturalismo metodologico e naturalismo filosofico e la distinzione tra giudizi di valore e le questioni di fatto. Crede che molti scienziati ed insegnanti di scienze non apprezzino tali differenze. P. ha criticato gli scrittori Nuovi Atei per aver sostenuto quello che lui considera scientismo (sebbene escluda il filosofo Daniel Dennett da questa accusa). In una discussione del suo libro Answers for Aristotle: How science and philosophy can lead us to a more meaningful life (Risposte per Aristotele: come la scienza e la filosofia possono condurci ad una vita più ricca di significato), Pigliucci ha detto al conduttore del podcast Skepticality, Derek Colanduno, “Aristotele era il primo pensatore antico a prendere sul serio l'idea che hai bisogno di fatti empirici, e che hai bisogno di un approccio basato sull'evidenza nel mondo, e che devi essere in grado di riflettere sul significato di quei fatti....Se vuoi delle risposte a delle domande morali, non chiedi al neurobiologo, non chiedi al biologo dell'evoluzione, chiedi al filosofo.” P. descrive la missione degli scettici, facendo riferimento al libro di Carl Sagan Il mondo infestato dai demoni: La scienza e il nuovo oscurantismo dicendo “Ciò che fanno gli scettici è tenere accesa quella candela e cercare di diffonderla il più possibile.”P, fa parte del consiglio di NYC Skeptics e fa parte del comitato consultivo di Secular Coalition for America (Coalizione secolare per l'America). Ha preso parte a un dibattito sull'esistenza di Dio con William Lane Craig. P. ha criticato l'articolo di giornale di Papa Francesco intitolato Un dialogo aperto con i non-credenti (An open dialogue with non-believers). Secondo Pigliucci l'articolo assomigliava più ad un monologo che ad un dialogo, e ha indirizzato una risposta personale a Papa Francesco nella quale ha scritto che il papa ha solo offerto ai non-credenti «una riaffermazione di fantasie senza fondamento riguardo a Dio e a suo Figlio...seguite da affermazioni confuse tra il concetto d'amore e di verità, il tutto condito da una significativa dose di revisionismo storico e negazione degli aspetti più brutti della tua Chiesa (noterai che non ho nemmeno menzionato la pedofilia!)». Rationally Speaking P. ha iniziato una rubrica su internet intitolata Rationally Speaking (Parlando razionalmente). La rubrica è diventata un blog,[26] dove ha scritto fino a marzo 2014.[27] Dal 1º febbraio 2010 Pigliucci co-conduce il podcast bi-settimanale Rationally Speaking con Julia Galef, che ha conosciuto al Northeast Conference on Science and Skepticism (Conferenza del nord-est sulla scienza e sullo scetticismo). Il podcast è prodotto da New York City skeptics (Scettici della città di New York). Il programma vede la partecipazione di ricercatori, divulgatori scientifici ed insegnanti per presentare libri o discutere di temi di attualità su temi di filosofia e scienza. In una puntata, Neil deGrasse Tyson descrisse la necessità di finanziare con denaro pubblico i programmi spaziali. La trascrizione della puntata venne poi pubblicata nel libro Space Chronicles (Cronache Spaziali).[29] In un altro episodio Tyson spiegò la propria opinione sul significato di essere ateo, poi commentata in una trasmissione di NPR.Pigliucci ha poi lasciato il podcast per dedicarsi ad altri interessi. Libri Copertina di Philosophy of Pseudoscience (EN) Schlichting, Carl e P., Massimo, Phenotypic evolution : a reaction norm perspective, Sunderland, Mass., Sinauer, Pigliucci, Massimo, Tales of the Rational : Skeptical Essays About Nature and Science, Freethought Press, Pigliucci, Massimo, Phenotypic Plasticity: Beyond Nature and Nurture , Johns Hopkins University Press, Pigliucci, Massimo, Denying Evolution: Creationism, Scientism, and the Nature of Science, Sinauer, P., Massimo e Preston, Katherine, Phenotypic Integration: Studying the Ecology and Evolution of Complex Phenotypes, Oxford, Pigliucci, Massimo e Kaplan, Jonathan, Making Sense of Evolution: The Conceptual Foundations of Evolutionary Biology , University of Chicago, Pigliucci, Massimo e Muller, Gerd B., Evolution: The Extended Synthesis, MIT Press, Pigliucci, Massimo, Nonsense on Stilts: How to Tell Science from Bunk, University of Chicago, Pigliucci, Massimo, Answers for Aristotle: How Science and Philosophy Can Lead Us to a More Meaningful Life, Basic Books, P., Massimo e Boudry, Maarten, Philosophy of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem, University of Chicago, Come essere stoici: Riscoprire la spiritualità degli antichi per vivere una vita moderna, Garzanti  Stoicismo: Esercizi spirituali per un anno, con Gregory Lopez Articoli Di seguito sono pochi articoli di P. M. P., Is evolutionary psychology a pseudoscience?, in Skeptical Inquirer, Pigliucci, Science and fundamentalism, in EMBO reports, Pigliucci, The power and perils of metaphors in science, in Skeptical Inquirer, Pigliucci, What is philosophy of science good for?, in Philosophy NowPigliucci M, Banta J, Bossu C, Crouse P, Dexter T, Hansknecht K e Muth N, The alleged fallacies of evolutionary theory, in Philosophy Now. Altri articoli si possono trovare sui siti web personali (vedere "Collegamenti esterni" sotto). Note Massimo Pigliucci — Curriculum Vitae, su lehman.edu. Pigliucci K.D. Irani Professor of Philosophy, su ccny.cuny.edu. Rationally Speaking Podcast, su rationallyspeakingpodcast.org. Scientia Salon, su scientiasalon.wordpress.com. Pigliucci, Massimo e Boudry, Maarten, Philosophy of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem, University of Chicago Press, P., Massimo, The Dangers of Pseudoscience, in The New York Times Pigliucci, Massimo, Denying evolution: Creationism, scientism, and the nature of science, Sunderland, MA, Sinauer Associates, Secular Coalition for America Advisory Board Biography, su secular.org. Pigliucci, Science and fundamentalism, in EMBO reports, Massimo P., Come essere stoici: Riscoprire la spiritualità degli antichi per vivere una vita moderna, Pigliucci — Short Bio, su lehman.edu. Pigliucci — Selected Papers, su lehman.edu. Society for the Study of Evolution — Description of Awards, su evolutionsociety.org. Wade, Michael J., The Neo-Modern Synthesis: The Confluence of New Data and Explanatory Concepts, in BioScience, P., su csicop.org, Committee for Skeptical Inquiry. P., Denying evolution: creationism, scientism, and the nature of science, Sunderland, Mass., Sinauer Associates, 2Evolution Debate — Pigliucci vs Hovind, Dawkins – cf. H. P. Grice: “Read Selfish Gene” -- Foundation for Reason and Science, CV of Dembski, su designinference.com. Evolution and Intelligent Design: Pigliucci vs Wells, Uncommon Knowledge, Pigliucci, Excommunicated by the Atheists!, su rationallyspeaking.blogspot.com, Pigliucci, M., New Atheism and the Scientistic Turn in the Atheism Movement, in Midwest Studies In Philosophy, Derek Colanduno, Should You Answer Aristotle?, su skepticality.com, Skeptic Magazine, Saunders, The Skeptic Zone #101, su skepticzone.tv, Moreland, J.P. Debating Christian Theism. USA: Oxford Pigliucci, Dear Pope, su Rationally Speaking, Pigliucci, Welcome, everyone!, su rationallyspeaking.blogspot.nl, Massimo Pigliucci, So long, and thanks for all the fish, su rationallyspeaking.blogspot.nl, Todd Stiefel e Amanda K. Metskas, Julia Galef, su thehumanist.com, The Humanist, Culp, Neil DeGrasse Tyson, Great Science Writers Series, The Rosen Publishing Group, Lombrozo, What If Atheists Were Defined By Their Actions?, su npr.org, NPR, RS128 - 5th Anniversary Live Show, su Rationally Speaking, New York City Skeptics, Voci correlate Committee for Skeptical Inquiry Plato's Footnote. – Pagina web di Pigliucci Rationally Speaking blog di Pigliucci sullo scetticismo scientifico skepticism e sull'umanismo. Dr. Pigliucci's. Rationally Speaking Podcast P. Secular Web Philosophy & Theory in Biology(Filosofia e Teoria in Biologia), su philosophyandtheoryinbiology.org. Portale Areligiosità Portale Biografie Portale Filosofia Portale Scienza e tecnica Categorie: Filosofi italiani del XX secolo Filosofi italiani del XXI secolo Filosofi statunitensi del XX secolo Filosofi statunitensi del XXI secolo Blogger italiani Blogger statunitensi Divulgatori scientifici italiani Divulgatori scientifici statunitensi Nati a Monrovia Genetisti italianiStudenti dell'Università degli Studi di FerraraBiologi italianiUmanisti italiani Filosofi ateiProfessori dell'Università di New York[altre]. Nome compiuto: Massimo Pigliucci.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pini: la ragione conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio Emilia). Filosofo italiano. M. Cayenne, Guyana francese -- è stato un anarchico espropriatore italiano. Figlio di un volontario di GARIBALDI (vedasi), P. patisce un'infanzia molto difficile e miserabile - molti suoi fratelli moriranno a causa della indigenza - e per questo inizia a lavorare in una tipografia all'età di 12 anni, prima di essere assunto nella stamperia di un giornale repubblicano, dove cominia ad interessarsi di politica. Successivamente alla vittoria della sinistra alle elezioni, aderisce all'Internazionale dei Lavoratori dopo aver assistito ad una conferenza di Barbani. In seguito si trasferisce a Milano, dove partecipa allo sciopero dei tipografi, che si conclude con un fallimento dopo sei mesi di dura lotta. La sconfitta sul piano sociale, lo convince dell'inutilità di questo genere di lotte, spingendolo ad assumere toni più radicali e illegalisti. All'epoca P. trova lavoro come pompiere, mestiere che lo porterà anche a compiere atti eroici come la salvezza di una famiglia intrappolata nella propria casa andata in fiamme. Emigra prima in Svizzera e poi in Francia, dove trova lavoro come cameriere, ambulante e calzolaio. Avvicinatosi alla corrente individualista, fonda a Parigi il gruppo Gli Intransigenti di Londra e Parigi -- chiamato anche I ribelli di Saint Denis, il gruppo degli Introvabili, Gli straccioni di Parigi --, insieme tra gli altri a Parmeggiani, Zavoli e Marroco. Secondo Grave il gruppo sarebbe gravitato intorno alle attività della stamperia de La Révolte prima e de Il Pugnale poi – Parigi -- , di cui assume la carica di direttore insieme a Parmeggiani. Partigiano dell'individualismo, P. teorizza l'esproprio come mezzo rivoluzionario per abolire la proprietà privata e giungere così al comunismo anarchico. A lui vengono attribuiti un gran numero furti e rapine allo scopo di finanziare varie attività propagandistiche, tra cui l'apertura di una stamperia in via Bellefond e la nascita del giornale Il Ciclone -- Parigi. Pubblica numerosi manifesti, tra cui Manifesto degli anarchici in lingua italiana al popolo d'Italia, che chiama il popolo italiano ad insorgere, criticando apertamente Cipriani con l'accusa di aver tradito gli ideali della rivoluzione sociale. Due deputati socialisti - Ceretti e Prampolini - dopo aver preso le difese di Cipriani ed aver accusato gli autori del Manifesto di essere al soldo della polizia, P. e Parmeggiani si recano in Italia per vendicare quello che secondo loro era una grave diffamazione. Pugnalano Ceretti a Mirandola e vengono intercettati dopo 3 giorni dalla polizia mentre si dirigevano verso Reggio Emilia in cerca di Prampolini. Entrambi riescono a fuggire e raggiungere le loro destinazioni, P. in Francia e Parmeggiani a Londra. In seguito ad una soffiata, una perquisizione della polizia nell'abitazione di P. permette di recuperare molta refurtiva e attrezzature varie. P. viene arrestato insieme a Schouppe eSoenen. Portato davanti alla Corte d'assise con i suoi compagni, viene condannato a 20 anni di lavori forzati, salutati al grido di «Viva l'anarchia, abbasso i ladri.». Schouppe subisce invece una condanna a 10 anni di lavori forzati, Soenen a 5. La sua difesa intitolata Morte ai ladri sarà in seguito pubblicato sotto forma di manifesto, accompagnato da un Manifesto del gruppo parigino di propaganda anarchica che rianimerà nel movimento un intenso dibattito sulla legittimità del furto. «Noi, anarchici è con l'intera coscienza di compiere un dovere che attacchiamo la proprietà, da un doppio punto di vista: il primo per affermare a noi stessi il diritto naturale all'esistenza; il secondo per fornirci i mezzi propri per distruggere le vostre proprietà e, se il caso, voi con loro» -- dichiarazione processuale di P. Giunto al bagno penale della Guyane, tenta senza successo di evadere. Insieme a Schouppe, fugge risalendo l'estuario di Maroni in piroga. Intorno ad agosto, sempre con Schouppe, si dirige a piedi verso il Venezuela, ma deve rinunciare a causa del gonfiore dei suoi piedi. Sorpreso dalla polizia olandese, tenta di fuggire ma viene ferito alle gambe da uno sparo. Dopo 2 mesi all'ospedale del Suriname, viene ricondotto a Cayenne e nuovamente condannato a due anni di detenzione all'Isola della salute. P., matricola 24216, che aveva beneficiato di un'amnistia di 3 anni, muore di malattia al bagno della Cayenne. Voci correlate Anarchismo in Italia Collegamenti esterni Biografia di Vittorio Achille Pini Categorie: Anarchici Anarchici italiani Individualisti Illegalisti. Nome compiuto: Vittorio Achille Pini. Vittorio Pini. Pini.  

 

Luigi Speranza -- Grice e Piovani: la ragione conversazionale d’Enea, l’eroe al portico, o l’implicatura conversazionale assente – la scuola di Napoli -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “Like Austin, and then again like me, Piovani could invent lingo. The whole point of ordinary-language philosophy was an attack on ‘philosophical language,’ and there we are, Austin, Grice and Piovani INVENTING unordinary philosophical language! In Piovani’s case is ‘assenzialismo’!” –Studia a Napoli. Insegna a Trieste, Firenze, Roma, Napoli. Dei lincei. Scrive su alcuni fogli del regime. La sua ricerca filosofica ha avvio all'indomani immediato della tragica conclusione della seconda guerra mondiale e di ciò porta i segni anche nell'elaborazione della propria caratterizzazione etico-politica, presto approdata alle ragioni del liberalismo democratico. Dinanzi alla drammatica conclusione dell'esito volontaristico dell'attualismo, la necessità di ripensare il modello idealistico lo induce ad un'intensa riflessione sul significato e sul valore dell'individuo nel suo farsi persona. Spazia dalla filosofia del diritto alla filosofia del concetto, soprattutto a quello meridionale, ricopre incarichi nelle più importanti accademie italiane. Fonda il centro di studi vichiani. Pratica una fenomenologia dell'individuale. Per il pensatore napoletano l'individuo non è concepito come un'entità chiusa ed ego-istica tendente all'assolutizzazione ma, al contrario, accettando egli la sua natura di vivente limitato, afferma sé stesso nella responsabilità della propria azione. Concorrono elementi esistenzialistici, l’analisi dell’esperienza comune. Di ciò è documento “Norma e società” (Napoli, Jovene). Utilizza anche temi della prima azione blondeliana. La necessità di fondare la persona grazie a un criterio o norma, che è la ragione dell’agire e del pensare -- la logica della vita morale -- fa scoprire il tema di fondo della  filosofia morale. Il soggetto è un volente non volutosi -- vale a dire che il soggetto, per quanto approfondisca il proprio essere che è il suo esistere, deve arrestarsi dinanzi alla constatazione di essere dato, di non essersi voluto. L’alternativa esistenziale dell’accettazione della vita ne riscatta, con la volontà di essere a fronte della possibilità contraddittoria del suicidio, l’originaria datità. Ma questa accettazione, che è la sola possibile fondazione della vita morale, rifiuta ogni ostinazione singolaristica e comporta che la vita è vita di relazione, dove questa non è conquista ma condizione consustanziale del soggetto che si accetta e dunque accetta l’altro, a iniziare dalla propria alterità rispetto a se stesso. L’essenziale instaurazione personalitaria consente la fondazione del diritto e della morale. Entrambe formazioni storiche, fondate dinamicamente in quanto capaci di comprendere ogni forma in cui si sostanzi l’attivo desiderio dell’uomo di soddisfare l’insaziabile bisogno di valori, anch'essi costruiti dalla scelta esistenziale dei soggetti storici. Sostiene che l'essere umano non possa fare affidamento su alcun tipo di fondamento poiché, essendo un essere limitato e storico, è di fatto costretto a fondare continuamente i suoi punti di riferimento. A questo proposito assumono appunto un ruolo primario  il valore, considerate non come assoluto bensì prodotto della specificità individuale. Del resto proprio il valore esalta la responsabilità dell'azione degl’individui, che, altrimenti, verrebbe mortificata nel riferimento obbligato a qualcosa di assoluto. Si può dunque parlare di un pluralismo etico che non significa relativismo ma relatività e, dunque, rispetto. Una posizione che sembra chiaramente riprendere il pensiero di Kant e, in particolare, il tema dell'agonismo etico. Per il ricorrere di questi temi, la sua filosofia può riassumersi nella formula tra esistenzialismo ri-pensato e storicismo ri-novato. Tra questi, un numero di “Gerarchia”, su cui scrive  riferendosi alla partecipazione emotiva degl’italiani al conflitto. Questo modo di sentire e di interpretare gl’eventi deve essere posto in luce perché esso indica che un ventennio di regime fascista è riuscito a dare agl’italiani almeno quel senso di pre-occupazione della tutela e della difesa dei propri interessi, che è il presupposto indispensabile per la formazione di una autentica e completa coscienza imperiale. Roma e Tirana, in Gerarchia, Evoluzione liberale, in Biblioteca della libertà, P,, Enciclopedia filosofica di Gallarate, Bompiani, Milano. Altre saggi: “Il significato del principio di effettività” (Milano, Giuffre); “Morte e tras-figurazione  dell'Università” (Napoli, Guida);“Teo-dicea sociale” (Padova, Milani); “Linee di una filosofia del diritto” (Padova, MILANI); “Gius-naturalismo ed etica moderna” (Bari, Laterza); “Filosofia e storia delle idee” (Bari, Laterza); “Conoscenza storica e coscienza morale” (Napoli, Morano); “Principi di una filosofia della morale” (Napoli, Morano); “Oggettivazione etica ed assenzialismo” (Napoli, Morano) – l’implicatura assente; “La filosofia nuova di VICO” ((Napoli, Morano); “ Per una filosofia della morale” (Milano, Bompiani); Tra esistenzialismo e storicismo: la filosofia morale (Napoli, Morano); Tessitore, Napoli, Società nazionale di scienze lettere e arti, Jervolino, Logica del concreto ed ermeneutica della vita morale. Newman, Blondel, Napoli, Morano, Acocella, Idee per un'etica sociale. Soveria Mannelli, Rubbettino, Amodio,  degli scritti su P., Napoli, Liguori, Lissa, Anti-ontologismo e fondazione etica (Napoli, Giannini); Nieddu, Norma soggetto storia: saggio sulla filosofia della morale (Napoli, Loffredo); Nieddu, Incontri blondellani”; “Volontà, norma, azione” (Cagliari, Editore); Perrucci, L'etica della responsabilità” (Napoli, Liguori); Morrone, La scuola napoletana: lettura critica e informazione bibliografica, Roma: Edizioni di Storia e Letteratura (Sussidi eruditi); Olivetti, Enciclopedia, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia, Etica Enciclopedia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia,  Centro di studi vichiani del Cnr di Napoli. La lezione etica più che mai attuale di Tessitore, Il Messaggero, di Tessitore, Napoli, 1 studi vichiani. Nome compiuto: Pietro Piovani. Piovani. Keywords: “i principi metafisici di Vico”, Vico, principio. Luigi Speranza, “Grice e Piovani: I principi metafisici di Vico”, filosofia nuova di VIco, la Gerarchia, Roma e tiranna – colletivo, guerra, esperienza condivisa, ventennio del regime – il debito di Vico a Roma --- la Roma di Vico e la Roma antica – interpretazione filosofica – idealismo, Hegel, implicatura assente, assenzialimso --. The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza -- Grice e Piralliano: la ragione conversazionale del gruppo di gioco dell’accademia – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosophical acquaintance of Elio Aristide. Accademia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pirandello: all’isola -- la ragione conversazionale -- e dov’è il copione? è in noi, signore – il dramma è in noi -- siamo noi – I ciclopu – identita personale, l’uno, nessuno, decadentismo – reduzione siciliana – la scuola di Girgenti -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Girgenti). Filosofo italiano. Girgenti, Sicilia. Grice: “Pirandello would say he is no philosopher, but then I’m a cricketer!” --. Medaglia del Premio Nobel Premio Nobel per la letteratura. Grice: “I quoted Brecht! I should have called Pirandello!” -- Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l'innovazione del racconto teatrale è considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo. Tra i suoi lavori spiccano diverse novelle e racconti brevi (in lingua italiana e siciliana) e circa quaranta drammi, l'ultimo dei quali incompleto. Io son figlio del Caos. E non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos. Figlio di Stefano Pirandello e Caterina Ricci Gramitto, appartenenti a famiglie di agiata condizione borghese, dalle tradizioni risorgimentali, nacque in contrada Càvusu a Girgenti..Nell'imminenza del parto che dove avvenire a Porto Empedocle, per un'epidemia di colera che stava colpendo la Sicilia, il padre decide di trasferire la famiglia in un'isolata tenuta di campagna per evitare il contatto con la pestilenza. Porto Empedocle, prima di chiamarsi così, era la Borgata Molo. Quando si decide che la borgata diviene comune autonomo. La linea di confine fra i due comuni venne fissata all'altezza della foce di un fiume essiccato che taglia in due la contrada chiamata u Càvuso o u Càusu, pantalone. Questo Càvuso appartene a metà alla Borgata Molo e l'altra metà a GIRGENTI. A qualche impiegato dell'ufficio anagrafe parve che non e cosa che si scrive che qualcuno e nato in un paio di pantaloni e cangia quel volgare càusu in caos. Il padre, partecipa alle imprese garibaldine. Sposa Caterina, sorella di un suo commilitone, Rocco Ricci Gramitto.  Il suo nonno materno, Giovanni Battista Ricci Gramitto, e tra gli esponenti di spicco della rivoluzione siciliana e, escluso dall'amnistia al ritorno del Borbone, fuggito in esilio a Malta dove muore. Il bonno paterno, Andrea Pirandello, e un armatore e ricco uomo d'affari di Pra', ora quartiere di Genova. La famiglia vive in una situazione economica agiata, grazie al commercio e all'estrazione dello zolfo. La sua infanzia e serena ma, come lui stesso racconta, caratterizzata anche dalla difficoltà di comunicare con gli adulti e in specie con i suoi genitori, in modo particolare con il padre. Questo lo stimola ad affinare le sue capacità espressive e a studiare il modo di comportarsi degli altri per cercare di corrispondervi al meglio.  Fin da ragazzo soffre d'insonnia e dorme  abitualmente solo tre ore per notte. E molto devoto alla Chiesa cattolica grazie all'influenza che ebbe su lui una domestica di famiglia, che lo avvicinò alle pratiche religiose, ma inculcandogli anche credenze superstiziose fino a convincerlo della paurosa presenza degli spiriti. La chiesa e i riti della confessione religiosa gli permettevano diaccostarsi ad un'esperienza di misticismo, che cercherà di raggiungere in tutta la sua esistenza.  Si allontanò dalle pratiche religiose per un avvenimento apparentemente di poco conto: un prete aveva truccato un'estrazione a sorte per far vincere un'immagine sacra al giovane Luigi; questi rimase così deluso dal comportamento inaspettatamente scorretto del sacerdote che non volle più avere a che fare con la Chiesa, praticando una religiosità del tutto diversa da quella ortodossa.  Dopo l’istruzione elementare impartitagli privatamente, fu iscritto dal padre alla regia scuola tecnica di Girgenti, ma durante un’estate preparò, all’insaputa del padre, il passaggio agli studi classici. In seguito a un dissesto economico, la famiglia si trasfere a Palermo. Frequenta il regio ginnasio Vittorio Emanuele II e dove rimase anche dopo il rientro dei suoi a Porto Empedocle. Si appassiona subito alla letteratura. Scrive “Barbaro", andata perduta. Aiuta il padre nel commercio dello zolfo, e puo conoscere direttamente il mondo degl’operai nelle miniere e quello dei facchini delle banchine del porto mercantile.  Studia a Palermo e Roma. Studia filologia sotto Monaci. Studia Bücheler, Usener e  Förster. Scrive “Foni ed evoluzione fonetica del dialetto della provincia di Girgenti.” Si trasfere a Roma, dove poté mantenersi grazie agli assegni mensili inviati dal padre. Qui conobbe L. Capuana che lo aiutò molto a farsi strada nel mondo letterario e che gli aprì le porte dei salotti intellettuali dove ebbe modo di conoscere giornalisti, scrittori, artisti e critici. Un allagamento e una frana nella miniera di zolfo di Aragona di proprietà del padre, nella quale era stata investita parte della dote di Antonietta, e da cui anche Pirandello e la sua famiglia traevano un notevole sostentamento, li ridusse sul lastrico.  Questo avvenimento accrebbe il disagio mentale, già manifestatosi, della moglie di P., Antonietta. Ella era sempre più spesso soggetta a crisi isteriche, causate anche dalla gelosia, a causa delle quali o lei rientrava dai genitori, o Pirandello era costretto a lasciare la casa. La malattia prese la forma di una gelosia delirante e paranoica, che la porta a scagliarsi contro tutte le donne che parlassero col marito, o che lei pensava che volessero avere un qualche tipo di rapporto con lui; perfino la figlia Lietta susciterà la sua gelosia, e a causa del comportamento della madre tenterà il suicidio e poi se ne andrà di casa. La chiamata alle armi di Stefano nella Grande Guerra peggiorò ulteriormente la sua situazione mentale.  Solo diversi anni dopo, egli, ormai disperato, acconsentì che Antonietta fosse ricoverata in un ospedale psichiatrico. Morirà in una clinica per malattie mentali di Roma, sulla via Nomentana. La malattia della moglie lo porta  ad approfondire, portandolo ad avvicinarsi alle nuove teorie sulla psicoanalisi di Freud, lo studio dei meccanismi della mente e ad analizzare il comportamento sociale nei confronti della malattia mentale.  Spinto dalle ristrettezze economiche e dallo scarso successo delle sue prime opere letterarie, e avendo come unico impiego fisso una cattedra di stilistica dove impartire lezioni private di italiano e di tedesco, dedicandosi anche intensamente al suo lavoro letterario. Inizia anche una collaborazione con il Corriere della Sera. Il suo primo grande successo fu merito del romanzo Il fu Mattia Pascal, scritto nelle notti di veglia alla moglie paralizzata alle gambe. La critica non diede subito al romanzo il successo che invece ebbe tra il pubblico. Numerosi critici non seppero cogliere il carattere di novità del romanzo, come d'altronde di altre opere di P..  Perché P. arrivasse al successo si dovette aspettare a quando si dedica totalmente al teatro. Lo scrittore siciliano aveva rinunciato a scrivere opere teatrali, quando l'amico N. Martoglio gli chiese di mandare in scena nel suo  Minimo presso il Metastasio di Roma alcuni suoi lavori: Lumie di Sicilia e l'Epilogo. Acconsente e la rappresentazione dei due atti unici ebbe un discreto successo. Tramite i buoni uffici del suo amico Martoglio anche A. Musco volle cimentarsi con il teatro pirandelliano: Pirandello tradusse per lui in siciliano Lumie di Sicilia, rappresentato con grande successo al Pacini di Catania. Cominciò da questa data la collaborazione con Musco che incominciò a guastarsi dopo qualche tempo per la diversità di opinioni sulla messa in scena di Musco della commedia Liolà nel novembre al teatro Argentina di Roma: «Gravi dissensi» di cui Pirandello scrive al figlio Stefano. La guerra fu un'esperienza dura per Pirandello; il figlio venne infatti imprigionato dagli austriaci, e, una volta rilasciato, ritorna in Italia gravemente malato e con i postumi di una ferita. Durante la guerra, inoltre, le condizioni psichiche della moglie si aggravarono al punto da rendere inevitabile il ricovero in manicomio dove rimase fino alla morte. Dopo la guerra, lo scrittore si immerse in un lavoro frenetico, dedicandosi soprattutto al teatro. Fonda la Compagnia del Teatro d'Arte di Roma con due grandissimi interpreti dell'arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero Ruggeri. Con questa compagnia cominciò a viaggiare per il mondo: le sue commedie vennero rappresentate anche nei teatri di Broadway.  Nel giro di un decennio arrivò ad essere il drammaturgo di maggior fama nel mondo, come testimonia il premio Nobel per la letteratura ricevuto per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale. Degno di nota fu lo stretto rapporto con Abba, sua musa ispiratrice, della quale Pirandello, secondo molti biografi e conoscenti, era innamorato forse solamente in maniera platonica.  Molte delle opere pirandelliane cominciavano intanto ad essere trasposte al cinema. Pirandello andava spesso ad assistere alla lavorazione dei film; andò anche negli Stati Uniti d'America, dove famosi attori e attrici di Hollywood, come Garbo, interpretavano i suoi soggetti. Nell'ultimo di questi viaggi andò a trovare, su invito, Einstein a Princeton. In una conferenza stampa difese con veemenza la politica estera del FASCISMO, con la guerra d'Etiopia, accusando i giornalisti statunitensi di ipocrisia, citando il colonialismo contro i nativi americani. Pirandello e la politica: l'adesione al fascismo. Non aveva mai preso specifiche posizioni politiche, tranne l'ammirazione per il patriottismo garibaldino di famiglia, unica certezza in un'epoca di crisi. La sua idea politica di fondo e legata principalmente a questo patriottismo risorgimentale. Una sua lettera apparsa sul Giornale di Sicilia testimonia gli ideali patriottici della famiglia, proprio nei primi mesi dallo scoppio della Grande Guerra durante la quale il figlio e fatto prigioniero dagli austriaci e rinchiuso, per la maggior parte della prigionia, nel campo di concentramento di Pian di Boemia, presso Mauthausen. Non riuscì a far liberare il figlio malato neppure con l'intervento di Benedetto XV. Nella sua vita condivise alcune delle idee dei giovani fasci siciliani e del socialismo; ne I vecchi e i giovani si nota come la sua idea politica e stata oscurata dalla riflessione umoristica. Per Pirandello, i siciliani hanno subìto le peggiori ingiustizie dai vari governi italiani -- è questa l'unica idea forte che ci presenta.  Nella prima guerra mondiale e un interventista, anche se avrebbe preferito che il figlio non partecipasse in prima linea alla guerra, cosa che invece fa, arruolandosi volontario immediatamente e rimanendo ferito e prigioniero degli austriaci, situazione che e estremamente angosciosa per lo scrittore. Nel primo dopoguerra non adere subito ai fasci di combattimento, tuttavia pochi anni dopo esplicita l'adesione al fascismo, ormai istituzionalizzato. E ricevuto da Mussolini a Palazzo Chigi. Chiese l'iscrizione al partito fascista inviando un telegramma a Mussolini, pubblicato subito dall'agenzia Stefani. Eccellenza, sento che questo è per me il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l'E.V. mi stima degno di entrare nel partito nazionale fascista, pregerò come massimo onore tenermi il posto del più umile e obbediente gregario. Con devozione intera. Il telegramma arriva in un momento di grande difficoltà per il presidente del consiglio dopo il ritrovamento del corpo di Matteotti. Per la sua adesione al fascismo e duramente attaccato da alcuni intellettuali e politici fra cui il deputato liberale G. Amendola che in un a saggio arriva a dargli dell'accattone che voleva a tutti i costi divenir senatore del Regno. Pur non ritrovandosi caratterialmente con Mussolini e molti gerarchi, che ritiene persone troppo rozze e volgari, oltre che poco interessati al teatro, non rinnega mai la sua adesione al fascismo, motivata tra le altre cose da una profonda sfiducia nei regimi social-democratici, così come non si interessa mai del marxismo, solo ne “I vecchi e i giovani” mostra un leggero interesse per il socialismo -- regimi nei quali si andano trasformando la democrazia liberale, che ritene a loro volta corrotta, portando ad esempio gli scandali dell'età giolittiana e il trasformismo. Pova inoltre un deciso disprezzo per la classe politica che avrebbe voluto vedere, nichilisticamente, cancellata dalla vita del Paese, e una forte sfiducia verso la massa caotica del popolo, che anda istruita e guidata da una sorta di monarca illuminato. E tra i firmatari del Manifesto redatto da GENTILE. La sua adesione al FASCISMO e per molti imprevista e sorprende anche i suoi più stretti amici. Sostanzialmente egli, per un certo conservatorismo che comunque ha, guarda al duce come ri-organizzatore della società. Un'altra motivazione addotta per spiegare tale scelta politica è che il fascismo lo riconduce all’ideale patriottico ri-sorgimentale di cui e convinto sostenitore, anche per le radici garibaldine del padre. Vede nelli una idea originale, che dove rappresentare la forma dell'Italia destinata a divenire modello. Puo apparire un punto di contatto colli fasci il sostenuto relativismo filosofico di entrambi. Ben diverso pero è il relativismo morale dei fasci, fondato sull'attivismo e il suo relativismo esistenziale che si richiama allo scetticismo razionale. Si fa interprete di un relativismo pessimistico, angosciato, negatore di ogni certezza, incompatibile con l'ansia attivistica o il relativismo ottimistico dei fasci Sempre nel solco di Amendola e dei critici anti-fascisti vi è anche un commento più pragmatico alla sua iscrizione al Partito fascista, la quale avrebbe avuto origine nel suo ricercare finanziamenti per la creazione della sua compagnia di teatro, che ha così il sostegno del regime e le relative sovvenzioni. Il governo fascista, pero, perfino dopo il Nobel, gli prefiere sempre Annunzio e Deledda, anche lei vincitrice del premio, come letterati ideali del regime. Ha molta difficoltà a re-perire i fondi statali, che Mussolini spesso non vuole concedergli. Non sono infrequenti suoi scontri violenti con autorità fasciste e dichiarazioni aperte di a-politicità. Sono a-politic. Mi sento soltanto uomo sulla terra. E, come tale, molto semplice e parco. Se vuole potrei aggiungere casto. Clamorosoe  il gesto narrato da C. Alvaro in cui a Roma strappa la sua tessera del suo fascio davanti agli occhi esterrefatti del Segretario Nazionale. Nonostante ciò, una rottura aperta col fascismo non si onsume mai. Si conclude senza troppa fortuna l'esperienza del Teatro d'Arte. Dopo lo scioglimento, in tacita polemica con il regime fascista che a suo avviso era troppo parco di sostegno ai suoi progetti teatrali, si ritira. Forse a parziale compensazione di questo mancato sostegno, e uno dei primi trenta accademici, nominati direttamente da Mussolini, della neo costituita Reale Accademia d'Italia – i reali italiani! In nome del suo ideale patriottico, partecipa alla raccolta dell'oro per la patria donando la medaglia del premio Nobel. Questa scelta di adesione ai fasci è stata spesso sia minimizzata sia accentuata dalla critica. L’ideologia fascista non ha mai parte nella sua vita o nel suo teatro, abbastanza avulse della realtà politica, così che non fu in grado di vedere e giudicare la violenza dei fasci. Il contenuto anarchico, corrosivo, pessimista e quasi sempre anti-sistema del suo teatro e guardato con sospetto da molti uomini del partito. Non lo considerano una vera "arte fascista". La critica non lo esalta, spesso considerando il suo teatro non conformi all’ideale fascista. Vi si vede una certa insistenza e considerazione della borghesia altolocata che i fasci condanno come corrotta e decadente. Gl’arzigogoli filosofici dei personaggi dei suoi drammi borghesi sono considerati quanto di più lontano dall'attivismo fascista. Anche dopo l'attribuzione del Nobel parecchi teatro e accusato dalla stampa di regime di disfattismo tanto che anche fine tra i controllati speciali dell'OVRA. Nonostante i suoi elogi al capo del governo, il Duce fa sequestrare l'opera “La favola del figlio” cambiato, per alcune scene ritenute non consone, impedendone le repliche. A lui e imposta, per contrasto, la regia dell'opera dannunziana La figlia di Jorio! Le sue volontà testamentarie, che negavano ogni funerale e celebrazione, metteranno in imbarazzo i fascisti e lo stesso Mussolini, che ordina così alla stampa che non ci fanno troppe celebrazioni sui quotidiani, ma che ne fanno data solo la notizia, come di un semplice fatto di cronaca. Il rifugio di Soriano nel Cimino ama trascorrere ampi periodi dell'anno nella quiete di Soriano nel Cimino, un'amena e bella cittadina ricca di monumenti storici e immersa nei boschi del Monte Cimino. In particolare  rimase affascinato dalla maestosità e dalla quiete di uno stupendo castagneto situato nella località di "Pian della Britta", a cui volle dedicare un'omonima poesia, che oggi è scolpita su una lapide di marmo posta proprio in tale località.  Ambienta a Soriano nel Cimino (citando luoghi, località e personaggi realmente esistiti) anche due tra le sue più celebri novelle Rondone e Rondinella e Tomassino ed il filo d'erba. A Soriano nel Cimino, è rimasto vivo ancora oggi il suo ricordo a cui sono dedicati monumenti, lapidi e strade.  Frequenta anche Arsoli per molti anni, soprattutto durante i periodi estivi, dove amava dissetarsi con una gassosa nell'allora bar Altieri in piazza Valeria. Il suo amore per il paese si ritrova nella definizione che egli stesso diede ad Arsoli chiamandola La piccola Parigi. Appassionato di cinematografia, mentre assiste a Cinecittà alle riprese di un film tratto dal suo romanzo Il fu Mattia Pascal, si ammala di polmonite. Ha già subito due attacchi di cuore. Il suo corpo, ormai segnato dal tempo e dagli avvenimenti della vita, non sopporta oltre. Al medico che tenta di curarlo, disse. Non abbia tanta paura delle parole, professore, questo si chiama morire. La malattia si aggrava e muore. Per lui il regime fascista vuole esequie di stato. Viene nvece rispettate le sue volontà espresse nel testamento. Carro d'infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni -- né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. Per sua volontà il corpo, senza alcuna cerimonia, e cremato, per evitare postume consacrazioni cimiteriali e monumentali. Le sue ceneri furono deposte in una preziosa anfora greca già di sua proprietà e tumulate nel cimitero del Verano. Camilleri e altri quattro dettero il via a un lento e travagliato adempimento delle sue ultime volontà (in caso non fosse stato possibile lo spargimento). Far seppellire le ceneri nel giardino della villa di contrada Caos, dove e nato. Ambrosini trasporta l'anfora in treno, chiusa in una cassetta di legno. A Palermo il corteo funebre venne però bloccato dal vescovo di Agrigento Peruzzo. Camilleri si reca al vescovo, che rimase inamovibile. Propose allora con successo l'idea di inserire l'anfora in una bara, che venne appositamente affittata. Il corteo, per un breve tratto a piedi e poi a bordo di una littorina, giunse a Girgenti. Dopo una cerimonia religiosa, l'anfora con le ceneri e estratta dalla bara e riposta nel Museo Civico di Agrigento, in attesa della costruzione di un monumento nel giardino della villa. Solo dopo parecchi anni dalla morte, realizzata una scultura monolitica di R. Mazzacurati, artista vincitore del concorso indetto, costituita principalmente da una grossa pietra non lavorata, le ceneri vennero portate nel giardino e versate in un cilindro di rame inserito nel terreno, che venne chiuso da una pietra sigillata con del cemento.  Una parte rimanente delle ceneri, trovata anni dopo attaccata ai lati interni dell'anfora, non essendo più contenibile nel cilindro ri-colmo e ri-aperto per l'occasione, venne dispersa, rispettando il desiderio originario di lui stesso. Davanti agli occhi di una bestia crolla come un castello di carte qualunque sistema filosofico. (L. Pirandello, dai Foglietti). E convinto che qualunque filosofia e fallita di fronte all'insondabilità dell'uomo quando in lui prevale la bestia -- l'aspetto animalesco e irrazionale. La sua e una teoria della pluralità dell'io. Pubblica i saggi “Arte e Scienza” e “L'umorismo” -- caratterizzati da un'esposizione di stile colloquiale, molto lontana dal consueto discorso filosofico. I due saggi sono espressione di un'unica identita artistica ed esistenziale che ha coinvolto lo scrittore siciliano che vede come centrale proprio la poetica dell'umorismo. In “L'umorismo” confluiscono idee, brani di scritti e appunti precedenti. Sue varie chiose e annotazioni a L'indole e il riso di Pulci di A. Momigliano e parti dell'articolo di Cantoni nella «Nuova Antologia». Il suo umorismo si inserisce in un rigoglioso e più che secolare campo di meditazione e ricerca sull'omonimo tema; e rappresenta il momento ri-epilogativo probabilmente più soddisfacente di una serie di acquisizioni teoriche che la cultura ha chiare e consolidate . Bisogna infatti aspettare il saggio di Genovese, “Il Comico, l’Umore e la Fantasia o Teoria del Riso come Introduzione all’Estetica” (Bocca, Torino) per avere un saggio di ampia informazione e documentazione, di solido spessore speculative pur nell'ispirazione idealistica da cui prende le mosse. Tecnicamente persuasivo, insomma, e con ben altre fondamenta teoretiche, praltro, in un panorama di non rara fossilizzazione culturale, va detto che l'opera di Genovese è stata appaiata forse soltanto dal coraggioso saggio, e Homo ridens. Estetica, Filologia, Psicologia, Storia del Comico” (Firenze, Olsckhi). Distingue il comico dall'umoristico. Il comico e definito come avvertimento del contrario, nasce dal contrasto tra l'apparenza e la realtà. Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario. L'umorismo, il "sentimento del contrario", invece nasce da una considerazione meno superficiale della situazione. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro. Da quel primo *avvertimento* del *contrario* mi ha fatto passare a questo *sentimento* del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico. Quindi, mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la situazione *evidentemente contraria* a quella che dovrebbe normalmente essere, l'umoristico nasce da una più ponderata ri-flessione che genera compassione e un sorriso di comprensione. Nell'umoristico c'è il senso di un *comune sentimento* della fragilità dell’uomo da cui nasce un compatimento per la debolezze dell’altro che e anche la propria. L'umoristico è meno spietato del comico che giudica in maniera immediata. Non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci fa ridere adesso ci fa tutt'al più sorridere, o piantare. La filosofia  dell'umoristico in nasce già quando pubblica le due premesse de Il fu Mattia Pascal dove richiamandosi al “Copernico” di Leopardi riprende l'ironia che attribusce l’eliocentrismo alla pigrizia del sole stanco di girare attorno ai pianeti. Si vede una notazione dell’umoristico nella contrapposizione di due sentimenti opposti. Dopo l’accettazione dell’eliocentrismo, i terrestri accetano di essere una parte infinitesimale dell'universo e nello stesso tempo la sua capacità di compenetrarsene. L'analisi dell'identità condotta da lui lo porta a formulare la teoria della crisi dell'io. Il nostro spirito consiste di frammenti, o meglio, di elementi distinti, più o meno in rapporto tra loro, i quali si possono disgregare e ricomporre in un nuovo aggregamento, così che ne risulti una nuova personalità, che pur fuori dalla coscienza dell'io normale, ha una propria coscienza a parte, indipendente, la quale si manifesta viva e in atto, oscurandosi la coscienza normale, o anche coesistendo con questa, nei casi di vero e proprio sdoppiamento dell'io. Talché veramente può dirsi che due persone vivono, agiscono a un tempo, ciascuna per proprio conto, nel medesimo individuo. Con gli elementi del nostro io noi possiamo perciò comporre, costruire in noi stessi altri individui, altri esseri con propria coscienza, con propria intelligenza, vivi e in atto. Paradossalmente, il solo modo per recuperare la propria identità è la follia, tema centrale in molte opere, come l'Enrico IV o come Il berretto a sonagli, nel quale inserisce addirittura una ricetta per la pazzia: dire sempre la verità, la nuda, cruda e tagliente verità, infischiandosene dei riguardi, delle maniere, delle ipocrisie e delle convenzioni sociali. Questo comportamento porta presto all'isolamento da parte della società e, agli occhi degli altri, alla pazzia. Abbandonando le convenzioni sociali e morali l'uomo può ascoltare la propria interiorità e vivere nel mondo secondo le proprie leggi, cala la maschera e percepisce se stesso e l’altro senza dover creare un personaggio, è semplicemente “persona”. Esemplare di tale concezione è l'evoluzione di Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno e centomila.  Ancora sulla crisi dell'identità del singolo impotente con la sua razionalità di fronte al mistero universale che lo circonda, in Il fu Mattia Pascal, espone metaforicamente la sua filosofia del lanternino, tramite il monologo che il personaggio di Anselmo Paleari rivolge al protagonista Mattia Pascal, in cui la piccola lampada rappresenta il sentimento umano, che non riesce ad alimentarsi se non tramite le illusioni di fede e ideologie varie ("i lanternoni"), ma che altrimenti provoca l'angoscia del buio che lo circonda all'uomo, l'animale che ha il triste privilegio di "sentirsi vivere. Nella lanternisofia, il lanternino che proietta tutto intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l'ombra nera, l'ombra paurosa che non esisterebbe se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi purtroppo dobbiamo credere vera, fintanto ch'esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine da un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé dell'Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione? (Il fu Mattia Pascal, Il lanternino) La sua sfiducia verso la fede religiosa tradizionale lo porta ad accentuare così il proprio vuoto spirituale, che cercò di riempire, come il citato personaggio del Paleari, con l'interesse personale verso l'occultismo, la teosofia e lo spiritismo, che tuttavia non gli daranno la serenità esistenziale. Il contrasto tra vita e forma Luigi Pirandello svolge una ricerca inesausta sull'identità della persona nei suoi aspetti più profondi, dai quali dipendono sia la concezione che ogni persona ha di sé, sia le relazioni che intrattiene con gli altri. Influenzato dalla filosofia irrazionalistica di fine secolo, in particolare di Bergson, Pirandello ritiene che l'universo sia in continuo divenire e che la vita sia dominata da una mobilità inesauribile e infinita. L'uomo è in balia di questo flusso dominato dal caso, ma a differenza degli altri esseri viventi tenta, inutilmente, di opporsi costruendo forme fisse, nelle quali potersi riconoscere, ma che finiscono con il legarlo a maschere in cui non può mai riconoscersi o alle quali è costretto a identificarsi per dare comunque un senso alla propria esistenza. Se l'essenza della vita è il flusso continuo, il perenne divenire, quindi fissare il flusso equivale a non vivere, poiché è impossibile fissare la vita in un unico punto. Questa dicotomia tra vita e forma, accompagnerà l'autore in tutta la sua produzione evidenziando la sconfitta dell'uomo di fronte alla società, dovuta all'impossibilità di fuggire alle convenzioni di quest'ultima se non con la follia. Solo il folle, che pure è una figura sofferente ed emarginata, riesce talvolta a liberarsi dalla maschera, e in questo caso può avere un'esistenza autentica e vera, che resta impossibile agli altri in quanto non è fattibile denudare la maschera o le maschere, la propria identità (Maschere nude è infatti il titolo della raccolta delle sue opere teatrali). Questa riflessione, che si rispecchia nelle varie opere con accenti ora lievi ora gravi e tragici, è stata, ad opera soprattutto dello studioso Adriano Tilgher, interpretata come un sistema filosofico basato sul contrasto tra la Vita e la Forma, che talvolta ha fatto esprimere alla critica un giudizio negativo delle ultime opere precedenti al "teatro dei miti", accusate a volte di "pirandellismo", cioè di riproporre sempre lo stesso schema di lettura. Il relativismo psicologico o conoscitivo «La verità? è solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola Ah! E la seconda moglie del signor Ponza Oh! E come? Sì; e per me nessuna! nessuna! Ah, no, per sé, lei, signora: sarà l'una o l'altra! Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede. Ed ecco, o signori, come parla la verità. -- Dialogo finale di Così è (se vi pare)). Dal contrasto tra la vita e la forma nasce il relativismo psicologico che si esprime in due sensi: orizzontale, ovvero nel rapporto inter-personale, e verticale, ovvero nel rapporto che una persona ha con se stessa. Gl’uomini nascono liberi ma il caso interviene nella loro vita precludendo ogni loro scelta. L’uomo nasce in una società pre-costituita dove ad ognuno viene assegnata una parte secondo la quale deve comportarsi. Ciascuno è obbligato a seguire il ruolo e le regole che la società impone, anche se l'io vorrebbe manifestarsi in modo diverso. Solo per l'intervento del caso può accadere di liberarsi di una forma per assumerne un'altra, dalla quale non sarà più possibile liberarsi per tornare indietro, come accade al protagonista de Il fu Mattia Pascal.  L'uomo dunque non può capire né l’altro né tanto meno se stesso, poiché ognuno vive portando consapevolmente o, più spesso, inconsapevolmente, una maschera dietro la quale si agita una moltitudine di personalità diverse e inconoscibili.  Queste riflessioni trovano la più esplicita manifestazione narrativa nel romanzo Uno, nessuno e centomila. Uno perché ogni persona crede di essere un individuo unico con caratteristiche particolari. Centomila perché l'uomo ha, dietro la maschera, tante personalità quante sono le persone che ci giudicano. Nessuno perché, paradossalmente, se l'uomo ha centomila personalità diverse, invero, è come se non ne possedesse nessuna, nel continuo cambiare non è capace di fermarsi nel suo io". Il relativismo conoscitivo e psicologico su cui si basa la sua filosofia si scontra con il conseguente problema dell'incomunicabilità tra i siciliani. Ogni personaggio siciliano ha un proprio modo di vedere la realtà. Non esiste un'unica realtà oggettiva, ma tante realtà quante sono i siciliani che credono di possederla. Dunque, ognuno ha una propria verità. Questa incomunicabilità produce quindi un sentimento di solitudine ed esclusione dalla società e persino da se stesso. Proprio la crisi e frammentazione dell'io interiore crea un altr’ io diverso e discordante. L’io consiste di frammenti che ci fanno scoprire di essere -- uno, nessuno – molti -- centomila --. Il personaggio come il Vitangelo Moscarda di “Uno, nessuno e – molti centomila e i protagonisti della commedia ‘a fare’, “Sei personaggi in cerca di autore” di conseguenza avverte  un sentimento di “estraneità” – alienazione o alterita – strano – etimologia -- dalla vita che lo fa sentire forestiero della vita, nonostante la continua ricerca di un senso dell'esistenza e di un'identificazione di un proprio ruolo, che vada oltre la maschera, o le diverse e innumerevoli maschere, con cui si presentano al cospetto della società o delle persone più vicine. Il peronaggio accetta la maschera, che lui stesso ha messo o con cui gl’altro tende a identificarlo. Prova ommessamente a mostrarsi per quello che lui crede di essere. Incapace di ribellarsi, pero, o deluso dopo l'esperienza di vedersi attribuita una nuova maschera, si rassegna. Il personaggio vive nell'infelicità, con la coscienza della frattura tra la vita che vorrebbe vivere e quella che laltro lo fa vivere per come esso lo vede. Il personaggio accetta alla fine passivamente il ruolo da recitare che lui si attribuisce sulla scena dell'esistenza. Questa è la reazione tipica del personaggio più deboli come si può vedere nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”. Il soggetto non si rassegna alla sua maschera. Accetta pero il suo ruolo con un atteggiamento ironico, aggressivo o umoristico. Ne fanno esempio varie opere come: Pensaci Giacomino, Il giuoco delle parti e La patente. Rosario Chiàrchiaro è un uomo cupo, vestito sempre in nero che si è fatto involontariamente la nomea di iettatore e per questo è sfuggito da tutti ed è rimasto senza lavoro. Il presunto iettatore non accetta l'identità che gl’altro gli ha attribuito ma comunque se ne serve. Va dal giudice e, poiché tutti sono convinti che sia un menagramo, pretende la patente di iettatore autorizzato. In questo modo ha un lavoro: chi vuole evitare le disgrazie che promanano da lui dovrà pagare per allontanarlo. La maschera rimane – ma almeno se ne ricava un vantaggio. L'uomo, accortosi del relativismo, si rende conto che l'immagine che di sé non corrisponde in realtà a quella che l’altro ha di lui e cerca in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io. Vuole togliersi la maschera che gli è stata imposta e reagisce con disperazione. Non riesce a strapparsela e allora se è così che lo vuole il mondo, egli e quello che l’altro credono di percipere in lui e non si ferma nel mantenere questo suo atteggiamento sino all’ultima e drammatica conseguenza. Si chiude in una solitudine disperata che lo porta al dramma, alla pazzia o al suicidio. Da tale sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nasce la voluta follia. La follia è lo strumento di contestazione per eccellenza della forma fasulla della vita sociale, l'arma che fa esplodere la convenzione e il rituale, riducendoli all'assurdo e rivelandone l'inconsistenza.  Solo e unico modo per vivere, per trovare l’io, è quello di accettare il fatto di non avere un'identità, ma solo frammenti -- e quindi di non essere uno ma nessuno -- accettare l'alienazione completa da se stesso. Tuttavia il colletivo non accetta il relativismo. Il soggeto chi accetta il relativismo viene ritenuto pazzo dal colletivo. Esemplari sono i personaggi dei drammi Enrico IV, dei Sei personaggi in cerca d'autore, o di Uno, nessuno e centomila.  Divenne famoso proprio grazie al teatro che chiama “teatro dello specchio”, perché in esso viene raffigurata la vita vera, quella nuda, amara, senza la maschera dell'ipocrisia e delle convenienze sociali, di modo che lo spettatore si guardi come in uno specchio così come realmente è, e diventi migliore. Dalla critica viene definito come uno dei grandi drammaturghi. Scrive moltissime opera, alcune delle quali rielaborazioni delle sue stesse novelle, che vengono divise in base alla fase di maturazione dell'autore:  Prima faseIl teatro siciliano Seconda faseIl teatro umoristico/grottesco Terza fase Il teatro nel teatro (meta-teatro) Quarta fase Il teatro dei miti. Generalmente si attribuisce il suo interesse per il teatro agli anni della maturità, ma alcuni precedenti mostrano come tale convinzione necessiti di una rivalutazione. Compose alcuni lavori teatrali, andati perduti poiché da lui stesso bruciati (tra gli altri, il copione de Gli uccelli dell'alto). In una lettera  alla famiglia, si legge. Oh, il teatro drammatico! Io lo conquisterò. Io non posso penetrarvi senza provare una viva emozione, senza provare una sensazione strana, un eccitamento del sangue per tutte le vene. Quell'aria pesante chi vi si respira, m'ubriaca: e sempre a metà della rappresentazione io mi sento preso dalla febbre, e brucio. È la vecchia passione chi mi vi trascina, e non vi entro mai solo, ma sempre accompagnato dai fantasmi della mia mente, persone che si agitano in un centro d'azione, non ancora fermato, uomini e donne da dramma e da commedia, viventi nel mio cervello, e che vorrebbero d'un subito saltare sul palcoscenico. Spesso mi accade di non vedere e di non ascoltare quello che veramente si rappresenta, ma di vedere e ascoltare le scene che sono nella mia mente: è una strana allucinazione che svanisce ad ogni scoppio di applausi, e che potrebbe farmi ammattire dietro uno scoppio di fischi! -- da una lettera ai familiari. È in questa dimensione che si parla di teatro mentale: lo spettacolo non è subito passivamente ma serve come pretesto per dar voce ai "fantasmi" che popolano la mente dell'autore (nella prefazione ai Sei personaggi in cerca d'autore Pirandello chiarirà di come la Fantasia prenda possesso della sua mente per presentargli personaggi che vogliono vivere, senza che lui li cerchi).  In un'altra missiva, spedita da Roma, sostiene che la scena italiana gli appare decaduta:  «Vado spesso in teatro, e mi diverto e me la rido in veder la scena italiana caduta tanto in basso, e fatta sgualdrinella isterica e noiosa -- da una lettera ai familiari. La delusione per non essere riuscito a far rappresentare i primi lavori lo distoglie inizialmente dal teatro, facendolo concentrare sulla produzione novellistica e romanziera.  Pubblica l'importante saggio Illustratori, attori, traduttori dove esprime le sue idee, ancora negative, sull'esecuzione del lavoro dell'attore nel lavoro teatrale: questi è infatti visto come un mero traduttore dell'idea drammaturgica dell'autore, il quale trova dunque un filtro al messaggio che intende comunicare al pubblico. Il teatro viene poi definito da P. come un'arte "impossibile", perché "patisce le condizioni del suo specifico anfibio":: un tradimento della scrittura teatrale, che ha di contro "il cattivo regime dei mezzi rappresentativi, appartenenti alla dimensione adultera dell'eco. È in questo momento che Pirandello si distacca dalla lezione positivista e, presa diretta coscienza dell'impossibilità della rappresentazione scenica del "vero" oggettivo, ricerca nella produzione drammaturgica di scavare l'essenza delle cose per scoprire una verità altra (come è spiegato nel saggio L'Umorismo con il sentimento del contrario).  Fondò la compagnia del Teatro d'Arte di Roma con sede al Teatro Odescalchi con la collaborazione di altri artisti: il figlio S. Pirandello, O. Vergani, C. Argentieri, A. Beltramelli, G. Cavicchioli, M. Celli, P. Cantarella, L. Picasso, Renzo Rendi, M. Bontempelli e G. Prezzolini -- tra gli attori più importanti della compagnia figurano Marta Abba, Lamberto Picasso, Maria Letizia Celli, Ruggero Ruggeri. La compagnia, il cui primo allestimento risale con Sagra del signore della nave dello stesso Pirandello e Gli dei della montagna di Lord Dunsany, ebbe però vita breve: i gravosi costi degli allestimenti, che non riuscivano ad essere coperti dagli introiti del teatro semivuoto costrinsero il gruppo, dopo solo due mesi dalla nascita, a rinunciare alla sede del Teatro Odescalchi. Per risparmiare sugli allestimenti la compagnia si produsse prima in numerose tournée estere, poi fu costretta allo scioglimento definitivo, avvenuto a Viareggio. Prima faseTeatro Siciliano Nella fase del Teatro Siciliano P. è alle prime armi e ha ancora molto da imparare. Anch'essa come le altre presenta varie caratteristiche di rilievo; alcuni testi sono stati scritti interamente in lingua siciliana perché considerata dall'autore più viva dell'italiano e capace di esprimere maggiore aderenza alla realtà.  La morsa e Lumìe di Sicilia Roma, Teatro Metastasio, Il dovere del medico, Roma, Sala Umberto, La ragione degli altri, Milano, Teatro Manzoni,  Cecè, Roma, Teatro Orfeo, Pensaci, Giacomino, Roma, Teatro Nazionale, Liolà, Roma, Teatro Argentina, Seconda fase: Il teatro umoristico/grottesco. Pirandello e Marta Abba Mano a mano che l'autore si distacca da verismo e naturalismo, avvicinandosi al decadentismo si ha l'inizio della seconda fase con il teatro umoristico. Presenta personaggi che incrinano le certezze del mondo borghese: introducendo la versione relativistica della realtà, rovesciando i modelli consueti di comportamento, intende esprimere la dimensione autentica della vita al di là della maschera.  Così è (se vi pare), Milano, Teatro Olimpia, Il berretto a sonagli, Roma, Teatro Nazionale, La giara, Roma, Teatro Nazionale, Il piacere dell'onestà (Torino, Carignano) La patente, Torino, Alfieri, Ma non è una cosa seria, Livorno, Rossini,  Il giuoco delle parti, Roma, Quirino, L'innesto, Milano, Manzoni, L'uomo, la bestia e la virtù, Milano, Olimpia, Tutto per bene, Roma, Quirino, Come prima, meglio di prima, Venezia, Goldoni, La signora Morli, una e due, Roma, Argentina. Nella fase del teatro nel teatro le cose cambiano radicalmente. Il teatro deve parlare anche agli occhi non solo alle orecchie, a tal scopo ripristinerà una tecnica teatrale di Shakespeare, il palcoscenico multiplo, in cui vi può per esempio essere una casa divisa in cui si vedono varie scene fatte in varie stanze contemporaneamente. Inoltre il teatro nel teatro fa sì che si assista al mondo che si trasforma sul palcoscenico.  Abolisce anche il concetto della quarta parete, cioè la parete trasparente che sta tra attori e pubblico. In questa fase, infatti, tende a coinvolgere il pubblico che non è più passivo ma che rispecchia la propria vita in quella agita dagli attori sulla scena. Ha un incontro con  Filippo. Conseguenza, oltre alla nascita di un'amicizia e che Filippo sente come accadde in passato per lui, il bisogno di allontanarsi dal regionalism dell'arte verista pur conservandone però le tradizioni e le influenze. Incontra Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Sei personaggi in cerca d'autore, Roma, Valle, Enrico IV, Milano, Manzoni, All'uscita, Roma, Argentina, L'imbecille, Roma, Quirino, Vestire gli ignudi, Roma, Quirino, L'uomo dal fiore in bocca, Roma, Degli Indipendenti, La vita che ti diedi, Roma, Quirino, L'altro figlio, Roma, Nazionale, Ciascuno a suo modo, Milano, Dei Filodrammatici, Sagra del signore della nave, Roma, Odescalchi, Diana e la Tuda, Milano, Eden, L'amica delle mogli, Roma, Argentina, Bellavita, Milano, Eden,  O di uno o di nessuno, Torino, di Torino, Come tu mi vuoi, Milano, dei Filodrammatici; Questa sera si recita a soggetto, Torino, di Torino, Trovarsi, Napoli, dei Fiorentini, Quando si è qualcuno, Buenos Aires Odeón, La favola del figlio cambiato, Roma, Reale dell'Opera, Non si sa come, Roma, Argentina, Sogno, ma forse no, Lisbona, Teatro Nacional. Alla fase del teatro dei miti ase si assegnano solo tre opera. La nuova colonia Lazzaro I giganti della montagna Romanzi  Copertina de Il turno,  Madella. Scrive sette romanzi:  L'esclusa, a puntate su La Tribuna (Milano, Treves); Il turno (Catania, Giannotta); l fu Mattia Pascal, Roma, Nuova antologia. Suo marito, Firenze, Quattrini. (poi Giustino Roncella nato Boggiolo, in Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, I vecchi e i giovani, Milano, FTreves. Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze, R. Bemporad et figlio. Uno, nessuno e centomila, Firenze, Bemporad; Novelle. Le novelle sono considerate le opere più durature. I critici hanno cambiato tale opinione ritenendo le opere teatrali più degne di essere ricordate. Fare distinzione tra il contenuto di una novello o romanzo  e un dramma è difficile. Molte novelle sono state messe in opera a teatro. “Ciascuno a suo modo” deriva dal “Si gira”. “Liolà” ha il tema preso da “Il fu Mattia Pascal”; “La nuova colonia” e presentata in “Suo marito”. Analizzando le novelle si puo renderci conto che ciò che manca è una delineazione tematica, una cornice. Sono presenti un crogiolo di personaggi ed eventi.  Il tempo in cui una novella e ambientata non è definito. Alcune  si svolgono nell'epoca umbertina, poi giolittiana e del dopo-giolitti. Diversamente accade nella novella siciliana. Iil tempo non è fissato. E un tempo antico, di una società che non vuole cambiare e che è rimasta ferma. I paesaggi della novellistica sono vari. Per quella detta siciliana si ha spesso il tipico paesaggio rurale. In alcune si trova il tema del contrasto tra le generazioni dovuto all'unità d'Italia. Altro ambiente delle novelle è la Roma umbertina o giolittiana.  Il protagonista e sempre alla presa con il male di vivere, con il caso e con la morte. Non si trova mai rappresentanti dell'alta borghesia, ma quelli che potrebbero essere i vicini della porta accanto: il sarto, il balie, il professore, il piccolo proprietario di negozi che ha una vita sconvolta dalla sorte e dal dramma familiare. Il personaggio ci viene presentato così come appaie. E difficile trovare un'approfondita analisi psicologica. La fisionomia e spesso eccentrica. Per il sentimento del contrario, il personaggio ha un carattere *opposto* a come si presenta. I personaggi conversano nel presentarsi per come essi *sentono* di essere. Ma alla fine, e sempre preda del caso, che li farà apparire diverso e cambiato.  Novelle per un anno -- è uno dei più grandi scrittori di novelle, raccolte dapprima nell'opera Amori senza amore. In seguito si dedica maggiormente per tutta la sua vita, cercando di completarla, alla raccolta Novelle per un anno, così intitolata perché il suo intento e quello di scrivere 365. Novelle per un anno, Firenze, Bemporad; Milano, Mondadori); Scialle nero (Firenze, Bemporad); La vita nuda, Firenze, Bemporad, La rallegrata, Firenze, Bemporad, L'uomo solo, Firenze, Bemporad, La mosca, Firenze, Bemporad, In silenzio, Firenze, Bemporad, VII, Tutt'e tre, Firenze, Bemporad, Dal naso al cielo, Firenze, Bemporad, IX, Donna Mimma, Firenze, Bemporad);  Il vecchio Dio, Firenze, Bemporad,  La giara, Firenze, Bemporad, Il viaggio, Firenze, Bemporad, Candelora, Firenze, Bemporad, Berecche e la guerra, Milano, Mondadori, Una giornata, Milano, Mondadori). Si svolge la produzione letteraria di Pirandello meno conosciuta dal grande pubblico, quella delle poesie che, contrariamente alla composizione teatrale, non esprimono alcun tentativo di rinnovamento sperimentale estetico, e seguono piuttosto le forme e i metri tradizionali della lirica classica, pur non rimandando a nessuna delle correnti letterarie presenti al tempo dello scrittore.  Nell'antologia poetica Mal giocondo, pubblicata a Palermo, ma la cui prima lirica risale quando P. aveva appena tredici anni, emerge uno dei temi dell'ultima estetica pirandelliana del contrasto tra la serena classicità del mito e l'ipocrisia e la immoralità sociale della contemporaneità. Sono presenti, come nota lo stesso P., anche toni umoristici, specie quelli derivati dal suo soggiorno a Roma. “Mal giocondo” (Palermo, Libreria Internazionale Pedone Lauriel); Pasqua di Gea, Milano, Galli (dedicata a Schulz-Lander, di cui si innamora a Bonn, con una chiara influenza della poesia di Carducci. Pier Gudrò, Roma, Voghera, Elegie renane, Roma, Unione Cooperativa) -- il cui modello sono le Elegie romane di Goethe); Elegie romane, traduzione di Goethe, Livorno, Giusti, Zampogna, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, Scamandro, Roma, Tipografia Roma, Fuori di chiave, Genova, Formiggini, Pirandello nel cinema Inizialmente Pirandello non amava molto il cinema, considerato inferiore al teatro, e questo interesse maturò lentamente, negli anni. Il rapporto tra P. e il cinema fu complesso, ambiguo, conflittuale, a volte di totale rifiuto, altre volte di grande curiosità. E fu certamente la curiosità per questa nuova modalità di narrazione per immagini, che si era già strutturata come industria cinematografica, che lo spinse a scrivere il romanzo Si gira, poi ripubblicato con il titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore. In questo romanzo il suo giudizio sul cinematografo è spietato sia quando teme che il pubblico abbandoni i teatri per correre a vedere su uno schermo "larve evanescenti" prodotte in maniera meccanica e fredda, sia quando descrive il mondo della produzione cinematografica popolato di personaggi volgari impeg confezionare prodotti commerciali per soddisfare il palato delle masse e gli interessi degli uomini d'affari. Nello stesso tempo la struttura stessa del racconto letterario e l'ipotesi, da lui stesso formulata, di trarne un film prefigurano un'idea di linguaggio cinematografico di grande modernità: il film nel film. Momento cruciale per la storia del cinema, nei primi decenni del suo sviluppo, fu l'avvento del sonoro. Anche in questo caso ad un iniziale rifiuto seguì una svolta significativa. In una lettera a Marta Abba, Pirandello scrisse. L'avvenire dell'arte drammatica e anche degli scrittori di teatro è adesso là. Bisogna orientarsi verso una nuova espressione d'arte: il film parlato. Ero contrario, mi sono ricreduto" Pirandello sul set de Il fu Mattia Pascal con Pierre Blanchar e Isa Miranda Il lume dell'altra casa di Ugo Gracci. Il crollo di M. Gargiulo, Lo scaldino di Genina. Ma non è una cosa seria di Augusto Camerini, La rosa di Arnaldo Frateili Il viaggio di Gennaro Righelli Il fu Mattia Pascal di Marcel L'Herbier  La canzone dell'amore di Gennaro Righelli, primo film sonoro italiano è tratto dalla novella In silenzio. Come tu mi vuoi di George Fitzmaurice con Greta Garbo Acciaio di Ruttmann. Il fu Mattia Pascal di Pierre Chenal, Questa è la vita di Giorgio Pàstina, Aldo Fabrizifilm a quattro episodi, tutti tratti da una novella: La giara, Il ventaglino, La patente e Marsina stretta. Come prima, meglio di prima di J. Hopper Liolà di A. Blasetti Il viaggio di Vittorio De Sica Enrico IV di Marco Bellocchio Kaos di P. e Taviani, adattamento da Novelle per un anno, Le due vite di Mattia Pascal di Monicelli Tu ridi di P. e Taviani, adattamento da Novelle per un anno; La balia di Bellocchio, adattamento da Novelle per un anno; P. nell'opera lirica La favola del figlio cambiato di Gian Francesco Malipiero, Liolà di Giuseppe Mulè, Six Characters in Search of an Author di Hugo Weisgall, Sagra del Signore della Nave di Michele Lizzi, Sogno (ma forse no) di Luciano Chailly. Altre opere: Mal giocondo, Palermo, Libreria Internazionale Pedone Lauriel); A la sorella Anna per le sue nozze, Roma, Tipo-Litografia Miliani e Filosini,  Pasqua di Gea, Milano, Galli,  Amori senza amore, Roma, Bontempelli); Pier Gudrò, Roma, Voghera, Elegie renane, Roma, Unione Cooperativa; Traduzione di Goethe, Elegie romane, Livorno, Giusti, Zampogna, Roma, Società Editrice Alighieri, Beffe della morte e della vita, Firenze, Lumachi, Lontano. Novella, in "Nuova Antologia", Quand'ero matto.... Novelle, Torino, Streglio, Il turno, Catania, Giannotta); Beffe della morte e della vita. Firenze, Lumachi, Notizia letteraria, in "Nuova Antologia", Dante. Poema lirico di G. Costanzo, "Nuova Antologia", Bianche e nere. Novelle, Torino, Streglio); Il fu Mattia Pascal, Roma, Nuova Antologia, Erma bifronte. Novelle, Milano, Treves); Prefazione a Giovanni Alfredo Cesareo, Francesca da Rimini. Tragedia, Milano, Sandron, Studio preliminare a A. Cantoni, L'illustrissimo. Romanzo, Roma, Nuova Antologia, Arte e scienza. Saggi, Roma, Modes, L'esclusa, Milano, Treves, Umorismo, Lanciano, Carabba); “Scamandro” (Roma, Tipografia); “La vita nuda” (Milano, Treves); “Suo marito, Firenze, Quattrini); “Fuori di chiave, Genova, Formiggini, Terzetti, Milano, Treves); “I vecchi e i giovani, Milano, Treves); Cecè. In "La lettura",  Le due maschere, Firenze, Quattrini, Erba del nostro orto” (Milano, Studio Lombardo); “La trappola” (Milano, Treves); “Se non così” "Nuova Antologia", Si gira ( Milano, Treves); “E domani, lunedì” (Milano, Treves); “Liolà” ( Roma, Formiggini); Se non così Con una lettera alla protagonista, Milano, Treves); “Un cavallo nella luna” (Milano, Treves); Maschere nude,  Milano, Treves, Pensaci, Giacomino, Così è (se vi pare), Il piacere dell'onestà, Milano, Treves); Il giuoco delle parti. Ma non è una cosa seria. Milano, Treves, Lumie di Sicilia. Il berretto a sonagli. La patente. Milano, Treves, L'innesto.  La ragione degli altri, Milano, Treves,  Berecche e la guerra, Milano, Facchi, Il carnevale dei morti. Firenze, Battistelli, Tu ridi. Milano, Treves); Pena di vivere così, Roma, Libreria nazionale,  Maschere nude” (Firenze, Bemporad); Tutto per bene. Firenze, Bemporad, Come prima meglio di prima. Firenze, Bemporad); “Sei personaggi in cerca d'autore -- commedia da fare” (Firenze, Bemporad); Enrico IV (Firenze, Bemporad); L'uomo, la bestia e la virtù” (Firenze, Bemporad, La signora Morli, una e due. Firenze, Bemporad, Vestire gli ignudi. Firenze, Bemporad, La vita che ti diedi. Firenze, Bemporad, Ciascuno a suo modo. Firenze, Bemporad, X, Pensaci, Giacomino! Firenze, Bemporad, Così è (se vi pare). Firenze, Bemporad, Sagra del signore della nave, L'altro figlio, La giara. Firenze, Bemporad); Il piacere dell'onestà. Firenze, Bemporad,  Il berretto a sonagli. Firenze, Bemporad,  Il giuoco delle parti. Firenze, Bemporad, Ma non è una cosa seria. Firenze, Bemporad, L'innesto Firenze, Bemporad, La ragione degli altri. Firenze, Bemporad, L'imbecille, Lumie di Sicilia, Cecè, La patente.Firenze, Bemporad, All'uscita. Mistero profano, Il dovere del medico. La morsa.  L'uomo dal fiore in bocca. Dialogo, Firenze, Bemporad, Diana e la Tuda.  Firenze, Bemporad,  L'amica delle mogli. Firenze, Bemporad, La nuova colonia. Firenze, Bemporad, Liolà. Firenze, Bemporad, O di uno o di nessuno. Firenze, Bemporad, Lazzaro (Milano, Mondadori); “Questa sera si recita a soggetto” (Milano, Mondadori); “Come tu mi vuoi” (Milano, Mondadori); “Trovarsi” (Milano Mondadori); “Quando si è qualcuno” (Milano, Mondadori); “Non si sa come” (Milano, Mondadori); “Novelle per un anno, Firenze, Bemporad, Milano, Mondadori, I, Scialle nero, Firenze, Bemporad, La vita nuda, Firenze, Bemporad, La rallegrata, Firenze, Bemporad, L'uomo solo, Firenze, Bemporad,  La mosca, Firenze, Bemporad, In silenzio, Firenze, Bemporad, Tutt'e tre, Firenze, Bemporad, 1Dal naso al cielo, Firenze, Bemporad, Donna Mimma, Firenze, Bemporad, Il vecchio Dio, Firenze, Bemporad, La giara, Firenze, Bemporad, Il viaggio, Firenze, Bemporad, Candelora, Firenze, Bemporad,  Berecche e la guerra, Milano, Mondadori,  Una giornata, Milano, Mondadori, Teatro dialettale siciliano, 'A vilanza, Cappiddazzu paga tuttu, con Nino Martoglio, Catania, Giannotta, Prefazione a N. Martoglio, Centona. Raccolta completa di poesie siciliane con l'aggiunta di alcuni componimenti inediti, Catania, Giannotta, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze, Bemporad, Uno, nessuno e centomila, Firenze, Bemporad, Prefazione a E. Levi, Lope de Vega e l'Italia, Florencia, Sansoni, Introduzione a S.D'Amico, Storia del teatro italiano, Milano, Bompiani); In un momento come questo, in "Nuova Antologia",Giustino Roncella nato Boggiolo, in Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, Tutti i romanzi, Milano, A. Mondadori, Novelle per un anno, Milano, A. Mondadori, Maschere nude, Milano, A. Mondadori); Lettere a Marta Abba, Milano, Mondadori, Saggi e interventi, Milano, A. Mondadori. Oltre al Nobel ricevette diverse onorificenze:  Cavaliere di Collare dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Collare dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme Arcade Minore della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinesenastrino per uniforme ordinariaArcade Minore della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinese — Canicattì Intitolazioni. A lui è stato dedicato un asteroide. Enciclopedia Italiana Treccani alla voce Girgenti. In A. Camilleri. Biografia del figlio cambiato, Milano, Lettere da Palermo e da Roma, Bulzoni, Roma, Il risorgimento familiare. Medicina e Insonnia. in.. Riferimenti autobiografici a questo problema che affligge si trovano in numerose sue opere: Il turno, L'amica delle mogli, Il fu Mattia Pascal, L'uomo solo, La trappola, La giara  G. Bonghi, Biografia di P.., Edizione dei classici italiani  A. Camilleri, In effetti, afferma in un lettera ai familiari da Roma. I professori di questa università, nella facoltà mia, sono d’una ignoranza nauseante (Lettere giovanili da Palermo e da Roma Bulzoni, Roma, difese pubblicamente durante una lezione un suo compagno rimproverato ingiustamente dal rettore.  M. Manotta, L. Pirandello, Pearson Italia S.p.a.,  Da Album Pirandello, I Meridiani Mondadori, Milano, A. Camilleri, Biografia del figlio cambiato, BU. La storia di Luigi e Antonietta è infatti quella di un matrimonio di una Sicilia di fine '800, combinato per interesse, da parte di due soci nel commercio dello zolfo. Antonietta porta la dote che assicura ai giovani sposi sbarcati da Girgenti in continente e approdati a Roma, una vita tranquilla e permette a Luigi di affermarsi come scrittore. Il matrimonio d'interesse è sublimato grazie alla letteratura e diventa un matrimonio d'amore con la moglie ideale (in Anna Maria Sciascia, Il gioco dei padri. Pirandello e Sciascia, Avagliano, S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario Milano, Principato, Storia, G. Mazzacurati, Introduzione e biografia, dalla Prefazione a Il fu Mattia Pascal, Einaudi; Vita di Pirandello; Pirandello e la moglie Antonietta, G. GiudiceTipografico Torinese, M. Manotta, Pearson Paravia Bruno Mondadori, L. P., S. P., A. P., Il figlio prigioniero: carteggio tra L. e S. Pirandello durante la guerra Mondadori,  Motivazione del Premio Nobel per la Letteratura. TUTTI I NO DI MUSSOLINI A P.. L'arci-fascista non piace al Duce; G. Afeltra, Mia cara Marta, l'amore platonico di Pirandello  Tra Pirandello e M. Abba ottocento lettere di emozioni  Einstein e l'invito. Lo scontro che nessuno vide  L. Lucignani, Pirandello, la vita nuda, Giunti, Pirandello e la prima guerra mondiale. Chiede di entrare nei Fasci (La Stampa); F. Sinigaglia, I volti della violenza a teatro, Lucca, Argot. Non e l'unico filosofo che si iscrive al partito fascista nel pieno della vicenda Matteotti. Ungaretti si iscrisse appena nove giorni dopo il funerale di Matteotti (Stato matricolare di Ungaretti, Università "La Sapienza" di Roma. La sua adesione al fascismo, G. Giudice, Pirandello (POMBA Torino); Pirandello e la politica, su atutta scuola. G. Lagorio, Troppi idiotic. E P. partì; P., nudità e FASCISMO; P.. Gli anni del fascismo; Mussolini, Nel solco delle grandi filosofie -- relativismo e fascismo, in Il popolo d'Italia. Le idee di Mazzini e di Sorel influenzano profondamente il fascismo di Mussolini e GENTILE (S. Zamponi, Lo spettacolo del fascismo, Rubbettino. Sorel è veramente il notre maître (Mussolini, Il Popolo in Opera Omnia); Interviste: parole da dire, uomo, agl’altr’uomini, Rubbettino; riportato da Giudice. Prefazione alle Novelle per un anno, Milano, Storie dalla storia, L'oro alla patria Il Sole 24 ORE  M. Sambugar, Letteratura italiana per moduli, Incontro. R. Dombroski, L'esistenza ubbidiente – la filosofia sotto i fasci (Guida); L'Ovra a Cinecittà di Marino,  Boringhieri, Il Post); I giganti della montagna, taote.  Così, in una bara in affitto, riportammo a Girgenti le sue ceneri. Malgrado i divieti prima del gerarca, poi del pre-fetto, e infine del vescovo. In Camilleri e lo strano caso delle ceneri di Pirandello. N. Borsellino, Il dio di Pirandello: creazione e sperimentazione, Sellerio, R. Alajmo, Le ceneri di Pirandello, Drago, in Saggi poesie, scritti varii Mondadori, Milano). I filosofi hanno il torto di non pensare alle bestie e davanti agl’occhi di una bestia crolla come un castello di carte qualunque sistema filosofico. D. Marcheschi, L'umorismo, Milano, Oscar Mondadori, X.  Marcheschi rivela che copia intere pagine del saggio da opere precedenti di Dumont, Binet, Séailles, Negri, Marchesini, nonché dalla Storia e fisiologia dell'arte di Ridere di Massarani. Vedi articolo de Il Giornale, in “Caro P., ti ho beccato a copiare.  P., L'umorismo e altri saggi, Giunti; S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario Milano, Principato, TP.: guida al Fu Mattia Pascal, Carocci, Scrittori sull'orlo di una scelta spiritista  Sambugar, La sua filoofia s'inserisce in un contesto culturale in cui è presente il concetto di relativismo: la teoria della relatività di Einstein, il Principio di indeterminazione di Heisenberg, la teoria quantistica di M. Planck. Simmel fonda il suo relativismo sulla convinzione che non esistono leggi storiche obiettivamente valide. Dizionario di filosofia). E nelle arti figurative il relativismo è ripreso dal cubismo caratterizzato da una rappresentazione dell'oggetto considerato simultaneamente da diversi punti di vista. S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario Milano, Principato, Maschere nude, Zorzi, Newton Compton); Providenti, Epistolario familiare giovanile Quaderni della Nuova Antologia, Le Monnier, Firenze, Roberto Alonge, Pirandello, Laterza, Bari, Elio Providenti, Luigi Pirandello. Epistolario, Quaderni della Nuova Antologia, Le Monnier, Firenze); U. Artioli, L'officina segreta di Pirandello, Laterza, RomaBari, Luigi Pirandello, una vita da autore, repubblicaletteraria. C. Vicentini, Il disagio del teatro (Marsilio, Venezia). La prima rappresentazione della commedia La morsa si ha a Roma, al Metastasio, ad opera della Compagnia del "Teatro minimo" diretta da N. Martoglio che la mise in scena assieme all'atto unico Lumie di Sicilia. Cedendo alle insistenze di Martoglio acconsentì a che La morsa e Lumie di Sicilia sono rappresentate nella stessa serata. I due atti unici hanno diverso esito presso il pubblico, che accolge con favore La morsa, mentre non grade Lumie di Sicilia (in Interviste, Parole da dire, uomo, agli altri uomini" di I. Pupo, Rubettino,  Legato a ricordi della fanciullezza di Pirandello.  Da. Savio, Il carnevale dei morti. Sconciature e danze macabre nella narrative, Novara, Interlinea. l mio primo libro fu una raccolta di versi, “Mal giocondo”. In quella prima raccolta di versi più della metà sono del più schietto umorismo, e allora io non so neppure che cosa e l'umorismo ("Le lettere"); “Il cinema di Amedeo Fago P. NASA. Enrico 4., Firenze, Bemporad e figlio, Esclusa, Milano, Fratelli Treves, Fu Mattia Pascal, Milano, Treves, I P.. La famiglia e l'epoca per immagini, E. Zappulla, Catania, la Cantinella, R. Alonge, Roma-Bari, Laterza, U. Artioli, L'officina segreta” (Bari, Laterza); Barilli, La linea Svevo-P., Milano, Mursia, E. Bonora, Sulle novelle per un anno in Montale e altro novecento, Caltanissetta-Roma, Sciascia, N. Borsellino, Ritratto e immagini, Roma-Bari, Laterza, N. Borsellino e W. Pedullà (diretta da), Storia generale della letteratura italiana, Il Novecento, La nascita del Moderno, Milano, Motta, Michele e Rössner, L’identità italiana, Atti del Convegno internazionale di studi pirandelliani, Graz Pesaro, Metauro, Arcangelo Leone De Castris, Storia di Pirandello (Bari, Laterza); A. Benedetto, Verga, Annunzio, Pirandello (Torino, Fògola); L. Lugnani, L'infanzia felice (Napoli, Liguori); Macchia, “La stanza della tortura, Milano, Mondadori,  Pirandello e dintorni, Catania, Maimone, F. Medici, Il dramma di Lazzaro. Asprenas, A.  Pagliaro,  “U ciclopu, dramma satiresco d’Euripide ridotto in siciliano (Firenze, Monnier); G. Podestà,  "Humanitas", F. Puglisi, L'arte; Messina-Firenze, D'Anna, F. Puglisi, P. e la sua lingua, Bologna, Cappelli, Puglisi, P., Milano, Mondadori, F. Puglisi, P. e la sua opera Catania, Bonanno, C. Salinari, Miti e coscienza del decadentismo italiano. D'Annunzio, Pascoli, Fogazzaro, P.” (Milano, Feltrinelli); A. Sichera, Ecce Homo!Nomi, cifre e figure di P. (Firenze, Olschki); Scrivano, La vocazione contesa (Roma, Bulzoni, Taffon, Il gran teatro del mondo, in Maestri drammaturghi nel teatro italiano. Tecniche, forme, invenzioni, Roma, Laterza, G. Venè, “Fascista. La coscienza borghese tra ribellione e rivoluzione” (Venezia, Marsilio); Veronesi (Napoli, Liguori); Vicentini, “Il disagio del teatro” (Venezia, Marsilio); R. Vittori, Il trattamento cinematografico dei 'Sei personaggi' (Firenze, Liberoscambio); Zappulla, P. E LA FILOSOFIA SICILIANA, Catania, Maimone, Filosofi siciliani del secondo dopoguerra, Catania, Maimone. Casa d Fabbri Lanterninosofia  su Pirandello Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Conferenza Episcopale Italiana. nobelprize. Audiolibri di Luigi Pirandello, su LibriVox.  di P., su Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff.:etteratura fantastica, Fantascienza. Movie L., su Internet Broadway Database, The Broadway League. P., su filmportal.de.  Centro Nazionale Studi Pirandelliani, su cnsp. Istituto di studi pirandelliani allo Studio P.. E. Licastro, Pirandello fra Spengler e Wittgenstein. GIRGENTI(das alte AGRIGENTVM), einer der sieben Haupt- orte, in welche sich Sicilien politisch teilt, liegt wenige Kilo- meter von der südlichen Küste der Insel und zählt etwa 20 000 Einwohner. Gegen Norden erstreckt sich seine Provinz bis Cammarata, westlich bis Sciacca, gegen Osten bis an den Flufs Maroglio, und umfalst die Gegenden Aragona, Favara, Naro, Canicattí, Casteltérmini, Cianciana, Cammarata, S. Stéfano, Ribera, Sciacca, Bivona, Re- calmuto, Raffadali, Licata u. a. Die mundartlichen Grenzen entsprechen aber nicht genau den Verwaltungs-Grenzen; wir finden deshalb, dals, während es zwischen GIRGENTI und den kleinen es umgebenden Gegenden, wie z. B. PORTO EMPEDOCLE, Siculiana, Montaperto, Aragona, Recalmuto, Favara, aufser einer gewissen Dehnung der Aussprache nur sehr seltene oder fast keine Verschiedenheiten giebt, man das- selbe von den Gegenden, die sich mehr von ihm entfernen, nicht sagen kann. So z. B. Canicattí und Casteltérmini nähern sich mehr der mundartlichen Gruppe des Innern der Insel (Caltanissetta), wo die Aussprache im allgemeinen sehr gedehnt ist, und in ihren Gegenden bemerkt man besonders die Diphthongierung des e (g, e) und des o (e, ?), welche in Girgenti (Hauptort) und an den Küsten ganz unbekannt ist. So nähert sich auch Licata etwas den Mundarten der Südost- spitze, namentlich in der Entwickelung des kz (aus pl, cl, tl) zu et (canu, occu, veciu, wie in Noto, Múdica); ferner gehört Sciacca fast ganz zu der mundartlichen Gruppe der westlichen Küste der Insel, da in ihr die Hauptmerkmale selbst, die ge-wöhnlich in der ganzen Provinz sind, fehlen: /+ Hiati =gy, statt =/ (filiu = figgyu, agrig. fitu); Perfekt -avit = áu statt ú (purtáu, purtá); 9+a, 0, u=j: jammi, jaña (agrig. gammi, gaña) u. s. w. Bei der Verfertigung dieser Arbeit habe ich besonders die folgenden Werke benutzt: F. Diez, Grammatik der romanischen Sprachen. Meyer-Lübke, Grammatik der romanischen Sprachen. Italienische Grammatik. Leipzig 1890. H. Schneegans, Laute und Lautentwickelung des sicilianischen Dialektes. Strafsburg; Hüllen, Vokalismus des alt- und neusicilianischen Dialektes. Bonn; Giovanni, Cinquanta Canti, novelline, sequenze e scritti popolari siciliani. Palermo; Giovanni, Venticinque Canti e novelline popolari siciliane. Palermo] und manche andere, die ich in derselben nicht unterlassen habe zu citieren. Sehr viel aber hat es mir auch geholfen, dals ich aus der Provinz GIRGENTI gebürtig bin und in mir selbst die beste Grundlage meiner Arbeit gefunden habe. Für die gütige Teilnahme an der Arbeit sage ich Foerster hiermit meinen herzlichsten Dank; ferner mufs ich auch dem Herrn Prof. E. Monaci, meinem hochver- chrten Lehrer in Rom, danken und den Freunden Prof. E. Si- cardi von Palermo, Dr. Giovanni Taormina von Siculiana für die mir liebenswürdig gesandten Nachrichten. Laute und Lautentwickelung  der  Mundart von GIRGENTI.  Halle a. S.,  Druck der Buchdruckerei des Waisenhauses. Foerster  in dankbarer Verehrung  gewidmet. GIRGENTI (das alte AGRIGENTVM), einer der sieben Hauptorte, in welche sich Sicilien politisch teilt, liegt wenige Kilometer von der südlichen Küste der Insel und zählt etwa 20 000 Einwohner. Gegen Norden erstreckt sich seine Provinz bis Cammarata, westlich bis Sciacca, gegen Osten bis an den Flufs Maroglio, und umfalst die Gegenden Aragona, Favara, Naro, Canicattí, Casteltérmini, Cianciana, Cammarata, S. Stéfano, Ribera, Sciacca, Bivona, Recalmuto, Raffadali, Licata u.a. Die mundartlichen Grenzen entsprechen aber nicht genau den Verwaltungs-Grenzen; wir finden deshalb, dafs, während es zwischen Girgenti und den kleinen es umgebenden Gegenden, wie z. B. Porto-Empe-docle, Siculiana, Montaperto, Aragona, Recalmuto, Havara, aufser einer gewissen Dehnung der Aussprache nur sehr seltene oder fast keine Verschiedenheiten giebt, man dasselbe von den Gegenden, die sich mehr von ihm entfernen, nicht sagen kann. So z. B. Canicattí und Casteltérmini nähern sich mehr der mundartlichen Gruppe des Innern der Insel (Caltanissetta), wo die Aussprache im allgemeinen selir gedehnt ist, und in ihren Gegenden bemerkt man besonders die Diphthongierung des e (g, e) und des o (8, p), welche in GIRGENTI (Hauptort) und an den Küsten ganz unbekannt ist.  So nähert sich auch Licata etwas den Mundarten der Südost-spitze, namentlich in der Entwickelung des liz (aus pl, c, tl) zu c (canu, ou, veccu, wie in Noto, Módica); ferner gehört Sciacca fast ganz zu der mundartlichen Gruppe der westlichen Küste der Insel, da in ihr die Hauptmerkmale selbst, die ge-wöhnlich in der ganzen Provinz sind, fehlen: /+ Hiat i = gy, statt = 1 (filiu - figgyu, agrig. fitu); Perfekt -avit = áu statt (purtáu, purtá); 9+a, 0, u-j: jammi, jaña (agrig. gammi, gana) u. s. w.  Bei der Verfertigung dieser Arbeit habe ich besonders die folgenden Werke benutzt:  F. Diez, Grammatik der romanischen Sprachen. Meyer-Lübke, Grammatik der romanischen Sprachen; Italienische Grammatik. Leipzig; Schneegans, Laute und Lautentwickelung des sicilianischen Dialektes. Strafsburg Hüllen, Vokalismus des alt- und neusicilianischen Dialektes. Bonn. Giovanni, Cinquanta Canti, novelline, sequenze e scritti popolari siciliani. Palermo; Giovanni, Canti e novelline popolari  siciliane. Palermo] und manche andere, die ich in derselben nicht unterlassen habe zu citieren.  Sehr viel aber hat es mir auch geholfen,  dals ich aus der Provinz GIRGENTI gebürtig bin und in mir selbst die beste Grundlage meiner Arbeit gefunden habe.  Für die gütige Teilnahme an der Arbeit sage ich Foerster hiermit meinen herzlichsten Dank; ferner mufs ich auch dem Monaci, meinem hochverehrten Lehrer in Rom, danken und den Freunden Sicardi von Palermo,  Taormina von Siculiana  für die mir liebenswürdig gesandten Nachrichten.Diakritische Zeichen.*  Vokalismus.  ç = offenes e, e = geschlossenes r, i = sehr offenes i,  beinahe e, a = sehr offenes u, beinahe o, !. Halbvokale.  Konsonantismus.  *Kons. = gedehnte Aussprache des Anlautes: dumama,  decottu, bannera, ve, "Roma,  k? = fl: zuri (flore), xmmi (flumen),  % = ts: carraratu,  2= ds: vurza,  i = palat. c,  g = palat. g,  J2 = ital. gh in ghiotto,  $ = franz. ch in „cheval",  del = Il (es wird bei uns nicht mit Schneegans gebildet, „in-dem man die Zungenspitze nicht wie bei d gegen die obere Zahnreihe drückt, sondern gegen die Gaumen-höhle, nachdem man sie nach hinten umgeschlagen hat"; denn es ist nicht das Gaumen-d der Sarden, klingt vielmehr palatal: es ist ein mit dem Zungen-rücken auf dem Mittelgaumen hervorgebrachtes g, wobei die Zungenspitze den Rand über den oberen Alveolen berührt,  4 = mouilliertes / (ital. gl),  ñ = mouilliertes n (ital. gn),  += ti + Vok. - ist die stimmlose zu der stimmhaften d!, Sf = sti+ Vok. — wobei die Zungenspitze sich gegen den Mittelgaumen mehr nähert als bei s,  i — faukales n in sanu (sangue),  le = ital. ch + Vok. im Hiat (liy = liz),  'm)  'n)  = Vokm, Vok.n.  *) Man entschuldige die Ungleichartigkeit ciniger Zeichen mit dem  Fehlen entsprechender Zeichen im Vorrat der Druckersi. A  bleibt in der Regel sowohl in GIRGENTI (Hauptort) als in der Provinz unverändert: capu (caput); fava (faba); lizavi (clave); amu (hamu); vraca (braca); lagu (lacu); paci (pace); vaggu (radiu); maju (maju); gratu (gratu); gradu (gradu); nasu (nasu); manu (manu); bañu (*baneu); "raru (raru); ala (ala); pata (palea); cavaddu (caballu); annu (annu); gattu (cattu); passu (passu); parti (parte); arcu (arcu); árbulu (arbor); ama (arma); marba (malva); áutu (altru); cáudu (caldu); fúusu (falsu); canta (cantat); canca (cambiat); santu (sanctu); latte (lacte); matressa (metaxa); labbru (labru); pati (patre).  Besondere Fälle - lat. mälum. Im allg. Sicilianischen fehlt die entsprechende Form zum ital. melo aus griech. melon (u82ov); statt ihrer findet sich nur pumu; ammilatu, d.h. „del sapore o del colore d'una mela" ist aus ital. melo geholt und wird metaphorisch wie in „parlari ammilatu" gebraucht. Mu-luni (aus Angleichung des i an das tönende u) ist der ital. mellone. Lat. gravis (ital. grave und greve, cf. Canello, Arch. glott. ital.) ist allg. siz. gravi adjektivisch und ad-verbial, aber gelehrt, z. B. „casu gravi, malatu gravi"; zun ital. greve „con valore puramente materiale" entspricht agrig. gravisu; sonst hat *grevis in grevu „geschmacklos" „dumm" und „pesante nello scherzo", deshalb grizanza, und in grevia „mal' umore, pesantezza di spirito" seine Stelle ein-genommen. Lat. alacer hat sich nur im Sinne von „pronto, attivo, vivace" im ital. alacre, alacrità, alacremente, aber ge-lehrt und entlehnt, erhalten; im Sinne von „lustig, fröhlich, freudig, heiter" ist vulglat. *alécrus an seine Stelle getreten: ital. allegro, allg. siz. allegru, oft bei dem Volke: allégiru, mit  i - Einschiebung. Lat. ceraseus hat sich im ganzen Sicilianischen sing. crasa, plur. crasi erhalten; cf. sard. kerasa, neap.-röm. ierasa, ¿erase (nicht ierase, wie Meyer-L., Ital. Gram. schreibt). Lat. Suffix -aria, -arius erscheint im allg. Sic. und im Agrig. als -ara, -aru; als ara, -are; als -cra,  -eri; als -er, - ergu.  Beispiele:  panaru, picuraru, nutaru, vurdunaru, azaru, jin-naru, frivaru, murtaru u. a. (echt volkstümlich);  sigritarzu, calanar, ssafalaru, mancataru, nivis-sargu u. a.;  1) vueri, giseri, camperi, lucanneri, luktigeri u. a.; rifrigger, maggisterzu, virser u. a.  Doppelformen: abbirsarm entgegenstehend und virseru Widersacher, Teufel, adversarius; arginteri Silberarbeiter und Argintaru Name eines Berges aus argentarius; cavaddaru Führer der Lastpferde und cavaleri (die Landbewohner nennen cavalera eine Mandel, die harte Schale hat) aus *caballarius; galera (auch galia Galere) Gefängnis, z. B. „mannari 'ngalera" zur Zwangsarbeit verurteilen und gallaría (?), cf. Canello, aus calaria von sãñov; quartara Krug „la quarta parte d'un barile" und quarteri Stadtviertel aus quartarius; cannilaru Lichtzieher und cannileri Leuchter aus *candela-rius u.a. Man konnte hier auch svarzu, sbar (ital. svago) Belustigung und sgarru, sbatu (ital. sbaglio) aus *ex-varius, varius = Badeós, cf. Canello, hinzufügen.  Die volkstümliche Entwickelung von -arius ist aber nur  -aru, wie Schneegans gut erklärt hat; - arzu ist besonders ital. Einfuhr, v. g. calendario, proprietario, segretario, locatario „colvi che prende a pigione casa, bottega etc.", Fan-fani, Voc. ital. neben locandiere „padrone d'una locanda" (statt lucataru oder lucataru findet sich aber agrig. lucateri neben lucanneri in demselben Sinne wie im Ital.); - eri, - eru sind besonders französisch oder italianisierend auf franz. Ur-sprung, vgl. boucher, agrig. vucteri, altfrz. jusier, agrig. giseri, prov. campier, agrig. camperi u. a.  Allg. sic. jittari, jetta, jittatu dürfte nicht auf ejéctat beruhen (Meyer-L., Ital. Gramm.), sondern, wie im franz.  *jecère, a durch j beeinflufst sein.  Lat. natare (ital. notare, nuota) ist in Girgenti natari, nata in der Regel geblieben, und so auch aqua — acqua; caseu - cau (s + Hiat i). Zu dem calab. miercu (Meyer-L.) entspricht agrig. mercu (ital. marco, marchio Zeichen), miercu in Casteltermini, Canicatti, mircari (cf. altfranz. merc, merchier).  Lat. habeo = aju, neben e, eju; darüber ist zu bemerken:  a) e kann einfache Kontraktion von aju sein, vgl. t'e mannatu,  l'e amatu Licata = t'aju mannatu, l'aju amatu) e= aju a  + Infinitiv (von aj'a..., cf. franz. j'ai à ...). Die einfachen Formen des FVTVRVM sind in GIRGENTI mundartlich ganz und gar ungewöhnlich: t'e fari moriri, t'e mannari a "Roma = t'aj'a "fari moriri, t'aj'a mannari a "Roma (ital. ti faró morire, ti manderó a Roma); y) die Form eju = aju, speziell aus Casteltermini, kann so gebildet sein: zwischen e (gewöhn-liche, einfache Kontraktion von aju) und a + Infin. ist ein j  vorgekommen, vgl. z. B. affirratu e janci (e = ai Artikel und  hanéi, anci von ganci, ital. gancio); ej a jiri = e a jiri; später  wird ej a zu eja, wie in m'eja namurari = m'aiu a "na-  murari, danach wird eja zu aju analogisiert eju. Sehr häufig ist ferner a von aju a, besonders in der Stadt Girgenti und an den Küsten: m'a namurari, m'a fari 'stu piacri = mai a fari stu piaciri; d) die literarischen Formen aja, ajamu, ajati, ajanu sind mundartlich ungewöhnlich; nur in einer verwünschenden Ausrufung - "mannagga! (mal ne abbia) findet sich agga von habea.  Agrig. lizovu, covu in Licata, aus clavus ist nicht klar; aber vielleicht läfst es sich aus clavr = clau-u = clau-v-u erklären. - Lat. sapio (ital. so) ist in GIRGENTI saie (p+i im Hiat = ē) regelrecht geworden. - Muncu (ital. monco) aus mancu ist nicht volkstümlich; statt seiner sagt das Volk:  ¿uncu (cf. ital. cionco), oder „sen:a manu", aber mancari,mancu, mancanza (für monco neben manco im Ital., of. Canello).  Suffix -abilis = abili, abuli: curabili, maniatuli; öfters aber hat ital. -evole seine Stelle eingenommen: ludevuli, cum-  passiunevuli, durevuli u. a.  Suffix-aticum = aggu; cumpanaggu (ital. companatico);  sarvaggu (silvaticu) u. a. Gelehrtes -aticu is geblieben in: stallaticu (ital. stallatico, auch stallaggio), viaticu, estaticu.  Mlat. amandola (ital. mandorla) giebt ménnula (cf. occ.  amenlou).  Neben kuarke (ital. qualche) aus qualeque, findet sich uft, auch in agrig. lorki, vielleicht aus *kaurki; möglich finde ich es, weil ich viele Male kaurkidunu (ital. qualcheduno), be-sonders in Porto-Empedocle, gehört habe, obwohl das k sonst immer u an sich zu ziehen pflegt; vgl. kuatela von kautela  (auch cotela).  Endlich, der betonte Vokal a, sowohl in offener als in geschlossener Silbe, wird in einigen Mundarten der Provinz, besonders in Aragona und Recalmuto, nach Guttur, und Lab. in ua diphthongiert, z. B. guaddu, cuani, curcuari, puani.  §2. e  @ (= è litt. lat.) bleibt gewöhnlich in GIRGENTI (Hauptort)  und im allgemeinen an den Küsten. Im Innern der Provinz, und besonders in einigen Gegenden, wie z. B. Casteltermini,  Canicatti, wird e zum Diphthong ie.  e bleibt: crepa (crepat); leva (levat); tema (tremit); prega (precat); nega (negat); deci (decem); peju (pejus); meti (metit); pedi (pede); sedi (sedit); teni (tenit); seru (seru); feli (fel); peta (petra); lebbru (lepore); nela (nebula); merlu (merulu);  ecklqu (vetulu); metu (melius); teña (teneat); menzu (medius); ferru (ferru); beddu (bellu); pettu (pectus); setti (septe); sé sex); vespa (vespa); festa (festa); jinessa (genestra), erba (herba);  certr (certu); perdi (perdit); sempri (semper); centu (centí).  frieri, wieni, tieri, nierier, miete, mienzu, viers, viene,  bieni, liévitu, miévula, mierlu, mienzu, viersu u.s. w.  (Casteltermini, Canicatti). Dieser Diphthong findet sich immerim Munde des Volkes, und er ist das bemerkbarste Kennzeichen dieser Gegenden.  Dafs die gebildeten Stände beim Spre-  chen versuchen ihn zu vermeiden, versteht sich, weil er immer einem Ohre, das an gebildetes Sprechen gewöhnt ist, unangenehm auffällt. Und so wird es kommen, dals eine gebildete Person, nehmen wir an in Casteltermini selbst, um nicht mit dem Volke: „viersu, mienzu, mierlu" zu sagen, „versu, menzu, merlu" sagen wird, was dann nicht die Mundart von Casteltermini, sondern gewöhnliches Sicilianisch ist, das von jedem Gebildeten in Sicilien gesprochen wird. Die Leute aus dem Volke, die die Wörter am meisten dehnen, sprechen: „viersu, miensu, mierlu" in einer noch mehr offenen und gedehnten Weise aus, als die besser Gebildeten, welche die Diphthongen doch immer aussprechen, aber in einer weniger unangenehmen Weise. Damit will ich sagen, dals die Diphthongierung des e existiert in einigen Gegenden des Innern der Provinz, abgesehen von der Affektation und der Dehnung, mit welchen sie ausgesprochen werden kann; und dals es, nach meiner Meinung, unverantwortlich ist, aus der einfachen That-sache, dals die Gebildeten diesen Diphthong zu vermeiden suchen, zu schliefsen, wie jemand es gethan hat, dals es die blofse Wirkung affektischer Rede sei.  Dals der Vokal,  welcher die folgende Silbe schliefst, einen Einfluls auf das e ausübt, finde ich sicher (cf. neap. und calab.).  Wir finden  ½ B.: piettu, liettu, frummiente, priezza, lamientu, bieddu, mienzu, viellzu, bieni, pietti, lamienti u.s.w. - und: erba, beddo, petta, picuredda, palummedda, cublizaredda, petta, testa, terra, ichliga u. s. w.  Wenn wir hierauf keine Rücksicht neh-  men, wie können wir die zwei Formen: „bieddu" und „bed-da", „pietti" und „petta", „vieklizu" und „velkza", „patum-mieddi" und „palummedda" erklären?  Anmerkungen. Linnina aus lens, lendis, mit den calab. lindine, campob. linenc (dagegen im ital. lendine) scheint auf ein et zurückzugehen.  Vestice aus bestia (ital. bestga) würde zu Gunsten eines g sprechen, ist aber nicht volkstümlich entwickelt. Lat. HERI (ital. ieri) ist agrig. ajeri, wie im ganzen Sicil. (cf. span. ayer = ad heri).  Bei múntua (ital. méntova) ist e nach m zu a geworden. Ital. scendere, allg. sic. sinniri aus lat. descendere (kaum vermischt mit discindere, wie Meyer-L., Ital. Gramm.).  'Ntinna (wie das ital. antenna) scheint auf ein lateinisches zurückzuführen.  e zu i im Hiat.: diu, auch "di (Deus): „Di nun móta"  Gott behüte; „pi l'amuri di di" um Gottes willen; miu  (meus); in Casteltermini findet sich ma = miu, mia (vgl. ia  = iu) „ma pati", „ma mati", in der ganzen Provinz aber auch me frati, me mati, und fraturzu me neben fraturäll miu; endlich riu aus reus.  § 3.  alls vulglat. e = a) è, B) i, y) vulglat. i = kl. lat. i wird agrig. i.  a) aus lat. è: mi (me); ti (se); si (se); sivu (sebu); fici (fecit); liggi (lege); sita (seta); cridi (credit); pisu (pesu); vini (renes); sira (sera); tila (tela); cannila (candela).  Besondere Fälle: Volkstümlich (aber meist ital. Einflufs)  e statt i zeigen die Wörter: statera, neben statía (cf. ital. sta-dera); veru (veru); fera (feria); tettu (tectu), sirenu, Unbe-wölktheit, heiterer Himmel (ital. sereno); kuatela (cautela); iercu, cerki, cerca, cercanu, v. cercare; nettu (ital. netto); tirrenu (terrenu); -emu (-emus); vulemu, facemu u. s. w.; ie (-U, i) in Casteltermini, Canicattí: buliemmu, jemmu; vieru, niettu u. s. w. Ferner kuetu (quietus) vgl. ital. queto, das  Canello, Arch. glott. ital. „forma semi-popolare" nennt. Findet sich auch e statt i in den folgenden ital. Lehn-wörtern: re (re); spera (spera); velu (velo); frenu (freno); reñu (regno); sigretu (segreto); prufeta (profeta); debitu (debito); sinceru (sincero); eredi (erede); cullega (collega); essemu (estre-mo); misteru (mistero); ecu (eco); -esimu (-esimo); primavera (primavera). aus lat. I: ficatu (ficatu); liga (ligat); siti (siti); vidua (vidua); pilu (pilu); mitr (miliu); sajitta (sagitta); pinna (pinna); friddu (frigidus); siklza (sitla); ssita (strigile); nivru (nigru);  vitu (vitru); pudditu (pullitru); vinti (viginta); capissu (ca-pistru); massu (magistru); virga (virga); pasi (pisce); viscu  (viscu); rissa (rixa).  Besondere Fälle. e statt i zeigen auch hier die Wörter:  veci und 'mmeci = in + vice, ital. invece (vice); stelu, gelehrt  (stilu); selva, gelehrt (silva) - ital. stelo, selva; fermu (fir-mu) wohl Eintlufs des r; ferner vor n in menta (mintha); ssega aus ital. strega (striga); lenza (lintea); menu (minus); cumenia (aber auch 'ncuminia); tenta (triginta): die Form tinta ist mir ganz und gar unbekannt. Die niedrigen Leute zählen immer nach zwanzigen und sagen z. B.: 'na vintina e deci, di vintini, du vintiari e deci, ti bintini, um tenta, quaranta, cinquanta, sissanta zu sagen. E statt i zeigen auch empru (impiu) gelehrt; vérgini, neben virgini als kirch-licher Ausdruck: Vergini Maria. Neben rissa (rixa), findet sich ressa, gelehrt, wie im Ital. (Canello); dema-  nu gelehrt - Besitztum - neben duminzu ebenso gelehrt - Herrschaft -, Doppelformen aus dominium. Dagegen i zu a oder ai, etwa durch das franz., in ammáru, ammáina, aus adminare (altfranz. amaine), heute amène,  ist einfach  unmöglich und mufs andern Ursprung haben, vgl. Flechia Arch.  Glott., Meyer-Lübke it. Gr.) aus lat. i: ripa (ripa); lisía (lixiva); lima (lima); amicu (amicu); fatiga (fatiga); radici (radice); viti (vite); nidu (nidu); ritu (risu); vinu (vinu); carina (carina); suspira (su-spirat); filu (filu); viña (vinea); milli, oft auch mirza (mille, milia); faidda (favilla), scrittu (scriptu), lintikhzu (lentiscu);  cincu (quinque).  Anmerkungen. Es fehlen in Girgenti die entsprechenden  Formen zu den ital. trebbia (durch Vermischung von tribulum und tribula, Meyer-Lübke, op. cit. § 52), merxo (wenn es zu mitis gehört), segala, elce, stegola (stivula, stiva Caix, Studi 595, wenn man nicht mit Mussafia Beitrag 111, 1 zu hasticula stellt); vetrice, artetico (s. Meyer-L.): finden sichaber in der Regel crisima, carina, lítica, ital. cresima, carina, letica (von litigare).  In Recalmuto, besonders bei den Landbewohnern, wird i  fast zu e, mit groser Dehnung ausgesprochen: decu (dicu);  felu (tidu); venu (vinu); veña (viña); durena (duzzina).  $4. 8.  ! (= ö litt. lat.) bleibt o in Girgenti und im allgemeinen  an den Küsten; wird in Casteltermini, Canicattí in -uó- diph-thongiert. Beispiele: tova (*tropat); prova (proba); novu (novu);  vo (bovef); omu (homo); coc (cocu); jocu (jocu); coct (cocit);  rota (rota); sonu (sonu); soru (soror); scola (scola); ópira  (opera); sóggiru (soceru); folu (foliu); córe (coriu); oggi (ho-  die); okhiz (oclu), coddu (collu); fossa (fossa); notti (nocte); cosa (coxa); postu (posto); nossu (nostru); forti (forte); corda (corda); or (ordeu); corpu (corpu); corvu (corvu); porcu (por-cu); cornu (cornu); morsu (morsu); sonnu (somnu); lonu (lon-  gu) - und: uokki, suonnu, suonu, tuovu, ruoppu, muoddu,  muortu, juornu,  buonu, suoru, tistimuoni, cuoddu, cuornu,  I. S. w., aber immer tova, ¿oppa, modda, morta, "bona, cor-na, picotta, cosa, fora, u. s. w.  Besondere Fälle. Agrig. munti, frunti, funti (seltener  fonti) scheinen auch auf ein vulglat. ont zurückzugehen (im  span. aber ?). Purpu, gruncu und gulfu, urma, gelehrt, ent-sprechen den ital. polpo, grongo, golfo, orma; aber tornu, oni, forsi, corpu ital. torno, ogni. forse, colpo (s. Meyer-Lübke Ital. Gramm. § 65). Zu bemerken sind auch arrustu  cf. sard. arrustu; atturru (torreo) cf. calab. atturru, sursu, neap.-calab. sursu, ital. smso, aber grossu (sard. russu), sorba (calab. surba, lecc. survia) - lat. cofinu (ital. cófano) ist agrig. cufinu, durch die Versetzung des Accents vortonig und ge-  schlossen geworden. Lat post, po in Girgenti, unterliegt in  Casteltermini energischer Diphthongierung: à zu úa, pua. Endlich a statt o zeigen die Wörter: nannu, nanna (Grofsvater, Grofsmutter), = ital. nonno, nonna, und vassa = ital.  costra signoria, „vassa si ni va", vassa veni ca'". - Schnec-  gans erklärt das durch die mit der Häufigkeit des Gebrauches  sich einstellenden Lässigkeit der Lautbildung.Aus vulglat. o = a) litt. lat. ü, 8) i, d) vulglat. e = litt. lat. u wird agrig. u.  a) aus lat. ö: pumu (pomu); duga (doga); vuci (voce); nute (votum); cuti (cote); rudi (rodit); spusu (sposa); via (hora); zzuri (flore); curuna (corona); curti (corte); sulu (solu); tuttre (*tottus); furma (forma); curca (collocat, vgl. altfranz.  colche, ital. corica). Anmerkungen. O statt u zeigen die gelehrten Wörter vittora, groba (gloria), códici, nonu, nobili (nobuli bei den Volke), mobili und doti, divoto, sacerdoti (sacardoti) schon  volkstümlich geworden. Neben ura (HORA) findet sich gra  aus há hora, Zeitadv., z. B. „pra veñu" (ital. ora vengo), „gra  -¿i vajr" (ital. ora ci vado). - Besonders zu bemerken ist auch "nomu (NOMEN, ital. nome), cf. Romania. O ist auch in: prdini, firçõi, prontu, conta, 'Roma, "Ragona, ripasu, pilu, tonaca, testimonu bemerkbar, und in den ital. Lehnwörtern flora, votu, dom, conti, nodu (nicht mit p, wie  Schneegans sagt; - überhaupt ist die Aussprache ganz im Süden charakteristisch immer offen und gedehnt). -  -Onem, -ionem, mundartlich zu -uni: añuni (angone); rub-buni (von robba Priestermantel); 'mrzacuni (von 'mracu, ebriacu); raguni, caguni, staguni u. s. w., bleiben bei gelehr-ten Wörtern als -igni: lustioni (ital. quistione), naxioni, pas-sioni, tintazioni, suggizioni, affizzioni, uccasioni u. a. Neben forma Gestalt, gelehrt, findet sich regelrecht furma, aber nur im Sinne von „Leiste". Dem ital. uovo (aus (vum) entspricht agrig. quu. Auffällig ist endlich culossa (colostrum,  s. Meyer-Lübke, Gramm. d. rom. Spr.).  8) aus litt. lat. й: lupu (lupu); cuva (cubat); guritu (cubita);  guva (juvat); gúvini (juvene); jugu (jugu); fuji (fugit); cruci (cruce); cútica (cutica); furza (furia); gula (gula); сии (cuneu); rugga (rubia); puzzu (puteu); calunma (calumnia); uti (utre); supra (supra); duppe (duplu); gulutu (glutu); stuppa (stuppa);  russu (russu); turri (turre); savurra (suburra); cunnuttu (con-  1) So Meyer-Lübke, Fanfani hat corica.ductu); vucca (bucca); musta (mustu); crusta (crusta); curtu (curtu); furca (furca); gurgu (gurge); turtura (turtura); surcu  (sulcu); vurpi (vulpe); súrfaru (sulphur); prúvuli (pulver);  curpa (culpa); sunnu (sunt); unna (unda); tuncu (truncu); runca (runcat); kumm (plumbu); unnici (undeci).  Anmerkungen. — ? statt u zeigen auch hier: docca (ductia); satoll (satullu); lonta (ital. lontra) alle gelehrt, und die ital. Lehnwörter: tossicu (tosco); lotta (lotta); conzu (conio, neben ruñu); vrigña (vergogna); culonna (colonna); gottu (auch" bottu: un bottu d'acqua) ital. gotto. Moli aus mulier (ital. moglie) ist gelehrt und sehr selten, ebenso gobbu aus gublus (ital. gobbo); nozzi aus nuptias (ital. nozze); das Volk sagt: muléri (muliére), jimmu, nguayyu oder spusalizzu. Zu bemerken ist  Izoviri, lovi (pluere - plovere, Grundform plovia, of. Foerster, Zs. f. R. Ph. III.): to, so (tuus, suus — vgl. ital. tuoi, suoi, aus tü-i, sũ-i für tui, sui, Schneegans). Colobra und colubra ist mir ganz und gar unbekannt. Unklar ist jornu aus diurnus (Analogie zu notti? Mussafia). Zu dem ital. scuo-tere (excutere) entspricht agrig. scotiri.  Auffällig ist Suffix  -uru)lum = okku cunokka, finokkau, pidokku, gunoklizu.  Fommu (fuimus), foru (fuerunt) und die Formen des Condit. fora, foratu, fora, foramu, foravu, faramu sind nicht klar.  Zusatz. In Casteltermini, Canicattí wird dieses ó (+ u, i) in nó diphthongiert: juornu, aber Plur. jorna, vollizu, nolli, Tinuokkau, piduokhau; fuommu, tuoru u. s. w.  y) aus vulg. lat. u = litt. lat. u: fumu (fumu); sucu (sucu);  suca (sugat); lue (luce); mutu (mutu); crudu (crudu); fus (fusu); una (una); muru (muru); mulu (mula); purci, puer (pullice); guñu (juniu); lulu (juliu); gula (acuc|ulla); gustu  (gustu); fruttu (fructu); nuddu (nullu), susu (sursum).  Anmerkungen. - Statt -itu Partizipendung findet sich fast immer -utu: tradutu, finutu, zzurutu, partutu, sintutu. Ganz selten ist o statt y: unklar ist gró aus gruem; ebenso lordo aus luridus, was Ovidio (Grundr.) als Anlehnung an sordo (?) erklärt.  1) Die Landbewohner sagen junettu, wie altfrz. juignet.§ 6. griech. v.  Griechisch i, i wird meist durch u, seltener durch i wie-dergegeben; doch manchmal findet sich auch o und e statt u, i, wie im Ital.  Beispiele: vurza, grutta, cutuñu, tunnu, tuffu (mustárau, crókkmula, mit Versetzung des Accents); aber torsu (ital. torsu, thyrsus), martorzu geistliches Schauspiel in einigen Gegenden der Provinz während der Passionswoche, neben martirz, gelehrt (Doppelformen aus martirium, wie im Ital., cf. Canello, op. cit. 32f.); lonxa gelehrt (cf. ital. lonza); tollu (ital. stollo);  brutiru, aber libezin, ménnulr, cémmalu, gettu, die zwei letzteren gelehrt. In tapúnu (toúravor) kann das a vom Verbum tapanari verschleppt sein (Meyer-L., Ital. Gram. § 16, 16) oder aus Angleichung an den folg. lat. Vokal: - tepúnu - tapinn.  § %. ae, oe  (schon vulglat. e) sind agrig. als et behandelt: celu, fenu, fetu, neu (naevum); ¿ena, grecu, ebreu (Abbreu, Abbré), juden (judé), prestu, seralu, spera, tedmo, fería, preda, eru, die vier letzteren gelehrt. (Foedus, laetus, suepes, taeda, perit, quaesi, caccus fehlen). - In Casteltermini, Canicattí wird dieses g in -ic- diphthongiert: fienu, fictu, griecu. lat. au.  Es ist nicht leicht, eine bestimmte Regel für die Entwickelung des lat. au festzustellen. Man kann im allgemeinen sagen, dals im Sicil. LAT. AV, sowohl primär als sekundär beibehalten ist, jedoch Ausnahmen fehlen nicht, obwohl viele durch ital. Einflufs gebildet worden sind. Primäres au bleibt au: táuru, addaure, vaucu, CAVSA (neben “cosa”, Doppelformen wie im Ital., cf. Canello), lausu (neben lodi gelehrt), pause, gelehrt; canlu, Niculau, öfters bei Anreden Niculá.Zusatz. — an wird oft zu aru agu verdehnt: túgurn, addáguru, cávusa, rúcule u. s. w.  au — 0: oca (ital. oca); robba (ital. roba), bei den Landbewohnern ist robba das Landhaus; cos (ital. cosa); pocu, neben picca (ital. pocn); póriru (ital. povero); cotu kann aus cautus kommen, obgleich es keine entsprechende Form zu ital. chiotto, neap. hipte,' aus quietus |cf. Diez (kaum) durch franz. coit] ist; oru (ital. oro); o (ital. 0, aut); goja (ital. gioja); nolu (ital. nulo), godu, júdivi, neben udiri (ital. godo), lodi gelehrt (ital. lode), lodr, loda, lúdane (ital. lodo, loda, lodano) - tisore, auch fisoru, tisole bei dem Volke (ital. tesuro); parole, palore (ital. parola); frori gelehrt (ital. frode), lúnare (ital. lodola), foci, gelehrt (ital. foce); clanstrum, anru, unsu, planta, guute fehlen.  Zusatz.  o diphthongiert in no: prore, cuotu: (Casteltermini, Canicatti, puoru auch in Recalmuto).  « - ar (ital. al) vor m: rarma (sacua, ital. calma), sarme (sauma, ital. salma aus oágua).  Sckundäres - aut (Perfect - avit) ist in Girgenti (Haupt-ort) und in der ganzen Provinz, aufser von Sciacca (-au), - geworden: amú, purtú, currú, mannú etc.  Das sekundäre aus al entstandene an hat in der Provinz von GIRGENTI eine mehrfache Behandlung. Es ist merkwürdig. wie man in einer Gegend selbst, nehmen wir an, in der Stadt GIRGENTI, zwei oder drei verschiedene Entwickelungen des al hören kann: z. B. autu, ácute, neben utu, antu; srauzu, siu-vuzu, scuzu, scanzu; sautu, sautu, satu, santu u. a. - Die volkstümliche Entwickelung des al ist aber au: autu, scruzi; sautu, fausn, caudu u. s. w., das Zerdehnen des an zu avu ist ganz gewöhnlich; die Formen atu, satu, scazu u.s. w. entstanden aus áu, «(u) (autu = atu); wichtig ist die Form untu, santu, scanzu u.s.W., wo l zu n geworden ist. Diese Form findet sich nur bei dem niedrigen Volke, besonders Landbewohnern. Meyer-Lübke, Ital. Gram., er-  1) Ovidio (Arch. glott.) erklürt das neap. kiuote aus dem lat, plotus, und Canello das ital, chiotto aus dem neap. kivote.klürt die Form antu (altru) aus der Verbindung unaltro; aber das, glaube ich, kann nicht auf fanzu, canza, santu u. s. w. bezogen werden. Merkwürdig ist auch an aus unbet. au in anceddi (Casteltermini). Vgl. altfrz. ancun. In callu neben caudu (ital. caldo), falla (ital. falda), nur bei den niedrigen Leuten zu finden, ist Id zu ll geworden. In Cianciana wird al vor d zu ai: caidu, faida, so auch ale: caidára, caichúri. - S. Kons. Unbetonte Vocale.  Vortonige. Ohne Einflufs von Kons. bleibt a bewahrt als a: für die unter i und u zusammengefallenen Vocale (e, e, й, 0, й, й) ist zu bemerken, dafs diese i- und u-Laute (sowohl vortonig als nachtonig) nicht immer ein ganz reines i und u sind, sondern ein Mittellaut (i, 4) zwischen e und i, o und u, cf. Meyer-Lübke, Ital. Gram., Schneegans. Doch dieses Schwanken finde ich nicht so ausgebreitet und zuchtlos, wie Schneegans leicht annehmen lassen würde. Auf die gewöhnliche Schreibung des sicil. Dialektes mufs man sich im allgemeinen sehr wenig verlassen, und die selbst von Schneegans dargereichten Texte zeigen es deutlich; in der That: uno, subito, solito, danno, anno, successo (in den Cicalate), impiegato, Municipio, saluto („le Maschere"), tanto, spartavano, ognun, mode (bei Papanti), mio, argento, mano, lo esercixio, pavento, eccidio, campo, immenso, obboé, dire, contento, dente, allegria, mascherati, verità sind keine sicil. Wörter mehr, sondern ganz und gar italienische, mit italienischer Schreibung.  Wenn ich also kein Gewicht auf diese ungenaue Schreibung lege, und mich nur an den echten Volksausdruck und meine natürliche Aussprache halte, so finde ich, besonders in der Provinz von Girgenti: 1. dals i und u im Auslaut den reinen und bestimmten Laut des i und u wirklich nicht mehr haben, sie sind unklar, offen und fast lautlos: ital. anno ist sicil. weder anno, noch annu, sondern annu; dals dieser Mittellaut zwi-schen e und i, o und « besonders in gelehrten und italienischen Lehnwörtern mit e und o zu bemerken ist, z. B. alligrin, prisenti, filici, riggimentu, sicunnu, cmlentu, prepositu u. a.  Formen wie scordatille machen keine Ausnahme, weil es ein zusammengesetztes Wort ist (scorda+ti+ lu, vgl. ital. scorda+ te+lo) und das o von seinem Accent (córda) aufgehalten ist, sonst scurdári, scurdústi, scurdátu. Teátu (Schneegans) neben tijatu ist gelehrt (ital. teatro), ebenso mascherati volkstümlich mascarati (durch Einflufs des r).  Lat. au ist als au bewahrt geblieben in den Wörtern aurikki, Laurenzu (oft zu Lagurenzu, daher Lagrenzu bei dem Volke, besonders Landbewohnern), ferner in audaci, au-tunnu, rumentu, nauszatu, cautela (neben cotela s. unten) gelehrt und Lehnwörter; sonst wird es zu a: agustu, ascuta, ascutari, agur (wie schon im Vulglat. agustus, ascultare, agurium), Agustinu, aceddu (anceddu Casteltermini); arikkini (ital. orecchini, Ohrringe), xzatari (flautare), ladari, ladatu Castel-termini, Cianciana. Neben aurikli, arikki, arilkini, Laurenzu, areddu, finden sich oft auch oribli, orillini, Lorenu, oceddi, wohl vom Ital., wo anl. o unverändert blieb, während es inl. zu u werden mufste in: pusari, ripusari, purureddu, gudiri (neben gódir), lydari, rubári. - Beachte au in auliva, aulivi.  Romanisches au entstanden aus al-Kons. bleibt au, wie in autirra (altezza), oder durch Einflufs des l, das u an sich zieht, wird au zu va in kuadara (caldaia), kuacina (calcina), luadári (caldicare), aus kaudara, lavina, kaudzari; neben diesen finden sich aber auch die Formen callara, callari, fal-laru, fallarinu (deriv. v. falda), caidara, caidiari, faidduzza in Cianciana, fadali aus au verkürzt. In cotela aus cautela und cocina aus caucina (calcina) ist au (primär und sekundär) zu o geworden.  Vor Labialen wird al nicht zu au, sondern zu ar: par-ment (palmento), marva, arbulu, sara. Ferner in Girgenti vor Dentalen: artaru (altare); farsari (falsare). Unter Einflufs von Kons. - Der Übergang der unbetonten Vocale a, e, i zu a vor oder nach einer Labialis(s. Schneegans, Meyer-L.) ist in Girgenti  (Hauptort) sehr selten.  Beispiele: cannavi, nie cánnuru (cannabis), carrabbina, livari, rimita, rimiteddu, seltener rumitu, rumiteddu (here-mita); birritta, carnalivari, arristitari, misura, misurari,  dimannari, addimanna neben dumannari, dumanna, aubi-  dienti, disublidienti, assimitari, súbitu, úrtimu, annivuricúri,  simenza, siminari, ammintuari, ammintuatu, addiminari, milincana, rivirsari; aber duviri (debere); dumani (demane), cf. ital. dovere, domani. Dagegen findet sich häufig u vor oder nach Labialis in einigen Gegenden der Provinz, besonders in Licata, z. B. luvanti (levante); luvari, buvatuvilla (ital. levare, levátevelo), rumitu, rumitedde, dumanna, burritta, pu-naru (ital. paniere), musura (misura); ammuntuari, sulnitu  (subitu); mulungana (melengiana), annuvricari (anivricari), car-  rubbina, sumenza, fumurar (fimus + ariu), sduvacari (deva-care) - in Casteltermini: Musummulisi (die Bewohner von  Mussomeli), vutieddu (vitellu) u. a.  Durch Einflufs des folg. p ist a an die Stelle von urspring-lichem vortonigen e getreten in sapurtura (ital. sepoltura); sre-  purcru (ital. sepolcru).  Einflufs des v: a) e, seltener i, o + i= a + v: faraci (ferace); sarbari (servare); kuarela (querela); sacardoti (sacerdote); arsira (hersera); Arasimu (Erasmus) Cianciana; Sarafina (Seraphina); sarüzzu (ital. esercizio); viparedda (ital. vi-perella); arruri (errore); carzaratu (ital. carcerato); purcaría (ital. porcheria); massaria (ital. masseria); Castartermini (Castel-termini), viklareddu (ital. vecchierello), battaria (batteria); sarvaggu (silvaticu); maravila (mirabilia); arreprensilli (ital. irreprensibile); arasiluli (irascibile); marabinenne (moribondo);  tartuca (tortuca); partualle (Portogallo).  Anmerkung. In GIRGENTI, wie im allgemeinen im ganzen SICILIA, kann auch hier von den Formen des Futurums keine Rede sein, weil keine eigentliche Form des Fut., sondern nur die Verbindung des Infinitivs mit den Verben aju, seltener rotu, sich noch ganz deutlich in seinen zwei Teilen findet. - Formen wie arir, amiró, saró u. a. sind Einfuhr der Schrift-sprache; doch habe ich manchmal amaró, avaró (ameró, avró) gehört.  8) i, e + I = u + r in GIRGENTI: GURGENTI (Girgenti),  survigzu (servizio).  p) r + e, seltener o = v + a: rapprisintari (v. represen-  tare); racenti (recente); raclúta (ital. recluta); raccoliri (recol-ligere); valogu (horologiu); forasteri, Lehnwort (forestieri) u. a.  Dieses a wird zu ü in manchen gelehrten Wörtern, rütturi (rettore), rüdattu (redatto), rütipunte (ital. dietropunto, retro-puntu), rättorica (retorica).  Einflufs des k auf au. Das k zieht u an sich: liun-dara, kuacina, lundiari, kuatela.  Einflufs des n: e, i + n werden a + n: antari (ENTRARE), anconta (incontra), anutuli (inutile); ancumenãa (incomincia), ssanuto (ital. sternuto), manziornu, manzió (ital. mezzogiorno); vorñ: añuranti (ignorante), añumina (ignominia), añranza (ignoranza). Sporadische Veränderung: suluczu sulusiari von singultu, singultare.  otn=atn: eamusu, camsiri, ermasatu (cognoscere); anuri (honore) ricanusenza (riconoscenza), disanuratu (deshonoratu); anniputenti (omnipotente).  Vor der Gruppe mm wird i zu a: ammattutu (ital. imbattuto); masate (ital. imbasciata); cmenagrute (ital. immagrito); Ammaculata (Immacolata).  Vor m wird e zu i in:  mümorga (memoria) Lehnwort.  Nachtonige. Ohne Einflufs von Kons. bleibt nachtoniges a in-und auslautend bewahrt: stómacu, timpanu und tégula, "rose, cosa, badda, cuda, canta, puma; für die unter i und « 4u-sammenfallenden Vocale (ẽ 7, i, 0, й, ù) s. Vorton. Kein auslautendes e in cincu (quinque, ital. cinque); agrig. sunca (cf. altital. dunqua) bestätigt ein schon im Vulglat. dun-qua aus dunque in Anlehnung an unquam. Ferner zu bemerken sind puru (ital. pure); comu (ital. come, cf. senes. como):  conta, fina = cont'a, fin'a; fora = foras (ital. fuori und fuora);  manu bleibt manu auch im Plur. (cf. altital. le mano). Aus-laut. ae wird i: curuni, culonni; auffillig ist die tonlose Par-tikel ca = ital. che (dafs) und ca — quae Pron., wie z. B.:  Sacêu di tértu ca | du soru siti,  Ca státi emmernu 'nrémmula abitati  (Giov. Canti etc.  Cianciana.)  und „vó ca veñu" (ital. vuoi che venga) u. dgl. - Für die  Weglassung einer Endsilbe Unter Einflufs von Kons. - Vor r wird e, seltener o zu a: númaru (numeru); cámmara (camera); vipara (vipera);  ruccaru (ital. zucchero); vómmaru (vomere); Gásparu, neben  Gaspinu (Gaspero); Luñfaru (Lucifero); bifara (biffera); gámmaru (ital. gambaro); misara Casteltermini (misera), cán-taru (ital. cantero); cólara (xohepa); jüniparu (juniperu); Ettari (Ettore); Cristófaru (Cristoforo); cárcari (ital. carcere) - nach  i: érramu (onuos).  Labialis +e, i = Lab. +u: pruvuli (pulvere); murula  (nubila); simuli (similis), súltu, urtumu, Licata (subitu, ultimu); und Suffix -couli, -abuli, -ibuli (-abile, -ibile).  L verlangt u vor sich: áttula (dactilus, ital. dattero); utuli (utilis), ácula (aquila), ménnula.  Vor e findet sich a für i, seltener o: calacu (calice), ca-nonacu, tonaca, cronaca, mantacu, sinnacu, monacu, monaca,  parracu, funacu, aber kúvica («f. ital. chiavica) neben cluuca gelehrt, ital. cloaca - nie vor n: pampina, guvini, cufinu (ital. cófano); órfan ist Lehnwort.  Für den Schwund des tonlosen Mittelvokales. Die Aphärese ist in Sicil. sehr häufig, weil alle Würter  vokalisch auslauten:  a-Aphärese in einzelnen Wörtern: cttula, Castel-termini (kleine Axt, ital. accetta); Ragona (Aragona), Gur-gentz (Agrigentum), sañaturi Licata (lasañaturi, Rollholz, von lasaña); rina (arena), gula, Nadel (acucula), ramu (aeramina), pretia (apotheca); sparau, sporaci (asparagus); - @) bei mit « anlautenden Femininis, die mit den Artikeln la, 'no (una)zusammentreffen: la'ffizioni (la affezione); la icetta (la accetta),  'na marena (una amarena); - y) vor Nasalen: 'mmátula (am-matula, Adver. umsonst, von griech. uárnv?) 'Ntonia, 'Ntuniktiza (Antonia, Antonietta), 'nüddi Porto-Empedocle (ital. anguille),  'ncina (ital. angina); 'ncinala (ital. anguinaglia), neuviceddi Porto-Empedocle (ital. acciughine); 'naría (ital angaria), 'narsári (ital. angariare); 'mmasaturi (ital. ambasciatore); 'mminsilatu,  'mminsitari (amminsitatu, amminsitari, it. vezzeggiare); 'nusari (angosciare); 'ncunza (ital. ancudine); 'ntinna (antenna). i-Aphärese. a) in einzelnen Wörtern: munnizza (im-monditia); rinnina (hirundina, aber hier scheint Umstellung zu sein: hurindina statt hirundina); Nazzu (Ignatiu); - 8) bei Verben, vor Nasalen: 'mmarazzari (ital. imbarazzare),  'mmarrari  (ital. imbarrare), 'mmasari (invasare); 'mmástiri (imbastire);  'ncarcari (incalcare); 'nzzammari (inflammare); 'mpinciri (im-pingere) und 'nnucienti (innocente); 'mmastu (ital. imbarazzo, impaccio); 'mmernu (inverno); 'mmeru (in verso, verso, circa); mmesta (v. vesta, ital. federa); 'mminzioni (inventione); 'nien-tivre (incentivo); 'nienzu (incenso); 'néura (ingiuria); - y) in formalhaft gewordenen präpositionalen Verbindungen: 'mpuntu (in puntu); 'mpresa (in prescia); mpiñu (in pegno); 'mparu (in pare); 'mpixzu (in + pizzu, in punta); 'mpró (in pro); 'ncapu (in capo, sopra); 'nkzaru (in chiaro); 'nima (in cima) 'ncostre (accosto, in + costu); 'ncoddu (in collo); 'ncanir (in cambio);  'nfunnu (in fondo); 'uninari (in denari); 'noceu (in cio'che) u. a.  3. c-Aphäresc. a) in einzelnen Wörtern: rumitu, rimita (eremita), rumitorzu, rimitorzu (eremitoriu), vispicu (episcopu),  -réticu (ereticu), limósina (Elenuocion); cillenza cillen:asi (eccellenza, eccellenza si); sarczzu (esercizio); kgesa (ecclesia);  ¿angel (evangeliu); - 8) vor Nasalen: 'mpiña (frz. empeigne)  'mmracu, mmracari (ebriacu). 0-Aphärese in: spitali (hospitale), riganu (origanu), ralogu (horologiu), auch roggu ([lo]roggu); micidaru (homi-cidariu); miupáticu (omeopatico); la 'bbidienza obbe-dienza).  1- Aphärese in: vindicu (umbilicu), 'na (una); napocu  (una + poco = etwas, z. B. nap d'acqua  etwas  Wasser,cf. una picca Messina); lu 'ffizzu (lo ufficio); vor Nasalen  'nyuentu (unguento). ae-Aphärese in: rúggini, rugga (aerugine); ram  (acramina), stimari (aestimare).  Die Anreden und die Vornamen erleiden oft stärkere  Aphärese: ñuri und nu, ñura, ña von siñuri, sinura (Herr und Herrin). Es ist aber zu bemerken, dafs diese zwei For-  men sich nicht für einen wirklichen Herrn und für eine wirk-liche Herrin passen, sondern für einen Mann und ein Weib aus dem Volke. Ferner: ñuri taugt als Anrede eines Kut-schers; 'mpari von cumpari (ital. compare), z. B. 'mpari Pé (compare Giuseppe); - ñursi, murnó und nasi, nanó (Signor si, signor no). Die Eigennamen erleiden fast immer Aphärese:  Minicu (Domenico), Peppi (Giuseppe, cf. ital. Beppe), Sare  (Rosario), Tanu (Gaetano); Vanni (Giovanni) u. a  Besonders ist zu bemerken: mu, mullu gieb mir, gieb es mir (von dammi, dammelo: dammüllu); sutu = nisutu (aus nesiri = ital. uscire, uscito); ncavà also (von dunca, unca,  'nca + va, 3. Pers. Praes. Ind. von andare); emu (habemus); tidicari kitzeln (von ital. titillare und solleticare, *(ti]tillicare); mótaca (von una vota ca = ital. una volta che ...); tellia  Cianciana (= tantilika, ital. un tantino); ña! (von dunca, anca); ici, ña (dunca von donique, cf. Foerster, R. E.). Die a-Prothese ist besonders von den mit ad erweiterten  Verben gebildet, die oft den Urverben, des Sinnes wegen, an-geglichen worden sind; dadurch ist es entstanden, dafs dies a anderen Verben vorgesetzt wird und endlich den Substantiven, auf welche sie Bezug haben (cf. Meyer-L., Gramm. d. rom. Spr.). Wir haben also mit arl anlautende Verben, bei welchen die Präposition nd einen reellen Wert hat, sogar oft ihren lateinischen Wert: ldummisiri und dórmiri (cf. oudormisco und dormo); appurtari und purtari (of. affero und fero); abbanuri cintauschen und riñari wässern, baden; uurnari tagen von jornu, all'aymur-nute bei Tagesanbruch; aldumari Licht machen von lumi;2. und Verben, bei denen die aus Angleichung vorge-  kommene Präposition ad ganz und gar schmarotzerisch ist: accumenta neben cumenia, abballari neben ballari, addi-mannari neben dimannari, assapiri neben sapiri, addifén-  niri neben difenniri u. a.  Substantive, auf welche diese Verben Bezug haben:  abballu, addimanna, addimanneri u. s. w.  Ajeri, apprima könnten auch ad einschlielsen.  Die Resonanz des et entwickelt oft ein a: arridiri (ridere); arriparu (riparu); arrinésiri (riuscire); arripezzu (rappezzo):  arraccuntari (raccontare) - fast alle Volksnovellen beginnen: si cunta e s'arraccunta ...; arrazzimi (von razza); arrisettu (risettu); arriccamari (ricamare); arriccamu (ricamo).  ite bei Verben wird fast immer zu ar, arra: arraccóliri  (recolligere); arraccumannari (ital. raccomandare); arrassumi-tari, arritiniri (retinere); arrispúnniri (respondere); arristai  (restare) u. a.  Besonders ist zu bemerken: ad attia Aragona (a lia = ital.  a tc); unquániki Aragona = ital. qualche, aber sicher von un + qualche; a-Prothese bei den femin. Substantiven auch ohne Einfluls des Artikels la: aggenti, abbili, amenta, addan-nazioni; artá (etá); ferner abboné = bonum est; accussi = cosi;  abbasta = basta; accura = cura findet sich nur in der Verbin-  dung duna accura = ital. datti cura, es kommt aber gewifs  ron duna a + cura = ital. prendi a cura. Die Synkope ertolgt sehr selten und nur unter Einflufs des halbrokalischen v. So wird es kommen, dals, wenn das / zu et werden kann, die Synkope erfolgt, sonst nie, ½. B. póllici  (pollice) und purci, puci.  Ein schönes Beispiel giebt uns  »salicem" mit seinen zwei Formen: sálair; gelehrt, neben sarcu; surer (sorice); spirda (spiriti); purpu (polpo).  Inlautendes ¿ aus e fällt vor r ab: o(i)ritá (veritá); pri-culu (pericolo); oprari (operare); disperdri (disperdiri); krilhia (chierica); mráculu (miraculu); tati (tirati); tari (tirare); vita-teddi Cianciana (ritirateddi); dettu (dettiru); mitti (mettiri); vittu(vittiru) Licata. Auffällig ist in érramu (ital. ermo) e vor i zu  n geworden.  Abfall des inlautenden u vor r: sapritu (sapuritu) Licata; cruna (curuna); 'ncrunatu (incurunatu); frusteri (forestiere);  crusu (curiusu) Licata.  Bei den Formen des Infinitivs + le (lo pronom. Artikel) erfolgt die i-Syncope immer: mannarlu (= mannari + lu, ct. ital. mandarlo); purtarlu (= purtari + lu, cf. ital. portarlo) u.s.w. Die Kontraktion ist sehr häufig, besonders unter Auf-hebung des Hiats. Es ist hier zu bemerken, dals dic Artikel lu, la, li nach da, di (de), pi (per); a ihr / verlieren und  dadurch haben wir:  do = da lu von da 'u,  du = di lu von di 'u,  da = di la von di'a,  da = da la von da 'a,  pa= per la von pi(r) 'a, pu — per le von pi(r) 'u,  pj = per li von pi(r) 'i,  U= a lu von a 'u, e= a li von a 'i.  Beispiele: Do munti = da lu munti (ital. dal monte); du  mari = di le mari (ital. del mare); da mati = di la mati (ital.  della madre); pa genti — pi la genti (ital. per la gente); pre  menu = pi lu menu (ital. per lo meno); scupittinu pj denti  = pi li denti (ital. spazzolino pei denti); u forti ca = a lu forti  ca... (ital. una volta che ...); e vintunu = a li vintunu (ital.  al ventuno ...).  Für e, eju = aju. Fina, conta sind aus finu ta, contu + a (cf. ital. contra, oltra) gezogen; ebenso sa aus sia, ava aus avía: „sa ladatu "diu" ital. sia lodato dio; „ava jutu" = avia jutu (ital. era andato) in Cianciana; ma aus miu und mia: „ma pati, ma mati " in Casteltermini, Licata; au, za aus xiu, xia (ital. zio, zia).  Ferner jencu aus juvencu; orallannu = ora è l'annu; vosenia= vostra eccellenza; cossía, vossa = ¿ostra signoria; Saru aus  Saria (Rosario). Es ist zu hemerken, dals der durch einen ausgefallenen Kons. hervorgerufene Hiat dagegen durch j be-hoben wird in majisi (magese); pajisi (pagese); majulda (cf. ma-  gida); sajitta (sagitta); fajida (favilla); projiri (porrigere); fri-jüri (frigere); rijuddu (regillu); fújiri (fugere) - beachte noch castzari (castigare); und oj (hodie); raja (radia) - ferner frúula  (fragola); aber paúni (pavone). Sehr häufig bei der Proklise:  a list' ura, a 'st' ura =« ista ora; em' a-fari = emu  « fari; aj", ej a + Infinitiv = ju a, eju a etc:;  $) nach betontem Vokale:  di = dui (ital. due); jü =jiu, in (ego); mi = mei (ital.  noi); qua' = guai; Di = Diu (Deus); me' = mcu, „me' pati, me' frati", auch me'= mea, „me' mati" und „fratursu me'"; po'= puoi und poi (potes und post); -a'=-au (-avit): purta', liga, curca; -i =-iu (-ivit): jiuniï, curri, muri; se'= sci (sex); assa'= assai (satis);  d) bei Anreden und Eigennamen:  rumpa' (cumpari, ital. compare); cura' (curatulu, ital. cur-  torc, castaldo); piccil (picciliddi Kinder); nu (nuri Kutscher):  do, don (donnu: "do Matteu, don Cola, aber donnu Mi-  nicu); Sa und San (Santu: Sa Lenardu, Sa Luigi, Sa Lenil, San Franiscu, San Petu, aber Sannu Minicu, sannu statt santu, wenigstens so in manchen Texten geschric-  ben, ich glaube aber, dals man San Numinicu = San Duminicu (Domenico) lesen mufs, in der That wird nd immer zu  un, vgl. cannila = candela; ebenso vielleicht auch oben mufs  donnu Minicu = don Numinicu sein); pa, tr' (papa, tata);  mả' (mama'); Li (Lina); Ti' (Tina); Ste' (Stefanu); Anne'  (Ametta); Nute' (Nuien u, 'Innocen:o); Ro' (Roccu); Pe  (Peppi) u. a.;  d) besondere Fälle:  in Licata statt voli (ital. vuole); je Cianciana statt jeva (ital. giva): Giufa li je' mittennu (Giovanni, Canti et cet. Cianciana); mide statt milemma (ital. mede-simo). i-Epenthese zwischen Labiale + r: Sittemmiru, Ottúviru, Nevémmiru, Diemmiru neben Sittemri, Otturru, Nuemru, Duemii; úmmira neben ummra (umbra); piruni (prunu); 'mmirazza neben 'mmraxza (in brachiis); () 9+r: sóggiru, soggira schon in früher Zeit socerus, ital. suocero; mágiru statt magru findet sich in Girgenti sehr selten; allégiru neben allegru; s + m bei fremden Wörtern: Cósimu (Cosmo); cataplasima (nataháoua); biasimu; spasimu; asima neben  d) 9+1: 'ngilisi (inglese); Ingilitterra (Inghilterra) Casteltermini.  Zusatz. Der Einschub eines 2, wie er in ital. inchiostro, chioma, älter * inclaustrum, *cloma vorliegt, findet sich nie in Girgenti: inlzossu, koma sind ganz gelehrte Wörter; das Volk sagt inca, coma nur im Sinne von „sopore, disposizione al sonno", z. B. „coma 'ntesta"; ferner scuma neben spuma (ital. schiuma), rifutari, favu, furina (lat. fuscina, ital. fiócina).  2. u-Epenthese, durch Guttural hervorgerufen, zwischen «) guranu (grano), néguru (nigru), gulutu (gluttu); 8) c+*: neuruc, curucifissu (croce, crocetisso), 'ncgrustari (incrostare), curudu (crudo), curucelone (corbello). Die Formen aut -ati, -uti an Stelle der ital. Substantiva auf -á, -ú (roci tronche) sind nicht epithetisch. Sie kommen gerade von dem lat. vierten Falle auf - ate(m), - ute(m) her: piatati (pietate), voluntati (voluntate); caritati (caritate), cirtuti (virtute). In GIRGENTI sind diese Formen sehr selten, nur bei dem Volke findet sich oft die Form auf -ái (von  -«(1)i): aitai, nicissitai (etú, necessitá).  2. Die Formen auf -aju, -au bei Verben (ital. -ó, -o)  sind auch nicht epithetisch: aju = habeo, saccu = sappio, seju  = sedeo; — staju, daju sind analogisch zu aju — neben daju findet sich auch duñu analogisch zu suñu (sum).3. Die a-Epithese ist sehr häufig: Neben Lúnidi, Már-tidi, Mércuri, Jóvidi, Vénniri, Silbatu, Dúminica (Namen der Wochentage) finden sich: Lunidia, Martidia, Mercuridía,  Juridia, Venniridia, Sabbatulia, Duminicadia, cf. dia = dies  span., prov.  Bei Pronomen: In Licata, Casteltermini findet sich jia von ji (ego), mia, tia statt mi, ti — me, te (zur Vermeidung des Hiats mija, tija). - Gewöhnlich, bei dem Volke, ist die  Form Dia, Dija = Dii, Dei, Dee.  In Casteltermini findet sich ada = ad; vgl. sardisch.  1. Sehr häufig, immer bei dem Volke, ist auch die ni-  Epithese nach betonten Vokalen:  a) bei Verben: eni = é (est); pinsni = prinsú (ital. pensó); curcani = curcú (coricó), addivintani = addivintá (diventú),  funi = fu (fuit);  $) bei Pronomen und Zahlwörtern: jini = ji (iu ego), tini, seni, Casteltermini, — ti, sé (tre, sei):  d) bei Adverbien und Konjunktionen: nuni = line (plus);  rucussini - accussi (cosí); cúni — cú (qua); lani = da (lá):  pirioni (öfter pirco(n)i) = pirió (perció).  Siddu, seddu in Licata = si †ildu (ital. s'egli, si + illu).  Vokalzusatz am Wortende zeigt auch das Sicil. bei kon-sonantisch auslautenden Fremdwörtern: tammi (Tram), onni-bussi, lapisi, gassi (gas), wie toscan. - c.  Sonderbar und wichtig ist die Weise, in der das Volk das geistliche Lateinisch in Gebeten ausspricht: „Stababat matri ilclorosa | iusta croce lacrimusa | ed abbatti filiussu" (Dum pendebat Filius), Casteltermini - „Oi cruxisi vada spissonia passionama tempori | piassi cuci graxia | Reixi de la china" Casteltermini (Text: O Crux, ave spes unica, - Hoc Passionis tempore - Plis adauge gratiam - Reisque dele crimina)  „Posuarenti supra caputti causanti rexi o scrittu Jesusi Naxia-renu rexi joduro omini (Text: Posuerunt super caput ejus causam ipsius scriptam: Jesus Nazarenus, Rex Judaeorum), Giovanni, 50 Canti et cet. u. a.;  Giovanni, Canti et cet. Angleichung des anlautenden Vokals an den betonten  Vokal:  a - á: piatá (daher piatusu), matassa, gazanti (gigante), valanza neben vilanza (bilancia), cf. altirz. garant, frz. balance  — aquali (equale), aquannu (hoc annu).  i - i: birritta (baritta), filinza (fuligine?), ficili (fucile).  U —ú: ruñuni, sutuzzu aus *si(n)glutiu.  f) Angleichung des nachtonigen Vokals an den betonten: á — a: ánasu (anisu), cálacu, párracu, ássacu.  i - i: tírici (tiraci), pítila (pigliala) Licata. ù - U: disituti, anútui.  %) Der pronom. Artikel lu (lo) bei den Verbalformen hat den Wandel von unbetontem sekundären i zu u hervorgerufen: facitulu, luvátulu, mittitulu, maritatulu (Licata).  Ferner ist die Angleichung des unbetonten sekundären Vokals an den Endvokal u besonders in Licata sehr häufig: avissur, vitturu, avissumu, scannulu.  Zusatz. Aus Angleichung an die 1. Pers. Praes. (-4) findet sich in Licata: appu statt appi (ital. ebbi), vittu statt vitti (ital. vidi), persu statt persi (perdetti), vinnu statt vinni (venni)  — in Girgenti aber appi, vitti u.s. w. Der Vokal a drängt sich oft an die Stelle eines anderen anlautenden Vokals: aserätu (esercito), assequiu gelehrt (osse-quio), assirvari (osservare), asistiri (esistere): „un assisti "li" (non esiste piu), afennir (ofiendere), affiru, gelehrt (officio), arcasioni (occasione), aduri, adurari (odore, odorare), abbré, abbreu (ebreo), aternu (eterno), ammitu (invito) u. a., s. Die Veränderungen, die der Konsonantenanlaut im Satz-innern erleidet, hat schon Schneegans § 24, S. 145-50 sehr fleissig nachgewiesen und erklärt. Es steht fest, dafs besonders ki (quid); a (ad); pi (per); e (et); "kau (plus); fa (facit); va (vadit); sta (stat); si (es); é (est); ddú (illac); ti (tres); 'nla (intra), wie übrigens alle vokalisch anlautenden Oxytona, die Dehnung von p, 6, m, f, c, 9, d, t, n, s und die artiku-latorische Verschiebung (wie Schneegans schreibt), von v - sowohl primär als sekundär — zu b; j zu ge; d aus gi zu i;."— aus d— wieder zu d; n+j=n; n+o;n+6  = m+ b = mm; bewirken:  Beispiele - nach Schneegans loc. cit. Labiale: p: = i ppezau di pani! a ppala:zu la ppinnin,  a pperru a ppexsul.  b: — s. unten § 26.  m: — pi mmati (per matrem) latti e mmeli.  f: - si ffoddi, ti fimmini.  Gutturale: c: = ki ccosa: a ccasa!  g: - a gyamm a l'aria:  Dentale: d: - dittu pi dditta; é dduci - s. unten.  t: — a ttia, é Hoppu — (é troppo).  n: — ti notti, é menti.  8: — ddá ssupra, lii ssonnu!  (sowohl primäres als secundäres aus et entstandenes wird b: uncora é biru; ste binenme; lizu bicinu; ...j wird zu ge = ti gudici; te gorna, á grunta.  ¿' aus gr entstanden wird zu vr: La mmidia di li ggenti  é rranni assá (GIRGENTI).  mis donn in wie sei migans meint: Imfermu mi  la vita bedeutet nicht: Imfermu nni la vita, sondern: mi liidda (illa, ital quella) vita; pri ddi junini, nicht pri li juvini, sondern pri kiddi éuvini; trattamu a ddu siñuri! = a kiddu siñuri! pri ddi mobili = pri liddi mobili.  n tj=ñ: u ñardinu (un jardinu) u ñornu (un jormi);  do Nakinu (don Jakinu) u ñocu (un jocu).  1+01=m+6= mm: 'mmarca (in barca); 'mmucca n + 11 (in bocca) mmita (in vita) ni mmeñe (non  vengo). Doch eine wichtige Anmerkung habe ich bei Schneegans nicht gefunden; nämlich, dals einige Konsonanten, besonders 6, d, r, g, manchmal auch m, n, et schon im Anlaut eine gedehnte Aussprache haben, und dafür im Satzinnern nicht mehr verstärkt werden. Das d, z. B. von decottu, duman-na, dannatu, dugana, ist nicht dasselbe wie in deci, duñu, domu, dormiri, doti, dori, durz; während dieses im Satz-innern verdoppelt wird: a deci, a deci (ich schreibe im Anlaut d = dd) u. s. w.; bleibt jenes ganz und gar wie wenn  es isoliert gesprochen würde, weil es schon für sich selbst gedehnt ist. - Zwischen decottu, so vereinzelt ausgesprochen, und decottre (ddecottu) in  E mmi vinni decotti Pi dormiri la notti  giebt es gar keinen Unterschied. Immer als *Ъ (bb) lautet das anlautende b: Tritturi, batia, buttana, bestia, bagganc u. s. w. nur in Indienan, budienti, Aphärese aus ubbudienza, ubirdienti u. dergl. findet sich das einfache b; wie obiges et verhält sich auch i: "ie, riggina, veñu, rumitu, robba (in ranni, rossu, arusa ist das et aus gi entstanden); g: gelu, genti, "genti,  gilu, "golu;" nur in nome, nappa, norea, sonst nu  (nos), masiri, nespule n. s. W.; m nur in mermcar (marner)miraculu, mraculu, merda (ital. merda), sonst mennula, menu, mari, munti u.s. w.; et nur in rippu, sonst Ciccu, ruffu, celu, cima u. s. w.  Über die Konsonanten im Auslaut ist wenig zu sagen, da im allgemeinen das Sicil. sich hierin wie das Ital verhält. Auffällig ist suñu = sum (vgl. neap. songo, donyo, stonyo, calab. sonyo, *ponyo, *donyo).  Lat. non findet sich als nun, oft  'un:  "'un ci volu jiri, un aju lii ti fari", im Satzinnern wird das n t j zuñ: „pirli nu ñoki?" (ital. perché non giochi?), n + 0 = mb = mm „nu meñu (non venio) - aber  no, Verneinungswort; in ist ni geworden, ada = ad findet  sich in Cianciana, „ada mia, ada tia" (ital. a ma, a te), con wird cu. In einsilbigen Wörtern bleiben 1, &, nehmen aber wie im Italienischen ebenfalls einen Vokal an: feli, meli. sali, cori, aber pj = per (pri, durch Umstellung er — ve tindet sich nie in GIRGENTI), in mehrsilbigen Wörtern bleibt i nur in crru, marmaru, sonst frati, soru, ebenso 1, bar-came (aus baccanal Ovidio Arch. Glott.. - Iu sempri, quattu (wie schon im Vulglat.) findet sich die Umstellung -er, re, welches oft nach st fällt, nicht nur in nossu,  vossu, die doch bei dem Volke ofters zu nosu, vosa werden;  sondern auch in capissu, maissu, aber auch masu. S fällt in einsilbigen Wörtern ab: nu, vu, ti, ve, "lu, po, sé, ha, da' (neben duna) str; die Formen mit i: nui, rui, poi, sei. hai, düi sind nicht volkstümlich (vgl. ital. noi, voi, poi, sei, has, das); -aut (avit) = -á in GIRGENTI: purtá, amú, curcú; est =é, oft eni bei dem Volke; -nt verliert sein t nur bei 3te Pers. Praes. amanu, vidina, lodane; sonst fallt es ganz: amaru, rittira, ludar.  Labiale.  §1. P - a) Anlautend wird gewühnlich beibehalten: passu, pati, puru, ponti, pilu, peta, pirnici (perdice), putia ([a)potheca); puse (pulsu); pirani (prunu); pifania (epiphania):  - wird = 1 in badda, baddóttule (ital. palla, vallottola),-busa (pasciá); ballaccuni (ital. pollaccone); bizzocca (ital. pinzochera); buttana, buttaneri (ital. puttana, puttaniere); — wird o in vastunaca (ital. pastinaca); vispicu (episcopu) durch Dissimilation (bemerken auch die Umstellung vispicu statt piscopu, vgl. span. obispo). Inlautend bleibt p: ripa, capu, lapa (apis + Artikel / zusammengewachsen); pipi, lupu, scupa, sapiy in varvasapiu (zusammengesetztes Wort: varva-sapiy, vgl. ital. barbas-súro) — wird = bb in cubbu (cupu z. B. arz cubbo = it. aere cupo), cúbbula (cupola); lebbru, lebbiru (lepore); lebbra (lepra)  - wird = v in pouru, puritá - durch Binfluls des folgenden r, cf. Meyer-L. Cons. riciri (recipere, cf. ital. ricevere). Vor dem Tone — e nur in arrivari, sti-  rari, cuverta Fläche des Schiffes, neben cuperta Decke, sti-vari ist auch zum Seewesen gehöriges Wort — y mit f vertauscht in gulfu (ital. golfo), tufeu (ital. trofeo), alle beide gelehrt.  p +, im Hiat = ¿c: sicca (sepia), saccu (sapio), arca (apium, apia), saccenti (sapiente); bleibt im Anlaut in ital.  Lehnwörtern piatusu, piaté, tempu, pir, duppre, impiassu, piuma, esempiu u. a.  • pp bleibt pp: stuppa, ssuppre (struppu); cippu (rip-pu); lippu, puppa, scoppu.  &) in Verbindung mit Kons. y + Dent. wird gewöhnlich an diesen assimiliert in:  pt = tt: attu (aptu); rutta (ruptu); accatta (captat); setti (septe); grutta (crupta); cattivu (captivu), volkstümlich nur im Sinne von „Witwer", cattiva, Witwe, vgl. dasselbe im Sard. battíu, battía. - In pt, griech. Anlaut, füllt p ab: tisana (ptisana). ps = ss: jissu (gipsu); kissu (eccum ipsum); scrissi (scripsi); = s in casa (capsea); - nach et fällt y ab: scarsu (excarpsus) — im Anlaut sarmu (psalmus).  /: crapa (CAPRA); grúpiri (APRIRE); — wird zu 2 nurin liereri (cani livreri) gelehrt. vgl. ital. lerriere, sonst supra, suprana, sapro u. s. v.  Durch Einflufs eines Nasals wird p oft zu l in Castel-termini: cumbitu (ital. compito), cambana (campana), esembir (exemplu), timiniluni statt timpuluni (Maulschelle), bleibt in Girgenti, tempu, rumpiri, tempru. Sporadisch sp - se in scantari, daher scantu, scantusu, nach Traina, Sicil. Wtb. 872,viene da *spantari, che a sur volta à scorciato de sparin-tari"; vgl. sard. ispantu, ispantusi; und siche Schneegans  S. 69. - Scattusu (nicht scuttica, wie Schneegans schreibt) kommt nicht von dispettoso, sondern von scattari, ef. Traina.  Sic. Wtb. scattu 880, vgl. ital. schiattosn.  Für rascari,  neben raspari, scuma neben spuma, vgl. ital. raschiare neben raspare, schiuma neben spuma.  Sonst sp bleibt: respa, vi-  spanni, cripu, nespola, spata, spalda, spissu, spusa, spusa  U. S. W.  Spl findet sich nur in splumenti, splénnite, spleniri, splmuri, gelehrt und Lehnwörter, sehr selten im Volksmunde, der shrannenti, sblémitu, sblemi, solénniri, shamári aus-spricht.  § in Verbindung mit 1. pl = lit: lzanu, laga, lattu, kummu, lizazza, lioviri, lau, lizuma, culkia. - Volkstümlich in PORTO-EMPEDOCLE ist „plaga" im Sinne von Erdstrich  - Ufer - pilaija geworden, neben kraga, Wunde.  Mundartlich in Licata pl = c: canu (planu), caja (plaga),  ñummu (plumbu), coriri (plovere), canziri (plangere) u. s. w.  Zusatz. Scola (scoplus) mufs ital. Lehnwort sein (vgl.  scoglio).  Pruculi ist nicht aus pluvure, sondern aus pur-  ruli, mit Metathesis des v. In entlehnten und gelehrten Wörtern bleibt pl: plausibili (ital. plausibile); placari (ital. pla-care); plebi, cumplimente (rumblimentr in Casteltermini): plácitu (ital. placido) u. a., - «) Anlautend, mit starker und gedehnter aus-sprache, bleibt 1, in: "beddu, bedde, bon, bone, boutire, bañn, bena, batia, batissa, basta, bastari, hitlivi,  ballari; - bleibt auch in entlehnten und fremden Wörtern, wie: hallakkinu, bagasa, battisimu, tuggacca, bajunetta, balena, baruni, battatuni, basalicó, 'bastardu, battaria, bannera, barrera, bamminu, botta, -benna, borza, bar-  cuni; - wird = e in vo (bove); vivu, viviri (bibere); vucca  (bucca); vancu, rastuni (bastone); vilanza (bilancea); vasari (basiare); varca (barca); vasu (basso); vutti (botte); vestza (bestia); varba (barba); varbarottu Kinn; vastasu (von BaGrá(u);  vucceri (frz. boucher) u. s. w. - wird = m: matu, mia-  tiddu (beatu, beatu + illu); muniuré (t. bot. stirax benzoin, ital. belgiuino). Inlautend, bleibt und wird verdoppelt in den Lehn-wörtern: robba, nóbbili, débbuli, súbbatu, cible, (aber vollis-tümlicher civu „pasto degli uccelli"), plebbi (plebe); sebba, rabina, neben volkstümlichem ragga (ital. rabbia); parab-bula (parabula), aber parola, palora - nach r: varba (barba); erba (herba); orbu (orbu); arbulu - wird volkstümlich = 2: cuvari, cavaddu, duviri, lavuru, maravita, pru-  vari, aviri, cannavu, nuvula, fava, sivu, viviri, scrivu (ar-vule, neben arbulu, ist sehr selten); guvitu, suvaru (suber).  Von diesem o geht et oft in u auf, wenn nach et ein u steht: neula (nebula); taula (tabula); diaulu (diabolu); faula (fabula); parola, palora = paraula (parabula). - Auffällig ist jimmu (gibbus); mmiucr (ebriacu), vgl. ital. imbriaco: calab. imine (gibbus); rogu, gelehrt (rubus) entspricht dem ital. rogo - fabbro fehlt im allg. sic.; ebenso ove (ubi); unni kommt von unde her. B wird zu m in ssúmmula neben dem häufigen tottula (orgoußos), durch Einflufs des vorhergehenden m. - Sporadisch / -- f in vifardu, ital. ribaldo.  (ital. nebbia, nibbio) können sich nur durch Abfall des b erklä-ren: neha, mihus (miblius vgl. Wölflins Arch.),  affiliari (ital. affibbiare) von *affilare. - et + u = pp:  «ppi (habui); appimu, appiru, rippi (*bibui); cippi (bibuit);  rippine, minppire. in Verbindung mit Kons. bt = tt: suttirrangu (subterraneu); suttili (subtile); detta (deb'tu); sutta (subtu). les := ss: assenti (absente); assólviri, gelehrt fällt vor st, se: sustanzn, astiniri (abst.); scuru (obsc.); entlehnt osenu (obscoenu). - mb = mm: tumma (tromba); gamma (gamba); rummáttivi  (combattere); kumm (plumbu). - hr = vi volkstümlich: uraco (braca); vraxzu (brachiu); aber labra, labbru, gelehrt, in frevi, frivaru (febris, februarius) ist die Umstellung des i  zu bemerken. In Verbindung mit 1: Il = j in Sciacca janru, jan-  lizz:a; in GIRGENTI: Inancu, hiankia (vgl. ital. bianco, bian-chezza); agrig. gastima (blasphema) ist mir nicht klar. Bl bleibt in fremden und gelehrten Wörtern: blannu (blandu):  ble, oft bili (frz. bleu); blusa (frz. blouse); problema (pro-blema); aber Iunnu (ital. biondo). Volkstümlich in Porto-Empedocle findet sich pilorca, pilotili? (ital. blocco, blocchi), pilaja (plaga). f. - im Anlaut bleibt f: filu, fava, fusu, fim-  mina, furnu, ferru, focu u. s. w. — wird sporadisch zu b in  -burietta, Iurcittata, hurcittuni (it. forchetta, forchettata, for-chettone).  buffet). Tafánu (ital. tafano, aus tabanus) ist nicht volkstüm-  lich. — f zu bo in carabba (arab. garâfi, ital. caraffa), spora-disch. Im Inlaut findet sich f verdoppelt in: riffa (cast. rifa), goffa (cast. gafa). Schneegans; aber “mafia,” ital. “matfia”. - Cunortu, cunurtari, wohl von rum-hortari, nicht  von conforto, confortare. In Verbindung mit Kons. - fi bleibt fr: frenu, fra-pula, frati, friddu, frana, frunna u. s. w. - f sogar zieht oft das et an sich: frevi (febris), frivaru (februarius), friscari (fistulare, *fisclare, *fiscrare, - friscari), frummicula, neben furmicula, sfrazcu (ital. sfarzo). - sf wird oft sp: spilari,  spolatura = sfilare, sfilatura; spunnari = sfunnari; spu-  yari = sfogare; spogu = sfogo; spari = sfare; spatte =sfatto. — of bleibt in Girgenti: 'nfami, nfunnu (in fondo); cunfusu; nfattu (in fatto), 'nfernu (inferno) etc. — wird zu mp in PORTO EMPEDOCLE: 'mpunnu (in fondo), 'mpami (in fame);  'mpattu (in fatto) 'mpernu (infernu) - zu mb in Casteltermini: mbami, mbiernu, mbrimmitati (infirmitate), 'mbattu.  d) In Verbindung mit 1: f = x, mit starker Aspiration  bei dem Volke, beinahe $ im gebildeten Stande: xamma (flamma); xzatu (flatu); zuri (flore); xzumi (flumen); xzumara (flumara), xasc (flascu), x2águr (v. flagrare) etc., sporadisch zu ke in gunkari, gunkratu (ital. gonfiare, gonfiato) neben vun-curi, vuncatu. In gelehrten Wörtern bleibt fl: femma, flim-máticu, flussu, riflussu, flora, floridu, fluidu, fluttu, flas-sioni, flaggellu, flotta, flautu. Anlautend, bleibt v: ventu, vuci, vucca, vernu, vuturu, orddan, indir - mit einer sehr weichen  Aussprache. - Wird = m in mascu (vascu), minnitta (vin-  dicta), minniña, minniñari bei dem Volke, neben vinniña, vinniñari (vindemia, vindemiare), macabbunne (ital. vagabondo), mocaveña neben vocaveña (vo + ca + veña, vuoi che venga, ital. viavai). - Das deutsche w findet sich durch gu wieder-gegeben, aber schon als gu, wie Schneegans richtig bemerkt, ist es aus dem Ital. nach Sicilien gekommen: guerra neben verra Kinderwut, guastu, quastari, quai, guardari gelehrt, guadañari, guadañu; - VAGINA, ital. guaina, ist aber agrig.  vajina. Im Inlaut bleibt v: navi, vivu, lavi, nivi, moviri, cava, favu, lavari, novi (nove), leva (levat), novu (novu) - juvini (juvene) ist gelehrt (ital. giovine), ebenso brevi (breve);  - o schwindet in neu, vo (bove), pau (pavo), pauni (pavone), paura, fauri (favore), Guanni (Giovanni); fajulda, jina (avena), lisa (lixiva). - Übergang des o zu g in núgula neben nu-vula, annugulatu neben annuvulatu, ragatusu (ravitosu); grugini (juvene), purguli, pogir in Casteltermini; neben pau, paum, fauri, faurire finden sich oft pagu, pagun, fagur, seltener pagura, Giuganni, wo sicher au zu agu  verdehnt wird, vgl. taguru (tauru), addaguru (lauru), Lagu-renzu (Laurentiu), agulivi (aulivi). Unklar ist sinzli (gingiva) männlich, statt * sincia (sard. sinzia), vgl. lisin; saliva fehlt im allgemeinen Sicil., statt seiner findet sich spu-taxza; auch rivu fehlt. In addiminari (ital. indovinare) ist der Einflufs des Nasallautes, der oft teilweise Assimilation aus-übt, i -n zu m-n (vgl. minnitta, vindicta) zu bemerken.  d) In Verbindung mit Kons.  n+o=mm durch ne):mmintari (inventare) 'mmidiari, 'mmidguse (invidiare, invi-dioso), 'mmidia (invidia), 'mmersu (inversus), cumméniri (con-veníre) 11. s. w.  d + 0 = bb (durch 22): abbente (adventu), abbirsarzu (ad-  versariu).  r+ i=*+b: sérbiri, sirbútu (servíre, servito), sarbari, sarbatu (servare, servato).  s+ x=s+0: sutar, sointariar (v. venter, ital. sven-trare), sbummicari (s + vomicare, vomitare), sbinari, sbinatu ital. svenaro, senato, shinniri (ital. svendere) u. s. w.  § 5. m. - a) Anlautend bleibt m: minutu, maturu, munita, maravita, mira, in marmaru, merda, mraculi (ital. miracolo) hat m die gedehnte Aussprache des Anlautes  — m zu 2, durch Dissimilation, in videmma, vidé, neben midemma, midé (ital. medesimo) - sporadisch zu b in minaca (nach Avolio 42, von arab. menaca) - m zu n in nespula (mespilu) gemeinrom.; nillza (mitulu), cf. ital. nicchio, niechia, also wie in nite = ital. nibbio, worüber bereits gehandelt worden ist. Im Inlaut bleibt m: nomu, ramu (ramu); fumu (fumu); premi (premit); lima (limo); “amari” (AMARE) — wird sogar häutig verdoppelt: fimmina, cummedia, cummidianti, com-maru, tommaru, nummaru, cucummaru, cámmaru.  8) mti =ñ: vinniña (vindemia), vinniñari (vindemiare);  • siña, neben sima gelehrt (simia), sparañari (ital. risparmiare);  aber lmia (ital. lumia) neben limuncellu. scanneddu, culouna, anniputenti, autunnu, sonnu; vgl. ital. ogni; balénu (BéDEuvOS, Diez, ital. baleno) ist gelehrt.ml, nd = nt, un: contari, conti, sinteri gelehrt (ital.  sentiero, sem'tariu); nur nach Synkope des inneren Vokales; sonst limitu (limitu); linnu, Ercumaru, circunnari.  om bleibt rm: furmicula, furma, furmari, fermu, firmari.  Gutturale und Palatale.  c. I. c ta, 0, U. Anlautend bleibt gutturales c: cavaddu, casa, cornu, cantari, cantunera, cura, cori, conta, cútina, cóppula etc. - wird zu y in: gattu, gámmaru, júvitu, guvitata (neben vúvitu, cuvitata durch Assimilation), garófalu, garrubba, ganiu, gamma, jagga (ital. gabbia, fi. cage, cf. Wölffins Arch.). - gulfu (Ró2os) ist ge-lehrt, ital. golfo. Die Wörter cantu, piania, peria, piriari, scurcari zeigen keine Palatalisierung des c vor a, sondern erklären sich, wie schon Schneegans gesagt hat, aus französischer Herkunft: cantu (chantre), piania (planche), perca (perche); piriari (percher); scuriari (ecorcher).  ¿armu (charme), iar-mari (charmer) fehlen in Girgenti; aus cheminée erklärt sich  riminia. Franzosische Worter sind ebenso tabare und tasen,  taskettu, wo das c (cabaret, casque) zu t geworden ist. - Famiari neben camiari „riscaldare il forno" ist nicht klar; es kann keine Angleichung an flamma sein, da fl immer zu  2 wird (flamma = xiamma); vielleicht aber an fum.  P) Inlautend bleibt e nach dem Accent: spica, littica, lattuca, fastuca, tartaruca, locu, focu, pocu, jocu, sucu, dieu, ficatu; lagu (lacu) ist gelehrt (ital. lago), pregu (precor), pagu nach Schneegans aus Angleichung an den Infinitiv prigari, pagari.  Inlautendes e vor dem Accent zu g: pagari, prigari, arrigurdari, arrigurdanti, lagusta, addugari (adlocare); Sira-yusa; aber carricari, vucari (ital. vogare), affucari (adfaucare, ital. affogaro), asucari (exsucaro, ital. asciugare), cicala (cicada), sicuru (securu), jucari. - C schwindet in putia.  II. c+e, i = ie, ci. a) Im Anlaut: centu, cerou, cra,  cmiri, ¿erca, cincu, cimici, riveddu, ccir, tima, cu,cirasa etc. - è wird zu g in fremden und gelehrten Wörtern: ginisi (span. ceniza), gileccu (span. chaleco), gitá, Licata (cittá), gafaluni (cefaglione). Inlautend bleibt ic, ii: viünu, radici, paci, nuüi, dei, pici, cuci, cruci ete. Unklar ist kirkiri (ital. cicerchia = cicercula, nach Avolios wahrscheinlich richtiger Erklä-rung Rest der alten gutturalen Aussprache des c, vgl. sardisch).  Sporadisch è zu et in babalusi, Licata (span. baba + lueir, ital. lumaca). — è zu et in sóggiru, sóggira, wohl weil Propar-  oxytonon (soceru). Ee, e im Hiat. = ix: aaru, fasia (facio), laziu  (laceu), mustarola, abbracari, eraru, risu (ericiu), jarill (glacies); ¿occu (ecco hoe), -axu (-accus): ramurazza, ca-  tinain, vista, gintari, sicca,u, mula:u, cudar:u; - ux21  (-uceus): sanguzzu, santurru, curviäu, piduzau ete; aber  face (facies), minacer gelehrt. In Verbindung mit Kons. c+f(-x-) = ss: matassa,  rissr, tossicu, tessiri, fissu, lissu, lassari; - wird -s in Lisannaru, Lisannara (Alexandru, Alexandria), lisia (lixiva), nésiri (exire), cosa (coxa): seliri (exeligere), salari (exh.), asu-  rari (exsuc.), masidda, - als s findet sich in esempru, spiri-mentu (exper.), esilu gelehrt (vgl. ital. esempio, esperimento, esilio).  c+t=It: fattre, notti, otte, pettu, fruttu, dotta, di-  fette, aspettu, vettr etc.  c+*= gr: grassu, gradila, gridari, cunsagrari, sigri-  tarm, sigretu; nach dem Accent in agru, magru, sagru, aber  auch agru, magre, sagiru.  né = ni: cunzari (ital. conciare) ammunciddlari (amon-  cellare), dun«ellu (do'n'cella), vilanza (bilancia), lanza (lancea),  unza (uncia). In Verbindung mit 1 + Vok. cl = liz: ohkzu, lizovu,  logavi, kesa, kzaru, lanu, lavi, lugiri, finokkzu, kizamari ete.  Mundartlich wird è in Licata (vgl. et in Noto, Modica); anu, caru, cesa, covu, cav, camar, speciu (speclujlu), macca (macla) etc. In einigen gelehrten Wörtern bleibt cl: clamurusu,clamuri, clavicula, aber lizossu; cli, clac zu 1: quali, spirali, juli, graditi, armiti, nie zu ye: quayga, gradigga, vie z. B.  in Palermo.  §7. qu. a) Im Anlaut bleibt qu in quattu, quaranta, quannu, quantu, quinnici. Vor o wird oft zu cu, cutilan (quotidian). - Für corki neben quarki, corkidunu, auch cor-  runu neben quarkidunu, quarkunu, s. 1, § 1.  Vor e, i bleibt qu nur in gelehrten Wörtern: quarela, questura, questurinu, quistioni, querannari u. a. Das Volk sagt aber oft: curela, custura, custioni. Auffallig ist quetu, volkstümlich. QVID (ital. che) ist lie' geworden; cu muls, wie Schneegans gut bemerkt, auf cui Dat. beruhen. Qu durch DISSIMILAZIONE zu è in cersu, úncu, cinquanto. Inlautend bleibt qu in gelehrten Wörtern: ossequzu, ossequari, equipaggu; wird aber zu y in cunsiyuiri (ital. conseguire), cunsiguenza (ital. conseguenza), aguali (ital. eguale).  Mit verdoppelter Tenuis findet es sich in acqua (ital. acqua). “qv” zu “c” in “acula”, “aquila”, sicutari (sequitari); niculizia (ital. liquirizia), cincu (cinque), cocu (coquus), licori (liquore), anticu, sunca (dunqua) — vor e zu è in cociri, toriri.  §8.. I. y +0, 0, U: a) im Anlaut bleibt ya, go, yu:  gaddu, gaddina, gódiri, yustu, yula etc. Nur im Satzinnern wird y manchmal zu h: ¿aju hustu, piccatu di la hula be-sonders in Licata; jaddu, jaddina, justu (gustu); jabbari,  jabbatre, jabbillotu (von gabella), nur in den  Mundarten  von Sciacca und Casteltermini. Häufig auch in Girgenti, wie in vielen anderen Mundarten der Insel, findet sich die Prothese des y vor gutturalen Vokalen: gunu, juna (unu, una), gómini (omini), gavutu, yavutizia (altu, altezza); in li gulivi (autivi), li yuriklie, könte aber in letzterem Fall Aphärese des a sein, of. au zu ayu verdehnt. In grapu, grapi, grapiri, graputu (von aperire) ist auch die Metathesis des i  zu bemerken. Inlautend wird y +«, o, u in GIRGENTI  gewöhnlich  beibehalten: ruga, laya, fayu, magu, fragula, liya, ligaturi, juyu, prigatoru, prigari (von preyare aus precare), rinneyu,rinnigate, rinnigari, rigale, arrigulari, annegu, annigari, figura, figurine, figurari. Seltene Fälle: allg. sieil. ist h aus g in litica (litigat), wie ital. lética; in PORTO EMPEDOCLE findet sich pilaja (Erdstrich, Ufer) neben lzaga (plaga) und in GIRGENTI gayanti neben gaganti (gigante). Ego (nach Schneegans) wird zuerst zu eju, dann eu (wie z. B. in Ribera), dann, mit j-Prothese jec, und aus jeu —jüu, wie Deu--Diu, meu, miu. In GIRGENTI findet sich nur in (ef. ital. io), mit  vanni, 50 und 25 Canti etc.) auslautend u mit a vertauscht. - Auf älteres et führt garn „blafs", vgl. ital. giallo, wie denn auch im span. portug. ein lautwidriges et vorausgesetzt wird;  nur im fiz. jaune ist es berechtigt.  II. y te, i = ge, gi. a) Im Anlaut wird y to, i volkstümlich zu j: jenniru (generu), jissu (gipsu), jimmu (gibbu), jinessa (genista); bleibt ge, gi in gelehrten und fremden Wör-  tern:  genti, genu, goa, gilatina, "gilatu, gebbia, giru, galle, gestu, gergu, ginia, gilusía, gilusu, gelu, géniri, ginirali u.a. Auffällig ist agrig gunokly, gunoklya, ayyunik-lizari, agyunilhzatu (also älteres *gunuclu durch Vokalharmonie) neben dinokkzu (DISSIMILAZIONE bei Ähnlichkeit y - k zu d - li).  Sporadisch zu s in sincili (gingiva), cf. sard. sinzia.  8) Inlautend schwindet y te, i und wird i zu j: majisi, majissu, majidda, pajísi, sajimi, sajitta, jitr (digitu), projii, rigiri (regere), frigri (frigere); fujiri (fugere), fuj (fugit), rigiddu (regillu), bleibt als de, gi in gelehrten Wörtern: priguni, vir-gini, virginitá, virtiggini, riggissu, riggissari, greggi, leg-giri, riggina, magissatu, furmagiu, tragie u. a.  d) In Verbindung mit Kons. n + g nach dem Ton = i: saiu  (sangue); staña (stanga); linua (lingua); gana Zahn; fanu (fango); loir (longu); zu ñ aber in añuni (angone); zu ni nur in san-  csuca (sanguisuga) - n+ ge, gi = ni: kjanciri (plangere);  ssincri (stringere); tinciri (tingere); finüri (fingere); nura (in-giuria); ancilu (angelu); munciri (mungere); nicñu (ingeniu); funca (fungea). Nur in Licata bleibt ng: mungiri, pungiri, punigusu, ligangiri, tiniiri u.s. w.g + n verbindet sich zu ñ: puñu, mañu (magnu), reñu, sinu, añeddu, liñu, stañu, cuñatu, piñu, diñu. Canusiri (ef. ital. conoscere) kommt von dem vulglat. * conoscere, cf. Meyer-L. — ngi zu ni in sponia, nzunza (ital. spugna, sugna). - ngl zu i in ciña, uña, ciñali, gelehrt (ital. cigna,  ugna, cignale).  yin = mm: domma, enimma, frammentu, flemma, gelehrt.  go bleibt go: griddu, granatu, granula, grecu, gro (grue), gradu, gren, grivanza - manchmal fällt y in gra: ranni, raufa, ravusu, rasta (grasta), radu, ranatu.  Im Inlaut,  neben agru, mayru, allegru, findet sich agiru, mayiru, alle-  giru, s. § 18; ferner nigure, xaguru (nigru, flagrore).  gl. = t: lommaru (glomere); alannara (glande), abuttiri  (glutire); qualari, vilari, ssiari, ssia, - ylobu, ylora sind gelehrt, ebenso giarza, ital. ghiaccio. j.  Anlautend bleibt j: jencu (juvencu); jiniparu  (juniperu), jittari, jettitu, jittena (s. jecere), jugu, jocu, ju-culanu, jucari, jucata, jovidi, jumenta, juntri, judici etc.  - In gelehrten entlehnten Wörtern wird j zu g: ga (jam), guvini (juvene); gustu, gustizza (justu, justitia), gudixm, gu-dicari, gurari neben jurari, volkstümlich. Für Gesú, Gesuziu, Guvanni, ital. Gesù, Giovanni. In den Mundarten von Cian-ciana und Casteltermini (manchmal auch in GIRGENTI) findet sich statt j: grugini Casteltermini (juvene), gustizia, gustu, garnu, grattena, agruccu, agruccatu, agruccari (v. guccu)  (vgl. frz. juc). - So wird j - ge auch in den adverbialen Verbindungen, wie z. B. a gocu, a giettito, a grunta, pi giunta u. s. w. Inlautend wird j volkstümlich auch als j bewahrt: peju  neben peigu (pejus) gelehit, majuri neben magguri (ital. mag-giore); maju (maju), dijunu, dijunari. - Von dem golehiten et wird durch Einflufs des n, zu è in 'niuga (ital. ingiuria).Dentale. Sowohl im Anlaut als im Inlaut bleibt t gewöhnlich unverändert: tantu, tauru, tu, tortu, tila, tempu, talari, tizzuni; - viti, vita, latu, cuntata, batia, putia, ba-tissa, legitimu, ssata, siti, rota etc. Tonloses t vor dem Tone =d nur in padedda, gridari, rudeddu, gradita (vgl. ital. pa-della, gridare, budello, gradella); gelehrt ist grada, cf. ital.  grada (grata);  tt bleibt tt: gatta, sajitta, batti (battit), gutta neben yuccia, cf. ital. goccia (*guttea). - It gekürzt in t: matinu (ital. mattino). ut statt it findet sich in mintiri, minti, mintutu (mittere) durch Einflufs des Nasals des Anlauts.  y) in Verbindung mit Kons.  it bleibt rt: porta, marteddu, morti, murtaru, mur-tidda etc. - wird zu rd in spirdi (spiriti).  ut=nt: lisantu, lianta, cente, frunti, munti, funti ete.  st = st (nie st): agustu, mustu, gustu, testa, castedu etc.  ti=t: pati, mati, vite, tovati, quattu, metu, uti etc.  str = ss: ssata, assu, massu, nossu, rossu, culossa ete.;  bei den niedrigen Leuten findet sich manchmal et statt $$:  masu neben massu (maistru), noss (nostru), voss (vostru), ásacu neben ássacu (astracu, ital. terrazzo).  t=lil: veklzu, silliza, niklia; in fist'lare (ital. fischiare) ist das l zu r geworden: fiscrare und dann durch TRASPOSIZIONE o Metathesis friscari statt fishzari. Mundartlich in Licata i =й: vei, sicia, nicca; cf. cl, pl=.  t, volkstümlich = iñ: peru, maxa, ssaari (ex-tractiare), palar, prezal, accarizari. Suffix - antia =  spiranza, luntananza, crianza, mancania a.sV entia - crsa: prisenza, sensa, sintenza, simenza,  cusenza, pruvidenza; - itia = ira: duczza, cuntintizia,  frankirza;  - atium = azzU: minurza, palazau; - itiun  = irzu: timulizzu, capizzu u. s. w. (s. Schneegans). -  (angustiare), ef ital. angosciare. Rasuni, stasuni u. dgl. sind, wie Schneegans gut bemerkt, eine Popularisierung der fremden Form mit et - doch hört man sie sehr selten - Sir-vizu neben sirvizzu, prisenza neben prisenza, stazioni neben stazzuni, oxzu, privinzioni sind alles gelehrte Wörter. Unklar sind paien:a (patientia, ital. pazienza), wobei Schnee-gans an eine volksetymologische Ableitung von paci denkt, und scorca (scortea), das Avolio von écorce ableiten möchte. d: Im Anlaut bleibt gewöhnlich d: donu, duru, deci, dormiri, dinari, durari, doti, dari, mit weichem Ausdruck im Gegensatz zu decottu, dugana, duguneri, dannari, dumannu, s. II: Cons. - Sporadisch d zu t in tusellu (span. dosel); zu s in sunca (dunqua); fällt in attula (dactylus).  f) inlautend wird d auch beibehalten: nidu, nudu, gra-du, fidi, pedi, cuda, sehr weich ausgesprochen, aber nie in ? übergehend - doch manchmal verstärkt es sich in t, bes. bei Proparoxytona: tispitu, stúpitu, ácitu, vgl. ámitu. - D zu n, durch Dissimilation in lónara ([alaudula), sporadisch zu / in ricala (vgl. ital. cicala, franz. cigale); schwindet in 'ncúnia (incudine). dd zu on in rénniri, vgl. ital. rendere.  d) in Verbindung mit Kons.  dr = t in quatu, citu (ital. quadro, cedro).  id bleibt id: tardu, pirdutu, pérdiri, virdi u. s. w.  Id = Il in calle (caldu), calliari ('caldicare), falla, ful-  larr, fallarinu (v. falda); callara, callaruni (caldaja), nur bei den niedrigen Leuten.  nd = nn: camila, funu, quann, bunnu, cunfún-niri, mannari u. s. W.  &) in Verbindung mit Hiat. i: de volkstümlich = j: jorme (diurnu), seju (sedeo), viju (video), raja (sing. raju sehr selten, radiu), criju, ligeju (cludeo); oji (hodie); caju, appoju, appu-jari (v. podiu). - In gelehrten, entlehnten Wörtern bleibt dị: darule, dialugu, dialette, mediu, rimedre u. a. Segga (sedia),  Keine Umstellung des d findet sich in mpatidiri, da es nicht von impallidiri, wie Meyer-L. (It. Gram.) glaubt, sondern von patedde (Schalmuschel) kommt, das heisft,,restringersi, per paura o per freddo, coma und patella."raggu, gurnali, gurnalista, gurnaleri sind ital. Wörter, ebenso pranzu, manzu (mandium), roxzu, shixzu, frizzu. - Auffällig ist orzu (ordeu) volkstümlich. In menzu, mazzornu, man-inó (mezzo giorno) ist der Einflufs des Nasales des Anlautes zu finden. s. a) im Anlaut bleibt s gewöhnlich: sali, sucu, siti, sonu, se (sex), soru, suitta, sudari, simen:a, sava, surfaru, sampuña (sambagna), sirina ete. - wird zu et nur in sorba (sorba), salbara (arab. sebbara). - Simia, neben siña, siroceu sind ital. Lehnwörter. - Nur st, sp, sc, nie et  () inlautend wird s auch beibehalten: risu, fusu, casa, rasu, spusu, misi, cosa, rosa ete. Die Form riciñolu, Nach-tigall, ist in Girgenti unbekannt, statt seiner findet sich vi-siñol, gelehrt (cf. ital. rosignuolo).  y) ss bleibt ss: russu, grossu, passaru, passu, grassi, missa, passari etc. - Porau (possum) mufs, wie Schneegans bemerkt, analogisch zu fazu sein. Vasu, grasa, nisun beruhen auf si. in Verbindung mit Kons. sc vor oder nach Palatal-vokalen =$: camúsiri etc..  rs bleibt rs: ursu, cursa, scarsu, pirsuna, pirsuasu etc.  - wird zu rz in vurza (bursa). ns = nz: pinzari, 'nzémmula (insimul), lunitu, 'nziñari,  'ncusu (insursum), 'nzumma (in summa) etc.  &) in Verbindung mit Hiat. i. Schneegans hat kaum  recht, nach meiner Meinung, zu sagen, dafs s + Hiat. i = e  (ital. g) wird. Diejenigen Beispiele, die er giebt, beweisen die Thatsache nicht; denn occasionem, prehensionem, phasianus lauten nicht cacuni, pricuni, facani, sondern prisuni, casuni, fasanu, alle drei sind aber aus dem Ital., prigione, cagrone, fagiano, entlehnt und sehr wenig gebraucht. Camisia lautet nicht camica (wie im Ital.), sondern cammisa; *asium (ital. agio) nicht au, sondern asu.  Also lautet von allen Beispielen bei Schneegans nur caseus = cazu und dieses ist auch gelehrt (vgl. ital. cacio), da das Volk statt seiner immer tumaxzu sagt.Welches ist nun die volkstümliche Entwickelung von s + Hiat i? Ich lasse es bei den Beispielen bewenden: cam-misa (camisia); vasu (basiu); vasari (basiare); ginisi (cinisia);  ¿irasa (cerasea); lizesa (ecclesia); riversu (ital. rovescio); fasola fasoli (phaseolus) alle volkstümlich; dann cau gelehrt, asu,  rasune, fasam, prisuni Lehnworter) im Anlaut wird n beibehalten: nodu, nasu, nudu, novu, niguru (nigru), nidu, natali etc.; — schwindet gewöhnlich in nun (non): „un sacõu nenti, un ti ni volu dari, un ti porzu ajutari, un et é bersu" u.s. W. - Zusatz eines n findet sich in nesiri (exire), nguanta (ital. guanto), nita Geschwür, nxiru (seria). - Für nomu, "nappa, "nocca siehe II.  inlautend, bleibt n auch fast immer: luna, gaddina, fini, lana, manu, pani, jina, fenu, bona, finessa, minutu, finokkau. etc. - N-n, durch Dissimilation, in 1-n in vi-lenu, cunfaluni; n-m zur -m in arma (anima), armali (animale) – DISSIMILAZIONE [cf. H. P. GRICE, ‘soot’, ‘suit’ – DISTINCTIVE FEATURES].  8) in Verbindung mit Kons. n vor s schwindet, wie allg.  rom. isula, misura, spusu, spusa, misi etc.  d) nn bleibt nn: annu, pinna, nannu, nanna, pannu etc.  8) nị =ñ: cuñu, suñu, duñu, tiña, viñu. - In gelehrten Wörtern bleibt n: calunma, crimoma, querimonia u. a. Auffällig ist ssamu, ssamari, ssamatu (von extraneu), volkstümlich. l. a) im Anlaut: liu, loda, lumi, locu, liggi, lattuca, luntanu, littica etc. - l zu g durch Dissimilation in gitu, golu (aber schon vulglat. jilium, jolium). - I zu et in rimarra (limarra von limu), rusiñolu (cf. ital. rosignuolo).  B) inlautend bleibt l zwischen Vokalen: gula, pala, mula, pilu, gelu, cuturi, pilucca etc. - Wechsel des / und et miteinander in palora (parola), grola (gloria), ¿artiri (barile), acqua-loru (acquarolo), rogu aus lorogu (horologu). - 1- 1 zu r-1 in fragelle (flagellu), caramedda (frz. chalemel). - I zu t in úmitre (amylum), cf. ital. ámido. - 1-1 zun - 1 in canollia (aber schon volkslat. conucla); Filmena (für Filumela).d) Il = dd [für die Aussprache s. Diakr. Zeichen]: idda (illa), -beddu, -ada (bellu, -a), sedda (sella); midudda (medulla); cipudda (cepulla), nuddu (nullu), griddu (grillu), cavaddu (ca-ballu), foddi (folle), peddi (pelle), stidda (stella) etc. - In ge-lehrten, italianisierenden Wörtern wird Il beibehalten: bell, bella, billia neben beddu, bedda, biddixza, pullu, satollu, valli, aber vadduni, abbaddatu (ital. vallone, arvallato), villa (villa), aber viddanu, sogar milli (mille); beim Volke findet sich aber öfters mira (milia). Ferner balla (frz. balle) neben badda. (ital. palla Kugel), fratellu Klosterbruder neben frateddu Vetter; coll Last neben coddu Hals (s. Schneegans). U—1 zu un - 1, durch DISSIMILAZIONE, in pinnula (ital. pillola).  d) I vor Kons., im Silbenauslaut. I + Labialis zu r: tarpa (talpa), purpa (pulpa), corpu (colpu), curpa (culpa), purpu (polpu), sarpari (salpare), vurpi (vulpe); arba (alba), sarvaggu (silvaticu); sariza (salvia), sarvari (salvare); surfaru (sulfaru), parmentu (palmentu), parma (palma), ermu (elmo). In pru-vuli ist die TRANSPOSIZIONE o Metathesis des r (aus / + Lab.) zu bemerken.  l + Gutturalis zu r: arcova (ital. alcova); surcu (sulcu); sapurcru (sepuleru); carcañu (calcaneu); 'ncarcari (incalcare); barcuni (balcone); quarki, corki (qualisque, ital. qualche); curcari (collocare) - cravaccari von cavarcari (cavalcare). 1+c= r in purci (pulce); sarõu (salice); farci (falce). - l+ ¿ vocalisiert in caucu (ital. calcio); quacina (aus caucina calcina). - I + et schwindet in puci neben purci, duci (dulce),  ducizza (dulcitia); - l+i = n in fanci (falce) bei den  Landbewohnern.  l + Dental.  1. l + Dent. = v: artaru (altare); Marta (Malta); Car-  taggiruni (Caltagirone); surdatu (soldato); sordu (soldo); ger-suminz (gelsomino); farsari (falsare); sarsa (salsa); nurtu (insultu); garnu (afrz. jalne).  Anmerkung. Wenn jemand aus dem Volke, der einen Anstrich von Bildung hat, entweder durch Schulbesuch oder Dienstzeit, mit einem aus höherem Stande spricht, wird er immer liardu (caldu), mortre (molto), artu (altru), martempu (maltempo), farda (falda), sarsica (salsiecia), sarte (saltu),sartari (saltart) u.s. w. sagen, in der Meinung italienisch, oder wenigstens ein feines Sicil. zu sprechen. - Wirklich volkstümlich ist aber artaru (altare), nie otaru, neben ataru; die anderen Wörter sind entlehnt und fremd.  2.1 + Dent. vocalisiert: autu (altu), autu (altru), sau-tari (saltare), sautu (saltu), fauda (falda), fausu (falsu),  ceusa  (gelsu), meusa (milsa). - In diesem Fall ist die Einschiebung des o, 9 sehr häufig: avutu, avutu, sagutu, cavudu, favusi, cevusu. In Cianciana findet sich / + Dent. in ¿ vokalisiert: fúida (falda), caidára (caldaja), cáidu (caldu), caidiari (caldi-care), caidiatu caldic + atu) - nur bei den niedrigen Leuten geht / + d in ll über, wie in falla, fallaru, fallaririnu, callu, calliári, callara, callaruni. - Formen wie atz, atu,  satu, satari, sasixxa, caxi sind sicher contrahiert (ar = (),  ebenso in pusu (pulsu), vuturu (vulture), voxi (volsi), ascutari (auscultari), cuteddu (ital. coltello).  1. bei dem niedrigen Volke, besonders Landbewohnern, wird / + Dent. zu n: antu (altu), antu (altru), santu (saltu), santari (saltare), fanzu (falsu), canzi (calx), ascunta (auscul-tat), punsu (pulsu), sanzizza (salsiccia), monta (volta), auch mota. / + Hiat. i.  h = 7 in der ganzen Provinz, ausser von Sciacca und  Ribora: fitu, mitu, gitu, golu, mutúri, pita, tata, vota, cun-rilu, famila, olu, melu u. s. w. ohne Ausnahme. r - a) im Anlaut findet sich nur als scharf gerolltes alveolares y (v): re, renniri, ridiri, russu, ris-tari, rasu, Roma, rosa u. s. w.; - ranni, varusu, rat-tari sind aus gr entstanden.  8) inlautend, bleibt et gewühnlich als weiches ungerolltes  vaibberi (barbierc), feimmu (fermu) - nach Labialen schwindet o in derselben Mundart: fevi (sicil. frevi), firaru (sicil. frivuru), pimu (primu), pivari (privare). - Aus Dissimilation schwindet i aber in der ganzen Provinz in crivu (vgl. kalab.neap. krivu). Zutritt eines &, fast immer bei auslautendem t erfolgt in: anata (cf. ital. anatra), inhiossa, gelehrt, (ct. ital. inchiostro), cilessi (ef. ital. vilestre), jinessa (genista) - nach  anlautendem t in tisolu (tesauru), tuniari, vgl. Diez Wtb. trono. -  /-zur - 1, durch Dissimilation in: arbulu (arbore), in-  ruca, rasola (rasoriu). Sporadisch et zu n in Gaspanu (Gaspar), fisini (viscere); r zu l in siloccu neben siroccu.  Metathesis der y in: prevula (pergula), sfrazzu (ital. star.  20), ssanutu (stirnutu), scravalu (scarabeu), vrigoña (ital. vergogna), friscari (fiserare), prevuli (purvure), tubbu (torbido), proji (porrigere), prummettiri (ital. permettere), cravuni (carbone) - crapa (capra), crastu (castru), frevi (febris), frivaru  (februariu), graniu (cancru), catteda (cathedra). - Dagegen stehen furmentu (frumentu), purpama (propagine), tirdinari  (tredenari).  d) or bleibt er: ferru (ferru), terra (terra), carrettu (v.  carTu), cord (currit), turri (turre) u. s. w.  0) / + Hiat. i.  1? + Voc. =• + Voc: argu= arus. §1 - fera (feria), munaster (monasteriu), cannilaru (*candelaria), syarra (*ex-  variu), axxaro, jinnaru, fricara, murtare, panare, nularu,  rurdunaru, panaru u. s. w. In gelehrten Wörtern bleibt : coru, sigritarn, mug-  gisterzu, messaru, rifriggerne u. a. — Auffallig ist virsérge (adversariu) volkstümlich.-Im letzten Augenblicke, als ich eben diesen meinen ersten kleinen Versuch nicht ohne einiges Bangen in die Welt hinausschicken und den Fachgenossen vorlegen wollte, langte in Bonn eine neue Arbeit über die sicilianischen Mundarten an von meinem durch eine Reihe sprachvergleichender Arbeiten hochverdienten Landsmann, Gregorio aus Palermo, unter dem Titel, Appunti di fonetica siciliana, Palermo. Indem ich dieses Zusammentreffen als einen besonders günstigen und glücklichen Umstand betrachte und nicht wenig darauf stolz bin, dals meine süfse Muttersprache Gegenstand einer solch vertieften und andauernden Forschung zu sein gewürdigt ist, so habe ich noch andere Gründe, mich des Erscheinens dieses wichtigen Buches zu freuen. Ich sehe nämlich, dafs wir nicht nur in fast allen Punkten, wo wir uns mit unserem unmittelbaren Vorgänger, der vortrefflichen Arbeit von Heinrich Schneegans, dieselbe stellenweise berich-tigend, beschäftigen, jedesmal zusammentreflen, was sich durch unsere Kenntnis des Sicilianischen als Muttersprache ohne weiteres erklärt, sondern obendrein wir uns beide in demselben Gedanken begegnet sind, unsere Arbeiten Foerster) Die Hindernisse, die das endliche Erscheinen des nach dieser Jahreszahl offenbar schon länger als ein Vierteljahr fertiggedruckten Buches so lange verzögert haben, sind in der Einleitung nicht angedeutet. Durch die Güto des Foerster konnte ich das oben eingetroffene Wid-mungsexemplar sofort benutzen. - Meine Arbeit wurde bei der hohen philosophischen Fakultät der Universität Bonn als Doktor-dissertation eingereicht und angenommen. Die Korrektur des letzten Bogens erhielt ich in Bonn zu widmen, der bereits vor acht Jahren die erste wissenschaftliche Bearbeitung des Sicilianischen nach den in Deutschland allein erreichbaren Schriftdenkmälern veranlalst hat in der Bonner Dissertation von Hüllen und welcher der Untersuchung der Mundarten unserer beiden grofsen italienischen Inseln seit Jahren liebevoll seine Kräfte widmet.  Durch die bis jetzt erschienenen Arbeiten steht die Laut-Ichre des heutigen Sicilianischen im grofsen und ganzen fest und fertig da; allein bei der unendlichen Mannigtaltigkeit der Lautentwickelung, die fast mit jedem Orte wechselt, ist es klar, dals ein vollständiger Aufbau erst dann wird vorgenommen werden können, wenn eine möglichst grofse Anzahl von Einzelnuntersuchungen über die lautlich irgend wichtigeren Punkte unserer herrlichen Insel, und zwar möglichst von Sicilianern, erschienen sein werden, wozu ich mit dieser Arbeit mein bescheidenes Scherflein beizutragen gewagt habe.  Auf eine eingehendere Würdigung der Arbeit Gregorio's kann ich mich hier nicht einlassen. Ich bemerke nur nebenhin, dals ich in einigen Punkten, wie Erklärung des grevia von graivius - ai kann sicil. unter diesen Bedingungen nie e geben -, der analogischen Erklärung des - oklin aus uculu durch Anlehnung an culu, Ableitung von bruicetta von broccus - ich kenne nur burietta, das ja irgendwo in brucetta umgestellt sein könnte, das aber von furca kommt und dem ital. forchetta genau entspricht, während natürlich brocca zu broccus gehört -, Anwendung des Zeichens ti statt des einfachen t für lat. ti (ich wenigstens kenne es blols als einen einzigen Laut !, welcher bestimmt der stimmlose zu dem stimmhaften da ist), die Annahme, dals lat. -ss- allein et geben könnte in grasu u.s.f.  - meiner Ansicht nach ist stets ein folgendes i im Spiel, auch in casa, vgl. frz. causse, portug. caixa -, die Ableitung des porzu von possum (statt von potio, die Auwendung des Doppelzeichens ij statt des einfachen n, da man nach ñ nichts einem / ähnliches hören kann, u.ä; nurin einem Punkte möchte ich, weil es meine Heimat betrifft, wiedersprechen: Auf wird gesagt, dals in GIRGENTI sich manchmal die Diphthongierung des et und des p findet, was aber nie der Fall ist. Thatsächlich sind nämlich caétuóf-fuli, suoddi keine agrig. Wörter; statt ihrer sagt man immer und nie anders als cacóciuli, sordu, sordi.  Bonn. L. P.Luigi Pirandello. Pirandello. Keywords: e dov’è il copione? è in noi, signore – il dramma è in noi -- siamo noi – R Chiede d’entrare nei fasci, La Stampa, Gentile e Sorel, Mussolini e Nietzsche, Mussolini e Sorel. – ridotto in siciliano. U ciclopu, decadentismo, identita personale, l’io e la societa, il collettivo, l’intersoggetivo. Refs: Luigi Speranza, “Grice e Pirandello” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pirro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale rovesciata nel’idealismo di Gentile – la scuola di San Severo -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Severo). Filosofo italiano. San Severo, Foggia, Puglia. Studia a Roma sotto SPIRITO (si veda). Studia ALLMAYER sotto PLEBE. Insegna a Perugia e Palermo. Studia GENTILE (si veda). Pubblica “L'attualismo di GENTILE e la religione” (Sansoni, Firenze). Fra i suoi saggi si ricordano anche “Filosofia e politica in CROCE” (Bulzoni, Roma). Si interessa alla ricerca storio-grafica e svolse numerosi saggi su Terni. Esponente di spicco della vita culturale della città umbra, studia gl’aspetti poco indagati di quella che fino ad allora era una città ancorata ad una dimensione prettamente industriale. Sotto la giunta di Ciaurro, co-ordina il progetto per la realizzazione di un museo archeologico nel convento di S. Pietro sotto. Peroni. Nei suoi studi di storia ricostrusce prima della pubblicazione de Il sangue dei vinti di PANSA, episodi della guerra civile tra cui l'assassinio del sindacalista CARLONI e del dirigente d'azienda CORRADI.  Fonda il "Centro di studi storici", un'associazione culturale di ricerca storica a cui viene collegata la rivista “Memoria” L'obiettivo di “Memoria”  è quello di porre fine all'amnesia organizzata, facendo conoscere a tutti le vicende di una città figlia non solo dell'industrializzazione. Accanto ad un nuovo sguardo per le vicende passate “Memoria” inaugura una stagione di storiografia libera da condizionamenti ideologici e basata sulle fonti.  Suscita critiche per la ricostruzione d’alcuni episodi di violenza avvenuti durante la resistenza anti-fascista, critiche di storici locali, che lo accusano di revisionismo. In realtà il suo lavoro è sempre suffragato dalla presenza della fonte documentale. Le vicende ricostruite, come ad esempio quella dell'uccisione di CORRADI o URBANI, ad opera dei partigiani non sono mai trattate dalla storio-grafia ufficiale. Consigliere dell'stituto per la storia dell'Umbria e dell'stituto di cultura della storia dell'impresa Momigliano, dell’istituto per la storia del risorgimento. Il saggio  “Regnum hominis: l'umanesimo di GENTILE” fa parte della collana della Fondazione SPIRITO e FELICE di Roma. Un saggio dedicato al risorgimento pubblicato da Morphema intitolato “Risorgimento.” Un saggio "Dopo GENTILE dove va la scuola italiana" (Firenze, Lettere). Il consiglio comunale di Terni delibera di dedicare la sala Tacito di Palazzo Carrara in Terni a P.. Con l'occasione si presenta il carteggio "La vita come Ricerca, la vita come Arte, la vita come Amore", titolo riferito all’omonimo saggio di SPIRITO In occasione delle celebrazioni della fondazione del Liceo Tacito di Terni, gli viene dedicate nell'atrio della scuola, una targa con una dicitura tratta da una poesia di Gibran. Altre saggi: "Italia e Germania", raccolta di saggi da “Studi Politici". Pubblica una raccolta di memorie di scritti di garibaldini intitolata "Corre l'anno” “Terni e l'affrancamento di Roma nelle memorie dei garibaldini; il saggio "Filosofia e Politica e GENTILE" (Aracne). Il comune di Terni delibera la posa di una targa in memoria presso la dimora di  P.. La soprintendenza archivistica dell'Umbria e delle Marche dichiara il suo archivio di notevole interesse culturale ai sensi del T.U. dei beni cultural. Viene scoperta sulla casa a Piazza Clai a Terni una targa commemorativa. Viene pubblicato da Intermedia "L'unica via è il Pensiero: scritti in memoria". Altre saggi: “Una missiva a SPIRITO”“Filosofia e politica in GENTILE” (Firenze, Sansoni); “La riforma GENTILE e il Fascismo”, Giornale critico della filosofia italiana” (Firenze, Sansoni); La politica dell’idealismo italiano” (Firenze, Sansoni); “La prassi come educazione nella gentiliana interpretazione di Marx” (Firenze, Sansoni); “Cultura e politica” (Firenze, Sansoni); “Filosofia e politica: il problematicismo” (Roma, Bulzoni); “La repubblica fascista”; “Per una storia dell'Umbria durante la repubblica fascista” (Perugia, IRRSAE); “Terni nell'età rivoluzionaria e napoleonica,”Arrone, Thyrus,  Terni e la sua Provincia durante la repubblica sociale” (Arrone, Thyrus); Ugolini, Petroni, dallo Stato Pontificio all'Italia unita” (Scientifiche, Napoli); “Interamna Narthium materiali per il museo archeologico di Terni” (Arrone, Thyrus); Le acque pubbliche gl’acquedotti di derivazione e l’utilizzazioni idrauliche del territorio di Terni nei sommari riguardi: tecnico, legislativo e storico” (Terni-Giada, ICSIM); Una scuola una città: il liceo ginnasio di Terni” (Arrone, Thyrus); “Terni nel risorgimento” (Arrone, Thyrus); “Sull'avvenire industriale di Terni, scritti di L. Campofregoso; Perugia: CRACE/ICSIM, “Garibaldi visto da GENTILE” (Roma, Istituto per la storia del Risorgimento Italiano); "Per Garibaldi" (Arrone, Thyrus); “I giustizieri, La brigata GRAMSCI tra Umbria e Lazio, di Marcellini, Mursia, Regnum hominis, L'Umanesimo di GENTILE” (Collana Scientifica Fondazione SPIRITO e FELICE, Roma, Nuova Cultura); “Scritti sul Risorgimento” (Furiozzi), Terni, Morphema); La vita come ricerca, la vita come arte, la vita come amore” (Terni, Morphema); “Italia Germania” Saggi di Filosofia Politica, Amazon, Filosofia e Politica in GENTILE” (Aracne, Roma); Carloni: Storia e Politica (Intermedia, Orvieto); Manifesto del convegno su Petroni; Garibaldi Terni Mostra documentaria e pubblicazione Istituto della storia del risorgimento Petroni, Dallo Stato Pontificio all'Italia unita. Convegno di Studio Terni, La Rivoluzione Francese, Terni, La nascita della Repubblica e gl’anni della ri-costruzione”; Biblio-media-teca, Terni, 7ricerca storico documentaria; sezione della mostra in collaborazione con archivio di stato di Terni e Biblioteca comunale di Terni; in collaborazione con centro per la promozione, istituto per la storia dell'Umbria contemporanea (Arrone, Thyrus); Intorno alle miniere di ferro e alle ferriere dell'Umbria meridionale, scritti di Vaux et al.; Terni: CRACE/ICSIM; Passavanti, Atti del Convegno di studi (Terni) (Arrone: Thyrus); Convegno dei lincei (Terni), Cesi e i primi lincei in Umbria, atti del Convegno dei lincei: Terni” (Arrone: Thyrus); dei lincei, “MAZZINI nella cultura italiana:”, atti del Convegno di studi, Terni” (Arrone: Thyrus); Magalott,  erudito, giureconsulto, docente di diritto” (Arrone: Thyrus); “Per Garibaldi” (Arrone: Thyrus); Valentino patrono di Terni, atti del Convegno di studi: Terni (Arrone: Thyrus); “La vita come arte” (Sansoni, Firenze); “La vita come amore” (Sansoni Firenze); “La riforma della scuola” (Sansoni, Firenze); “Il problema dell'unificazione del sapere”; “Dal mito alla scienza” (Sansoni, Firenze); “La mia ricerca” (Sansoni, Firenze); “Dall'attualismo al problematicismo” (Sansoni, Firenze); di GENTILE;  Il concetto di “pedagogia, in Scuola e Filosofia” (Sandron Palermo); “Giornale critico della filosofia italiana” (Sansoni, Firenze); “La scuola laica” (Vallecchi, Firenze); “Sistema di logica’ (Laterza, Bari); “La scuola” (Vallecchi, Firenze); “Che cos'è il fascismo”; Discorsi e polemiche” (Vallecchi Firenze); “Saggi critici” (Vallecchi, Firenze); Scritti pedagogici” (Treves, Milano); “Origini e dottrina del fascismo” (Istituto Fascista, Roma); di Croce  Contributo alla critica di me stesso (Napoli); Conversazioni critiche (Laterza, Bari); “La letteratura d’Italia” (Laterza, Bari); “Cultura e vita morale” (Laterza, Bari); “Etica e politica” (Laterza, Bari); “Pagine sparse” (Laterza, Bari); “La guerra civile”; “Memoria” (Thyrus, Arrone); “La storia rovesciata” – cf. PISONE – implicatura rovesciata -- ; “L'umanesimo di  GENTILE” (Cultura, Roma); “L'uomo e la storia” (Thyrus, Arrone). Il percorso storico, "Regnum hominis". L'ospite di passaggio, la difesa. Sull'avvenire industriale di Terni; Rassegna storica del Risorgimento. La vita come ricerca, la vita come arte, la vita come amore. Nome compiuto: Vincenzo Pirro. Pirro. Keywords: l’idealismo di Gentile, Istituto Nazionale Fascista, Origini e dottrina del fascismo, che cosa e il fascismo – discorsi e polemiche vallecchi, Firenze, Mazzini, per una storia dell’umbria durante la repubblica fascista, la repubblica fascista, gentiliana interretazione di Marx; la filosofia di Gentile, filosofia e politica in Gentile, Gentile nella grande guerra, il partito ha un capo che e dottrina vivente, Gentile e Mussolini, il concetto di stato, il concreto di Mussolini nel astratto dello stato, Pirro interprete di Gentile – la universita fascista di Bologna, la formazione dei dirigenti del regime – la repubblica fascista, storia e filosofia, la critica de Pirro alla damnatio memoriae di Croce, lo studio della filosofia nel veintennio fascista, l’origine del fascismo filosofico – Gentile, filosofo del fascismo – dizionario filosofico del fascismo, stato, spirito nazionale, italianita, romanita, propaganda, democrazia, repubblica, Italia, stato italiano -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pirro” – The Swimming-Pool Library.  

 

Luigi Speranza -- Grice e Pirrone: la ragione conversazionale della diaspora, da Crotona a Meta-ponto – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pisone: la ragione conversazionale del portico dell’orto – il gruppo di gioco del Vesuvio -- Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Ricordato come seguace della filosofia del portico un Pisone, che si è identificato con Lucio Calpurnio P. *FRUGI*, tribuno della plebe, pretore e console della repubblica romana, combatte la rivolta degli schiavi in Sicilia e la doma. P. ottenne la censura.  P. lascia un’opera storica -- "Annales" -- che si estende dalle origini. In essa, P. combatte le tendenze che si introduceno in Roma e il ri-lassamento morale. Della gente Calpurnia. Politico, militare e storico romano.   Talora detto Censorino – cf. P. Cesorino -- tribuno della plebe, si fa promotore della lex Calpurnia de repetundis, la prima legge romana che vuole punire l’estorsioni compiute nelle province dai governatori. Pretore. Dopodiché, eletto console con PUBLIO MUZIO SCEVOLA (si veda) e gli fu comandato dal senato di restare in Italia per domare una rivolta di schiavi. P. riusce a sconfiggerli, senza però ottenere una vittoria definitiva e dove passare il comando a PUBLIO RUPILIO. Autore di “Annales”, un'opera in almeno VII libri, che andava dalle origini e che sono tra le fonti precipue di LIVIO (si veda) e Dionigi d'Alicarnasso. Gl’Annales -- di cui restano una quarantina di frammenti -- si propone di descrivere la pretesa onestà dell'epoca antica, contrapponendola alla contemporanea corruzione operante a Roma. Che si tratta però di un'opera a tesi pre-costituite lo dimostra il fatto che, durante il suo consolato, avvenne l'assassinio di TIBERIO GRACCO, e che, nonostante l'estrema gravità del crimine -- che tra l'altro viola il sacro obbligo dell'incolumità personale che s'accompagnava alla tribunicia potestas – P. e l'altro console non prendessero alcun provvedimento in merito. Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, Boston: Little, Brown and Company. Cicerone, Brutus; In Verrem, De officiis, Catalogo Perseo; Cornell-Bispham, The fragments of roman historians, Oxford, Historicorum Romanorum reliquiae, Hermann Lipsiae, in aedibus Teubneri; discussione su vita, opere e frammenti). Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia, Dizionario di storia, PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute, Predecessore Console romano Successore Gaio Fulvio Flacco e Publio Cornelio Scipione Emiliano II con Publio Muzio Scevola Publio Popilio Lenate e Publio Rupilio V · D · M Storici romani, Portale Antica Roma   Portale Biografie Categorie: Politici romani, Militari romani Storici romani Militari, Storici, Consoli repubblicani romani Calpurnii. P. is the father-in-law of GIULIO CESARE and spends years of his political life trying to prevent the civil war. He is a follower of L’ORTO, under Filodemo’s tutelage. Filodemo lives in P.’s villa at Herculaneum -- his library has been discovered there.  Pisone – Roma – filosofia italiana (Herculaneum). Pisone Cesonino. When he moves to Rome, Filone becomes friends with Pisone Cesonino, who gives Filodemo a room at  his villa at Herculaneum in which to live. At the villa, Filodemo co-ordinates P.’s ‘gruppo di gioco’. Filodemo composes poems and a history of philosophy. After he died, Filone’s parchments remain in P.’s villa, where they were subsequently buried by the eruption of Vesuvio. With the excavations, a number of parchments from the library are recovered. More remain buried. Lucio Calpurnio Pisone Cesonino. Lucio Calpurnio Pisone Censorino. Lucio Calpurnio Pisone Frugi. Kewyords: Portico.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pisone: la ragione conversazionale del DE FINIBVS o del lizio romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma) Del Lizio, con mescolanze del portico e dell’accademia -- cioè eclettico -- trionfa della Spagna, ed e console. Detto eloquentissimo e dottissimo, scrive V libri "DE FINIBVS" He is a friend of CICERONE, although they eventually fall out. Cicerone uses him in his ‘On moral ends’ to articulate the philosophy of the Portico. P.’s tutors had been Antioco and STEASEA di Napoli. Marco Pupio Pisone Calpurniano. Marco Pupio Pisone Frugi Calpurniano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pitea: la ragione conversazionale della filosofia ligure -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He settles in Marseglia, and achieves fame as a philosopher.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pitodoro: la ragione conversazionale della la setta di Velia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Velia). Filosofo italiano. Velia, Campania. A pupil of Zenone – il Velino. Grice: “We know who Parmenide’s lover – beloved – was: Zenone. And P. is Zenone’s. Cf. Grice, “Aristotle – and the LIZIO – on the multiplicity of BEING.” IZZING. Nella bimillenaria tradizione filosofica occidentale il termine essere ha giocato un ruolo decisivo, e questo ha contribuito a rendere a poco a poco del tutto incomprensibile il significato originario dei frammenti che ci restano del poema di Parmenide di VELIA e suoi scolari, Zenone, e P.. Ho già notato che la contrapposizione folkloristica di  Parmenide di VELIA, guru dell'essere e d’Eraclito, guru del divenire, è degna dei giochi televisivi a quiz, ed ha lo statuto epistemologico della canzoncina della Vispa Teresa. Tuttavia, è bene ricordare al lettore almeno alcuni significati principali assunti dal  termine essere nel pensiero occidentale dalle origini ad oggi. Trascurando qui gli antichi Greci, il primo significato rilevante d’essere è  quello che lo identifica prima con l’uno dei neoplatonici e poi con il divino monoteista. Si tratta di una vera e propria onto-teologia unificata, come dice poi Heidegger. A questa onto-teologia unificata,  mirabilmente sistematizzata d’AQUINO (si veda) e dalla teologia domenicana  medioevale — che risacralizza così in forma razionale l’unità ontologica del macrocosmo naturale e del microcosmo sociale —, reagì fortemente prima il nominalismo sia laico (Abelardo) che religioso (Guglielmo di Occam), e poi il panteismo  rinascimentale (Bruno). Il periodo storico della costituzione formalistica del  soggetto, da Cartesio a Kant, è un periodo di declino storico della onto-teologia, e  questo non certo a caso, in quanto l’onto-teologia consacra in quel periodo storico il dominio simbolico delle vecchie classi signorili e tardo-feudali, e la borghesia nascente era interessata ad infrangere razionalmente il nucleo metafisico di  questa onto-teologia, e cioè l’unità delle categorie dell'essere e delle categorie del  pensiero. Il grande filosofo Kant infranse questa unità ontologica, sostituendo la  nuova religione gnoseologica borghese alla vecchia religione onto-teo-logica tardo-feudale e signorile, e si acquistò così la riconoscenza perenne di tutto il nuovo  clero universitario. La restaurazione della categoria d’essere da parte di Hegel  è basata sull’attribuzione all'essere di una genericità assoluta, che si concretizza e  si determina progressivamente mediante una logica dialettica (Scienza della logica,  ecc.). Per Marx e poi per Lukécs il termine essere non può che significare l’insieme pensabile concettualmente della totalità espressiva della società e della storia. L'uno-tutto non è però più declinato in modo religioso e bimondano - come per  Plotino ed i neoplatonici - ma è costruito concettualmente con l'intreccio della permanenza ontologica -- ciò che è, ed è eternamente -- e della determinatezza storica: il proprio tempo appreso nel pensiero. È questo l’unico possibile ritorno a  Parmenide di VELIA, non certo la ripetizione ieratica e sapienzale (più esattamente: pseudo-jeratica e pseudosapienziale) secondo cui è da pazzi (e tutto il mondo moderno  sarebbe pazzo, al di fuori di un professore universitario in pensione di Brescia)  ritenere che le cose possano mutare nel tempo. Parmenide, di cui presuppongo qui l'appartenenza alla scuola di CROTONE nella CALABRIA, già  ampiamente attestata dalle fonti classiche, pensa radicalmente un numero solo, il  numero uno. Sostenendo la cosiddetta sfericità dell'essere, non bisogna pensare  che alluda ad una sorta di palla splendente in cielo. Il termine sfairikòs significa  infatti congiuntamente sferico ed anche congiuntamente globale, totale e  “complessivo”. In greco moderno, duemila e cinquecento anni dopo Parmenide di VELIA (la  non conoscenza del greco moderno, custode semantico incomparabile dei significati originari della filosofia classica, rappresenta uno dei più pittoreschi elementi  di ignoranza dei professori europei di filosofia), il termine sfairikòs continua ad  avere lo stesso doppio significato semantico. Ssi dice, ad esempio, un'idea globale  del problema -- mia sfairikì andilipsi tou provlimatos.   Non avrei fatto questa deviazione semantica se non avessi voluto sottolineare il fatto che il termine parmenideo di sfericità dell'essere non allude ad un  gigantesco pallone aerostatico in cielo, ma metaforicamente connota semanticamente e concettualmente lo stesso oggetto teorico che Hegel e Marx (senza contare anche Adorno,  Marcuse e Lukacs) hanno più tardi connotato in termini di totalità espressiva. Certo,  sarebbe sbagliato attualizzare eccessivamente questa analogia, perché da un lato  Parmenide di VELIA non puo ancora isolare l'essere sociale dall'essere naturale, ma li  pensava in strettissima unità ontologica -- questo isolamento, parzialmente anticipato dal LIZIO, dovve aspettare l’illuminismo borghese per poter essere concettualizzato e sviluppato -- e dall'altro non puo  ovviamente ragionare sulla base della distinzione kantiana e della successiva ridefinizione hegeliana di intelletto – Verstand -- e di ragione -- Vernunft. È quindi chiaro  che il concetto di sfericità di Parmenide di VELIA ed il concetto di totalità in Hegel e  Marx non ricoprono esattamente lo stesso spazio teorico. E tuttavia, pur non ricoprendolo, sono largamente comparabili, e questa comparabilità deve essere messa  alla base del ragionamento.   Ma qual è l'esatta natura storico-genetica ed ontologico-sociale del concetto parmenideo d’essere? Di quale sfericità, cioè di quale totalità è il riflesso  astrattizzato? Ammetto che non possiamo saperlo con certezza. Non possiamo arrivarci con il metodo deduttivo diretto, e neppure con il metodo induttivo indiretto. Dovremo arrivarci con quello che Peirce chiama il metodo abduttivo, e cioè  non il metodo del LIZIO -- la deduzione -- o il metodo di Mill -- l’induzione --, ma  il metodo di Sherlock Holmes e di Hercule Poirot. Succede X, un fatto straordinario  ed inesplicabile. Se però Y è vero, X smette di essere straordinario ed inesplicabile,  e diventa invece razionalmente spiegabile.   L'essere di Parmenide di VELIA è un tipico esempio di sfida all'abduzione. È infatti straordinario decidere di chiamare essere la totalità sferica di tutto ciò che  può essere pensato. È allora plausibile che ci sia un sostrato sociale che fa da riferimento materiale a questa concettualizzazione ideale. Si tratta di discutere spregiu- [L'Essere di Parmenide come metafora della stabilità e della permanenza nel tempo della buona legislazione] dicatamente tutte le ipotesi che ne possono essere date, scartare le meno plausibili,  ed accettare la più plausibile. Rethel, che è stato uno dei grandi fondatori del metodo della deduzione sociale delle categorie filosofiche (e che appunto per questa ragione è oggi  trascurato e dimenticato), cerca di dare una spiegazione materialistica della  categoria parmenidea di’essere. Rethel nota acutamente che il concetto d’essere in Parmenide di VELIA è caratterizzato da una totale genericità indeterminata -- è infatti indeterminato come l’apeiron d’Anassimandro --, e si chiede allora che cosa possa  aver causato questa indeterminatezza astratta assoluta. Se infatti io penso in modo  astratto — sostiene Rethel — ci vorrà qualcosa di astratto che faccia sì che io  pensi astrattamente. E Rethel ritiene di individuare la sorgente materiale e  sociale di questa astrattezza nella moneta coniata, moneta coniata originatasi  prima in Lidia, poi passata dalla Lidia alle isole greche di Chio e di Egina, e progressivamente diffusasi in tutto lo spazio economico e culturale greco. La moneta  implica il passaggio dal baratto concreto allo scambio astratto, perché con una  moneta si possono comprare le cose più diverse, indipendentemente dai materiali  con cui sono costruite.  Non c'è dubbio che la moneta, insieme con la fusione dei metalli (e del ferro  in particolare), abbia giocato un ruolo decisivo nella costituzione materiale della  civiltà greca a VELIA, nella CAMPANIA d’ITALIA. La moneta è stata anche un fattore primario per il sorgere dell’economia schiavistica antica, perché ha permesso di comprare gli schiavi come si comprano tutte le altre merci, mentre prima ci volevano guerre di conquista di tipo  assiro-babilonese. E tuttavia a mio avviso Rethel si sbaglia. E si sbaglia di  grosso, nonostante il fatto che almeno ci ha provato, e gli sciocchi che continuano a proporre un concetto indefinibile, ieratico, sapienziale, sacerdotale e falsamente profondo, come dice Hegel, d’essere non gli arrivano neppure alle  caviglie. Chi ci prova può sbagliare, ma chi non ci prova neppure rest asempre  a pestare sul suo quadratino di terra, come un tempo facevano i soldati nel cortile  delle caserme. Rethel sbaglia perché proietta nel lontano passato della CAMPANIA dell’ITALIA – a VELIA -- l’importanza che  la forma merce— e quindi il denaro come merce astratta per eccellenza - ha  assunto nell’Europa, importanza che ha determinato prima  l'economia politica di Smith e poi la critica dell'economia politica di Marx. Per gl’anticihi, ed in particolare per i Greci del tempo di Parmenide di VELIA, ciò che  conta non era la forma astratta del valore di scambio e della moneta coniata  che ne era la portatrice astratta, ma era proprio l'esatto contrario, e cioè la buona  legislazione comunitaria che ne permette la limitazione e la sua sottomissione al  metron. Come si vede, la realtà storica e concettuale è invertita rispetto a come se la  rappresenta Rethel.   Il concetto generale ed astratto d’essere, infatti, presumibilmente non deriva  dalla proiezione della funzione mercantile-astratta della moneta coniata, la cui  introduzione nel mondo greco equivale appunto (e qui Sohn-Rethel ha ragione)  all’irruzione del Nulla nel mondo dell'essere, ma proprio al contrario, e cioè dal concetto di buona legislazione comunitaria, che essendo “buona” è pensata come non  migliorabile e non modificabile, e quindi eterna, stabile e permanente. Parmenide  allude certamente alla sua polis di VELIA, ed i suoi frammenti descrivono proprio le  cavalle che salgono sulla akropolis della sua città per un sentiero erto e difficile. E  sono queste cavalle concrete le portatrici materiali del concetto astratto d’essere  inteso come proiezione metafisica della buona legislazione comunitaria, dotata  per ciò stesso di stabilità e di permanenza, e quindi d’eternità.   Riflettere su Parmenide di VELIA in modo ieratico-sapienziale, destoricizzato, desocia-  lizzato (e quindi privato di ogni chiave di interpretazione semantica) e pomposo-  giornalistico non serve a niente, se non ad incrementare quella particolare forma  di idiozia presente in molti filosofi di professione fondata sull'idea che meno ci  si fa capire, più si è profondi. Se invece ci si accosta a Parmenide di VELIA in modo storico-genetico ed ontologico-sociale, allora si guadagnano molti punti di vista illumi-  nanti, nuovi ed inediti.   In primo luogo, che i filosofi classici pensano in modo sferico, sulla base cioè  dell'idea di totalità espressiva, e questo modo sferico è esattamente quello che  verrà poi restaurato in forma storica da Hegel e da Marx. In secondo luogo, che  la permanenza e la stabilità eterna della buona legislazione comunitaria sta alla  base dell'idea sociale d’eternità della cultura occidentale. In terzo luogo, che  tutte le forme di sensismo e di empirismo non possono giungere a questo tipo di  comprensione, e nonostante si presentino come più concrete sono paradossalmente molto più astratte della stessa idea d’essere, perché questa idea allude  alla cosa più concreta di tutte, e cioè all'idea della coesione sociale e comunitaria,  mentre l’empirismo sacralizza invece concettualmente la dispersione caotica degli  atomi sociali individualizzati. In quarto luogo, infine, che il concetto d’uno non  ha bisogno necessariamente di un supporto teologico per essere pensato (il Dio  monoteistico), perché l’uno stesso è del tutto au-  tonomo ed autofondato in modo logico ed ontologico. Bisogna quindi rispettare l'onto-teo-logia, ed io la rispetto mille volte di più  dell’empirismo e del sensismo, ma essa non può essere l’ultima parola di una  trattazione ontologica dell’essere. In quanto a Parmenide di VELIA (ed affermo volutamente una cosa paradossale e provocatoria!) la sua trattazione dell'essere socia-  le del suo tempo è filosoficamente del tutto omogenea alla trattazione che ne farà  Lukécs (e sulla sua scia, ma più modestamente, chi scrive) nel suo tempo. In entrambi i casi, l'essere sociale è pensato in modo unitario con una categoria sferica. La differenza ovviamente sta nel fatto che in Parmenide di VELIA non può esistere  la storia, intesa come concetto universalistico di tipo trascendentale-riflessivo  (concetto sorto nell’Europa sulla base di una genesi ideologica borghese), e per questa ragione la buona legislazione comunitaria,  concepita in modo pitagorico, viene rappresentata nella forma della stabilità, della  permanenza e della eternità temporale. Oggi, sulla scorta d’Eraclito, sappiamo  invece che il polemos non si può esorcizzare.  Pitodoro. Keywords: VELIA, VELINO. Pitodoro.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pizzi: la ragione conversazionale e la regola conversazionale di Boezio – la causa della cosa – alla memoria di Wrigley, del Trinity -- adduzione e prova – filosofia lombarda -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “About time an Italian philosopher takes ‘la regola di Boezio’ seriously!” Studia a Milano. Grice: “At Oxford, the Wykeham professorship of logic is hardly considered philosophy – recall that in the middle ages, logic was part of the Faculty of Arts – hence required study for lawyers, etc. – not necessarily philosophers. Oxford now has the Sub-Faculty of PHILOSOPHY – and Logic is actually studied WITHOUT (not WITHIN it) at the “institute of mathematical logic” on St. Giles. ‘He is a logician” implicates, as mucas “he is a theologian” does – that he is NOT a philosopher. I distinguish between logic and PHILOSOOPHICAL LOGIC. But a philosophical logician is (via grammtical trasformation) a PHILOSOPHER who philosophises on what people (non-philosophers) are doing at the Institute of Logic at St. Giles! Studia il condizionale contro-fattuale. Insegna a Calabria e Siena, “Logica della prova” a Milano. Cura Hughes e Cresswell, ed offre una panoramica completa e aggiornata della logica intensionale. Ampliando questa linea di ricerca, compila due antologie con introduzioni. Una dedicata al tempo e una dedicata al condizionale (se-ismo). Compone una serie di saggi in cui viene introdotta una logica dell'implicazione consequenziale. Il scopo della logica dell’implicazione con-sequenziale è riformulare le basi della logica connessiva nel quadro della logica modale. Questa traduzione consente di assiomatizzare un sistema G-HP che risulta complete e decidibile mediante tableaux con un sviluppo verso una generalizzazione di questi risultati. Altri temi di ricerca sono il problema della definizione a della reduzione della necessita ai termini di contingenza, l'applicazione del quadrato dell’opposizione e del cubo dell’opposizione al modo, l'approccio al modo in termini di multi-imodo, cioè mediante l'impiego di un linguaggio base avente come primitivi una moltitudine d’operatori modali – contro la tesi dell’aequi-vocita di Grice. Nel campo della scienza il tema su cui filosofa in modo preminente è stato quello del contro-fattuale della causa, a cui dedica saggi destinati a un pubblico interessato all'epistemologia giudiziaria alla Hart/Honoré– causation in the law. If you are looking for the cause of what he did, what he did was very wrong – implicature! Sempre in questo settore compone un saggio sull’adduzione, dove analizza un caso giudiziario controverso, il disastro di Ustica. Sul tema di Ustica compone un saggio che contiene una discussione metodologica delle indagini ancora aperte sul caso, in merito alle quali cura attualmente un blog. Altre saggi: “Introduzione alla logica modale” (Saggiatore, Milano); “La logica del tempo” (Boringhieri, Torino); “Leggi di natura, modalita, ipotesi” (Feltrinelli, Milano); “Eventi e cause: na prospettiva condizionalista” (Giuffre, Milano); “Diritto, abduzione e prova” (Giuffre, Milano); “Ripensare Ustica, Createspace); “Implicazione logica”; “Causalità (filosofia) “Adduzione”; “Strage d’Ustica, claudio pizzi it. wordpress.com. The kind of implicature – “implicazione conversazionale” -- known as connerive implication has been the focus of an original research program. The main formal contributions in this area are due to Robert Angel and Storrs McCall (8), but the basic idea of connexive implication was clearly outlined by Everett Nelson in the Thirties (13). Nelson was critical of the so-called law of simplification, viz. the principle that, for every p and every 4, the conjunction of p with q implies each one of the conjuncts. Clearly inferences of this form are valid when p and q are jointly consistent. But what should we say when they are not, for instance when q is just -p or when q is -(P→P), which states that p cannot imply itself'? The idea of connection which Nelson was trying to capture is characterized by the property that, if we have the truth of A - B (where "-" relation of connexive implication) we cannot also have the truth of A 4 -B. If we accept the logical principle A → B- -(A → -B) - which we shall name “LA REGOLA DI BEOZIO” following Kielkopf?- along with unrestricted substitution, then this leads to a rejection of Simplification in the form (p^q) → q. If we had, in fact, (pAg) → g as a law of logic, we would have by Uniform Substitution both (pAp) - p (asan instance of A → B) and also (pA-p) - -p (as an instance A → -B), a result: which is incompatible with LA REGOLA DI BOEZIO, If we assume that p → pis a valid formula, and there seems no reason not to do so, and we accept it as an instance of A - B, then by applying Boethius Rule we obtain what is known as Aristotle's Thesis: -(p - -p). Aristotle's Thesis is the cornerstone of connexive implication, since it states a new version of the Principle of Non-Contradiction. Indeed, in connexive logic p — -p is the paradigm contradiction. If L is a symbol for an arbitrary contradiction, then it follows from Aristotle's Thesis that L- p cannot be a connexive thesis since p could be exactly L, that is, an arbitrary tautology (Henceforth we will symbolize an arbitrary tautology by T). It is thus clear that connexive logies are "non-Scotian" in the sense that in such logics contradictions can imply only contradictions while tautologies are implied only by tautologies. What is the correct formulation of Boethius' Rule in the object language? In the first papers written by Angell and MeCall we find the law : (p → q) - -(p → -g)-Angell's original system PAI (see (1]) was axiomatized as follows. p→419→7→0p→7 (р→ -(gA)) - ((дЛр) → пг)) (р - q) → ((рАг) → (г Л)) (рА (q Аг)) → (дА (рАг)) (р → q) → -(р → -q) -pA-p/p)) (p → q) - -(p→ 7g) g→pp→g пр - р Transformation Rules: RL. IfF SandPS → S' then I S' R2. If S and F S' then FS NS' R3. If S and v is a propositional variable occurring in S, and S' is obtained by Uniform Substitution of any t for u, t S' RA If S, and S' is got by replacing any part, or all, of S by an erpression equivalent through rules of abbremation, then 5' It should be noted that Modus Ponens is formulated in terms of "—" and the same holds for R4, which amounts to a Rule of Replacement for - -equivalents. Axiom 3 is a strong version of the so-called Factor Law (Factor for short). If we define S and = as usual in terms of A, - and V; we obtain the standard propositional calculus PC as a sub-system. Notice that Axiom 5 is equivalent to (p → q) → (pD 9). Thus, thanks to R1, any theorem of the form A - B also holds in the weaker form A B. We then have at our disposal the derived rule A ++ B/A = B, but we do not have the converse rule, which would amount to having as a rule Replacement of Proved Material Equivalents. This restriction leads to some paradoxical results, for example that (pAp) cannot be replaced by p since (pAp) - p is not a theorem of PAL (Note that we cannot derive this wff by using (pAg) - q since the latter is not a theorem of connexive logic).McCall's system CC1 (see (9]) turns out to be equivalent. to a system obtained by extending PAI with the following axioms: p - (pAp) Ap) (pAp) - ((p- p) - (pAp)) ((p → q) → q) - g) (q Aq) - (р - р) pV (((p→ p) → p) V ((gq) → p))) For a detailed criticism of PAI and CC1 the reader is referred to (11]. These criti-cisins were accepted by Angell (see [2]), but the attempt to overcome the difficulties pointed out by Montgomery and Routley involves extending the formal language of connexive logic as it was initially formulated, McCall's recent reformulation of connexive logic - named CFL in 9) - also requires a reformulation of the language of the original formal system since its formation rules prohibit wifs with iterated 2. Analytic and synthetic consequential implication The logic of consequential implication (see [15]) differs from the logic of connex-ive implication in a number of respects, which can be outlined as follows: Firstly. The rule of BOEZIO (that great Italian master!) is represented in the object language by (p → q) D -(p - -q) and not by (p → g) - -(p → -q). We will distinguish these two wits by calling the first the Weak Boethius' Thesis (WBT) and the second the Strong Boethius' Thesis (SBT). Secondly, Factor holds only in the following weakened form: WWET→ →PAT))((p→93p^rqAr)). Thirdly, a distinction is drawn between the logic of "analytical" and "syntheti-cal" conditionals. The latter are conditionals whose truth depends on a set of true statements which are contextually understood but not explicitely stated. Counter-factual conditionals are paradigm examples of context-dependent statements, and so they should be formalized as synthetical consequential conditionals. However, intuitions concerning the logical properties of synthetical conditionals are not clear. It appears that in ordinary language such as Oxonian, or ITALIAN as spoken at BOLOGNA, we have a whole family of different condition-als, whose logical properties we frequently confuse. To clarify the situation we can state two minimal properties of the so-called "circumstantial operator «**, which can be read as "ceteris paribus" ("other things being equal") or "rebus sie stantibus" ("things being thus and so")%. The minimal requirements for the logic of this operator are axiomatized as fol- lows: i i *ート3 p→. The most natural definition of a synthetical conditional is A > B = D/ *A - B. But many other definitions are possible which satisfy the properties required forconsequential implication. The weakest connective of this family is defined as fol-lows: 1 > B = D/ (T → (*A 5 В)) A (-(Т → -В) Л-(Т→ - * А)) 3. Translations between logics of consequential implication and standard modal logics If we want to stress the similarities between connexive implication and consequential implication, we should note that they are both compatible with Nelson's informal treatment of implication. Historically speaking they both have a com-mmon ancestor in Chrysippus conception of conditionals and so may be called Chrysippean conditionals'. If, however, we want to stress the differences, apart from the analytical/synthetical distinction which is mirrored by the proposed extension of the object language, the most important difference between the two formal theories is just their attitude toward Factor. Intuitions about Factor are not clearly related to Aristotle's Thesis and Beethius' Rule and they should be subjected to a specific analysis. Indeed it may be claimed that Factor is implausible in the light of the underlying motivations for introducing the notion of connexivity. To see why consider the following argument. Suppose that p→ q stands for "If Smith is a bachelor is a male" pAr stands for "Smith is a bachelor and married" gAr stands for "Smith is a male and is married". Then p → q stands for a statement describing a necessary connection and pAr stands for a contradiction, while q Ar stands for a contingent statement. Since the conjunction of p and r in this particular example is consistent, deriving r by application of Simplification is connexively sound. So along with (p - q) D ((pA) → (gr)) (Factor), we have also (gAr) → r and so, by transitivity of *-*", (p +q) → ((р\т) - r). So assuming the necessary statement p - q we conclude that "Smith is bachelor and married" (pAr), connexively IMPLICATES (via “implicazione conversazionale”) "Smith is married" (r). But this result is connexively unsound, since the conjunction symbolized by pAr is inconsistent while r is not. This argument could of course be questioned since it relies on the presupposition that some instances of Simplification should be accepted. Now it does seem plausible that at least the following weakened version of simplification should be a theorem of connexive logic, since it states that Simplification holds provided the antecedent is not equivalent to a contradiction and the consequent is not equivalent to a tautology: (WS) (-(IHPAS)AT(TAT))3(0Ar)-) In fact, this law can be proved even in the weakest calculus of consequential implication in the class of systems which will be introduced in the next section".It should be pointed out that consequential implicature (“implicazione conversazionale”) has different origins from connexive implication since it originated in modal logic as a variant. of strict implication. Given that contradictions may imply and be implied only by contra-dictions, and tautologies imply and are implied only by tautologies, the key idea of consequential implication can be expressed by saying that it connects two propositions A and B when we have: A strictly implies B: 0(A B) (ii) A and B have the same modal status. The sense of (ii) is that if A → B is to hold then A and B are both necessary, or both impossible, or both possible, or both not-necessary. Summing up, a relation of consequential implication holds between A and B when we have C(A > B) A(0A = 0В) A (0A = 0В) A (-DA = -OB) A (-0A = -OB), which is equivalent to •(AD B) A (DA = OB) A (04 = 0B), a wif which in normal modal systems equals the simple D(AS B) A (OBS DA) A (OB O QA). The equivalence between A → B and the latter formula suggests that we look for a translation between the languages of modal logie and consequential implication. At this point it is useful to set out some results about the interrelations between modal systems and systems of consequential implication. For sake of simplicity we will confine ourselves to the analytical fragment of logics of consequential implica- Let Lo be the set of wifs resulting from standard combinations of propositional variables p, q.r, parentheses (.), the primitive functors {L, 5, ) and the standard definitions of -, A, v. 0. Let L. be a language which is like Lo with the only difference that replaces Let us define two mappings: @ from L.., to Lo and a from Lu to L., by the following conditions: 1a, pip=p 28. = 3a. oAD B =AoB 1a. 0(4-B)=0((A) (B)^ (0(B)>0())^(0(B)0(A) 1b. 4(p) = p 2b. 36.2A3B=44B 4b. 0(0A)=T= 0(A) A normal system in L_ is a set X C L containing all the truth-functional tautologies and the wiis derived from the following axioms: (PC). All the theorems of the classical propositional calculus PC a p→q4→r))(pir (b) (T → (рал -(Т → -р) Л -(Т → 9)) Р (р → q) (с) - (Т → - (рАг)) > ((р→ g) Р ((рАт) → (дЛг)) d Jp→g29→ (p → 1) D (1→p) (1→ p)D (p→L) p. - p The rules are Uniform Substitution (US), Modus Ponens (MP) and Replacement of Proved Material Equivalents (Eq). We shall call the smallest normal system of consequential implication CIw. If we add the Weak Boethius Thesis (p - q) D -(p → -q) (WBT) to CIw then we obtain a system which we shall call CI, and if we add (p → q) (pS q) we obtain another system which we shall call CIO. Let us now consider the weakest normal system of modal logic, i.e. the well known system K which is axiomatized by adding to the standard propositional calculus PC K1. 0(p)q D (Op 3 0g) with MP,US, Nec (F A → - DA) as the only rules of inference. We now define a translation between the systems X C L. and between Y C Lo as follows: We say that X translates Y when, for every A € L... we have A € X iff ф(A) € Y. We will say that (A) is the modal counterpart of A. We say that Y translates X when, for every A € Lo, we have A € Y iff 4(A) € X. 4(A) will be called the consequential counterpart of A. Using these definitions we can prove the following metatheorems [19]): If Y translates X and X is normal in L.., then Y is normal in Lo. If Fk 4 then Fciw #(A) If X translates Y and Y is normal in La then X is normal in L... If FCiw A then Fk (A) For all A € L, Fciw A = 4(ó(A)) For all A € La, Fa A =ф(@(A)) K translates CIw and CIw translates K If X is normal in L., and Y is normal in L, then X translates Y iff Y translates X. Suppose that X° C L.., Y" C Lo and X is the smallest normal system L_, such that X" § X; Y is the smallest normal system in Lo such that Y° CY; (a) € Y whenever a € X"; 4(a) € X whenever a € Y. Then X and Y translate each other. The proposition states that and induce a one-one embedding between the theses of any normal system of modal logic and the theses of the system of consequential implication which translates it. Hence we can show that there is a one-one translation between CI = CIw + (p → q) D -(p→ -g) and K + Op 3 Op (ie. the deontic system KD) and also a one-one translation between CIO = CIw + (p → 9) D(pOg) and K+Op 3 p, i.e. KT. Since -(p → -p) is equivalent to (p→q) D-p→ ng), CI is the weakest system containing Aristotle's Thesis®.These results about translations provide us with a decision procedure for all extensions of CIw whose modal translation is decidable. Tableaux methods which are appliable to normal modal logics turn out to be practical methods to test the validity of consequential wifs. A remarkable by-product of this modal translation is that it provides us with a tool for analyzing typically connexive wifs, and for studying the properties of systems which are intermediate between systems of connexive implication and systems of consequential implication. An example of the kind of investigation which can be carried out in this way concerns what we labelled earlier the Strong Boethius' Thesis SBT (which is axiom 8 of Angell's PAI). The first question to ask is, of course, whether SBT is a theorem of the basic systems of consequential implicature – “implicazione conversazionale” -- CIw, CI, and CI.O. This question was anwered negatively. In fact, the system KT has the so-called double cancellation property (DCP), which we can state as follows: (DCP) If X is a normal modal system, -x CA = OB and -x 0A = B, then -x A = B. Let us suppose that (p → q) - -(p- -g) is a theorem of CI.O; then, by Reductio, in KT we should have @(p → q) 3 (-(p → -q)) as a theorem, hence also (T - p) = (-(T → -p)), which we know to be impossible, since the latter wif is equivalent to the non-theorem Op = Op. The Strong Boethius' Thesis SBT cannot then be a theorem of any system at least as strong as CIO. Let us call e-normal every normal modal system such that the "erasure transformation" yields valid PC-wffs (see [4], P. 23). Then, since Op Op is consistent with every e- normal modal system, SBT is also consistent with any consequential system which translates an e-normal modal system. The next question is: since SBT is consistent with CIw, which is the modal system translating CIw + SBT? The answer is as follows. Let us call the required system CIw- and let us call the smallest fragment of La which contains the following Kdf: (1D) OT (2F) 00p 3 00p The semantic properties of Kdf are obtained by standard correspondence theory and can be described as follows: Quasi-seriality: Wwva(wRy 3y aRy) ofunctionality Vutzty wRy AaRyarwRがへR23))The latter wif is equivalent to the simpler VwVrVy(wRy AzRy AaRa 52 =By an application of the Henkin technique for completeness proofs, we obtain the following completeness result: THEOREM. A is a theorem if and only A holds at all the frames which are quasi-serial and O-functional. This characterization result allows us to find a quasi-serial and (Q-functional frame which refutes the converse of SBT. We have thus: THEOREM. -(p → ~g) → (pq) is not a CIw→ theorem. This result is not a trivial one, since in the light of the application of (DCP) we have, for system CI.O. (a) Fcio A - Biff Icio B = A from which it follows by replacement of material equivalents that (b) Fcto A → Biff Icio B → A. We thus have the rather unwelcome result that if SBT were added to CI.O the system would contain its converse as well, and also the equivalence + (A → B) - -(A → -B). Even if not strictly trivial, Ciw→ has properties which throw a negative light on the Strong Boethius Thesis. For example, it can be proved that the Denecessitation Rule (- DA → A) is admissible in any modal system X iff Modus Ponens for + (If Fcro A → B and Fcio, Fcro B) is an admissible rule of its consequentialist translation. Now in Kdf we have a proof of the wff (Op = p), while (Op = p) is refuted (see (18)). This proves that Kdf does not admit denecessitation, and hence that CIw- does not admit Modus Ponens for →. But it can be proved that every extension of CIw- which admits Modus Ponens for -, (such as CI.O) contains the undesirable equivalences (p → q) = (g - p) and (p → q) = -(p → -q). Having Modus Ponens for "—" means the possibility of interpreting "—" as an implication connective, but this destroys the very possibility of entertaining non-trivially the Strong Boethius Thesis. It can also be proved that adding the characteristic axiom of CI.O, namely (p → q) D (p D4), to CIw-, yields the equivalence p = (T = p), whose modal counterpart is the collapse - formula P= Op). 5. Factor and consequential implication - Let us now consider the formula which distinguishes connexive logic from consequential logic, namely Factor. In systems of connexive logic we find two variants of this law, which we we will call "Strong Factor" (SF) and "Weak Factor" (WF). (SP) (p → q) → ((р^т) → (gAr)) (For the latter see, for instance, (9]). An equivalential variant of WE may also be found in the literature, viz. which is of course equivalent to (p - q) ((pAr) - (g))(see for instance (2]). WFEq is unproblematic, since it can be shown that it is a theorem of even the minimal system CIw. Since K is the modal translation of CIw, it may be proved that the following wils are K-valid (where "_" is the symbol for strict equivalence).((pニタコロ((p/r9^z)) E)((ニタ^p=D4))20g^72pAr)) m)((#=4^0p^04)) 20g^r3Qp/r)) Thus by applying the so-called Theorema Praeclarum ((PS q)A(r 5 s)) 5 ((PAr) D (gAs)) it turns out that (p → q) 5Ф(рЛг) - (gAr)) is K-valid, and hence that (p +q) 3((рлг) → (gA)) is a CI-theorem. The problem of derivability then concerns the two wffs SF and WF The first result to be noticed is that SF is inconsistent with any system of consequential implication which contains the Weak Boethius Thesis or, which amounts to the same thing, Aristotle's Thesis. If SF were a theorem of CI, in fact, we would have the following proof: (р - -р) - ((рЛ-р) - (-рЛ тр)) (р- -р) - ((рАтр) - -р) 3 p→ Jp =1 1- ((рА-р) → тр) 1→ (p - T) SF(-P/g) 1), PC + -(p--p) = T, Eq , 2), Eq , Az. (d) The modal counterpart of line 5) is the wif -OOp, which is inconsistent with every normal system containing OT, namely with the modal counterpart of Aristotle Thesis. In fact an instance of it is -QOT, while in KD from T we have However, it is to be noted that WF is consistent with every extension of CIw translating some e-normal system. This can be easily proved by replacing every occurrence of "—" with "=" in the axioms and checking that the resulting wifs are PC-valid and (ii) the rules preserve the PC-validity of the transformed wffs. If we now apply the transformation to WF we obtain (P=q) > ((pAr) = (gA)). which is a PC-thesis. Thus, by a standard argument, we can prove that WE is consistent with CIw and with every extension of CIw whose axioms have PC-valid The problem with WF is indeed not inconsisteney but the fact that adding WF to Cl yields counterintuitive results, which may be compared to the result of adding Strong Boethius Thesis to system admitting Denecessitation. It is remarkable, in fact, that by adding WE to CI we lose the asymmetry of the arrow, since we may prove the equivalence between (p → q) and (q p). This may be seen looking at the following proof, in which A and A are introduced by the two definitions: (Def) 0A =DJ -(T→-A).Thanks to such definitions (one of which is of course redundant) and to the mentioned embedding results, we know that every theorem of K belongs to CI + DefO.It is useful to recall that in CI + DefO (we have the equivalence )(pg^p ^ 0g 3p)) =n→q We may then exhibit the following proof: 1 p→93((pAr9^r)) (р → q) 3 ((р\-р) → (gA-р)) (р → q) D (1→ (g-р)) WF , тр/г , 1= (р.Л-р) , (d), (e), (f) , 5), Defu K 7), (-) 6), 8). 6)(p→gコロp=q 7p=4((p3/^Op3^4 ^92p)) 8) 0(p=q) > (9-p) 9 p→9 391p A simple consequence of 9) is the theorem 1)(p→g=g→p which asserts the equivalence between → and -. On the other hand, suppose we add (S) (p - g) 3 (g -p) as an axiom to CI, so to obtain a system CI+S. Obviously we have (-) as a theorem of CI+S. But since we already know that (p - q) > ((pAr) → (qA)) is a theorem of CI, we have by replacement (p → 4) - ((р\г) - (gA)), i.e. WF, as a theorem of CI+S. So, if X is any system containing CI, CIW is equivalent to CI+S. Factor and a non-contrapositive variant of consequential implication An interesting property of systems of consequential implications is that by introducing the definitions of the modal operators in terms of the arrow we may define different arrow-operators which are variants of the standard arrow operator which have the minimal properties originally required for connexive implication. For example, we may define a new arrow in terms of O as follows 4→B=D43B^QB3>4 and also define a second couple of modal operators as ロロ4=D/T=4 4=Dr→4 Of course we have that A - B imples A → B but not vice-versa, while it is straightforward to prove that D°A is equivalent to CA and 0°A is equivalent to •A' The logie of = can be proved to be slightly different from the one of →, even if it is clearly a logic of a connective endowed with the properties of consequential implication. Among its theorems we have in fact WB→)(p=9 3p= -9(AT →) -(p→ p) 1→)((p34^p p=g 2=)(14=(4→1 We lose Contraposition for → in its standard form but we have the advantage that Simplification holds in the manageable variant (S →0(pAq) D((pAq) → q). It may be proved (but we will not do so now) that the fragment of CI containing only truth-functional wffs, and →-wfis can be axiomatized in a system which we will name CI→, and that the truth-functional and →-fragment of CIO, CI.O=, is definitionally equivalent to CI.O itself*. What we want to do now is to extend CI not with WF but with its →-variant which is (WF →)(p → q) 3 ((рАг) → (9Л г)). Since (Og A Op) implies (gAr) @(pAr), a straightforward result of this new axiomatization is that (3 →) ((р » q) A(0q> D)) О ((рАт) → (дЛг)) ЛО(дАт) рО(рЛг)) is a theorem (by Theorema Praeclarum). But since (3 →) is indeed equivalent to (WF) thanks to (-), we have that every theorem of CI+WF is also a theorem of CI+WF=. What we may now prove is that there is a one-one embedding between CI= +WF and a modal system which in the literature is known as KD!, where KD! is KD +045 DA. An established result concerning KD! is that KD! is characterized by the class of the frames whose accessibility relation is both functional: Vryz(rRy AaRz Sy = 2) and serial: VaZycRy. Now we can prove the following two theorems: MTI: If -KD: A then Fci»+ WE WA MT2: If -cI»+WP A then F-KD: ' A MT1 The proof is by induction on the length of the proofs. We already know that the consequential counterparts of axioms of KD are theorems of CI→+WF and that the rules of KD preserve such a property. What we have to add to what is already known is the proof that Op D Opie.-(T → -p) (T → p) is a theorem of CI+WF→. The proof is as follows: 1 p→43((p^rg^r)) (p → 4) Р ((рА тр) → (g Л -р)) (р → q) D (1→ (фЛ -р)) (p→q) 00(93 p)) 5 0pハリT→9P^q)) 6 0pAgpAq →9)) 7 0((p^4T→92p^g)))WF, пр/т , 1= (pA-p) 3.Dejo' 4)p Ag/p (S →) 6), 5)0p 2 0p 7T/9,DefD%F D°p=Op MT2 (Sketch of the proof) We simply have to show that the modal counterparts of the axioms of CI+ WF→ are valid in all serial and functional frames, that is in all serial and functional models. We already know that the modal counterpart of the axioms of CI hold in all serial models, so a fortiori in all serial and functional models. We have simply to show that the modal counterpart of WF→ is valid in every serial and functional model. This fact is established by the following closed tableaux, where the first world w sees one and only one world w10, w' The above wif is then KD!- valid and, by the completeness of KD!, a KD!-theorem. Thus, since the wff D(p 5 q) 5 0((pAr) 5 (gAr)) is a theorem of all normal systems of modal logic Op 3g^og 0p)) 3 ((pAr gAr))^>gArpAr)) is a KD! theorem. But this formula is the modal counterpart of WF→. This completes the proof of the definitional equivalence of the two systems. The partial collapse of modal distinctions which occurrs in KD! is mirrored by a counterintuitive theorem of CI+WF→: as we can easily check by using the KD!-tableaux, a theorem of CI+ WF → is the converse of Boethius Thesis, namely (CB) -(p→ ng) > (p → q) which can be proved also in a -version. The preceding negative result about weak and strong Factor Law casts a shadow over all systems of consequential implication containing WE. The analytic fragment of the system named CA*1 in [14) contains WF and, being closed under the replacement of material equivalents, it can be proved to contain also the undesirable equivalence (p → q) = (q → p). This system then has an interest only as a limit case of a connexive-consequential system. Another example is given by McCall's system CFL, whose language does not allow the iteration of arrows, CFL is axiomatized as follows: 1.p-42((*→p2→g2p3419t2par)) 3. p→9((pArrAg))(pAg^r))((p^q ^r)) (pA-p) - (qA-q) p - (pAp) (рАр) - р 9, -p → P ((p/9P^→P^pV→4)) 3p→g)) (р - 9) 3 -(р- -q) (9 → -p) 5 (p--g) pp→ pap(p → (pp)) Рр The only primitive rules are Uniform Substitution and MP for 3. In CFL p → (pOp) is assigned the meaning of "p is true" (not [p is necessary]) and p - q turns out to be equivalent to (T → (p q)) A (q p). In Meyer showed that if we define the arrow in this way: (*)A → B =Dj (A - 3B) ^ (A = B) then the first degree fragment of the systems S1-S5 is exactly CFL. The result is unwelcome, since the arrow seems to identify a particular subclass of material equivalences. On this subject, note also that we have (A - B) > (B 5 A) and ((A - B) A B) D A. So, if we want to interpret "—" as an implicature connective (“implicazione conversazionale”), we have to face something which recalls the fallacia consequentis. McCall sees two possible ways to solve this problem: dropping the restriction to first degree wils, or introducing axioms which are not equivalential. It is worth noticing that the minimal system of consequential implication CIw satisfies both McCall's conditions. Its formation rules are here unrestricted, while axiom (f), ie. (L-p) > (p -L), is a simple example of a wff which does not admit Meyer's interpretation: the wff ((1 -3p) Ap =1) 3 ((p- 3 1) Ap al) is in fact underivable even in S5, so that (f) is not a theorem of CFL. However, a more direct move would be to remove the factor law WE and replace it with some of its weakened variants. If we introduce this modification it is no longer true that the resulting system is coincident with the first degree fragment of S1-S5. Note that (p - q) D ((pAr) - q) is neither a law of connexive logics, nor of the logics of consequential implicature (“implicazione conversazionale”). If it were, by substituting p for q we would have (pAr) - p, which is not a theorem of consequential implication logics. If we call (p → q) > (pAr) - q) the principle of monotonicity, we can then say that → symbolises a particular kind of monotonic implicature (“implicazione conversazionale”). Add that also Weak Factor may justifiably be said to express a monotonicity principle of implicature. Thus the representation of the arrow as a symbol for aparticular kind of non-monotonic implication receives a support from the fact that we have to exclude Factor Law from logics of consequential implications and to work only with suitable modifications of it. ANGELL, A propositional logic with subjunctive, not indicative, conditionals, Journal of Symbolie Logic. ANGELL, R.B. Tre logiche dei condizionali congiuntivi in Pizzi, cur. Leggi di Natura, Modalità, Ipotesi, Feltrinelli, Milano; AQVIST, L. Modal Logic with Subjunctive Conditionals and Dispositional Properties, Journal of Philosophical Logic, CHELLAS, Modal Logic, Cambridge KIELKOPE, C. Formal Sentential Entailment, Univ, Press of America, Washington, LEWIS, Counterfactuals. Oxford, Blackwell, LOWE, If 4 and B then A, Analysis, McCALL, S. Connexive Implicature and the Syllogism, Mind. MeCALL, S. Connexive implicature in Anderson and Belnap, Entailment. The logic of relevance and Necessity, Princeton U.P., MEYER, R.K. The Poorman's Connexivo Implicature, Relevant Logic Newsletter, MONTGOMERY, H. e ROUTLEY, On systems Containing Aristotle's Thesis, Journal of Symbolic Logic, VINCENTIS, Implicature del Portico and Stoic Modalities, in Corsi, Mangione, MUGNAI (si veda),Le teorie delle modaliti, Bologns, CLUBB, NELSON, Intensional Relations, Mind, P., BOEZIO’s Thesis and conditional logic, Journal of Philosophical Logic, P., Decision Procedures for Logics of Consequential Implication, Notre Dame Journal of Formal Logic, P. Varieties of Non-Monotonie Conditionals, in Carsetti, Mondadori, Sandri, Semantica, complessitá e linguaggio naturale, CLUEB, Bologna, P., Weak vs. Strong, BOEZIO Thesis: a Problem in the analysis of Consequential Implication, in A. Ursini and P. Agliano, Logi and Algebra, Dekker P., C. Implicazione, implicatura crisippen e dipendenza contestuale, Diancia, P. e WILLIAMSON, Strong Boethius' Thesis and Consequential Implication, Journal of Philosophical Logic, THOMPSON, Why is conjunctive simplification invalid?, Notre Dame journal of Formal Logic, BENTHEM, Essays in Logical Semantica, Reidel, Dordrecht. WILLIAMSON Verification, Falsification and Cancellation in KT, Notre Dame Journal of Formal Logic. Claudio Pizzi. Pizzi. Keywords: la regola di Boezio, la tragedia d’Ustica, il se, condizionale contro-fattico, Grice, il modo, operatore di modo, cubo di Aristotele, il cubo dell’opposizione, opposizione quadratica, opposizione cubica, prova, causa, probabilita, l’idea di causa, ‘Actions and Events’ – causa ed aitia – il significato di causa in Cicerone – di causa a cosa – causa come latinismo – uso di cosa come causa – evoluzione della cosa dalla causa – della causa della cosa – implicazione, interplicazione, explicazione, interplicazione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pizzi” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pizzorno: la ragione conversazionale -- J. Grice è la politica assoluta – filosofia del sindacato, filosofia fascista – filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Trieste). Filosofo italiano. Trieste, Friuli, Venezia Giulia. Studia a Torino. Insegna ad Urbino, Milano e Fiesole. Oltre agl’importanti studi sulla materia sociologica conduce ricerche di sociologia economica e politica, in special modo sulle organizzazioni sindacali e il conflitti di classi sociali, sulla politica e i suoi aspetti, sui rapporti tra sistemi politici ed economici nella società. Saggi: “Le V classi sociali” (Il Mulino); “Comunità e razionalizzazione” (Einaudi); “Lotte operaie e sindacato”, “Le regole del pluralismo”; “I soggetti del pluralismo”; “Classi, partiti, sindacati (Bologna); “Le radici della politica assoluta” (Feltrinelli): “Il potere dei giudici” ("Il nocciolo", Laterza); “Il velo della diversità: studi su razionalità e ri-conoscimento (Feltrinelli); “Sulla maschera” (Il Mulino). Treccani, Istituto dell'Enciclopedia. Grice: “The reason why Pizzorno – bless his soul – does not criticise fascism, is that he possibly finds his theory of ‘communitarianism, razionalization and community, and the appeal to Tonnies’s community, almost too fascist to be true! – it’s the ‘bund’ – and other fascist conceptions against which i sindacati had to fight during the ventennio fascista!”. Grice: “The pity with P. is that he focuses on sindacati as from 1968, when he was getting drunk in Paris! He should have studied the sindicati during the veintennio fascista!” -- Grice: “I am pleased that P. quotes me. He apparently says that he is not into ‘conversation’ in the *sense* (senso) of Grice. Footnote there. When the index was compiled, P., who is at Oxford at the time and could have asked (or axed), had no idea what my Christian name was, so he follows Speranza’s advice: ‘when you do not know the first name or Christian name use ‘John’’ – so he did. (The corollary to Speranza’s corollary is: when you don’t know the surname, use ‘Smith’). So Grice, J. I became in his name index!”.  Avrei dovuto annotarmi il giorno esatto, in fondo cambio la mia vita (se mai si può dire che ci sono giorni che cambiano la vita di una persona), ricordo solo che era l'estate del 1953, e che era la prima volta in assoluto che andavo a un colloquio di assunzione.  Probabilmente ero intimidito, ma non poi moltissimo, anzi, piuttosto distaccato, perché quello che mi stava accadendo, o meglio, che si disegnava come un'assai evanescente possibilità che accadesse, apparteneva a un mondo cosi diverso da quello cui le mie vicende avevano appartenuto fino ad allora, che il suo realizzarsi o meno non solo lo tenevo per incommensurabile con i riferimenti di cui disponevo, ma non arrivava a suscitarmi nessuna precisa emozione. La stagione parigina per il momento era inevitabilmente da chiudere. Non avevo più lavoro fisso (da un anno non ero più lettore d'italiano ai licei Louis Le Grand e Henry IV, e ci stavamo mantenendo, mia moglie Anne e io, con il suo stipendio di giovane ingegnere in un laboratorio di disegno acronautico e con miei incarichi saltuari e lezioni private). Concluso tra un anno il mio diploma a Hautes Études, cosa avrei poi fatto? Mi avevano offerto un incarico di Histoire et ciilisation italienne all'Università di Algeri. Non avevo detto di no ed ero pronto ad accettarlo, un vagabondaggio dispersivo in più, dopotutto, come lo erano stati gli anni di Vienna e di Parigi, ma questa volta assai più per ripiego che per entusiasmo o curiosità; e speravo che mi capitassero altre occasioni. Non erano quelli anni in cui le «occasioni» ti capitavano addosso mentre camminavi per la strada, ma una me ne capito.  Il colloquio me lo aveva procurato un'amica dei tempi dell'università. Olivetti sta cercando giovani laureati, mi scrisse, per aiutarlo a mettere in piedi un'organizzazione culturale. Quando vieni a Torino ti vedrebbe volentieri.  Mi trovai così dall'altra parte di un tavolo al quale era seduto Adriano Olivetti, che mi guardava, in quel modo che poi capii era il suo naturale, non dritto in faccia, ma quasi di sottecchi, con uno sguardo che si muoveva qua e là verso il basso, timidamente, si sarebbe detto, ma di cui si capiva la cura di essere insieme gentile e seriamente interrogativo, e forse celava un'attenzione a non imbarazzare l'altro. Gli raccontavo di quello che avevo fatto a Parigi, il lettorato, le ricerche alla VIème Section di Hautes Etudes.  Non ricordo se accennai al lungo lavoro antropologicoteatrale sulla «maschera», frutto di quelle ricerche, e che avevo appena finito. Se non lo feci, malgrado mi stipasse ancora piena la mente, fu forse perché ero trattenuto dall'incongruità di quel tema rispetto al mondo nel quale attraverso quell'intervista mi si prospettava di farmi penetrare. Ma se la ragione era questa sbagliavo.  Non soltanto perché quel mondo, scopri poi, includeva personaggi dai più vari e multicolori trascorsi culturali; ma anche perché, in due sensi più specifici, uno facile da intuire, uno invece del tutto imprevedibile, come si vedrà, proprio quel mio lavoro sarebbe stato una sorta di chiave di entrata in quel mondo. Ritenni invece più appropriato raccontargli che nel 194849, con lo pseudonimo di Andrea Marini, avevo scritto diverse corrispondenze da Parigi per «Comunità», allora settimanale, e che negli anni successivi, quando ero a Vienna, per «Comunità» mensile avevo scritto alcuni articoli di critica d'arte. Lui mi chiese se avessi mai sentito parlare di «Economie et Humanisme», la rivista dei domenicani di sinistra, le cui idee, seppi poi, erano molto vicine alle sue. No, non ne avevo mai sentito parlare, e lui, per non imbarazzarmi, attenuò subito il rilievo di quella circostanza. Cercò di spiegarmi a quale incarico mi avrebbe destinato se fossi andato a Ivrea. Sarei stato assunto in fabbrica, ma il compito non avrebbe avuto a che fare con le attività produttive, si sarebbe trattato piuttosto di un compito culturale, fuori della fabbrica, non era ancora ben definito, lo si sarebbe definito un po' alla volta. Non siesprimeva del tutto chiaramente, ma pensai che fosse logico per me non capire situazioni così lontane dall'esperienza che avevo avuto fino ad allora, e non feci troppe domande. Invece le ragioni della non chiarezza erano altre, lo avrei capito in seguito, e quando lo capii mi trovai davanti, come dirò, a scelte non facili.  Nei giorni seguenti non dico che dimenticai l'intervista, ma non ci pensai troppo, non contavo che avrebbe avuto seguito, e poi, come succede in questi casi, anche per chi non abbia pratica dell'eserciziario stoico, si mette in marcia la premeditatio malorum, quell'operazione mentale che censura ogni pensiero sui possibili eventi desiderabili, in modo da evitare che ci si debba sentire delusi se poi tutt'altro succede. Andai a Roma, dov'erano i miei, che volevo far conoscere a mia moglie, che avevo sposato in Francia, e anche per riuscire io a conoscere qualcuno, dopo anni che di fatto mancavo dall'Italia. Inoltre, avevo mandato a «Nuovi Argomenti», se ben ricordo consigliato da Franco Lucentini, mio compagno di disoccupate riflessioni nei caffè della rue de Tournon, quel saggio sulla «maschera» di cui ho appena parlato. Mi avevano risposto che il saggio era piaciuto, ma era troppo lungo e poco adatto alla rivista. Era la solita risposta, mi ero detto; ma poi aggiungevano che l'avevano passato a un loro lettore, Bobi Bazlen, il quale ci teneva a parlarmene, eventualmente per consigliarmi cosa fare.  2. Bobi Bazlen  Si è scritto a iosa, a parer mio esageratamente e imprecisamente, sul ruolo che ha avuto per una certa cultura italiana questa sirena ombrosa e misteriosa, si è detto della sua influenza su Montale per la scoperta di Svevo e di altre sue scoperte di scrittori marginali e fuori della via maestra, e del suo gusto per l'inedito, l'anomalo, l'inconsueto, il prezioso. Se ne è scritto molto, dicevo, e negli anni è capitato anche a me di leggerne, ma allora, rientrando in Italia, pur montaliano e sveviano di adolescenza com'ero, questo personaggio mi era sconosciuto. Ne chiesi a Giampiero Carocci (credo che anche a lui fossi stato indirizzato da Lucentini, perché in quei giorni, rientrando in Italia dopo anni, andavo un po'  a ten  toni, soprattutto fuori da Torino, quanto a incontrare persone interessanti); e lui mi parlò con molte, anche se sibilline, esclamazioni elogiative, di questo Bobi Bazlen, delle sue vastissime letture in molte lingue, del suo gusto raffinato e sicuro, della sua intuizione critica e via discorrendo. Concludendo che era certo la persona più appropriata per giudicare il mio saggio.  I grandi elogi che Bobi Bazlen profondeva su quel mio testo, quando, sorridente e cortesissimo, mi ricevette nel suo appartamentino di via Margutta (o era via del Babuino?), per le vaste letture antropologiche che vi trasparivano, di un tipo che nessuno in Italia, diceva, si sognava di fare (ragione per la quale, del resto, era difficile pensare a una rivista nella quale pubblicarlo...), per l'interesse della tesi che esponevo e via discorrendo, mi lusingarono certamente assai; ma, senza sapere veramente il perché, e pur ringraziando ripetutamente e con il dovuto imbarazzo, rimanevo, come dire, un pochino sulle mie. Bazlen aveva letto bene il mio testo  senza darlo a vedere avevo manovrato il discorso in modo da accertarmene , ma non volle entrare nella discussione del contenuto, Il suo, capii, era un apprezzamento di gusto, di pelle. E, forse influenzato dall'impressione di quell'incontro, quando lessi molti anni dopo alcuni suoi scritti, Lettere all'editore (o un titolo simile), mi sembrò di capire che quello era in genere il suo modo di giudicare. Apparteneva, ne dedussi, a quel tipo di persone che leggono voracemente di tutto, senza qualche piano preciso, e hanno la capacità di intuire immediatamente quali siano le cose di qualità e quali le altre, o meglio, quali avranno successo e quali no, ma non sanno articolarne le ragioni. Sanno mostrare, in un testo, dove stia la pepita d'oro e dove la spazzatura, e quando te lo mostrano non puoi che dargli ragione, ma si astengono poi dal tradurre i loro giudizi in un linguaggio critico. Probabilmente perché rifiutano di costringere le loro intuizioni in concetti disciplinati, concetti, voglio dire, che siano ricevibili da una disciplina critica, e quindi sortoponibili a un uditorio non familiare, in grado, per dir così, di valutarli autonomamente, staccandosi dal dialogo diretto con la persona che li formula. Destinano i loro giudizi a pochi intimi, sottovoce, quasi in a parte, pronti a ritrarsi di fronte a chi li metta in discussione; che poi diresti che si sentirebbero offesi, se, ascoltandoli, ti venisse di chiedergli «perché?» perché quel testo lo ritengano di gran valore, e invece quell'altro buttar via; potrai tutt'al più mormorate qualche sfumato accenno didissenso, questo lo sopportano, anche se con esclamazioni di meraviglia per tale inaspettata non concordanza; o con congedante freddezza, se il dissenso dovesse venir reiterato; ma la domanda di spiegazioni no, non puoi farla, perché non saresti più uno dei loro, uno per il quale le ragioni dei giudizi debbono rimanere ovvie, intese tra affini, sigillanti l'implicita comune appartenenza.  Chi abbia conosciuto Bobi Bazlen meglio di me (io gli parlai a lungo solo quel pomeriggio, e poi un'altra volta, in casa di amici, ma stava in un angolo sorridente e silenzioso, mi accorsi che forse era timido), magari dissentirà da questa mia caratterizzazione.  Ma il tipo che mi sembrava di aver riconosciuto era quello. Ed è un tipo che ritrovo in altri amici miei, pur diversissimi per più di un tratto da Bobi Bazlen. Mi viene in mente, e la collego con il tipo che sto cercando di ricostruire, una indimenticabile performance di Fruttero e Lucentini in sei trasmissioni televisive, di alcuni anni fa. Gli era stato dato l'incarico di commentare per il pubblico televisivo, ogni serata, un certo numero di libri, recenti e no. Lo facevano pantofolando con grande agio e ironia da una stanza all'altra di casa Fruttero, da uno scaffale all'altro, prendendo un libro  potevano essere i Promessi Sposi, piuttosto che la Cousine Bette o Il mondo secondo Garp o invece un romanzo appena uscito  lo tenevano in mano qualche secondo, se lo mostravano scambiandosi esclamazioni di compiacimento, approvazione, entusiasmo o visibilio appena trattenuto, raccontavano un po la trama, ma non più che in due parole, indicavano quali erano i passaggi più straordinari, da non mancare, e quando avevano riposto il libro su di un tavolo non si era ancora capito perché mai lo dovessimo ritenere un bel libro. Uno spettacolo, fatto di nien  te, ma a modo suo esilarante.  Uscii contento degli elogi ricevuti, si è sempre contenti quando qualcuno ti dice anche solo di aver letto con interesse un testo che hai appena scritto, e che magari sei insicuro che valga; ma senza che avessi l'impressione, per dirla un po' volgarmente, di aver intascato un granché. Il saggio non mi aveva detto dove avrei potuto pubblicarlo (me ne dimenticai, e solo alcuni anni dopo Edgar Morin, a cui l'avevano dato da leggere, lo passo ai «Cahiers Madeleine RenaultJean Louis Barrault», che lo fecero tradurre in francese e lo pubblicarono), né mi aveva fatto altre proposte di collaborazione o incontri. Insomma ero al punto diprima. Ripensavo soprattutto, andandomene verso piazza di Spagna, a quella specie di elogio della «non professionalità» sul quale Bazlen si era dilungato con esclamazioni e giudizi che mi argomentava e amplificava come se fosse ovvio che dovessi condividerli (e non erano giudizi estetici, in questo caso, ovviamente, ma etici; o forse, è vero, eticoestetici). Essendo al corrente delle mie peregrinazioni fuori d'Italia, ed essendo al corrente di quel mio, dopo tanto andare, essere ancora senza un mestiere (e lo avevo informato che aspettavo una risposta da Adriano Olivetti per una possibile assunzione), credette forse di mostrarmi amicizia dicendo che anche lui era stato sempre senza un mestiere, perché appena si accorgeva che in qualche modo stava per venire imprigionato nella gabbia anche dorata di un mestiere si ritraeva, come per istintiva renitenza. E cosi che aveva sempre conservato la sua libertà, concludeva. Io sorridevo annuendo, ma senza contribuire con miei argomenti, perché di quel tipo di libertà mi sembrava di aver già goduto in eccesso, e mi sentivo ben disposto a non ritrarmi se si fosse aperta la porta di qualche gabbia dorata, come quella dell'Olivetti, appunto. Ma forse la vera ragione, di fronte al suo elogio della non professionalità, della mia renitenza ad andare al di là di quel mio annuire un po'  stac  cato, era che quel mio testo stesso su cui ci eravamo incontrati, pur non strettamente accademico, rifletteva per me chiaramente una tensione verso qualche cosa che sarebbe proprio potuto diventare mestiere (anche se poi il mestiere che ho acquisito, o che credo di aver acquisito, è stato un po' diverso), frutto com'era di lunghi mesi di letture concentrate su un preciso tema, giornate intere alla biblioteca del Musée de l'Homme, a pranzare con un panino, storzi di chiarezza nell'esporre una tesi, rigore, o speranza di rigore, nello sceverare la letteratura antropologica attendibile da quella che non lo era. E in fondo ciò cui io ambivo era proprio di impadronirmi meglio di quel mestiere. Sarebbe ora stata interrotta, quella mia tensione, nel caso fossi entrato all'Olivetti? L'incontro con Bobi Bazlen mi aveva lasciato al punto di prima. O così mi pareva. Ma mi sbagliavo, come si vedrà.  Quando si ha, era il mio caso, un gran rispetto per le vie segrete del destino, ci si deve astenere dallo sforzo ibristico di immaginarne le tracce prima di calpestarle veramente.Una settimana o due più tardi ricevetti una lettera che mi convocava a Ivrea. Arrivai in questa città un po' sformata, cosi fuori dal mondo in cui avevo vissuto fino a qualche mese prima, ma che sarebbe stata per tre anni la mia  non so quanto capace, durante quei tre anni, di infondermi il sentimento che vi appartenessi, ma certo anche oggi, dopo più di quarant'anni, rimasta ben distinta e pesante nella mia memoria , lasciai la valigia all'albergo Dora, che avrei imparato esser luogo celebrato nel folklore del mondo dirigenziale Olivetti per incontri, intrighi, sollazzi e imbarazzi, ritornai sui mici passi, oltrepassai la stazione, per imboccare la ben acciottolata via Jervis, costeggiai la lunghissima facciata di vetro della fabbrica, mi sembrava di scivolare lungo una pagina di «Domus» o «Casabella», e salii al Sancta Sanctorum, cioè negli uffici della presidenza. Adriano Olivetti era già da qualche tempo ma  lato, mi dicono, ma intanto avrei potuto incontrare qualche dirigente, Mi conduce prima degli altri nel suo ufficio, gentilissimo, Ignazio Weiss, direttore del Servizio pubblicità, e il primo nome che mi fa è, sorpresa! sorpresa!, quello di Bobi Bazlen, suo caro amico, mi dice, il quale gli aveva parlato di me e del bel saggio che avevo scritto. Mi fa i complimenti per i miei studi, si augura che io possa entrare all'Olivetti, ma che stessi in guardia, mi avverte, il lavoro che mi avrebbero assegnato poteva anche non corrispondere alle mie aspettative (non ne avevo), poteva essere più semplice di quello che io ero in grado di fare (e io a quel punto non mi sentivo davvero capace né di fare lavori semplici, né di farne di complicati), ma proprio per questo anche noioso e magari deludente. Incoraggiato da quell'accoglienza che lasciava prevedere un esito positivo del processo dal quale senza merito e senza manifesta volontà ero ormai risucchiato, gli strologai una complicata risposta sul fatto che anche quando i compiti appaiono più facili di quanto si sia in grado di assolvere, rappresentano pur sempre una sfida, perché il passare da impegni difficili a impegni facili può in un certo senso considerarsi cosa difficile, e via cosi ingarbugliando. Spero che abbia creduto che il mio ragionamento contenesse concetti più profondi di quelli che in realtà conteneva, poiché, tradotto in soldoni, credo consistesse nel dire niente più che quando a qualcuno fanno fare un lavoro poco interessante è una bella noia per lui accettarlo, e se lo accetta, ma questo punto era lasciato fuori dal concettoso ragionamento, lo fa solo perché lo pagano bene.  Poi passai nell'ufficio di Geno Pampaloni, che allora non sapevo ancora fosse colui che esercitava il vero potere nei rapporti tra il mondo della cultura e Adriano, e cioè la vera eminenza grigia di costui (o era forse soltanto eminenza ligia, come sussurravano gli infaticabili ideatori di maliziosi calembours aziendali?  Ideatori del resto non da poco, avrei ben presto imparato: erano Libero Bigiaretti, Franco Fortini, Egidio Bontante e simili, i quali si divertivano a prendere di mira più di altri proprio il povero e potente Pampaloni). Anche lui assai cordiale (ma la cordialità, si sa, è l'immancabile sigla di questo tipo di incontri), mi disse che si era andato a leggere con attenzione tutti i miei articoli su «Comunità», che gli erano piaciuti, erano ben scritti, soprattutto le corrispondenze del 194849 dalla Francia, aggiunse qualche altro complimento, e poi incominciò a spiegarmi all'ingrosso cosa mi sarebbe stato chiesto di fare nel caso venissi assunto. Il presidente (incominciavo a imparare che a Ivrea questo era il nome con cui designarlo in colloqui ufficiali, «Adriano» quello parlando tra amici) voleva dare impulso a una rete di centri sociali con bibliotechine che andava creando in vari paesi del Canavese, e appoggiandosi su di queste voleva far nascere una specie di movimento culturale  non politico, diceva, anche se naturalmente Olivetti una tendenza politica l'aveva, di sinistra, ma né comunista né democristiana, forse vicina a quella che era stata del Partito d'Azione, e aveva appoggiato Unità popolare contro la legge truffa (era  no, come sbagliarsi!, le stesse mie posizioni) e poi aveva le sue idee su come trasformare il governo locale, l'idea di piccole comunità, che io del resto conoscevo, e via discorrendo. Pensai che avrei capito meglio quando l'avventura fosse incominciata, e tornai a Roma. Dopo pochi giorni arrivò la notizia che ero stato assunto.  Di fatto. Ma prima sembra che occorresse un ulteriore passaggio formale, e di che natura fosse me lo chiari (ma «chiarire», si vedrà subito, non è il verbo appropriato) un episodio che mi resta ruttora insondabile, e che mi limiterò a raccontare esattamente come è avvenuto (o come me lo ricordo, devo naturalmente di  re; ma mi sforzerò di mettere all'opera tutta la mia perspicacia mnemonica, facilitato del resto dal racconto che a più di un amico feci immediatamente dopo, quando speravo ancora che me lo decifrassero loro). Manca ancora un colloquio con il capo del personale, mi disse Pampaloni, vai nell'ufficio del dottor Z. Il dottor  Z. mi aspettava, mi fece subito entrare, si sedette al suo tavolo, mi fece sedere su di una sedia dall'altra parte del tavolo, io dissi: sono A.P., mi hanno indicato di passare da lei. Sì lo so, rispose, e mi guardò. Aspettavo che mi facesse qualche domanda, mi desse qualche istruzione, o insomma mi dicesse qualche cosa, ma lui si limitava a guardarmi. Aveva sulla bocca un sorriso stereotipato che non capivo bene se significasse incoraggiamento per me, o imbarazzo per se stesso, Io gli restituivo lo sguardo, con un dovuto sorriso timido, ma lui taceva. Cominciai a muovere lo sguardo sugli oggetti del tavolo, sempre mantenendo il sorriso timido, che non avici saputo come mutare, ma lui continuava a tacere e a sorridere enigmaticamente. Adesso mi dirà qualcosa, pensavo, è già passato qualche minuto, e spostavo di quando in quando lo sguardo anche sui mobili o sulle pareti. O forse che gli devo dire io qualcosa, mi chiedevo, ma cosa posso dirgli? I minuti passavano, il silenzio totale continuava. Forse si tratta di un test, mi dissi, vuol veder come reagisco al silenzio, come mi comporto in una situazione imbarazzante (in quei giorni si parlava molto di test strani cui venivano sottoposti futuri dirigenti aziendali, per verificare come si comportavano in situazioni inattese). Ma più che restare zitto non mi sembrava di poter fare. Forse gli devo raccontare qualcosa di me, ma se lui non mi fa domande sarebbe sgarbato da parte mia aprire il discorso. Dirgli che son contento di essere assunto all'Olivetti può essere fuori luogo, perché ufficialmente l'assunzione non si è ancora perfezionata. Così continuavo a tacere.  E taceva lui. Il mio disagio cresceva. Forse anche il suo? Come capirlo, la situazione continuava ad apparire inscrutabile. Passarono diversi minuti. Quanti? Non potevo ovviamente guardare l'orologio. Erano molti, moltissimi, nella mia percezione soggettiva. Dieci, quindici? Come finirà, mi chiedevo, cercando di rilassarmi interiormente, e aspettando la fine. Che non potrà mancare, mi ripetevo. La frasetta che pronunciò alzandosi, l'unica, non la ricordo esattamente, sarà stata del tipo «le auguro buon lavoro», o «spero che si troverà bene». Mi strinse la mano e mi accompagno alla porta. Il silenzio era finito. Ero assunto alla Ico (In  gegner Camillo Olivetti) spa. (Gli amici cui raccontai l'episodionon seppero spiegarmelo, e, stranamente, mi sembrò che non gli dessero importanza, Esclusero l'ipotesi del test. Il dottor Z. lo ritrovai anni dopo, in una circostanza anch'essa un po' imbarazzante, come racconterò, ma di altro tipo.)  Ero quindi diventato impiegato di un'azienda industriale di gran prestigio, con regolare contratto del settore metalmeccanico.  Quanto era esattamente il mio stipendio? 120.000 lire al mese, poi quasi subito aumentate a 140,000 se ricordo bene (nello stesso periodo sembra ci fossero stipendi, fra i dirigenti, anche cinque o sei volte superiori, e più); ma, fossero state anche meno, si trattava di uno stipendio contrattualmente stabilito, il primo di questo tipo nella mia vita. Tutto ciò senza che potessi dire di aver veramente scelto, o senza che fossi in grado di spiegare, se mi fosse capitato di aprirmi con un amico, la parte che questa vicenda poteva rappresentare in un mio progetto di vita. Forse avrei detto che si trattava di un'«esperienza», termine magico, si sa, che è sempre possibile invocare per giustificare a se stessi e accreditare di fronte agli altri ogni attraversamento di giorni difficili o strani. Almeno per chi  è per lo più il mio caso  è riluttante a sovrapporre lo schermo del «progetto di vita» alla figura velata, ma riposante, del «destino».  4. Lavoro manuale, ma non davvero  Una regola per gli impiegati nuovi assunti, esclusi gli amministrativi, voleva che prima di venir assegnati alla loro specifica mansione dovessero lavorare per un mese come operai. Era un modo per far loro imparare a conoscere bene l'oggetto (che allora era costituito dai vari tipi di macchine per scrivere  e che non si dicesse da scrivere, veniva raccomandato  e per calcolo) che l'organizzazione di cui entravano a far parte era impegnata a produrre e vendere. Si trattava di un'esigenza di apprendimento, per dir così terminologico, sapere cosa significavano i termini che designavano le centinaia di pezzi di cui questo o quel tipo di macchina era composto; e naturalmente sapere come funzionavano. Perché sarebbe potuto occorrere che ognuno, nel compito specifico che svolgeva, vi si dovesse riferire. Ma si trattava anche, più o meno esplicita, di un'esigenza moralistica: aver fatto provare a tutti i dipendenti di che natura fosse il lavoro manuale della «produzione» (parola mitica, questa, del linguaggio aziendale, con connotazioni moralistiche il cui pieno valore avrei ben presto imparato ad apprezzare), quello da cui, come impiegati, ricevevano il contenuto ultimo del loro compito, e simbolicamente quindi parificare i lavoratori del braccio e quelli della mente. Era insomma una sorta di rito di passaggio che siglava l'appartenenza di tutti alla stessa comunità, in nome della moralità della produzione.  Cosi fui messo anch'io a lavorare manualmente in un reparto dove si aggiustavano macchine difettose. Me ne stavo seduto a un banco, insieme con qualche diecina di altri operai in un grande stanzone, a smontare e rimontare, macchine, secondo precise istruzioni, senza far nessuna fatica fisica, e semmai, soprattutto all'inizio, con qualche fatica intellettuale perché dovevo sforzarmi di capire le istruzioni che ricevevo su come andavano rimessi insieme tutti quei pezzi. Non c'erano costrizioni temporali per completare la mia parte di lavoro. Avevo anche pochi rapporti con gli operai che lì intorno facevano, meglio di me, il mio stesso lavoro, e l'unica cosa che mi accomunava a loro era la bottiglietta di chinotto, bevanda di cui avevo ignorato l'esistenza fino a quel giorno, e che adesso avevo imparato a tenere sul bancone vicino alla macchina, sorseggiandola di tanto in tanto; e non perché avessi sete, ma perché mi permetteva, facendo finta di bere, ma in realtà limitandomi a bagnare la lingua, di interrompere di tanto in tanto il lavoro. Insomma, non sentivo di essere coinvolto in un esperimento serio. L'unica costrizione, importante è vero, viste le mie abitudini parigine, era quella di entrare in fabbrica e firmare il cartellino alle sette e trenta in punto. La sveglia mattutina, le otto ore di lavoro giornaliero, l'andarmi a coricare presto la sera, la sospensione del lavoro intellettuale, avevano così ben regolarizzato il mio ritmo fisico, che in un mese, ricordo esattamente, ingrassai di due chili (da 60 a 62, o da 62 a 64, non ricordo esattamente, ma giù di li). Davvero non un'esperienza stremante.  In quei giorni so che anche in altre fabbriche era d'uso la stessa pratica di iniziazione degli impiegati nella comunità aziendale.  E probabile che da tempo se ne sia perso ovunque, nonché l'uso, il ricordo. Già all'Olivetti quando vi fui sottoposto io era molto discussa per quella vaga tinta di ipocrisia che la colorava. È vero che se fosse stata fatta seriamente avrebbe accresciuto fra gli altrimembri della comunità aziendale la conoscenza delle condizioni in cui lavoravano gli operai. Lavorare al montaggio, per esempio, sotto costrizione di tempo, poteva dar l'idea di che cosa si provasse a fare quel lavoro  ma questo, d'altra parte era difficile chiederlo a impiegati nuovi assunti, che avrebbero ritardato il lavoro della linea (quella che in linguaggio giornalistico si chiamava a quer tempi la «catena») in cui li si tosse inseriti. L'ipocrisia stava nel far credere che chi lavora in un posto sapendo che ci resterà solo un mese, passi attraverso la stessa esperienza di chi lavora a quello stesso posto ma sapendo che ci resterà anni. E inoltre nel voler credere che l'esperienza operaia che contava fosse quella delle condizioni tecnologiche, che si fa durante le ore passate sul luogo del lavoro, e non quella delle condizioni economiche, che si fa sui luoghi della vita, nelle ore dell'intera giornata e degli anni.  Una mattina chiesi un permesso, dissi che dovevo andare in un ufficio lontano, o qualcosa di simile, sarei stato via una mezz'oretta, e appena fuori mi intrufolai invece, quasi di soppiatto, nella biblioteca, che era proprio li, vicino all'uscita dell'officina dove la  voravo. Avevo voglia di interrompere quelle ore di forzata assenza di pensiero con un minima parentesi di attenzione intellettuale. Mi ricordo ancora nitidamente cosa lessi: era il dibattito, in «Nuovi Argomenti» e in un altro paio di riviste appena uscite, tra Ernesto De Martino e i suoi critici, sull'antropologia, se dovesse essere storicistica o meno. Era estraniante leggere di questo dibattito tra un montaggio di macchine e un altro. Ma era estraniante per me anche per un'altra ragione. Negli anni precedenti in cui, a Hautes Études, i miei studi erano stati essenzialmente di antropologia culturale, mai mi ero trovato di fronte a un dibattito di quel tipo, così lontano dalla letteratura antropologica internazionale, così impasticciato di terminologia crociana, preoccupato più di definire i rapporti con Croce che con la ricerca che si sviluppava nelle discipline antropologiche dove queste erano più avanzate e scaltrite. Per cui, scuotendo la testa, tornai in officina, più incerto che mai su cosa sarebbe successo di me in questo sovrapporsi di mondi diversi.  Dopo circa un mese, si avvicinava la fine del rito di passaggio, Pampaloni mi chiamò e mi disse che lo si poteva concludere e che mi avrebbe mandato in giro per il Canavese, sotto la guida di un dirigente locale del Movimento di Comunità, per farmi visitare lebiblioteche comunali che si stavano organizzando, più qualche altra delle iniziative del Movimento. Si sarebbe trattato di una specie di ispezione e alla fine avrei dovuto scrivere un rapporto. Durante questa esperienza di visite «sul campo», che durarono qualche settimana, mi furono presentate altre persone che avrebbero potuto orientarmi sulla realtà sociale della fabbrica. Mi accorsi ben presto che sia l'ambiente dirigenziale, sia quello intellettuale, intorno ad Adriano Olivetti, erano radicalmente divisi. Chi mi prese per mano a farmi percorrere e ricostruire i nervi del governo olivettiano, che Pampaloni si limitava a delinearmi a fior di pelle, fu Franco Momigliano, che allora reggeva quella che si chiamava la Direzione delle relazioni interne, comprendente Servizio del personale, Servizi sociali e altre funzioni affini.  Momigliano era responsabile sindacale del Partito d'Azione quando conobbe Adriano Olivetti, che lo assunse per occuparsi delle relazioni del personale nella fabbrica di Ivrea, Era un liberalsocialista, di colorazione vagamente marxista, ma senza nessuna ortodossia, semplicemente incline a quella generica concezione economicistica, che più o meno tutti avevamo nella pelle in quel periodo. Le categorie con cui analizzava la situazione della fabbrica e dei rapporti tra proprietà e maestranze mi sembrarono subito molto familiari ed efficaci, le conclusioni dell'analisi, però, inaspettate. Per spiegare il senso della mia sorpresa sarà utile che io qui ricostruisca l'atmosfera di quegli anni nell'industria italiana.  5. L'eccezionalismo olivettiano  Erano gli anni di quella che si può convenire di chiamare, col gergo allora usato, la «controffensiva padronale». Le elezioni del 1953, con il fallimento della cosiddetta «legge truffa», avevano bloccato il tentativo politico di emarginare le sinistre e di escluderle da ogni interferenza sul governo del paese. Ma l'esigenza di chi guidava la ricostruzione capitalistica dell'economia restava quella di annullare, nei luoghi della produzione, l'autonomia che le maestranze avevano conquistato durante gli anni immediatamente successivi alla liberazione. L'offensiva fallita a livello elettorale si era quindi diretta verso i luoghi dove si concentrava la classe operaia di persuasione comunista. Lo richiedevano le esigenze del buon ordine produttivo, lo richiedevano soprattutto gli Stati Uniti, che erano indignati, come si sforzava di far capire la famigerata ambasciatrice Vera Luce, che nelle fabbriche italiane, anche quelle che godevano di commesse americane, gli operai fossero rappresentati da sindacalisti comunisti o loro alleati. O così almeno sembrava, e si diceva. Anche se una domanda era lecita: erano veramente gli americani, cioè gli uomini d'affari americani che trattavano con gli italiani, a essere così preoccupati, o non piuttosto gli industriali italiani che volevano far intendere che fossero gli americani a premere in quel senso? Mi ricordo che mi posi la questione un giorno  alcuni mesi dopo che ero arrivato  quando Pampaloni, nel discutere i risultati delle elezioni della Commissione interna, che avevano di nuovo registrato una maggioranza della Cgil, mi disse con tono allusivo, quasi fosse una cosa di cui non bisognava parlare in giro, che questo risultato avrebbe creato difficoltà all'Olivetti con gli americani. Lì per lì rimasi impressionato, ma subito dopo mi chiesi se quell'aria di segreto non avesse proprio lo scopo di farmi andare in giro a divulgare la notizia. Ero però, lo sappiamo oggi, più diffidente del necessario, e avrei dovuto credere alle convergenti allusioni di parte padronale e rumorose denunce delle sinistre: il ricatto americano c'era, ed era esplicito e pesante, e operava, fra l'altro, condizionando le commesse alle fabbriche italiane (ma l'Olivetti ne aveva meno bisogno di altre) e soprattutto della Fiat, alla loro capacità di eliminare l'egemonia della Cgil nelle commissioni interne e fra le maestranze!  Sostanzialmente il risultato che si voleva ottenere in quegli anni era quindi la pace sociale nei luoghi della produzione, anche a costo di accettare una limitata forma di condivisione del poterecon l'opposizione nei luoghi istituzionali. Condivisione (si sarebbe chiamata poi, negli anni Settanta, «consociativismo», quando il fenomeno divenne più esplicito) che era inevitabile: la Costituzione repubblicana assegnava al Parlamento un ruolo centrale, così che una minoranza forte, com'era quella delle sinistre già in quegli anni, era in grado, volendolo, di bloccare i lavori parlamentari e quindi l'opera del governo; senza contare il potere di scambio che poteva far pesare sulla bilancia un partito che controllava le regioni rosse. Scambi di favori legislativi e amministrativi, al centro e alla periferia, tra maggioranza e opposizione, servivano a smussare il conflitto, che sarebbe diventato drammatico se si fosse messo in opera con coerenza quanto era contenuto nelle premesse dell'ideologia proclamata. Certo, servivano anche per, come dire, ingrassare la macchina della politica, e ci potevano guadagnare gli uni e gli altri, pur a spese della maggioranza dei cittadini, Dapprima limitati e coperti, più tardi, negli anni Settan  ta, tali rapporti sarebbero diventati la regola.  Nelle fabbriche, invece, gli interessi si contrapponevano con immediatezza e l'offensiva era senza quartiere, probabilmente anche animata da personali sentimenti di vendetta da parte delle dirigenze industriali che, nei non lontani anni successivi alla liberazione, avevano visto sfidata la loro autorità, quando non anche ferita la loro dignità. Da qui, in molte di esse, il moltiplicarsi di licenziamenti arbitrari di membri di Commissione interna e di attivisti sindacali in genere (fu a proposito di uno di questi casi che udii in quegli anni per la prima volta il nome di un operaio della Riv, che, quindici o venti anni dopo, mi sarebbe diventato collega e molto amico, Aris Accornero), e anche di umiliazioni agli operai comunisti, messi a spazzare i locali quando magari erano vecchi operai abili nel loro lavoro specializzato, e contemporaneamente di corruzione di sindacalisti. Leggendaria in quegli anni era la vicenda del cosiddetto «reparto confino» (ufficialmente  Officina sussidiaria ricambi) della Fiat. La direzione vi aveva raccolto gli operai sindacalmente attivi, quasi tutti comunisti, isolandoli completamente dal resto delle maestranze, obbligandoli, operai qualificati o specializzati che erano, ai lavori più umili e inutili e sottoponendoli ad angherie di ogni genere.  Questi metodi erano possibili sia perché perdurava (e andrà avanti almeno fino ai primi anni Sessanta) una disoccupazioneche, pur decrescente, era sufficiente a mantenere alto, per un operaio, il timore di perdere il posto; sia perché, come ho accennato prima, si era formata una separazione tra livello politico e livello sindacalindustriale nella strategia dell'opposizione. Come avrei imparato ben presto, appena entrato in contatto con gli ambienti della Cgil, e come mi era stato invece assolutamente impossibile capire quando vivevo all'esterno del mondo industriale, il Partito comunista si interessava della situazione delle fabbriche meno di quanto i sindacalisti di base, che erano isolati e depressi e in perdita di consenso (era iniziata la serie di sconfitte nelle elezioni per le commissioni interne sui luoghi di lavoro), sentivano di aver bisogno. Togliatti viene a Torino e ci parla della situazione internazionale, mentre alla Fiat funziona il reparto confino, mi disse un giorno un sindacalista comunista. E ricordo ancora vividamente, alla fine degli anni Cinquanta, quando partecipavo a un seminatio organizzato dalla Società umanitaria nella sua sede di Meina, con quadri operai della Cgil, il racconto di un operaio comunista che qualche anno prima era stato arrestato dalla polizia di Scelba.  Mi rimane nella memoria la sua particolareggiata descrizione delle torture che la polizia infliggeva agli arrestati: alcuni venivano picchiati, ad altri schiacciavano i testicoli, mi preciso.  In questo clima generale la Olivetti era l'eccezione. Non licenziamenti arbitrari, non reparti confino, non maltrattamenti psicologici di operai, non corruzione di sindacalisti, non interruzione degli incontri regolari tra la direzione e la Commissione in  terna, nella quale continuava a venir eletta una maggioranza della Cgil, senza che la direzione prendesse provvedimenti repressivi, come appunto era comune in altre fabbriche. Assunto in maniera così improvvisa ed enigmatica in questa azienda, ero curioso di capire a cosa fosse dovuta la sua eccezionalità, di cui avevo già sentito parlare. Soltanto alla bontà e onestà del padrone?  Al suo successo economico che sembrava folgorante? I colloqui che avevo con Momigliano (e naturalmente anche con altri «in  tellettuali di fabbrica», che un po' alla volta venivo a conoscere, soprattutto Michele Ranchetti, che era l'assistente di Momigliano, e poi Libero Bigiaretti, Luciano Codignola, Roberto Gui  ducci, Antonio Carbonaro, Luigi Ortina, che era il capo dell'otficina in cui avevo svolto il mio tirocinio di lavoro materiale, e lui stesso figlio di un imprenditore, e qualche altro), mi permettevano un po' alla volta non solo di dare una prima risposta all'ingenuo quesito iniziale, ma anche di delineare un quadro per molti versi inaspettato.  La tradizione di buoni rapporti tra padrone e maestranze risaliva ai tempi di Camillo Olivetti, fondatore dell'azienda e padre di Adriano. Ingegnere geniale, imprenditore ardito, padrone bonario, di idee socialiste (aveva organizzato la fuga di Turati in Svizzera nel 1926), la sua grande figura barbuta era rimasta leggendaria tra i vecchi operai, e più d'uno, quando cominciai ad andare in giro per la fabbrica per il mio lavoro, mi raccontava in tono affettuoso buffi aneddoti su questo vecchio, morto una decina di anni prima. Adriano, al suo ritorno dalla Svizzera dopo la guerra, aveva ripreso in mano l'azienda (che durante gli anni di guerra era stata diretta dall'ingegner Gino Martinoli, altro dirigente industriale di riconosciuto carisma, fratello della moglie di Adriano) e continuato una politica di buone relazioni con il personale. Adriano aveva, sì, dato un forte apporto innovativo all'azienda nella riorganizzazione degli anni Trenta e continuava a darlo soprattutto con le sue intuizioni originali nel campo pubblicitario e delle relazioni pubbliche, ma la considerava piuttosto uno strumento per i suoi interessi di natura generalmente culturalpolitica. O almeno, questo era il rimprovero che dall'interno dell'azienda gli veniva fatto, soprattutto da quello che si poteva chiamare il partito degli ingegneri. Non che costoro fossero nella loro maggioranza reazionari e mirassero ad assimilare lo stile dei rapporti politici interni all'Olivetti a quello delle altre grandi aziende italiane. Si trattava di dirigenti in gran parte selezionati da Camillo, i più vecchi, o dallo stesso Adriano, o da altri selezionatori che condividevano le sue posizioni. Ma essi ritenevano che Adriano sacrificasse l'efficienza della fabbrica ai suoi scopi di innovatore culturale, e questi li giudicavano un po' troppo grandiosi, sia in relazione alla realtà eporediese (imparai allora che questo era l'aggettivo che si riferiva alla città di Ivrea), che Adriano voleva trasformare facendone un laboratorio esemplare di buon governo locale, sia soprattutto in relazione alle sue ambizioni di giocare un ruolo trascinatore nel mondo della cultura italiana e internazionale.  Chi difendeva Adriano sosteneva che l'attività culturale di Olivetti, i suoi rapporti con il mondo dell'arte, dell'architettura e dell'urbanistica, cosi come delle scienze sociali e della letteratura,producevano una tale ricaduta pubblicitaria, che tutto quello che veniva sottratto agli investimenti in fabbrica ritornava dall'espansione di mercato che in quel modo si otteneva. Mi ricordo che un giorno un operaio con il quale parlavo dei progetti di Adriano mi obiettò, non capii se con ingenuità o con cinismo, che tutto quello che si faceva era buona pubblicità che serviva all'azienda, perché in fondo, cosa produceva la fabbrica? macchine per scrivere, no? e chi doveva comprarle, se non quella gente li, gli intellettuali, insomma! Altri sostenevano che soltanto rendendo la città di Ivrea sopportabile a una borghesia colta si poteva far accettare al tecnici d'elite di cui una fabbrica così avanzata aveva bisogno il sacrificio di abitarvi (non c'erano ancora autostrade in quegli anni e la pendolarità con Torino non era pensabile). Ma erano, come si vede, poco convincenti, o in ogni caso parzialissime, giustificazioni funzionaliste.  6. Dialettica contro paternalismo  L'analisi di Momigliano muoveva da sinistra, ma concludeva su posizioni che lo collocavano in qualche modo sulla stessa linea del partito degli ingegneri. La sua critica era rivolta al paternalismo implicito, anche se accorto e non sfacciato, di Adriano. Adriano, per i suoi fini, a volte dà agli operai anche quanto non chiedono, mi diceva. In questo modo implicitamente li corrompe, desta il sentimento di gratitudine, e per gli operai non è bene sentirsi legati da gratitudine al padrone. Questi operai finiscono per essere non soltanto dei privilegiati, ma anche dei viziati. Mi citò una volta un episodio di alcuni rappresentanti operai della Cgil (di tendenza anarchica, se ricordo bene) che dovevano andare a Torino al funerale di un sindacalista eroe della resistenza. Sai cosa hanno chiesto alla direzione? esclamò: di essere portati a Torino con una macchina dell'azienda! Te li immagini operai anarchici o comunisti di quaranta o cinquanta anni fa chiedere favori di questo tipo al «nemico di classe»!  Occorreva invece, mi diceva, che i dipendenti dell'azienda si ponessero con la direzione in rapporto dialettico (decisamente avrei dovuto riabituarmi all'uso abbondantemente polisemico di questo termine che avevo imparato come servisse ai miei amicifrancesi per ironizzare sul linguaggio politico italiano), attraverso i loro rappresentanti, che questi avanzassero le loro rivendicazioni, e se la direzione gliele concedeva, bene; se no, e se se la sentivano, che entrassero in vertenza. La direzione, d'altra parte, doveva dare quello che il mercato le permetteva di dare, non offrire il non richiesto, soltanto perché in certi momenti il padrone aveva determinati motivi di politica personale per fare il generoso. Il mio compito qui, mi diceva, è di governare il personale facendo gli interessi di questa azienda sul mercato, e insieme rendere possibile ai dipendenti di perseguire gli interessi loro autonomamente, assicurando, fino a che mi è possibile, che non vengano alterate le regole del gioco: e cioè impedendo sia ogni forma di repressione sindacale, come quelle che si verificano nelle altre fabbriche italiane; sia ogni forma di corruzione dei dipendenti da parte del padrone. (Fu del resto in uno di questi colloqui che mi accenno alla possibilità, ancora non ben definita, che Adriano intendesse formare un suo sindacato, inglobando, che in termini crudi voleva dire comprando, quello che restava della Uil locale, collegarlo con il Movimento di Comunità e cosi rovesciare l'egemonia della Cgil. In questo caso lui si sarebbe rifiutato di concedere qualsiasi trattamento di favore a questo nuovo sindacato padronale, anche se Adriano, come era probabile, glielo avesse chiesto.) In altre parole, Momigliano vedeva il suo ruolo come quello del rigido guardiano delle regole quali l'ordine giuridico del capitalismo le aveva stabilite. All'interno di quest'ordine i capitalisti dovevano fare i capitalisti, gli operai fare gli operai, e formarsi la loro coscienza di classe antagonista grazie al confronto, appunto, dialettico nelle trattative sindacali.  Mentre mi esponeva le sue idee non mi fu difficile riconoscerle come quelle di un lettore assiduo di Sorel (io stesso lo ero stato). Glielo dissi, e riconobbe infatti non soltanto che da giovane aveva letto appassionatamente Sorel, ma che suo padre era stato sindacalista rivoluzionario e seguace del pensatore francese. Non gli dissi invece che la sua strategia mi ricordava un'altra figura, di cui probabilmente lui non aveva sentito il nome (e mi sarebbe stato troppo complicato, e non interamente lusinghiero, illustrarglielo), quella di Bug Jargal, il protagonista di 1793, il romanzo di Victor Hugo sulla rivoluzione di Haiti. Bug Jargal era il capociurma dei lavoratori schiavi del maggiore proprietario agricolo delpaese. Esercitava il suo compito in nome del padrone, nella maniera più rigida e crudele, non risparmiava una sola delle fustigazioni o altre punizioni che la legge del luogo prescriveva, e verso la quale in tal modo attirava l'odio degli schiavi. Quando la rivoluzione scoppia, viene alla luce che Bug Jargal ne era l'ideatore e il cape. E il successo della rivoluzione sarà dovuto proprio all'odio contro i padroni stranieri che i modi tirannici di Bug Jargal avevano contribuito ad attizzare tra la popolazione. Non leggo quel romanzo da oltre cinquant'anni, e forse il mio riassunto non corrisponde esattamente alla trama, ma cosi me la ricordo, e cosi è rimasta in me da allora come metafora del dilemma drammatico di chi vuol conseguire il bene passando per il male, e, più precisa  mente, di chi vuol risvegliare la coscienza di quelli che ama, presentandosi come il male che in tal modo, facendosi odiare, insegna a odiare. Dilemma che si affaccia, anche se copertamente, in più di un rapporto, che voglia essere eroico, di amore e formazione, fra genitore e figlio, per esempio, o fra maestro e allievo, che Nietzsche più di ogni altro ha scandagliato, e che Sorel appunto ha saputo intravedere anche nella costruzione della politica rivoluzionaria. Naturalmente l'abbraccio in cui scoprivo allacciati gli operai dell'Olivetti e il direttore Momigliano non aveva questa drammaticità. Non solo perché Momigliano non faceva fustigare nessun operaio, né, fosse anche venuto il momento, avrebbe capeggiato nessuna rivoluzione, ma soprattutto perché le regole cui quei rapporti con il personale ubbidivano non istigavano odi né impulsi rivoluzionari. Il merito di Momigliano era appunto quello di saper mantenere i rapporti su quel tono di corretta intransigenza e di osservanza di regole trasparenti.  Ammiravo Momigliano e lo sentivo congeniale quando discutevamo. Mi piaceva la sua moralità secca, senza pleonastici ricami ideologici o fervori umanitari, una moralità laica per eccellenza. II realismo delle sue analisi derivava dalle categorie economiche che usava per determinare i moventi dell'agire dei soggetti con i quali aveva a che fare, il realismo delle sue scelte personali derivava dalle categorie giuridiche che usava per definire i ruoli suo e degli altri. Pensavo che fosse giusto il suo modo di vedere la situazione e il modo di muoversi in essa. Che poi occorresse anche prevenire che tra gli operai nascesse gratitudine verso il padrone mi giungeva come un giudizio rivelatore cui non mi era difficile aderire in teoria (avevo già a suo tempo riflettuto sul caso Bug Jargal), ma sul quale potevo aver qualche esitazione in pratica. L'opposizione al formarsi di qualsiasi sindacato giallo, invece, coincideva con le mie convinzioni di sempre, e non avevo dubbi che sarei stato dalla parte di Momigliano e contro Adriano se l'evento si fosse verificato (e vedremo che cosi fu).  7. Rifiuto Comunità  Queste analisi della situazione politica della fabbrica influenzavano ovviamente l'animo con cui stavo conducendo il mio compito di ispezione dei centri comunitari del Canavese. Certo non era senza una qualche attrazione per un intellettuale capitare in quel di Aglie o Pavone o Strambino (eravamo, si ricordi, nel 1953) ed entrare in una sala pulita e ben illuminata, con tavoli e seggiole, a volte anche qualche persona che leggeva, e vedere negli scaffali alle pareti allineati i volumi delle edizioni Einaudi o Laterza o Editori Riuniti o altri di quel genere. Ma poi parlavo con il responsabile del centro e mi accorgevo che non molto vi succedeva, che se c'era qualche segno di vita associativa, mostrava ben poca vivacità e autonomia, e che se un significato poteva avere la presenza di quella biblioteca in quel paesetto, era, oltre che di farci venire al sabato qualche operaio della fabbrica che pendolava gli altri giorni con Ivrea, quello di attrarvi qualche giovane che in fabbrica non ci andava ancora, ma sperava di potersi far assumere un giorno proprio grazie al mostrarsi interessato alle attività del centro co  munitario del suo paese,  Segretario del Movimento di Comunità del Canavese era allora Barolini, uno scrittore colto e gentile, sposato a un'americana, il quale non aveva più voglia di fare quel mestiere e voleva tornarsene in America (probabilmente, ma non ricordo bene, con una posizione nella Olivetti americana, che si andava sviluppando in quegli anni). Si era mostrato subito cordialissimo con me; capii più tardi, però, scontata la sua naturale gentilezza, il senso di quella cordialità immediata, quando mi accorsi che Adriano, o, meglio, Pampaloni, aveva in mente di offrire a me la sua carica, e Barolini non vedeva di meglio che qualcuno arrivasse presto a sostituirlo. Ma un po' per le ragioni che ho già detto, un po' per come nel frattempo, con l'aiuto di Momigliano e degli altri amici, riuscivo, o mi sembrava di riuscire, ad analizzare la situazione complessiva, e in particolare i rapporti tra il movimento culturale e l'azienda in quanto tale, io andavo rapportando a Pampaloni valutazioni abbastanza negative di quello che osservavo, e quando a un certo punto, dopo qualche settimana, lui mi propose di diventare segretario di Comunità nel Canavese e impegnarmi a risollevare la situazione trovando modi di ravvivare l'attività dei centri, gli risposi che non ero interessato e che preferivo svolgere qualche compito nel quadro dell'azienda vera e propria. Mi ricordo che alla fine di quel colloquio alzò la cornetta del telefono, chiamò Momigliano e gli disse: «Hai vinto tu anche questa volta». Poi continuò dicendo che ora si poneva la questione di assegnarmi qualche mansione nell'organizzazione aziendale e che a questo doveva pensarci la Direzione delle relazioni interne, quindi lui,  Momigliano.  A guardar bene, questa mia vicenda era stata scandita da un doppia finzione. Olivetti mi aveva assunto per un compito che al momento di assumermi non aveva chiarito bene in che cosa consistesse, e questo perché non voleva farmi capire che, con uno stipendio pagato dalla società, in realtà voleva farmi svolgere un lavoro funzionale ai suoi fini privati, che poi sarebbero diventati, nel lungo periodo, fini politici. Né era stato molto più trasparente Pampaloni quando mi aveva indicato il compito specifico per quelle prime settimane di rodaggio. Io d'altra parte, rifiutando un incarico che si era andato chiarendo dopo che ero stato assunto e assunto con un contratto di impiegato metalmeccanico, mi facevo forte della posizione sicura in cui ero stato messo da quel con  tratto. Mi sono spesso domandato se avrei avuto lo stesso coraggio di rifiutare nel caso in cui l'alternativa fosse stata non il riassorbimento nell'organizzazione aziendale, bensi il licenziamento e quindi la disoccupazione nuda e cruda. (Vero è che, come racconterò fra poco, la scelta mi si ripresento implicitamente tre anni dopo, e non esitai a scegliere una assai probabile, e poi, ahimè!, realizzatasi, condizione di disoccupato. Ma allora erano passati tre anni decisivi, in cui mi ero rafforzato, avevo acquistato amici che sapevano apprezzare le scelte che facevo, non ero più il tremante studente di Hautes Études, che aveva appena lasciato la buia stanza dell'Hotel Marignan, in rue du Sommerard, nel Cinquième.)In ogni caso presi quella decisione senza troppo riflettere sulle conseguenze. L'unica difficoltà fu nel rimanere fermamente negativo durante il colloquio con Pampaloni, per il quale provavo simpatia, anche se di un tipo del tutto diverso da quella che provavo per Momigliano. Come del resto diversissime erano le due personalità. Di finissima cultura letteraria ed elegante critico, a Pampaloni era del tutto estranea la moralità contrattualistica rigorosa che guidava Momigliano. Non mirava a metterti con le spalle al muro per via di logica, piuttosto a sedurti con allusioni, ed era dovuto probabilmente a questo stile il suo successo con Adriano, del cui cuore tenne in mano per un periodo entrambe le chiavi. Sembrava allo stesso tempo capace di tortuose strategie volte all'accrescimento del suo potere e di autodistruttivi, imbarazzanti coinvolgimenti sentimentali. E l'avversione che poteva provocare il suo machiavellismo veniva coperta dalla simpatia con cui si guardava alla sua ingenuità, in fondo generosa. Cattolico di sinistra tormentato, quasi figura uscita da un romanzo di Bernanos o di Mauriac, non era chiaro se si trovasse più a suo agio nei nidi di vipere o nei nidi di colombe. Lui, a dir il vero, preferiva dichiarare la sua ispirazione a Péguy, il cui cattolicesimo impegnato e vicino a idee socialiste offriva un modello di più immediato riferimento per il mondo entro il quale Pampaloni in quegli anni voleva muoversi. Ma sia il suo stile letterario  così diverso dal tono alto, a respiri lunghi, di Péguy  sia le vicende politiche e giornalistiche in cui finirà per trovarsi coinvolto, hanno finito per pottarlo lontano anni luce dall'immagine eroicosacrificale che ci è rimasta dello scrittore francese. A lungo rimasi incerto su come valutarlo, o, meglio, su come capirlo. Qualche hanno fa vidi in libreria e immediatamente comprai un suo libro, Fedele alle amicizie, che è una raccolta di suoi articoli ordinati in modo da comporre una specie di autobiografia. Ritrovai la sua prosa sapientemente evocativa, lo stretto controllo di ogni narcisismo, il suo raccogliere le «cose viste» e offrirle come un servizio al lettore. Un lungo pezzo sulla «saga degli Olivetti», impeccabile per le cose che diceva, deludente per quelle che taceva, lui che tanto aveva visto e avrebbe potuto dire, Allora capii qualcosa del suo doppio modo di stare al mondo. Quello di viverne, senza troppo discriminare, le strategie, gli intrighi, come anche gli impegni generosi di parte e di amicizia; e quello, invece, di rappresentarlo agli altri attraverso la letteratura, scegliendo con tocchi leggeri ed evocativi gli aspetti che proteggano il lettore, e in conclusione se stesso, da ogni scavo della realtà che sia un po' meno accessibile di quella che non sta proprio li sotto i nostri occhi. Cosi evita possibili drammatizzanti faccia a faccia con l'inaspettato e il discrepante, e può invece passare alla pagina che segue con il sorriso dell'accomodante e un po' ironica nostalgia. Non so se ho raccolto i frammenti giusti di questa persona che in fondo ho conosciuto assai poco. So però che le due o tre volte che lo reincontrai dopo Ivrea provai una non forzata simpatia, e che quando mi disse che aveva letto alcuni mici scritti e me li elogiò, me ne inorgoglii.  8. Spiegare la fabbrica  Ero rimasto senza compiti precisi e Momigliano ebbe l'idea di affidarmene uno nel quale erano falliti, nel corso degli anni, tutti quelli che ci si erano provati: redigere il manuale di fabbrica. Molte aziende americane, e qualche azienda italiana, avevano pubblicato, in una forma o nell'altra, e distribuito ai dipendenti, un libretto, la cui funzione consisteva nel cercar di far conoscere agli operai la fabbrica nella sua complessità; con l'idea che, al di la di quel settore con cui ognuno si trovava direttamente in contatto per le sue mansioni, l'insieme della struttura produttiva era probabile restasse a molti abbastanza misteriosa. Cosi l'operaio si sarebbe sentito parte della fabbrica, e chissà che anche la produttività non ne avrebbe ricevuto vantaggio. O cosi si immaginava potesse essere. La gran parte delle aziende italiane mancava di questo manuale perché non era interessata, anzi probabilmente era contraria, a che gli operai avessero una conoscenza della fabbrica più ampia di quella strettamente funzionale al loro lavoro specifico. I sindacati d'altra parte temevano che l'azienda descrivesse la realtà della fabbrica in maniera diversa da come la descrivevano loro, e gli sottraessero quel monopolio, per dir così, delle definizioni della realtà produttiva che per lo più detenevano. All'Olivetti, invece, più di un dirigente, e Adriano stesso, ritenevano utile che l'azienda si fornisse di un simile strumento, ma i timori su come esso si potesse presentare erano molti, e così i timori che i sindacati reagissero negativamente, e ne nascessero grane inutili.Momigliano mi illustrò tutte queste difficoltà, mi raccontò dei vari tentativi andati a male, mi forni una pila di manuali di fabbriche americane di vario genere e di altra documentazione già esistente sull'Olivetti e mi elencò le qualità che il prodotto che mi era stato affidato doveva possedere. Doveva essere assolutamente obiettivo e neutro, senza valutazioni negative o positive di questa o quella situazione lavorativa, doveva descrivere le diverse componenti del processo produttivo e i rapporti di interdipendenza fra di esse, e la loro rispettiva posizione nel flusso della progettazione, fabbricazione, montaggio e distribuzione del prodotto.  Linguaggio secco, senza fioriture e tanto meno imbonimenti (di cui abbondavano i manuali americani che mi lessi rapidamente senza troppo frutto) e tecnicamente preciso, ma semplice, alla portata di un operaio comune. Mi son chiesto poi se Momigliano, che già nell'illustrarmi le difficoltà aveva a malapena nascosto il suo pessimismo sulla realizzabilità dell'impresa, non avesse gia deciso che quel manuale era meglio non si facesse, e mi avesse proposto di lavorarci per trovarmi un compito che mi tenesse nella sua Direzione, e nel frattempo mi permettesse di impadronirmi dei dettagli dell'organizzazione aziendale, Avrei infatti dovuto andare in giro per la fabbrica, capire la natura delle lavorazioni e della logica produttiva, parlare con chiunque potesse farmi capire questo o quell'aspetto dell'organizzazione aziendale, ingegneri, capi intermedi e operai (ma con gli operai non avrei potuto parlare senza passare per il capo reparto), e discutere sia del loro lavoro specifico, sia della visione d'insieme che si facevano dell'organizzazione e della posizione produttiva in cui erano collocati.  Di tutte queste informazioni, era il compito, traessi l'essenza e mi mettessi a scrivere un limpido manualetto! Mi fu subito chiaro che, qualunque fosse stato l'esito, il valore di apprendimento che avrebbe avuto per me il compito in cui stavo impegnandomi sarebbe stato assai superiore al possibile valore che il prodotto avrebbe potuto avere se mai fosse arrivato nelle mani di altri.  Avevo tutte le ragioni visibili di mettermi all'opera con entusiasmo. Se ne aggiungeva però anche una invisibile, che la memoria è ora quasi riluttante a far affiorare tanto si presenta con la parvenza di un'improbabile testimonianza di ingenuità. Ma tant'è, perché ancora una volta non cedere alla sollecitazione maieuticache ogni scrivere del proprio passato esercita sui sentimenti più  remoti?  La ragione cui mi riferisco è questa. Intorno ai sedicivent'anni (spero di non sbagliarmi troppo indicando quell'età) io mi ritrovai a provare un intenso e, ora mi sembra, inspiegabile e quasi incredibile desiderio di capire esattamente, voglio dire, nel dettaglio dei gesti, in che cosa consistessero esattamente gli atti del «la  vorare». Non avevo infatti mai visto una persona nell'atto di fare un lavoro produttivo. Del resto l'attributo «produttivo» è troppo specifico, e non credo che allora mi fosse presente. Era il lavoro fisico in quanto tale che non sapevo che apparenza avesse. Si noti che a quell'età, differentemente da tanti mici compagni, trovandomi in Eritrea del tutto isolato per molti anni dalla mia famiglia, io avevo già lavorato per guadagno, avevo lavorato come dattilografo in uno studio di avvocato, poi come produttore di una piccola agenzia di pubblicità, avevo fatto il capomagazzino e capo  zona in un'organizzazione di lotta contro le cavallette nel bassopiano sudanese, avevo dato lezioni private di storia e filosofia per il liceo. Ma evidentemente non consideravo che quello fosse lavoro. Né, prima, consideravo che tosse lavoro quello che vedevo tate a mio padre, o a tutti quelli che lavoravano con lui negli uffici che, quando andavo a prenderlo, visitavo. Si potrebbe quasi dire che avessi  e senza averlo ricevuto dai libri, perché nessuno mi aveva certo spiegato Marx al liceo  un senso innato della distinzione marxiana tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Di che gesti era fatto, insomma, il lavoro materiale? Gli anni passati all'università tra filosofi o a Vienna tra artisti o a Parigi tra antropologi e antichisti non solo non mi avevano ovviamente dato la risposta (eppure era solo un'immagine che chiedevo, non avrei avuto bisogno dopo tutto di vedere più che qualche documentario, ma a quei tempi non ne giravano su questo tema, o erano irrealistici); ma avevano semmai ispessito l'arcano di quella mia curiosità. Ecco che ora mi veniva assegnato proprio il compito di descrivere il lavoro materiale dell'uomo, e nella sua forma più moderna. Avrei non soltanto osservato la variegata tipologia dei possibili gesti del lavoro, ma avrei imparato che esistono metodi per descriverli e misurarli scientificamente (sarei cioè entrato in contatto con quella sorta di metalavoro che svolgono coloro che operano all'Ufficio tempi e metodi, di cui incominciavo a sentir parlate come di una realtà misteriosa e dominante); avrei capito, o cercato di capire, i problemi che il lavoro generava per la persona che lo compiva e per chi doveva coordinarlo. Mi tardava di mettermi all'opera.  Pensai di farmi anzitutto un'idea d'insieme dell'organizzazione parlando con qualche ingegnere che fosse in posizione un po' meno specializzata di altri, al quale mi avrebbero presentato Momigliano o Ranchetti. La mia ignoranza della realtà di un'azienda era assoluta. Persino apprendere che un'organizzazione aziendale si divideva in amministrazione, produzione, distribuzione, che ognuna di queste componenti dipendeva da una direzione separata, che la produzione era composta di progettazione, attrezzaggio, fabbricazione e montaggio; che la progettazione era il cervello dell'azienda, dove lavoravano gli ingegneri più originali e prestigiosi, artisti del disegno di macchine; che l'attrezzaggio, dove si costruivano le macchine utensili, cioè le macchine per costruire macchine, era l'officina dove lavoravano gli operai specializzati, i migliori operai della fabbrica, per preparare i quali, lungo cinque anni di studio teorico e manuale, l'azienda possedeva un apposito severissimo istituto tecnico per meccanici, e che questi operai erano anch'essi da considerare un po' come degli artisti nel loro mestiere, guardati con ammirazione e invidia dagli altri operai, e non soltanto per la loro posizione salariale, ma perché la loro figura appariva quasi come quella di un'élite leggendaria nel folklore aziendale; che la fabbrica era divisa in officine, le officine in reparti, i reparti in squadre  persino queste nozioni elementari, che avrei potuto quasi tutte apprendere dalla lettura di qualche libro di testo di organizzazione aziendale (di cui del resto incominciavo a fornirmi, e che mi proponevano letture, non sto a dirlo, cosi stridentemente discrepanti rispetto a tutte quelle che avevo fatto fino ad allora), erano una scoperta viva per me. Mi inoltravo passo a passo in questo ambiente, che, familiarissimo a tutti coloro che mi attorniavano, si presentava invece a me come una terra incognita e avvincente.  Avvicinavo con apprensione dirigenti di questa o quella divisione, capiofficina e, con ancor più interesse, perché erano di origine operaia e avevano asceso la gerarchia aziendale, capireparto e capisquadra  timoroso che le domande che avrei fatto potessero tradire la mia ignoranza, o che addirittura mi venisseopposta preliminarmente l'inutilità del lavoro che andavo facendo. A volte, essendomi prima informato di chi fosse la persona da cui sarei andato, e avendone ricevuto giudizi di rispetto e notazioni sul prestigio di cui costui godeva in fabbrica, si acuiva il mio interesse a parlarle, ma anche la mia timidezza nel presentarmi. In questo modo andavo costruendo un po' alla volta l'ambiente della fabbrica come una cerchia di riconoscimento (per usare un termine che non usavo allora, ma che mi è familiare oggi come appartenente alla teoria nella quale, continuando a pensare a quelle cose, sono andato ingrovigliandomi), cioè come un ambiente in cui le persone si muovevano quasi davanti a sguardi virtuali dai quali si sentivano valutati e dai quali il loro lavoro riceveva senso e ambizione. Un intellettuale senza radici  come mi sentivo certamente io in quel momento, essendo state oramai trascinate via da successivi venti le esili radici che mi avevano tenuto precariamente fisso a questo o quel terreno, negli anni dell'università a Torino o in quelli di Vienna o di Parigi  un intellettuale senza radici, dicevo, è generalmente capace soltanto di immaginare cerchie di riconoscimento che siano pubbliche, che appaiono forti e ambite solo appunto perché pubbliche, cioè sanzionate attraverso comunicazioni che circolano apertamente tra tutti, per giornali, libri, premi, onori, celebrazioni, nomine istituzionali. Più tardi avrei imparato che anche per gli intellettuali esistono, e tali da vincolarli intimamente, cerchie locali, assai limitatamente aperte al pubblico: gli studenti, i colleghi di un'università o di un istituto di ricerca o di un giornale, i propri pari di una determinata disciplina. Ma li trovavo una cerchia che si chiudeva all'interno di una fabbrica e del suo intorno formato da una piccola città più qualche paese, e chiuso in questa cerchia vedevo costituirsi un sistema di moralità forte, in cui le persone, per la qualità del loro lavoro, ma non solo, venivano giudicate, ammirate, imitate o evitate, fatte oggetto di affabulazioni e leggende e motteggi, cui conseguivano rispetto o disprezzo, deferenza o dileggio o noncuranza, ma senza che tutto questo fuoriuscisse, trovasse corrispondenza in cerchie estranee, si comunicasse a persone non coinvolte. Cosi mi sorprendevo a speculare su come fosse diverso per i Pampaloni, i Momigliano, i Michele Ranchet  ti, i Libero Bigiaretti, i Luciano Codignola, i Marco Forti, gli Ottiero Ottieri, i Giovanni Giudici, il senso di ciò che facevano inquella fabbrica, del prestigio che vi potevano godere, dei riconoscimenti da cui si facevano definire. La loro vera identità si era costituita, o, almeno, mirava a costituirsi, in un mondo diverso, tra intellettuali, cioè tra professionisti del far circolare il nome dei degni di riconoscimento tra una cerchia larga di pubblico anche remoto; quell'identità ognuno di loro avrebbe poi potuto arricchirla, ma a suo beneplacito, se gli fosse convenuto, con i giudizi che riceveva da quanto faceva nella fabbrica. Come era differente, voglio dire, il senso dell'attività che costoro andavano svolgendo quotidianamente dal senso del lavoro dell'operaio attrezzista Giovanni Bovero, del caporeparto Giorgio Pautasso, dell'ingegner Carlo Corniglia e così via e così via, tutto racchiuso, quel senso, nella tensione verso il prestigio che un po' alla volta si era formato fra i compagni di lavoro, fra i superiori, nella loro officina, poi per «voci» nelle altre officine, poi magari tra qualche conoscente fuori fabbrica: ché era questa la realtà che gli permetteva di pensare a se stessi con un po' di orgoglio, pur senza che nulla si trasmettesse a chi era fuori portata di quelle «voci».  E mi sembrava di poter estendere queste considerazioni alla situazione esistenziale dello stesso Adriano Olivetti e all'ambiguità dell'immagine che di lui si disegnava in azienda (in ditta, come si usava dire), al cui riconoscimento in qualche modo egli sfuggiva. per la molteplicità delle cerchie remote, ed estranee alla ditta, davanti alle quali, da gran signore della cultura internazionale, egli andava rappresentandosi. Apparteneva troppo poco a loro, ai suoi dipendenti, intendo, quel personaggio, troppo ricco di un patrimonio simbolico che andava cumulando per il mondo senza che loro vi partecipassero, e neppure ne capissero esattamente la natura, quando pur lui utilizzava il patrimonio materiale che proprio il loro lavoro gli forniva.  Andavo facendo queste riflessioni, o mi sembra che andassi facendo allora queste riflessioni, mentre entravo in contatto con una realtà che chiunque avrebbe considerato delle più normali; ma io mi trovavo in quello stato d'animo stupito e prensile, proprio di chi viaggia per un paese sconosciuto di cui ha sentito a lungo e vagamente parlare e ogni osservazione che va raccogliendo gli offre l'occasione per completare qualche percorso cognitivo già tracciato a casa propria, ma rimasto sospeso fino all'affiorare di questo o quell'inedito frammento di realtà.Ho sottolineato che quelle riflessioni «mi sembrava» che le facessi, perché è probabile che allora non ci fosse nulla di più preciso che il sentimento nebuloso che avrei potuto farle. Soltanto in seguito maturerà lentamente in me la curiosità di capir meglio la vera natura del fenomeno della reputazione, del prestigio, della fama, che è poi a dire, con un termine comprensivo, del riconoscimento con cui gli altri ci definiscono, e dell'effetto che questo riconoscimento, o l'ambizione di esso, hanno su di noi, su quello che miriamo di compiere e sull'idea che riusciamo a farci di noi stessi. In quei giorni tutto restava in nuce, in uno stato d'animo di attenzione acuta, ma insieme di rinvio a sperate, più chiare comprensioni future.  Non potevo parlare con gli operai  «era meglio che non lo facessi», mi era stato detto  per la doppia ragione che non andavano disturbati nel loro lavoro, il quale era quasi sempre a cottimo. cioè pagato per la quantità di produzione completata ogni ora, e ci avrebbero rimesso se li avessi costretti a interromperlo; e poi perché qualunque cosa dicessi avrei potuto esser visto come un membro della direzione che interpellava direttamente un operaio, e così commetteva un interferenza sia nei confronti del capo del reparto in cui quell'operaio lavorava, sia nei confronti dei sindacati, i quali erano l'altro organo autorizzato a parlare in fabbrica con gli operai. Li osservavo lavorare passando lungo le file delle lavorazioni, dei montaggi, mi soffermavo davanti a questa o quella operazione, cercando di mostrare interesse più per la tecnica che per i gesti e il ritmo, ma dedicando attenzione nascosta proprio a quel  li. Mi informavo poi con i capisquadra, o all'Ufficio tempi e metodi, dei dati esatti relativi ai ritmi. Purtroppo non li ricordo più ora con sicurezza, anche se in quei giorni me ne ero impressi molti a memoria. Non erano ritmi chapliniani, né alle lavorazioni, né ai montaggi, i gesti sembravano calmi. Unanime poi era l'opinione  confermatami da sindacalisti e da operai con cui in seguito parlai   che l'operaio preferiva fare operazioni di minor durata, e ripetere sempre la stessa operazione meccanicamente, piuttosto che variare operazione, o farne di più complesse da ripetere soltanto dopo passato un certo periodo di tempo. Le operazioni brevi e sempre le stesse rendevano possibile un atteggiamento meccanico verso il lavoro e assicuravano l'assenza assoluta di impegno mentale, e permettevano di pensare ad altro mentre si compivano quei gesti meccanici («penso alle cose da fare a casa»  «penso alla partita», dicevano: le distrazioni generalmente non mettevano a rischio l'esattezza di una operazione). Era l'opposto di quanto andavano scrivendo, su giornali e riviste, gli intellettuali ben intenzionati che proponevano di riformare il lavoro nelle fabbriche. Ed era invece in linea con quanto sostenevano i sindacalisti, soprattutto di estrema sinistra, i quali consideravano che grazie all'esecuzione meccanica dei gesti lavorativi l'operaio manteneva la sua autonomia e il suo non coinvolgimento in quello che faceva, che non costituiva il suo lavoro, ma sempre inevitabilmente il lavoro del padrone. Un altro rovesciamento dialettico su cui meditare!?  Erano tutti d'accordo invece nel sostenere che si doveva affrettare l'eliminazione di quelle operazioni che si prestavano a venire eseguite così meccanicamente da poter essere affidate a una macchina. E infatti, in certi casi potevo osservare che la stessa operazione che in un'officina qualche operaia eseguiva manualmente, veniva già affidata a una macchina nell'officina vicina. Un'operaia prendeva da un cestello un bulloncino, lo collocava su di un altro pezzo già preparato nel quale doveva venir incorporato, con una leva spostava la testa di una pressa, col piede azionava un pedale, la pressa schiacciava il bulloncino e l'operazione era completata. Erano passati dieci o quindici secondi. E subito l'operaia ricominciava, prendeva dal cestello un bulloncino, lo collocava sul pezzo... e avanti così (questo voleva dire che nella giornata di otto ore quell'operaia aveva ripetuto quella stessa operazione circa duemila volte). In un'officina vicina avevo visto l'identica operazione eseguita non dal braccio di un operaio, ma da un braccio incorporato in una macchina e totalmente automatico, che prendeva il bulloncino, lo collocava sopra il pezzo già preparato e così via. Li un operaio si limitava a sorvegliare diverse di queste macchine, e a intervenire solo quando s'inceppavano. Si trattava diuna tase di transizione, mi spiegavano, tutte le operazioni di quel tipo sarebbero state ben presto interamente automatizzate. Lo scopo dell'Ufficio tempi e metodi era proprio quello di ridisegnare il lavoro di fabbricazione e di montaggio in operazioni sempre più elementari, fino al punto che per eseguirle il braccio umano poteva venir agevolmente sostituito da un braccio automatico disegnato all'uopo.  Dopo qualche settimana avevo girato la fabbrica in largo e in lungo e paradossalmente la conoscevo meglio di molti che ci lavoravano dentro da anni e sul serio. Quando arrivavano visitatori illustri mi chiedevano di accompagnarli perché gli spiegassi le varie lavorazioni e funzioni. Avevo oramai parlato con qualche decina di ingegneri, funzionari amministrativi e capioperai, e con alcuni di essi cominciavo ad avere, relativamente al mio compito, un rapporto di familiarità. Mi accorgevo che alcuni si erano fatta del mio ruolo  al di là dell'impegno che avevo in quel momento di redigere il manuale di fabbrica  un'impressione tutta sbagliata. Non al corrente del mio rifiuto di adattarmi al compito originariamente assegnatomi da Adriano (preludio di ovvia e prossima caduta in disgrazia cortigiana), e vedendomi andare in giro per la fabbrica con la benedizione della presidenza, si figuravano che fossi nelle grazie del presidente stesso, e che questi mi avrebbe destinato, dopo una mansione ovviamente di iniziazione, a incarichi dirigenziali importanti. Li lasciavo pensare cosi (a meno che non gli scappasse qualche allusione sul tema, in questo caso smentivo animatamente) e approfittavo della loro buona disposizione per trar vantaggi per il mio lavoro, Malgrado però tale circostanza favorevole, e malgrado avessi letto e riletto manuali di fabbrica i più esotici, e incominciato a buttar giù pagine di questo o quel previsto capitolo, cercando di semplificare, appianare, ammorbidire, distendere, sciogliere la mia prosa, abituata a un anno di attorcigliamenti intorno al significato delle maschere dei Dogon o della tragedia greca, il lavoro procedeva molto a rilento.  9. Adriano  Intanto era ritornato Adriano. Non mi disse nulla riguardo al mio rifiuto di occuparmi delle sue biblioteche e centri comunitari. Miinvito a qualche riunione con visitatori stranieri che volevano conoscere la realtà aziendale, e due o tre volte, probabilmente su suggerimento di Pampaloni, mi chiese di scrivergli discorsi che doveva fare agli operai o a qualche altro uditorio. È difficile ricostruire ora l'atteggiamento che si andava formando in me nei confronti di Adriano Olivetti mano a mano che lo conoscevo meglio e che si scioglievano i reciproci atteggiamenti iniziali, di cortesia un po' convenzionale da parte sua e di silenziosa deferenza da parte mia. A casa sua, durante qualche ricevimento, o in casa di amici, i Momigliano, i Pampaloni, avevo avuto qualche occasione di parlargli a tu per tu di cose non attinenti al lavoro, ma senza mai andare a fondo degli argomenti avviati. Una volta, a un gruppetto di persone in casa di amici  c'era anche, ricordo, Vasco Pratolini, tutto sorridente e sperso in quella realtà per lui nuova e verso la quale si sforzava di mostrare una diligente curiosità di neorealistico visitatore , Adriano parlava delle sue idee sulla riforma sanitaria, e sosteneva, mi ricordo, che quando gli operai erano in assenza per malattia avrebbero dovuto venir pagati più che con la loro paga solita, perché dovevano sostenere maggiori spese. Gli ascoltatori annuivano tra il cortese e il perplesso, nessuno notava ad alta voce come fosse paradossale che proprio un imprenditore parlasse così, o osservava che in ogni caso la soluzione andava raggiunta con altri mezzi. Quando non parlava a un piccolo pubblico, durante i ricevimenti Adriano si sprofondava in un angolo di divano, in silenzio, mentre la gente chiacchierava intorno a lui, guardava nel vuoto tenendo in bocca l'indice di una mano, e arcuandolo, probabilmente perché non gli scivolasse via dalla bocca, sì che nella guancia gli appariva una sorta di rigonfiamento.  Erano le occasioni in cui provavo per lui una non ben determinabile simpatia, lo vedevo personaggio ricco e famoso e potente e insieme insicuro, tormentato; ideatore di opere capaci di durare, ma anche continuamente ansioso di fare più cose di quante gli riuscisse di ben definire; seduttore con il gusto di attrarre a sé e influenzare (e, alcuni dicevano, «intimamente corrompere») le persone che lo incuriosivano, o che gli era capitato di ammirare fuggevolmente, per poi magari sentirsi in diritto di lasciarle scivolar via per i rivoli non importa se fangosi del mercato; e insieme persuaso di essere un incompreso, e quindi timido e sospettoso; calcolatore machiavellico e insieme compassionevole e generoso; e lo vedevo li su quel divano, circondato da persone, assai poche delle quali gli erano in qualche modo familiari, in verità totalmente solo, forse consapevole che le forze per fare quello che avrebbe voluto fare stavano declinando malattia dopo ma  lattia, forse incerto se quello che gli restava da fare valesse la pena di essere intrapreso.  Si diceva di lui che fosse rimasto profondamente colpito da giovane dalla preferenza che il padre, fondatore della fortuna familiare, aveva mostrato verso il fratello più giovane, Massimo, dalla personalità geniale anche se labile, e morto precocemente subito dopo la fine della guerra. Si diceva anche che al momento delle leggi razziali la famiglia Olivetti si fosse riunita e il patriarca avesse deciso che uno di loro si sarebbe dovuto sacrificare e iscrivere al Partito nazionale fascista, indicando all'uopo Adriano, il quale del resto legalmente non era definibile come ebreo, la madre essendo protestante (il nonno era un pastore valdese). Così Adriano, pur furioso contro il padre, si era dovuto iscrivere. La leggenda è solo in parte vera. I rapporti di Adriano col fascismo, e più specificamente con la tendenza corporativa di sinistra che faceva capo a Bottai, risalivano ai primi anni Trenta ed erano funzione dei suoi progetti di pianificazione urbanistica e di riordino sociale in genere. Erano parte, cioè, di quell'onda di speranza che aveva avvicinato al regime architetti e urbanisti e altri intellettuali fascisti che si sentivano di sinistra e che immaginavano di poter influire sulle intenzioni corporatiste e pianificatrici intravedibili nel regime in quegli anni. Adriano vi vide qualche segnale di contiguità con le sue idee e ne scrisse su riviste quali «Il Lavoro fascista», «L'Ordine Corporativo», e fondò infine una rivista di tendenza corporativista, «Tecnica e Organizzazione», che continuò anche dopo la guerra.  Dopo 1'8 settembre era passato in Svizzera, lasciando la direzione dell'azienda a Gino Martinoli, suo cognato (era fratello di Natalia Ginzburg, oltre che della prima moglie di Adriano), il quale l'aveva diretta con molta abilità e molto consenso tra le maestranze e i dirigenti; tanto che al ritorno Adriano, sempre secondo «voci», era diventato geloso dell'ascendente del cognato e, con l'accordo della famiglia, gli aveva fatto abbandonare la direzione.  Martinoli, che poi conobbi e con cui collaborai in diverse occasioni, persona dolcissima e in qualche modo ingenua, ne rimaseassai ferito. Continuò poi una brillante carriera di alto dirigente industriale e, quando in pensione, di generoso organizzatore di ricerche sociali.  In Svizzera Adriano era andato elaborando le sue idee politiche, aveva redatto un progetto di Stato comunitario che aveva inviato per lettera a una serie di personalità allora rifugiate in Svizzera come lui, e (mi raccontava anni dopo l'allora vicepresidente, e poi presidente, dell'Eni Boldrini, il quale tra gli altri aveva ricevuto la lettera) immaginato persino la bandiera che questo Stato avrebbe dovuto inalberare, non mi ricordo il colore (forse era pur sempre tricolore), ma mi ricordo lo stemma, una campana, la stessa che diventerà poi il marchio di Comunità; ed era disegnata a mano in chiusura della lettera. Verosimilmente quella lettera conteneva l'abbozzo del progetto che Olivetti avrebbe pubblicato subito dopo la fine della guerra nell'elegantemente curato volume  L'ordine politico delle Comunità (dello Stato secondo le leggi dello spirito), uno dei primi della nuova casa editrice da lui appena fondata con l'aiuto di Luciano Fuà. Ne ebbi subito una copia, quando arrivai, e così l'avevano tutti gli intellettuali e semiintellettuali, lì intorno, ma tutti ostentavano di non averlo letto, e sorridevano (a meno che non fossero true believer comunitari, e ce n'erano pochi), se uno glielo chiedeva. Come sempre in ambienti che vivono sotto l'ombrello di un personaggio carismatico, circolavano le battute sul linguaggio olivettiano; e così bisognava star attenti, in un salotto di Ivrea, a non informarsi di che misura avrebbero dovuto essere le dimensioni di qualche oggetto, piatto, mobile, edificio, macchina o territorio o altro di cui si parlasse, perché la risposta era già sulla punta della lingua dell'eventuale ben informato interlocutore: «né troppo grande, né troppo piccolo», che era appunto la dimensione che Olivetti insisteva dovesse essereassai ferito. Continuò poi una brillante carriera di alto dirigente industriale e, quando in pensione, di generoso organizzatore di ricerche sociali.  In Svizzera Adriano era andato elaborando le sue idee politiche, aveva redatto un progetto di Stato comunitario che aveva inviato per lettera a una serie di personalità allora rifugiate in Svizzera come lui, e (mi raccontava anni dopo l'allora vicepresidente, e poi presidente, dell'Eni Boldrini, il quale tra gli altri aveva ricevuto la lettera) immaginato persino la bandiera che questo Stato avrebbe dovuto inalberare, non mi ricordo il colore (forse era pur sempre tricolore), ma mi ricordo lo stemma, una campana, la stessa che diventerà poi il marchio di Comunità; ed era disegnata a mano in chiusura della lettera. Verosimilmente quella lettera conteneva l'abbozzo del progetto che Olivetti avrebbe pubblicato subito dopo la fine della guerra nell'elegantemente curato volume  L'ordine politico delle Comunità (dello Stato secondo le leggi dello spirito), uno dei primi della nuova casa editrice da lui appena fondata con l'aiuto di Luciano Fuà. Ne ebbi subito una copia, quando arrivai, e così l'avevano tutti gli intellettuali e semiintellettuali, lì intorno, ma tutti ostentavano di non averlo letto, e sorridevano (a meno che non fossero true believer comunitari, e ce n'erano pochi), se uno glielo chiedeva. Come sempre in ambienti che vivono sotto l'ombrello di un personaggio carismatico, circolavano le battute sul linguaggio olivettiano; e così bisognava star attenti, in un salotto di Ivrea, a non informarsi di che misura avrebbero dovuto essere le dimensioni di qualche oggetto, piatto, mobile, edificio, macchina o territorio o altro di cui si parlasse, perché la risposta era già sulla punta della lingua dell'eventuale ben informato interlocutore: «né troppo grande, né troppo piccolo», che era appunto la dimensione che Olivetti insisteva dovesse esserezione giusta, Olivetti a un certo punto si spazientisse e volesse metter mano alla cazzuola, ma, bloccato al suo tavolo, finisse per ritrovarsi bambino a combinare i cubetti del Lego. Si presentò con il suo Movimento, diventato apertamente politico, e alcuni alleati, alle elezioni del 1958, e dopo una campagna costosissima ottenne un seggio di deputato, quello del capolista, il suo, invece dei setteotto, più almeno tre di senatore, che si aspettava. I maligni sussurravano che con metà dei soldi che aveva speso la De di seggi gliene avrebbe dati ben di più. In realtà trattative per presentarsi alle elezioni nelle liste della democrazia cristiana se ne erano avute a più riprese, e la segreteria romana, che era favorevole, aveva dovuto cedere all'opposizione dei democristiani locali che invece non ne volevano sapere (probabilmente anche per timore di dover cedere seggi; questo era soprattutto il caso di Pella, che non voleva vedersi capitare Olivetti nel suo biellese). Adriano, del resto, aveva molta ammirazione per Fanfani; e inoltre era recente la sua conversione al cattolicesimo. Da documenti ritrovati dopo la morte si è visto che quella conversione non era soltanto funzionale al matrimonio religioso con la nuova moglie, come molti pensavano, ma rispondeva a un reale atteggiamento di ammirazione per il cattolicesimo come dottrina di ordine socialet  Dopo qualche mese si stancò di fare il deputato, si dimise e lasciò il suo seggio a Franco Ferrarotti, che aveva avuto il secondo posto nella lista grazie a una campagna elettorale molto attiva e abile nel Canavese.  Negli anni prima di morire Adriano lottò contro la malattia e contro la famiglia che voleva togliergli il controllo della società, temendo che ne sperperasse le risorse per le sue fantasie politiche.  Seppi della sua morte a Teheran, dove mi trovavo per il primo lavoro che mi era stato offerto dopo gli oltre due anni di disoccupazione seguiti al licenziamento dall'azienda. Qualcuno mi disse che era morto viaggiando verso la Svizzera, dove andava a trovare la figlia bambina, e che quando si era accorto dell'attacco al cuore si era trascinato per il corridoio, sballottato per gli urti del treno in corsa, da uno scompartimento all'altro, senza che dapprima i viaggiatori che lo vedevano agitarsi capissero bene di che cosa quell'uomo stesse in quel modo strano andando in cerca.  10. Organizzazione aziendale  o corte del principe?  Armanda Guiducci, letterata pura, era sempre presente e attiva alle nostre discussioni culturali e politiche, ma restava assolutamente estranea a tutto quanto riguardasse la fabbrica e non capiva come invece noi, pur fondamentalmente formati in una cultura filosofica e letteraria, ne potessimo essere coinvolti, mostrandoci appassionati a interpretare quanto vi succedeva. Si stupì assai quando, avendomi chiesto come giudicassi l'esperienza che stavo attraversando, io le dissi che la consideravo fondamentale, un po' come una mia seconda università. Me ne chiese il perché, e le parlai della straordinaria, almeno per me, esperienza che era quella di operare quotidianamente all'interno di un'organizzazione produttiva a vincoli forti, dall'ordine rigoroso, dove ogni mossa è finalizzata a precise e prevedibili conseguenze, dove è necessario entrare in questo gioco di ricostruzione delle aspettative diffuse riguardanti il proprio comportamento se non si vuole che esso risalti subito non soltanto come insipiente, ma come diretto a vuoto, vano, poco serio, egotistico. L'osservazione delle interdipendenze produttive, delle prevedibilità incorporate nel più minuto operare di ogni persona, della coerenza tra ambiente tecnico e mosse umane, mi aveva aperto un mondo che era estraneo, sì, a quello nel quale mi ero formato, ma che si mostrava capace di affascinarmi quanto più mi accorgevo che stava diventando naturale muovermi in esso; quasi si aprisse davanti a me, mi occorse ironicamente di pensare, in maniera analoga a come si erano elettronicamente aperte davanti ai miei passi le portiere che dividevano uno dall'altro i reparti della fabbrica, suscitandomi, la prima volta che le avevo attraversate, una stupita incredulità (erava  mo, si ricordi, nel 1953), che mi aveva fatto sostare di botto, ritornare indietro, esaminare tutto intorno gli stipiti, poi guardare in alto, riattraversare due o tre volte, improvviso e non mimato Jacques Tati, per fortuna in quel momento senza spettatori, prima di capir bene (ma l'ho mai capita bene?) la diavoleria. E ricordo l'infantile vanità di ostentare confidenza con l'ambiente tecnico, durante la visita di un mio vecchio amico parigino che condussi in giro per la fabbrica. Passammo per quelle stesse porte che ci si spalancavano davanti, io con una naturalezza che intendevo sottolineare stando attento a trattenermi dal far commenti, ché dovevo mostrare come per me fossero superflui, mentre però spiavo con la coda dell'occhio le contenute espressioni di sorpresa dell'amico, che anche lui si trovava per la prima volta di fronte a quel tipo di marchingegno.  Ma c'era di più, nell'esperienza che si faceva all'Olivetti, che non i calcoli dell'organizzazione e gli stupori della tecnica. Almeno per chi girasse negli ambienti della presidenza e dell'alta dirigenza, la Olivetti non era soltanto una per quegli anni modernissima organizzazione produttiva, era anche una corte. A chi mi avesse chiesto come meglio prepararsi per andarci a vivere, prima dei lavori di Herbert Simon o Jim March, gli avrei consigliato di leggersi attentamente il Castiglione o le memorie del duca di Saint Simon.  Un'atmosfera di corte la percepisci ai primi imbarazzi. Ti accorgi che qualcuno si comporta nei tuoi confronti in maniera che non ti aspettavi e capisci, o credi di capire, o credi che ti vogliano far capire, che quel nuovo comportamento va riportato a qualche evento che ha alterato i tuoi rapporti con una terza persona da cui lui e te in qualche modo dipendete. Se tardi a capire, allora è lui che ti ci conduce con qualche innuendo. Se la terza persona cui si allude, cui si sembra alludere, risulta essere «il presidente»  che è come dire «il principe»  gli effetti di questo comportamento inatteso non sono da prendere alla leggera, te li ritrovi addosso per giorni. Vai a parlare con altri, cerchi di capire, sempre il più obliquamente che puoi, se hai proprio visto giusto, se sei irrimediabilmente in «disgrazia», a che cosa ciò possa essere dovuto, se intorno a te gli altri pensano che questa situazione durerà. Rivedo una pagina di diario in cui raccontavo di un amico che si era accorto di essere in disgrazia:  A. mi racconta  scrivevo  dei modi con cui il Presidente gli esprime il suo malgarbo, o scarsa simpatia, oppure indifferenza. Capita che saluta tre o quattro persone in mezzo alle quali si trova lui, e lui lo scavalca, e poi magari, come ripensandoci, ritorna indietro e gli dà la mano, ma assai frettolosamente. Alcuni amici gli hanno riferito che il Presidente si è lamentato con loro perché lui aveva svolto male il lavoro che gli era stato affidato. E evidente che ad A. costa molto parlare con altri, anche suo amici, quale sono io, di questi segni della sua 'disgra  zia', e che a lungo si è sforzato di tenersela per sé. Mi dice: le racconto a te queste cose perché tu sai di che natura sono, sai che cosa significa 'essere in disgrazia.  Se mi guardo dentro con attenzione  continuavo in quella pagina di diario  mi accorgo di sentire una punta di soddisfazione ascoltandolo. Malgrado mi sia amico e lo abbia in simpatia e sia riconoscente della gentilezza che mi dimostra anche essendo io, appunto, in disgrazia [...] mi urta la sproporzione tra quanto lui dà mostra di credere di sé e quanto in realtà vale. Adesso, vederlo riabbassato dalla sua disgrazia lo giudico un riequilibrio dovuto. Ma mi rimprovero immediatamente di questo sentimento, che per fortuna resta tenuissimo e scompare. Occorre dare importanza a giudizi più fondati nei nostri rapporti con gli altri.  Si tratta di una pagina, è chiaro, il cui interesse non sta tanto in ciò che racconta, quanto in ciò che implicitamente rivela; poiché illustra la tortuosità delle situazioni cortigiane: scritta da una persona che si trovava «in disgrazia», come era appunto il mio caso, la quale annotava gli stati d'animo di un amico a sua volta «in disgrazia», e osservandoli si faceva tentare da sentimenti di approvazione della disgrazia altrui, subito però vergognandosene e cercando, con più o meno successo, di espellerli.  In simile clima si sviluppavano poi strane tecniche di rapporti burocratici. Ti capitava di essere molto in confidenza con qualcuno, e aver con lui rapporti normali e cordiali. Un giorno lo vai a trovare, ti risponde appena, non ti guarda, se sei nel suo ufficio ti fa capire, o ti dice esplicitamente, che non ha tempo per parlarti e che è meglio che te ne esci. Lo incontri dopo qualche giorno e magari lui è ritornato alla cordialità di prima. Incominci a guardarti meglio in giro e ti accorgi che questa tecnica del caldo e freddo non è sporadica, la scopri in altri casi, la trovi applicata sistematicamente, te la senti, insomma, tutt'intorno come una pellicola che ti si può appiccicare addosso quando meno te lo aspetti e hai terrore di restare poi incapace di spiccicartene.  Capisci allora che si tratta di una tecnica che ha la funzione di permettere a chi pur non sia collocato in posizione gerarchicamente eccelsa di autoattribuirsi il potere di determinare «microdisgrazie» e «microfortune», sia facendo credere di possedere autonomamente questo potere, sia alludendo che si tratta di un potere che costui riceve dai suoi contatti con la fonte ultima di tutti i poteri aziendali. E questo ti umilia ancora di più, perché ti rendi conto che a lui non costa nulla comportarsi in quel modo offensivo con te, non teme tue rappresaglie, quindi tu sei poco più che spazzatura, e neppur ha senso che te la prendi con lui, la colpa evidentemente sta in te.  L'illuminismo magico  Aggiungi, altro tocco, come dire, rinascimentale, la presenza di una dimensione che ti sfuggiva, nei confronti della quale tutt'al più potevi difenderti ironizzando, una dimensione misteriosa, quella dei riferimenti magicoreligiosojunghiani di Adriano. Negli ambienti intorno ad Adriano se ne scherzava, ma si sapeva anche che quei riferimenti, e le tecniche di valutazione umana che ne derivavano, influenzavano i giudizi che Adriano si formava delle persone che lo interessavano, e persino le decisioni su chi assumere. Si diceva che Adriano si servisse di due grafologi (non intendo assolutamente affermare che la grafologia sia magia, ma spesso chi bazzica con l'una bazzica anche con l'altra), in due città differenti, e che mandava a entrambi le domande di assunzione di dirigenti e collaboratori vicini (si era imperativamente richiesti di scriverle a mano). I grafologi consultati erano due perché, non si sa se per residuo di spirito scientifico o per diffidenza, Adriano li controllava uno con l'altro. Un giorno, quando Adriano era via, capito che alcuni amici che lavoravano agli uffici della presidenza avessero in mano le chiavi degli schedari dove erano conservate le analisi grafologiche. Vennero da me e da altri a raccontarcelo ridacchiando. Avevano visto tra le altre anche la mia. Curiosissimo, chiesi subito cosa conteneva. «E buona, è buona..»  «Ma cosa contiene esattamente?», cercai di insistere. Non me lo vollero di  re, ripetendo solo «si, si, è molto buona». Ne dedussi che doveva contenere anche qualche malevolo negativo giudizio, ma lasciai andare, oramai i giochi erano fatti, ero già assunto, e da tempo «in disgrazia», in ogni caso.Potrà sembrar strano che una persona come Adriano Olivetti. di formazione tecnica, oltre che di ampia cultura moderna, frequentatore di letterati, filosofi e intellettuali laici in genere, si muovesse poi, privatamente, quasi nascostamente, entro questo «scenario magicoreligioso», come lo descrive Pampaloni in quel suo ricordo che ho citato prima, nel quale qualche riga dopo definisce Olivetti «uno strano illuminista» («magico»). Ma bazzicando in quegli anni, per ragioni di lavoro, tra la letteratura (libri e libercoli, riviste, opuscoli) di cui si pascevano i dirigenti industriali e gli imprenditori, mi accorsi che la cosa era poi meno eccezionale di quanto a prima vista si sarebbe potuto credere. Astrologia, ermetismo, cultura magica varia abbondavano tra le letture dei capi della nostra industria in quegli anni (e oggi?). Cercai di darmene spiegazione congetturando che il grande, incontrollato potere umano (potere sul destino di altri uomini) di cui quella classe di persone arrivava a godere, a volte, per vicende varie, senza esserselo aspettato, e quasi sempre senza esservi umanamente e culturalmente preparati  preparati, voglio dire, a capire e osservare le regole che quello specifico tipo di rapporti umani comportava  li lasciasse spesso assai incerti sulla natura di quel potere, e sulla legittimazione, non soltanto giuridica, con cui giustificarlo. Ne scaturiva un desiderio di spiegazioni facili e rapide (è gente che non ha molto tempo libero, si sa) del mondo in generale (magari dei mondi, ancor più in generale), e quindi anche del loro ruolo nel pezzo di mondo in cui qualche destino li aveva condotti a operare e comandare. Quel tipo di letteratura glielo soddisfaceva.  In quel mondo, dunque, o ai suoi margini, mi andavo muovendo, cercando di spiegarmi le sue sottigliezze e i suoi giuochi, in termini augurabilmente più razionali di quelli dell'astrologia, non con l'ambizione di teorizzarlo, ma semplicemente per sentirmi, e apparire, meno impacciato, quando non sapevo se entrare nell'ufficio di un incerto amico o non entrarvi; se salutare il potente direttore amministrativo che faceva finta di non vederti o far finta di non vederlo a tua volta, e rivolgergli, o no, la parola quando stavate quei terribili secondi insieme nell'ascensore; se ritenerti offeso da qualche sgarbo, o invece no, perché in realtà quell'atto nel codice di corte sgarbo non era, e in ogni caso, poi, cosa avresti veramente fatto, una volta che avessi deciso che era sgarbo, e che, si, ti dovevi sentire offeso?Mi resi conto ben presto che anche a capirne il gioco non bastava a liberartene veramente. Fossi rimasto qualche anno ancora, presagivo con un certo, non so quanto palesato a me stesso, spavento, anch'io, nel mio piccolo, se devo dir cosi, pur restando, cioè, per quel rifiuto iniziale di collaborare con «Comunità», nella mia situazione di originaria e non superabile cortigiana «disgrazia», avrei finito per omologarmi, avrei cioè adottato le stesse superflue strategie, le stesse mosse felpate, le stesse calcolate cautele, e sarei stato percorso dalle stesse subitanee agitazioni, e adombramenti segreti, e poi piccole agognate soddisfazioni, che vedevo rivelarsi negli sguardi delle persone attorno a me. Forse è anche per questo, senza rendermene conto chiaramente, che colsi l'occasione di rompere radicalmente con quel mondo quando partecipai alle elezioni del Consiglio di gestione contro il sindacato del padrone. O forse non solo per questo, vedremo, ma, in  somma, così andò. I primi passi «miei»  Prima però occorre che dedichi qualche riga all'unico lavoro serio che riuscii a portare a termine in quella fabbrica. Stabilito, per ammissione di tutti, che un manuale di fabbrica che accontentasse insieme il presidente, gli ingegneri, i capi, la Commissione interna, e servisse poi agli operai, era impresa impossibile, si pose il problema di cosa altro farmi fare. La soluzione, per la direzione, fu semplice. Mi dissero: hai ormai esperienza sufficiente della situazione organizzativa dell'azienda: pensa tu a un servizio che possa essere utile, facci tu una proposta, compila un ordine di servizio, con un buon memorandum che ne illustri le ragioni.  Mi chiusi nell'ufficetto che mi avevano assegnato e mi misi a pensarci su. Si noti che non mi dettero una scadenza, potevo prendermi tutto il tempo che volevo. Ero un po' preoccupato, perché dovevo dedurne che la mia presenza contava poco, era vista come un sopportabile costo e niente più. Ne parlai con amici, che però mi rassicurarono: sappi che l'ingegner B. (uno dei dirigenti carismatici dei «Progetti»), quando fu assunto, anni fa, restò setteotto mesi senza che gli dicessero cosa l'avessero preso a fare. Poi la sua carriera svetto. Sorrisi all'idea che la mia carriera potesse maisvettare, ma pensai che era in ogni caso nel mio interesse avere una mansione precisa al più presto possibile. Mi informai di cosa fosse veramente un «ordine di servizio» mirante a istituire un nuovo ufficio, come dovesse esser redatto, e dopo qualche tempo ne produssi uno con il quale, in cinque o sei pagine, proponevo la costituzione dell'Ufficio studi relazioni sociali (nome un po' barzotto, al quale però si dovette arrivare dopo negoziati e veti vari)  praticamente un centro di ricerca di sociologia del lavoro (ce n'era già uno per le applicazioni della psicotecnica, ma non per ricerche che restassero autonome dalle richieste della direzione del personale). Con mia, e non solo mia, sorpresa (avevo già capito abbastanza di come funzionasse l'organizzazione aziendale per non essermi armato del necessario corazzante scetticismo), la mia proposta fu accolta, e ricevetti persino lodi per come era redatto il me  morandum.  Mi assegnarono uffici e personale, e non mi sognai di lamentarmi anche quando ben presto mi accorsi che si trattava sia di uffici sia di personale che non si sapeva come altro impiegare. Gli uffici erano nel cosiddetto «convento» (immagino che esista ancora  era appunto stato originariamente un convento), luogo sacro nella tradizione della famiglia Olivetti, poiché era servito da abitazione a Camillo, che da li aveva guidato i primi passi dell'azienda, una quarantina di anni prima. Nessuno voleva andare a lavorarvi perché era collocato in un posto un po' staccato dalla fabbrica e dalla direzione, e ciò rendeva difficili i rapporti quotidiani con gli altri uffici. Ma a me stava alla perfezione, tre o quattro grandi stanze, in pieno verde, bosco e campi da tennis vicini. dove potevo andare appena finito il lavoro. Quanto al personale, era anch'esso «residuo», per dir così, erano cioè impiegati che nessun altro ufficio desiderava tenersi. La segretaria, mi informarono amici, era considerata una specie di strega (un po' ne aveva l'aria, pur dovendo essere stata una bella donna da giovane), che litigava con tutti e veniva quindi immancabilmente trasferita da un ufficio altro. Ma con me andò d'accordo, fu gentilissima e lavorò senza una pecca, o senza una pecca grave che io ricordi, almeno. Era la prima volta in vita mia che avevo una segretaria a mia disposizione, e probabilmente ero particolarmente gentile anch'io (ma non è stato diverso negli altri otto o dieci casi in cui mi capito di avere segretarie che hanno lavorato per me). Quanto all'assistente, era un impiegato sulla quarantina, laureato credo in legge (e, anche scontando il basso livello delle università italiane del dopoguerra, mi domando per quali mai vie traverse), giudicato da chi lo conosceva, e non se lo voleva vicino, un tipo un po' strambo, con vaghe ubbie culturali. Devo dire che non riuscii a utilizzarlo del tutto efficientemente, ma ci andai d'accordo, ogni tanto entrando con lui persino in discussioni culturali, nelle quali mi spiegava le sue teorie del mondo, il quale mondo, mi accorsi una volta, secondo lui esisteva dal 4000 a.C. (la persona, si noti, non era credente). Quando gli obiettai che, a quanto si poteva sapere, esisteva da molto più tempo, mi rispose che intendeva dire che era l'uomo che esisteva da quelle sei migliaia di anni. Debolmente insistei che anche per l'origine dell'uomo la data andava di molto anticipata. Sembrava pronto a negoziare anche la data dell'origine dell'uomo, ma almeno qualcosa che ci fosse soltanto dal 4000 a.C. gli sembrava necessario trovarlo. Il linguaggio? Anche su quello, gli dissi... Infine gli proposi di considerare che quella poteva essere una buona data per fissare all'incirca l'origine della scrittura, e lui sembrò pacificato e pronto a riprendere il ragionamento; che non ricordo quale fosse, cioè che cosa mirasse a dedurre da quella datazione, una volta impietosamente sottrattogli il riferimento ad Adamo ed Eva. Avevo insomma di fronte un interessante caso di disordinato provinciale desiderio di sapere  o meglio, bisogno di sistemare un certo scarso numero di disparate informazioni  che si muoveva da un'incredibile assenza di basi culturali elementari, supplita al più da alcune nozioni bibliche ricevute forse in catechismo e non più corrette. Ne dovetti concludere che in ben poche situazioni avrei potuto da lui farmi assistere.  Bloccata l'ansia del mio assistente di discutere sull'origine del mondo, negoziai con la direzione (cioè, in questo caso, Momigliano, ma credo che lui si consultasse con Pampaloni) il lancio di una ricerca sui cosiddetti «capiintermedi». In gran parte della letteratura aziendalistica di allora la «questione dei capi» era considerata cruciale per l'andamento di una buona organizzazione aziendale. Costituivano la mediazione indispensabile tra la direzione che dava gli ordini generali e la mano d'opera che doveva eseguire. Se di origine operaia, come era spesso il caso, non conoscevano i metodi nuovi di organizzazione, o non li credevanonecessari. Se di origine tecnica (alcuni capiofficina erano ingegneri, la gran parte erano periti tecnici industriali) potevano trovare difficoltà ad avere rapporti sciolti con gli operai. La riuscita di eventuali innovazioni organizzative o tecniche (che erano con  tinue) dipendeva inevitabilmente da loro. E da loro dipendeva anche il cosiddetto «morale» dell'azienda, quell'entità che resta in  definibile, malgrado gli sforzi definitori della letteratura aziendalistica, ma che è assai facile, passati alcuni giorni in un'azienda a guardare e parlare, capire se sia alto o sia basso:  Lavorai diversi mesi e alla fine consegnai un rapporto di ricerca di una cinquantina di pagine, corredato da diverse decine di pagine di protocolli d'interviste. Credo di aver riletto per la prima volta quel rapporto ieri, dopo  quanti sono ormai?  43 anni! Mi aspettavo di peggio, è ancora leggibile. E ho scoperto persino alcune cose interessanti che avevo dimenticato.  Feci, tutte io (mica potevo fidarmi di mandarci il mio cosmogonico assistente), più di 50 interviste (34 scelte con regolare campionamento, le altre a informatori qualificati), a operai, a capi, a dirigenti. Mi si rivelò allora quanto fosse forte in me il gusto del  l'intervistare. Da allora per anni e anni, a ogni occasione di ricerca, mi sono organizzato per intervistare io stesso il maggior numero possibile di persone, e nel corso della mia vita di lavoro sociologico calcolo, all'ingrosso, che avrò fatto, tra l'una o l'altra ricerca, da solo o con aiuti, diverse centinaia di interviste. Ricordo l'ultima, quattro o cinque anni fa, insieme con Donatella della Porta, e con solo iniziale imbarazzo, a un politico locale in attesa di sentenza definitiva di condanna per corruzione. Nella situazione di intervista «non strutturata» (così si chiamano nel nostro gergo le interviste in cui non si usa un questionario predeterminato, ma soltanto una traccia che puoi adattare a seconda di come procede il colloquio) ti attrae il gusto di far parlare una persona che non conosci su temi che tu scegli, e su cui magari lei all'inizio non capisce bene di cosa esattamente si tratta, ma dopo un po' ti accorgi che le viene voglia di dire più cose di quanto tu le chiedi, perché si trova di fronte a un'occasione rara: qualcuno che sta ad ascoltarla su argomenti che lei conosce, o crede di conoscere, e che la lascia parlare. Ti si apre così la possibilità di penetrare nella nicchia delle immagini familiari di una persona (pensai una volta di chiamare questa attrazione il «complesso di Asmodeo», ricordando il diavolo che scoperchia i tetti delle case, caro a François Mauriac), scavando al di sotto dei riassunti vaghi, che lei di primo acchito sarebbe pronta a darti, ma che tu ti sei preparato a non accettare ciecamente per buoni, delle situazioni che t'interessano, per arrivare ai gesti, agli atti visibili che le hanno create, alle connessioni inattese con altre situazioni; e mentre l'ascolti cercar di trarre da sé il più presentabile di sé, la vedi poi finir per rivelarti ciò che lei stessa arriva a capire mano a mano che ti parla.  La ricerca fece venire alla luce  tra altre cose che ora hanno perduto il loro interesse  che anche in un'organizzazione tanto attenta al cosiddetto «fattore umano», qual era l'Olivetti, i germi dell'autoritarismo erano vivi, e cosi l'insofferenza per esso. Ma la protesta oscura che veniva alla luce non era tanto quella contro l'autoritarismo del comando aspro o ingiusto, piuttosto, invece, quella contro l'esercizio dell'autorità che rende possibile l'indifferenza, il non ascolto, lo sprezzo per la collaborazione offerta, il non riconoscimento della tua esistenza. E capivi che quella forma di «potere culturale» (come altro chiamarlo?), di cui si fa forte chi ti tiene condiscendentemente a distanza, si rifiuta di prendere in considerazione ciò che chiedi o che proponi, ti ignora o non ti parla, ti esclude, mostrando la tua irrilevanza, dalle decisioni che riguardano il modo in cui tu devi lavorare, insomma ti fa «sentire una merda», come mi si diceva, perché non sai quello che solo sa chi sa  era quel potere a creare dispetto, o ribollimento interiore, e umiliazione. Mentre il puro comando gerarchico, prevedibile, apparentemente anonimo, quasi prodotto da una macchina, che non fa emergere responsabili contro cui indignarsi, è uguale per tutti, stabilisce automaticamente chi deve ubbidire e chi corrispondentemente deve comandare, si presenta come assai meno offensivo dell'altro, e tutt'al più provoca risentimenti astratti. Forse in quelle deplorazioni e querele veniva a galla una certa nostalgia dei rapporti paternalistici che avevano retto l'azienda fino a poco tempo prima, e ancora vigevano qua e là, pur perdendo terreno di fronte all'introdursi di rapporti gerarchici più freddi e distanti.  Ma c'è dell'altro, credo, in questo processo dello stratificarsi soggettivo in termini di sapere, che lo fa più escludente e più offensivo di altre forme di distanza sociale. Lo ritroverò quando, anni dopo, condurrò ricerche nelle sezioni dei partiti di sinistra, e me ne rioccuperò con più attenzione.Nello stesso tempo si manifestava, in chi aveva l'età per confrontare, la consapevolezza che gli atteggiamenti impositivi fossero assai mitigati rispetto a prima della guerra, e che erano assai rari i casi di scortettezza da parte dei capi; anche se si riconosceva che pure durante il fascismo all'Olivetti il rispetto degli operai si era in qualche modo mantenuto. Del resto, durante il fascismo, la dialettica interna di fabbrica, come sembrava di poterla ricostruire dai ricordi di chi era stato operaio allora, non era così linearmente determinabile come ce la si può immaginare sulla base dei luoghi comuni. Il ricordo era che i fiduciari dei sindacati fascisti (e questo mi sarà confermato in colloqui che ebbi altrove con operai anziani della Cgil), quando c'erano controversie con la direzione, intervenivano spesso, non senza effetto, in favore degli operai.  Ritornando all'importanza del possesso di sapere come criterio duro di separazione sociale, mi andavo domandando se il prestigio che all'Olivetti veniva attribuito dall'alto agli intellettuali non percolasse giù fino ai livelli inferiori dell'organizzazione e rafforzasse la separazione tra chi vedeva incluso nei suoi compiti quello di conoscere, informarsi, accrescere il suo sapere, fosse pure non immediatamente funzionale alle sue mansioni, e chi di questa possibilità era privo. Simile atteggiamento rafforzava anche quel contrasto, che è consueto in tutte le organizzazioni, tra line e staff: o volendo italianizzarlo con la più espressiva terminologia militare, tra comando e stato maggiore (di cui staff, si sa, è la traduzione inglese). Lo staff include chi dice come si deve lavorare; la line chi comanda che si deve lavorare. Nello staff risiede il sapere, e la responsabilità di accrescerlo; nella line c'è il rapporto tra persone, o, come ci si esprime con un certo orgoglio usando la terminologia militare, il comando di uomini, con relativo possesso dell'ascendente necessario per farsi ubbidire. E non ci si meravigli se mi servo della terminologia militare; non è soltanto per confronti che ho personalmente avuto occasione di poter fare, ma anche perché si dà caso che lo stesso Adriano Olivetti non trascurasse di notare le analogie tra una fabbrica e un'unità militare. Pensava in particolare alla nave da guerra; tanto che aveva assunto, per farli diventare dirigenti, una certa quantità di ex ufficiali di marina (che nel dopoguerra si trovavano ovviamente in abbondanza sul mercato). Uno di questi, l'ingegner Tufarelli, che arrivò poi ai vertici aziendali non solo dell'Olivetti, ma anche, successivamente,della Fiat a cui era passato, fu assunto lo stesso giorno in cui ero stato assunto io, e restammo a lungo amici, comunicandoci i nostri primi disvelamenti della fabbrica; e mi diceva appunto come Adriano gli avesse sostenuto l'importanza di quell'analogia, perché nave e fabbrica richiedono insieme, per esser guidate bene, sapere tecnico e capacità di comando di uomini.  Per parte mia, mi colpiva una diversa analogia, la quale richiama piuttosto una fondamentale capacità umana, la capacità di investire di valore una situazione che in partenza appare di inferiorità. Cerco di spiegarmi. L'appartenere allo staff, allo stato maggiore, proprio per il prestigio del possesso di «sapere» che lo caratterizza, comporta, a parità di altre condizioni, una presunzione di superiorità, e quindi un potenziale atteggiamento di spregio per chi non vi appartiene. Corrispondentemente, lavorare nella line (nel caso dell'esercito, «con la truppa») comporta lo svolgimento di compiti altrettanto indispensabili di quelli dello staff, ma assai meno prestigiosi. Per evitare frustrazioni e malcontenti occorre riequilibrare le attribuzioni di prestigio. Ciò avviene attraverso un processo di reinterpretazione dei significati dei compiti organizzativi. Di quelli che rischiano di venir sviliti si mettono in risalto qualità arcanamente preziose, più innate che acquisibili, la «capacità di conoscere gli uomini», il «saper come si risolvono situazioni umanamente difficili», il «saper motivare i dipendenti», e, in una parola, appunto, il possedere ‹«l'arte del comando di uomini». La capacità di distinguersi in quelle posizioni organizzative viene allora apprezzata per un suo valore intrinseco, e genera prestigio, che si può contrapporre allo stesso sapere tecnico, quasi a permettere di tenerlo, o di pretendere di tenerlo, a vile; e chi svolge quei compiti potrà inorgoglirsi. Si capisce meglio, considerando questo meccanismo psicologico, anche il fallimento del fordismo prima maniera, che, nella fabbrica, aveva mirato a ridurre tutti i rapporti gerarchici a rapporti funzionali.  Queste osservazioni trasparivano nei colloqui che andavo facendo, anche se non le ripresi esplicitamente nel rapporto che scrissi.  Nel quale, pur marginalmente, trattai invece di un'osservazione curiosa che, dopo decenni di lontananza da quegli ambienti, mi sono accorto che avevo scordato, e che leggendo il rapporto mi è ritornata nella sua vivezza e nella sorpresa che mi aveva provocato: che la capacità o meno di usare il disegno industriale distingueva due classi di lavoratori, e l'accedervi rappresentava l'ambizione maggiore degli operai non specializzati che ne erano privi.  Era quasi commovente ascoltare come tra molti di quegli operai l'idea di imparare un giorno a usare il disegno si ponesse come una meta di emancipazione dal lavoro bruto cui erano in quel momento impiegati. Esser capaci di disegnare una macchina, un meccanismo, un processo produttivo, e operare poi con quel di  segno, rappresentava la possibilità di avere a che fare con una realtà della mente, invece che con la realtà delle mani, del corpo, con cui aveva invece a che fare il loro lavoro di operai comuni. Era una manifestazione emotiva del riconoscimento di superiorità che l'astratto gode sul concreto. E non era soltanto perché il possederlo poteva rappresentare promozione sociale. Nelle loro parole si esprimeva forte l'esigenza di liberarsi dall'indecifrabilità bruta della macchina, e ridurre a segni ordinati la materia che li so  vrastava.  Consegnai il rapporto, fu lodato. Occorreva ora, mi si disse, discuterlo in gruppi più ampi, organizzare riunioni con capi e dirigenti. Ma tutto questo non avvenne. Stava succedendo dell'altro.  Per qualcuno, il finimondo. Il finimondo  Il Movimento di Comunità si era trasformato da culturale in politico . Partecipa alle elezioni amministrative, ottenendo una clamorosa vittoria nel Canavese, e Adriano Olivetti era diventato sindaco di Ivrea. Contemporaneamente viene fondata, col nome di Autonomia operaia (sic!), l'organizzazione sindacale del Movimento, che assorbe la socialdemocratica Uil. Contro il parere di Momigliano, che ne era il superiore diretto, viene allontanato il capo del personale operai, Filiberto Pomo, un ex capo partigiano carismatico, e il suo assistente, accusati di porre ostacoli all'introduzione in fabbrica del sindacato di Comunità. A Franco Momigliano vengono sottratte gran parte delle sue competenze (alcuni mesi dopo verrà trasferito a un ufficio studi economici dell'Olivetti a Milano). Luciana  Momigliano Nissim, moglie di Franco, reduce da Auschwitz, pediatra, che aveva a lungo diretto l'asilo ed era diventata da poco direttrice dei servizi sociali, viene licenziata. In un'assemblea di fabbrica aveva attaccato la politica di Comunità. Si rovesciavano  amicizie di un decennio.  Mancavano pochi mesi alle elezioni della Commissione interna e del Consiglio di gestione; un organismo, questo secondo, che non aveva potere effettivo di negoziare per le maestranze, ma che conservava un certo valore simbolico, poiché l'Olivetti era una delle poche aziende che l'aveva mantenuto in vita dai tempi della sua diffusa introduzione nel dopoguerra. Si poteva prevedere che la campagna elettorale sarebbe stata assai calda. Non c'era da meravigliarsi che le riunioni allargate per discutere il mio rapporto di ricerca tardassero a venir convocate. Un giorno vennero a trovarmi in ufficio tre rappresentanti sindacali della Cgil; tra di loro c'era quella che nella memoria Olivetti resterà poi come «la mitica Bertolè», un'ex partigiana comunista, dal grande ascendente sugli operai e dall'abile capacità negoziatrice negli incontri con la direzione aziendale. Mi chiesero se accettavo di presentarmi alle elezioni del Cdg con la loro lista. Mi ricordo che non stetti molto a pensarci su, dissi subito di si.  Perché lo feci, e con tanta immediatezza? Forse pesò (come in numerose altre occasioni, quando mi sia capitato di accettare proposte di mutamento di lavoro o di residenza, o anche per decisioni più intimamente personali) l'interiorizzazione di una regola di condotta (chi sa per quali stratagemmi educativi instillatami) che non manca mai di impormisi in questo genere di situazioni, secondo la quale è doveroso, includibile, di fronte a una sfida che ti si presenta improvvisa, rispondere senza stare a pensarci su, senza mostrare di calcolare le conseguenze, ché a indugiare a calcolare ti sembrerebbe mancanza di coraggio, grettezza, non sentiresti più di essere quello che ti eri immaginato di essere. Non la ritengo una qualità positiva. Probabilmente deriva da qualche oscuro timore che a prender tempo per deliberare calcolando non saprei tenere in mano con chiarezza le fila dei criteri con cui determinare vantaggi e svantaggi. E che forse dovrei accorgermi che quei criteri non ci sono veramente e mi sperderei. Naturalmente, per tanta prontezza, che non è, dunque, sicurezza, della decisione, il contenuto ha da non essere disaccetto. Questa volta la scelta rispondeva al bisogno di fare cose di sinistra, dopo avere perdiatra, che aveva a lungo diretto l'asilo ed era diventata da poco direttrice dei servizi sociali, viene licenziata. In un'assemblea di fabbrica aveva attaccato la politica di Comunità. Si rovesciavano  amicizie di un decennio.  Mancavano pochi mesi alle elezioni della Commissione interna e del Consiglio di gestione; un organismo, questo secondo, che non aveva potere effettivo di negoziare per le maestranze, ma che conservava un certo valore simbolico, poiché l'Olivetti era una delle poche aziende che l'aveva mantenuto in vita dai tempi della sua diffusa introduzione nel dopoguerra. Si poteva prevedere che la campagna elettorale sarebbe stata assai calda. Non c'era da meravigliarsi che le riunioni allargate per discutere il mio rapporto di ricerca tardassero a venir convocate. Un giorno vennero a trovarmi in ufficio tre rappresentanti sindacali della Cgil; tra di loro c'era quella che nella memoria Olivetti resterà poi come «la mitica Bertolè», un'ex partigiana comunista, dal grande ascendente sugli operai e dall'abile capacità negoziatrice negli incontri con la direzione aziendale. Mi chiesero se accettavo di presentarmi alle elezioni del Cdg con la loro lista. Mi ricordo che non stetti molto a pensarci su, dissi subito di si.  Perché lo feci, e con tanta immediatezza? Forse pesò (come in numerose altre occasioni, quando mi sia capitato di accettare proposte di mutamento di lavoro o di residenza, o anche per decisioni più intimamente personali) l'interiorizzazione di una regola di condotta (chi sa per quali stratagemmi educativi instillatami) che non manca mai di impormisi in questo genere di situazioni, secondo la quale è doveroso, includibile, di fronte a una sfida che ti si presenta improvvisa, rispondere senza stare a pensarci su, senza mostrare di calcolare le conseguenze, ché a indugiare a calcolare ti sembrerebbe mancanza di coraggio, grettezza, non sentiresti più di essere quello che ti eri immaginato di essere. Non la ritengo una qualità positiva. Probabilmente deriva da qualche oscuro timore che a prender tempo per deliberare calcolando non saprei tenere in mano con chiarezza le fila dei criteri con cui determinare vantaggi e svantaggi. E che forse dovrei accorgermi che quei criteri non ci sono veramente e mi sperderei. Naturalmente, per tanta prontezza, che non è, dunque, sicurezza, della decisione, il contenuto ha da non essere disaccetto. Questa volta la scelta rispondeva al bisogno di fare cose di sinistra, dopo avere pertanto tempo espresso opinioni di sinistra. Aggiungi il sentimento di voler mostrare solidarietà con le persone che in quei giorni venivano colpite, alcune di loro molto amiche; forse il desiderio di acquisire valore ai loro occhi.  Per il Cdg si votava separatamente secondo settori organizzativi. Quello in cui mi presentavo io era chiamato «Uffici della presidenza» e contava 61 elettori. Formato da personale scelto o direttamente da Adriano o da suoi assistenti, era ovviamente ritenuto un covo di comunitari. Ma andando in giro per parlare con questo o quel conoscente (non si doveva trattare ufficialmente di propaganda elettorale) mi accorsi che ero guardato con sorrisi di simpatia, e quasi con ammicco. Il giorno successivo al voto il giornale di fabbrica della Cgil, il «Tasto», annuncio che io ero risultato eletto con 31 voti. Il risultato era cosi inaspettato che i comunitari chiesero una riconta, la quale concluse che io avevo ricevuto 30 voti, non 31, e quindi non risultavo eletto. Non me ne preoccupai più di tanto, la carica non era attraente, mi bastava il successo ottenuto, molti venivano a complimentarsi, e del resto complessivamente nella fabbrica il sindacato di Comunità era stato sconfirto. Poi ci ho ripensato: fossi stato eletto, la direzione avrebbe avuto difficoltà ad allontanarmi da Ivrea e poi licenziarmi. Che invece fu proprio quanto avvenne qualche mese dopo. Mi fu dato un anno di tempo per trovare un altro lavoro e nel frattempo fui assegnato al Centro di ricerca operativa dell'Università Bocconi (era finanziato in gran parte dall'Olivetti) come assistente del professor Francesco Brambilla, che lo dirigeva, spirito geniale e bizzarro dal quale, nell'anno che ci lavorai insieme, imparai un po' di statistica, ma non molta.  Il primo novembre 1956. 'I di dei mort alegher!, caricatici sulla Topolino che avevo comprata a Ivrea di seconda mano, mia moglie, mia figlia di due anni, io e un po' di valigie, ci dirigemmo verso Milano. A Rho al sole si sostitui un chiarore lattiginoso sporco, impenetrabile, e, per mesi e mesi, piogge a parte, tale sostanza plano tra il cielo e la città, tanto da convincermi che in quella Milano dai camini ancora non filtrati, quello e nient'altro era da chiamarsi «sole». Ma in qualche giorno di aprile anche il sole come usa nel resto d'Italia riapparve.  Si conclusero così quei tre anni di un'esperienza che più inaspettata per me non avrebbe potuto essere, durante la quale di-ventai, in qualche definizione di questo termine, sociologo, acquisii conoscenze dirette del funzionamento di quella che veniva allora marxisticamente chiamata la struttura dei rapporti di pro-duzione, strinsi amicizie alcune delle quali durarono a lungo. A uno degli amici di allora, l'ingegnere che era stato direttore delle costruzioni dell'azienda, che, malato da anni, usavo andare a trovare quando mi capitava di passare da Milano, una sera raccontai che avevo intenzione di scrivere delle memorie sul periodo all'Oli-vetti. Si mostrò stupito, ma certo voleva leggerle appena le avessi scritte. Sul pianerottolo, dove mi aveva accompagnato con fatica, lo salutai battendogli una mano sulla spalla: «Ciao, vecchio», gli dissi. «Ciao, vecchio? Ciao morto, devi dire» mi ribatté, in una delle sue abituali, esplosive esclamazioni di ironia. Era Roberto Guiducci, il miglior amico tra i sopravvissuti degli anni di Ivrea, eta l'ultima volta che lo avrei visto, gli posso solo dedicare, non far leggere, queste pagine, che non ho scritto in tempo. Nome compiuto: Alessandro Pizzorno. Pizzorno. Keywords: politica assoluta, razionalita e riconoscimento, razionalizzazione, soggetti del pluralism, lotta operaia, sindacato, la politica assoluta, fascismo -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pizzorno” – The Swimming-Pool Library.

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