GRICE ITALO A-Z P PET
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Petrarca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
di Cicerone – la scuola d’Arezzo -- filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Arezzo).
Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Grice: “There are a few studies on Petrarca
and ‘filosofia’: “Petrarca platonico,” etc. – but his most important
contribution is via implicatura, as when I deal with Blake or Shakespeare.”
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CARLINI LA FILOSOFIA di P. Saggio Tipografia Editric e Cooperativa Jesi V A
SEVERINO FERRARI DELLE OPERE PETRARCHESCHE CONOSCITORE PROFONDO CON ANIMO
RIVERENTE E GRATO La tradizione platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri
del misticismo italiano Il Cristianesimo e il Papato II pensiero religioso e la
scolastica Dante e Platone P. e Aristotele P. ed Averroe P. e Platone Il
criterio filosofico di P. è afl'atto religioso Filosofia della religione
Paganesimo e Cristianesimo Se P. è cattolico Colui che fece per viltade il gran
rifiuto Se P. è un mistico Varie specie di misticismo Il De vita solitaria II
De ocio RELiGiosoRUM Ascetismo e misticismo sano II pessimismo di P. II
pessimismo cristiano La vita umana secondo P. Il De REMEDiis UTRiusQUE FORTUNAE
- P. e Leopardi L' acedia e le contraddizioni di P. hanno radice nel suo
sentimento religioso P. non e strettamente un filosofo Ma ne’suoi scritti è un
ampio contenuto filosofico (GRICE ON ONE SENSE OF PHILOSOPHER AND ONE
IMPLICATURE) E ha ancora ingegno filosofico P. e la scienza Meriti filosofici
di P. Il rerum memorandarum Carattere morale, sociale e politico della nuova
filosofia P. e il ri-sorgimento filosofico religioso Il sentimento della natura
Carattere psicologico della filosofia di P. Le Rime II Secretum Eternità di P.
Il pensiero religioso può precedere o seguire il pensiero filosofico, secondo
che l’uomo è credente o no : sempre poi esso ' è dalla filosofia iìiseparabile^
se vtwle divenir cosciente. Questo chiamo pensiero filosofico religioso: e
penso che sia la remota cagione anche delle manifestazioni letterarie e
artistiche de' nostri grandi scrittori. Della multiforme opera petrarchesca poi
questo mi parve il segreto ; e però con amore mi misi a cercarlo. Non credo,
per le mie piccole forze, di averlo scoperto; ma spero che questo saggio sarà
poca favilla che gran fiamma seconda. Luglio Carlini. La tradizione platonica e
religiosa nel Medio evo Caratteri del Misticismo italiano - Il Cristianesimo e
il Papato. 'ift^ È ^^w ^M 'fìJS ^p^ Abelardo, w^ audio, 8uspecti»e fidei ».
PLATONE, dichiarando che Dio è il puro I essere e la materia il non essere,
scavava per primo, come anche il ^P. osservò (*), quell'abisso tra il finito e
l'eterno, tra la materia e lo spirito, tra la natura e Dio, che poi né
Aristotele né alcun altro filosofo riuscì mai a colmare. E però in rispetto a
questo grande problema il Cristianesimo ebbe il merito di tentarne per la prima
volta la soluzione con il dogma di Cristo, che é insieme uomo e Dio, l'universo
finito e l' infinito. Di qui tutta la filosofia nel Medio evo; la quale nel
pensiero platonico trovò molti addentellati sin dai primi gnostici, che diedero
Alla religione un contenuto filosofico e alla filosofia un ufficio religioso. E
Origene, succedendo nel secondo periodo della filosofia medioevale che é la
patristica, rinnovella la dottrina platonica, affermando la preesistenza delle
anime umane e l'eternità della creazione. Un'altra schiera di Padri si dedicava
intanto sopratutto alla parte pratica della filosofia cristiana, alla morale:
fra essi era Lattanzio, tanto caro a Francesco P.. Si giunge cosi ad Agostino,
al pseudo Dionigi e a Boezio, che, raccolto tutto il lavoro precedente, diedero
una meravigliosa filosofia cristiana; la quale, per l'universalità propria del
nostro genio, ninna parte trascurò della filosofia psicologica, morale^
metafisica e politica. Ma, come è noto, già è sorto con questi filosofi
fiorente il misticismo. Il misticismo per ciò non è solamente una filosofia
speculativa, ma anche una tendenza religiosa, e morale e politica. Il Bartoli,
parlando del misticismo del P., dice che esso fu « la peste bubbonica delle
anime nel gran lazzaretto del Medio evo: là frase è speciosa, ma l'affermazione
è troppo vaga. Già anzitutto il misticismo della filosofia straniera è ben
diverso dal misticismo latino: quello fu sopratutto con lo Scoto e con
l'Eckardt un'intuizione speculativa che ebbe per confine la stessa filosofia:
questo si diffonde per le migliori menti e per il popolo, e ci dà un misticismo
cristiano che è tutto psicologico e religioso, come nel De imitaUone GhHati. E
questo carattere religioso e pratico che ebbe il misticismo in Italia è il
segreto del pensiero e del sentimento italiano nel Medio evo, e sopratutto nel
1200 e nel 1300: esso, dice il Barzellotti (^), non ci apparisce bene « se non
quando lo cerchiamo nell'idea religiosa che alimenta con la irrigazione secreta
delle sue sorgenti sprizzate dal cuore del popolo tutto il sottosuolo della
vegetazione di quell'età storica ». 11 sentimento religioso poi, irrigando il
misticismo italiano, per una parte tende spesso nel silenzio de' chiostri
all'ascetismo; per l'altra va ad alimentare quella fortissima corrente, che
derivando dalla nostra latinità ereditaria dà al pensiero italiano un indirizzo
costantemente pratico e romano e sociale. Così la corrente cristiana e l'altra
pagana, riunite nel sentimento religioso, 'sboccano parimenti nel cuore del
popolo; laddove i grandi pensatori all'una o all'altra si aflBdano
maggiormente: in FranI Cesco P. poi si sogliono chiamare senz'altro misticismo
e paganesimo, e si equilibrano. » Né quest'equilibrio è cosa nuova: che nella
coscienza italiana, come il Barzellotti dimostra, è tradizionale la
contemperanza fra religione e vita, fra Dio e la natura, fra l'uomo e la
società. Così l'istituzione francescana, per esempio, oltre che religiosa è al
tutto democratica, e si diffonde fra il popolo nelle manifestazioni sue
letterarie e artistiche non solo, ma anche politiche: laonde, venute di
Germania le lotte fra guelfi e ghibellini, i comuni si chiaman guelfi, benché
in fondo non siano né guelfi né ghibellini, o meglio siano l'una e l'altra
cosa: nel senso che per una parte vogliono il ritorno all'antica grandezza,
rappresentata nel concetto, non nel fatto del rinnovato Romano Impero; e per
l'altra vogliono la vittoria della fede, rappresentata dalla Chiesa di Roma
quale avrebbe dovuta essere, non quale era. Ond'è che il popolo italiano non dà
né seguito né scuola alle speculazioni di Ioachim de Flore, l'unico mistico
astratto sorto in Italia, e fra Salimbene nella sua Cronica dà a questi mistici
visionari l'appellativo di uomini mezzo pazzi; e non dà neppure séguito né
scuola alle grandi eresie e ai moti che non agitano un'idea politica e
religiosa insieme: ond'é che Dante nella sua Divina Commedia non fa neppure
parola dei grandi eretici di que' secoli e mette Federico II all'inferno. Né
delle grandi eresie e mistiche concezioni medioevali pure Francesco P. fa
parola ne' suoi scritti (^); e Abelardo stesso, il grande maestro di Arnaldo da
Brescia che pur tanta comunione di idee doveva avere col P., passa inosservato
nel De vita solitaria^ e se ne dà la ragione con queste parole: « Abelardo, ut
audio, suspectae fidei. Da S. Benedetto, da Gregorio Magno, da Lanfranco, da
Pier Damiano a Ildebrando, ad Anselmo d'Aosta, a Pier Lombardo, a Innocenzo
III, a Tommaso d'Aquino, a Dante e a quanti altri si avvicinano più a questi,
lo spirito latino romano ha concepito il Cristianesimo più che come un ideale
nuovo di vita tutto interiore che ogni credente debba rifare a se stesso e
vivere in comunione arcana con Dio, come una forte disciplina della coscienza
sociale che prenda il suo valore principalmente dall'unità di consenso con cui
essa opera su le menti e per mezzo delle menti su le anime umane »: così il
Barzellotti; il quale molto giustaihente conclude che il. popolo italiano al
sentimento religioso congiungendo la tradizione pagana prende da quello ciò che
a questa non repugna e riesce cosi, direi, a un classicismo religioso che dà al
cattolicismo italiano un carattere profondamente diverso da quello delle altre
nazioni d'Europa, anche delle latine. Questo ci spiega perchè il Papato
proteggesse l'Umanesimo; e ci dice ancora che quella meravighosa resurrezione
delle morte cose (come scrisse il' Machiavelli) non è infine che un risveglio
intenso di un innato classicismo, e che la nuova filosofia del Rinascimento ha
cause ben più remote che la presa di Costantinopoli. Andrebbe dunque ben lungi
dal vero, chi pensasse che il pensiero religioso nel Rinascimento nostro
filosofico fosse venuto a mancare: neppure il Valla (') intese combattere il
cristianesimo più che nelle false interpretazioni che gl'ipocriti ne avevan
date. E se il Ficino e Pico cercheranno di conciliare paganesimo e platonismo
col cristianesimo, ciò non farà meraviglia più del P. che cristianeggiava
Cicerone, Seneca e Platone e credeva con quest'ultimo in un'esistenza futura di
premio delle anime nel cielo degli astri. Il pensiero religioso di Francesco P.
tende adunque per una parte, come in Francesco d'Assisi, a un idealismo
cristiano che è spesso in antitesi stridente con la Chiesa di Roma divenuta una
mitologia del cristianesimo e un potere più che una fede; e per l'altra cerca
nel classicismo un carattere sociale e politico e letterario, cristianeggiando
la filosofia antica, combattendo le scuole del suo tempo che trascuravano la
morale e l'averroismo che avversava la fede, e propugnando il sentimento
patriottico e la restaurazione della Repubblica o dell'Impero, che è la
missione a cui Roma, come Agostino aveva dimostrato, era dalla divina
provvidenza destinata. Il pensiero religioso e la Scolastica - Dante e Platone
- P. e Aristotele - P. e Averroe - P. e Platone - Il criterio filosofico del P.
è affatto religioso. Vero filosofo è soltanto il buon Criatiano. E due correnti
del pensiero religioso che Imetton fóce l'una al misticismo e al guelfismo,
l'altra al paganesimo e al ghibellinismo, confluenti nel cuore del popolo
italiano, divergono invece sempre più nelle scuole filosofiche del periodo
detto defla Scolastica. Nella quale sono perciò a distinguere due direzioni
principali: la prima condusse al Nominalismo, l'altra al Realismo; l'una fu un
rinvigorire del misticismo, la seconda del razionalismo : e dico anche del
razionalismo, perchè non bisogna scordare che nell'Italia meridionale la
tradizione filosofica antica tenne sempre in onore la speculazione
razionalistica, che fiorisce poi alla corte di Federico IL Così adunque
Bernardo di Ghiaravalle, Ugo e Riccardo di San Vittore e poi Bonaventm*a di
Bagnorea videro l'anima umana sciogliersi dal carcere del corpo e
ricongiungersi nella pura regione degli aspiriti e perdersi in Dio: il primo di
essi mostrerà nel Paradiso Dio a Dante; il quale, ritenendolo con Dionigi
TAreopagita piii che viro a dimostrargli la gloria di Colui che tutto ^ muove
che è il fine ultimo della Divina Commedia, diede a questa prima corona de'
filosofi scolastici, presieduta nel cielo del sole da Bonaventura, molto più
onore che non all'altra di cui è capo Tommaso d'Aquino. Per che (so che mi si
giudicherà eretico) io credo che la filosofia di Bonaventura, richiamante il
sentimento reUgioso italiano all'amore di una vita profondamente cristiana e
all'antica povertà francescana é al culto della dottrina platonica, ch'ei stimò
più conciliabile dell'aristotelica con quella della Chiesa; essendo per ciò
molto più vicina all'indole del pensiero italiano che non la filosofia di
Tommaso, che, come il Barzellotti notò {% « ebbe forse in se per eredità
qualche goccia di sangue normanno e tedesco »; mi pare, dico, che il pensiero
mistico e platonico trovi nella Divina Commedia un'eco molto maggiore di quella
che comunemente si crede anche da valenti filosofi. Certo essi esagerano quando
ingannati dall'onore reso nel limbo al mastro di color chs sanno, cioè al
conoscitore maggiore che fu mai, dicono che la Divina Commedia è una Somma
tradotta in versi (^). Comunque sia, è noto che Aristotele in sul finire del
Medio evo, sopratutto per colpa degli orientaU panteisti, i quali più che
commentarne i Ubri tendevano a travisarne il pensiero, apparve quale gigantesca
minaccia contro la Chiesa e il sentimento rehgioso. E già su la fine del
duodecimo e il principìo del tredicesimo secolo AiAimco di Bena e Davide di
Dinantson condannati entrambi quali eretici, e nel sinodo di Parigi nel 1909 si
decreta che sia proscritta da Parigi la lettura delle opere di Aristotele « de
naturali philosophia Sorge allora l'altra scuola della scolastica che movendo
dal mite razionalismo del credo ut intelligam di Anselmo, è tutta piena della
grande Somma del santo di Aquino. Questi, avendo vigorosamente combattuto
Averroe ("), si rivolse indi ai libri di Aristotele, di cui si procurò la
traduzione migliore che potè, e cercò di vincere anche questo grande terrore
della Chiesa, cristianeggiandone il pensiero e incatenandolo prigioniero al
trionfo del cattolicismo. In verità fu una grande vittoria; ma degenerata in
esagerazione e ridottasi la filosofia a una formula sofistica, s'inizia
l'ultimo periodo della scolastica, che cade nel tempo del lavoro massimo di
Francesco P.; il quale, visto il dissolversi del grande edificio, ne promosse
in Italia prima di ogni altro la distruzione. I maestri di Teologia si eran
ridotti a una profana e bugiarda dialettica, e imbrattavano il sacro nome di
Dio facendo gl'indovini e gl'incantatori. E la filosofia medesimamente era una
logica dicace; e come le teologia circoscriveva (dice P.) l'onnipotenza divina
con 'gonfiati sofismi e a Dio poneva stoltamente legge, così quella prese a
disputare dei segreti della natura con tanta leggerezza che parve spudorata. I
dialettici finirono col prendere sommo diletto solo della contraddizione, e non
gik di trovare il vero ma solo di altercare si proponevano; e gli scolastici in
generale erano tutti ciarlieri e vanitosi e si davan vanto di essere solo essi
filosofi: ma la loro non era la vera filosofia < che negli animi ha sede più
che ne' libri e meglio di fatti si nutre che di parole > (*^). Di qui la grande
guerra mossa ad essi da Francesco P. per tutte le sue opere, nelle quali si
mostra acerrimo nemico della filosofia contemporanea. Ma in quest'opera di
distruzione è merito grandissimo del P. l'avere salvato sempre il rispetto e il
nome di Aristotele. « O esotica dottrina (egli dice de' dialettici e degli
scolastici) (^*) e mai non sognata da quell'Aristotele di cui costoro infamano
la memoria! »; e altrove: « essi si coprono con lo splendore del nome di
Aristotele; ma Aristotele, uomo di ardentissimo ingegno, delle più sublimi cose
a vicenda e disputava e scriveva. E se così non fosse, onde sarebbero a noi
venuti tanti volumi, obietto di immensi studi e di sterminate vigilie? ) Che se
alcune volte dovè schierarsi contro la dottrina aristotelica, egli fece ciò molto
rispettosamente, come non di rado fa con Cicerone e con Seneca e con Platone
medesimo. E se si trovò a doverne diminuire la fama tanto per lui preziosa, di
eloquenza, egli premise che avendo scritto Aristotele di retorica e di arte
Qpetica valorosamente, riteneva per certo che i traduttori latini o per
pigrizia o per invidia o piuttosto per ignoranza l'avevano guastato (*®). Egli
per ciò sostenne fortemente che s'ingannavan tutti trovando tracce d'eloquenza
nelle traduzioni aristoteliche; e mise così grande desiderio di conoscere le
dottrine nel testo, come poco di poi accadde. Credo che si possa concludere che
anche per P. Aristotele è il ìnaestro di color che satino^ inteso nel senso
delle parole su citate. Ma ciò non toglie ch'egli non potesse preferire Platone
ad Aristotele per ragioni che ora vedremo. Del resto il grande colosso non era
stato debellato dal grande d'Aquino? e P. non era libero ormai di scegliere
quella filosofia che più gli piaceva? Neppiu'e nel De 8ua ipsius et multorum
ignorantia egli mosse guerra al culto delle aristoteliche dottrine, ma
all'arabo commentatore e ai presuntuosi suoi seguaci. Il grande panteista aveva
intimorito il Medio evo col suo pensiero incredulo che si rivolgeva sopratutto
contro il cristianesimo. AQUINO (vedasi) lo combattè valorosamente: tuttavia la
vittoria non fu forse compiuta se alla metà del secolo XIV frate Urbano per il
suo commento ad Averroe era con titolo d'onore chiamato Averroista philosophus
8ummu8, e Pietro d'Abano esaltava Averroe nel Conciliatore. E Dante, piuttosto
che nel cerchio degli eresiarchi, perchè l'aveva collocato nel castello de'
sapienti con gli spiriti magni? Renan non sa rendersi ragione per che P. si
schierasse contro l'averroismo. Alcuno gli ha risposto che P. confessava di
sentire ripugnanza per tutto ciò che venendo dagli Arabi tendeva ad ecclissare
la gloria del genio classico: (**) sarebbe insomma una ragione al tutto
umanistica. Mi pare che sarebbe meglio dire che egli doveva aver poca simpatia
per un popolo maomettano che con i Turchi contribuiva a tener schiave le terre
che videro il grande dramma di Cristo (^®). Ma ad ogni modo la ragione vera non
è neppur questa. L'averroismo, che rappresentò per alcun tempo la libertà del
pensiero contro le scuole teologiche, > aveva preso in alcuni luoghi
d'Italia un significato tutt'altro che filosofico, tentando di rovesciare non
solo il cattolicismo ma ogni pensiero religioso e di instaurare l'empietà (*^)
: e contro di esso P. già vecchio combattè una memorabile battaglia. Ma da che
quella setta più che filosofica era in alcuni luoghi, come in Venezia, divenuta
scuola d'irrehgione; cosi non è poi a far meraviglia, come molti fanno, che nel
De stia ipsius egli combatta Averroe non con argomenti strettamente filosofici,
ma con pensiero essenzialmente religioso. Né scrisse per bile, avendo preso la
penna solo dopo un anno e più da che seppe delle critiche de' quattro
averroisti veneti, mentre un dì risalendo le acque del Po si sentì annoiato del
non far nulla. Da molto tempo inoltre egli aveva pensato di scrivere qualcosa
di simile, anche prima che Donato lo spingesse a ciò ("). Quando mise alla
porta quell'averroista che in presenza sua e in sua casa bestemmiavo, di Cristo
e della sacra Scrittura e del Cristianesimo, lo accompagnò con queste parole: «
Vecchia è per me questa contesa con altri eretici pari tuoi ». E altrove
scrivendo ad Antonio, figlio di Donato, gli raccomanda di tenersi lontano
dall'averroismo: « sii divoto, cerca la scienza, ma più di quella la virtù.
Averroe, nemico di Cristo sia da te fuggito come nemico. Così che il De sua
ipsius in fondo è un trattato scritto non contro Averroe, sì bene contro
l'irreligione che ne' suoi tempi imperava sovrana ("). Ne tuttavia al P.
sfuggiva che la corruzione religiosa aveva la sua radice nel pensiero
filosofico; e con tutta sincerità, invece di far pompa di un'erudizione che a
lui dopo i lavori di S. Tommaso e di altri non doveva, credo, esser difficile
procurarsi; impedito di approfondire la sua scienza filosofica dalle molte
faccende e dalla salute tristissima; scrisse al padre Marsigli agostiniano,
affinchè si preparasse con profondi studi a scrivere: « un trattato contro quel
rabbioso cane ch'è Averroe, il quale agitato da infernale furore, con empi
latrati, e con bestemmie da ogni parte raccolte, oltraggia e lacera il santo
nome di Cristo e la cattolica fede »: e aggiungeva: <f Io, come sai, vi posi
mano; ma parte per le faccende mie cresciute a dismisura, parte per manco della
necessaria scienza fui costretto a deporre il pensiero. Se la battaglia contro
l'averroismo fu fiera, benché tarda e breve; ciò non avvenne della lotta contro
i nemici di Platone, la quale occupa gran parte della vita e dell'opera sua.
Quali scritti di Platone conosceva P.? Si suol credere che solo del Timeo tradotto
da Galcidio avesse egli conoscenza. Certo egli ne possedeva le opere in greco e
alcune di. queste conosceva almeno in parte. Contro i denigratori di Platone
così egli scriveva: « Ho io a casa sedici e anche. più (sexdecim vel eo
amplius) de' libri di Platone: ed essi dicono che ne ha scritto uno o due »; e
aggiunge: « stupebunt si haec audient >. E però il Fiorentino nota
giustamente: « Una certa meraviglia farà anche oggidì il sapere che non solo in
greco, ma tradotti in latino -aveva P. alquanti dialoghi non visti per lo
avanti; perchè di questa traduzione non han fatto menzione neppure coloro che
han discorso de' platonici libri posseduti dal gran poeta » (-^). Infatti P.
afferma (*') che egli di Platone possedeva tutto ciò che da' latini fu nella lingua
patria tradotto; e il resto egli, pur non giovandogli, tuttavia si dilettava
vedere nella greca veste; e proponeva di dedicarsi allo studio di questa
lingua: « né voglio (egli scriveva vent'anni prima di morire) al tutto deporre
la speranza di fare in questa età alcun profitto, sapendo che tanto ne fece
Catone nell'estrema vecchiezza ». Ora si noti che le lezioni di greco, da
Barlaam impartite al P., sebbene brevi, pur non dovettero essere, io credo, un
esercizio affatto grammaticale, come a' dì nostri costuma nelle prime scuole;
ma probal)ilmente esse eran date su i testi stessi di Platone: e non è poi
strano a pensare che Barlaam stesso gli facesse de' brani principali la
traduzione (*^). So bene che di tutto questo non si può recar prove certe; ma
d'altronde non posso credere che P., il quale cita sempre le dottrine degli
autori a lui cari riferendosi o al testo o all'autorità di alcun altro che egli
nomina sempre (sì che giunge, come nel Rerum Meìuorandarum, a notare le parole
e le frasi ch'egli prende a prestito da Cicerone o da Seneca o da altri),
parlasse poi più volte del Fedone, del Critone (*^) e del Fedro e del De
Repubhca e del De Legibus e dell'Apologia senza conoscerne più o meno
adeguatamente alcuna parte (^^). Certo oltre il Timeo anche il Fedro era stato
tradotto in latino, come attesta Coluccio Salutati (^*); laonde si può tener
per fermo che in Italia, non solo prima della venuta de' greci, ma prima ancora
che Leonardo Bruni desse principio alle note traduzioni, Platone era stato in
parte tradotto. E in ogni modo P. conosceva la dottrina platonica più e meglio
che per i libri di Cicerone e di Agostino, nei quali essa è o monca o nascosta
o trasmutata, per il libro non inelegante di L. Apuleio Medaurense intitolato
De Platone; nel quale oltre che la vita sono esposte di Platone tutte le
dottrine: « De Deo, de Ideis, de mundo, de anima, de natura, de tempore, de
stellis erraticis, de animalibus, de providentia, de fato, de daemonibus, de
fortuna, de partibus animae et corporeo singulari domicilio, de sensibus, de
figura corporis humani ac dispositione membrorum, de divisione honorum, de
virtutibus, de triplici virtute ingeniorum, de tribus causis appetendorum
honorum, de voluptate,^ de labore, de amicitia inimicitiaque, de turpi amore,
de trihus amorihus, de speciebus culpabilium hominum, de statu et morihus atque
exitu sapientis^ de civitatibus,. de Repuhlica deque eius institutione
legibusque optimis. Come si vede sono in questo schema contenuti tutti gli
scritti di Platone, e forse esso è, direi, il riassunto che delle platoniche
dottrine P. avea fatto. Or quale fu la cagione, per la quale P. a dispetto
della filosofia contemporanea preferì Platone ad Aristotele? — Il Voigt, e
dietro lui molti altri, movendo dall'affermare che P. non conosceva le dottrine
né dell'uno né dell'altro danno risposte molto varie: trovando la cagione o in
un innato sentimento di simpatia; o nel desiderio di contraddire, levando il
primato ad Aristotele, alla filosofia del tempo; o nel volere P. seguire
costantemente il giudizio di Cicerone e di Agostino. Le quali cose sono tutte
vere; ma oltre che rimpiccioliscono grandemente l'opera del grande Aretino^ mi
pare che non colgano il suo pensiero principale. In tanta idolatra adorazione
del nome di Arw stotele si era arrivati al punto che un amico del P. gli scriveva
confessando candidamente di credere che Platone fosse un poeta e non un
filosofo. A lui fra meravigliato e indignato rispondeva P. f ^) : «
l'universale consenso dei dotti ha proclamato Platone principe de' filosofi.
Cicerone, Agostino ed altri mille, mentre Aristotele in tutti i loro scritti
mettono sopra gli altri filosofi, eccettuan sempre Platone: or come tu vorresti
farlo poeta? Tullio in certo luogo delle lettere ad Attico non chiamò Platone
suo Iddio? Tutti o in un modo o nell'altro dicono divino l'ingegno di Platone
»; e altrove invoca anche molte altre autorità, quali Seneca e Apuleio e
Plotino « comecché insigne aristotelico ) f ^), e Ambrogio e Agostino. Ma non
l'autorità solamente valse a fargli preferir Platone. Né d'altronde io oserò
affermare che egli per conoscenza delle dottrine platoniche e aristotehche
fosse in grado di tentar la soluzione di quell'arduo problema che poi affaticò
tanti insigni intelletti. Egli è persuaso che Platone fosse divino per ingegno
e insuperato, e che Aristotele fosse un d<iemonium di scienza: sa che alla
sentenza di CICERONE (vedasi) e di Agostino si oppone il grande Averroe che
preferisce Aristotele a Platone, ma non osa neppure di tentarne la confutazione
e canta: ^ Non nostrum inter nos tantas componere litas » (^^). Che se nella
questione filosofica egli dovè confessare di non poter esser giudice, non così
fu nella parte religiosa della questione. P. aveva notato che Platone intorno a
Dio e alla creazione la pensava come i filosofi cristiani; laddove Aristotele
se ne scostava grandemente,:dicendo che il mondo non aveva avuto principio, e
negando così la, provvidenza divina che Platone aveva ammessa (®'), Spesso poi
nota che alla filosofia di Platone unus fuerit philosophandi finis et vivendi.
E se nel De remediisy oltre ad altre cosuccie, lo biasima meravigliato che
vecchio cedesse alcuna volta alla lussuria, pure (forse pensando a ciò che a
lui giovine era avvenuto) non manca di osservare che per tutto il resto il
grande Ateniese fu di ottimi costumi, e morì di ottantun anno, numero phe
contenendo due volte il nove per fattore attesta la santità della vita sua
(^^). Tornando ora alla dottrina platonica, egli ammirava quanto profondamente
avesse gittato lo sguardo nella intimità dell'anima umana, e vedesse ciò che
prima era misto e confuso divenire segregato e distinto: perocché «>
seguendo la scorta della natura » vi scoperse la triplice sede dell'anima, cioè
la triplice manifestazione sua (^^) dell'ira nel petto, della concupiscenza
sotto i precordi, della ragione nel capo come in munita rocca quasi a indicare
« l'impero e la sovranità di lei su le umane passioni. Inoltre P. osservava
acutamente che Platone per primo aveva congiunto la filosofia naturale, appresa
alla scuola italiana di Pitagora, alla morale e razionale filosofia, appresa
alla scuola di Socrate: e ne concludeva aver la filosofia platonica per questa
triplice unione quel carattere di universalità che le altre filosofie non
ebbero. A questi pregi filosofici poi egli aggiungeva un pregio tale che, tutti
gli altri superando, bastava a mettere Platone molto al di sopra di Aristotele:
vo' dire l'avere veduto e dimostrato l'immortalità dell'anima, che è il
fondamento della vera morale: questo era tal punto che diede poi travaglio
anche a profondi filosofi (**). E P. lieto di ciò; convenendo con Cicerone che
nel De Republica, parlando della salita delle anime al cielo, aveva detto che
sarà tanto più agile quanto più vissero peregrine al carcere corporeo; nota che
tale è il pensiero di Platone nel Fedro: « nihil aliud esse philosophiam nisi
meditationem moriendi, ubi duae designantur mortes, altera naturae virtutis
altera, quarum primam nullatenus nec accersendam nec timendam, sed aequo animo
expectandam Non par egli di sentire già il cantore de' Trionfi e della morte
non più triste delle ascetiche contemplazioni, ma bella nel viso di Laura? E
qui P. confessa di credere con Platone nell'esistenza futura delle anime negli
astri (^^), dove è la vita di perfetto amore: della dottrina platonica
dell'amore è, si può dire, un vivo commenta gran parte del Canzoniere. # « «
Ora tutte queste osservazioni, e altre ancora che per non uscir da' limiti
importimi dal tema tralascio, io credo che abbiano una remota e viva sorgente
nel pensiero cristiano di Francesco Petrarca, il quale credeva in un rapporto
ben piti che casuale fra la dottrina platonica e la predicazione di Cristo
{''). Egli dice che Platone solo fra tutti i filosofi antichi ebbe sentore della
nuova fede: perocché ne' suoi viaggi in Egitto avrebbe avuto notizia e
conoscenza della bibbia e della predicazione profetica. Tale credenza ch'egli
derivava da Apuleio e da Agostino era stata un tempo tema di molte dispute;
tanto che alcuni eretici avevano anzi detto che Cristo non predicasse infine
che le dottrine platoniche. Agostino stesso del resto aveva, come anche il
Petrarca notò (*®), trovato ne' platonici quasi tutto il proemio del vangelo di
S. Giovanni (in principio erat verhum etc). E P. si diffonde con evidente
compiacenza su questa questione, e conclude: « nemo dubitat quanta sit inter
illìus opinionis et Christianorum fidem paritas »; si legga, ei dice, il
settimo libro delle Confessioni di Agostino, « ubi reperietur in omnibus fere
quae de verbo Dei dicuntur a nostris Platonem consentire, praeterquam in
susceptione humanae carnis, ubi non contraddixit ille, sed siluit ). Filosofia
della religione- Paganesimo e Cristianesimo - Se P. sia Cattolico - Colui che
fece per viltade il gran rifiuto. Cristo più propizio che mai allora si
dimostrò quand' era di creta ». I pare che si possa sin d' ora concludere^ 'che
il pensiero filosofico di Francesco Petrarca non si può comprendere se non se
ne cerca la radice nel pensiero religioso. Anzitutto è innegabile che egli al
pari di tutto il Medio evo, come si disse, sentì il bisogno fortissimo di una
fede; ma in lui oltre che il sentimento è anche un manifesto concetto
religioso. Nel De ocio religiosorum (^') P., prenunziando pur lontanamente il
Renan, risale all'origine e alla storia delle religioni positive; e trova che
avendo voluto i re antichi eternarsi nell'arte, i successori ne fecero dei: sic
paulatim religiones esse ' coeperunt. Vede sorgere così nell'Egitto il culto di
Iside, presso i Mauri di luba, presso i Macedoni di €abiro, presso i
Cartaginesi di Brama, presso i Latini di Fauno, presso i Sabini di Santo,
presso i Romani di Quirino, presso gli Ateniesi di Minerva,^ in Samo di
Giunone, in Pafo di Venere, in Lemno di Vulcano, in Nasso di Libero, in Delo di
Apollo. I poeti contribuirono alle leggende, e co' poeti gli artefici, come in
Grecia. Ma, egli aggiunse, questi dei furono uomini, e Cicerone stesso nelle
Tusculane questo affermò. Ma la religione vera deve essere quella che fa capo a
Dio veramente. Ed ecco presentarglisi allora le religioni medioevali:
l'ebraismo, il maomettanismo, l'averroismo, il manicheismo e l'arianesimo; e'
vistele tutte cadere nella contraddizione conclude: « sì Christo non creditur,
cui creditur? »: all'Anticristo no, perchè egli verrà come nemico; al Messia
futuro no, perchè egli è già venuto. Né tuttavia si dissimula la difficoltà di
credere all'incarnazione, alla concezione, alla risurrezione di Cristo: « magna
sunt, fateor, sed quid horum omnium impossibile Deo est? >. Inoltre egli
vedeva in tutta la religione pagana e ne' suoi scrittori una lenta preparazione
dell'idea cristiana. Le profezie stesse della Sibilla Cumana s'accordano
meravigliosamente al racconto .de' libri santi, sì che un evangelista, dice,
non avrebbe potuto parlar più chiaramente: e un'eco degli oracoli cumani ei
vide, come è noto, in Vergilio. Ed ecco Platone essere il filosofo vero perchè
in tutti i suoi libri cerca il Sommo sd Unico bene ('**); e a Platone
succedere, soltis imitator, Cicerone, al quale P. in più di una questione
presta fede maggiore che agli scrittori cattolici; e a CICERONE (vedasi) succedere
poi Agostino che, mentre Girolamo in sogno sentiva rinfacciarsi dal giudice
eterno il nome di ciceroniano, egli al contrarlo non solo pasceva la mente dei
libri di Platone e di Cicerone, ma confessava chiaramente avere in essi trovato
gran parte della cristiana religione e per essi dalle fallaci speranze e dalle
vane contese essersi rivolto alla contemplazione dell'unico vero. Ed ecco
infine P., come in Platone l'eco delle ebraiche profezie, così in Seneca
trovare tanta somiglianza con la cristiana dottrina che non dubita il romano
filosofo esser stato in relazione epistolare con san Paolo (^*). Ed ecco dunque
misticismo e razionalismo, fede j e paganesimo fondersi nel pensiero religioso
di Fran- ^ Cesco P.. Al quale è quindi inutile affatto chiedere a quale scuola
filosofica egli appartenga; perocché così risponderebbe: « io una volta sono
Peripatetico, un'altra Stoico, talora Accademico e tal'altra non sono nulla di
tutto questo, quando cioè si tratti di alcuna filosofia che alla vera e santa
fede nostra sia od anche paia essere in contraddizione. Dentro questi confini
soltanto è lecito a noi seguire le filosofiche sette, finché cioè non repugnino
al vero e dall'ultimo fine non ci allontanino. Se mai di questo si corresse
pericolo, a Platone,, ad Aristotele, a Cicerone, non ostante la sottigliezza di
argomenti eleganza di stile autorità di nome, si volgano pur le spalle. Insomma,
siccome suona il nome di filosofia, se vogliamo esser filosofi, dobbiamo amare
la sapienza: e poiché sapienza vera f di Dio é Gesti Cristo, ad essere veri
filosofi lui sopra tutto dobbiamo amare ed adorare: e in tutto e per tutto
dimostrarci cristiani. Perocché soltanto il Cristianesimo è oggi la vera
filosofia (^*). » « È egli P. nel sìw pensiero altrettanto cattolico, quanto
cristiano? La risposta è più difficile a darsi di quel che non paia. Certo se
per cattolicismo intendiamo le pratiche esterne del culto che accompagnano la
fede, egli è cattolicissimo, adempiendo scrupolosamente i propri doveri
religiosi (^^). Ma nelle sue opere egli non parla mai né di dogmi della Chiesa
né di santi né di miracoli ("): l'inferno ha perduto il suo fuoco, e il
Papato il suo entusiasmo. Non parlo delle lettere aine tiiulo <5he sprizzan
fuoco diabolico sì che il pio Fracassetti si rifiutò di tradurle perché, disse,
indegne non pur di cattolico ma di uomo ragionevole. Ma in una lettera senile
(^^) egli annovera fra le quattro tentazioni della vita cristiana le continue
crisi e le battaglie interne create dallo stato della Chiesa; lasciando così
intendere chiaramente che gli scandali del Papato potevano a ragione indurre
nella tentazione del dubbio su la veracità delle dottrine ecclesiastiche la
mente del credente. E nel De vita solitaria (^*) egli dichiara apertamente che
la cattolica fede aveva sofferta la maggiore iattura per colpa della Chiesa. E
nel Be remediis (^') ricorda che i pontefici antichi non avevano tante ricchezze:
essi erano guide del cristianesimo sacre al martirio. Oggi invece, egli dicessi
usano tutte le turpitudini per giungere al papato: « quod sacrìlegium, pudendum
vel diclu est, magnis saepe muneribus quin et pactis et sponsionibus spes
enitur sacerdotii pinguioris »; e segue: « Ghristiano homini quomodo liceat
ambire Pontificatum non video. Non modo largitione profusissima, sed, quod non
multo minus est, turpibus blanditiis atque mendaciis indignis viro artibus sed
comunibus adeo ut hasc fere iam unica sit in altum via ». « Queste parole ci
danno chiaramente la ragione della diversità del pensiero petrarchesco da
quello di Dante in una questione non priva d'importanza. Dante guidato da un
pensiero politico, aprendo rinferno vede affacciarsi per primo un Papa:
Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto (^*). 11 P., che
conosceva già l'Inferno dantesco, forse anche al verso del grande fiorentino
pensava quando nel De vita solitaria ci presentò Celestino con queste parole: «
(il suo rifiuto) vintati animi quisquis volet attribuat, licet enim in eadem re
prò varietate ingeiniorum non diversa tantum sed adversa sentire »; ma per lui
Celestino V, che non salì mai il trono pontificio, è il pontefice più grande, e
si duole grandemente per pochi anni di differenza di non averlo veduto. E si
rallegra che altri molti dell'ordine suo religioso abbiano rinunciato alle alte
cariche ecclesiastiche; e soggiunge: « irrideant igitur, qui viderunt quibus
prae fulgore auri et purpurae squailidus opum spretor et paupertas sancta
sordebat, nos hominem hunc miremur »; e finisce con acre ironia ringraziando
Iddio di aver dato al cri-^ stianesimo siffatta pusillanimità (pumllanimitatem
huiuncemodi). E non solo al papato dà sì forti rampogne, ma arriva ben anche a
inveire contro l'oro e le gemme e l'argento che adornano gli altari. Cristo,
egli dice, più propizio che mai si dimostrò quando era di creta: voi dite di
far questo per onorarlo, quasi che egli non amasse maggiormente le Spoglie dei
poveri, la virtù e la devozione. E, aiutandosi oltre che col Vangelo anche con
le sentenze di Seneca, conclude: « dell'oro vostro Cristo non sa che si fare,
né delle vostre superstizioni ei punto si piace: non altro egli chiede che
buone opere, onesti pensieri, umili desideri di cuore mondo e puro. Com'entra
l'oro fra queste cose? » (^*). Né con questo io credo di aver posto ben in
chiaro il pensiero del P. su la Chiesa: so bene che occorrerebbe una più minuta
ed esatta disamina. Ma credo che non a torto Paolo Vergerlo ih Giovine e Matteo
Francowitz furon tratti ad annoverare P. fra i precursori di Lutero; e a
ragione il Fleury espresse dubbi su la ortodossia di lui. Filosoficamente poi
si può affermare che il pensiero di P. è un ritorno alle pure scaturigtini
della predicazione di Cristo, e alimenta la grande corrente di sano misticismo
che a traverso le diverse lotte filosofiche e le opposte scuole sboccò
terribile nella riforma dopo più di un secolo. Se P. sia un mistico - Varie
specie di misticismo - Il De vita solitaria - Il De ocio religiosorum -
Ascetismo e sano misticismo. « Vita Solitaria liUerarum ignaris gravior ntorte
et mortem alkUura ». L misticismo è la più alta espressione filosofica del
concetto e del sentimento religioso. È quindi necessario affrontare- questo
problema, intorno al quale molto si parla, ma poco si chiarisce nei libri che,
specialmente negli ultimi tempi, trattarono dd P.. Innanzi tutto è bene
intendersi: non credo che si possa parlare di una vera scìwla mistica in
Italia: il misticismo è una qualità comune a molti sistemi filosofici che sono
infine ben diversi, come quelli di Agostino o del pseudo Dionigi o di
Bonaventura. Poi c'è un misticismo non di sistema filosofico alcuno, ma
scaturiente dal sentimento religioso popolare: il quale assume anch'esso
infinite gradazioni, come, per esempio, nella predicazione francescana o nelle
profezie ioachimite. Negare nel P. un concetto e un sentimento mistico, come
alcuni han fatto, non mi pare che risponda a verità: e neppure io credo giusto
il considerare con disprezzo il misticismo del P.,.come il Bartoli e molti
altri fanno, quale un ritorno à forme viete di filosofia e di regresso civile.
Intanto P. già toglieva alla teologia tutta la parte arida e dogmatica, quando,
oltre che parlare con disprezzo de' teologi del suo tempo, sosteneva, anche con
l'autorità di Aristotele, non essere la teologia altro che un poema che ha Dio
per subietto, e ricordava che i primi teologi furono poeti. Po i egli nella
storia dell' uman genere non vide più con Agostino tutta una provvidenziale
preparazione e una mistica rappresentazione di una futura città di Dio: che
anzi qua e là in numerosissimi passi delle sue opere comincia con lui la
filosofia e la critica della storia intesa nel senso moderno {^% e con lui
veramente si passa dalla città di Dio di Agostino alla città terrena dell'uomo.
Queste cose considerando si potrebbe forse concludere che i tanto decantati
rapporti fra P. e la filosofia agostiniana sono in verità molto minori di
quello che si crede. Si consideri infatti che, sebbene gli elogi e gli
entusiasmi del P. per Agostino siano, più che numerosi, continui; tuttavia egli
di Agostino cita sopratutto quella parte filosofica che ha rapporto con il
sentimento e il concetto religioso e cristiano (**). Inoltre prendete le
Confesaiones, che è il libro più caro al P., e voi v'avvedrete che egli mostra
appena di aver compreso che la grandezza sua è negli ultimi libri che sono
affatto metafisici, rappresentando l'ultimo volo di quella mente altissima. Più
ancora egli si scosta dal misticismo più vero che è rappresentato dal De
lerumlem CoeiesUy e che nel Paradiso di Dante ha sì grande cantore {^% San
Paolo e Dante discendendo dal Paradiso si contentarono l'uno di tacere, l'altro
di cantare: vidi cose che ridire né sa né può qual di lassU discende. Lo
spirito umano, secondo Dionigi, sale a Dio, cioè alla verità, solo con l'aiuto
delle schiere angeliche, le quali mentre ne aiutano la salita, col loro
frapporsi vengono anche a ritardarla; e la natura ugualmente, pur essendo scala
a Dio, è anche l'ostacolo maggiore che ce ne toglie la visione. Al più si può
dire che alcune volte P. sale a cime tanto vicine all'idealismo che rasentano
il misticismo filosofico: così egli crede che alcuno possa aliqtw afflatu
divino divenir dotto uomo, in virtù di un maestro celeste « qui intus in anima
docet hominem scientiam »: e par un ioachimita o un* precoce ontologo. Ma chi
ben osserva s'accorge subito che egli anche una volta riduce la questione
filosofica a una questione religiosa, affermando quod hoc non solum vera
religio sentii, sed gentilis quoque consentii auctoritcts (*^). E altrove dice
che laddove delle umane cose la verità per esperienza ci si mostra, di Dio
invece nulla sappiamo se non ciò che dalle cose visibili può opinarsi (^*). * «
P. adunque liberato avendo, al dir di Carducci ("*), Yumano dai vincoli
teologici e mistici, « senti che la natura non è condannata, che non è
abominazione quello che umanamente si agita in un petto d'uomo, che il bello è
bene, che la vita ha il suo ideale, che l'anima si nobilita da sé idealizzando
se stessa ». P. infatti ne' suoi libri De vita solitaria e De ocio religioaorum
non si discosta meno che altrove dalla tendenza mistica che condusse gli
antichi asceti ne' deserti della Tebaide o a popolare i chiostri per tutte le
parti del mondo cristiano. Consideriamo brevemente il primo trattato che è
quasi prefazione all'altro, come P. stessa ci avverte. Egli sin dal principio
confessa bene di sapere che altri santi avevan scritto della vita solitaria, e
fra essi Basilio; ma non ne conosce che- il titola (De solitaria^ vita^
latidibus); e non si è dato neppure pensiero di prepararsi a scrivere con lo
studio de' predecessori suoi, fidando nella propria esperienza e nell'animo
proprio. In verità la ragione è questa, che egli avrebbe fatto una fatica
inutile e avrebbe perduto il tempo. Egli esalta la solitudine non per se
stessa, ma per i beni che arreca, fra i quali primi la libertà e Vocium. La
solitudine del P. non è una specie di misantropia come dicono, fra gli altri,
il Ginguené e il Bartoli: tutt'altro; che anzi egli non pretende di imporre una
regola ad .alcuno, convenendo che ognuno segua l'indole del proprio animo: a
me, egli dice, « non tam pròprio studio alìove monitu ut ita sentirem quam
naturae ipsius persuasione consultum est. Tanto è vero ciò che confessa di aver
scritto questo trattato non per gli altri, ma per sé ('^). Egli vedeva nella
vita solitaria l'ideale della vita letteraria: « quod vita solitaria litterarum
ignaris gravior morte et martem allatura videàtur » ('*). Naturalmente l'uomo
solitario del P. non ha che vedere con l'uomo selvaggio del Rousseau: in primo
luogo perchè egli parla non ai fanciulli né agli uomini ignoranti, ma a chi già
per educazione e per studio sa approfittare di quella vita ("); poi perchè
protesta di non volere in alcun modo andar contro alla socialità dell'uomo; che
anzi vuole che la solitudine sia rallegrata da una eletta schiera d'amici e sia
così un lavorìo collettivo fecondissimo, un ocium operativo e utile alla
società: « volo solitudinem non solam, ocium non iners nec inutile sed quod e
solitudine prosit multis. i}ui enim ociosi prorsus eos miseros consentio,
quibus nec honesti actus exercitium nec nobilium studiorum... ». E al Patriarca
di Gerusalemme, al quale aveva diretti i due libri intorno alla vita solitaria,
già si accingeva, se quegli non fosse morto, a scriverne altri due su la vita
attiva: segno questo che fra le due opere non doveva essere contraddizione.
Concependo così la solitudine quale luogo in cui l'uomo, non distratto dalle
corruzioni delle città, può con lo studio essere utile alla umanità, alla quale
vuole che i propri studi sian trasmessi ("), P. giunge alla vera
definizione della vita solitaria chiamandola vita filosofica ('^). Nella
solitudine infatti egli ebbe ispirazione e agio a scrivere la maggiore e
miglior parte delle sue opere. Nel De vita solitaria egli ha trattato della
solitudine del luogo; ma avverte che ve n'ha un'altra: quella dello spirito,
che chiama ocium: la prima è la preparazione della seconda ('^). E scrivendo il
P. in forma epistolare ai monaci della certosa di Montrieux non è però a
meravigliare che, trattando della solitudine per quella parte che a monaci
s'addiceva, la vita filosofica divenga vita religiosa nel De ocio. E non mi par
giusto dire che questo scritto sia tutto un arido ascetismo: prima, perchè in
esso si parla di molte cose che son tra filosofiche e religiose; poi, perchè il
vacate ut vacetis che è l'intonazione del trattato va inteso nel senso di non
Idborare, e il laborare è definito: currere post concupiscentias ('^), ossia
menar vita mondana e immorale. Che se alcune volte, come nel primo libro, paia
ad ora ad bra ri|:ornare il suono di quelle parole: quid prodest liomini ecc.;
e nel secondo: vanitas vanitatum ecc.; e se P. vede gli angeli scendere dal
cielo a tener dolce compagnia all'uomo che vive in solitudine (^^): io non
negherò che il misticismo di Gersone non abbia lasciato in questi trattati
alcun vestigio qua e là. Si tenga presente che il Medio evo non era ancora
passato. Inoltre io* ricorderò che P., scrivendo st Marco amico suo (**), che
voleva farsi frate, dopo avergli mostrato il pregio maggiore della vita
politica spesa in servigio della propria patria in confronto con la grettezza
della vita claustrale, lo dissuade da tal pensiero: e poteva citargli anche il
proprio esempio. Del Secretum parleremo più innanzi. Intanto noto che molto
erroneamente seguitano alcuni a chiamarlo De contemptu mundio e lo confrontano
poi al De contemptu mundi di Innocenzo III, che il P. forse neppure conosceva.
Quest'opera del noto pontefice è veramente un trattato ascetico, laddove il
Secretum è la storia veridica dell'animo del P., che in esso trasfuse la foga
del suo cuore innamorato di Laura e della gloria. Né il De Giovanni (^*) pure
credo che colga il vero quando lo riavvicina al De contemptu saeculi di san
Bonaventura, che volle davvero con esso persuadere gli uomini a lasciare il
mondo e a ritirarsi a Dio. Senza dire che anche questo trattato non ha, per
l'argomento, che vedere con le intitna confessioni del P. (che tale infine è il
significato del Secretum); ma basta guardare alla conclusione del filosofo
serafico per persuadersi che siamo ben lontani dal pensiero dal P. espresso nel
Secretum e negli altri trattati su detti: « Fugite et salvate animas vestras.
Convolate ad urbes refugii,^ ^d loca videlicet ubi possitis de praeteritis
agere poenitentiam, in praesenti obtinere gratiam, et fiducialiter futuram
gloriam praestolari. Il Petrarca non ha mai parlato in questo modo, che è la
negazione della sua solitudine e del suo ocium, €ome abbiamo notato. Non si
parli dunque di arido ascetismo. Né tuttavia si neghi che il sentimento
religioso del Petrarca non ascenda alcune volte a un mite e sano misticismo.
Imperocché anche a uno spirito sano e pur sinceramente religioso, il quale
pensi che a questa mortai vita un'altra ha a succedere, nella quale si vedrà la
vanità di ogni operazione e di ogni pensiero che non vadano al bene, può avvenire,
io penso, di scrìvere e di sentire molte volte cose simili a queste: « Ogni
volta che io per mezzo della mia ragione mi sollevo in quell'alta rocca aerea
dello spirito che al pari delle cime d'Olimpo ci fa vedere sotto di noi le
nuvole, io sento in qual tenebra, in qual nebbia di errori noi qui su la terra
ci aggiriamo Sono fantasmi che ci tormentano, larve che ci spaventano, fulmini
che ci atterrano e ci trasportano in alto come deboli canne. Il pessimismo del
P.- Il pessimismo Cristiano - La vita umana secondo P. - Il De remediis
utriusque fortunae - P. e il Leopardi - L'acedia e le contraddizioni del
Petrarca hanno radice nel suo sentimento religioso. « Tota philosophorum vUa
comtnetUcUio mortia est > m^'M o penso che con queste parole possa bene
accordarsi ancora 1' amore alla vita, alla bellezza, a ogni grande idea umana,
alla società terrena: intendendo che per un animo naturalmente religioso Y uomo
anche quaggiù ha una missione a compiere e un ideale da conseguire. Vorremo con
spregio chiamar mistici tutti coloro che credono in Dio e nella vita futura?
Forse il segreto proprio della grande anima di Francesco P. non è il misticismo
per se stesso: occorre invece ricercare quale concetto egli avesse della vita
umana. Ugo Foscolo (*^) nota che P. inclinava a una sensibilità morbosa,
malattia ch'è propria degli uomini di genio: da questa dipendeva anche il
continuo cambiamento di umore e l'animo per natura proclive alle passioni. Egli
ci appare già nel trecento con i segni del morbo di Giacomo Leopardi. Francesco
P. e Giacomo Leopardi sono due nomi che paiono contrari, e invece sono presso
che sinonimi. P. per lungo tempo è stato considerato come il più felice degli
uomini della nostra letteratura; il quale dalla generazione i cui padri avevano
perseguitato e condannato l'Alighieri, riceveva lodi e trionfi in quantità. Ma
chi ha letto tutte le opere del P. può confessare, credo, che la nota
fondamentale del sentimento suo è sempreil dolore, e il pianto gli sta continuo
su gli occhi. Al più egli fu felice sino al 41; ma dal giorno della sua
coronazione le sventure non gli hanno lasciato tregua mai (**): furono morti di
amici a lui più cari, dolori domestici tanto più grandi quanto meno egli ne
parla: le passioni poi dell'anima e del corpo, che in uomo volgare non
apportano grande turbamento, suscitavano in lui tempeste grandissime; la
ricerca affannosa di una felicità ch'ei non trovava lo rendeva incapace di
fermarsi in luogo alcuno. A tutto questo poi si aggiunga l'eredità che col
cristianesimo il sentimento religioso gli aveva apportato: vo' dire il
pessimismo. « È innegabile che la religione cristiana contiene* in sé più che i
germi della funesta malattia: la quale tuttavia potè svilupparsi per un
procedimento storico che, non essendo stato ancora ben definito, sarebbe
argomento di importantissimo studio. Nella, predicazione di Cristo e ne'
vangeli non c'è il disprezzo di questa vita e quel riguardare la natura un
peccato (*^). Ma in seguito il cristianesimo, aiutato in ciò dal dogma e dalla
filosofia, fonda il suo pensiero filosofico religioso su due basi essenzialmente
pessimiste: la colpa originale e la predestinazione. Certo anche in Platone è
qualche traccia dell'hoc lacrymarum valle nella dottrina del carcere corporeo;
e anche Cicerone aveva detto, come P. -spesso ricorda: haec nostra quae diciiur
vita niors est; così che anche ne' filosofi gentili egli trovava la vita dover
essere commenlatio nwrtis. Ma le religioni classiche, greca e romana, ebbero
appena un sentore della grande lotta che stava per scoppiare fra l'umano e il
divino, fra il senso e la ragione, fra l'uomo e Dio. Nel Medio evo essa scoppiò
terribile, e condusse il cristianesimo a parteggiare per Dio contro l'uomo e
l'umanità, per lo spirito contro il senso e la ragione, per il cielo contro la
terra. Nell'animo italiano popolare tuttavia noi abbiamo già osservato che il
sentimento religioso non portò mai il popolo nostro a quest'ascetismo così
fuori della vita umana e sociale, e che ciò fu merito principale della
tradizione classica ereditata col sangue dai nostri padri.' ^E non ci fa
meraviglia quindi che anche P., quasi inconsciamente, cercasse con la filosofia
platonica di nascondere i due punti più pessimisti del cristianesimo su citati,
credendo in un'esistenza futura delle anime negli astri e nella bontà naturale
di ogni anima (®^). Ma la lotta esisteva latente sì, ma feroce: e P. è il primo
uomo che nel Medio evo avverti il contrasto dei secoli, e nel suo animo
profondamente religioso vide concentrate tutte le guerre passate: da una parte
i padri della Chiesa e i santi del Medio evo; dall'altra i classici latini e la
tradizione italiana e la corruzione del Papato. A un amico che aveagli chiesto
qual giudizioegli facesse della vita, rispose^ ^ Sembrami la vita essere
albergo di dolorosi travagli, teatro d'inganni, labirinto di errori, palco di
giullari, deserto orribile, fangosa palude, tenebrosa spelonca, campo pietroso,
tana di belve, sonno inquieto, ridente frenesia, speranza inutile, gioia
bugiarda, riso scomposto, inutil pianto, ansia perpetua, morbo continuo, doppia
malattia, titoli infami, vaso fesso, sacco sfondato, lusso idropico, avida
stomacaggine, nausea famelica, fiore caduco, osteria di passaggio, carcere
tetro, nave senza governo, laccio traditore, scoglio durissimo, vento
impetuoso, turbine nero, pelago procelloso, sentina di libidine, abisso d'odi,
canto di sirena, onorata vergogna, velata ignoranza, regno di demoni ecc. ecc
Ed è peggiore ancora » f ^). ^ È inutile quindi chiedergli che cosa è la morte:
egli vi risponderà che è la fine di ciò che dianzi ha detto della vita. E chi
volesse su questo argomento confrontare P. con il Leopardi troverebbe che quasi
tutti i Canti di quest'ultimo hanno già la loro ispirazione nel Canzoniere del
primo. E pur tuttavia né P. né il Leopardi hanno nulla a vedere con il
pessimismo tedesco o schopenaueriano: che dalle loro maledizioni scoppiano
inconscie le benedizioni, nel pianto trovano la gioia delle lacrime, nell'odio
l'amore; i loro versi indicanti disprezzo della vita se li metti insieme ne
formano l'inno di ammirazione più bello. Ed é per questo loro stato psicologico
perenne che nei loro scritti troviamo serpeggiare il dualismo,, come due
fossero gli scrittori, e nella loro vita dominare sovrana la contraddizione. Il
pensiero della morte riempie gli scritti e la vita loro; l'uno nel Secretum scrive:
patrie iam hominem natum poeniteat (**); l'altro nei Canti: nasce l'uomo a
fati4ui, — ed è rischio di morte il nascimento {^% E al P. e al Leopardi balena
l'idea del suicidio con fiamma solfurea; e l'uno compone a morto il proprio
corpo {^% e l'altro sente già le membra sue sciogliersi e confondersi
nell'infinita vanità del tutto. In alcun luogo P. poi osserva: « D'esser vivo
non si lagna nessuno: tutti della povertà, della fatica, della vecchiezza,
della malattia, della morte metton lamenti, quasi che men della vita fossero
queste cose secondo natura » (^^). Ed ecco balzare una concezione deUa morte
tutta opposta, quella che il Carducci ricorda, la greca eutanasia^ e divenir
bella nel bel viso di Laura e il P. desiderarla come dolcissima cosa. Anche nell'universo
essi videro riflettersi ugualmente l'odio e l'amore. P. del Canzoniere diventa
scrittore del De reniediis, che nella prefazione del secondo dialogo della
fortuna avversa, vedendo l'odio divenir legge universale, giunge
inconsapevolmente alla dichiarazione di un principio che è agli antipodi di
tutta la sua filosofia: la lotta per l'esistenza, ch'egh, precorrendo non so
come lo Spencer, dimostra lungamente per il genere minerale, vegetale, animale,
umano. Ma se voi poi aprite le lettere, trovate al contrario: « Amore unisce e
governa le anime e la materia e tutto l'universo » (^^). Cosi se voi prendete
il Secretum, leggete a una pagina tutta l'esecrazione del peccato di amar
Laura, e nell'altra: « nihil pulchriua excogitari queat »; e non solo egli ama
lo spirito di Laura, ma anche il corpo: « animam cum corpore ». Quest'amore
bello e umano ritorna ad ora ad ora anche nei versi dell'infelice Recanatese.
Che cosa è l'uomo? * Nil miserius homine, nil debilius, nil pauperius »: così
P.; ma intanto riconosce l'importanza dello studio psicologico, aggiungendo: «
nimis magna res est ». Nella prefazione del primo libro del De remediis {^%
considerando le umane cose, dice che noi siamo per natura condannati all'infelicità:
le cose presenti ci annoiano, le passate ci attristano, le future ci fanno
guerra. Così noi trasciniamo una vita, il principio della quale è posseduto
della cecità e dall'obblivione, il mezzo dalla fatica e il fine dal dolore, e
l'errore poi signoreggia tutto. Ciò non accade agli altri animali, i quali
cercano di scampare solo dai mali presen^(i, di maniera che sarebbe quasi
meglio che noi fossimo privi di ragione, perchè voltiamo a nostro danno le armi
della nostra divina natura (^^). Ed egli è tanto persuaso che le ricchezze, gli
onori^ gl'imperi siano grandi fatiche, più gravi della povertà e dell'esilio é
della morte, che imprende a scrivere non per dilettare, ma per far opera
giovevole e dissipare gl'inganni {^^^). E siu dal primo dialogo, parlando della
gioventù, che suol riputarsi un bene perchè più lontana dalla morte, osserva
amaramente: « se due andassero al patibolo chiamereste voi forse meno infelice
il secondo, del primo? ». Così procedendo egli arriverà in questo medesimo hbro
(^^^) a dichiarare che nessuno può quaggiù esser felice mai, neppure colui che
è virtuoso, « qui aeque miser est habendtis ». E si toglie anche ogni speranza,
e l'ultima dea fugge innanzi a questo sillogismo: * chi spera non ha, dunque lo
sperare è privazione, dunque è un'infeUcità dell'anima »; laonde P., ridendo
delle discussioni filosofiche intorno al bene, conclude: « bene sperando et
male hahendo transit vita mortalium ». Né voglio ora neppur accingermi ad
esporre il pensiero del P. intorno alla gloria e alla fama: tutti lo conoscono.
L'autore del Favini ovvero della Otaria ha ridotta in nuova forma ciò che nei
Trionfi € nel Secretum e in quasi tutte le opere petrarchesche è ripetuto
(***). Al contrario, come il Leopardi per la gloria sopratutto scrisse e visse,
P. medesimamente aveva confessato nel Secretum (*^^) di aspirare alla umana
gloria: « ut mortalium rerum inter mortales prima sit cura transitoriis »;
d'altronde, aggiunge nel De remediis {^^% tutti i più grandi uomini haii
bramata la gloria umana, benché questa sia molto grave per i continui affanni
che apporta: « durum «erte, sed tollerabile, imo et invidiosum et optabile ».
Ed ecco uscire una falange di critici poco benevoli i quali si dolgono che
messer Francesco, dispregiando tanto l'umana vita, abbia sino alla morte
cercato Laura e il dolce lauro. Certamente poi prende un grosso abbaglio il
Koertiiig quando vuol fare del pessimismo del Petrarca un anticristianesimo
(*^^): esso ne è anzi la logica conseguenza. Il pessimismo del P. e quello del
Leo' pardi hanno per comune fondament o la noia di questa vita; ma poi si
discostano grandemente in questo, che P. ha ancora un profondo concetto
religioso; nel Leopardi al contrario è succeduto il dubbio alla fede, e la
religione s'è trasmutata in un panteismo filosofico: Torquato Tasso col suo
doloroso dubbio è forse, per nascosto tramite, l'anello di congiunzione fra il
trecento e l'ottocento. Concludendo, noi intendiamo che la malattia del P. di
cui si confessa egli stesso, cioè la famosa acedia o aegrUudo animi, sia
veramente quel morbo terribile che il Cristianesimo ha lasciato in eredità alle
anime che più sentirono il bisogno di amare e di credere insieme, di accordare
la ragione con la fede, lo spirito col senso: l'ultimo grande malato di acedia,
ma già inguaribile, fu il Leopardi. Certamente dunque errano coloro che
sentenziano P. essere stato né più ne meno che uno scettico, e confrontano il
Leopardi con lo Schopenauer: essi non tengon conto dell'importanza e profondità
e varietà del pensiero religioso ne' grandi nostri. Tutte le contraddizioni di
Francesco P. si riducono infine a questo: che il suo pensiero religioso
vacillava fra la tristezza del cristianesimo e la serenità delle religioni
antiche, fra l'autorità de' libri santi e lo scandalo vivente della Chiesa di /
Roma, fra il Medio evo e il Rinascimento. Il pensiero religioso voleva in lui
divenire pensiero filosofico; e nel terribile sforzo P. ne sofferse
grandemente, ma aprì la via al quattrocento e a Telesio e a Pomponazzi e a
Bruno e a Campanella. P.
non è strettamente un filosofo [cf. H. P. Grice: Two senses of ‘philosopher’:
professionally engaged in philosophical studies; disposed to provie general
reflections about life. Ma
ne' suoi scritti è un ampio contenuto filosofico - E aveva ancora ingegno
filosofico - Il P. e la scienza - Meriti filosofici del Petrarca - Il Rerum
memorancfarum - Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia.
Andar dobbiamo in tracce di nuove cogniMtoni indefessamente finché ci duri la
vita EL pensiero religioso adunque di Francesco P. sono da ricercarsi il
pensiero e il concetto ch'egli ebbe della nuova filosofia. Con questo non
intendo di scemare il merito suo. I suoi libri sono pieni della filosofia
antica e moderna: e credo che tutto Cicerone sia in essi trasfuso, e che
Agostino e Lattanzio e altri molti trovino in essi tanta parte delle proprie
dottrine che volendo anche solo riassumerle non basterebbe un grosso volume
{^^^). Ma nel grande crogiuolo, per così dire, della sua mente, tutto acquista
uno scopo e un carattere subiettivo proprio del P. (*^'). Il quale perciò molto
liberamente prende intorno al suo argomento le opinioni di ogni scuola che a
lui sia utile, a costo di cadere in contraddizione filosofica {^^^). Quindi
(egli stesso lo afferma) non è giusto, come molti fanno, chiamarlo né
peripatetico né accademico, né stoico; e neppure eclettico, perché l'eclettismo
{^^^) e una sapiente ricostruzione con argomenti tolti da molte filosofie, sì
che formino Town unico edificio: nel P. questo non è. Né, €ome abbiam visto,
egli è filosofo mistico né razionalista, benché misticismo e razionalismo
abbiano sì grande parte nelle opere sue. Dunque il Petrarca, per questo
rispetto non si può chiamare filosofo: ciò non toglie ch'egli nella storia
della filosofia non abbia diritto a un posto importantissimo. Vero é che P.
aveva ingegno filosofico e nelle sue opere sono infiniti i brani che ne
dimostrano l'acutezza. Osserviamone alcuni brevemente. A Cicerone che aveva
detto gli uomini sovrastare ai bruti per la favella, P. fa osservare che la
facoltà discorsiva presuppone l'altra intellettiva, e che se quella mancasse
basterebbe questa perché l'umana specie fosse molto al disopra dei bruti: ai
quah tuttavia, se non furon dati l'intelletto la scienza e la memoria, é da
riconoscere alcun che di simile all'intendimento e alla discrezione (^^^). E al
pari di Dante che con novità aveva nel Convito definito la filosofia un amoroso
tiso di sor pienza, egli, combattendo i cattedrari e plebei filosofi del tempo,
affermò che essendo la filosofia amore, cioè desiderio di sapienza, ogni uomo
che la vuole può amandola conseguire. Che se alcuno gli facesse obiezione che
non tutti nascono con uguale ingegno, egli risponderebbe essere necessario star
contenti fra i termini che al nostro ingegno posero Dio e la natura: «
imperocché fino a tanto che aDdremo in traccia di nuove cognizioni, e andar vi
dobbiamo indefessamente finché ci duri la vita, luoghi tenebrosi e oscuri ci si
pareranno d'innanzi ogni giorno per entro i quali cercherà invano di penetrare
la nostra ignoranza: e quindi a noi tristezza rancore e dispetto contro noi
stessi; ed ecco la scienza che ti promettevi ricca sorgente di puro diletto
fatta cagione di molestissimo affanno e della vita nostra non più fida scorta,
ma morbo micidiale. Deesi con lo studio aiutar l'ingegno, non sforzarlo dove
salire non poi^sa, che ciò facendo cade a vuoto » (**^). Anche in ciò mi pare
che il verso dantesco spesso frainteso: state contenti umana gente al quia; non
potrebbe desiderare miglior commento. Chi accuserà Dante Alighieri di avversar
la scienza, per cercar la quale egli condotto di girone in girone, di balzo in
balzo dà l'esempio più manifesto del cammino dell'umano sapere che di collo in
collo ricerca affannosamente il vero? Nelle parole del P., in quell'andar
indefesso finche ci duri la vita, è un forte sentore di quella dottrina che il
Vico e gli Enciclopedisti chiamarono dei progresso. Certo non ne mancava la
fede a chi scriveva: « Scorrano più* dopo noi altri dieci mila anni, si
accumulino secoli a secoli, mai non sarà chiusa la strada a nuovi trovati »
{^^% Evidentemente siamo ben lontani dalla filosofia del tempo che nelle scuole
insegnava ogni verità essere nei modi del sillogismo contenuta. Ma « la
dialettica (scriveva P.) è un mezzo e non un fine, come al contrario stimano
essi »; ed ei voleva non che ne lasciassero lo studio, ma che s'affrettassero
in quello, affinchè loro fosse scala a cose più alte {'''). Egli per primo nel
suo tempo diede esempio della nuova filosofia, ripristinando il metodo latino
di trattazione che già aveva fatto mirabili prove con Seneca e con Cicerone e
anche con Platone e con Agostino. Così sciolse le ferree catene che spesso nel
Medio evo tolsero le ali a fortissimi ingegni, e- ravvivato alle fonti della
natura e della vita umana il contenuto della nuova filosofia, essa potè poi
spiccare il volo alla grandezza del Risorgimento e della moderna filosofia
Quale concetto ebbe P. della nuova filosofia e a qual ufficio la destinava? Il
Rerum memorandarum doveva esserne un primo esempio, iniziando un commentario di
tutte le virtù. Ma, così come ci è giunto, non è che un insieme disordinato di
alcuni appunti: i quali paiono colonne grandiose di un tempio non più eretto.
Si comincia dalla prudentia, e dìstinguesi in memoria, intelligenza,
provvidenza: Tintelligenza, pure ch'egli definisce cognitio rerum praesentium,
distinguesi in speculativa e pratica: la perfetta è quella che <;ongiunge
pensiero e azione. Così logicamente si giunge al concetto di una filosofia che
sia medicina delle anime; e il suo ufficio è insegnar Varie di ben vivere
(**'). La stessa eloquenza diviene una parte della filosofia. Cicerone l'aveva
infatti definita: « nil aliud nisi copiose loquens sapieniia »; e Catone: «
orator est vir bonus dicendi peritus *: e P. unendo la sapienza della mente
alla bontà dell'animo arrivò al concetto della vera eloquenza, come del primo
frutto della nuova filosofia. Si comprende allora che quando spesso dice che
Platone è più eloquente di Aristotele, non fa, come comunemente si dice, una
questione retorica. E però con profonda verità afferma, sin da giovine,
studiare non per divenir dotto, ma per migliorare la propria vita (^**), E
altrove esce in queste bellissime parole che io vorrei fossero meditate da
coloro che in un modo o nell'altro oscurano la santità della vita del grande
Aretino (*^^): « Tutti non possono essere Ciceroni, Fiatoni, Omeri, Vergilii;
ma buoni sì che tutti possono divenire pur che lo vogliano. È degno di molta
stima, se buono sia, pur anche il pescatore, l'agricoltore, il pastore. Meglio
l'uomo dabbene senza il sapere che non il sapere senza l'uomo dabbene. La virtù
vera poi è quella che insegna a sentir rettamente di Dio e a operare rettamente
fra gli uomini (**®). La nuova filosofia è dunque, come egli splendidamente
dice, una cultura delVanimo (**^), intendendo a darle due uffici nuovi: Funo
educativo^ Faltro psicologico. « « In tanta barbarie e viltà ecclesiastica e
feudale si comprende bene quanto grande fosse per la coscienza italiana il
beneficio della nuova filosofia nel rispetto politico e sociale. Già il
Carducci notava che il concetto della libertà è più vivo in lui che in Dante
(*"). E in verità in tutto degna del grande Astigiano è la uscita del P.
di Parma assediata e piena di ignobili guerriglie: « Ed io fra queste strette
sentii nascermi in cuore il desiderio di quella libertà che ardentemente sempre
bramai, che fu lo scopa di tutti i miei voti, alla quale io corro di continuo
»; e coraggiosamente di notte esce tra i nemici, è assalito e attorniato, cade
e riman pesto e senza flato; si rimette in sella, solo; e sotto grandine e
pioggia, mentre dalle mura lontane s'udiva il borbottare delle nemiche scolte,,
sotto il cavallo si accovaccia e aspetta l'aurora. Ed è poi degna del Parini*
l'altra lettera con la quale, dopo aver rinunziato alla carica di Segretario
del Papa, racconta a un amico come egli causasse quel giogo d'oro con infinita
gioia: « Io non voglio aver riguardo, scrivendo, alla dignità e alle ricchezze
di chi mi legge: voglio che un papa e un re pongano nelle mie cose
quell'attenzione medesima che qualunque altro, ed anche più se son più poveri
d'ingegno. E il poeta della pace("*)cliviene poeta di guerra per la
libertà, senza la quale la pace è obbrobriosa (^*^). E scrive a Gola con
spiriti di cospiratore, e pieno dì odio alla tirannide e di fuoco ribelle in
una celebre esortatoria fa l'apologia dei Bruti (*"). Altrove contro la
tirannia additava il vero rimedio, la bontà dei cittadini: « se la patria avrà
anche un solo buon cittadino, non avrà lungo tempo un cattivo signore >.
Egli arrivò cosi, con Dante, al nuovo concetto della nobiltà, non più fondata
sul sangue ó le ricchezze, ma su la virtù e l'ingegno: e queste cose ascriveva
anche a Roberto e a Carlo IV, e aggiungeva: « tutto il sangue è d'un colore, e
qual è quel re che non viene da schiavi, o quel servo che non viene da re? »
("•). Di qui ancora la concezione di un governo al tutto democratico,
tanto che interrogato come cacciar si potesse di Roma la succeduta anarchia
additò e dìihostrò lungamente nella cacciata dei nobili tiranneggianti il solo
rimedio al male: « Via su dunque cacciate costoro e chiamate la plebe romana
alla dovuta partecipazione dei pubblici onori » (*^®), È cosa poi ben strana
nel P. un accenno alla grande utopia del filosofo dì Stilo, che dopo più dì due
secoli trovò neUa stessa isola di Taprobana la Città del Sole: « Nell'isola di
Taprobana (scrive P.) (***) che siede nell'oceano orien tale molto dì là
dall'India e per diametro opposta alla Brettagna, si elegge per arbitrio del
popolo il re, e non vi valgono o la ricchezza o la nobiltà del sangue, ma tutto
il favore si attribuisce alla virtù; di maniera che la grandezza o il parentado
non gli rimuove dalla elezione del migliore uomo: oh! santa e felice usanza che
è questa, la quale piacesse a Dio che s'usasse a eleggere i nostri re, che
forse non sarebbero succeduti per Taddietro ne' reami i figliuoli peggiori dei
padri, e i nepoti piti pessimi che i loro antichi, e non avrebbero corrotto e
guasto il mondo con la superbia e licenza loro »: là il re deve essere senza
figli, e se mentre è re ne avesse, deve subito abdicare. Quale il pensiero
politico dantesco, tale dapprima fu l'ideale politico del P.: cioè un
imperatore che fosse come arbitro di pace fra le cristiane nazioni (*^*); ed è
notevole che P. molto più chiaramente di Dante afferma doversi l'imperatore
tedesco considerare italiano (^^^). Vero è che in seguito s'accorse essere vana
ogni speranza in papi e imperatori. Allora ì due soli di Dante si oscurarono, e
le due spade che tanto avevan travagliato la mente de' Dottori medioevali egli
le vide spuntarsi. E dopo acerbissimi rimproveri a Carlo IV, finì col
dichiarare che l'Impero fu sempre l'infausto pianeta d'Italia (^^*). E il
pensiero e l'amore della grande Patria, ch'egli aveva sempre agitato, divennero
più splendenti e chiari che mai. P. per primo nelle sue canzoni italiane e ne'
carmi latini saluta c^hiaramente e dolcemente la santissima terra, la patria
Italia, cinta di due mari e altera di monti famosi, onoranda a un tempo in
leggi e in armi. E certo risuonò per molto tempo all'orecchio degli italiani
quel memorando verso: che fan qui tante peregrine spade? (*^^); perocché il
Machiavelli con quella canzone dà termine al suo Principe, e Stefano Porcari
muore recitando quei versi, e Giulio II compendierà la grande opera del P. col
grido famoso: ftiori i barbari. Chi condusse P. a tanta grandezza patriottica ?
Il De Sanctis dice che l'amore del P. all'Italia fu un amore filosofico. Non
credo. Forse più giustamente il Bartoli notò che nel pensiero religioso è in
lui la radice del pensiero patriottico, e lo confrontò con il Lamennais. Ciò
del resto è stato sempre sentenza comune a molti filosofi politici, che sin da
Platone pensarono che vera religio est firmamentum reipUblicae. Le relazioni
fra Chiesa e Stato sono per il Petrarca quelle medesime che fra Cristianesimo e
Paganesimo, rampollando entrambi dal pensiero religioso. Quindi non l'Impero
soggetto alla Chiesa, come in san Tommaso; non la separazione della Chiesa
dall'Impero, come in Dante; ma Chiesa e Stato tendenti a un unico fine: la
grandezza politica e insieme religiosa d'Italia. Ch* i* medemmo non 90 qnél eh*
io mi voglio i A queste brevi considerazioni si può, credo, concludere che come
l'Umanesimo nel trecento, intraveduto appena da Dante, ebbe nel P. il verace
precursore; così il Risorgimento filosofico, che in Italia si fa cominciare nel
quattrocento, ebbe inizio veramente con Dante e col P.: l'uno avendo alla
filosofia dato carattere laico, l'altro avendo abbattuto le scuole del tempo e
dato gU elementi della filosofia nuova. Quali sono questi elementi? Riassumiamo
brevemente. Il Fiorentino ne' suoi studi su la filosofia del Risorgimento
osserva che la disputa su la preferenza di Platone ad Aristotele costituisce,
se non tutto il significato filosofico del quattrocento, almeno la parte più
importante. E però, laddove tuttodì si afferma che il merito di ciò spetta a
Giorgio Gemisto e agli altri greci venuti in Italia dopo la caduta di
Costantinopoli, noi troviamo molto tempo prima doverne assegnare il merito a
Francesco P. È vero: il motivo che spinse P. alla preferenza della dottrina
platonica non è punto speculativo, e però rigorosamente filosofico. Ma certo si
esagera ripetendo ch'egli seguisse in ciò non so* quale proprio istinto, che
poi sarebbe un'inesplicabile leggerezza. P., abbiam veduto, non dispregia
Aristotele: tutt'altro. Egli conosceva bene e lodava grandemente l'Etica
aristotelica, ma diceva di non trovare in essa (ciò che è in Platone) l'ardore
che la virtù conosciuta deve di sé suscitare. Poi abbiam notato che il pensiero
religioso è la sorgente na-scosta così di questa, come di altre opinioni del
P.. Ora il Fiorentino stesso osserva che le contese del quattrocento ebbero per
vero motivo la questione del cristianesimo, al quale alcuni dicevano Platone
accostarsi maggiormente, altri Aristotele. E P., che né platonico né
aristotelico né ciceroniano voleva esser chiamato, ma cristiano, vide così
chiaramente ciò che altri sentirono confusamente. Anche intorno alla dottrina
aristotelica egli precorse le accuse, che affaticarono tanti ingegni nel secolo
seguente: non avere cioè Aristotele conosciuta la provvidenza e la creazione, e
aver negata la immortalità^^d^lTanima, senza la quale nessuna vera religione
può reggersi. Certo i libri filosofici del P. dovettero avere un'efficacia
grandissima su le nuove generazioni, se Gino Rinuccini quasi con le stesile
parole, certo con il medesimo pensiero, ripete col P. che: « Platone è maggior
filosofo che Aristotele perchè in sua opennione del- i Fanirna è più conforme
alla fede ca ttolica : ma nelle ' cose ch'anno bisogno di dimostrazioni e di
pruove Aristotele è il maestro di coloro che sanno. E Colacelo Salutati e Luigi
Marsigli e tutta una valorosa coorte di pensatori si misero a seguitare la
tradizione dal P. iniziata. E l'Aretino per bocca del Niccoli ridirà di
Aristotele col P.: « se i libri aristotelici, così come corrono si portassero
allo stesso autore, ei non lì riconoscerebbe per suoi, più che Atteone, i
convertiio in cervo, non fu riconosciuto dai suoi €ani » (^^®). Così P.
distinguendo Aristotele dai traduttori e mettendo in guardia i filosofi contro
questi, suscitò grande desiderio di conoscere il pensiero genuino del grande
Stagirita. L'Aretino stesso, sebbene platonico, misesi a tradurlo, e scorse che
anche in qUesto non mancava (come P. aveva indovinato, ma inutilmente)
quell'aureo fiume di eloquenza che era il pregio più generalmente riconosciuto
in Platone. Di Aristotele i primi libri tradotti furono gli Etici e i Politici.
Nelle dispute poi di eloquenza è vero che alcune volte si trascese a contese
solamente formali, ma in generale (come P. voleva) essa fu congiunta con la filosofia:
non vi fu cattedra di eloquenza cui non fosse aggiunto lo jsl;udio della
filosofia morale (^^^). 11 problema dell'immortalità dell'anima fu il più —
Siimportante che preoccupò i nuovi moralisti latini; finché si giunse al
Pomponazzi che nel suo cele^ berrimo libro De immortalitate animae affrontava
la grande questione e concludeva non potersi quella con le dottrine
aristoteliche dimostrare: il suo libro fu abbruciato dalla Chiesa. Ciò poi non
fa che mostrare, a mio avviso, quanto il sentimento cristiano informasse tutta
Topera di questi umanisti, il Valla compreso, come si disse. E tutto cristiano
è quell'idealismo di Marsilio Ficino, il quale tiene accesa una perenne lampada
innanzi all'effigie di Platone, della cui dottrina egli fu in quel tempo il più
grande maestro. Quelli che non ebbero molta attitudine filosofica preferirono
ad Aristotele e a Platone i filosofi posteriori, dal P. per primo messi in
onore: stoici, epicurei e specialmente eclettici; Cicerone fu il maestro di
questi, che da lui si chiamarono Ci\ ceraniani: e fra essi furono, oltre il
Valla, il Nizolio^ il Vives, il Ramo ed altri. Ma in ogni modo e i platonici e
ì ciceroniani [furono ugualmente avversi alla Scolastica: i primi per la
dottrina medesima che essa insegnava, gli altri anche per la forma barbara e
per i procedi 1 menti artificiosi. Insieme alla morale filosofia P. aveva \/
risvegliato la filosofia sociale e polìtica. Già Dante alle dottrine
scolastiche e alla concezione d’AQUINO (vedasi) del sole e della luna
(rappresentanti l'uno il potere pontificio, l'altro l'imperiale) aveva
sostituito l'altra dei due soli uguali e indipendenti fra loro. Il Petrarca
vide i due soli oscurarsi: e però nel suo pensiero religioso e patriottico egli
già prenunzia Giovanni Boccacci che deriderà finamente papi e papato, impero e
imperatori; e Marsilio di Padova che stabilirà la Chiesa essere costituita da
tutti ì fedeli, alla assemblea dei quali il papa deve essere ossequente, e,
combattendo la donazione costantiniana, proclamerà l'assoluta povertà di
Cristo. Il problema politico poi non sarà mai più abbandonato: anzi nella
pienezza del Rinascimento sarà argomento de' studi di profondi pensatori, che
son la gloria della nostra filosofica tradizione. La quale vediamo sorgere da
molteplici connubi di opposti elementi: da una parte cioè congiunge il
sentimento italiano profondamente cristiano all'odio contro la Curia e contro i
corrotti e corruttori pontefici, e assale la cupidigia e l'avarizia della
Chiesa; dall'altra tempra il misticismo inerente al cristianesimo col sano
risveglio dell'eredità latina,, sociale e politica, A tutto questo poi si
aggiunga lo spirito di libertà, del quale P. aveva dato sempre splendido
esempio, ribellandosi per primo a tutte le autorità antiche e moderne,
filosofiche e teologiche, qualora non gli garbassero. « Nihil saeculis nostris
invisius quam haec duo: veritas et libertas >: così egli scriveva; e però è
vero che dà il nome di divini filosofi a Platone, a Cicerone e ad Agostino, ma
eoa grande alterezza soggiunge: « ma rautorità di essi a me non toglie la
libertà del giudizio » (^**). E altrove, dopo di aver chiamato volgo spregevole
quelli che déiVipae dixit si facevan arma di logica, soggiunge che debbon esser
guide al filosofo: « et auctoritas et ratio et experientia . I tempi eran
maturi perchè con la voce di Martin Lutero s'elevasse anche quella di Galilei e
di Bacone. Seguitando a raccoghere nel Rinascimento italiano quelle auree fila
che nel P. hanno principio, non sono certamente da trascurarsi i due caratteri
principali che P., quasi senza avvedersene, diede al pensiero filosofico e
religioso: cioè il carattere naturalistico e l'altro psicologico: l'uno
condusse poi in filosofia al panteismo di Giordano Bruno e al naturalismo
scientifico; l'altro diede al sentimento religioso italiano una forza potente a
tradursi in grandissime manifestazioni artistiche e letterarie. II sentimento
della natura in Francesco P. è affatto nuovo, e traspare profondo da tutte le
sue opere. Leggendo la vita di questo letterato si rimane meravigliati della
quantità de' suoi viaggi e dell'intensa curiosità che lo spingeva a vedere
terre lontane e costumi stranieri. E oltre Vltinerarium Syriacum molte altre
sono le cagioni per cui egli meritamente è annoverato fra i geografi più
importanti di quel tempo. Così suscitando l'amore di nuove cose e distruggendo
pregiudizi e allargando le idee, P. preparò gli animi ai benefici effetti che
produsse la scoperta del nuovo mondo. I viaggi, dice il Kraus, hanno aperto gli
occhi a quest'uomo straordinario, e per mezzo di lui l'umanità del Medio evo
già declinante scoperse la magnificenza della natura che ci circonda. I viaggi
infatti nel Medio evo si intraprendevano per fini militari o commerciali o
religiosi; non per essere scopo a se stessi. P. superando difficoltà
incredibili e pericoli e disagi per strade spesso difficilissime viaggiava:
viaggiava per viaggiare e per vedere uomini e cose, popoli e costumi di lontane
regioni. Così egli è il primo che si recasse a un'ascensione alpina col solo
scopo di godere di lassù un'idea: la grandezza del paesaggio e dei monti. E di
lassù egli scoprì nell'infinito panorama la storia del mondo e dell'uomo e
dell'ultramondano: e al Medio evo, discesone, rivelò il nuovo pensiero. La
lettura di sant'Agostino lassù e le considerazioni mistiche che dal profondo
dall'animo gli suggerì, dimostrano quanto fortemente al sentimento della natura
egli congiungesse lo spirito religioso dell'anima sua. Ma un'altra cosa scoprì
P. dalla cima del Ventoux: scoprì che niente al mondo è più meraviglioso dello
spirito umano. Dante nella Vita Nova dà senza dubbio un esempio di psicologica
trattazione di cose umane; ma P. trovò un sentimento psicologico tutto moderno,
il quale consiste nell'irradiare fuori di sé Fanima propria con le proprie
passioni e nello stesso tempo dell'anima propria far centro di tutto
l'universo. Il fiore piti bello del pensiero petrarchesco, disseminato nelle
opere latine, è il Canzoniere. Il De Sanctis, nel suo saggio critico sul Pe-»
trarca, gli rimprovera l'abuso della riflessione nelle poesie italiane (*^*).
Questo deriva da quella finissima analisi che P. fa nel suo Canzoniere delle
sensazioni e dei sùbiti moti della propria psiche. Le canzoni specialmente sono
alcune volte una vera poesia psicologica: fra l'altre quella: i' vo pensando; è
un piccolo Secretum^ e con l'ultimo verso: E veggio 1 meglio ed al peggior
m'appiglio; ridicendo felicemente il noto: tMeo meliora prcboque, deteriora
sequor; conclude l'esame di una situazione perenne dell'animo umano: così nel
Secretum^ dopo i molti ammonimenti di Agostino, P. risponde ringraziando, ma
poco persuaso di essersi convertito. E questa lotta fra senso e ragione che nel
Petrarca è alimentata dal pensiero filosofico religioso, Jfa del Canzoniere un
romanzo, nel quale l'amore per Laiu-a, sensuale dapprima, si raffina e purifica
sempre più finché diviene sopratutto spirituale, e il poeta parla poi nei
Trionfi con l'anima della morta amica. E forse tenendo conto maggiore di questo
psicologico svolgimento non si sarebbe detto che Laura è parto fantastico del
P., o che nel Canzoniere si cantano molte Laure o una Laura al tutto ideale
(^*^). Chi sa ben leggervi^eiitro nelle Rime scorge tutto aperto il cuore del
P.; il quale, facgndo^disè specchio, ci ha descritte le piu^nrrtinie fibre del
suo seriliììreiito. Il mmidaè un accessorio per lui, per ciò che egli lo
esamina colorato e trasformato dalle proprie impressioni. Talora, dice il De
Sanctis, pare che scherzi con l'anima propria. Così, approfittando di questo
specchio che il P. ci mostra di se stesso, non sarebbe difficile, credo,
seguire nel Canzoniere lo svolgersi del sentimento filosofico religioso,
notandone la parte che il misticismo e il pessimismo e la ragione vi prendono
(^*®). Chi ha notato, per esempio, per qual tramite ascoso vengon fuori dal
cuore del poeta i confronti tra Laura e Cristo e la Vergine?. A ogni modo è
certo che il colore, dirò così, psicologico, che è il carattere vero e novissimo
del sentimento religioso del P., è a lui tutto proprio e ben diverso da quello
che è, per esempio, in Agostino. Si prenda il Secretum e si vedrà chiaramente
quanta è la differenza fra esso e le Confessioni del santo. Agostino scrive fra
la calma dello spirito, quando la passione essendo passata egU poteva
tranquillamente raccontarla: P. scrive il Secretum nel momento più feroce della
passione , e non per altro che per dar sfogo alle lacrime e parlare con sé
della passione sua. Nelle Confessioni è la gioia del convertito; nel Secretum
il dolore di chi cerca di convertirsi senza volerlo seriamente , perchè non
persuaso che l'ascetismo e il misticismo siano tutta la «vita. Nello scritto
del santo la sacra Scrittura, il vangelo, la metafisica; nel Secretum le
sentenze pagane e il pensiero umano imperano. Nell'uno la propria vita 4
narrata quasi per propaganda cristiana e a scopo polemico contro gli eretici;
nel* l'altro i fatti non servono che a indagare l'anima propria, che appare
misteriosa e profonda e tenebrosa tanto che l'occhio a fatica vi discerne.
Neppure nella Vita Nova s'arriva a tanto: essa è un commento a un aspetto solo
della grande anima dantesca e non ne cerca le profonde latebre. Il Secretum è
senza dubbio il primo vero ro* manzo psicologico, e toltane la forma dialogica
e l'aridità che qua e là deriva dal tempo e dai modi personali del P., si
potrebbe per alcuni rispetti confrontare con l'Ortis: certo non vi manca
l'amore della patria e dell'arte e di tutto ciò che è bello e gentile,
mescolato con quell'infinito dolore che si chiamò poi la malattia del secolo,
di cui l'ultimo malato fu Giacomo Leopardi. # Il Segré nel congedare, lo scorso
anno, i suoi Studi petrarcheschi (*^°) scriveva nella prefazione: L'età, di cui
P. è stato l'iniziatore, è lì, lì per chiudersi, e i fulgidi albori di una
novella, che scorgiamo disegnarsi baldi all'orizzonte, comincian di già ad
offuscare una espressione di vita spirituale che con diverse vicende domina
ormai da cinque secoli. Quella modernità petrarchesca fra breve, io credo, noi
non la comprenderemo più »: ed egli esorta ad affrettarci, finché lo possiamo
intendere, nello studio del P.. Ma (alcun frutto mi sia lecito trarre da questa
modesto scritto) così vorrei io concludere: — Come Dante diviene ne' secoli più
grande per il suo verso divino, così P. per Yumanità del suo pensiero vivrà
eterno. E sempre più necessario sarà l'interrogarlo; finché sarà continuo il
contrasto tra la ragione e il senso, tra l'elemento eterno e il caduco che
hanno loro sede nell'inteÙetto e nel cuore umano. De Odo religiosorum, I, a
pag. 307 dell'edizione latina delle opere tutte del P. stampata a Basilea nel
1554, secondo la quale sono anche le citazioni seguenti. Vedi Storia della letteratura italiana VII,
Francesco P., ipsig. 55. Vedi
gl'importanti lavori su Italia mistica e Italia parganay già pubblicati nella
Nuova Antologìa, ora riuniti nel volume Dal Rinascimento al Risorgimento
(Sandron). Questa è la conclusione dello
studio Italie mystique di Emilio Gebhart. (5) Per Dante veggasi il Tocco: Quel
che non c'è nella Divina Comìuedia ossia Dante e l'eresia (Zanichelli 1899). Il
P. poi nel De Odo (pag. 305) elogia Agostino perchè combattè coloro che avean
predetto che il regno di Cristo non sarebbe durato più di trecentosessanta
anni: forse P. pensò che le predizioni ioachimite e le altre fossero un seguito
di quelle antiche avversarie del Cristianesimo. Egli infatti poco oltre (pag.
508) distingue le eresie in rispetta solo al dogma dell'Incarnazione (laddove
le profezie ioachimite riguardavano l'avvento dello Spirito Santo) in due
classi: l'una egli dice, fece di Cristo solo un Dio, l'altra solo un uomo. E
(cosa ben strana questa ignoranza in Dante e nel P. del moto ereticale
contemporaneo) seguita dicendo: ma la verità è ora divulgata tanto che neppure
su r animo di una vecchia (anicula) fa presa, perocché anche senza dottrina
soio con la fede e la semplicità essa si difende. Invece il male del suo tempo
P. afferma essere un* obiezione contro la fede, la quale, sebbene faccia molto
paura a messer Francesco, pur non è una vera eresia, ma un dubbio incredulo e
(come ei lo chiama) specioso; ed è questo: se Dio voleva salvare gli uomini
poteva dar loro forza maggiore o comandare cose men dure. Egli non confuta il
dubbio, ma si rivolge pregando a Dio, e afferma contro le predizioni in
generale che è Satana che ci tenta alla prescienza, « quae nec possibilis est
homini nec necessaria profecto nec utilis », « cita, fra altro, il De
divinatione di Cicerone. E neìVEp, sen. I, 5 a Giovanni Boccacci, a proposito
della nota profezia fatta da un frate all'autore del Decamerone, scrive di
diffidare delle profezie dei viventi: « nuovo e inusitato non è che fole e
menzogne si coprano sotto il velo di religione e di santità, e del giudizio di
Dio si faccia mantello alla frode e all'inganno ». Per il moto ereticale
veggasi specialmente il lavoro del Tocco: L'eresia nel Medio evo (Firenze 1886,
Le Monnier). Cfr. Vita solitaria, 1. II,
sectio VII, 1. (7) Cfr. oltre il Barzellotti: op. cit.; anche il Fiorentino: Il
Risorgimento filosofico nel Quattrocento (Napoli) IV: opera postuma a cura
dell' Imbriani. Cfr. La filosofia nel periodo delle origini in Vita Italiana,
primo volume. Così il Conti nelle sue
importanti lezioni di storia della filosofia (S. Tommaso e Dante). Del resto
questo non potè alcuno affermare del De Monarchia, nel quale il pensiero di
Dante è ben lontano dal tomista. Cfr. anche un mìo lavoro (Del sistema
filosofico dantesco -nella Divina Commedia — Zanichelli 1902), nel quale cercai
vestigia di platonismo nella Divina Commedia. Vedi Tocco: L'eresia nel Medio evo,
Introduzione. Così nel De unitate
intellectus contra Averroistas. (12) Cfr. De Bemediis utriasque fortune^: I,
dialogo 46 e 112. Gfr. passim scrìtti del P.. Per esempio EpiatóloB fam, I, e
XII, 3 (le cito nell'edizione del Fracassetti). Ep. fam. I, 11. (16) Ep. fam. I, 6.
(16) Gfr. Rerum memorandarum, II: Aristoteles. Vedi Renan: Averroés et Vaverroisme.
Essai historique. deux part. . Vedi V. De Giovanni:
Le prose morali e filosofiche di Francesco P. in Francesco P. e il suo secolo
pubbl. nel VII centenario della morte del P.. Si vegga nel De Vita solitaria II, sectio IV,
% in cui dopo avere confrontato i principi cristiani con Maometto, tratta: « De
reprehensione regum et principum nostrorum qui somno, voluptacibus, turpibus
lucris, subditorum spoliationibus oc caeteris vitiis imcumbunt, et nullus eorum
Terrae Sanctae dispetti dio movetur ». (ao) Gfr. Senili XV, 6. (21) Gosì
intendendo V opera del P., essa acquista ben maggiore importanza di quel che
non parve al Voigt. (Il risorgimento dell* antichità classica — traduzione italiana
del Valbusa, Sansoni, Fireuze, Voi. I, I.), che accusa P. di avere esagerate le
note critiche mossegli dai quattro averroisti veneziani per farsi bello con il
suo libro De sua ipsius. Il Bartoli poi (opera citata, pag. 12), certo seguendo
il Voigt, dice che esse furono un innocentissimo scherzo! Si cfr.
an^he ep. fam. V, 11 e 12. (22) Gfr. ep. sen. XV, 8. Gfr. Ep. sen. V, 2; XIII, 5. (24) Quanto
all'empietà e irreligione del tempo si veggano, fra altro, le ep. sen. Vili, 3;
V, 2. Gfr. oltre Sine titulo, X; Ep.
sen. XV, 6 e 8. Vedi Fiorentino op. cit.
Ili: il quale si fonda sul seguente brano del De sua ipsius: « Neque graecos
tantum, sed in latinum versos aliquot nunquam alias visos (Platonis libros)
aspicient... et quota ea pars librorum est Platonis, quota ego his oculis
muItoB vidi, praecipue calabrum Barlaam modemum graia specimen sophiae, qui me
eie. » (Op.). Il periodo monco e sgrammaticato fa pensare purtroppo a una
lacuna che sarebbe importantissimo colmare. Forse per questo il Voigt non ne
parla. («) Ep. fam, XVIII, 2. Veggasi
infatti la nota 26: dal periodo ivi citato pare potersi ciò dedurre. (») Il
Fracassetti nella ep, fam. III, 18 dà Fedone, e parlandosi delia morte di
Catone potrebbe darsi che s'avesse a intendere Fedone anche nella ep. fam, IV,
3. Cfr. Fiorentino: op. cit. III. ' Con quanto poco pudore P. si sarebbe fatto
dire, per esempio, nel dial. II del Secretum da Agostino: « Hctec tibi ex
Platonis libris familiariter fiata sunt »/... Rerum mem. 1; Plato. ' (33) Quanto ad
Aristotele dice nel De sua ipsius: « omnes morales, nisi fallor, Aristotelis
libros legi, quosdam etiam audivi ». (3*) Ep, fam. IV, 15 e 16. Ep. fam. XVIII, 2. Cfr. Rerum Mem. I: Aristoteles. Ho scritto creazione, ma P. non usa questa
parola che sarebbe impropria. Cfr. De ocio religiosorum I. (Op. p. 300): 4(
unum fabricatorem (è il demiurgo o architetto di Platone) mundi Deum a Platone,
et a discipulo eius Aristotele unum principem ». Notava poi che Aristotele era morto di
sessantatrè anni, numero infausto: intorno a questo arino della vita
climaterico cfr. anche Ep. sen. VIII, 1. Dante nel canto IV del Purgatorio non
interpretando rettamente la dottrina platonica, la condanna. Ep. fam. XII, 14. (*i) Rer. Mem. loc. cit.
(*2) Vedi: parte settima di questo mio lavoro. (*3) Vedi De OciOy II (Op. p. 316). (4t) Anche
qui nota differenza da Dante: e. IV del Paradiso. Cfr. ep. fam, XVIII, 1; e per quel che segue
sopratutto Ber, Mem. loc. cit. Inoltre come egli alia religione conformasse
tutte le sue opinioni cfr. Ep. sen. Vili, 1. (*») Vedi De Ocio I (Op. p. 307).
Anche il Ficino notò questo, come ricorda il Fiorentino (op. cit. II), nel Tom.
2, pag. 855. (47) Op. pag. 313 e II. (tó) Ep. fam. XVII, 1. Ep. fam. X, 5. Ep. fam. II, 9. (ói) Sul preteso cristianesimo
di Seneca vedi Fieury A.: JSaint Paul et SenSque: recherche sur Us rapporta du
philo^ophe avec VApòtre. Paris. Ma oggi non ci si crede più. (M) Ep. fam. VI,
2; e XVII, 1. Ep. Sen. VII, 1; Ep. fam.
XXII, 10. Ecco, per esempio, come egli
spiega l'origine delle stimate di san Francesco: « Dalle stimate di Francesco
questa certamente è T origine; tanto assiduo e profondo fu il suo meditare su
la morte di Cristo, che piena avendone Tanima, e parendogli d'essere anch' egli
crocifisso col suo Signore, potè la forza dì quel pensiero passar dall'anima
nel corpo, e lasciarvene impresse visibilmente le traccie ». Cosi nell'jg^.
sen. Vili, 3. Quale differenza fra queste parole e il pensiero che jnosse Zola
a scrivere il suo Lourdes? XVI, 8. il, sectio III, 4. Op* p. 107. E' notevole l'umorismo, che spesso
divien •sarcasmo asprissimo, del P. quando parla dello stato della Chiesa. Cosi
nell'ep. fam. 5 del libro XVII, vituperando il matrimonio aggiunge: del restp
ci son turbe di sgualdrine «he rallegrano anche i vescovi e i monaci ecc.. E in
un'altra (XX, 2) il palafreno del Legato calcitrante contro quello
dell'imperatore, gli fa comprendere "^che il Papa era la causa vera di
tutti ì mali d'Italia e di Roma, perchè egli « è contento che Imperatore si
chiami, ma punto non si fida di dividere con lui l'impero ». E già prima (XV,
5) aveva amaramente osservato: « Ell'è gran cosa calcar la sede di Pietro» gran
cosa ell'è vedersi assiso sul soglio dei Cesari! ». Su '1 significato del verso, anche oggi
variamente interpretato, vedi i commentatori; e Tocco: Dante e V eresia. Credo
che quel che sono per citare dell'opinione del P. dimostri anche più
decisamente trattarsi veramente in quel verso di Celestino V. (50) Ep. fam. VI,
1. (flO) Il Fracassetti naturalmente (vedi in nota) disapprova le parole del
P.. (61) Forse anche il Voigt è di questa opinione, là dove dice che P. nel De
sua ipsius più che il Cristianesimo in sé difende il proprio (cfr. op. cìt. I,
pag. 95). Ep. fam, X, 4, Cfr. Fiorentino: La filosofia della storia di
Francesc(y P. (in Giornale Napoletano di lettere e filosofia, 1874) e mio
lavoro su l'Africa di Francesco P. (Bihliot. Petr. del Biagi e Passerini — Le
Mounier 1902, pag. 73 e seguenti» e 168 e seguenti). Cioè il De vera religione citato dal P. molta
spesso, e il De doctrina Christiana ecc. Cfr. Ep, sen. Vili, 6: « Negli ultimi tre
libri manifesta i suoi dubbi, e spesso ancora, per ciò che riguarda le divine
scritture, la sua ignoranza ». E dalle Confessioni egli già vecchio diceva di
aver preso amore allo studio della sacra letteratura, togliendosi alquanto dal
soverchio amore per la profana. Insomma gli ultimi libri egli li considera, in
quanto sono in seguito dei primi, sotto il rispetto tra filosofico e religioso,
ma più assai religioso che filosofico. — Delle Confessioni, per la parte psicologica,
riparleremo più oltre, a proposito del Secretum. Questo forse intendeva P.
quando, parlando della Divina Commedia a un amico, avrebbe detto essere quella
opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo. (OT) De Bem. II, 40. De ócio: Op. p. 306. (89) Presso la toniba del
P. in Arquà. Gfr. I seetio IV, 3. La
misantropia era contraria al carattere medesimo del P.; il quale amava molto le
liete brigate di amici, e scriveva lettere'a tutti continuamente. P. P.
Vergerlo cosi nella Vita P.e scrisse di lui: 4( Erat mirae iucunditatis
comitatisque singularis ut nulius esse cum eo moestus posset ». E anche il
colore ascetico che ha qua e là il trattato è postumo. Si vegga VEp, «en. XVI,
3, nella quale P. narra le aggiunte fatte per compiacere gli amici appartenenti
agli ordini religiosi, che con lui si dolevano di non aver egli parlato de'
santi loro fondatori: e ci fu un domenicano che voleva far comparire tra i
solitari anche san Domenico! Q^) Ep, fam, XVII, 4: « non in servigio altrui, ma
per fame mio prò, e perchè dì quell'affetto mio per il sopravvenire di nuovi
non s'abbia in me a ingenerare dimenticanza ». Gfr. I seetio IV, 1. Gfr. I seetio V, 1; e II seetio IX, 7. (74) II;
sect. IX, 6. Inoltre: Ep. sen. XI, 3. I;
sect. IV, 9. ' II, sect. II, 8. (77) Gfr, ep, fam. VI, 1: «
Ghe se le lettere famigliari come scherzando e quasi sempre nell'agitazione de'
viaggi soglio dettare, quando si tratta di comporre un libro, di solitudine di
quiete di tranquillità di assoluto e non interrotto silenzio sento bisogno ». E
Leonardo Aretino nella Vita di Francesco P.: 4c Era solito dire che solo il
tempo della sua vita solitaria poteva chiamare vita; perchè l'altro non gli era
stato vita, ma pena ed affanno ». (78) Gfr. inoltre Ep. fam.Vita Sol. I: sect.
IV, 7. Ep. fam. Ili, 12. Op. cit. (83) S. Bonaventura: OpuscuL (Opp.
omn. t. VII — Romae) 1596. (84) Ep. fam. XI, 3. Prose (Le Mounier): saggio sul P. pag. 34. Ep. fam. II, 5: « Frattanto, il confesso,
checché i filosofi ragionino intorno al modo di soggiogare le passioni, a me
per brevi strade esse giungono e mi fanno bersaglio de* loro insulti. Che
questa legge a me fu data insieme col corpo dal di che nacqui: molto per la
compagnia di esso avere « soffrire ». E' la bancarotta della filosofia
speculativa!... La causa della
differenza è data dal P. medesimo in un luogo importante del Rerum
Memorandai'um (II, Dantes), nei quale (còsa, per quanto io so, non accennata
pur da gi*andi critici che trattarono della nota questione su le relazioni fra
Dante e P.) si accenna forse al vero motivo della freddezza del P. verso Dante:
« Dantes Aligherlus, vir vulgari eloquio clarissimus fuit, sed moribus parum,
per contumaciam, et oratione liberior, quam delicatis ac studiosis aetatis
nostrae principum auribus atque oculis acceptum foret >. Ma se P. fu
accetto, è a pensare che, mutati i tempi, nelle corti de' Signori si annidava,
come dice il Voigt, l'umanesimo. Gfr. le
epistolae: passim. Per esempio adposterose fam. IV, 10. (8») Ho svolto questo
pensiero un po' più ampiamente in un volumetto: Il pensiero italiano e la
Criovine Italia, in: A. Carlini e G. Gasperoni: La Giovine Italia (Iesi,
Tipografia Editrice Cooperativa, 1904, pag. 35). (W) Gfr. Secretum: diah I. e
passim gli altri scrìtti dianzi citati. (»i) Ep. fam. Vili, 8. Dial. II. Per altri raffronti vedi mio Studio
su V Africa citato, specialmente per il raffronto fra Magone (che è il
Petrarca) e il iTeopardì (pag. 107 e seg.). Canto di un pastore ecc. Ma già c'era 11
biblico: « natile homo de muliere, brevi vivens tempore ecc. ». (»*) Secretum
I, Africa I e V, Mime (ediz. Carducci e Ferrari): . Per il Leopardi cfr. Vita
Solitaria v. 34 e seg. e V Infinito ecc. Ep, fam. II, 8. « Rapido stellae obviant firmamento, contraria
invicem dementa confligunt, terrae tremunt, maria fluctuant ecc. » E seguita
lungamente. Nota fra altro le fini osservazioni dell'odio nell'atto generativo.
Concludendo: * nil sine lite atque offensipne genuit natura parens »; e: le
còse più forti sono il sepolcro delle più deboli ecc. . Ep. fam. III, 11. (96) Opera di bizzarro e
coltissimo ingegno è il Le remediis. Con copia meravigliosa di esempi, detti,»
fatti, sentenze di filosofi, di scrittori, di guerrieri, di scienziati greci,
romani, sacri, antichi e moderni; con fatterelli di storia e interpretazioni di
miti e di costumi e saltuaria conoscenza di tutto lo scibile; sono qui raccolti
con un criterio morale e psicologico svariatissimi argomenti di considerazioni
diverse. Il De remediis somiglia grandemente ai Pensieri di Giacomo 1 Leopardi.
E in ep. fam, IV, 16: « io non so se non
sia meglio talvolta starsi nell'errore contento, che non sempre essere triste
per la conoscenza del vero ». (100) Così nella citata prefazione. Han torto
coloro che si lamentano della noia che la lettura di questo trattato produce:
esso non era un'opera letteraria, ma un vademecum, per cosi dire, di utilità
morale, fatto non per i filosofi, ma per la comune degli uomini. Cfr. Ep, sen,
VIII, 3. pag. 108. Il pensiero filosofico de' Trionfi è già neìV
Africa: per il cfr. col Leopardi vedi mio studio citato pag. 71 e seguenti. Nel
Secretum sono anche (come nello scritto leopardiano) già •enumerati i vari casi
della fama. Per le Epistola poi vedi qua e là diffusamente; per esempio ecco il
tessuto della prima delle familiarea (no» bisogna travagliarsi per la fama
prima di morire perchè vivendo non possiamo ottenerla): « Raro è che trovin
plauso scritti e imprese di chi ancor vive: comincian dalla morte le lodi degli
uomini. Vuoi tu che sian lodati i tuoi scritti? e tu muori. Anzi finché rimanga
in vita alcuno de* tuoi contemporanei non avrai piena la lode che assetisci.
Per la molta dimestichezza ancora ed il frequente •convivere T ammirazione
degli uomini suol venir meno. Gli «ruditi poi e i pedanti sdegnano d'indagare
il merito dello scrìtto, se credono di conoscerne Fautore. Giungono viventi a
fama solo coloro che con grida sostengono la loro gloria: ma morti perisce la
fama loro. La gloria è un flato di vento: è un fumo, un*omhra, un nulla ». Si
confronti ora questo tessuto con l'altro dello scritto leopardiano, e si vedrà
che è identico nella tesi e nello svolgimento e nella conclusione: sì ch'io
credo il Leopardi essersi ispirato al P.. Cfr. terzo dialogo. (104) II, 8S.
Cfr. P. 's. Leben und Werken (Leip. 1878, pagina 561). (106) Per questa parte
basti citare i grandi lavori di Pierre de Nolhac: P. et rhumanisme e l'altro De
codicibìis et patriium medi aevi ecc. (107) Non è giusto dunque rimproverare al
P. le continue citazioni: chi ben le intende vedrà che esse non sono vana pompa
di erudizione, ma un fenomeno artistico e filosofico importantissimo. (106) Per
citare un solo esempio, egli crede spesso con gli Stoici che la felicità vera
consìsta nella virtù sola, e nello stesso tempo li chiama crudeli e preferisce
i Peripatetici che ammettono che anche il dolore è un male (cfr. De Bem. II,
114) e poi ep. fam. Voigt, per esempio, lo crede stoico; il Bartoli e il
Koeting scettico; il Kraus (F, P. in seinem Briefwech" .sei) sccMtico;
molti accademico; molti mistico ecc. (liO) Quanto alla parte considerevole che
ha il razionalismo, basti citare il De remediis, nel quale la E(mione da sola
sostiene i dialoghi col Gaudio e col Timore; nel Secretum Agostino che cita
sempre i classici e i pagani è 1* imagine della ragione, che egli invoca molto
più spesso e volentieri dei libri santi e dei dogmi. Cosi nelle altre opere del
P.. In conclusione egli non è mistico perchè rctgiona, non è razionalista
perchè è credente, cioè ha una fede indiscussa. Ep, fam. I, 7. Cosi nel
Secretum (dial. II) distingue il verlmm oris dal verhum mentis, (iw) De Bem.
quella parte (I, 12) che forma il 1. dialogo del De Vera Sapientia (il secondo
dialogo è del Cusano). ivi. (11*) Cfr. De odo (Op. pag. 311): « Optat
adversarius noster non ut discamus, cui ignorantia nostra gratissima, scire
permoléstum est ». ^p. fam. I, 8. Ep. fam. I, 2. 'anche De Bem. II, 117:
Quest'ufficio egli notava che ebbe già la filosofia antica, e però aggiunge; «
perchè non Tavrà la nuova filosofia cristiana, la quale è somma, e vera
filosofia? ». (118) Ep. fam. I, 2. Non
parlo di alcuni miserabili denigratori che giacciono meritamente ignorati. Ma
di numerosi critici moderni pur anche autorevolissimi, i quali hanno iniziato
un genere di critica che, per questo rispetto, è tutto fondato su la diffldenea
delle parole del P., il quale ne' loro libri diviene un monumento di orgoglio,
di vanità, di leggerezza, di menzogna, di avarizia, di parassita, di
buontempone, di lussurioso, di traditore, e via via. Insomma per farlo uomo^
dacché prima ne avean fatto un dio, lo han fatto un po' birbante, un birbante
geniale e burlone a cui molto si può perdonare. Chi ha dato il cattivo esempio,
credo che siano stati i tedeschi. Il Voigt, per esempio, nella sua nota. opera,
monumentale opera sul Risorgimento, alcune volte mi pare evidente che non abbia
compreso Tanima italiana e lo spirito del P.. Il Kraus (op. cit.) arriva a fare
del P. un esteta né più né meno, e fuori dell* estetica non vede. in lui
nient*altro; e ragiona cosi: P. dice la tale o tal* altra cosa? non credetegli,
perchè parla per posa o per fantasia poetica. Insomma facciamo si del P. un
uomo, uomo con i suoi difetti: ma non esageriamoli; non separiamo Tuomo
dalPartista, il cittadino dal letterato, anche perchè andremmo contro la nostra
storia, la quale dimostra che da Dante al Carducci Tonestà della vita ne*
maggiori scrittori non si disgiunse mai dalla grandezza artistica. Il Kraus del
resto (op. cit. VI) non cita bene quando dice che P. per un*idea estetica
preferiva zoppicar d*un piede piuttosto che d'un verso: il P. al contrario
(cfr. Ep. fam. XVI, 14) biasima i poeti del tempo ì quali preferivano zoppicare
in morale piuttosto che in poesia. (1») Ep. fam, XI, 3. (121) Ep. fam.
I, 8. (IM) op. cit. Ep. fam. V, 10. Ep. fam. XIII, 5. Cfr. la celebre canzone: Italia mia
ecc. (i«) Cfr. De Bem. I, 105. Cfr. fra
altro Varie, 48. Né era solo fuoco di paglia, come suol dirsi: che nel De Bem.
(II, 118) pur riprovando il suicidio di Catone, fa l'elogio di Bruto: « patrìae
servi tus et tyranni facies potius repellenda quam morte declinanda sunt »; e
se Catone si uccise per non vedere il volto del tiranno, ci fu chi lo riguardò:
« Brutus aspexit et illius potius morte tollendum, quam sua morte fugiendum
censuit: id est enim viri opus, hoc feminae ». Dante nella Divina Commedia
approvò Catone, punì Bruto; ma non sì venga ora a dire che nel P. è minore
grandezza che in Dante, nel rispetto politico! (1») De Bém. I, 39. (1») Ep,
fam. IV, 7 ecc. Ep. fam. XI, 16 e 17. Gfr. un mio articolo sul pensiero
politico di Dante, in Giornale Dantesco (diretto da G. L. Passerini) X, 8-9.
Del resto il pensiero politico del P. è lo stesso di Gola, Quanto sbaglia il
Kraus a giudicar Gola un pazzo! Ma il Gaspary già ha avvertito che per P.
Impero e Repubblica sono la stessa cosa (cfr. Storia della lett.: P.). (1») Ep. fam.
XIX, 1. Cfr. Ep. fam. XXIII, 2; XIX, 12 e De Rem. I, 116. ( Vedi Canzone ali* Italia.
Quanto al patriottismo del P.: per T emancipazione deiritalia dal giogo
straniero (ut corpìM italicum labe barbarica purgatum medullitus agnoscam) cfr.
ep. fam. XI, 13 e XVIII, 16; per Tunione di tutti i popoli e principi italiani,
ol^re le Bime, cfr. ep. fam. XVII, 6; XIX, 9; per la grandezza d'Italia cfr.
poi passim tutte le "opere latine e volgari, ma mi pare che nella celebre
canzone alF Italia sìa tutto riassunto mirabilmente il pensiero petrarchesco.
(135) Si noti che P. loda Roberto, nel De Ocio (1. II Op. p. 315) per una
ragione affatto religiosa: « Siculus rex Robertus sub cuius temporali regimine
aeterno regi servientes suaviter quievistis (parla ai monaci di Montrieux) ».
Cfr. Dante che chiama similmente, ma con disprezzo, Roberto re da sermone. Cfr.
Ep. sen. XIV, 1: come Dio premi l'amor di patria. Op. cit. Ili e seg. (138)
Vedi in Fiorentino, loc. cit. Fiorentino: loc. cit. (141) Ep. fam. XX, 6; III,
6. (i«) Secretum, III. (1^) Certo FHumbolt, che nel Gosmos diceva nelle lettere
del P., tranne che in quella che descrive Tascensione al Ventoux, non aver
trovato il sentimento della natura, non le lesse bene. Ecco per esempio un
bellissimo argomento di arte moderna: la festa di san 6. Battista in Colonia:
Ep. fam, I, 4: « Era la vigilia del Battista... e il sole si avvicinava al
tramonto. Tutta la riva era coperta da immensa e splendida folla di donne. Io
ne stupii: Dio buono! che belle figure, che volti, che abbigliamenti. Chiunque
avesse avuto libero il cuore da altra passione, avrebbe trovato di che
innamorarsi. Io m*era fermato in un punto alquanto piii alto, onde ben si
scorgesse quel che accadeva. Incredibile e non punto molesto era il concorso: e
le vedeva a mute a mute tutte festose, e parte aventi nel grembo erbe odorose,
rimboccate le maniche in su i gomiti, lavar nel fiume le mani e le candide
braccia, non so quali dolci parole mormorando fra loro in lingua a me ignota ».
E P. si duole di non intendere le loro parole. Per questa parte si veggano
specialmente gli articoli dello Zumbini (Il sentimento della natura e Ascesa al
Ventoux in Studi Fetrarcheechi), e il Carducci (P. alpinista) e il Pierre de
Nolhac, e il Bourckardt (la nota opera sul Risorgimento italiano, II, 74 ecc.).
Fra le altre bellissime descrizioni nelle lettere, si notino: ep. fam, XIX, 13:
una splendida e nuova pittura delle bellezze della Riviera; VIII, 5: un
freschissimo quadro delle bellezze alpine; Senili VII, 1: mirabile descrizione
del lago di Garda. Quest'ultima darebbe buon argomento a chi ne volesse fare un
confronto con la bella, ma fredda descrizione dantesca (Inferno, XX 70 e seg.),
per rilevare roriginalità e l'elemento tutto moderno proprio al sentimento
della natura del P..Affatto filosofico è il seguente sonetto: S'amar non è, che
dunque è quel chHo sento? Ma, s'egli è Amor, per Dio che cosa e quale? Se bona,
ond'è l'effetto aspro mortale? Se ria, ond'è si dolce ogni tormento? S'a mia
voglia ardo, ond'è 'l pianto e lamento? S'a mal mio grado, il lamentar che
vale? viva morte, o dilettoso male. Come puoi tanto in me, s'io no *l consento?
E s*io "l consento, a gran torto mi doglio. Fra sì contrari venti in frale
barca Mi trovo in alto mar, senza governo, sì lieve di saver, d'error sì earca,
ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio; e tremo a meeea state, ardendo il
verno, (146) L'ultimo lavoro in proposito è quello del Sicardi: Gli amori
estravaganti e molteplici di Francesco P. e l'or more unico per M. Laura de
Sade (Hoepli 1900); nel quale combatte il Cesareo e altri, e conclude Laura essere
stata runico amore del P.. Per i limiti stessi di questo scritto non ho creduto
apportuno svolgere maggiormente Pesame del Canzoniere. Cfr. Bime (ed. del Carducci e Ferrari):. (148)
Cfr. ep. fam. VI, 4 e XIII, 7 nelle quali confessa ch'egli scrive per sfogar
l'animo, perchè (dice) ha bisogno di scrivere. Firenze, Mounier. Considerato il
filosofo precursore dell'umanesimo e uno dei fondamenti della filosofia
italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il “Canzoniere”,
patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da BEMPO. Filosofo moderno,
slegato ormai dalla concezione della patria come mater e divenuto cittadino del
mondo, P. rilancia, in ambito filosofico, l'agostinismo in contrapposizione
alla scolastica e opera una rivalutazione storico-filologica dei classici
latini. Fautore dunque di una ripresa degli studia humanitatis in senso
antropo-centrico -- e non più in chiave assolutamente teo-centrica – P. -- che
ottenne la laurea poetica a Roma – gode la sua vita nella riproposta culturale
della poetica e la filosofia antica e patristica attraverso l'imitazione dei
classici, offrendo un'immagine di sé quale campione di virtù e della lotta
contro i vizi. La storia medesima del Canzoniere, infatti, è più un percorso di
riscatto dall'amore travolgente per Laura che una storia d'amore, e in
quest’ottica si deve valutare anche l'opera latina del Secretum. Le tematiche e
la proposta culturale petrarchesca, oltre ad aver fondato il movimento
culturale umanistico, danno avvio al fenomeno del petrarchismo, teso ad imitare
stilemi, lessico e generi poetici propri della produzione lirica volgare
dell'aretino. Il padre appartene alla fazione dei guelfi bianchi ed è amico
d’ALIGHIERI, esiliato da Firenze per l'arrivo di Valois, apparentemente entrato
nella città toscana quale paciere di Bonifacio VIII, ma in realtà inviato per
sostenere i guelfi neri contro quelli bianchi. La sentenza emanata da Gubbio,
podestà di Firenze, esilia tutti i guelfi bianchi, compreso il padre di P. che,
oltre all'oltraggio dell'esilio, e condannato al TAGLIO DELLA MANO DESTRA. A
causa dell'esilio del padre, P. trascorre l'infanzia in diversi luoghi della Toscana.
Prima ad Arezzo, poi Incisa e Pisa, dove il padre è solito spostarsi per
ragioni politico-economiche. A Pisa, il padre, che non perde la speranza di
rientrare in patria, si riune ai guelfi bianchi e ai ghibellini per accogliere
Arrigo VII. Secondo quanto affermato dallo stesso P. nella Familiares,
indirizzata a Boccaccio, a Pisa avvenne, probabilmente, il suo unico e fugace
incontro con l'amico del padre, ALIGHIERI. La famiglia si trasfere a
Carpentras, vicino Avignone, dove il padre ottenne incarichi presso la corte
pontificia grazie all'intercessione di Prato. Nel frattempo, P. studia a
Carpentras sotto la guida di Prato, amico del padre che è ricordato dal P. con
toni d'affetto nella Seniles. A questa scuola, presso la quale studia, conosce
uno dei suoi più cari amici, Sette, al quale P. indirizza la Seniles. Anonimo,
Laura e il Poeta, Arquà P. (Padova). L'affresco fa parte di un ciclo pittorico
realizzato mentre è proprietario Valdezocco. L'idillio di Carpentras dura fino
ad allorché lui, il fratello Gherardo e l'amico Sette sono inviati dalle
rispettive famiglie a studiare diritto a Montpellier, città della Linguadoca,
ricordata anch'essa come luogo pieno di pace e di gioia. Nonostante ciò, oltre
al disinteresse e al fastidio provati nei confronti della giurisprudenza, il
soggiorno a Montpellier è funestato dal primo dei vari lutti che P. affrontare:
la morte della madre. Il figlio, ancora adolescente, compone il Pangerycum
defuncte matris -- poi rielaborato nell'epistola metrica -- in cui vengono sottolineate
le virtù della madre scomparsa, riassunte nella parola latina electa. Il padre,
poco dopo la scomparsa della moglie, decide di cambiare sede per gli studi dei
figli inviandoli nella ben più prestigiosa BOLOGNA, anche questa volta
accompagnati da Sette e DA UN PRECETTORE che segue la vita quotidiana dei
figli. In questi anni P., sempre più insofferente verso gli studi di diritto,
si lega ai circoli letterari felsinei, divenendo studente e amico dei latinisti
Virgilio e BENINCASA (si veda), coltivando così i studi filosofici e la
biblio-filia. Gl’anni bolognesi, al contrario di quelli trascorsi in Provenza,
non sono tranquilli. Scoppiarono violenti tumulti in seno allo studio in
seguito a LA DECAPITAZIONE DI UN STUDENTE, fatto che spinge P., con il fratello
e SETTE a ritornare ad Avignone. I tre ri-entrarono a Bologna per riprendervi
gli studi fino all’anno in cui P. ritornò ad Avignone per prendere a prestito
una grossa somma di denaro, vale a dire 200 lire bolognesi spese presso
Zambeccari. Ser Petracco muore permettendo a P. di LASCIARE FINALMENTE LA
FACOLTÀ DI DIRITTO A BOLOGNA e di dedicarsi agli studi filosofici che lo
appassionavano. Per dedicarsi a tempo pieno a quest'occupazione dove trovare
una fonte di sostentamento che gli permette di ottenere un qualche guadagno
remunerativo. Lo trova quale membro del seguito di Colonna. L'essere entrato a
far parte della famiglia, tra le più influenti e potenti dell'aristocrazia
romana, permise a P. di ottenere non soltanto quella sicurezza di cui ha bisogno
per iniziare i studi, ma anche di estendere le sue conoscenze in seno all'élite
filosofica romana. Difatti, in veste di rappresentante degl’interessi dei
Colonna, P. compì un lungo viaggio nell'Europa del Nord, spinto dall'irrequieto
e risorgente desiderio di conoscenza umana e culturale che contrassegna
l'intera sua agitata biografia. È a Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia, e
Lione. Particolarmente importante è allorché, nella città di Lombez, P. conosce
Tosetti e Kempen, il Socrate cui vede dedicata la raccolta epistolare delle
Familiares. Poco dopo essere entrato a far parte del seguito di Colonna, prende
gli ordini sacri, divenendo canonico, col fine di ottenere i benefici connessi
all'ente ecclesiastico di cui è investito. Nonostante la sua condizione di
religioso -- è attestato che P. è nella condizione di chierico – ha comunque un
figlio nato con una donna ignote, figlio tra cui spiccano per importanza, nella
successiva vita del poeta. Secondo quanto afferma nel Secretum, P. incontra per
la prima volta, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, 7, che cadde di
lunedì, la donna che è l'amore della sua vita e che è immortalata nel
Canzoniere. La figura di Laura suscita, da parte dei critici letterari, le
opinioni più diverse. Identificata da alcuni con una Laura de Noves coniugata
de Sade -- morta a causa della peste. Altri invece tendono a vedere in tale
figura un senhal dietro cui nascondere la figura dell'ALLORO filosofico --
pianta che, per gioco etimologico, si associa al nome femminile -- suprema
ambizione del filosofo P.. P. manifesta già durante il soggiorno bolognese una
spiccata sensibilità filosofica, professando una grandissima ammirazione per
l'antichità romana. Oltre agli incontri con Virgilio e Pistoia, importante per
la nascita della sensibilità filosofica di P. è il padre stesso, fervente
ammiratore di CICERONE e di tutta la giurisprudenza latina. Difatti ser
Petracco, come racconta P. nella Seniles dona al figlio un manoscritto
contenente le opere di VIRGILIO e la Rethorica di CICERONE e un codice delle
Etymologiae di Isidoro e uno contenente le lettere di s. Paolo. In quello
stesso anno, dimostrando la passione sempre crescente per la Patristica, P.
compra un codice del De Civitate Dei di Agostino e conosce e comincia a
frequentare Sepolcro, professore di teologia alla Sorbona. Il professore regala
a P. un codice tascabile delle Confessiones, lettura che aumenta ancor di più
la passione del Nostro per la spiritualità patristica agostiniana. Dopo la
morte del padre e l'essere entrato a servizio dei Colonna, P. si buttò a
capofitto nella ricerca di nuovi classici, cominciando a visionare i codici
della biblioteca apostolica -- ove scoprì la Naturalis Historia di PLINIO il
Vecchio -- e, nel corso del viaggio nel Nord Europa, P. scopre e ri-copia il
codice del Pro Archia poeta di CICERONE e dell'apocrifa “Ad equites romanos”,
conservati nella Biblioteca Capitolare di Liegi. Oltre alla dimensione di
explorator, comincia a sviluppare le basi per la nascita del metodo filologico
moderno, basato sul metodo della collatio, sull'analisi delle varianti e quindi
sulla tradizione manoscritta dei classici, depurandoli dagl’errori dei monaci
amanuensi con la loro emendatio oppure completando i passi mancanti per
congettura. Sulla base di queste premesse metodologiche, lavora alla
ricostruzione, da un lato, dell' “Ab Urbe condita” di LIVIO. Dall'altro, della
composizione del grande codice contenente le opere di VIRGILIO e che, per la
sua attuale locazione, è chiamato Virgilio ambrosiano. Da Roma a Valchiusa:
l'Africa e il “De viris illustribus”; Marie Alexandre Valentin Sellier, “La
farandola di P.”, olio su tela, Sullo sfondo si può notare il Castello di
Noves, nella località di Valchiusa, il luogo ameno in cui trascorse gran parte
della sua vita fino all’anno in cui lasciò la Provenza per l'Italia. Mentre
porta avanti questi progetti filosofici, P. intrattene con Benedetto XII, un
rapporto epistolare -- Epistolae metricae -- con cui esorta il pontefice a
ritornare a Roma e continua il suo servizio presso Colonna, su concessione del
quale poté intraprendere un viaggio a Roma, dietro richiesta di Colonna che
desidera averlo con sé. Giuntovi nella città eterna P. puo toccare con mano i
monumenti e le antiche glorie dell'antica capitale dell'impero romano,
rimanendone estasiato. Rientrato in Provenza, P. compra una casa a Valchiusa,
appartata località sita nella valle della Sorgue nel tentativo di sfuggire
all'attività frenetica avignonese, ambiente che lentamente comincia a detestare
in quanto simbolo della corruzione morale in cui è caduto il Papato. Valchiusa
-- che durante le assenze di P. è affidata al fattore Chermont -- è anche il
luogo ove P. puo concentrarsi nella sua attività filosofica e accogliere quel
piccolo cenacolo di amici eletti -- a cui si aggiunse il vescovo di Cavaillon,
Philippe de Cabassolle -- con cui trascorrere giornate all'insegna del dialogo
filosofico colto – “un gruppo di gioco”. Più o meno in quello stesso periodo,
illustrando a Colonna la vita condotta a Valchiusa nel primo anno della sua
dimora lì, P. delinea uno di quegl’autoritratti manierati che diventeranno un
luogo comune della sua corrispondenza: passeggiate campestri, amicizie scelte,
letture intense, nessuna ambizione se non quella del quieto vivere. È in questo
periodo appartato che, forte della sua esperienza filosofica, incomincia a
stendere i due saggi che sarebbero dovute diventare il simbolo della rinascenza
classica: l'Africa e il De viris illustribus. Il primo saggio, in versi intesa
a ricalcare le orme virgiliane, narra dell'impresa militare romana della
seconda guerra punica, incentrata sulle figure di SCIPIONE l'Africano, modello
etico insuperabile della virtù civile della repubblica romana. Il secondo
saggio e un medaglione di XXXVI vite di uomini illustri improntata sul modello
liviano e quello floriano. La scelta di comporre un'opera in versi e un'opera
in prosa, ricalcanti i modelli sommi dell'antichità nei due rispettivi generi e
intesi a recuperare, oltre alla veste stilistica, anche quella spirituale degl’antichi,
diffusero presto il nome di P. al di là dei confini provenzali, giungendo in
Italia. L'ALLORO con cui P. è incoronato ri-vitalizza il mito del filosofo
laureato, figura che diventerà un'istituzione pubblica in paesi quali il Regno
Unito. Il nome di P. quale uomo eccezionalmente colto e grande filosofo è
diffuso grazie all'influenza della famiglia Colonna e SEPOLCRO. Se i primi
hanno influenza presso gl’ambienti ecclesiastici e gl’enti a essi collegati --
quali le Università europee, tra le quali spiccava la Sorbona -- SEPOLCRO fa
conoscere il nome dell'Aretino presso la corte del re di Napoli Roberto
d'Angiò, presso il quale è chiamato in virtù della sua erudizione.
Approfittando della rete di conoscenze e di protettori di cui disponeva, pensa
di ottenere un riconoscimento ufficiale per la sua attività filosofica
“innovatrice” a favore dell'antichità, patrocinando così la sua incoronazione
filosofica. Difatti, nella Familiares, confide a SEPOLCRO la sua speranza di
ricevere l'aiuto del sovrano angioino per realizzare questo suo sogno,
intessendone le lodi. La Sorbona fa sapere al Nostro l'offerta di una
incoronazione filosofica a Parigi. Proposta che, nel pomeriggio dello stesso
giorno, giunge analoga dal senato di Roma. Su consiglio di Colonna, P., che
desidera essere incoronato nell'antica capitale dell'impero romano, accetta la
seconda offerta, accogliendo poi l'invito di re Roberto di essere esaminato da
lui stesso a Napoli prima di arrivare a Roma per ottenere la sospirata
incoronazione. Le fasi di preparazione per il fatidico incontro con il sovrano
angioino durarono, P., accompagnato dal signore di Parma Azzo da Correggio, si
mise in viaggio per Napoli col fine di ottenere l'approvazione del colto
sovrano angioino. Giunto nella città partenopea è esaminato per III giorni da
re Roberto che, dopo averne constatato la cultura e la preparazione filosofica,
acconsentì all'incoronazione a filosofo in Campidoglio per mano del senatore
Anguillara. Se conosciamo da un lato sia il contenuto del discorso di P. – la
collatio laureationis --sia la certificazione dell'attestato di LAUREA da parte
del senato romano – il privilegium lauree domini Francisci Petrarche, che gli
conferiva anche l'autorità per insegnare filosofia e la cittadinanza romana --
la data dell'incoronazione è incerta. Tra quanto affermato da P. e quanto poi
testimoniato da BOCCACCIO (si veda), la cerimonia d'incoronazione avvenne in un
arco temporale. In seguito all'incoronazione incomincia a comporre l'Africa e
il De viris illustribus. Gli anni successivi all'incoronazione filosofica sono
contrassegnati da un perenne stato d'inquietudine morale, dovuta sia a eventi
traumatici della vita privata, sia all'inesorabile disgusto verso la corruzione
Avignonese. Subito dopo l'incoronazione filosofica, mentre P. sosta a Parma, sa
della scomparsa dell'amico Colonna, notizia che lo turba profondamente. Gl’anni
successivi non recarono conforto al filosofo laureato. Da un lato le morti
prima di SEPOLCRO e, poi, di re Roberto ne accentuarono lo stato di sconforto.
Dall'altro, la scelta da parte del fratello di abbandonare la vita mondana per
diventare monaco nella Certosa di Montreaux, spinsero P. a riflettere sulla
caducità del mondo. Mentre soggiorna ad Avignone, conosce Cola di Rienzo --
giunto in Provenza quale ambasciatore del regime repubblicano instauratosi a
Roma -- col quale condivide la necessità di ridare a Roma l'antico status di
grandezza politica che, come capitale dell'antica Roma le spetta di diritto. È
nominato canonico del Capitolo della cattedrale di Parma, mentre è nominato
arcidiacono. La caduta politica di RIENZO, favorita specialmente dalla famiglia
Colonna, è la spinta decisiva da parte di P. per abbandonare i suoi protettori.
Lascia ufficialmente, l'entourage di Colonna. A fianco di queste esperienze
private, il cammino del filosofo P. è invece caratterizzato da una scoperta
importantissima. Dopo essersi rifugiato a Verona in seguito all'assedio di
Parma e la caduta in disgrazia dell'amico Correggio, P. scopre nella biblioteca
capitolare le epistole ciceroniane “ad Brutum”, “ad Atticum” e “ad Quintum
fratrem.” L'importanza della scoperta consistette nel modello epistolografico
che esse trasmettevano: i colloquia a distanza con gl’amici, l'uso del tu al
posto del voi proprio dell'epistolografia medievale ed, infine, lo stile fluido
e ipotattico indussero l'aretino a comporre anch'egli delle raccolte di lettere
sul modello ciceroniano e senecano, determinando la nascita delle Familiares
prima, e delle Seniles poi. A questo periodo di tempo risalgono anche i Rerum
memorandarum libri, l'avvio del De otio religioso e del De vita solitaria.
Sempre a Verona, P. ha modo di conoscere Alighieri, figlio d’ALIGHIERI, con cui
intrattenne rapporti cordiali. La vita, come suol dirsi, ci sfugge dalle mani.
Le nostre speranze furon sepolte cogli amici nostri. Ci rese miseri e soli.
Delle cose familiari, prefazione, A Socrate. Dopo essersi slegato dai Colonna,
P. comincia a cercare altro patrone presso cui ottenere protezione. Pertanto,
lascia Avignone, col figlio, giunge a Verona, località dove si è rifugiato
l'amico Correggio dopo essere stato scacciato dai suoi domini, per poi giungere
a Parma, dove stringe legami con il signore della città, Luchino Visconti (si
veda: “Morte a Venezia”). È, però, in questo periodo che inizia a diffondersi
per l'Europa la terribile peste nera, morbo che causa la morte di molti amici
del P.: i fiorentini BENE (si veda), Casini, e Albizzi; Colonna e il padre,
anche Colonna; e quella dell'amato ALLORO, di cui ha la notizia. Nonostante il
dilagare del contagio e la prostrazione psicologica in cui cadde a causa della
morte di molti suoi amici, P. continua le sue peregrinazioni, alla ricerca di
un protettore. Lo trova in Carrara, suo estimatore che lo nomina canonico del
duomo di Padova. Il signore di Padova intese in tal modo trattenere in città il
filosofo il quale, oltre alla confortevole casa, in virtù del canonicato
ottenne una rendita annua di 200 ducati d'oro, ma P. utilizza questa abitazione
solo occasionalmente. Difatti, costantemente in preda al desiderio di
viaggiare, è a Mantova, a Ferrara e a Venezia, dove conosce Dandolo. Prende la
decisione di recarsi a Roma per lucrare l'indulgenza dell'Anno giubilare.
Durante il viaggio accondiscese alle richieste dei suoi ammiratori fiorentini e
decide di incontrarsi con loro. L’occasione è di fondamentale importanza non
tanto per P., quanto per colui che diventerà il suo interlocutoreL Boccaccio.
Il filosofo e novelliere, sotto la sua guida, incomincia una lenta e
progressiva conversione verso una mentalità ed un approccio più umanistico alla
filosofia, collaborando spesso con il suo venerato praeceptor in progetti
culturali di ampio respiro. Tra questi ricordiamo la la scoperta di antichi
codici classici romani. P. risiedette prevalentemente a Padova, presso Carrara.
Qui, oltre a portare avanti i progetti letterari delle Familiares e le opere
spirituali riceve anche la visita di BOCCACCIO in veste di ambasciatore del
comune fiorentino perché accetta un posto di docente presso il nuovo studio
fiorentino – meno prestigioso dall’antichissimo di Bologna -- Poco dopo, e
spinto a rientrare ad Avignone in seguito all'incontro con Talleyrand e
Boulogne, latori della volontà di papa Clemente VI che intende affidargli
l'incarico di segretario apostolico. Nonostante l'allettante offerta del
pontefice, l'antico disprezzo verso Avignone e gli scontri con gli ambienti
della corte pontificia -- i medici del pontefice e, dopo la morte di Clemente,
l'antipatia d’Innocenzo VI -- gl’indussero a lasciare Avignone per Valchiusa,
dove prende la decisione definitiva di stabilirsi IN ITALIA. Targa
commemorativa del soggiorno meneghino di P. situata agli inizi di Via Lanzone a
Milano, davanti alla basilica di S. Ambrogio. P. inizia il viaggio verso la
patria, accogliendo l'ospitale offerta di Visconti, arcivescovo e signore della
città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche degl’amici fiorentini -- tra
le quali si ricorda quella risentita del Boccaccio -- che gli rimproveravano la
scelta di essersi messo al servizio dell'ACERRIMO NEMICO DI FIRENZE. P.
collabora con missioni e ambascerie -- a Parigi e a Venezia; l'incontro con
l'imperatore Carlo IV a Mantova e a Praga -- all'intraprendente politica
viscontea. Sulla scelta di risiedere a Milano piuttosto che nella natia
Firenze, bisogna ricordare l'animo cosmopolita proprio di P.. Cresciuto ramingo
e lontano dalla sua patria, P. non risente più dell'attaccamento medievale
verso la propria patria d'origine, ma valuta gl’inviti fattigli in base alle
convenienze economiche e politiche. Meglio, infatti, avere la protezione un
signore potente e ricco come Visconti e Galeazzo II, che si rallegrerebbero di
avere a corte un filosofo celebre come P.. Nonostante tale scelta discutibile
agl’occhi degl’amici fiorentini, i rapporti tra il praeceptor e i suoi
discipuli si ricucino. A ripresa del rapporto epistolare tra P. e Boccaccio
prima, e la visita di quest'ultimo a Milano nella casa di P. situata nei pressi
di S. Ambrogio sono le prove della concordia ristabilita. Nonostante le
incombenze diplomatiche, nel capoluogo lombardo elabora la sua filosofia, dalla
ricerca erudita e filologica alla produzione di una filosofia fondata da un
lato sull'insoddisfazione per la cultura contemporanea, dall'altra sulla
necessità di una produzione che puo guidare l'umanità verso i principi
etico-morali filtrati attraverso l’accademia e il portico. Con questa
convinzione, P. porta avanti gli scritti iniziati nel periodo della peste: il
Secretum e il De otio religioso; la composizione di opere volte a fissare
presso i posteri l'immagine di un uomo virtuoso i cui principi sono praticati
anche nella vita quotidiana -- le raccolte delle Familiares e, l'avviamento
delle Seniles -- le raccolte poetiche latine -- Epistolae Metricae -- e quelle
volgari -- i Triumphi e i Rerum Vulgarium Fragmenta, alias il Canzoniere.
Durante il soggiorno meneghino P. inizia soltanto il dialogo “De remediis
utriusque fortune” in cui si affrontano problematiche morali concernenti il
denaro, la politica, le relazioni sociali e tutto ciò che è legato al
quotidiano. Per sfuggire alla peste, P. abbandona Milano per Padova, città da
cui fugge per lo stesso motivo. Nonostante la fuga da Milano, i rapporti con
Visconti rimanono sempre molto buoni, tanto che trascorse tempo nel castello
visconteo di Pavia in occasione di trattative diplomatiche. A Pavia seppelle il
piccolo nipote di due anni, figlio della figlia, nella chiesa di S. Zeno e per
lui compose un'epigrafe ancor oggi conservata nei Musei Civici. Si reca a
Venezia, città dove si trovava il caro amico Albanzani e dove la Repubblica gli
concesse in uso Palazzo Molin delle due Torri sulla Riva degli Schiavoni in
cambio della promessa di donazione della sua biblioteca, che era allora
certamente la più grande biblioteca privata d'Italia. Si tratta della prima
testimonianza di un progetto di bibliotheca publica. La casa veneziana è molto
amata da P., che ne parla indirettamente nella Seniles, quando descrive, al
destinatario Bologna, le sue abitudini quotidiane. Vi risiede stabilmente --
tranne alcuni periodi a Pavia e Padova -- e vi ospita Boccaccio e Pilato.
Durante il soggiorno veneziano, trascorso in compagnia degli amici più intimi,
della figlia sposatasi con Brossano, decide di affidare a Malpaghini la
trascrizione in bella copia delle Familiares e del Canzoniere. La tranquillità
di quegli anni è turbata dall'attacco maldestro e violento mosso alla cultura,
all'opera e alla figura sua da IV filosofi averroisti che lo accusarono di
ignoranza. L'episodio è l'occasione per la stesura del saggio “De sui ipsius et
multorum ignorantia”, in cui P. difende la propria "ignoranza" in
campo del LIZIO a favore della filosofia dell’ACCADEMIA, più incentrata sui
problemi della natura umana rispetto alla prima, intesa a indagare la natura
sulla base dei dogmi del filosofo di Stagira. Amareggiato per l'indifferenza
dei veneziani davanti all’accuse rivoltegli, P. decide di abbandonare la città
lagunare e annullare così la donazione della sua biblioteca alla Serenissima.
La casa di P. ad Arquà P., località sita sui colli Euganei nei pressi di
Padova, dove vive il filosofo. Della dimora P. parla nella Seniles. Dopo alcuni
brevi viaggi, accolge l'invito dell'amico ed estimatore Carrara di stabilirsi a
Padova, in Via Dietro Duomo a Padova, la casa canonicale di P., assegnata a lui
in seguito al conferimento del canonicato. Il signore di Padova dona poi una
casa situata nella località di Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei,
dove poter vivere. Lo stato della casa, però, a abbastanza dissestato e ci
vollero alcuni mesi prima che potesse avvenire il definitivo trasferimento
nella nuova dimora. La vita di P., che è raggiunto dalla famiglia della figlia,
si alterna prevalentemente tra il soggiorno nella sua amata casa di Arquà e
quella vicina al duomo di Padova, allietato spesso dalle visite dei suoi amici
ed estimatori, oltre a quelli conosciuti nella città veneta, tra cui si ricorda
Seta, che daveva sostituito Malpaghini quale copista e segretario del filosofo
laureato. Si mosse dal padovano soltanto una volta quando e a Venezia quale
paciere per il trattato di pace tra i veneziani e Carrara. Per il resto del
tempo si dedica alla revisione delle sue opere e, in special modo, del
Canzoniere. Colpito da una sincope, muore ad Arquà mentre esaminava un testo di
VIRGILIO (o CICERONE), come auspicato in una lettera al Boccaccio. Peraga è
scelto per tenere l'orazione nel funerale, che si svolge nella chiesa di S.
Maria Assunta alla presenza di Carrara e di molte altre personalità laiche ed
ecclesiastiche. Per volontà testamentaria le spoglie di P. sono sepolte nella
chiesa parrocchiale del paese, per poi essere collocate dal genero in un'arca
marmorea accanto alla chiesa. Le vicende dei resti del P., come quelli di
ALIGHIERI, non sono tranquille. La sua tomba espezzata all'angolo di mezzodì e
vennero rapite alcune OSSA DEL BRACCIO DESTRO. Autore del furto e Martinelli,
un frate da Portogruaro, il quale, a quanto dice una pergamena dell'archivio
comunale di Arquà, venne spedito in quel luogo dai fiorentini, con ordine di
riportare seco qualche parte del suo scheletro. La veneta repubblica fa
riattare l'urna, suggellando con arpioni le fenditure del marmo, e ponendovi lo
stemma di Padova e l'epoca del misfatto. I resti trafugati NON SONO MAI
RECUPERATI. La tomba, che versa in stato pessimo, venne sottoposta a restauro
dato lo stato pessimo in cui il sepolcro versa. Il restauro però, a seguito di
complicazioni burocratiche e di conflitti di competenza e questioni anche
politiche, e addirittura processato con l'accusa di violata sepoltura. Avennero
resi noti i risultati dell'analisi dei resti conservati nella sua tomba ad
Arquà P.. Il TESCHIO, peraltro ridotto in frammenti, una volta ricostruito, è
riconosciuto come femminile e quindi non pertinente a P.. Un frammento di pochi
grammi del cranio esaminato con il metodo del radiocarbonio, consente di
accertare che il cranio ritrovato nel sepolcro è femminile. A chi sia
appartenuto e perché si trovasse nella sua tomba è ancora un mistero, come un
mistero è dove sia finito il suo proprio cranio. Il resto dello scheletro è
invece riconosciuto come autentico. Riporta alcune costole fratturate. Ferito
da una cavalla con un calcio al costato. Nello studio, affresco murale, Reggia
Carrarese, Sala dei Giganti, Padova. P. manifesta sempre un'insofferenza innata
nei confronti della cultura a lui coeva. La sua passione per i classici latini
liberate dalle interpretazioni allegoriche lo pone pongono come l'iniziatore
dell'umanesimo italiano. In “De remediis utriusque fortune”, ciò che interessa
maggiormente a P. è l'”humanitas”, cioè l'insieme delle qualità che danno
fondamento ai valori più umani della vita, con un'ansia di meditazione e di
ricerca tra erudita ed esistenziale intesa ad indagare l'anima in tutte le sue
sfaccettature. Di conseguenza, pone al centro della sua riflessione filosofica
l'essere umano, spostando l'attenzione dall'assoluto teo-centrismo
all'antropo-centrismo moderno. Fondamentale nella sua filosofia è la riscoperta
dei classici, sopra totto di CICERONE – E LIVIO (“Ab urbe condita”) e PLINIO
(“Historia naturalis”). Già conosciuti, sono ati oggetto però di una
rivisitazione che non tene quindi conto del contesto storico-culturale in cui
le opere erano state scritte. Per esempio, la figura di VIRGILIO è vista come
quella di un mago/profeta, capace di adombrare, nell'Ecloga IV delle Bucoliche,
la nascita di Cristo, anziché quella d’Asinio Gallo, figlio del politico romano
Asinio Pollione: un'ottica che ALIGHIERI accolse pienamente nel Virgilio della
Commedia. P., rispetto ai suoi contemporanei, rifiuta il travisamento dei
classici operato fino a quel momento, ridando loro quella patina di storicità e
di inquadramento culturale necessaria per stabilire con essi un colloquio
costante, come fa nel libro delle Familiares. Scrivere a CICERONE o a Seneca,
celebrandone l'opera o magari deplorandone con benevolenza mancanze e
contraddizioni, è per lui un modo filosoficamente tangibile -- e per noi assai
significativo simbolicamente -- di mostrare quanto a loro dovesse, quanto li
sentisse, appunto, idealmente suoi contemporanei. Oltre alle epistole,
all'Africa e al De viris illustribus, opera tale riscoperta attraverso il
metodo filologico da lui ideato e la ricostruzione dell'opera liviana – LIVIO
(si veda) -- e la composizione del Virgilio ambrosiano. Altro aspetto da cui
traspare questo innovativo approccio alle fonti e alle testimonianze
storico-letterarie si avverte, anche, nell'ambito della numismatica, della
quale P. è ritenuto il precursore. Per quanto riguarda la prima opera, P.
decise di riunire le varie decadi (cioè i libri di cui l'opera è composta)
allora conosciute in un unico codice, l'attuale codice oggi detto l’Harleiano.
P. si dedica a quest'opera di collazione, grazie ad un lavoro di ricerca e di
enorme pazienza. Prende la III decade, correggendola e integrandola ora con un
manoscritto veronese vergato da Raterio, ora con una lezione conservata nella
Biblioteca Capitolare della Cattedrale di Chartres, il Parigino Latino
acquistato da Colonna, contenente anche la IV decade. Quest'ultima è poi
corretta su di un codice appartenuto al preumanista padovano Lovati. Infine,
dopo aver raccolto anche la I decade, P. puo procedere a riunire gli sparsi
lavori di recupero. L'impresa riguardante la costruzione del Virgilio ambrosiano
è invece molto più complessa. Iniziato già quand'era in vita il padre, il
lavoro di collazione porta alla nascita di un codice composto di fogli
manoscritti che contene l'omnia virgiliana (Bucoliche, Georgiche ed Eneide
commentati dal grammatico Servio), al quale sono aggiunte quattro Odi di Orazio
e l'Achilleide di Stazio. Le vicende di tale manoscritto sono assai
travagliate. Sottrattogli dagli esecutori testamentari del padre, il Virgilio
ambrosiano si recupera solo quando P. commissiona a Martini una serie di
miniature che lo abbellirono esteticamente. Il manoscritto finisce nella
biblioteca dei Carraresi a Padova, tuttavia, Visconti conquista Padova ed il
codice è inviato, insieme ad altri manoscritti di P., a Pavia, nella Biblioteca
Visconteo-Sforzesca situata nel castello di Pavia. Sforza ordina al castellano
di Pavia di prestare il manoscritto allo zio Alessandro signore di Pesaro, poi
il Virgilio Ambrosiano torna a Pavia. Luigi XII conquista il Ducato di Milano e
la biblioteca Visconteo-Sforzesca si trasfere in Francia, dove si conserva
nella Bibliothèque nationale de France, circa CCCC manoscritti provenienti da
Pavia. Tuttavia il Virgilio Ambrosiano è sottratto al SACCHEGGIO FRANCESE da
Pirro. Sappiamo che si trova a Roma, di proprietà di Cusani, poi acquistato da
Borromeo per l'Ambrosiana. Il messaggio petrarchesco, nonostante la sua presa
di posizione a favore della natura umana, non si dislega dalla dimensione
religiosa. Difatti, il legame con l'agostinismo e la tensione verso una sempre
più ricercata perfezione morale sono chiavi costanti all'interno della sua
produzione letteraria e filosofica. Rispetto, però, alla tradizione medievale,
la religiosità petrarchesca è caratterizzata da tre nuove accezioni prima mai
manifestate: la prima, il rapporto intimo tra l'anima e Dio, un rapporto basato
sull'autocoscienza personale alla luce della verità divina. La seconda, la
rivalutazione della tradizione morale e filosofica classica, vista in un
rapporto di continuità con il cristianesimo e non più in chiave di contrasto o
di mera subordinazione; infine, il rapporto "esclusivo" tra P. e il
divino, che rifiuta la concezione collettiva propria della Commedia dantesca.
Comunanza tra valori classici e cristiani La lezione morale degli antichi è
universale e valida per ogni epoca. L’umanita di CICERONE non è diversa da
quella di Agostino, in quanto esprimono gli stessi valori, quali l'onestà, il
rispetto, la fedeltà nell'amicizia e il culto della conoscenza. Sul legame
degl’antichi è significativo il celebre passo della morte di Magone, fratello
di Annibale che, nell'Africa ormai morente, pronuncia un discorso sulla vanità
delle cose umane e sul valore liberatorio della morte dalle fatiche terrene che
in nessun modo si discosta dal pensiero cristiano, anche se tale discorso fu
criticato da molti ambienti che ritenevano una scelta infelice porre in bocca
ad un pagano un pensiero così Cristiano. Ecco un passo del lamento di Magone:
Edizione dell'Africa stampata a Venezia, nella stamperia di Manuzio. Nel particolare,
l'Incipit del poema. Heu qualis fortunae terminus alte est! Quam laetis mens
caeca bonis! furor ecce potentum praecipiti gaudere loco; status iste procellis
subjacet innumeris, et finis ad alta levatis est ruere. Heu tremulum
magnorum culmen honorum, Spesque hominum fallax, et inanis gloria fictis illita
blanditiis! Heu vita incerta labori
dedita perpetuo, semperque heu certa, nec unquam Stat morti praevisa dies! Heu
sortis iniquae natus homo in terris! Vista del Mont Ventoux dalla località di
Mirabel-aux-Baronnies. Infine, per il suo carattere fortemente personale,
l'umanesimo cristiano petrarchesco trova nel pensiero di sant'Agostino il
proprio modello etico-spirituale, contrario al sistema filosofico
tolemaico-aristotelico allora imperante nella cultura teologica, visto come
alieno dalla cura dell'anima umana. A tal proposito, REALE (si veda) delinea
lucidamente la posizione di P. verso la cultura contemporanea. La diffusione
dell'averroismo, col crescente interesse che suscitava per l'indagine naturalistica,
sembra a P. che distragga pericolosamente da quelle arti liberali, che sole
possono dare la sapienza necessaria per conseguire la pace spirituale in questa
vita e la beatitudine eterna nell'altra. La sapienza classica e cristiana, che
P. contrappone alla scienza averroistica, è quella fondata sulla meditazione
interiore attraverso alla quale si chiarisce a sé stessa e si forma la
personalità del singolo uomo. L'importanza che Agostino ebbe per l'uomo P. è
evidente in due celebri testi letterari del Nostro: il Secretum da un lato, in
cui il vescovo d'Ippona interloquisce con lui spingendolo ad un'acuta quanto
forte analisi interiore dei propri peccati; dall'altro, il celebre episodio
dell'ascesa al Monte Ventoso, narrato nella Familiares, IV, 1, inviata seppur
in modo fittizio a DSepolcro. La forte vena morale che percorre tutte le opere
petrarchesche volgare tende a trasmettere un messaggio di perfezione morale: il
Secretum, il De remediis, le raccolte epistolari e lo stesso Canzoniere sono
impregnati di questa tensione etica volta a risanare le deviazioni dell'anima
attraverso la via della virtù. Tale applicazione etica negli scritti
(l'oratio), però, deve corrispondere alla vita quotidiana se l'umanista vuole
trasmettere un'etica credibile ai destinatari. Prova di questo binomio
essenziale è, per esempio, “Delle cosa familiar”, indirizzata a CICERONE.
Esprime, in un tono di amarezza e di rabbia al contempo, la sua scelta di
essersi allontanato dall'otium letterario di TUSCOLO per addentrarsi nuovamente
nell'agone politico dopo la morte di GIULIO CESARE e schierarsi a fianco
d’OTTAVIANO contro MARC’ANTONIO, tradendo così i principi etici esposti nei
suoi trattati filosofici. Ma qual furore a danno di MARC’ANTONIO ti mosse?
Risponderai per avventura l'amore alla repubblica, che dicevi caduta in fondo.
Ma se codesta fede, se amore di libertà ti sprone come di sì grand'uomo stimare
si converrebbe, ond'è che tanto fosti amico di OTTAVIANO? Io ti compiango,
amico, e di sì grandi tuoi falli sento vergogna. Oh, quanto era meglio ad un
filosofo tuo pari nel silenzio dei campi, pensoso, come tu dici, non della
breve e caduca presente vita, ma della eterna, passar tranquilla vecchiezza. La
declinazione dell'impegno morale nella vita attiva delinea la sua vocazione
civile. Tale attributo, prima ancora di intendersi come impegno nella vita
politica del tempo, dev'essere compreso nella sua declinazione prettamente
sociale, quale suo impegno nell'aiutare gl'uomini contemporanei a migliorarsi
costantemente attraverso il dialogo e il senso di carità nei confronti del
prossimo. Oltre ai trattati morali si deve però anche registrare che cosa
significa per lui nella sua stessa vita, l'impegno civile. Il servizio presso i
potenti di turno – Colonna, Correggio, Visconti, e Carrara -- spinse i suoi
amici ad avvertirlo della minaccia che tali regnanti avrebbero potuto
costituire per la sua indipendenza intellettuale. Però, nella “Epistola ai
posteri” ribadì la sua proclamata indipendenza dagli intrighi di corte. I più
grandi monarchi dell'età mia m'ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a
loro, né so perché. Questo so che alcuni di loro parevan piuttosto essere
favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che
dall'alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi
ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l'amore della mia libertà, che da
chiunque di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano.
Nonostante l'intento autocelebrativo proprio dell'epistola, P. rimarca il fatto
che i potenti vollero averlo di fianco a sé per questioni di prestigio, facendo
sì che il poeta finisse «per non identificarsi mai fino in fondo con le loro
prese di posizioni». Il legame con le corti signorili, scelte per motivazioni
economiche e di protezione, getta pertanto le basi per la figura del
cortigiano. Se ALIGHIERI, costretto a vagare per le corti dell'Italia soffre
sempre per la lontananza da Firenze, fonda, con la sua scelta di vita, il
modello del cosmopolita, segnando così il tramonto dell'ideologia comunale
fondamento della sensibilità d’Alighieri prima, e che in parte è propria di
BOCCACCIO. La sua caratteristica è l'otium, vale a dire il riposo. Parola
latina indicante, in generale, il riposo dei patrizi romani dalle attività proprie
del negotium, la riprende rivestendola però di un significato diverso: non più
riposo assoluto, ma attività intellettuale nella tranquillità di un rifugio
appartato, solitario ove potersi concentrare e portare, poi, agli uomini il
messaggio morale nato da questo ritiro. Questo ritiro, come è esposto nei
trattati ascetici del De vita solitaria e del De otio religioso, è vicino, per
sensibilità del P., ai ritiri ascetico-spirituali dei Padri della Chiesa,
dimostrando quindi come l'attività letteraria sia, nel contempo, fortemente
intrisa di carica religiosa. P., con l'eccezione di due sole opere poetiche, i
Triumphi e il Canzoniere, scrisse esclusivamente in latino, la lingua di quegli
antichi romani di cui voleva riproporre la virtus nel mondo a lui contemporaneo.
Egli credeva di raggiungere il successo con le opere in latino, ma di fatto la
sua fama è legata alle opere in volgare. Al contrario d’ALIGHIERI, che aveva
voluto affidare la sua memoria ai posteri con la Commedia, P. decise di
eternare il suo nome riallacciandosi ai grandi dell'antichità. P. -- a parte
una letterina in volgare -- scrive sempre in latino quando deve comunicare,
anche privatamente, anche per le annotazioni AI MARGINI dei libri. Questa
scelta del latino come lingua esclusiva della prosa e della normale
comunicazione scritta, inserendosi nel più ampio progetto culturale che ispira
P., si carica di valori ideali (Guglielmino-Grosser). P. preferì usare il
volgare nei momenti di pausa dall'elaborazione delle grandi opere latine.
Difatti, come più volte definì le liriche che confluiranno nel Canzoniere, esse
valgono quali nugae, cioè quale elegante divertimento dello scrittore, a cui
dedicò senza dubbio molte cure, ma a cui non avrebbe mai pensato di affidare
quasi per intero la propria immortalità letteraria. Il suo volgare, al
contrario di quello d’Aligheri, è caratterizzato però da un'accurata selezione
di termini, cui il poeta continuò a lavorare, limando le sue poesie -- da qui
la limatio petrarchesca -- per la definizione di una poesia aristocratica,
lemento che spingerà il critico Contini a parlare di monolinguismo
petrarchesco, in contrapposizione al pluristilismo dantesco. ALIGHIERI e P..
Dalle considerazioni fatte, emerge chiaramente la profonda differenza esistente
tra P. ed ALIGHIERI: se il primo è un uomo che supera il teocentrismo medievale
incentrato sulla Scolastica in nome del recupero agostiniano e dei classici
depurati dall'interpretazione allegorica cristiana indebitamente appostavi dai
commentatori medievali, ALIGHIERI mostra invece di essere un uomo totalmente
medievale. Oltre alle considerazioni filosofiche, i due uomini sono antitetici
anche per la scelta linguistica cui legare la propria fama, per la concezione
dell'amore, per l'attaccamento alla patria. Illuminante sul sentimento che P.
nutrì per l'Alighieri è la Familiares, scritta in risposta all'amico Boccaccio,
incredulo delle dicerie secondo cui lui odia Alighieri. Afferma che non può
odiare qualcuno che conosce appena e che affronta con onore e sopportazione
l'esilio. Prende le distanze dall'ideologia, esprimendo il timore di essere
influenzato da un così grande esempio se avesse deciso di scrivere liriche in
volgare, liriche che sono facilmente sottoposte allo storpiamento da parte del
volgo. L“Africa” è un poema epico che tratta della seconda guerra punica e in
particolare delle gesta di SCIPIONE. Costituito da dodici egloghe, gli
argomenti del “Bucolicum carmen” spaziano fra amore, politica e morale. Anche
in questo caso, l'ascendenza virgiliana è evidente dal titolo, che richiama
fortemente lo stile e gli argomenti delle Bucoliche. Attualmente, la lezione
del Bucolicum petrarchesco è riportata dal codice Vaticano lat. Dedicate
all'amico Sulmona, le Epistolae metricae sono lettere in esametri, di cui
alcune trattano d'amore, mentre per la maggior parte si occupano di politica,
morale o di materie letterarie. I Psalmi penitentiales ne accenna nella
Seniles, a Sagremor de Pommiers. Sono una raccolta di sette preghiere basate
sul modello stilistico-linguistico dei salmi davidici della Bibbia, in cui
chiede perdono per i suoi peccati e aspira al perdono della Misericordia
divina. Il “De viris illustribus” è una raccolta di biografie di uomini
illustri dedicata a Carrara signore di Padova. Nell'intenzione originale dell'autore
l'opera doveva trattare la vita di personaggi della storia di Roma da ROMOLO a
Tito, ma arriva solo fino a Nerone. In seguito P. aggiunse personaggi di tutti
i tempi, cominciando da Adamo e arrivando a Ercole. L'opera rimase incompiuta
ed è continuata dall'amico e discepolo padovano di P., Seta, fino a Traiano. I
Rerum memorandarum libri sono una raccolta di esempi storici e aneddoti a scopo
d'educazione morale in prosa latina, basati sui Factorum et dictorum
memorabilium libri del filosofo latino VALERIO MASSIMO (si veda). Iniziati in
Provenza, furono continuati allorché P. scoprì le orazioni ciceroniane a
Verona, e ne fu indotto al progetto delle Familiares. Difatti, furono lasciati
incompiuti dall'autore, che ne scrisse soltanto i primi 4 libri e alcuni
frammenti del quinto libro. Il “De secreto conflictu curarum mearum” è una
delle sue opere più celebri e fu composta, anche se in seguito fu riveduta.
Articolato come un dialogo tra lui stesso e un santo alla presenza di una donna
muta che simboleggia la Verità, consiste in una sorta di esame di coscienza
personale nel quale si affrontano temi intimi del poeta, da cui il titolo
dell'opera. Come emerge però nel corso della trattazione, Francesco non si
mostra mai del tutto contrito dei suoi peccati (l'accidia e l'amore carnale per
Laura): al termine dell'esame egli non risulterà guarito o pentito, dando così
forma a quell'irrequietezza d'animo che contraddistinse la sua vita. "La
vita solitaria” è un trattato di carattere religioso e morale. L'autore vi
esalta la solitudine, tema caro anche all'ascetismo medioevale, ma il punto di
vista con cui la osserva non è strettamente religioso: al rigore della vita
monastica P. contrappone l'isolamento operoso dell'intellettuale, dedito alle
letture e alla scrittura in luoghi appartati e sereni, in compagnia di amici e
di altri intellettuali. L'isolamento dello studioso in una cornice naturale che
favorisce la concentrazione è l'unica forma di solitudine e di distacco dal
mondo che P. riuscì a conseguire, non considerandola in contrasto con i valori
spirituali cristiani, in quanto riteneva che la saggezza contenuta nei libri,
soprattutto nei testi classici, fosse in perfetta sintonia con quelli. Da
questa sua posizione è derivata l'espressione di "umanesimo cristiano"
di P. . Il “De otio religioso” è un'esaltazione della vita monastica, dedicata
al fratello Gherardo. Simile al “De vita solitaria”, esalta però soprattutto la
solitudine legata alle regole degli ordini religiosi, definita come la migliore
condizione di vita possibile. Il “De remediis utriusque fortunae” è una
raccolta di brevi dialoghi scritti in prosa latina. Basata sul modello del De
remediis fortuitorum, trattato pseudo-senechiano composto nel Medioevo, l'opera
è composta da scambi di battute tra entità allegoriche: prima il
"Gaudio" e la "Ragione", poi il "Dolore" e la
"Ragione". Simile ai precedenti Rerum memorandarum libri, questi
dialoghi hanno scopi educativi e moralistici, proponendosi di rafforzare
l'individuo contro i colpi della fortuna sia buona che avversa. Il De remediis
riporta anche una delle più esplicite condanne della cultura trecentensca da
parte di P., vista come sciocca e superflua. Ut ad plenum auctorum constet
integritas, quis scriptorum inscitie inertieque medebitur corrumpenti omnia
miscentique? Cuius metu multa iam, ut auguror, a magnis operibus clara ingenia
refrixerunt meritoque id patitur ignavissima etas hec, culine sollicita,
literarum negligens et coquos examinans, non scriptores. Perché persista
pienamente l'integrità degli scrittori antichi, chi tra i copisti guarirà ogni
cosa dall'ignoranza, dall'inerzia, dalla rovina e dal caos? Per il timore di
ciò si indebolirono, come prevedo, molti celebri ingegni dalle grandi opere, e
quest'epoca indolentissima permette ciò, dedita alla culinaria, ignorante delle
lettere e che valuta i cuochi, e non i copisti. L’occasione per la sua
“Invectivarum contra medicum quendam libri IV,” una serie di accuse nei
confronti dei medici e la malattia che colpe Clemente VI. Nella Familiares gli
consiglia di non fidarsi dei suoi archiatri, accusati di essere dei ciarlatani
dalle idee contrastanti fra di loro. Davanti alle forti rimostranze dei medici
pontifici nei confronti di P., questi scrisse quattro libri di accuse, una
copia dei quali fu inviata poi al Boccaccio. Il “De sui ipsius et multorum
ignorantia” e composta in seguito alle accuse di ignoranza che quattro lizij
gli rivolgeno, in quanto alieno dalla terminologia e dalle questioni delle
scienze naturali. In quest'apologia dell’umanismo risponde come lui e
interessato alle scienze che interessassero il benessere dell'anima umana, e
non alle discussioni tecniche e dogmatiche proprie del nominalismo. Invectiva
contra cuiusdam anonimi Galli calumnia -- di carattere politico, e una nvettiva
rivolta ad Hesdin, sostenitore della necessità che la sede del viscovo di Roma
e Avignone. Per tutta risposta sostenne la necessità che il viscovo di Roma
appartiene a Roma, sua sede diocesana e simbolo dell'antica gloria romana. Di
grande importanza sono le epistole latine in prosa, in quanto contribuiscono a
costruire l'immagine autobiografica idealizzata che offre di sé e quindi la sua
eternizzazione. Basate sul modello di Cicerone, ricavato dalla scoperta delle
“Epistulae ad Atticum” compiuta da lui a Verona, le lettere sono aggruppate in
quattro raccolte epistolari: le Familiares (o Familiarum rerum libri o De rebus
familiaribus libri), epistole dedicate a Socrate; le Seniles, epistole dedicate
a Nelli; le “Sine nominee” -- epistole politiche in un libro; e le epistole
“Variae”. È rimasta intenzionalmente esclusa dalle raccolte l'epistola “Ai
posteri”. Le lettere spaziano dagli anni bolognesi sino alla fine della sua
vita e sono indirizzate a vari personaggi suoi contemporanei, ma, nel caso d’un
libro delle Familiares, sono rivolte fittiziamente a personaggi dell'antichità.
Sempre delle Familiares è celebre l'epistola incentrata sull'ascesa al Monte
Ventoso. Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond’io
nudriva ’l core in sul mio primo giovenile errore quand’era in parte altr’uom
da quel ch’i’ sono. P., Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono, prima
quartina della lirica d'apertura del Canzoniere). Il “Canzoniere” è la storia
poetica della sua vita interiore vicina, per introspezione e tematiche, al
Secretum. La raccolta comprende 366 componimenti (365 più uno introduttivo. Voi
ch'ascoltate in rime sparse il suono: sonetti, canzoni, sestine, ballate e
madrigali, divisi tra rime in vita e rime in morte di Laura, celebrata quale
donna superiore, senza però raggiungere il livello della donna angelo della
Beatrice d’Alighieri. Difatti, Laura invecchia, subisce il corso del tempo, e
non è portatrice di alcun attributo divino nel senso teologico
stilnovista-dantesco. Anzi, la storia del “Canzoniere,” più che la celebrazione
di un amore, è il percorso di una progressiva conversione della sua anima. Si
passa, infatti, dal giovanil errore (l'amore terreno) ricordato nel sonetto
introduttivo Voi ch'ascoltate in rime sparse, alla canzone Vergine bella, che
di sol vestita in cui affida la sua anima alla protezione di dio perché trovi
finalmente pietà e riposo. L'opera, che gli richiese anni di continue
rivisitazioni stilistiche -- da qui la cosiddetta limatio petrarchesca -- prima
di trovare la forma definitiva sube ben varie fasi di redazioni. I
"Trionfi" e un poemetto allegorico in volgare toscano, in terzine
dantesche, compost a Milano -- è ambientato in una dimensione onirica e irreale
(strettissimo, per scelta metrica e tematica, è il legame con la Comedia).
Viene visitato d’Amore, che gli mostra tutti gl’uomini che cedeno alle passioni
del cuore. Annoverato tra questi ultimi, P. verrà poi liberato da Laura,
simboleggiante la Pudicizia (Triumphus Pudicitie), che cadrà poi per mano della
Morte (Triumphus Mortis). P. scoprirà dalla stessa Laura, apparsagli in sogno,
che ella si trova nella beatitudine celeste, e che egli stesso potrà
contemplarla nella gloria divina soltanto dopo che la morte lo avrà liberato
dal corpo caduco in cui si ritrova. La Fama poi sconfigge la morte (Triumphus
Fame) e celebra il proprio trionfo, accompagnata da Laura e da tutti i più
celebri personaggi della storia antica e recente. Il moto rapido del sole
suggerisce al poeta alcune riflessioni sulla vanità della fama terrena, cui fa seguito
una vera e propria visione, nella quale al poeta appare il Tempo trionfante
(Triumphus Temporis). Infine il poeta, sbigottito per la precedente visione, è
confortato dal suo stesso cuore, che gli dice di confidare in Dio: gli appare
allora l'ultima visione, un «mondo novo, in etate immobile ed eterna, un mondo
al di fuori del tempo dove trionferanno i beati e dove un giorno Laura gli
riapparirà, questa volta per sempre (Triumphus Eternitatis). Già quand'era in
vita fu riconosciuto immediatamente quale maestro e guida per tutti coloro che
volevano intraprendere lo studio delle discipline umanistiche. Grazie ai suoi
numerosi viaggi in tutta Italia, gettò il seme del suo messaggio presso i
principali centri della Penisola, in particolar modo a Firenze. Qui, oltre ad
aver conquistato alla causa dell'umanesimo Boccaccio (autore, tra l'altro, di
un De vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia), trasmise la sua
passione a C. Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze e vero trait
d'union nella generazione petrarchesco-boccacciana. Coluccio, infatti, fu il
maestro di due dei principali umanisti: Bracciolini, il più grande scopritore
di codici latini del secolo ed esportatore dell'umanesimo a Roma; e Bruni, il
più notevole rappresentante dell'umanesimo civile insieme al maestro Salutati.
È Bruni a consolidare la fama di P., allorché redasse una Vita di P., seguita
da quelle di Villani, Manetti, Sicco Polenton e Vergerio. Oltre a Firenze, i
soggiorni del poeta in Lombardia e a Venezia favorirono la nascita di movimenti
culturali locali desti declinare i princìpi umanistici a seconda delle esigenze
della classe politica locale: a Milano, dove operarono letterati del calibro di
Decembrio e Filelfo, nacque un umanesimo cortigiano destinato a diventare il
prototipo per tutte le corti principesche italiane; a Venezia si diffuse,
invece, un umanesimo educativo destinato a formare la nuova classe dirigente
della Serenissima, grazie all'attività di Giustinian, di Barbaro, e di Barbaro.
Bembo e il petrarchismo Magnifying glass icon mgx2. svg Pietro Bembo e
Petrarchismo. Se P. è visto soprattutto come capostipite della rinascita delle
lettere antiche, grazie al letterato e cardinale veneziano Bembo divenne anche
il modello del cosiddetto classicismo volgare, definendo una tendenza che si
stava progressivamente già delineando nella lirica italiana. Difatti Bembo, nel
dialogo Prose della volgar lingua, sostenne la necessità di prendere come
modelli stilistici e linguistici P. per la lirica, Boccaccio invece per la
prosa, scartando Dante per il suo plurilinguismo che lo rendeva difficilmente
accessibile: «Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque
un totale rifiuto della popolarità. Ecco perché Bembo non accettava
integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non apprezzava le
discese verso il basso nelle quali noi moderni riconosciamo un accattivante
mistilinguismo. Da questo punto di vista, il modello del Canzoniere di P. non
presentava difetti, per la sua assoluta selezione linguistico-lessicale.»
(Marazzini) Contini, grande estimatore di P. e suo commentatore. La proposta
bembiana risultò, nelle diatribe relative alla questione della lingua, quella
vincente. Già negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione delle Prose,
si diffuse presso i circoli poetici italiani una passione per le tematiche e lo
stile della poesia petrarchesca (stimolata anche dal commento al Canzoniere di
Vellutello), chiamata poi petrarchismo, favorita anche dalla diffusione dei
petrarchini, cioè edizioni tascabili del Canzoniere. A fianco del petrarchismo,
però, si sviluppò anche un movimento avverso alla canonizzazione poetica
operata dal Bembo: allorché letterati come Berni ed Aretino svilupparono
polemicamente il fenomeno dell'antipetrarchismo; poi, nel corso del Seicento,
la temperie barocca, ostile all'idea di classicismo in nome della libertà
formale, declassò il valore dell'opera petrarchesca. Riabilitato parzialmente
da Muratori, P. ritorna pienamente in auge in seno alla temperie romantica,
quando Foscolo prima e Sanctis poi, nelle loro lezioni tenute dal primo a
Pavia, e dal secondo a Napoli e a Zurigo, furono in grado di operare un'analisi
complessiva della produzione petrarchesca e ritrovarne l'originalità. Dopo gli
studi compiuti da Carducci e dagli altri membri della Scuola storica, il secolo
scorso vide, per l'area italiana, Contini e Billanovich tra i maggiori studiosi
del P.. P. e la scienza diplomatica Magnifying glass icon mgx2.svg Diplomatica.
Benché la diplomatica, ovvero la scienza che studia i documenti prodotti da una
cancelleria o da un notaio e le loro caratteristiche estrinseche ed
intrinseche, sia nata consapevolmente con Mabillon, nella storia di tale
disciplina sono stati individuati dei precursori che, inconsapevolmente, nella
loro attività filologica, hanno analizzato e dichiarato l'autenticità o meno
anche di documenti oggetto di studio da parte della diplomatica. Tra questi,
infatti, vi furono molti umanisti e anche il loro precursore e fondatore, P.
Ifatti, l'imperatore Carlo IV chiese al celebre filologo di analizzare dei
documenti imperiali in possesso di suo genero, Rodolfo IV d'Asburgo, che
sarebbero stati stilati da Giulio Cesare e da Nerone a favore dell'Austria che
dichiaravano tali terre indipendenti dall'Impero. P. rispose con la Seniles in
cui, evidenziando lo stile, gli errori storici e geografici e il tono (il
tenore) della lettera (tra cui la mancanza della data topica e della data
cronologica propria dei diplomi), negò la validità di questo diploma. Onorificenze
Laurea poeticanastrino per uniforme ordinario. Laurea poetica — Roma. A P. è
intitolato il cratere P. su Mercurio. L'epistola, scritta in risposta a una
missiva in cui l'amico Boccaccio gli chiedeva se fosse vera l'invidia che P.
nutriva per Dante, contiene l'accenno all'incontro, in età giovanile, con il
più maturo poeta: «E primieramente si noti com'io mai non ebbi ragione alcuna
d'odiare cotal uomo, che solo una volta negli anni della mia fanciullezza mi
venne veduto.» (Delle cose familiari). La critica, se l'incontro sia da
attribuirsi a Pisa o ad altre località, è divisa: Ariani e Ferroni, nota 6
propendono per la città toscana, mentre Rico-Marcozzi pensano a un incontro
avvenuto a Genova quando la famiglia di ser Petracco si stava dirigendo in
Francia. Pacca4 opera un'interpretazione intermedia tra le due città, benché
ritenga che sia più probabile Pisa come luogo effettivo dell'incontro. Dello
stesso parere, infine, anche Dotti. Si legga il brano dell'epistola, in cui P.
ricorda il loro primo incontro e il piacevolissimo periodo trascorso nella
località francese: «e noi fanciulli ancora impuberi partimmo in un cogli altri,
ma fummo con speciale destinazione per imparare grammatica mandati a scuola a
Carpentrasso, piccola città, ma di piccola provincia città capitale. Ricordi tu
que' quattro anni? Quanta gioia, quanta sicurezza, qual pace in casa, qual
libertà in pubblico, quale quiete, qual silenzio ne' campi! (Lettere Senili).
P. mostrò, nei confronti di tale scienza, sempre un'avversione innata, come è
esposto nella Familiares, in cui P. scrive a Genovese che a Montpellier prima e
a Bologna poi «ben altro in quegli anni fare io poteva o in se stesso più
nobile o alla natura mia meglio conveniente: né sempre nella elezione dello
stato quello ch'è più splendido, ma quello che a chi lo sceglie è più acconcio
preferire si deve.» (Delle cose familiari). Come però ricorda Wilkins, la
scelta di P. di entrare a far parte della Chiesa non fu soltanto dettata dalla
cinica necessità di ottenere i proventi necessari per vivere. Nonostante non
avesse mai avuto la vocazione per la cura delle anime, P. ebbe sempre una
profonda fede religiosa. A sviluppare la tesi dell'identificazione di Laura con
tale Laura de Sade è la stessa testimonianza di P. nella Familiares, II, 9 a
Giacomo Colonna, il quale cominciò a mostrarsi dubbioso sull'esistenza di
questa donna (si veda Delle cose familiari, Più precisamente, nella Nota,
Fracassetti fa riemergere la vita della presunta amata del P.: «Da Odiberto e
da Ermessenda di Noves nobile famiglia di Avignone nacque una fanciulla, cui fu
dato il nome di Laura. Fa fatta per man di notaio la scritta nuziale fra Laura
ed Ugo De Sade gentiluomo Avignonese. Due anni più tardi nella chiesa di S.
Chiara di questa città, a quell'ora del giorno che chiamavano prima, P. allora
di poco più che ventidue anni la vide» Si legga l'episodio di come fossero
stati dati alle fiamme dei libri di VIRGILIO e CICERONE, cosa che suscita il
pianto in P.. Al che il padre, vedendolo così affranto «d'una mano porgendo
Virgilio, dall'altra i rettorici di Cicerone: "tieni, sorridendo mi disse,
abbiti questo per ricrearti qualche rara volta la mente, e quest'altro a
conforto e ad aiuto nello studio delle leggi".» (Lettere Senili Il codice,
dopo la morte di P. passa nelle mani di Francesco Novello da Carrara, nuovo
signore di Padova. Quando questa città verrà conquistata da Visconti, anche il
patrimonio bibliotecario petrarchesco passò nelle mani dei duchi milanesi, che
lo conservarono nella loro biblioteca di Pavia. Fu poi sistemato nella
Pinacoteca Ambrosiana, grazie all'intervento del suo fondatore, il cardinale
Federigo Borromeo arcivescovo di Milano. Si veda: Cappelli. Da questo momento
in avanti, P. non esitò a chiamare Avignone la novella Babilonia di apocalittica
memoria, come testimoniato dai celebri sonetti avignonesi facenti parte del
Canzoniere. Oltre a motivazioni di carattere morale, ci fu anche la profonda
delusione che suscitò la decisione di Benedetto XII di non recarsi a prendere
possesso ufficialmente della sua sede vescovile e ristabilire così pace in
Italia (Ariani). P. scrisse, riguardo alla morte del vecchio amico e
protettore, due lettere commoventi: la prima, al fratello di Giacomo, il
cardinale Giovanni (Delle cose familiari; la seconda, all'amico Tosetti,
soprannominato Lelio (Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti). Nella
Nota alla prima Fracassetti ricorda come P., nella Familiares, avesse avuto, in
sogno, il presagio della morte del Vescovo di Lombez venticinque giorni prima
della sua effettiva scomparsa. Cappelli 55. Significativa la ricostruzione
storico-letteraria compiuta da Amaturo, ove si rievocano le figure di
intellettuali che si legarono alla biblioteca capitolare veronese (Matociis,
Dante e Pietro Alighieri, Benzo d'Alessandria, Vincenzo Bellovacense) e le
rarità che essa conteneva (codici contenenti le lettere di PLINIO il Giovane;
parte dell'Ab Urbe condita liviana che P. utilizzò per la ricostruzione
filologica del codice Harleiano; le orazioni ciceroniane citate; il Liber
catulliano). Boccaccio esprimerà la sua indignatio nell'Epistola X indirizzata
a lui, ove, grazie alla tecnica retorica dello sdoppiamento e a topoi
letterari, Boccaccio si lamenta col magister di come Silvano (il nome
letterario usato nella cerchia petrarchesca per indicare il poeta laureato)
avesse osato recarsi presso il tiranno Visconti (identificato in
Egonis):«Audivi, dilecte michi, quod in auribus meis mirabile est, solivagum
Silvanum nostrum, transalpino Elicone relicto, Egonis antra subisse, et
muneribus sumptis ex pastore castalio ligustinum devenisse subulcum, et secum
pariter Danem peneiam et pierias carcerasse sorores». Inoltre, bisogna
ricordare che la scelta di risiedere a Milano era anche uno schiaffo alla
proposta delle autorità fiorentine di occupare un posto come docente nello
Studium, occupazione che gli avrebbe concesso di rientrare in possesso dei beni
paterni sequestrati. L'arcivescovo Giovanni II Visconti, difatti, proseguì la
politica espansionistica dei suoi predecessori a danno delle altre potenze
dell'Italia centro-settentrionale, tra le quali spiccava Firenze. Le ostilità
tra Milano e Firenze perdureranno fino a quando salì al potere come duca dello
Stato lombardo Francesco Sforza, che intraprese una politica di alleanza con
Firenze grazie all'amicizia personale che lo legava a Cosimo de' Medici.
Durante l'epidemia di peste milanese, morì il figlio Giovanni (Pacca), nato da
una relazione extraconiugale. I rapporti con il figlio, al contrario di quanto
avvenne con la secondogenita Francesca, furono assai burrascosi a causa della
condotta ribelle di Giovanni (Dotti) accenna all'odio che Giovanni provava
verso i libri, «quasi fossero serpenti»). Come ricordato nella Familiares. Si
separa dal figlio Giovanni, che tornò ad Avignone in seguito a non precisati
dissapori (Familiares); tre anni dopo sarebbe tornato a Milano. (Rico-Marcozzi)
Il ravennate Malpaghini fu presentato da Donato degli Albanzani a P. che,
rimasto colpito dalle sue qualità letterarie e dalla sua pronta intelligenza,
lo prese al suo servizio quale copista. La collaborazione tra i due uomini,
durata appunto si interruppe il 21 aprile di quell'anno, quando il Malpaghini
decise di lasciare l'incarico presso l'Aretino. Per maggiori informazioni
biografiche, si veda la biografia di Signorini. P., nella Seniles informa il
fratello Gherardo, tra le altre cose, anche della sua nuova dimora sui colli
Euganei, dandone un quadro piacevole e ameno: «E per non dilungarmi di troppo
della mia chiesa, qui fra i colli Euganei, non più lontano che dieci miglia da
Padova mi fabbricai una piccola ma graziosa casina, cinta da un oliveto e da
una vigna che dan quanto basta a una non numerosa e modesta famiglia. E qui,
sebbene infermo del corpo, io vivo dell'animo pienamente tranquillo lungi dai
tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo sempre e scrivendo. Lettere Senili.
La lettera non può essere considerata "reale", ma piuttosto una
rielaborazione voluta dal P.. Difatti, a quell'altezza, il giovane P. non era
ancora entrato in contatto con il padre agostiniano, e la scelta della data
(corrispondente al Venerdì Santo) e del luogo (la salita al monte rievoca
l'immagine della Passione di Gesù sul Calvario) rendono ancora più
"mitica" l'ambientazione. Si veda, per quanto riguarda la
ricostruzione filologica e cronologica dell'epistola, il saggio di Giuseppe
Billanovich, P. e il Ventoso, in Italia medioevale e umanistica, Roma,
Antenore, Il ventiquattresimo libro delle Familiares è composto da lettere
indirizzate a vari personaggi dell'antichità classica. Per P., infatti, gli
antichi non sono lontani e irraggiungibili: la costante lettura delle loro
opere fa sì che CICERONE, ORAZIO, Seneca, VIRGILIO vivano attraverso queste
ultime, rendendo i rapporti tra P. e i suoi ammirati scrittori classici vicini
per la comunanza di sentimento. L'Otium degli antichi romani non consisteva
unicamente nel riposo dagli impegni quotidiani, indicati sotto il sostantivo di
negotium. Per CICERONE, l'otium non era soltanto il riposo dalle attività
forensi e politiche, ma soprattutto il ritiro nella propria intimità domestica
col fine di dedicarsi alla letteratura (De officiis). In questo caso, il
modello petrarchesco è affine a quello stoicheggiante dell'oratore romano. Si
veda il riassunto operato da Laidlaw, che ripercorre la concezione all'interno
della letteratura latina. Per CICERONE, nello specifico si vedano le pagine
Laidlaw, Termine di origine catulliana, P. lo prende in prestito per descrivere
le liriche come diversivo, passatempo. La questione delle nugae volgari e, più
in generale, delle opere latine, è esposta nella Familiares (Delle cose
familiari) Guglielmino-Grosser I testi sono raccolti nel codice Vaticano Latino
come ricordato da Santagata, Bisogna ricordare che Il Canzoniere non raccoglie
tutti i componimenti poetici del P., ma solo quelli che il poeta scelse con
grande cura: altre rime (dette extravagantes) andarono perdute o furono incluse
in altri manoscritti (cfr. Ferroni). L'inquietudine petrarchesca nasce, quindi,
dal contrasto tra l'attrazione verso i beni terreni (tra cui l'amore per Laura)
e l'aspirazione all'assoluto divino, propria della cultura medievale e della
religione cristiana, come ricordato da Guglielmino-Grosser. P. mantenne,
nell'ambito della lirica volgare, quell'aristocraticismo stilistico-lessicale
prima accennato, in cui si rifiutano molti usi lemmatici presenti nella
tradizione poetica italiana e che P. rifiuterà, accogliendone un preciso gruppo
ristretto ed elitario. Come ricorda Marazzini, Si delinea una tendenza del
linguaggio lirico al 'vago', inteso nel senso di una genericità antirealistica
(al contrario di quanto accade nel corposo realismo della Commedia),
testimoniato anche dalla polivalenza di certi termini, i quali, come
l'aggettivo dolce, entrano in un numero molto grande di combinazioni diverse.
Eppure la lingua di P., selezionata e ridotta nelle scelte lessicali, accoglie
un buon numero di varianti canonizzando un polimorfismo...in cui si allineano
la forma toscana, quella latineggiante, quella siciliana o provenzale...» Di
Benedetto170. Si ricorda anche che, seppur in forma minore, era presente nel
mondo letterario italiano del '400 anche un'ammirazione verso il P. volgare,
come testimoniato dalle edizioni a stampa del Canzoniere e dei Trionfi uscite
dalla bottega dei padovani Bartolomeo Valdezocco e Martino de Septem Arboribus
(cfr. Ente Nazionale P., Culto petrarchesco a Padova.). Riferimenti
bibliografici la notte Casa P. Arezzo, Regione Toscana Wilkins Ariani21. Più
specificamente Bettarini. Dopo essere stato accusato di aver falsificato un
istrumento notarile è così condannato al pagamento di 1000 lire e al taglio
della mano destra. Dotti Bettarini e Pacca Per informazioni biografiche, si
veda la voce Pasquini. Il ricordo di P. al riguardo è riportato in Lettere Senili,
Pasquini. Quanto a P., il magistero di Convenevole si colloca indubbiamente. La
Casa di P., su arqua P..com. Pacca Si legga il brano della Lettere Senili, Il
brano è ricordato anche da Wilkins Ariani Wilkins Rico-Marcozzi. Si recò a
studiare a Bologna, seguito da un maestro privato; e Wilkins in cui si ritiene
che questo maestro avesse «l'incarico, almeno per Francesco e Gherardo, di
fungere in loco parentis. Ariani Ariani, Wilkins, Dotti Bettarini. Cappelli
Pacca Rico-Marcozzi; Ferroni Wilkins, Wilkins, Rico-Marcozzi. Colonna reclutò
P. per la sua corte vescovile di Lombez, in Guascogna: ne avrebbero fatto parte
il cantore fiammingo Ludovico Santo di Beringen e l'uomo d'armi romano Lello di
Pietro Stefano dei Tosetti, che P. battezza in seguito, rispettivamente,
Socrate e Lelio. Ferroni Pacca Alinari, su alinariarchives La distinzione tra
le due scuole di pensiero emerge in Ferroni, Ariani ricorda che il primo
sostenitore del filone allegorico-letterario fu il giovane Giovanni Boccaccio
nel suo De vita et moribus domini P.. Ariani. Dotti, specifica che questo san
Paolo è acquistato per procura a Roma e che il volume proveniva da Napoli.
Ariani. Per maggiori approfondimenti biografici, si veda la biografia di
Moschella. Moschella, Suggello ideale dell'amicizia tra i due fu il dono, da
parte di Dionigi, di una copia delle Confessiones di s. Agostino.Billanovich,
Wilkins e Pacca Wilkins; Wilkins Rico-Marcozzi. Nel frattempo aveva raggiunto
Roma accolto da fra Giovanni Colonna al termine di un avventuroso viaggio, e
dove nella sua prima lettera contemplando dal Campidoglio le rovine dell’Urbe,
manifestò la meraviglia per la loro grandezza e maestosità, dando forma a
quella riscoperta dell’antichità classica e al rimpianto per la sua decadenza
che divennero i cardini etici, estetici e politici dell’Umanesimo. Pacca Dotti,
Dotti Mauro Sarnelli, P. e gli uomini illustri, Treccani). Ariani Certo il
privilegio toccava, del tutto straordinariamente, a un poeta che ancora non
aveva pubblicato molto per meritarselo: ma la protezione dei potenti Colonna e
la rete di estimatori che aveva saputo intessere per tempo sono evidentemente
bastate a valorizzare al massimo le epistole metriche, la fama dell'Africa. e
del De viris, le rime volgari già note...» Dello stesso avviso anche Pacca e
Santagata. Moschella. Dionigi fa ritorno in Italia; dopo un breve soggiorno a
Firenze, giunse a Napoli (cfr. P., Familiares), dove l'aveva voluto il re
Roberto d'Angiò, che per l'agostiniano nutriva una profonda stima, oltre a
condividerne gli interessi per l'astrologia giudiziaria e per i classici
latini. Wilkins. La conoscenza dell'antica tradizione e delle due o tre
incoronazioni celebrate da singole città in tempi moderni, insieme
all'aspirazione a diventare famoso, accese inevitabilmente in P. il desiderio
di ricevere a sua voglia quell'onore. Egli confidò dapprima il suo pensiero a
Dionigi da Borgo San Sepolcro e a Giacomo Colonna, e ne venne a conoscenza
anche qualche persona che aveva legami con l'Parigi. Si legga il brano della
lettera dove inizia la decantazione delle lodi nei confronti del re napoletano:
«E chi dico io, e lo dico con pieno convincimento, in Italia, anzi in Europa
più grande di re Roberto Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti)
Wilkins; Rico-Marcozzi. Sulla base dei contraddittori racconti di P. si
dovrebbe dedurre che nello stesso giorno questi avesse ricevuto l’invito a
cingere la corona sia dal Senato di Roma sia da Parigi e avesse chiesto
consiglio al cardinal Colonna decidendo di scegliere Roma (IV 5, 6), per
ricevere la laurea "sulle ceneri degli alti poeti che ivi dimorano".»
Difatti P. riteneva che l'ultima incoronazione a Roma fosse stata quella di
Stazio e che quindi, se vi fosse stato incoronato, sarebbe stato direttamente
un successore degli antichi poeti classici da lui tanto amati (Pacca). Cfr., ad
esempio, Rico-Marcozzi; Wilkins, Ariani, Pacca74. Rico-Marcozzi. Sono le date
fornite da P. ([Familiares]), e la più probabile sembra essere la seconda;
tuttavia Boccaccio situa l'evento il 17 e il documento ufficiale, il
Privilegium laureationis, almeno in parte redatto dallo stesso P., reca la
data. Lacultur, biografia di P., su lacultur.altervista.org. Wilkins; Dotti.
«In Avignone egli vedeva simbolicamente la corruzione della Chiesa di Cristo e
l'intollerabile esilio di Pietro.» Paravicini Bagliani. Moschella. Petrucci.
Wilkins, Così Ariani, Wilkins sostiene invece che Cola sia giunto ad Avignone a
Wilkins4 «Cola si intrattenne parecchi mesi e in quel periodo strinse amicizia
con P.. Cola era ancor giovane e poco noto; ma i due uomini avevano in comune
un grande entusiasmo per la Roma antica e cristiana, una grande preoccupazione
per lo stato presente della città e una grande speranza per la restaurazione
dell'antica potenza e dell'antico splendore.» Il Mondo di P. Ariani, il quale
ricorda, a testimonianza della rottura coi Colonna, Bucolicum carmen, VIII,
intitolato Divortium (cfr. Bucolicum carmen. Santagata ricorda inoltre come i
legami tra P. e il cardinale Giovanni non fossero mai stati buoni come con il
fratello di lui Giacomo. A differenza di Giacomo, il cardinale resta sempre il
dominus. Rico-Marcozzi. Pacca e Cappelli. Dotti, Wilkins, Ariani. Troncarelli.
Waley. Pacca, Padova, sRico-Marcozzi: «Giacomo II da Carrara, signore di
Padova, che gli fece ottenere un ulteriore e ricco canonicato da 200 ducati
d'oro l'anno e una casa nei pressi della cattedrale». Ariani. Una prospettiva
generale del rapporto tra P. e Boccaccio è esposto in Rico, Branca87.
Rico-Marcozzi. Solo in autunno si trasferì ad Avignone, per scoprire (almeno
secondo quanto affermato in Familiares) che gli si offriva la segreteria
apostolica, già a suo tempo rifiutata, e un vescovado». Ariani, Ferroni; D.
Ferraro, P. a Milano. Le ragioni di una scelta, Rinascimento; Firenze: Olschki,
Viscónti, Galeazzo II, su treccani. Pacca, Amaturo. Ma è fuor di dubbio che tra
il poeta e i suoi nuovi signori si istituiva come un patto di mutuo interesse:
da un lato egli si avvantaggiava della posizione di prestigio che gli offriva
l'amicizia dei Visconti; d'altro lato acconsentiva tacitamente a essere
adoperato in missioni diplomatiche, non numerose invero, né discordanti con i
suoi ideali civili. Ariani Cappelli La riflessione petrarchesca si indirizza
sempre più ad hominem e ad vitam, all'uomo concreto nella sua circostanza
concreta, si nutre di meditazione interiore, progetta un'opera capace di
delineare una parabola esemplare in cui lo scrittore propone se stesso e la
cultura di cui è portatore come modello capace di confrontarsi su tutti i
terreni.» Rico-Marcozzi: «il Secretum...composto in tre fasi successive.
Ferroni Ariani Cappelli Wilkins Vicini Retore originario di Pratovecchio,
Donato degli Albanzani fu intimo amico sia di P. che di Boccaccio. Per quanto
riguarda i rapporti con il primo si ricordano, oltre le missive indirizzategli
dall'Aretino, anche alcune egloghe del Bucolicum Carmen, in cui è chiamato con
il senhal di Appenninigena. Si veda la voce biografica Martellotti. U. Dotti,
P. civile: alle origini dell'intellettuale moderno, Donzelli Editore, Wilkins,
espone dettagliatamente le trattative tra P. e la Serenissima, citando anche il
verbale del Maggior Consiglio con cui si procedette all'approvazione della
proposta petrarchesca. Per ulteriori informazioni, si veda Gargan, Lettere Senili,
traduzione di G. Fracassetti, Si ricordi la visita dell'amico Boccaccio, quando
però P. si era recato momentaneamente a Pavia su richiesta di Galeazzo II.
Nonostante l'assenza dell'amico, Bocca ccio trovò una calorosa accoglienza da
parte di Francescuolo e di Francesca, trascorrendo giorni piacevoli nella città
lagunare (Cfr. Wilkins, Rico-Marcozzi -- fece ritorno a Venezia dove fu
raggiunto dalla figlia Francesca maritata al milanese Francescuolo da Brossano.
Pacca, Ma...bisogna dire che il vero valore del De ignorantia consiste nella
vigorosa affermazione della filosofia morale sulla scienza naturale. Ed è
questo il motivo della sua inferiorità rispetto a scrittori come Platone,
CICERONE e Seneca; perché per P. la cultura "è subordinata alla vita morale
dell'uomo. Casa del P., Arquà. Wilkins Ariani Wilkins, Billanovich. P.
designacon indicazioni esplicite anche per noi remoti quale loro custode un
letterato padovano, Lombardo della Seta, mediocre per ingegno e per dottrina,
ma cliente premuroso del maestro, di cui in una intima familiarità negli ultimi
anni aveva lentamente conosciuto le abitudini e filialmente soddisfatto i
desideri. Così...era promosso subito a buon segretario. Ariani Baldi, Razetti,
Zaccaria, Dal testo alla storia, dalla storia al testo, Paravia Wilkins La
tomba di P.. Canestrini e Dotti, Millocca, Francesco, Leoni, Pier Carlo, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Si
veda Analisi Genetica dei resti scheletrici attribuiti a P.. Si veda inoltre P.il
poeta che perse la testain The Guardian sulla riesumazione dei resti di P..
Ricchissima la al proposito: si ricordino i libri citati in, tra cui Cappelli,
L'umanesimo italiano da P. a Valla; i saggi curati da Billanovich (tra cui
l'opera sua più importante, Billanovich, P. letterato, uno dei maggiori
studiosi di P.; i libri di Pacca, Ariani e Wilkins. Pacca e Cappelli, Garin. Si
veda il lungo articolo di Lamendola al riguardo, in cui si espone anche la
chiave di lettura dei classici latini nel corso dell'età medioevale. Dotti,
Nassar, Numismatica e P.: una nuova idea di collezionismo, Il collezionismo
numismatico italiano. Una storica e illuminata tradizione. Un patrimonio
culturale del nostro Paese., Milano, Numismatici Italiani Professionisti,
Billanovich Per la datazione cronologica, cfr. Billanovich. Il P. formò tra i
venti e i venticinque anni il Livio Harleiano»; Le scoperte e i restauri degli
Ab Urbe condita eseguiti dal P. sul palcoscenico europeo di Avignone; Cappelli,
Billanovich, Billanovich, Un riassunto veloce è esposto anche da Ariani63.
Cappelli42 e Ariani62. Cappelli, Albertini Ottolenghi, Albertini Ottolenghi.
Significativo il titolo del settimo capitolo di Ariani. Lo scavo introspettivo.
Ferroni10. Ferroni, Ferroni e Guglielmino-Grosser. P., Africa, Cappelli e
Guglielmino-Grosser Dotti,: I versi vennero infatti riconosciuti bellissimi, ma
tali da non convenirsi alla persona cui erano posti in bocca, in quanto degni
piuttosto di un personaggio cristiano che di uno pagano.» Santagata. Il gesto di
fastidio con il quale si liberò quasi sùbito delle superfetazioni scolastiche
ha il suo esatto corrispettivo nel rifiuto dell'imponente edificio logico e
scientifico della filosofia Scolastica a favore di una ricerca morale
orientata, con la guida determinante dell'agostinismo, verso il soggetto e
l'interiorità della coscienza. Delle cose familiari, Guglielmino-Grosser,
confrontando Dante, il quale non ha trasmesso ai posteri dati biografici della
propria vita, e P,, afferma che quest'ultimo «fornendoci una grande quantità di
informazioni dettagliate sulla sua vita quotidiana, vere o false che siano,
mira a trasmettere di sé un'immagine concreta. Dotti, sulla base della
Familiares delinea il senso del messaggio umanistico lanciato da P.: parlare
con il proprio animo non serve. Bisogna affaticarsi ad ceterorum utilitatem
quibuscum vivimus, per l'utilità di coloro con i quali viviamo in questa
terrena società, ed è certo che con le nostre parole possiamo giovare: quorum
animos nostris collucutionibus plurimum adiuvari posse non ambigitur
(Familiares). Il colloquio umano è dunque lo strumento dell'autentico processo
umanistico. Sua mercé si saldano e si congiungono gli spazi più lontani...I
comuni principi morali, dunque, e l'indagine costante e irreversibile sono la
molla di un processo che non può aver fine se non con la morte dell'umanità
medesima, e il discorso, il colloquio e la cultura ne sono il filo conduttore.
Viaggi nel TestoAutori della letteratura Italiana, su internetculturale. Si
ricordino i celebri versi di Pd in cui l'avo Cacciaguida gli profetizza la
durezza dell'esilio: Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è
duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale Guglielmino-Grosser
Guglielmino-Grosser Marazzini Santagata. La riforma di P. consiste
nell'introdurre entro l'universo senza regole della rimeria coeva la
disciplina, l'ordine, la pulizia formale, lo stesso aristocraticismo propri
delle più compatte 'scuole' duecentesche. Luperini, Il plurilinguismo di Dante
e il monolinguismo di P. secondo Contini. Delle cose familiari, traduzione di
G. Fracassetti, Pulsoni Pizzimentig Opera: Altichiero, San Giorgio battezza
Servio re di Cirene; Si veda, per maggiori informazioni, Pacca, Per maggior
informazioni, si veda il saggio di Fenzi. Si veda il saggio di Dotti sulle
Epistolae metricae. Pacca, Pacca, Ferroni. Amaturo, Cappelli Ferroni, Pacca;
Santagata; Amaturo, Le epistolae retrodatate furono, secondo Santagata,
probabilmente scritte ex novo perché fossero aderenti al progetto culturale-esistenziale
idealizzato da P.. Guglielmino-Grosser; Ferroni; Ariani; Dionisotti. Salutati e
dopo la morte del P. e del Boccaccio, il più autorevole umanista italiano,
unico erede di quei grandi.» Dionisotti. Dopo lungo intervallo, Boccaccio
compose in volgare una succinta vita di Alighieri cui fece seguire un'assai più
succinta vita del P. e un conclusivo paragone fra i due poeti. Cappelli, Di
Benedetto. Si veda la voce enciclopedica curata da Praz e Benedetto Ariani
Pacca, P. e Bresslau, Lettere Senili, traduzione di G. Fracassetti, M.
Albertini Ottolenghi, Note sulla biblioteca dei Visconti e degli Sforza nel
Castello di Pavia, in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria,
Raffaele Amaturo, P., con due capitoli introduttivi al Trecento di Carlo
Muscetta e Francesco Tateo” (Roma, Laterza); M. Ariani, P., Roma, Salerno),
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Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G. Billanovich, P. letterato. Lo scrittoio
del P,, Roma, Storia e Letteratura, Billanovich, Gli inizi della fortuna di P.,
Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, G. Billanovich, Il Boccaccio, il P. e
le più antiche traduzioni in italiano delle Decadi di Tito Livio, in Giornale
Storico della Letteratura Italiana, Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo
biografico, Firenze, Sansoni, H. Bresslau, Manuale di diplomatica per la
Germania e per l'Italia, Annamaria Voci-Roth, Roma, Ministero per i Beni
Culturali e Ambientali-Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Giovanni Canestrini,
Le ossa di Francesco P.: studio antropologico, Padova, Reale Stab. di
Prosperini, Cappelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, Roma, Carocci);
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Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti, Firenze,
Monnier, P., Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro; Lettere varie
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Feltrinelli); Donata Vicini, Musei civici di Pavia, Milano, Skira,
Petrarchismo; Pre-umanesimo Umanesimo Canzoniere Petrarchino; Biblioteca di
Petrarca Incoronazione poetica Casa del P.. Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. P., Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ente
ufficiale per gli studi petrarcheschi in Italia, Boccaccio, Epistole e lettere,
Biblioteca Italiana, F. Lamendola, Il culto di VIRGILIO nel medioevo, Centro
Studi La Runa. Romano Luperini, Il plurilinguismo di ALIGHIERI e il
monolinguismo di P. secondo Contini, Pacca. Catalogo dei Compositori e delle
opere Musicali sulle rime di su Artemida. Le tre corone fiorentine della lingua
italiana. Francesco Petrarca. Petrarca. Keywords: implicature, cicerone, I
lizij, lucrezio, filosofia Latina, filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Petrarca.” Luigi Speranza, “Il dialogo filosofico – Platone, Cicerone,
Petrarca e Grice.”
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Petrella. (Sansepolcro). Sansepolcro, Arezzo,
Tocana. P., Bernardino. Nasce a Borgo del Santo Sepolcro -- oggi Sansepolcro,
in provincia di Arezzo --, da Domenico P. Non è noto il nome della madre. È
allievo di Francesco di Niccolò PICCOLOMINI (vedasi) a Padova, dove -- Riccoboni
e Lohr -- comincia a insegnare logica «in secundo loco» -- succedendo a TOMITANO
(vedasi) con lo stipendio annuo di 40 fiorini e avendo come concorrente ZABARELLA
(vedasi) -- e poi filosofia, sempre «in secundo loco», quale collega di MERCENARIO
(vedasi). Torna sulla cattedra di logica, questa volta «in primo loco», avendo
come concorrente AMALTEO (vedasi) e succedendo a ZABARELLA (vedasi) con uno
stipendio annuo di 140 fiorini – ZABARELLA (vedasi) in precedenza ne prendeva
solo 60 -- che, con progressivi aumenti, giunse alla cifra assai elevata di 500
fiorini, a condizione che non fosse richiesto un ulteriore aumento. A
differenza delle altre università italiane ed a Oxford, dove la logica è solo
una disciplina propedeutica e come tale venne affidata a docenti all’inizio
della loro carriera, a Padova questa disciplina gode di grande attenzione -- anche
sul piano delle retribuzioni -- presso i riformatori dello studio, che
ricorrevano a professori di provata fama ed esperienza, incrementando così il
numero degli studenti. Una riforma sul modello padovano, intesa a valorizzare
di più l’insegnamento della logica, è proposta invano ai maggiorenti dello
Studio di Pisa da VERINO (vedasi) il Secondo che, oltre a TOMITANO (vedasi),
cita a mo’ di esempio il caso di P. e la
sua lunga esperienza nell’insegnamento di una disciplina frequentata d’una
infinità d’anni con gran sua reputazione et utilità et con gran frutto degli
scholari -- Grendler. Dopo aver collaborato a una raccolta encomiastica in
versi dedicata a Geronima Colonna d’Aragona -- Tempio, Padova --, pubblica a
Padova, apud J. Jordanum, L. Pasquatus excudebat, le Quaestiones logicae de
intentione Philosophi in II libro Posteriorum, de medio demonstrationis
potissimae, de speciebus demonstrationis, dirette, sia pure in maniera non
esplicita, CONTRO i testi di ZABARELLA (vedasi) che circolano manoscritti fra
gli studenti padovani, cui seguirono i Logicarum disputationum libri septem
(Patavii, apud Paulum Meietum, seconda edizione, accresciuta dallo stesso
autore, Venetiis, apud F. Valgrisium -- , dedicati in buona parte alla
confutazione delle tesi di ZABARELLA (vedasi), che nel frattempo aveva dato
alle stampe l’Opera logica. In effetti la fama di P. è legata alla lunga
polemica con Zabarella e i suoi sostenitori, riflesso dell’affinamento del
discorso metodologico nonché nel clima di forte competizione che caratterizza in
quegli anni l’insegnamento della logica a Padova. La polemica è avviata in
sordina da P. nelle citate Quaestiones logicae. ZABARELLA (vedasi) evita di
rispondere direttamente, lasciando questo compito ad Persio -- docente di
lingua greca a Bologna e fratello del telesiano Antonio Persio --, che pubblicò
a Venezia, presso Felice Valgrisio, i Logicarum exercitationum libri II, cui fa
seguito il Logicarum exercitationum liber III, apologeticus primus, in quo de
natura logicae disputatur -- Bononiae, apud. J. Rossium. Con la discesa in
campo di Persio la polemica si fa più vivace, assumendo anche toni acri. A
sostegno di P. apparve la Propugnatio di MARZIALE (vedasi), dietro il quale, a
detta di Persio, si celava lo stesso P.: l’opera risulta oggi introvabile, ma
essa è ampiamente citata da Persio. Questi replica, infatti, alla Propugnatio
con le Defensiones criticorum et apologetici primi adversus Bernardini P.
logicam -- Bononiae, typis Rossii. Nel frattempo anche Piccolomini era
intervenuto nella polemica, allargando l’ambito della discussione al metodo
della filosofia morale e della teoria politica.
Le critiche di P. a ZABARELLA (vedasi) sono a pieno raggio, a partire
dal tema più generale, ossia la definizione e il soggetto della logica -- con
la distinzione fra il «soggetto dell’ARTE», ovvero i concetti, che esprimono la
realtà, e il «soggetto dell’ARTEFICE, le intentiones secundae ovvero i puri
termini. La discussione si sposta poi: sulla distinzione fra la definitio -- cui
era attribuita una propria capacità conoscitiva, mentre Zabarella l’aveva
ridotta a un semplice supporto alla dimostrazione -- e la demonstratio. Sulla
teoria della dimostrazione P. separa nettamente la demonstratio potissima, che
prende avvio da principi indimostrabili, dalla dimostrazione propter quid o
causale, e contro i logici recentiores rivalutava quest’ultima rispetto alla
demonstratio quia, che invece risaliva dagli effetti alla causa); sui quattro
metodi della logica (risolutivo, divisivo, dimostrativo e compositivo), che
Zabarella aveva ridotto a due -- compositivo e risolutivo --; sulla
classificazione delle «scienze subalterne e subalternanti», nonché sul termine
medio del sillogismo. Ragnisco, che dedicò un ampio studio a questa polemica
fra logici padovani, da un giudizio poco positivo su P., denunciandone «la
sottigliezza arida, la lungaggine delle distinzioni, la debolezza del
ragionare» -- Zabarella. In realtà P., che rifuggiva da una considerazione
tecnica e formalistica dello strumento logico, nella sua polemica contro
Zabarella e i logici recentiores si richiama al tradizionale legame tra logica,
metafisica e filosofia della natura, sostenuto in particolare dagli scotisti.
Per lui la logica, in quanto scientia al pari delle altre scientiae, ha come
suo campo d’indagine i concetti che definiscono la realtà -- ossia le
intentiones primae -- e non le intentiones secundae. Ma in tal modo, mantenendo
lo stretto legame fra il termine e la cosa, egli si preclude l’effettiva
conoscenza della realtà sensibile, limitando l’indagine alla «scomposizione
negli elementi che già vi erano», e alla loro ricomposizione, sicché il metodo
della logica si riduceva «a un circolo vizioso, a un dibattito astratto su
forme ideali separate -- Garin. Morì
lasciando numerosi scritti sulla logica aristotelica, in parte inediti. Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Padova,
Archivio notarile, 4851, c. 621r; Padova, Archivio storico dell’Università,
Mss., , c. 244r-v (bollettario); A. Riccoboni, De Gymnasio Patavino
commentariorum libri sex, Patavii, apud Franciscum Bolzetam, , c. 51v; G.F.
Tomasini, Gymnasium Patavinum libris V comprehensum, Utini 1654 (rist. anast.
Bologna 1986), p. 333; L. Jacobillus, Bibliotheca Umbriae, I, Fulginiae 1658
(rist. anast. Bologna 1973), p. 72; C. Cinelli Calvoli, Biblioteca volante, IV,
Venezia (rist. anast. Bologna), ; Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini […]
collecti ab anno MDXVII, quo restitutae scholae sunt, ad MDCCLVI, Patavii 1757
(rist. anast. Bologna 1978), pp. 296-97 e 303.
P. Ragnisco, Giacomo Zabarella il filosofo. Una polemica di logica
nell’Università di Padova nelle scuole di B. P. e di G. Zabarella, in Atti del
r. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, serie ; Id., La polemica tra
Francesco Piccolomini e Giacomo Zabarella nella Università di Padova, ; A.
Crescini, Le origini del metodo analitico: il Cinquecento, Udine, pp. 182-188;
E. Garin, Storia della filosofia italiana, Torino, Vasoli, La logica, in Storia
della cultura veneta, III, 3, a cura di G. Arnaldi - M. Pastore Stocchi,
Vicenza; Ch.H. Lohr, Latin Aristotle Commentaries, II, Renaissance Authors,
Firenze 1988, pp. 325-327; A. Poppi, Introduzione all’aristotelismo padovano,
Padova 1991, p. 37; G. Santinello, Tradizione e dissenso nella filosofia veneta
fra Rinascimento e modernità, Padova 1991, pp. 65, 145, 162; P.F. Grendler, The
Universities of Italian Renaissance, Baltimore-London 2002, pp. 253, 255 s.; E.
Veronese, Gli illustri ingegni dello Studio di Padova. Una canzone di Giacomo
Balamio, in Quaderni per la storia dell’Università di Padova, XXXVII (2004),
pp. 139-163 (p. 153, nota 43, con ulteriori indicazioni sulle fonti e sulla
bibliografia); D. Bouillon, L’interprétation de Jacques Zabarella le
philosophe, Paris. C i / P. EX VRBE
BVRGO SANCTI j SEPVLCHRI LOGICAM IN PATAVINO CYMNASIO PRIMO LOCO PKOFITEN. TIS
LOGICARVM DISPVTATION VM Libri Septem. lAd Pcrillujlrcrru , ac
rcltgtoftsftmurru Eptfcopurru NICOLAVM T ' ornaboriurru Patrttiurru
Florcrjttnttrru. Qwm duplici rerum notabdium indiccqus in tcto opcre cw.mcmur.
CVM PRIVILEGIO. /A i P *A T *J V I /, ApudPaulumMcictum. eum^ Opt. M ax.precor
? ut te dtu m~ cotumenj/orentefy confer uet.Vale. Patautt.IIL Id.J^ouembr.fi J
Itcidtefefio Di. zfllartini. 2). INDEX EORVM C APITVM , QVAE INSINGVLIS libris
continentur. Primi libri capica hxc func. ^ i UC *ron^t:y*, fiTIlJiJi wl L J X*
Lr*n 1 1 t nriff^i - rl/i tr i>\! nr»i Q Ogica uniucrfalitcr fumpca an fit,
eiufqj genus quodnam fic cap. i *—* Ex aliorum fenccncia obieaiones quardam dc
gcncrc Logica: cap.r Supcnores obiectioncs loluuntur cap.j L>e
iogicariubiecto cap.4. iNonnuliorum icncentia de iogica? iubieao . eap.^
tjpinio luperius notata impugnatur ', capu> Ue nnc iogicg DJlaplina^ciulug
ac logici operantis ada-quato fubjeao, , cap.7 hx anorum lcncencia opinio
/iuaonsiyvpugnacur de hnc cxccrno logw ~~ ca? aiicipiinar, adarquacoq? logici
opcrantis iubiccto cap.g R tfp ondctur pra-djcta* lmpugnanoai cao.o ^ienuaiis
iogicardehnitio j ; ; carvx v trum logna nt lcuntia ca p t , , cx mcncc
aiiorum, bcotj, # Jacmorum tcrc omnium nocaca (enccncia . ^ , impugnacur
^cap.ra ' Ponca impugnano dertruitur ; C ap.r 3 L»c quaiuonc propccr quid tic
iplius loeicx cap.r* uc lugicz iibrorum ordinc , cap, , e L x dijurumicnrcncia
Auaons opinio impugnatur ', . cap.r£ Jutlauua: coiura dccerminacioncm Aucions
reipondetur cap trir>rnm . . , r, aupcnus addutta: opinionis impugnatio ca |
v .Jj Opioio AuUoris dc uijiiuiupiji cunliijo 10 lecuodo Foli: i«bro ~ cTp -
" b± aliorum (cnccutiA uumiuu* uujcujonc* contra opimonem Auctori- cap.x 1
lauma iuuuin.3 JUIUUUIUT a (\ \ ci f . *. _ ap. J J iiii t ^^i. J uuctunt«LLJu
iui.uiccundoPoitcriorumiibro opjaio Aucio — ris falfa oftenditur. ca P» ' *
^oluitur asfignata inftantia cx philofophi progreffu in toto fecundo Po ftcriorum
libro ca P* ' 3 Auerroi quoquc opinioncm Audoris aduerfari alii oflenderc
nituntur. ca.i 4 Rcfpondctur obieaioni fundatar fuper nonullis Aucrrois
audoritatib js.ca. . 5 Soluuntur rationes,& auaoritatcs euertuntur,in
quibus opinio Aufto* ris fundata fuit cap.i0 Exammatur Aduerfariorum rcfponfio
ad Commentatoris auctoritatcm in fcptimo Diuinorum commcnto quadragefimo
fccundo cap. 17 Dc librorum mfcriptionc Ioannis Grammatici opinio cap.ig Supra
notatar opinionis explicatio cap. 1 9 Opinio Auaons czp.io ioru Ordinc
rcfolutiuo,ex notione fcilicct ipfius fcire fimplicitcr principiorum potistimar
demonftrationis conditioncs inueftigantur cap»i Ex aliorum fententia nonnullar
obieaiones ponuntur contra ea,quar fcri pta funt in explicanda ipfius fcirc
fimplicitcr dcfinitionc cap.t Propofuar obicaiones foluuntur cap.j 'Potisfimar
demonftrationis conditionum unaquarq; probatur cap.4 Nccefiarii, ex quo
potisfima dcmonflratio conltat,diaicp dc omni pofto rioriftici cxplicatio ca
P*S" Ex aliorum fcntcntia nouadifTercntia intcr illa duo di&a dc omni,
eiufqj impugnatio cap.£ Dc co, quod pcr fe cft cap.7 diuifionc cap.g Propofita
modorum diccndi per Ie,cV cx accideti diuifio impu^natur. f ~ r 1 ' rT" ^
7" — cap.i) De primo modo diccndt per le cap»ii -'Dc fccundo modo diccndi
pcr fe cap. 1 2 Dc cau(a, luper qua rundatur tccundus modus dicendi per fc cap.
1 * tA prardictis obieaionibus. D. Thomas dctcnditur cap. 1 4 De rcrtio.cV
quarto modis per lc cap.ic Dcclaratur contcxtus decimus primi libri Poltcriorum
cap.i 6 fcx aliorum lcntcntia lmpugnatur communis interprctatio fuper dcci/ mo
contextu pnmi ^ott: lub initium, cacfl defcnditur cap. 1 7 Dc tcrtia conoitionc
aa neceiianum elicntialc requitita. uidcliccc . Ar V, niucriali /'oitcnonrtico
cap.i g fcx anoi uin luiuuua pi Auicaiioucni generis de lpccic pnmam.cV uniucr
" falcm eflc, probatur unica rationc,ad eamqj nonnullorum retpon*
ltoponicur Addufla rcfpopfio confutatur, aliac| fortaflc accommodarior in me,
^ium anertur, cap.a^ 4 Capita quarti libri, anrrv; t)c ea dcmonftracionisfpccic.qua
potisfima appcllant Auaoris inftitutu cap. i Ponuntur omncs tcrmini pocisfimam
dcmonftracioncm ingrcdicntcs cap.a Oitcnditur omncs potisiimar dcmonitrationis
propolitioncs babcrc prav dicatum uniucrfalc, fcu primum ca r»3 Nonnulla ponuntur
notanda ,quibus facilius cognofci posfic in quo mo do dicendi per fe
prardi&ar dcmonftrationis propoficiones exiftanc cap.4. In quo modo dicendi
per fe rcpcriacur condufio,& minor propoficio pro poficar demonftrationis.
In quo modo diccndi pcr fc reperiatur maior propofitio potisfimar dc*
monltrationis cap.6 JMonnuliorum lcntencia,quar ctiam communis clt,circa
maiorcm propofi cioncm, ui nc in iccundo.no n in quarco modo diccndi pcrlc
cap.? Prardiaa opinio, quar communis etc, impugnacur cap.t fcx icnccntia
nonnuiiorum Anltotchs artiucium dcclaratur circaquar* tum modum dicendi per le
tmpugrnriur ca, qugin lupcriorc capiccdiaalunt cap x £x aiioruti. icnccnua
acciocncium a duabus cautis cmanantiu nccesfitat dcclaratur per comparacione
caufar cxtcrnar cum intcrna Impugnancur
ca, qua; m lupenorc capicc nocaca tunc .
a, fcxaiiuiu"' fentcncia quumuao acmomtrationis taaar per caulam
exter nam propoi.cioncs,cx conclulio lint pcr lc .. cap. , , Qusc iu lupenui 1
capne aiaa lunt magna cx partc confucantur ~ caftT^ xjjuuui uc uiuui
Furteriunicicuto repenri in omuibus DroDofir innibus ~ liiius uuusiimx
dcmonitrationis, qua concluditur, hnminrm rWlki icui tuc prupicr animai
rationalc " ^apica qumai libn.
Explkatur primum corollarium c numcro corum, qux cx Gmplicitcr nc ceflario
infcruntur Ejj accidcnti difpucacur dc fcienciis fubalccrnis "cap»
Coromums opinio dc fcienciis fubaltcrnis a nonnullis impuenatur cap, '^Uiorum
impugnatio refellitur C3 p Duo corollaria cxplicantur C3 p De modo pcognofccdi
principia^aliacp fcictiar ratiocinatiuz prarcognita cap.J
Dcconucrfioocpotisfimardemonftrationisindefmitioncm impueoacur corum
opinio,quicxiftimanr,maius extrcmum prxdiO* dcmonara tionis fcmper eflc
propriam pasfionem.nunquam eius genus cap, 7 Impugnatur coru opmio.qui arbitrantur,maius
cxtrcmu pocufimar dem5 ttracionis fempcr dcberc ec pasfionis gcuus,nunquam cius
nomcn cap,g Corroboraturnonnullorum opinio mcdia Mcdia opinio
conwtatur^AuaorifQ) fcntcntia ponitur cap x Capicafexcilibri. V ' Difpuutionis
dc fperiebus demonftracionis termini explicantur cap , Semcnua Auaoris dc
fpccicbus dcmonftrationis ca p a cap. 1 5 Auicennac rationcs contra
demouftrationem quia cap . Auiccnnjr rationes diiloluuntur r /'* Latinorum
rationcs contra demonftrationem propter quid tantum cap.c Soiuumur latinorum
rationcs dc demonftrationc propter quid tantum cap.tf A udoris fcntentia
explicatur de difTcreutia incer deaionfrrationem potif fimam,cV proptcr quid
tantum cap t 7 Ex aliorum fcntencia nullam dTc dirTcrentiam intcr potisfimam
demon» ftrationem,cV proptcr quid tantum cx parcc medii abfq ; noftra co/ umi i
«uiuucs luiuuntur _ ' _ La aiioiuni umcuLu iciicnitur ca diiterentia.quar
lumitur a medio nobis 'pnmum, uei non pnmum noto R atfeiiHiuA mpuiui i canuc
auaucns reipondctur cao» f i inu uiiiuuuu j quJiiiis accepru rcrciiicur
uu.uiumu. u^ju* ui vapiic LJra-ccaenti contra /iuttork 1^^;,«, ) anara iu r.r.
■ toctuiaauaontatem iiuui pmioiopm m irnmdo Poft^o? Tur: hbrr: — t* 1 .cundum
uctrrcm irvrmnrtr» fPl!i '».i»'g>, *.i5L{j auuci un aeciaratur r-nn • Capica
feptimi libri. iiuiii ii.i nillll t AL)l|C«iniUl I Qujc in.jnpenon capite
aiiata ruerunt rcnciuntur ~ Cd p.j La uiivmu tniicmu quxja coy;niiu maxime
di^na proDonnnrnr nn K„c mmimur lunnameniuoDieuionis m lupenon capicca noI^K
alhrsr aauerm^ ibi^ommcmoracas demonllracioncs rar> d Confuiaraur nii umuu,
qu«r ui lupcriun capicc dicta iunr. ran. Omnia lupenons capius impugnantur " can.x Lx iiiciHenonruuiorum ueciaratur
/iriltotclis lcntcntia in un^rrfm puefecundi Poitcriorum libn tr\ ri cap. cap.
r "''-» m prrcedenti capiterefcllunt~~ ^pnnu auuuns cnca lhuiuiuuui
lencenciam in capitc dC caulis. buDia quaraam proponuncur,eorurnqj lolutiones ~
' ~ + r - . cao. i a %JE%V fe,ualet
confequentta ad abfiracla.xt.a. sAtliua pbtlofophta perqutdmam fcfitus
fignificctur.8. c. Acius qut demofiratur quotuplex fit. 17^ L Ad cognojcendu an
uniuocu, uel &- quiuocufit qt defintendu J>pont ; tur qtttd agendum fit
. jo. b. no demoftrattone,nec aitqua alta rattoctnattonts/pecie,fed fola de
ftnttione rejpondetur.^o.b. aAd quam fctentiam fpeclet redde requbd. t22.b.
Alta eft rattoform&, ut forma eft , altaeftratto form&,ut tnrna
terta.76. c. Aho paclo fe re habere quando a- ptitudo,tf quando aclus de fub
teclo demonftratur . Ammal fecundum q$ dtal uiuere quot modts tntelitgiposfit.
p7.a Animal rattonalecur dicaturcau fa effictens,etfinaitsrtfibtlttatis. f. a. ^ oAnmahs dtuifio immedtata.2.b.
Applicatio tnfirumentt etus natu- ram non uirut ij.a. tArtfiotelts artifiaum tn
modts dt cendt per /e.r>2.b. jirs a quo ente extra animam pen deat . fol.
2.pag.2.b. Artis res conftdcrataquid fit.j.b aArtts modus confidcrandi qutd
fit. tbidem. Jirtificis operantis res confiderata qutdfit.^.b. dArt/ficis
operantis modus confidt randtqutdftt. . Artiumfints. n.a. jSucrroes qutd
tntelltgat per fubie- clu, quando tn ulttmo captte ept ** tomcs libri
categoriarum afie- rtt, decem categorias efefubte- tlam tnloitca.j.b. o C
Caufii exislendt,& infercndi fimui qu&nam fit. Causa mferedtfolu
qu&na fit.ibide. Caufa efficiens quando competat
pdtisfim&dcmoftrationi. i^S.a. . Caufz proxima fujftctes quafpecie
demofftrationis efftciat. *, Caifa proxtma non fuffictcns qua fpccbcm
demojlrationis ejftciat. widem . Caiif& ) cJ t caifata qttot modis pof
fifttdifpom.ijLj.d. fauftuariantur, ut cffcclus uaria- ri contin^tt. . a. • ! 1
1 fatfirum altas cffcueras,alias exi jlfrfiatas. 6 2. c. Cauja cjfecirix per
quam pr&pofi- tionem -denotetur. 6 j fe qu& nafit.SS.a faufa efftctcns
pcr accidcns qu& na fit. fbidcm. Cauftta extern&,quam intern& u- de
necesfitatem efentialem ha- bcant- no.b. Cognitto £f cum ratione,^ fme ra tionc
acqutritur.26 '.a. Coznitio accidentium multum con fert ad cogncfcendu quid. .
c. Comunis condttio dis defimttonis,et ois defcriptionis qu& na ftt. 131.6
Compofita exillis conflituunturjn qu& rcfoluuntur.j.b. Conclufio
potisfim& demonftratio- nis cur fit perpetua. . b. (foclufio demoflrationis
quomodo fit efsetialis dcfinttio pasjtots Condtttoncs primi,(f fccundt mo- dt
pcr fe quot ftnt . S2. a. Condittoncs uniucrfalis poflertori- fiici qu&nam
fint.pj-.a. fonexio olurn contextuufecudi Po jlerwrum Itbrt.sfi.c. infra.
Cofiderare inftrumetafctedt, ut m ftrumeta fut ad quejpcttct. v .!> Cur rcs
ipf&, ncque logicx dtjciplt- n&, neque logict operantts fmt res
confiderata. j. a. • Curuitas cutus na jit forma .6 D Daturfctcntia communis ad
rca lem,& rationalem . Dc defimttone
trattatur tn feptimo Diutnorum libro in ordtne ad tjuodquid eft. 33 : k ^ * H
Defnitio dtiplex eft, utdelicct, no- minis,&rei. 1. q. Definitio reicx
qutbus coftet. 1. d. Defimtio nominis comp/eM qud namfit. 20. *• Defimtw
nomtnis pofita in princi- pto capitis de nomine nonefitn- tegra, completa.
ibidem. b. *Definttto quomodo posfit fiert enun ctatio. tbtdemc. Definitto
anfit inter infirumenta logtca collocanda. 24..C. Definttio cqfideratur a
/ogico 2 c.d 'Defimtio ^lethodt proprie fum- pti, qtutnam fit 26.d. *Definitio
pro ut efi prtncipiu demo- ftrationis gddicat.jo.c.e-/ 3 f.c Definitione quxnam
qutftto nota fiat. 33. a. Defmitto non efi finis methodi de* monflrattua.^^. Dcfimtio,qu*ex
demonfiraticne £ fe eltcttur,qu£nam fit.^S.a. ]J)efinittofubfiatid quomodo
elicia turex demonflrattone. tbtdem. Defimbtle ut defintbi/e pcr quidha beatur.
Definitto tpfius fctre fimpltciter qudnamfit, eius explicatto. 6 ' 2.a. Definttionem
reinon effe aUamna turam ultra rem illam,quomo do debeat intelltgi. 17 6 .b.
Definitio tndemonfirabt/ts qud na\ fit. tStf. b. Definttio tneft,non
fubiicitur.S 2.b Definitio efientialts pasfioms cur non posfit effe mator
cxtremi- tas in potisfima demonflratto- ne. too.c. Defimtto proprietatum cur
dica- tur dtfinttto per additametum. Definttio nonfecus, acdemonUra tio efi
perpetuorum .127. c. Definitto quorum nam umuerfa- Itum fit. tbtdem.
Defimttonem expltcantem nomi- nis figmficationem fumt alujaa do pro tpfamet
nomtnis figmfica ttone. 13 j. a. Definitionem exprimentcmrci qui dttatemacctpipro
tpfamet qut- dttate. ibtdem. Defimtio tota pasfionis qu&mo— .j do cx
dcmonfirattont eliciatur. 136. b. Definitiones ab omni caufarumgc ^Hcre
fumuntur. 16 3. c. De zsWedto pro ut eft caufa rei ^ttbi ^nflote/es uerba
fecertt. Demonfiratio (juta cur altcjuando dicaturfyllogtfmus. t^..b.
Demonftratto applicatafcietuquo modofiat fctentia tlUjCut appli- catur.i j. a.
Demonftratio compofita efi ex ma wUria^forma.31. c. Demonfiratioms forma qud
nam fit. ibidem. Demorjftrattonts materia qua na fit. tbtdem,tf 61 .c. ** 2
Demonfiratione quot qtufitaoffe dantur.jj.a. Demonfiratto cjuomodo coferat ad
cognttionem definittonu. jtf.b. Demonslrabt/e 3 ut demonfirabi/c^ J> qutd
habeatur . jlo . b . e . k .
Demonflratto a quo habeat } ut fit demonfiratio -^8.a. Demofiratio } de qua
agitur ab A- rtfiotele in primo PoHertorum in quafnam definitiones refdiua
tur.jjb. Demonfiratto acaufaproxima efi fimt/is copoftttorit NatHr*.j8.b
Demonfiratio quomodo fit caufa fcienttA.6 i.d. Demcmflratio potisfima ex
{juibt+f- prtoribt4f prtnctpus progredta- tur.68.b. • • t Demonfiratio
quidofifdat.i7^.a Demonftrabilia ex qutbusnamde monfirart debeanf. ti} .b. ^
Demonfiratto quandodtcatur ejfe definitiopotefiate proxima, "f£ quando
potefiate remota. i ?2.b Dcmovttratio quando fiat aclu de firittto. ifj.b. -v*
l ' vr*d Demonfiratto ad quid dtrigatur. Demonfimtiones, §l#ia } Propter qiud
tantum } pottsfima quo modo progrediantur . .d.($ ijS.a. Demonfiratio debet
habere propofi ttones neceffarias. 1 $ p.b. Demoffrationes pottsfima quomo dofe
habeant tnter aliasdcmon flrattones.168 .b. Demonfirationem potisfimam a-
pudaArifiote/em fignificarifub ncmine demonfirattonisfimplt- citer.i/i.c. De
natura potisfima demofiratio- nis qutdfit.m.a. Deomni , quod fciripotefi , quot
qu&rantur.i.b. De ratione infirumenti, ut infiru- -^ mentum efl,quid
fit.tj-.a*: ' ^ De rdtioncf \Uogtfmi quidfit. 70 . b Deratione Dtcitde
omnipofteno- fitci qutd fit.tbidem . c . Defiruilo ma*is umuerfMrJefirtn tur
quoque mtnus ttmuerfale* %^t^9^^ ~* ' ' £ Dia/et1icam 3 qu£0$o librts ^Topi- 5
corum ttfhtirietur, hbrii iota L& gtcam cum ^RJjcftoncapht/o/o x ' phus
comfarat.fb/. Kpdgr&fcQ Dialechcddocet ;n utram^fuepar tem
dTfptftarc.ifadfa^™^^ "Dia/eaictSyUogtfmititilitas. 17J Diclto } propter,
ut p/urimum qutd denotef.tif.c. Dtclum dc omni commnnms efi > gftrfe>$$
umucrfdtc. 6 p.c. Dtclum de ornm Poficriorifiicum qutd fit.tbtdem. ^Diclum
deomni ^Pof/criorifiicum in quonttm fupcrct dttltim dc_s emnt
priorifitcum.tbidcm.d. Diftum de omni,ac diclum de nul iofuntradtx ,
ctprtnctpium tn cj(t fyllogfmus refoluttur.^o.c. Dtdum deornnt inqutbusJyUogtf
mis aclu, & tn ojutbus potefia- tcreperiatur.yt.c .V. .cjv\ Dtffercnttd tn
logtcA defintttone a quo fumanturfol. i .pag. 2 . a Dtjferentta,qua methodw
propric dtcla ab ordtne feparatur .2y.a Dijferenttae cfuado tnqualecjutd, &
quando tn qu/d prxdtcan- i^/w** 4&rfa ^Vh\ttm\3L Dtffercntta tnter
ejjenttalcm acct- dent/sfroprit, &jubjlanttae de fimt/onem, fi . a.
Dtfferentta inter formas fubstan ttales~ l & acctdenta/es . /oj .a.
D/fferenftaw efienttalem effetnter demqnsfrattonem pottsfimam , (ef propter
qutd tantum ex par ^tfqu$torunj.ij.j.c. A 'Dtffcrcntta triter caufalemy etqui .
dttattuam definttionem quoma do cognofcatur.id' 3 .a. Dfcrimen inter
demonstratione ', de cjua phtlofophus loquttur tn prtmo Tostertorum,tf cam,de
quaucrbafactt tnfecundoltbro contextu undccimo,undc Juma tur.tSd ' .b.
Dtfcrtmen inter partem demon- stratiuamM^Topicam quodna fit./j.a.
Difcrtmentnter primum,f$ fecu- dummodum perfe.Sj.a. Dtfcrtmen tntercjuartum,
& pri mum modum dtcedt per je.nec nontnter quartum,et fecundu. /oS.a .
i\\va - h . Difcrtmeninter fctenttas fubalter nantes,(c? fubaliernatas. i22.b Dtjcrtmen
fctenttarum habitara- ttoe fubteclt cjuotuplex fit./2^..b Dtfcrtmen
definittonum tn quo c% i^jijiat.tjt.b. fcwV. Dtuerfam effe rationem inter cla- uis
tnaurationem , (ef mtnor/s propofittonis pQttsfimae demon- strattonis
immedtatione. I7i-c. Dtuerfa fctentunequt eofdem ter mtnos, neque tafdem
propoftiio nes fecundum unum , & eun- dem confiderandt modum con-
tempUntur,ncquttntcgra t ade demonfiratione utuntur I20.d. Dtuerft, Mat-erte ad
dtuerfarum formarum recepttonemdtrtgun tur.i2j..b. Diutfto LogtU a quo fumatur
. Diuifo demonflratioritPnb Auer- Wrot fatla. tytifi v o\\vr,A\«\v\ Diuus
Doclorqutd ftbi uelttjquan v do dtctt,ACCtdcns proprtumpth dere a Jubttclo.S
\f.b. Dvmus utttitattr.i&.c. Dum unum tju&rimusMuo inutni re pofumui
non ftmptrftd alt- quando. 160.C d. Eadem eft proportto inter tcrmi- nos
fimpltces, et nomen, ac uer- bumrfu* efi tnter cnunctationc, {fpropofittoncm.
/7. c. Ea , quA fepefiunt , quomodo fub demonftrattonem, ac fctenttam cadant.
tw. b. Ea, quA exaccidtnttfunt, alienif- ftmaeffea demonftrationis natura.
Ecltpfis quodnamfubicclum dcno tet. ij j.c. Effeclus quacmsainferat. 14.2.C
Eftctcnsquotup/exfit. 16 2. c. Effictens uerum , non uerum quodnam ftt. tbtdem.
Effictentts proprta natura quAna fit,/6 ^L. a. Elemcnta quare dtcantur fimpli-
cia Itcct fint compofitacxmate ria,tfforma.j.c. Enttsdmfio.2.d. Enunciationis
dupbcem traclatio mmfictt pht/ofbphtu.17. b, Enunciatio ex uerbo eft, uelex
cafu ^trbi.2o.c. Enunciatio eftgenus ad affirmatio nem^negattonem. tbtdem.
Eorum,quA nonfemper fiunt,quot fint genera.u 2. b. Efie in fubtetto fundamcntum
eft tpfiw dta de subjecto . Eflfeammalnon efttdcm, quod ui- ucre. 97. b. Ejje
utfuale cur lincA dtcatur dijfc rentta acctdenta/ts. i22.a. Effe prtnctpta
nobis not* tmmcdia tc , & medtatc qutd dcnotet. tjo. d. Efsenttafpecierum
quo inftrumen to cognofcatur. j?.d. Efsentta pasfionum proprie ditta quAnam
fit./oj.b* Efsentiapasfionum /argo modoac cepta (jUA namfit. tbtdem.
Efsentia/es proprupasfionis defini ttones cur non posfint efsc me- dtum tn
demonftratione. 162. c. Explicatio opintonis loannu Gra- mattct de infcriptione
fccundi b brtTottcrtorum. jS.c. Exp/tcatto dectmi contextusprimi Itbrt
Foflcrtorum.SS.a. Facultas quotuplexfit. fol. i.pag. Facultatis nome
quomodocunque fumatw tott logicA tton conue- mt. tbtdem.c. Finisinternus logicA
quidfit.S.a. Ftnts cxtcrnus /ogicA qutd fit. tbt~ dem. b. Ftnis GrammattcA
quidftt. 2 j.b Finisqutbusnam tnducat ncccsfi- tatem.6 j.b. Formatto apud
^ucrrccm qutd ftt.j2.a. Forma partis, quA eft a/tera pars * compofiti y a
quanam materia contradtfttnguatur. So.c. Forma totius quid fit. tbtdem. Forma fubtcttt
eft caufa efficicns proprtetatum ciufdcm fubteUi. Formt fcnfitiua fupponit
uegetati uam,non econtra. 97. b. Eorm& fubftanttaics carent caufa
inb&rcnti&, babcnt tamcn effi- ctens cxtrinfccum,aquo produ cunturin
ipfumejfe.io j.a. Forma quomodo fit % caufaeffethrix accidcntium fui (ubttttt
.iSo.c- Fruftra cft rat'to,ubt fuperabundat (cnfus.tyt.b. Ccneratto curab
Ariftoteie dtca- tur Natura.f j.a i!j enera ca%fvrum quot ftnt. 62.C ij cnus
conucnicnttA, non dtfcrepa tu canfa cfi earum (pecierum, qux fub fc contincntur
.fol. 2. pag. 2.c. Cicnus quotupltx ftt . 4.9.I). Cenus tnnominatum quomodo dif
ferat a dcfinitione.j-p .b. Ccnus innominatum qutd fif.ibide (f enus nominatum
qutd fit.ibtdcm (jenus quare dicatur gcrere utcem rnatcru.St.a. Ccnus
accidtntt* proprti aquo re ftringatur . tji.d. Cjenus fecundum fe quid fignifi-
cet.tbtdem. Cjradus demonftrationis quot fint. -c.^f.d. C rauttas a quo nam in
iapide fluat 1 1S4.. b. Grxcorum fcre omnium fententia,
fundamentafydepbtlofopbi con ftlto tn fccundo "FofiertorUm it- bro. 31. a.
*V"v^3» Habens quidttatemex quibusnam ^Sfonftct. $0* ' W\ fc» t Habttus
communiter acccpti di- uifio.2.a. Habitus tllt quinque a f j Anftotele v&
cnumeratt infexto libro de Mo rtbus cap. j.rcf 4.. a quo confti- tuantur.
tbtdcm. Habitus inUrumentarii, ncmpe io .^gtca, Crttmmatica a quoco Jiituantur.
tbtdcm. b. -Habttus raftondisdtuifto a quofu matur. tbtdeWid*- HabttuspTAciput
, babitusin- Jirumentarii a quaparte entts *^entfc*n+$t: 2 . pag. 2.a. w.
HSitus inftrumentartt quomo- do intcrfc diucrfi fiant. foi. 2. Habttus
pr&cipui , et infirumcn- tarittn quo cjnucniant foi. 2.Nabitus rationafis
intctteclusdtui fio. 2j.a. Hacctria, uideticet,uniuerfaieffe •^* cundum quod
tpfum } (f pri- muminunum,tf idemconcur rcre.pj.. c. Hdc dtclto ,
quatenus ,fecundurn unam tantum ftgntficationem > (tf tliam proprtam apud
sAri- fiotelemfempcr legttur. p6 '. c. Homtnis conftderatto multtpiex efi.7.c.
Homo quid addat animali ratto- nalt. 176 .b. Homo,e4 focrates cjuomodo sit tde,
(*? quomodo differant. 76. c. \* Idem dtuerfa ratione in diuerfis e- iufdem
DifcipltnApartibus con Jiderartpotefi. 17.lt> Idem fe tpfum uenart nonpotefi
. 29. d. Idcm infe ipfum non refoluitur. Idem fc ipfum componere abfur- dum
effe.yo.d. Idem tn fe tpfum agere non potefi. Impltcat contradtclionem dicereli
brum categortarum efe logicu, gfrebus ibt conftderatts non ejfe tmpofitas
fecundas intentiones. 21.
k. -\ \VVV, ; r\\ In Aptlogo cjuid colltgere teneamur. . Infertora tccidunt
fuperioribus . 6 p.a. In Itbro categoriarum res aclu fc- cundu nottonibus
fubttciuntur . tu c. In Itbro Prtdicamentorum quomo dopbtlofophus agat
determinis Jimpltctbus in rebus fundatis. 17. a. In Itbro Terihermenias qucmodo
phtlojophus agat de itfdem fim- pitctbus termints. i7.a. In prtnctpio prtmi
Trtorum quo- modo phtlofophus agatdettfde fimplictbus ter mtnts ..b. In cjuo
habttu rationait ftt uerum per fe.fol. 2 .par. 2. b. ln cjuibuspropoftttontbus
ftt uerTi , & in cjutbusftt faifum, nomen pro Jubieclo, uerbum pro pra
dtcatofumt.20. d. U 21. a. In cjualtbet qu&fitone quid qu&ra- tur. 3*.
a. In quem fenfum phtlofophus reii- ciat,c4 tnqucm Jenfum admit- tat
defintttonem. 43. b. Injtrumentt condttioncs a quo flu- ant. 6 1. d.
Infirumentorum logicorum dtui- fto.28.c. Infirumentum fpiritaU quomodo
appltcatum fctentu fiat fcientta tUa, cut appltcatur. ij b. Intelieclus a quo
ente extra anim2 pendeat.fol.2. par. 2. b. Intelieclio qutdfit .tjb.
Intelieclus quomodofiat res intelU cla.ij.b. Intentio philofopht in logica
dtfcipU na naquAnanupt. 16 .b. Jntentionts prtnctpium eft jtnis exe cuttonts.
16 '. c. Jntenttot/ts finis efl principiurru executionts. tbtdem.
Jntettophtiofopbi tn Itbro categoria rumquAnamfit. 21. c. Jntettopbtlofopbt
tnltbris Pofterio- rumqu&nam[it.24..c.tf 66.b. Jntentto pbtlofopht in
Itbrts Prto- rum.7o.a. Jnter bomtnem,(f atai cadtt altud fubieftummcdtum. pS.b.
Jn tertio modo pcr fe quAna fubftan tia conttncatur.76 . c. Jn uno quoque
prAdtcamento efi quodqutdefl.So.b. Joannis Cjrammattct opiniodein- fcripttonc
fecundt Itbrt Pofierto rum.j7.c. Lapidis conditto naturalis qu&na fit. 181.
c Latinorum fere otum sententia, (f fundamenta de pbtlofopbt confi- lio
tnfccudo Tofiertorum.j2.b Ltbrt Pcficrtorum cjuare tnfcri-
pttfintPojtericres.jp. b. Ltiri Prtorum quaretnfcrtpttfint Trtores. tbtdem.
Ltbrt Tofiertorum Cjuare mfcripti ftnt refolutortt.6 0 a. Ltnea nonefiuerum
fubietlum re- nec ucrum fubtctlum curui fetunclim acceptt. 8 p. c. Linca ut
linea ad (juamfcientiam fpcclct. . b. Ltnea ut utfualts ad cjuam fcien- tiam
pertineat. tbtdem. Ltnea (juomodo aGeometra defi- niatur. Ltnea wfualts
cjuomodo a Perfpe- cltuo defintatur. tbtdem. Linea pbjficacjuomodo confidere-
tur a Cjeometra. ibtdem. Linea matbemattca quomodo con- fideretura
Perfpecltuo.ibtdem. Ltt t cr& cur ad altcjucm mittantur Locos argumentorum
effeab argu mentis diuerfos. pp.c. Jj>ct dcmon/lratiuiyfialttjua fint ,
quAtn Toftcrwribus dtct mere antur. ioci demonfiratiui^mna cffeposfint.pp.dtf
loo-a. LogtcAuttlttas* i6.b. LogtcA proportto ad totam pbtlofo pbtam. ibtdem
Logtca artificiofa rcgit intelletlum ne crret tnfuts operationtbus,re
clajfpbilofophandtratio efi. 1 c. Logicabomtmlusa r.atura infita cfi. tbtdcm.
J.ogtCA ffutd nomtnis tbtdem. Lo'tica genus (juidfitfol t.par. 2 a Logtce
proxtmum genu s cjuidfit, & quidfit proxtma differen- tta 2 b. Logtca per
cjuid a Grammattca dtfttnguatur.2 b. *** LogicAdefinitio.2.cio.b.(y n. c.
Logica in quo conuentat cum habt^ tibus prtnctpalibus.ct tn quo ab illis
dtfferat . foL 2 .par. 2 . d. Logtcatnquo conuemat tnqua dtjferat aGrammattca,
3. a* Loztc* res confiderata quodnam ftt. i- c Logict operantis res:
confidcrata quodnam ftt.j. d* Lcqu&demonftrattua nu cupaturin ufu pofita
femper ex proprtts uniufcuiuf^ fcietiA^cui applicattir, prtnctptis porgrcdi*
tur. ij. a. Logica ggquidfuit inucnta. if.a* M- Maior propofitto tlltus dcmonUra
t;onis 3 (jua concludttur homine ■ rtfibikto cjfe J>£ animal rationa lc
ytnqm moda dtcendtper /i repertatur.iof. a. o^Pfaior extremttas potisfimA de~
monslrattonis cju&nam fit. 100. c. Matorpropofttto potisftmA demon
ftrattonts eftin quarto mododi~ cendi pcr fe.ioi.b.& ioj.a. MathematicA
quomodo dtcantur habere matcriam.iS 2.c. Materia ex qua quomodo colloce tur tn
fecundo modo dicendi pcr fe. 104.. c. Materia ex qua cur non collocctur in
fccundo modo dtccndtperfc, ficuti matcria inqua. 104.. a. cPllateria in qua ad
quod genus caufe reducatur. 6 j.a. ^llateria cx qua cft altera pars
compofiti.So. b. Materia no epars quiditatis . ibi.c Materia quomodo posfit
dtct pars quiditatis.S i.a. cZWateriadup/ex eft S2, c. enti& proprtus .p.b. Modus confiderandt
logici cfuina fit.26 ' .a. Modus confiderandi Metaphifici (fuinamfit.j7.a.
Modus confiderandt a quofuma- tur.t26.a. Modtts definiendt a quo fumatur.
ibidem. N- . Natura non cognofcit.Natura pottsftm& demonflratio- nisin
cfuibusnam condttionibus confifiat.uS .c. Natura demonftrationis cfl uana
abfcfue cognitione nofira. ijt.a. J^Qaturam demonfirationts ab- fque nofira
cognittone mtnime confiderart pofse. 1 jj.c. Necefsartum efuid ftt. 68. c .
^Qjcefsartum latttudtne habct. Nccefsarium accidetale undepro ueniat.6 p.a.
Nectfsarium effentiale unde oria tur. ibidem* Necesfitas duplex eft. Nthti
conftderatur ab Artifice,/jf reccdat per
quam inefi fubieclo. l^jf.d. Pcr™*?™* idefi,per caufam ,pro>. pter quam res
efi, qutnam cau fa ab i/trifiotelcintelligatur. fj.a. Per dcmonfirationes
ceUbratas quid intclligat uiuerroes . 16 S. a. *Per magnam partem cclebrataru
demonflrattonum qutd intclli- gat b.
Pr&dtcationaturalis,tf pr&ter na turam qu&nam fit.8o.a.( a. ^Prtmus
modus dicendi per fe cur nonposfit fiert fecundus , & c conucrfo. 82.b.
Trtncipta demonflratiorits quomo- do fctantur. 6 S.a. Princtpia dsmonfirationis
quomo- do fint uera.6 p.b. Prtncipta quando pofunt transfer ri de gensrein
genus. 126- a. Principta demonfirattonis debent efie nota ut fint
ejfentialia PoHertorum Itbro agat de De-
fintttonepro ut ex demonfiratt9 ne eltcitur.j6.b. Quomodo philcjophus
definitionis traclattonem tn Jecundo Pojie- rtorunu libro cum. demonftra ttonis
traftattone^confundat. Quomodo demonfiratio, dcpnt- "7/0 fint tdem, &
quomodo dtfft rant.jj-.a. Quomodo naturalis philofophus , fcieniu fubalternaU
confi- derent formas m materia . 12 j. c. Qho ordine condttiones principio- rum
pottsfim* demonslrattonis inuefitgentur.Si.c. Quod qutd efi rci quot modis fumi
posfit.2p.d. Quot fint gcnera eoruifu , qmdc qualtbet fpectt fciri pojfunt . 6
i.b. Ratio (ssWcthodt in gencrc qutd fit. 28. c. Rattones toptCA quarc absAri-
ftotele^j logtca nuncupcntur . ^Ratio generis a fuarum fpecic- rum rationc
dtuerfa ejl . 28. c. Ratio 9 qua probat philofiphus in primo Pofteriorunu
contextu trigefimo parietcm non rcfpira re, cur ab eo dicatur demonjlra
tioquod. ij6. a. {Rccentiorum opinto, eorum% fun- ^amcntum de phibfophi confi-
lio in fecundo libro Pofterio- rum.$4..a. Isjeilum eft tudex fui ipfius,(f obli
qui.173. a. Rem altquam confidcratam , qux plurtbus modis confiderari pof- fit,
adunum ex ilits coar&ari , reftringi qutd fit.p. b. ^B^rum alit alteram
caufam ha- bent altauero mtnime. 4.2. b. 1{js per qutdcognofcantur . 4.: c.
1{js funt fundamentum fecun- darum intenttonum. j. b. confiderata pluribus cH
com munis.p. b. I^js cognofcenda quot fint . 37- * Res a qua caufa habeat ut fit .
63. b. %js demonUrandae quot ftnt . 6 j. b. H^jsper fe cxificns quanam fit.
7S-I>. *Rfs a quo conftituatur S) tfnvmi- nctur. 123,4.
%jfolutioquidftt.j8.b. c R^hetorica docet in utramquc^ partem dtfputarc.fol. 1.
pag. 2. b. *-^wuWu\>V\v^ v:\j\4\ $t£fprtn cipta.xi.a. Scientu fubicBum
quodnam cfic debet. 12.
d. Scicntta in communi de quonam entcfit. 13. d. Scicntta a quo conUituatur ,
nominetur. 123. d. Scicntu fubaltcrnata quando fa- ctunt s ($> quando nonfactunt
numerum. i2#.a. ScienttA Jubalternantes , ($* fub- alternata quando in rc
confi- derata dijferant , in modo confiderandi concurrant . 126 . c. Scirc
fimpliciter pro quo fcircfu- matur.6 2.c. Scircfophiftico modo pro quofcirt
accipiatur, ibidcm. Scire caufamejfetlHS quando fit fctrcpropter qutd.ij.2.c.
Sctreper pofterius in cornparatio- nem ipftus fcire per prtus habc tur pro
tp/ofcirc fccundum ac- cidens.16 i.a. / Scopus deflnitionis fcparatur afco po
dcmonUratioms.^.o.b. Secundarum tntcnttonum difttn- Bio.^.c. SccundA
intentiones abfque primis ejfe non pofunt.^.a. Secunda nottoncs latius patent,
^ quam inftrumenta nottfican- Secundum (juodtpfum qutdfit. #S b.tf 174..C.
Secundt modt dtcendi per fcex- plicatio.8 i.c. Secundi modtdiccndi perfepr/tdi cataqu&nam
fint. ibtdem. Secundus modus prtdicandi per fe in qua caufa fundetur. 8 3.a.
tfj+.d. Secundumquod tpjum quid ftgni fcet.py.a. Sigmficatto nominis alicuius
rci quando tntelltgatur.i 31 .b. Simt/ttudo ncn cfi idcntttas. 14-b.
Simtlitudo, disfimilttudo intcr phtlofophum , jophifiam in quo confiflant.6
2.b. Simttas cutufham fit pajfio. Simitas qnidfignificet,^ quidde notet tbidem.
Sine ucrbonullaaffirmatio,uelne gatiocft.2o.c. Subaltcrnantes, fubalternatas
fcientias conuemre in fubieflo materiali.i22.a. Subalternantcs , fubaltcrnat*
fcientiA quare dtjfcrant. tbt- dcm . Subieclumadxquatum tam $s4r- tis ,
quam fubicftunu pro~ prias pasfwnes ,
earumjj d lam eius partcm difputatricem , qux odo.libris Topicorum continetur ,
hanc enim philofophus comparat cum Rhetorica,cV ei fimilcm cflc dicit, non
totam Logicam, quando in principio primi hbri dc Rhetorica inquit,
Diale&icam , & Rhetoricam fimiles eflcipter fe, & urramque dynamin,
idcft, Facultatem quau*j dam dTc, quoniam har folar Difciplinar doccnt in
utramque partcm difputarc, & c nos aptos reddunt ad utramquc partem arquc
tucndam, Patet itaque Facultatis: nomen fiue communiter, fiue proprie fumatur,
toti Logic-e non conucnircPra: terea, per nos, qui Logicam dicimus cflc
Facultatcm, diflicultas, quar alios ur^ gct, non foluitur, cum enim conftet,
Logicam habitum efle intelligcndi, & cre/ dendum fit, plenam, &
fufTicicntem cflie habituum enumcrationcm in fexto libro deMonbusabAnlTotele
pofitam, ad quorum nullum Logicar habitum redigi pcfle facile demonftratur; ft
Facultatem alium queudam habitum eiTe putamus prarter illos quinque ,
Ariftotelcm in babituum cnumeratione mancum , ac di/ minutum facimus; fi uero
non alium ,fed corumaliquem , id a nobis decla* randum, & argumenta
folucnda erant, qua: in oppofitum fieri folcnt; quanv obrcm fortaflc mclius
dicendum crit , Logicar genus cfle Difciplinam, feu Ha bitum mftrumentarium»
Superiores obie&ioncs foluuntur. Cap.I I L /\ Llatis obicdionibus ita
rcfpondcmus, ut ad primam dicamus,nos accipcre Facultatcm primo modo
fumpuro,& contra inftamiam, negamus Logicx liber Primus 2
genustunc^campIisfimumArcmotisfimu - cbremFacultas,feu Hab.tus rationalis
Logic* gcnus rcmotum fit, cum eius quoq; prox.mum effc posfit, nam licct
habitus ratic nalis gcnus fit plunbus com nrnnc , non tamcn eft a Logica
rcmotisfimum, fed ci proximfr, fi Lo*ica accipia tur pro ut d.ftinguitur ab
Intcllcdu, Scicntia, Sapientia, Prudentia, & Artc. Id autcm
man. eftument, fi habitus communitcr acccpti diuifionem in mcdium allcramus.
Habitus ergo communitcr acccptus ucl corporis, ucl Animi eft Ha bitus anim. ucl
cft moralis,uclrationalis, habitus rational.s ucl eft principalis uel
in(trumcntarius,principalis autcm ucl contcmplatiuus , ucl ad.uus, ucl cffel
ct.uuseft. Hacpofita diuifione,dicimus, difTcrcntiam princ.palcm add.tam iiabi
tui rationah conftituercquinqueillps habitus in fcxto hbro dc Monbus cap tcr
tyo,& quarto enumeratos, uidelicet, Intcllcaum, Sc.ent.ar^Sap.cntiam,
Prudcn ttam, & Artcm, qui hab.tus praxipui dicuntur; cidcm ucro habitui
rationali al, ^eram inftrumentariam d.fferentiam adiundam ahis diflmguatur, alioquin ab cis non
difTerrct, cum gcnus conucnicntiar, non dt fcrcpantiar caufa ftt carum
fpccicrum, qua: fub fc continentur dum ,
quod operationis fubicdum appcllant , cfle res omncs , fiue carum primos
conceptus,ucl primas intcntioncs,in ca occupantcs cundcm locum,que in Artc
Itatuaria occupat ars , cV lapis, in fabrili fcrrum , ac lignum,& in Mcdi*
cina humanum corpus ; nam qucmadmodum ftatuario proponitur acs tanqul- materia,
in quaformam ftatuar efticiat, quareius artis fcopus , ac finis cft , ita
Logico proponuntur rcs omncs,fiucearum conccptus tanquam fubic&um , itt quo
fecundar intentioncs effingantur , uc fint inftrumenca nos iuuantia ad rcrfi
notitiam adipifcendam . Quam fcntentiam cV omnium tcftimonio , & Auerrois
auctoncate confirmant , omnes cnim dicunt,Logicum fccundas intcntioncs cra.
clare primis applicatas,quod nihil aliud fignificat, qua m primas intentioncs
clTc fubiccium, in quo Logicus crTicit fccundas, quac funt hnis
Logicar,fccunda: cnirn c finc primis neque cfsc, ncque mente concipi pofsunt.
Auerroes autcm in ultimo capite Epitomcs Iibri Catcgoriarum afserit,decem
Cacegorias clTe fubicdum 6c in fcicntns & in Logica, duobus|tamen diuerfis
modis , in Logica quidem quatcnus cis contingunt inccllccla iccunda , ideft ,
quatenus eis fecundae inteny tfones imponuntur, in fcientiisucroquatcnus funt
conceptus rerum ,quae cx* tra animamfunt , quafi dicat , quatcnus funt
cognofcibiles, rcs namqueca gnofcimus pcr ipfarum conceptus,quos mente
apprchcndimus. Logicus itaquc rcs omncs confidcrat , nou fecus ac philofophus ,
diuerfa tamen ( ut dixia mus ) ratione. Opinio fupcrius notata impugnatur. C
AT. VI. d TT AEC opinio ,quantum coniicerc poffum \ cum ueritatc non conucnit»
Alncque cnim Logicac difciplinac > ncquc Logici opcrantis rcs iplactunc ■ M
Liber Primiu y fubicaum feu res confidcrata , non Logics d.fciplin*, quia in
ea,ficuti in ** i cnamcis Art.bus res confiderata funt inftrumcnta iam confctfa
& abfoluta • nequc ctiam Log.ci operantis, nam fi res ipfarcflenc eius rcs
confiderata feu' operac.onis fubic^um , non fecus ac ftatuarii *s, & lapis,
profcdto res eficnt pars materialis Logicorum iuftrumentorum , ficutiars, &
lapis fhtuar.qucm, admodum igiturflatuarius,gratiacxcmpli , cx are, &
f.gura mercurii eff.cic c.us itacuam , ica Log.cus ex rcbus, & fccundis
intcntion.bus dcbcrct fua iu, Itrumcnta conftrucre, quod tamcn falfum cft,uc
clarcinfcrius apparebic Ad omn.um uero tcflimonium, qudd fcilicet fateantur
omnes, Logicum fecundas Jntcnt.ones traflare primis applicatas , * in eis
fundatas , d.cimus , ucrba illa juam .11, afTerunt n.fi m bonum fcnfum ca uerba
redigantur , ut falicec rcs fuu fubKTctum , idcft, fundamcntum, in quo
fundantur fecuudar intencioncs tam fim plices, quam compofitar a' Logico
confidcrata:. a>a communi fentcntia non b reccd.t Aucrrocs loco ab eis
citato, quia pcr dcccm Caccgorias intclli^.c fubic ttum pro fundamento, in
quofundanturfecundarintentiones fimpl.ces caquam lubicdtum operationis
Art.ficis, nempc Logici, ex quibus conrtruic fecundas .a tentiones compofitas.
Manifcftum igicur eft ex jii , qus hucufq ; d.x.mus,res non efTe fub.eaum
Logici opcrantis , fcd fundamentum fecundarum Inccncio, iium quod antc iiimorum
oculos ponimus. Sit in l.br.s Priorum cx rceul.s ibi a philofopho trad.tis
compofitus fyIlogifmus,quem in fua principia reloluemus, uc rede cognofcere
posfimus ex qu.bus fuerit conkaus,cum compofita ex Z Jisconfcruantur,inq ua
:rcfoIuuntur . Syliogifmus itaquc immcdiatc rcfolui, turm propofitiones , qua:
qoq funt res , fed fecundarintcntioqes in rcbus fun. datar; propofitioucs
dcindc in terminos fimplices , qui etiam non funt rcs , fcd fecunda- Intcncones
repus applicat* Subiedum itaque operationis, feu materia, r mi qU fi m l ^ L °
g,CU / in S y ,Io S ifl * 0 ™™ conftrudione, non funt rcs,fed C termin.
fimphces, & propofitiones, qu.a ficuti in rerum naturalium eencrat.o,
peelcmenta , m quar corpora naturalia refoluuntur/unt lubicdum operationis
uatursinmixco™ p ro duaione,& harc uidclicet mixta in animal.u gcnc.atione,
Jta term.n, fimplices, quos rcbus appl.catos afTumit Logicus in l.bro
caceeoria, rum, func c.us fub,e perationis, tundatur in rebus. Non funt
itaquercs ^ - fubicdum operationis Logicorum inftrumen torum, fed fundamentum,
cum Iccund* Jntentioncs abfq; primis, & rcbus. fubfiftcrc non posfinc, ( B
> Logicarum Difpur. Defne Lojrictdi/cip/tnx, chtfq^ac Lofictope- rantts
adaquato fuktctto* C i>. F//. T"\EcI.into Logicar difciplinar
fubieao,reIiquum eft,utad cius finem indagan dum perucniamus. procuius notitia
confideranclum ell, Logicar non fccus ac Mcchanicis Artibus dupliccm conucnirc
fincm, internum unum, alterum cx ternum,quafi fmem gencrationis,&
reigenicar. fincm intcrnum Logicar dicimus cfleablolutionem cxplicationis
fubicfti cius, quem finem alTecutus fuit Arifto, tcles dv.m Logicsc libros
abfoluit,cV Addifcentcs cundcm finem funt alTccuti du b pertinuiua aj partcs
Logicar didjcerunt.per quar poffunt ad libitum formarein iTrumenta Loaica,-
cxternum uero cx Ariftotelis fentcntia in primo Top, cap t nonodlc utrique
philofophiar parti adminiculari, tradcndocis methodos, ac rc gulas dillmgucnch
uerum a fallo. bomimq,- a malo,hinc eftquod philofophus in Morahb.:s rmem , ac
fcopum actiuar philoiophiac nominare maluit aclionem , qua'm cogmtionem, uc
agcndo chgamus bonum, cV malum fugiamus. Difcipli nar itaquc non fccus, ac
Mechanicar artes, ita fe habcntcs ucrfantur in attinentia bus ad finem internum
tanquam in re confiderata,modum ucro confiderandi rc cipiunt a rclatione ad
fmem cxternum,cx quo duplici fine oritur earum adarqua tum fubicdtum, ut gratia
excmpli, Artis naualis fubiedum adarquatum eftnauis quatcnus nautis inieruirc
dcbec,Logjcar autcm ada*quatum fubiedum func inftrti menta quatoijs utrique
philofophiar parti inferuirc dcbent ad fecerncndum ue^ rum a fallo,bonumq ; a
malo; Logici ucro operantis adarquatum fubicdum funt c fecundar Intentiones
fimpliccs,quatenus cx illis inftrumenta,quar funt fecunda: fn tentiones
cornpohta-, conftruere intcndit. Ex quo mamfetTislime apparcc, fubic cTi a
gica: dcfinitioncponcrcalium fmem,quam cum, uc d fccruat ucrum a falfo. Ec Kccc
Ariftoteles in Morahbus fincm, ac fcopum actiuar piulolophiar adionem no minare
malucrit, quam cognitioncm, id ab eo hac rationc factum eflc dicunt , quoniam
adio ibi principalem Iocum ccnct, cum fit ultimus, ac prarcipuus finis, ad qucm
omnis carum difciphnarum cognitio dirigitur , quare non poterat ali^ tcr loqui
Ariftotelcs dc finc, & fcopo adiuar philolophix. De Logici opcrancis
adxquato fubiedo, inquiunc , eos cfle dxridendos ,qui fccundas notioncs tat^
cjuam rero confidcratam , deindc , ut iuilrumcnta notificandi ponunt canquam
modum confidcrandi. Qjjem crrorem uc dcccganc, notandum dTc uolunt, fubic
&o modum confidcrandi apponi ad coar&andum non rcm confidcratam , ut
multiputanc, fcd cius confidcrationem , quod cum maxime dignum cognitu fit,
& a paucis animaducrfum , tali exemplo dcclarant; Si quis diccret eflc in
ali» cjuo libro fubie&um animal quaccnus elt rationalc , Is non redc
dicerct , quia fi harc locutio eflcc admicccnda', oporccrcc omnc animal cflc
rationalc, qui cnim ita loquicur , uidctur fupponerc , omni animali rationalc
inefle, uci faltem non * fimplicitcr animal fumic, fcd rcftritf um , & pro
folo hommc, uc perinde fit, ac fi dicerct, Homo quatcnus rationalis , ficcnim
reaediccretetiam fi eadcm rcm bis cxprimeret , fcmel quidem canquam rcm
confidcracam , deinde icerum can* quam modum confiderandi , quoniam in
conftituendo uero fcienciar concenv platiux fubic&o modus confidcrandi
arqualis efle debec rei confidcracar , licec cnim dicerCjHomoquaccnushomo, fcd
non rcdcdicirur, animal quaccnus homo , nifi animal pro hominc folo accipiatur
, dum cnim dicit animal quacc* nus cft homo , non omnc animal ftatuit rcm
conlideratam eflcjfed folum homi* ncm, quia bos non poceft confidcrari quatenus
homo , cuius confideratio, cum fic multiplex, rcftringitur, poteft .n. homo
confiderari ut fanabilis, ut fxlicitatis capax,& aliis fortafle modis,ideo
dum dicimus.fubie&um effe hominem ut homo cft,uel ut efl rationalis, ad
hanc unam confiderationem homine coar&anius , & fngido,& duruni a x molh; ruunt(dico)
huiufmodi inconuenientia, quia non ica per calidum, frigi d dum, durum , &
mollc fignificatur attiua philofophia, ficuci perbonura,6t nulum . An ucro
dcridcndi finc , qui ponunt lccundas nocioncs fimphccs tanquam rcm confidcratam
; dcindc , ut inftrumenta notificanii , lielt # ' Libcr Primus o quatenus ex
illis inftrumenta notificandi, quarfunt fecuudar Tntcnfiones' compo fitar,
conftruenda funt, ramquam confidcrandi modum Logici opcrantis , Aliis
judicandum rclinquimus. Quod autcm ad rcliqua pertincc. Eos & fibi iplis ,
& plnlofopho aducrfari, fuamcp poficionem non fatis animaduertcrc
exiftimamus, .Aflerendo cnim non rem confideratam, fcd eius ccnfiderationcm reftringi
debc rc, iibi ipfis rcpugnant, cum alibi dicant, Crcs quidem confidcrata non
cll cuiuf 3uc fcicntia* propria, fcd poccft ci cum aliis cfle communis, modus
autcm confi crandi cuique proprius eft,ix* rem confideratam reftringit,qua-ipfa
perfccom rnunis erac,] nec dicere polTunt,id uerum eflc dc rc confiderata , fcu
dc fubie&o materiali in fcicntiis conccmplariuis, in opcratricibus autcm
minimc,quia ftacirn fubiungunt, Cita in operatricibus folemus fubic&um a
fine rcftriclum nominarc, tic cu dicimus fubie&um ln arcc Mcdica efTe
corpus liumanu,uc fanandfu] dcindc, pucanccs inucro fubie&o fcienciar
concemplaciuarconftituendo modu confidera ili arqualem clTe debere rci
confideraca*,fimul cx* p!ulofopho,& fibi ipfis concradi cunt,na philofophus
in fccundo phyficoru contextu decimo oc~tauo,cx" uigcfimo aic,m rc
confidcraca potTc conuenircplures conceplaciuas fciencias, in modo ac
confidcrandi nequaqua,& ipfi(ucpaulo ancc diximus)afTirmanr, re confiderata
fion cfle cuiufque fciencrar propria,fcd polTe plunbjs communc elTc, mo iu aute
cofidcrandi cuiquc proprium. Si icaquc rcs confiderata poccft eflc plunbus cora
rnunis,& modus cofidcrandi cuique proprius eft,quomodo afleruncjn cofticuen
do ucro {ubic&o fcieciar conceplaciuar modu cofidcrandi arquale" cflc
dcbcrc rei cofideratar? dcmu, poncndo id, qct neghgunc,pofitione fuam paru
animaduercc rc uidentur. dcclaro cos poncre qct negugunt,nam re aliquam
confiderata,qnar pluribus modis confiderari posfit,ad uuu cx illis
coardan,& reftnngi,nihil aliud cft,qua v m oe"s alios cius
confidcrandi modos cxcluderc,& unum illoru feligcrc; ut gratia cxepli,cu
posfic Homo confiderari,ucl uc fanabilis,ucl uc farlicicacis ca pax,fi
Aliquiscxcludedo ut e farlidcacis capax , accipcrct ut cft fanabilis,dicc/
retur ad huc,no ad aliu cofidcradi modu homine rcftringerc,crgo ponunc , q$
cicgliguc Harc cu uera finc,cancu abeft,uc in duplici uerfcncur errorc, qui
ponuc fecundas nociones fimpliccs prouc suc inftrumenca notilicadi,idcft,pro uc
ex lllis coftruenda sut inftrumeca notificadi,elfc Logici opcranris adarquacu
fubicctu,uc potius eorti fentccia fic penitus ad mcnce phuoloplu, accipiunt.n.
fccuda» nono ncs fimplices late,pro ut ec a Gramacico confidcracur,cafq;admodu
conliierau & Logici reftringunc,qct fecundu Ariftocehs pccpca loco fupcrius
cicaco facicn du erat,& hoc prarftarc,uidchccc,re aliquam ad unu cx
pluribus eius confideradi tnodis coardareaiihil aliud eft,quaVn eiufdem rci
cofiderationcm rcftnn^erc EJfentialis Logtc* Ttefimtio. C A T. X. COnftituto
(quantum pcr nos licuit ) Logiccs gcncrc , fubicclo, cV finc, confcqucns cft ,
uc cflcntialcm cius dchnicionem ponamus,qu* cum ci io LogicarumDifput. a
gcnerc,& difFcrentiis proximis cfficiatur, rationi congruere uidcrctur, ut
pro generefibi aflumeret habitum intclledus racionalcm , fub quo cum reliquis
prl cipalibus habitibus proximc contincntur habitus inftrumencarii ; uerum ft
rcs dili^enter con(idcrecur,in cius definitionc Logicus non dcbct habitum
colloca* rc, quoniam Logicus,ut Logicus,cum conftdcrarcuon poceft, alioquin
cogcrc tur etiam intellcctum copfiderarc,cum habitus dicat ad intcllectum
relacionem, & a quo rclatiuorumJunum confidcratur , ab codcm confidcrctur
& alccrum, fcd a Logico (ut clarc patctj incellc&us non confidcratur,
crgo ncc habicus.mc lius icaque( nifi fallor) fuo muncrc fungccur Logicus , ft
in Logiccs dcfinitionc pro cius proximo gcncrenon habitum intelle&us
rationalem,hcet fub co (ut fu pra dilputatum fuit) Logica contincatur, fcd
difcipiinam acceperit. Et cum iaro tletcrnunatum fttjLogicaefubiectum efle
inftrumcnca pcrfcda,& completa, ii* ncm ucroucrique pmlofophia:
partiadminiculariad fccernendum ucruma fal ^ fo,bonumcp a malo , a quibus
,nimirum fubie&o,& ftnc differentiac fumuntur, hunc in modum eius
definicio(uC opinorjponi dcbetjLogica eft difciplina inftru mcntaria
probansinflrumentautriquc philofophia-parti tnfcruientia ad feccr* nendtm uerum
a falfo.bonumq? a malo. in generc contraclo pcr difTcrentiam a fubicclo
dcfumptam Grammatica cum Logtca conuenic , habct enim eciam, Gramrratica pro
fubiecco inftrumenta, fed hne ab ea diftmguitur Logica , ete* nim Grammatica
non conftderat fua inflxumenta quateuus inferuirc debeanC utrique philofophiar
parti ad feccrnendum ucrum i falfo, bonumcjj a malo , ul facit Logica» Vtrum
Logica J!t fcicntU. C A P. XI. c EXaminatis duobus fimplicibus Logicar
quarfttis, uidclicer,An fit , cV quid fic, rcliquum eft,ut alia duo compoiita
declarcmus , quorum unum nempc propccr quid fic,alteru
pra?fupponic,uidcliccc,qualcfic, ftcuci in iimphcibus quid fic prarlupponic an
ftt; quarc confonum racioni eft , uc in compoficis a quacftco qualeftc
incipiamus,dicimus icaq;, illud nihil aliud efse,nift ponerc in numerti,
idcft,facerecnunciacioncs de cercio adiacencc, in quibus alcerum alceri
inhaerct interie&a copula,uCgracia exempli,quando quaerimus,ucrum homo fic
albus, rifibilis,c\ huiufmodt , harc quarftio appellacur Quale ftc qua pofica
huius termi nicognitione, quarripoflec de Logica, utrum ci prardicatum aliquod
iungacur uideliccc,An lic ftmplicitcr fciencia,&huiufmodi alia mulcajcuius
quacftionis fub tilisDodor unacum tccafere Latinorumfcholaparcem affirmaciuam
tuecur, quia iudicans, Logicam efle fcienciam racionalem,cogicur eciam
aflerere,Logi* cam elTe ftmplicicer,& abfoluce fcienriam,nam quod elc fub
fpecic alicuius genc ris,non potcft non efle fub gencreilliusfpccici, fed
fcientia rationalis eft fpecics ^ fcicntiae communicer fumptae ad rcalem,&
rationalcm , ergo Logica , cum fic kicticia racionalis,cric quoquc fcicncia
fimplicitcr accepca,quae fuodatur in ente ctiam Liber Primu^ etiam communicer
fumpco;nam ficuti datur cns commuoe ad eus cxtra animu, a tfcad cns in
animo.ica dacur fcicncia communis ad fcicnciam dc rc excra animu, idcft,dcencc
rcah,& ad kicociam dc rc in animo, ideft, dc cncc rationali . qua:
communitcr acccpca fciencia , cumlic efFe&us dcmonftrationis communiter
fumptarad realem,& rationalem dcmonftrationcm,babec fubicctum, pasfioncs ,
& principiatamquam mcdia ad cas pasfioncs dc fubie&o dcmonftrandas ,
qua: omnia ut communia ad rcalcm, & rationalcm dcmonftrationem accipiuncur.
Efse autcm Logicamfcientiam fimplicitcr, & abfolutc fumptam,intelligrndo dc
Logica doccntc,quam Grarci uocant fciun&am a rcbus, liac ratione Doctorfub
tilis probat . Logicus e£l fcicns,crgo Logica eft fcicutja,quia a concrctjs,ubi
cft prardicatio pcr fe, ualet confcqucntja ad abftra&a ; Antecedcns
probatur hunc •nmodum,Logicus demonftrat, crgo Logicuscft iciens; dcducitur
Antecc/ elcns hoc paclo,in Logicafunt ca omnia, quar ad dcmonftrationem
facicndam requiruntur,ergo Logicus demonftrat . Sj uero intelligaturdc
Logica,qua: cft in ufu,idctl,dc Logica (ut Crxci dicuntjrebus applicata,negat
jllam cflc fcientia, tiuia hoc paclo coufidcrata non cft cx propriis , lcd ex
communibus. ucrum nc ijuifpiam crcderct,dum putac Logicam eflcfcientiam,cum
fentire,Logicam ciTc lcicntiam rcalcm,dubitat contra partcm
affirmatiuam,quamtuctur,uc appareac tur
acerrimc impuenarc , probautcs contra Dodorcm fubtilcm Logi» cam non cflc
icicntiam abfoluce , cx quo fcquitur, cam ncc cflc quidcm icien tiam
rationalcm,cum tcncat femo, confcqucntia a fupcriori ad infenus ncgatiuc.
QuotI,rclicla(ut dicunc ) argumencoru mulcjtudinc ,oftcndunt racionc ex ipfius
^ rci nacura dcducla,qua: huc m modu ab cis formatur. Tota traftatio Logica cft
dc fccundis notionibus,hx autcm opus noftrum funt,& arbitratu noftro
cfle.ac non cifc poilunc , non funt igitur rcs nccoTaria: , (cdcoucingouccs ,
;ca ut fub 12 Logicarum Difputl * fcicntiam non cadarit ,' cum fcientia fit
rcrum tantummodo ncccflariararn ; qui rc patct Logicam fimiliorem cflc Artibus,gua
% ni fcicntiis in rcrum confideraca rum conditione.fcicntiacnamque in rebus
fimplicicer ncccflariis ucrCintur, Lo» gica ucro,& Artcs omnes in rcbus
contingentibus,quae a 1 nobis producuncur: habita etiam racionefcopi,&
finis.Logica Artibus fimilis e(T, fcicntiis uero dik fimilis,nam fcicntiarum
finis eft fola rerum confideratarum cognitio y Artium uc ro non cognitio, fed
effcccio , fi quam enim cognitioncm habcnt , caiH ad c/Te Gionem dirigunt ,
Prarterea ualidisfimis Ariftocelis auftoricacibus, & in pri^ mo priorum fub
initium fccunda: , ac cerci* fcdtionis , & in pnmo To/ picorum capite nono
candcm rationcm confirmant; nam philofophus in prima Priorura Iocis citatis
afleric fe conftrutTionem Syllogifmorum doccrc, ncm* pe quomodo efficicndi fint
, & quomodo facile a s nobis ficri posfic ,ut nofl ad cos efTiciendos apti
reddamur, at quisnon uidct talem clTc Artcm oma D nem docentem ? In nono autem
capite primi hbri Topicorum air , pro* blematum aliaperfc rcfpiccre
eIcdionem,6V fugam,qua! quidcm funt problema ta ad a&ionem pertincntia
corum enim fcopus non eft cognitio, (cd cleelio,uel fuga, idcft, agcrc uel non
agcrc ; alin pcr fe tendcrc ad uentatcm , 6V fcientiam , ut funt problemata
fpeculaciua,quorumnullus alius eft fcopus , quaYn fcicntia ueritatis ; alia
dcmum utriquc parti philofophiarauxiliari, qua* funt problcma* ta Logica, hax
ctcnim funt inftrumcnca , quibus utltur tum acliua , tum con tcmplatiua
philofophia ; itaquc fcntcntia Ariftotclis cft , rcrum Logicarum non cfie
fcienciam , cum pcr hanc condicionem fcparet problcmata fpecula^ tiua
abacTiuis,& Logicis, utfcilicer, fola fpeculaciua fcopum habeanc lcicrr
tiam. Addamus nos m fauorem huius opinionis aliam philofophi audoria tatcm in
fecundo Diuinorum contexcu dccimo quincto infine,ubi ait , ab^ furdum efle
fimul fcientiam , & modum fcienti? qua-rere , ex qua philolo* t phi
au&oritace clare pacct , Logicam , quar pcr modum fcicntia: cxprimi-» tur ,
non clTe fcientiam , alioqum non re&c ibi philofophus locutus fuiflet. Quod
ucro fpe&at ad argumenta in oppofitum , corum uanitatem oltcna dcre facile
cfle dicunc , primum cnim argumcncum , fi ualidum "cllec, non magis in
Logica , quaYn in Artibus omnibus cfTcclricibus locum habcrct; Si namque Artem
aliquam docentcm flatuamus , ut medicam , uel ardifu catoriam , illa quoque
fubic&um proprium habcbit , de quo multa dc* nionflrabit pcr propria illius
artis principia , omnis enim Doclrinafitex prxcognitis , cV per ratiocinationem
a x noto ad ignotum ; QuiJ igicur ? Ars ardificatoria doccns erit fcientia
fpeculatiua ? Ad primum icaquc Do etoris fubtilis argumencum refpondences ,
neganC anteccdcns, Logicrfscv nim ncque cft fciens , nequc demonflrat , nequc
habet ea omnia , quacad ueram dcmonftrationem ucrar fcicntia: efTedricem
requiruntur , non cnim d fubie&um tale habet, quale ad fcicntiam
contcmplatiuam rcquiritur; fciencia quidcm fubieclum poftulat artcrnura , non
continecns , quod arbitrio noftro cf fc,ac non clTcpoffit; at Syllogifmus ,
& omncs (addamus nosj fccundx notioncs Liber Primus x funt opus , c* figmentum
noftrum,quarc idoncum fcientiar fubieflum non funt. Pro
intclligentiarcfponfionisadalccrum fubtilis Dofloris argumentum quo probac
Logicam in ufu pofitam non effefcientiam , aducrtcndum efle fcribunt Logicam
duas mtcr cartcras habcrc partcs,demoftratiuam unam,quam in libris Pofleriorum
Ar.ftotcles tradit , &altcram dialcc>icam , dc qua agit in libris
Topicorum ; inter quas illud inquiunt cflc difcrimcn, quoM dcmonfrratiua dum
praxepta, ac regulas docet,non fit fcientia,fcd inftrumcntum fcicntiarum,ut uc
ro appl.catur rcbus , fit ucrc fcicntia,non quidcm fcicntia, quar dicatur
Logica, (cd lc.entia naturalis,ucl gcometrica , uel alia,quia tunc procedit cx
propriis il> lius fcicnciar pnncipns,cui applicatur. Faculcas autcm topica
nonmodoutdo/ ccns non fit fcientia , fcd ncquc ut in ufu pofita,quia dum alicui
fcientiar applica tur, non fumit propria cius fcientiar media, ptercaqudd ibi confidcrat ea, quarfunt
neccflaria, & artcrna* ueritatis , ut gracia txcmpli, demoniTratio
eitfyllogifmus fcientialis, dcmoaiTratio coniTac cx ueris, prinus, immediatis,
prioribus, uotioribus,& cauiis conclufionis,& infmita huiuf modi alia.
Prarcerca, licet Logicus non habcat rcalcfubie£tum,quod realisfcien tia
poftulat,& proptcrea reahtcr non dcmoniTret, non fcquitur idcirco cum no
ciTc fcicntcm , cum abfolutc fcicntia non folum dc rcali , fed ctiam de
rationali fcientia ducatur; fat igitur eiT, uc Logicus demoniTret
dcmonftrationc racionali, atq; ideo rationali fcicntia fit fcicns,licet non
dcmoniTrec reali dcmonfcrationc, quare primum argumentum manet adhuc 111 roborc
luo.Quatenus ucro fpe&at ad altenus argumeoti diiTolutioncm , antequam in
mcdium afleramus quid dc d illa fcntimus , aduerccndum c(Tc duximus , DocTorem
fubcilem a ucritate non rcccdcrc , quando dicic , Logicam in ufu poiitam non ex
propriis, fed cx communibus proccdcrc,fi pcr Logicam incdligit partcm
Topicam;(i au-^ Liber Primus tem totam Logicam intelhgac , cum ucritatc ( quod
pace tanti uiri dictum fit) a minimc eonuenire, quoniam ca pars, quar dcmonftratiua
nuncupatur,in ufu po/ fttalempcr ex propriis uniufcuiufque fcientia-,cui
applicatur, principiis progrc^ ditur.Hocanimaduerfo, rcfponfio ad alterum
argumentum aliquiddifficultatis .patitur,quia dc ratione inftrumcnci,ut
inftrumccum eft,quod amplectitur inftru mcntum rebus applicatum.A ab illis
feiunttum.ncc non corporcum,& fpiritale, cft folum alteri inferuire.cV
propterea cfle inftrumcntum,non autcm ut fiat rcs illa,cui applicatur.quoniam
applicatio inftrumenti,quodcumquc illud fucrit, dJ fitquid accidcntale,eius
naturam non uariat. Demonftratiuum itaquc inftrumc tum,quod fpiritalc
eft,applicatum fcicntiar non poteft ficri ucre, & formaliter fci cntia
illa,cui applicatur , fed utique caufalitcr.quatcnus fcilicct parit,&
aggenc* rat fcicntiam,quemadmodum gencratio ab Ariftotclc dicicur natura,pro
utcft uia in naturam : ficuci igitur gcncratio non cft ucrc natura, licct fit
uia in natu* ram,ita inftrumcntum fpiritalc applicatum fcicntiar non fit ucrc
ca fcicntia,cui ap plicatur,quamuis pariat,& aggcncrct fcicntiam
illam.alioquin idemcflet facies» c* fa&um . Philofophi autem au&oritate
in tcrtio libro dc Anima cxiftimamus «on faceread propofitum,quia philofophus
ibi comparat potcntiam intclligea tcm rei intcllcdar , ipfi ucro comparant
inftrumcntum fpintalefcientiar; Prartc rea,non uidetur cum ueritate
conucnirc,ut Mcns noftra intelligcns fiat ucrc res lpfa,quar intelligitur,
alioquin Intellc&us intdligcns lapidem.cV Iignum,ficrct uc rc lapis,n cis
fecundas notiones im, 1 poncrct; quod clarius confirmant,(lum aiunt, ( uocibus
cnim primjr notioms ip, fe alias fccundas uoccs imponit,quod facere incipit in
illo primo capitc iibri de interprctationCjUbi fummo cum artificio librum illum
cum libro Catcgoriara conneclit,accipicns uoces fignificatriccs rerum iam
confidcratas in libro Cate^ gonarum, & in eis imponcrc incipicns fecundas
notiones,a fimplicibus cxordi' cns ,qua?(unt nomina,c\ uerba,&c. ) fi
itaq.-in principio libri dcintcrprecatione incrpit philofophus imponcre
fecundas notiones uocibus res fignificantibus,de quibus agit in libro
Categoriarum,rcs in libro Catcgonarumnon func fccun* dis notionibus opertar.
" lnfimtu contra dcterrninationem sAuftorit refpondetur. . b T-J AEc
opinio fuper duobus di&is fundata, qua impugnatur fententia noftra, «*-
-Lirjjutroque non paucas uidetur pati difhcultatcs , & primo circi pnmum
diclu , ut fcilicet nomen, & uerbum nullum refpc&um de notcnt
adenunciatio ncm,(cd abfolutam habeant fignificationcrri/ibi ipGs
aduerfantur,& ab Anftote lc ( quantum coniiccrc polTum) rcccdcrc uidcntur. Sibi
ipfis eos aducrfin patct, r>am uolunt nomina,& uerba dTc partes
enunciationis,dum dicunc, C fcd dc fim plicibus tcrminis pnmsincellc&us
operationi rdpondentibus , qui ucrcpartei cnunciationis funt,agitur ia
pnincipio hbri de intcrprctationc , & fijnt nomma, fk ucrba,exjiis dicit
Ariftotcles enunciationem conltitui,non ex fubttantia.qua to,& quali,ut
patet legentibus totum Iibrum de intcrpretationc,in quo nulla un cjuam fit
mentio fubftantia- , uel quaoti,tanquam partium enunciationis,fcd fcm
pcrnominis,& ucrbi. ) Si nomina,& uerba confidcraotur in hbrodc
intcrpreta. c tjonc ut funt partcs cnunciationis^umuntur in ordmc ad iUam, cum
partcs ha* beant refpeclum ad tctum.Oppoficum po(teatuentur,dum inquiunt,(
duplcx i* gitur eft tra&atio de fimpliciDus terminis,una abfoluta m
principio hbn «ie in* tcrpretatione, quando agitur dc nominc,& ucrbo,
altcra notans rtfpcclum ad? cnunciationem, quando m ipfa cnunciationis
trattatiotie uocantur iubieclum, & pracdicatum,quo in loco nulla fit mcntio
nominis,& uerbi, nifi qiutcnus in c^ nunciationc fuot fubieclum , &
pra:dicatum,hac cnjm ratiopc rcfcruntur ,fcd non quatenus nomioa,&
ucrbafunt. ) Eosdcmum ab Anftotclc rcce Jcre,omni bus manifeftum effc
exifbmo,qui diligcntcr pr imam fc&iontm hbn Perilicrme* iiias,& ultimum
capucfecundarlcclionis legcrint; attamcn eorum mcdiis id o^
flcndcrcpIacct,accipiendo, ut faciunr ipfyiominis,& ucrbi
dcfinitione>,fcd pri^ tnum pondero pjiilofophi fententiam in capitc dc
nomine, in quo cum nominis ^ dcfinitioncrn pluribus aliis communcm tradidcric ,
ciufqj nonnullas particulas dcclaraueritjCJicludit a nominis dcfinicionc nomen
jufinisuoi,quufignificacio* D 20 Logicarum Difpat. a dcfmite, & quod
cfl,& quod non efl; ex quo colligitur dcberc addi troCitx defi r ricni
alteram difTcrentiam, uidchcct , flgnificans aliquod fmitum , ut defmirio jlla
hunc in modum fit ; Nomcn cft uox fignificatiua fecundum placitum, (ine
ttmpore, cuius nulla pars fignificatiua ciT fcparata, finite aliquid
fjgnificans. ue/ i um quia fic intellccTa nominis dcfinitio comprehendic etiam
eius cafu?;,cxc ludit lljof ab huiufmodi definitione, quoniam iuncTi cum ucrbo
ncquc ucrum,nequc falfum chcunt, non.cn auccm fcmper,- ex quo Jtcrum colbgicur,
tradira* nommis dcfinitK m clcbere appcni aliam difTercntiam, uidelicet,ut
iuncTa ucrbo dicat uc rnm, aut talfum, atq; jdco faciat aut aiTirmatiuam,aut
ncgatiuam rnunciationc.. Cum i^irur complcra nominis dcfinitio ex ArifTotcIc
pcc ea,qu.T habetintoto illo captte,hunc in modum efTe dcbeat, uidclicct, Nomcn
etT uox fignificatiua ad pljcirum, finita, (inc tcmpore, cuius nulla pars
figniGcatiua cfl fcparata , & quar lunrTa cum ucrbo dicit uerum , ucl
fjlfum,& proptcrca facit cnunciationem; lu l ce cbrius pattr, nomcn di
fjiuri ab A niTocdc in ordme ad enunciationcm, cum m «a rc penatur uerum, ud
folfum. Std in hoc fortaiTc hallucinati funt illi, quii ticjidciunt,
dtlinincrcm nonunis ab AulTotelcpofif.irw in principio capitis cf U inicgram, d
ccmplctam cius c.chnitiol.tm,qBed falfunveflc ex lubfcqueiui^ ru « propterca lccundis notioni, • Btn IdKUr,
Res uero adJu ,n hbro Carcgoriarum fecund.s notionibus fubii. c faclc
comprehend, potcft ct tituIo,& .otentione, atq, ex iis qu« fa falfc
ftS^f" P r ' d ' C — SSS t^antuV 9 * m qla ' '" P lunbus « «Bteotione
fumitur, d,cimus .ntentionem philofopni eiTc ,uan,T ' n °, ^ ° mniUm D0 "
0DUm ***** rerum m orLe ad affirS £X n £Sr T***» in qua uerum - & filfum c
° ntincn - s, L fornaarc,ac formatas enunciationes ucras,& falfas
coirnofcere noT Smus, q U x q ul dcm mtcntio ex iis,q U * ante Categorias ^3
"cn - J^tf nab T Ur ' CUm i taqUf i0 Lbr ° Catcg^ria r"m co „ ■
SaSu^fe d P r * d,Ca ;' on «. clar L e P"« « Ar.ftotrlis intenrione ■D,
aau l U bnc,& f U bflerni fecndis notionibus; & clarius hoc ex titulo
habo ^SS^T^^rT^'^^ Su^ecunTno o . ur S A ' P r * d , ,Ci,to ' Quod
f"bieao,tamquam forma matcrir, faniti, d % «afla dcBominanBDe, l.brum
illum PncaWntBrum hbrum placnit phflo *2 Logicarum Dijfcuf. fof lls>
hunctvpirr. Fx iis quoque, qoat in fingulis pi^dicametific; # r praxipoctrt
pra-dicamcnro fubfraotiar tra&antur, manifcfbifirrlc hoc irjem
colltiprurjiri^qtio prgdkamcnro muJra rcpcriuntur,qua- ad rrm noftram
attinoit.fednoncad oftc dcwdtjm qubd intfndimos
fatiscflcpoffuntfubftanriJrdiuifto to*rimam,6V fecurj 3«3am, dtfcriptioncs , 6V
rommunitates, qUac omnia manifeftisfime m-dicant rcs • ibtCOHfiderarijmordioc
ad fccundasnotioncs; A licct ex communiratirnit alfa quir uickafitur
clTcptifita* (ccundum naturam fubfranttar, 6V urfextra intcllcclurn tffywoW
ramcri pojjunt ad modum prardicandi; Cc ad propofitidrH4 conftitutio
i»cmn-*>fid.:i r.i.->m;. , .f:u! u:->) ( nr,.: /.mcJJi aoxi wi tnutl :
De Lopc* difcifhmt ti^tiWf flfcifom >^4c de modo frogredknh Wprtc*yti , eam
dcftimi po(Tc ab Ariflotclis fcopo.qucm diximus cflc pra*ccpta tradcrc t r 5
i^uCridifrirrrumeTita ignotum manifcftantia,in'ter qoa? pra-cipuc proprcf
dcmr5- frrarioncm (yllogifmum philofophus fpcOat;qui, cum duplicitcr
confidcrari posf»r,ueI quo ad conllirutiuas, ucl quo ad fubieftiuas partes',
induxrVnos ad' crcdcndum^ur I ogicardifciplina* hbri in duas (cccntur parccs,
inquafum prima.' contincntc libros Catcgoriarum,Pcrihcrmcnias, & Priorum r
agic philofophus dc iis,qua: fpeclarit ad fyllogifini communiter accepti
conftfuccrdricmjrivfcudS 1 * 1 daojcro comprHicndcnte rejiquos omnes libros
deeiuldcm fyllogTfmipartibus; : Libcr Primus 2 fubie&iuis tra&ar»
hinccft ( nififallor ) qudd Auerroes io prarfatione (upcr lu brospoftcriorum
fcribit,Logicam in duas pnrcipuas fccari partcs,quarum un3L uniucrfalcm,fcu
communem,altcram particularem.fiue propriam uocat; pcr par tcm communcm innuit
libros Categoriarum,Pcrihermcnias ) & priorum, in qui frusfut dizimus)
agitur dcfyllogifmo in communi quo ad cius conftructionem; pcr propriam ucro
poftcriorcs analyticos, Cc cartcros omnes fubfcquen* tcs libros, in quibus
agitur dc Syllogifmo contraclo,idcft,dc (yllogif mo quo ad cius partcs
fubieciiuas.pofita librorum Logicar diui ConCjCirca modum progrcdicndi in
huiufmodi prarcep* tis in ea difciplina tradendis pro inftrumentorum
conftruclionc i^notum notificantium , dici* mus , Anftotelcm his omnibus uti,
ncmpc , Diuifione,Rcfoh]tione, & Compofitionc» Deo , qui Trtnvj s unuf ejl
, Laus , Honor , Gloria fit. - :1 V ) P. LOGICARVM DISPVTATIONVM DE PHILOSOPHI
PROPOSITO IN POSTER IORIB VS AN ALITICIS. Ejfentialem
Jpecierum defimtionem intcr Log/ca infirumcnta c/Te cottocandam. C *A P . /.
VMadcius demonfcrationis, qua? potisllma nuncu» patur , cflentialifcp fpccierum
dcfinitioms intclligcn^ tiam iuucnes introducere cogicaucrim , abfoluta de
uniucrfa Logica difputarione, Poftcriorum analycia corum, in quibus barc
inftrumencafcientiis omnibus appnme neccflaria tradantur,prolegomena prius
xaminare non inutileforc mccum ipfc iudicaui, eoru cnim auxilio inflicutum
noftrum ficilius cxequi potc rimus.ut autc in huiulmodi ncgorio ordmacim prri/
grediamur, ea induomcmbra iccarc dccrcuimus , in quorum pnmo dcphrto fophi
inccntionc in Poft: libris, accipicndo intcntionem pro fubie&a materia, in
fecundoucro dceorum infcriptionc ucrba facicmus; Quoniam uero dc philofo fhi
intcntione in primo libro nulla cft apud eius explicatores controucrha,om ncs
cnimunoore .atcntur,agcrc ibi ph.lofophum dc principiorum dcmonflra/ tionis
c6dicionibus,fcu dc maccria dcmoftrationis.cu de cius forma in prionbus a&u
fit,ab huiufmodi fpeculacionc fupcrfedebimus, foluq* circa philolophi intcn
tioncl(ecudolibroucrfabimur,uarii.n»dccius propollto ibi uaria locuti sut.cuq;
inter Ariflotclis intcrprctes mulci fint,qui fubftincrcconaucur in eo hbro agi
ad tnentcm philofopln dc dcfinitione prout infcrumencum cfc concradiflinclu a
dc monflrationejargies qct quid e comuncad fubftantia,oVaccides;facerc no poiTu
tnus quin difpuccmus, an ld ueru fir^qct ab ilhs uidctur (upponi.ccfcilicet
huiuf* tnodi difinitionem intcr inftrumenta Logica collocadam ,ahoquin tiana
effee 2^ Logicarum Difput. * corum fpeculatio. Dicimusitaq; (fumpto altius
principio) Jlabituum InteHes clus rationalium, alios effe primarios , alioi
fecundanos , fcu inftrumcncarios^ primarii, qui pcrfc, non alccrius gracia
confiderancur, ( in lis cnim pcr fe ucrum eft) quinquc func , uc rcftacum
rcliquit pliilofophus in fcxto libro de Moribus cap.3» uidelicet,
Incelle&us, Sciencia, Sapiencia, Prudencia, & Ars, ab enccqjor* tra
animam riuunc, qua dc caufa dicuncur eciam rcrum habicus, nam fciencia,fa
piencia, ne ab ca difbnguitur;
grammatica: cnim hnis,& fcopus eft regulas traderc re■• i:i>r.iii'yaiil
SfioiiwU^^ tbomluiurl ds.irl :jCt cjp. u. ITJ 07J ' "P\l;fmitioncm, licct
oon ratiocinctur, efTc Logicum inftrumentum probatur 'ratione, &
aucloritatibus confirmatur. ratio hunc in modum fc habct, dcrl nicio conG d
cratur a Logico, crgo dcfinitio cft Logicum inftrumcntum; Antc* cedcns Liber
Secundus I 26 *z cedens clariffimum cft cx Ariftotele in feptimo diuinorum
texxom: quadrage a fimofecundo,& ex Aucrroefupcr illo contcxtu;
confcquentia probatur,modus confiderandi Logici cft ut inftrumentum notificandi
ex Auerroe in prologo f>rimi Poft: & iti L ; pit: Logic: circa
principium, fed nihil confidcratur ab Arti. fjce,quodrccedatabeius modo
confiderandi,ergo defiuitio.cum a Logico co fideretur, non poteft ab eo
confidcrari nifi ut inftrumcntum notificandi, cft igi tur dehnitio Logicum
inftrumentum.Confirmatur hoc audoritacc philofophi m fexco Topic.
cap.primo,& cercio,quibus in locis ait , definitionem facerc ut cognofcatur
(ubft3ntia,fiueaccipiatur fubftantia pro ciTentia,fiuc pro fubftantia
concradiftinda ab accidentibus. illud idem habetur in fecundo Poft j hbro ca*
pite fecundo : ubi philofophus ait ( amplius,fi definitio fubftancia: quardam
co, gnitio cft, &c.J dixit, quardam cognitio.uc denotaret, non folum
ratione, fed etiam fine ratione acquiri cognitionem.Et in eodcm capitc uolens
philofophus . inueftigarcquoinftrumentoqua-ftioQuidfitnota fiat, proponit
primum non nulla examinanda, mter qua- ponit hoc, an idcm posfit fciri
demonftratione , & dcfmitionc, cx quo manifcftifiime uidetur uellc
philofophus,defmitionem facere ijc faatur,atq ; idco dTe Logicum
inftrumentum,alioquin Quarftio abeopropo Ijta prarccr racionem adduda
fuifTec.fi defmicio non faccret fcirejqua fcicncia per definitionem nulla ex
cius fenccncia in fcpcimo Diuinorum concexcu quarco me lior , atcp
prarftabilior eflc poteft . Demum in primo dc Anima,& in primo Di umorum
utrobiquc tex: com. 4 g. uulc difciplinas omnes pro inftrumenco uti demonltratJone,&
definitione,inquiens, ( atqui omnis difciplina per prarcognita aut omnia , aut
al.qua cft, & aut per dcmonftrationem, aut per definitioncm. ) cjuam
philofophi fencenciam fccuti func Thcophraftus,& Alcxandcr, refercnce
fcuftratio m fccundo poftcriorum Commentario fuo quadragcfimo fcxro p 0 /
fucrunc enim & ipfi duas fcicntias , dcfinitiuam fcilicct , &
demonftratiuam c # proptcrca duo inftrumcnta,nimirum, definjcioncm , &
dcmonftracioncm. ex qua philofoph. racione colligicur non dTc ad mcncem eius ,
uc omnc Logi, cum inltrumcncum fic cumillacionis necesficace. quareconfirmacum
rcdd.cur quodtradita_habicuum racionalium diuifio nobis ance oculos pofuic,
nempedc fmicioncm cUc Logicum inftrumcncum. Ex aliorurru fententia obiezlioncs
qmdam contra ea, qu* dc defnitione proxime didafunt. C sA P. I I I. JS^JOnnulli
contra ea ) quardida funt , inftare nituntur \ probando pluri, d bus medns, non
elTc dcfinicionem inter inftrumcnta Logica connumc, randam , & primo
definitionemethodi proprie fumptar, quar cft, intelleaua* le mltrumcntum
facicns cx notis cognitioncm ignoti,fcu intelleauale infW E 27 Logicarum
Dilfpiit. a mentum notificans quod prius ignorabatur. intelle&uale
inftrumentum Metht. di gcnus cft, quod ordtncm quoque c.omplcditur; tecere
autcm ex rjotis cogni tioncm ignoti,ucl notiftcare quod pniw ignorabatur, eft
difterenti*, qua mctlio dus propric dicla ab ordinc feparatur; ba?c cnim
mcthodus illationis ncccsfita* tcm habet, alioquin non diccrctuc notilicans,
cum netincarercm jgnbtam non posfit cffe fine illationis necesfitacc; ordo
autcm minime. Hac pofita metbodi proprie dictac definitione , inftant hunc in
modum , deiinitio mcchodi propric diclar non compctit deiinitioni,crgodcfinitio
non eft mcthodus proprie (umpta; Confcqucnt» eft clara per locum topicum a
dcfinitionc ad dciimtum , Anto ccdens probatur , definitio non progreditur ex
noto ad cognitioncm ignoti cum illationis necesfitatc, quod eft mcthodi proprie
difise dtlinitio, crgo defmj tioni non competic dcfinitio mcthodi propric
dicla:; Antccedan probatur, fi dcfinitio progredcrctur cx noto ad coguitionem
ignoti cum illationis neccsfi/ b tatc, ipfacfiict terminus a quo notus,e\
quiditas, ad cuius cognitioncm pcr dca finitioncm ducimur, cflct termitius ad
qucni ignotus; fcd lioc eft falfum, cum.n. defmitio, & quiditas non
dilcrcpcnt nifi ut fignificans, 6c figniiieatum, nonpon teft dehnttio cffc
nota, dum quiditas ignoratur, crgo ddmitio non proirrcdirur cx notoad
cognitioncro ignoti cum.illatioms neccsfttatc. Sccundo, cadcm cft
ratiodefinitionis adqutdicacem abcafigniticatam , &' nommisad rem , qux ab
ipfo ftgnificatur , crgo fi dcfinitio cfl mcthodus, & inftrumentum Logicum
no>? tificans quiditatcm, nomco etiam mccbbdus crit, & inftrumencum
Logncuri» rcm ipfam notificans , fcd hoc cft faKum, crgodcfinicio non eft
Logicum inftrd mcncum, fed inftrumcntum tantura fignificandi , ut patct cx cius
dcfinitionc-ab Ariftotele pofita in primo T0p.cap.4v quarhuncin modum fe.habec,
(cftautcmi tcrminus quidcm oratio quid eratcffcfignificans,) ubiterminus pro
dcflnitio* 3 nc accipitur , & licct.Anftotclcs infcxto Top. cap. 3»nccnon
in primo hbrox c de Amma, 6t in primo Diuinoruni ucrobiquctex: 4«. comparans
defimuor nem cum dcmonftrationc dicat, qudd dchnitio cft cx notioribus ,
ficutido monftratio , non uulc philofophus eodcm modo definitioncm , ac
demon> ftrationcm ex notionbus cflc, nimirum cum illationc ignoti cx
notis,fedfiv lum in hoc communi uult carum fimilitudincm confiftcre,
ututraquecx no* . tioribus conftet , alio tamcn , & alio modo , nam
demonftratio cum illationis ncccsfitatc progreditur , defmicio ucro minimC ;
quo fit, ut altcra quidem fic methodus , & inftrumcntum fciendi, nempc,
demonftratio, alterauero, uidelia cet definitio, nequaquam» Tcrtio ,
Ariftotelcs in primodc Anima,4.cV.c. con tex: quarrit, An fit aliqua communis
mcthodus inucftigandi quid cft in omni* bus fubftantiis , mcthodos ctiam
aliquas nominat,fubiungit enim, an fit dcmori ftratio , an diuifio, an aliqua
alia methodus ; At uero fi definitio , uel metho> dus dchnitiuaeflctproprium
inftrumcntum , & propria mecho.lus , qua noci*' d fjcatur quid fit, uana
ccrtecffcc quarftio Ariftotelis co ia lpco, non cnim opus crat dubitare, &
ad alias mcthodos confugcre , cih» iu promptu cffcc comr- munis mcthodus
inucftigandi omncs rcrum quiditatcs , nempe dibnitio #\ a Lihcr Secundus 28 feu
mCthodus dcfinitiua; igitur uidic Arirtoteles definitionem non eflc mctho •
dum.uclinftrumentumnotificandiquid fic/cd clTc illud, quod per mcthodum
notificaturquando latet; nam quarrere quid res aliqua fit,eft dcfinicioncm eius
cjuarrere,pro!nde definitio quando eftignota fmis efl methodorum , non mctlio
dus; quandd autcm nota eft,notum cft etiam quid rcs fit , ncc methodo indiget,
qua inuclbgctur; proptereaibi Ariftoteles non ipfam dcfinitionem,fcd alias me
thodos nominat . Quarto, & ultimo,Ariftotelcs in fecundo priorum cap. 25.
ucrba facicns de incIuctione,ait,omnia enim crcdimus aut pcr fyllogifmum,auC cx
induftione . qua-lcntentia legituretiam in pnmo Poftjcontextu. 33. fecundu
fcctioncm uctcrem,in primo Rheroricorum , & in fexto cthicorum utrobique
cap.^.fi itaque omnia crcdimus aut per fyllogilmum,aut ex induc~tione,defmitio
noncft ihftrumentum ex noto faciens fidcm ignoti,alioquinmale dixiflet pbilo
fopluiSjOmnia credimus aut pcr fyllogifmum,auc cx indu£tione,cum ctiam per ,
delinitioncm credamus.Ad rationem in oppofitum refpondent,negando confc
quentiam,licct enim Logicafic diicaplma inftrumcntaria,tamen non eftnecefsa
r»um,ut quidquid in Logica traftetur,inftrumetum notificandi fit/ed uel inftruv
mentum,uelfaltcm ad Logica inftrumenta refpcctum aliqucm habens; dcfini/ tio
igitur in Logica trattatur non ut inftrumcntum ,fed uel tanquam principifi, ucl
tanquam finis Logicorum inftrumcntorum . Ad Ariftotelem uero locis d tatis
dicuntjdefmitioncm facerc ut cognofcatur,& fciatur fine illationis neccsfi
tate,idcirco non efsc methodum,& inltrumcntum fcicndu Soluuntur tradit&
obiediones. . V "\7T facilius intelligi posfit quo tendant adduftjc
obicftiones , repctenda eft c * diuifio Logicorum inftrumentorum,qua- hunc in
modum fc habcbat, Lo* gicorum inffrumentum aliud inferuit ad fingulas
fcientiarum, Artiumcp partes congrue difponendas,aliud adnotificandum quarprius
ignorabantur; inftrume ti Logici inferuientis partium d«fpofitioni, quod etiam
ordo uocatur ,aliud eft rdolutiuum,aliud compofitiuum.aliud
diuifiuum;inftrumcnti autem Logici fci cntiis inferuicntis notificando,quod
methodus quoquenuncupatur, aliud cum rationc, ahud finc ratione notificat; cum
rationc notificat fylIogifmus,& omnes cius fpccies, fine ratione uero
definitio, ut patet per ea,qua? lupra diximus in ca pitcprimo,& fecundo.
Hac pofita Logicorum inftrumcntorum partitione, fu> mamus modo ex ea
methodum cum fuis fpeciebus,cV uideamus quarnam fit ca- rum omnium ratio.
dicimus itaq; , rationcm mcthodiin gencrc nullam aliam eflc , nifi notificarc ;
eius uero fpecierum diuerfam elTe , alia enim cfc noti" ficarc cum
iliationis ncccsfitatc , alia autem minime ; prima competit fyl/ d logifmo ,
ciusque fpecicbus , b fwn , m tluci) Jt> :u lv~i A imir.ii: .n Pr*M*
ofinioms Im^iuo. liV ,«3i*J mu* >wk±, mum^wk aigfocl \uiQ « ?ujil non, hin \
i :p vU*55Uol cpnro jT irt fri \f. I .ioL.ify'jtir, r i imjxolnrrtooni ox : ■7
pbrf. '.'pils .. tjr! - r:- »if HAEGopinio ( pace tantorum uirorum fcripferim j
non uidctur attingere mentcm philofophi; fi cnim elTct uera, fcqucrctur,
Ariftocclcm in hac Difei phna diminucum ruilfc, quoniam inftrumentum, quoad
ipfius quidu"t cognicio ncm ducimur, defiderarctur,& ab co
prartcrmilfum fuilTcc, quod Logica* adueri- d farecur, cum ad cam fpeclet, ut
perfccta dici posfic , nobis inftrumcnta tradcre , quibus ad omnium quarficorum
cognitionem liccat perucnirc; harc autem duo Logicarum Difyue. a funt
demonftratio fcilicct, ac definitio, nam demonftratione, An fiit , Qualefir,'
& Propter quid fit oftenduntur,definitione uero notum tit Quid fit. fi
itaque eorum fcntentiam admktamus, ut in Pofterionbus analy ticis fola
demonftratio tra&etur.inftrumcntum' defmitiuum , quo quarftioni Quid fit
fatisfacere polTe» mus, philofophus non tradidiliet,quare mancus,
reprchenfioneqj dignus foret* ( ontutata huiufmodi opinionc, ad fundamcnta,
quibus innitebatur, refpondem» dum cft, & primo ad Grarcorum fundamcntum
dicimus, illud falfum cfle, quia de Mcdio,pro ut eft caufa rei, fatis fupercp
uerba fccit Ariftoteles in primo libro Poftcriorum, agendo enim de
conditionibus principiorum demonftrationis, a/ git ctiam de Mcdii
conditionibus, non pro ut eft caufa illationis.quia dc illo hac ratione egit in
primo Priorum,fed pro ut eft caufa fei. Ad conhrmationem re fpondemus,
Anftotclcm neccsfitate coaclum,non ex profelTo facerc ibi mcntio nem de
Qua-fitis,cV de Mcdio, ut infra explicabimus, ubi apparcbit ctiam quan t> ti
momenti fit eorum refponfio ad obiec~tionem de definitione,de qua per fc (ut
dicunt) ab Ariftotcle agi in leptimo Diuinorum, falfum cft,cum ibi deddmitio
netra&ctur in ordine ad quod quid cft. Quo ucro ad Alberti ratjonem,dici*
mus, eam ncgocium non facefccre, doccndo enim philofophus conditiones , dc
omnia ad potisfimam demoftrationcm rcquifita in primo libro,docct etiam quo
modo huiufmodi demonftrationis Medium, pro ut eft caufa rei, inuenirc posfi*
mus, nam percepta do&rina, quam ibi philolophus tradidit, optimedemonftra»
tiuum Medtum inuenire poterimus; Sed Medium non poteft efle demonftratiuu, nifi
fit ctiam caufa rei, ergo agendo in primo hbro de conditionibus principio rum
dcmonftrationis, agit quoqucdc Medio dcmonftratiuo,idcft,de Medio pro> ut
rei caufa eft: At de fyllogilmo, non fat erat cum docuiflic omnia ad fyllogifa
mi conftru&ionem requifita, uerum debcbat ctiam doccrc quomodo in rattoci
nando abundarc, idcft, Mcdium fyllogifticum adinuenire posfimus ; dum enira
agit dc fyllogifmi compofitione, deMcdii Syllogiftici inucntioneminimeagit,
idcircodeiyllogifmo duo philofophus debebat raccrc; fcd dum agitdecon*-
ftrucltone dcmonftrationis quo ad ekis materiam,idcft, dum in primo libro agic
demateriac demonftrationis inucntione , agit ctiam de inucntione Medii deyf
monftratiui , pro ut eft caufa rci , cum dcmonftrationis materia fit cius Me'
dium; quare clarepatet, firoilitudincm, quam intcr fyllogifmum , & dcmon
ftrationem Albertus ponit , non clTc admodum tutam , fcd difficultatis ali^
quidpati ,nonfecus ac Diui Do&oris fundamentum , uoluit enim tantus Vir a N
complcxo incomplcxum principium, feu Medium diftinguerc contra fcnten* tiam
philofophi, qui dcmonftrationis materiam aliquando principia, ahquando Medium
uocauit: traftando itaque philofophus in primo libro Pofteriorum de principio
complcxo, tradat ibi quoquc de mcomplcxo , & de Medio, quod cft complexi
pars prarcipua; non eft igitur Ariftotelis intcntio in fccundo Poftcrio
Ttrrnjintnrfpfi Quo/ d rum libro de Mcdio dcmonftrationis agere, pro ut rei
caufa cft. Liber Secundus 34- Quorundam recentiorum opinio 9 eorum%
fundamenturn de pbilofophi * confiuo in fecundo Ubro Poferiorum '. EX reccntioribus noftri tcmporisnonnulli
huius uidetur clte opinionis ,ut ^ Ariftoteles in poftcrioribus analyticisduas
tantu methodos tradiderir, dc moftratiua fcilicct,& refoluciua.demonftraciua
quidem primo, relolutiua uero fccundo loco, & pro ut pcndet a x
demonftratiua , cuius rci argumcntum ex eo «Iefumunt,quia in principio primi
priorum,ubi philofophus cam in pofterioribus quam in prioribusanalycicis
intentionem fuam proponir,& in Epilogo fub cal cc fccundi Pofteriorum,ubi
colligit ea omnia,quar dixit ufquc ad locum illum, unicademonftratiuam methodum
propofuit, eamq,- unam collegic, nullam dc mechodo rcfoluciua mencionem
faciens, quamuis ab eo confiderccur in Pofte= rioribus analycicis.Huius ordinis
racio eft,quia uoles philofophus nobis mccho b dfi,& inftrumentu
traderc,quo ad reru cognicionc ducercmur,pfecta cognicioa ,nc primu rcfpicerc
debcbac,qua: ab eo inftrumeco producitur,quod naturam in eius operacionibus
imitacur,- hoc autem eft potisffma demonftratio,quailli mc thodum dcmonftratiua
appellac;ficuci.n.natura du opcracur procedica caufa, ita dcmonftratio
pocisfima,dum in nobis aliquara reru cognitione geticraulu/ rc igitm- optimo in
hac fua pnncipali intentione folu quaruam fic mechodus g/ t ectam fcirntiam
tradens confiderauit,non omnino fpcrnens noftrx infirmitatis confiderationem ,
immo ad humani ingenii imbecilhtatcm oculos conucrtens, «oluit ctiam doccre nos
uiam,qua in corum notitiam ducamur,quarlicet fccun dum propriam
naturamfintnota,nobis tamen ignotacfsc contingif; ha*caute funtcau(ar,&
principia,ideo dcmethodo quoque refoluciua loqui uoluit, quar posad
principiorum cognitioncm pcrducic . huius rcfoluciuar methodiduas ponunt
fpccies , demonftrationcm fcilicct ab cr7c&u,& indudioncm,quar cftica c
citatc intcr fc plurimum difcrepant,dcmonftratio cnim ab effcdtu ufurpacur ad
jCorum,quar ualde obfcura,& abfcondica fuut,inuentionem,ioduclio uero ad co
jrum tantumodo inucntionera,quar non pcnitus ignoca func,& lcui cgencdecla/
rationc. quoniam ucro uidebant obiectionem de dcfinitionc aducrfus latinos
tnilitarc ctiam contra fcntcntiam fuam, rcfpondenc,dehnicionem non confidera
ria Logico,nccin Logica craclari ut inftrumcntumfcicndi, cum methodus,feu
l.ogicum inftrumentum non fit,fed uel pro u: ad prarcipuam mcthodum, ncm pc ad
dcmonftratiuam tanquam cius pnncipium dirigicur,ucl pro ut cft mccho dorum
finis; de ea primo modo coniideraca agicur in primo,alcero uero modo accepcain
fecundo pofterioru libro.fundamcntum huius opinionis illud eft,q3 ad res omnes
cognofcendas duarmethodi fufhciunt,dem6ftratiua, & refolutiua, riam
omne,quod cognofcendum proponitur , aut eft fubftantia , aut accidens ;
fubftantia quidcm tunc plcne cognofcitur quando pcrfecia ipfius habecur dc/
finitio , harc fi notafit , nulla cget raethodo ut inueftigctur ; fi ucro igno/
d ta , pcr aliquam mcthodum ucnanda cft , pcr dcmonftracioncm quidcm uc/ I
Liber Secundus 1 36 rum ncuter quiditatiua rerum dcfinitio cft,non internus ,
ut patet per Iongum » progreflum apud Ariftotelem in fccudo pofceriorum a v
principio fecundi cotcx tus ufque ad decimu.neq; ccia excernus,quonia dcfinitio
contra fcntentia philo lophi in pruTopicoru Ca^eflet cognicio,&fcicncia
inharreciaipasfionis in fubie cto,ergo quiditatiua reru dcfinicio mcthodi
demonlTratiuse finis dTe non poteft, «ifi dicant, defmitionc effe fmc methodi
demoftranuar, prout ex ea elicitur; fed hoc dicerc nihil cft,quia
definitio,quar ex demonftratione p fe clicicur,e cantumo do cllcntialis
definitio cu caufa pasfionis dcraonftrata:, non ac fubftanti* dcfini tio
eft,nifi paecidcns, co quia racdiu.qct eft caufa pasfionis,ac dicit propterqd,
stp eft in pocisfima demoftratione fubie&i dcrinino,ut declarauimus in
propria difputationedemedio.Pra:tcrea,iiccc iu parcealiquafecudi Pofterioru
libri Ari ftocelcs agat de defmicione, uc ex demonftracione clicitur, id came
paccides, cj nf> pfcfacit;cu.n. in pri.lib. docucric , cria quarfica,nepc,
An fic,Qualc fic,&Pro i pcerquid fic oflendi pdemoftracionc.m iearacLo
cocextu fecundi poftcrioru in cipic inueftigare quomodo y gd cft haberi
posfit,&in decimo cotcxtu decermi nac,dcfinitionc, & fi de defiuno p
dem-oftratione minime probari potefl, cx dc moftrationc elici,quafi uellt
innuerc.fi ahqua ex parte confert demonftratio ad cognicione defmicionis,id no
aliunde cucnirc,nili quia ex ca clicitur. p accides itaq; , non p fc in fecundo
poflcrioru libro agit philofophus de dcfinitione pro uc ex
deraonftracioneelicicur.fed Arc/fex no curac ea^qo* func t> accides,ergo
.falfunieft, Ariftoccleper fcibiagcre dc definitione prouc clicicur ex
demoftraa tione,cum dc ea Jiocnominecgcnc in primo libro,nara cunc dcfinitio cx
demo ilracioncopcimeelicicur, quando dcmonftracionis principia conftaut ex onu
nibus fuis conditionibus, fi cnim potjs/imar demonftracionis principianon cjO
'fcnt immediata, ncq; caufx curcisec pasfio demonftranda , ex ca non pofset
clici pcrleaa ciufdcm pasfionis dcfmitipjucrum de conditiombus principiorum «•
potisfimar dcmonftratiouis pcr fcagic m primo\vbro,cifqi in fccundo nullas pra:
ftantiores addit , crgo in primo libro pcr fc quoqxiefimul agic dc dcfraicione,
qua: ex potisfima dcmonftracione clicicur»Cum iam explicacum fit.Recentionj
opinioncm racione fui noneflecx menceplnlofophi , rcliquytn cft, ut illud ide
dcclarcmus racione fundamcnti, & primo ex rerum coguofctodarum natura, qux
duar funt,fpccierum fcilicet proprietates^earumqp fpecieru dfcntia; propric
tates methodo dcmonftraciua optime pcrcipiuntur,fpecicru ucro dTcutia,&qui
ditas mcthodo refoluciua nequaquam, fed fola dcfinitione cognofcitur, ut m fu pcrioribus
didum fuit; methodo cnim rcfolutiua, qua: cft dcmonftracio quia,ad inucniuncur
folum ea principia , qua: poftea in demonftratione a priori dicunt propcer
quid, paffionifq? dcmonftranda: caufalem definitionem , quod illis cona ccdimus
; principia ucro , qua: rcfpe&u dcfiniti dicant quidicaciuam defmicione,
.demonfcracione quia ab Ariflocelc non inucftigatur,ut infra dcclarabimus.prx
tcrea,qua:flioni quidfit ignoca: nulla facisfacic mcchodus rcfoluciua,ncquc
dcmo d Hraciua,^fed folum dcfinicio, qua omncs fubflancias cognofcimus, ergo
prarcer mechodu demonilratiua, & rcfolutiuam, datur ctia inlbrumcntum
dcfmiciuum, Logicarum Difput. 3 quo manifcftatur \ & nota fit quarftio quid
fit. cum cx rerum cognofcendaruni natura dcclaratum fit,noti eflc cx fcntcntia
philofophi Rccentiorum opinionem afferentium duas illas mcthodos ad tradcndam
rcrum omnium cognitioncm fufficere, rcliquum cft,utilludidcm apcriamuscx ipfo
methodi,feu Logici in* ftrumcnti communitcracccpti progrcflu ca,qusr prius
ignorabantur,notifican* Cis » Dicimus itaq; dc rationc huiufmodi Logici
inftrumcnti non efle, ut a N caufa od cfleaum,& e conucrfo progrcdiatur,(ed
folum ut notificet,quod fieri potcft, & curo ratione,& finc ratione,fi
cum rationc,fit ucrc (cicntificus progreflus,uel i caufa ad cfTcaum,ucl ab
erTeau ad caufam,& inhuncfcnfum Recentiores op/ timc dicunt; fi uero finc
ratione,ut patct dc definitionc,corum fententia non pro batur,cum in rei
defmitionc nullo pa^o fiat huiufmodi progrcflus ratiocinatio b ni accommodatus,
quare dccipiuntur (nifi rallor) Reccntiorcs, quia id gcneri at tribuunt, quod
uni cius fpeciei competit, fufpeda itaquc nobis uidctur harc o> pinio tam cx
partc fui, quam cx partefundamcnti. Opiniozdufiorisdc Pbdofopht conftlio
infecundo Pofl: iitro. £ *, QVoniam quar fciuntur,aliquo inftrumentofciri
oporttt, idcirco quar de re aliqua qusrruntur,cu quarantur ut fciatur, aliquo
inftrumento fciri opor • tet; At quac dc rc aliqua quarrutur,ut ( fi ficri
posfit) fciitur,quatuor funt,uidcliV cet, An fit,quid fit,Quale fit,&
proptcr quid fit.crgo harc quatuor aliquo inftru tnctofciri
oportetrdemoftrationefciutrtur An fit ,qUale fit,&proptcr quid fir,
defmitione uero quid fit,cum illis dcmbnftr*tio,huic autcm dcfinitio
fatisfaciat. Vcrum cofiderare inftrumenta fcicndi,ut inftrumenta funt, ad
Logicum fpeQac c in libris Pofteriorum,crgo in illis dcmonftratio a
priori,& a poftcriori,nec non definitio confiderari dcbc«t,cura fcicndi
inftrumcnta fint . Dixi demonftratio-; rem a x priori propter pcrfedam
demonftrabilium cognitionem, qusr a dcmon- ftrationc pcr caufcm
producitur.demonftrationem ucro a pofteriori propter iti genii noftri
irrbecillitatcm,ad quam rcfpiciens philoibphus uoluit ctiam dcmo ftrationcm
Quia confiderarc,ut eiusauxiho ad illorum cognitione ducamur, qusr fecundum
propriam naturam funt nota,nobis tame ignota, ficuti funt cau far, &
principia. At quoniam in primo libro cx communi omnium confenfu agi tur dc
demonftratione,ut tflc posfit inftrumentu abfoluens ouxfita, An fit, Qua le
fit,& Propter quid fit, fequitur ut in fecundo agi debcat dc dchnitionc ,
quac posfit eflc inftrumcntum fatisfaciens quarftioni Qtiidfit. Pra*tcrca,cx
Ariftote* lis fentcntia duo dc qualibct fpecic confidcrarc dcbemus,fubftantiam
fcihcct , & accidentia propria, quar omnia cx mcntc eiufdcm philofophi in
fecundo Poftc* rc,fi in fecundo
Pofteriorum librodc definicione tracteret a demonftrationeco tradiftinda;
debuiftet enimin primo librototum dedemonftratione fermonerri abfoluerc, dcinde
m fecundo fcorfum de definitione loqui, fi ( ut nos alTerimus.) dub diftincTa
inftrumcDta funt demonftratio,& definitio. Liber Secundus \ ^ Trddifl&
rationesfoluuntur. a CAP. XI. ^\JT ordinatim ad propofitas
rationesrefpondeamus, ad primam negamus falfitatem fecundi confcquentis,ad
probationcm, qudd, pofita ueritatc no* ftra-opinionis, non fcpararcmus, ficuti
ucllcuidcmur, lcopum definitionis a fco po demonftrationis, ratioqj noilra
nihil roboris habcret, quando ex co qudd in fpcciebus duo funt cognofccnda,
fubftantia fcilicct, & accidcns proprium, colli gimus, duobus inftrumentis
rediftindis ad corum noticiam acquircndam opus
riatas,ut efTeSus uariari contingitjcum enim cfTe&ufi alii
fempiterni, ncceflariiqj fint,alii ucro ut plurimum,eodcm modo ipforum caufas
uariari nccefle cit,ut iU lar,quarum effeclus neccflarii funt,neccflaria: ,
illar autem,quarum effcctus funt ut b plurimum,ut plurimum ctiam fint,nam fi
efsent neceflariar, efTcclus quoque cort tra fuppofitum neceflarii elfent. His
pera&is, in contextu decimo feptimo,& in/ fraufquc ad mcdietatem
uigefimi fecundi Ariftoteles ex profclTo agit de inuc tioneprardicatorum
quiditatiuorum,atq? ideo deinucntione quiditatiuar defini tionis in ordine ad
defmitum,ut clTc posfit inftrumetum, quo farisfaciamus qua: ftioni quid
fit,idcp non fine ratione, cum cnim in primo Poftcriorum traftaue/
ritdcinuentione demonftrationis,cuius opctria quarfita oftenduntur,uidelicct,
An fit,Qualc fit, & proptcr quid fit, cinecclTarium fuit in fecundo libro
aggre/ di proprium tra&atum de inuentionc dcfmitionis, tamquam de akcro
initru* mcnto, quod fatisfaccret quarftioni Quid fit, cui nulla demonftracio
fatisfacerc potefL quo in negocio pertra&ando qua mcthodo progrcdiatur
paulo infenui cxplicabimus . fed quifpiam & optime contra fcntentiam
noftram hunc in mo/ dum inftarc pofsct,fi mtcr modos imaginabilcs ad habendum
qtf quid eft, quos rciccit philofophus , rcponitur ctiam dcfinitio, quorfum dc
cius inucntionc ita agit,utcfle posfit inftrumcntum, quo manifeftum redatur
quid fit ? Adhu/ iufmodi inftantiam refpondemus,philofophum in huncfcntum
reiiccre definitio ncm , ut fcilicct ex ca tamquam cx inflrumento ratiocinatiuo
non concludaa c tur quid fit, in alium uero fenfum,ut fcilicct dcfinitio fit
inftrumentum fimplici Quarfuoni Quid fit fatisfaciens,eam minimecxcludere,fed
penitus admittere,dc finitio cnim uel quarhbet cius pars ad quarflionem Quid
fit refpondctur . Cum itaquc a v decimo nono contcxtu ufquc ad uigefimum
fccundum de methodi di uifiua? utilitatepro definitioncinucnicnda ex propria
fentetia fatis , fupercp di fputauerit, na&us hic occafionc,de cadcm
diuifionein altcra partc uigefimi fca cundi contextus, & in toto uigcfimo
tcrtio ucrba facit pro ut cft utilis ctiam ad omnium problematum caufas
inuenicndas . Hac fa&a problematum men/ tionc,cum eorum plurima,qua: cx partc
terminorum diucrfa funt, ratione mc/ dii eadem efle posfint,cogebatur
philofophus id aperire,quod detcrminat in co textu uigefimo quarto. Et licct
fuperius uerba fccerit dc caufis, & caufatis, quar fimul funt,nec non de
his,quar no sut fimul,&docuerIt quomodo in iis eX necef fitatc confequentia
fiat, nunc in uigefimo quintto contextu de caufis , & cau^ d facis , qua:
iunt fimul, idcm rcpctit, & cxquifice magis , quia huiufmodi Liber Secundus
.1 ^ fpeculatio ad problcmatum caufas inueniendas multum confert; dubitat
igitur t an exiftente caufato.ex nccesfitate fit caufa,ficuti cxiftcntccaufa ,
exneccsfitate fupponitur ttTe caufatum ♦ Si dicatur, caufato cxillente , non
cfse cius cau* fam iIlam,quarpro caufa poncbatur.tunchuiufmodi caufati aliam
caufam ponc re nccclTarium erit.quare ciufdem cfTcdus plures caufar dabuntur ,
quod tamen a propna demdnftratione alienum cft : fi autem dicatur,exiftcnte
caufato , cau= famcfse,& cconuerfo,tunccaufa, & caufatum inuicera
demonftrari poterunt, quare in demonftrationibus dabitur circulus; quar omnia
(ut fui moris eft ) exe plis illuftra^difhcultatesqj propofitas diligentcr
difsoluit.His omnibus cxplica tis,in contextu uigefimo fexto colligit quar
propofuit m principio primi prio^ tum,ubi poncns intentionem fuam m illis,&
in Pofterioribus,camcp in Hpilogo rcpctens,dc defmitione niliil dicit,non quia
omnia,quar ufque ad locura illum docucrat.ad dcmonftrationcm pcrtincant, cum in
fecundo Pofleriorum pcr fc de inuentione definitionis,ut efse posfit
inftrumcntu fatisfaciens quarftioni quid fit,
mo feptimo,diccns,cam eflc principium indcmonftrabile; quarc,fi
ignoretur, no poteft pcr dcraonftratiofrjcm indagari, fcd aliqua alia uia, quam
ipfc ibi no cott t Liber Secuncfus 46 fidcrat, quia in ca partc Ioquitur folum
dc illa definitione,quar pcr dcmonftratio » nem innotefcit, harc autcm efl
definitio afTeaionis , ut in ca partc manifcftisfi, mum eft,& ut alTeric
ctiam Auerroes in primo commentario fexci Metaphyfi* corum libri; fimiliter
clarum eft, uiam ducentcm ad cognofccndum quid fit in accidencibus non cflc
definitionem, fed dcmonftrationcm, in finccnim primi ca picis proponit
Ariftotelcs declarandum quomodo pcr dcmonftrationemdecla, rctur quid fit ,
& in contcxtu quadragefimo feptimo colligit fc dcclaralTe quo, modo fit
dcmonftratio ipfius quid fit,& quoraodo quod quid eft monftrctur ; fed
totam illam partcm legentibus manifeftum eft, Ariftotclem nihii aliud docc re,
quam quomodo demonftratio ducat ad cognitioncm ipfius quid fit , non eft jgitur
dcfmitio inftrumentum duccns ad cognofccndum quid fit, fcd dcmonftra tio.
dcinde Ariftoteles in contcxtu quadragefimo oftauo incipit traclationem dc
genenbus caufarum,& docct eorum quodiibet pofle in demonftrationc mo , dium
efle;& in ca caularum confidcrationc uerfatur ufque ad contcxtum fcxage fimum
odauum , quar tota traftatio abfqueullo dubio de demonftratione eft , uia nihil
dicitur ibi dc dcfinitione. poftca in contextu fexagefimo nono incipit
cclararcuiam ucnandi prardicata eflentialia,quar prardicantur in eo quod quid
cft, & confticuunt cam dcfinitionem , quarcft principium indemonftrabile;
ncc tnagis cft definitio iubftautiar, quam accidcntis, prardicata enim , quar
uocantur quiditatiua, non poffunt demonftrari dc illo, dc quo in co quod quid
cft prardi, cantur, fiue fubftantias, fiuc accidcntia dcfinienda confidercmus ,
quemadmodfi cnim non poflumus pcr caufam demonftrarc homincm cfle rationalem ,
uel cllc animal, uel efle corpus; ita ncquc albedinem efle colorcm, ucl cflc
qualitaccm,ne que eclypfim dTe priuationcm Iuminis,ncque tonitrum eflc fonum;
polTumus qui dem per caufam demonftrare priuationcm luminis de Lunafubieda/ed
non de eclypfi;& acccnfionem dc fanguine cordis, fcd non de ira,mfi idem de
fc ipfo de, nionftremus. Cum igitur ca, quar prardicantur m quid tam in gcnere
fublW c tiar, quamin generibusaccidcntium, demonftran non posfint,tameu ignota
ef fc contingat, docct ibi Ariftotelcs qua uia dcbcant inucftigari , an uia
diuifiua , ut ccnfuit Plato, an aliaua alia mcthodo; quarc tota llla traftatio
eft de illa defi nicionc, quam Ariftoceles antea in contextu quadragefimo
fecundo rciecerat, diccns, eam efle principium per fe notum in fcicntia, uel fi
ignorari contingat , non pofle per demonftrationem innotefcere, fcd pcr aliquam
aham mcthodum, quam in ca partc quarrit ; inftrumentum i^icur idoncum ad
uenandum quid fic non eft ipfa definitio, quaudoquidem harc ignota proponitur,
& quaricur inftru mcntum, quo inueftigetur; fed inftrumentum eft ipfa uia
diuifiua,uel uia compo fitiua, per quam docct ibi Ariftotelcs quomodo ciufmodi
prardicata uenari dc^ beamus,& horuminueftigatioeftinueftigacioipfius
definitionis ignocar.quia ue nari ipfum quid fic,& ucnari dcfinitione idcm
fignificac; quarc nihil inamus eft, , nihil ab Arifto*le alienius, qua v m
diccre, definitionem efle methodum, & inftru mcntum, quo ipfcin ea
partedocct uenari prardicata in quid , ut patct tum lc* gcntibus ucrba
Ariftotelis co in loco^tum rcm ipfam pcr fe confidcracibus; crgo t 0^ ,
Logicarum Difput. t io ea quoque parte, quar a v contextu fcxagefimo nono
ufqucad oauagefimum quartum protenditur, manireftum eft tum Ariftotclem non
loqui de fola defi.ni tione fubftantiar, tum etiam non conliderarc detinitionem
ut methodum , linquitur, cum cfle
rationalcm, quar hominis differentia fi cflct ultima, non poflet amplius
aggregatum cx animali, & rationali pcr alias diflerentias diuidi,qua* rc cx
ea tamquam cx contrahente,& cx gcnerc tamquam cx contrahibih hcrec b
quidiratiua hominis dcfinitio; ucrum -fi rationale non cflet ultima hominis
diffc rcntia (latcnt enim ut plurimum ultimar rcrum dirTcrcntia*) tot cflent a
nobis in tragenus accipicndayi quibus detinibilealicnum non fit,quot fimul
iuncla: ulti/ mam cius difFcrcnttam circumlcnbcrcnt. cum itaque rationalcex
mentePlato nis ultima hominis difTcrentia non fu, animali appofitum hominis
definicionem ron cfTicit, fcd genus nominc carens, quod licet inquid
prardicetur, ficuti defini tio, ab ea tamcn difTert, quia definitio cum
definito conuertitur , gcnus uero no mine carcns ccmmunius cft. dixi genus
nominc carcns,quia gcnus in duplici dif fcrentia cfl, nominatum um;m,alterum
nominc carcns; nominatum gcnus illud cft, quod folo nominc profcrtur, nulla ci
addita diffcrcntia, ut animal; gcnus ue ro nominc carcns cft aggrcgatum cx
gencrc nominato,& una, ucl plunbus dif fcrcntiis, ut animal rationale, quod
cum latius patcat, quam homo, rurfus diuu dcndum cft pcr mortalc, atcp
immortale,& cum probatum fucrit, hominem no c (flc m mortalem,manikftisfimc
apparct, cum mortalitati fubiacerc; applicetur dcinde mortalc animali
rationah,fi aggrcgatum, quod oritur cx animali rationa li,cx mortali, cum
homine conuertctur, ut uerc conucrtitur, eius dcfinitio crit , fin minus, cnt
genus nomine carcns, quod cft deinceps diuidcndum , quoufquc aggregatum cx
gencre, & difTercntiis cum definito conuertatur. Et in huncfen lum ucra cft
pinlofophi fententia aflercntis, ca, qua: ponuntur in dcfinitionc,pcr fe
communiora cfle , qua x m dcfinitum, ac dc eo in quid prardicari, quando fcili^
cetultima differentia latet,ciufq$ loco fumitur aggrcgatum cx pluribus diffca
rcntiis ultimararquiualentibus. Nec conturbent nos aUquar definitionis partcs,
uidelicet, diffcrcutisr, cum diclum fic, ca, auar in definitionc collocantur ,
in co quod quid cft dcdefinito prardicari ; nctortc confiteri cogamur cas in
qualc quid non prardicari, proptcreaqudd differencia: a gencrc fcparaca: optime
in qua Ic quid prardicantur, at generi coniun&ar, cum ucl gcnus nomine
carcns, uel de d fimtionem faciant, non poflunt prardicari nifi in quid. Eccc
quomodo pcr diuia fionem habctur ordo in partibus defmitionis, ita utuna,
uidcliccc, minus com/ munisalteri communiori fucccdat, ncculla practcrmittitur.
harc methodus iu> | fcruic Liber Secundus I j Q - fcruit ad inueftigandam
defmitionem non folum fpeciei fpccialisfima-, fed ctiam a febalternar,ad cuius
iterum definitionem indagandam,aliam ci propriim,non au rem fpccici
fpecialisfimar ponit methodum , quarcft aggrcgatum ex methodo diuifiua , cV
compofitiua liunc in modum fe habens. primum debet fpc, cies illa fubalterna
diuidi in alias fpecies infra fe poficas, fi non in omnes , faltem in aliquas;
deindc accipienla» funt earum fpecierum dehniciones acauifi tx per priorcm
mctliodum , # dibgenter confidcranda* funr,an habear i n l£ a!i quid commune;
cum cognitum fit,cas in aliouo communi conuenirt,(S:Ii6c no aliunde,mfi
metliodo compofitiua a fingularibus progredicndo, fumcndum eft poftmodum gcnus
gcncralisfimum illius pnrdicamenti.in quo definibile,&eiu* ipecies
collocantur.cui fi appofitum fucrit illud commune pcr mechodum com poficiuam
inuentum,efTicictur cx huiufmodi aggregato quiditatiua fpccici fub altcrnx
dcfinitio.Vc gracia excmpli, fi quifpiam inueftigarc uellct dcfinitioncm
atumahs, quod cft fpecics fubalterna, deberct primoan.mal in fuas fpccies diui
a dcrc ncmpe,in hominem,cquum,& leonem; prarcerea,efsent ab co cxprima mc
thodo accipienda- illarum fpecicrum definitiones,ut fcilicct Iiomo fit corpus
a, b nimatum fcnfitiuum rationaIc,cquus ucro corpus animatum fenfitiuum irratio
lialc hinnhibile,& leo corpus animatum fenfitiuum irrationale rugiens;
quibus detinitionibus ita acccptis/deberet ulterius uti mcthodo compofinua a
fineula ribus lutdiximus)uniufcuiufque fpeciei pregrodiendo.ex qua quidcmethodo
manifeflisfimc apparet illud comuuc cfTe animatu> fenfitiuum, cum in anima,
to,&fenlitiuoconueniant indiuidua otnnium animalis fpecierum; demum cum
cogn.tum fueric ,carum fpecicrum genus gcneralisfimum efTccorpus gcnerabi le,#
corruptibile, ci communc illud,quod inuentum erat in illis dcfmition.bus
mcthodo cotf.pofitiua,addere deberet,&ita inuenta eflet animalis dcfinitio
uide !icet,corpus animatu fcnficiuum. Ad cognofcendu poftea an uniuocum,uel
arqui iiocumntquod dcflniendum proponitur, uidendum crt quomodo fe habcac
communc iIIud,quod fpeciei fubalcernar definibilis ratio eft, ti .n. unu &
ide* fue Tit m omnibus fuis fpeciebus,carumcp indiuiduis,non potert dcflnibile
illud non c in fccundo Poftcrioru libro
ex mentc commetatoris tractatur cfsentialis utri^ ufq; dcfinitio.fubiccti
(cjlicct,& cius pasfionis demonftrandar . Ex qua ratioci* C natione clare
patet, cum ueritate non conucnirc minorcm propofitionem Aducriarjorum
rationisjoptimccp afferuiflic Aucrrocm, ut ca, qua: di&a funt in primo,
fint di&a propter fecundum. Altera Commentatoris au&oritas opinio' ni
noftra: mirtf^equadrat,quia nulk dcfmitio cft rc diftin&a a demonftratioa
ne,dc tota propriLr Um ftcade«ii»»,«kfmitione,cl;mim eft,cam a deraonftratia ne
re non diftingui,uim m utraq; iidcra tcrmini rcpcriantur uariati folum fccu dum
fitum; manifcftunietiamcftdc fubicQi dcfinicionc,qux licct a dcmonftrar tionc
diffcrat ratione fort*ar,ac finis,rationc matcrix ab ca non differt,cum mc
dium,quod materia deraoruVation is cft,in potisfima demonftratione fit femper
fubiccli dcfinitio,cui Dicto fcnt?tia. Auerrois non repugnat,quando ait,raro mc
diuindcmoftrationeefsc fubiecu ^etinitionem, quia cx eius fcntentia rararetia
funt potisfimar demonftrationcs ; qaafi innucrc ucbt non fcmper,fcd raro in
dcmonftrationc cffc mcdium fubie&i d>fmitioncm, Quia non in omnibusdc d
monftrationibus mcdium cft fubicfii defmitio , fcd folumin illis , qux raro
inueniuntur proptcr cxquifitam carum pcrfcctioncm , ut funt potiflimx
demonftrationcs ; rc&e igicur loco citato dixit Aucrroes non cffc fcilicct
inter Liber Secundus 5-4. demonflrationem, de qua agitur in primo,& definitionem,de
qua tra&atur in fe a cundo, magnum difcrimen. Et quando diximus alias,
detinitionem, de qua agi* tur in fecundo Poftcriorum libro, cifc inftrumentum
a' demonftraticne, de qua agitur in pnmo,redirtindum, intelleximus,eam
efleinftrumenrum a demonltra tione ucre diltmftum , quia licct materialiter
fint idcm , formalirer tamen diffe* runt, quare duo, non unum, inflrumcnta funt
diucrfis quarfitis fatisfacientia. VI tima ctiam Commcnratoris audoritas non
fecus,ac fecunda, nobis uidetur faue re ; quando ucro Aducrfarii pctunt,
cuiufnam in fecundo Pofteriorum libro dc monftrationis principia fignificent
quid fit, uel fubiedi, uel pasfionis; refpondc mus, ca fignificare
quidfitlubiccli , quoniam m potisfima dcmonftrationc mc/ dium fcmper eft
quiditatiua fubicdi dcfinitio,Iicct confideretur ut propter quid pasfionis,
cuius fignificant ctiam quid fit principia illa non proprie,cum eius nc que
gcnus, neque proxima diffcrentia fint, fcd quia funt caula eius quiditatis.un
dcmotus Aucrroes dixit,medium efle quiditatem extra quiditatem. Ad obie*
fiioncm uero rcfpondentes, ncgamus, Aucrroi opinionem noftram aduerfari,li cct
cnim in primo Poftcnorum commentario undecimo,& in propria qua*ftio b rc dc
mcdio dcmonftrationis corum fcntcntiam confutet, qui dicebant,medium cfle
fubietf i dcfinitioncm, id facit Aucrrocs, quia illi uolebant, medium in potif
fima dcmonftratione cfle per fe fubicdi definitioncm,& pcr fe caufara
utriufip cx trcmi, at nos cum eo aflerimus,medium in potisfima demonftratione
cfle per ac cidcns quiditatiuam fubiecli dcfinitionem,quia non confideratur ut
cius quidi tatiua dcfiuitio, fcd folum utcaufalis dcfinitio pasfionis
demonftranda-; optimc igitur dixit Auerroes, cafdem propofitiones, quar in
primo Iibro dcfignant pro pter quid,in fecundo dcfignarequid fit communead
fubftantiam , & accidens proprie quidcm rationc fubftantia: , ratione ucro
pasfionis demonftranda: non adeo propne, fcd quatcnus (ut diximus) funt caufa
cius quiditatis. allata iam rc, fponfione ad omnes Auerrois auclorirates, rcliquum
cflet, ut oftendercmus cas ad totam pasfionis dcfinitioncm non tcndcrc, cum in
fecundo Pofteriorum no agat ex profcflb Ariftotelcs de illa defmitionc, qua: cx
dcmonftratione clicitur, c ut eft tota pasfionis definitio, uerum quia de hoc
fupra contra Rccentiorum opinionem difputauimus , ab huiufinodi ncgocio
fupcrfedentes , ad locum jl/ lumLettorem dimittimus. Soiuuntur ratwnes 3
audoritates euertuntur y tnquibus optnio cAuttoris fundata fuit. C /^ 1 VM in
plerifqj fuperioribus capitibus& Ariftoteli,& Auerroi opinionem
^•^noftram rcpugnare probaucrint Aduerfarij, nuuc, utcius fallitas lucc cla^
rior appareat, rationibus,& au&oritatibus , quibus crat innixa, hunc in
mo> d dum rclpondcnt , & primo prima: rationi , concedcndo ,
dcfinitioncm , ut di* 57 Logicarum Difput. a citquid, a^Logico confiderari, non
tamen ut inftrumentum.fed ut finem inftru mentorum,d: methodorum,demonftratiua?
fcilicet,& refolutiua\ Sccundaruero rationi, concedendo id,quod nos
alTcruimus,duo fcihcct clTe in fpecicbus cogno fcenda, fubftantiam,&
accidcns proprium;(ed quando poftea inferimus, ergo de dcfinitione in Logica
agcndum clTc,ut de inftrumento fubftantisr cognofccndar, hanc confequentiam
neganfjnam debet quidcm Logicus ageredeinftrumento, quo fubftantia ignota
notificarur, fed illud non cft definitio,at methodus rcfolu tiua. Ad
Ariftrtelis audoritatem in fcptimo Diuinorum tex: com: ^z. codcm modo
rcfpondent, quo refpondcntad primam rationem ; Vcrbis autcm Auera rois in
pnncipio commenti fupcr eo contextu duos fenfus tribuunt , primum quidcm,
Auerroem nominarc definitionem in numero plurali , cum dicat , ( de
definitionibus, ) deinde inftrumetum in numero fingulari, quare non uidetur ap
pellarc definitioncm inflrumcntum, fcd folum dicere , dchnitiones confidcrari a
b Logico quatcnus datur inflrumentum ahquod Logicum, quod ducit intcilcLttJ ad
cognofcendas quidfrates rerum, ideft, carum definitiones, quafi dicat, def.ni 1
tioncm a Logico confiderari quatcnus pcr inflrumcntum Logicum innotefcic ,
inftrumcntu autcm cft dcmonflratio.. Sccundu ucro (enfum ucrbis illis tnbuunt,
concedcndo, Auerroem uocare definitionem inflrumcntum Logicum, non ra* men ut
fit rc diftin&um a demonflrationc, fed quatenus eft idem, quod dcmort
ftratio,nam demonflratiocftdcfmitio, & definitio eft demonftratio, ideo
detini tioqua rationepoteft uocari demonftratio,cadem ratione potcftdici
inftrumen tum, quo ducimur ad cognofcendum ipfum quid fit, demonftratio cnim
ducit ad cognofcendum ipfum quid fit. hanc cflc Auerrois mentem patet
confideran/ tibus alia cius uerba in eodem loco, non poteft enim
diceredchnitionem extra demonftrationem fumptam, & ab eadiftin&am,
inftrumentum cfTe, quod dccla rct rci quiditatem,quia ftatim cofiderationem
hanc primo philofopho attribuic, c diccns, (philofophus aute quatenus fignificat
quiditates rerum, ) dcfinitio enim rcfpeSu naturar,cV quiditatis rerum non eft
nifi eius fignificatris, fed ad ipfius re rum quiditatis ignota? cognitionem
nos ducere non poteft ; hac igitur ratione afTerit Auerrocs eam a primo
philolopho confiderari, no a* Logico,quareut ia ftrumentum fignificandi
quiditateeft confidcrationis mctaphyficac; quo fitut cadem ratione a Logico
confiderari non posfit , fcd aliqua alia. Examinatur aAduerfariorum refponfio
ad (ommentatoris auttoritatem infeptimo Dminorum Commento quadrageftmo
fecundo, L d f~\ Vantum utriquc noftra?
rationi Aduerfariorum folutiones fatisfaciant,qua" ^-v.tiq;fit ponderis
corundem rcfponfio ad prardi&am Ariftotelis au&orita tem hoc in ioco
necclTarium eflet examinarc; quoniam ucro harc omoia tamqua I Liber Secundus j6
falfa in capitc o£huo a nobis rcie&a fucrunt , ad illucl caput Le&orem
rcmicti/ a tnus. Quod uero attinet ad Commentatoris au&oritatem, ncc prima,
nec fecuti da refponfio arridet, non prima, quia licct Aucrroes nommct
dehnitiones in nu mero plurali,& inftrumentum in numcro fingulari,
propterca non colliturquin ex cius (entcntia definitio fic inftrumentum ,
(icuti non fcquitur quin dcHnitto h> gnificct rcrum naturas, quamuis
dcfinitioncs nominct in oumcro plurali , &. Cu gmficat,innumcro fingulari,
quando ak; Philofoplius autem de definiciouibus tra&at pro ut figniftc.it
naturas rerum» uult igitur diccrc Commeatator, Logi/ cum confiderarc dc
dclinitionibus, pro ut definitio iuftrumentum eft.quod indu tic intellectum ad
intclligcndum quiditates rcrum, philofophum autem confidc rarc dc
dcfmitionibus, pro ut dcfiuitio fignificat naturas rcrum Infuper,fi dcfint tio
a Logico confideraretur quatcnus pcr inftrumentum Logicum,idcft,per dc
nionftraiioncm nota ftt, quar Logicum inftrumentum cft, fruftra philofophus
ageret iufccundo hbro de inucntionc dcfinitionis . Prarterea, dato hoc,utdcrl=
nitio per dcmonftrationcm nota ruc, quomodo per illam noca ficr Ccrte ucl tjuia
pcr demonftracionem concluditur,ucl quia ex ea ehcitur, no.i primo,ut pi b tcc
per ea, quar dicit Ariftotclcs in fccundo Pofteriorum a fccundo contextu ufquc
ad dccimum, crgo (ecundo modo, fed hoc paclo de dttinitionc tra&atur iin
primo bbro dum agitur dc inucntionc demonftrationis, quia eatcnus detini/
ut,quemadmodum demonftratio a Logico confidcrata quatenus eft inftru' t
mcntum.quod conftat cx principiis immcdiatis,cV fccundum ouod ipfum , lar>
giens inharrentiam propria: pasfionis in fubie&o, potcft ctiam a philofopho
con fiderari; ut cius ope aliquid aliud addifcat, uidclicet,exiftcntc
demonftrationc in ftrumento ex principiis immediatis,& fccundum quod
iplum,non liccrc tranfccn derc de ^cnere in genus demonftratiuc; ita definitio
a Logico confiderata pro ut eft inftrumentum quiditatis rcrumfignificatrix, a x
Metaphyfico quoquefic confiderata ufurpetur , ut eius auxilio rerum
quiditatis,& naturar, quam pcr(e confidcrat Mctapbyficus, conditiones,&
proprietates nonnullas inucftigarc pof fit, quare Logica cum Mctaphy fica
confideratiooc non confundicur» Deltbrorum infcriptione Ioannisgrammstici
opinio. ■ k Bfoluta prima huius fecundi
libri partc, reliquum eft ut breuiter declarc/ mus cur fecundus liber
refolutorius appelletur, quia dc primo non tam uc hementcr Ariftotelis
cxpofitores altercantur. loanncs grammaticus duas cau/ fas uidecur afTerre,
quarum altera cft, qudd cum dcmonftratio dicatur refolu/ tio, pars autcm
demonftrationis fit prarfcns tra&atus ueluti docens de medio dc
monftrationis, hinc fit,ut etiam fecundus Poftcriorum liber appelletur refoluto
rius, ficuti & primus,qui dicitur refolutorius, quoniam dcmonftratiua
mecho' dus, de qua in eo agitur,rcfolutionis cft fpecies, ex refolutione enim
nobis prin cipia demonftrationis inueniuntur a x prionbus nobis afcendentibus
ad priora na tura, uiddicct, ad caufas; primo enim coguoicimus fenfu Lunam
deficcre, Intel leclus autcm poftca ratiocinando caufam jnuenit, proptereaqudd
dicit , Luna d deficit, fed quod deficit obftruitur, ergo Luna obftruitur. Harc
cft rcfolutio cx caufatis fioa man b Liber Secundus cg, caufjiisincaufas
progredicns , dcinde demonftratio ex caufis in caufata de a fcendit
huncinmodum, Luna obftruitur , fed quod obftruitur deficit , ero-o v • ^ « ^ «
. i vygE- - * *-4 * r w • w * i «ilJ IsJOffJtfif llTL 1 sA l3l > 1 1 / I T
1^*1 ^ • • f 4 4 ^ • TTarc Philoponi fentcntia quodam modo uera eft, quoda
autem modo falfa , » A cx ca partc uera eft,du inquit,dcmonftrationem efsc
rcfolutione, fedaliqua indiget explicatione,na clameft demoftrationeQuia efsc
refolutionc",at mcdiu, de quo ex eius fententia Ariftoteles agit in
fecundo libro,non eft mediu dem6 ftrationis quia^, fcd eius, qua m primo libro
philofophus principaliter tratfat |j«eautc ex comuni omniu opinione no eft
dcmonftratio Quia,fed propter qd, >
quod habct proportioncm cum materia, nempc ex principiis neccfsariis ,
&. ex co , quoa cum forma proportioncm habet, nimirum ex (yllogifmo , qui
demonftrationccommunior eft, ut teftatur philoiophus in principio quarci ca
pitis primi libri priorum,ualct enim diccrc.eit demonftratio, ergo fyllogifmus,
non autem e conuerfo ; cuius rci ratio tft, quia demonftratio iolum circa ma#
teriam nccefsariam uerfatur , fyllogifmus uero ad unamquamquc materia ap/
plicari poteft. 6Vquamuis in hbrispriorum communiccr accipiacur, confidera/
turtamen principali intcntione in ordinead dcmonftrationem,ut uelleuidetur
philobphus in principio primi hbri,& in pnncipio quarti capitis eiufdcm
hbrij nec non in ccntextu uigtfimo (cxrofccundihbn poftcriorum ,quibus inlocis
dc fyllogifmo,ac dcmot ftratione folum facla fuit mcntio ab Anftotelejcuius rci
fatis prcbabile argumentum fumi etiam pofsct cx modo procedendi, quo phij C
lofophus utifolet,nam in oibusaliis ferchbns Logicar dilciphnac fyllogifmidc
finitioncm rcpctit,in poncrionbus uero minimc,quall ueht innucre,fc ibi, uideli
cetin prioribus,fyllogifmum confiderarcin ordinead demonfrrationem. prarte
reaaduertcndum cft,m hbris ptftcriorum dtrroftracioncm ab Ariftotcle pri>
roo loco confiderari,fccundo aute dtttmtionc.quia demoftratio emcaciusali/
quidnotu facit,quam dcfinitio,licet dcfiniuo circa nobihus obie&um
ucrtetur; hinc faclum cft,ut ncque in proccmio priorum , ncquc in cpilogo
pofteriorum dc dcfinitione mentionem feceric,quamuis de ea,ut dc inftrumento
fatisfacien/ te quarftioni ipfius quid fit,trac>et philofophus in fecundo
poftcriorum . His po litis,dicimus,illos iure optimo priores,hos uero
pofteriorcs infcriptos fui(Te,cu in hbris priorum agatur de partc
demonftrationis communiorc , in poftcriori* d fcus autem de partc minus communi
♦ Declarata prima infcriptionis parte,acl fecundar explicationem acccdimus ,
diccntcs ,nullam deprimo libro inter A» riftotdis intcrprctcs controucrfura
cfsc , omncs cnim arbitrantur , cum Liber Secundus
rcfolutoriuminfcribi.quiaibiphilofophusordinc rcfolutiuo potisfimar demon/ a
ftratioms principia pcrfcrutatur; dcfecundo autcm maximc dubium cft, qucrn non
fecus, ac primum, rciolutorium infcribendum eflc opinamur, ud quia methodus
compofitiua , qua quidcm methodo in co libro prardica* ta quiditatiua , &
proptcrea quiditatiua defmitio in ordinc ad dcfinitum ab Anftotcle quarritur,
quadam rationc cft rc(olutio,quatcnus fcilicct in ca a N magis compofito ad
minus compofitu,ut a fpccic ad genus pro» gredimurjuel quia in eo agitur dc
dcfini tione,quar rcfolutio dicitur,omnis .n. definitio rcfoluit dehnibile in
fua principia,ut ex quincto con= ! O W .1 G a i 3 3 (3 textu pnmi hbri Phyfico
rumaxime notu,ac manifeftum ,c(t , . f -: : 1 Laus iterunu, Honor,tf Gloria
T>eo Optima MdxiMOiQui T rmus, vnus efl. . I / J> ;n wjiarj ( inut upsii zotnnup
oon^&tc$ -. K pbuM up sb . zuckaoiMbo? sisrc V"> ?n o it P.
LOGICARVM DISPVTATIONVM DE EA DEMONSTRATIONIS SPECIE , O.VAM PO, tisfimam
nuncupant, 7 5? JE F %4 T l O, Vperiorc librofatis ( nifi fallor ) de iis rcbus
difputauU mus , de quibus in pofteriora analytica nos prarfari cporTebat; nunc
infhrutum noftrum aggrcdientes, di camus,corum,quar dc quahbet fpccie fciri
po(Tunt,duo geneta C&/ubftantiam fcilicet, feu cflentiam , & cius
proprictates. qua: omnia ex fententia philofoplii in fc cundo Poftenorum fub
initium non uno,fed duobus inftrt mentis cognofcuntur , nam dcfinitionc
fubflan* tia, demonftratione uero nota: fiunt proprietatcs,qua: (luunt
a"forma,non autcm accidentia communia,qua: Ortum ducunt acomplexionc ut
igitur Iuuenes,in quorum gratiam,& utilita tcm fcnbimus, maxima cum
facilitatc duo tlla genera corum, qua* de qualibet fpccic fciuntur, pcrcipcrc
posfint,de demonftratione primum, poftea de defini/ | tionc ecmpendjofam eis
traditionem facerc decrcuimus,nc latum quidcm(ut a* iunt ) unguem a philofophi
fencentia in poftcrionbus analyticis rccedentcs,- Quatenus itaquc ad
dcmonftrationem pcrtinct^dicimus, cum ca prardicetur dc potisfima , proptcr
quid tantum, cV quia,intentionem noftram in prarfenti di> fputationc non
cflc,de dcmonftratione quia,6V proptcr quidtantum agere, fed foludc
potisfima.quo ad cius matcria,qua? nthil aliud eft.nifi principia illis coar
Ctata coditionibus , dc quibus primo pofterioru libro philofophus uerba facit»
Ordinere/olutiuo,ex nottone fctlicet ipftus fcirc ftmpltciterprincipto- rum
potisfim* demonfirattmis condtttones inuefiigantur. C. //. i CED Nonnulli hacin
partc obiiciunt, nos Ariftotclis methodum pcrucrterc, *^maximaqj
reprarhcnfioncdi^nos ciTc, dura quacrere,ac decUrarc uolumus , Liber Tertius 6\
qiodnam caufa? gcnus in pofita defmitione philofophus fignificaucrit ; proptc*
» rA f *i 1 ■ • l • • ■ ST ' 1 - . r . . ■ * . v »»v*J>. • ^v-» « n i « i . . t Tropo/tU
obieftionesfoluuntur. ™;.XXL . c *a ?. ii l D - ' ^jfF&tZ £1 * i - " -
J r *■ S i i f f r IU 1 1 iJ ^ ■ } O til *• j * i C i * \ " ' P7 JT
TT/?T*^H ^ ^ ^ A Ntcquam propofitas obicdioncs diflbluamus, notandum eft,
pasfioncs prac ■^^ter propriam clTentiam, quar conftatcx gencrc,&
dirTerentia,habere caufam rxtra cflentiam,a N qua ipfar,& carum elTentia
producitur; quar caufa ncquc f6rma, & ccque matcria in qua rci
dcmonftrandae cflc potcfl,quia ambxfunt dc eius pro> 6) Logicarum DiTput. t
pria f flcntia, extra quam (ut diximus) eft caufa illa, liinc fadum eft, ut in
&?in\) tionc ipfius fcire ftmplicitcr philoiophus dixent,(pcr cauiam,
proptcr quam r:s cft, ) hoc cnim modo loquendi Hjiat, eiqj per diametrum opponi
posftt, cum agens debcat agere in palTum rcdc difpofttum, Luna cnim cum fit
materia in qua ipftus defedus, rcducitur ad gc* mis caufar matcriahs.
Prarterea, haec caufa pasfionis efTedrix cfle potcft uelin eq ientiam fubiedi, a qua habet ut ftt, per
cflentiam fubiedi dc codem fubicdo de* monftrabitur, crgo mcdium,& caufa,
proptcr quam cft res demonftranda, in po tisftma dcmonftrationc fubicdi ratio
erit» Infupcr , philofophus in primo Poftc riorum contextu trigeftmo nono
fecundum uetcrem fedioncm uult, ut demon ftratio faciens
maximefcireprogrcdiacur pcr caufam non caufatam , fed caufa non caufata nulla
alia eft nift ratio iubiedi, quia quando demonftratur unum ao eidcns dc fubicdo
per aliud accidens, dcmonftratur pcr caufam caufatam , cr/ go dcmonftratio illa
maximcfcirc oon facit,& propterea non cft pocisfima ; in> tcntio igitur
philofophi loco citato eft, utmedium in dcmonftratione faciente maxime kire,
quar potisfima cft, fubicdi ratio ftc , cOnftdcrata tamcn tamquam S propter
quid pasfionis dcmonftranda?. Eccc auomodo philofophus fe ipfuntdev tt rmmacdc
qua caufa incelligat in illa ipfius icirc fimpliciter definitionc,nam fi in
toto primo libro philofophus accipcrct nomcn caufa: gencraliter , uidchcet ,
pro Liber Tertius pro rei caufa proxima , quarcumq; illa fucrit , non dixiflet
in primo poftcrio/ rfi loco citato,dem6ftratione facientcm maxime fcire
progredi per caufam non caufatam ; prarterea , fpharrica figura in demonftranda
luminis in Luna accrc/ A tione efset ciuidcm Lunarforma , cVcaufa non caufata ,
quod tamen , & op/ timc , Aduerfarii negant ; confequentia probatur , &
primo,fpha:ricam n> guram efse Lunar formam , nam per cos demonftratio illa
eft potisfima, er* go cius conclufio per Ariftotelcm habec fecundum quod ipfum
, atq; ideo prardicatum ineft fubieclo per efTentiam fubiedi , crgo per
fubiecli efTcntiam demonftrari debct ; fpharrica igitur figura , pcr quam
luminis in Luna ac/ cretio potisfima demonftrationc demonftratur , clfet ratio
, uel forma Lunx. Secundo , & ultimo , fpharricam figuram efse caufam non
caufatam , pro/ ptcrea quo N d pcr Aduerfarios huiufmodi demonftratio , cum fit
potifiima, ra cit maximc fcirc , fcd per Ariftotelem loco cicato demonftratio,
quar facit ma aimefcirc , per caufam non caufatam progreditur, crgo fpharrica
figura , per quam luminis in Luna accrctio demonftratur , illius accretionis
cffet caufa B non caufata . hac pofita ( ut cgo opinor ) ucritatc , philofophum
, fcilicct, non loqui generaliter cic caufa in primo Pofh metiiodum Ariftotelis
non perucr/ timus , dum dcfinitionem illam interprctantcs , quarrimus quodnam
caufae genusinca philofophus fignificarc uoluerit, quia non cft Ariftotclis
intentio in libns poftcriorum tra&acum facere dc caufis , ita ut in co,
progrcdiendo or/ ciinar doctnna? , prius agat dc caufis uniuerfaliter , deindc
particulariter de fm gulis caufarum generibus, icd cius intcntio cfl , in primo
hbro inuenirc condi/ tiones principiorum illius dcmonftrationis , quar atiis
perfedior cfl , in fecun/ do ueroinuenircquiditatiua definitionisprardicata,ut
ex illis conflatadefinitio cfse posfit communc inftrumcntum ad quid fubftantia:
, & ad quid acciden/ tium , ut abunde in prarfationibus eoruni librorum
declarauimus . & licct in fc cundo farpcphilofophus decaufis uerbafaciat ,
id quafi coaclus facic , ut ui/ dcrecft in iliis prarfacionibus . intcntioncm
autcm fuam in primo libroafse/ quicur philofophus ordinc rcfolutiuo cx notionc
finis,qui necesfitatem inducit C iis , quar funtad finem , non ex notionc finis
cuiuslibct dcmonftrationis , fcd folum eius , dc qua intendit, quia finis cum
agentis inccntionc proportioncrrr baberc dcbct. Cum itaq; philofophus
(utdiximus) ordihc refolutiuo inuenire intcndat conditiones principiorum
demonftrationis propter quid ftmplidcer, qua: potisfima d»ci folcc , ab alio
fcirc incipere non poteft, quam a x fcirelimplicr tcr , quod ab omni genere
caufar non producitur , fcd fcrlum a formali, non (uc paulo fupra diximus )
pasfionis demonilrandar , quia rorma rci dcmonflran/ darcft dccius cfscncia ,
& potius in conclufione, quam in principiopotifiima: dcmonftrationis
continctur ; fcd fubiecti , a qua (ubiecti caufa formali cmaunc res
potisfuna.dcmonftrationc demonftranda* ne igicur Addilcentes crederent, omnia
caufarum gcncracfsc caufam illam , propccr .qtum res demonftFan/ D da eft ,
optimc ( nifi fallimur ) definitioncm illam interpretantes quarri» mus,
quodnacn caufac gcnus Ariflotelcs jn ca Ugnirjcarc uolucnc , quan/ 67 Logicarum
Difput. 1 do dicit , ( propter quam rcs cft) , licct cnim fcicntibus id
notumfit , Addi^ fccntibus fortafle ambiguum efle polTet . Tancum igicur abeft
, ut maxima reprarhcnfione digni fimus, ut pocius laudandi uideamur , cum ex
Addifcea tium mentibus ambiguicatem remoucre concmur » Ad aliam aduerfariorurr»
rationcm ncgamus confequentis falficatem , ad probationcm fundatamfu* pcr
Auerrois au&oritatibus in trigefimo nono , & quadragefimo fecund»
commcntariis fccundi libri Poftcriorum , dicimus , Aucrrocm , quando locis
cicacis ait , potisfima? dcmonftrationis medium nunquam eflc formani, incclligerc
pafsionis , non iubie&i formam , cum aflerac , & optimc , for> mam
in conclufionc potius , quam in mcdio demonftrationis contincri, nam forma
fubic&i nunquam in conclufionc , fcd fcmpcr in medio potifiima: de»
monftrationis concinecur , cum abillapasfio demonftracionc pocisfima de*
monftranda habeat ut fit , & confeructur. & licet Auerrocs dicat,
raro,cVper accidens medium in dcmonftratione efle dcfinitionem fubiecii , non
aducr* fatur ci pofitio noftra ,raro cnim fubiedli definicioin demonftratione
me» b dium eft,quia rarar funt, & raro fiunt potisfima: demonftrationes ,
inqui^ bus per Ariftotelis , & Auerrois fundamcnta non poteft efle mcdium
nifi fubiedi dcfinicio , ut a nobis copiofe didum fuit in propria difputatione
dc medio potisfima: demonftrationis. djxit, pcr aocidens medium cfsc fubicai,
dc finitionem , non quia fit uerc pcr accidcns , fed quia ut formalis definitio
fu> bicdi non confideratur; ucrum ut caufalis defmicio pasfionis
dcmonftrandx» Eartim conditionum unaqm^ probatur. . ////. /"^ ONFIRmata ex
obieaionum Tolutionc tradit* dcfmitionis explica; t ^ tionc , ad fingulas
propofitionum pocisfima: demonftracionis condi^ tioncs probandas reucrtendum
eft-, quarum prima de fc mantfeftisfima eft quia fi falfa conclufio , nimirum,
diamctcr eft commenfurabilis cofta: qua* draci , uel homo cft non rifibilis ,
fciri non potcft , lcquitur , ut fciacur tantum ucra, fcd uerum demonftratiue
non coliigitur nift cx ucris, idcrt, ucrumnon fcitur cx ; falfis, alioquin
falfitas efset caufa fcientia: , qua? pcr dcmonftrationem habctur , atcp • idco
cfset caufa ueritacis , quod eft abv 1 furdum , crgo demonftratio eft cx
propofitionibus ucris . dixi ucrum do monftratiuc , idcft, rationc materiar
nccefsariar , circa quam uerfacur dc monftratio , non colligi nifi cx ucris ,
quia fyllogiftice , hoc eft, rationc formarex falfis quoquc colligi potcft ,
ficuti ncccfsarium cx non ncccfsa^ d no. Efie ctiam dcmonftrationcm cx primis,
& immediatis , feu cx indc monftrabilibus, ( idcmcnim (unt, £ fc inuiccm
cxplicant ifta: du* con, ditioncs ) cx co patet , quia k potisfima:
dcmonftrationis principia cflcnt Libcr Tertius 68 incdiata,&
demonftrabilia,abfq; dcmonftrationc fciri mini ne poHcnt, quoniam a
demonftrabilia,ut eiufmodi, per dcmonftrationcm liabcntur,ficuti per dchnitio
ncm babcntur definibilia,ut definibilia,fed hoc eft talfum , alioquin daretur
pro/ grcfsus in infinitum,qui ab omni dcmonftratione rcmouctur,crgo potiflimar
de monftrationis principia funt
immediata,&'indemonftrabiIia,lumiuetameninteU lcclus iciuntur.Principia
illa cfsc caufas conclufionis, cx hoc patct, quia tunc ali cuid fcimus, quado
cius caufam cognoicimus , fi icaque tunc conclufionem fci/ cnus,quando cius
caufam cognofcimus , potisfima; demonftrationis principia fliint caufr
conclufionis,cum dcmonftratio in uirtutcprincipiorum cam fciri fa/ ciat.cx quo
probatur, illa cfsc quoque priora concluilone hunc in modum, cau (x funt natura
priorcs caufato,fed potisfima* dcmonftrationis principia funt cau (ar
conclufionis , ut probatum eft , crgo potiifimae dcraonftrationis prin* cipia
lunt priora coclufione . Vltimo ,efscconclufione notiora,hac ratio/ nc
manifeftum cft ; proptcr quod cft unumquodq; , illud magis cft , fcd per b
-principia nobis rcdduntur hotar conclufioncs , crgo principia iunt nobis no
xiora conclufione,ideft, illud cuius caufa cognofcimus aliquid certa, &
infallibi h cognitione,eft infallibiliter,&magis notum,fed principia
potisfimar dcmonftra tionis funt illa,quorum caufa cognofcimus conclufioncm
cognitione certa , & «nfalhbili,ergo principia potisfima* dcmonftrationis
iunt infalhbilitcr , & magis •nota,quam conclufio.Scd quia priora,&
notiora dupliciter funt,naturafcilicct,
diflify de omni pofleriortfttct cxpltcatio. Cum ncceflarium latitudincm
habcat, aliud cnim cft, quod uocatur accidc talc,fcu tccundum quid,aliud ucro ,
quod appcllatur clTcntiale, uel fimplicu tcr ; potisfima demonftratio non
conftat cx nccdTario accidentali,quodfunda* tum in tcrminis no conucrtibilibus
cfficitur cx partc unius tantum tcrmini pro pofttionis,cx partc fcilicet
prardicati, quando gcnus dc fpccie prardicacur, uc ani mal de hominc,nam licct
prardicatum fubicao neceflanum fit.eo quia fuperiora ncceflario funt in
inferioribus , non tamen prardicato fubic&um cx ncccsfitate compctic,cum
infcriora accidant fuperionbus ; fed conftat ex neceflario fimpli citer,qudd
fundatum in tcrminis paribus, & conucrtibilibus prouenit ex partc b
utriufcp termini propoficionis,namficuti prxdicacum eft iubiecco necelTarium,
itafubicctum eft nccelTarium prardicaco,uC patecquando prardicatur toca defini
tiodedefmitojuel ultima difTerentia, auc propna paslto de fubietfo; cx quoco
fequenter habcmus potisfimx dcmonftrationis prmcipia elTe uera non concin»
gentcr,fed fimpliciter. neceflarium itaqj fimpliciccr tres condiciones
requirie, uidelicet,d»clum de omni,pcrfe,cV uniucrfale; debent lgitur
potisfimar demon* ftrationis prinCipia trcs illas conditiones habcre,quarum
defeclu fimpliciter nc cclTaria non eflent. Et quoniam uniuerfaliora fcmper
prarmitti debent,cum in^ tcr pofitas conditioncs una fit aliis uniucrfalior ,
ab uniuerfaliori cxordium fli^ mcmus,fed uniuerfalior conditio eft didum dc
omni,nam quando dicimus, cy gnus cft albus,harc propofitio eft dc omni,cum
omnibus cygnis, & in quolibet tcmpore albedo compctat,attamcn non cft pcr
fe, ncquc in primo, ncquc in foj cundo modo,cum prardicatum nonfit dc quiditatc
fubiedi, ncc fubic&um dc c conceptu prardicati ; non habccctiam uniucrlale
prardicatum , quod fignificat adarquationcm fui cum (ubicdo,cum albedo folum
cygnis non compctat; a db cto igicur dc omni poftcnoriftico,tamquam a
conditione magis comuni,qua tn per fc,ct uniucrfale,incipicmus,dicentcs ,
dictum dc omni pofteriorifticum efse, quod utiquc non in aliquo quidem fic , in
aliquo autem non, ncquc aliquando quidcm,ahquando autcm non,ideft, dictum dc
omni poftcrionfticum cfle,quod habet non folum fubiedi uniucrfitatcm,cum dc
fubiedo , & de omnibus fub cq contcntisprsedicatumucredicatur,fcd Ctiam
tcmporis perpetuitatcm , cum fcmpcr cuilibct fubieao idcm prardicacum infic ,
uc homo cft animal, harc propo ficio habct chaum dc omni pofterionfticum,quia
ammal,dchominc, & de om mbus particulanbus homioibus prardicacur,
prarterea,fub quahbet tcmporis dit d fercntia homini,& omnibusfubco
contcntis animal incft. Ex quo patct,dictum / * de omni pofterionfticum
fupcrarc dictum de omni priorifticum,eo quia habct tcmporis pcrpctuitatem , qua
carct dictum dc omni prionfticum cuius rci ra* Liber Tertius 70 *'o eft, quia
in pofterioribus confideratur materia neceflaria,a qua tcmporis * Petuitas
cmanat, in prioribus ucro ncquaquam,cum in eis non de materia, fcd r atum
agatur dc forma (yllogiftica,a qua folu fubiecti uniucrfalitas ortu duciCr
Exaliorum fententianoua dijferentiainterilla duo dilladc omni 3 eiufy
impugnatio. A Uo difcriminc
prardicationcm dc omni pofteriorifticam a prioriftica difcrc •^**pare,& co
quidcm a N paucis animaduerfo Nonnulli opinantur ,qudd fcilia cet
poftenoriftica folam propofitioncm fignificec , prionftica uero non folam
propofitioncm , fed totum dcnotet fyllogifmum . hanc opinionem ipfi confir* b
tnant Auerrois teftimonio fupcr primo priorum pluribus m locis, & prarcipuc
in capitc quin£to,& uigefimo quarto, nam in quincto ait, dictum de omni
duas ncceiTario poftulare conditioncs,unam, ut maior propoficio femper fic
uniuerfa, lis, alccram,uc minor fic fcmper affirmatiua . in uigcfimo aucem
quarto inquic, dictum de omni efie in prima rigura a&u, in aliis ucro non
actu , fed poteftatc, hinc optimc Ariftotcles in capite dc prima figura non
ufus cft alia rationcad modos utiles primar figurar confirmandos, quam dictis
de omni,ac de nullo,per. di&um enim de omni duorum affirmantium modorum
efficaciam oftendit, g diccum autcm dcnullo duorum negantium.uulc igitur
Auerrocs , dictum dc Omni integrum figniticarcfyliogifmun^non fimpliccm propofitionem.Hrc
opi fiio( nifi fallor) pcccat in utroq,- dicto , primum cnim cum uericatc
conuenirc Don uidctur,ut fcilicct prioriftica prxdicatio dc omni totum denotct
fyllogif* tnum,alioquin per locum topicum adcfmkoad dcfmitionem dicto dc omni
prioriftico compctercc fyllogifmi dcfinitio,qdod fallum cft,nam de racione fyl/
logismi eft,ut in uirtute principiorum cx ncccsfitatc conclufioncm mferat , lcu
c ut cum illationis neccsfitatc aliquid norum faciat; dcratione uero dicti dc
om *ii prioriftici cft,ut nihil fumi posfit fub fubie£to,de quo non dicatur
prardicatu, aut, ficuci prardicatum, de fubic&o uerum cft,ita de omni
concenco fub fubie&o ucrum cfscpoceft,quod illacionis neccsficaccm non
indicat , nequc uc mcdiurn de minori cxtrcmo prardicerur , qct una cu
prardrcationc maions cxtrcmitatis demedio necesficas fyllogiftica? lllacionis
poftulac. prarterea, dictum de omni, non fecus ac diftum dc nullo eft radix ,
& principium, in quod fyllogifmus rc foluitur ,quoniam fyllogismus in
propoutiones, propofuiones, in tcrminos, termini ucro in dictum dc omni,&
di&um denullo rcfoluuntur,ergo dc primo ad ultimum fylldgifmus refoluicur
in dictu de omni ,6V diccum dc nullojdi&u igicur de omni inceger
fyllogifmus cffc no poctft, alroqyiiuidcm in fc ipfum re* ioluerctur , atq;
idco feipfum componcrct , cum compofitum in ca refoluatur, 4 cxquibus
componitur ,quod cft abfurduro,ucfcilicet,idcni icipfum componac y\ Logicarum
Difput. g Nifi uelint , di&um de omni prionfticum efle totum fyllogifmum
naturalcm , qui radix efl: omnium artificiabum fyllogifmorum affirmaciuc
concludcntium, quos in libris priorum Anftottles tractat,(ed hoc dicert(quantum
connccrc pof fum) nihil cft, cum omnium tam naturalium,qua x m artificialium
fyllogifmorum cademfit ratio, omois cnim (yllogifmus, quicumquc ille fucrit,
uel naturalis , ucl artif;cialis,eft ratio,in qua quibufdam pofitis neccfle
cftaliud eucnireper ea, quar pofita funt, quod diclo de omni prioriflico minimc
competit; in fe ipfumqj non rcfoluitur neq ; naturalis, ncqj artificialis fyllogifmus,
non cft igitur didum deomni priorifticumncquc integer naturalis, ncque intcgcr
artihcialis (ylloa gifmus. Cum ueritatc etiam non conucnit quo ad altcrum
diclum , ut fcilicct prardicatio dc omni pofterionftica folam propofitionem
fignificet, totumqj fyL logifmum non dcnotet, ficuti facit^prioriftica,
conceflo nunc tamquam ucro, lia cet falfum fit , ut prardicatio de omni
prionftica totum denotet fyllogifmum. " dcclaro , iaclo prius hoc
fuodamento,ut fcilicet agcrc dc demonflratione,& agc redefyllo^ifmo ad
matcriam nccelTariam contrafto, (eu agerc dcmateria ne» b ccflana forma*
(yllogifticsc fiibieda idcm fit,namhorum utrumquc, uidelicet materia
neccflaria, & forma (yllogiftica, demonflratione communius eft, cuili/
betcnim materia: (yllogifmus appbcari potcft , circacp neceflariam materiam non
folum dcmonflratiuum ,fcd etiam definitiuum inflrumcntum ucrfatur,at
dcmonftratio, & fyllogifmus ad matcriam necclTanam contra&us conuertun^
tur. hoc pofito fundamento , dicimus,cum demonflratio aggregatum fit cx fyl
Jogifmo> & materia neceflaria, rationi confonum non uidcri , ut
pofterioriftica prardicatio dc omni folam propofitionem fignificet, nam ft a
fubie&i uniuerfita^ te priorifrica prardicatio de omni habct,ut totum
denotet fyllogifmum,fequitur ut etiam pofterjorifhca, cum ipfa quoque prartcr
temporis perpetuitatemjfubie &i uniuerfitatem habcat; non folam igitur
propofitioncm fignificat , fed totuna quoque fyllogifmum denotat
pofterioriflica prardicatio dc omni , fi prioriflica prardicacio dc omni
denotct ipfa quoquc totum lyllogifmum. Quod ucro atti* c nct ad Auerrois
au&oritates, dicimus, cas opinioni noflrar potius fauere,quata obcflc, naro
in capitc quin&o per ca uerba non uulc, ut maior prppofitio femper
uniuerfalis,& minoriemper arfirmatiua, fint ipftus di&i dc omni
propofitiones , fed ut illorum fyllogifmorum , in quibus aclu rcpetitur diOum
dc omni , ficuci funt fyllogifmi primsr figurar, maior propofitio iit feniper
uoiuerfalis, & minor fcmper affirmatiua. cx quo capitc, qucmadmodum ex
uigefimo quarto,ncc non cx capitc dc prima figura ipfiufmct philofophi, non
chcitur , di&um dc omni intcgrum fyllogifmum cffe,feu totum fyllogifmum
deno tarc,fcd aclu rcpcnri in fyllogifmis prima: figurar.affirma tiuc
cocludetibus,potcftate uero m fyllogifmis alia rum figurarum,quod nemo fanse
mentis ncga cJ rc potcft,cum oium fyllogifmorum affir matiuc concludcntium lit
rajix, dfuoddmcatum* Liber Tertius 72 De eo , quod per fe ejl. t CsAP. VII.
^NRationc iam abfoluta difti de omni pofterioriftici,fequitur id,quod cft pcr ^Mc
ipfo uniucrfali communius, ualcc cnim diccrc, eft uniuerfale, ergo pcr fe, fcd
non c contra, eft pcr fe, crgo uniucrfalc, quia harc propofitio , homo eftani/
mal, eft pcr fe in primo modo,& tamen uniuerfalc prardicaturn non habct,
quoa fiiam animal cum homincnon conuertitur, quam cerminorum conuertibihta/ tcm
uniuerfale poftcrionfticu rcquiric, uc fuo loco cxplicabitur; eft itaque huiuf
modi uniucrfali communius ipfum per fe, quod nunc diuiditar in quatuor moi dos,
quorum primus, fccundus,& quartus funt modi prardicandi, cercius ucro , ut
ita dicam, clTcndi modus cft;& hcct finc mulco plures modi pcr fe, uc paccc
in quindo Diuinorum libro cap. dc per fe,his camcn Ariftocelcs fuic
coritcntus,ut E> cx tali diuifionc apparcrct multiplex e(Tc ipfum pcrfe,
nequc omncs cius modos pocisfimar dcmonftrationi accommodari pofle . fcd Aliqui
hanc, quar commu/ nis cft, opinioncm quo ad utrumquc dier fe, quia licet modus
eflendi pcr fc non fic modus per fe prardicandi,eft tame pcr fe, fabcr ucro
(ucdiximus) non eft philofophus. Ad id ucro, quod in fecuna da rcprehenfionc
quamtur quoad altcrum di&um, cxiftimo hunc in modum rc fponderi poflc, cum
philofophus pofucrit aliquos modos diccndi per fc, conuc* niens erat , ut ctiam
modos diccndi pcr accidens illis per fc cx oppofito refpoa dcntes adduceret,
qui quidem non crant hac dc caufa fpernendi,quia habent mo dos diccndi pcr fc
oppofitos; fpreuit autcm alios modos per fe,quia non eft nc cedarium in
aliaiius a-quiuoci diftin&ione omnia eius fignificata enumerarc,fcd
utiquencceflarium crat poncre modos pra;dicandi,& modos clTcndi pcr fe, uc
ofteudcret ipfum per fc multiplex,& arquiuocum efle. B, • Ex aliorum
fententta de noua modorum dicendi per Je , ex accidenti dtuijione . CAT. VIII.
i SFri7F.i1 A****n*!r **^i7**^' • a * • . 1 t * > 1 wf\ ~ t —\ t ~ ' 1 mi%
c«i Ji « .' «' *-* , ;uiu...i k.iiiuu, iji j 1 ^ ) J) 1 nfAlJ H Dluifione
ha&enus a nemine cognitaNonnalli manifeftare conantur,modos per fe ab
Ariftotcle confideratos clTc omncs modos enunciandi, dctcrmio5 do prius, id, quod
diuidendum proponicur,non cflc modos clTendi,ncque modbi cnunciandi, quia modos
docerc, quibus fimpliciccr rcs funt, non eft officium Lo gici, & modos
cnunciandi confiderare, atq$ diftingucre ad librum dc Intcrprea tatione, non ad
hbros Pofteriorum fpectat; fcd efie modos enunciandi in fcien» tiis ufitatos
pro ut a N modis ciTcndi deriuantur,& cum eis conueniunt,feu modos dTcndi
pro ut indeuarii modi enunciandi dcducuntur , quos omnes,nullo prac C termilTo
, Anftotclcm ibi recenferc hac diuifionc a ncminc f ut diximus) ha&cnus
co^nitamanffeftarc conantur,In omni (inquiunt) propofitione uel prxdicacum
& iubiectum re ipfa non diftinguuntur, ucl funt duar rcs diucrfae , quarum
alccraw&> , rnuIwDOfll m:Liup rnsup^mulsD 5; u!; ».■»& ;ns>
sAucrrois tcfiimonio modorum dicendi pcrfi diuifio confirmat* impugnatur. C KTOua illa modorum dicendi per fc diuifio
ab illis confirmatur pluribus A« 1 >*uerrois aucloritatibus , nam in
commcntariis fuis.30» 32.» 33. &. 34. pri mi pofteriorum cxpreffc uult
Aucrrocs,nullum cnunciationis gcnus dari,quod fit in (cientiis ufitatum,practcr
ea,quar Au&orcs prardi&a: diuifionis commemo rarunt , quandoquidem aut
alicuius rei exiftcnciaenunciatur,aut res dc rc prac dicatur,caq* ucl ci
coniun&a,uel difiun&a eft. fi autem aliquis alius afFcratur ab
intcrprctibus modus dicendi pcr fc,illc facilc pofset ad aliquod illius
diuifionis mcmDrum redigi, ficuti & ipfi rcdigunt quinctum modum pcr fc a
Thcmiftio cxcogitatum in primo PoftcriorumCap.x» quando fcilicct accidens deaccidc
te prardicatur, ncmpc, fuperficies cft colorata,- quia fi ucra cft diuifio
prardicati inharrentis fa&a ab Ariftotelc.nccefsc cft, uel colorem efsc dc
defmitione fuper D ricici,& ita primum cflc moduro.ud colorcm in fua
dcfinitionc accipcre fuper/ ficicm > & ita cfsc proprictatcm
fuperficiei,proinde cfsc fccundum modum , non Liber Tertius 1 c|uinctum ; uel
tandem neutrum efsc de altcrius definitione, & ita non cfse tno/ dum
diccndi per fe, fed potius eiTc modum diccndi per accidcns, cuius mcmia nit
Ariftocelcs. hx func Aucrrois autloritates,quibus illi fuammodorum diccn A di
pcr fe nouam diuifionem corroboranc.Quidquid fic dc opinionc Commenca
toriscirca hanc diuifioncm ,fupponocum fuiflc huius fcntentiar, ut quacuor finc
modi cnunciandi pcr fcjoullumcp aliud enunciationis gcnus dari prarccr ca, quar
attulerunt prardidar diuifiouis Au&orcs, fcd quomodo ex mcntc Aucrrois
alTercre pofsunt in tcrtio modo per fe cfse propofitiones iu ufu in
fcicntiis,cum dicat Aucrroes,quar in tcrtio modo per fe funt.non efsc io fubie&o,ncc
dc fubic clo prardicari? harc aute cx Ariftotelis fcntecia in antc
prardicametis capitc fccun do no pofsunt cfse nifi fubftanciar indiuidux , quar
in (cicntiis nullo pa&o ufurpa tur, quo ucro ad Thcmifcium dc illo quinclo
modo diccndi pcr fc, cxiftimamus iure eum optimo impugnatum fuifse,quia illa
propofitio, de qua ctiam philofo/ phus mcntjonem fecit in quincto Diuinorum
contextu uigenmo tertio fub ini tium,rcduci potcftad iecundum mochim diccndi
pcr fc, cum fit color affc&io B fuperflciei. Scd quid rcfponderi poterit ad
Ariftotelem in eodcm contcxtu circa fincm,quando dicit, fupcrficics eft pcr fe
alba? harc propoficio ufurpatur in fcicntiis, & camcn non eft pcr fc eo
modo, quo dccerminatum cfc pcr fc ab Ari ilocclc in prarfenci parcc, quod
indu&iuc probari poccfl , nam in prirao modo non cft, quia prardicacum non
eft de conceptu fubiccti ; non eft etiam in fccun do, quoniam fccundus rcquiric
terminos conucrtibilcs, cuiufmodi non funt,fu pcrficics , & album, nam
licct omnc album fic in fuperflcic , non tamcn omnis fuperficies eft alba,- non
cfse eciam in tcrtio modo patct fccundum corum diui- fionem,prardicatum cnim
cfl a fubie&o re ipfa ditcinctum , quod repugnat ili tcrtio modo ;
manifeftum eft ctiam noncfsc in quarto,quoniam eius prjc^ica tum eftiunctum
fubiecto,& ipfi inharrens, quod ex corum fententia quar'0 mo do non
competit, ergo prartcr modos per fc iam defcriptos in pximo •ofterio rum dantur
ctiam aln,quibus in fcientiis utimur,& ad illos reduci nor pofsunt* nifi
uclint, propofitioncm illam clse per accidens in primo,& in fecn»do modo, C
fed hoc nihil cft, quia pcr Ariftotelem quar pcr accidcns funt in ill* duobus
mo dis oon funt pcr fc, fcd propofitio illa,uidelicet, fuperficics elt alKab
Ariflotelc dicitur pcr fe. fortafsc diccrc pofsent,pro uno,& codcm
intcll£i>cfsc propoficio ncs in ufu in fcicnciis, & cfTc utilcs
dcmonftracioni,qualis nr*i cli propofioio illa; fcd tunc contra fc habcnt,
tcrtium modum non efhccrrpropoficiones,& fi illas cfficcret,non forc utiles
dcraonftrationi,cum fint firujulares,# binariar ; Prarcca rea, quarcus modus
fecundumfuumtocumambirum non cft ucilis dembnftra tioni,dcqua principalitcr
ucrbafacit philofopbus in primo poftcriorura, crgo in adduda diuifionc non
omnia mcmhra huiufraodi demonft racioni utilia func; quamobrcm nou efse in hoc
reccdendum a v communi opinionc , dc qua facta cft mcntio D fub initium octaui
capitis, tutius cxiflimamus» 75» Logicarum Difput. A De primo modo dicendi per
fe. COnftituta ipfius pcr fc diuifione in quatuor modos , adfingulos explican
dos acccdimus,& primo ad primum,diccntcs, pnmum modum ciTe illum , in quo
prardicatum c(l dc quiditatiua rationc fubiedi,cui ineft,& hoc erit cx fen
tentia Commentatoris uel tota dcfinitio, ut homo eft animal rationale, uel par
tes eius, nempe, gcnus, & diffcreutia, ut homo eft animal, nec non homo eft
ra/ tionalis , aut pars gencris, aut pars differentiae. Nonnulli dcclarantcs
quid pcr partem generis, & diffcrcntiar intcllcxcrit Aucrroes, dicunt, cum
intellexiiTe ge/ nus remotum,& rcmotam difTercntiam, per fimpliciter autem
genus,& differen tiam, proximum genus, ac differcntiam proximam, genus enim
remotum pars cft effentialis proximi gencris, ut corpus refpe&u animalis,
cum in animalis defi nitionefumatur; Differentia ucro rcmota non ita dicitur
pars differenria- proxi mar, led alia rationc, quandoquidem omnis differcntia
tam proxima,qua x m rcmo B ta fimplex forma cft, qua- partibus caret; uerum
quia per differcntiam proxima rcs diffcrt ab omnibus alns rcbus, per remotam
uero non ab omnibus,fed ab a* liquibus, idco diffcrcntia remota dicitur pars
differcntia? , proxima ucro dicitur fimpliciter differentia, & alias omnes
compleditur, ucl faltcmfupponit,quiafine illis nullo patfoeffc, aut cxcogitari
poteft. quod quidem remotum genus,& re mota diffcrcntia eatenus dc fpccie
prardicantur per ie primo modo, licct in cius «Icflnitionc non
exprimantur,quatcnus in proximo gcnere, quodcxprimitur, tu contincntur,ut patct
de corpore,& deanimato, quae cxplicite non ponun* tun n hominis
definitionc, fcd implicite pro ut in animali, quod in illa dchnitio nc
ncnunatur , aclu inclu(a,& comprehenfa funt, idcmcnimeft dicere animal;
acdicciccorpusanimatum fcnfitiuum,f»definitio idcm eft, ac dcfinicum. Poha ta
uerbomm Auerrois dcclaratio ex eo fupcr hoc primo modo diccndi per (e ' minitne
(b8 falKmur) colligi poteft, cum ibi aliam dc partibus differcntia? fentcn C
tiami*ibcre iideatur,inquit cnim,(cnm uero dicimus.quod prardicatum eft per fe,
cft>t praeetcatum fit in dcfinitionc fubicdi.aut lccundum qudd eft dcrinitio
perfe&ayauc parsl cn nitionis,qucmadmodum acccptio hnc* in dcfinitione tna
guli, nam tnanguli 4 c hnitio eft,qui comprchenditur a tnbus lincis: igitur
linca in dcfinitione trianguh ?roceditpcr modum partis fcgrcgantis, ideff,
diffcrciv * tia% Et quemadmodum ptiM&um, quod accipitur in dcfinitionc
linex,& hoc,quo niam iinea definitur, euius ex«rema funt punclum , aut
punda i igicuj* punctum rcfpctlu lmear fe habet per modum partis
fegrcgancis,quoniam diffcrentia ipfins pcrficitur ex numero,& pundo: hoc
cft, quia func duo puncla. ) harc Auerrocs, cuius uerba hunc habcnt fcnfum,
uideliccc, in alicuius rei dcfinitionc fumi poile integram differentiam
pluribus di&iombus exprciLm,ucin tnanguli dcfinitionc D tres lincas,&
in linea: detinitionc duo pun&a, nam trungulus eft figura plana tri bus
Lincis comprehenfa, ncc non Linca eft Longitudo finc latitudinc, cuius ex>
Libcr Tertivs jffo trcma ifunt duri puncta.at fi in defmitionc trianguli
ponatur linca fine numero; & in defimtione linearfine numero ponatur
puncrum,uidelicet, triangulus cft fjgura plana a lincis comprchenfa, &
linea ett longitudofine latitudine,cuius A excrema funt punfta; linea , &
punctum in definitione trianguli , & linex pro cedunt per modum partis
differentia:,cV funt in primo modo dicendi per fe,ficu ti tota differcntia .
per partes igitur differentiarnon intclligit Aucrroes differe tias rcmotas
,ideft, fuperiores in codem prardicamento difTcrcntias,quas fup, ponit proxima
d>ffercntia,ficuti pcr partcs gcneris intelligit gencra rcmota uf= quead
gcneralislimum, fed mtelbgit uercpartes,ex quibus integra diffcrentia
conftituitur, eafcp non fccus,ac complctam diffcrctuiam, uult efse in primo mo
do dicendi per fe, ex quo duo cliciuntur,unum, ut prardicatio fit
naturalis,quse cft, quando dcfubicaopradicatum enunciamus , ficuti cxtra animum
re uera in eo ineft ,quando fcilicct prardicamus accidcns de iubftantia,&
caufam dc cau fato fubflantiali,ut homo cft albus , & homo eft rationalis,
rc enim ucra,& aL B bedo, c\ rationabtas in hominc funt.Prardicatio ucro prartcr
naturam oppofito modofc habct, quando fcilicct de fubiedo enunciamus aliquod
prardicatum, quod extra animum re uera in co non ineft.ficuti album cft
homo,ucl rationale cft homo , ncquc enim albedini , nequc rationalitati incft
homo , fed e contra, Alterum, quod elicitur ex primo modo dicendi per fe , cft
, omnia prardicata primi modi efseformalia, & quiditatiua prardicata , quar
in fingulis prardicamc tis reperiuotur , cum in uno quoq; prardicamento ex
philofophi fcntcntia in pri rno Topicorum Cap. fcptimofit quod quid cft\ hinc
patet primum modum fundari in caufa formali principalitcr , confccutiue autcm
in caufa matcriali cx ::: • - Vi - ,hrj> De fecundo modo diccndi per fe.
CEeundus modus dicendi per fe eft, in quo fubie&um eftde conceptu pnedf*
^cati in eodem fubic&o cxiftentis, utgratia exempli, quando dicimus , nomo
eft nfibilis , linea eftrccla, uel curua, 6V numerus eft par, aut impar, nam in
deft nitione rifibrhratis ponitur homo, cui incft, in definitione rc&i, ucl
curui colloca tur linca , in qua infunt , & in definitione paris , aut
imparis ingrediturj nume/ rus, cui inexiflunt; hincfaclum eft, ut philofphus
dixcrit, pcr fcefsc inlecundo modo, quibufcumque inexiftcntium ipfis, ipfa funt
in oratione quid cft declaran C te,ideft,per fe in fecundo modo lunt, quando
ipfa, hoc cft, quando fubiecta func in orationeipfum quid eft declarante,idcft,
quando fubiecta funt dequiditatiua definitione quibufcumque inexiftentium
ipfis, ideft, omnibus prardicatis , quac in illis fubiectis
inexifrunt.undepatet in fectindomodo dicendi per fc non efsc prar dicata nifi
accidentia propria,cum in corum prardicatorum definitione ponatur (ubieclum ut
difTcrentia. quarquidem propria accidcntia,cum fuorum fubie&o rum efsentiam
iequantur,ciTentialia acciclcntia nuncupari folcnt,dupliciaq? funt, alia enim
unica diclionc proferutur,ut rifibilc rcfpe&u hominis,alia ucro di&io
nibus oppofitis,ut par,& impar refpc&u numeri. manifcftiffimum ctiam
cft, in hoc modo non fecus, ac in primo, cfsc naturalcs prardicationcs , cum in
utroq; modo pra-dicatum fubiecto incxiftat . cuarc iniuria fanc quidcm omnibus
Ari D ftotelis expofitonbus attribuunt nonnalli,ut cx corum fentcntia
philofopus una duntaxat primi modi dicendi pcr fc conditioncm ftatuat, u
)dclicct,prardicatum cfsc .m Liber Tertivs j 82 cfse de tubiecti
definitione,unamq$ fecundi,fubicctum,fcilicet,efse dc conccptu prardicaci; quia
fi omncs fentiunt, prardicationes per fe potisfimam demonftra/ A tjonem
ingrediences cfscex mentc philofophi naturalcs, ex eius quoquc fcnten tia
aftirmare coa&i funt,utriulq; modipcaidicatum fubiecto inefse dcbcrc, quod
tamquam. prarccptum in hoccontexcu ab Ariftotele traditum fupponentes,alio quin
afsercre non potuifscnt,pra;dicatione$ per le else naturales,qua:runt duta xac
modum, quo prardicaca in pnmojcV in fecundo modo dcbeant inefsc, in pri mo,uc
fiut dequiditacc fubiecci, in feoundo ucro, utfubiecta fintde corum defif
nicione, Ecce,ipfos etiam cxmcnce pluiolopbi.duas ucriufquc modi codiciones
ftacuere,unam explicite,alteram implic!ite \ Qua coguica ab omnibus fcre Ari-
ftotelis explicatonbus uentate, non pivtueruut uerba ilk (oaa vv*p%«.-n or
t&T-jt &qua-fequuntur,)ftc exponere, uc cis
attribuitur,uidelicct,qua*cumqucpra: dicata infunt in dcfmicione,ita ut ucrba
illa («» ™ 71 idefl, in dctiiiicione, fi/ B gnihcent id, in quo pr^dicatum
inefsp dicitur, quoniani fupponitur ab illis (ut 3 «jiximus) prsedicata m
utroqoe modo inefsefubie&oinon m definitione, cum na turalker definitioncm
incffe.non fubiici ab omnibus cx fcntentia philofophi co ccdatur; fed
exponunt,omnia pra:dicata,qua- naturaliter defubiecto prardican* tur in eo quod
quid eft, ita ut in eius ckhnitione fumantur,efsc in primo modo -dicendi pcr
fe,& aua* de fubiecto naturaliter prardicantur,ita ut in eorum defini tione
ponatur {ubiectum, cfsc in feoundb modo.Cum itaquc in utroquc modo fint
prardicationcs naturalcs,clare patet,primum modum nunquam fccundum, necfecundmn
unquam pofsefieri primum, alioquin in illis darctur prardicatio •pra-cer
naturam,fi enim harc propoucio in primo modo^uidelicet, homo eftani mal
rationale,qua* habet naturalem pra*dicationcm,per cerminorum conuerfio »cm
ficrct in fecundo,nt animal rationalc eft homo,abfquc ullo dubio in ea fie *ret
prardicatio prarcer naturam, C 2)* /«/>«- qua fundatur fecundus modn-dkendi
fer yo. . t-ft s • I* ' #Tt t • >** • *? * £.1*1 f *i , ir nr* ? 4 •% • . r» * • f^! • 1 1 * **f* V7*T. r* f "
1 * • n T T^S hac rationc explicatis.uidendum nunc t\ in quo gcncre caufa:
fundc/ ***• -^tur hic fccundus modus,in caufa cnim m?«criali cx qua,&
formali minime, quia folum ad pnmum modum pertinent-^-rincipalitcr (ut diximusj
una, altc/ ra uero cx confccutione; nec ctiam in c-^fa etficicncr,& hnali,
quoniam folum •quartum modum conftituunt,crgo i** nulla,fccuncjus igitur modus
cfsentialem ccrminorum connexum non habcbit,qaamobrem eius propofitiones non
cruc perfe.SoIuit D» Thomas hancdub.itationem pro cuius folutionis
intelligcntia aducrtcndum cfl,materiam duphccm ctse,unaminternam , quar
eftalcera pars compofiti,nucupaturcp matcria cx qua,altera ucro externam,quxdicicur
matea ria in qua,(eu fubiectum adu exifles ex matcria,c\forma compofitum, ut
homo, qui compofitus cfl cx fubftantia animata fenfitiua , 6V rationalis
qualicace ,quac D refpcclu hominis forma , rcfpectu uero hominis propnetatum
efl caufa erTc/ M 1 frj Logicarum Difput. arix; quare accidens proprium a
fubicdo cx duplici gcncrc caufar flucrc uide» Atur, primum quidem ut a x
matcria in qua, deinde ut ab eflicicnce. hoc pofico, in quic D» Dodor,omnem
propofirionem , in qua de fubic&o accidens propnutn prardicatur , efle per
fc duobus fimul modis, fecundo, & quarto , propcer illam duplicem
deriuationcm accidcntis proprii a fubie&o , nam quatcnus oritur ab co ut 3
caufa efTicientc, catenus cfl per fe quarto modo, quatcnus autem ab eo» dem
fubieao nafcitur ut a materia cxcerna, catenus pcr fe cft fccundo modo,qui hoc
difcriminc a primo difcrepat, quia ad primum pertinct materia incerna co modo,
quo diximus, ad fecundum autcm pcrtinct matcria excema. aflfirmac ita cjueD.
Thomas, fccundum modum fuhdari in matcria extcrna, qua: reducitur ad
genuscaufarmaterialis,&cum fett proprietatlbus nexum facic efleutialem «.
Nonnulli contra tantumuirum infurgunt, ac dicunt, cum abfq r ullo dubio hac in
rc falfum cflc,quiafi fola pendentia accidentis propri/ a fabiedo ut a matc^ B
riacxternafaciteflentialem conncxum.d fecundum modum diceiiJi perlecon ftituit,
fequitur, omncaccidens, eciam commune, de fubiccio prardicaci fccundo rnodo
dicendi pcr fc, quoniam non minus accidens commune,qua v n proprium a fubiefto
pendet tamquam a materia extcrna, neq ; apparec cur fubixium ma gis dicatur
materia accidentis proprij, qtaa\n communis ; itaquc fi duas has in* ter fc
conferamus propofitiones,homo cft nfibihsoV homo elt albus, co tantum
difcriminc difTerent , quia illa crit pcr fe duobus modis fimul , fccundo,
& quar^ to; ha?c ucro fccundo foium , non quarto ,^uod ett manifcfte falfum
, quarc etiam accidens communc inerit in
fubiedo per fe, quod quidcm nemo «^crcrct; fi effcarix,crgo ha?c facit utfubic
aum fumatur in dcfinitioneacddent.s, ?r oinde fccundum modum conflituit , non
quartum, alia namque pcndentia a fubyjao prarter cas duas non rcmanct , ut
ctiam D. Thomas fatctur, crgo pendentia a fubiefto ut a caufa efMricc ad
fecundum modum pertinet, quia finehacnon feruatur propria illius modi
condino>t,fcilitct,fubicaum fumaturin deflnitionc prardicati. Confutata D.
Thoma: opinionc , dicunt , cum in hoc recle fcnfiflc , quia putauic duobus
Dtantummodis accidcns proprium a fubicdo pcndcrc , fcd in co deceptum ef, fc,
quoniam dixic , akcram pcndcntiam conflitucrc fecajndum modum , aU" tcram
ucro quartum , ca m utraraq; ad fccundum modum pcrtincre • ■■f - Liber TertivoJ
neutramad quartum conftanter afTcucrant ;idq^ Ariftotelcm ipfumfignificafle A
afbrmant pcr duas illas fccundi modi conditiones,qua*'antea dcclaratar fuerutyl
ch/oniam enim fubicctum eft matcria excerna accidcntis,idco dixic, prardicatG
itrfubiecto propofitionis extra animum inexifccre, hax tamcn condicio non cft
propriafecundi modi dicendi per fe, cum compecac cciam prardicacioni ex ac/
tfdenti; quoniam ueroidem fubicctum efc etiam caufiitfTecfrix eiufdcm accidc fW
prsedicati, ideo dixit r fubicctum fumi in definicionc prxdicati r quar cftpro*
pna fecundi modi conditio,quam fi ab co auferamus-,. & quarco modo tribuaa
iV>us,nulla fecundo modo remaoebic propriacondicio,qua i reliquis modis dia
flmguatur» • rrel i\ wq v ■ (tA prkdiftis obieftiomhus DSThomas dcftnditur. 12*
C *A T. B SI uerba D. Thomar reOe intclligantur, tantum abcft ut liac in re
dcceptus fit,ut potius ueritatem fil maxrme a(Tccutus,dum enim dicic , accidens
pro/ prid fluerca'fubiccto,non excludit caufam cfficientcm quoniam per
fbtMe&Udl intclligic materiam in qua, ideft, fubiectum cx matcria j^Sfrrna
compofiruni, bicctum fumatur in
accidcntis proprii definitione.non fequitur,ut proindc fc* cundum modum
conflituat,nifi quando eftannexa materia*, cum cx duabus fu biccti partibus
fola forma in caufa fit,ut totum fubie&um fumatur in definitio nc
propriorum accidcntium; ut ucro cfFiciens in materia , fi accipiatur homo pro
toto fubie&o, ex hoc tamen non fcquitur quod illi infcrunt,ergo ctiam aU
bumfumctin fua dcfinitionchominem,quia noneodcm modocadem uigetra cio ,ut fupra
dictum cft; non fuit igitur deccptus. D. Thomas quando dixit» alteram
pcndentiam accidentis proprii a fubiecto conftituerc fccundum mo' du,altcram
ucro quami.Quod deroum ad Ariftotelis confirmationcm fpc&ar, B ab co nihil
aliud loco citato habemus, nifi efficiens in materia conftituere fccun dum
modum dicendi pcr fe,ideft,fubie£tum a&u exiftens , quod nihil aliud eft,
quam efticies in matcria, fumi in definitionc prardicati,quam conditioncm fatc
mur cfsc propriam fccundi modi ,ncc ab eo illam auferimus,&quarto tribuimus
cadcm ratione, alioquin nulla propria conditio fccundo modo rcmancrct, qua
arcliquis diftingueretur, fed cam utriquc modo diucrfa tamcn rationcadapta
mus,in fccundo enim cx mcnte philofophi dicimus fubiectum propoficionis, &
rci, quod eft cfficicns in matcria.leu fubicctum cx materia , & forma
compofuu fumi in definitiooe accidentis proprii ut difTercntiam,6Y propterca ut
eius par» tem efscntialcm,in quarto uero fubiectum propoficionis folum , quod
eft altera pars compofuifuidelicct,forma(ubiccti, fumiin definitione ciufdem
accidcntis proprii ut proptcr quid, & caufam extra ueram cius cfscntiam,
unde patet,hos duos modos non confundi, ut infra declarabitur.Ex iis
igitur,qua: hucufquedi C £t* funt, colligitur, qusccumque non funt prardicata
ucl primi, uel fccundi mo/ di dicendi pcr fe,accidcntia efse in hunc fenfum 5
quatenus fcilicet a primo,6V a x fe cundo modo diftinguuntur, ut gratia excmpli
, animal cfl muficum,fcu, animal cfl album; nam muficum,& album,qua:funt
pracdicata,non ponuntur in dctini' tione animalis, quod eft fubicctum.hinc
pacec, propofitioncs illas non efsein pri mo modo diccndi per fe, ncque etiam
esfe in fecundo,quia fubiectum non ponia tur in dcfinit ionc prardicati,
idcfl,animal non ponitur ncq; in mulicyieque m aL> bi dcfinitionc, De
terttQ,& quarto modis fer fc. EXphcatis"duobus modis per fe,primo fcilicet,&
(ccundo, reliquos aggredl mur , & primo tertium;qucm dicimus non efficere
prardicationem , in co cmm cx fententia philofophi id collocatur,quod dc
fubiecto non dicitur, utfub D ftantia prima,qux de fubicdo non prardicatur ;
quarc nec fuhftantiac fecunda?, 87 Logicarum Difpat. A rrqur ulla accidcntia
funtin hoctertio modo,nam detubftantiisfecundi;nirione,quir adtertium modum
fpcclant,ad quartum & ultima explicandum acccdimus, afTcrentes, eum ellc,
in quo ponuntur caufar excrinfec* ranonc clknnx corum effccTuum, quos producunr,
uc patec de animah raciona» !i,& tcrrar interpofutonr,quar dfcuotur cfTe
extra dlcntiam rifibilitatis.cV eclipfis; ba- autem exrrinfcca- cauiar funr
efltcivm.cA' hnalis,qua: caufa efTicicns duplex elT; B una ucra, alrera non
i.era cauia efficicn^ uera ca cft, qua? non fempcr ctl cfTecxui annexa, ut
uiderc c(\ cfc ftatuario ra«) dum dicit,JE* rffr*, ^u^huJ^ iJ^Lr &quar
tcquuorurJideft,item alio modo,quod quidcm propcrr ipfiim in cft unicuique^pcr
fe, &cartcra,oam diflio illa(proptcr) ut plurimum denotac cau fcm c
Ficieo£em,cx- finalcm, ut propjccr tcrrar intcrpoficioncm xjc priuacio lumi*
nis (olis id luna, proptcr aniraal rationalccft aptitudo hommis ad ride'dum,pro
ptcr filmm patcr aroat pra:ccptorcm,d iauiufmodi. Sw^gicur m principio huius
decinn contcxtus debcc axxipi pra-pofitio illa^ fau ^urnpta fuic m calcc no ovA
»bi (ut omoibus cJarum cfrjfumpca fiijc.uc significatcaulam cm"cienccm,dc
fmalcm fcquitur ctiam hic cam aqcipi.uc sigoifjcac hu»u4»odi caufas , quando D
igitur plulofophus ait^QHarfunc pcrfcsiciujt m illa *mt i Q 5? 3 Logicarum
DiTpuc. fubieclis, propter ipfacp funt, & ex nece.sfit.itc, ) fcnfus
illorum uerborum efscr, i primum,& fecundum moduro.non fccus ac
qtiarrum,haberc nexum caufa* cfFi/ ' cicntis,ac finalis,cx: caufati,quod non
mdttur cum ucrkatc conucnire.quarc for taiTc mehus dici pofsct, Anftotelem in
principio huius dccimi contcxtus ac= cipere ( e/)a) pro ( xaiu ) , ut ( Jiaum )
pro ( xa^atym )ideft, proptcr ipfa, pro, pcripfa,feu pro pcr fc, ut fere omncs
commuuiter intcrpretantur, cuius jntcrprctationis auxilio,& corum ucrborum
scfus,& fcopus optime colligitur contra illorum fcntentiam, qui ailerunc ,
coru uerborum nequc fenfum,nequc fcopum ab aliquo ha&enus plenc
intclle&um fuilTe. ( dta- ) uero non folum cum cafu gcncrandi accipi
pro(jta-ja) j ideft, fignificare ( per) ,fcd ctiam cum cafu ac cufandi,patct
apudcofdem,qui conuertetes in latinum fcrmoncm ucrba illa plii lofophi in calce
decimi noni contcxtus, uidclicet , ( A/Vto apa e/j« *a} tc /u% J ' > j ;
'"*>!3i") QVH%V Ti jDo tertia conditiont^ ad necejjariunu
efsentiale requijita, uideli cet , de umticrfalt pofleriortfttco. p^oisu qr.Bv
C *A P. X V III. tb 03 rfhot-j X7 Xplicata fccunda conditione ad necefsarium
cfscntialc requifita , reliquum 'eft,uc tcrtiam,& ultimam
declaremus,uidclicec , prardicatum uniuerfale, in quo pofita cft tota cfscntia
potisfima? demonftrationis ; quarc pro cius intcllige tia aduercetidum
efT,uniucrfalc in duplici difterencia clTe,unum pro primainccn tione , alrerum
pro fecunda. relicco uniuerfali pro prima incencione , qua* ad Logicum non
fpcclac nifi pro uc in ca fundatur fecunda , accipimus uniucrfalc pro fccunda
inccncione , quffdicitur eciam ens racionis , & a Lo= gico pnncipalicer
confideracur.Scd hoc uniuerfale,cum fic mulciplcx , non av que in cmnibus
Logicsc parcibus accipicur; ut igicur cognoici posfic quav uii fn illa
uniuerfahs fignificacio aVpofterioriftico confiderata , non cric ab re iu
mcdiuoi arTerre qua* fiot huius uniucrfalis figmficata in communi. dici/ Liber
Tertius J 94 mus itaq; uniuerfale hoc Logicum fumi aliquando pro natura quadam
com muni rata apta dc plunbus pra*dicari , dc quo uniucrfali e^ic Porphirius in
prardicabilibus } & Anftoceles in libro penhcrmenias; uel accipi inccrdum
pro A figno diftnbutiuo uniucrfalitaris, quod folct appcllari nota quantitatis
, ficuti cir, omne,cV nullum, dc quo cgit philofophus in codcm libro
pcrihermenias; dc mum fumi pro prardicato primo, ideft, pro eo, quod dicit
conuerrionem prardia cati cum fubiecTo,^ hoc appellatur uniucrfale poftenorifticum,
de quo ucrba fe cit philofophus in primo Poftcriorum contcxtu undccimo,
attribucns ei tres co d"itioncs,uidclicet, di&um dc omni, pcr fc,
& fccundum quod ipfum , ut carum opcillud fcpararet a quohbec alio Logici
uniuerfahs fignificato , ne incellcttus addilcctium redderctur confufus, fi
ance eius diuifioncm,cum mulciplcx fit,illud dcfiniuilTcc; unde apud me aliquid
difTicultatis patitur communis interprctatio, ut, fcilicct , duas prardicaci
uniucrfalis dcfinitiones in undccimo illo contcxtu plulofophus pofuerit abfque
eius diftinftione abaliis uniucrfalis Logici fili,nfibjlecompecic bomini
fecundum quod ipfum, ergo uniuerlalicer, ac pri mo.cx cconucrfo,nfibilecompecic
homini primo,ergo uniuerfalitcr,& lccundu quodipfum. Factamencioncde
prardicaco primo,non cft frlentio prjtcreuns e, quod tamen falfum efh Nonnulli
huic rationi rcfpondentcs, dicunc, duplic^ ifle fignihcatione huius uocis
(quatenus,) poteft.n. fumi lacc,& facis impropric, potcftec fumi ftricle,
quar cft propria cius fignificacio; lacc quide,& araplefumi' tur,quando nil
aliud fignificac, quam intcrnum principiu/eu interna ratione,pro D indc
cxclufione principii cxccrni,& externar racionis.in qua accepcionc propofia
tio harc eft ucra,homo quacenus homo cil animal,uc .n. nihil aliud fignihcarc
uo Liber Tertius s>s lumus,quam hominc ex interna ratibnc eflc animal,no cx
aliquo cxterno princi pio quod quide ucrisfimu eft,quoni5 homo £ iotcrna
ratione cft fcnciens, & anU mal ; in hoc igitur fenfu Aduerfarioru ratione
conccdenda eflc fetcntur. altcra cius uocis fignificatio maximc propria , ut
ipfius uocabuli cofideratio poteft o/ itcdere, eft,ut dicat,eande cflc utriufq;
tcrmini rationc.ut fi dicamus,homo quatc nus homo cft rifibilis,ucra cft harc
propofitio ct in fecunda acceptione, qa figni, ficat.eandc cflc racione.qua
homo eft homo,& qua cft rifibihs,t> propna.n. rbrx m2 habct homo ut fit
homo,'& p. eande" habet ut fic rifibilis , uerc igicur homo quatenus
homo eft rifibilis,quia ex codc principio pedct nfibilitas,cx quo pedcc
humanitas; fcd hxc no eft ucra,homo quatcnus homo cft animal , quia non cx code
principio homo habct ut fic animal,cx quo habct ut fic homo, fiquide pcr fcnsu
eft animal,homo uero no £ fcnsu,fcd pcr racione; non igitur qua rationc c
homo.cade eft animal,fed aha,& alia rationc, itaq; homo non quatcnus homo c
animal,quarc fecundu hancpropria fignificatione Aducrfarioruargumcncun5
cocludic concra philofophu,& comcncacorc" , qui in hac fignificacione
accepc/ runt ca conditione (quaccnus ipfum. ) hac diftin&ionc ipfi, quado
Logic5 publi ceraterprctabatur,inucnerut,eacp illis plcnisfimc
(atisfccit,quaqua.n.apud nullu aliu ca ance ld tepus legcrac,came uidcbac,ipsa
cum rci, tum cc uocabuli fignifi' cationi minficc confcntancam cflc ; poftca
ucro cis contigic, ut candcm lege* rcnt apud loanncm gandaucnfem in quarftione
dccima fecundi Metaphyfico. rum , quod cos ( ut aiunt ) fumraa hrtitia afTecic
, cum uidcrcnt cruditum jllucn uirum fua au&oritatc ipforum fcntcntiam
comprobaflc, sAddufla reftonfioconfHtatur,aliafyfortafseaccommodatiorm medium
afertur . . T^Iftinaioncs,quar non fint defumptar ab aliqua ucl philofophi ,
uel grauisfi/ moru peripateticorum audoritate,uoluncariar merico nuncupari
poflunc , cum in quouis hominc quodhbet imaginari poficum fic ; iotcr quas
locum habc rc uidctur pofita diftinclio de duplici huius uocis (quatenus )
fignificatione,Iatc fcilicet,& fatis impropric, ucl ftndc, & proprie;
quouiam apud plnlofophum fni fallor ) fecundum unam tantum,& illam propnam
fcmpcr lcgitur, & prarcipue cum rcs ipfa, & uocabuli fignificatio
idminficcpoftulcnc, noca enim rcduplica tionis in ahquo , ncmpr, in hominc ,
dum dicitur, homo quaccuus homo,& huiuf modi , non poteft in eo dcnotarc
nifi illud principium , rationc cuius homo efl Jiomo, quod cius forma cft. a
qua fentencia non uidecur reccderc loanncs gaii/ dauenfis loco cicaco; nam
cxiftimanccs cius Aducrfarii non eflc in auimali plurcs formas fubftancialcs
diftindas,fcd unam , & eandem darc cflc ucgecaciuum , & animal, id
probabant aucloricatc philofophi fub initium hbri de iuucncuce, & fcncaute,
dicentis,(fiericnimnequit,utanimal, qua animal,cft,non umac.) fi cnim in ammali
una, & cadcm forma non darct cfle uegccaciuum,& animal , ex |
ncccsfitacc animali, quatenus animal cft, contra fcotcncum philofophi, non inck
Logicarum Difpuc. fct uiuere, quod pro uegerari accipitur. refpondens
Gandauenfis ad hanc dirTi' cultatcm,au£toritarrm illam philotophi declarando,
ait, animal fccundum quod animal uiucrc, duphciter intclligi polTe, uno modo,
ut animal llt primum fubie tlum uitx , & fic non intclligic Ariltotelcs,
quia fi hoc efTet ucrum , tunc quid quid uiucret, uiucret per animal , quia hoc
dicit ( fecundum quod , ) omnibus, fcilicct,ine(Te per naturam eius , ut pacet
primo Poftcriorum. alio modo intclx ligipofle , animalfecundum quodanimal
uiucre , ideft , cx nccesfitatc uiue/ re , ita ut includat necclTario
principium, per quod uiuit animal , & fic cft ucrum , nam licct uegctatiua
anima fit alia a fenficiua , tamen cx ncccsfitatc includitur in animali . Eccc
, do&isfimum Gandaucnfem accipcre ( fecuna dum quod ipfumj fcmper eadem
fignificacionc , pro ut, fcilicct, fignificat for/ mam cius ,cui applicatur,
& hac dc caufa aic , dupliccm haberc fcnfum pro/ pofitioncm illam , quxcft,
animal fccundum quodeft animal uiuit, unum , ut forma fcnfitiua , pcr quam
animal eft animal , fupponat uegeratiuam , a N qua prouenit uita , non autcm e
1 conucrfo ! alterum , ut eadcm forma fenfitiua , qua animal cft animal ,
faciat animal fubie£rum * primum uitar ; quarc primo , non fecundo fcofu atTjrmat
audoritatcm illam philofophi intelligi dcbcre . hanc Gandaucnfis lcntcntiam
eandcm clTc cum fcntentia philofophi loco citato , indicant ciufdcm philofophi
ucrba , dum inquit > ( In hifcc quidem , quibus utraque ifta , cfle animal (
inquam ) ac uiue/ rc compctunt , unam , & candcm clTe partem ncccfTc est,
qua uiuunt, simul et animalis nuncupationcm fortiuucur , fieri cnim ncquic , ut
animai, qua animal cft , non uiuat : at qua uiuit , hac cfTe animal , haud
qua== quam nccdTc cft : nequc cnim idem eft clTc animal quod uiuerc . ) quo/
rum ucrborum fcnfus ( quantum coniiccre polTum ) huiufmodi cft , illa, in
quibus rcpcritur anima fcnficiua , & ucgctaciua , habcnt hoc , ut fcnfiti/
ua fupponat ucgctatiuam , non autem e conucrfo , hinc eft, quo v d animal ca partc
, qua eft aoimal , uiuit , ideft , torma fcnfitiua , pcr quam ania mal eft
animal , fupponit ucgetatiuam , a qua prouenit uica ; e contra autem ,
uegctatiua non fupponit fenfitiuam , cum planta: uiuant quidem, fcnfu uero
carcant . hunc Ariftotclis locum fi illi dihgcnter ponderafsent, optimc
animaducrtiiTcnt , ei dupliccm illam fignificationcm huias uocisfqua tcnus )
accommodari non poffe, nec ita facilc dixilTent , fuam fententiam loannis
gandauenfis fummar eruditionis uiri auclorirace c6mprobatam fuifTe , cum alicer
ipfe fencirc uidcacur. fcd nunc concedamus huius uocis( quacenus ) duplicem
pofTe dari fignificacionem, late, fcilicet,&ftride,prima fignificatio non
nullas pacicur difTiculcatcs, quoniam cxplicandum erac, cuiusnam,pra:dicati,fci
licet , anfubiedi , incernum illud principium, feu incerna illa ratio
fignifica* ta ab hac uocc (quatcnus) eftct principium, ucl ratio ; fi cnim
prardicati , ut gratia cxcmpli, quando dicimus, homo quatenus homo cft animal ,
idcft , ho/ n,o cx inccrna racione animalis cft animal , fcqucrecur ccncra
fuppoficum, uc homo non quaccnus homo , fed quatenus (enfitiuus eOcc animal ;
fi ucro fubie&i. Liber Tertius o S {iib:cai,ut,fciIicet,homo quatcnus homo
ficanimal,ideft,uc homo cx intcrua ra tioneliominis fit ammal.tunc prima accepcio
crac declaranda, quomodo, fcili cec,homo quaccnus liomo poffit ef;c animal.cum
cx coclcm princioio non ha* A bcac uc fic animal.ex quo habcc uc fic homo.hcuci
dcclaratur a Gandauenfe quo modo animal quaccnusanimal uiuar,cum a diuerfis
principiis oriancur cfsc ani mal ,& uiuere.non crat igitur ponenda duplex
illa lignificatro huius uocis fqua reous) uc cius ui Aduerfariorum rationi
contra Arittotelis, # Auer-roi? pofi' tionem fatisfacere poiTent-,quoniam co
modo diffoiui potcft;quo difsduitur illa i celcbcrrimo Gandauenfe,ut,
fcilicet,homo quatenus homoftt animal , poteft dupliccm haberc fenium ; unum,ut
homo cx peccsllcatc fic animal,quia forma ho minis, nempe,racionalitas,qua
homercfc homo,fupponic formam fcnfitiuam,qua animal eft animal,non autem e
conuerfo,quoniam forma fcnfitiua norvfupponit rationalitatem,cum bruta animalia
fenfum habeant, ratione uero careant . altc rum autem,ut homo fit primum
fubiectum,cui copecac animal. pofito cius pro/ pofitionis hoc duplici fcnfu,ad
argumcntum in oppofitum refponderi potcft, iU B Jud concludcrc in primo fenfu,
iecundum qucm Ariftotcles, & Auerrocs illam propofitioncm in prarfcnti
partc non intclligunt, in fccundo uero fcnfu nequa» quam,eo quiaex icntentia
Aucrrois intcr hominem,& animal caditaliud iubie fium medium,cui primo
compctitanimal,uidclicct,aIiquodanimal , cuhisope (ut diximus in calcc dccimi
noni capitis) difponitur homo ad recipicncUm pro priam, ac fibi detcrminatam
formam; & cx mentc philofophi in hac tcrtia con> ditionc requifita
ncceflario clTentiali prardicatum conucrtitur cumprimo fubicclo,ut patet dc hac
pasfionc trianguii,uidclicct, habcrc trcs anga los arqualcs duobus re&is,
quar quidem pasfio nec cum figura, ncc cum arquicrurc conucrtitur , at folum
cum triangu lo , quia cius primum efl fubicctum , fed hoc non repcritur in
gcnerc quando dc fpecic prardicatur» ^nornoi ai/niHijqui^q zl tnift vnohLiilacr
Laus iterum,Honor 3 tf GloriaTteo optimo Maximo, Qui Trmus^Vnus ejt % . i»L
svlp 3i«oq aoo »n» iguj jmin.iknvwsh i t bo/r t ( fj jb i { » i m rr F I N l S-
mJ-nj.nujfl tibbiri ,ujmu O 51 lii lt4J TUJU7-1J boI fiiupoiiJ sbiii non L
il'j~> 25 »p a (ntn muAu \}Ql *UJ0B3"I?m P. LOGICARVM DISPVTATIONVM De
ea dcmonUrationisfyccic, quampotisftmam afppcllant ^Autloris mfjtutumj. C cus
cfset de cfsentia argumenti, & aurifodina dc cfsentia auri» quod noo uide
turmultum cum ueritate conuenirc , acfialiqua fint, quar in pofterioribus dici
mereancur loci dcmonftrat\ui , a quibasj argumcnca demonftratiua Liber
Qjjartus: 100 fumi posfint exiftimamus illa efse , uidelicet, dignicaces,
poftulata, definitiones, caufam,& effcctum, cx hoc tamen non fequitur,
locos haud e(Tc ab argumencis diucrfos,cum argumcnta altcrius probationi
adhibcantur,loci ucro nequaqua, nam dignicas, dehnicio,cV alia.qua* diximus
cfselecos dcmonftraciuos ,fi loco* rum nomcn mcrcantur,alccrius probacioni non
adhibentur,fed harc dignicas,feu hax dehnitio,& fic de reliquis. quarc
forcade mclius dici polTet,uc,fciliccc, dida de omni
pofteriorifticum,perle,&uniucrfalefintconditiones ncccfsario cfscntia li
requificx per qucd efsenciale neceflarium principia , fcu media p>risfima:
dc* monftrationis func demonftraciua. Dcclaratis itaquc fuperiore hbro omnibus
illis conditionibus , rcliquum cft accommodarc cas demonftrationispotisfimx
pnncipiis,atqj conclufioni, ut indc manifeftum reddacur.huiufmodi demonftra
tioncm conftarc cx nccclTario cfscnciali,quod erac probandum . Et quamuis in
ulcima eondicione infmt alixdux, undc ii probaretur, propoficiones pocisfimx
demonftracionis cfsc uniuerfales.efsct ctiam probatum, cas cfse per fe,& dc
om tii,quia fcmper condicio minus communis contrahit ad fc (ut diximus ) condi^
tioncm magis communcm; dccreuimus tamen in iuniorum gratiam aperire,
dcmonftrationcm potisfimam habcre didum dc omni,pcrfc, & uniuerfalc.
Tonuntur omnes terminipotisfimam dcmonjlrationem ingrcdicntes. . \7Taddifcentes
finem,qucfummopcrc optant,facilius confcquantur, aduer» y tcre
debent,demonftrationem potisfimam ex partc formx,qux fyllogifmus cft, habere
trcs terjninos,maiorem,fcilicet, cxtrcmitatcm,minorcm , & medium tcrminum.
ucrum quia demonftratio cft inftrumentum, quod parit fcicnciam proprietatum,qux
fpcciebus infunt,fcientiam ucro cfscntix carum propriecatu minime , nifi
quacenus huiufmodi efscncia cx dcmonftracione ipfa clicicur. hinc cft, utmaior
cxtrcmitas debeat efsc propria pasfio , non pasfionis dcfmiti.) rfscntialis ,
cuius rei ratio cft , quia mcdium in potislima demonftrationecic caufalis
definitio primi cxtrcmi , quarcfi cfscntialis dcfinicio pasfionis per aliam
eiufdem pasfionis caufalem dcfinitionem demonftrarctur , necef;e ef* fcr, utin
maion propoficionc prxdicarecur cfscntialis dcfinitio dc caufali,fcd propoficio
, in qua prxdicatur definitio dc defmitione, non eft per fc ncc in primo, nccin
lecundo modo , nec in quarco reducibili uel ad primum , uel ad fccundum , circa
quos modos ucrfacur pocisfima demonftracio. er» go demonftracio illa , in qua
concludicur clscncialis definicio pasfionis dc pafa ?ione pcr aliam ciufdem
pasfionis caufalem dcfmitioncni , non poccft cfsc potisfima , ut, gratia
cxempli , propccr animal racionale eft apcicudo homu nis ad ndcndum , fcd
ntibilitas eft proprer animal rationale, crgo rifibi/ Iicas cft apcicudo
hominis ad ndendum » huius dcmonftrauonis maiorcm 9 * ioi Logicarum DiTpur. A
propofttionemjn qua prardicatur dTcntialis dcfmitio dc caufali, non efse in
pri/ mo modo, patet,quia in primo modo dicendi per tc collocancur ea,qua: funt
de rationc dicente , hoc eft hoc , quod non rcpentur iu maiorc tlla
propofttione, quia animal rationale no eft propne,uerecp aptttudo hominis ad
ridendum/ed eius caufa,& propter quid, quare fcnfus ilhus propofitionis
eft,ut animal ratio nale fit caufa,a qua fluit aptitudo hominis ad ndcndum.
pra:tcrea,in primo mo do prardicatum eftde quiditatefubie&i,quod non
repcntur in illa propofttio/ nc, ct.i5 ft termini conuertantur,quia una
defraitio non eftde quiditate alterius dcfinitionis, non eflc etiam in fccundo
modo manifeftum eft,quia animal ratio* nale,quod eft in cafubiectum,tantum
abcft , ut ponatur in cfsentiah dehnicione prardicati tanquam differentia.quod
poftulat fecundus modus,ut potius dctini/ tioncm illam non iogrcdiatur, quia
cfsentiarfut dictum eft) non poteftcfscaha B cfsentia,(ed utique proptcr
quid,& caufa,a qua efscntia tlla cmanat, ficuti cft ani mal rationale
refpectu aptitudtnis hominis ad ridendum. demum non else in quarto modo
rcducibili uclad primum,uel ad fecundum,paret,quia nccpra? lu catum eft de
quiditate fubiccti,ex quo no reducitur ad pnmum, ncc iubicctuiu eft de
quiditate pra:dicati,quapropter non reducitur ad fccundum. Ent itaq; in quarto
modo ut quartus contra nonnullorum (entcntiam alTcrentium , qu ucu modum
nonconftderari in unicapropoficione; potisfima igiturefscnon potcft
demonftracio illa, in cuius maiori propofttione prardicatur efsentialis
derimtto de caufali, fcd tantum propter quid; quare maior extremitas in
potisftma de monftratione crit propria pasfio , minor uero erit illius
pasftonis dcterminata fpecies, non pasfto ipfa, dc qua concludatur cius
efsentialis definitio pcr aliam ciufdem pasfionis caufalcm dcfioitionem,quia (
ut diximus } demonftratio illa noti eft potisfima;medius autcm terminus non
poteftefse nifi quiditatiua defini C tio minoris cxtrcmitatis,
ideft,fubiecti,licct non fumatur ut quiditatiua fubiccti definitio,fed ut caula
efiicicns non ucra pasfionis,nam ft propria pafsio habet ut ftt a x quiditatiua
fubiedi dcftnitione, fcircqp fimphcitcr ex Ariftotele eft rem £ caufam
cognofcere,a qua res illa habet ut hc, mcdius terminus non poteft fe nift
quidtcatiua fubiccti dcfinitio, fumpta tamen ut caufa efflciens non uera
pasfionts, cui femper eft anncxa, ad dtfTerentiam caufa: cfTicicntis ucrar,qua:
no fcmpcr comitatur cfTcclum,ex quo patct, non cfsc ex mcntc philofophi corum
fentcntiam.qui dicunt, unam pasfioncm pcr aliam potisftma dcmouftratione o*
ftendi potfc. cum una non fit caufa ut altcra ftc, 0[ienditur }
omnespotisjimxdtmonftrationis propofitiones hatere prfidicatumuniucrfalc } fcu
pnmum. C*AP. III. ^/^Onftitutis potisftmac demonftrationis terminis ,
accipiamus loco cxcmpli ^illara uulgatisfimam, in qua concluditur , hominem
rifibilem clTc proptcr • ■ Liber Quartus 102 animal rationale, hoc pacto, animal
rationalc cft rifibiIe,homo cftanimal ratio, A nale, ergohomo eft riiibilis.
Omnes propofitiones huius dcmonftracioms has benc prardicatum primum, &
uniuerfale; dixi pra-dicatum primum, qma ha?c di" dio fprimumj non folum
fubiedo, ficuti (fecundum quod jpfum ) fed eciam prar dicaco (quidquid dicanc
aln) accommodari poteft,r U m dcnotet prardicatum im mediatum, uel lubiecti,
ucl caufar immediatione. Conclufionem illius dcmonftra tionishabcreprardicatum
primum primicate fubicdi, non indigct probacionc cum incer hominem,&
nfibile non cadac aliud fubicctum mcdium, cui rifibilicas primo infic, ficuci
manitVftisfimura eft, eam non Jiabere pra:dicacum primum pri micacc caula-, cum
inccr hominem, & rjfibilc cadac caufa mcdia,uidelicct,animal rationalc, pcr
quod rifibihcas incft homini; eft icaque conclufio illa mediata &
immediaca,mcdiaca mediacione caufa*,ahoquin non polTct dcroonuTari,immcdia
taueroimmcdiacionefubieai.aliccrnon habcret prardicatum uuiucrfalc, quod B
prarter nexum dehuiciuum rcquiric fui cum fubiedo conucrfioncm. minore quo que,
uideliccc. homo eft animal rationale, haberc prardicatum pnmum omni pri mitace
clarum cft, cum incer dcfinicionem quiditaciuam , & defiuicum mhil ca^ dat
medii, ldcirco haberc prardicacum uniuerfale. ultimo, maiorcm propofitioa ccm
habere & ipfam prardicacum primum primitatc caufx compertisfimum eft cum
intcr animal rationale, & nfibile non cadat alia caufa media , a qua
rifibi! litas habcatut fit, & conferuccur. Cum itaquc prardicatu.n
primum.uel uniucr falc prarccr ncxum defmitiuum dicat femper adarquacioaem fui
cum fubiefto col ligicur, pra?dicaca prima, fiue uniuerfalia non ciTc nifi
cria, uidclicec, tocam defi, mcionem, ulcima difTerencia,& propriam fpecici
pasuone,quonian hxc folu cria funttermini pares,# conucrtibilcs; colhgitur
ctiam , potisfimam demonftracio nem non reperiri nifi in tcrminis
conuercibihbus, \l v r '"' : "'
tur in fecundo modo dicendi per fc , quia in huiufmodi materia non
infunt pro/ prictates fpccificar, ucrum fi in aliquo modo dcbet collocari, uon
poteft colloa cari nifi in primo, non principalitcr, quia in co prardicata funt
formalia,(ed con fequcnter, ueluti caufa fihe qua non potcfl forma fubfifterc,
idcft , ueluti uehicu lum defcrens formam, licet Latini aliter fentiant, uolunt
cnim matcriam cx qua non fecus,ac formam,efle in primo modo dicendi per fe, cum
cx corum fenten/ tiatota rciquiditas conftetex tali materia, & forma. quam
opinioncm philolb/ phi fententia: repugnarc fupcriore libro capitc duodecimo a
nobis difputatum fuit. cum cxplicatum fit in quo modo diccndi pcr fc fit
conclufio, uidendum cft in quo modo fit minor propoficio,uidclicct,homo eft
animal racionalejdicimus, cam eflc in primo modo, quia pracdicatum non folum
eft de quidftatc fubicdi , fcd eft cius ipfamct quiditas,fcu definitio
quiditatiua; nec poteft in alio modo rc peririminor propoiitio potisfima:
demonftrationis, quia non demonftracur pro pria pasfiodc fubic&o in
huiufmodi demonftratione nifi per eiufdem fubiecli dc iinitionem, quarin primo
modo primar figurar fubiicitur in maiori propofitionc pasfioni
dcmonftranda?,& in minori dc fubie&o prardicatur; nec obftat minorem
aliquando rcpcririin fecundo modo , quando , fcilicct, demonftratur pasfio dc
lubic&o pcr aliam ciufdem fubic&i pasnonem, quia dcmonftratio illa non
cft po tisfima, ut fuo loco declarabitur. ln quo modo dicendi per Je reperiatur
maior prcpojitio iffius potisfimt demonjirationis . •.**ft:W*gi->**l-» wwrmjri 2u$Lcwc rrumsk
^i^^itss^HB/fUfum V M dixcrimus in auo modo diccndi pcr fe rcpcriatur
conclufio,& minor propofitio illius uulgatisfimardcmonftrationis^quam loco
exempli accepi mus, rcliquum cft, ut uidcamus in quo modo fit maior propoficio
, ncmpe, ani» mal rationalceft rifibile. non eft in primo, tum quia prardicatum
non cft dequi ditatc fubie&i, tum quia ctiam in illa propofitione non
ponitur uera caufa fors malis rifibilitatis. noncft infccundo, quiafubic&um
non cft decflentia prardica ti, nam animal rationalc non cft ncq; gcnus, ncq;
diflcrcntia rifibilitatis, non cft icf Logicarum Difput. ctiam in tertio, quia
in eo collocantur folum fubftantiar primar , quarfignificanc A Jioc aliquid,
cVde fubieclo non prardicantur. Bric igitur propofitio illa in quar/ to modo,
in quo collocantur caula? excerna:, uidclicet, dTiciens,& finalis, nam
animal rationale quatenus cft extra rifibihtatcm, & illam cflicir, dicitur
cius caufa cfFiciens, dicitur etiam caufa finalis, quia rifibilitas rcducitur
ad animal ra tionale, tanquam perfe&ibilc ad fuum pcrrcciiuum. cum itacp
animal rationa^ Jc refpc&u rifibilitatis fit tfTicicns , 6V finalis caufa ,
fequitur , propoficio// riem illam cflc pcr fe in quarto modo , qui rcduci
poteft ad pnmum , & fccundum ♦ voiq jDt^t^iioa tn~ • i HtomMictl r*\ ijvp t
bl -i m n wnz Ah otfcrft Qhnvmm tuj NonnuHorum fententia , ejuA etiam commmis
efi 3 circa rnai orem frofoftttonem , ut ftt in fecnndo 3 non in qUartomodo
dtcendi per fe . \.A.. EX altcraparte nonnulli communem opinioncm fequentes,
aflerunt, maio/ rcm prcpofitionem c(Tc per fe fempcr fccundo modo,nec minus ,
quam con clufionem» ut autem hoctacilius declarcnt , inquiunt , elfc in
memoriam ea o* Jtnnia reuocaoda, quar dixerunc dc duplici cmanatione accidentis
proprii a x fubic cTo,ncmpc, tanquam £ materia'cxtcrna, in qua recipicur,
''"'•' «b'*m> pnk:itA anh n ;*J|d;in uitjifcrTiq majf^uicv;^ SorqiW';!
. Uxcopinio tCfUA communig eft , impugnatur. . zijiiDQtfi^vpv.' 1 ' /5 Wjfflu)
'HJj«ni4£$u >^,oii v )h i "jH>yjb')i xnulir muborn hs TT AE C
opiniojicct fit communis,non uidetur mihi undequaq? tuta, quare, 4 cum
philofophandi uia nemini fit intcrclufa , ueritatis amore ductus non
uereboream,quantum in me ent, huncinmodum impugnarc; ncmo fanarraeu B tis
cft,qui non intclligat, rationale fignificare formam hominis, & denotare ma
teriam,uidelicet, carncs,& olTa, fcd quarritur pro quo intelligatur
rationale in illa propofitione, uidelicec , racionalecft rifibilc,uel folum pro
cfficiencc abfq; maceria,idcft, pro forma hominis, quar nfibilitatis eft caufa
ffhciens.ucl pro crti cicnte in maccria,ideft,pro homine compofito ex matcria,
& formajfi refpondea rcnt,illudintclligi pro compolico ex materia, &
forma , multafequcrentur abfurda,& primo,minorem potisfimat dcmonftrationis
ncn efsc pcr fe,nam fi ra tionaleinfubiecto maioris intelligerctur pro hominc
com|>ofito ex maceria, & forma, intelligereturetiam procodemin
prardicato minoris,alioquin medium non efsct idem in utraq; propoficionc.acqj
idco ratio efsct in qiutuort?rminis; fi itaque m ambabus propofitionibus
intelligerctur pro eodem , crgo dicere in minon,homocft rationalis,efscc pcrinde,ac
diccre.homo cft homo, qua- propo* fitio,licet fic uerisfima,non cft per fc eo
modo , quo decermihatum cft pcr fe ex mencc philofophi in primo pofterioru
contexcu nono. pra*terca,concctsa huiuf modi fenccncia,medium non cfsec excra
efscntiam pasfionis dcmonftrandar con C tra Aucrrocm in fecundo poftcrioru com.
trigcfimo octauo,6V contra feipfos, afserunt cnim alibi, omnem caufam
efficientc,quarcunquc illa fuerit,ucl interna, uel cxtcrna,cfsc cxtra efsenciam
erTeccus; deducicur confcquentia , fi rationale, quod pro mcdio fumitur, idem
efset,quod homo,& homo eft pars efscntia? rifi fibilicatis
demoftrandar,quia in eius definicioneponiturutdirTcrcntia, rationale quoque
efset pars efsentia? eiufdcm rifibilitatis,ergo medium non cfscc cxtra cf
(entiam pasfionis demonftranda*. Vltimo fcquerctur, quando defmimus rifibilia
tatcm pcr homincm , dum dicimus, rifibilitas cft aptitudo hominis ad riden-»
dum,ut pcrindc etTet,ac fi dicerctur , rifibilitas cft apcitudoracionalis .id l
ridcn dum,crgo fruftra cfscntiali nfibilitatis dcfinicioni adderctufr cius cau(
>,ihoquin uercc nugacio in tota rifibilitacis definicionc , quonfam idcm bis
rcpctcre rj tur, diccrccuim cogcrctnur, risibilitas cft aptitudo racionalis ad
ridendum P 107 Logicarum Difput. proptcr rationale, fcu , rifibilitas cft
aptitudo hominis ad ridendum proptcr jiomincm.Si ucro rcfpondercnt,ibi
rationalc intclligi folum pro efFiciente abfs quematcria, contra corum
determinationem maior propofitio noo efsct.ficuti conclufio,in fccundo modo
dicencji pcr fe,quoniam in fccundo modo, no fecus ac in primo,pra?dicatum dcbet
incfsc fubiccco , quar conditio non rcpericur in ca propoficione, rationale eft
rifibile,quia ex eorum fententia neutrum alteri iu» t ft.cum itaq; rationalc,
fcu animal racionalc, licec dc nocct maccnam, incelligaa tur in maiori
propoficione folum pro caufa etTicicntc , quoniam de eo fecunda buiufmodi
fignificatum prardicatur rifibile; melius fortafse cric diccrc,maiorerm illam
propofitionem ciJc in quarto modo diccndi pcr fe, qui huiufmodi caufam, &
hnalcm poftulat,pro ut tamen rcducibilis eft ad fecundum. quomodo autem ad
modum illum rcducatur,declaro,& dcclaratio fumitur cx iis , qua? fupcrius
in quarco capicc noCauimus,fi cnim rifibilicacis racio fumacur
propricideft.fine caufa,propofitio illa maior,quar eft,animal rationalc cft
rifibilc, feu, rationale eft rifibile,non eft pcr fc in fccundo modo, quia
rationalc non eft ncq; gcnus , neq; ditferentia rifibilitatis , & propterea
non cft de cius propria ratione ; uerum fi ciufdem rifibilitatis ratio accipiarur
largo modo, pro aggregato, fcilicct, ex uc ra cfscntia,& eius caufa,tunc
illa propoucio eft in fccundo modo diccndi per fe, quiaeius fubiectum eft dc
rationc prardicaci,non camen ica proprie , ficuci con/ dufio,propccrcaquo x d
fubiecCum conclufionis cft compofitum ex matcria,&for ma,atq; idco cft
fubjcctum propofitionis,& rei,feu inharrentia*,&pars cfscntialis
rationis prardicati,cum fit cius dirTercntia,cui quidcm fubiecco ucrc pasfio
dici* tur incfse; fubiectum autcm illius maioris eft folum fubic&um propofitionis,cti
fit forma rationciiominis,& caufa cfriciens non uera,quar fapic naturam
formx, ratione rifibiliratis, in cuius integra definitione ponitur ut pars, pro
ut,fcilicet, eft propter quid, & caufa cfficiens,a qua
rifibilitas,efsencialifqj eius ratio rluit,& cali fubicctonon ineftproprie
prardicatum,quar condicio,uidelicec, prardicatum ineflc fubiecto, rcquiricur ad
ucrum fccundum modum dicendi per fe; fcd dicu tur ci inefsc, quacenus ab co
emanat,& hac de caufa maior propolitio non cft propric in fecundo modo,fed
ad illum reducibilis, nam ad cum reducicur quar cus modus,quando demonftratur
propria paslio dc fubiecto, ad primum uero modum,quando dcmonftratur
cfsentialis pasfionis definitio de ipfa pasfione, rti mirum.aptitudo hominis ad
ridcndum dc rifibilitatc pcranimal racionale hunc in modum , propter animal
rationale cft aptitudo hominis ad ridendum, fed ri fibilitas
eftpropteranimairationale,ergo rifibilitas cftaptitudo hominis ad ri* dcndum.
in hac dcmonflratione,licct potisfima non fic,ucin fupcrioribus demo ftratum
fuic , minor propofitio eft in primo modo,ficuti & conclufio , cum animal
rationalc , quod cft prardicacum illius propofitionis , fit dc ratione ri>
Gbilitatis,quar fubiectum eft,fi accipiatur tota ratio,ideft,racio cum caufa,aoimal
enim rationale eft caufa efTeutiar rifibilitatis . cum itaq; in quarto modo ,
ficuti in primo,&in fecudo.fiSc propofitiones,neccfTe cft,ut caufa cxterna
fit uel prardi catu,uel (ubiectu;fi rucric prardicatu, tunc quartus modus
concurrit cu primo, Liber Quartu! 108 ficuti cnim in primo modo prardicatum
ponitur in dcfmitione fubiccti , ita etia A in quarto, qui tamen ab co
diftinguitur,quoniam prardicatum in primo modo L ucleftquiditasfubiccti,ut,
homo eft animal rationalc,uel pars quiditatis,ut,ho/ mo cft animal,&,homo
eft rationahsjin quarto ucro prxdicatum eft fcmpcr cx tra efsentialcm fubiccti
rationcm proprie acceptam.ut patet in illa propofitio/ nc; uidclicct,rifibihtas
eft animal rationalc,fcu, rifibilitas eft proptcr animal ra* tionale, ncquc
cnim animal rationale eft efsentialis ratio rifibilitatis , neq? pars eius, fed
caufa,a qua rifibilitas,& cius efscntia ortum ducunt; fi autcm caufa illa
cxternafueritfubicctum,utuidereeftin illa propofitione,ammal rationale cft ri
fibilc.conuenit tunc quartus modus cum fccundo,quiaficuti in fccurido modo
ponitur fubicctum in definitionc prxdicati, ut, homo in dcfmitionc
rifibilitatis, ita in quarto animal rationalc ponitur in eiufdem rifibilitatis
dcfinitionc ; differt tamcn quartus a fccundo , quoniam in fccundo modo
fubiectum fu* mitur pro compofito cx materia , & forma , idcft , pro
matcria in qua , & -cftpars cficntiar prardicati, in quarto autcm fumitur
iolum pro cfficientc B i abfquc matcria , & cft extra efscntialem
prardicati definitionem . de fenfu 'tiero carum propofitionum , rationalc eft
rifibile, & e conuerfo , rrfibile cft rationalc,ut,fcihcct, in quo fubiccto
incft rationalitas, in codcm infit riftbilitas, cV in quo fubiecto incft
rifibilitas,in codem initt rationalitas , quia neutrum rc uera altcri incft,fcd
utrunquc alicui tertio,dubia res eft,nam pofita ucritatc hu/ ius dicti,
fcqucrctur primo,rifibilitatcm non inefsc fubiccto a Logicarum Difput,
Exfcntcntia nonnuUorum Ariftotclts artificium dcdaratur circa quartum modum
diccndi pcr (c. . Li C E T quartus modus potisfiroa: demonftrationi fit
utilis.quia tamcti cft hoc ex accidenti, ideft,raro,nam raro cucnit, ut caufa
efTiciens,qua: col> locatur in quarto modo,cum cffc&u rcciprocctur,
& pofita ponat , atqj ablata aufcrat,ficuti fc habct tcrrar obiedio cum
lunar dcfc&u,hinc nt, ut nonnulli affir rocnt, quarturo modum ab Ariftotelc
omifsum fuifsc in modorum utilium e* numcrationc,quam fccit in dccimo contcxtu
fccundum fc&ionem uctcrcm,quo niam in Difciplinis nulla ratio habcnda eft
eorum,qua:cx accidcnti funt, & ra» ro cucniunt,aiserunt tamcn,Ariftotelis
artificium expeodentes, non omnino ab B coneglc&um fuifsc; fiquidem in
quarto capitc primi libri Poftcriorum poft quam modos omncs diccndi pcr
fe,& per accidens cnurocraucrat, docct,duos priorcs habcrc nccefsarium
tcrminorum connexum , dc quarto nihil dicit ; in fcxto ctiam capitc
probans.principia dcmonftrationis cfsc pcr fe, ac ncccfsaria, cos tantum duos
modos confidcrat , ut in ca partc legere pofsumus, qua: inci/ piensa'contcxtu
quadragcfimo quarto dcfinitin quinquagcfimumfcxtum fc CUndum frftionem
Aucrrois, in quo conclufionem facicns omnium,qux dixc* rat,inquit(pcr fc igitur
oportct & mcdium tertio,& primum mcdio incGc. ) qui bus ucrbis
fignificatfc loqui dc illis tantum prsedicatis,qua: infunt in fubiectis, non dc
difiundis, proiade dc duobus tantum prioribus modis, non dc quarto.
itaquciAriftotcles pro illa tantum demonftratione rcgulas ibi tradit,qua:
fitpcr intcrnas caufas^ion deilla,qua: fit pcr cxtcrnas,quoniam raro
contingit,utcaa (a cxterna ad demonftrationem utilis fit ; uoluit tamcn
demonftrationcm pcr C caufas cxtcrnas reducendam cfsc fub rcgulas,&
prjeccpta cius , qua: fit per cau fas intcrnas,idq? ab Arillotclc notatum.atqj
prarceptum fuifsc pnmi illi animad ucrterunt , # eft (inquiunt) magnum
philofophi artificium nemini cognitum; locus,in quoid tcftatum rcliquit
Ariftotclcs, eft particula fexagcfima quincta fccundum Aucrrois partitioncm
primi libri pofteriorum,ubi loquitur dc (cien* tia.ac demonftrationc
eorum/quarfarpc fiunt.cum cnim in prarccdcnrc cius lie bri partc potisfima:
dcmonftrationis conditioncs docuiflet,&eas tantum dcmo flrationcs,quar ex
internis caufis fiunt,refpcxifsct,in his cnim locum habcnt duo foli priores
modi diccndi pcr fe; poftea uidcns facile cucnturum cfsc,ut cas, quae pcr
cxtcrnas caufas fiunt,a v gcnerc dcmonftrationis rcpcllcrcmus,admonc/ rc nos
uoluit , eas quoq; cfsc ucras dcmonftrationes,carumcp principia , fi re&e
confiderentur , cfsc ncccsfaria non minus, quamilla , quar. inaliis dcmonftra n
tionibus afsumuntur» Liber Quarcus no Impugnantur ea 3 qu& infuperiore cap.
difta funt. A C A i ,ft ( . j __ _ _ r , , - . - k *_• n . mmjm t . #v*> i ,
* ** ' iii *4 t ■ i f h 1 1 > W I «V ARbitrantes nonnulli accidentibus , tum
a fubicfto , in quo inhacrcnt, tum a caufa, a x qua producuntur, cmanantibus ,
ut uidcrc eft dc Lunar defe&u, & huiufmodi aliis, caufam effearicem,
uon fubicaum , cxiftcndi nccesfitatcm indu/ ccrc,ut id, quod dicunt, facilius
intclligatur , confcrunt accidcntia harc cumi]^ li$, qust ab intcrna caufa
fluunt , fic cnim manifcftior fict corum ncccsfitas. di^ aum ab illis
cifyccidens proprium pcndcrc a (ubicao tanquam a duplici cau^ fa, uidclicct, ut
a matcria cxtcrna, & ut ab efficicntc pcr cmanationcm, ucluti n fibilc ab
hominc, quia latct in hominc cauia cffcarix rifibilitatis , quar cfl ipfa ho
minis forma; igitur fi ficri poffct, ut har duar caufar rifibilitatis a fe
inuiccm fepara rcntur,cV cffctin homine rifibilitas , in quo ratiooahtas non
ineffct^neccffariurri non effct,hominem rifibjlcm cffc, fcd poffct non cffc
nfibilis , quia refpcaus, quc habet homo ad rifibilitatem,cft refpeaus fubicai
recipientis.cV potentiar pasfiu*, quar dicitur cffe potentia arquc rcfpicicns
utrunque oppoficum; homo lcaq; qua tcnus cft materia,cVfubicaum rifibilitatis,
nullam illi accidcnti infcrt cxiftendi nccesfitatcm, fcd tam habcre,qua x m non
habcre illam potcll quoniam igicur fc> iunaa caufa effearice non eft
neceffanum homincm cffc rifibilcm.fi abfquc illa ri fibilis effc poffet, ca
fola cft, quar illi accidcnti ut in hominc infit neccsfitatem im ponit ; idco
rifibilitas neccffanacft homini non propter pendetiam abco ut a ma tcna
rccipicntc, fcd proptcr pcndcntiam a v caufa fua effearice, qua: cidcm (ubie Go
infita cfl. fimili ratione in accidentibus, quorutn caufa cflfearix externa
cft,U cam mcnte cum fubicao .accidcntis coniungamus , accidcns fcmpcr incft non
tT.inus.quam illud, quod caufam intcrnam habct , & hac rationc
ciusinharreiv tia fit ncceffarja propter uim caufar efflcicntis; pcndent cnim
harcquoque accide" tia & afubicao tanquam matcria,* a caufa
produccnte; at it* co djfferunt, quia Liber Quartus 112 fubicaum,& caufa
produccns non funt coniunda, ut in illis, fcd difiunaa; itaquc A 1, fubicaum
non accp,amus folum, ac nudum , fcd unitum uirtutc caufa- eflcien t,s, accdcnua
,lla funt ci ncceflaria; ut Lunam f, confidcrcmus cum ob.cdionc tcrrar , nccdTc
eft ,n ca ficri cclipfim , fed non cft neceflarium dum folam Lunam refp,cmus
ergo accdentia harc,quar rationc fubiefli non fcmpcr funt.femper ta men funt
habita ratmne caufar , quia ccrtam caufam nccelTario confequuntur, Ex h,s autem
fum,tur facilisintcrprctatio quorundam ucrborum ArifLehs in pnmocap,tc fccund,
libri Pofteriorum, quar licct iGrarcis optimc dcclarcntur mult,s tameft negocum
facclTunt; loqucns ,bi Ariftotcles dc quarftione ,Ila co I plexa qua» uocatur
proptcr quid, dicit, pcr cam quarri caufam corum , quar per fc, ucl pcr accdcns
,nfunt alicui; uidctur itaq ; illa, quar per accidcns pr*d,can. tur, ad
demonftranonem admitterc, quod quidcm nulla rationc uidccur cflc co ccdendum;
Grarc, fic mtcrprartantur; pcr fc infunt , ut in hominc r,fib,Iitas pcr accdcns
ucro, ut ccl.pfisin Luna ; cft cnim cx accdcnti dum folius Lunar ratio habetur,
attamen cft pcr fe adhibita caufar cxtcrnar confidcrationc,pcr fc finqua) 1
lecundo modo, qu,a m dcfinitionc edipfis ponitur Luna,atnon poncretur (Tnul la
elTet cxtra Lunam caufa, quar Lunam cogcrct obfcurari, caufa namque extcr na
factcchpfim neceflario, & perfcin Luna inefle. Eft autem aducrtendum nc
propter amb.gu.tatcm in d.fT.cultatcs labamur, duo efle genera eorum.qu* no
femper f.unt, .dcocp cx accidcnti flcri dicuntur; illa cnim, quar cafu
cuen,unt,cx accdcnt, funt, & fub fcentiam, ac demonftrationem non
cadunt,quoniam raro fiunt non folum hab,ta ratione fubicdi, fcd ctiam habita
ratione caufar , nullam en,m certam caufam neceflario cofcquuntur.quia flunt
prarter intcntionem cau fe efficcntis, quar pcr fc aliud quidpiam efficerc
uolcbat; eclipfis aurem raro f,t & (ubfccnuam cad,t, quia rat.onc tantum
fubied, raro fit , fcd fcmper rationc caufar: corum igitur, quar raro, & ex
accidenti fiunt , al,a fub fcicntiam cadunt aua non cadunt . ' Impugnantur ea y
qu* modo notata funt.. , C J7 X imposfibili illa fuppofitione ut per
comparationem caufc externar cum mterna declarare po(Tcnt necesfitatcm eorum
accidcncium,qu* excra fubie, o2t ' , n 7 tUm ' Ut P ro P° fit r„ alTcquantUr '
Ut P° tius °P° rr «' la oon eft caufa
fufTiciens ad oftendendum eclipfim inellc Lunx, quia prarccr tcr rgc
intcrpofitioncm requiritur ctiam Lunam efte modo prardido difpofitam ad
cclipfis receptionem, fi crrim Luna non a x folc , fcd dc fe lumen habcrct , a
cerra interpofita minime prohiberecur lumcn illud , nequcctiam prohiberccur ,
con cefto eam a" folc lumen recipere , fi ci diamctralitcr non potfet
opponi. Ex quo clarepatet, dcmonftracionem deeclipfi Lunarper folamtcrrar
interpofitionem oon clTe potisfimam , cum fic conftruda per caufam non
fufficientem. Quodat/ tinet ad uerba philofophi in iecundo Pofteriorum capitc
primo,ca non uidctur fufciperc cxpofitionem,quam ponunt, per illa .n. , qux
infunc p (e intclligit A/ riflotclcs ea,quar infunt scper,uc nfibile m
homiue.per illa uero , quarinfunt per accidens, intelligit ea,quar mfunt raro ,
ut cchpfis in Luna; fed dato,philofophum B accipcrc( per fe)ut lonac uox ,
& (per accidcns ) pro ut contradiftinguitur a per fe , conccdimus, habita
folum matcriar Lunar confidcratione abfq; eius na/ cura , eclipfim ineflc ci
pcr accidens, non pcr fe m fccundo modo , quia fecun/ dus modus fundatur in
materia in qua , quar eft fubicftum actu exiftcns, compo fitum cx maccria ,
& forma ; negamus camcn eclipfim ctTc in Luna pcr fe in fc/ cundo modo
adhibita caufar cxternar confideracionc , quiaper eam Luna non cfta&u Luna,
&. propcerea non eft materia m qua ad fecundum modum rc* Cjuifita , fcd
utiquc adhibita Lunarnatura, per quam Luna eft aclu Luna , & lubicctum
requificum ( utdiximus) ad fccundum modum djccndi per fc abfq; «errar
interpofitionis confidcrationc . dcmum circa llla duo genera eorum,quar -non
fempcr hunt , quando dicunt , cclipfim raro fieri, & fub fcicnciam cadcrc ,
t quia raciOnctaritum fubieai raro fic,fcd fcmpcr rationc caufar; dict jm hoc
quo ad utranquc partem patitur diflicultatem, cV pnmo quo ad primam , quia non
C raro , fed nunquam fit cclipfis habita folum rationc fubie£ti , fiue illud
fit materia abfquc forma, fiuccompofitum exmatena,& forma , cum eclipfis ,
eo quia actus eft , non (olum a natura fubic/ cti, fed etiam a v terrar
intcrpofiriooc rluat tanquam ab obieclo extra . Secundo , cV ultimo quoad fc/
cundam , quia pcr caufam intelligunt tcr/ rar intcrpofitioncm abfque Lunarnaa
tura , quod non admodum cum ucntatc conucnu rc difputatum f: ' . -winoq t :
" qsnu «ij. , n - cfc. icii* : 0 f cofi3oirm & , f:: niicnfOOD mtjpilc
cnxlucj isq aoa t iyjiyiii&Mw . Logicarum Difput. Ex aliorum fentcntia
quomodo demonftrationis faBdpercau fam externampropofitiones 3 (f conclufio
fint pcrfc* r A Sferentcs,dcmonftrationcm , qiw tam pcr extcrnam , quam pcr
intcrnarri caufam fit, potisfimam ciTe,dcclaratis iis, quar ad dcmonftrationcm
pcrcau famintcrnam fpc&arc uidcbantur, cxplicarc nituntur quomodo in
dcmonflra^ tionc pcr caufam cxtcrnam , nimirum , quando demonftratur cclipfis
dc Luna per terrar interpofitioncro, propofitioncs, cV conclufio fint per fe»
uerum ut id fa. cilius perficcrcnt, duobus modis demonftrationcm illam
formandam cfTcexifti mant,primo fic,Quod prohibetur radiis folaribus a N tcrra
obicda,id oblcuratur, atqui Luna prohjbctur radiis folaribus a s terra
obie&a , Luna igitur obfcuratur; B Secundo autcm modo hac rationc,
iilud,inccr quod,& folem terra interponitur, obfcuratur, at intcr Lunam,6V
folem tcrra intcrponitur, ergo Luna obfcuratur» fed utcuque formetur
dcmoftratio, non facit fide, nifi tanqu5 notum fuppona-» mus,Luna? lumen a N
radiis folaribus efTici» dc maiori propofitionc, ac prardi&aru
demonftrationu coclufione claru eft in quo modo perfe fint ; conclufio .n. fccU
du Ariftotclis prarcepta cftin fccundo modo diccndi per fe,cum fubic£tu,cui
prac dicatum incft, in eiufde prardicati definitioneponatur; maioruero eft in
quarto modo,cuni ibi fic pofica caufa cxterna,quar idonea eftad
dcmonftrationem, quo niam adepta cft fecundi modi conditioncm, habct cnim
fubieclum, quod in prar dicati dcfinitione accipitur. de minori autcm propofitionc
quomodo fit pCr fe non eft facile demonftrare, nam in ea prardicatur dc Luna
intcrpofitio terrar,fcu impcdimcntum fciclum a terra interpofita , quorum
tcrminoru neuter altcriufc caufa cft. mulci ad lioc mulca dicunt,fed
rcli&is alioru rc.ponfionibus,e5 omniu C tutisfima c(Tc cefcnr,ut
aileucrcnt, minore illa propofitione nullo modo efle pcr ic; quod dicunt non
eflcita abfurdum,ut uidccur , fi naturam dcmonftrationis , finemcp
fpe&emus, c\ uerba philofophi rc&e, ac profundc perpendamus; finis ,na
cogni tio fubicrii jj demonftrationc non quarritur,fimilicer neq; cognitio
medii,fed,& fubicdlum, cV mcdiurn antcdemonftrationem cognita fupponuntur;
cota igitur uis demonftracionis ad affe&ionetn quarfita dirigitur; promdc
ca fola in dcmon^ ftrando attcndcda fiint , quar ad ipfius affe&ionis plcna
fcientiam requiruntur t ha*c cum multa finc, duobus tamen prarcrptis omnia
perftringi poflunt,cum .n», affe&io pendeat tum a N fubicclo, tum a N
caufa,quod ad fubie&um attinct, uult de^ monftrari de proprio fubie&o,
cuiprimo ineft, non dc aliquoalio , uc rifibile dc homine, non de animali,
& trcs anguli arquales duobus re&is dc triangulo, non dc arquilatero ,
ncque dc figura;.quod ucro attinct ad caufam , uulc dcmon* D ftrari pcr caufam
proximam , & fibi acquatam , qua una pofita, ponitur , & qua ablata,
aufcrtur , non per caufam aiiquam communem , & rcmotam» harc A •3U Liber
Quartus u * duofiadfint, non cft dubitandum, potisfimam, ac prarftantisfimam
eam demon ^ ftrationem elTe, cum de re propofita nulla potior cxtrui queat; hoc
autem dum dicimus, aflcrimus in demonftratione fumme eflentialem connexum cffe
dcberc affeclionis tum cu medio.gquod demonftratur, tum cu fubicclo.de quodemon
ftraturj mcdii ucro cum fubie&o non eft ncceflarius talis cflentialis
connexus nc quc rcquiritur ut alteru altcrius caufa fit, cti ncq ; fubie&um
proptcr mediu , nc que mcdiu proptcr fubicdu in demonftratione fumatur , fcd
utrunquc propter affe&ione. Ha:c omnia ita ucra sut,ut ex ipftus rci
infpcftione omnibus nota efle dcberent, fi tcmponbus noftris philofophos
haberemus, qui rcrum naruras per^ Ccrutado philofopharctur,nec folu uerbis
Anftotelis addi&i.eao^ farpius perpcra" intclligetcs,ad ea rcs ipfas
accommodarc foliti eflent,nil aliud quarrcntes, quam quiddicat Ariftotcles,
nequealiunde,quam ex ipfius uerbis argumeta ad oium cognitione,&
eoprobatione fumetes. hacfua rationc cofirmant Ariftotelis au/ cloritate in
fecudo Poftcrioru, ubi fa-pe dicit,potisfima ce ea demoftratione,qua cclipfis
de Luna dcmonftratur £ obie&ione tcrra-Jicctpropofitio minor in ca ^
demoftratione no posflt ullomodo ee £ fe» nec obftant uerba Anftotelis in par
ticula illa quinquagefima fexta primi ljbri Pofterioru dicetis,
>>«>(>* (' tCwi j •.•orn*o u0fl;3u0ia.iuu(jiu aijii^ib /. j
iiviu/inoj i»rntx QuAin/uperiori capite diBafunt magna exparte
confutantur. . -* • f t /■* 9 * rft ffi
• • f T* ' f*f* '\ I M * ttftifif 1 #*• f • « k f } f 'i i f i r • ^ tt *C '1 l
f f* * t ( ( f #**f i I ""h '\ m r • *"•' ' Ju " ■
NVllapotcft dari potisfima dcmonft'ratio(fiuc fiat illa per externam.fiue per
ioternam caufam)quar nou habeat omocs propofitioncs perfe; quod fipro C batu
fucrit, non folum aliis, fcd ctiam ipfifmct abfurda fortafle uidebitur refpo
Tio illa,quam tutisfima efle arbitratur, ut, fcilicet, minor propofitio
dcmoftratio nis dc Lunar dcfcdu per terra: interpofitione,qua dicunt eflc
potisfima.nullo mo do fit p fe. & primo ad id probandu acdpio pro fundameto
ea,qua: ipfi ahbi co codunt,ut,fcihcct, fpcr fc ipsu, & quatcnus ipfum,
nihil aliud fignificarc uidean^ tur,quam percflentiam propriam ,quando cnim
fubicdum per fuam eflentiam babet aliquod prardicatum,dicitur per fc
ipfum,& aaatenus ipfum illud haberc, quafi dicatur, ex eius fubiecli
elTcntia, non cx aliarationc illud prardicatum fubicclo compctere. ) pofita
huius fundamcnti,quod cft ctiam philofophi, uc/ ritatc , argumentor hunc in
modum; Conclufio formata: demonftrationis quar eft , crgo Luna cclipfatur,
habct quatcnus ipfum , feu fecundum quod D ipfum , idcm cnim fignificam
,alioquin non ciTct qua-fitum potisfima dcmon» ii7 Logicarum Difput. ftratione
demonftratiuum,ergo pcr iactum fundamentum eclipfis dcbet compe A tcrc lunar cx
ipfius lunac cfscntia , non cx alia rationc; fed per Anftocclcm affe/ fiio
alicuius fubiecti non poteft dc co demonftrari nifi per caufam, propter qua
talifubicaocompctit.quarquidcm caufain uirtutc ipfius fccunduro quod ipfii oon
potcftcfsc nifi ciuldcm fubiccticfsentia,mcdium igitur ad demonftrandam cdipfim
dcluna crit lunar cfscntia, non autem alia ratio, crgo minor propofuio» non
poteft cfsc nifi per fc, cum in ea mcdium de fubiecto,cuius cft efsentia, prav
dicetu^fedpcrcosillanoncftpcrfcjcrgodemonftratiodc lunar dcfectu non cft
potisfima contra propriam corum dcterminationcm.ncc confugcrc pofsunc adillud
nouumdogma dcduplici (ipfius quatcnus ipfum) fignificacione,dc qua duplici
figniucationc fupcrius difputatum fuit,quia ratio illa interna.quac rcqui ritur
ad quatcnus ipfum,pro ut idcm eft cum prardicato uniucrfali , non potcft e(sc
nifi ratio fubiccti, merito cuius ftatim fequitur.minorcm propofitionem de
bcreeffc perfcin omm potiffima demonftratione. nifi dicant, aliud cfsc ( quate/
B nuripfum} in demonftrationc potisfima, quac fit per caufam intcrnam, aliud in
dcmonftratione potisfima,quac fit per caufam cxtcrnam; quod quam fit cx men te
philofophi ipns iudicandum rclinquimus.Sccundo, & ultimo , ad illud idcm
probandum accipio altcrum phnofophi.cV corum fundamcntum,ut,fcilicct,pro
pofitionon posfitdici dcmonftratiua,nifi fit necelTaria necesfitatc omncm con/
tingcntiam cxcludente,quac nuncopari lolct nccesfitas
cfscntialis,feu,fimplicitcr t hoc iacto fundamcnto,arguracmorfic,mmor illa
propofitio ,at intcr lunam,& folcm tcrra interponiturjteu^lunainter
fe,& folem pacitur terrac interpofitionej ucl eft dcmonftratiua, uel non
cft; fi non eft demonftratiuajdcmonftratio potif (ima conftabit cx aliqua
propofitionc non dcmonftratiua, quod cft inconueni/ ensj fi ucro cft
dcmonftratiua,pcr fundamcntum crit ncccftarianeccsfitatc om« nem contingcntiam
cxcludcnte,fcd huiufmodi non potcft clTc, nifi habcat prav dicatum uniucrfale ;
uerum non potcft propofitio dici uniuerfalis , quin fit pcr C fe,cum minus
comune,quod eft ipfum uniucrfale, contrahat ad fc communius , quodcft modus
diccndi per fc , crgo dc primo ad ultimum ; fiilla propofitio cft
dcmonftratiua,dc ncccsfitatc fequitur,ut fit per fe; formetur itaquc ratio ca
tcgorica hunc in modum, omnes propositiones ncceflariac ncccfsitatc cfscntialS
funt pcr fe,fcd omncs propositiones cuiushbctdemonstrationis potifsimar,uel Ct
illa a caufa intcrna, ucl a x caufa cxterna, funt nccefsariar neccfsitatc
efscntiali, crgo omncs propositiones cuiuslibct demonstrationis potifsimar,
siue sit illa a caufa interna,siuc a x caufa cxtcrna,funt g fe, minor igitur
illius demonftrationis dc lunar dcfectu propter terrar intcrpositionem contra
corum fententiam erit pcr (e,alioquin no cfTct ncccfTaria simplicitcr,atq; idco
non elTet demonftratiua» maior huius rationis non indigct probatione , cum cx
fundamcnto etiam ab illis concefso ucritatem fortiatur;& minor cft
philofophi rationeprin» cipiorum in primo pofteriorum contextu feptimo , decimo
quindto , deV pcimofcxto , dccimo fcptimo , & dcciroo o&auo ,
rationcucro concluho^ nis in fcptiroo, dccimo quincto , dccimo fcxto , &
dccimo nono. nisi dicanc, Liber Quartus 118 per principia Ariftotelcm
intclligcrc mcdium , ita ut fenfus sit ] princi/ A jjia dcmonftrationis funt
ncceflaria , idcft , mcdium potisfim* demonftrationis debct ellc : neceffanum ,
non contingcns , ubi non determinat , minorcm debere eflc neceffanam ; horc
rcfponfio cflct potius fug* , quam ucra refponfio L qu.a mcdmm femper idcm
cffcdebet in utraq; propofitione, crgo minor non fecus ac ma.or . crit
ncceffaria , a* afcaio, nis caufa cft cflcdrii; ficuti ctiam non re^c fcquitur,
dum inquiunt,nulla prarft* tior demonftratio pro Lunar defe^us fcientia
conftrui poceft, quam per mediam tcrrar loterpofitioncm, crgo demonftratio de
Lunar defcau pcr mediam terrx in tcrpofitioncm eft potisfima, quja ad hoc ut
aliqua demonftratio fic potisfima.de bet habere cond.ciones demonftucioni
potisfim* requifitas , quibus uidetur ca rcrc illa dcmonftracio de Lunar
defeftu pcr folam terrx incerpoficionem; non cft cmm in materia neceflaria
ncccsfitacc effentiali, qu«r omnem contingmtiam ex cludit, ncqucpro mcd.o habet
caufam non caufatam,in quibas duabuscondi- C tionibus tota potisfimar
dcmonftrationis natura confift.c. demonftratrcmem il lam non cffc in materia
ncceffaria fimpliciter, cx corum feutentia clare patet cu uel.nt , mmorcm
illius dcmonftrationis non effe per fe , nam fi per fc non cft hcceftquidem
uniucrfalis, in qua conditione com.necur necesficas effentialis' dcftruaocnim
communiori, deftruitur quoqucminus commune. pro medio ticronon haberc caufamnon
caufatam , qur per Ariftotelem in pnmo Pofte, riorurn contextu trigcfimo nono
fccundum ucccrem feaionem fac.c mixime cire,ratisman.fcftumeft,cumpernaturam
Lunx, cx co , fcilicet ,,qudd a N f 0 * Ic lumen rcc.pit, & cum fole ita fe
habct, ut ci diametralitcr opponi posfic dc monftrcmusaliquando, Lunam terra
obieaa deficere'. demum potisfima noncf Ic dcmonftrationem de Lun* defe^u pcr
folam tcrrar intcrpoficioncm , oftcudi D potclt cx corum ucrbis, uolunt cnim ,
( ut duimus fub imtium prjeccdcntis ca. us> Logicarum Difput. ] pitis )
demonflrationem dc luna: defe&u pcr mediam tcrrar obiectionem,quo' dA
modocunquc formctur,non facere fidcm^nifi tanquam notum fupponamus, lu rxlumcn
a radiis folanbus cffia;ft jtaquc jn uirtutc altcnus medij fidcmfacit, pcr
folum tcrrar obiect,um non potcft tiTe potisfima.Harc omnia(nifi fallor) ita ucra
funt, ut cx ipfius rci infpeclione illis quoquc nota cfsc deberent, nifi, durn
xcrum naturasperfcrutantur , nimium ab Ariflottle recedercnt, ut faciuntin Iiac
matcria, cum philofophus nunquam in fccundo Poflcriorum potisfimasdi cat
tfsedcmonftrationcs dclunar dtfc&u,detonitruo,c\defoliorum cafu,illi uc ro
affirmatiuc oppofitum exiftimeot,quafi ex natura rcrum Ariftotcles non fit
philofophatus; licct cnim ibi carum, in quibus mcdium cft tantu caufa efTcdrix
pasfionis, mcmincrit,id folum(quantum coniicerc pofsumusjhac dc caufa fccit, ut
innucrcr,potisfima? dcmonflrationis medium , quamuis non posfit efse oili
cfscntialis (ubiccti dcfiuitio,non debcre confidcran nifi ut proptcr qnid
aflfc&io nis demonftranda*. B Dtftum de omni pofteriorifticurn repertri in
omnibus propnjttionibus tlltus pottsftm&demonftrattoms tfua concludttur
Joomtncm rt- ftbtlem ejjepropter antmal rationaic. . monflrationis, qua
oftcnfumfuit, homincm rifibilem cfsc proptcr animal rationalc,cfsc pcr fc,&
in quo modo/upereft ut oftendamus, cas habcrc ctiam diclum dc omni
pofterionfticum ; io quo negocio non mulcum laborabimus, cum dc fe patcat , cas
baberc uniucrfalitatem iubiecti, & tcmporis perpetuitate, quar duar
conditiones rcquiruntur ad dictum Jc omni poftcriorifticum; nam ri C fibilc
prardicatur in maiori propofitionc fub quahbct tcmporis difTercntia dc a^
nimali rationali,& dc omni contcnto fub illo.codcmq; modo animal rationalc
dc hominc in minori,ncc non rifibile dc code homine m conclufionc , crgo pro
pofitioncs illsr habcnt didum de omni pofterionfticum.cum itaquc ha&cnus dc
rnonftratum fit,omncs conditioncs nccclTarii effentialis conuenirc omnibus pro
pofitionibus potisfima? dcmonflrationis, concludcudum cft,no folum principia
iedctiam eius conclufioncm cfsc ncccfsariam ncccsficatc ctTcntiali omncm con
tingentia excludente, ex qua ncccsfitacc cfsenciali coca pocisfimac
dcmonftratio nis natura cmanat,cum pcr cam demonflraciuus fyllogifmus a
quolibct alio syl Jogifmo diftinguatur. Laus tterum } Honor 3 tf (Jloria
T>eo Optimo maximo, F I N I ofi o
iber Qjjinctus DEEA DEMONSTATIONIS SPECIE , QJVAM VO, CANT POTISSIMAM. JZxplicatur
primunu corollariunu e numero corurru , qu& ex fimplicitcr neceftario
inferuntur. 3* B . | Cum dcclaratum fit prarcedcnre libro , neccflarium, circa
quod ucrfatur dcmoftratio potisfima, eflc illud fimplicitcr neceflarium , quod
omncm contingentia excludit,reliquum eft, ut cxplicemus nonnulla corol
laria,quai ex eodem fimplicitcr necciTario inferuntur, quorum primum eft, non
liccre demonftratiue tran fcendere de gcnerc ingcnus, ideft, defubie&o
unius in fubiectum altcrius fcientiar» nam fi licerct , mcdia , C & extrcma
contra philofophum non cfsent cx eode genere,qtiamobrem principia,&
conclufio non haberet prardicatum uniucrfalc, cum termini diuerfarum fcientiarum
non fint pares, & conuertibiles. pcr diucr fas fcicntias debentintelligi
illa?,quar habent difbn_ta(ubiccta,ut Geomctria,A' rithmetica.o- naturalis
philofophia. in quibus non datur huiufmodi tranfitus, quia fcientiar,qua?
habetit diftin&a fubiecta , ex neccsfitatc habcnt ctia diftin_hs pasfiones,
ucl accidentia per fc,nec non diftinfta mcdia , cum unumquodquc fu biectum
proprias pasfioncs , carumqj detcrminatas habcat caufas ; quarc fi in eis
darctur tranfitus dcmonftratiuus, propofitiones,6V conclufio ( ut diclum eftj
noh haberent fecundum quodipfum, & uniuerfalcpra:dicatum,&proptcrcano
efsent demonftratiuar. cum itaque omncs tcrmini demonftrationis uni t&ntum
dctcrminata; fcientiaraccommodari debeant , propofttionesq? cx tcrminis con
ftituantur, fequitur,ut,ficuti cofdcm terminos fecundum unum,& eundem confi
D dcrandimodum diucrfor fcientia: non contcmplantur, ita ncquc eafdcm propo -J_
-U i i izi ; Logicarum Difput. fitiones codem modo confiderarcposfint;
pra:terea,cum cx propofitionibus de ar\ monftrationes formentur,diuerfa*cp
fcientia* lifdem propofitionibus eodcm mo do confideratis non utantur, rationi
confonum eft , ut etiam intcgra uti non posfinc eadcm demonftracionc; Tranfitus
igitur de una in aliam fcientiam dari non poccft riec rationc fimplicium terminorum
, nec cx parte propofitionum , ncc dcmum ratione totius demonftrationis , nifi
quando unus fcicntificus altea rius habitum induit ad euitandos errores, qui
contingere pofscnt circa ca, qusc detcrminanda funt in propria fcientia,uc
facit philofophus in primo Phyficoru a textu fexto ufque ad quadragefimum
primum , ncc non in primo dc Anima, & alibi,inducns habitum
Metaphyfici,eiufcp rationibus utensjfeu quando demo flratio per fe facia in una
fcicntia infcruire potefc confiderationi , quar in aliqua slia fcitntfa fieri
dcbear,ut uidcre cftdeeadem demonlrracione, qua uucur Ari ftoteles in primo
Phyficorum conrextu quinquagefimo primo, -fubie&um alcerum in icicntiis
fubalternis dcbcat intcllmif ut nonnulli uidentur f uellc) fubic&um aliqua
altcratione afTctium , huiufccmodi alterano applicara v facit earum fcitntiarum
fubie&a adeb inter fe dift m&a , ut unum non posfit rnriTe utnufque
adarquatum fubie&um. pro lntelhgcntia huius intcr eas difcri/ minis ,
notandum cft , corum , quar fcicnuficus raferior, uidclicct , pcrfpc/ f diuus
dc radiofa linca dcmopftrat , alia cflc , quar radiofar lmea* infunc , D
quatcnus linca cft , ncmpc , ut fit re&a , ud curua , nec non ut fupcr ca R
12} Logicarum Difput. fieri posfit triangulusa*quilaterus,& his fimilia,
quar omnia radiofarlinearconr . rum
,gcomctriar; alia ucro cfsc, qua: radiofa: lincar infunt cx partc qua tft radio
fa,ut,fcilicet, radiofa linca fupcr rc tcrfa,& polita relie&atur , quod
non gcome* triar,fed folum pcrfpe&iuar pasfio eft. hoc pofito,uulc
philofophus, ut fubalterna^ tar fcicntia* (it rcddcrc duntaxat qudd quantum ad
pasfiones,qua: de eius fubie clo demonftrantur,licct fint pasfiones fcicntiar
fubalternantis, & huius rei ratio cft,quia ad cam fcientiam fpe&at
rcdderc quod, a qua confidcratur fubie&um , reddere uero proptcr quid
fupcrioris eft fcicntia*,quoniam cius funt proprieta» tes,quac de fubicdo
inferioris fcicntiar dcmonl trantur, cum hoc tame congruic, ut inferior,idcft,
fubaltcrnata fcicntia posfic quandoquc reddcre,& qudd,6c pro ptcr
quid,quoderit quando de fubie&ofuo demonftrabit quac in co infunt mc
ritofuijut gratia exempli, fi perfpe&iuus dcmonftraret dc linea radiofa,ut
cflet rccla,aut curua,uel uc fupcr ca ficrct triangulus arquilacerus,
tuncpcrfpe&iuus, B non geomctra, darct qudd , quia perfpectiuus,non
geometra, ^ontcmplatur li/ neam radiofam; proptcr quid autcm non
pcrfpe&iuus, fcd folus geometra rcd dcret, huiufq; rci ratio cft , quia dTe
redtum,uel curuum, nec non fieri triangu/ lum arquiiatcrum accommodantur
radiola: linea:, non quatcnus eft radiofa , fcd cx partc qua lincacft; ucrum fi
pcrfpcdiuus demonftraret, r uus magnitudo eft,contemplatur.aliar in re
confiderata non differunt, fed in mo dotantum confiderandi,ut diuina fcicntia
ens confidcrar, quatenus eft ens, na* turalis uero cns,quatenus
cftmobilejproptcrea ha* fcientiar diuerfar funt, quia uar a x formis diucrfis
eonftituuntur.etia fi materia cadchabeat.res diuerfar dicc ar sur, Aliaruero
eade rc cofiderant,fcd una cu additione.altera cii defeclu ; qcf tertifi mcbru
propter fubalternas ab Aucrroe ponitur, ut ocs confitentur, fupc rior
.n.traclat eade rc cu defectu fcnfilis qualitatis » qua inferior cu talis
qualita tis additionejfcd quia pingui mincrua alu diclu hoc Auerrois
accipiut,nos pro fundius ipsu coteplari oportet;cu n. fubieOu utnufqucfcientiar
habcat &rc co C (iderata,&modu c6fideradi,uidedu eft in utra haru duaru
partiu Auerroes fub alternaru fcietiaru ducrimen coftituat,na fi in ambabus
diflfcrant, ccrtum eft,tcr tium,& primu diuifionis mcbruin cundc fcnfum
cadere , proindc non tria elTc mcbra,fed duo; fi ucro in folo modo
confidcrandi,non in re confiderata, fimili/ tcr tertiu mcbru idc eft,ac
fccundu,quarc duo tatu mcbra funt,non tria,crgo rc manct ut dicamus, Aucrroem
intelligere difcrimen cfle in fola re confidcrata, non in modo cofidcrandi.quar
cft rc uera fcictiaru fubalternaru c6ditio,fic.n.fa cilc cft tueri,eas no
facerc numcru , & eadc fcictia eiTe, no duas diuerfas . dici/ mus igitur ,
has fcientias in rc confidcrata non penitus diffcrre , fed accidentali tantum difTcrentia
; in modo autem confiderandi nullo pafto difTerre , fcd cun/ dcm fcruari in
fubaltcrnata, ac in fubalternante coniiderandi modum ; additio D namquc fenfibs
qualitatis ( quod ncmo ha&enus intcllexit ) fit foli rci confi/ R 12)
Logicarum Difput. dcrata:,non ipfi modo confidcrandi ; ut in mufica rcs
confiderata eft numerus 'A fonorus, modus autem confiderandi eft ut numerus,
non ut fonus ; in perfpe&i/ ua rcs confidcrata eft liuca in uifu
accepta,modus autem confidcrandi eft ut li riea,non ut in uifu; quod ab
Ariftotele clara uocc prolatum legimus in tertio cap tc libri dccimi tcrtii
mctaphyfica: , quarc hanc ipfius fcntcntiam extitiflc ha« udquaquam dubitarc
debcmus ; bcct cnim in particula uigcfima fecundi libri Phyftcorum contrarium
dicerc uidcatur,dum inquit, pcrfpe&iuum confidcrarc lincam non quatcnus cft
mathematica,fed quatenus eft naturalis;tamcn non eft diccndum Ariftotelemfibi
contradiccrc , fcd pingui mineruaibi fumerchanc diclioncm,quatcnus, qua* ibi
non fignificat modum confidcrandi,(ed difcrimen folum perfpecliuar, ac
geometriar qualecumquc illud fit; cum cnim hanc llli con traponat,idco ad cam
dirTcrcntiam efficacius denotandam utiturca uocc, qua> tcnus , qua
fignificarct perfpecliuam uergerc quodammodo ad naturalem, ob illam, quam diximus
, accidentalem difterentiam adie&am ; at fi putallet , B perfpectiuam clTe
uere naturalem.ccrtc in principio ciufdem contextus non ca uocaflet
mathcmaticam. fignificauit etiam hanc fententiam Ariftoteles in con
tcxtufcxagcfimo nono primi hbri pofteriorum fecundum Auerrois diuifionc, quando
de fubic&o inferioris fcientiar loquens,dixit ipfum etfe alterum t
ideft,al' teratum , fubieclum enim fcientia* fuperioris nulla qualicatc
altcratum dicitur, fed fubiectum infcrioris,promde non aliud eflc dicitur,fcd
alteratum, Ex his igi tur ratio facile colfigi potcft , cur pcrfpe&iua
aliquando uocatur geometria , & mufica appellatur arithmctica , & omni
fubalternatar nomcn fubaltcrnanti* attribui poteft; nam ubi idem penitus cft
modus confiderandi.ibi cadcm cft for ma conftitucns,a qua cuiufquc rci
nominatio fumi folet. Tradtta impugnatto rcfcllitur. C I I. ovSbr ! Ty
Efpondentcs ordinatim ad obicctioncs,& primo ad primam,ncgamus,fccu v
turum,fcictiam infcriorcm efse partcm fcientiar naturalis , modus cnim co fiderandi
mufica: non cft fonus.fed fonorum, & pcrfpecliua: non cft uifus,fed ui
fualc cfle ; & licct huiufmodi fubaltcrnata: fcientia: confidercnt formas
in matc ria,quemadmodum naturalis philofophia,proindc non fcquitur, cas efle
partcra fcientia: naturalis,quia philofophus naturalis confiderat formas iUas
cx carum principiis fubftantialibus,ipfar ucro cx carum accidcntibus; uidcntur
itaquc pcr fpediua,& mufica,quamuis inter mathcmaticas connumcrcntur ,
acccdcrc pc tius ad naturam philofophiar naturalis, quam ad naturam
mathcmaticac difci» plinac , ut tcftatum rcliquit philofophus in fccundo
Phyficorum contcxtu D uigcfimo ; idcirco non tollitur quin aliquar
pcrfpectiuar,& mufica: demonftra^ tioncs fiant cx principiis fumpris c
fupcrioribus fcicntiis fubaltcrnantibus , Liber QvindusoJ j 2 6 quando,
fcilicet, de fubieclis fcientiarum inferiorum demonftrantur pasfio' ncs pcr fc
fcientia: fuperioris , ncc tunc inconucnicns cft cx fententia Anftotelis in
primo Pofteriorum contcxtu uigefimo transferrc priacipia de gencrc in ge/ nus,
quamobrem dcmonftrationes aliquar faclar in perfpe&iua optime appellan- *
tur geomctricar , & aliqua? in mufica ercclar uocantur arithmeticar , cum
in illis principia, & media geometrica, inhis autcm arithmctica fint.
quemadmodum itaquc geomctria , & arithmetica funt mathematicar, ita
mathcmaticx funt pcr fpc&iua, & muftca, quar quidcm fubalcema:
fcientiar fecundum communem coo, fidcrandi modum, quem poflunc habcrc, non
taciunt numerum, illum tamcn fa* ciunt fccundum proprium confidcrandi modum ,
quarc uera omnia remanent quar dc fubaltcrnis afferic Ariftotelcs. Quod uero
fpeclac ad illoru opinione,cxi/ ftimamus,eam cu ucritatcnon conuenirc,tu quia
rationi, tum quia philofopho aduerfah uidetur; rationi quidc repugnac,quonia fi
idcm eflcc modus cofideran di gcomecrar, & pcr(pecliui,idem et cflct
utriufquc modus definicndi.cu modus confidcrandi fumatur a modo dcfmiendi,&
e contra , crgo perfpcctiuus deberct dcfinirc linca uifualcm eo modo, quo
geometra definit linca; fcd confcquens cft falsU,crgo & illud, cx quo
fequitur. falfitas confcqucntis patct , quia geometra 8 definicndo lincam , aic
, linca eft longitudo finc latitudinc , cuius cxtrema funt duo pun&a,
perfpectiuus autem definicndo lineam uifualcm, inquit , linea wifualis cft
longicudo habcns latitudinem,& profunditacem, nam Iinearuifuali : cum fit
corpus, fupra longitudinem, quam accipit geomctra in dcfinitione \i, ricar,
addit perfpcdiuus latitudinem,cV profunditatem , quas a linca rcmouet geo
rnetra. contradicit quoque philofopho in fecundo Phyficorum contextu uigc limo
, ubialTerit, modum confiderandi pcrfpcdiua; diucrfum dTc a x modo confi
dcrandi geometriar , cum uclit lineam phyficam, quar cft tcrminus corporis na
curalis, confiderari a x geomctra mathematicc, idcft , fimplicitcr quatcnus
linca cft,non quatenus eft phyfica, mathcmatica uero lincam a x perfpectiuo
confidera ri quatcnus phyfica eft. non fumitur igitur di&io
lllafquarcnusjab Ariftotelc(ue dicunt ipfi) pingui minerua, pro ur, fcilicct ,
fignificat folum difcrimcn pcrfpe* &iux , & gcometriar, qualecunquc
illud fit; fed accipicur fcmper pro ut modum C confiderandi , formalemq*
rationem fignificat, nec indc fcquicur ( uc dcclaraui/ mus) perfpe&iuam
cflc partem nacuralis philofophiar» Ad Ariftotelem uero in dccimotcrtio libro
Diuinorum contcxtu Cercio ( admiccendo nunc Ariftocelis ciTelibrum illum, ac
decimum quarcum) refpondemus, hac dc caufa id ab co di ftum cfTe, quia
aliquando perfpectiua demonftrac dc linca uifuali propriecaces ci compeccnces,
quaccnus cft linca , & mufica dcmonftrac inccrdum dc numcro io* noro
pasfioncs ci compccenccs pro uc numcrus cft,& tunc non cft inconuenicns, ut
fubaltcrnantes, ac fubalternatar fcientix dirTerant in rc confidcrata , in modo
autcm confiderandi concurrant, at inconuenicnseft diccrc , fcmpcr gcomctriar,
ac perfpedtiuar , ncc non arithmeticar, & muficar effe cundcm confiderandi
mos dum, non contradicit igitur Ariftotclcsfibi ipfi. harc cadcm refponfio
(nifi fal/ D lor) confirmationi cx Auerroe dcfumptar in primo Poftcnorum
commcntario 127 Logicarum Difpuc. fcxagefimo nono optime fatisfacerc uidetur,
nam quando fcientia fubaltcrnata, nimirum, perfpc&iua , dcmonftrat de fuo
adarquato fubie&o, nempc, dc linca uia fuali, ut fit refia, uel curua, quar
pasfio per fc compecit fubiedo georaetrix , uidc hcet,linca: quatcnus cft
linca, tunc necelTe cft, ut fcientiar fubalternantcs, cV fubal tcrnata?
differant in rc confiderata,in modo uero confiderandi conueniat,& hoc pa£to
continentur in tcrtio Auerrois diuifionis membro; frucro confidcrentur fcientia:
iubalternantcs , & fubalternaca: pro ut dcmonftrant de fuo adarquato
fubk&o pasfioncs ci pcr fccompctentes,tunc abfquc ullo iuconucnicnti in
iccua do ciufdcm diuifionis mcmbro collocantur» *Alia duo corollaria
explicantur . C *A P. V. DEclaratoprimocorollario,quodcx neccflario fimpliciter
infcrtur, ad re« liqua duo cxplicaoda accedimus, quorum alterum eft,
necelTarium efle , ut concluuo potisfimardcmonftracionis ucranquc propofitioncm
uniucrfalcm ha* bentis perpetua fit. cuius rci racio cft, quoniam principia, fi
tunt uniuerfalia,{unt ctiam neceflaria, fempitcrna, atcp pcrpetua, cum
uniuerfalc femper fcruetur ucl in aliquo cx fuis (ingularibus, ut patct dc
uniucriali politiuo, dc hominc, icilicct, equo, & fimilibus; ucl in fua
caufa cum tcmporis determinationc , ut uidcrc cft de Lunar defedu , qui femper
eft, quia fcmpcr in determmatis temporibus intcn folem , & Lunam fit tcrrar
intcrpoiitio , qua: cft caufa cfficiens non ucra didi Lu nar defedus;fed ex
arr.babus propoficionibus neccllariis , fcmpicernis , & pcrpc^ tuis non
poteftfcqui nifi necciTaria, fcmpiterna,atcp perpctua conclufio, crgo
xiftcntibus pnncipiis potisfimar demonftracicnis uniuerlalibus , conclufio nott
poceft cfle nifi pcrpctua . Quoniam ucro definicio cft auc pnncipium demon* ftrationis
, aut demonftratio pofitionc diffcrens, aut conclufio quardam demon ftrationis,
idcm cfledebet iudicium de definitionc , & dcmonftrationc , ut, fcili'
cet,nonfccus,acdemonftratio,fit perpctuorum ; ncc obftat Commcntatons
au&oritas in primo dc Anima commcntario oftauo , ubi aic , dcfinitioncs
efle rerum particularium cxtra intclleclum , quar corrupcibiles funt , quia
nonat' firmat Commentator ciTe corruptibilium definitiones , fcd dixit hoc , ut
dcno» taret , dcfinitiones non efle uniuerfalium cxtra animum a&u exiftentium
, ut uidcbaturuelle Plato, fed corum uniucrialium , quar realitera fuis
fingulari/ bus non fcpararitur. Explicato fecundo corollario, tertium
aggrcdimur, quod eft , ut conclufio demonftranda non posfitfciri pcr principia
communia com^ munitcr accepta , fed lolum per fibi appropriata ; nam fi
pnncipia non eiTcnt appropnata demonftranda: conclufioni , fed communitcr
acccpta , non ciTcnt iccundum quod ipfum, & proptcrea non eiTcnt
uniuerfalia ; fed principia poa tisfima: demonftrationis eflc uniucrfalia
difputatum cft fupcnus, crgo cxiftentibus priocipiispotisfima: dcmooftratioois
uoiuerfalibus, fcquitur dc oecesfitatc, illa dcbcre cffe appropriata
conclufioni ciufdcm potisfima; dcmooftratioojs. A De modo pruogrufiendi
principia , alta% fcieritia ratioci- natim prtcognita . C*AP. VI. T_J AEC
appropriata principia in qualibet fcicntia ratiocinatiua diucrfo mo» x a do a
duobus ahis prarcogojtis,a x fubicdo, fcilicct, & a pasfione, prarcogno
fcuntur , nam de principiis ultra quid nominis oportet prarcognofcere qudd,
ideft, ca cflc ucra, dc pasfione quid eius nomcn fignificet, de fubicclo uero
utru que, quod, fcilicet,& quid nominis. fcd nc quifpiam crcderct, unam, cV
candem cfle prareognitionem qudd principiorum,c\ fubiecli, aduertcndum dTc
duximus, prarcognitionem qudd, feu quia eft, duplicem cfle, fimplicem unam,
altcram co B pofitam. prarcognicio quia eft fimplex, quar competit fubieSo ,
idcm fignificat , ac prarcognofccrc an conceptui uniucrlali, dcquo aliqua
pasfio quarritur,cxtra animum aliquid refpondcat, quia fat eft in omni doctrina
, & difciplina ratioci' natiua dcfubie&o, ideft, dc conceptu illo
uniucrfali prarcognofcere uc fic in re* »um natura, hoc eft, ot cxiftat cxtra
animum rcs aliqua particularis ci correfpo .3L»inu o!Jt v noeo^b ,ftabi jidul^b uuijca HIS explicatis, quar ad
potisfimar demonftrationis confticucionem concur/ rcre,eamcp confcqui
uidcbantur,reliquum eft, ut aliquanculum digrediamur circamodum, quo
definitiopasfionis ex dcmonftracione elicicur,& rurfusin dfc monftracionem
redtgitur, cum dittum fuerit fub initium tertii libri , nos de pofe tisfima
folum demonitraticne clTc derba fiduros, quar potentia eft toca pasfiofc nis
Hefinitio per eam demonftrata;. dicimus itaque interomnes defmitionis fpe/ C
cies alicuius pasfiotiisab Anftotele pofitas in pnmo Poftenorum contcxtu ufcs
gcfimo fecundo, & iu fecundo libro concextu decimo , cam omnium
perfedrisfi/ mam dTe, quar cOnftat cx caufali. & elTcntiali defmitione
illius pasfionis, nanvafc cidentia propria, prarter efTennalem definitioncm
conftantcmex genere, cV ,, (cxco Top,corum hbro capice ccrtio , confcqucncia
uero hunc in mWP.P&W' to« 1 4cmooftratio, cum fit potentia definitio, i a
eotamdefi, • fl.c.pncmmutatur.ergoqmdqu.d dcmonftracionis pacs cft , ,dcm
dcfinicionis B quoquc uc pars fic uein qua loco maions cxcrcmi ponitur
afTccTioms genus, eT drfi$ nitio potelTate proxima,cum in ca nulla pars
perfccTar definicionis illius ancdTio nis dcfidcrccur ; & dcmonlTratio pro
maiori excremo a/Txtiouis nomei habes, eft definitio poteftate remota,cum in ea
non fic cxprelTum eiufdc arrcctionis gc 0 nus,crgo demoniTracio,in qualoco
maioris cxtrcmi ponicur arTcclionis genus, mclior,aco^ exquiftcior elT ea
demonftratione,in^ua pro maiori extremo collo C catur ciufdem afTedTionis
nomen.altcra ratio elT,quoniam melius eft notioribus uocibus uti,quam
ignotioribus,fed nobis notrus clT genus, quamfpcdes,notior cnim nobis elT fonus
, quam tonitrus, & nocior pnuacio luminis , quam cclip^ fis.cuicunqucenim
nocusclT conicrus,eidem fonum quoque cognitum elTc ne^ cefTc clT,non tamen r
conuerfo.prWs *u. inuenics,quibus nocus elT fonus in mul tis rebn^
narnraIit>o3,quJ nullaconitrus notitiam habent,ita plurimiiunt,qui da ri
luminis priuacione cognofcut , fecLca", qua: in Luna tit,ig ;orant, crgo
demon ftratio, qux pro maiori cxtrcmo habet afTeciionis genus, mchor clT ca
dcmon^ {tratione,quar habet eiufdc arTecTionis nomcmcorroborata propria
fentenmjol uunt argumcnta , quaraducrfus extremas opjniones adducta fucrunt; ad
pria mum argumentum concraeos, qui pucanr,maius extrcmum femper dcberc cf/ (\
fe arTecTionis nomcn , dicunt, non cile necelTarium,uc in dcmonftracionc expri*
D tnacur arTccTionis gcuus , licec cmm non cxpnmatur , fuppomcur tamen cx S z i
r$3 l Logicarum Difput. r - necesfitatc cognitum antc dcmonftrationcm,proinde
illa deraohftratio eft defl nitio,fi non poteftate proxima,at faltem
remotiorc,quia fa&a dctnonftratione, additurnullo ncgocio gcnus ipfum
praxognitum in extra&ione definitionis. ad fccundum argumcntum ncgant
confcquentiam,ad probationem rcfpondet, quando demonftratio in dcfinitioncm
conucrtitur, non rcmanercnome pasfio nis ut cft pars definitionis , fed ut
dcfmitum, cuius c* dcfinitio effe dicitur , gc/ rus uero additur ut
definitionis pars non exprcffa in demonftratione, fcd antc dcmonftrationcm
cognita.ad Ariftotelis audoritatcm dicunt, cum nomcn af/ fedionis,& cius
genusaccipiantur a philofopho ut unum,& idcm , nonutdi/ ticrfa, ibf fumcrc
Anftotelcm gcnus affe&ionis pro eiusnomine.Ad argumcn tum contra cos, qui
exiftimant , maius extremum fempcr dcberc effe affe&io/ nis gcnus , nunquam
cius nomcn, rcfpondcnt,non fumi gcnus affcdionis,ut gc nus cft, & ut latius
patcns,fcd ut arquale.immo ut idcm, quarc conclufio cft per ic , &
uniuerfalis , non cnim Omnis priuatio luminis in Luna incffc demonftra/ B
tur,fcd illa folum,quar dicitur ccliplis ; pcr fc quoque, &
uniucrfaliscftmaior » propofitio,nam maius cxtrcmum non cft latius termino
medio , dum fumitur coardatum,& reftridum ad hanc fpccicm,cuius gratia
cxtruitur dcmonftratio, crgo medium eff arquata caufa maioris extrcmi , &
cum co rcciprocatur , & propterca maior propofitio eft uniucrfalis. ad
Ariftotclis au&oricatem locis ci tatis rcfpondcnt, philofophutn, licct
intertcrminos dcmonftrationcm ingredi/ cntes explicitc non pofucrit gcnus
affcclionis,fcd cius nomcn,pofuiffc illud ims plicitc, quia idcm funt , idcm
cnim gratia cxempli (unt cclipfis,& priuatio lumi nis,ncc non
tonitrus,& fonus, quart abfquc ullo difcriminc utitur nominc, dc gcnerc
affe&ionis. sZMcdiaopinio confutatur 3 propria% /cntcntia ponitur. . Cum
mcdia opinio non omnino ucra cflc uidcatur, adcrcdcndum indu/ cor,cxtrcmarum
altcram ueram , alccram falfam cffe ; quac autcm ucra , & quac
falfafit,oftcndi minimc poteft,nifi ultimum corum fundamcntum pcrpenda
tur,uidclicct , gcnus effeutialis definitionts acridcntis proprii ucl a
fubieciore/ ftringi,uel a dincrcntia quadam potcntiali cogitata,ac
fubmtellrft;»,quam ab co fubicdo dcducimus. gcnus cilentialis dcfinicionis
accidcntis proprii, cum co la tius pateat,coardari dcbere,& ad ipmm
rctlringi pcr fubic&um,cui inhacret, ta quam pcr diffcrcntiam,fatis,fupcrcp
id tcftatum rcliquit philofophus in feptimo Diuinorum plunbus in locis,nam hoc
pa&o contradum genus fit ciufdc acci/ D dctis proprii nominalis,fcu
cfsentialis dcfinnio,quac cumdefinito conuertitur, & cu eo
facitpropoficione uniuerfale; fcd ditticulcas cft dc gcnerc,quado pracdi catur
dc fubic&oflct ponitur loco differctiar,cu accidctia propria ab aliis
diffc/ Liber Qvindus j 134. rat pcr illud,cui inharet, ut pcrmanea in eorii excmpIo,'cum
gcnus ad cclipfim> tumirum, priuatio luminis, (eu defeaus, prardicetur dc
Luna , quarricur , an dc ca prardicccur in fui communicacc , uel contradc ad
eclipfim ; non concrade , A quia cunc genus cflet contraaum uel a diflerentia
illa pocenciali cogicaca,ac fub incellcda, quam i fubicdo deducimus, uel ab
ipfo fubicdo; fi a diffcrcncia.quam a fubiedo deducimus, fruftra luminis
priuacioni, feu dcfcftui adderetur Lunain cxcrahcnda cclipfis definicioae ex
dempn{tracione,cum dtfeaus fic reftridus ad cclipfim pcr diffcrenciam
pocentialcm cogicacam, ac fubinteilcaam, quam a Lu na dcriuamus; fi ucro a
fubieao, nugacoria cffcc pra-Jicacio , quan Jo m conclu/ fionc dicitur, ergo
Luna priuacur iuminc, quia idcm cflet, ac fi dicerecur , ergo Luna priuatur luminc
Lunar, fieri cnim non pocefl , uc elTcncialis , fcu nominalis dcfinicio
alicuius accidcntis proprii dc fubjeao, quod eft cius diffcrentia, prardi cccur
abfque nugacionc , fi genus illius accidencis dcbcac ad illud concrahi pcr
fubieaum, cui inharrct; (equicur icaquc uc de Luna in fui communicacc prardicc*
lurud priuari lumine,uel dcficcre, crgo illius dcmonflracionis, in qua pro maio
ri extremo ponitur Ioco pasfionis genus cius , ncc maior, nec conclufio cflct B
Dniucrfalis, & proptcrca dcmonftracio illa non cffet potisfima. hac pofita
prardia ai fundamcnti confideratione, corum rcfponfio non difloluic
obieaionemfaaa contra putantes,maius cxtrcmum in dcmonftrationc dcbcrcfempcr
clTc pasfio^ ris gcnus, nunquam cius nomcn; quamobrcm credimus magis cfle cx fcntentia
phiiofophi primam, quam fccundam opinioncm, proptcrcaprimam clTe ueram , t&
fccundam talfam. fed quoniam primar opinionis uericaccm nonnullar in cona
trarium morar dubicaciones infirmare uidcbancur, cis refpondcrc conabimur , UM
prius his duobus fundamencis , quorum primum fic , ut, fcilicec , propria
pasfio unum fignificct, & alccrum denotct,fignificat quidem fuam
formam.quar fumitur aliquando pro co, cuius cfc forma, & denotac
fubicaum,cui mharrcc, ut gratia cxcmpli,fimicas, quarefl: nafi;pasfio,fignificac
curuitatcm, quar forma fimi tacis clt, & denocacnalum fibi fubieaum, fi ei
nafus non addacur,quoniam Cunc intcllcaus in firoitatis intclleaioncm
ratiocinatur , & tcndic ad nafum canquam C ad ccrminum cmanacionis
fimitatis, cum pasfio a fubicao fiuaC; at quando fimi, tati additur nafus, non
amplius eum fimitas denotat, quare intellcaus quicfcit, & ampliusad nafum
tanquam ad fimicacis cerminum non raciocinacur , nafus icaquc addicus fimicati
nou ciTicic uugacionem; & illud, quod di^um eft de fimi tacc, & nafo ,
ucrum cciam eft dc rifibilicatc, & hominc , dc cclipfi , ac Luna, &
dcfimihbus, ut, fcilicct, homo additus.rifibilicaci, & Luna adiica cchpfi
aoncd ficianc nugationcm, ficuti nugationem cfliciunt quando homo additur
cflcncia li rifibilitatis dcfjnicioni, quarcft, aptitudo hominis ad ridendum,
& quandoL u, naadditur cflcnciali eclipfis dcfimtioni, quarcft, priuatio
Iumiais Lunar, feu pri. uatio luminis in Luna, in illis cnim dcfinitionibus,
quar de fuis definicis prardica tur, cxprimuntur homo,& Luna, quare bis in
propoficionibus ponuntur homo, & Luna, in fubicao,fcilicct, &
prardicaco, quando dicimus , homo habet aptitu D oiactti hominis ad ridcndum,
& Luna pnuatur luminc Lunar, ucl priuatur lumi Logicarum DiTput. ne in
Luna. fecundum fundamenrum fit , alicjuando fumi defjnitionem expticl A rem
nommis figniticationcm pro ipfamec nominis-fignificarionc , ftcuti accipi folcc
dcfmitio cxprimens rci quidiratcm pro ipfamcc rci quidirace. his poficis ru
darotnris,formaliterad obiccliones rcfpondemus, & primo ad primam, licecde
rnonftratio, ac definicio idem re clTe debeant, non eft nccelTarium , uc cx
cifdem terminis omnino conftituantur> nam gcnus in definitione concralucur
per difTc rentiam, & ita contraclum prardicacur dcdchnicoin primo modo
diccndi pct ic, cum fic cflentialis cius dcfinitio, in dcmonftratione uero non
pocefl contra&e prardicari de minori cxcrcmo, cjuod eft dcfinicionis
difTcrencia , fine nugatione v ut pacct pcr ca, quar diximus in primo
fundamcnto ; quamuis icaque pasfio , & cius gcnus non finc iidcm termmi
uoce, fcu di&ione, func camen iidem fignifica tionc, &
cflentialiterjCjuod fat cft ad hoc, ut demonftracio,ac dcfinicio finc idcm rc,
hinc fic, uc facilc pasfto,qua: in dcmonfcracionc etl maius excrcmum , mutcj
tur in fuum genus,quando demonfrracio conuercicur in derinicioncm. Ad fccun J3
dam bbie&ioncm, ncgamus confequenciam,ad probationem rcfpondcmus,quI uis
totademonltratio in tocam detinitionem mucccur, non fequicur propccrea> ut
quidquid dcmonftracionis pars clT,idem quoque dcfinitionis pars dTe dcbcac,
quiadcmonftratio non eft acfu, fcd potentia definitio; fi dcmonftratio dTct
aelu definicio> abfquc ullo dubio rauo elTec alicuius momcnci , ucrum ( uc
di&uro cfc ) cum fic potentia definicio, non concludic ; quando cnim
demonfcratio i ic atlu dcfinicio , pasfio, qua- demonflrationis crat maius
cxcrcmum , rcdditur dcfmitum , & pasfionis clientia collocacur in cius
definicionc ut genus , & pros ptcrca uc pars; cum icaque defmicio quid
nominis fic oracio cxplicans quid fi> gnificac nomen , non porelf nomen
ipfum ihgredi detinicionem ut pars, fcd cius lignificario , quar in ca locum
gcneris occupac» ad Ariftotelem in conccxtu odauo fccundi Pofferiorum hbri
rcfpondcmus, eum accipcrc ibi nominis, feu. C pasfionis fignificacionem pro nominc
fignificancc, uel pro ipfamet pasfionc, ctTen tialitcr enim idem funt eclipfis
, & dcfedus , nec non conicrus , & fonus , difTc* runc fclum in hoc ,
quia cclipfis , & tonicrus denocanc fubie&um dctcrmina^ tum, nam
cclipfis denocac Lunam , & tonicrus nubem , defe&us uero, & fonus
dcnotanc fubiccium indccerminacum , cum plura, & diucrfa fubic&a
rcfpicianc. ilemum ad Auerrois auctoricaccm in fccundo Pofceriorum commcntariis
qua dragcfimo primo , & quadragcfimo fcpcimo , quam pcrpcndcrunc mcdiam o/
pinionem fequentcs aduerfus primam opinionem , rcfpondcmus pcr fecundura
fundamcntum , ibi commentatorem acciperc dcfinicioncm dcclarancem nomi D tium ,
feu aflccfionum , ncmpe, echpfis , & conitrus fignificacioncm , pro ipGu
mcc torum nominum ,feu earum afTcdionum fignificacionc,idcfl, pro dcfe&u,
cjucm fotuni fignihcat cclipfis , & pro fono , quem figmficat tonicrus ,
alioquin tion poflec aurugere nugacione,quando prardicacur defcclus.ut
dcfiuitio cclipfis, de Luna,& fonus, ut dcfinicio couicrus, dc nube, fcd
illac demonftrationes non fubc pocisfimar, uc probatum fuic ,
quando,fciliccc,genus afTc&ionum commu Dicci acccpcum prardicacur de
carundcm afTc&onum fubiccto,quod geric uiccrn Liber Qvin&us 136 \-
d)fTcrentia:,quarefecunda ratio,quam illi adducunt ad oftendcndum pro Auer roc
roeiius cflegenus afFcclionum , quam afTe&iones inter dcmcnftrationis ter
rninos collocarc,non ualct nifi in hoc , ut tuncfacilius cx illa dcmonftrationc
A chciatvr dcfinitio.Quo ad primam ratioaem dicimu*, Aucrrocm, quando uulc melius
ciTe in dcmonftratiaoe dcclaratiotrcm nomibisj ku norolnis definitione
accipere, cnja^ra ipfum nomcn, non intelligcre ut nominis,fcu pasfionis
dcfinitio dc differentia prardicctur , proptcr caufam fuperius-adduClam, iddT,
propter nugationem, quar in illa prscdicationc ficret,fed dc nominc, aut dc
pasfionc, tuc cnim fccundum ipfum dcmpqftratiqeft defi^kio potentia proxima:
ucrum hu iufmodi demonftrationcs,in quibus cfTcntialis,fcu nominalis afTcdionis
dcfinitio de ca CQn^u4itur pcraliam ciufdcm ajTc$ioniscau&rro
dciinitioneoi, mihife/ pcrfuerunt fufpe&ar,quamuis Aucrrocs uelit,cas c(Te
prarcipuas inter ortincs po tisfimas deraonftrationcs;& fundamenta,quibus
inducor ad id crcdcndum,func ciufdemmet Auerrois,nam irUecundo poftcrioruni
commcntariotrigefimooa tiauo ait,quod prardicatio dcfinitionis dc dcfinitione
cft. ueluti prardicatio pro= prii deproprio,at prardicatio proprii depropno
(inquit ipfe) non cft pcr fe,non g cft igitur per fe prardicatio dcfinitionis
dedefinitionc , quarquidcm prardrcatio dctinitionis dc dcfinicione fcmper in
maiori dicTarum demonftrationum propo fitionc rcperitur. Prarterea, plurityus
in locis afserit Aucrrocs, dcmonfirationc dingi ad illud,quod eft ignotum, fed
nohiinalis afTe&ionis definitio femper eft nota, cum ante dcmonftrationem de
afTe&ionc prarcognofcatur quU fignificet tiomcn,crgo fecundum Auerrois
principia huiufmodi dcmonflrationcs mihifu fpecTar uifarfunt melius itaque
fortaftc dicendum eflfe exiiTimamus,fumi debcrc in potiffima dcmonftrationc pro
maiori extrcmo potius nome afTc&ioniSjquarn cius gcnusjfcu nominalcm
dcffnitionem, ex qua demonftratione fscillime pau« cis mutatis clicitur
afTc&ionis dcfinitio cum caufa , propcercaquod facilc muta# tur affedio in
fuum gehtls^cum ante demonftrationcm ficprarcognita alTe&ionis dcfinitio
nominaIis,quar eius gcnus cft; pofito itaque loco afTrctionis ciusgenc rc, tota
afTecTionis defmitio ehcitur,ut gratia excmpli,demon/tratur dc hominc C '
rifibilc elTc , idcft, homini rifibilitatem meOe per animal rationale,(i modo
loco rifibilitatis ponatur cius gcnus,uidelicct, aptitudo ad ridcndum , cjuod
quidem rifibilitatis gcnus de ca antc demonftrationem prarcognofcitur,harc
elicitur dc^- finitio,uidclicet,aptitudo ad ridendum hominis proptcr animal
rationale , qua; de nfibilitatc tanquam dc (uo definito uere enunciatur * £t
harc fatis di&afinc dciis,quar adpociffimac demonftrationis principia
pertincnt» Lam 3 Honor 3 et GlorU
cidcnulis, nam intcr demonftracioncm quia , & alias fpccies
efscntialem diftin* ftjonem eiTc,apud grauisfimos Anftotchs intcrprctes nulla
controuerfia eft, Dijputationu termini cxplicantur. .)t jnijnq t.C* .^qJRcoi /•
:iv.r.zb xmilh3oej|)$ xup^ti^b QV O D attinct ad primum difputationis mcmbrum,
placet.cius tcrminof aperirc,ne ulla inter difputandum oriatur confufio.dicimus
itaqj , demon» ftrationem quia pregredi ueia cauia rcmota.ut gratia
cxempli,quando demon ip ftratur , parictem non refpirare, quia nop cft
animal,uel abcfTcdu ad caufam, ut fi aliquis per non fcintillare
probaretplanetas propc cfle , feu pcr rifibilc efsc concludcrct homincm dTc
rationalcm, huiufmodi progrclTus, qui fit ab eflcclu ad ,5U Liber Sextus 138'
ad caufom, dicitur demonftratio quia, fcu a poftcriori, ab efte&u,
demonftratio figni, & ut fit folum, quia folum nobis eiTe caufar oftendic,
quod prius crac igno tum. demonftrario uero propter quid tantum progreditur a y
priori ad pofte= A rius, uel a caufa proxima ad caufatum.quar alio nominc
appdlatur demonftra* tio fecudi ordinis, fecudar mcfurar,& caufar
tantum.proptercaquod oftendicno bis tatu propter quid efTe&us.cum in ca
ratione fiac progreflus ab clTe cauf* no to p dcmoftratione quia ad proptcr
quid cfTe&us ignotu.ut fi retrocedamus ab efle prope planetaru nobis noto
f> no fcintillaread propter quid ipfius no fcin tiIIarcplanetarum,necnon a
rationahtace hominis nota nobis p nhbile elTc ad propcerquid rifibilitatis in
eodcm homine, huiufmoh progrelTus uocatur dc> moftratio propter quid tatu.
demu potisfima demonftracio dla eft, quar progrc ditur etia a caufa ad caufatu
nota tamc nacura quatcnus caufa,&nobis non mc diate,idcft,non mcdiante
demoftracionc quia, fcd immediatc,uidehcet,bencficio
fcnfusjquacenus/cilicct^huiulccmodi caufa cft nobis scfaca,ur, crit illud
medium inucntum , idcft ,nobis cognitum pcr dcmonftracioucm quia abfolucnccm (
ut didum cft ) folum ciTc caula? , exoricur dcmonftratio cau T jj9 Logicarum
Difput, ■,. , A (z tantum,notiflcans duntaxat proptcr quid effcaus. quara
Aucrrois opinionc ^ Ariftotcli maxime confentancam cflc arbitramur. %dtiicenni
rationes contra demonflrationcm quia. CsAP, Ul HA N C partitioncm, quam
ucrisfimam eflc opinamur, impugnarunt gra# uisfimi philofophi,nam
fubtilisfimus,ac do&isumus Auiccnna dcftruit dc> inonftrationem
quia.latini ucro noftri pcnitus inficiantur demonftrationera pro ptcr quid tantum,quorum
omnium rationcs cxaminabimus,illifcp fatisfacicraus, Auiccnna dcftruens primo
demonftratione quia,quar fit pcr caufa rcmota hac utitur dcmonftratione, in
rationc quia g caufam remota" maior propofitio no cft neccflaria,crgo non
cft ucrc dcmonftratiua; confcqucntia notisfima eft, quia B deroonftratio dtbct
habcrc propofitioncs ncccflarias , ut patctcx Ariftotdc in primo Pofteriorum
pluribus in locis; antcccdcns etia clarisfimu eft,cu caufa 16 ginqua non infit
neccflario caufatis,placet tamcn illud illuftrarc Ariftotelis cxe plo in primo
Pofteriorum contextu trigefimo,dc quo fa&a fuit mcntio in ca« pite
fecundo,uidelicct, omnc refpirans eft animal, nullus paries eft animal, ergo
nullus paries refpirat. hic fyllogifmus, cum medium habeat caufam rcmotam, fit
folum in fecunda figura , quia caufa remota eft uniucrfalior caufato,ex quo pon
poteft nifi prscdicaridc caufato, cfficitur crgo fecudafigura,in cuius maio ri
prardicatur caufa dc caufato. illius maioris propofuionis , omne refpirans efl
animal,nulli dubium cfledebct,animal, cum fit caufa longinqua rcfpirationis,
non incflc ncccflario refpiranti, quare roanifcftisfimeapparcc, antcccdcns
illius rationis ucrisfimum eflc. ultimo dcftruic Auicenna demonftrationcm quia
per immediatos efTeclus huuc in modum. in raciouc quia ab cfTc&u proccdentc
fit C petitio in principio,crgo ratio quia non poceft eflc demonftratio.
confequentia notisfimaeft, probaturantcccdcns,principia dcmonftrationis quia
debent cflc cflentialia,quoniam dcmonftratio fic cx iis , qua: funt per fe ,
& debent cfle nota ut fint eflentialia .alioquin ignorarcmus an eflent
propria, ucl communia; fi dc bnit efle nota ut fint cflentiaua,hoc crit aut pcr
induclioncm,aut per caufam;fed pcr induclionem id fieri non poteft,ut habetur
dc Cygno,&dc Coruo,iu quibus an cflentialia.ucl accidcntalia fint
albedo,& nigrcdo , per indu&ionem non co* gnofcitur,ergo per caufam,fi
pcr caulam,crgo in demonftrationcquia fit pcti/ tio in principio,cum in eius
propofitionibus fupponatur quod debet probari.ut, gratia cxempli,omne rifibiic
eft rationale, omnis homo eft rifibilis, crgo omnis homo cft rationalis.miuor
huius rationis debet efse nota utfit efsetialis,& hoc, ut dicTu eft, per
caufam, crgo quia homo cft rationalis, in roinorc igicur propo Dfitioncnotum
crit,homincm cflc rationalem ,quodtamcn in conclufionc collir gitur, fi itaquc
ratio quia ab cffe&u efset demonftratio, in dcmonftrationcfio rct pctitio
in principio, quod falfum cft, Prartcrea, ratio quia ab cfledu non eft •iu
Liber Sextus 140 CX uniuerfalibus,ergo ratio quia ab efFr&u non eft
demonftratio. confeauentia dariifima eft cx Ariftotcle in primo Poftenorum
farpc affcrcnte demonftratio» nem dcbcre conftare cx uniucrfahbus • probatur
anteccdens , nam ratio a po» \ ftcnon alTumit in principiis cfTec"turo,fcd
effe&us c numero eorum cft.qua: fingu lariaiunc , crgo ratio ab effc&u
non cftcx uniuerfahbus. confirmantur omnes iftar racioncs duabus nunc
Anftotclre au&oritacibus, quarum prima eft in prin cipio quinrJh contcxtus
primi Poftcriorum,ubi philofophus, poftquamdmc,de monftratiuam fcientiam eflc
cx ueris,primis, xujau^ vrtorj*iftnormo ab tgiibint rtutm >i Aukenm rationes
dtffbluuntur . CtAT. IIII. 0 "P R ATprima Auicennar ratio , qua deftrucbat
dcmonftrationem quia a*C -L / caufa rcmota hunc in modum. in ratione quiaper
caufam rcmotam ma* ior propofitio non eft ncccfTaria,crgo non cft uere
dcmonftraciua ♦ ad hanc nc* gatur antecedcns,ad exemplum, quo illuftratur,
dicimus, falfum efTc , maiorcm illam propofitionem , uidclicct,omne refpirans
cft animal, non cfle neceflarian, nam liCetc(Teanimal fit remota caufa
refpirandi,idcirco non fcquitur,ut animal collocari non debeat in dcfinitione
refpirationis ,ergo neceflario ineft anircul rcfpiranti. crant aliar duar
rationcs cuertcntes demoftrationem quia ab efTe&u, cjuarum prima
huiufmodierat , in ratione quia proccdenteab effedu fic peti tio in principio ,
crgo ratio quia non potcft cfTc dcmonftratio. ad hanc ne* gatur antcccdcns , ad
probationem dicimus , illam peccare per infufticiens tcm cnumerationcm , nam
quando ait, propoficiones demonftrationis quia dcbcrcclTe notas ut fint
cflentiales,idqj uel pcr indudioncm,uel pcr caufam.dici mus,cam pcccarc,quoma
propofitioncs illar pofsunt cfTc notar ut fmc ciTencialcs " ' T x #--
" V.' • I. . ;J L 141 Logicarum Difput. ctiam pcr fecundum modum dicendi
per fe,ut patet prardicto exemplo pro ma r A jori cettitudinc illius
probationis,nam minor illa propofttio, ncmpe,omnis ho* / 4bo eft nfibilis,
cognofcitur ctle eiTentialis , quia iubiextum cius cft dc conceptii pra-dicati,
ponitur enim bomo in defjhicjone rifibilitatis ; cum itaquc ftt in fe> cundo
modo diccndi per fe, redditur eciam nota ut fit elTentialis abfque indu>
clione,& caufa.Sccunda ratio crat huiufmodi, dcmonlTratio quia ab
cfTc&u no cft ex uniucrfalibuSjCTgp non cft dcmonftratio.ad haqcoegatur
amtecedens,ad probationcm dicimus,efTccTum, ratione qua eftfingularis, non
ingrcdi demom ftrationcm,fed quatcnus cx pluribus fingularibus etfccTibus fit
cffecTus uniucrfa lis, ut colligitur cx Ariftotelein primo Poftcrioruiu capitc uigcfimo
quarto circa finero,feu contexcuquadragefimo tertio circan1edium,nec non in
fccuor do Poflcriorum in calcc primi textus,& in conrextu ultimo,cum
enimcxema pli gratia,pcr Lunar dcfectum ofTcndimus tcrram interponi inter
Lunam, & So Icrn, non accipinius fingularcm defecTum,fed dcfecTum
uniucrialcm,qui ex plu> J3 nbus fingulanbuc detccTibus ctTicitur» Ad primam
philofophi aucTontatcm dc (| ifumptam cx quincTo contextu primi PoiTcriorum in
confirmationem omnium rationumdicimus,ex illa aucToritateelici ,
dcmonftrationcm quia ciTc fyllogiC- mum in comparationcm dcmonftrationis
potisfimar,fcd non fimpliciter,dc abfo Jlntc. acl kcundam in contcxtu ocTauo
fccundi hbri PoiTeriorum refpondemu?, -pbilofophum pcr demonftrationcm quia
intelligerc eam , in qua fumitur aecia 'des remotum,non illam,in qua
accipituraccidens eiTcncialc,nimirum, propria ;pasfio,quando
inquit,demoniTrationcm quia non parere fcichtiam,cVproptcrea non cflc
dcmonftrationcni. & fi quifpiam inftarct, di&um illud philofophi debc
re etiam intelligi de demonftrationc quia,in qua fumitur accidcns ciTentiale;
rca fpondcmus,id ucrum efle dc fcientia perfecTiflima, ut,
fcilicet,demonftratio quia non pariat icientiam perfecTisfimam , ficuti
dcmonflratio potisfima , non aucein ut fimplicitcr,& abfolute non
J>ariat fcicufiam. Latworum rationes contra demonftrationem propterquid
tahtUtn o.. cnL^^ p t jr . Hon r'.'n ifirrttnr . ^ifM ji orini'.' 1 . Ij.^iu.
mvncnttoqoic/ rofiiit AViccnnac fcntentia fic cxplicata circa dcmonflrationc
quia,ciusq ; rationi# bus diflolutis,nunc uidcndum cft, quid fcnferint latini
circa dcmonftratio/ ncm praptcr quid tantum. Rcfpondcnc fere omnes,eam fuiflc
figmentum.d ibr mniu commentatoris, quoniam in docTrina philofophi non
poteiTdari liuiufmo di dcmonnratio,quod probant,& primofic, dcmofiratio
quia prartcr id, qct ad jpsa pcrtinct, prarflat et jllud ide , qd 5 Auerroc
oftendit demoftratio jjf» quid D tantu,crgo malc ab co diftinguitur demoiTratio
jog quid tantu a dcmoftrationc quia. confequcntia nota e,probatur antcccdcns,in
demoflrationc quia a poftcrio rj ciitaus dcclarat causa clTc^at po poccft
dcdararc caufam eiTe,Qifi fciatur,causi * Liber Sextus A 142 illam cffe caufam
eiufdem cffcclus, fed hoc cft fcirc propter quid , ergo dcmon*
fn-atioquiapraM:erid,quodadipfampertincc, prarftac cciam illud iJem , quoi ti
per Auerroem oftendic dcmonftracio propccr quid tantunl. probatur allumpcu, A
jlla caufa, qux per cffcdum monftratur, uel fcicur ellc- .propria
dliuscffeclus, ucl non, fi fcicur, habecur intcntum, tl uero non, per lllum
erTeduna noo magis una, quam alia caufa poceric iofcrri, quis cnimprohibcbk,
ignoraco ignecu cUe cau fcm fumi, quin infcratur, fi fumus cft, cciam lapis ?
& jta pcr effeaum nunquam dcueniemus in cognitionem caufa: decerminatar. fi
igittir progredicndo aUclIc &u ad caufam, fcimus caufam illius
effe&us,& fcire caulam ctfedus citlcire cius propccrquid, demonfcratio
quia dabicelTc caufar, & propter quidcffecTus, qua* re dcmonftratio quia
oltcndiccV quooViuumeOj&quQd IpccTAcad dcmonilfatio nem propter quid tantum,
fecundo, & ulcimo, diuifio Aucrrois repugnac Ari ftotelis diuifioni, crgo
falfa, confcqucntf^cxiftcncc maniftlla, probatur antecc' dcns, nam philotophus
in primo Foftenorum. 30. diuidcns ipfum fcire in fcirc quod, & fcirc
propcer quid, innuit duasfolum dan fpccics demonl"lracionis,aIcc wim
quia^alccrampropccr quid, qua: eadcm cft cum pocisfima commcncacoris, B &
hoc cx natura rei, quilibec cnim progreffus uel cft aj>'tffcc'tu,ucl
acau(a,undc manifcftisfimc apparct,Aucrrois partitionc recedcrcab Anftocele,&
a uericacc. Solutintur
Latinorum rationes de demonjirationcpropter ' \ quid tantum \ . 3 , 53 r
*• frm ff"!*?! iWQ^fii^vcfr )"
r m >">ril oTt'i •Ttwxai ftiui} no quo fumitur uera diftin&io
intcr fpecies demonftratioms, non posfit oriri nifi demonftratio proptcr quid
tantum, licet cx parte quarfitorum uidcatur poflc ctiam erTici dc« monftratio
potisfima, ad,ercdcndum inducor, ucrba commcnti nonagefimifex B ti, &
illius traclatus, qui eft dc demonftratione , cfle dcprauata , deberecp in eo t
ommento dclcri di&ioncm illam, (nifi, ) ut legatur, fpecies aotem fecunda
conv iequcntiar cft, ut fequatur poftcrius ex priori, hoc cft, caufatum ex
caufa, & non conucrtatur res, in hac fpecic non adducitur demonftratio
fimpliciter tantum>, & quar fcquuntur; ni uelimus dicere,Commecatorcm
pcr demonftratiouem* fim plicitcr tantum intellcxifle dcmonftrationcm
proprerquid tantum , cum folcat aliquando demonftrationcm proptcr quid tantum
appeliare dcmonftrationem fmplicitcr,ut patet de illa dcmonftrationc, qua
oftendicur eclipfis dc Luna pro ptcr terrarinrcrpofitioncm ; cx eius cnim
doccndi mcthodonon poteftdTc de* monftratiO illa nifi dcmonftratio propter quid
tantum,cum habeat principia no tanatura, nobiscp mcdiatc, & tamcnin fecundo
Pofteriorum commento qua> dragefimo uocatur ab co demonftratio fimplicitcr ,
dc cuius rationc eft fecun/ dum Commentatorcm,ut cius pnncipia fint nota natura
, & nobis immediate , C quarc pcr dcmonftrationcm fimplicitcr non potcft
ibi intelligerc nifi demonftra ticncm propter quidtantum. in traclatu uerodc
demonftrationc non longea fmedcbct addi(non) uerbo illi (fir, )ut legatur,
tcrtia pars eft,ut fequatur poftc rius ad efle prius, & non fcquatur prius
ad cffc poftenus , in hac non fit demon^ ftratio caufar, & eflcndi folum,
idcft, non fic dcmonftratio potisfima, decuius ra tionc eft, ut det caufam, 6V
cfle, & ita uniformis fcmper eflcc Auerroes. manifc^ ftum igitur cft ex
mente Commentatoris,diftingui inter fe demonftrationcm fira pliciter, feu
potisfimam , c\ demonftrationem propter quid tantum ex natura niedii, atcp-ideo
ex natura rci, non autcm cx noftra cognitionc. hanc realem di fiinelioncm
rcfpe&u pnncipiorum eflectiam ad mcntcm philofophi,probatur ex cms
fundamcntis hunc in modumjfi dcmonftratio potisfima, 6V proptcr quid tS — tum non
difTcrrent eflentialiter,fed folum accidcutaliter,ut uoluot Latini, omnia D
illa gmera caufarum , quar ingrediuntur proptcr quid tantum , ingrederentur
etiam potisfimam ; confequens cft talium, ergo & illud, cx quofcquitur :
confc qucntia cft clansfima, nam fi aliquod caufargenus uni; & pon altcn
demouftra^ tioni •V LibenrScxttigoJ ^14^ tioni accommadaretur, non folum
accidenraliter,fVJ ctiam cflentialicer demon /f" ftrariones illar
difhngoerentur, quod eflct contra latinorum fcntcnciam. proba* tur falfkas
confequentis cx ipfomec phi!ofopho,ait cnim Arirtoteles in fccundo Pofteriorum
contextu undecimo, & in fccundo Phyficorum contcxtu fcptua gefimo fccundo
in demonftratione propter quid ingredi quatuor caufarum ge nera,& propcerca
quartum modum dicendi pcr fe, ut quartiim,idclT, caufam ef ficientem ucram,quar
a x potisfima demonftratione excluditur , ut pcr Ariftote* lem mprimo
Pofteriorum contextu dccimo manilcfti greditur ex principiis natura, nobiscp
primum, feu immediatc cognitis,oftendic duo quarfitajefTcjfcilicct, &
propter quid cfTcclus, at dcmonftratio proptcr cjuid tantum conftans ex
principiis natura.nobifqj non primum , & immcdiatc , fcd mcdiatc cognitis ,
oftendic folum unam quarftionem,ncmpe, propter quid efTe&us. confirmatur
hocfutfupra diximus ) Anftotelis au&oritatc in fccundo Pofteriorum contcxtu
odauo , ubi aHcrit , proptcr quid quarri , cognito qudd , nonnunquam ucro ,
& ' j I) fimul manifcfb 147 Logicarum Difput. 1 £ x dwrurru fententia
nullanu ejf^j dtffercniumu inter pottsftmanu demonRrationerru , (f propter qutd
tan~ tHrrucxpartai noa ftrsr, quia demonftracio proptcr qutd(uc difputacum tuic
m fupenonb^s) fe Iia* '. bcc ueluci gcnus ad potisfimam , & ad eam.quar cum
gcnerc aequiuoce dicicur B proptcr quid tantum,omnis emm potisftraa cft propter
quid,fcd non econCra, cum dcmonftracio proptcr quid fit uniuerfalior
demonftraciooe ponsftraa.dra monftratio igitur propcer quid , quando in regrdfu
abquoties fit per caufam jtormalem non fecus,ac potisfima ,cuncab ea non
difTcct ratione medii abfoluce fumpti,fed concurrentcnoftra cognicione,
quoniamin pocisfima dcmouftracio occaufa illaformalis eftnota natura^uobifcR
primum, feu immediatc , proinde oftendit huiufmodi dcmonftratio duo
quaratajcfle, fciliccc,& proprer quid cfle/ £tus; in dcmonftrationc uero
propter quid tantum fic di&aad diiT.vcntiam po tisfimar, quar eft ecia
proptcr quid,cum omnis pocisfimaCuc diximus.) fic propcer crTecTus; quarc non folum rationc mcdii
primum,& non primum nocixiifTcrc po C
u.niant demonftratio potisfima,& propterquid.diflcrunc tamcn in alns
condicionibus, quia huiufmodi cau(a proxima poteft ciTc ucl fufficiens,uel
non,prarterea,primum,uel non primum nobis nora,fi.fuerit fufficiens,nobifcp
prjmum nota, cx ca fit potisfima demonftrario,fi uero no (uf ficies,nobisqj no
primu nota,cx ea oritur dcmoftratio proptcr qd tatu,ut patct per ca,quac
diximus,& in fepcirao, _ D & in prarfcnti capitc paulo 145* Logicarum
Difput. ^ Ex aliorum fentcntia refcUttur ca dtjferentia 3 qm fumitwr k 5>UU0
mcdio nobisfriwum , uel non frimum wto, . ti .L-iur! : vjyiui iuh**p
Wiirororrc^Tr i p otyisb rr ! jiloqq > ni om ER A T altcra ditTcrentia inter
potisfirtiam dcmonftrationem ,* cV proptcr quid tantum,
pot»sfimam,fci|icet,mcdium habcrc nobis primo nocum,noa «x cffcclu jnucntum,
proptcr Cjuid ucro tantum habcrc mcdium non primo no bis noram,fed ex
effe&u notiorc declaratum , ut autcm buiufmodi diiTcrcntiam ii
demonftrationjs natura alicnam c(Tc olTendant,hunc in modum aducrfus cam
argumentantur . Harc diffcrentia non eft fumpta cx conditionibus principioru)
.demoftrationis ab Ariftotclc adductis,crgo a natura dcmonflrationis non deri
uatur^proindc fpccics uariarc no poccfl; confcquentia cft clara,affumptum pro*
B patur, principia dcroonlTrationis uocataeab Auerroiftis proptcr quidtantum ablquc
dubio uera funt,funt ctiam prima,fcu immcdiata, quia nil aliud cft, pria cipia
cflc immcdiata,quam nullum dari mcdium intcr maiorcm cxtremitatem, cV tcrminum
mcdium dc fcntentia philofophi in capitc dccimo primi libri Po (tcriorunvhabct
huiufmodi dcmoniTratio principia priora, & caufas condufio pis,cum in ca
progreffus fiat a x caufa ad effecTum; habct ctiam illa notiora natus ra,&
nobis,natura quidem , quoniam omnis caufa cft notior erTecTu fccundum riaturam;
nobis ucro,quoniam omnis demonlTratio fitpropter noftram cogni tioncm, quarca
notionbus nobis progrcditur ; fin minus, cfl prorfus inucilis ; quod dc ca non
cfl diccnduro,crgo eiu$ principia & patura,ctC nobis notiora co clufione
clTc oportcc» dcmum, principia demonflrationis proptcr quid funt dc omni, funt
per fe,& funt quatenus ipfum, omncs igitur conditiones habct, & in
nulla difcrcpat a potisfima,ergo difTcrcntia harc cx natura demonftrationis non
C accipitur,proindc ipfi dcmonltrationi accidentaria elT. rc ucra ca
diffcrcntia in nobis tantum cft,non ipfademonftrationis natura , quandoquidem
nobis con/ tingit,ut caufam primum notam habeamus,cVut non primum notam cx
cffe&a notiorc inucniamus.fcd ad ipfam demonftrationis naturam id minimc
pertinct, bincfactum clT,ut Ariftotclcs idnunquam confideraueric,dumodo.n.principia
fint nota natura, & nobis,quse conditio communis clT omnibus demonftrationi
bus a priori,& a caufa proxima,nil refert an nobis primum nota fuerint,an
inue ta per aliud;propterca illud eileciale dcmoftrationi cfle dicicur,hoc ucro
accidc tanu,qct naturS demoftrationis uariarc no poteft» Prartcrca.fi ca
fececia admicta tur,feq:ur,huic homini eandc demonftratione cfle potisfima,
altcri autc homini c(Tc proptcr quid tantum,quod abfurdum cft. confequcntia
probatur,nam con ccdit Auerroes in commentariis. 1 8z.& 183. primi libri
Poftcriorum , aliquas P cffe rerum caufas fenfiles, cx quibus apud cum fic
potisfima demonftratio, quo* piam primo notar occurrunt, nec inueniuntur per
aliud ; quoniam igicur ctiam C ffc&us aliquis a tali caufa producTus fcofibilis
cfTc potcft , idco fi contingat ab Liber Sextus lyo aliquo prius caufam
fcntiri, qua m effeaum, & ex ca illum cfleaum dcmonftrari, demonftracio
rcfpc^u illius potisfima crit, nocificabie cnim, cV qudd cffcaus fiej & cur
fit; ut fi quis nullam habcns folaris eclipfis cognicionem, uideae Lunam in A
tcrpofitam inccr folcm, # nos, ftacim pcr caufam cognofccc cclipfim ficri, qua
ancea nunquam cognoucrat; fi uero alius,qui prius cam cclipfim noueric fme
cognitionc caufar, ucniat poftca in cius caufar cognitioncm , pcr cam cognofcct
propcer quid fiat cclipfis, fed non qudd fic; cadem igicur dcmonftracio huic
erit propccr quid,quar alcch pocisfima fuic; nullamcjj in f? ipfa mutationc
paffa fiec di ucrfarum fpccicrum refpeau diucrforum homjnum; quod fi abfurdum
eir,uc ccr cc cft abfurdisfimum , dubicaodum minimc cft , hanc diffcrcnnam e
nacura dc fnonftrationis fumpcam non cffc, fcd accidcns cffe ipfi
demonftracioni , cV accv denf quidcm feparabile,cum uni,cV cidcm mcdio
concingac, ut fic primo nocum alicui,& alccn non primo notum refpcau
ciufdcm cffecius» Rationibusfufcriori capitc adduilis rc/pondctur. B 1 1 «1
IAMad probacioncm aucem dicimus, falfum cffc demonftrationcm proptcr quid tan
tum fcmper haberc principia immcdiaca, cum progrcdiatur aliquaudo pcr cau fam
caufacam, uc uiderc cft de cclipfi Lunar , dc cius luminis accrccione,& hu*
iufmodi,qux funt demonftraciones propccr quid , & camen progrediuncur pcr
caufam caufacam,ideft,pcr mcdium caufatum,& propccrea pcr pnncipia cau faca
, idcm cnim cft principium demonftracioms , & dtmonftrationis medium»
demonftratio uero potisfima fempcr debct haberc mcdium non caulacum , feu
principium immcdiatum, quarc principia effc immcdiata, non euVuc dicunc ipfi)
oullum dari medium incer maiorcm excrcmitacem , & cerminum medium , fed C
Ctiam nullum dari mcdium inccr minorem,cxcremicatcm,& mcdium cerminum,
alioquin pro mcdio cffec fumpca caufa caufaca concra naturam potisfimar demo
ftrationis. Practcrca, falfum eft, dcmonftrationcm propter quid cantum habcre
principia noca nobis co modo, quo habec demonftratio potisfima,quar eft ctiam
proptcrquid, fcd proptcr quid pcrfeaa,nam dcmonftracio potisfinn habet prin
cipianotanobis immediacc, idcft, ablquc ulla demonftracione, (olocp fcnfus bc
fieficio, demonflracio ucro propccr qoid cancum fdico proptcr quid tantum ad
differenti3 demoftraeionis ppquid perfcaar,& potisfimar^habet prjcipia nota
no pis mediaec, ideft, medianccdemonftracionc quia, cVa pofteriori. quar quidem
differcncia, licec in nobis cautum effe uideacur, multum tamcn facic ad dcmon^
ftracionis naturam, nam cffc principia nobis nota immediacc denotac principia D
demonftrationis effc indemonftrabilia , quarconditio percinct ad pocisfimar de*
fnonftrationis nacuram; cffc ucro principia nobis noca mcdwcc indicac principia
i ry r Logicarum Difput. cjemonftracionis efle demonftrabiha , qua? conditio
recedit abi eiufdem potisfi/ ^ mardcmonftrationis natura, fcd non recedit a
natura demonftrationis propter quid tantum. Clareitaquc patct,hanc difTerentiam
non efie quid dcmonftratio ni accidentarium, cum cius naturam uariarc
posfic,fatiscp ab Ariftocele fuiilc ca fideracam, cum in Logucsc difciplinar,
& philofophiae libr.s farpc dicac ipie, prinx cipia fcnfu, & uia innata
nobis fieri mamfefta; uana igitur eiTec demonitrationift natura ablque
cognicionc noltra. Demum falfum eft, principia onrojcuiusquc ^enrionftrationis
propter quid eilc quatcnus ipfum, quando cnimfciufa, & cauia tutn hcc
pa&o funt difpofita , ut caufam fequatur caufatum, non auceme con* tra r
ficuti,exempli gracia, ignem fequirur illuminatio, & calor, fed non e con»
*urrfo,in bis non polTe fieri demoQftrarionem poti^fmram , quamuis cilc cauiae:
fuenc notum, non autcm eflc erTedus, manifclt im eft,cum potisfima demoaftra
tio poftulettcrminos parcs,& tamen imliisfic demonftcado a caufi. proxima,
& propterca propter quid, quar non hibec quacenus ipfum , ergo dacur aliq
'1! monftrationi requificas. quo ad alceram racionem, qua dicunc, fi ea
fencentia ad mittatur, fequetur huic hominj eandemdempnftra^ionem elTe pocisfinnm,
altc ri autem efle propter quid tantom ncgatbr corrfcquentia,ad probationem
dici' mus, falfum efle in caufis & caufatis fenfibilibus ut aliquis prius
fentiat caufam , 'quim cfTeclum, & hunc cognofcat fine caufa?
cognition^quomodo enim potcft quifpiam(fi fequamurcorum excmplum) fentirefolis
eclipfim,& non fentirc Lu nam , quarillius eclipfis.caufa cft,- mccrponi
jncerfolem, & nos ? fimul abfqucut )o dubioutrunqucfcntit, ac cognofcic.
hinc optimephilofophus in fecundo Po fteriorum contextu primo fecus fmcm dixit,
(fi uero cflemusfupcr Lunam, noa utique quxrcrcmus, ncquc fi iit, uidcliccc,
eclipfis Lunar, ncquc propter quid fic, fed fimul manifcftum eftct utrunquc. )
quia tunc utrunquc eflec.iailile; fruftra ita quc cft racio, ubi fuperabundac
fcufus; quar enim ienfus comprcheufionc cognita C iunc
ommdcmonftracioneeuidentiorcm habcnc perfuafionem. O Lil . mu.L^ui /ijuoirrmj
& . m^isiitrmixi rnnoism r>5:.i frimtafninL rn"ds(T tvui mtut
fr> cnqyjdttUtr,?. : tr • i.i \: aorrob mcri.t :• : oiup r»:noiri tn\ JLfDp
ii3qoi quicur dc dcmonftratione a caufa rcmota , hanc cnim tali cxcmplo
dcdarac, Ci quarratur propcer quid paries no rcfpirat,&rcfp6dcatur,quia no
eft animal,tali$, coftruetur dcmoftratio,omne rcfpirans eft animal,paries n6 c
aimal.ergo parics no rcfpirat,quar quide no demoftrat proptcr quid,cu proxima
caufa addu&a no fit,fcd(olu qudd; in hocexeplo Anftotchs ccrcu
cft,cxiftentia rci quarficar nocS efse ante illam demonftrationem,&antequam
quarratur proptcr quid parics no rcfpirct,quis.n.cft,qui ignorct parictem non
rcfpirare ? imo Ariftotclcs talc pro blema addacit tanquam notum quo ad
quarftionem an fit,iaquit enim ( fi quavD ratur propter quid oon rcfpirat
pariesj, at ccrtum cft non quarri proptcr quid cft oifi qutado notum cft
quddfic , ut ait Ariftotclcs in fecundo libro poftcno ij) Logicarum Difput. £
rum contextu primo, cV trigcfimo nono fccundum Aucrrcis partitiiincm,nuny quam
emm qurrimus proptcr quid ahqua res fic,nifi prius conlbcuamus notum eflc qudd
fit; attamcn facTa dcmonftratione, dicit Arifroteles-per eam notificari qudd
cft, non propter quid clt, auafi dicat : quarficum eft propter quid non rea
fpirat parics, hrc autem demonfrratio qurfboni non fatisfecit, fed folumdecla
rauic qudd fic, parictcm, fciliccr, non rcfpirarc. fi itaquefcntcntia Aucrrois
ad» mittcrctur, lalfum diccret Anftorelcs.quoniam cnim ante demonfcrationem no
tum crac paneccm non refpirare, demonftratio illa non declarar quod, quareni
)nl notificat; ccrte rcs hrc nimis clara cfl,ncc alia rationc Arifcoceles
dcfcndi po tcft, nifi diccndo,ipfam dcmonftrationis uim, & nacuram
fpc&andam eflc, quan* do quid per eam oftcndatur infpicerc uolumus;
fiquidem illa demondrationc cx propria cius natura oftcnditur, parietcm non
rcfpirare, quamuis cnim nocum id tuerit omnibus hommibus, pcr hoc tamcn ipfa
uis dcmonftrationis minime tol h |itur,fcd frmpcr talis feruatur, ut notificet
rcm eflc, fed non cur fic. crcerum ad j lcnicrcm huius dogmacis confucacioncm
oftcndunt cx Ariftotelc in crigefima rona parcicula fccundi libri Poftcriorum
non modo nacuram demonftracionis fpcdando, uerum ctiam nosipfos deraonftrantes
inlpiciendo, omnem demon^ Orationcm notificantem propter quid eft,
nofincarceciam quod cfr, nobifqj tra dcrcnouam utriufquc cognitionem, quam
antedemonftrationem non habebap fnus; nam philofophus loco citato reddens
rationem cur illc,qui rcm clfccogno fcicfinc cognitionc caufr, non cognofcat
quid rafit,hanc racionem adducit, quianequc rcm illamefle cognofcic,
mfilcuiter, & ex accidcnci: cum enim res ita cognofci dcbcat, uti eft, uc
aucem fit habeac a fua caufa, fequitur tunc uere cognofci eam ctTe, quando pcr
caufam, propccr quam cft , cognofcicur ; non eft autcm rcpugnantu m ucrbis
ArilTotelis,ut forcasfis clTc uiderur.cum dicat prius rem cognoia qudd fit,
pofcca hoc idcmneget; nam fignificac duphcicer cogno fci rcm cflc, uno quidcm
modo lcuicer, & confufe, & abfque cognitionc caufr , altcro modo
pcrfccTc, rics; quarc fi ad hoc quarfitum rcfpondens dixent, quia non cfl
animal, hoc pa» cto m tccunda figura fyllogifmum conticicndo,omnc rcfpirans
cflanimal^paries oon cftanimal, crgo parics non rcfpirat, dctnontTratio non
ciT:c propccr quic^ Liber Sextus fedquod; noo cfletpropter quid,etcnim (ut
inquit Ariftotcles ) non dicitur ^ caula,non ut in tali iyllcgifmo non fit
acccpta caufa j quia rc ucra cft (yllo gifmus a priori , & a caufa, fcd
quoniam caufa remota , qux cius lyllogiU mi mcdium eft.comparata proximar
habctur pro non caufa.ElTet cx alccra par tc qudd,non co modo,quo dicunt ipfi,
quia, fcilicct,notificac qudd,nempe,parie tcm non refpirare.quomam hoc,cum
omnibus raanifeftum fit, non poceft ab ca ootum ficri,licct rationc
formarfyllogiflicx infcratur; fcd uccx hoc denotetur eius impcrfc&io.ficuti
enim ratio a poftcriori coparata rationi a priori dicitur im pfe&a , ica
demonftratio a x caufa remota comparata demonftracioni a caufa proxima eft
imperfecla,& hac dc caufa (ut diximus ) nuncupatur demonftratio cjudd, fcu
quia. adidautcm, quoddicunt, fi fetctia Aucrrois admitteretur, fal/ fum diccret
Ariftotcles,quoniam demonftratio illa non declarando qudd,quia notum crat,nihil
notificarer, negatur hoc,nocum .n. redditquod priusa s quat rentibus
ignorabatur, uidehcct , non efle animal eflficcre ut parics non refpirct ,
qunmuis nOn fit uera caufa,& uerum propter quid; fatiffecit itaquc illa
demon ftratio propofita* quarftioni quantum licuit, quia oftcndit caufam ad
quarfitum, quarcunque tlla fuerit.Nec obftac huic noftrar rcfponfionidi&um
phtlofophi,ut dclicet,m his non propter quid,fed ipfius quia dcmonftrationcm
eiTc, quoniam philofophus non uult dicere, demoftrationem illam non elTcpropter
quid, quia nullam caufam notificac, uerum quia non habet caufam proximam, fed
remoa cam, quamobrcm mcrctur potius ( ut fupra diximus ) nomen demonftrationis
3uia, quam ipfius propter quid; proinde,mco quidcm iudicio , non infpiciendo
emonftrationisnaturam,Ariftoteles dcfcdi potcft.Harc oia.qua? hucufquea no bis
diclafut,poflut inferuirc etia refpofioni ad ca,quarfubfcquucur, nepe,( carteru
ad plcniore huius dogmatis c6rutationc,&c. ) cu itaquc dctur demoftracio
pro pter cjd tatu ut aha demoftrationis fpccies a potisfitm cfletialiter
diftincla/irma remanet ca dcmoftrationis diuifio, qua Aucrroes ex mctc
philofophi in pnmo Poftcrioru capitc dccimo facit, qux huc \ modu fc habet,ois
demoltratio aligd notu facies, eflentiale progrcilu habct ucl a caufa ad
efTcc"hj,uel ab effc&u ad cau fam,fi a x caufa,aut proxima.aut
rcmota,a x caufa proxima ht demoftratio propter cjuid comunis ad potisGma,&
proptcr quid cancum.fi.n. fut clTcntiahs progrek fus a caufa proxima nobis
immcdiate cognita, efficitur una fpccics demonitra* tionis, quar dicitur
potisfima, fi uero fiat a caufa proxima nobis mediatc cogni ta,uidchcct,
mcdiantc demonftrationequia, orituralcera fpecics, quar ab Auer* roe appcllatur
proptcr quid.fcu caufar tatu ; ac fi eflcntialis progrcflus fiat ucl i caufa
rcmota,ucl ab effe£tu,tcrtla efTicitur fpccies,quar ab omnibus uocatur dc
moftratio uelqudd.uel quia.no folu igitur ex partc medii,fcd etia rationc quar
fitoru daturCut declarauimus)crcs dcmonftrationis fpccies, quare firma nbn rc
manct ca demonftrationis diuifio, qua ipfi feccrunt.ncc argumetu ex Auerroe
fumptu (nifi fallimur ) ab eis difloluitur , ciim probauerimus dari difcrimen
in» Ccr dcmonftrationem potisfimam , & propter quid tantum in principiorum
conditionibus , ac pofle dcmonftrari propccr quid finc dcmonftratione ipfiui X
t iy7 Logicarum Difput, quod . fed aliquis de hac diuifionc forfiean nobis
obiicerct, ut in ca pofuerimui quodaduerfarii facilcnegarc pofscnt, dari,
fcdicec, demonilracionem propcer quid communem ad pocisfimam,& proptcrquid
tantum , qua propccr id pro# barc ipfiusmet pbilofophi auftoritatc dccreuimus.
Nam in primo Pofi contex tu decimo Ariftotclcs fele&ionem facicns corum
modorum diccndi pcr fe, qui eam dcmonflrationem ingrediuutur,quam ipfc
fimplicitcr uocat,alh ucro po» tisfimam,dcterminat,eos duntaxat huiufmodi
demonftrationem ingredi.qui nc Xum caufa*,& caufati ncceflarium habent; hi
funt primus, # fecundus, quarcus vcro ut quartus minime, quamuis cnim ipfc
quoquc prardiclar dcmonftrationi adhibeatur,non (ecundum fuum totum ambitum,
idcfi,non ut quartus ci adhi* betur,fcd quatenus concurrit cum primo,&
fccundo,quod cucnit quando cau» fa efficicns cft cffeflui anncxa, in ciufcp
dcilnitionc ponitur, at quando cft ab eflc du difiun«5ta,in ciusq;
dcfinitioncminimccollocatur,non potcft huius caufar ge nus prjrdiftar
dcmonflrationi accommodarj. in fccundo autcm Pofteriorum c«5 tcxtu undecimo.cV
in fccundo Fhyficorum contcxtu fcptuagcfimo fccundo a£ ferit,quatuor gcncra
caufarum mcdium cfsc in dcmonftrationc a priori, feu pro ptcr quid,cV propterea
quartum modum fccundum fuum totum ambitum in ea fibilocum ucndicarc. quamobrcm
uidcturphilofophus locis citatis innuc/ re,difTcrentiam e(Tc rationc mcdii,
atcp idco «flentialcm intcr cas dcmonftratio» ncs propter quid,quaru una
fimplickcr.fcu potisfima , altcra ucro propter quij tancum appcllatur.cum
itaque huiufmodi dcmooftrationes ita intcr fe ditifcriic, vt
una,uidclicct,propter quid tantum,altcra,nimirum.potisfimadTe non posfic, ad
crcdendum inducor.ut etiamcx mcotc philofophi dctur demonftracio co« munisad
potisfiroam,cV proptcr quid tantum Dixi,ctiam cx mcnte philofophi, quia cx ca
caufarum,&caufatorum difpofitionc.de qua in capitc feptimo ad mc tem
commentatoris copiofc locuti iumus , & prarcipuc cx ultimo mcmbro id
manifcflisfimum apparet» Ex aliorunu fintentia aufloritatenu illanu pbillofophi
in ■ Jecundo ^PoRcriorunu iibro contextu oclauo fecundunu ueterem Jeclionem ai
Juerroiflu non in telltgi,cife[\ aduerfartde claratur* I li /. -• . Erv A T pro
Aucrroiftis locus illc pulchcrrimm philofophi in trigcfiau nona particula
fccundi libri Poflcriarum , cuius harc funt uerba, ( ficuci cnim propter quid
qua-rimus , habentes quia eft , aliquando autem
monftrationis autcm natura non in quarftionc prarccdentc, (ed in iis,
quar nocifi caotur, conftituta eft , & abhis appellationcm fumcrc debct,
non a prarcedenti* bus quarftionibus, quar a fola animi noftri accidentaria
afTeftionc pcndcnt , quo* niam aliquando Icuicer, & ex accidenti
cognofcimus qudd eft , aliquando id pc nitus ignoramus, ob id alio, & alio
modo quarftioncm proponimus; attamcn uc D cumquenos quarramus, cadcmfempcr
fcruaturuis notificatiua demonftratio» nis.Patct igitur locum illum Ariftotclis
in fecundo Poftcriorum libro ab Aucr roifris non intclligi, & cis caufam
crroris fuifle, Ariftotclcm in illis tribus di&is confidcrare cas
quarfciones etiatu ut dcmonfcracionem prarcedences, non folu u t I $60 pcr Jcmonftrationem notificatas; carum
cnim ut prarcedcntium difTcrcntia nul a lumdifcrimen facic in qua-fitis , qua:
funt dcmonftrationis finis , ncquc diucrfas dcnonftrationis fpecies conflituit;
fcd quando Arifloteles flatim in fcqucntibus ueibis qua-fita illa non amplius
ut prarccdcntia, fcd folum ut pcr demonftratio/ ncn notificaca confidcrat ,
duas tantum demonftrationisfpccies ponic rationc qcarfitorum notificacorum
diflin&as, dicit cnim duobus modis cognofci rcm cf Tc auc per accidens,
aucpcr caufam ,duas dcmonftrationis fpccics fignificans , cjm coim omnis
demonftratio aliquid cflc oftcndat, alia id facic per caufam, alia
fiiccraditionccaufa:, Addunc aliud argumentum aduerfus Auerroem f uc ipfi
dicunc) efTicacisfimum, nam Ariftotcles ibi doccc , per cam demonftrationcm ,
quar rcm efTc oftendic non pcr fuam caufam, minime cognofci quid cfl , fcd pcr
cam cancummodo, quar rem efTe demonftrac per fuam caufara; boc pofico,argu
*> mentantur hunc in modum , fola dcmonftratio oftcndcns rcm elTe pcr caufam
Yuam eft illa,quar declarat quid cft, quo fic uc omnis dcmoftratio declarans
quid cft oftendat rcm cfleper fuam caufam, hoc cnim aflenc eo in loco mamfefte
Ari ftotcles; acqui demonftratio,quam uocanc propccr quid tancum,fcu caufa:
caiufi, dcclarac quid eft,ut Auerrocs fatecurin crigefimo nono, &
quadragefimo com mcncariis fccundi libfi Pofteriorum , harc igitur dcclarat rcm
clTcpcr caufam fuam, declarat igitur rcm cfle, quod Aucrroifbc ncganc,
Impugnantur ea,qu*in fuperiori capite dtttafunt. . A DmifTa uerborum
Ariftocclis in crigefima nona particula fccundi Iibri Po p -^^fteriorum intcrprctatione,
quam eis dat inftantia,non potcft autioncas illa philofophi aduerfariorum
fcntentia: non ofTicere,quoniam fi ea, qua: quarruntur, luc ratione
qujcruntur.ut (fi fieri posfitj fciantur , interdumqj per Ariftocdrm
cognofccntibus qudd licct qua:rcrc proptcrquid, deneccsfitace fcquicur, dari
ahquam demonftrationem , per quam folum proptcr quid manifcrtum fiar,nan\ fi
tam m qua:ftionc proptcr quid, quam in quarftionc an fic , poft fatiam demona
ftrationem notum redderetur utrunquc quarfitum > qudd ,fciliccc, &
proptcr cjuid, non rcdV dixilTcc philofophus in particula illa tngcfima nona
fccuud; Po* 'neriorum, aliquando auccm , 6V fimul mamfefta fiunt, quia fcmpcr,
non aliquaci do id cueniret , fi, dum quxnmus folum propter quid habcrites
quod,mox,facla dcmonftratione,redderccur nocuni & propter quid , &
qudd;fed caufa huius cr roris fuit , cxiftimare, nos femper, dum unum quarrimus
, duo inucnirc, nam li^ cct hoc didum locum habeac in quarftione an fic quando
illam cognofcimus a x priori per fuam caufam proximam » quia tunc ,dum
quarrimus an fit, ignora^ mus utranquc quacftionem , locum camen non babec nec
in eadcm qua:ltionc O ^uandoillam cognofcimus apofteriori » &fccundum
accidcns » tunc cnim X }6i Logicarum Difput. A per Ariftotelem in illo
o&auo contextu fcimus rem eflc, & quod , ignonntes quid, & propter
quid; rcc locum habec in quarftione proptcr quid , quoniam id in ca inuenire
non poiTumus, quod non quarrebamus, uidclicec, ipfum quoJeft, quia illud ante
qua-flionem ipfius propter quid fcicbamus,immo ignoraco qjdd non poteft quarri
propter quid. Ncc obftat, Ariftotelem dicere, ipfum quod ef fefcuum fccundum
accidens, quia loquicur comparatiue, id cnim ucrum eftin comparationem ipfius
propter quid, nam fcire pcr pofterius in comparationrm jpfius icirepcr prius
babcturpro ipfo fcirc fecundum accidcns; ueritati autcm non conucnit, fi fcirc
qudd fc cundum fc confideretur,etcnim fcire non fuiflet ab Anftotclc rcfte
diuilum in primo Pofteriorura libro contcxtu trigefimo, fi fcU re qucd finc
caufa* cognitionc ut patet de animali rationah,quod dicimus cfle nfibilicatis
caufa «fficiecc nu ucra, oa (ub qualibei teporis dirteretia, poftta aoiraali
ronali,ponitur rifibilitas,*} ab ajW caufa produ, D ci no potc(t;&h,oc
cfficics 06 mru illud e,quod Coincidit cu forma. quando igi tur dicimus, mediu
non potTe collocari tuti in gcnccc cau(a?ctfteie3tW}'A finaliSi pcr caufam
cfficicntem intclligimus emcicnte non ucr.l cjuacenus, fcihcet^cauta?,
cfficicnu accidit, utfit fcmpcr WtfcftuianacjBa, tuoxpctoim i«^»t ^ ?"* *
bbrnAr- I 16*4 tiatura,qux eft non
fcmpcr efTc&um fuum comitari. cum itaquc determinatum A fit a v nobis, pet
rationem primi extrcmi non polTe ab Ariftotele intclligi nifi caufalem
dcfmitionem,qua: exphcat propterquid eiufdem primi extrcmi,iiv conucnicnsqj non
fit,ut idcmelTc posfit propter quid pasfionis demonftrandar, & quid
fubiecli , iure optimo m hacdifputationc quarcndum exiftimauimus, utrummedium,
quodeft ex mcntepbilofophi ratio,idcft, caulalis defimtio pafo fionis
dcmonftranda», fit fcmperin demonftratione potisfima definitio quidita tiua
fubiccli. per demonftrationem potisfimam quid intclligi dcbeat , fatis, fu^
perc£ oxplicatum fuit a nobis in prarcedcntc libro» per mcdium intclllgi debct
medium rci,qudd eftcaufa.a qua pasfio dcmonftranda habet ut fir, & confcruc
tur; ex quo fit,ut ab huiufmodi mcdio rei,quod cmanarc dicitur £ matcria nc/
cciTaria necesfitatc Gmplicitcr,circa quam uerfatur dcmonftratio potisfima.ne/
ccftaria colligatur conclufto,nam dc medio confcquentiar, leu lllationis.quod
di B cimus clTc,quando cx concesfis quibufdam conclufio dc nccefitatefequitur,
in prarfcntia neucrbum quidcro,cum illud proucniatex parte formar ipfius dc»
monftrationis , qua? fyllogifmus eft , de quo pnmo in ordine ad dcmonftrario=
nero ucrba facit plulofophus in hbris priorum.lccundo autem loco ut commu/
niscftad oranem matenam. dcclaratis tcrminis propositx difputationis , quid dc
ca alufcntiant prius cxarainarc decreuimus» sAliornm Opinio. PLcriquc ncgatiuam
partcm fuftinentes huncin modum argumentantur,cauC &, ptopter quam
unumquodque accidcns eft,debet clTe medium , quo illud dcmonftratione potisfima
demonftretur, at multa accidentia funt,quorum cau fa- non funt corum
fubiecTorum forma?,fcd alia accidentia, crgo multa acciden/ tia funt, qua* per
alia accidentia , non autem per eorum fubiedorum dcfmitio/ ncs demonftrantur
potisfima demonftrationejabfurdum igitur eft dicere,in om
nideraonftrationepotisfimaprimi cxtremi rationem fempcretfequidiratiuam
fubiccTi dcfinitionem. maior propofitio clara cft ex definitione ipfius fcire
fim/ pliciter, minor fatis,furjercp declarari potcft & Ariftotehs, &
Auerrois teftimo nio,na philofophus in primo Pofteriorum contextu tngefimo
dcmonftrat au* gmcntum luminis in Luna per cius fphacrjcam figuram , in fccando
ucro libro contextu o&auo , cV uigefimo quin&o oftcndit Echpfim de Luna
per terrse interpofitionem, tonitrum dc nubcper ignis extin&ionem,
foliorumcp tiuxum dearboribus perhumoris congelationeni,in quibus
demonftrationibus mediu eft ratio primi extrcmi ,fubiecli autem quiditatiua
definitio minime . Verura re ullus amplius cauilladi locus relinquatur , eas
dcmonftrarioncs efle potiln> D tnashac ratione probarc nituntur , illa
demonftratio eft appellanda potisfima , V Y 2 it j Logicarum Difput. A c\ux
pcrfc&am rci fcicnciam nobis tra fueuifle uocare demonftrationem propter
quid non potisfimam, ficuci eft illa de Luna: dcfcclu propter terra?
intcrpofitionem, fub nomine demonftrationis fim= plicitcr, ut facit in citato
commento quadragcfimo fecundi Poftcriorum , non autem fub nominc
dcmonftrationis potisfimar, licct apud Ariftotelem fimplici ter, &
potisfimc idcm fignificent, nec re uera aflcrere poceft Auerroes, demom-
ftrationem illam de Lunar defe&u proptcr tcrrar interpofttionem efle
potisfima , proptercaqudd fuis aduerfaretur principiis, nam pro comperco habet,
pnnci/ pia potisfimar dcmonflrationis dcberc efie nota natura, & nobis;
natura , quate^ rus caifa- funt,nobis ucro non mediate, uidclicet,per
dcmonflrationem quia,fed B immcdiarc,auxilio ipfius fenfus. cum igiturterra?
interpofuio nobis infra Luna exiftcnnbus bcncfic io fcnfus nota cfle non
posfit,quia oculis noftris penitus 00 culta cft, clare patct, demonftrationem
illam de Lunar d. fcdto propter terra? in* terpofitioncm non pofleex Auerrois
fententia dici potisfmam fed propcer quiJ tantum. pro inttllii»entia
rcfponfionis ad fccundam ciufdem Auerrois auctori/ tatcm in quarto Phylicorum
commcnto trigcfimo primo, aducrtendum cft, ali quid poflc cfle caufam
propriorum accidentium duobus modis, ucl exiftendi, & infercndi fmul,uel
folum infercndi.caufa exiftendi,& inferendi fimul non poteft cfle ex eius
principiis nifi forma fubiedi, cum per eundem Aucrroem id , quod dat cfle
fpcciei, det etiam confequentia ad ipfam cfle, quar funt illms fpeciei pro-*
prictates; caufa ucro infcrendi folutn eflc potcft aliud accidens propnum ; nam
fi de cius fentetia unum accidcns proprium alicuius fubiedi daret elTe alceri
pro prio accidenti ciufdcm fubiccli, efletmedium ad illud alcerum accidens
propnu l potisfima dcmonftratione oftendendum, ergo in maiori propofitione
accidcas de accidente prardicarctur prardicatione fubftantiali.cum maior per
eos in omni potisfima demonftratione uel per caulas externas,ucl per caufas
internas dcbeat clTe per fc; fed ex mcnte Commcntatoris in fecundo Pcftcriorum
commento tri gcfimo oOauo fub initium confequcns eft falfum, cumibtdicat
Auerrocs fquo jiiam prardicatio dehnitionis de definitionc non cft
fubftantial»s,qucmadrnodum jncxiftcntia propnorum fibi inuicem non eft
prardicacio fubftanciali >, ) ergo fal fum cft antccedens , ut, fcilicet,
unum accidcns proprium fit caula exiftcn Ji ali/ cuius alterius proprii
accidentis ciufdem fubiecu» hac pofita animaduerlione,di cimus , Auerroem,
quando ait in lllo trigefimo primo commento quarri Phyfi corum, (fcdnon omnc id,
pcr quod redditur caufa aecidentium fubiecli, eft defi nitio ipfius, ) per
caufam mtclligcre caufam infercndi folum, & ita optime loqui tur, quia non
id omne, pcr quod redditur caufa illationis accidcntium proprio rum alicuius
fi.biccti,cft eiufdemfubie&i definkio,at ex eius fcntentia utiquefubie cli
dttmitio cft id omne, per quod rcddicur accidentium propriorum caufa exi flendi
, & infcrcndi fimul. quarc parum cum ucritate uideptur conucnire quar Liber
Septimus 168 afleruot de Commenfatorc, efle , fcilicet , ex cius fenteutia
aliqoorum acciden* A tium caufas in potisfima demonftrationealia accidentia,
cum fccundo Pofterio rum Jibro commcntario illo trigcfimo oaauoafWr,
prardicationem proprii dc propr.o non efle fubrtantialem, finc qua fubfhnciali prard.cacione
non poceft tfc pocasl.ma dcmonrtratio Demum ad al.as duas eiufdcm Commentatons
au flor.tates, & pra-cipuead illam in quinquagefimo fexto commentario pr.mi
Po Jtcxiorum rcfpondemus, Auerroem per demonrtrationes celebracas non incelli,
gere tancummodo potisfimas, led omncs demonfrrationes d priori in compara,
nooem dcmonarationum i porteriori, quar potius fyllog.im., quam demonftra
lioncs Duncupan folcbant ; intcr quas demonitratioues i pnori ut in (uperiorc
Iibro oiknfum fuit , contincntur demonflrat.ones propccr qui J potisfimx &
proptcr quid non pocisfima- quamobrem optime d.xit, magnam partcm demo rat.onum
celebratarura, ideft, a priori eifc per accidentia eUcntialia, incellizen B
dopcrmagnampartcm cclcbratarum dcmonftrationum omnes illas , quxfunt proptcr
qu.d non pot.sfimz, racionc uero pocisfimarum, quar funt inter al.as dc
loonltrat.oncs tanquam aurum purum incer mincralia,& adamas inter gcmmas
loedium cx fentent.a Commcntacoris,atcp ctiam ipfius ph.lofophi non potcft ul
Jo paflo clTeaccidcns,aIioc,uindicendume(Tet,grauisfimum Commcntatorem tu.fle
inconitant.sfimum in huiufmodi fpeculatione, & ab Ariftotelc loneisfime
dccliDare. Quod fpedat ad propriam eorum opinionem , fi animaduemlfenc illa duo
Anftotelis tundamenta,fuper quibus collocata ert huius difputationis parj
aH.rmatiua non tam facile pronunciaiTent, fentcntia Commcntatoris eflc ex me te
pnilofophi , ut raro medium iu potisfima demonftrationc fic etiam caufa &
^uiditatiuaminoriscxtremitatis dcf.nitio, cum cx illis fundamcntis oppoficum
colligatur, quod luce clarius apparebit, quando inferius dc opinione noftra ucr
ba faciemus ubi alTcrimus et.am nos, medium cfle pasfionis demonftranda: cau C
fam pcr fc, fub.caiuero per accidcos,oon tamcn eo modo.quodicunt ipfi uc
fcilicct,ci raroadueniat,cuminpotisfimadcmonltrac.onecaufa, & propter
quidpasfionis fitfcmper^ ucibiprobabimus) quiditatiua fubicdi defuntio -fed
quia non confideratur ut caufa, & quiditatiua (ubicdi dchuitio. Ex diorum
fenfentia tjuxdam cognitu maxime dtgna pro- fonmtur , qutbut deflrmtur
fundamehtum obtecl/o- rits tnfupertori capite a nobis aliau tduerfus tbi
commemoratas demonftrattones. lu^foU *V .1 /// tf^f^ ' ,\; Vndaimcntum,
quodoosfupcriori capiiemouebati ut crederemus, demon, itracioncsabi
comraemoracasnon efle potisfimasi fuit (quemadmodum co ^
lulocodijunuw^contcwutquwaas priifflibbhpo^ utautem huiuf. \ \6oronis cnim
dcmonftratio proptcr quid cft dcmonftratio primi gradus. Confutantur firc
ornnia, qu* injuperioric^itc dicla (unt* MNES unanimitcr conccdunt, unamquamque
potisfimam demonftra* ^-^tioncm cflc dcmonftrationcm proptcr quid, e contra
ucro non ita apud B omncs conftaf,ut cis uidetur cffe manifcftum,nam fupcrius
(quantum pcr nos U cuit) oftendimus,demonftrationes de accrctionc luminis in
Luna,dceius defe» clu,dc tonitruo in nube,dc foliorum cafu,& his
fimilibus,non elTc potisfimas, dfc tamen uocantur propter quid,ergodancur
dcmonftrationes propcer quid,qua: ex do&rina philofophi non pofTunt efle
potisfimayion cnim quarlibct dcmonftra tio proptcr quid perfcclisfimam rei
fcicntiam tradit , fcd folum illa,qua! racit uu iciatur pcr caufam non
caufatam; ncc admodum cx ea partecucum uidctur cflc quod
dicunt,omnero,fcilicet,demonftrationem proptcr quid cfle potisfimam, co quia in
dcfinitioncm conuertatur,propterea qudd dcmonftr atio dc lunac dfc fcclu per
folam terra; intcrpofitione non cft potisfima, ut probatum fuit in quac to
libro,& tamen in definitioncm conucrtitur. Adillud uero,quo x d harc
appella tio 1 uidelicct,potisfimademon(tratio,& fi rcprehcndenda non eft,
apud Ariftocc lem non repcriatur,dicimus,cam fignificari fub nominefimpliciccr
demonftra» C tionis,nam ficuti apud Ariftotelem in libris Pofteriorum datur
fcicntia, & fcirc fimplicitcr,ita datur fimpliciter dcmonftratio,q eft
eciam quid , fcd(ut dixi* mus)non ois demonftratio quid cft potisfima , Quod
aut exeplo dc duabus fcrreis clauibus,inaurata una,& altera
non,oftendercnituntur,non cfle, feilicet , conditione necclTariam
demonftrationi adcfhcienda prarftantiorcm fcicntiam, ut minor cius propofitio,ficuti
maior,immediata eflc dcbcat,fcd ut in dcmoftra tionc huiufmodi coditio fc
habeac non fecus,ac in altera clauc inauracioad apc rienduro,cV claudcndum,non
poflum nonmirari eorum ingenii fubcilitacCm m cxcmplificando,& pcipuc io
addu&o exeplo,quod prima frontc uidctur pfcfer/ re aliquid
probabilitatis,at fi diligentcr confideretur, eius opc propofitum noa
aftequuntur,diucrfa cnim cft ratio intcr clauis inaurationcm, & minoris
propo* fitionis potisfima? demonftrationis immediationcm,cum illa claucm , cuiadue^
D nit,aptiorcm non reddat adproprium munus excrccndum claucnort aurata, quamuis
ci aliquid nobilicatis largiacur j hax ucro fic conditio ncceuaria,' M Libcr
Septimui 172 & confcrcns ad prarftantiorem rcientiam cfhciendam ,
proptereaquoJ ex Ari- A ftotelc in primo Pofteriorum contextu trigefimo nono
fccundum fcdionc ucte A- tem inter demonftratjiones a pricri illa
prarftanciore' fcicncia cmcic,qua* fic g cau fam non caufatam, fcd catifa non
caufata eft definicio fubie&i,quar cum in mino/ ti propoficione potisfimar demonftrationis
defubietto prardicetur , cft in caufa, ut illa propofitio non fecus, acrruior,
immediata ficcrgo immcdiatio minoris neceflario requiricur ad prrftantiorcm
(cienciam ctticienda m ,- quam quidem ionditionem contincri intcr condiciones
potisfimar r (cu fimpliciccr dcmonftra* tionis pofttas ab Anftocele in primo
Ppftenorum liac rationc probatur; coclu flo fimplicitcr
dcmonftrationis.quafcumque illa fueric.uel pcr excernas ] ucl per Htteruas
caufas ,dcbcchabcre fccundum quod ipfum, alioquin non dTet demo (tratiua, crgo
minor cft immediaca.ar#eT»iens cft philolophi in primo Poftc> riorum
concextu decimo nono, confcquemia probatur ,fccundum quod ipfum B excorum
fentcntiaeft , quando prardicacum compctic fjbictto pff ciuflcm fubie&i
eflentiam , cV non ex alia racione , erg ) in concljfi ine prarJica* tura
inerit fubie&o pcr rationem fubie&i, ergo perrationen fubiecti demom
ftrabifU^cum pasfio dcbeat per eamxsrukm dimonftrari, pcr quam iucft fubie/
&0;fi itaquc ratio fubie&i eritmcdium,quod m mimri propoficione
pocisfimar. demonftracionis de iubie&oprardicatur,uon poceft eile it!a
minor pronofitio ni fi immediata, quia inter dcfinitioncm quidiuriuam , 6V
J.hnicum fublbntialc nihil cadic medii ; cx quo clarc pacet.demonftraciones dc
accreciooe luminis in Luna,dc eius defcdu,dctonitruo in nubj,& defoliorum
cafu in arbonbus , cii tninonem mcdiatam habeanc,non faccre maxime fdre,
idcirco non efle potisfu mas dcmonftrationcs; continetur naquc minoris
imm:diatio inrcr conditioncs potisfimardcmonftrationis ab Ariftotcle poficas m
primo Poftcnorum hbro. tjuod ucro fpe&at ad eorum rcfponfipnem Anftocclis
au&oritaci in fccundo ca C pite primi libn Pofteriormn dicimus,argumentu
fuper ca rundatfi non cilc folu tu, quia dcmonftrationes illa? singula; quibus
aific aptan pofle conditioncs co rum principiorum,qua? prima lunt,uel
potiffimae funt, ucl non ; fi potisfimar non funt,non raaunt contranoftram
dctcrmiuationem , quia conccdimus etiam nos cx mente philofophi in
dcmonftracione , quar pocisfima non fic , polTe dari minorem mcdiatam; fi uero
func pocisfimar.dc neccsficace, propteradduc^a fundamcnta minorem habere
dcbcncaclu immcdiacam contra eorum opinio^ nem.Duo autcm illa philofophi loca
in principio primi hbn Topicorum , & irt primo Pofteriorumcapitcdccimo pro
eorum opinionis confirmationc , tan/ tum abeft , ut fententiam noftram
infirment, uc pocius eam miximc corrobjr rent, quiaphilofophus in primo
Topicorum non definic dcmanftracionem po tiffimam , fed dcmonftracioncm
communicer accepcam , cuius minorem rhe> diatam cflenullumeft inconueniens ;
in primo autcm Pofteriorum loco cica/ to philofophus ucique exemplificac dc
dcmonftracionibiis proptcr quid , ut funt illar de accrctionc luminisin Luna ,
dc dc eius defcctu fcd huiufmodi D demonftrationcs ( ut probatum fuit ) non
iunc pouffimar , dc quibus Z a.
Logicarum Disput. , folis ucrum est, ut omniacarum principia c(Tc
dcbcant immediata. cui ucritati A non repuenat Aucrroes in iam citato commento
ccntcfimo fexagefimo nono primi Pofteriorum,licct utatur codcm Joqucndi modo ,
quia non loquitur ibi dc demonftratione potisfima.fed cum Ariftoteie probat ,
demonftrationcm u/ niuerfalem meliorcm,& perfecliorem efle particulari , co
quia progreditur pcr caufam proximam,& immediatam rei deraonftrandar , quod
non facit demon» ftratio particularis. dcmum pro diflblutione illius
ualidisfimi argumenti , quo> utuntur ad comprobandum, eam,quam
dixerunt,AnftotcIis mcQtcm fuiflc, acl uertcndum cft cx philofophi fcntcntia in
primo libro dc Anima contcxtu o&ua gcfimo quindo, quo x d Rc&um cft
iudex lui ipfius , & obliqui, cogaita cnim rci ueritatc , omnes cius
obliquitatcs notar redduntur. hoc pofito,dicimm,«x con» ditionibus illius
dcmonftrationis,quam priiicipalitcr philofophus intedic m prja mo Pofteriorum
libro, factlc apparcrc poffc,quot modisabcadcmonftraciones alia? dcclincnt,
& deflciant; nam ex quo illa facit uc fciacur per caufam.ab ca de* B clinat
dcmonftratio quar facit ut fciatur per cffeoftd?m9ffb "nttoisi viiQ.iTj*
uiuuiri^ > uhi)? ffoQ t>iP^ .oijift: 1M> uVmjj j? cuncjiD Problematis
refolutio cxplicatnr. •b btiMM^rDon. ^IMiir "frtiil , rr, *noi3£1 H"
■!* '^"tTTtJ iU lh.il JJl n.jJ!f?wflP5nOi J-JliJ i.l^J- )'J >nT>b
smiV;! REiecla huius difputationis partc negatiua, amrmatiuam
ample&imjr,quam ueriorcm, magifq? clTccx mente philofopbi probabimus,
allata pnus m me #um fuppoficione, quar huiufmodi eft, ea, fcilicet, q uar per
demonftrationem o* ftenduntur, non folum eiTeproprietatcs,f Logicarum Difpuc. ^
rum trigefimo nono contextu inter dcmonflraticnes""a priori llla
prjrflantiorc A fcientiam cflficit, quar fir per caufam non caufatam, tHel
caufa non caufata eft qui- ditatiua fubicfti dcfinitio, crgo in
potisfimademonftrationcfemper quiditatiua fubiccli dcfinitio cft ratioilla
pasfiauis dcmonftranda: , quam mcdium efle dicit ©hilofophus in fecundo
Pofteriorum o&auo, & uigefimo quin&o contextibus , hinc optimc
dixit Aucrrocs, illudj quod dat clTcfpccici, darcconfcqucntia ad cf fc, qua:
(unt illius fpecici proprietatcs, ut ipfcquoque innuerct , mcdium in po^
tisfima dcmonftrationcfcmpcr eiTc formam fubie&i, ut tamen dicit rationem,
efTe homini rifibilicarem, cum homo,& animal rationalc fint idcm . Secunda
ra tio,fi medium in potisfima dcmonftrationc efiet quiditatiua fubie&t
defmitio,fe querctur, potisfima demonftrationem non clTe ex principiis
propriis, confequcs cft falfum, crgo & antccedcns, falfitas confequentis
patct per ea, qua dixit phi/ lofophus in primo Pofteriorum contextu uigefimo
tertio contra Brifoncm, Sc contextu uigefimo quarto in principio, confcquentia
dcducitur, nam fi animal rationalc, cxcmpli gratia, cft mcdium ad concludendum
rifibile de homine,eric ctiam medium ad concludeudum de codcm homine
difciplmabile , & reliquas OQmes cius proprictatcs, quoniam non cft maior
ratio ut una potius, qua m alia: hominis proprietates de eo dcmonftrcntur per
animal rationale, quod eft quidi tatiua hominis definitio.quiditatiua igitur
fubie&i definitio non eric principium D uni tanium accommodatum, fed potius
omnibus eius proprietatibus commu/ ne , & propterca dcmonftratio pocisfima pcr
huiufmodi mcdium non eflet ex proprns pnncipiis. Tcrtia, & ultima racio ,
fi mcdium in potisfima demonftra= Liber Septimus 176 tione cflct quiditatiua
fubie&i definitio, maior propofitio illius demonftrationis i concra
fcncenciam philofophi m primo Pofteriorum eflct demonftrabilis, proba tur
confequcntia,quoniam incer fubic&i defmitionem,& pasfioncm demonftran
dam interie&a efteiufdem pasfionis definitio,per quam poterit pasfio illa
demo ftrari dc fubiecti definitionc. His rationibus fatisfacicntcs, ad primam
ncgamus confequcntiam, ficri.fcihcet, in potisfiraa demonftracjonc pecitioncm
principii, fi roedium in ea fit quidicatiua fubie&i defmitio; ad
probacioncm , ncgatur antc ccdcns,nimirum, fupponi jn illa dcmonltrationc id,
quod debcret probari; ad cius declarationem, negamus,in maiori propoficionc
illius dcmonftracionis.aua concludimus rifibilicacem incflc homini proptcr
artlmal racionalc, fupponi ho^ mini rifibilitatem lnefle, quia,fajfum cft , ut
ibi anirrial rationalc, & homo idcra fint non cnim pro codcm accrj)iuntur
aftimal rationale,& homo in illa dcmon ftracione, nam animal rationalc
fumitur folum pro forma.homo ucro pro com ^ofico ex materia, cV forma, uc
facis, (upercp difputauimus in quarto libro capir : tfc ot"tauo,ad qucm
locum Lc&orcm remictimus. ncc obftac Commentacoris au *-&6r1cas
aiTcrcntis, rci dcfinitioocm non ciTcalum naturam ultra rem iilam,quo 'fciam
uerba eius ucra funt de primo definito, qua: forma cft, fcd quando deiini* f f
um accipitur pro compofito ex matcr» , & forraa, # dehnitio pro torma tan^
tUrn, utclarcpatct in prardi&a demonftratione dc hominis rifibilitatc
propter animal rationalc, tunc Auerrois fententia non habct locum, nam
homoanima «fr rationali addit carnes, fintentia de ordine ab aArfilotcle
feruato inde clarando mediunu demonfirationis ejfecmfam , fefdc conncxionc
capitu undecimi fecundi Potterio- rum cum prdcedentiius. C *A g f bri, luce
clarius patet,medium in potisfima demonftratiooe a N nullo alio cau JLogicarum Difput. fcd caufar externr duat
funt ) cmcicns,& fmis , fequitur igitur ut tria (W ad fum> A mum gcncra
caufarum.quarmcdia dcmonftrationum clTe poiruntjefticiens/inis} & caufa
interoajixc autcm duplex cft,nam accidentium ab interna caufa pcn dentium alia
per defmitionem fubic&i , alia per alia accidcntia ciufdem fubie&i
demonftrantur,tamen idem cft cau/ar modus,quo accidcns ab alio accidcntc, &
quo a forma,fcu natura fubie&i producitur , utraque cnim poteft uocari
caufa cfTctfrix per cmanatione,efficiens naquc duplex cft, aliud cum uera
actione cffi cit,& eftproprie di&um cfffcicns/empctcp cxternum eft ,
quoniam idem in fc ipfum agere non potcft ; al/ud ucro , quod minus propric
dicitur efficiens, per c manationem potius t tticit.quam per ucram aclioncm,
cum femper abfquc ulia patientis rcfiftentia efticiat ; ita forma eft caufa
efTcfirix accidentium omnium iui fubiccli , emanant enim omnia ab ca; ita etiam
accidens caufa cft cfTe&rix al tcrius accidentis in eodem fubic&o» hac
pofita ucntatc, manifcftum eft, per cau fam formalem accidentis propric fumptam,&
ab his tribus modo nominatis di B ftin£tam,dcmonftrationem ficri non poflc, fed
pcr caufam formalem pro dcfini* tionc acccptam , ut apparebit in cxplicationc
undecimi capitis fccundi Poftc/ riorum libri. Omnia fuperioris capitis
impugnantur . C e/f P. JT. A Flrmiffima dup illa philofophi fundamcnta fuperius
commcmorata manifc^ ftiflimc indicant, cthcicns cxtrinfecum tantum, ut cft fola
tcrrar interpofitio ad dcmonftrandam Eclipfim de Luna,& internum, quod
fubiecli accidcns fit ad aliud accidcns de eodcm fubie&o demonftrandum, ut
fpharricum cffe ad often C dendam luminis accrctionem de luna, medium cffc in
demonftratione propter quidtantum,in potiffima uero minime, in ca cnim id folum
efhciens pasfionis dcmonftrandz locum habet,quod eft quiditatiua fubicdi
dcfinitio,nam harc pro mcdio fumitur ucl fola,quando, fcilicct,fpcciei
aptitudincs demonftrantur, quae ab cius forma tantum producuntur, ut rifibilc
cfle de hominc , uel cum aliquo alio concurrens, nempc,cum obie&o
cxtra,quando aclus dcmonftratur, ut ccli pfari dc Luna.quare non uidetur
admodum tuta eorum fentetia, quando dicue, aliqua accidentia fubdemonftrationem
cadentia (intelligendo de potisfima de monftrationc ) 2 fola caufa cxterna
produci , & per lllara folam demonftra^ ri ; ficuti mihi fufpeda cft quoquc
alia corum fententia , quando innu» unt , eundcm cfsc caufar roodum , quo
accidcns ab aho accidente , & quo 2 lorma , leu natura fubie&i
producitur ; nam fi omnia accidcntia propria, D quar fub potisfimam
dcmonftrationem cadunt , cmanaot a s forma fubiecti, quomodo poteft unum ab
altcro cmanarc , ita ut una proprietas alteram producat r datur utiquc ordo
intcr plurcs aiicuius fpccici propnctatcs , ' Liber Septimus 1S0 iot ,
fcilicct, una prius altera emanec a forma, non tamen ut unaabaltera A producatur
, cum omnes ( quod ipfi quoque concedunt) d forma fubic&i habeant ut fint.
qua pofita ueritate , luce clarius patct, demonftrationcpro* ptcr quid
potisfima fpecierum affc&iones non pofle dcmonftrari nifi pcr fola fubiccli
caufam formalem,ut tamcu dicit earum afTc&ionum ratione, & propter
quid,a&us autem ipfos fimul per obic&um extrinfecum,J( J tl v • r. r f
i> j l (| emanatione Huir^infira
efc,quar quide uel e ipfa forma , fcu natura fubiccti,ut ratioralitas in homine
rrfpectu nlibilicacis,ucl cftaliquod ac 1 8 r Logicarum Difput. uult,totum
accidentis fubie&um efie mcdium,hoc enim eft minu? extremum in
dcmonftratione; fed uult, medium eflfe aliquid illi fubie&o
infitum>& ab eo in* ^ feparabile.a quo per necefTariam emanationem
accidcns demonltrandum dcri uatur.Anflotcle autcm in illo capitedc caufis
nullam aliam matenam intcllige re,mfi eam,quar dicla fuit, magna confirmatio ex
ipfius uerbis fumitur in coa> textu duodecimo,poftquam enim dcclarauerat in
undecimo quomodo per fin gulum caufargcnus fiat demonftratio proptcr quid,
docec in duodecimo con* textu contingerc interdum ,ut idem effe&us fimul ex
duabus caufis pendeac, nempe,cx fine,& ex necesfitate materiar, quod
cxemplo lucerose dcclarat,fi quis enim quarrac proptcr quid per lucernam lumen
eggrediatur, poceft refpondcri caufa macerialis.poccft eciam rcfponderi caufa
finalis; materialis quidem, fi dica mus, uitrum haberc paruos,&
infcnfibiles poros,'partes autcm luminis Cenuiflt mas efsc,& illis poris
minores,propcera ex nccesficace id, quod fubcilius cft, cra fire per foramina
ampliora; finalis uero,fi dicamus, ne homo offcndat,tur ab Anftotele.in codcm
contcxtuj potcfteadem fentcntiami C rihce comprcbari; inquit ibi
Ari(totcles,effeclus naturalcs alios clTe propter fia ncm, alios clTeex
neccflTitatc,ied dtrpliccm tiTe ncccsfitatcm, altcram quidcmfe cundum
naturam,&cum intcrna fubie&i propcnfionc,altcram uero prartcr natu
ram,& uiolcntam^ utramquc cxemplo motus lapidis dcclarat, dicens, lapide ex
ncccsfitate tum fudum, tum dcorfum ferri,non tamcn fecundum eandcm no
ccsfitatcm ,deorfum cnim fertur naturali nccdfitatc :y quar cft raacerix
ncccffu tas,naturalis .n. conditio lapidis cft gtat»itas,a qua deoriu ferturcx
nccesficace, quam uocac Ariftotelcs materiat neceffitace; ide lapis proie&us
afcendic exnca ceffitatc,cu rcfiftcre ncqueat uioIecianproiictetis,ha*c tame no
cfLmateria: neccf fitas,fed impofita eft a motoreextcrop cocra illius macenar
nacura; (upca igitur nccdlitatc naturali.fi dcmonftrcmus cur lapis deorfum
feratur, cric lapis minus excremum , dcorfum ferri cric maius cxtremum , cV
grauicas medius termi' D nus; quam dcmonftrationem dicit Anftotcles clTc cx
caula matcriali,feu cx roa icna* neccsfitate, ncc tamcn lapidcm ftatuere
poflumus mcdium tcrminum,ied Liber Septimus grauitatcrrvqua: ucl forma Iapidis
cft, uel accidens a forma fluens j & eft illius A motus caufa efTe&rix
per emanationem, non caufa materialis proprie difra ; fed ca dcmonftratio
eatcnus dicitur facla pcr caufam matcrialem , quatenus mediu tftcaula interna,
& illi fubie&o infita, cum fubiecTum maceria accidcntis eOe di catur;
etTe&us uero ab extcrno agentc produ&i polfunt quidcm dici cx
neccsfi> tatc ptoducli, non tamcn cx nccesfitate fubie&a: matcria: , fed
potius ex agentis cxtcrm nccesficace, Dcmum cxemplo mathematico, quo in
capiceillo undeci/ mo utitur philofophus, ad hanc ucritatcm facile dirigimur ,
de caufa cnim ma* teriali exemplificans, aic, (Propter quid eft rcclus in
femicirculo? auc quo exifte tc^re&us? fit uciquc rcdus in quo,A, dimidium
duorum re&orum in quo,B,qui cft in femicirculo.in quo, C, uc igicur, A,
rcctus infic ipfi, C, ei, qui eft in fcmicir Culo, caufa eft ipfum, B, boc enim
ipfi, A, irqujle cft,!ioc auccm, C, ipfi, B, duo fum namquc rccTorum dimidium:
cum igitur, B, fic dimiJium duorum re&o^ B rum, A, ipfi, C, meft, hoc autem
crat, in femicirculo reclum eiTe.hoc uero idem tft ipfi quid erac eiTc, co qudd
hoc fignificac oratio. ) harc geomecrica Ariftotc |is dcmonflraciocx caufa
nutcriali propriedicla clTcnon poceft,cum quia Ma/ themauci in fuis demonftrationibus
hac caufa non utuntur,fcd fola formali tutn ctiam quia mathcmaticam materiam
fumendo , quam intcllcclualem materiam wocant, non apparet quomodo mcdium
iliius demonftrationis fic caufa maceria fiuc cum maiorc extrcmo , fiuc cum
minorc ipfum conferamus , dimidium cuimduorum reaorum non eft materia anguli in
femicirculo exiftentis , fcd cft ipfemct angulus in femicirculo exrftens; non
cftctiam matcria anguli rcdi.quia & fi dimidmm fignificat partcm, &
pars locum obtinet mareriar, tamcn non est materia nisi cius, cuius est pars, et
cuius est dimidium,ciTcc igitur matcria cfuo/ rum rcclorum , fcd non unius
recli, quemadmodum unius redi materia dTec di midium uniusrecli; at dimidium
duorum re&orum refpe&u unius redi matec C ria nulio.pado cft,fed eft
ipfemct unus redus; quomodo igicur mcdium illud cft materia? cerce non potcft
aliuddici, nifi quia anguli in femicirculo natura cft, a qua ex neccffitate
emanat, ut angulus illc fit recrus , quemadmodum a nacura Jiominis emanat
rifibilitas abfque pendcntia ab ulla cxterna caufa ; fubic&um c* nim
refpe&u accidentis dicitur matcna,& quodcumque naturam fubie&i
neccf fario confcquitur, id cx fubie&t matcria: nccesfitatc cmanarc
dicitur, quod non folum in rcbus naturalibus,Ted etiam in mathcmaticis locum
habet,ha: narfcque & fi materiam propric fumptam non confiderant, habent
ramen aliquo modo materiam per fimilitudincm iCucmadmodum enim itmis fumrmv
ral^ri inh,*.- Logicarum Difput.
formalcm uero, cV materialem impropricnonnulli (ut diximus)a(Tcuerant,quo ^
modo autcm improprieformalis,3c maceriahs caufa pro mcdio accipiatur, fub
tilisfimc (ut fcmpcr folcnt) dcclarant,& primo dc formali, hac ratione id
cucni' rc,ut impropric fumatur pro mcdio, quia quarlibctex tnbus aliis caufis ,
dum in rei dcfinitione ponitur, forma appellari poteft; fed huiufmodi ratio
(quod co/ rum pacc didum fit) non uidctur elTc ad propofitum,quoniam formar.ut
fiat mtf diuro, nihil confcrt, qudd quarhbet cx tribus aliis caufis, dum in rei
defmitione? fumitur, forma appellari posfit, nifi addatur, ut pcr fingulam
harum fiat demo flratio, nam fi quarlibet ex eis pro medio accipiatur,& cx
rci dcfinitionc fumpta fortiatur nomcn formar, omnes enim defmitionis partes
formar funt , commu/ tiis una (ut alias diximus) & altera propria,utique hac
rationc impropric forraa medium cfie polTet; fed Iicet dc caufa
efTiciente,& finali, quar re uera medium eC» fc poflunt, id uerum fit, de
materiali omnino falfum e(t,ctenim arTcdionis dcm3 ftrandar fubie&um, quod
eius materia eft, minoris extremitatis, non meJii teri B mini locum fibi
uendicat in demonftratione, quare caufa iila, quam ponuntdd formx filentio in
capitc de caufis, non uidctur efle cx mcntc phirofophi , nifi di* cant (ut uere
dicunt) improprie materiam cfle medium, quaccnus, fcilicct, cail fam, quam inficam
habet, nempe, formam fubflantialcm, uel aliquod aliud acci* dens ab ea
infeparabile, nobis ad demonftrandum prarbet , fed hoc fecum afTert contra cos
maiorcm difTicultatem, quia fi afTeclionis fubic&um hac ratione im>
proprie dicitur medium, fequetur, eius formam, ficut & accidens ab eo
infepa* rabilc, eflc mcdium propric, quod tamcn ipfi negant , non cnim rationi
confo* num uidctur etTe,ut fubie£tum,& ea,quar in fubie&o
fuot,improprie fiht mediurrij fed utiquc, fi unum improprie, ut altcrum
propriefit,& e contra; nam fi demoti ftrarc pcr fingulam trium illarum
caufarum, materiar,fcilicct, efficientis, & flhir, eft (ut dicuntjpcr
formam dcmonftrare, quando mcdium crit cfTiciens,ucl hnisj erit etiam forma,
diucrfo tamcn modo, nam efTicicns, & finis proprie>forma uc C ro
impropric; a pari dc caufa matcriali, & formali, fi cnim materia fuerit
mediii impropric, forma eius , & accidcns ab ca infeparabilecrunt medium
proprie ; eorum itaque expofitio, quomodo, fcilicct, matcria impropricfitmedium,non
uidetur cum ucritatc conuenire; fed concdTa hac cxpofitionis ueritate, non u'u
■df o quomodo alceri lcntentia: fuar refpondcre posfint,exiftimant cnim ipfi,
illas -quaeuor caufas, pasfionis, non fubiedi, formam, matcriam,
cfTiciens,& fincm ctf fe, ergo matcna, quando nobis caufam prarbct ad
demonftrandum, non potcft* darc ncc prpprie, nec improprie pasfionis formam,
cum ipia nequepropric, n dcratatamcn utproptcrquid pasfionis, quar ibi
demonfcratur , licec abftrahat a matcria fcnfibili; & quamuis mcdictas
cfuorum re&orum non fic maceria nc^ cjtie pasfionis , ncqucfubiecli,
dicitur tamen ea dcmonftratio eiTc factapcr cau fam matcrialcm, quia mcdietas
duorum rc&orum alicuius alterius maccria eft , iKmpc,duorum
reclorum,nullumcp inconuenicns cft, cum fubicctum,& pasfio in ca
conucniant; ncc dcbet in cxemplis undequaque uentas dcfidcrari, fat cnim cft,
ut pars geratuicem matcria-, cuiufcumquefit pars,dummodo ( ut diximus) in ca
fubiedum,& pasfio dcmonftranda conucniant. Opinto propria circa pbilofopbi
fententtam ineo ctpitedc caufis. D C t j^v r :*> tiiLiu* ru n irj>X5
oiiJ^wt taiij lumil uuo jnui&i u r : > > />r«nu iun givj j^Eiccla
aliorum expotltionc ad caput illud dc caufis, cxiftimarnus cfTc fortak fc Liber
Septimus 186 fe-melius, fidicamus, Ariftotelem in eocapite
prodemonftratioirrerrredio acci> A perc proprie omnia caufarum genera, nam
per formam lubiecTi demonftratur de eodcm fubic&oaliqua cius propriai
pasfio, ut nfibile de Irortrine propcer ani* tnal rationale;&
perfubie&i matcria,a qua producitur ahquo 1 accidens,dcmon ftratur accidens
illud de eodc fubic&o,ut corruptibile de homine,quia eft copo fitus ex
carnibus,& osfibus; lllud ide ucru eft ec dc fola caufa r pasftonis
erTxtrice, quarnofitquichtatiua fubiedi definitio,.rrec non dc caufa finali
eiufde pasllonis dcmonftt anda*, ea\ fcilicec,pasfione dc fubiecto fuo pcr
illas demonftrari; cr qur bus quatuor caufis r forma,& matcria fubie&r
in huc fensu abfquc ullo incoucnie- ti dici poflct mediu improprie,cY p
accides.qa non cofiderantur ut forma,& rrr* ccria (ubiccliifcd ut cautar
pasftonu crTednces,quando ab eis eman5t pasfiones de «oftrandsr. qua pouta
ucritatc, no rcpugnat pmlofophus in lllo undecimocav pitc recundi Pofterioru
iis,quardemedio demonftracionis fuperius m fcxco capr tc detcrminaurmus,
quandoui. dicirmis, causapasftonis erTectrice, quar pro me= B dio ab Ariftotcle
accipitur in fccudo Poftcrioru o£tauo,cV uigcftmo qum&o c5 tcxtibus,fempcr
eiTc quiditatwa lubiecti defioitionc,tntelligimus m demoftratio nc op quid
potisfima,philofophus ucro,quado loco cirato alTeric,omnia caufaru gcnera (umi
pro mcdio in dcmouftracione,intelligit. m denvonllratione po quid comuni ad
potisfimam,cV non potisfima,dirigens causa formalead pocisfima.re liquas uero
ad no potisfima; de qua quide caufa rormali non cxepliricat in illo
undccimocontcxtu fecundi PoftcTroru,qliia in prarcedcnti contextu decimo fa/
tis copiofc dc ca ucrba fecie, du dcclarauit mediu in demoftracionc cffe
defmicjo cc mdetuonftramTc, qu* nulla alia e nififorma, & qurdicatiua
fubie&i dchnitio. Diuersa uero eflc dcmonftracione,dc qua loqurtur in primo
Pofterioru ab ea,de «ma uerba facic m fccudo libro loco cicaco, indicat diuerfa
confbtutio defmitio »0 ipfius rcirc , pmlofophus .n. in nrimo Pofterioru
contexcu quin&o dcfinicns co omnc icirc pcr causa,fcd fcirenmplicrter,&
pcrfccllfi.dixit, (fcrrc aute arbitrax C tnor onuqtrodquc (impliciter,i€d non
fophiftico modo,qoi cft fecundu accidens, cu caus3 exiftimamus cognofccrc;pp
qua rc$ cft,qudd rllius caufa eft, & no co* tingcre hoc alitcr fc habcrc,)m
qua definitioa propofttione tu ratrone fubiefti, tu ct rationeprfrdicati
detcrminate pbrlofophus locutus cft,rationcfubiccti,fcu dc 6oiti,quaDdo
dixit/fcirefimphcitcr>ut innucret,fc nolleagere de omni fcire/ed dc co,quod
potisfirrrar demoftratioms cfTcctus etfyationc uero prxdicati, aut dc
finitionis, quando dixit, (cu caufem exrftimamus cognofcerc,propter quam rcs
cft qudd illius caufa cft,& oon contmgcrc hoc alrter fc habcrc) ur
rndicarct, fci 187 Logicarum Difput. . principia io primo Pofteriorum ordine
refolutiuo Ariftoteles inueftigat.non eP A fc candcm cum ea, de qua loquitur in
fecundo hbro capite illo undccimo , fcd textu primi Pofteriorum libri,oportcrc
utiquc ucfciamus quot func omncs cau far,& uc illas quarramus dc
una,cadcmqj re,ft hoc fieri posfic,auc de uno quoquc cncium quacramus eas
caufarum fpccies , quar illius func quare ex co Auerroi* loco nullo pacTo
habecur, nec haberi poieft cx mcnte cius, ut definitio ipfius fcl B re a
philofopho tradita in capite de caufis eadcm fit cum ca,quam tradidic in pr»
nio Poftcriorum contcxtu quin&o, cum diucrfo modo utrobiquc fucrit pofica,
Dubta qu&damproponuntur, eorumjjblutioncs. . ^c^i, J A Riftoteles in fccudo
Poftcriorum libro docet, unam unius rei caufam efley -*-**non plurcs, qua?
tradat cognitionem ipfius proptcr quid, eamqj uulc cum fuo efFedu
reciprocari,ut pofita ponat,& ablata aufcrac efTe&ura,quare ficri non
potcft,ut idcm eflecTus per caufam formalcm potisfima dcmonftrationc, pcra>
lias ucro demonftracionepropter quidcancum dcmonftrccur,alioquin eucniret,
unius rci plurcs forc caufas quarftioni propcer quid eftfatisfacientes,quod
& A* nftoceli, & rationi aducrfatur,quandoquidem qui plures caufas
alTcric fepara- tim acceptasfatisfacerequarftioni propcer quid decadem
rcfa&ar, is pugoancia dicit, & proprium ipfc dogma eucrtic, quiafi
plurcs ciufdem efTc&us calcs cau* far ponantur, fequitur , nuflam dlc
caufam, propter quara rts fic , a quauis enim earum cffc&us cx nccesfitate
habet ut fit, fequitur, ab altcra cum efTcntialitcr nr> pcndcre» Aducrfatur
ctiam Aucrroi opinio noftra, nam in trigcfimo nono , & quadragcfimo fecundo
commcncariis fecundilibn Poftcriorum dcclarSs Auer rocs ca ,quar ab Ariftotcle
dicuntur dc potisfima dcmonftratione, inquit, cius tticdium fcmpcr cfTc caufam
erTcdriccm, ucl finalcm, nunquam formam^fed for> mam in conclufionc potius
dcmonftrationis , quam in medio contineri. Satif* facientcs allatis
obiccbonibus , dicimus ad illam Ariftotclis audoricatcm Ioc» ; citato ,
philofophum intclligcre ibi dc caula formah , quar fola dat elTe rci D laqj (
ut probatum cft in fuperionbus) tradit cognitionem ipfius propter quid'
fmiplicitcr; quarc clarum cft , ficn pollc , ut idcm cffc&us pcr cauiam
formalcni' Liber Septimus /(]uodfidct (atho/tcsad uerfetur, uelfit contrabonos
mores , uei contra Trmcipes. Frater M aximianus Xnqutfttor uifa fiprafcipta
fide Lictntii tmprimtndi dtdit. Vifaprardiaa attefhtione ego>Petfus Macth*us
Coruinus Vicariui probaui di&am Licentiam» n . Nome compiuto: Bernardino Petrella.
Luigi
Speranza -- Grice e Petrone: la ragione conversazionale dei sanniti e la setta
d’Imera – il megliore dei mundi attuali
– CLXXXIII, LX LX LX I -- Roma – la scuola d’Imera -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Imera). Filosofo
italiano. A Pythagorean, who claims that the number of worlds is CLXXXIII -- arranged
in the form of a triangle: LX on each side and one at each angle. Petrone.
Luigi Speranza -- Grice e Petrone: la
ragione conversazionale del determinismo dei sanniti e dei liguri – il fato o
il caso? – l’implicatura conversazionale – la scuola di Limosano -- filosofia
molisana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Limosano). Filosofo italiano. Limosano,
Campobasso, Molise -- Grice: “I like some phrases by Petrone: ‘il mondo del
spirito,’ ‘idealista’, etc.’” Grice: “Some of his philosophese is totally
untranslatable to Oxonian, such as ‘la nostra guerra’.” Insegna a Modena e Napoli. Cerca di conciliare l'oggettivismo
dei lizij con il soggettivismo critico. Dei lincei. Collabora a “Cultura
Sociale politica e letteraria”. In “Il Rinnovamento” si espressa criticamente
sulla condenna del modernismo da Pio X. Altre saggi: “Filosofia come analisi” (Pisa,
Spoerri); “Psico-Genesi” (Roma, Balbi) – cfr. psico-genesi nella teoria della
comunicazione di Grice --; “I limiti del
determinismo” (Modena, Vincenzi); “Idee
morali del tempo” (Napoli, Pierro); “Uno stato mercantile”; “La premessa del comunismo” (Napoli, Tessitore);
“Confessioni d’un idealista” (Milano, Sandron) – cf. MAMIANI ROVERE –
Confessione d’un meta-fisico – AGOSTINO – “Confessioni” -- ; “Lo spirito” (Milano,
Milanese); “A proposito della guerra nostra” (Napoli, Ricciardi); “Etica” (Palermo,
Sandron); “Ascetica” (Palermo, Sandron); “La vita nova” (Cecchini, Roma, Storia
e letteratura); “Filosofia politica”; “La terra nell’economia capitalistica”;
“Il latifondo siciliano”; “La legge aggraria”; “Il diritto al lume
dell’idealismo critico”; “La conezione materialistica della storia” spirito”;
“L’etica come intuizione” -- – contro LABRIOLA (si veda) --. “La storia
interna” “Il valore della vita”, “L’inerzia della volonta”; “La’energia
profonda dello spirito”; “La fase della filosofia del diritto”; “I caratteri
differenziati del diritto” -Cf. Tyrrell. (cf. A. M. G. – “Tyrrell e Tyrrell”). Avevamo
già corretto le stampe di questo articolo, quando ci giunse l'ultimo numero del
rinnovamento di Milano -- pieno di tutto fiele contro l'enciclica. Nella
sostanza si accorda pienamente col programma dei modernisti, ma nella violenza
della forma e nella irriverenza del linguaggio lo passa di molto; e trascende
con P. -- L'Enciclica di Pio X -- a
stravolgimenti indegni dello spirito e del senso dell'enciclica. Ed ancora
sullo stesso periodico. Ma peggio ancora spropositò su questo punto nel
Rinnovamento mostrando di aver ben poco compreso e del modernismo e dell'enciclica
che lo condanna. Dizionario di filosofia, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Per
saggiare a fondo il valore del realismo giuridico dell’antico DIRITTO ROMANO, è
uopo, anzitutto, indagare, se e fino a che punto esso risolva o dia
sicurtà di risolvere quei problemi che ogni ricerca del diritto, la quale
aspiri al titolo di FILOSOFICA – alla Hegel --, si propone e che non sono
del tutto ignoti alla filosofìa del dritto romano tradizionale. Tre sono i
problemi che ricorrono tuttora nella filosofia o che segnano l’intervento della
scesi filosofica bene intesa. Il primo concerne l’origine, .la portata, i
limiti del conoscere. Il secondo concerne la natura dell’ essere che è
l’oggetto del conoscere. Il terzo il valore e le leggi dell’operare. Il
primo è il problema gnoseologico e, nella filosofìa del dritto romano,
può formularsi così: quali atti e funzioni ‘psicologiche’ si richieggono
perchè si formi, rigorosamente parlando, una nozione del dritto – quale il
diritto romano? Quale ne è il criterio, il principium cognoscendi? La
ricerca induttiva dei fenomeni del dritto presuppone o no una nozione del
dritto, una serie di abiti o (li
funzioni psicologiche, che valgano come premesse e come leggi del
processo induttivo ? II secondo è il problema ontologico ed è espresso da
queste domande: in che si sustauzia il diritto romano? Quale è il la
natura che subest, che sottosta immutabile alle sue evoluzioni
fenomeniche? e, nell’ipotesi che la ricerca dell’ essere e della sostanza
sia illegittima, nella ipotesi cioè fenomenistica, quale è e donde il
nascimento del fenomeno giuridico? Il terzo è il problema etico e la
maniera onde può venir risolto corrisponde esattamente alla maniera onde si
formula e si dibatte il problema ontologico: esso si domanda, quali sono
le norme della condotta giuridica doverosa; se le disposizioni del potere
POSITIVO del Hegel sullo stato prussiano siano, semplicemente perchè tali,
dotate di valore etico-imperativo; se, invece, non vi sia un criterio
normativo, superiore ad esse e giudice di esse, ottenuto altronde; se ci
si debba limitare alla semplice accettazione delle disposizioni autoritative
ossia del DRITTO POSITIVO o se, invece, non sia legittimo e corretto
domandare il titolo RAZIONALE di esse o IL DRITTO DI QUEL DRITTO: è
insomma, a dir breve, il problema del dritto NATURALE. Il realismo
giuridico non può evidentemente sottrarsi a questi problemi che ogni uomo,
conoscendo, non che filosofando, si propone e che, per quanto egli
premediti di sviare o eludere, non si lasciano rintuzzare in verun modo.
Ed in un modo o nell’altro, di dritto o per traverso, se li propone e li
agita lo stesso realismo giuridico. Il quesito conoscitivo non è per esso
un problema, in quanto ue presuppone la soluzione che è, come tante volte
si è visto, volgarmente empirica. Gli altri due quesiti, poi,
quello ontologico e quello etico, sono (la esso piegati alle esigenze del
suo empirismo conoscitivo: il primo di essi è snaturato da problema di
essere in problema di origine ed al secondo si oppone un diniego
esplicito. Il clie per altro, non toglie che cosi quella forma speciale
onde si pone e s’ interpetra uno dei problemi, come quella esclusione o
soluzione a priori che si ritorce all’altro non sieno la
conseguenza d' una scepsi critica, sottintesa se non espressa, ed
implicita nell’ assunto fondamentale dell’empirismo, quand’ anche non
condotta di proposito deliberato da questo o quello interpetre dell’assunto
stesso. Resta solo a vedere, se il problema vada posto come vuole
l’empirismo o come vuole la filosofia, o, dove l’uno e 1’ altra lo
pongono ad uno stesso modo, se vada risolto nell’ una forma o nell’
altra. E dico a bella posta — LA FILOSOFIA— senza vermi predicato che
la determini in un senso più che in un altro e che la limiti ad una
scuola più che ad un’ altra. L’ empirismo si annunzia in antitesi non a
questa o quella filosofia, ma alla filosofia in generale, o, se si vuole,
è una forma di filosofia che si oppone a quella che fin qui era tenuta
per tale, alla metafisica, e non a questo ed a quel sistema, ma al
criterio comune a tutti i sistemi, al yenus proximum di essi. Termine di
contrapposizione all’empirismo sarà, adunque, per noi l’assunto
impersonale della filosofia, senza che le varietà individuali di essa ci
occupino punto. Il che va inteso in senso relativo e limitato a quel
possibile consenso che, traverso le lotte dottrinali, è dato
ravvisare, nella tradizione storica della filosofia, a chiunque la interpetri
con intelletto d’amore . Il criterio della esperienza ed il problema
gnoseologico della filosofia del dritto.Adunque l’esperienza, ossia la
osservazione e la comparazione dei dati fenomenici, è il criterio
conoscitivo universale del realismo giuridico, di guisa che la critica di
esso si traduce iu una critica della esperienza. Questa critica non data
veramente da oggi: essa è vecchia, nè comincia dal Kant, come si
peusa comunemente, ma risale a Platone, che primo rivendicò le
ragioni della scienza e della filosofìa contro la doxa e 1’ empirismo dei
sofisti. Per quanto vecchia, essa non ha perduto, tuttavia, la freschezza
della novità, e va rievocata oggi che il positivismo, nella forma
più matura della teoria delfassociazione e di quella dell’ evoluzione, ha
risollevato i fasti dell' empirismo. Diremo, adunque, anche a costo di
apparire noiosi ripetitori, che 1’ esperienza non è in grado, da per sè
sola, di scovrire il momento universale e necessario del dritto, nè il nesso
causale dei fenomeni .giuridici, più di quello che essa noi sia di
scoprire il momento necessario ed il nesso causale di altri ordini
di fenomeni. L’esperienza ci dice che una cosa è fotta così e non
altrimenti, ma non che la cosa non possa essere altrimenti che così. L’esperienza
ci dà la coesistenza e la successione dei fenomeni e può darci anche la legge
empirica (la cosi detta legge di conformità che impropriamente si chiama
legge) di tale coesistenza e successione, ma non ci dà nè può darci mai
la legge di necessità. Essa ci dà la ripetizione delle coesistenze e
delle successioni di dati fenomeni, ma non la legge di tale ripetizione: essa
ci dice che una cosa si ripete cento, mille, diecimila volte, ma non che
si debba ripetere .necessariamente. L’ultimo dei termini della serie
progressiva e faticosa delle esperienze non ci dice niente di più e di
meglio di quanto ci dica o ci abbia detto il primo, e l’ultima ripetizione vale
le altre. L’accrescimento del materiale della esperienza è un processo
quantitativo, dal quale nessuna alchimia trarrà una qualità nuova.
Noi chiediamo il quia, ed il quid, doveccliè i progressi della esperienza
non ci promettono che una cognizione sempre più vasta del quale. La teoria dell’associazione,
che data da Hume, si avvisa di eludere il problema, con l 7 apporre a
questa legge di necessità una portata puramente psicologica. La
necessità oggettiva, essa dice, è un inganno; la necessità è puramente
soggettiva ed è la coazione interiore verso un dato nesso o una data serie di
nessi logici delle nostre rappresentazioni. La categoria della
necessità è una oggettivazione illusoria, una proiezione al di fuori
dell’abitudine interna di un dato nesso ideale. Ma, checché si deponga in
favore di tale tesi, non si scema l l’equivoco GRICE EQUIVOCO che la
vizia. La coazione interiore può ben nascere dall’abitudine, ma la
necessità logica della ragione è ben’altra dalla coazione psicologica del
sentimento. Questa ultima, non che necessaria, è accidentale di sua
natura, perchè il dominio psicologico è il dominio del variabile, del
contingente, del casuale. Del pari l’esperienza non può colpire il
momento universale delle cose. La universalità alla quale essa può pervenire è,
tutt’alpiù, universalità sui generis, universalità relativa e
provvisoria, il che è tutt' uno che negazione della universalità
scientifica. Il maximum dello sforzo cogitativo al quale possa pervenire
l’esperienza, secondo un noto principio del Kant, è il seguente per
quello che abbiamo appreso fin qui, non si trova veruna eccezione di
questa o quella regola data » non già quest’altro questa è regola universale e
non ha veruna eccezione. E ciò, perchè le conclusioni dell'esperienza
sono limitate e condizionate quanto la esperienza, la quale è
eminentemente analitica e non assicura e non garentisce che il suo
responso immediato. L’esperienza ci dice che date coesistenze e date
successioni di fenomeni si sono ripetute fin qui, ma non ci assicura
che si ripeteranno in avvenire. È vero bensì che noi » oggettiviamo
ed universaleggiamo ogni giorno le ri sultanze di quella esigua e ristretta esperienza
per[Vedi la bella illustrazione che di questi pensieri della critica
kantiana fa il Volkelt. Erfahrung und Denken. Kritische Grundlegung der
Erkenntnisstheorie. (Hamburg Volkelt] sonale che ne è consentito di fare e le
atteggiamo sub specie aeternitatis, ma, con ciò stesso, noi superiamo i
termini della pura esperienza, noi invochiamo ed applichiamo per la
nostra cognizione un altro criterio che quello sperimentale. In ogni giudizio
che formuliamo v’ò un tacito sottinteso che precede l’esperienza e la
integra : ed il sottinteso è questo: che quella ripetizione delle
coesistenze o delle successioni, la qual ripetizione non abbiamo osservato
ancora o non potremo osservare in avvenire, è conforme alle ripetizioni o
alla serie di ripetizioni già osservate. Il processo induttivo presuppone 1’
habitus, la funzione mentale che si formula nel principio d ’ identità :
dal quale segue che quanto si predica di una cosa o di un rapporto già
esperito va predicato, altresì, di tutte le cose e di tutti i rapporti
esperibili, le quali o i quali sieuo della stessa natura sostanziale
della prima o del primo. Ne l’esperienza è più atta a conoscere il perchè
delle cose, il cur, di quello che noi sia a conoscerne la
universalità. La successione dei fenomeni, sia pure conforme a regola,
non è causalità: e dall’esservi fra 1 fenomeni di una serie un rapporto
di prima e di poi non segue, per altro, che la mente dell’osservatore, la
quale nel supposto è tabula rasa, argomenti dal semplice rapporto
empirico di antecedente e conseguente la possibilità di quello ideale di causa
e di effetto. L’esperienza ripetuta delle stesse sequele di un dato
fenomeno e di un altro non può creare ex nihilo sui quel rapporto di
causalità che ai primi [VERA A. Melanges philosophiques] gradi ed ai
primi passi di quella esperienza era inconcepibile. Senza dubbio, il rapporto
di causalità è nelle cose (lo scetticismo di Hume non ha chiuso il
problema) ma non è una specie impressa sulle cose, visibile e
palpabile a nudo, esperibile iusomma. La nozione di quel rapporto è,
direi quasi, un’anticipazione dell’ intelletto sulla esperienza e sulla stessa
natura. Ogni nesso causale che noi formuliamo presuppone 1’ habitus, la
funzione mentale del nesso causale in quanto tale. Noi diciamo « questa
cosa è effetto di quell’ altra » solo perchè sapevamo che,
risalendo la serie regressiva dei fenomeni, ciascuno dei termini di
questa serie è un effetto, ossia è un prodotto da una causa, finché si
perviene al termine primo che non è più effetto, ma causa sui. In vero,
senza questa funzione mentale, noi avremmo uu bel discernere delle
affinità e delle conformità logiche tra l’operare di una cosa e la natura
di fatto d’una altra cosa che la segue: tra Luna e l’altra cosa noi
non vedremmo mai un rapporto causale, se a quel nesso di conformità
non si associasse spontaneamente, nel nostro pensiero, quella funzione
mentale, che io chiamerei il sottinteso della causalità. Chi analizzasse
questa serie di sottintesi e questa prescienza e vedesse quanto è facile
e seducente, ad un metafisico che sia artista ad un tempo, atteggiare quella
prescienza a forma di ricordo di una vita psichica oltremondana,
vedrebbe forse che la dottrina platonica sapere è ricordare è più presto una
deformazione poetica di un sano principio filosofico, che un principio
falso di sua natura. La nostra scienza, e non è prescienza, ha per
sottinteso un certo grado di prescienza. A Corate enunciò lo stesso principio
in altra forma, quando disse « sapere è prevedere. La previsione di
un fenomeno esperibile ma non esperito è, evidentemente, prescienza
intellettiva. Un logico recentissimo della scuola critico-positivista, il
Masaryk, ci porge una indiretta conferma, che qui ò opportuno ricordare,
di questi supremi principi della critica della conoscenza. I
fenomeni particolari sono tuttora (così VA del Saggio fri logica
concreta) gli elementi costitutivi del l’universo, come l’oggetto proprio
della conoscenza umana: ma noi sono immediatamente. Il nostro intelletto
non può cogliere ed intuire di un lampo l’unità delle cose : il suo
processo è, per di tetti vità connaturata, eminentemente astrattivo.
Epperò esso conosce le cose non per intuito diretto, ma mediante le leggi
e le proprietà essenziali che a quelle cose ineriscono. Queste
leggi e proprietà sono il prins, non il posterius della conoscenza. V’ha due
generi di scienze: scienze astratte e scienze concrete: le prime
conoscono le leggi delle cose e le seconde l’essere di fatto delle cose.
Or bene le scienze astratte sono il fondamento, il presupposto delle
concrete, appunto perchè le cose non si conoscono che per le loro
leggi e proprietà essenziali. La biologia, che è scienza astratta,
perchè ha per oggetto le leggi della vita precede ad es. la zoologia, che
studia gli animali viventi, ed è la confritio sine qua non della sua esistenza.
So le scienze concrete presuppongono le scienze astratte, è assurdo
supporre che le prime forniscano la base delle seconde. Ciò sarebbe una
inversione di termini. Precisamente l’opposto è vero. Le cose non- si
intuiscono o esperimentano di un tratto solo nel loro essere, ma si
conoscono in funzione di una legge e di una proprietà essenziale che
precede e rende possibile l’esperienza. Gli è questo che ci spiega come e
perchè le scienze astratte abbiano fatto progressi di gran lunga
maggiori che le concrete. Gli è che queste sono posteriori a quelle, onde la
loro maturità segue, in ragion di tempo, il progresso di quelle [Questi
principi del Masaryk sono fondati sul vero, benché il modo ond’egli si
esprime sia tutt’altro che proprio. La sua terminologia è mutuata
dall’empirismo per formulare una nozione sovra-empirica. Quello che egli
chiama processo astrattivo va chiamato processo di sintesi spontanea ed
originaria, perchè l’astrazione presuppone la conoscenza del
concreto onde si astrae, il che contraddirebbe al supposto.
Prescindendo da ciò, resta, intanto, stabilito che non solo la filosofìa,
ma lo stesso positivismo critico ed illuminato insegnano d’ accordo che alla
conoscenza analitica delle cose particolari deve precedere la conoscenza
della specie universale, che è come una sintesi, una deduzione spontanea
ed originaria, un’ anticipazione mentale dell’ osservazione. L’
esperienza affidata alle sue forze sole è così lungi dal fornirci un concetto
scientifico delle cose, che anzi essa, senza 1’ ausilio di una virtù
intellettiva che è prima e sovra di lei, non potrebbe neanche venire
alla luce e legittimarsi come esperienza. Versucli eiiier coucreten Logik
(Wien). Or bene, ripeto quanto lio detto più su, questa difetti vità
dell’ esperienza sussiste nell’ ordine delle conoscenze giuridiche, come
iu ogni altro ordine di conoscenze. Anche ivi la nozione universale deve
precedere 1’ esperienza particolare: la scienza sintetica delle proprietà
essenziali del diritto deve precedere la scienza analitica dei fenomeni
giuridici particolari e non seguire da essa. Anche ivi una estensione, un
impinguamento del materiale di fatto può accrescere la notizia delle
cose, non la scienza, come bene afferma Hartmann. Il materiale dei fatti é il
sottosuolo, non l’oggetto della scienza. La osservazione empirica di un
fatto giuridico non ci dice nulla sul momento universale e necessario del
dritto, nulla sui nessi causali di quei fatti ed è, però, inetta ad
adempiere, non che una sintesi filosofica, ma una semplice sintesi
scientifica: di guisa che, sulla scorta di essa, neanche la fenomenologia
perverrà ad ottenere quel principio sintetico e quell’ universale logico del
dritto che, come tante volte si è visto, rappresenta il suo termine
ideale. Per dirla più [(lì Die Bereicherung an Blossem Stoff des Wissens
vermehrt uur die Kuncle, aber nicht imraittelbar die Wissenschaft. In dem
aber die Wissenschaft erst da anfiingt, wo in den Beziehuugen des Stoffs und
den allgenieinen in ihm wirkenden Kràften oder Momenten das
Gesetzmiissige, Ordnungsmiissige oder Planmàssige, logiseh oder sachlich
Nothwendige aufgesuclit wird, zeigt sich eben, dass 'der Stoff als solcher
nicht don Gegenstand selbst der Wissenschaft bildet, sondern nur
die Unterlage derselben, dass aber der eigentliche Gegenstand der
Wissenschaft dasjenige ist, was an den Beziehungen des Stofìes allgcmein
und verniinftig ist — Gesammette Studien u. Aufsiitzc] esplicitamente,
quella osservazione empirica, ammesso pure che la si estenda il più che sia
possibile, non ci darà, di per se sola, non che una filosofia,
neanche una scienza del dritto. Perchè egli è fuori dubbio che la scienza
abbia per soggetto l’universale ed il necessario delle cose. L’ACCADEMIA,
il LIZIO, e fra noi, CICERONE, hanno del pari messo fuori disamina, che
oggetto della scienza é la vóyjaig nepi òoatav e che l’esperienza, che
apprende il particolare, non va confusa con la scienza che apprende l’
universale. Gli stessi principi sintetici della fenomenologia che siamo
venuti divisando non provengono dall’ esperienza, ma dalla speculazione del
pensatore. La storia consegna al v. Ihering il fatto della lotta e
del fine interessato, ma, quando egli generalizza P esperienza di quel
fatto a momento universale del dritto, eccede i termini della esperienza,
per soddisfare ad una vocazione speculativa che è anteriore all’
esperienza. La ragione di Dahn ed il giusto del Lasson sono cosi poco
creature delP esperienza, che quella è un ricordo della opinio
necessitati della metafisica, ovvero una forni ola logica della
razionalità della Volhsbewusstsein (la quale, a sua volta, è una ipotesi
demo-psicologica che trascende ogni esperienza) e questo è P applicazione
al dritto di quel logos Hegeliano, che è P ultimo residuo di una
notomia degli atti conoscitivi, la quale ha il suo punto di partenza
nell’ esagerazione dell’ a priori. Il principio del rispetto verso la
forza [Rep. Vedi pure: Fed. ; Mat.; Mag. Mor.] imperante (Achtung) e quello
della pre volizione della norma (Anerlcennung) sono non fatti di esperienza
0o - o'0£,ti va, ma impostasi intellettive di alcuni fatti accidentali di
esperienza psicologica. Il realismo giuridico si avvisa di conoscere le
proprietà essenziali e le leggi del dritto col mero processo della
induzione e della comparazioue. Noi abbiamo visto testò il Post, nell’
analisi comparativa dei fotti particolari della vita dei popoli, fermare il
segreto del substrato universale di quei fotti e di quella vita. Ma, l’osservazione
e la comparazione non sono possibili senza una teoria preesistente, la quale ci
faccia discernere quello die va osservato da quello che non va osservato,
e che, nel materiale disordinato dei fotti, ci consenta di
sceverare quel momento che concerne e preoccupa la nostra scienza
da quegli altri momenti che non ci concernono punto e che le altre
scienze differenziano dalla nostra. Senza il filo d’Arianna della speculazione,
l’osservazione e la comparazione dei dati di fatto diventano un labirinto
inestricabile e dal quale non v’è più uscita. Se non sappiamo
prima, per un’ anticipazione intellettiva, che cosa è dritto, nè possiamo
discernere i fenomeni giuridici da quelli che non sono tali, uè negli
stessi fenomeni giuridici possiamo sceverare quello che in essi è
proprietà essenziale da quello che non lo è. Anche nell’ordine delle
conoscenze giuridiche è vero che l’intuizione è cieca senza la categoria. Vi
debbono essere, nella moltitudine dei materiali storici messi a
profitto dall' indagine e e dalla comparazione, delle quantità conosciute ehe
permettano all’osservatore di orientarsi nei suo cammino. Il che è riflesso,
nelF ordine del pensiero, di quello che, come vedremo, ha luogo nell’ ordine
delle cose. Perchè, evidentemente, nel suo processo evolutivo l’umanità deve
pure avere avuto delle soste, deve pure aver segnato delle fermate e dei punti
di riposo, nei quali momenti si è venuto deponendo, consolidando, sarei
per dire cristallizzando, il presunto fluttuare dei fenomeni. La pressura
della logica e quella che lo Schopenhauer chiamava die List der Idee
domina, del resto, gli stessi induttivisti della giurisprudenza e li trae a
smentire coi fatti quanto lian professato a parole. Dopo aver respinto 1’
a priori, essi sono ben lungi dal farne a meno: e di presupposti a priori
tolti in prestito alle nostre odierne intuizioni giuridiche o alla nostra
speculazione filosofica le loro ricerche sono piene. Tanto egli è arduo, impossibile
anzi, nel rifare a rovescio il processo della evoluzione giuridica, fare a meno
di un contrassegno ideale di quello che è dritto o di un criterio
intellettivo che ci aiuti a discernerlo dagli altri fenomeni del cosmo!
Il metodo comparativo, adunque, che si avvisa d’inferire dal semplice
raffronto dei fatti la nozione del momento giuridico di essi, è una vera
petitio prineipii. Un’ anticipazione ideale di quello che si cerca
bisogna averla per forza, se no quello che si cerca non si trova. È una
cosa molto elemen fare codesta: chi non sa quello che vuole non trarrà mai
un ragno dal buco. Ottima la ricerca delle forme storiche della proprietà
immobiliare nel mondo orientale, a mo’ d’esempio, o il raffronto tra esse e
quelle dei popoli occidentali, ma, se voi non avete prima una nozione
quale die sia della proprietà immobiliare, quella ricerca e quella comparazione
non la farete mai. La storia è pur sempre storia di qualche cosa. L’ordinamento
seriale dei fenomeni sotto il genere dritto e sotto le specie famiglia,
proprietà ec. (scelgo a bella posta l’ordinamento seriale più facile ed
elementare) e tutta la serie dei principi e delle rubriche e delle
classificazioni della giurisprudenza storica e comparativa sono, per necessità
di cose, un presupposto e non un risultato della comparazione e della
storia. Nò si opponga che il com cetto del dritto emerge dal fondo stesso
della osservazione e della comparazione ed è ottenibile mettendo a
raffronto un gran numero dato di oggetti affini tra loro, astraendo dalle
differenze indi-[fi) Schuppe. Die Metkoden der rechtsphilosophie. Man kommt
nickt von der gesckicktlickèn Betrachtung zu dem Gewordenen, sondern
gerade umgekehrt: man suckt, von diesein ausgekend, seine Erfahrung nack
ruckwarts in der Zeit zu erweitern Der Versuck, aus der Gesckichte
herauszusammenfugend zu ersckaffen, kame auf ein Mlsslingen oder eine
Selbsttausckung kinaus: es giebt nur Gesckiehte von Etwas. Wenn die sogenannte
genetiscke Metkode die vollkomneren Gestaltungen aus den unvollkomneren
sick erzeugen, so solite nie iiberseken werden, dass im Nackweise dos
Keimes das Wozu er sick entwickeln, Wessen Keiui er sein soli, sehon
vorsckwebt; nur vom vollendeten Erzeugniss fragen wir zuriick nack den
keimartigen Anflingen. Stammler. Die Metkoden der geschicktlicken Rechtstheorie]
vicinali di ciascuno e ferrnaudo quel genere, quella nota universale e
comune, in che convengono tutti ad un tempo. Imperocché, appunto perché
abbia luogo quel raffronto, si richiede un’ anticipazione sintetica
della natura sostanziale del dritto. Per discernere in che gli oggetti sono
affini, occorro che vi sia, anzi tempo, un contenuto ideale, in rapporto
al quale 1’ affinità o la dissomiglianza è concepibile. La
osservazione e la comparazione vi darà il fatto della convenienza, solo
quando voi preconoscete di avanzo, sarei per dire presentite, per una
cotale anticipazione irriftessa dello spirito, quello in che si
conviene e la ragion formale della convenienza. La nota comune è una
premessa del processo astrattivo. Bisogna degradare il fenomeno della
conoscenza alla più volgare materialità per convincersi che gli
elementi, i quali in ipotesi sono conformi, si lascino connettere
in un rapporto di conformità per una percezione immediata del loro essere
di fatto. Perchè gli elementi b. c. d. lascino vedere un elemento comune
con a. e si vadano sussumendo in un rapporto comune A. occorre almeno che a,
ossia il termine di raffronto, abbia colpito il pensatore e gli
appaia come un momento di cosiffatta natura, da servire di regolo agli
altri, come a dire un equivalente ideologico preesistente del contenuto che si
ottiene poi formulato nel rapporto A. Se l’intelletto
dell’osservatore è una tabula rasa, egli non vede nè differenze nè
somiglianze nei fenomeni, nè dritto nè torto nella storia: le differenze
sono percepibili, solo quando si sa quello da cui si differisce e. del
pari, le somiglianze, solo quando si sa quello cui l ‘ì si
somiglia: in altri termini i rapporti sono percepibili solo in finizione del
loro oggetto ò della loro ragione formale. Egli, adunque, l’osservatore,
non vede che una serie di fotti indifferenti che non sono nè il
diritto, nè il suo rovescio : di cui noi, messi al punto, non potremmo nè
anche assicurare che cosa sieno: perchè ci difetta la virtù astrattiva che
sarebbe necessaria per vedere come andrebbero le cose della nostra
intelligenza nella ipotesi di un processo anormale di questa. Alla
induzione ed alla comparazione deve, adunque, precedere un intuito speculativo
del dritto. ]Sel campo della giurisprudenza, come in quello delle
altre discipline, il processo conoscitivo s’inizia da una sintesi
primitiva e spontanea, si svolge e dirama e differenzia per l’esperienza,
l’analisi, la riflessione e va a metter capo alla sintesi riflessa della
deduzione. La storia del processo fenomenico ed inventivo è un
compito meramente analitico che si esercita sopra una sintesi scientifica
preesistente. Per descrivere le fasi evolutive di una cosa bisogna già
possedere il concetto dell’ essere della cosa, ossia della sua
forma definita ed evoluta e della sua configurazione stabile e consolidata. Es
ist vor Alleni unumgiinglich, class der Entwiokluiigahistoriker das genaueste
und deutlichste Verstiindniss von der reiteri Gestalt besitze und
bekunde, von welcber er die Entwickeluug verfolgt. Die
Eutwickelungsgeschichte ist steta und lediglieli eiue analytischo
Aufgabe. Scheinbar naives Aufsuchen der Verbindungsstiicke und gliickliches
Probiren, ob sie passen, ist ein ganz eitles Unterfangen. Die Ent[La filosofìa
speculativa del dritto aveva adunque ragione. Di che una preziosa riprova
ci forniscono gli stessi empirici della giurisprudenza, la mente dei
quali è munita, anzi tempo, non che di un intuito o di un
presentimento del dritto, di tutto un corredo di conoscenze speculati ve, più o
meno deformate, tolte in prestito precisamente a quella filosofia. E
senza il suo ausilio 1’ esperienza si sarta trovata a mal partito.
Ciascun fatto o ciascuna serie di fatti non malleva che se stessa: ed il
filosofo dell’ esperienza non avrebbe mai visto il lume dell’ idea.
L’induzione è sempre limitata ad un dato numero di fatti, il qual
numero, lo si moltiplichi a talento, dista pur sempre infinitamente dalla
universalità -che si estende a tutto il possibile. Gli stessi principi
generali non vi sarebbero più : 1’ allgemeine Reclitslelire è un generale
die, viceversa, è un particolare. A causare tali perigli, resta che, in difetto
di speculazione propria, si usurpi l’ altrui. Ed ecco, allora, che
la premessa maggiore del realismo e della fenomenologia è una premessa
metafìsica. Questi declamatori dell’ esperienza e dell’induzione sono in
fondo dedutti visti. La filosofia ha trovate alcune verità con un
procedimento misto d’ intuizione di rapporti ideali e di esperienza
psicologica. Essi riprovano queste verità con l’allegazione di fatti spe- [wickelungsgeschichte
des Organismus setzt ein hohes Stadium der Anatomie voraus, das sie
alsdann erhohen kann. Aber die Entwickelungsgeschichte kann der
descriptiven Anatomie nicht voraufgeben. Cohen. Kant’ s Theorie der Erfahrung
Zw.] rimentali, quando noi facciano con nn tessuto di raziocini. Il loro
metodo è analitico e regressivo: onde quando essi rimproverano di
deduzione la vecchia filosofia, questa potrebbe dir loro che essa della
deduzione, accanto ai difetti, aveva benanche i pregi, dovechè ad essi
non restano che i difetti soli. Il criterio storico-evolutivo ed il problema
ontologico della filosofia del diritto. Si è detto innanzi come la maniera,
onde l’empirismo concepisce il problema dell’essere del dritto, equivale
esattamente alla maniera ond’ esso concepisce il problema del conoscere. Dopo
aver detto die criterio unico della scienza è l’esperienza, logica
vuole che l’empirismo dica che l’oggetto della scienza è tale,
quale bisogna che sia perchè rientri nei limiti della esperienza, e che,
quindi, il dritto non abbia altro essere che l’essere mutabile,
contingente e fenomenico, o, per dir breve, non altro essere che il
divenire. Come in tanti ordini di cose, così nel dritto, il criterio
scientifico si è venuto snaturando nel criterio storico e,
conseguentemente, il problema ontologico nel problema genetico. Del
dritto, come di altri oggetti, si studia non più la sostanza ma la
genesi, non più l’essenza ma l’evoluzione, non più il substratum ma
il processo; nè solo si studia l’una cosa e non 1’ altra, ma si afferma
come inesistente quella che non si studia, o si presume di non studiarla,
appunto perchè la si dà per inesistente. È il criterio storico-evolutivo,
che riassume il genio scientifico (lei secolo e che pervade scienza e
filosofia. Se ne volete 1’origine, dovete far capo all’ aspetto dogmatico
del fenomenismo kantiano e, più lungi ancora, alla critica Lochi aria,
alla teoria, cioè, della inconoscibilità della sostanza. Tolta, invero,
la ricerca della sostanza, non rimane che il fenomeno soletto al lievi, al
divenire, alla storia. Se questo criterio lo si proseguisse nella sua
forma logica e coerente, esso non porgerebbe ai suoi settatori un
saldo sostegno. Così coni’ è, esso è viziato dalla radice, perchè poggia sopra
una inversione del problema filosofico e perchè confonde volgarmente due
termini che vanno distinti, scienza e storia. I fenomeni particolari che
registra la storia sono non solo inesausti, ma inesauribili nel loro
numero: la umanità ha invocato sempre l’ausilio delle idee per dominare
l’universalità dei possibili, senza di che non si sarebbe mai svincolata
dalle strettoie di una perpetua ignoranza. La storia ha per oggetto
il nudo individuale; quello che sta a sè e non può predicarsi degli
altri; quello che può essere conosciuto solo per un atto di esperienza ex
professo e discontinua, e che, per essere singolo, si consuma in un
singolo atto mentale e consuma l’atto stesso; quello che non ha nesso con
altri e non può nè subordinarsi ad essi nè subordinarli a sè, e che è
incomunicabile: quello che dà luogo non ad un concetto, ma ad una moltitudine
di percezioni saltuarie, sempre esposte alla sorpresa del nuovo,
dell’imprevisto, dell’azzardo.
Schopenhauer — Die Welt u. 8 . w. — Ergiinz: L’empirismo, messo allo
stremo, li a studiato, pertanto, di sfuggire alla logica del suo criterio.
Invece di escludere la speculazione, esso fa atto di riconoscerla,
ma piegandola alle esigenze del suo criterio; nò nega la sostanza, ma la
traduce nel circolo del suo sistema, llesta, per esso, oggetto della
scienza l’essere, ma l’essere appunto sta, o si presume che stia,
nel divenire. Il suo intento non è, in fondo, negativo, ma dialettico. L’
esse della filosofia morale e giuridica è appunto il fieri della
evoluzione del costume e degl’ istituti giuridici. Quella serie di
proprietà sostanziali, quella essenza specifica della natura e della coscienza
umana non sono negate o rimosse, adunque; sono semplicemente interpetrate
in un modo diverso. Esse non sono più un a priori — della' storia, un
termine che è fuori del processo storico e che rende possibile lo
stesso processo; ma si rappresentano come un a posteriori primitivo, come
un prodotto dell’esperienza collettiva e della razza, un prodotto che si
solleva, a sua volta, a causa di nuove formazioni, di nuovi
fenomeni, ma è ab initio una formazione, un fenomeno esso stesso. Messo
da banda il flusso eracliteo i settatori del criterio storico-evolutivo si
credono licenziati ad ammettere delle proprietà specifiche della natura etica
umana, quando s’ intenda che queste proprietà sieno non un essere, ma un
divenire o, per meglio dire, un divenuto; quando si intenda che
esse sono forse un a priori a petto alla esperienza individuale dell’
uomo che si trova in uno dei momenti derivati, della evoluzione, ma sono
certo un a posteriori della esperienza delle g enei azioni preesistenti.
Nella serie dei momenti evolutivi, ciascuno di essi è un posterius delle
esperienze sociali trasmesse dal momento anteriore; solo clie
queste esperienze diventano generative di altre posteriori, a petto alle
quali esse sono un termine primitivo. L’esperienza collettiva che supera
la dispersione e la difettività dell’esperienza individuale, l’abitudine
(latamente intesa) e 1’ eredità che la trasmette e la consolida, la
tradizione storica che ne raccoglie le risultanze : ecco i supremi
presidi, con l’aiuto dei quali 1’ empirismo moderno si avvisa di superare
le difficoltà dell’antico, di trascinare l 1 essere della scienza e
della filosofia nel flusso del divenire e di evitare, ad un tempo, le
ritorsioni di quella logica inesorabile, che lo forza a dibattersi sterilmente
nell’ assurda impresa di logizzare la storia o di storizzare la logica,
di formulare e dogmatizzare il mutevole, l’evanescente, l’ individuale e
di travolgere, ad un tempo, nella rapida scorrevolezza dei fenomeni
transeunti quello che è e che sta, l’eterno, l’immutabile, l’assoluto. Se. non
che, anche in questo contenuto più ricco di valore ideale che assume il
criterio storico-evolutivo, esso è ben lontano dal sottrarsi a quella
logica di sistema, . che, volente o nolente, lo rimena all’ assurdo
d’ invertire i termini del problema filosofico e di scambiare la scienza con la
storia, la sostanza col fenomeno, le facoltà e le attitudini
connaturate con le esperienze e gli abiti acquisiti. Finché, in
omaggio al paradosso, si riconosce l’ammissibilità di un processo all’ infinito
e, rifacendo la serie regressiva delle esperienze, il primo termine
di quella serie si rappresenta come una esperienza a sua volta, il vizio
radicale dell'empirismo rimano sostanzialmente lo stesso. Finché la razza
è una moltitudine d’individui, la quale moltitudine non può fornire
un elemento nuovo ehe non sia orininari amente contenuto in ciascuno degl
'individui che la compongono, finche l’abitudine e l’eredità sono
forze trasmissive e non creative, le quali, quindi, presuppongono
un quid che si ripeta o consolidi o trasmetta, la contraddizione
implicita nell’ assunto empirico rimane tal quale. L’ empirismo
allontana, risospinge indietro il problema nella storia, ma non lo
risolve. Nella serie delle fasi evolutive v’ è sempre un priuSy un termine
primitivo, che, come esso c’ insegna, non è un essere ma un divenire, non
è una sostanza ma un fenomeno, non è attitudine all’ esperienza ma
esperienza senza attitudine. Ed in questo termine primitivo rinasce il
problema elie si credeva composto: il divenire è possibile senza l’essere?
ed i fenomeni giuridici sono possibili senza l’essere giuridico"?
senza una coscienza giuridica già data, senza una facoltà connaturata del
dritto, sono possibili le esperienze giuridiche? Ogni momento
individuale dell’ evoluzione giuridica, lo si derivi pure da una serie
inferiore preesistente, non ha forse bisogno d’ un ciliquid che lo
determini e lo differenzi come tale dal momento anteriore ? e
questo aliquid non è un essere che precede e rende possibile il
divenire? Nella continuità dei fenomeni deve pure esservi, non
foss’altro, l’infinitamente piccolo di Leibnitz, che prima non era ed ora è, ed
è quindi la radice, il substratum di quello che v’ è di nuovo nel
rapporto reciproco dei termini successivi della serie, di quello cioè che
differenzia i singoli momenti della continuità. Questo infinitamente
piccolo non può essere prodotto dalla prima esperienza, se questa, per
logica di cose, lo presuppone. Come mai quelle esperienze giuridiche o quella
serie di esperienze, che saremmo impotenti a far noi ex novo, se
fossimo dello tabulae rasae, e che noi possiamo Aire, secondo il criterio
storico-evolutivo, solo perchè l’eredità e la tradizione storica ha
deposto e trasmesso nei nostri poteri psichici tutto un contenuto ideale
che tesoreggiamo di continuo, come mai, dico, quelle esperienze sarebbero
esse state possibili, senza verini possesso anteriore di una
facoltà connaturale, a quegli uomini primitivi, i quali, a quanto insegnano gli
evoluzionisti, uscivano a mala pena dalla specie inferiore dell’animalità?
Perchè, senza dubbio, proseguendo a rovescio il corso dell’evoluzione
giuridica, vi sarà seni pre un assolutamente prius die non è più specie
ma individuo, che non è più esperienza collettiva e storica ma nuda
esperienza individuale. Il criterio storico-evolutivo che, per aver
riconosciuto la legittimità dei processo all’ infinito, ha posto, come
termine primitivo delle esperienze, la esperienza stessa e, come causa
degli effetti, l’effetto o la serie degli effètti stessi, deve raccogliere
i frutti del suo inconsulto procedere e deve togliere sopra di sè
la contraddizione di un termine derivato che si postula come termine
primitivo. La filosofia tradizionale, la teoria nativistica come per
dileggio la chiama l’ Jliering, aveva adunque ragione quando poneva a
sostrato primitivo e causale la natura deir uomo e non il processo della
storia, la coscienza giuridica e non le esperienze edonistiche ed
utilitarie. Il fenomeno della evoluzione presuppone il noumeno della creazione,
nella filosofia del dritto come nella cosmologia : il divenire presuppone
l’essere che diviene e che sussiste lo stesso attraverso e non ostante il
divenire. Senza una coscienza giuridica bella e data, l’esperienze
giuridiche non sarebbero nate, perchè è la facoltà che crea le
esperienze e non le esperienze la facoltà. Ed invero, senza una coscienza
giuridica universale connaturata in ciascun membro della razza o della
specie, l’intimo consenso in certe verità giuridiche fondamentali, attestato
dalla stessa osservazione serena dei fatti, non sarebbe mai venuto alla
luce. L’esperienza, la quale procede a furia di esperimenti, di
correzioni, di prove rudimentali, incerte, provvisorie e che è sempre
varia da soggetto a soggetto, da caso a caso, non può aver potuto determinare,
per la contraddizion che noi consente l’universalità e 1’ unità della ragion
normativa e della coscienza. Si riduca questa unità e questa universalità
alle semplici proporzioni di una funzione formalo e vuota di contenuto, ebbene
non sarà mai concepibile come quella unità della forma della coscienza
inorale possa essere uscita dal fondo di esperienze soggettive, senza un
fondo comune di attitudini preesistenti, senza un addentellato di sorta.
1/ antropologia dell’ evoluzione può aver provato, si conceda per un momento,
che il contenuto della morale e della giustizia varia da popolo a popolo,
da tempo a tempo, ma non può aver provato che ne varii altrettanto la
forma. Essa, anzi, riprova indirettamente che la materia infinitamente
diversa del dritto reca in sè V impronta di una costante unità di leggi e
di funzioni, le quali sono, alla coscienza morale dell’umanità, quello che al
pensiero le leggi e le funzioni a priori della conoscenza; e che muta il
contenuto dell’ atto morale, ma immutabile ne è la ragion formale; ossia
le condizioni necessarie all’atto morale come tale sono immutabilmente concepite
e, sarei per dire, plasmate nella forma assoluta d 7 un imperativo
incondizionale, d’un dovere. Si assuma il più semplice degl’istituti
giuridici del più semplice dei Natur-Viilker, ebbene l’analisi vi scopre
sempre questa proprietà ideale : il convincimento di una legge estra-soggettiva,
che è fuori e sopra l’arbitrio individuale ed alla quale è doveroso
prestare obbedienza. La pretensione giuridica del selvaggio contiene un
elemento spirituale che è condizione comune a tutte le pretensioni
giuridiche di tutti i popoli più culti. Quella pretensione è appresa come una
legge impersonale, non solo rispetto ai soggetti presenti sui quali si
esercita, ma altresì rispetto a tutti gli altri soggetti, che sieno per
trovarsi nella stessa condizione dei primi, e, quindi, rispetto allo
stesso soggetto pretensore, ove egli in tale condizione venga a trovarsi.
Motivo etico della pretensione o del comando, quel motivo, cioè,
per cui l’una o l’altro è appreso come autorevole e fonte di obbligazione
doverosa, è sempre la conformità presunta di quella pretensione o di
quel comando ad una legge. Che la conformità presunta non sia conformità
reale importa poco: resta sempre stabilito ohe condizione necessaria
dell' atta giuridico, condizione universale e comune a tutti i
popoli della terra, è l'intuito dell'atto stesso sotto la ragion
formale del giusto. Ohe questa proprietà ideale non si trovi così
nettamente distinta e differenziata nella coscienza morale del selvaggio,
importa ancor meno. L’analisi è creatura della riflessione scientifica,
laddove l’idea del bene e del giusto è un intuito sintetico della
coscienza: 1’ assenza del l'un a è ben lungi dal provare quella
dell’altra. L’analisi rende molteplice e successivo rispetto a noi quello che è
uno e simultaneo rispetto alla natura: confondere questi due
aspetti è convertire in ipostasi reale un fenomeno della nostra
difettività conoscitiva. Senza dubbio, l’unità e la comunanza della
semplice-ragion formale del bene e del giusto non basta a fondare una
morale, nò una filosofìa del dritto. Un’etica senza contenuto è una
logica del bene e del giusto, non una nomologia. Quella unità della coscienza
si traduce in piena iudifferenza e la percezione della ragion formale del
giusto in un mero momento psicologico. Ma, se questa unità formale della
coscienza morale è poca cosa rispetto alle esigenze ed agli uffici dell’
etica positiva (e però noi non ci ristiamo a lei, ma ammettiamo un
contenuto morale, quale quello che ci detta la filosofìa
teleologico-cristiana, e sulle orme della scuola di Max Mailer vediamo,
nelle tristi condizioni morali dei Natur- Volker il prodotto di un
pervertimento derivato) è molto rispetto alla critica della sociogenesi
della evoluzione. La quale si chiarisce così contraddire apertamente non
solo alla teleologia inorale, ma benanche alla critica, più negativa e più
«pregiudicata, della ragion pratica. Come per avventura, le incerte esperienze
dei soggetti sub-umani abbiano potuto determinare l’unità della ragione e
dell’intuito formale del giusto, vale a dire quell’ unità che è il
residuo non eliminabile di un’analisi corrosiva della moralità umana:
ecco un enigma che il criterio storico-evolutivo non riuscirà a decifrare
mai. Gli è che la presunzione della tabula rasa non è meno infondata nella
sociogenesi, di quello che lo sia nella ideologia : anzi nell’ una è più
insostenibile che nell’altra, perchè il dritto è una idea cosi complessa
che anche delle scuole filosòfiche, le quali, nella serie regressiva dei
fenomeni della conoscenza, pongono come termine primo la esperienza,
hanno sentito il bisogno di concepirne l’idea e la vocazione come
connaturata nell’ uomo, come un habitus della natura. L’ atto giuridico e
1’ atto morale non nascerebbero mai, ove nella volontà dei soggetti non
vi fosse una cotal disposizione naturale al bene e al giusto, la
qual vocazione, a sua volta, difetterebbe ove non vi fosse un intuito
originario del bene e del giusto. Ignoti (chi noi sa?) nulla cupido. La
volontà non è, da per sè, una legge, come volle il RAZIONALISMO CRITICO di Kant,
ma nemmeno è indifferente a qualsiasi legge, come vorrebbe il plasticismo
degli evoluzionisti. Kon è autonoma di fronte alla Legge Suprema ed al
supremo legislatore, ma è tale di fronte al resto, à o’ dire che
nella volontà umana v’ è una vocazione primitiva verso quello che è buono e che
è giusto, vocazione indipendente dalle condizioni dell’esperienza e della
storia. Dicendo ciò, non si oltrepassano i limiti della lìlosolìa per entrare
nell’orbita della teologia (benché un rimprovero siffatto, ci affrettiamo
a dirlo, sarebbe per noi un titolo di onore). Principio conoscitivo del
bene e del giusto rimane, con tutto ciò, l’analisi della coscienza, come
principio ontologico dell’uno e dell’ altro, la NATURA UMANA. Noi siamo i veri
positivisti, noi, die ci reggiamo sul saldo sostegno della physis, ma
della pliysis non deformata dalle preoccupazioni materialistiche. Rifacendo la
serie regressiva delle cause, la filosofìa pone una causa prima che muove
la natura senza esserne mossa: intenta a discoprire V origine prima
di tutte le cose che sono nel tempo, la logica la costringe ad uscir
fuori del tempo. L’evoluzionismo può deridere questa logica, ma non
rintuzzarla. L’ esclusione di un assolutamente prius è impossibile.
E ad esso, dico al positivismo, non rimane che o attestare, con tacito
assenso, la presenza del soprannaturale, ovvero rimaneggiare con
ostentazione di novità e di maturità quella povera teoria mitologica
della spontaneità creatrice degli uomini primitivi. Quell’ assolutamente
prius, quel termine primitivo delle esperienze, se non è una
creazione del SOPRANNATURALE, deve essere una generatio aequivoca della
natura primitiva : una genialità eroica, un salto mortale degli esseri
sub-umani. Per. sfuggire alle ritorte della logica, il criterio
storico-evolutivo non ha altro spediente che quello di adagiarsi in
esse, di accettarle deliberatamente, di sistemarle anzi: quello, cioè, di
bandire addirittura il problema delle origini, facendo sorgere la
risoluzione di un problema insolubile dalla disperazione professata di
risolverlo. Questa esclusione del problema delle origini, come di cosa
inconcepibile in sé, è postulata dalla logica del divenire. La continuità
evolutiva dei fenomeni dell’ universo esclude, per logica di cose, ogni
nozione di principio o di fine. Questi due termini estremi rappresentano
il discontinuo, il vacuo, il salto per eccellenza, onde sono fuori della
evoluzione. L’ evoluzione è panteistica: è 1’ eternità trasferita da Dio al
mondo: ora non va dimenticato che 1’ eternità esclude cosi l’origine come
la fine. Gl’evoluzionisti odierni lian poco compreso la portata del
criterio evolutivo, perchè ad essi ha fatto difetto quella penetrazione,
metafisica che la fece comprendere cosi egregiamente al Leibnitz: ond’
essi, pur professando la teoria dell’evoluzione, seguono ciò non pertanto a
cincischiare il problema delle origini! Ma ciò non toglie che la loro dottrina
si dibatta tra le strette di questo dilemma: o accettare la logica dell’
evoluzione e quindi cessare di essere positivisti e confessarsi per animali
metafisici di una specie alquanto diversa dagli avversari: o deviare da quella
logica e fi) b as Princip dor Continuitlit verbot in der Reihe der
Erschein angeli alien Unsprung. Kant. Kr. d. r. Vera. (Ed. di
Ilarteustein). E lo aveva ben compreso il v. Savigny.] zwisclien
Gesclilechter und Zeitalter nur Entwickluug aber nicht absolutes Ende uud
absoluter Anfang gedacht werden kann. Vom Beruf unsero/ Zeit u. s. w. Ili Aufl.
cadere nelle contraddizioni di un primitivo che è derivato o di un a
posteriori che è primitivo. La ritorsione del secondo corno del dilemma è stata
analizzata parecchio fin Qui. Giova solo aggiungere qualche- cosa su
quella del primo. Ed anzitutto, che i positivisti, accettando la logica
del criterio evolutivo, diventino di punto in hello metafisici non è chi noi
vegga. L’ esperienza è limitata alla condizione del tempo; l’evoluzione
è, invece, fuori del tempo, è, ripeto, la eternità trasferita dal mondo
di là al mondo di qua e, nello stesso mondo di qua, dalla sostanza ai fenomeni.
Confessi, adunque, il positivismo che il criterio storico-evolutivo è un
criterio sovraem pirico; che esso non abolisce la metafìsica ma ne fa una
per suo conto; che non elimina il SOPRANNATURALE ma converte invece ih naturale
in soprannaturale. Confessi altresì, che, quando promette di darci il
nascimento ed il processo fenomenico delle cose, esso mentisce sapendo di
mentire. Il criterio dell’ esperienza e della storia, strettamente
considerato, ci dà i termini disparati e sconnessi e non il vincolo di
quei termini, i fatti compiuti e non la legge del loro divenire. Il
continuo sfugge alla storia: essa non ci dà che una moltitudine di vacui e
di discreti, tra i quali la mente umana riconosce un ordine che
reca la impronta della metafisica che v’ è in lei, ossia di quella somma
di concetti che essa ha di già sulla natura degli esseri soggetti al
divenire storico. Ed ecco così che il realismo giuridico, la filosofia
del dritto genetica e fenomenologica vien meno del tutto al suo programma : non
solo l’essere dei fenomeni giuridici, ma e il nascimento e il divenire di
questi esseri esso ignora. Residuo positivo della critica mossa alla filosofia
è la scepsi pura nel campo del dritto; una scepsi dogmatica più cbe
quella filosofia e elie non soddisfa nò al criterio filosofico, nè alla
esperienza. li positivismo giuridico ed il problema etico della
filosofia del dritto — Il dritto NATURALE. Il dritto non è soltanto una idea ed
una sostanza, ma, altresì e soprattutto, una norma. Esso è idea
umana e, quindi, non è idea quiescente, ma forza, nè solo anticipa
l’essere, ma detta il dover essere. È una idea imperativa per eccellenza
ed, appunto perchè tale, essa, ripeto, è forza: forza ideale e virtù
morale, s’intende, e non coercizione fisiologica o psicologica. La
filosofia che attingeva lume da questi sovrani criteri riconosceva, in
correlazione al dritto positivo, un dritto ideale: questo era per lei una
legge e quello un fatto; un fatto che desume il suo valore dal
rapporto che ha a quella legge, dall’essere esso una forma di attuazione,
d’ individuazione di quella legge. Questo fatto poteva adequare, se non
in tutto, in buona parte quella legge, ma non l’adequava necessariamente:
ed, in tutti i casi, il suo valore era misurato dal limite di
approssimazione al dettato di quella legge. Astraendo il dritto positivo
da quel parziale contenuto ideale che vi sta dentro, da quello die fa sì
die esso sia non solo positivo ma dritto^ di quel diritto positivo non
rimane, per la fìlosoiìa r die il fatto bruto, indifferente, sfornito di
significazione. Così per la filosofia seguiva un doppio processo: il dritto
naturale conduceva al dritto positivopel bisogno della sua effettuazione
empirica ed il dritto 'positivo rimenava al dritto NATURALE pel bisogno
di un titulus jitris e di un sostrato razionale. L’un termine non era 1’
altro, ma aveva rapporto air altro. Erano due correlata, non due
contrari. Perchè non erano tutt’ uno, legittima era la ragion d’
essere dell’ uno e dell’altro ad un tempo, e, perchè erano tutt’ uno in qualche
cosa, in qualche rispetto, Fano dei dite non negava, non contraddiceva
assolutamente l’altro. L’ideale non era del tutto inaccessibile al reale
e, perciò stesso, intrinsecamente difettivo ed erroneo: il reale non era del
tutto contrario all’ ideale e, quindi, assolutamente ingiusto e
condannevole. Questo rapporto che era concepito tra i due termini faceva
sì che Puno conferisse all’ autorevolezza dell’altro. Il dritto positivo
attingeva la sua virtù imperativa dal dritto naturale, ossia dall’esserne
esso una varietà fenomenica,, ed il dritto NATURALE desumeva da quello la
possibilità di trasferirsi, d’individuarsi nei limiti del relativo e del
condizionato, nella storia. Così la filosofìa era tanto più vicina alla
dialettica sapiente della vita, quanto più era lontana dalla dialettica
fantasiosa della logica; e come, nell’ ordine delle idee r essa segnava la
via di mezzo tra Pottimisino ed il pessimismo, così, nell’ordine dei
fatti, tra l’umore conservativo e l’umore rivoluzionario. Il positivismo
si atteggia anche qui, anzi soprattutto qui, ad avversario reciso della
filosofia. Come nell’ ordine teoretico esso predica l’esclusione
sistematica dell’ a priori e l’ apoteosi dell’ esperienza ut sic, così
nell’ ordine pratico esso dogmatizza l’esclusione della norma doverosa e 1’
apoteosi del fatto. Ed è giusto. L’ esperienza gl’ insegna l’ essere o
l’essere stato, non il dover essere: la storia non gli dà che fatti
o, tutt’al più, che leggi empiriche di fatti. L’evoluzione gli fornisce
una legge di causalità naturale che è la negazione recisa della legge
morale: nessuno dei criteri, ai quali esso fa ricorso, gli
suggerisce la nozione del dovere. Tuttavia, poiché la necessità morale è un
rapporto che è più facile escludere tacitamente, per esigenza di sistema,
che negare di professo, e poiché il positivismo moderno é abbastanza
raffinato per lu singarsi di fare a meno dei rapporti ideali della
metafisica (benché noi sia quanto é necessario per persuadersi della loro
verità), esso si tiene ben lungi dal rassegnarsi al puro fatto del dritto
positivo ; bensì non resiste alla tentazione di interpetrare questo fatto
in funzione di una legge che gli conferisca a priori valore ideale
ed assoluto. È dritto quello che é imposto dai poteri coattivi ed é dritto in
quanto e perchè è imposto ; ma, quest’ autorevolezza giuridica, se
coincide col fatto stesso del comando, non coincide tuttavia col
fatto del comando attuale, ed è conseguenza o espressione di una virtù presupposta
nel fatto del comando abituale, del comando in quanto comando. Il
principio — EST IVS QVIA IVSSVM ed
è la formula del positivismo e noi f abbiamo veduta assentita
implicitamente e per ragion di contrasto dal v. Jheriug e dal Daliu,
professata espressamente dal Lasson e dal v. Kirchmann, idealeggi ata, in
omaggio allo psichismo, dal Bierling. Quella forinola, per quanto
positiva, implica un sottinteso razionale. Ed il sottinteso è il seguente
: il fatto del comando è la sorgente appunto del dritto: o
altrimenti: l’essenza del dritto consiste nel comando. Il
positivismo lia, pertanto, anch’esso la spa massima: l’attitudine che esso
assume di fronte al fatto non è puramente passiva, o, se è tale, lo è o
si avvisa di esserlo coscientemente e razionalmente. Non v’è bisogno di
analisi minute per vedere quale e quanta conferma indiretta, (conferma formale,
s’intende) rechi questa massima del positivismo alla metafìsica del
dritto naturale. Il compito razionale del dritto naturale non è propriamente
escluso, ma applicato ed atteggiato in modo diverso che prima; è una
materia, nuova che si contrappone al contenuto antico di quel dritto, non
una nuova forma. La filosofìa aveva per criterio conoscitivo del dritto NATURALE
la ragione indagatrice dei tini dell’ universo e della natura morale
dell’ uomo: il positivismo ha per suo criterio l’esperienza immediata dei
precetti del potere positivo. La filosofìa aveva per principio ontologico del
dritto l’ordine morale della stessa natura dell’uomo e degli stessi fini
delle cose : il positivismo, invece, il fatto stesso della coercizione
potestativa, in quanto tale : nell’ una come nell’ altro, le disposizioni
positive sono un fatto che in tanto ha valore in quanto gliel conferisce il
rapporto vero o presunto di conformità di detto fatto ad una data legge o ad
una data massima. Varia solo il contenuto della massima e della legge,
che nella filosofìa è sintetico, dovechè nel positivismo è analitico :
perchè nell? una è attinto altronde e nell’ altro è spremuto dal fatto stesso
delle disposizioni positive o, che è lo stesso, pre-implicato, con
dialettica a priori, nel fondo di esso fatto. E che la massima del
positivismo si traduca in un’ analisi vuota, in una petizione di
principio, non v’ è dubbio alcuno. La forza coattiva del comando è
criterio del dritto, solo perchè il dritto si è preconcepito come forza e
forza fisiologica; solo perchè la nozione di una potenza spirituale del
dritto in quanto dritto, ossia in quanto norma di ragione, si è anticipatamente
esclusa, come nozione che trascende l’esperienza, solo perchè si è posto o
postulato, anzi tempo, il principio che la forza, che noi intendiamo
morale, degl’ imperativi giuridici non si differenzia dall’
attuazione materiale e dal successo di fatto; solo perchè si è stabilito
antecedentemente che la condotta dell’uomo non può essere determinata che
dai motivi empirici e psicologici della sanzione positiva ; solo perchè
si è presupposto che il dritto non è una idea, ma un fatto e che l’assenza
dell’attuazione del dritto è sempre ed in tutti i casi assenza del
contenuto e della virtù imperativa del dritto stesso. Ed invero, se la
coincidenza della forza, etica con la forza fisica, del dritto col fatto,
non fosse un presupposto, onde e come il positivista si farebbe a
provarla ? Con l’esperienza ? Ma l’esperienza gli consegna il fatto semplice e
nudo, la nuda e semplice forza fìsica ; se e fino a che punto 1 uno e
l’altra sieno dritto o forza morale, 1’ esperienza non lo dice e non lo
può dire, perchè ignora che è dritto e che è forza morale. ]STè lo
suffraga la storia, la quale può provare concludentemente la presenza o meno
dell’attuazione di fatto del dritto, non la presenza o meno deila
necessità di tale attuazione. Il positivismo deve, per necessita di cose,
far capo alla speculazione, per dimostrare il suo assunto; se non
che, è appunto la speculazione che ne denunzia l’illegittimità, perchè,
se il dritto positivo ed il dritto NATURALE sono termini semplicemente
correlativi, il fatto ed il dritto, la forza bruta e la forza morale sono
termini addirittura contradditori, tra i quali non vi è presunzione
di coincidenza o di accordo che tenga. Portando poi la questione in altro
campo, è bene por mente che, per tacciare di sterilità la idea ed
il dritto e per predicare come sola forza viva delle cose il potere
coattivo e materiale (ed il convincimento radicato di quella sterilità è il
motivo psicologico che persuade al positivismo il culto del potere coattivo)
occorre aver dimenticato, o non aver conosciuto e compreso giammai, quanto la
forza spirituale di talune idee universali, di alcune esigenze morali, di
alcuni canoni giuridici sia stata superiore, nel corso della storia, alla forza
materiale dei poteri dominanti e quanti trionfi sulla tenacità di
resistenza dei tatti abbia ri portato tuttora la forza ideale del dritto.
Le quali conferme di fatto la filosofia le accetta e le oppone sorte di agli avversari, senza,
per altro, vincolare alla esse la sua, perchè (è bene ripeterlo) la forza
ideale, la virtù imperativa del dritto è, per essa, indipendente dal successo
di fatto o dall* osservanza <ìgì soggetti. Il (lovorG g dovere, clie
lo si adoni pia « no; e la violazione è un mero fatto che opera si elie
1’ idea non divenga un fatto, ma non sì che l’ idea cessi di essere idea.
Doveehè il positivismo da questa confusione tra idea e fatto prende le
mosse e questa confusione solleva a sistema. Suo assunto è il
seguente: 1’ idea non è idea perchè non è un fatto: o altrimenti: l’ idea
non esiste in quanto idea, perchè non esiste in quanto fatto. Il qual
paradosso non può essere legittimato che da un sottinteso non meno
paradossale: l’idea non esiste come idea, se non in quanto non è
più idea. Se, adunque, il secreto tentativo di conferire a priori alla
nuda forza materiale valore e contenuto ideale cade nell’ insuccesso,
vien meno altresì quel1’ apparenza di legittimità, onde il positivismo si face bello.
La logica delle cose rimuove quella pretesa dialettica del dritto con la forza,
denudando quest’ ultima di quell’ involucro spirituale nel quale si
veniva dissimulando. Ed allora ai positivisti si pone un dilemma dal
quale non vi è via di uscita: o riconoscere la legittimità della nozione del
dovere e, quindi, rientrare nei termini della filosofìa del dritto
naturale, o professare apertamente l’immoralismo della forza. Perchè tra l’una
cosa e 1’ altra [ Ist clas Recht nur Recht, uutorschieden von Willkiihr
mici Gewa.lt, wenn and soweit es eine dea Willen vcrjìjlichtcnde
Kraft in sich triigt, so Htellt sichjeder; der von Recht spricht
nnd Weiss was er sagt, auf dem ethischcn Stand]) nuli, aut doni
Boden des Scimollenden. Alle naturalistischen nnd miterialistificlien
Doctrinen kdiìnen daher nur durch Iuconsequenz, dureli Urklarheit und
Confusion oder durch sophistische Rrsclileichun-, gen vor der
Identifìcirung von Recht und Gewalt siedi scliiitze n — Vìvici — Natur recht
non v’è via di mezzo che tenga; il contrapposto tra la physis ed il
nomos, tra la necessità fìsica e la necessità morale, è irriducibile: chi
non voglia assentire alla logica della seconda non può, ov’egl’abbia
mediocremente a cuore la coerenza filosòfica, rinunziare alla logica
della prima. E, quando si confessi apertamente che il titolo che fonda la
legittimità esclusiva del diritto storico e positivo è laforza materiale
dei poteri governanti, allora noi non avremo più alcunché da opporre e ci
terremo paghi di darci per vinti. Il problema, allora, non è più da
dibattere, nè da risolvere, perchè difetta quel consentimento in un prius
della ricerca, che pure è necessario per sostenere una polemica
qualsiasi. Il positivismo potrà, a buon dritto, millantare il privilegio
che godono tutte le forme di scepsi assoluta, tutti i sistemi negativi,
tutte le demolizioni dottrinali della verità e della natura: il
privilegio di esser fuori della critica, perchè si è fuori della coscienza
umana. Se non che, di questa logica di sistema non tutti sono accorti; ne
sono, anzi, ignari pressoché tutti. Ed è forse questa ignoranza il motivo
della loro tenacità. Essi usurpano, senza volerlo deliberatamente, le
esigenze ed anche un po’ le soluzioni del dritto naturale, lieti che una
materia presa d’altronde risparmi ad essi la fatica ed il dolore di saggiare a
londo la insostenibilità del loro assunto originario. Del resto
questa apoteosi del dritto di fatto e della forza non è il sèguito di un
proposito meditato e rigorosamente positivo, ma di una esigenza tutta/
negativa che domina i nostri positivisti. La esclusività che essi
appongono al dritto positivo, è la conseguenza della esclusione clic essi Inni
fatto dianzi di alcune forme storiche del dritto naturale; forme storiche che
essi hanno scambiato sul serio con la sostanza stessa del dritto NATURALE,
in orna irgio a quel vecchio espediente solistico di fare un fascio della
scienza e degli scienziati, della idea e delle applicazioni, dell’uso e
dell’ abuso, della realtà oggettiva e della percezione soggettiva. E di
sistemi o di concepimenti individuali o collettivi di dritto naturale ve
ne ha parecchi e di diversa natura; onde la impresa d’ insinuare i propri
criteri positivisti tra una critica e l’altra di questo o quel
sistema sbagliato di dritto naturale sembra larga prò metti tri ce
di successi. Se non che, alla prima analisi cui si sottoponga (e parlo di
un’ analisi elementarissima e superficiale) quel termine polisenso che è
il diritto NATURALE, i successi del positivismo, come di ogni cosa che poggia
sovra un equivoco GRICE EQUIVOCO, si dissipano d’un tratto.V’ha anzitutto
una forma di dritto NATURALE, la quale, benché prenda le mosse dallo
schematismo universale della NATURA UMANA e dalla premessa dello STATO DI
NATURA, ha tuttavia carattere e tendenze originariamente empiriche e si
presenta non già come una dottrina creativa di dritti o di esigenze
morali in contrapposto al dritto positivo, ma piuttosto come una semplice
astrazione ed elaborazione concettuale del dritto storico vigente. V’ ha, indi,
una [Ciò è messo discretamente in luce da Bergòohm risprudenz u Rechtsphilosophie.
Ju-] altra forma di dritto NATURALE, quella ohe, per abusata
terminologia si chiama diritto NATURALE (NATURRECHT) per antonomasia, ed è il
diritto NATURALE dell’AuJhUirung e DELLA RAGIONE, di cui è conosciuta la
storia assai più, forse, che il carattere e l’indole vera, che è
razionalista nel metodo, subiettivi sta nei criteri, anti-storico nelle
esigenze, umanitario nel contenuto; che e la scuola in cui il diritto nou è pi
11 astrazione o generalizzazione dell’esperienza storica, ma un
lofjo della ragione creativa, e nel quale lo STATO DI NATURA è (almeno in
quanto ha di meglio) meno una premessa di fatto storico, che un mito (H. P. GRICE),
una ipotesi razionale postulata a legittimare una data serie di
obbligazioni giuridiche o la possibilità stessa di una obbligazione
giuridica: che ha nel suo attivo e nel suo passivo, ad un tempo, la
dottrina (atteggiata in modo particolare) dei dritti dell’uomo e la
grande rivoluzione. V’ha, poi, il dritto NATURALE della filosofia
perenne; che non è forma ma sostanza delle forme; che è anteriore, per ordine
di tempo, così al NATUR-RECHT empirico come al NATUR-RECHT RAZIONALISTICO e che
non è nè l’uno nè l’altro, benché l’uno e l’altro nella lor parte migliore si
approssimino ad esso; che emerge dalle profondità della coscienza umana
iu qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo e che la cultura romana antica
(CICERONE) specula non meno che la cultura moderna; che non è patrimonio
di questa o quella filosofìa personale, ma della tradizione storica ed
impersonale della filosofia; che non è contrario sistematicamente al
criterio storico, ma non lo è nemmeno al criterio speculativo; che
rifiuta la ragione, come virtù creativa delle cose, ma la tieu salda come
potenza conoscitiva dei rapporti ideali e delle norme mperative; che supera
il subiettivismo assoluto dell’AujMarung, ma non ne trae argomento
a rinnegare le esigenze oggettive della coscienza umana come tale ; che è
illuminato da una concezione teleologica dell’universo e della vita, ma non
profana per questo il suo finalismo nelle aberrazioni del panteismo ottimista e
del pietismo storico; che si rappresenta i dritti dell’uomo circoscritti
dalla funzione correspettiva del dovere, ma non sconosce la sostanza ed
il valore imperativo dei dritti attinenti all’uomo come tale, anzi questi
diritti rivendica tuttora e consacra. Ora è *questo* dritto NATURALE che, in
nome della filosofia, si oppone oggi al positivismo, perchè è esso
che segna il sostrato permanente delle forme storiche particolari; e
questo dritto NATURALE è così lungi dall’ essere posto a mal partito
dalla critica che i positivisti oppongono a questa o a quella forma
onde questo o quel filosofo, ovvero questa o quella scuola di
filosofi lo ha concepito: che anzi taluna di quelle critiche se la
potrebbe appropriare esso stesso, senza infirmare per questo il suo
contenuto sostanziale. E dico a bella posta: taluna: perchè parecchie, la
maggior parte, di quelle critiche, sono del tutto infondate. Quelle, in specie,
che si dirigono al dritto naturale razionalisti co, ossia al dritto NATURALE,
sono sì arbitrarie e, ad un tempo, sì pretensiose che si rende urgente il
bisogno di rintuzzarle in nome della sana e serena filosofìa. Di già quel
dritto naturale non ha avuto ancora, nella lotta delle dottrine, quella
piena giustizia, della quale i torti innegabili, ina pur sempre largamente
compensati non gli scemano la legittima aspettazione. Dagl’avversari, che lo
fraintendono o lo giudicano con criteri unilaterali, agl’amici (cito tra
questi Spencer del The nxan versus thè stette e della Jnstice) che ne
appropriano quello che esso ha di men buono, è tutta una gara ad abbuiarlo, a
rimpicciolirlo, a deformarlo: alla quale non poca parte confermai suoi
tempi, lo Stalli, per aver voluto, in omaggio alla sua dialettica
possente, predicare della sostanza del dritto naturale le note e le
categorie applicabili al solo panlogismo hegeliano, che si traduce, a sua
volta, in un sistema intrinsecamente realista e positivista. È di moda,
ad es., tacciarlo di astrazione concettuale, abusando del doppio senso della
parola astrazione, e non si pensa che esso rappresenta precisamente il
contrapposto di ogni astrazione concettuale della realtà empirica,
differenziandosi, appunto per questo, da quel dritto naturale che
immediatamente lo precede. L’ astrazione non è punto un
procedimento trascendentale e sovra-empirico, come si crede comunemente: essa
è, anzi, una delle tappe del processo induttivo. L’astrazione è,
propriamente, un processo di semplificazione logica dei dati empirici,
non un criterio conoscitivo che trascenda i dati stessi. Assumere la
parola Parrebbe averlo egli stesso confessato, là dove (Geschichte der
Rechtsphilosophie) illustra lo aspetto empirico del natur-recht dichiarando
apertamente che solo con 1 Hegel può dirsi “der ununterbrochene Faden
logischer Forderung durchgefuhrt. Aastrazione nel senso di una intuizione
sovra-empirica è assurdo. Bisogna aver dimenticato così l’etimologia del
vocabolo, abstrahere, come fi analisi del processo conoscitivo. L astrazione è
la via traverso la quale si perviene all’universale logico: il quale universale
logico è l’unico sforzo cogitativo che si possa consentire l’induttivismo
e l’empirismo Se, adunque, astrazione non significa che questo, non è arduo
vedere quanto arbitraria sia la censura mossa al diritto NATURALE.
La ragione del NATURRECHT è così poco ragione astratta da una serie di concreti
preconosciuti, che anzi essa è una creazione, una conoscenza ex novo ed
intuitiva. Il diritto NATURALE è, nel fondo, ont elogistico: ond’esso ha
per suo criterio l’intuito creativo della ragione, anziché l’esperienza
del reale, fi analisi, la riflessione, l’astrazione. Il genus proximum
dell’ uomo, ossia del soggetto dei dritti connaturati, è, ivi, meno un
residuo dell’astrazione dalle differenze specifiche, ossia dalle varietà
contiagibili e storiche, che una speculazione a priori e so vraem pirica
delfi università reale della natura umana. E dico che è tale nella sua
esigenza e nel suo interesse filosofico, senza punto giudicare se
quella esigenza o quell’ interesse siano stati sempre e coerentemente
soddisfatti. Ed è appunto dall’essere fi intuizione, l’Anschauung, il suo
processo ed il suo criterio, che segue la sua virtualità, sarei per
dire la sua impulsività etica. L’ astrazione è puramente logica; è
negazione esplicita della vita, della forza, delfi attività, delfi ethos.
Carattere del dritto NATURALE è, invece, la sua potenza attiva, la sua
forza suggestiva di riforme e creativa di rivolgimenti: suo prodotto immediato
è quella obsessione spirituale che investi l’umanita, tiascinandola in
quel salto dal pensiero all’azione, dalFideale al reale, dalla
natura alla storia, vero salto nel buio, che fu la rivoluzione. V’ lia
bensì l’astrazione concettuale anche nel dritto naturale: ma questa astrazione,
anziché essere il prodotto d’ una esigenza sovra-empirica come si crede dai
piu, è più presto la conseguenza naturale di quella iuiìltrazioue empirica che
vi si venne formando, allorché i suoi cultori, non contenti di aver
annunziato una serie di principi e di averli speculati a priori, il che,
metodicamente parlando, era perfettamente giusto, vollero fare un
passo più oltre e costruire, per via di un'analisi concettuale di
quei principi, la serie degli atteggiamenti concreti della vita giuridica. Per
una simile costruzione logica miglior presidio non si offeriva ad
essi che 1’ astrazione, ossia la semplificazione logica dei
concreti ottenuti dall’ esperienza. L’intuizione non poteva servire alla
bisogna, perche è propriodell’intuizione cogliere i rapporti ideali e 1’
universale delle cose o, più brevemente, le idee, non i concreti od i
fenomeni. Essi, adunque, travagliati da una esigenza empirica, fecero
capo all’astrazione; e dal mondo reale e dalle condizioni sociali ed
economico-politiche del tempo loro astrassero tutto un contenuto storico e
particolare, il qual contenuto essi hanno predicato dell’ umanità
intiera, jiervertendo,. così, in universale logico, l’universale reale e,
nella indifferenza dialettica, 1’ unità della natura umana. E qui
che la critica dello Stali! e degli altri acerbi rampognatoli coglie, senza dubbio,
nel segno, ina non già perchè il dritto naturale sia caduto nelle
speculazioni a priori della ragione, bensì perchè esso è caduto nel
circuito dell’analisi e dell’empirismo, o, se l’astrazione si voglia
assumere, per un momento, nel senso che le conferiscono i nostri avversari,
non perchè essi abbiano astratto troppo, ma perchè anzi hanno
astratto troppo poco. La natura traccia le linee fondamentali. I dettagli
dell’ esecuzione li lascia alla stòria ed alla volontà positiva. Il vero
dritto NATURALE ci dà una serie di criteri o di principi del dritto, i
quali sono, bensì, un dritto, ma un dritto ideale e potenziale. Essi,
quei criteri o quei principi, sono un prerequisito del dritto fenomenico,
ma non sono ancora, propriamente parlando, un dritto fenomenico bello e
dato; il qual dritto è la risultante complessa di condizioni empiriche,
nelle quali quei principi e quei criteri s’individuano ma non si
consumano. Questo principio è eflicacemente illustrato, uon senza per
altro un po’ di formalismo, da Feuerbach, Das Reclitsgesetz, obgleìch
durch sich selbst aUc/emcinf/ultig. kanu dennoch als blosses Vernini
ftgesetz nicht allgemeingeltend werden. Soli es wirklioh herrsclien, so muss
dieses Reehtsgesetz aus dem Reicke des Vernunft in das Reich der Erfahrung,
aus der intelligiblen Welfc in die Welt der Sinne hiniibergetrageu werdeu.
In dem Gesetze des Reehts erkenne idi nodi nicht dio Reclite selbst, in
ihm habe ich nur das Princip und das Criterium ihrer Erkenntniss; dio
Frage ; worin besteht das rechtliche uberhaupt; nicht aber die Frage: was
Rechtens sei uuter diesel oder jener Bedingung, in diesem odor jenem
Vorhiiltnisse. Ueber Philosophie und Empirie in ihrem Verliiiltnisse zur
positiven Rechtsvnssenschaft=Landshut. L’ esigenza empirica che deforma il dritto
NATURALE sta appunto in questo, nel serbarsi infedele al suo assunto, nel
sottoporre quello che dovrebbe essere una speculazione del dritto naturale a
quella serie di condizioni alle quali è sottoposta la conoscenza del
dritto fenomenico, nel trasferire alla nozione di quello le note che sono
pertinenti alla nozione di questo; di guisa che essi muovano come da un
sottinteso: il presunto dritto naturale va trattato alla stregua del dritto
fenomenico. Ad essi è mancata quella potenza o, forse meglio, quella
tenacità di tensione intellettiva che era necessaria per comprendere che il
dritto naturale deve anzi tutto rimanere dritto naturale, e che il
giudizio sulla esistenza di esso non deve essere sottoposto al regolo o
al criterio moderatore dei giudizi sull’esistenza del dritto positivo. Anche
qui, adunque, essi sono in colpa non già per aver voluto far troppo di
dritto NATURALE, ma per averne fatto troppo poco; e chi ha meno
dritto di rampognarli di ciò è il positivista. Ai principi del dritto NATURALE
si potrebbe, a buon dritto, torcere quel rimprovero che fa il LIZIO alle
idee di dell’ACCADEMIA: essi, quei principi, sono ipostasi intellettive
delle realità fenomeniche individuali. Di qui 1’ aspetto malsano del dritto
naturale : la realtà della storia contorta in un falso schematismo
logico: quello che sarebbe dovuto essere storico relativo provvisorio,
rifuso in una forma logica universale e rappresentato come eterno, assoluto,
immutabile: la storia, insomma, negata come storia e riaffermata come
speculazione logica. Così, quel subiettivismo, che era la realtà di fatto del
tempo dell’ AujUiirung si predica come natura dell’ uomo in tutti i
tempi. Alla proprietà ed al contratto si conferisce quel contenuto
rigidamente individualistico che corrisponde alle mire secrete del
sistema economico che si veniva affermando in quell’ ambiente storico, del
sistema capitalista. La nozione dei dritti connaturati alterata e
deformata dalla miscela inconsulta di elementi positivi e di pretensioni
e di attribuzioni acquisite. Gli si appone a colpa, altresì, la
nozione dello stato di natura. Ma, se lo assumere uno stato primitivo
della umanità governato da una legge spontanea di natura e non da una
legge o da un sistema di leggi umane positive, se, dico, assumere questo
stato di natura a rigore di fatto storico può essere ed è un abuso
della mitologia, assumerlo, invece, come una ipotesi lìlosohca, è, fuori
dubbio, un processo rigorosamente scientifico e fors’ anco metodicamente
necessario. Ogni pensatore che voglia differenziare mediocremente
il contenuto della vita sociale, che voglia sceverare quello che è
permanente da quello che è transitorio, il substratum dai fenomeni, che
voglia discernere nettamente quello che in una data associazione di
persone va attribuito alla natura originaria di ciascuno dei membri da quello
che vi si è venuto soprapponendo per la reciprocità d’ influsso dei
membri tra* loro e per tutto il tessuto dell’ azione sociale, ogni
pensatore, dico, che voglia fare tutto questo, deve porre lo stato di
natura e contrapporgli [Cfr. il nostro saggio
‘La terra nell’ odierna economia capitalistica’ (Roma) lo stato sociale
sopra v vegnente, deve distinguere limpidamente l’uomo della natura dall’uomo
della storia. È superfluo qui ricordare Spencer, il quale a questa
astrazione dell’ uomo della natura dall’ uomo della storia (che per lui,
naturalista reciso, si converte in un’astrazione dell’ unità biologica dall’unità
sociale) ha reso omaggio non solo nelle opere ultime nelle quali
egli restaura di professo il dritto NATURALE, ma anche nelle opere anteriori,
le quali segnano il climax del suo pensiero filosòfico. Il convincimento,
anzi, della legittimità di una contrapposizione dell’unità biologica alla
unità storica, o, che per noi è lo stesso, della legittimità di una
ipotesi dello stato di natura, è, forse, l’anello di congiunzione del suo
novissimo dritto naturale con la sua sociologia ed in genere con
tutta la sua filosofia sintetica, 1’ addentellato dell’ uno nell’ altra.
Ricordo, poi, un illustre positivista, come Kirchmann, il quale ha
esplicitamente riconosciuto la necessità che le scienze morali, prive
come sono del sussidio dell’esperimento, invochino 1’ ausilio di ipotesi
scientifiche per sopperire a quel difetto, e, tra queste ipotesi,
rivendica, di proposito deliberato, quella dello STATO DI NATURA). Non [Es ist
die Wissenschaft der Sittlichen genothigt, nicht bloss aut die
sifctlichen Zustande der rohen und attesten Volker mit besouderer
Sorgfalt einzngehen, sondern sie muss noch hinter die àltesten
gesehiclitliclien Zustande zuriiekgehen und durcli Hypothesen die
einfachsten Zustande zu ermitteln suchen. Diese Hypothesen kdnuen in ein phautastisches und fur
die Wissenschaft nutzloses Spiel ausarten. Allein mit Vorsicht
geiibt, ersetzen sie das Hulfsmittel der Experimente in der
Naturwissenschatt und sind nicht zu entbehren. Daher erklart es 8ich, das8 8chon LIZIO und
spdter die Begriinder des Natur. ] L’uso di questa ipotesi va, adunque,
rimproverato al dritto naturale, ma l’abuso : ossia non la ipotesi
come ipotesi, ma la maniera particolare onde la si atteggia. Quanto
poi all’altra nozione del contratto sociale, che è quella che più si rimprovera
al dritto NATURALE (e, tenuto conto delle conseguenze logiche di essa, a
buon dritto) va notato che nei più grandi cultori di quel dritto (cito ad es.
il Kant) il contratto sociale non è già un fatto storico, ma una ipotesi RAZIONALE
evocata a legittimare l’ordine giuridico dei rapporti umani, anziché a
scuoterlo e corroderlo. La teoria del contratto sociale è la risultante
di due fattori : del sottinteso o presupposto contrattuale, secondo il
quale unica fonte legittima di obbligazione autorevole è il consenso
dello stesso obbligato; e della esigenza, che animava i cultori del dritto NATURALE,
a legittimare il vincolo o la serie dei vincoli sociali, anche quelli che
non lasciavano trapelare o supporre la presenza di un consenso
preesistente. Il CONTRATTO sociale è quel di là dell’esperienza attuale,
quell’ assolutamente prius della storia, che sopperisce al difetto del
consenso attuale, con l’allegare una specie di consenso abituale, una
Anerkenmmg, direbbe il Bierling, una mas- [rechts nùt TJrzmtanden des Memchen
beginnen, welche uber die Geschichte hinausreicheii. Der oft dagegen erhobene
Tadel trifffc nicht das Verfahren an sich, sondern nur den damit
getriebenen Missbrauch. Es karrn desshalb auch hier dieses Mittel nicht
uiibeimtzt bleiben: aber die Vorsieht gebietet, es auf das Nothwendige
und Gewissere zu beschriinken. Grimdbegrifte
sima dell’assenso. Il contratto sociale esprime quindi la
dialettica che il pensiero dei cultori del dritto naturale ebbe tentato
tra la premessa logica del contrattualismo e le esigenze della
conservazione sociale, tra la invincolabilità assoluta della libertà
naturale, postulata come principio, ed il complessodei vincoli sociali,
riconosciuti come fatto. Il che si deve al fatto, riconosciuto dallo
stesso Stalli, che essi, se per la logica, sarei per dire per la
consequenziarità, del loro principio erano, o meglio avrebbero
dovuto essere, rivoluzionari, nel fondo del loro pensiero e della
tendenza loro erano, invece, conservatori: senza dubbio degl’ingenui
conservatori. Ohe se si voglia porre a carico loro appunto il non aver
compreso che il vero STATO NATURALE dell’ uomo è lo STATO SOCIALE, che non v’
ha bisogno di una ipotesi razionale quale che sia per legittimare vincoli
sociali i quali si legittimano da sè, che si pensi, almeno, che il torto
innegabile [Das NATURRECHT ist nachgiebig, wo es die Wirklichkeit gegen sich
hat, es liisst sich jeden Zustand gefallen und sucht ihu dnrcli
IJnterlegung einer stillschweigenden Einwilligung zu rechtfertigen, uni sein
theoretisches Interesse zu befriedigcn : die Revolution, dagegen, will die
Macht der Wirklichkeit brechen, sie vernichtet jede Einrichtung, die uicht
aus ihreu reineu Vernunftbegriifen folgt. Ienes erdichtet fiir jede
Verfassung, die Mensehen liiitten sie gewollt, darait es sich als frei
denken kdnne, diese duldet keine Verfassung, die sie niclit gewollt,
dainit sie wirklich frei seyen. — Gesch. d. R. phil. Quest’ antitesi del
dritto naturale alla rivoluzione è licondotta dallo Stalli ad una causa
diversa che da noi. Ma ciò non conta: importa che quell’ antitesi sia
stata riconosciuto da quel profondo intelletto.] del dritto naturale va dovuto,
in buona parte, alla difficoltà di discernere i vincoli sociali, che sono
davvero conformi alle leggi della natura umana, da quegli altri
vincoli clic non sono tali. L’errore loro, sarei per dire, è, in parte,
un errore delle cose. Niente più naturale all’ uomo dello stato sociale e
pure niente, ad un tempo, più violento di esso (antitesi questa che deve
essere stata colta da MANZONI, non ricordo più in qual punto delle
sue opere): perchè lo stato sociale, accanto ad una serie di
obbligazioni perfettamente legittime, perchè perfettamente naturali, reca
pure con sè (è il suo lato debole come di ogui cosa di questo mondo) un
cumulo di coercizioni arbitrarie, giacobine, irrazionali che la natura
convellono, incatenano, deformano. Che meraviglia, dopo ciò, che il dritto
naturale abbia colto questo secondo aspetto delle cose soltanto e niun
conto abbia tenuto del primo, di guisa che si sia reputato in dovere di
legittimare quello che non sembrava legittimo a prima giunta e di
costruire con la volontà quello che non forniva la natura °ì Nei fenomeni di
questo nostro mondo, che non adempie in sè la perfezione e l’ideale, ma
della perfezione del di là è soltanto un baleno, v’è tante e così
aspre antitesi! ed è così facile invertire un solo dei termini dell’antitesi
nella realtà tutta intiera! Il dritto NATURALE può avere molti
torti, ma questi sono compensati ad usura dal molto di buono che vi è
dentro: da quella nozione di un dritto indipendente dalla sanzione positiva e
superiore ad essa, che si attiene all’uomo in quanto uomo, che è
patrimonio ind6Ì6bil6 della sna natura, quello appunto die costituisce il suo
essere di uomo, la sua umanità. E l’umanità-, ecco l’aspetto sano del
diritto naturale; che in esso è, fórse un universale logico e formale,
una formula del razionalismo dell’Aujklàrung, ma (die si deve ad esso se sia
potuto divenire nella mente dei contemporanei e dei posteri un universale
reale. Prima che esso ravvivasse il culto della personalità individuale,
si vedeva questo o quelV uomo, in questo o quel ceto, in questa o
quella condizione economica e sociale: grazie ad esso si vide Tuo
ino. Esagerò il suo assunto e cadde nello individualismo: ma 1’ umanità
gli deve saper grado di questo individualismo, se da esso ha potuto
sprigionarsi, con un processo di auto-correzione, la sana individualità,
ossia la dignità umana. In questo il dritto naturale razionalistico si
confonde col dritto naturale assoluto della filosofia tradizionale; ed è
la espressione di quel dritto che ogni uomo possiede come la parte
più sacra di se stesso, che l’uomo sente pria di conoscere ed aspira nell’atto
stesso di conoscerlo, che non si sa se sia più un sentimento od un
intuito, una idea od una volizione. Il dritto naturale rientra, allora,
nei termini della dottrina cristiana, perchè il dritto dell’uomo è
l’espressione della preziosità inestimabile dell’ umana persona redenta
da Cristo; e, come tale, è inoppugnabile, e rimane tale senza fallo, finche non
declini la coscienza morale dell’ umanità. ^è io saprei per qual modo il
positivismo, il quale si è travagliato e si travaglia nella critica del
dritto naturale, possa col labile sostegno dei suoi angusti criteri
oppugnarlo davvero. Un sistema die predica V esperienza, come criterio
scientifico esclusivo, non lia altro argomento da opporci clic Questo: il
vostro preteso dritto naturale 1’ esperienza non ce lo attesta; nessuno
ci lia fatto toccar con mano la sua esistenza nel passato, o nel
presente; si può metter pegno che nessuno ce ne farà toccar con
mano V esistenza nel futuro: il vostro dritto NATURALE, adunque, non
esiste. Orbene questo argomento è cosi innocuo che esso non tocca nemmeno
il dritto NATURALE, nè i suoi cultori. I quali potranno ben rispondervi:
sapevamcelo ! ma il nostro dritto NATURALE è quello che è, appunto perchè noìi
è fenomenico, ossia oggetto di esperienza. Koi siamo si poco scossi dal
vostro raziocinio che lo abbiamo prevenuto: il dritto NATURALE è, per
noi, una idea e non necessariamente un fatto, un dover essere e non
un essere, una necessità morale e non una cosa empiricamente esistente.
Ohe il dritto naturale sia esistito o meno nelle condizioni dell’
esperienza e della storia, che sia stato attuato o individuato da 'questo
o quel dritto positivo, a noi importa, a rigor di termini, poco;
perchè il nostro quesito non è se esso esista o sia esistito
davvero, ma se debba esistere: onde l’inesistenza di fatto di esso non è
argomento contrario alla nostra teoria, come non le sarebbe argomento
favorevole la sua esistenza. Quando, in nome del criterio
sperimentale, si esclude la nozione del diitto NATURALE, si cade in una
petizione di principio. Si dà per provato quello che si doveva appunto
provare: che unico criterio conoscitivo della esistenza delle cose
sia l’esperienza, o, meglio ancora, che non vi sia altra forma di
esistenza che la esistenza empirica. Ed in questa petizione di principio
si risolve tutta la critica esercitata dal positivismo sul dritto
naturale. Gli studi di filosofìa del dritto di Wallaschek e più di
tutto il saggio di Bergbolim, nel quale è condotto un esame molto
accurato del dritto NATURALE, sono piene di argomentazioni suppergiù del
contenuto e del valore della seguente, tormolata dal primo di quegli
scrittori: Ausser dem bestehenden Rechi gìebt es Icein anderes Recht,
demi es ist ein Widerspnich, anzunelimen, dass, ausser dem
bestehenden Recht, nodi ein Rcclit bestelit, das nicht bestelit. É chiaro
che un simile modo di ragionare è il portato logico della ideologia
positivista, come è chiaro che ivi si confondono malaccortamente duo cose, che
vanno divise o distinte, o, almeno, sulla diversità o pluralità delle
quali volgeva appuntò il quesito. L’ esistenza empirica delle cose va
distinta dalla esistenza metafìsica delle cose stesse. Ora è appunto a
questa esistenza metafisica che fanno accenno i rivendicatori del dritto NATURALE.
Ai quali inopportunamente si fa rimprovero di assurdo paradossale, con una
proposizione sofìstica diquel genere, dove il verbo essere vien preso in un
membro in un senso e nell’altro in un altro. Line andere ivichtige
Frage bleibt ja immer, ob das Recht, das bestelit, aneli bestehen solite,
aber der Begriff des Rechtes, das sein soli, darf nicht verwechselt
werden mit dem, das thatsàchlich vorhanden ist, und nur dieses letztere
ist Recht, das erstere soli es sein. Ma, di grazia, quando mai il dritto NATURALE
ha preteso di affermare la sua esistenza empirica di fatto, ossia la sua
esistenza di diritto positivo? Esso ha sempre preteso di essere quello
che è, e quando ha detto: io sono: intendeva dire, non già: io
esisto davvero: ma: io debbo esistere. L’essere del dritto NATURALE è
precisamente il dover essere: il dritto NATURALE è una norma ed è come
norma, cioè a dire come dover essere. Che non sia punto un fatto,
il primo ad esserne persuaso è esso stesso. Appunto perchè non esiste
necessariamente nelle leggi positive, esso rivendica il suo dritto di esistere.
Ed in questo dritto ad esistere, non già nell’esistere davvero è riposto
il suo essere. È veramente deplorabile che questi principi così elementari
debbano essere ribaditi quando pareva che nessuno potesse dubitarne! L’empirismo
è così scarso di prove contro il dritto NATURALE, ch’esso non può neanche
fermare assolutamente che quel dritto non sia possibile nelle
stesse condizioni future dell’ esperienza. Vale a dire, esso non solo non
ha autorità di asserire che il dritto NATURALE non sia ovvero non debba
esistere, ma non ne ha nemmeno per assicurare che esso non possa
esistere. Perchè il possibile ed il futuro eccede il potere dell’ esperienza,
la quale è limitata al passato ed al presente; il poter essere o il sarà
sono quasi così lungi dal poter essere affermati e negati dal
positivismo che aspiri ad essere logico, quanto lo è il dover essere. Esclusa,
così, la possibilità di uno di quei richiami al futuro che sono tra i
ripieghi prediletti dell’ empirismo, toltogli il modo di dettar
legge alla storia, ad esso non resta che contenere le sue negazioni nella
sfera del presente. Allora la scepsi che esso esercita sul dritto NATURALE
va formolata nella tesi seguente: il dritto NATURALE non esiste come dritto NATURALE,
perchè non esiste come dritto positivo: una tesi sbalordi toia che
presuppone, in chi la . sostiene, il difetto assoluto della più elementare
analisi ideologica e che segna, mi si lasci dire la parola, la vera
bancarotta del positivismo giuridico. Stammler. Igino Petrone. Petrone. Keywords: determinismo, l’eroe, Ennea, eroe
stoico, l’eroe sannita, il sannio, la lega sannitica, spirito, inerza della
volonta, due direzioni dell’inerzia della volonta, contro Gentile, contro
Nietzsche, umano, non sovrumano, filosofia del diritto, lo spirito, liberta
dello spirito, il limite della pscogenesi della morale, il principio dell’amore
proprio, il principio della benevolenza, amore proprio conversazionale,
benevolenza conversazionale, il sentimento morale, filosofia del diritto,
communismo giuridico, la simplificazione di labriola, contro labriola,
criticismo, idealism critico, meditazioni di un idealista, GENTILE contro Petrone.,
Croce contro Petrone; l’identita sannia, psicologia del sannita, i romani
contro i sannita, la prima guerra sannita, la seconda guerra sannita, la terza
guerra sannita; la repubblica romana, l’espansionismo dei romani nell’Italia, I
romani contro i sanniti; bassorilievo dei sanniti, i liguri e i sanniti, le
popolazione italiche, economia e psicologia del Molise, il sannio, la
complessità dello spirito della filosofia italiana; il linguaggio sannita; il
linguaggio umbro, il linguaggio osco; il linguaggio falisco, limosano, musanum,
limosanum; un stato mercantile chiuse, Fichte contro Marx, Nietzsche, il valore
della vita, il problema morale, la filosofia del diritto, diritto positivo,
diritto naturale, la filosofia politica nel criticismo, azione, l’etica e
l’ascetica, l’etica dell’eroe come azione, l’energia dello spirito contro
l’inerza della volonta – l’inerza della volonta nell’elezione dei fini;
l’inerza della volonta nell’elezione dei mezzi; il spirito contro la volonta, i
limiti dei determinismo, l’indeterminismo dello spirito, la causa dello
spirito, causa spirituale dell’agire umano, lo spirito umano. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Petrone” – The Swimming-Pool Library. Petrone.
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