GRICE ITALO A-Z P PET

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Petrarca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Cicerone – la scuola d’Arezzo -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Arezzo). Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Grice: “There are a few studies on Petrarca and ‘filosofia’: “Petrarca platonico,” etc. – but his most important contribution is via implicatura, as when I deal with Blake or Shakespeare.” ir«^|#»rtit«» ,i\ARK TP Jt^ -'f \t. \3FICO ^1 PP TIGI03 i^C/->>. t -nF CARLINI LA FILOSOFIA di P. Saggio Tipografia Editric e Cooperativa Jesi V A SEVERINO FERRARI DELLE OPERE PETRARCHESCHE CONOSCITORE PROFONDO CON ANIMO RIVERENTE E GRATO La tradizione platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri del misticismo italiano Il Cristianesimo e il Papato II pensiero religioso e la scolastica Dante e Platone P. e Aristotele P. ed Averroe P. e Platone Il criterio filosofico di P. è afl'atto religioso Filosofia della religione Paganesimo e Cristianesimo Se P. è cattolico Colui che fece per viltade il gran rifiuto Se P. è un mistico Varie specie di misticismo Il De vita solitaria II De ocio RELiGiosoRUM Ascetismo e misticismo sano II pessimismo di P. II pessimismo cristiano La vita umana secondo P. Il De REMEDiis UTRiusQUE FORTUNAE - P. e Leopardi L' acedia e le contraddizioni di P. hanno radice nel suo sentimento religioso P. non e strettamente un filosofo Ma ne’suoi scritti è un ampio contenuto filosofico (GRICE ON ONE SENSE OF PHILOSOPHER AND ONE IMPLICATURE) E ha ancora ingegno filosofico P. e la scienza Meriti filosofici di P. Il rerum memorandarum Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia P. e il ri-sorgimento filosofico religioso Il sentimento della natura Carattere psicologico della filosofia di P. Le Rime II Secretum Eternità di P. Il pensiero religioso può precedere o seguire il pensiero filosofico, secondo che l’uomo è credente o no : sempre poi esso ' è dalla filosofia iìiseparabile^ se vtwle divenir cosciente. Questo chiamo pensiero filosofico religioso: e penso che sia la remota cagione anche delle manifestazioni letterarie e artistiche de' nostri grandi scrittori. Della multiforme opera petrarchesca poi questo mi parve il segreto ; e però con amore mi misi a cercarlo. Non credo, per le mie piccole forze, di averlo scoperto; ma spero che questo saggio sarà poca favilla che gran fiamma seconda. Luglio Carlini. La tradizione platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri del Misticismo italiano - Il Cristianesimo e il Papato. 'ift^ È ^^w ^M 'fìJS ^p^ Abelardo, w^ audio, 8uspecti»e fidei ». PLATONE, dichiarando che Dio è il puro I essere e la materia il non essere, scavava per primo, come anche il ^P. osservò (*), quell'abisso tra il finito e l'eterno, tra la materia e lo spirito, tra la natura e Dio, che poi né Aristotele né alcun altro filosofo riuscì mai a colmare. E però in rispetto a questo grande problema il Cristianesimo ebbe il merito di tentarne per la prima volta la soluzione con il dogma di Cristo, che é insieme uomo e Dio, l'universo finito e l' infinito. Di qui tutta la filosofia nel Medio evo; la quale nel pensiero platonico trovò molti addentellati sin dai primi gnostici, che diedero Alla religione un contenuto filosofico e alla filosofia un ufficio religioso. E Origene, succedendo nel secondo periodo della filosofia medioevale che é la patristica, rinnovella la dottrina platonica, affermando la preesistenza delle anime umane e l'eternità della creazione. Un'altra schiera di Padri si dedicava intanto sopratutto alla parte pratica della filosofia cristiana, alla morale: fra essi era Lattanzio, tanto caro a Francesco P.. Si giunge cosi ad Agostino, al pseudo Dionigi e a Boezio, che, raccolto tutto il lavoro precedente, diedero una meravigliosa filosofia cristiana; la quale, per l'universalità propria del nostro genio, ninna parte trascurò della filosofia psicologica, morale^ metafisica e politica. Ma, come è noto, già è sorto con questi filosofi fiorente il misticismo. Il misticismo per ciò non è solamente una filosofia speculativa, ma anche una tendenza religiosa, e morale e politica. Il Bartoli, parlando del misticismo del P., dice che esso fu « la peste bubbonica delle anime nel gran lazzaretto del Medio evo: là frase è speciosa, ma l'affermazione è troppo vaga. Già anzitutto il misticismo della filosofia straniera è ben diverso dal misticismo latino: quello fu sopratutto con lo Scoto e con l'Eckardt un'intuizione speculativa che ebbe per confine la stessa filosofia: questo si diffonde per le migliori menti e per il popolo, e ci dà un misticismo cristiano che è tutto psicologico e religioso, come nel De imitaUone GhHati. E questo carattere religioso e pratico che ebbe il misticismo in Italia è il segreto del pensiero e del sentimento italiano nel Medio evo, e sopratutto nel 1200 e nel 1300: esso, dice il Barzellotti (^), non ci apparisce bene « se non quando lo cerchiamo nell'idea religiosa che alimenta con la irrigazione secreta delle sue sorgenti sprizzate dal cuore del popolo tutto il sottosuolo della vegetazione di quell'età storica ». 11 sentimento religioso poi, irrigando il misticismo italiano, per una parte tende spesso nel silenzio de' chiostri all'ascetismo; per l'altra va ad alimentare quella fortissima corrente, che derivando dalla nostra latinità ereditaria dà al pensiero italiano un indirizzo costantemente pratico e romano e sociale. Così la corrente cristiana e l'altra pagana, riunite nel sentimento religioso, 'sboccano parimenti nel cuore del popolo; laddove i grandi pensatori all'una o all'altra si aflBdano maggiormente: in FranI Cesco P. poi si sogliono chiamare senz'altro misticismo e paganesimo, e si equilibrano. » Né quest'equilibrio è cosa nuova: che nella coscienza italiana, come il Barzellotti dimostra, è tradizionale la contemperanza fra religione e vita, fra Dio e la natura, fra l'uomo e la società. Così l'istituzione francescana, per esempio, oltre che religiosa è al tutto democratica, e si diffonde fra il popolo nelle manifestazioni sue letterarie e artistiche non solo, ma anche politiche: laonde, venute di Germania le lotte fra guelfi e ghibellini, i comuni si chiaman guelfi, benché in fondo non siano né guelfi né ghibellini, o meglio siano l'una e l'altra cosa: nel senso che per una parte vogliono il ritorno all'antica grandezza, rappresentata nel concetto, non nel fatto del rinnovato Romano Impero; e per l'altra vogliono la vittoria della fede, rappresentata dalla Chiesa di Roma quale avrebbe dovuta essere, non quale era. Ond'è che il popolo italiano non dà né seguito né scuola alle speculazioni di Ioachim de Flore, l'unico mistico astratto sorto in Italia, e fra Salimbene nella sua Cronica dà a questi mistici visionari l'appellativo di uomini mezzo pazzi; e non dà neppure séguito né scuola alle grandi eresie e ai moti che non agitano un'idea politica e religiosa insieme: ond'é che Dante nella sua Divina Commedia non fa neppure parola dei grandi eretici di que' secoli e mette Federico II all'inferno. Né delle grandi eresie e mistiche concezioni medioevali pure Francesco P. fa parola ne' suoi scritti (^); e Abelardo stesso, il grande maestro di Arnaldo da Brescia che pur tanta comunione di idee doveva avere col P., passa inosservato nel De vita solitaria^ e se ne dà la ragione con queste parole: « Abelardo, ut audio, suspectae fidei. Da S. Benedetto, da Gregorio Magno, da Lanfranco, da Pier Damiano a Ildebrando, ad Anselmo d'Aosta, a Pier Lombardo, a Innocenzo III, a Tommaso d'Aquino, a Dante e a quanti altri si avvicinano più a questi, lo spirito latino romano ha concepito il Cristianesimo più che come un ideale nuovo di vita tutto interiore che ogni credente debba rifare a se stesso e vivere in comunione arcana con Dio, come una forte disciplina della coscienza sociale che prenda il suo valore principalmente dall'unità di consenso con cui essa opera su le menti e per mezzo delle menti su le anime umane »: così il Barzellotti; il quale molto giustaihente conclude che il. popolo italiano al sentimento religioso congiungendo la tradizione pagana prende da quello ciò che a questa non repugna e riesce cosi, direi, a un classicismo religioso che dà al cattolicismo italiano un carattere profondamente diverso da quello delle altre nazioni d'Europa, anche delle latine. Questo ci spiega perchè il Papato proteggesse l'Umanesimo; e ci dice ancora che quella meravighosa resurrezione delle morte cose (come scrisse il' Machiavelli) non è infine che un risveglio intenso di un innato classicismo, e che la nuova filosofia del Rinascimento ha cause ben più remote che la presa di Costantinopoli. Andrebbe dunque ben lungi dal vero, chi pensasse che il pensiero religioso nel Rinascimento nostro filosofico fosse venuto a mancare: neppure il Valla (') intese combattere il cristianesimo più che nelle false interpretazioni che gl'ipocriti ne avevan date. E se il Ficino e Pico cercheranno di conciliare paganesimo e platonismo col cristianesimo, ciò non farà meraviglia più del P. che cristianeggiava Cicerone, Seneca e Platone e credeva con quest'ultimo in un'esistenza futura di premio delle anime nel cielo degli astri. Il pensiero religioso di Francesco P. tende adunque per una parte, come in Francesco d'Assisi, a un idealismo cristiano che è spesso in antitesi stridente con la Chiesa di Roma divenuta una mitologia del cristianesimo e un potere più che una fede; e per l'altra cerca nel classicismo un carattere sociale e politico e letterario, cristianeggiando la filosofia antica, combattendo le scuole del suo tempo che trascuravano la morale e l'averroismo che avversava la fede, e propugnando il sentimento patriottico e la restaurazione della Repubblica o dell'Impero, che è la missione a cui Roma, come Agostino aveva dimostrato, era dalla divina provvidenza destinata. Il pensiero religioso e la Scolastica - Dante e Platone - P. e Aristotele - P. e Averroe - P. e Platone - Il criterio filosofico del P. è affatto religioso. Vero filosofo è soltanto il buon Criatiano. E due correnti del pensiero religioso che Imetton fóce l'una al misticismo e al guelfismo, l'altra al paganesimo e al ghibellinismo, confluenti nel cuore del popolo italiano, divergono invece sempre più nelle scuole filosofiche del periodo detto defla Scolastica. Nella quale sono perciò a distinguere due direzioni principali: la prima condusse al Nominalismo, l'altra al Realismo; l'una fu un rinvigorire del misticismo, la seconda del razionalismo : e dico anche del razionalismo, perchè non bisogna scordare che nell'Italia meridionale la tradizione filosofica antica tenne sempre in onore la speculazione razionalistica, che fiorisce poi alla corte di Federico IL Così adunque Bernardo di Ghiaravalle, Ugo e Riccardo di San Vittore e poi Bonaventm*a di Bagnorea videro l'anima umana sciogliersi dal carcere del corpo e ricongiungersi nella pura regione degli aspiriti e perdersi in Dio: il primo di essi mostrerà nel Paradiso Dio a Dante; il quale, ritenendolo con Dionigi TAreopagita piii che viro a dimostrargli la gloria di Colui che tutto ^ muove che è il fine ultimo della Divina Commedia, diede a questa prima corona de' filosofi scolastici, presieduta nel cielo del sole da Bonaventura, molto più onore che non all'altra di cui è capo Tommaso d'Aquino. Per che (so che mi si giudicherà eretico) io credo che la filosofia di Bonaventura, richiamante il sentimento reUgioso italiano all'amore di una vita profondamente cristiana e all'antica povertà francescana é al culto della dottrina platonica, ch'ei stimò più conciliabile dell'aristotelica con quella della Chiesa; essendo per ciò molto più vicina all'indole del pensiero italiano che non la filosofia di Tommaso, che, come il Barzellotti notò {% « ebbe forse in se per eredità qualche goccia di sangue normanno e tedesco »; mi pare, dico, che il pensiero mistico e platonico trovi nella Divina Commedia un'eco molto maggiore di quella che comunemente si crede anche da valenti filosofi. Certo essi esagerano quando ingannati dall'onore reso nel limbo al mastro di color chs sanno, cioè al conoscitore maggiore che fu mai, dicono che la Divina Commedia è una Somma tradotta in versi (^). Comunque sia, è noto che Aristotele in sul finire del Medio evo, sopratutto per colpa degli orientaU panteisti, i quali più che commentarne i Ubri tendevano a travisarne il pensiero, apparve quale gigantesca minaccia contro la Chiesa e il sentimento rehgioso. E già su la fine del duodecimo e il principìo del tredicesimo secolo AiAimco di Bena e Davide di Dinantson condannati entrambi quali eretici, e nel sinodo di Parigi nel 1909 si decreta che sia proscritta da Parigi la lettura delle opere di Aristotele « de naturali philosophia Sorge allora l'altra scuola della scolastica che movendo dal mite razionalismo del credo ut intelligam di Anselmo, è tutta piena della grande Somma del santo di Aquino. Questi, avendo vigorosamente combattuto Averroe ("), si rivolse indi ai libri di Aristotele, di cui si procurò la traduzione migliore che potè, e cercò di vincere anche questo grande terrore della Chiesa, cristianeggiandone il pensiero e incatenandolo prigioniero al trionfo del cattolicismo. In verità fu una grande vittoria; ma degenerata in esagerazione e ridottasi la filosofia a una formula sofistica, s'inizia l'ultimo periodo della scolastica, che cade nel tempo del lavoro massimo di Francesco P.; il quale, visto il dissolversi del grande edificio, ne promosse in Italia prima di ogni altro la distruzione. I maestri di Teologia si eran ridotti a una profana e bugiarda dialettica, e imbrattavano il sacro nome di Dio facendo gl'indovini e gl'incantatori. E la filosofia medesimamente era una logica dicace; e come le teologia circoscriveva (dice P.) l'onnipotenza divina con 'gonfiati sofismi e a Dio poneva stoltamente legge, così quella prese a disputare dei segreti della natura con tanta leggerezza che parve spudorata. I dialettici finirono col prendere sommo diletto solo della contraddizione, e non gik di trovare il vero ma solo di altercare si proponevano; e gli scolastici in generale erano tutti ciarlieri e vanitosi e si davan vanto di essere solo essi filosofi: ma la loro non era la vera filosofia < che negli animi ha sede più che ne' libri e meglio di fatti si nutre che di parole > (*^). Di qui la grande guerra mossa ad essi da Francesco P. per tutte le sue opere, nelle quali si mostra acerrimo nemico della filosofia contemporanea. Ma in quest'opera di distruzione è merito grandissimo del P. l'avere salvato sempre il rispetto e il nome di Aristotele. « O esotica dottrina (egli dice de' dialettici e degli scolastici) (^*) e mai non sognata da quell'Aristotele di cui costoro infamano la memoria! »; e altrove: « essi si coprono con lo splendore del nome di Aristotele; ma Aristotele, uomo di ardentissimo ingegno, delle più sublimi cose a vicenda e disputava e scriveva. E se così non fosse, onde sarebbero a noi venuti tanti volumi, obietto di immensi studi e di sterminate vigilie? ) Che se alcune volte dovè schierarsi contro la dottrina aristotelica, egli fece ciò molto rispettosamente, come non di rado fa con Cicerone e con Seneca e con Platone medesimo. E se si trovò a doverne diminuire la fama tanto per lui preziosa, di eloquenza, egli premise che avendo scritto Aristotele di retorica e di arte Qpetica valorosamente, riteneva per certo che i traduttori latini o per pigrizia o per invidia o piuttosto per ignoranza l'avevano guastato (*®). Egli per ciò sostenne fortemente che s'ingannavan tutti trovando tracce d'eloquenza nelle traduzioni aristoteliche; e mise così grande desiderio di conoscere le dottrine nel testo, come poco di poi accadde. Credo che si possa concludere che anche per P. Aristotele è il ìnaestro di color che satino^ inteso nel senso delle parole su citate. Ma ciò non toglie ch'egli non potesse preferire Platone ad Aristotele per ragioni che ora vedremo. Del resto il grande colosso non era stato debellato dal grande d'Aquino? e P. non era libero ormai di scegliere quella filosofia che più gli piaceva? Neppiu'e nel De 8ua ipsius et multorum ignorantia egli mosse guerra al culto delle aristoteliche dottrine, ma all'arabo commentatore e ai presuntuosi suoi seguaci. Il grande panteista aveva intimorito il Medio evo col suo pensiero incredulo che si rivolgeva sopratutto contro il cristianesimo. AQUINO (vedasi) lo combattè valorosamente: tuttavia la vittoria non fu forse compiuta se alla metà del secolo XIV frate Urbano per il suo commento ad Averroe era con titolo d'onore chiamato Averroista philosophus 8ummu8, e Pietro d'Abano esaltava Averroe nel Conciliatore. E Dante, piuttosto che nel cerchio degli eresiarchi, perchè l'aveva collocato nel castello de' sapienti con gli spiriti magni? Renan non sa rendersi ragione per che P. si schierasse contro l'averroismo. Alcuno gli ha risposto che P. confessava di sentire ripugnanza per tutto ciò che venendo dagli Arabi tendeva ad ecclissare la gloria del genio classico: (**) sarebbe insomma una ragione al tutto umanistica. Mi pare che sarebbe meglio dire che egli doveva aver poca simpatia per un popolo maomettano che con i Turchi contribuiva a tener schiave le terre che videro il grande dramma di Cristo (^®). Ma ad ogni modo la ragione vera non è neppur questa. L'averroismo, che rappresentò per alcun tempo la libertà del pensiero contro le scuole teologiche, > aveva preso in alcuni luoghi d'Italia un significato tutt'altro che filosofico, tentando di rovesciare non solo il cattolicismo ma ogni pensiero religioso e di instaurare l'empietà (*^) : e contro di esso P. già vecchio combattè una memorabile battaglia. Ma da che quella setta più che filosofica era in alcuni luoghi, come in Venezia, divenuta scuola d'irrehgione; cosi non è poi a far meraviglia, come molti fanno, che nel De stia ipsius egli combatta Averroe non con argomenti strettamente filosofici, ma con pensiero essenzialmente religioso. Né scrisse per bile, avendo preso la penna solo dopo un anno e più da che seppe delle critiche de' quattro averroisti veneti, mentre un dì risalendo le acque del Po si sentì annoiato del non far nulla. Da molto tempo inoltre egli aveva pensato di scrivere qualcosa di simile, anche prima che Donato lo spingesse a ciò ("). Quando mise alla porta quell'averroista che in presenza sua e in sua casa bestemmiavo, di Cristo e della sacra Scrittura e del Cristianesimo, lo accompagnò con queste parole: « Vecchia è per me questa contesa con altri eretici pari tuoi ». E altrove scrivendo ad Antonio, figlio di Donato, gli raccomanda di tenersi lontano dall'averroismo: « sii divoto, cerca la scienza, ma più di quella la virtù. Averroe, nemico di Cristo sia da te fuggito come nemico. Così che il De sua ipsius in fondo è un trattato scritto non contro Averroe, sì bene contro l'irreligione che ne' suoi tempi imperava sovrana ("). Ne tuttavia al P. sfuggiva che la corruzione religiosa aveva la sua radice nel pensiero filosofico; e con tutta sincerità, invece di far pompa di un'erudizione che a lui dopo i lavori di S. Tommaso e di altri non doveva, credo, esser difficile procurarsi; impedito di approfondire la sua scienza filosofica dalle molte faccende e dalla salute tristissima; scrisse al padre Marsigli agostiniano, affinchè si preparasse con profondi studi a scrivere: « un trattato contro quel rabbioso cane ch'è Averroe, il quale agitato da infernale furore, con empi latrati, e con bestemmie da ogni parte raccolte, oltraggia e lacera il santo nome di Cristo e la cattolica fede »: e aggiungeva: <f Io, come sai, vi posi mano; ma parte per le faccende mie cresciute a dismisura, parte per manco della necessaria scienza fui costretto a deporre il pensiero. Se la battaglia contro l'averroismo fu fiera, benché tarda e breve; ciò non avvenne della lotta contro i nemici di Platone, la quale occupa gran parte della vita e dell'opera sua. Quali scritti di Platone conosceva P.? Si suol credere che solo del Timeo tradotto da Galcidio avesse egli conoscenza. Certo egli ne possedeva le opere in greco e alcune di. queste conosceva almeno in parte. Contro i denigratori di Platone così egli scriveva: « Ho io a casa sedici e anche. più (sexdecim vel eo amplius) de' libri di Platone: ed essi dicono che ne ha scritto uno o due »; e aggiunge: « stupebunt si haec audient >. E però il Fiorentino nota giustamente: « Una certa meraviglia farà anche oggidì il sapere che non solo in greco, ma tradotti in latino -aveva P. alquanti dialoghi non visti per lo avanti; perchè di questa traduzione non han fatto menzione neppure coloro che han discorso de' platonici libri posseduti dal gran poeta » (-^). Infatti P. afferma (*') che egli di Platone possedeva tutto ciò che da' latini fu nella lingua patria tradotto; e il resto egli, pur non giovandogli, tuttavia si dilettava vedere nella greca veste; e proponeva di dedicarsi allo studio di questa lingua: « né voglio (egli scriveva vent'anni prima di morire) al tutto deporre la speranza di fare in questa età alcun profitto, sapendo che tanto ne fece Catone nell'estrema vecchiezza ». Ora si noti che le lezioni di greco, da Barlaam impartite al P., sebbene brevi, pur non dovettero essere, io credo, un esercizio affatto grammaticale, come a' dì nostri costuma nelle prime scuole; ma probal)ilmente esse eran date su i testi stessi di Platone: e non è poi strano a pensare che Barlaam stesso gli facesse de' brani principali la traduzione (*^). So bene che di tutto questo non si può recar prove certe; ma d'altronde non posso credere che P., il quale cita sempre le dottrine degli autori a lui cari riferendosi o al testo o all'autorità di alcun altro che egli nomina sempre (sì che giunge, come nel Rerum Meìuorandarum, a notare le parole e le frasi ch'egli prende a prestito da Cicerone o da Seneca o da altri), parlasse poi più volte del Fedone, del Critone (*^) e del Fedro e del De Repubhca e del De Legibus e dell'Apologia senza conoscerne più o meno adeguatamente alcuna parte (^^). Certo oltre il Timeo anche il Fedro era stato tradotto in latino, come attesta Coluccio Salutati (^*); laonde si può tener per fermo che in Italia, non solo prima della venuta de' greci, ma prima ancora che Leonardo Bruni desse principio alle note traduzioni, Platone era stato in parte tradotto. E in ogni modo P. conosceva la dottrina platonica più e meglio che per i libri di Cicerone e di Agostino, nei quali essa è o monca o nascosta o trasmutata, per il libro non inelegante di L. Apuleio Medaurense intitolato De Platone; nel quale oltre che la vita sono esposte di Platone tutte le dottrine: « De Deo, de Ideis, de mundo, de anima, de natura, de tempore, de stellis erraticis, de animalibus, de providentia, de fato, de daemonibus, de fortuna, de partibus animae et corporeo singulari domicilio, de sensibus, de figura corporis humani ac dispositione membrorum, de divisione honorum, de virtutibus, de triplici virtute ingeniorum, de tribus causis appetendorum honorum, de voluptate,^ de labore, de amicitia inimicitiaque, de turpi amore, de trihus amorihus, de speciebus culpabilium hominum, de statu et morihus atque exitu sapientis^ de civitatibus,. de Repuhlica deque eius institutione legibusque optimis. Come si vede sono in questo schema contenuti tutti gli scritti di Platone, e forse esso è, direi, il riassunto che delle platoniche dottrine P. avea fatto. Or quale fu la cagione, per la quale P. a dispetto della filosofia contemporanea preferì Platone ad Aristotele? — Il Voigt, e dietro lui molti altri, movendo dall'affermare che P. non conosceva le dottrine né dell'uno né dell'altro danno risposte molto varie: trovando la cagione o in un innato sentimento di simpatia; o nel desiderio di contraddire, levando il primato ad Aristotele, alla filosofia del tempo; o nel volere P. seguire costantemente il giudizio di Cicerone e di Agostino. Le quali cose sono tutte vere; ma oltre che rimpiccioliscono grandemente l'opera del grande Aretino^ mi pare che non colgano il suo pensiero principale. In tanta idolatra adorazione del nome di Arw stotele si era arrivati al punto che un amico del P. gli scriveva confessando candidamente di credere che Platone fosse un poeta e non un filosofo. A lui fra meravigliato e indignato rispondeva P. f ^) : « l'universale consenso dei dotti ha proclamato Platone principe de' filosofi. Cicerone, Agostino ed altri mille, mentre Aristotele in tutti i loro scritti mettono sopra gli altri filosofi, eccettuan sempre Platone: or come tu vorresti farlo poeta? Tullio in certo luogo delle lettere ad Attico non chiamò Platone suo Iddio? Tutti o in un modo o nell'altro dicono divino l'ingegno di Platone »; e altrove invoca anche molte altre autorità, quali Seneca e Apuleio e Plotino « comecché insigne aristotelico ) f ^), e Ambrogio e Agostino. Ma non l'autorità solamente valse a fargli preferir Platone. Né d'altronde io oserò affermare che egli per conoscenza delle dottrine platoniche e aristotehche fosse in grado di tentar la soluzione di quell'arduo problema che poi affaticò tanti insigni intelletti. Egli è persuaso che Platone fosse divino per ingegno e insuperato, e che Aristotele fosse un d<iemonium di scienza: sa che alla sentenza di CICERONE (vedasi) e di Agostino si oppone il grande Averroe che preferisce Aristotele a Platone, ma non osa neppure di tentarne la confutazione e canta: ^ Non nostrum inter nos tantas componere litas » (^^). Che se nella questione filosofica egli dovè confessare di non poter esser giudice, non così fu nella parte religiosa della questione. P. aveva notato che Platone intorno a Dio e alla creazione la pensava come i filosofi cristiani; laddove Aristotele se ne scostava grandemente,:dicendo che il mondo non aveva avuto principio, e negando così la, provvidenza divina che Platone aveva ammessa (®'), Spesso poi nota che alla filosofia di Platone unus fuerit philosophandi finis et vivendi. E se nel De remediisy oltre ad altre cosuccie, lo biasima meravigliato che vecchio cedesse alcuna volta alla lussuria, pure (forse pensando a ciò che a lui giovine era avvenuto) non manca di osservare che per tutto il resto il grande Ateniese fu di ottimi costumi, e morì di ottantun anno, numero phe contenendo due volte il nove per fattore attesta la santità della vita sua (^^). Tornando ora alla dottrina platonica, egli ammirava quanto profondamente avesse gittato lo sguardo nella intimità dell'anima umana, e vedesse ciò che prima era misto e confuso divenire segregato e distinto: perocché «> seguendo la scorta della natura » vi scoperse la triplice sede dell'anima, cioè la triplice manifestazione sua (^^) dell'ira nel petto, della concupiscenza sotto i precordi, della ragione nel capo come in munita rocca quasi a indicare « l'impero e la sovranità di lei su le umane passioni. Inoltre P. osservava acutamente che Platone per primo aveva congiunto la filosofia naturale, appresa alla scuola italiana di Pitagora, alla morale e razionale filosofia, appresa alla scuola di Socrate: e ne concludeva aver la filosofia platonica per questa triplice unione quel carattere di universalità che le altre filosofie non ebbero. A questi pregi filosofici poi egli aggiungeva un pregio tale che, tutti gli altri superando, bastava a mettere Platone molto al di sopra di Aristotele: vo' dire l'avere veduto e dimostrato l'immortalità dell'anima, che è il fondamento della vera morale: questo era tal punto che diede poi travaglio anche a profondi filosofi (**). E P. lieto di ciò; convenendo con Cicerone che nel De Republica, parlando della salita delle anime al cielo, aveva detto che sarà tanto più agile quanto più vissero peregrine al carcere corporeo; nota che tale è il pensiero di Platone nel Fedro: « nihil aliud esse philosophiam nisi meditationem moriendi, ubi duae designantur mortes, altera naturae virtutis altera, quarum primam nullatenus nec accersendam nec timendam, sed aequo animo expectandam Non par egli di sentire già il cantore de' Trionfi e della morte non più triste delle ascetiche contemplazioni, ma bella nel viso di Laura? E qui P. confessa di credere con Platone nell'esistenza futura delle anime negli astri (^^), dove è la vita di perfetto amore: della dottrina platonica dell'amore è, si può dire, un vivo commenta gran parte del Canzoniere. # « « Ora tutte queste osservazioni, e altre ancora che per non uscir da' limiti importimi dal tema tralascio, io credo che abbiano una remota e viva sorgente nel pensiero cristiano di Francesco Petrarca, il quale credeva in un rapporto ben piti che casuale fra la dottrina platonica e la predicazione di Cristo {''). Egli dice che Platone solo fra tutti i filosofi antichi ebbe sentore della nuova fede: perocché ne' suoi viaggi in Egitto avrebbe avuto notizia e conoscenza della bibbia e della predicazione profetica. Tale credenza ch'egli derivava da Apuleio e da Agostino era stata un tempo tema di molte dispute; tanto che alcuni eretici avevano anzi detto che Cristo non predicasse infine che le dottrine platoniche. Agostino stesso del resto aveva, come anche il Petrarca notò (*®), trovato ne' platonici quasi tutto il proemio del vangelo di S. Giovanni (in principio erat verhum etc). E P. si diffonde con evidente compiacenza su questa questione, e conclude: « nemo dubitat quanta sit inter illìus opinionis et Christianorum fidem paritas »; si legga, ei dice, il settimo libro delle Confessioni di Agostino, « ubi reperietur in omnibus fere quae de verbo Dei dicuntur a nostris Platonem consentire, praeterquam in susceptione humanae carnis, ubi non contraddixit ille, sed siluit ). Filosofia della religione- Paganesimo e Cristianesimo - Se P. sia Cattolico - Colui che fece per viltade il gran rifiuto. Cristo più propizio che mai allora si dimostrò quand' era di creta ». I pare che si possa sin d' ora concludere^ 'che il pensiero filosofico di Francesco Petrarca non si può comprendere se non se ne cerca la radice nel pensiero religioso. Anzitutto è innegabile che egli al pari di tutto il Medio evo, come si disse, sentì il bisogno fortissimo di una fede; ma in lui oltre che il sentimento è anche un manifesto concetto religioso. Nel De ocio religiosorum (^') P., prenunziando pur lontanamente il Renan, risale all'origine e alla storia delle religioni positive; e trova che avendo voluto i re antichi eternarsi nell'arte, i successori ne fecero dei: sic paulatim religiones esse ' coeperunt. Vede sorgere così nell'Egitto il culto di Iside, presso i Mauri di luba, presso i Macedoni di €abiro, presso i Cartaginesi di Brama, presso i Latini di Fauno, presso i Sabini di Santo, presso i Romani di Quirino, presso gli Ateniesi di Minerva,^ in Samo di Giunone, in Pafo di Venere, in Lemno di Vulcano, in Nasso di Libero, in Delo di Apollo. I poeti contribuirono alle leggende, e co' poeti gli artefici, come in Grecia. Ma, egli aggiunse, questi dei furono uomini, e Cicerone stesso nelle Tusculane questo affermò. Ma la religione vera deve essere quella che fa capo a Dio veramente. Ed ecco presentarglisi allora le religioni medioevali: l'ebraismo, il maomettanismo, l'averroismo, il manicheismo e l'arianesimo; e' vistele tutte cadere nella contraddizione conclude: « sì Christo non creditur, cui creditur? »: all'Anticristo no, perchè egli verrà come nemico; al Messia futuro no, perchè egli è già venuto. Né tuttavia si dissimula la difficoltà di credere all'incarnazione, alla concezione, alla risurrezione di Cristo: « magna sunt, fateor, sed quid horum omnium impossibile Deo est? >. Inoltre egli vedeva in tutta la religione pagana e ne' suoi scrittori una lenta preparazione dell'idea cristiana. Le profezie stesse della Sibilla Cumana s'accordano meravigliosamente al racconto .de' libri santi, sì che un evangelista, dice, non avrebbe potuto parlar più chiaramente: e un'eco degli oracoli cumani ei vide, come è noto, in Vergilio. Ed ecco Platone essere il filosofo vero perchè in tutti i suoi libri cerca il Sommo sd Unico bene ('**); e a Platone succedere, soltis imitator, Cicerone, al quale P. in più di una questione presta fede maggiore che agli scrittori cattolici; e a CICERONE (vedasi) succedere poi Agostino che, mentre Girolamo in sogno sentiva rinfacciarsi dal giudice eterno il nome di ciceroniano, egli al contrarlo non solo pasceva la mente dei libri di Platone e di Cicerone, ma confessava chiaramente avere in essi trovato gran parte della cristiana religione e per essi dalle fallaci speranze e dalle vane contese essersi rivolto alla contemplazione dell'unico vero. Ed ecco infine P., come in Platone l'eco delle ebraiche profezie, così in Seneca trovare tanta somiglianza con la cristiana dottrina che non dubita il romano filosofo esser stato in relazione epistolare con san Paolo (^*). Ed ecco dunque misticismo e razionalismo, fede j e paganesimo fondersi nel pensiero religioso di Fran- ^ Cesco P.. Al quale è quindi inutile affatto chiedere a quale scuola filosofica egli appartenga; perocché così risponderebbe: « io una volta sono Peripatetico, un'altra Stoico, talora Accademico e tal'altra non sono nulla di tutto questo, quando cioè si tratti di alcuna filosofia che alla vera e santa fede nostra sia od anche paia essere in contraddizione. Dentro questi confini soltanto è lecito a noi seguire le filosofiche sette, finché cioè non repugnino al vero e dall'ultimo fine non ci allontanino. Se mai di questo si corresse pericolo, a Platone,, ad Aristotele, a Cicerone, non ostante la sottigliezza di argomenti eleganza di stile autorità di nome, si volgano pur le spalle. Insomma, siccome suona il nome di filosofia, se vogliamo esser filosofi, dobbiamo amare la sapienza: e poiché sapienza vera f di Dio é Gesti Cristo, ad essere veri filosofi lui sopra tutto dobbiamo amare ed adorare: e in tutto e per tutto dimostrarci cristiani. Perocché soltanto il Cristianesimo è oggi la vera filosofia (^*). » « È egli P. nel sìw pensiero altrettanto cattolico, quanto cristiano? La risposta è più difficile a darsi di quel che non paia. Certo se per cattolicismo intendiamo le pratiche esterne del culto che accompagnano la fede, egli è cattolicissimo, adempiendo scrupolosamente i propri doveri religiosi (^^). Ma nelle sue opere egli non parla mai né di dogmi della Chiesa né di santi né di miracoli ("): l'inferno ha perduto il suo fuoco, e il Papato il suo entusiasmo. Non parlo delle lettere aine tiiulo <5he sprizzan fuoco diabolico sì che il pio Fracassetti si rifiutò di tradurle perché, disse, indegne non pur di cattolico ma di uomo ragionevole. Ma in una lettera senile (^^) egli annovera fra le quattro tentazioni della vita cristiana le continue crisi e le battaglie interne create dallo stato della Chiesa; lasciando così intendere chiaramente che gli scandali del Papato potevano a ragione indurre nella tentazione del dubbio su la veracità delle dottrine ecclesiastiche la mente del credente. E nel De vita solitaria (^*) egli dichiara apertamente che la cattolica fede aveva sofferta la maggiore iattura per colpa della Chiesa. E nel Be remediis (^') ricorda che i pontefici antichi non avevano tante ricchezze: essi erano guide del cristianesimo sacre al martirio. Oggi invece, egli dicessi usano tutte le turpitudini per giungere al papato: « quod sacrìlegium, pudendum vel diclu est, magnis saepe muneribus quin et pactis et sponsionibus spes enitur sacerdotii pinguioris »; e segue: « Ghristiano homini quomodo liceat ambire Pontificatum non video. Non modo largitione profusissima, sed, quod non multo minus est, turpibus blanditiis atque mendaciis indignis viro artibus sed comunibus adeo ut hasc fere iam unica sit in altum via ». « Queste parole ci danno chiaramente la ragione della diversità del pensiero petrarchesco da quello di Dante in una questione non priva d'importanza. Dante guidato da un pensiero politico, aprendo rinferno vede affacciarsi per primo un Papa: Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto (^*). 11 P., che conosceva già l'Inferno dantesco, forse anche al verso del grande fiorentino pensava quando nel De vita solitaria ci presentò Celestino con queste parole: « (il suo rifiuto) vintati animi quisquis volet attribuat, licet enim in eadem re prò varietate ingeiniorum non diversa tantum sed adversa sentire »; ma per lui Celestino V, che non salì mai il trono pontificio, è il pontefice più grande, e si duole grandemente per pochi anni di differenza di non averlo veduto. E si rallegra che altri molti dell'ordine suo religioso abbiano rinunciato alle alte cariche ecclesiastiche; e soggiunge: « irrideant igitur, qui viderunt quibus prae fulgore auri et purpurae squailidus opum spretor et paupertas sancta sordebat, nos hominem hunc miremur »; e finisce con acre ironia ringraziando Iddio di aver dato al cri-^ stianesimo siffatta pusillanimità (pumllanimitatem huiuncemodi). E non solo al papato dà sì forti rampogne, ma arriva ben anche a inveire contro l'oro e le gemme e l'argento che adornano gli altari. Cristo, egli dice, più propizio che mai si dimostrò quando era di creta: voi dite di far questo per onorarlo, quasi che egli non amasse maggiormente le Spoglie dei poveri, la virtù e la devozione. E, aiutandosi oltre che col Vangelo anche con le sentenze di Seneca, conclude: « dell'oro vostro Cristo non sa che si fare, né delle vostre superstizioni ei punto si piace: non altro egli chiede che buone opere, onesti pensieri, umili desideri di cuore mondo e puro. Com'entra l'oro fra queste cose? » (^*). Né con questo io credo di aver posto ben in chiaro il pensiero del P. su la Chiesa: so bene che occorrerebbe una più minuta ed esatta disamina. Ma credo che non a torto Paolo Vergerlo ih Giovine e Matteo Francowitz furon tratti ad annoverare P. fra i precursori di Lutero; e a ragione il Fleury espresse dubbi su la ortodossia di lui. Filosoficamente poi si può affermare che il pensiero di P. è un ritorno alle pure scaturigtini della predicazione di Cristo, e alimenta la grande corrente di sano misticismo che a traverso le diverse lotte filosofiche e le opposte scuole sboccò terribile nella riforma dopo più di un secolo. Se P. sia un mistico - Varie specie di misticismo - Il De vita solitaria - Il De ocio religiosorum - Ascetismo e sano misticismo. « Vita Solitaria liUerarum ignaris gravior ntorte et mortem alkUura ». L misticismo è la più alta espressione filosofica del concetto e del sentimento religioso. È quindi necessario affrontare- questo problema, intorno al quale molto si parla, ma poco si chiarisce nei libri che, specialmente negli ultimi tempi, trattarono dd P.. Innanzi tutto è bene intendersi: non credo che si possa parlare di una vera scìwla mistica in Italia: il misticismo è una qualità comune a molti sistemi filosofici che sono infine ben diversi, come quelli di Agostino o del pseudo Dionigi o di Bonaventura. Poi c'è un misticismo non di sistema filosofico alcuno, ma scaturiente dal sentimento religioso popolare: il quale assume anch'esso infinite gradazioni, come, per esempio, nella predicazione francescana o nelle profezie ioachimite. Negare nel P. un concetto e un sentimento mistico, come alcuni han fatto, non mi pare che risponda a verità: e neppure io credo giusto il considerare con disprezzo il misticismo del P.,.come il Bartoli e molti altri fanno, quale un ritorno à forme viete di filosofia e di regresso civile. Intanto P. già toglieva alla teologia tutta la parte arida e dogmatica, quando, oltre che parlare con disprezzo de' teologi del suo tempo, sosteneva, anche con l'autorità di Aristotele, non essere la teologia altro che un poema che ha Dio per subietto, e ricordava che i primi teologi furono poeti. Po i egli nella storia dell' uman genere non vide più con Agostino tutta una provvidenziale preparazione e una mistica rappresentazione di una futura città di Dio: che anzi qua e là in numerosissimi passi delle sue opere comincia con lui la filosofia e la critica della storia intesa nel senso moderno {^% e con lui veramente si passa dalla città di Dio di Agostino alla città terrena dell'uomo. Queste cose considerando si potrebbe forse concludere che i tanto decantati rapporti fra P. e la filosofia agostiniana sono in verità molto minori di quello che si crede. Si consideri infatti che, sebbene gli elogi e gli entusiasmi del P. per Agostino siano, più che numerosi, continui; tuttavia egli di Agostino cita sopratutto quella parte filosofica che ha rapporto con il sentimento e il concetto religioso e cristiano (**). Inoltre prendete le Confesaiones, che è il libro più caro al P., e voi v'avvedrete che egli mostra appena di aver compreso che la grandezza sua è negli ultimi libri che sono affatto metafisici, rappresentando l'ultimo volo di quella mente altissima. Più ancora egli si scosta dal misticismo più vero che è rappresentato dal De lerumlem CoeiesUy e che nel Paradiso di Dante ha sì grande cantore {^% San Paolo e Dante discendendo dal Paradiso si contentarono l'uno di tacere, l'altro di cantare: vidi cose che ridire né sa né può qual di lassU discende. Lo spirito umano, secondo Dionigi, sale a Dio, cioè alla verità, solo con l'aiuto delle schiere angeliche, le quali mentre ne aiutano la salita, col loro frapporsi vengono anche a ritardarla; e la natura ugualmente, pur essendo scala a Dio, è anche l'ostacolo maggiore che ce ne toglie la visione. Al più si può dire che alcune volte P. sale a cime tanto vicine all'idealismo che rasentano il misticismo filosofico: così egli crede che alcuno possa aliqtw afflatu divino divenir dotto uomo, in virtù di un maestro celeste « qui intus in anima docet hominem scientiam »: e par un ioachimita o un* precoce ontologo. Ma chi ben osserva s'accorge subito che egli anche una volta riduce la questione filosofica a una questione religiosa, affermando quod hoc non solum vera religio sentii, sed gentilis quoque consentii auctoritcts (*^). E altrove dice che laddove delle umane cose la verità per esperienza ci si mostra, di Dio invece nulla sappiamo se non ciò che dalle cose visibili può opinarsi (^*). * « P. adunque liberato avendo, al dir di Carducci ("*), Yumano dai vincoli teologici e mistici, « senti che la natura non è condannata, che non è abominazione quello che umanamente si agita in un petto d'uomo, che il bello è bene, che la vita ha il suo ideale, che l'anima si nobilita da sé idealizzando se stessa ». P. infatti ne' suoi libri De vita solitaria e De ocio religioaorum non si discosta meno che altrove dalla tendenza mistica che condusse gli antichi asceti ne' deserti della Tebaide o a popolare i chiostri per tutte le parti del mondo cristiano. Consideriamo brevemente il primo trattato che è quasi prefazione all'altro, come P. stessa ci avverte. Egli sin dal principio confessa bene di sapere che altri santi avevan scritto della vita solitaria, e fra essi Basilio; ma non ne conosce che- il titola (De solitaria^ vita^ latidibus); e non si è dato neppure pensiero di prepararsi a scrivere con lo studio de' predecessori suoi, fidando nella propria esperienza e nell'animo proprio. In verità la ragione è questa, che egli avrebbe fatto una fatica inutile e avrebbe perduto il tempo. Egli esalta la solitudine non per se stessa, ma per i beni che arreca, fra i quali primi la libertà e Vocium. La solitudine del P. non è una specie di misantropia come dicono, fra gli altri, il Ginguené e il Bartoli: tutt'altro; che anzi egli non pretende di imporre una regola ad .alcuno, convenendo che ognuno segua l'indole del proprio animo: a me, egli dice, « non tam pròprio studio alìove monitu ut ita sentirem quam naturae ipsius persuasione consultum est. Tanto è vero ciò che confessa di aver scritto questo trattato non per gli altri, ma per sé ('^). Egli vedeva nella vita solitaria l'ideale della vita letteraria: « quod vita solitaria litterarum ignaris gravior morte et martem allatura videàtur » ('*). Naturalmente l'uomo solitario del P. non ha che vedere con l'uomo selvaggio del Rousseau: in primo luogo perchè egli parla non ai fanciulli né agli uomini ignoranti, ma a chi già per educazione e per studio sa approfittare di quella vita ("); poi perchè protesta di non volere in alcun modo andar contro alla socialità dell'uomo; che anzi vuole che la solitudine sia rallegrata da una eletta schiera d'amici e sia così un lavorìo collettivo fecondissimo, un ocium operativo e utile alla società: « volo solitudinem non solam, ocium non iners nec inutile sed quod e solitudine prosit multis. i}ui enim ociosi prorsus eos miseros consentio, quibus nec honesti actus exercitium nec nobilium studiorum... ». E al Patriarca di Gerusalemme, al quale aveva diretti i due libri intorno alla vita solitaria, già si accingeva, se quegli non fosse morto, a scriverne altri due su la vita attiva: segno questo che fra le due opere non doveva essere contraddizione. Concependo così la solitudine quale luogo in cui l'uomo, non distratto dalle corruzioni delle città, può con lo studio essere utile alla umanità, alla quale vuole che i propri studi sian trasmessi ("), P. giunge alla vera definizione della vita solitaria chiamandola vita filosofica ('^). Nella solitudine infatti egli ebbe ispirazione e agio a scrivere la maggiore e miglior parte delle sue opere. Nel De vita solitaria egli ha trattato della solitudine del luogo; ma avverte che ve n'ha un'altra: quella dello spirito, che chiama ocium: la prima è la preparazione della seconda ('^). E scrivendo il P. in forma epistolare ai monaci della certosa di Montrieux non è però a meravigliare che, trattando della solitudine per quella parte che a monaci s'addiceva, la vita filosofica divenga vita religiosa nel De ocio. E non mi par giusto dire che questo scritto sia tutto un arido ascetismo: prima, perchè in esso si parla di molte cose che son tra filosofiche e religiose; poi, perchè il vacate ut vacetis che è l'intonazione del trattato va inteso nel senso di non Idborare, e il laborare è definito: currere post concupiscentias ('^), ossia menar vita mondana e immorale. Che se alcune volte, come nel primo libro, paia ad ora ad bra ri|:ornare il suono di quelle parole: quid prodest liomini ecc.; e nel secondo: vanitas vanitatum ecc.; e se P. vede gli angeli scendere dal cielo a tener dolce compagnia all'uomo che vive in solitudine (^^): io non negherò che il misticismo di Gersone non abbia lasciato in questi trattati alcun vestigio qua e là. Si tenga presente che il Medio evo non era ancora passato. Inoltre io* ricorderò che P., scrivendo st Marco amico suo (**), che voleva farsi frate, dopo avergli mostrato il pregio maggiore della vita politica spesa in servigio della propria patria in confronto con la grettezza della vita claustrale, lo dissuade da tal pensiero: e poteva citargli anche il proprio esempio. Del Secretum parleremo più innanzi. Intanto noto che molto erroneamente seguitano alcuni a chiamarlo De contemptu mundio e lo confrontano poi al De contemptu mundi di Innocenzo III, che il P. forse neppure conosceva. Quest'opera del noto pontefice è veramente un trattato ascetico, laddove il Secretum è la storia veridica dell'animo del P., che in esso trasfuse la foga del suo cuore innamorato di Laura e della gloria. Né il De Giovanni (^*) pure credo che colga il vero quando lo riavvicina al De contemptu saeculi di san Bonaventura, che volle davvero con esso persuadere gli uomini a lasciare il mondo e a ritirarsi a Dio. Senza dire che anche questo trattato non ha, per l'argomento, che vedere con le intitna confessioni del P. (che tale infine è il significato del Secretum); ma basta guardare alla conclusione del filosofo serafico per persuadersi che siamo ben lontani dal pensiero dal P. espresso nel Secretum e negli altri trattati su detti: « Fugite et salvate animas vestras. Convolate ad urbes refugii,^ ^d loca videlicet ubi possitis de praeteritis agere poenitentiam, in praesenti obtinere gratiam, et fiducialiter futuram gloriam praestolari. Il Petrarca non ha mai parlato in questo modo, che è la negazione della sua solitudine e del suo ocium, €ome abbiamo notato. Non si parli dunque di arido ascetismo. Né tuttavia si neghi che il sentimento religioso del Petrarca non ascenda alcune volte a un mite e sano misticismo. Imperocché anche a uno spirito sano e pur sinceramente religioso, il quale pensi che a questa mortai vita un'altra ha a succedere, nella quale si vedrà la vanità di ogni operazione e di ogni pensiero che non vadano al bene, può avvenire, io penso, di scrìvere e di sentire molte volte cose simili a queste: « Ogni volta che io per mezzo della mia ragione mi sollevo in quell'alta rocca aerea dello spirito che al pari delle cime d'Olimpo ci fa vedere sotto di noi le nuvole, io sento in qual tenebra, in qual nebbia di errori noi qui su la terra ci aggiriamo Sono fantasmi che ci tormentano, larve che ci spaventano, fulmini che ci atterrano e ci trasportano in alto come deboli canne. Il pessimismo del P.- Il pessimismo Cristiano - La vita umana secondo P. - Il De remediis utriusque fortunae - P. e il Leopardi - L'acedia e le contraddizioni del Petrarca hanno radice nel suo sentimento religioso. « Tota philosophorum vUa comtnetUcUio mortia est > m^'M o penso che con queste parole possa bene accordarsi ancora 1' amore alla vita, alla bellezza, a ogni grande idea umana, alla società terrena: intendendo che per un animo naturalmente religioso Y uomo anche quaggiù ha una missione a compiere e un ideale da conseguire. Vorremo con spregio chiamar mistici tutti coloro che credono in Dio e nella vita futura? Forse il segreto proprio della grande anima di Francesco P. non è il misticismo per se stesso: occorre invece ricercare quale concetto egli avesse della vita umana. Ugo Foscolo (*^) nota che P. inclinava a una sensibilità morbosa, malattia ch'è propria degli uomini di genio: da questa dipendeva anche il continuo cambiamento di umore e l'animo per natura proclive alle passioni. Egli ci appare già nel trecento con i segni del morbo di Giacomo Leopardi. Francesco P. e Giacomo Leopardi sono due nomi che paiono contrari, e invece sono presso che sinonimi. P. per lungo tempo è stato considerato come il più felice degli uomini della nostra letteratura; il quale dalla generazione i cui padri avevano perseguitato e condannato l'Alighieri, riceveva lodi e trionfi in quantità. Ma chi ha letto tutte le opere del P. può confessare, credo, che la nota fondamentale del sentimento suo è sempreil dolore, e il pianto gli sta continuo su gli occhi. Al più egli fu felice sino al 41; ma dal giorno della sua coronazione le sventure non gli hanno lasciato tregua mai (**): furono morti di amici a lui più cari, dolori domestici tanto più grandi quanto meno egli ne parla: le passioni poi dell'anima e del corpo, che in uomo volgare non apportano grande turbamento, suscitavano in lui tempeste grandissime; la ricerca affannosa di una felicità ch'ei non trovava lo rendeva incapace di fermarsi in luogo alcuno. A tutto questo poi si aggiunga l'eredità che col cristianesimo il sentimento religioso gli aveva apportato: vo' dire il pessimismo. « È innegabile che la religione cristiana contiene* in sé più che i germi della funesta malattia: la quale tuttavia potè svilupparsi per un procedimento storico che, non essendo stato ancora ben definito, sarebbe argomento di importantissimo studio. Nella, predicazione di Cristo e ne' vangeli non c'è il disprezzo di questa vita e quel riguardare la natura un peccato (*^). Ma in seguito il cristianesimo, aiutato in ciò dal dogma e dalla filosofia, fonda il suo pensiero filosofico religioso su due basi essenzialmente pessimiste: la colpa originale e la predestinazione. Certo anche in Platone è qualche traccia dell'hoc lacrymarum valle nella dottrina del carcere corporeo; e anche Cicerone aveva detto, come P. -spesso ricorda: haec nostra quae diciiur vita niors est; così che anche ne' filosofi gentili egli trovava la vita dover essere commenlatio nwrtis. Ma le religioni classiche, greca e romana, ebbero appena un sentore della grande lotta che stava per scoppiare fra l'umano e il divino, fra il senso e la ragione, fra l'uomo e Dio. Nel Medio evo essa scoppiò terribile, e condusse il cristianesimo a parteggiare per Dio contro l'uomo e l'umanità, per lo spirito contro il senso e la ragione, per il cielo contro la terra. Nell'animo italiano popolare tuttavia noi abbiamo già osservato che il sentimento religioso non portò mai il popolo nostro a quest'ascetismo così fuori della vita umana e sociale, e che ciò fu merito principale della tradizione classica ereditata col sangue dai nostri padri.' ^E non ci fa meraviglia quindi che anche P., quasi inconsciamente, cercasse con la filosofia platonica di nascondere i due punti più pessimisti del cristianesimo su citati, credendo in un'esistenza futura delle anime negli astri e nella bontà naturale di ogni anima (®^). Ma la lotta esisteva latente sì, ma feroce: e P. è il primo uomo che nel Medio evo avverti il contrasto dei secoli, e nel suo animo profondamente religioso vide concentrate tutte le guerre passate: da una parte i padri della Chiesa e i santi del Medio evo; dall'altra i classici latini e la tradizione italiana e la corruzione del Papato. A un amico che aveagli chiesto qual giudizioegli facesse della vita, rispose^ ^ Sembrami la vita essere albergo di dolorosi travagli, teatro d'inganni, labirinto di errori, palco di giullari, deserto orribile, fangosa palude, tenebrosa spelonca, campo pietroso, tana di belve, sonno inquieto, ridente frenesia, speranza inutile, gioia bugiarda, riso scomposto, inutil pianto, ansia perpetua, morbo continuo, doppia malattia, titoli infami, vaso fesso, sacco sfondato, lusso idropico, avida stomacaggine, nausea famelica, fiore caduco, osteria di passaggio, carcere tetro, nave senza governo, laccio traditore, scoglio durissimo, vento impetuoso, turbine nero, pelago procelloso, sentina di libidine, abisso d'odi, canto di sirena, onorata vergogna, velata ignoranza, regno di demoni ecc. ecc Ed è peggiore ancora » f ^). ^ È inutile quindi chiedergli che cosa è la morte: egli vi risponderà che è la fine di ciò che dianzi ha detto della vita. E chi volesse su questo argomento confrontare P. con il Leopardi troverebbe che quasi tutti i Canti di quest'ultimo hanno già la loro ispirazione nel Canzoniere del primo. E pur tuttavia né P. né il Leopardi hanno nulla a vedere con il pessimismo tedesco o schopenaueriano: che dalle loro maledizioni scoppiano inconscie le benedizioni, nel pianto trovano la gioia delle lacrime, nell'odio l'amore; i loro versi indicanti disprezzo della vita se li metti insieme ne formano l'inno di ammirazione più bello. Ed é per questo loro stato psicologico perenne che nei loro scritti troviamo serpeggiare il dualismo,, come due fossero gli scrittori, e nella loro vita dominare sovrana la contraddizione. Il pensiero della morte riempie gli scritti e la vita loro; l'uno nel Secretum scrive: patrie iam hominem natum poeniteat (**); l'altro nei Canti: nasce l'uomo a fati4ui, — ed è rischio di morte il nascimento {^% E al P. e al Leopardi balena l'idea del suicidio con fiamma solfurea; e l'uno compone a morto il proprio corpo {^% e l'altro sente già le membra sue sciogliersi e confondersi nell'infinita vanità del tutto. In alcun luogo P. poi osserva: « D'esser vivo non si lagna nessuno: tutti della povertà, della fatica, della vecchiezza, della malattia, della morte metton lamenti, quasi che men della vita fossero queste cose secondo natura » (^^). Ed ecco balzare una concezione deUa morte tutta opposta, quella che il Carducci ricorda, la greca eutanasia^ e divenir bella nel bel viso di Laura e il P. desiderarla come dolcissima cosa. Anche nell'universo essi videro riflettersi ugualmente l'odio e l'amore. P. del Canzoniere diventa scrittore del De reniediis, che nella prefazione del secondo dialogo della fortuna avversa, vedendo l'odio divenir legge universale, giunge inconsapevolmente alla dichiarazione di un principio che è agli antipodi di tutta la sua filosofia: la lotta per l'esistenza, ch'egh, precorrendo non so come lo Spencer, dimostra lungamente per il genere minerale, vegetale, animale, umano. Ma se voi poi aprite le lettere, trovate al contrario: « Amore unisce e governa le anime e la materia e tutto l'universo » (^^). Cosi se voi prendete il Secretum, leggete a una pagina tutta l'esecrazione del peccato di amar Laura, e nell'altra: « nihil pulchriua excogitari queat »; e non solo egli ama lo spirito di Laura, ma anche il corpo: « animam cum corpore ». Quest'amore bello e umano ritorna ad ora ad ora anche nei versi dell'infelice Recanatese. Che cosa è l'uomo? * Nil miserius homine, nil debilius, nil pauperius »: così P.; ma intanto riconosce l'importanza dello studio psicologico, aggiungendo: « nimis magna res est ». Nella prefazione del primo libro del De remediis {^% considerando le umane cose, dice che noi siamo per natura condannati all'infelicità: le cose presenti ci annoiano, le passate ci attristano, le future ci fanno guerra. Così noi trasciniamo una vita, il principio della quale è posseduto della cecità e dall'obblivione, il mezzo dalla fatica e il fine dal dolore, e l'errore poi signoreggia tutto. Ciò non accade agli altri animali, i quali cercano di scampare solo dai mali presen^(i, di maniera che sarebbe quasi meglio che noi fossimo privi di ragione, perchè voltiamo a nostro danno le armi della nostra divina natura (^^). Ed egli è tanto persuaso che le ricchezze, gli onori^ gl'imperi siano grandi fatiche, più gravi della povertà e dell'esilio é della morte, che imprende a scrivere non per dilettare, ma per far opera giovevole e dissipare gl'inganni {^^^). E siu dal primo dialogo, parlando della gioventù, che suol riputarsi un bene perchè più lontana dalla morte, osserva amaramente: « se due andassero al patibolo chiamereste voi forse meno infelice il secondo, del primo? ». Così procedendo egli arriverà in questo medesimo hbro (^^^) a dichiarare che nessuno può quaggiù esser felice mai, neppure colui che è virtuoso, « qui aeque miser est habendtis ». E si toglie anche ogni speranza, e l'ultima dea fugge innanzi a questo sillogismo: * chi spera non ha, dunque lo sperare è privazione, dunque è un'infeUcità dell'anima »; laonde P., ridendo delle discussioni filosofiche intorno al bene, conclude: « bene sperando et male hahendo transit vita mortalium ». Né voglio ora neppur accingermi ad esporre il pensiero del P. intorno alla gloria e alla fama: tutti lo conoscono. L'autore del Favini ovvero della Otaria ha ridotta in nuova forma ciò che nei Trionfi € nel Secretum e in quasi tutte le opere petrarchesche è ripetuto (***). Al contrario, come il Leopardi per la gloria sopratutto scrisse e visse, P. medesimamente aveva confessato nel Secretum (*^^) di aspirare alla umana gloria: « ut mortalium rerum inter mortales prima sit cura transitoriis »; d'altronde, aggiunge nel De remediis {^^% tutti i più grandi uomini haii bramata la gloria umana, benché questa sia molto grave per i continui affanni che apporta: « durum «erte, sed tollerabile, imo et invidiosum et optabile ». Ed ecco uscire una falange di critici poco benevoli i quali si dolgono che messer Francesco, dispregiando tanto l'umana vita, abbia sino alla morte cercato Laura e il dolce lauro. Certamente poi prende un grosso abbaglio il Koertiiig quando vuol fare del pessimismo del Petrarca un anticristianesimo (*^^): esso ne è anzi la logica conseguenza. Il pessimismo del P. e quello del Leo' pardi hanno per comune fondament o la noia di questa vita; ma poi si discostano grandemente in questo, che P. ha ancora un profondo concetto religioso; nel Leopardi al contrario è succeduto il dubbio alla fede, e la religione s'è trasmutata in un panteismo filosofico: Torquato Tasso col suo doloroso dubbio è forse, per nascosto tramite, l'anello di congiunzione fra il trecento e l'ottocento. Concludendo, noi intendiamo che la malattia del P. di cui si confessa egli stesso, cioè la famosa acedia o aegrUudo animi, sia veramente quel morbo terribile che il Cristianesimo ha lasciato in eredità alle anime che più sentirono il bisogno di amare e di credere insieme, di accordare la ragione con la fede, lo spirito col senso: l'ultimo grande malato di acedia, ma già inguaribile, fu il Leopardi. Certamente dunque errano coloro che sentenziano P. essere stato né più ne meno che uno scettico, e confrontano il Leopardi con lo Schopenauer: essi non tengon conto dell'importanza e profondità e varietà del pensiero religioso ne' grandi nostri. Tutte le contraddizioni di Francesco P. si riducono infine a questo: che il suo pensiero religioso vacillava fra la tristezza del cristianesimo e la serenità delle religioni antiche, fra l'autorità de' libri santi e lo scandalo vivente della Chiesa di / Roma, fra il Medio evo e il Rinascimento. Il pensiero religioso voleva in lui divenire pensiero filosofico; e nel terribile sforzo P. ne sofferse grandemente, ma aprì la via al quattrocento e a Telesio e a Pomponazzi e a Bruno e a Campanella. P. non è strettamente un filosofo [cf. H. P. Grice: Two senses of ‘philosopher’: professionally engaged in philosophical studies; disposed to provie general reflections about life. Ma ne' suoi scritti è un ampio contenuto filosofico - E aveva ancora ingegno filosofico - Il P. e la scienza - Meriti filosofici del Petrarca - Il Rerum memorancfarum - Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia. Andar dobbiamo in tracce di nuove cogniMtoni indefessamente finché ci duri la vita EL pensiero religioso adunque di Francesco P. sono da ricercarsi il pensiero e il concetto ch'egli ebbe della nuova filosofia. Con questo non intendo di scemare il merito suo. I suoi libri sono pieni della filosofia antica e moderna: e credo che tutto Cicerone sia in essi trasfuso, e che Agostino e Lattanzio e altri molti trovino in essi tanta parte delle proprie dottrine che volendo anche solo riassumerle non basterebbe un grosso volume {^^^). Ma nel grande crogiuolo, per così dire, della sua mente, tutto acquista uno scopo e un carattere subiettivo proprio del P. (*^'). Il quale perciò molto liberamente prende intorno al suo argomento le opinioni di ogni scuola che a lui sia utile, a costo di cadere in contraddizione filosofica {^^^). Quindi (egli stesso lo afferma) non è giusto, come molti fanno, chiamarlo né peripatetico né accademico, né stoico; e neppure eclettico, perché l'eclettismo {^^^) e una sapiente ricostruzione con argomenti tolti da molte filosofie, sì che formino Town unico edificio: nel P. questo non è. Né, €ome abbiam visto, egli è filosofo mistico né razionalista, benché misticismo e razionalismo abbiano sì grande parte nelle opere sue. Dunque il Petrarca, per questo rispetto non si può chiamare filosofo: ciò non toglie ch'egli nella storia della filosofia non abbia diritto a un posto importantissimo. Vero é che P. aveva ingegno filosofico e nelle sue opere sono infiniti i brani che ne dimostrano l'acutezza. Osserviamone alcuni brevemente. A Cicerone che aveva detto gli uomini sovrastare ai bruti per la favella, P. fa osservare che la facoltà discorsiva presuppone l'altra intellettiva, e che se quella mancasse basterebbe questa perché l'umana specie fosse molto al disopra dei bruti: ai quah tuttavia, se non furon dati l'intelletto la scienza e la memoria, é da riconoscere alcun che di simile all'intendimento e alla discrezione (^^^). E al pari di Dante che con novità aveva nel Convito definito la filosofia un amoroso tiso di sor pienza, egli, combattendo i cattedrari e plebei filosofi del tempo, affermò che essendo la filosofia amore, cioè desiderio di sapienza, ogni uomo che la vuole può amandola conseguire. Che se alcuno gli facesse obiezione che non tutti nascono con uguale ingegno, egli risponderebbe essere necessario star contenti fra i termini che al nostro ingegno posero Dio e la natura: « imperocché fino a tanto che aDdremo in traccia di nuove cognizioni, e andar vi dobbiamo indefessamente finché ci duri la vita, luoghi tenebrosi e oscuri ci si pareranno d'innanzi ogni giorno per entro i quali cercherà invano di penetrare la nostra ignoranza: e quindi a noi tristezza rancore e dispetto contro noi stessi; ed ecco la scienza che ti promettevi ricca sorgente di puro diletto fatta cagione di molestissimo affanno e della vita nostra non più fida scorta, ma morbo micidiale. Deesi con lo studio aiutar l'ingegno, non sforzarlo dove salire non poi^sa, che ciò facendo cade a vuoto » (**^). Anche in ciò mi pare che il verso dantesco spesso frainteso: state contenti umana gente al quia; non potrebbe desiderare miglior commento. Chi accuserà Dante Alighieri di avversar la scienza, per cercar la quale egli condotto di girone in girone, di balzo in balzo dà l'esempio più manifesto del cammino dell'umano sapere che di collo in collo ricerca affannosamente il vero? Nelle parole del P., in quell'andar indefesso finche ci duri la vita, è un forte sentore di quella dottrina che il Vico e gli Enciclopedisti chiamarono dei progresso. Certo non ne mancava la fede a chi scriveva: « Scorrano più* dopo noi altri dieci mila anni, si accumulino secoli a secoli, mai non sarà chiusa la strada a nuovi trovati » {^^% Evidentemente siamo ben lontani dalla filosofia del tempo che nelle scuole insegnava ogni verità essere nei modi del sillogismo contenuta. Ma « la dialettica (scriveva P.) è un mezzo e non un fine, come al contrario stimano essi »; ed ei voleva non che ne lasciassero lo studio, ma che s'affrettassero in quello, affinchè loro fosse scala a cose più alte {'''). Egli per primo nel suo tempo diede esempio della nuova filosofia, ripristinando il metodo latino di trattazione che già aveva fatto mirabili prove con Seneca e con Cicerone e anche con Platone e con Agostino. Così sciolse le ferree catene che spesso nel Medio evo tolsero le ali a fortissimi ingegni, e- ravvivato alle fonti della natura e della vita umana il contenuto della nuova filosofia, essa potè poi spiccare il volo alla grandezza del Risorgimento e della moderna filosofia Quale concetto ebbe P. della nuova filosofia e a qual ufficio la destinava? Il Rerum memorandarum doveva esserne un primo esempio, iniziando un commentario di tutte le virtù. Ma, così come ci è giunto, non è che un insieme disordinato di alcuni appunti: i quali paiono colonne grandiose di un tempio non più eretto. Si comincia dalla prudentia, e dìstinguesi in memoria, intelligenza, provvidenza: Tintelligenza, pure ch'egli definisce cognitio rerum praesentium, distinguesi in speculativa e pratica: la perfetta è quella che <;ongiunge pensiero e azione. Così logicamente si giunge al concetto di una filosofia che sia medicina delle anime; e il suo ufficio è insegnar Varie di ben vivere (**'). La stessa eloquenza diviene una parte della filosofia. Cicerone l'aveva infatti definita: « nil aliud nisi copiose loquens sapieniia »; e Catone: « orator est vir bonus dicendi peritus *: e P. unendo la sapienza della mente alla bontà dell'animo arrivò al concetto della vera eloquenza, come del primo frutto della nuova filosofia. Si comprende allora che quando spesso dice che Platone è più eloquente di Aristotele, non fa, come comunemente si dice, una questione retorica. E però con profonda verità afferma, sin da giovine, studiare non per divenir dotto, ma per migliorare la propria vita (^**), E altrove esce in queste bellissime parole che io vorrei fossero meditate da coloro che in un modo o nell'altro oscurano la santità della vita del grande Aretino (*^^): « Tutti non possono essere Ciceroni, Fiatoni, Omeri, Vergilii; ma buoni sì che tutti possono divenire pur che lo vogliano. È degno di molta stima, se buono sia, pur anche il pescatore, l'agricoltore, il pastore. Meglio l'uomo dabbene senza il sapere che non il sapere senza l'uomo dabbene. La virtù vera poi è quella che insegna a sentir rettamente di Dio e a operare rettamente fra gli uomini (**®). La nuova filosofia è dunque, come egli splendidamente dice, una cultura delVanimo (**^), intendendo a darle due uffici nuovi: Funo educativo^ Faltro psicologico. « « In tanta barbarie e viltà ecclesiastica e feudale si comprende bene quanto grande fosse per la coscienza italiana il beneficio della nuova filosofia nel rispetto politico e sociale. Già il Carducci notava che il concetto della libertà è più vivo in lui che in Dante (*"). E in verità in tutto degna del grande Astigiano è la uscita del P. di Parma assediata e piena di ignobili guerriglie: « Ed io fra queste strette sentii nascermi in cuore il desiderio di quella libertà che ardentemente sempre bramai, che fu lo scopa di tutti i miei voti, alla quale io corro di continuo »; e coraggiosamente di notte esce tra i nemici, è assalito e attorniato, cade e riman pesto e senza flato; si rimette in sella, solo; e sotto grandine e pioggia, mentre dalle mura lontane s'udiva il borbottare delle nemiche scolte,, sotto il cavallo si accovaccia e aspetta l'aurora. Ed è poi degna del Parini* l'altra lettera con la quale, dopo aver rinunziato alla carica di Segretario del Papa, racconta a un amico come egli causasse quel giogo d'oro con infinita gioia: « Io non voglio aver riguardo, scrivendo, alla dignità e alle ricchezze di chi mi legge: voglio che un papa e un re pongano nelle mie cose quell'attenzione medesima che qualunque altro, ed anche più se son più poveri d'ingegno. E il poeta della pace("*)cliviene poeta di guerra per la libertà, senza la quale la pace è obbrobriosa (^*^). E scrive a Gola con spiriti di cospiratore, e pieno dì odio alla tirannide e di fuoco ribelle in una celebre esortatoria fa l'apologia dei Bruti (*"). Altrove contro la tirannia additava il vero rimedio, la bontà dei cittadini: « se la patria avrà anche un solo buon cittadino, non avrà lungo tempo un cattivo signore >. Egli arrivò cosi, con Dante, al nuovo concetto della nobiltà, non più fondata sul sangue ó le ricchezze, ma su la virtù e l'ingegno: e queste cose ascriveva anche a Roberto e a Carlo IV, e aggiungeva: « tutto il sangue è d'un colore, e qual è quel re che non viene da schiavi, o quel servo che non viene da re? » ("•). Di qui ancora la concezione di un governo al tutto democratico, tanto che interrogato come cacciar si potesse di Roma la succeduta anarchia additò e dìihostrò lungamente nella cacciata dei nobili tiranneggianti il solo rimedio al male: « Via su dunque cacciate costoro e chiamate la plebe romana alla dovuta partecipazione dei pubblici onori » (*^®), È cosa poi ben strana nel P. un accenno alla grande utopia del filosofo dì Stilo, che dopo più dì due secoli trovò neUa stessa isola di Taprobana la Città del Sole: « Nell'isola di Taprobana (scrive P.) (***) che siede nell'oceano orien tale molto dì là dall'India e per diametro opposta alla Brettagna, si elegge per arbitrio del popolo il re, e non vi valgono o la ricchezza o la nobiltà del sangue, ma tutto il favore si attribuisce alla virtù; di maniera che la grandezza o il parentado non gli rimuove dalla elezione del migliore uomo: oh! santa e felice usanza che è questa, la quale piacesse a Dio che s'usasse a eleggere i nostri re, che forse non sarebbero succeduti per Taddietro ne' reami i figliuoli peggiori dei padri, e i nepoti piti pessimi che i loro antichi, e non avrebbero corrotto e guasto il mondo con la superbia e licenza loro »: là il re deve essere senza figli, e se mentre è re ne avesse, deve subito abdicare. Quale il pensiero politico dantesco, tale dapprima fu l'ideale politico del P.: cioè un imperatore che fosse come arbitro di pace fra le cristiane nazioni (*^*); ed è notevole che P. molto più chiaramente di Dante afferma doversi l'imperatore tedesco considerare italiano (^^^). Vero è che in seguito s'accorse essere vana ogni speranza in papi e imperatori. Allora ì due soli di Dante si oscurarono, e le due spade che tanto avevan travagliato la mente de' Dottori medioevali egli le vide spuntarsi. E dopo acerbissimi rimproveri a Carlo IV, finì col dichiarare che l'Impero fu sempre l'infausto pianeta d'Italia (^^*). E il pensiero e l'amore della grande Patria, ch'egli aveva sempre agitato, divennero più splendenti e chiari che mai. P. per primo nelle sue canzoni italiane e ne' carmi latini saluta c^hiaramente e dolcemente la santissima terra, la patria Italia, cinta di due mari e altera di monti famosi, onoranda a un tempo in leggi e in armi. E certo risuonò per molto tempo all'orecchio degli italiani quel memorando verso: che fan qui tante peregrine spade? (*^^); perocché il Machiavelli con quella canzone dà termine al suo Principe, e Stefano Porcari muore recitando quei versi, e Giulio II compendierà la grande opera del P. col grido famoso: ftiori i barbari. Chi condusse P. a tanta grandezza patriottica ? Il De Sanctis dice che l'amore del P. all'Italia fu un amore filosofico. Non credo. Forse più giustamente il Bartoli notò che nel pensiero religioso è in lui la radice del pensiero patriottico, e lo confrontò con il Lamennais. Ciò del resto è stato sempre sentenza comune a molti filosofi politici, che sin da Platone pensarono che vera religio est firmamentum reipUblicae. Le relazioni fra Chiesa e Stato sono per il Petrarca quelle medesime che fra Cristianesimo e Paganesimo, rampollando entrambi dal pensiero religioso. Quindi non l'Impero soggetto alla Chiesa, come in san Tommaso; non la separazione della Chiesa dall'Impero, come in Dante; ma Chiesa e Stato tendenti a un unico fine: la grandezza politica e insieme religiosa d'Italia. Ch* i* medemmo non 90 qnél eh* io mi voglio i A queste brevi considerazioni si può, credo, concludere che come l'Umanesimo nel trecento, intraveduto appena da Dante, ebbe nel P. il verace precursore; così il Risorgimento filosofico, che in Italia si fa cominciare nel quattrocento, ebbe inizio veramente con Dante e col P.: l'uno avendo alla filosofia dato carattere laico, l'altro avendo abbattuto le scuole del tempo e dato gU elementi della filosofia nuova. Quali sono questi elementi? Riassumiamo brevemente. Il Fiorentino ne' suoi studi su la filosofia del Risorgimento osserva che la disputa su la preferenza di Platone ad Aristotele costituisce, se non tutto il significato filosofico del quattrocento, almeno la parte più importante. E però, laddove tuttodì si afferma che il merito di ciò spetta a Giorgio Gemisto e agli altri greci venuti in Italia dopo la caduta di Costantinopoli, noi troviamo molto tempo prima doverne assegnare il merito a Francesco P. È vero: il motivo che spinse P. alla preferenza della dottrina platonica non è punto speculativo, e però rigorosamente filosofico. Ma certo si esagera ripetendo ch'egli seguisse in ciò non so* quale proprio istinto, che poi sarebbe un'inesplicabile leggerezza. P., abbiam veduto, non dispregia Aristotele: tutt'altro. Egli conosceva bene e lodava grandemente l'Etica aristotelica, ma diceva di non trovare in essa (ciò che è in Platone) l'ardore che la virtù conosciuta deve di sé suscitare. Poi abbiam notato che il pensiero religioso è la sorgente na-scosta così di questa, come di altre opinioni del P.. Ora il Fiorentino stesso osserva che le contese del quattrocento ebbero per vero motivo la questione del cristianesimo, al quale alcuni dicevano Platone accostarsi maggiormente, altri Aristotele. E P., che né platonico né aristotelico né ciceroniano voleva esser chiamato, ma cristiano, vide così chiaramente ciò che altri sentirono confusamente. Anche intorno alla dottrina aristotelica egli precorse le accuse, che affaticarono tanti ingegni nel secolo seguente: non avere cioè Aristotele conosciuta la provvidenza e la creazione, e aver negata la immortalità^^d^lTanima, senza la quale nessuna vera religione può reggersi. Certo i libri filosofici del P. dovettero avere un'efficacia grandissima su le nuove generazioni, se Gino Rinuccini quasi con le stesile parole, certo con il medesimo pensiero, ripete col P. che: « Platone è maggior filosofo che Aristotele perchè in sua opennione del- i Fanirna è più conforme alla fede ca ttolica : ma nelle ' cose ch'anno bisogno di dimostrazioni e di pruove Aristotele è il maestro di coloro che sanno. E Colacelo Salutati e Luigi Marsigli e tutta una valorosa coorte di pensatori si misero a seguitare la tradizione dal P. iniziata. E l'Aretino per bocca del Niccoli ridirà di Aristotele col P.: « se i libri aristotelici, così come corrono si portassero allo stesso autore, ei non lì riconoscerebbe per suoi, più che Atteone, i convertiio in cervo, non fu riconosciuto dai suoi €ani » (^^®). Così P. distinguendo Aristotele dai traduttori e mettendo in guardia i filosofi contro questi, suscitò grande desiderio di conoscere il pensiero genuino del grande Stagirita. L'Aretino stesso, sebbene platonico, misesi a tradurlo, e scorse che anche in qUesto non mancava (come P. aveva indovinato, ma inutilmente) quell'aureo fiume di eloquenza che era il pregio più generalmente riconosciuto in Platone. Di Aristotele i primi libri tradotti furono gli Etici e i Politici. Nelle dispute poi di eloquenza è vero che alcune volte si trascese a contese solamente formali, ma in generale (come P. voleva) essa fu congiunta con la filosofia: non vi fu cattedra di eloquenza cui non fosse aggiunto lo jsl;udio della filosofia morale (^^^). 11 problema dell'immortalità dell'anima fu il più — Siimportante che preoccupò i nuovi moralisti latini; finché si giunse al Pomponazzi che nel suo cele^ berrimo libro De immortalitate animae affrontava la grande questione e concludeva non potersi quella con le dottrine aristoteliche dimostrare: il suo libro fu abbruciato dalla Chiesa. Ciò poi non fa che mostrare, a mio avviso, quanto il sentimento cristiano informasse tutta Topera di questi umanisti, il Valla compreso, come si disse. E tutto cristiano è quell'idealismo di Marsilio Ficino, il quale tiene accesa una perenne lampada innanzi all'effigie di Platone, della cui dottrina egli fu in quel tempo il più grande maestro. Quelli che non ebbero molta attitudine filosofica preferirono ad Aristotele e a Platone i filosofi posteriori, dal P. per primo messi in onore: stoici, epicurei e specialmente eclettici; Cicerone fu il maestro di questi, che da lui si chiamarono Ci\ ceraniani: e fra essi furono, oltre il Valla, il Nizolio^ il Vives, il Ramo ed altri. Ma in ogni modo e i platonici e ì ciceroniani [furono ugualmente avversi alla Scolastica: i primi per la dottrina medesima che essa insegnava, gli altri anche per la forma barbara e per i procedi 1 menti artificiosi. Insieme alla morale filosofia P. aveva \/ risvegliato la filosofia sociale e polìtica. Già Dante alle dottrine scolastiche e alla concezione d’AQUINO (vedasi) del sole e della luna (rappresentanti l'uno il potere pontificio, l'altro l'imperiale) aveva sostituito l'altra dei due soli uguali e indipendenti fra loro. Il Petrarca vide i due soli oscurarsi: e però nel suo pensiero religioso e patriottico egli già prenunzia Giovanni Boccacci che deriderà finamente papi e papato, impero e imperatori; e Marsilio di Padova che stabilirà la Chiesa essere costituita da tutti ì fedeli, alla assemblea dei quali il papa deve essere ossequente, e, combattendo la donazione costantiniana, proclamerà l'assoluta povertà di Cristo. Il problema politico poi non sarà mai più abbandonato: anzi nella pienezza del Rinascimento sarà argomento de' studi di profondi pensatori, che son la gloria della nostra filosofica tradizione. La quale vediamo sorgere da molteplici connubi di opposti elementi: da una parte cioè congiunge il sentimento italiano profondamente cristiano all'odio contro la Curia e contro i corrotti e corruttori pontefici, e assale la cupidigia e l'avarizia della Chiesa; dall'altra tempra il misticismo inerente al cristianesimo col sano risveglio dell'eredità latina,, sociale e politica, A tutto questo poi si aggiunga lo spirito di libertà, del quale P. aveva dato sempre splendido esempio, ribellandosi per primo a tutte le autorità antiche e moderne, filosofiche e teologiche, qualora non gli garbassero. « Nihil saeculis nostris invisius quam haec duo: veritas et libertas >: così egli scriveva; e però è vero che dà il nome di divini filosofi a Platone, a Cicerone e ad Agostino, ma eoa grande alterezza soggiunge: « ma rautorità di essi a me non toglie la libertà del giudizio » (^**). E altrove, dopo di aver chiamato volgo spregevole quelli che déiVipae dixit si facevan arma di logica, soggiunge che debbon esser guide al filosofo: « et auctoritas et ratio et experientia . I tempi eran maturi perchè con la voce di Martin Lutero s'elevasse anche quella di Galilei e di Bacone. Seguitando a raccoghere nel Rinascimento italiano quelle auree fila che nel P. hanno principio, non sono certamente da trascurarsi i due caratteri principali che P., quasi senza avvedersene, diede al pensiero filosofico e religioso: cioè il carattere naturalistico e l'altro psicologico: l'uno condusse poi in filosofia al panteismo di Giordano Bruno e al naturalismo scientifico; l'altro diede al sentimento religioso italiano una forza potente a tradursi in grandissime manifestazioni artistiche e letterarie. II sentimento della natura in Francesco P. è affatto nuovo, e traspare profondo da tutte le sue opere. Leggendo la vita di questo letterato si rimane meravigliati della quantità de' suoi viaggi e dell'intensa curiosità che lo spingeva a vedere terre lontane e costumi stranieri. E oltre Vltinerarium Syriacum molte altre sono le cagioni per cui egli meritamente è annoverato fra i geografi più importanti di quel tempo. Così suscitando l'amore di nuove cose e distruggendo pregiudizi e allargando le idee, P. preparò gli animi ai benefici effetti che produsse la scoperta del nuovo mondo. I viaggi, dice il Kraus, hanno aperto gli occhi a quest'uomo straordinario, e per mezzo di lui l'umanità del Medio evo già declinante scoperse la magnificenza della natura che ci circonda. I viaggi infatti nel Medio evo si intraprendevano per fini militari o commerciali o religiosi; non per essere scopo a se stessi. P. superando difficoltà incredibili e pericoli e disagi per strade spesso difficilissime viaggiava: viaggiava per viaggiare e per vedere uomini e cose, popoli e costumi di lontane regioni. Così egli è il primo che si recasse a un'ascensione alpina col solo scopo di godere di lassù un'idea: la grandezza del paesaggio e dei monti. E di lassù egli scoprì nell'infinito panorama la storia del mondo e dell'uomo e dell'ultramondano: e al Medio evo, discesone, rivelò il nuovo pensiero. La lettura di sant'Agostino lassù e le considerazioni mistiche che dal profondo dall'animo gli suggerì, dimostrano quanto fortemente al sentimento della natura egli congiungesse lo spirito religioso dell'anima sua. Ma un'altra cosa scoprì P. dalla cima del Ventoux: scoprì che niente al mondo è più meraviglioso dello spirito umano. Dante nella Vita Nova dà senza dubbio un esempio di psicologica trattazione di cose umane; ma P. trovò un sentimento psicologico tutto moderno, il quale consiste nell'irradiare fuori di sé Fanima propria con le proprie passioni e nello stesso tempo dell'anima propria far centro di tutto l'universo. Il fiore piti bello del pensiero petrarchesco, disseminato nelle opere latine, è il Canzoniere. Il De Sanctis, nel suo saggio critico sul Pe-» trarca, gli rimprovera l'abuso della riflessione nelle poesie italiane (*^*). Questo deriva da quella finissima analisi che P. fa nel suo Canzoniere delle sensazioni e dei sùbiti moti della propria psiche. Le canzoni specialmente sono alcune volte una vera poesia psicologica: fra l'altre quella: i' vo pensando; è un piccolo Secretum^ e con l'ultimo verso: E veggio 1 meglio ed al peggior m'appiglio; ridicendo felicemente il noto: tMeo meliora prcboque, deteriora sequor; conclude l'esame di una situazione perenne dell'animo umano: così nel Secretum^ dopo i molti ammonimenti di Agostino, P. risponde ringraziando, ma poco persuaso di essersi convertito. E questa lotta fra senso e ragione che nel Petrarca è alimentata dal pensiero filosofico religioso, Jfa del Canzoniere un romanzo, nel quale l'amore per Laiu-a, sensuale dapprima, si raffina e purifica sempre più finché diviene sopratutto spirituale, e il poeta parla poi nei Trionfi con l'anima della morta amica. E forse tenendo conto maggiore di questo psicologico svolgimento non si sarebbe detto che Laura è parto fantastico del P., o che nel Canzoniere si cantano molte Laure o una Laura al tutto ideale (^*^). Chi sa ben leggervi^eiitro nelle Rime scorge tutto aperto il cuore del P.; il quale, facgndo^disè specchio, ci ha descritte le piu^nrrtinie fibre del suo seriliììreiito. Il mmidaè un accessorio per lui, per ciò che egli lo esamina colorato e trasformato dalle proprie impressioni. Talora, dice il De Sanctis, pare che scherzi con l'anima propria. Così, approfittando di questo specchio che il P. ci mostra di se stesso, non sarebbe difficile, credo, seguire nel Canzoniere lo svolgersi del sentimento filosofico religioso, notandone la parte che il misticismo e il pessimismo e la ragione vi prendono (^*®). Chi ha notato, per esempio, per qual tramite ascoso vengon fuori dal cuore del poeta i confronti tra Laura e Cristo e la Vergine?. A ogni modo è certo che il colore, dirò così, psicologico, che è il carattere vero e novissimo del sentimento religioso del P., è a lui tutto proprio e ben diverso da quello che è, per esempio, in Agostino. Si prenda il Secretum e si vedrà chiaramente quanta è la differenza fra esso e le Confessioni del santo. Agostino scrive fra la calma dello spirito, quando la passione essendo passata egU poteva tranquillamente raccontarla: P. scrive il Secretum nel momento più feroce della passione , e non per altro che per dar sfogo alle lacrime e parlare con sé della passione sua. Nelle Confessioni è la gioia del convertito; nel Secretum il dolore di chi cerca di convertirsi senza volerlo seriamente , perchè non persuaso che l'ascetismo e il misticismo siano tutta la «vita. Nello scritto del santo la sacra Scrittura, il vangelo, la metafisica; nel Secretum le sentenze pagane e il pensiero umano imperano. Nell'uno la propria vita 4 narrata quasi per propaganda cristiana e a scopo polemico contro gli eretici; nel* l'altro i fatti non servono che a indagare l'anima propria, che appare misteriosa e profonda e tenebrosa tanto che l'occhio a fatica vi discerne. Neppure nella Vita Nova s'arriva a tanto: essa è un commento a un aspetto solo della grande anima dantesca e non ne cerca le profonde latebre. Il Secretum è senza dubbio il primo vero ro* manzo psicologico, e toltane la forma dialogica e l'aridità che qua e là deriva dal tempo e dai modi personali del P., si potrebbe per alcuni rispetti confrontare con l'Ortis: certo non vi manca l'amore della patria e dell'arte e di tutto ciò che è bello e gentile, mescolato con quell'infinito dolore che si chiamò poi la malattia del secolo, di cui l'ultimo malato fu Giacomo Leopardi. # Il Segré nel congedare, lo scorso anno, i suoi Studi petrarcheschi (*^°) scriveva nella prefazione: L'età, di cui P. è stato l'iniziatore, è lì, lì per chiudersi, e i fulgidi albori di una novella, che scorgiamo disegnarsi baldi all'orizzonte, comincian di già ad offuscare una espressione di vita spirituale che con diverse vicende domina ormai da cinque secoli. Quella modernità petrarchesca fra breve, io credo, noi non la comprenderemo più »: ed egli esorta ad affrettarci, finché lo possiamo intendere, nello studio del P.. Ma (alcun frutto mi sia lecito trarre da questa modesto scritto) così vorrei io concludere: — Come Dante diviene ne' secoli più grande per il suo verso divino, così P. per Yumanità del suo pensiero vivrà eterno. E sempre più necessario sarà l'interrogarlo; finché sarà continuo il contrasto tra la ragione e il senso, tra l'elemento eterno e il caduco che hanno loro sede nell'inteÙetto e nel cuore umano. De Odo religiosorum, I, a pag. 307 dell'edizione latina delle opere tutte del P. stampata a Basilea nel 1554, secondo la quale sono anche le citazioni seguenti.  Vedi Storia della letteratura italiana VII, Francesco P., ipsig. 55.  Vedi gl'importanti lavori su Italia mistica e Italia parganay già pubblicati nella Nuova Antologìa, ora riuniti nel volume Dal Rinascimento al Risorgimento (Sandron).  Questa è la conclusione dello studio Italie mystique di Emilio Gebhart. (5) Per Dante veggasi il Tocco: Quel che non c'è nella Divina Comìuedia ossia Dante e l'eresia (Zanichelli 1899). Il P. poi nel De Odo (pag. 305) elogia Agostino perchè combattè coloro che avean predetto che il regno di Cristo non sarebbe durato più di trecentosessanta anni: forse P. pensò che le predizioni ioachimite e le altre fossero un seguito di quelle antiche avversarie del Cristianesimo. Egli infatti poco oltre (pag. 508) distingue le eresie in rispetta solo al dogma dell'Incarnazione (laddove le profezie ioachimite riguardavano l'avvento dello Spirito Santo) in due classi: l'una egli dice, fece di Cristo solo un Dio, l'altra solo un uomo. E (cosa ben strana questa ignoranza in Dante e nel P. del moto ereticale contemporaneo) seguita dicendo: ma la verità è ora divulgata tanto che neppure su r animo di una vecchia (anicula) fa presa, perocché anche senza dottrina soio con la fede e la semplicità essa si difende. Invece il male del suo tempo P. afferma essere un* obiezione contro la fede, la quale, sebbene faccia molto paura a messer Francesco, pur non è una vera eresia, ma un dubbio incredulo e (come ei lo chiama) specioso; ed è questo: se Dio voleva salvare gli uomini poteva dar loro forza maggiore o comandare cose men dure. Egli non confuta il dubbio, ma si rivolge pregando a Dio, e afferma contro le predizioni in generale che è Satana che ci tenta alla prescienza, « quae nec possibilis est homini nec necessaria profecto nec utilis », « cita, fra altro, il De divinatione di Cicerone. E neìVEp, sen. I, 5 a Giovanni Boccacci, a proposito della nota profezia fatta da un frate all'autore del Decamerone, scrive di diffidare delle profezie dei viventi: « nuovo e inusitato non è che fole e menzogne si coprano sotto il velo di religione e di santità, e del giudizio di Dio si faccia mantello alla frode e all'inganno ». Per il moto ereticale veggasi specialmente il lavoro del Tocco: L'eresia nel Medio evo (Firenze 1886, Le Monnier).  Cfr. Vita solitaria, 1. II, sectio VII, 1. (7) Cfr. oltre il Barzellotti: op. cit.; anche il Fiorentino: Il Risorgimento filosofico nel Quattrocento (Napoli) IV: opera postuma a cura dell' Imbriani. Cfr. La filosofia nel periodo delle origini in Vita Italiana, primo volume.  Così il Conti nelle sue importanti lezioni di storia della filosofia (S. Tommaso e Dante). Del resto questo non potè alcuno affermare del De Monarchia, nel quale il pensiero di Dante è ben lontano dal tomista. Cfr. anche un mìo lavoro (Del sistema filosofico dantesco -nella Divina Commedia — Zanichelli 1902), nel quale cercai vestigia di platonismo nella Divina Commedia.  Vedi Tocco: L'eresia nel Medio evo, Introduzione.  Così nel De unitate intellectus contra Averroistas. (12) Cfr. De Bemediis utriasque fortune^: I, dialogo 46 e 112. Gfr. passim scrìtti del P.. Per esempio EpiatóloB fam, I, e XII, 3 (le cito nell'edizione del Fracassetti).  Ep. fam. I, 11. (16) Ep. fam. I, 6. (16) Gfr. Rerum memorandarum, II: Aristoteles.  Vedi Renan: Averroés et Vaverroisme. Essai historique. deux part. .  Vedi V. De Giovanni: Le prose morali e filosofiche di Francesco P. in Francesco P. e il suo secolo pubbl. nel VII centenario della morte del P..  Si vegga nel De Vita solitaria II, sectio IV, % in cui dopo avere confrontato i principi cristiani con Maometto, tratta: « De reprehensione regum et principum nostrorum qui somno, voluptacibus, turpibus lucris, subditorum spoliationibus oc caeteris vitiis imcumbunt, et nullus eorum Terrae Sanctae dispetti dio movetur ». (ao) Gfr. Senili XV, 6. (21) Gosì intendendo V opera del P., essa acquista ben maggiore importanza di quel che non parve al Voigt. (Il risorgimento dell* antichità classica — traduzione italiana del Valbusa, Sansoni, Fireuze, Voi. I, I.), che accusa P. di avere esagerate le note critiche mossegli dai quattro averroisti veneziani per farsi bello con il suo libro De sua ipsius. Il Bartoli poi (opera citata, pag. 12), certo seguendo il Voigt, dice che esse furono un innocentissimo scherzo! Si cfr. an^he ep. fam. V, 11 e 12. (22) Gfr. ep. sen. XV, 8.  Gfr. Ep. sen. V, 2; XIII, 5. (24) Quanto all'empietà e irreligione del tempo si veggano, fra altro, le ep. sen. Vili, 3; V, 2.  Gfr. oltre Sine titulo, X; Ep. sen. XV, 6 e 8.  Vedi Fiorentino op. cit. Ili: il quale si fonda sul seguente brano del De sua ipsius: « Neque graecos tantum, sed in latinum versos aliquot nunquam alias visos (Platonis libros) aspicient... et quota ea pars librorum est Platonis, quota ego his oculis muItoB vidi, praecipue calabrum Barlaam modemum graia specimen sophiae, qui me eie. » (Op.). Il periodo monco e sgrammaticato fa pensare purtroppo a una lacuna che sarebbe importantissimo colmare. Forse per questo il Voigt non ne parla. («) Ep. fam, XVIII, 2.  Veggasi infatti la nota 26: dal periodo ivi citato pare potersi ciò dedurre. (») Il Fracassetti nella ep, fam. III, 18 dà Fedone, e parlandosi delia morte di Catone potrebbe darsi che s'avesse a intendere Fedone anche nella ep. fam, IV, 3.  Cfr. Fiorentino: op. cit. III. '  Con quanto poco pudore P. si sarebbe fatto dire, per esempio, nel dial. II del Secretum da Agostino: « Hctec tibi ex Platonis libris familiariter fiata sunt »/...  Rerum mem. 1; Plato. ' (33) Quanto ad Aristotele dice nel De sua ipsius: « omnes morales, nisi fallor, Aristotelis libros legi, quosdam etiam audivi ». (3*) Ep, fam. IV, 15 e 16.  Ep. fam. XVIII, 2.  Cfr. Rerum Mem. I: Aristoteles.  Ho scritto creazione, ma P. non usa questa parola che sarebbe impropria. Cfr. De ocio religiosorum I. (Op. p. 300): 4( unum fabricatorem (è il demiurgo o architetto di Platone) mundi Deum a Platone, et a discipulo eius Aristotele unum principem ».  Notava poi che Aristotele era morto di sessantatrè anni, numero infausto: intorno a questo arino della vita climaterico cfr. anche Ep. sen. VIII, 1.  Dante nel canto IV del Purgatorio non interpretando rettamente la dottrina platonica, la condanna.  Ep. fam. XII, 14. (*i) Rer. Mem. loc. cit. (*2) Vedi: parte settima di questo mio lavoro.  (*3) Vedi De OciOy II (Op. p. 316). (4t) Anche qui nota differenza da Dante: e. IV del Paradiso.  Cfr. ep. fam, XVIII, 1; e per quel che segue sopratutto Ber, Mem. loc. cit. Inoltre come egli alia religione conformasse tutte le sue opinioni cfr. Ep. sen. Vili, 1. (*») Vedi De Ocio I (Op. p. 307). Anche il Ficino notò questo, come ricorda il Fiorentino (op. cit. II), nel Tom. 2, pag. 855. (47) Op. pag. 313 e II. (tó) Ep. fam. XVII, 1. Ep. fam. X, 5.  Ep. fam. II, 9. (ói) Sul preteso cristianesimo di Seneca vedi Fieury A.: JSaint Paul et SenSque: recherche sur Us rapporta du philo^ophe avec VApòtre. Paris. Ma oggi non ci si crede più. (M) Ep. fam. VI, 2; e XVII, 1.  Ep. Sen. VII, 1; Ep. fam. XXII, 10.  Ecco, per esempio, come egli spiega l'origine delle stimate di san Francesco: « Dalle stimate di Francesco questa certamente è T origine; tanto assiduo e profondo fu il suo meditare su la morte di Cristo, che piena avendone Tanima, e parendogli d'essere anch' egli crocifisso col suo Signore, potè la forza dì quel pensiero passar dall'anima nel corpo, e lasciarvene impresse visibilmente le traccie ». Cosi nell'jg^. sen. Vili, 3. Quale differenza fra queste parole e il pensiero che jnosse Zola a scrivere il suo Lourdes?  XVI, 8.  il, sectio III, 4.  Op* p. 107. E' notevole l'umorismo, che spesso divien •sarcasmo asprissimo, del P. quando parla dello stato della Chiesa. Cosi nell'ep. fam. 5 del libro XVII, vituperando il matrimonio aggiunge: del restp ci son turbe di sgualdrine «he rallegrano anche i vescovi e i monaci ecc.. E in un'altra (XX, 2) il palafreno del Legato calcitrante contro quello dell'imperatore, gli fa comprendere "^che il Papa era la causa vera di tutti ì mali d'Italia e di Roma, perchè egli « è contento che Imperatore si chiami, ma punto non si fida di dividere con lui l'impero ». E già prima (XV, 5) aveva amaramente osservato: « Ell'è gran cosa calcar la sede di Pietro» gran cosa ell'è vedersi assiso sul soglio dei Cesari! ».  Su '1 significato del verso, anche oggi variamente interpretato, vedi i commentatori; e Tocco: Dante e V eresia. Credo che quel che sono per citare dell'opinione del P. dimostri anche più decisamente trattarsi veramente in quel verso di Celestino V. (50) Ep. fam. VI, 1. (flO) Il Fracassetti naturalmente (vedi in nota) disapprova le parole del P.. (61) Forse anche il Voigt è di questa opinione, là dove dice che P. nel De sua ipsius più che il Cristianesimo in sé difende il proprio (cfr. op. cìt. I, pag. 95).  Ep. fam, X, 4,  Cfr. Fiorentino: La filosofia della storia di Francesc(y P. (in Giornale Napoletano di lettere e filosofia, 1874) e mio lavoro su l'Africa di Francesco P. (Bihliot. Petr. del Biagi e Passerini — Le Mounier 1902, pag. 73 e seguenti» e 168 e seguenti).  Cioè il De vera religione citato dal P. molta spesso, e il De doctrina Christiana ecc.  Cfr. Ep, sen. Vili, 6: « Negli ultimi tre libri manifesta i suoi dubbi, e spesso ancora, per ciò che riguarda le divine scritture, la sua ignoranza ». E dalle Confessioni egli già vecchio diceva di aver preso amore allo studio della sacra letteratura, togliendosi alquanto dal soverchio amore per la profana. Insomma gli ultimi libri egli li considera, in quanto sono in seguito dei primi, sotto il rispetto tra filosofico e religioso, ma più assai religioso che filosofico. — Delle Confessioni, per la parte psicologica, riparleremo più oltre, a proposito del Secretum. Questo forse intendeva P. quando, parlando della Divina Commedia a un amico, avrebbe detto essere quella opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo. (OT) De Bem. II, 40.  De ócio: Op. p. 306. (89) Presso la toniba del P. in Arquà.  Gfr. I seetio IV, 3. La misantropia era contraria al carattere medesimo del P.; il quale amava molto le liete brigate di amici, e scriveva lettere'a tutti continuamente. P. P. Vergerlo cosi nella Vita P.e scrisse di lui: 4( Erat mirae iucunditatis comitatisque singularis ut nulius esse cum eo moestus posset ». E anche il colore ascetico che ha qua e là il trattato è postumo. Si vegga VEp, «en. XVI, 3, nella quale P. narra le aggiunte fatte per compiacere gli amici appartenenti agli ordini religiosi, che con lui si dolevano di non aver egli parlato de' santi loro fondatori: e ci fu un domenicano che voleva far comparire tra i solitari anche san Domenico! Q^) Ep, fam, XVII, 4: « non in servigio altrui, ma per fame mio prò, e perchè dì quell'affetto mio per il sopravvenire di nuovi non s'abbia in me a ingenerare dimenticanza ».  Gfr. I seetio IV, 1.  Gfr. I seetio V, 1; e II seetio IX, 7. (74) II; sect. IX, 6. Inoltre: Ep. sen. XI, 3.  I; sect. IV, 9. '  II, sect. II, 8. (77) Gfr, ep, fam. VI, 1: « Ghe se le lettere famigliari come scherzando e quasi sempre nell'agitazione de' viaggi soglio dettare, quando si tratta di comporre un libro, di solitudine di quiete di tranquillità di assoluto e non interrotto silenzio sento bisogno ». E Leonardo Aretino nella Vita di Francesco P.: 4c Era solito dire che solo il tempo della sua vita solitaria poteva chiamare vita; perchè l'altro non gli era stato vita, ma pena ed affanno ». (78) Gfr. inoltre Ep. fam.Vita Sol. I: sect. IV, 7.  Ep. fam. Ili, 12.  Op. cit. (83) S. Bonaventura: OpuscuL (Opp. omn. t. VII — Romae) 1596. (84) Ep. fam. XI, 3.  Prose (Le Mounier): saggio sul P. pag. 34.  Ep. fam. II, 5: « Frattanto, il confesso, checché i filosofi ragionino intorno al modo di soggiogare le passioni, a me per brevi strade esse giungono e mi fanno bersaglio de* loro insulti. Che questa legge a me fu data insieme col corpo dal di che nacqui: molto per la compagnia di esso avere « soffrire ». E' la bancarotta della filosofia speculativa!...  La causa della differenza è data dal P. medesimo in un luogo importante del Rerum Memorandai'um (II, Dantes), nei quale (còsa, per quanto io so, non accennata pur da gi*andi critici che trattarono della nota questione su le relazioni fra Dante e P.) si accenna forse al vero motivo della freddezza del P. verso Dante: « Dantes Aligherlus, vir vulgari eloquio clarissimus fuit, sed moribus parum, per contumaciam, et oratione liberior, quam delicatis ac studiosis aetatis nostrae principum auribus atque oculis acceptum foret >. Ma se P. fu accetto, è a pensare che, mutati i tempi, nelle corti de' Signori si annidava, come dice il Voigt, l'umanesimo.  Gfr. le epistolae: passim. Per esempio adposterose fam. IV, 10. (8») Ho svolto questo pensiero un po' più ampiamente in un volumetto: Il pensiero italiano e la Criovine Italia, in: A. Carlini e G. Gasperoni: La Giovine Italia (Iesi, Tipografia Editrice Cooperativa, 1904, pag. 35). (W) Gfr. Secretum: diah I. e passim gli altri scrìtti dianzi citati. (»i) Ep. fam. Vili, 8.  Dial. II. Per altri raffronti vedi mio Studio su V Africa citato, specialmente per il raffronto fra Magone (che è il Petrarca) e il iTeopardì (pag. 107 e seg.).  Canto di un pastore ecc. Ma già c'era 11 biblico: « natile homo de muliere, brevi vivens tempore ecc. ». (»*) Secretum I, Africa I e V, Mime (ediz. Carducci e Ferrari): . Per il Leopardi cfr. Vita Solitaria v. 34 e seg. e V Infinito ecc.  Ep, fam. II, 8.  « Rapido stellae obviant firmamento, contraria invicem dementa confligunt, terrae tremunt, maria fluctuant ecc. » E seguita lungamente. Nota fra altro le fini osservazioni dell'odio nell'atto generativo. Concludendo: * nil sine lite atque offensipne genuit natura parens »; e: le còse più forti sono il sepolcro delle più deboli ecc. .  Ep. fam. III, 11. (96) Opera di bizzarro e coltissimo ingegno è il Le remediis. Con copia meravigliosa di esempi, detti,» fatti, sentenze di filosofi, di scrittori, di guerrieri, di scienziati greci, romani, sacri, antichi e moderni; con fatterelli di storia e interpretazioni di miti e di costumi e saltuaria conoscenza di tutto lo scibile; sono qui raccolti con un criterio morale e psicologico svariatissimi argomenti di considerazioni diverse. Il De remediis somiglia grandemente ai Pensieri di Giacomo 1 Leopardi.  E in ep. fam, IV, 16: « io non so se non sia meglio talvolta starsi nell'errore contento, che non sempre essere triste per la conoscenza del vero ». (100) Così nella citata prefazione. Han torto coloro che si lamentano della noia che la lettura di questo trattato produce: esso non era un'opera letteraria, ma un vademecum, per cosi dire, di utilità morale, fatto non per i filosofi, ma per la comune degli uomini. Cfr. Ep, sen, VIII, 3.  pag. 108.  Il pensiero filosofico de' Trionfi è già neìV Africa: per il cfr. col Leopardi vedi mio studio citato pag. 71 e seguenti. Nel Secretum sono anche (come nello scritto leopardiano) già •enumerati i vari casi della fama. Per le Epistola poi vedi qua e là diffusamente; per esempio ecco il tessuto della prima delle familiarea (no» bisogna travagliarsi per la fama prima di morire perchè vivendo non possiamo ottenerla): « Raro è che trovin plauso scritti e imprese di chi ancor vive: comincian dalla morte le lodi degli uomini. Vuoi tu che sian lodati i tuoi scritti? e tu muori. Anzi finché rimanga in vita alcuno de* tuoi contemporanei non avrai piena la lode che assetisci. Per la molta dimestichezza ancora ed il frequente •convivere T ammirazione degli uomini suol venir meno. Gli «ruditi poi e i pedanti sdegnano d'indagare il merito dello scrìtto, se credono di conoscerne Fautore. Giungono viventi a fama solo coloro che con grida sostengono la loro gloria: ma morti perisce la fama loro. La gloria è un flato di vento: è un fumo, un*omhra, un nulla ». Si confronti ora questo tessuto con l'altro dello scritto leopardiano, e si vedrà che è identico nella tesi e nello svolgimento e nella conclusione: sì ch'io credo il Leopardi essersi ispirato al P.. Cfr. terzo dialogo. (104) II, 8S. Cfr. P. 's. Leben und Werken (Leip. 1878, pagina 561). (106) Per questa parte basti citare i grandi lavori di Pierre de Nolhac: P. et rhumanisme e l'altro De codicibìis et patriium medi aevi ecc. (107) Non è giusto dunque rimproverare al P. le continue citazioni: chi ben le intende vedrà che esse non sono vana pompa di erudizione, ma un fenomeno artistico e filosofico importantissimo. (106) Per citare un solo esempio, egli crede spesso con gli Stoici che la felicità vera consìsta nella virtù sola, e nello stesso tempo li chiama crudeli e preferisce i Peripatetici che ammettono che anche il dolore è un male (cfr. De Bem. II, 114) e poi ep. fam. Voigt, per esempio, lo crede stoico; il Bartoli e il Koeting scettico; il Kraus (F, P. in seinem Briefwech" .sei) sccMtico; molti accademico; molti mistico ecc. (liO) Quanto alla parte considerevole che ha il razionalismo, basti citare il De remediis, nel quale la E(mione da sola sostiene i dialoghi col Gaudio e col Timore; nel Secretum Agostino che cita sempre i classici e i pagani è 1* imagine della ragione, che egli invoca molto più spesso e volentieri dei libri santi e dei dogmi. Cosi nelle altre opere del P.. In conclusione egli non è mistico perchè rctgiona, non è razionalista perchè è credente, cioè ha una fede indiscussa. Ep, fam. I, 7. Cosi nel Secretum (dial. II) distingue il verlmm oris dal verhum mentis, (iw) De Bem. quella parte (I, 12) che forma il 1. dialogo del De Vera Sapientia (il secondo dialogo è del Cusano). ivi. (11*) Cfr. De odo (Op. pag. 311): « Optat adversarius noster non ut discamus, cui ignorantia nostra gratissima, scire permoléstum est ». ^p. fam. I, 8. Ep. fam. I, 2. 'anche De Bem. II, 117: Quest'ufficio egli notava che ebbe già la filosofia antica, e però aggiunge; « perchè non Tavrà la nuova filosofia cristiana, la quale è somma, e vera filosofia? ». (118) Ep. fam. I, 2.  Non parlo di alcuni miserabili denigratori che giacciono meritamente ignorati. Ma di numerosi critici moderni pur anche autorevolissimi, i quali hanno iniziato un genere di critica che, per questo rispetto, è tutto fondato su la diffldenea delle parole del P., il quale ne' loro libri diviene un monumento di orgoglio, di vanità, di leggerezza, di menzogna, di avarizia, di parassita, di buontempone, di lussurioso, di traditore, e via via. Insomma per farlo uomo^ dacché prima ne avean fatto un dio, lo han fatto un po' birbante, un birbante geniale e burlone a cui molto si può perdonare. Chi ha dato il cattivo esempio, credo che siano stati i tedeschi. Il Voigt, per esempio, nella sua nota. opera, monumentale opera sul Risorgimento, alcune volte mi pare evidente che non abbia compreso Tanima italiana e lo spirito del P.. Il Kraus (op. cit.) arriva a fare del P. un esteta né più né meno, e fuori dell* estetica non vede. in lui nient*altro; e ragiona cosi: P. dice la tale o tal* altra cosa? non credetegli, perchè parla per posa o per fantasia poetica. Insomma facciamo si del P. un uomo, uomo con i suoi difetti: ma non esageriamoli; non separiamo Tuomo dalPartista, il cittadino dal letterato, anche perchè andremmo contro la nostra storia, la quale dimostra che da Dante al Carducci Tonestà della vita ne* maggiori scrittori non si disgiunse mai dalla grandezza artistica. Il Kraus del resto (op. cit. VI) non cita bene quando dice che P. per un*idea estetica preferiva zoppicar d*un piede piuttosto che d'un verso: il P. al contrario (cfr. Ep. fam. XVI, 14) biasima i poeti del tempo ì quali preferivano zoppicare in morale piuttosto che in poesia. (1») Ep. fam, XI, 3. (121) Ep. fam. I, 8. (IM) op. cit. Ep. fam. V, 10. Ep. fam. XIII, 5. Cfr. la celebre canzone: Italia mia ecc. (i«) Cfr. De Bem. I, 105.  Cfr. fra altro Varie, 48. Né era solo fuoco di paglia, come suol dirsi: che nel De Bem. (II, 118) pur riprovando il suicidio di Catone, fa l'elogio di Bruto: « patrìae servi tus et tyranni facies potius repellenda quam morte declinanda sunt »; e se Catone si uccise per non vedere il volto del tiranno, ci fu chi lo riguardò: « Brutus aspexit et illius potius morte tollendum, quam sua morte fugiendum censuit: id est enim viri opus, hoc feminae ». Dante nella Divina Commedia approvò Catone, punì Bruto; ma non sì venga ora a dire che nel P. è minore grandezza che in Dante, nel rispetto politico! (1») De Bém. I, 39. (1») Ep, fam. IV, 7 ecc. Ep. fam. XI, 16 e 17. Gfr. un mio articolo sul pensiero politico di Dante, in Giornale Dantesco (diretto da G. L. Passerini) X, 8-9. Del resto il pensiero politico del P. è lo stesso di Gola, Quanto sbaglia il Kraus a giudicar Gola un pazzo! Ma il Gaspary già ha avvertito che per P. Impero e Repubblica sono la stessa cosa (cfr. Storia della lett.: P.). (1») Ep. fam. XIX, 1. Cfr. Ep. fam. XXIII, 2; XIX, 12 e De Rem. I, 116. ( Vedi Canzone ali* Italia. Quanto al patriottismo del P.: per T emancipazione deiritalia dal giogo straniero (ut corpìM italicum labe barbarica purgatum medullitus agnoscam) cfr. ep. fam. XI, 13 e XVIII, 16; per Tunione di tutti i popoli e principi italiani, ol^re le Bime, cfr. ep. fam. XVII, 6; XIX, 9; per la grandezza d'Italia cfr. poi passim tutte le "opere latine e volgari, ma mi pare che nella celebre canzone alF Italia sìa tutto riassunto mirabilmente il pensiero petrarchesco. (135) Si noti che P. loda Roberto, nel De Ocio (1. II Op. p. 315) per una ragione affatto religiosa: « Siculus rex Robertus sub cuius temporali regimine aeterno regi servientes suaviter quievistis (parla ai monaci di Montrieux) ». Cfr. Dante che chiama similmente, ma con disprezzo, Roberto re da sermone. Cfr. Ep. sen. XIV, 1: come Dio premi l'amor di patria. Op. cit. Ili e seg. (138) Vedi in Fiorentino, loc. cit. Fiorentino: loc. cit. (141) Ep. fam. XX, 6; III, 6. (i«) Secretum, III. (1^) Certo FHumbolt, che nel Gosmos diceva nelle lettere del P., tranne che in quella che descrive Tascensione al Ventoux, non aver trovato il sentimento della natura, non le lesse bene. Ecco per esempio un bellissimo argomento di arte moderna: la festa di san 6. Battista in Colonia: Ep. fam, I, 4: « Era la vigilia del Battista... e il sole si avvicinava al tramonto. Tutta la riva era coperta da immensa e splendida folla di donne. Io ne stupii: Dio buono! che belle figure, che volti, che abbigliamenti. Chiunque avesse avuto libero il cuore da altra passione, avrebbe trovato di che innamorarsi. Io m*era fermato in un punto alquanto piii alto, onde ben si scorgesse quel che accadeva. Incredibile e non punto molesto era il concorso: e le vedeva a mute a mute tutte festose, e parte aventi nel grembo erbe odorose, rimboccate le maniche in su i gomiti, lavar nel fiume le mani e le candide braccia, non so quali dolci parole mormorando fra loro in lingua a me ignota ». E P. si duole di non intendere le loro parole. Per questa parte si veggano specialmente gli articoli dello Zumbini (Il sentimento della natura e Ascesa al Ventoux in Studi Fetrarcheechi), e il Carducci (P. alpinista) e il Pierre de Nolhac, e il Bourckardt (la nota opera sul Risorgimento italiano, II, 74 ecc.). Fra le altre bellissime descrizioni nelle lettere, si notino: ep. fam, XIX, 13: una splendida e nuova pittura delle bellezze della Riviera; VIII, 5: un freschissimo quadro delle bellezze alpine; Senili VII, 1: mirabile descrizione del lago di Garda. Quest'ultima darebbe buon argomento a chi ne volesse fare un confronto con la bella, ma fredda descrizione dantesca (Inferno, XX 70 e seg.), per rilevare roriginalità e l'elemento tutto moderno proprio al sentimento della natura del P..Affatto filosofico è il seguente sonetto: S'amar non è, che dunque è quel chHo sento? Ma, s'egli è Amor, per Dio che cosa e quale? Se bona, ond'è l'effetto aspro mortale? Se ria, ond'è si dolce ogni tormento? S'a mia voglia ardo, ond'è 'l pianto e lamento? S'a mal mio grado, il lamentar che vale? viva morte, o dilettoso male. Come puoi tanto in me, s'io no *l consento? E s*io "l consento, a gran torto mi doglio. Fra sì contrari venti in frale barca Mi trovo in alto mar, senza governo, sì lieve di saver, d'error sì earca, ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio; e tremo a meeea state, ardendo il verno, (146) L'ultimo lavoro in proposito è quello del Sicardi: Gli amori estravaganti e molteplici di Francesco P. e l'or more unico per M. Laura de Sade (Hoepli 1900); nel quale combatte il Cesareo e altri, e conclude Laura essere stata runico amore del P.. Per i limiti stessi di questo scritto non ho creduto apportuno svolgere maggiormente Pesame del Canzoniere.  Cfr. Bime (ed. del Carducci e Ferrari):. (148) Cfr. ep. fam. VI, 4 e XIII, 7 nelle quali confessa ch'egli scrive per sfogar l'animo, perchè (dice) ha bisogno di scrivere. Firenze, Mounier. Considerato il filosofo precursore dell'umanesimo e uno dei fondamenti della filosofia italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il “Canzoniere”, patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da BEMPO. Filosofo moderno, slegato ormai dalla concezione della patria come mater e divenuto cittadino del mondo, P. rilancia, in ambito filosofico, l'agostinismo in contrapposizione alla scolastica e opera una rivalutazione storico-filologica dei classici latini. Fautore dunque di una ripresa degli studia humanitatis in senso antropo-centrico -- e non più in chiave assolutamente teo-centrica – P. -- che ottenne la laurea poetica a Roma – gode la sua vita nella riproposta culturale della poetica e la filosofia antica e patristica attraverso l'imitazione dei classici, offrendo un'immagine di sé quale campione di virtù e della lotta contro i vizi. La storia medesima del Canzoniere, infatti, è più un percorso di riscatto dall'amore travolgente per Laura che una storia d'amore, e in quest’ottica si deve valutare anche l'opera latina del Secretum. Le tematiche e la proposta culturale petrarchesca, oltre ad aver fondato il movimento culturale umanistico, danno avvio al fenomeno del petrarchismo, teso ad imitare stilemi, lessico e generi poetici propri della produzione lirica volgare dell'aretino. Il padre appartene alla fazione dei guelfi bianchi ed è amico d’ALIGHIERI, esiliato da Firenze per l'arrivo di Valois, apparentemente entrato nella città toscana quale paciere di Bonifacio VIII, ma in realtà inviato per sostenere i guelfi neri contro quelli bianchi. La sentenza emanata da Gubbio, podestà di Firenze, esilia tutti i guelfi bianchi, compreso il padre di P. che, oltre all'oltraggio dell'esilio, e condannato al TAGLIO DELLA MANO DESTRA. A causa dell'esilio del padre, P. trascorre l'infanzia in diversi luoghi della Toscana. Prima ad Arezzo, poi Incisa e Pisa, dove il padre è solito spostarsi per ragioni politico-economiche. A Pisa, il padre, che non perde la speranza di rientrare in patria, si riune ai guelfi bianchi e ai ghibellini per accogliere Arrigo VII. Secondo quanto affermato dallo stesso P. nella Familiares, indirizzata a Boccaccio, a Pisa avvenne, probabilmente, il suo unico e fugace incontro con l'amico del padre, ALIGHIERI. La famiglia si trasfere a Carpentras, vicino Avignone, dove il padre ottenne incarichi presso la corte pontificia grazie all'intercessione di Prato. Nel frattempo, P. studia a Carpentras sotto la guida di Prato, amico del padre che è ricordato dal P. con toni d'affetto nella Seniles. A questa scuola, presso la quale studia, conosce uno dei suoi più cari amici, Sette, al quale P. indirizza la Seniles. Anonimo, Laura e il Poeta, Arquà P. (Padova). L'affresco fa parte di un ciclo pittorico realizzato mentre è proprietario Valdezocco. L'idillio di Carpentras dura fino ad allorché lui, il fratello Gherardo e l'amico Sette sono inviati dalle rispettive famiglie a studiare diritto a Montpellier, città della Linguadoca, ricordata anch'essa come luogo pieno di pace e di gioia. Nonostante ciò, oltre al disinteresse e al fastidio provati nei confronti della giurisprudenza, il soggiorno a Montpellier è funestato dal primo dei vari lutti che P. affrontare: la morte della madre. Il figlio, ancora adolescente, compone il Pangerycum defuncte matris -- poi rielaborato nell'epistola metrica -- in cui vengono sottolineate le virtù della madre scomparsa, riassunte nella parola latina electa. Il padre, poco dopo la scomparsa della moglie, decide di cambiare sede per gli studi dei figli inviandoli nella ben più prestigiosa BOLOGNA, anche questa volta accompagnati da Sette e DA UN PRECETTORE che segue la vita quotidiana dei figli. In questi anni P., sempre più insofferente verso gli studi di diritto, si lega ai circoli letterari felsinei, divenendo studente e amico dei latinisti Virgilio e BENINCASA (si veda), coltivando così i studi filosofici e la biblio-filia. Gl’anni bolognesi, al contrario di quelli trascorsi in Provenza, non sono tranquilli. Scoppiarono violenti tumulti in seno allo studio in seguito a LA DECAPITAZIONE DI UN STUDENTE, fatto che spinge P., con il fratello e SETTE a ritornare ad Avignone. I tre ri-entrarono a Bologna per riprendervi gli studi fino all’anno in cui P. ritornò ad Avignone per prendere a prestito una grossa somma di denaro, vale a dire 200 lire bolognesi spese presso Zambeccari. Ser Petracco muore permettendo a P. di LASCIARE FINALMENTE LA FACOLTÀ DI DIRITTO A BOLOGNA e di dedicarsi agli studi filosofici che lo appassionavano. Per dedicarsi a tempo pieno a quest'occupazione dove trovare una fonte di sostentamento che gli permette di ottenere un qualche guadagno remunerativo. Lo trova quale membro del seguito di Colonna. L'essere entrato a far parte della famiglia, tra le più influenti e potenti dell'aristocrazia romana, permise a P. di ottenere non soltanto quella sicurezza di cui ha bisogno per iniziare i studi, ma anche di estendere le sue conoscenze in seno all'élite filosofica romana. Difatti, in veste di rappresentante degl’interessi dei Colonna, P. compì un lungo viaggio nell'Europa del Nord, spinto dall'irrequieto e risorgente desiderio di conoscenza umana e culturale che contrassegna l'intera sua agitata biografia. È a Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia, e Lione. Particolarmente importante è allorché, nella città di Lombez, P. conosce Tosetti e Kempen, il Socrate cui vede dedicata la raccolta epistolare delle Familiares. Poco dopo essere entrato a far parte del seguito di Colonna, prende gli ordini sacri, divenendo canonico, col fine di ottenere i benefici connessi all'ente ecclesiastico di cui è investito. Nonostante la sua condizione di religioso -- è attestato che P. è nella condizione di chierico – ha comunque un figlio nato con una donna ignote, figlio tra cui spiccano per importanza, nella successiva vita del poeta. Secondo quanto afferma nel Secretum, P. incontra per la prima volta, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, 7, che cadde di lunedì, la donna che è l'amore della sua vita e che è immortalata nel Canzoniere. La figura di Laura suscita, da parte dei critici letterari, le opinioni più diverse. Identificata da alcuni con una Laura de Noves coniugata de Sade -- morta a causa della peste. Altri invece tendono a vedere in tale figura un senhal dietro cui nascondere la figura dell'ALLORO filosofico -- pianta che, per gioco etimologico, si associa al nome femminile -- suprema ambizione del filosofo P.. P. manifesta già durante il soggiorno bolognese una spiccata sensibilità filosofica, professando una grandissima ammirazione per l'antichità romana. Oltre agli incontri con Virgilio e Pistoia, importante per la nascita della sensibilità filosofica di P. è il padre stesso, fervente ammiratore di CICERONE e di tutta la giurisprudenza latina. Difatti ser Petracco, come racconta P. nella Seniles dona al figlio un manoscritto contenente le opere di VIRGILIO e la Rethorica di CICERONE e un codice delle Etymologiae di Isidoro e uno contenente le lettere di s. Paolo. In quello stesso anno, dimostrando la passione sempre crescente per la Patristica, P. compra un codice del De Civitate Dei di Agostino e conosce e comincia a frequentare Sepolcro, professore di teologia alla Sorbona. Il professore regala a P. un codice tascabile delle Confessiones, lettura che aumenta ancor di più la passione del Nostro per la spiritualità patristica agostiniana. Dopo la morte del padre e l'essere entrato a servizio dei Colonna, P. si buttò a capofitto nella ricerca di nuovi classici, cominciando a visionare i codici della biblioteca apostolica -- ove scoprì la Naturalis Historia di PLINIO il Vecchio -- e, nel corso del viaggio nel Nord Europa, P. scopre e ri-copia il codice del Pro Archia poeta di CICERONE e dell'apocrifa “Ad equites romanos”, conservati nella Biblioteca Capitolare di Liegi. Oltre alla dimensione di explorator, comincia a sviluppare le basi per la nascita del metodo filologico moderno, basato sul metodo della collatio, sull'analisi delle varianti e quindi sulla tradizione manoscritta dei classici, depurandoli dagl’errori dei monaci amanuensi con la loro emendatio oppure completando i passi mancanti per congettura. Sulla base di queste premesse metodologiche, lavora alla ricostruzione, da un lato, dell' “Ab Urbe condita” di LIVIO. Dall'altro, della composizione del grande codice contenente le opere di VIRGILIO e che, per la sua attuale locazione, è chiamato Virgilio ambrosiano. Da Roma a Valchiusa: l'Africa e il “De viris illustribus”; Marie Alexandre Valentin Sellier, “La farandola di P.”, olio su tela, Sullo sfondo si può notare il Castello di Noves, nella località di Valchiusa, il luogo ameno in cui trascorse gran parte della sua vita fino all’anno in cui lasciò la Provenza per l'Italia. Mentre porta avanti questi progetti filosofici, P. intrattene con Benedetto XII, un rapporto epistolare -- Epistolae metricae -- con cui esorta il pontefice a ritornare a Roma e continua il suo servizio presso Colonna, su concessione del quale poté intraprendere un viaggio a Roma, dietro richiesta di Colonna che desidera averlo con sé. Giuntovi nella città eterna P. puo toccare con mano i monumenti e le antiche glorie dell'antica capitale dell'impero romano, rimanendone estasiato. Rientrato in Provenza, P. compra una casa a Valchiusa, appartata località sita nella valle della Sorgue nel tentativo di sfuggire all'attività frenetica avignonese, ambiente che lentamente comincia a detestare in quanto simbolo della corruzione morale in cui è caduto il Papato. Valchiusa -- che durante le assenze di P. è affidata al fattore Chermont -- è anche il luogo ove P. puo concentrarsi nella sua attività filosofica e accogliere quel piccolo cenacolo di amici eletti -- a cui si aggiunse il vescovo di Cavaillon, Philippe de Cabassolle -- con cui trascorrere giornate all'insegna del dialogo filosofico colto – “un gruppo di gioco”. Più o meno in quello stesso periodo, illustrando a Colonna la vita condotta a Valchiusa nel primo anno della sua dimora lì, P. delinea uno di quegl’autoritratti manierati che diventeranno un luogo comune della sua corrispondenza: passeggiate campestri, amicizie scelte, letture intense, nessuna ambizione se non quella del quieto vivere. È in questo periodo appartato che, forte della sua esperienza filosofica, incomincia a stendere i due saggi che sarebbero dovute diventare il simbolo della rinascenza classica: l'Africa e il De viris illustribus. Il primo saggio, in versi intesa a ricalcare le orme virgiliane, narra dell'impresa militare romana della seconda guerra punica, incentrata sulle figure di SCIPIONE l'Africano, modello etico insuperabile della virtù civile della repubblica romana. Il secondo saggio e un medaglione di XXXVI vite di uomini illustri improntata sul modello liviano e quello floriano. La scelta di comporre un'opera in versi e un'opera in prosa, ricalcanti i modelli sommi dell'antichità nei due rispettivi generi e intesi a recuperare, oltre alla veste stilistica, anche quella spirituale degl’antichi, diffusero presto il nome di P. al di là dei confini provenzali, giungendo in Italia. L'ALLORO con cui P. è incoronato ri-vitalizza il mito del filosofo laureato, figura che diventerà un'istituzione pubblica in paesi quali il Regno Unito. Il nome di P. quale uomo eccezionalmente colto e grande filosofo è diffuso grazie all'influenza della famiglia Colonna e SEPOLCRO. Se i primi hanno influenza presso gl’ambienti ecclesiastici e gl’enti a essi collegati -- quali le Università europee, tra le quali spiccava la Sorbona -- SEPOLCRO fa conoscere il nome dell'Aretino presso la corte del re di Napoli Roberto d'Angiò, presso il quale è chiamato in virtù della sua erudizione. Approfittando della rete di conoscenze e di protettori di cui disponeva, pensa di ottenere un riconoscimento ufficiale per la sua attività filosofica “innovatrice” a favore dell'antichità, patrocinando così la sua incoronazione filosofica. Difatti, nella Familiares, confide a SEPOLCRO la sua speranza di ricevere l'aiuto del sovrano angioino per realizzare questo suo sogno, intessendone le lodi. La Sorbona fa sapere al Nostro l'offerta di una incoronazione filosofica a Parigi. Proposta che, nel pomeriggio dello stesso giorno, giunge analoga dal senato di Roma. Su consiglio di Colonna, P., che desidera essere incoronato nell'antica capitale dell'impero romano, accetta la seconda offerta, accogliendo poi l'invito di re Roberto di essere esaminato da lui stesso a Napoli prima di arrivare a Roma per ottenere la sospirata incoronazione. Le fasi di preparazione per il fatidico incontro con il sovrano angioino durarono, P., accompagnato dal signore di Parma Azzo da Correggio, si mise in viaggio per Napoli col fine di ottenere l'approvazione del colto sovrano angioino. Giunto nella città partenopea è esaminato per III giorni da re Roberto che, dopo averne constatato la cultura e la preparazione filosofica, acconsentì all'incoronazione a filosofo in Campidoglio per mano del senatore Anguillara. Se conosciamo da un lato sia il contenuto del discorso di P. – la collatio laureationis --sia la certificazione dell'attestato di LAUREA da parte del senato romano – il privilegium lauree domini Francisci Petrarche, che gli conferiva anche l'autorità per insegnare filosofia e la cittadinanza romana -- la data dell'incoronazione è incerta. Tra quanto affermato da P. e quanto poi testimoniato da BOCCACCIO (si veda), la cerimonia d'incoronazione avvenne in un arco temporale. In seguito all'incoronazione incomincia a comporre l'Africa e il De viris illustribus. Gli anni successivi all'incoronazione filosofica sono contrassegnati da un perenne stato d'inquietudine morale, dovuta sia a eventi traumatici della vita privata, sia all'inesorabile disgusto verso la corruzione Avignonese. Subito dopo l'incoronazione filosofica, mentre P. sosta a Parma, sa della scomparsa dell'amico Colonna, notizia che lo turba profondamente. Gl’anni successivi non recarono conforto al filosofo laureato. Da un lato le morti prima di SEPOLCRO e, poi, di re Roberto ne accentuarono lo stato di sconforto. Dall'altro, la scelta da parte del fratello di abbandonare la vita mondana per diventare monaco nella Certosa di Montreaux, spinsero P. a riflettere sulla caducità del mondo. Mentre soggiorna ad Avignone, conosce Cola di Rienzo -- giunto in Provenza quale ambasciatore del regime repubblicano instauratosi a Roma -- col quale condivide la necessità di ridare a Roma l'antico status di grandezza politica che, come capitale dell'antica Roma le spetta di diritto. È nominato canonico del Capitolo della cattedrale di Parma, mentre è nominato arcidiacono. La caduta politica di RIENZO, favorita specialmente dalla famiglia Colonna, è la spinta decisiva da parte di P. per abbandonare i suoi protettori. Lascia ufficialmente, l'entourage di Colonna. A fianco di queste esperienze private, il cammino del filosofo P. è invece caratterizzato da una scoperta importantissima. Dopo essersi rifugiato a Verona in seguito all'assedio di Parma e la caduta in disgrazia dell'amico Correggio, P. scopre nella biblioteca capitolare le epistole ciceroniane “ad Brutum”, “ad Atticum” e “ad Quintum fratrem.” L'importanza della scoperta consistette nel modello epistolografico che esse trasmettevano: i colloquia a distanza con gl’amici, l'uso del tu al posto del voi proprio dell'epistolografia medievale ed, infine, lo stile fluido e ipotattico indussero l'aretino a comporre anch'egli delle raccolte di lettere sul modello ciceroniano e senecano, determinando la nascita delle Familiares prima, e delle Seniles poi. A questo periodo di tempo risalgono anche i Rerum memorandarum libri, l'avvio del De otio religioso e del De vita solitaria. Sempre a Verona, P. ha modo di conoscere Alighieri, figlio d’ALIGHIERI, con cui intrattenne rapporti cordiali. La vita, come suol dirsi, ci sfugge dalle mani. Le nostre speranze furon sepolte cogli amici nostri. Ci rese miseri e soli. Delle cose familiari, prefazione, A Socrate. Dopo essersi slegato dai Colonna, P. comincia a cercare altro patrone presso cui ottenere protezione. Pertanto, lascia Avignone, col figlio, giunge a Verona, località dove si è rifugiato l'amico Correggio dopo essere stato scacciato dai suoi domini, per poi giungere a Parma, dove stringe legami con il signore della città, Luchino Visconti (si veda: “Morte a Venezia”). È, però, in questo periodo che inizia a diffondersi per l'Europa la terribile peste nera, morbo che causa la morte di molti amici del P.: i fiorentini BENE (si veda), Casini, e Albizzi; Colonna e il padre, anche Colonna; e quella dell'amato ALLORO, di cui ha la notizia. Nonostante il dilagare del contagio e la prostrazione psicologica in cui cadde a causa della morte di molti suoi amici, P. continua le sue peregrinazioni, alla ricerca di un protettore. Lo trova in Carrara, suo estimatore che lo nomina canonico del duomo di Padova. Il signore di Padova intese in tal modo trattenere in città il filosofo il quale, oltre alla confortevole casa, in virtù del canonicato ottenne una rendita annua di 200 ducati d'oro, ma P. utilizza questa abitazione solo occasionalmente. Difatti, costantemente in preda al desiderio di viaggiare, è a Mantova, a Ferrara e a Venezia, dove conosce Dandolo. Prende la decisione di recarsi a Roma per lucrare l'indulgenza dell'Anno giubilare. Durante il viaggio accondiscese alle richieste dei suoi ammiratori fiorentini e decide di incontrarsi con loro. L’occasione è di fondamentale importanza non tanto per P., quanto per colui che diventerà il suo interlocutoreL Boccaccio. Il filosofo e novelliere, sotto la sua guida, incomincia una lenta e progressiva conversione verso una mentalità ed un approccio più umanistico alla filosofia, collaborando spesso con il suo venerato praeceptor in progetti culturali di ampio respiro. Tra questi ricordiamo la la scoperta di antichi codici classici romani. P. risiedette prevalentemente a Padova, presso Carrara. Qui, oltre a portare avanti i progetti letterari delle Familiares e le opere spirituali riceve anche la visita di BOCCACCIO in veste di ambasciatore del comune fiorentino perché accetta un posto di docente presso il nuovo studio fiorentino – meno prestigioso dall’antichissimo di Bologna -- Poco dopo, e spinto a rientrare ad Avignone in seguito all'incontro con Talleyrand e Boulogne, latori della volontà di papa Clemente VI che intende affidargli l'incarico di segretario apostolico. Nonostante l'allettante offerta del pontefice, l'antico disprezzo verso Avignone e gli scontri con gli ambienti della corte pontificia -- i medici del pontefice e, dopo la morte di Clemente, l'antipatia d’Innocenzo VI -- gl’indussero a lasciare Avignone per Valchiusa, dove prende la decisione definitiva di stabilirsi IN ITALIA. Targa commemorativa del soggiorno meneghino di P. situata agli inizi di Via Lanzone a Milano, davanti alla basilica di S. Ambrogio. P. inizia il viaggio verso la patria, accogliendo l'ospitale offerta di Visconti, arcivescovo e signore della città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche degl’amici fiorentini -- tra le quali si ricorda quella risentita del Boccaccio -- che gli rimproveravano la scelta di essersi messo al servizio dell'ACERRIMO NEMICO DI FIRENZE. P. collabora con missioni e ambascerie -- a Parigi e a Venezia; l'incontro con l'imperatore Carlo IV a Mantova e a Praga -- all'intraprendente politica viscontea. Sulla scelta di risiedere a Milano piuttosto che nella natia Firenze, bisogna ricordare l'animo cosmopolita proprio di P.. Cresciuto ramingo e lontano dalla sua patria, P. non risente più dell'attaccamento medievale verso la propria patria d'origine, ma valuta gl’inviti fattigli in base alle convenienze economiche e politiche. Meglio, infatti, avere la protezione un signore potente e ricco come Visconti e Galeazzo II, che si rallegrerebbero di avere a corte un filosofo celebre come P.. Nonostante tale scelta discutibile agl’occhi degl’amici fiorentini, i rapporti tra il praeceptor e i suoi discipuli si ricucino. A ripresa del rapporto epistolare tra P. e Boccaccio prima, e la visita di quest'ultimo a Milano nella casa di P. situata nei pressi di S. Ambrogio sono le prove della concordia ristabilita. Nonostante le incombenze diplomatiche, nel capoluogo lombardo elabora la sua filosofia, dalla ricerca erudita e filologica alla produzione di una filosofia fondata da un lato sull'insoddisfazione per la cultura contemporanea, dall'altra sulla necessità di una produzione che puo guidare l'umanità verso i principi etico-morali filtrati attraverso l’accademia e il portico. Con questa convinzione, P. porta avanti gli scritti iniziati nel periodo della peste: il Secretum e il De otio religioso; la composizione di opere volte a fissare presso i posteri l'immagine di un uomo virtuoso i cui principi sono praticati anche nella vita quotidiana -- le raccolte delle Familiares e, l'avviamento delle Seniles -- le raccolte poetiche latine -- Epistolae Metricae -- e quelle volgari -- i Triumphi e i Rerum Vulgarium Fragmenta, alias il Canzoniere. Durante il soggiorno meneghino P. inizia soltanto il dialogo “De remediis utriusque fortune” in cui si affrontano problematiche morali concernenti il denaro, la politica, le relazioni sociali e tutto ciò che è legato al quotidiano. Per sfuggire alla peste, P. abbandona Milano per Padova, città da cui fugge per lo stesso motivo. Nonostante la fuga da Milano, i rapporti con Visconti rimanono sempre molto buoni, tanto che trascorse tempo nel castello visconteo di Pavia in occasione di trattative diplomatiche. A Pavia seppelle il piccolo nipote di due anni, figlio della figlia, nella chiesa di S. Zeno e per lui compose un'epigrafe ancor oggi conservata nei Musei Civici. Si reca a Venezia, città dove si trovava il caro amico Albanzani e dove la Repubblica gli concesse in uso Palazzo Molin delle due Torri sulla Riva degli Schiavoni in cambio della promessa di donazione della sua biblioteca, che era allora certamente la più grande biblioteca privata d'Italia. Si tratta della prima testimonianza di un progetto di bibliotheca publica. La casa veneziana è molto amata da P., che ne parla indirettamente nella Seniles, quando descrive, al destinatario Bologna, le sue abitudini quotidiane. Vi risiede stabilmente -- tranne alcuni periodi a Pavia e Padova -- e vi ospita Boccaccio e Pilato. Durante il soggiorno veneziano, trascorso in compagnia degli amici più intimi, della figlia sposatasi con Brossano, decide di affidare a Malpaghini la trascrizione in bella copia delle Familiares e del Canzoniere. La tranquillità di quegli anni è turbata dall'attacco maldestro e violento mosso alla cultura, all'opera e alla figura sua da IV filosofi averroisti che lo accusarono di ignoranza. L'episodio è l'occasione per la stesura del saggio “De sui ipsius et multorum ignorantia”, in cui P. difende la propria "ignoranza" in campo del LIZIO a favore della filosofia dell’ACCADEMIA, più incentrata sui problemi della natura umana rispetto alla prima, intesa a indagare la natura sulla base dei dogmi del filosofo di Stagira. Amareggiato per l'indifferenza dei veneziani davanti all’accuse rivoltegli, P. decide di abbandonare la città lagunare e annullare così la donazione della sua biblioteca alla Serenissima. La casa di P. ad Arquà P., località sita sui colli Euganei nei pressi di Padova, dove vive il filosofo. Della dimora P. parla nella Seniles. Dopo alcuni brevi viaggi, accolge l'invito dell'amico ed estimatore Carrara di stabilirsi a Padova, in Via Dietro Duomo a Padova, la casa canonicale di P., assegnata a lui in seguito al conferimento del canonicato. Il signore di Padova dona poi una casa situata nella località di Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei, dove poter vivere. Lo stato della casa, però, a abbastanza dissestato e ci vollero alcuni mesi prima che potesse avvenire il definitivo trasferimento nella nuova dimora. La vita di P., che è raggiunto dalla famiglia della figlia, si alterna prevalentemente tra il soggiorno nella sua amata casa di Arquà e quella vicina al duomo di Padova, allietato spesso dalle visite dei suoi amici ed estimatori, oltre a quelli conosciuti nella città veneta, tra cui si ricorda Seta, che daveva sostituito Malpaghini quale copista e segretario del filosofo laureato. Si mosse dal padovano soltanto una volta quando e a Venezia quale paciere per il trattato di pace tra i veneziani e Carrara. Per il resto del tempo si dedica alla revisione delle sue opere e, in special modo, del Canzoniere. Colpito da una sincope, muore ad Arquà mentre esaminava un testo di VIRGILIO (o CICERONE), come auspicato in una lettera al Boccaccio. Peraga è scelto per tenere l'orazione nel funerale, che si svolge nella chiesa di S. Maria Assunta alla presenza di Carrara e di molte altre personalità laiche ed ecclesiastiche. Per volontà testamentaria le spoglie di P. sono sepolte nella chiesa parrocchiale del paese, per poi essere collocate dal genero in un'arca marmorea accanto alla chiesa. Le vicende dei resti del P., come quelli di ALIGHIERI, non sono tranquille. La sua tomba espezzata all'angolo di mezzodì e vennero rapite alcune OSSA DEL BRACCIO DESTRO. Autore del furto e Martinelli, un frate da Portogruaro, il quale, a quanto dice una pergamena dell'archivio comunale di Arquà, venne spedito in quel luogo dai fiorentini, con ordine di riportare seco qualche parte del suo scheletro. La veneta repubblica fa riattare l'urna, suggellando con arpioni le fenditure del marmo, e ponendovi lo stemma di Padova e l'epoca del misfatto. I resti trafugati NON SONO MAI RECUPERATI. La tomba, che versa in stato pessimo, venne sottoposta a restauro dato lo stato pessimo in cui il sepolcro versa. Il restauro però, a seguito di complicazioni burocratiche e di conflitti di competenza e questioni anche politiche, e addirittura processato con l'accusa di violata sepoltura. Avennero resi noti i risultati dell'analisi dei resti conservati nella sua tomba ad Arquà P.. Il TESCHIO, peraltro ridotto in frammenti, una volta ricostruito, è riconosciuto come femminile e quindi non pertinente a P.. Un frammento di pochi grammi del cranio esaminato con il metodo del radiocarbonio, consente di accertare che il cranio ritrovato nel sepolcro è femminile. A chi sia appartenuto e perché si trovasse nella sua tomba è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito il suo proprio cranio. Il resto dello scheletro è invece riconosciuto come autentico. Riporta alcune costole fratturate. Ferito da una cavalla con un calcio al costato. Nello studio, affresco murale, Reggia Carrarese, Sala dei Giganti, Padova. P. manifesta sempre un'insofferenza innata nei confronti della cultura a lui coeva. La sua passione per i classici latini liberate dalle interpretazioni allegoriche lo pone pongono come l'iniziatore dell'umanesimo italiano. In “De remediis utriusque fortune”, ciò che interessa maggiormente a P. è l'”humanitas”, cioè l'insieme delle qualità che danno fondamento ai valori più umani della vita, con un'ansia di meditazione e di ricerca tra erudita ed esistenziale intesa ad indagare l'anima in tutte le sue sfaccettature. Di conseguenza, pone al centro della sua riflessione filosofica l'essere umano, spostando l'attenzione dall'assoluto teo-centrismo all'antropo-centrismo moderno. Fondamentale nella sua filosofia è la riscoperta dei classici, sopra totto di CICERONE – E LIVIO (“Ab urbe condita”) e PLINIO (“Historia naturalis”). Già conosciuti, sono ati oggetto però di una rivisitazione che non tene quindi conto del contesto storico-culturale in cui le opere erano state scritte. Per esempio, la figura di VIRGILIO è vista come quella di un mago/profeta, capace di adombrare, nell'Ecloga IV delle Bucoliche, la nascita di Cristo, anziché quella d’Asinio Gallo, figlio del politico romano Asinio Pollione: un'ottica che ALIGHIERI accolse pienamente nel Virgilio della Commedia. P., rispetto ai suoi contemporanei, rifiuta il travisamento dei classici operato fino a quel momento, ridando loro quella patina di storicità e di inquadramento culturale necessaria per stabilire con essi un colloquio costante, come fa nel libro delle Familiares. Scrivere a CICERONE o a Seneca, celebrandone l'opera o magari deplorandone con benevolenza mancanze e contraddizioni, è per lui un modo filosoficamente tangibile -- e per noi assai significativo simbolicamente -- di mostrare quanto a loro dovesse, quanto li sentisse, appunto, idealmente suoi contemporanei. Oltre alle epistole, all'Africa e al De viris illustribus, opera tale riscoperta attraverso il metodo filologico da lui ideato e la ricostruzione dell'opera liviana – LIVIO (si veda) -- e la composizione del Virgilio ambrosiano. Altro aspetto da cui traspare questo innovativo approccio alle fonti e alle testimonianze storico-letterarie si avverte, anche, nell'ambito della numismatica, della quale P. è ritenuto il precursore. Per quanto riguarda la prima opera, P. decise di riunire le varie decadi (cioè i libri di cui l'opera è composta) allora conosciute in un unico codice, l'attuale codice oggi detto l’Harleiano. P. si dedica a quest'opera di collazione, grazie ad un lavoro di ricerca e di enorme pazienza. Prende la III decade, correggendola e integrandola ora con un manoscritto veronese vergato da Raterio, ora con una lezione conservata nella Biblioteca Capitolare della Cattedrale di Chartres, il Parigino Latino acquistato da Colonna, contenente anche la IV decade. Quest'ultima è poi corretta su di un codice appartenuto al preumanista padovano Lovati. Infine, dopo aver raccolto anche la I decade, P. puo procedere a riunire gli sparsi lavori di recupero. L'impresa riguardante la costruzione del Virgilio ambrosiano è invece molto più complessa. Iniziato già quand'era in vita il padre, il lavoro di collazione porta alla nascita di un codice composto di fogli manoscritti che contene l'omnia virgiliana (Bucoliche, Georgiche ed Eneide commentati dal grammatico Servio), al quale sono aggiunte quattro Odi di Orazio e l'Achilleide di Stazio. Le vicende di tale manoscritto sono assai travagliate. Sottrattogli dagli esecutori testamentari del padre, il Virgilio ambrosiano si recupera solo quando P. commissiona a Martini una serie di miniature che lo abbellirono esteticamente. Il manoscritto finisce nella biblioteca dei Carraresi a Padova, tuttavia, Visconti conquista Padova ed il codice è inviato, insieme ad altri manoscritti di P., a Pavia, nella Biblioteca Visconteo-Sforzesca situata nel castello di Pavia. Sforza ordina al castellano di Pavia di prestare il manoscritto allo zio Alessandro signore di Pesaro, poi il Virgilio Ambrosiano torna a Pavia. Luigi XII conquista il Ducato di Milano e la biblioteca Visconteo-Sforzesca si trasfere in Francia, dove si conserva nella Bibliothèque nationale de France, circa CCCC manoscritti provenienti da Pavia. Tuttavia il Virgilio Ambrosiano è sottratto al SACCHEGGIO FRANCESE da Pirro. Sappiamo che si trova a Roma, di proprietà di Cusani, poi acquistato da Borromeo per l'Ambrosiana. Il messaggio petrarchesco, nonostante la sua presa di posizione a favore della natura umana, non si dislega dalla dimensione religiosa. Difatti, il legame con l'agostinismo e la tensione verso una sempre più ricercata perfezione morale sono chiavi costanti all'interno della sua produzione letteraria e filosofica. Rispetto, però, alla tradizione medievale, la religiosità petrarchesca è caratterizzata da tre nuove accezioni prima mai manifestate: la prima, il rapporto intimo tra l'anima e Dio, un rapporto basato sull'autocoscienza personale alla luce della verità divina. La seconda, la rivalutazione della tradizione morale e filosofica classica, vista in un rapporto di continuità con il cristianesimo e non più in chiave di contrasto o di mera subordinazione; infine, il rapporto "esclusivo" tra P. e il divino, che rifiuta la concezione collettiva propria della Commedia dantesca. Comunanza tra valori classici e cristiani La lezione morale degli antichi è universale e valida per ogni epoca. L’umanita di CICERONE non è diversa da quella di Agostino, in quanto esprimono gli stessi valori, quali l'onestà, il rispetto, la fedeltà nell'amicizia e il culto della conoscenza. Sul legame degl’antichi è significativo il celebre passo della morte di Magone, fratello di Annibale che, nell'Africa ormai morente, pronuncia un discorso sulla vanità delle cose umane e sul valore liberatorio della morte dalle fatiche terrene che in nessun modo si discosta dal pensiero cristiano, anche se tale discorso fu criticato da molti ambienti che ritenevano una scelta infelice porre in bocca ad un pagano un pensiero così Cristiano. Ecco un passo del lamento di Magone: Edizione dell'Africa stampata a Venezia, nella stamperia di Manuzio. Nel particolare, l'Incipit del poema. Heu qualis fortunae terminus alte est! Quam laetis mens caeca bonis! furor ecce potentum praecipiti gaudere loco; status iste procellis subjacet innumeris, et finis ad alta levatis est ruere. Heu tremulum magnorum culmen honorum, Spesque hominum fallax, et inanis gloria fictis illita blanditiis! Heu vita incerta labori dedita perpetuo, semperque heu certa, nec unquam Stat morti praevisa dies! Heu sortis iniquae natus homo in terris! Vista del Mont Ventoux dalla località di Mirabel-aux-Baronnies. Infine, per il suo carattere fortemente personale, l'umanesimo cristiano petrarchesco trova nel pensiero di sant'Agostino il proprio modello etico-spirituale, contrario al sistema filosofico tolemaico-aristotelico allora imperante nella cultura teologica, visto come alieno dalla cura dell'anima umana. A tal proposito, REALE (si veda) delinea lucidamente la posizione di P. verso la cultura contemporanea. La diffusione dell'averroismo, col crescente interesse che suscitava per l'indagine naturalistica, sembra a P. che distragga pericolosamente da quelle arti liberali, che sole possono dare la sapienza necessaria per conseguire la pace spirituale in questa vita e la beatitudine eterna nell'altra. La sapienza classica e cristiana, che P. contrappone alla scienza averroistica, è quella fondata sulla meditazione interiore attraverso alla quale si chiarisce a sé stessa e si forma la personalità del singolo uomo. L'importanza che Agostino ebbe per l'uomo P. è evidente in due celebri testi letterari del Nostro: il Secretum da un lato, in cui il vescovo d'Ippona interloquisce con lui spingendolo ad un'acuta quanto forte analisi interiore dei propri peccati; dall'altro, il celebre episodio dell'ascesa al Monte Ventoso, narrato nella Familiares, IV, 1, inviata seppur in modo fittizio a DSepolcro. La forte vena morale che percorre tutte le opere petrarchesche volgare tende a trasmettere un messaggio di perfezione morale: il Secretum, il De remediis, le raccolte epistolari e lo stesso Canzoniere sono impregnati di questa tensione etica volta a risanare le deviazioni dell'anima attraverso la via della virtù. Tale applicazione etica negli scritti (l'oratio), però, deve corrispondere alla vita quotidiana se l'umanista vuole trasmettere un'etica credibile ai destinatari. Prova di questo binomio essenziale è, per esempio, “Delle cosa familiar”, indirizzata a CICERONE. Esprime, in un tono di amarezza e di rabbia al contempo, la sua scelta di essersi allontanato dall'otium letterario di TUSCOLO per addentrarsi nuovamente nell'agone politico dopo la morte di GIULIO CESARE e schierarsi a fianco d’OTTAVIANO contro MARC’ANTONIO, tradendo così i principi etici esposti nei suoi trattati filosofici. Ma qual furore a danno di MARC’ANTONIO ti mosse? Risponderai per avventura l'amore alla repubblica, che dicevi caduta in fondo. Ma se codesta fede, se amore di libertà ti sprone come di sì grand'uomo stimare si converrebbe, ond'è che tanto fosti amico di OTTAVIANO? Io ti compiango, amico, e di sì grandi tuoi falli sento vergogna. Oh, quanto era meglio ad un filosofo tuo pari nel silenzio dei campi, pensoso, come tu dici, non della breve e caduca presente vita, ma della eterna, passar tranquilla vecchiezza. La declinazione dell'impegno morale nella vita attiva delinea la sua vocazione civile. Tale attributo, prima ancora di intendersi come impegno nella vita politica del tempo, dev'essere compreso nella sua declinazione prettamente sociale, quale suo impegno nell'aiutare gl'uomini contemporanei a migliorarsi costantemente attraverso il dialogo e il senso di carità nei confronti del prossimo. Oltre ai trattati morali si deve però anche registrare che cosa significa per lui nella sua stessa vita, l'impegno civile. Il servizio presso i potenti di turno – Colonna, Correggio, Visconti, e Carrara -- spinse i suoi amici ad avvertirlo della minaccia che tali regnanti avrebbero potuto costituire per la sua indipendenza intellettuale. Però, nella “Epistola ai posteri” ribadì la sua proclamata indipendenza dagli intrighi di corte. I più grandi monarchi dell'età mia m'ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a loro, né so perché. Questo so che alcuni di loro parevan piuttosto essere favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che dall'alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l'amore della mia libertà, che da chiunque di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano. Nonostante l'intento autocelebrativo proprio dell'epistola, P. rimarca il fatto che i potenti vollero averlo di fianco a sé per questioni di prestigio, facendo sì che il poeta finisse «per non identificarsi mai fino in fondo con le loro prese di posizioni». Il legame con le corti signorili, scelte per motivazioni economiche e di protezione, getta pertanto le basi per la figura del cortigiano. Se ALIGHIERI, costretto a vagare per le corti dell'Italia soffre sempre per la lontananza da Firenze, fonda, con la sua scelta di vita, il modello del cosmopolita, segnando così il tramonto dell'ideologia comunale fondamento della sensibilità d’Alighieri prima, e che in parte è propria di BOCCACCIO. La sua caratteristica è l'otium, vale a dire il riposo. Parola latina indicante, in generale, il riposo dei patrizi romani dalle attività proprie del negotium, la riprende rivestendola però di un significato diverso: non più riposo assoluto, ma attività intellettuale nella tranquillità di un rifugio appartato, solitario ove potersi concentrare e portare, poi, agli uomini il messaggio morale nato da questo ritiro. Questo ritiro, come è esposto nei trattati ascetici del De vita solitaria e del De otio religioso, è vicino, per sensibilità del P., ai ritiri ascetico-spirituali dei Padri della Chiesa, dimostrando quindi come l'attività letteraria sia, nel contempo, fortemente intrisa di carica religiosa. P., con l'eccezione di due sole opere poetiche, i Triumphi e il Canzoniere, scrisse esclusivamente in latino, la lingua di quegli antichi romani di cui voleva riproporre la virtus nel mondo a lui contemporaneo. Egli credeva di raggiungere il successo con le opere in latino, ma di fatto la sua fama è legata alle opere in volgare. Al contrario d’ALIGHIERI, che aveva voluto affidare la sua memoria ai posteri con la Commedia, P. decise di eternare il suo nome riallacciandosi ai grandi dell'antichità. P. -- a parte una letterina in volgare -- scrive sempre in latino quando deve comunicare, anche privatamente, anche per le annotazioni AI MARGINI dei libri. Questa scelta del latino come lingua esclusiva della prosa e della normale comunicazione scritta, inserendosi nel più ampio progetto culturale che ispira P., si carica di valori ideali (Guglielmino-Grosser). P. preferì usare il volgare nei momenti di pausa dall'elaborazione delle grandi opere latine. Difatti, come più volte definì le liriche che confluiranno nel Canzoniere, esse valgono quali nugae, cioè quale elegante divertimento dello scrittore, a cui dedicò senza dubbio molte cure, ma a cui non avrebbe mai pensato di affidare quasi per intero la propria immortalità letteraria. Il suo volgare, al contrario di quello d’Aligheri, è caratterizzato però da un'accurata selezione di termini, cui il poeta continuò a lavorare, limando le sue poesie -- da qui la limatio petrarchesca -- per la definizione di una poesia aristocratica, lemento che spingerà il critico Contini a parlare di monolinguismo petrarchesco, in contrapposizione al pluristilismo dantesco. ALIGHIERI e P.. Dalle considerazioni fatte, emerge chiaramente la profonda differenza esistente tra P. ed ALIGHIERI: se il primo è un uomo che supera il teocentrismo medievale incentrato sulla Scolastica in nome del recupero agostiniano e dei classici depurati dall'interpretazione allegorica cristiana indebitamente appostavi dai commentatori medievali, ALIGHIERI mostra invece di essere un uomo totalmente medievale. Oltre alle considerazioni filosofiche, i due uomini sono antitetici anche per la scelta linguistica cui legare la propria fama, per la concezione dell'amore, per l'attaccamento alla patria. Illuminante sul sentimento che P. nutrì per l'Alighieri è la Familiares, scritta in risposta all'amico Boccaccio, incredulo delle dicerie secondo cui lui odia Alighieri. Afferma che non può odiare qualcuno che conosce appena e che affronta con onore e sopportazione l'esilio. Prende le distanze dall'ideologia, esprimendo il timore di essere influenzato da un così grande esempio se avesse deciso di scrivere liriche in volgare, liriche che sono facilmente sottoposte allo storpiamento da parte del volgo. L“Africa” è un poema epico che tratta della seconda guerra punica e in particolare delle gesta di SCIPIONE. Costituito da dodici egloghe, gli argomenti del “Bucolicum carmen” spaziano fra amore, politica e morale. Anche in questo caso, l'ascendenza virgiliana è evidente dal titolo, che richiama fortemente lo stile e gli argomenti delle Bucoliche. Attualmente, la lezione del Bucolicum petrarchesco è riportata dal codice Vaticano lat. Dedicate all'amico Sulmona, le Epistolae metricae sono lettere in esametri, di cui alcune trattano d'amore, mentre per la maggior parte si occupano di politica, morale o di materie letterarie. I Psalmi penitentiales ne accenna nella Seniles, a Sagremor de Pommiers. Sono una raccolta di sette preghiere basate sul modello stilistico-linguistico dei salmi davidici della Bibbia, in cui chiede perdono per i suoi peccati e aspira al perdono della Misericordia divina. Il “De viris illustribus” è una raccolta di biografie di uomini illustri dedicata a Carrara signore di Padova. Nell'intenzione originale dell'autore l'opera doveva trattare la vita di personaggi della storia di Roma da ROMOLO a Tito, ma arriva solo fino a Nerone. In seguito P. aggiunse personaggi di tutti i tempi, cominciando da Adamo e arrivando a Ercole. L'opera rimase incompiuta ed è continuata dall'amico e discepolo padovano di P., Seta, fino a Traiano. I Rerum memorandarum libri sono una raccolta di esempi storici e aneddoti a scopo d'educazione morale in prosa latina, basati sui Factorum et dictorum memorabilium libri del filosofo latino VALERIO MASSIMO (si veda). Iniziati in Provenza, furono continuati allorché P. scoprì le orazioni ciceroniane a Verona, e ne fu indotto al progetto delle Familiares. Difatti, furono lasciati incompiuti dall'autore, che ne scrisse soltanto i primi 4 libri e alcuni frammenti del quinto libro. Il “De secreto conflictu curarum mearum” è una delle sue opere più celebri e fu composta, anche se in seguito fu riveduta. Articolato come un dialogo tra lui stesso e un santo alla presenza di una donna muta che simboleggia la Verità, consiste in una sorta di esame di coscienza personale nel quale si affrontano temi intimi del poeta, da cui il titolo dell'opera. Come emerge però nel corso della trattazione, Francesco non si mostra mai del tutto contrito dei suoi peccati (l'accidia e l'amore carnale per Laura): al termine dell'esame egli non risulterà guarito o pentito, dando così forma a quell'irrequietezza d'animo che contraddistinse la sua vita. "La vita solitaria” è un trattato di carattere religioso e morale. L'autore vi esalta la solitudine, tema caro anche all'ascetismo medioevale, ma il punto di vista con cui la osserva non è strettamente religioso: al rigore della vita monastica P. contrappone l'isolamento operoso dell'intellettuale, dedito alle letture e alla scrittura in luoghi appartati e sereni, in compagnia di amici e di altri intellettuali. L'isolamento dello studioso in una cornice naturale che favorisce la concentrazione è l'unica forma di solitudine e di distacco dal mondo che P. riuscì a conseguire, non considerandola in contrasto con i valori spirituali cristiani, in quanto riteneva che la saggezza contenuta nei libri, soprattutto nei testi classici, fosse in perfetta sintonia con quelli. Da questa sua posizione è derivata l'espressione di "umanesimo cristiano" di P. . Il “De otio religioso” è un'esaltazione della vita monastica, dedicata al fratello Gherardo. Simile al “De vita solitaria”, esalta però soprattutto la solitudine legata alle regole degli ordini religiosi, definita come la migliore condizione di vita possibile. Il “De remediis utriusque fortunae” è una raccolta di brevi dialoghi scritti in prosa latina. Basata sul modello del De remediis fortuitorum, trattato pseudo-senechiano composto nel Medioevo, l'opera è composta da scambi di battute tra entità allegoriche: prima il "Gaudio" e la "Ragione", poi il "Dolore" e la "Ragione". Simile ai precedenti Rerum memorandarum libri, questi dialoghi hanno scopi educativi e moralistici, proponendosi di rafforzare l'individuo contro i colpi della fortuna sia buona che avversa. Il De remediis riporta anche una delle più esplicite condanne della cultura trecentensca da parte di P., vista come sciocca e superflua. Ut ad plenum auctorum constet integritas, quis scriptorum inscitie inertieque medebitur corrumpenti omnia miscentique? Cuius metu multa iam, ut auguror, a magnis operibus clara ingenia refrixerunt meritoque id patitur ignavissima etas hec, culine sollicita, literarum negligens et coquos examinans, non scriptores. Perché persista pienamente l'integrità degli scrittori antichi, chi tra i copisti guarirà ogni cosa dall'ignoranza, dall'inerzia, dalla rovina e dal caos? Per il timore di ciò si indebolirono, come prevedo, molti celebri ingegni dalle grandi opere, e quest'epoca indolentissima permette ciò, dedita alla culinaria, ignorante delle lettere e che valuta i cuochi, e non i copisti. L’occasione per la sua “Invectivarum contra medicum quendam libri IV,” una serie di accuse nei confronti dei medici e la malattia che colpe Clemente VI. Nella Familiares gli consiglia di non fidarsi dei suoi archiatri, accusati di essere dei ciarlatani dalle idee contrastanti fra di loro. Davanti alle forti rimostranze dei medici pontifici nei confronti di P., questi scrisse quattro libri di accuse, una copia dei quali fu inviata poi al Boccaccio. Il “De sui ipsius et multorum ignorantia” e composta in seguito alle accuse di ignoranza che quattro lizij gli rivolgeno, in quanto alieno dalla terminologia e dalle questioni delle scienze naturali. In quest'apologia dell’umanismo risponde come lui e interessato alle scienze che interessassero il benessere dell'anima umana, e non alle discussioni tecniche e dogmatiche proprie del nominalismo. Invectiva contra cuiusdam anonimi Galli calumnia -- di carattere politico, e una nvettiva rivolta ad Hesdin, sostenitore della necessità che la sede del viscovo di Roma e Avignone. Per tutta risposta sostenne la necessità che il viscovo di Roma appartiene a Roma, sua sede diocesana e simbolo dell'antica gloria romana. Di grande importanza sono le epistole latine in prosa, in quanto contribuiscono a costruire l'immagine autobiografica idealizzata che offre di sé e quindi la sua eternizzazione. Basate sul modello di Cicerone, ricavato dalla scoperta delle “Epistulae ad Atticum” compiuta da lui a Verona, le lettere sono aggruppate in quattro raccolte epistolari: le Familiares (o Familiarum rerum libri o De rebus familiaribus libri), epistole dedicate a Socrate; le Seniles, epistole dedicate a Nelli; le “Sine nominee” -- epistole politiche in un libro; e le epistole “Variae”. È rimasta intenzionalmente esclusa dalle raccolte l'epistola “Ai posteri”. Le lettere spaziano dagli anni bolognesi sino alla fine della sua vita e sono indirizzate a vari personaggi suoi contemporanei, ma, nel caso d’un libro delle Familiares, sono rivolte fittiziamente a personaggi dell'antichità. Sempre delle Familiares è celebre l'epistola incentrata sull'ascesa al Monte Ventoso. Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond’io nudriva ’l core in sul mio primo giovenile errore quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono. P., Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono, prima quartina della lirica d'apertura del Canzoniere). Il “Canzoniere” è la storia poetica della sua vita interiore vicina, per introspezione e tematiche, al Secretum. La raccolta comprende 366 componimenti (365 più uno introduttivo. Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono: sonetti, canzoni, sestine, ballate e madrigali, divisi tra rime in vita e rime in morte di Laura, celebrata quale donna superiore, senza però raggiungere il livello della donna angelo della Beatrice d’Alighieri. Difatti, Laura invecchia, subisce il corso del tempo, e non è portatrice di alcun attributo divino nel senso teologico stilnovista-dantesco. Anzi, la storia del “Canzoniere,” più che la celebrazione di un amore, è il percorso di una progressiva conversione della sua anima. Si passa, infatti, dal giovanil errore (l'amore terreno) ricordato nel sonetto introduttivo Voi ch'ascoltate in rime sparse, alla canzone Vergine bella, che di sol vestita in cui affida la sua anima alla protezione di dio perché trovi finalmente pietà e riposo. L'opera, che gli richiese anni di continue rivisitazioni stilistiche -- da qui la cosiddetta limatio petrarchesca -- prima di trovare la forma definitiva sube ben varie fasi di redazioni. I "Trionfi" e un poemetto allegorico in volgare toscano, in terzine dantesche, compost a Milano -- è ambientato in una dimensione onirica e irreale (strettissimo, per scelta metrica e tematica, è il legame con la Comedia). Viene visitato d’Amore, che gli mostra tutti gl’uomini che cedeno alle passioni del cuore. Annoverato tra questi ultimi, P. verrà poi liberato da Laura, simboleggiante la Pudicizia (Triumphus Pudicitie), che cadrà poi per mano della Morte (Triumphus Mortis). P. scoprirà dalla stessa Laura, apparsagli in sogno, che ella si trova nella beatitudine celeste, e che egli stesso potrà contemplarla nella gloria divina soltanto dopo che la morte lo avrà liberato dal corpo caduco in cui si ritrova. La Fama poi sconfigge la morte (Triumphus Fame) e celebra il proprio trionfo, accompagnata da Laura e da tutti i più celebri personaggi della storia antica e recente. Il moto rapido del sole suggerisce al poeta alcune riflessioni sulla vanità della fama terrena, cui fa seguito una vera e propria visione, nella quale al poeta appare il Tempo trionfante (Triumphus Temporis). Infine il poeta, sbigottito per la precedente visione, è confortato dal suo stesso cuore, che gli dice di confidare in Dio: gli appare allora l'ultima visione, un «mondo novo, in etate immobile ed eterna, un mondo al di fuori del tempo dove trionferanno i beati e dove un giorno Laura gli riapparirà, questa volta per sempre (Triumphus Eternitatis). Già quand'era in vita fu riconosciuto immediatamente quale maestro e guida per tutti coloro che volevano intraprendere lo studio delle discipline umanistiche. Grazie ai suoi numerosi viaggi in tutta Italia, gettò il seme del suo messaggio presso i principali centri della Penisola, in particolar modo a Firenze. Qui, oltre ad aver conquistato alla causa dell'umanesimo Boccaccio (autore, tra l'altro, di un De vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia), trasmise la sua passione a C. Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze e vero trait d'union nella generazione petrarchesco-boccacciana. Coluccio, infatti, fu il maestro di due dei principali umanisti: Bracciolini, il più grande scopritore di codici latini del secolo ed esportatore dell'umanesimo a Roma; e Bruni, il più notevole rappresentante dell'umanesimo civile insieme al maestro Salutati. È Bruni a consolidare la fama di P., allorché redasse una Vita di P., seguita da quelle di Villani, Manetti, Sicco Polenton e Vergerio. Oltre a Firenze, i soggiorni del poeta in Lombardia e a Venezia favorirono la nascita di movimenti culturali locali desti declinare i princìpi umanistici a seconda delle esigenze della classe politica locale: a Milano, dove operarono letterati del calibro di Decembrio e Filelfo, nacque un umanesimo cortigiano destinato a diventare il prototipo per tutte le corti principesche italiane; a Venezia si diffuse, invece, un umanesimo educativo destinato a formare la nuova classe dirigente della Serenissima, grazie all'attività di Giustinian, di Barbaro, e di Barbaro. Bembo e il petrarchismo Magnifying glass icon mgx2. svg Pietro Bembo e Petrarchismo. Se P. è visto soprattutto come capostipite della rinascita delle lettere antiche, grazie al letterato e cardinale veneziano Bembo divenne anche il modello del cosiddetto classicismo volgare, definendo una tendenza che si stava progressivamente già delineando nella lirica italiana. Difatti Bembo, nel dialogo Prose della volgar lingua, sostenne la necessità di prendere come modelli stilistici e linguistici P. per la lirica, Boccaccio invece per la prosa, scartando Dante per il suo plurilinguismo che lo rendeva difficilmente accessibile: «Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque un totale rifiuto della popolarità. Ecco perché Bembo non accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non apprezzava le discese verso il basso nelle quali noi moderni riconosciamo un accattivante mistilinguismo. Da questo punto di vista, il modello del Canzoniere di P. non presentava difetti, per la sua assoluta selezione linguistico-lessicale.» (Marazzini) Contini, grande estimatore di P. e suo commentatore. La proposta bembiana risultò, nelle diatribe relative alla questione della lingua, quella vincente. Già negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione delle Prose, si diffuse presso i circoli poetici italiani una passione per le tematiche e lo stile della poesia petrarchesca (stimolata anche dal commento al Canzoniere di Vellutello), chiamata poi petrarchismo, favorita anche dalla diffusione dei petrarchini, cioè edizioni tascabili del Canzoniere. A fianco del petrarchismo, però, si sviluppò anche un movimento avverso alla canonizzazione poetica operata dal Bembo: allorché letterati come Berni ed Aretino svilupparono polemicamente il fenomeno dell'antipetrarchismo; poi, nel corso del Seicento, la temperie barocca, ostile all'idea di classicismo in nome della libertà formale, declassò il valore dell'opera petrarchesca. Riabilitato parzialmente da Muratori, P. ritorna pienamente in auge in seno alla temperie romantica, quando Foscolo prima e Sanctis poi, nelle loro lezioni tenute dal primo a Pavia, e dal secondo a Napoli e a Zurigo, furono in grado di operare un'analisi complessiva della produzione petrarchesca e ritrovarne l'originalità. Dopo gli studi compiuti da Carducci e dagli altri membri della Scuola storica, il secolo scorso vide, per l'area italiana, Contini e Billanovich tra i maggiori studiosi del P.. P. e la scienza diplomatica Magnifying glass icon mgx2.svg Diplomatica. Benché la diplomatica, ovvero la scienza che studia i documenti prodotti da una cancelleria o da un notaio e le loro caratteristiche estrinseche ed intrinseche, sia nata consapevolmente con Mabillon, nella storia di tale disciplina sono stati individuati dei precursori che, inconsapevolmente, nella loro attività filologica, hanno analizzato e dichiarato l'autenticità o meno anche di documenti oggetto di studio da parte della diplomatica. Tra questi, infatti, vi furono molti umanisti e anche il loro precursore e fondatore, P. Ifatti, l'imperatore Carlo IV chiese al celebre filologo di analizzare dei documenti imperiali in possesso di suo genero, Rodolfo IV d'Asburgo, che sarebbero stati stilati da Giulio Cesare e da Nerone a favore dell'Austria che dichiaravano tali terre indipendenti dall'Impero. P. rispose con la Seniles in cui, evidenziando lo stile, gli errori storici e geografici e il tono (il tenore) della lettera (tra cui la mancanza della data topica e della data cronologica propria dei diplomi), negò la validità di questo diploma. Onorificenze Laurea poeticanastrino per uniforme ordinario. Laurea poetica — Roma. A P. è intitolato il cratere P. su Mercurio. L'epistola, scritta in risposta a una missiva in cui l'amico Boccaccio gli chiedeva se fosse vera l'invidia che P. nutriva per Dante, contiene l'accenno all'incontro, in età giovanile, con il più maturo poeta: «E primieramente si noti com'io mai non ebbi ragione alcuna d'odiare cotal uomo, che solo una volta negli anni della mia fanciullezza mi venne veduto.» (Delle cose familiari). La critica, se l'incontro sia da attribuirsi a Pisa o ad altre località, è divisa: Ariani e Ferroni, nota 6 propendono per la città toscana, mentre Rico-Marcozzi pensano a un incontro avvenuto a Genova quando la famiglia di ser Petracco si stava dirigendo in Francia. Pacca4 opera un'interpretazione intermedia tra le due città, benché ritenga che sia più probabile Pisa come luogo effettivo dell'incontro. Dello stesso parere, infine, anche Dotti. Si legga il brano dell'epistola, in cui P. ricorda il loro primo incontro e il piacevolissimo periodo trascorso nella località francese: «e noi fanciulli ancora impuberi partimmo in un cogli altri, ma fummo con speciale destinazione per imparare grammatica mandati a scuola a Carpentrasso, piccola città, ma di piccola provincia città capitale. Ricordi tu que' quattro anni? Quanta gioia, quanta sicurezza, qual pace in casa, qual libertà in pubblico, quale quiete, qual silenzio ne' campi! (Lettere Senili). P. mostrò, nei confronti di tale scienza, sempre un'avversione innata, come è esposto nella Familiares, in cui P. scrive a Genovese che a Montpellier prima e a Bologna poi «ben altro in quegli anni fare io poteva o in se stesso più nobile o alla natura mia meglio conveniente: né sempre nella elezione dello stato quello ch'è più splendido, ma quello che a chi lo sceglie è più acconcio preferire si deve.» (Delle cose familiari). Come però ricorda Wilkins, la scelta di P. di entrare a far parte della Chiesa non fu soltanto dettata dalla cinica necessità di ottenere i proventi necessari per vivere. Nonostante non avesse mai avuto la vocazione per la cura delle anime, P. ebbe sempre una profonda fede religiosa. A sviluppare la tesi dell'identificazione di Laura con tale Laura de Sade è la stessa testimonianza di P. nella Familiares, II, 9 a Giacomo Colonna, il quale cominciò a mostrarsi dubbioso sull'esistenza di questa donna (si veda Delle cose familiari, Più precisamente, nella Nota, Fracassetti fa riemergere la vita della presunta amata del P.: «Da Odiberto e da Ermessenda di Noves nobile famiglia di Avignone nacque una fanciulla, cui fu dato il nome di Laura. Fa fatta per man di notaio la scritta nuziale fra Laura ed Ugo De Sade gentiluomo Avignonese. Due anni più tardi nella chiesa di S. Chiara di questa città, a quell'ora del giorno che chiamavano prima, P. allora di poco più che ventidue anni la vide» Si legga l'episodio di come fossero stati dati alle fiamme dei libri di VIRGILIO e CICERONE, cosa che suscita il pianto in P.. Al che il padre, vedendolo così affranto «d'una mano porgendo Virgilio, dall'altra i rettorici di Cicerone: "tieni, sorridendo mi disse, abbiti questo per ricrearti qualche rara volta la mente, e quest'altro a conforto e ad aiuto nello studio delle leggi".» (Lettere Senili Il codice, dopo la morte di P. passa nelle mani di Francesco Novello da Carrara, nuovo signore di Padova. Quando questa città verrà conquistata da Visconti, anche il patrimonio bibliotecario petrarchesco passò nelle mani dei duchi milanesi, che lo conservarono nella loro biblioteca di Pavia. Fu poi sistemato nella Pinacoteca Ambrosiana, grazie all'intervento del suo fondatore, il cardinale Federigo Borromeo arcivescovo di Milano. Si veda: Cappelli. Da questo momento in avanti, P. non esitò a chiamare Avignone la novella Babilonia di apocalittica memoria, come testimoniato dai celebri sonetti avignonesi facenti parte del Canzoniere. Oltre a motivazioni di carattere morale, ci fu anche la profonda delusione che suscitò la decisione di Benedetto XII di non recarsi a prendere possesso ufficialmente della sua sede vescovile e ristabilire così pace in Italia (Ariani). P. scrisse, riguardo alla morte del vecchio amico e protettore, due lettere commoventi: la prima, al fratello di Giacomo, il cardinale Giovanni (Delle cose familiari; la seconda, all'amico Tosetti, soprannominato Lelio (Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti). Nella Nota alla prima Fracassetti ricorda come P., nella Familiares, avesse avuto, in sogno, il presagio della morte del Vescovo di Lombez venticinque giorni prima della sua effettiva scomparsa. Cappelli 55. Significativa la ricostruzione storico-letteraria compiuta da Amaturo, ove si rievocano le figure di intellettuali che si legarono alla biblioteca capitolare veronese (Matociis, Dante e Pietro Alighieri, Benzo d'Alessandria, Vincenzo Bellovacense) e le rarità che essa conteneva (codici contenenti le lettere di PLINIO il Giovane; parte dell'Ab Urbe condita liviana che P. utilizzò per la ricostruzione filologica del codice Harleiano; le orazioni ciceroniane citate; il Liber catulliano). Boccaccio esprimerà la sua indignatio nell'Epistola X indirizzata a lui, ove, grazie alla tecnica retorica dello sdoppiamento e a topoi letterari, Boccaccio si lamenta col magister di come Silvano (il nome letterario usato nella cerchia petrarchesca per indicare il poeta laureato) avesse osato recarsi presso il tiranno Visconti (identificato in Egonis):«Audivi, dilecte michi, quod in auribus meis mirabile est, solivagum Silvanum nostrum, transalpino Elicone relicto, Egonis antra subisse, et muneribus sumptis ex pastore castalio ligustinum devenisse subulcum, et secum pariter Danem peneiam et pierias carcerasse sorores». Inoltre, bisogna ricordare che la scelta di risiedere a Milano era anche uno schiaffo alla proposta delle autorità fiorentine di occupare un posto come docente nello Studium, occupazione che gli avrebbe concesso di rientrare in possesso dei beni paterni sequestrati. L'arcivescovo Giovanni II Visconti, difatti, proseguì la politica espansionistica dei suoi predecessori a danno delle altre potenze dell'Italia centro-settentrionale, tra le quali spiccava Firenze. Le ostilità tra Milano e Firenze perdureranno fino a quando salì al potere come duca dello Stato lombardo Francesco Sforza, che intraprese una politica di alleanza con Firenze grazie all'amicizia personale che lo legava a Cosimo de' Medici. Durante l'epidemia di peste milanese, morì il figlio Giovanni (Pacca), nato da una relazione extraconiugale. I rapporti con il figlio, al contrario di quanto avvenne con la secondogenita Francesca, furono assai burrascosi a causa della condotta ribelle di Giovanni (Dotti) accenna all'odio che Giovanni provava verso i libri, «quasi fossero serpenti»). Come ricordato nella Familiares. Si separa dal figlio Giovanni, che tornò ad Avignone in seguito a non precisati dissapori (Familiares); tre anni dopo sarebbe tornato a Milano. (Rico-Marcozzi) Il ravennate Malpaghini fu presentato da Donato degli Albanzani a P. che, rimasto colpito dalle sue qualità letterarie e dalla sua pronta intelligenza, lo prese al suo servizio quale copista. La collaborazione tra i due uomini, durata appunto si interruppe il 21 aprile di quell'anno, quando il Malpaghini decise di lasciare l'incarico presso l'Aretino. Per maggiori informazioni biografiche, si veda la biografia di Signorini. P., nella Seniles informa il fratello Gherardo, tra le altre cose, anche della sua nuova dimora sui colli Euganei, dandone un quadro piacevole e ameno: «E per non dilungarmi di troppo della mia chiesa, qui fra i colli Euganei, non più lontano che dieci miglia da Padova mi fabbricai una piccola ma graziosa casina, cinta da un oliveto e da una vigna che dan quanto basta a una non numerosa e modesta famiglia. E qui, sebbene infermo del corpo, io vivo dell'animo pienamente tranquillo lungi dai tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo sempre e scrivendo. Lettere Senili. La lettera non può essere considerata "reale", ma piuttosto una rielaborazione voluta dal P.. Difatti, a quell'altezza, il giovane P. non era ancora entrato in contatto con il padre agostiniano, e la scelta della data (corrispondente al Venerdì Santo) e del luogo (la salita al monte rievoca l'immagine della Passione di Gesù sul Calvario) rendono ancora più "mitica" l'ambientazione. Si veda, per quanto riguarda la ricostruzione filologica e cronologica dell'epistola, il saggio di Giuseppe Billanovich, P. e il Ventoso, in Italia medioevale e umanistica, Roma, Antenore, Il ventiquattresimo libro delle Familiares è composto da lettere indirizzate a vari personaggi dell'antichità classica. Per P., infatti, gli antichi non sono lontani e irraggiungibili: la costante lettura delle loro opere fa sì che CICERONE, ORAZIO, Seneca, VIRGILIO vivano attraverso queste ultime, rendendo i rapporti tra P. e i suoi ammirati scrittori classici vicini per la comunanza di sentimento. L'Otium degli antichi romani non consisteva unicamente nel riposo dagli impegni quotidiani, indicati sotto il sostantivo di negotium. Per CICERONE, l'otium non era soltanto il riposo dalle attività forensi e politiche, ma soprattutto il ritiro nella propria intimità domestica col fine di dedicarsi alla letteratura (De officiis). In questo caso, il modello petrarchesco è affine a quello stoicheggiante dell'oratore romano. Si veda il riassunto operato da Laidlaw, che ripercorre la concezione all'interno della letteratura latina. Per CICERONE, nello specifico si vedano le pagine Laidlaw, Termine di origine catulliana, P. lo prende in prestito per descrivere le liriche come diversivo, passatempo. La questione delle nugae volgari e, più in generale, delle opere latine, è esposta nella Familiares (Delle cose familiari) Guglielmino-Grosser I testi sono raccolti nel codice Vaticano Latino come ricordato da Santagata, Bisogna ricordare che Il Canzoniere non raccoglie tutti i componimenti poetici del P., ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura: altre rime (dette extravagantes) andarono perdute o furono incluse in altri manoscritti (cfr. Ferroni). L'inquietudine petrarchesca nasce, quindi, dal contrasto tra l'attrazione verso i beni terreni (tra cui l'amore per Laura) e l'aspirazione all'assoluto divino, propria della cultura medievale e della religione cristiana, come ricordato da Guglielmino-Grosser. P. mantenne, nell'ambito della lirica volgare, quell'aristocraticismo stilistico-lessicale prima accennato, in cui si rifiutano molti usi lemmatici presenti nella tradizione poetica italiana e che P. rifiuterà, accogliendone un preciso gruppo ristretto ed elitario. Come ricorda Marazzini, Si delinea una tendenza del linguaggio lirico al 'vago', inteso nel senso di una genericità antirealistica (al contrario di quanto accade nel corposo realismo della Commedia), testimoniato anche dalla polivalenza di certi termini, i quali, come l'aggettivo dolce, entrano in un numero molto grande di combinazioni diverse. Eppure la lingua di P., selezionata e ridotta nelle scelte lessicali, accoglie un buon numero di varianti canonizzando un polimorfismo...in cui si allineano la forma toscana, quella latineggiante, quella siciliana o provenzale...» Di Benedetto170. Si ricorda anche che, seppur in forma minore, era presente nel mondo letterario italiano del '400 anche un'ammirazione verso il P. volgare, come testimoniato dalle edizioni a stampa del Canzoniere e dei Trionfi uscite dalla bottega dei padovani Bartolomeo Valdezocco e Martino de Septem Arboribus (cfr. Ente Nazionale P., Culto petrarchesco a Padova.). Riferimenti bibliografici la notte Casa P. Arezzo, Regione Toscana Wilkins Ariani21. Più specificamente Bettarini. Dopo essere stato accusato di aver falsificato un istrumento notarile è così condannato al pagamento di 1000 lire e al taglio della mano destra. Dotti Bettarini e Pacca Per informazioni biografiche, si veda la voce Pasquini. Il ricordo di P. al riguardo è riportato in Lettere Senili, Pasquini. Quanto a P., il magistero di Convenevole si colloca indubbiamente. La Casa di P., su arqua P..com. Pacca Si legga il brano della Lettere Senili, Il brano è ricordato anche da Wilkins Ariani Wilkins Rico-Marcozzi. Si recò a studiare a Bologna, seguito da un maestro privato; e Wilkins in cui si ritiene che questo maestro avesse «l'incarico, almeno per Francesco e Gherardo, di fungere in loco parentis. Ariani Ariani, Wilkins, Dotti Bettarini. Cappelli Pacca Rico-Marcozzi; Ferroni Wilkins, Wilkins, Rico-Marcozzi. Colonna reclutò P. per la sua corte vescovile di Lombez, in Guascogna: ne avrebbero fatto parte il cantore fiammingo Ludovico Santo di Beringen e l'uomo d'armi romano Lello di Pietro Stefano dei Tosetti, che P. battezza in seguito, rispettivamente, Socrate e Lelio. Ferroni Pacca Alinari, su alinariarchives La distinzione tra le due scuole di pensiero emerge in Ferroni, Ariani ricorda che il primo sostenitore del filone allegorico-letterario fu il giovane Giovanni Boccaccio nel suo De vita et moribus domini P.. Ariani. Dotti, specifica che questo san Paolo è acquistato per procura a Roma e che il volume proveniva da Napoli. Ariani. Per maggiori approfondimenti biografici, si veda la biografia di Moschella. Moschella, Suggello ideale dell'amicizia tra i due fu il dono, da parte di Dionigi, di una copia delle Confessiones di s. Agostino.Billanovich, Wilkins e Pacca Wilkins; Wilkins Rico-Marcozzi. Nel frattempo aveva raggiunto Roma accolto da fra Giovanni Colonna al termine di un avventuroso viaggio, e dove nella sua prima lettera contemplando dal Campidoglio le rovine dell’Urbe, manifestò la meraviglia per la loro grandezza e maestosità, dando forma a quella riscoperta dell’antichità classica e al rimpianto per la sua decadenza che divennero i cardini etici, estetici e politici dell’Umanesimo. Pacca Dotti, Dotti Mauro Sarnelli, P. e gli uomini illustri, Treccani). Ariani Certo il privilegio toccava, del tutto straordinariamente, a un poeta che ancora non aveva pubblicato molto per meritarselo: ma la protezione dei potenti Colonna e la rete di estimatori che aveva saputo intessere per tempo sono evidentemente bastate a valorizzare al massimo le epistole metriche, la fama dell'Africa. e del De viris, le rime volgari già note...» Dello stesso avviso anche Pacca e Santagata. Moschella. Dionigi fa ritorno in Italia; dopo un breve soggiorno a Firenze, giunse a Napoli (cfr. P., Familiares), dove l'aveva voluto il re Roberto d'Angiò, che per l'agostiniano nutriva una profonda stima, oltre a condividerne gli interessi per l'astrologia giudiziaria e per i classici latini. Wilkins. La conoscenza dell'antica tradizione e delle due o tre incoronazioni celebrate da singole città in tempi moderni, insieme all'aspirazione a diventare famoso, accese inevitabilmente in P. il desiderio di ricevere a sua voglia quell'onore. Egli confidò dapprima il suo pensiero a Dionigi da Borgo San Sepolcro e a Giacomo Colonna, e ne venne a conoscenza anche qualche persona che aveva legami con l'Parigi. Si legga il brano della lettera dove inizia la decantazione delle lodi nei confronti del re napoletano: «E chi dico io, e lo dico con pieno convincimento, in Italia, anzi in Europa più grande di re Roberto Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti) Wilkins; Rico-Marcozzi. Sulla base dei contraddittori racconti di P. si dovrebbe dedurre che nello stesso giorno questi avesse ricevuto l’invito a cingere la corona sia dal Senato di Roma sia da Parigi e avesse chiesto consiglio al cardinal Colonna decidendo di scegliere Roma (IV 5, 6), per ricevere la laurea "sulle ceneri degli alti poeti che ivi dimorano".» Difatti P. riteneva che l'ultima incoronazione a Roma fosse stata quella di Stazio e che quindi, se vi fosse stato incoronato, sarebbe stato direttamente un successore degli antichi poeti classici da lui tanto amati (Pacca). Cfr., ad esempio, Rico-Marcozzi; Wilkins, Ariani, Pacca74. Rico-Marcozzi. Sono le date fornite da P. ([Familiares]), e la più probabile sembra essere la seconda; tuttavia Boccaccio situa l'evento il 17 e il documento ufficiale, il Privilegium laureationis, almeno in parte redatto dallo stesso P., reca la data. Lacultur, biografia di P., su lacultur.altervista.org. Wilkins; Dotti. «In Avignone egli vedeva simbolicamente la corruzione della Chiesa di Cristo e l'intollerabile esilio di Pietro.» Paravicini Bagliani. Moschella. Petrucci. Wilkins, Così Ariani, Wilkins sostiene invece che Cola sia giunto ad Avignone a Wilkins4 «Cola si intrattenne parecchi mesi e in quel periodo strinse amicizia con P.. Cola era ancor giovane e poco noto; ma i due uomini avevano in comune un grande entusiasmo per la Roma antica e cristiana, una grande preoccupazione per lo stato presente della città e una grande speranza per la restaurazione dell'antica potenza e dell'antico splendore.» Il Mondo di P. Ariani, il quale ricorda, a testimonianza della rottura coi Colonna, Bucolicum carmen, VIII, intitolato Divortium (cfr. Bucolicum carmen. Santagata ricorda inoltre come i legami tra P. e il cardinale Giovanni non fossero mai stati buoni come con il fratello di lui Giacomo. A differenza di Giacomo, il cardinale resta sempre il dominus. Rico-Marcozzi. Pacca e Cappelli. Dotti, Wilkins, Ariani. Troncarelli. Waley. Pacca, Padova, sRico-Marcozzi: «Giacomo II da Carrara, signore di Padova, che gli fece ottenere un ulteriore e ricco canonicato da 200 ducati d'oro l'anno e una casa nei pressi della cattedrale». Ariani. Una prospettiva generale del rapporto tra P. e Boccaccio è esposto in Rico, Branca87. Rico-Marcozzi. Solo in autunno si trasferì ad Avignone, per scoprire (almeno secondo quanto affermato in Familiares) che gli si offriva la segreteria apostolica, già a suo tempo rifiutata, e un vescovado». Ariani, Ferroni; D. Ferraro, P. a Milano. Le ragioni di una scelta, Rinascimento; Firenze: Olschki, Viscónti, Galeazzo II, su treccani. Pacca, Amaturo. Ma è fuor di dubbio che tra il poeta e i suoi nuovi signori si istituiva come un patto di mutuo interesse: da un lato egli si avvantaggiava della posizione di prestigio che gli offriva l'amicizia dei Visconti; d'altro lato acconsentiva tacitamente a essere adoperato in missioni diplomatiche, non numerose invero, né discordanti con i suoi ideali civili. Ariani Cappelli La riflessione petrarchesca si indirizza sempre più ad hominem e ad vitam, all'uomo concreto nella sua circostanza concreta, si nutre di meditazione interiore, progetta un'opera capace di delineare una parabola esemplare in cui lo scrittore propone se stesso e la cultura di cui è portatore come modello capace di confrontarsi su tutti i terreni.» Rico-Marcozzi: «il Secretum...composto in tre fasi successive. Ferroni Ariani Cappelli Wilkins Vicini Retore originario di Pratovecchio, Donato degli Albanzani fu intimo amico sia di P. che di Boccaccio. Per quanto riguarda i rapporti con il primo si ricordano, oltre le missive indirizzategli dall'Aretino, anche alcune egloghe del Bucolicum Carmen, in cui è chiamato con il senhal di Appenninigena. Si veda la voce biografica Martellotti. U. Dotti, P. civile: alle origini dell'intellettuale moderno, Donzelli Editore, Wilkins, espone dettagliatamente le trattative tra P. e la Serenissima, citando anche il verbale del Maggior Consiglio con cui si procedette all'approvazione della proposta petrarchesca. Per ulteriori informazioni, si veda Gargan, Lettere Senili, traduzione di G. Fracassetti, Si ricordi la visita dell'amico Boccaccio, quando però P. si era recato momentaneamente a Pavia su richiesta di Galeazzo II. Nonostante l'assenza dell'amico, Bocca ccio trovò una calorosa accoglienza da parte di Francescuolo e di Francesca, trascorrendo giorni piacevoli nella città lagunare (Cfr. Wilkins, Rico-Marcozzi -- fece ritorno a Venezia dove fu raggiunto dalla figlia Francesca maritata al milanese Francescuolo da Brossano. Pacca, Ma...bisogna dire che il vero valore del De ignorantia consiste nella vigorosa affermazione della filosofia morale sulla scienza naturale. Ed è questo il motivo della sua inferiorità rispetto a scrittori come Platone, CICERONE e Seneca; perché per P. la cultura "è subordinata alla vita morale dell'uomo. Casa del P., Arquà. Wilkins Ariani Wilkins, Billanovich. P. designacon indicazioni esplicite anche per noi remoti quale loro custode un letterato padovano, Lombardo della Seta, mediocre per ingegno e per dottrina, ma cliente premuroso del maestro, di cui in una intima familiarità negli ultimi anni aveva lentamente conosciuto le abitudini e filialmente soddisfatto i desideri. Così...era promosso subito a buon segretario. Ariani Baldi, Razetti, Zaccaria, Dal testo alla storia, dalla storia al testo, Paravia Wilkins La tomba di P.. Canestrini e Dotti, Millocca, Francesco, Leoni, Pier Carlo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Si veda Analisi Genetica dei resti scheletrici attribuiti a P.. Si veda inoltre P.il poeta che perse la testain The Guardian sulla riesumazione dei resti di P.. Ricchissima la al proposito: si ricordino i libri citati in, tra cui Cappelli, L'umanesimo italiano da P. a Valla; i saggi curati da Billanovich (tra cui l'opera sua più importante, Billanovich, P. letterato, uno dei maggiori studiosi di P.; i libri di Pacca, Ariani e Wilkins. Pacca e Cappelli, Garin. Si veda il lungo articolo di Lamendola al riguardo, in cui si espone anche la chiave di lettura dei classici latini nel corso dell'età medioevale. Dotti, Nassar, Numismatica e P.: una nuova idea di collezionismo, Il collezionismo numismatico italiano. Una storica e illuminata tradizione. Un patrimonio culturale del nostro Paese., Milano, Numismatici Italiani Professionisti, Billanovich Per la datazione cronologica, cfr. Billanovich. Il P. formò tra i venti e i venticinque anni il Livio Harleiano»; Le scoperte e i restauri degli Ab Urbe condita eseguiti dal P. sul palcoscenico europeo di Avignone; Cappelli, Billanovich, Billanovich, Un riassunto veloce è esposto anche da Ariani63. Cappelli42 e Ariani62. Cappelli, Albertini Ottolenghi, Albertini Ottolenghi. Significativo il titolo del settimo capitolo di Ariani. Lo scavo introspettivo. Ferroni10. Ferroni, Ferroni e Guglielmino-Grosser. P., Africa, Cappelli e Guglielmino-Grosser Dotti,: I versi vennero infatti riconosciuti bellissimi, ma tali da non convenirsi alla persona cui erano posti in bocca, in quanto degni piuttosto di un personaggio cristiano che di uno pagano.» Santagata. Il gesto di fastidio con il quale si liberò quasi sùbito delle superfetazioni scolastiche ha il suo esatto corrispettivo nel rifiuto dell'imponente edificio logico e scientifico della filosofia Scolastica a favore di una ricerca morale orientata, con la guida determinante dell'agostinismo, verso il soggetto e l'interiorità della coscienza. Delle cose familiari, Guglielmino-Grosser, confrontando Dante, il quale non ha trasmesso ai posteri dati biografici della propria vita, e P,, afferma che quest'ultimo «fornendoci una grande quantità di informazioni dettagliate sulla sua vita quotidiana, vere o false che siano, mira a trasmettere di sé un'immagine concreta. Dotti, sulla base della Familiares delinea il senso del messaggio umanistico lanciato da P.: parlare con il proprio animo non serve. Bisogna affaticarsi ad ceterorum utilitatem quibuscum vivimus, per l'utilità di coloro con i quali viviamo in questa terrena società, ed è certo che con le nostre parole possiamo giovare: quorum animos nostris collucutionibus plurimum adiuvari posse non ambigitur (Familiares). Il colloquio umano è dunque lo strumento dell'autentico processo umanistico. Sua mercé si saldano e si congiungono gli spazi più lontani...I comuni principi morali, dunque, e l'indagine costante e irreversibile sono la molla di un processo che non può aver fine se non con la morte dell'umanità medesima, e il discorso, il colloquio e la cultura ne sono il filo conduttore. Viaggi nel TestoAutori della letteratura Italiana, su internetculturale. Si ricordino i celebri versi di Pd in cui l'avo Cacciaguida gli profetizza la durezza dell'esilio: Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale Guglielmino-Grosser Guglielmino-Grosser Marazzini Santagata. La riforma di P. consiste nell'introdurre entro l'universo senza regole della rimeria coeva la disciplina, l'ordine, la pulizia formale, lo stesso aristocraticismo propri delle più compatte 'scuole' duecentesche. Luperini, Il plurilinguismo di Dante e il monolinguismo di P. secondo Contini. Delle cose familiari, traduzione di G. Fracassetti, Pulsoni Pizzimentig Opera: Altichiero, San Giorgio battezza Servio re di Cirene; Si veda, per maggiori informazioni, Pacca, Per maggior informazioni, si veda il saggio di Fenzi. Si veda il saggio di Dotti sulle Epistolae metricae. Pacca, Pacca, Ferroni. Amaturo, Cappelli Ferroni, Pacca; Santagata; Amaturo, Le epistolae retrodatate furono, secondo Santagata, probabilmente scritte ex novo perché fossero aderenti al progetto culturale-esistenziale idealizzato da P.. Guglielmino-Grosser; Ferroni; Ariani; Dionisotti. Salutati e dopo la morte del P. e del Boccaccio, il più autorevole umanista italiano, unico erede di quei grandi.» Dionisotti. Dopo lungo intervallo, Boccaccio compose in volgare una succinta vita di Alighieri cui fece seguire un'assai più succinta vita del P. e un conclusivo paragone fra i due poeti. Cappelli, Di Benedetto. Si veda la voce enciclopedica curata da Praz e Benedetto Ariani Pacca, P. e Bresslau, Lettere Senili, traduzione di G. Fracassetti, M. Albertini Ottolenghi, Note sulla biblioteca dei Visconti e degli Sforza nel Castello di Pavia, in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, Raffaele Amaturo, P., con due capitoli introduttivi al Trecento di Carlo Muscetta e Francesco Tateo” (Roma, Laterza); M. Ariani, P., Roma, Salerno), Bettarini, P., Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G. Billanovich, P. letterato. Lo scrittoio del P,, Roma, Storia e Letteratura, Billanovich, Gli inizi della fortuna di P., Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, G. Billanovich, Il Boccaccio, il P. e le più antiche traduzioni in italiano delle Decadi di Tito Livio, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, Firenze, Sansoni, H. Bresslau, Manuale di diplomatica per la Germania e per l'Italia, Annamaria Voci-Roth, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali-Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Giovanni Canestrini, Le ossa di Francesco P.: studio antropologico, Padova, Reale Stab. di Prosperini, Cappelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, Roma, Carocci); G. Contini, Letteratura italiana delle origini, Firenze, Sansonie, A. Benedetto, Un'introduzione al petrarchismo cinquecentesco, in Italica, Dionisotti, Bruni, Leonardo, in U. Bosco, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dionisotti, Salutati, Coluccio, in Umberto Bosco, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, U. Dotti, La formazione dell'umanesimo nel Petrarca (Le "Epistole metriche"), in Belfagor, Firenze, Leo Olschki, U. Dotti, Vita del P., Roma-Bari, Laterza, E. Fenzi, Sull’ordine di tempi e vicende nel Bucolicum carmen di Petrarca, I generi della lettura, Firenze, Pensa Multimedia Editore, Giulio Ferroni,Cortellessa e Pantani, L'alba dell'umanesimo: Petrarca e Boccaccio, in G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Milano, Mondadori, Gargan, Gli umanisti e la biblioteca pubblica, in Cavallo, Le biblioteche nel mondo antico e medievale, Roma-Bari, Laterza, Guglielmino e Grosser, Il sistema letterario, Storia, Milano, Principato); Marazzini, La lingua italiana. Profilo storico” (Bologna, Mulino); Martellotti, Albanzani, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M. Moschella, Dionigi da Borgo San Sepolcro, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pacca, P., Roma-Bari, Laterza, Agostino Paravicini Bagliani, Colonna, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Emilio Pasquini, Convenevole da Prato, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rime (Bari, Laterza); Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Giuseppe Fracassetti, Firenze, Le Monnier, P., Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti, Firenze, Monnier, Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti, Firenze, Le Monnier, Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti, Firenze, Monnier, P., Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro; Lettere varie libro unico, Fracassetti, Firenze, Monnier, Lettere Senili, Fracassetti, Firenze, Le Monnier, Lettere Senili, Fracassetti (Firenze, Monnier); Il Bucolicum carmen e i suoi commenti inediti, Avena, Padova, Società Cooperativa Tipografica, P., Africa, Léonce Pinguad, Parigi, Thorin, Petrucci, Angio, in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M. Praz, Petrarchismo, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pulsoni, L’ALIGHIERI (si veda) di Petrarca: Vaticano latino in Studi petrarcheschi, Padova, Antenore, Rico e Marcozzi, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rico, La conversione del Boccaccio, in Luzzato e Pedullà, Atlante della letteratura italiana” (Torino, Einaudi); R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini” Firenze, Sansoni, M.Santagata, I frammenti dell'anima. Storia e racconto nel Canzoniere, Bologna, Mulino, M. Signorini, Malpaghini, Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Troncarelli, Casini, Bruno, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Waley, Colonna, Stefano, il Vecchio, in Dizionario biografico degli italiani Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Wilkins, Vita, Rossi e Ceserani (Milano, Feltrinelli); Donata Vicini, Musei civici di Pavia, Milano, Skira, Petrarchismo; Pre-umanesimo Umanesimo Canzoniere Petrarchino; Biblioteca di Petrarca Incoronazione poetica Casa del P.. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. P., Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ente ufficiale per gli studi petrarcheschi in Italia, Boccaccio, Epistole e lettere, Biblioteca Italiana, F. Lamendola, Il culto di VIRGILIO nel medioevo, Centro Studi La Runa. Romano Luperini, Il plurilinguismo di ALIGHIERI e il monolinguismo di P. secondo Contini, Pacca. Catalogo dei Compositori e delle opere Musicali sulle rime di su Artemida. Le tre corone fiorentine della lingua italiana. Francesco Petrarca. Petrarca. Keywords: implicature, cicerone, I lizij, lucrezio, filosofia Latina, filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Petrarca.” Luigi Speranza, “Il dialogo filosofico – Platone, Cicerone, Petrarca e Grice.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Petrella. (Sansepolcro). Sansepolcro, Arezzo, Tocana. P., Bernardino. Nasce a Borgo del Santo Sepolcro -- oggi Sansepolcro, in provincia di Arezzo --, da Domenico P. Non è noto il nome della madre. È allievo di Francesco di Niccolò PICCOLOMINI (vedasi) a Padova, dove -- Riccoboni e Lohr -- comincia a insegnare logica «in secundo loco» -- succedendo a TOMITANO (vedasi) con lo stipendio annuo di 40 fiorini e avendo come concorrente ZABARELLA (vedasi) -- e poi filosofia, sempre «in secundo loco», quale collega di MERCENARIO (vedasi). Torna sulla cattedra di logica, questa volta «in primo loco», avendo come concorrente AMALTEO (vedasi) e succedendo a ZABARELLA (vedasi) con uno stipendio annuo di 140 fiorini – ZABARELLA (vedasi) in precedenza ne prendeva solo 60 -- che, con progressivi aumenti, giunse alla cifra assai elevata di 500 fiorini, a condizione che non fosse richiesto un ulteriore aumento. A differenza delle altre università italiane ed a Oxford, dove la logica è solo una disciplina propedeutica e come tale venne affidata a docenti all’inizio della loro carriera, a Padova questa disciplina gode di grande attenzione -- anche sul piano delle retribuzioni -- presso i riformatori dello studio, che ricorrevano a professori di provata fama ed esperienza, incrementando così il numero degli studenti. Una riforma sul modello padovano, intesa a valorizzare di più l’insegnamento della logica, è proposta invano ai maggiorenti dello Studio di Pisa da VERINO (vedasi) il Secondo che, oltre a TOMITANO (vedasi), cita a mo’ di esempio il caso di P.  e la sua lunga esperienza nell’insegnamento di una disciplina frequentata d’una infinità d’anni con gran sua reputazione et utilità et con gran frutto degli scholari -- Grendler. Dopo aver collaborato a una raccolta encomiastica in versi dedicata a Geronima Colonna d’Aragona -- Tempio, Padova --, pubblica a Padova, apud J. Jordanum, L. Pasquatus excudebat, le Quaestiones logicae de intentione Philosophi in II libro Posteriorum, de medio demonstrationis potissimae, de speciebus demonstrationis, dirette, sia pure in maniera non esplicita, CONTRO i testi di ZABARELLA (vedasi) che circolano manoscritti fra gli studenti padovani, cui seguirono i Logicarum disputationum libri septem (Patavii, apud Paulum Meietum, seconda edizione, accresciuta dallo stesso autore, Venetiis, apud F. Valgrisium -- , dedicati in buona parte alla confutazione delle tesi di ZABARELLA (vedasi), che nel frattempo aveva dato alle stampe l’Opera logica. In effetti la fama di P. è legata alla lunga polemica con Zabarella e i suoi sostenitori, riflesso dell’affinamento del discorso metodologico nonché nel clima di forte competizione che caratterizza in quegli anni l’insegnamento della logica a Padova. La polemica è avviata in sordina da P. nelle citate Quaestiones logicae. ZABARELLA (vedasi) evita di rispondere direttamente, lasciando questo compito ad Persio -- docente di lingua greca a Bologna e fratello del telesiano Antonio Persio --, che pubblicò a Venezia, presso Felice Valgrisio, i Logicarum exercitationum libri II, cui fa seguito il Logicarum exercitationum liber III, apologeticus primus, in quo de natura logicae disputatur -- Bononiae, apud. J. Rossium. Con la discesa in campo di Persio la polemica si fa più vivace, assumendo anche toni acri. A sostegno di P. apparve la Propugnatio di MARZIALE (vedasi), dietro il quale, a detta di Persio, si celava lo stesso P.: l’opera risulta oggi introvabile, ma essa è ampiamente citata da Persio. Questi replica, infatti, alla Propugnatio con le Defensiones criticorum et apologetici primi adversus Bernardini P. logicam -- Bononiae, typis Rossii. Nel frattempo anche Piccolomini era intervenuto nella polemica, allargando l’ambito della discussione al metodo della filosofia morale e della teoria politica.  Le critiche di P. a ZABARELLA (vedasi) sono a pieno raggio, a partire dal tema più generale, ossia la definizione e il soggetto della logica -- con la distinzione fra il «soggetto dell’ARTE», ovvero i concetti, che esprimono la realtà, e il «soggetto dell’ARTEFICE, le intentiones secundae ovvero i puri termini. La discussione si sposta poi: sulla distinzione fra la definitio -- cui era attribuita una propria capacità conoscitiva, mentre Zabarella l’aveva ridotta a un semplice supporto alla dimostrazione -- e la demonstratio. Sulla teoria della dimostrazione P. separa nettamente la demonstratio potissima, che prende avvio da principi indimostrabili, dalla dimostrazione propter quid o causale, e contro i logici recentiores rivalutava quest’ultima rispetto alla demonstratio quia, che invece risaliva dagli effetti alla causa); sui quattro metodi della logica (risolutivo, divisivo, dimostrativo e compositivo), che Zabarella aveva ridotto a due -- compositivo e risolutivo --; sulla classificazione delle «scienze subalterne e subalternanti», nonché sul termine medio del sillogismo. Ragnisco, che dedicò un ampio studio a questa polemica fra logici padovani, da un giudizio poco positivo su P., denunciandone «la sottigliezza arida, la lungaggine delle distinzioni, la debolezza del ragionare» -- Zabarella. In realtà P., che rifuggiva da una considerazione tecnica e formalistica dello strumento logico, nella sua polemica contro Zabarella e i logici recentiores si richiama al tradizionale legame tra logica, metafisica e filosofia della natura, sostenuto in particolare dagli scotisti. Per lui la logica, in quanto scientia al pari delle altre scientiae, ha come suo campo d’indagine i concetti che definiscono la realtà -- ossia le intentiones primae -- e non le intentiones secundae. Ma in tal modo, mantenendo lo stretto legame fra il termine e la cosa, egli si preclude l’effettiva conoscenza della realtà sensibile, limitando l’indagine alla «scomposizione negli elementi che già vi erano», e alla loro ricomposizione, sicché il metodo della logica si riduceva «a un circolo vizioso, a un dibattito astratto su forme ideali separate -- Garin.  Morì lasciando numerosi scritti sulla logica aristotelica, in parte inediti.  Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Padova, Archivio notarile, 4851, c. 621r; Padova, Archivio storico dell’Università, Mss., , c. 244r-v (bollettario); A. Riccoboni, De Gymnasio Patavino commentariorum libri sex, Patavii, apud Franciscum Bolzetam, , c. 51v; G.F. Tomasini, Gymnasium Patavinum libris V comprehensum, Utini 1654 (rist. anast. Bologna 1986), p. 333; L. Jacobillus, Bibliotheca Umbriae, I, Fulginiae 1658 (rist. anast. Bologna 1973), p. 72; C. Cinelli Calvoli, Biblioteca volante, IV, Venezia (rist. anast. Bologna), ; Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini […] collecti ab anno MDXVII, quo restitutae scholae sunt, ad MDCCLVI, Patavii 1757 (rist. anast. Bologna 1978), pp. 296-97 e 303.  P. Ragnisco, Giacomo Zabarella il filosofo. Una polemica di logica nell’Università di Padova nelle scuole di B. P. e di G. Zabarella, in Atti del r. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, serie ; Id., La polemica tra Francesco Piccolomini e Giacomo Zabarella nella Università di Padova, ; A. Crescini, Le origini del metodo analitico: il Cinquecento, Udine, pp. 182-188; E. Garin, Storia della filosofia italiana, Torino, Vasoli, La logica, in Storia della cultura veneta, III, 3, a cura di G. Arnaldi - M. Pastore Stocchi, Vicenza; Ch.H. Lohr, Latin Aristotle Commentaries, II, Renaissance Authors, Firenze 1988, pp. 325-327; A. Poppi, Introduzione all’aristotelismo padovano, Padova 1991, p. 37; G. Santinello, Tradizione e dissenso nella filosofia veneta fra Rinascimento e modernità, Padova 1991, pp. 65, 145, 162; P.F. Grendler, The Universities of Italian Renaissance, Baltimore-London 2002, pp. 253, 255 s.; E. Veronese, Gli illustri ingegni dello Studio di Padova. Una canzone di Giacomo Balamio, in Quaderni per la storia dell’Università di Padova, XXXVII (2004), pp. 139-163 (p. 153, nota 43, con ulteriori indicazioni sulle fonti e sulla bibliografia); D. Bouillon, L’interprétation de Jacques Zabarella le philosophe, Paris. C  i / P. EX VRBE BVRGO SANCTI j SEPVLCHRI LOGICAM IN PATAVINO CYMNASIO PRIMO LOCO PKOFITEN. TIS LOGICARVM DISPVTATION VM Libri Septem. lAd Pcrillujlrcrru , ac rcltgtoftsftmurru Eptfcopurru NICOLAVM T ' ornaboriurru Patrttiurru Florcrjttnttrru. Qwm duplici rerum notabdium indiccqus in tcto opcre cw.mcmur. CVM PRIVILEGIO. /A i P *A T *J V I /, ApudPaulumMcictum. eum^ Opt. M ax.precor ? ut te dtu m~ cotumenj/orentefy confer uet.Vale. Patautt.IIL Id.J^ouembr.fi J Itcidtefefio Di. zfllartini. 2). INDEX EORVM C APITVM , QVAE INSINGVLIS libris continentur. Primi libri capica hxc func. ^ i UC *ron^t:y*, fiTIlJiJi wl L J X* Lr*n 1 1 t nriff^i - rl/i tr i>\! nr»i Q Ogica uniucrfalitcr fumpca an fit, eiufqj genus quodnam fic cap. i *—* Ex aliorum fenccncia obieaiones quardam dc gcncrc Logica: cap.r Supcnores obiectioncs loluuntur cap.j L>e iogicariubiecto cap.4. iNonnuliorum icncentia de iogica? iubieao . eap.^ tjpinio luperius notata impugnatur ', capu> Ue nnc iogicg DJlaplina^ciulug ac logici operantis ada-quato fubjeao, , cap.7 hx anorum lcncencia opinio /iuaonsiyvpugnacur de hnc cxccrno logw ~~ ca? aiicipiinar, adarquacoq? logici opcrantis iubiccto cap.g R tfp ondctur pra-djcta* lmpugnanoai cao.o ^ienuaiis iogicardehnitio j ; ; carvx v trum logna nt lcuntia ca p t , , cx mcncc aiiorum, bcotj, # Jacmorum tcrc omnium nocaca (enccncia . ^ , impugnacur ^cap.ra ' Ponca impugnano dertruitur ; C ap.r 3 L»c quaiuonc propccr quid tic iplius loeicx cap.r* uc lugicz iibrorum ordinc , cap, , e L x dijurumicnrcncia Auaons opinio impugnatur ', . cap.r£ Jutlauua: coiura dccerminacioncm Aucions reipondetur cap trir>rnm . . , r, aupcnus addutta: opinionis impugnatio ca | v .Jj Opioio AuUoris dc uijiiuiupiji cunliijo 10 lecuodo Foli: i«bro ~ cTp - " b± aliorum (cnccutiA uumiuu* uujcujonc* contra opimonem Auctori- cap.x 1 lauma iuuuin.3 JUIUUUIUT a (\ \ ci f . *. _ ap. J J iiii t ^^i. J uuctunt«LLJu iui.uiccundoPoitcriorumiibro opjaio Aucio — ris falfa oftenditur. ca P» ' * ^oluitur asfignata inftantia cx philofophi progreffu in toto fecundo Po ftcriorum libro ca P* ' 3 Auerroi quoquc opinioncm Audoris aduerfari alii oflenderc nituntur. ca.i 4 Rcfpondctur obieaioni fundatar fuper nonullis Aucrrois audoritatib js.ca. . 5 Soluuntur rationes,& auaoritatcs euertuntur,in quibus opinio Aufto* ris fundata fuit cap.i0 Exammatur Aduerfariorum rcfponfio ad Commentatoris auctoritatcm in fcptimo Diuinorum commcnto quadragefimo fccundo cap. 17 Dc librorum mfcriptionc Ioannis Grammatici opinio cap.ig Supra notatar opinionis explicatio cap. 1 9 Opinio Auaons czp.io ioru Ordinc rcfolutiuo,ex notione fcilicct ipfius fcire fimplicitcr principiorum potistimar demonftrationis conditioncs inueftigantur cap»i Ex aliorum fententia nonnullar obieaiones ponuntur contra ea,quar fcri pta funt in explicanda ipfius fcirc fimplicitcr dcfinitionc cap.t Propofuar obicaiones foluuntur cap.j 'Potisfimar demonftrationis conditionum unaquarq; probatur cap.4 Nccefiarii, ex quo potisfima dcmonflratio conltat,diaicp dc omni pofto rioriftici cxplicatio ca P*S" Ex aliorum fcntcntia nouadifTercntia intcr illa duo di&a dc omni, eiufqj impugnatio cap.£ Dc co, quod pcr fe cft cap.7 diuifionc cap.g Propofita modorum diccndi per Ie,cV cx accideti diuifio impu^natur. f ~ r 1 ' rT" ^ 7" — cap.i) De primo modo diccndt per le cap»ii -'Dc fccundo modo diccndi pcr fe cap. 1 2 Dc cau(a, luper qua rundatur tccundus modus dicendi per fc cap. 1 * tA prardictis obieaionibus. D. Thomas dctcnditur cap. 1 4 De rcrtio.cV quarto modis per lc cap.ic Dcclaratur contcxtus decimus primi libri Poltcriorum cap.i 6 fcx aliorum lcntcntia lmpugnatur communis interprctatio fuper dcci/ mo contextu pnmi ^ott: lub initium, cacfl defcnditur cap. 1 7 Dc tcrtia conoitionc aa neceiianum elicntialc requitita. uidcliccc . Ar V, niucriali /'oitcnonrtico cap.i g fcx anoi uin luiuuua pi Auicaiioucni generis de lpccic pnmam.cV uniucr " falcm eflc, probatur unica rationc,ad eamqj nonnullorum retpon* ltoponicur Addufla rcfpopfio confutatur, aliac| fortaflc accommodarior in me, ^ium anertur, cap.a^ 4 Capita quarti libri, anrrv; t)c ea dcmonftracionisfpccic.qua potisfima appcllant Auaoris inftitutu cap. i Ponuntur omncs tcrmini pocisfimam dcmonftracioncm ingrcdicntcs cap.a Oitcnditur omncs potisiimar dcmonitrationis propolitioncs babcrc prav dicatum uniucrfalc, fcu primum ca r»3 Nonnulla ponuntur notanda ,quibus facilius cognofci posfic in quo mo do dicendi per fe prardi&ar dcmonftrationis propoficiones exiftanc cap.4. In quo modo dicendi per fe rcpcriacur condufio,& minor propoficio pro poficar demonftrationis. In quo modo diccndi pcr fc reperiatur maior propofitio potisfimar dc* monltrationis cap.6 JMonnuliorum lcntencia,quar ctiam communis clt,circa maiorcm propofi cioncm, ui nc in iccundo.no n in quarco modo diccndi pcrlc cap.? Prardiaa opinio, quar communis etc, impugnacur cap.t fcx icnccntia nonnuiiorum Anltotchs artiucium dcclaratur circaquar* tum modum dicendi per le tmpugrnriur ca, qugin lupcriorc capiccdiaalunt cap x £x aiioruti. icnccnua acciocncium a duabus cautis cmanantiu nccesfitat dcclaratur per comparacione caufar cxtcrnar cum intcrna  Impugnancur ca, qua; m lupenorc capicc nocaca tunc .  a, fcxaiiuiu"' fentcncia quumuao acmomtrationis taaar per caulam exter nam propoi.cioncs,cx conclulio lint pcr lc .. cap. , , Qusc iu lupenui 1 capne aiaa lunt magna cx partc confucantur ~ caftT^ xjjuuui uc uiuui Furteriunicicuto repenri in omuibus DroDofir innibus ~ liiius uuusiimx dcmonitrationis, qua concluditur, hnminrm rWlki icui tuc prupicr animai rationalc "  ^apica qumai libn. Explkatur primum corollarium c numcro corum, qux cx Gmplicitcr nc ceflario infcruntur Ejj accidcnti difpucacur dc fcienciis fubalccrnis "cap» Coromums opinio dc fcienciis fubaltcrnis a nonnullis impuenatur cap, '^Uiorum impugnatio refellitur C3 p Duo corollaria cxplicantur C3 p De modo pcognofccdi principia^aliacp fcictiar ratiocinatiuz prarcognita cap.J Dcconucrfioocpotisfimardemonftrationisindefmitioncm impueoacur corum opinio,quicxiftimanr,maius extrcmum prxdiO* dcmonara tionis fcmper eflc propriam pasfionem.nunquam eius genus cap, 7 Impugnatur coru opmio.qui arbitrantur,maius cxtrcmu pocufimar dem5 ttracionis fempcr dcberc ec pasfionis gcuus,nunquam cius nomcn cap,g Corroboraturnonnullorum opinio mcdia Mcdia opinio conwtatur^AuaorifQ) fcntcntia ponitur cap x Capicafexcilibri. V ' Difpuutionis dc fperiebus demonftracionis termini explicantur cap , Semcnua Auaoris dc fpccicbus dcmonftrationis ca p a cap. 1 5 Auicennac rationcs contra demouftrationem quia cap . Auiccnnjr rationes diiloluuntur r /'* Latinorum rationcs contra demonftrationem propter quid tantum cap.c Soiuumur latinorum rationcs dc demonftrationc propter quid tantum cap.tf A udoris fcntentia explicatur de difTcreutia incer deaionfrrationem potif fimam,cV proptcr quid tantum cap t 7 Ex aliorum fcntencia nullam dTc dirTcrentiam intcr potisfimam demon» ftrationem,cV proptcr quid tantum cx parcc medii abfq ; noftra co/ umi i «uiuucs luiuuntur _ ' _ La aiioiuni umcuLu iciicnitur ca diiterentia.quar lumitur a medio nobis 'pnmum, uei non pnmum noto R atfeiiHiuA mpuiui i canuc auaucns reipondctur cao» f i inu uiiiuuuu j quJiiiis accepru rcrciiicur uu.uiumu. u^ju* ui vapiic LJra-ccaenti contra /iuttork 1^^;,«, ) anara iu r.r. ■ toctuiaauaontatem iiuui pmioiopm m irnmdo Poft^o? Tur: hbrr: — t* 1 .cundum uctrrcm irvrmnrtr» fPl!i '».i»'g>, *.i5L{j auuci un aeciaratur r-nn • Capica feptimi libri. iiuiii ii.i nillll t AL)l|C«iniUl I Qujc in.jnpenon capite aiiata ruerunt rcnciuntur ~ Cd p.j La uiivmu tniicmu quxja coy;niiu maxime di^na proDonnnrnr nn K„c mmimur lunnameniuoDieuionis m lupenon capicca noI^K alhrsr aauerm^ ibi^ommcmoracas demonllracioncs rar> d Confuiaraur nii umuu, qu«r ui lupcriun capicc dicta iunr. ran. Omnia lupenons capius impugnantur  " can.x Lx iiiciHenonruuiorum ueciaratur /iriltotclis lcntcntia in un^rrfm puefecundi Poitcriorum libn tr\ ri cap. cap. r "''-» m prrcedenti capiterefcllunt~~ ^pnnu auuuns cnca lhuiuiuuui lencenciam in capitc dC caulis. buDia quaraam proponuncur,eorurnqj lolutiones ~ ' ~  + r - . cao. i a %JE%V fe,ualet confequentta ad abfiracla.xt.a. sAtliua pbtlofophta perqutdmam fcfitus fignificctur.8. c. Acius qut demofiratur quotuplex fit. 17^ L Ad cognojcendu an uniuocu, uel &- quiuocufit qt defintendu J>pont ; tur qtttd agendum fit . jo. b. no demoftrattone,nec aitqua alta rattoctnattonts/pecie,fed fola de ftnttione rejpondetur.^o.b. aAd quam fctentiam fpeclet redde requbd. t22.b. Alta eft rattoform&, ut forma eft , altaeftratto form&,ut tnrna terta.76. c. Aho paclo fe re habere quando a- ptitudo,tf quando aclus de fub teclo demonftratur . Ammal fecundum q$ dtal uiuere quot modts tntelitgiposfit. p7.a Animal rattonalecur dicaturcau fa effictens,etfinaitsrtfibtlttatis.  f. a. ^ oAnmahs dtuifio immedtata.2.b. Applicatio tnfirumentt etus natu- ram non uirut ij.a. tArtfiotelts artifiaum tn modts dt cendt per /e.r>2.b. jirs a quo ente extra animam pen deat . fol. 2.pag.2.b. Artis res conftdcrataquid fit.j.b aArtts modus confidcrandi qutd fit. tbidem. Jirtificis operantis res confiderata qutdfit.^.b. dArt/ficis operantis modus confidt randtqutdftt. . Artiumfints. n.a. jSucrroes qutd tntelltgat per fubie- clu, quando tn ulttmo captte ept ** tomcs libri categoriarum afie- rtt, decem categorias efefubte- tlam tnloitca.j.b. o C Caufii exislendt,& infercndi fimui qu&nam fit. Causa mferedtfolu qu&na fit.ibide. Caufa efficiens quando competat pdtisfim&dcmoftrationi. i^S.a. . Caufz proxima fujftctes quafpecie demofftrationis efftciat. *, Caifa proxtma non fuffictcns qua fpccbcm demojlrationis ejftciat. widem . Caiif& ) cJ t caifata qttot modis pof fifttdifpom.ijLj.d. fauftuariantur, ut cffcclus uaria- ri contin^tt. . a. • ! 1 1 fatfirum altas cffcueras,alias exi jlfrfiatas. 6 2. c. Cauja cjfecirix per quam pr&pofi- tionem -denotetur. 6 j fe qu& nafit.SS.a faufa efftctcns pcr accidcns qu& na fit. fbidcm. Cauftta extern&,quam intern& u- de necesfitatem efentialem ha- bcant- no.b. Cognitto £f cum ratione,^ fme ra tionc acqutritur.26 '.a. Coznitio accidentium multum con fert ad cogncfcendu quid. . c. Comunis condttio dis defimttonis,et ois defcriptionis qu& na ftt. 131.6 Compofita exillis conflituunturjn qu& rcfoluuntur.j.b. Conclufio potisfim& demonftratio- nis cur fit perpetua. . b. (foclufio demoflrationis quomodo fit efsetialis dcfinttio pasjtots Condtttoncs primi,(f fccundt mo- dt pcr fe quot ftnt . S2. a. Condittoncs uniucrfalis poflertori- fiici qu&nam fint.pj-.a. fonexio olurn contextuufecudi Po jlerwrum Itbrt.sfi.c. infra. Cofiderare inftrumetafctedt, ut m ftrumeta fut ad quejpcttct. v .!> Cur rcs ipf&, ncque logicx dtjciplt- n&, neque logict operantts fmt res confiderata. j. a. • Curuitas cutus na jit forma .6 D Daturfctcntia communis ad rca lem,& rationalem .  Dc defimttone trattatur tn feptimo Diutnorum libro in ordtne ad tjuodquid eft. 33 : k ^ * H Defnitio dtiplex eft, utdelicct, no- minis,&rei. 1. q. Definitio reicx qutbus coftet. 1. d. Defimtio nominis comp/eM qud namfit. 20. *• Defimtw nomtnis pofita in princi- pto capitis de nomine nonefitn- tegra, completa. ibidem. b. *Definttto quomodo posfit fiert enun ctatio. tbtdemc. Definitto anfit inter infirumenta logtca collocanda. 24..C. Definttio cqfideratur a /ogico 2 c.d 'Defimtio ^lethodt proprie fum- pti, qtutnam fit 26.d. *Definitio pro ut efi prtncipiu demo- ftrationis gddicat.jo.c.e-/ 3 f.c Definitione quxnam qutftto nota fiat. 33. a. Defmitto non efi finis methodi de* monflrattua.^^. Dcfimtio,qu*ex demonfiraticne £ fe eltcttur,qu£nam fit.^S.a. ]J)efinittofubfiatid quomodo elicia turex demonflrattone. tbtdem. Defimbtle ut defintbi/e pcr quidha beatur. Definitto tpfius fctre fimpltciter qudnamfit, eius explicatto. 6 ' 2.a. Definttionem reinon effe aUamna turam ultra rem illam,quomo do debeat intelltgi. 17 6 .b. Definitio tndemonfirabt/ts qud na\ fit. tStf. b. Definttio tneft,non fubiicitur.S 2.b Definitio efientialts pasfioms cur non posfit effe mator cxtremi- tas in potisfima demonflratto- ne. too.c. Defimtto proprietatum cur dica- tur dtfinttto per additametum. Definttio nonfecus, acdemonUra tio efi perpetuorum .127. c. Definitto quorum nam umuerfa- Itum fit. tbtdem. Defimttonem expltcantem nomi- nis figmficationem fumt alujaa do pro tpfamet nomtnis figmfica ttone. 13 j. a. Definitionem exprimentcmrci qui dttatemacctpipro tpfamet qut- dttate. ibtdem. Defimtio tota pasfionis qu&mo— .j do cx dcmonfirattont eliciatur. 136. b. Definitiones ab omni caufarumgc ^Hcre fumuntur. 16 3. c. De zsWedto pro ut eft caufa rei ^ttbi ^nflote/es uerba fecertt. Demonfiratio (juta cur altcjuando dicaturfyllogtfmus. t^..b. Demonftratto applicatafcietuquo modofiat fctentia tlUjCut appli- catur.i j. a. Demonftratio compofita efi ex ma wUria^forma.31. c. Demonfiratioms forma qud nam fit. ibidem. Demorjftrattonts materia qua na fit. tbtdem,tf 61 .c. ** 2 Demonfiratione quot qtufitaoffe dantur.jj.a. Demonfiratto cjuomodo coferat ad cognttionem definittonu. jtf.b. Demonslrabt/e 3 ut demonfirabi/c^ J> qutd habeatur . jlo . b . e  . k . Demonflratto a quo habeat } ut fit demonfiratio -^8.a. Demofiratio } de qua agitur ab A- rtfiotele in primo PoHertorum in quafnam definitiones refdiua tur.jjb. Demonfiratto acaufaproxima efi fimt/is copoftttorit NatHr*.j8.b Demonfiratio quomodo fit caufa fcienttA.6 i.d. Demcmflratio potisfima ex {juibt+f- prtoribt4f prtnctpus progredta- tur.68.b. • • t Demonfiratio quidofifdat.i7^.a Demonftrabilia ex qutbusnamde monfirart debeanf. ti} .b. ^ Demonfiratto quandodtcatur ejfe definitiopotefiate proxima, "f£ quando potefiate remota. i ?2.b Dcmovttratio quando fiat aclu de firittto. ifj.b. -v* l ' vr*d Demonfiratto ad quid dtrigatur. Demonfimtiones, §l#ia } Propter qiud tantum } pottsfima quo modo progrediantur . .d.($ ijS.a. Demonfiratio debet habere propofi ttones neceffarias. 1 $ p.b. Demoffrationes pottsfima quomo dofe habeant tnter aliasdcmon flrattones.168 .b. Demonfirationem potisfimam a- pudaArifiote/em fignificarifub ncmine demonfirattonisfimplt- citer.i/i.c. De natura potisfima demofiratio- nis qutdfit.m.a. Deomni , quod fciripotefi , quot qu&rantur.i.b. De ratione infirumenti, ut infiru- -^ mentum efl,quid fit.tj-.a*: ' ^ De rdtioncf \Uogtfmi quidfit. 70 . b Deratione Dtcitde omnipofteno- fitci qutd fit.tbidem . c . Defiruilo ma*is umuerfMrJefirtn tur quoque mtnus ttmuerfale* %^t^9^^ ~* ' ' £ Dia/et1icam 3 qu£0$o librts ^Topi- 5 corum ttfhtirietur, hbrii iota L& gtcam cum ^RJjcftoncapht/o/o x ' phus comfarat.fb/. Kpdgr&fcQ Dialechcddocet ;n utram^fuepar tem dTfptftarc.ifadfa^™^^ "Dia/eaictSyUogtfmititilitas. 17J Diclto } propter, ut p/urimum qutd denotef.tif.c. Dtclum dc omni commnnms efi > gftrfe>$$ umucrfdtc. 6 p.c. Dtclum de ornm Poficriorifiicum qutd fit.tbtdem. ^Diclum deomni ^Pof/criorifiicum in quonttm fupcrct dttltim dc_s emnt priorifitcum.tbidcm.d. Diftum de omni,ac diclum de nul iofuntradtx , ctprtnctpium tn cj(t fyllogfmus refoluttur.^o.c. Dtdum deornnt inqutbusJyUogtf mis aclu, & tn ojutbus potefia- tcreperiatur.yt.c .V. .cjv\ Dtffercnttd tn logtcA defintttone a quo fumanturfol. i .pag. 2 . a Dtjferentta,qua methodw propric dtcla ab ordtne feparatur .2y.a Dijferenttae cfuado tnqualecjutd, & quando tn qu/d prxdtcan- i^/w** 4&rfa ^Vh\ttm\3L Dtffercntta tnter ejjenttalcm acct- dent/sfroprit, &jubjlanttae de fimt/onem, fi . a. Dtfferentta inter formas fubstan ttales~ l & acctdenta/es . /oj .a. D/fferenftaw efienttalem effetnter demqnsfrattonem pottsfimam , (ef propter qutd tantum ex par ^tfqu$torunj.ij.j.c. A 'Dtffcrcntta triter caufalemy etqui . dttattuam definttionem quoma do cognofcatur.id' 3 .a. Dfcrimen inter demonstratione ', de cjua phtlofophus loquttur tn prtmo Tostertorum,tf cam,de quaucrbafactt tnfecundoltbro contextu undccimo,undc Juma tur.tSd ' .b. Dtfcrtmen inter partem demon- stratiuamM^Topicam quodna fit./j.a. Difcrtmentnter primum,f$ fecu- dummodum perfe.Sj.a. Dtfcrtmen tntercjuartum, & pri mum modum dtcedt per je.nec nontnter quartum,et fecundu. /oS.a . i\\va - h . Difcrtmeninter fctenttas fubalter nantes,(c? fubaliernatas. i22.b Dtjcrtmen fctenttarum habitara- ttoe fubteclt cjuotuplex fit./2^..b Dtfcrtmen definittonum tn quo c% i^jijiat.tjt.b. fcwV. Dtuerfam effe rationem inter cla- uis tnaurationem , (ef mtnor/s propofittonis pQttsfimae demon- strattonis immedtatione. I7i-c. Dtuerfa fctentunequt eofdem ter mtnos, neque tafdem propoftiio nes fecundum unum , & eun- dem confiderandt modum con- tempUntur,ncquttntcgra t ade demonfiratione utuntur I20.d. Dtuerft, Mat-erte ad dtuerfarum formarum recepttonemdtrtgun tur.i2j..b. Diutfto LogtU a quo fumatur . Diuifo demonflratioritPnb Auer- Wrot fatla. tytifi v o\\vr,A\«\v\ Diuus Doclorqutd ftbi uelttjquan v do dtctt,ACCtdcns proprtumpth dere a Jubttclo.S \f.b. Dvmus utttitattr.i&.c. Dum unum tju&rimusMuo inutni re pofumui non ftmptrftd alt- quando. 160.C d. Eadem eft proportto inter tcrmi- nos fimpltces, et nomen, ac uer- bumrfu* efi tnter cnunctationc, {fpropofittoncm. /7. c. Ea , quA fepefiunt , quomodo fub demonftrattonem, ac fctenttam cadant. tw. b. Ea, quA exaccidtnttfunt, alienif- ftmaeffea demonftrationis natura. Ecltpfis quodnamfubicclum dcno tet. ij j.c. Effeclus quacmsainferat. 14.2.C Eftctcnsquotup/exfit. 16 2. c. Effictens uerum , non uerum quodnam ftt. tbtdem. Effictentts proprta natura quAna fit,/6 ^L. a. Elemcnta quare dtcantur fimpli- cia Itcct fint compofitacxmate ria,tfforma.j.c. Enttsdmfio.2.d. Enunciationis dupbcem traclatio mmfictt pht/ofbphtu.17. b, Enunciatio ex uerbo eft, uelex cafu ^trbi.2o.c. Enunciatio eftgenus ad affirmatio nem^negattonem. tbtdem. Eorum,quA nonfemper fiunt,quot fint genera.u 2. b. Efie in fubtetto fundamcntum eft tpfiw dta de subjecto . Eflfeammalnon efttdcm, quod ui- ucre. 97. b. Ejje utfuale cur lincA dtcatur dijfc rentta acctdenta/ts. i22.a. Effe prtnctpta nobis not* tmmcdia tc , & medtatc qutd dcnotet. tjo. d. Efsenttafpecierum quo inftrumen to cognofcatur. j?.d. Efsentta pasfionum proprie ditta quAnam fit./oj.b* Efsentiapasfionum /argo modoac cepta (jUA namfit. tbtdem. Efsentia/es proprupasfionis defini ttones cur non posfint efsc me- dtum tn demonftratione. 162. c. Explicatio opintonis loannu Gra- mattct de infcriptione fccundi b brtTottcrtorum. jS.c. Exp/tcatto dectmi contextusprimi Itbrt Foflcrtorum.SS.a. Facultas quotuplexfit. fol. i.pag. Facultatis nome quomodocunque fumatw tott logicA tton conue- mt. tbtdem.c. Finisinternus logicA quidfit.S.a. Ftnts cxtcrnus /ogicA qutd fit. tbt~ dem. b. Ftnis GrammattcA quidftt. 2 j.b Finisqutbusnam tnducat ncccsfi- tatem.6 j.b. Formatto apud ^ucrrccm qutd ftt.j2.a. Forma partis, quA eft a/tera pars * compofiti y a quanam materia contradtfttnguatur. So.c. Forma totius quid fit. tbtdem. Forma fubtcttt eft caufa efficicns proprtetatum ciufdcm fubteUi. Formt fcnfitiua fupponit uegetati uam,non econtra. 97. b. Eorm& fubftanttaics carent caufa inb&rcnti&, babcnt tamcn effi- ctens cxtrinfccum,aquo produ cunturin ipfumejfe.io j.a. Forma quomodo fit % caufaeffethrix accidcntium fui (ubttttt .iSo.c- Fruftra cft rat'to,ubt fuperabundat (cnfus.tyt.b. Ccneratto curab Ariftoteie dtca- tur Natura.f j.a i!j enera ca%fvrum quot ftnt. 62.C ij cnus conucnicnttA, non dtfcrepa tu canfa cfi earum (pecierum, qux fub fc contincntur .fol. 2. pag. 2.c. Cicnus quotupltx ftt . 4.9.I). Cenus tnnominatum quomodo dif ferat a dcfinitione.j-p .b. Ccnus innominatum qutd fif.ibide (f enus nominatum qutd fit.ibtdcm (jenus quare dicatur gcrere utcem rnatcru.St.a. Ccnus accidtntt* proprti aquo re ftringatur . tji.d. Cjenus fecundum fe quid fignifi- cet.tbtdem. Cjradus demonftrationis quot fint. -c.^f.d. C rauttas a quo nam in iapide fluat 1 1S4.. b. Grxcorum fcre omnium fententia, fundamentafydepbtlofopbi con ftlto tn fccundo "FofiertorUm it- bro. 31. a. *V"v^3» Habens quidttatemex quibusnam ^Sfonftct. $0* ' W\ fc» t Habttus communiter acccpti di- uifio.2.a. Habitus tllt quinque a f j Anftotele v& cnumeratt infexto libro de Mo rtbus cap. j.rcf 4.. a quo confti- tuantur. tbtdcm. Habitus inUrumentarii, ncmpe io .^gtca, Crttmmatica a quoco Jiituantur. tbtdcm. b. -Habttus raftondisdtuifto a quofu matur. tbtdeWid*- HabttuspTAciput , babitusin- Jirumentarii a quaparte entts *^entfc*n+$t: 2 . pag. 2.a. w. HSitus inftrumentartt quomo- do intcrfc diucrfi fiant. foi. 2. Habttus pr&cipui , et infirumcn- tarittn quo cjnucniant foi. 2.Nabitus rationafis intctteclusdtui fio. 2j.a. Hacctria, uideticet,uniuerfaieffe •^* cundum quod tpfum } (f pri- muminunum,tf idemconcur rcre.pj.. c. Hdc dtclto , quatenus ,fecundurn unam tantum ftgntficationem > (tf tliam proprtam apud sAri- fiotelemfempcr legttur. p6 '. c. Homtnis conftderatto multtpiex efi.7.c. Homo quid addat animali ratto- nalt. 176 .b. Homo,e4 focrates cjuomodo sit tde, (*? quomodo differant. 76. c. \* Idem dtuerfa ratione in diuerfis e- iufdem DifcipltnApartibus con Jiderartpotefi. 17.lt> Idem fe tpfum uenart nonpotefi . 29. d. Idcm infe ipfum non refoluitur. Idem fc ipfum componere abfur- dum effe.yo.d. Idem tn fe tpfum agere non potefi. Impltcat contradtclionem dicereli brum categortarum efe logicu, gfrebus ibt conftderatts non ejfe tmpofitas fecundas intentiones. 21. k. -\ \VVV, ; r\\ In Aptlogo cjuid colltgere teneamur. . Infertora tccidunt fuperioribus . 6 p.a. In Itbro categoriarum res aclu fc- cundu nottonibus fubttciuntur . tu c. In Itbro Prtdicamentorum quomo dopbtlofophus agat determinis Jimpltctbus in rebus fundatis. 17. a. In Itbro Terihermenias qucmodo phtlojophus agat de itfdem fim- pitctbus termints. i7.a. In prtnctpio prtmi Trtorum quo- modo phtlofophus agatdettfde fimplictbus ter mtnts ..b. In cjuo habttu rationait ftt uerum per fe.fol. 2 .par. 2. b. ln cjuibuspropoftttontbus ftt uerTi , & in cjutbusftt faifum, nomen pro Jubieclo, uerbum pro pra dtcatofumt.20. d. U 21. a. In cjualtbet qu&fitone quid qu&ra- tur. 3*. a. In quem fenfum phtlofophus reii- ciat,c4 tnqucm Jenfum admit- tat defintttonem. 43. b. Injtrumentt condttioncs a quo flu- ant. 6 1. d. Infirumentorum logicorum dtui- fto.28.c. Infirumentum fpiritaU quomodo appltcatum fctentu fiat fcientta tUa, cut appltcatur. ij b. Intelieclus a quo ente extra anim2 pendeat.fol.2. par. 2. b. Intelieclio qutdfit .tjb. Intelieclus quomodofiat res intelU cla.ij.b. Intentio philofopht in logica dtfcipU na naquAnanupt. 16 .b. Jntentionts prtnctpium eft jtnis exe cuttonts. 16 '. c. Jntenttot/ts finis efl principiurru executionts. tbtdem. Jntettophtiofopbi tn Itbro categoria rumquAnamfit. 21. c. Jntettopbtlofopbt tnltbris Pofterio- rumqu&nam[it.24..c.tf 66.b. Jntentto pbtlofopht in Itbrts Prto- rum.7o.a. Jnter bomtnem,(f atai cadtt altud fubieftummcdtum. pS.b. Jn tertio modo pcr fe quAna fubftan tia conttncatur.76 . c. Jn uno quoque prAdtcamento efi quodqutdefl.So.b. Joannis Cjrammattct opiniodein- fcripttonc fecundt Itbrt Pofierto rum.j7.c. Lapidis conditto naturalis qu&na fit. 181. c Latinorum fere otum sententia, (f fundamenta de pbtlofopbt confi- lio tnfccudo Tofiertorum.j2.b Ltbrt Pcficrtorum cjuare tnfcri- pttfintPojtericres.jp. b. Ltiri Prtorum quaretnfcrtpttfint Trtores. tbtdem. Ltbrt Tofiertorum Cjuare mfcripti ftnt refolutortt.6 0 a. Ltnea nonefiuerum fubietlum re- nec ucrum fubtctlum curui fetunclim acceptt. 8 p. c. Linca ut linea ad (juamfcientiam fpcclct. . b. Ltnea ut utfualts ad cjuam fcien- tiam pertineat. tbtdem. Ltnea (juomodo aGeometra defi- niatur. Ltnea wfualts cjuomodo a Perfpe- cltuo defintatur. tbtdem. Linea pbjficacjuomodo confidere- tur a Cjeometra. ibtdem. Linea matbemattca quomodo con- fideretura Perfpecltuo.ibtdem. Ltt t cr& cur ad altcjucm mittantur Locos argumentorum effeab argu mentis diuerfos. pp.c. Jj>ct dcmon/lratiuiyfialttjua fint , quAtn Toftcrwribus dtct mere antur. ioci demonfiratiui^mna cffeposfint.pp.dtf loo-a. LogtcAuttlttas* i6.b. LogtcA proportto ad totam pbtlofo pbtam. ibtdem Logtca artificiofa rcgit intelletlum ne crret tnfuts operationtbus,re clajfpbilofophandtratio efi. 1 c. Logicabomtmlusa r.atura infita cfi. tbtdcm. J.ogtCA ffutd nomtnis tbtdem. Lo'tica genus (juidfitfol t.par. 2 a Logtce proxtmum genu s cjuidfit, & quidfit proxtma differen- tta 2 b. Logtca per cjuid a Grammattca dtfttnguatur.2 b. *** LogicAdefinitio.2.cio.b.(y n. c. Logica in quo conuentat cum habt^ tibus prtnctpalibus.ct tn quo ab illis dtfferat . foL 2 .par. 2 . d. Logtcatnquo conuemat tnqua dtjferat aGrammattca, 3. a* Loztc* res confiderata quodnam ftt. i- c Logict operantis res: confidcrata quodnam ftt.j. d* Lcqu&demonftrattua nu cupaturin ufu pofita femper ex proprtts uniufcuiuf^ fcietiA^cui applicattir, prtnctptis porgrcdi* tur. ij. a. Logica ggquidfuit inucnta. if.a* M- Maior propofitto tlltus dcmonUra t;onis 3 (jua concludttur homine ■ rtfibikto cjfe J>£ animal rationa lc ytnqm moda dtcendtper /i repertatur.iof. a. o^Pfaior extremttas potisfimA de~ monslrattonis cju&nam fit. 100. c. Matorpropofttto potisftmA demon ftrattonts eftin quarto mododi~ cendi pcr fe.ioi.b.& ioj.a. MathematicA quomodo dtcantur habere matcriam.iS 2.c. Materia ex qua quomodo colloce tur tn fecundo modo dicendi pcr fe. 104.. c. Materia ex qua cur non collocctur in fccundo modo dtccndtperfc, ficuti matcria inqua. 104.. a. cPllateria in qua ad quod genus caufe reducatur. 6 j.a. ^llateria cx qua cft altera pars compofiti.So. b. Materia no epars quiditatis . ibi.c Materia quomodo posfit dtct pars quiditatis.S i.a. cZWateriadup/ex eft S2, c.  enti& proprtus .p.b. Modus confiderandt logici cfuina fit.26 ' .a. Modus confiderandi Metaphifici (fuinamfit.j7.a. Modus confiderandt a quofuma- tur.t26.a. Modtts definiendt a quo fumatur. ibidem. N- . Natura non cognofcit.Natura pottsftm& demonflratio- nisin cfuibusnam condttionibus confifiat.uS .c. Natura demonftrationis cfl uana abfcfue cognitione nofira. ijt.a. J^Qaturam demonfirationts ab- fque nofira cognittone mtnime confiderart pofse. 1 jj.c. Necefsartum efuid ftt. 68. c . ^Qjcefsartum latttudtne habct. Nccefsarium accidetale undepro ueniat.6 p.a. Nectfsarium effentiale unde oria tur. ibidem* Necesfitas duplex eft. Nthti conftderatur ab Artifice,/jf reccdat  per quam inefi fubieclo. l^jf.d. Pcr™*?™* idefi,per caufam ,pro>. pter quam res efi, qutnam cau fa ab i/trifiotelcintelligatur. fj.a. Per dcmonfirationes ceUbratas quid intclligat uiuerroes . 16 S. a. *Per magnam partem cclebrataru demonflrattonum qutd intclli- gat  b. Pr&dtcationaturalis,tf pr&ter na turam qu&nam fit.8o.a.( a. ^Prtmus modus dicendi per fe cur nonposfit fiert fecundus , & c conucrfo. 82.b. Trtncipta demonflratiorits quomo- do fctantur. 6 S.a. Princtpia dsmonfirationis quomo- do fint uera.6 p.b. Prtncipta quando pofunt transfer ri de gensrein genus. 126- a. Principta demonfirattonis debent efie nota ut fint ejfentialia  PoHertorum Itbro agat de De- fintttonepro ut ex demonfiratt9 ne eltcitur.j6.b. Quomodo philcjophus definitionis traclattonem tn Jecundo Pojie- rtorunu libro cum. demonftra ttonis traftattone^confundat. Quomodo demonfiratio, dcpnt- "7/0 fint tdem, & quomodo dtfft rant.jj-.a. Quomodo naturalis philofophus , fcieniu fubalternaU confi- derent formas m materia . 12 j. c. Qho ordine condttiones principio- rum pottsfim* demonslrattonis inuefitgentur.Si.c. Quod qutd efi rci quot modis fumi posfit.2p.d. Quot fint gcnera eoruifu , qmdc qualtbet fpectt fciri pojfunt . 6 i.b. Ratio (ssWcthodt in gencrc qutd fit. 28. c. Rattones toptCA quarc absAri- ftotele^j logtca nuncupcntur . ^Ratio generis a fuarum fpecic- rum rationc dtuerfa ejl . 28. c. Ratio 9 qua probat philofiphus in primo Pofteriorunu contextu trigefimo parietcm non rcfpira re, cur ab eo dicatur demonjlra tioquod. ij6. a. {Rccentiorum opinto, eorum% fun- ^amcntum de phibfophi confi- lio in fecundo libro Pofterio- rum.$4..a. Isjeilum eft tudex fui ipfius,(f obli qui.173. a. Rem altquam confidcratam , qux plurtbus modis confiderari pof- fit, adunum ex ilits coar&ari , reftringi qutd fit.p. b. ^B^rum alit alteram caufam ha- bent altauero mtnime. 4.2. b. 1{js per qutdcognofcantur . 4.: c. 1{js funt fundamentum fecun- darum intenttonum. j. b. confiderata pluribus cH com munis.p. b. I^js cognofcenda quot fint . 37- * Res a qua caufa habeat ut fit . 63. b. %js demonUrandae quot ftnt . 6 j. b. H^jsper fe cxificns quanam fit. 7S-I>. *Rfs a quo conftituatur S) tfnvmi- nctur. 123,4. %jfolutioquidftt.j8.b. c R^hetorica docet in utramquc^ partem dtfputarc.fol. 1. pag. 2. b. *-^wuWu\>V\v^ v:\j\4\ $t£fprtn cipta.xi.a. Scientu fubicBum quodnam cfic debet. 12. d. Scicntta in communi de quonam entcfit. 13. d. Scicntta a quo conUituatur , nominetur. 123. d. Scicntu fubaltcrnata quando fa- ctunt s ($> quando nonfactunt numerum. i2#.a. ScienttA Jubalternantes , ($* fub- alternata quando in rc confi- derata dijferant , in modo confiderandi concurrant . 126 . c. Scirc fimpliciter pro quo fcircfu- matur.6 2.c. Scircfophiftico modo pro quofcirt accipiatur, ibidcm. Scire caufamejfetlHS quando fit fctrcpropter qutd.ij.2.c. Sctreper pofterius in cornparatio- nem ipftus fcire per prtus habc tur pro tp/ofcirc fccundum ac- cidens.16 i.a. / Scopus deflnitionis fcparatur afco po dcmonUratioms.^.o.b. Secundarum tntcnttonum difttn- Bio.^.c. SccundA intentiones abfque primis ejfe non pofunt.^.a. Secunda nottoncs latius patent, ^ quam inftrumenta nottfican- Secundum (juodtpfum qutdfit. #S b.tf 174..C. Secundt modt dtcendi per fcex- plicatio.8 i.c. Secundi modtdiccndi perfepr/tdi cataqu&nam fint. ibtdem. Secundus modus prtdicandi per fe in qua caufa fundetur. 8 3.a. tfj+.d. Secundumquod tpjum quid ftgni fcet.py.a. Sigmficatto nominis alicuius rci quando tntelltgatur.i 31 .b. Simt/ttudo ncn cfi idcntttas. 14-b. Simtlitudo, disfimilttudo intcr phtlofophum , jophifiam in quo confiflant.6 2.b. Simttas cutufham fit pajfio. Simitas qnidfignificet,^ quidde notet tbidem. Sine ucrbonullaaffirmatio,uelne gatiocft.2o.c. Subaltcrnantes, fubalternatas fcientias conuemre in fubieflo materiali.i22.a. Subalternantcs , fubaltcrnat* fcientiA quare dtjfcrant. tbt- dcm . Subieclumadxquatum tam $s4r- tis , quam  fubicftunu pro~ prias pasfwnes , earumjj d lam eius partcm difputatricem , qux odo.libris Topicorum continetur , hanc enim philofophus comparat cum Rhetorica,cV ei fimilcm cflc dicit, non totam Logicam, quando in principio primi hbri dc Rhetorica inquit, Diale&icam , & Rhetoricam fimiles eflcipter fe, & urramque dynamin, idcft, Facultatem quau*j dam dTc, quoniam har folar Difciplinar doccnt in utramque partcm difputarc, & c nos aptos reddunt ad utramquc partem arquc tucndam, Patet itaque Facultatis: nomen fiue communiter, fiue proprie fumatur, toti Logic-e non conucnircPra: terea, per nos, qui Logicam dicimus cflc Facultatcm, diflicultas, quar alios ur^ gct, non foluitur, cum enim conftet, Logicam habitum efle intelligcndi, & cre/ dendum fit, plenam, & fufTicicntem cflie habituum enumcrationcm in fexto libro deMonbusabAnlTotele pofitam, ad quorum nullum Logicar habitum redigi pcfle facile demonftratur; ft Facultatem alium queudam habitum eiTe putamus prarter illos quinque , Ariftotelcm in babituum cnumeratione mancum , ac di/ minutum facimus; fi uero non alium ,fed corumaliquem , id a nobis decla* randum, & argumenta folucnda erant, qua: in oppofitum fieri folcnt; quanv obrcm fortaflc mclius dicendum crit , Logicar genus cfle Difciplinam, feu Ha bitum mftrumentarium» Superiores obie&ioncs foluuntur. Cap.I I L /\ Llatis obicdionibus ita rcfpondcmus, ut ad primam dicamus,nos accipcre Facultatcm primo modo fumpuro,& contra inftamiam, negamus Logicx liber Primus 2 genustunc^campIisfimumArcmotisfimu - cbremFacultas,feu Hab.tus rationalis Logic* gcnus rcmotum fit, cum eius quoq; prox.mum effc posfit, nam licct habitus ratic nalis gcnus fit plunbus com nrnnc , non tamcn eft a Logica rcmotisfimum, fed ci proximfr, fi Lo*ica accipia tur pro ut d.ftinguitur ab Intcllcdu, Scicntia, Sapientia, Prudentia, & Artc. Id autcm man. eftument, fi habitus communitcr acccpti diuifionem in mcdium allcramus. Habitus ergo communitcr acccptus ucl corporis, ucl Animi eft Ha bitus anim. ucl cft moralis,uclrationalis, habitus rational.s ucl eft principalis uel in(trumcntarius,principalis autcm ucl contcmplatiuus , ucl ad.uus, ucl cffel ct.uuseft. Hacpofita diuifione,dicimus, difTcrcntiam princ.palcm add.tam iiabi tui rationah conftituercquinqueillps habitus in fcxto hbro dc Monbus cap tcr tyo,& quarto enumeratos, uidelicet, Intcllcaum, Sc.ent.ar^Sap.cntiam, Prudcn ttam, & Artcm, qui hab.tus praxipui dicuntur; cidcm ucro habitui rationali al, ^eram inftrumentariam d.fferentiam adiundam  ahis diflmguatur, alioquin ab cis non difTerrct, cum gcnus conucnicntiar, non dt fcrcpantiar caufa ftt carum fpccicrum, qua: fub fc continentur  dum , quod operationis fubicdum appcllant , cfle res omncs , fiue carum primos conceptus,ucl primas intcntioncs,in ca occupantcs cundcm locum,que in Artc Itatuaria occupat ars , cV lapis, in fabrili fcrrum , ac lignum,& in Mcdi* cina humanum corpus ; nam qucmadmodum ftatuario proponitur acs tanqul- materia, in quaformam ftatuar efticiat, quareius artis fcopus , ac finis cft , ita Logico proponuntur rcs omncs,fiucearum conccptus tanquam fubic&um , itt quo fecundar intentioncs effingantur , uc fint inftrumenca nos iuuantia ad rcrfi notitiam adipifcendam . Quam fcntentiam cV omnium tcftimonio , & Auerrois auctoncate confirmant , omnes cnim dicunt,Logicum fccundas intcntioncs cra. clare primis applicatas,quod nihil aliud fignificat, qua m primas intentioncs clTc fubiccium, in quo Logicus crTicit fccundas, quac funt hnis Logicar,fccunda: cnirn c finc primis neque cfsc, ncque mente concipi pofsunt. Auerroes autcm in ultimo capite Epitomcs Iibri Catcgoriarum afserit,decem Cacegorias clTe fubicdum 6c in fcicntns & in Logica, duobus|tamen diuerfis modis , in Logica quidem quatcnus cis contingunt inccllccla iccunda , ideft , quatenus eis fecundae inteny tfones imponuntur, in fcientiisucroquatcnus funt conceptus rerum ,quae cx* tra animamfunt , quafi dicat , quatcnus funt cognofcibiles, rcs namqueca gnofcimus pcr ipfarum conceptus,quos mente apprchcndimus. Logicus itaquc rcs omncs confidcrat , nou fecus ac philofophus , diuerfa tamen ( ut dixia mus ) ratione. Opinio fupcrius notata impugnatur. C AT. VI. d TT AEC opinio ,quantum coniicerc poffum \ cum ueritatc non conucnit» Alncque cnim Logicac difciplinac > ncquc Logici opcrantis rcs iplactunc ■ M Liber Primiu y fubicaum feu res confidcrata , non Logics d.fciplin*, quia in ea,ficuti in ** i cnamcis Art.bus res confiderata funt inftrumcnta iam confctfa & abfoluta • nequc ctiam Log.ci operantis, nam fi res ipfarcflenc eius rcs confiderata feu' operac.onis fubic^um , non fecus ac ftatuarii *s, & lapis, profcdto res eficnt pars materialis Logicorum iuftrumentorum , ficutiars, & lapis fhtuar.qucm, admodum igiturflatuarius,gratiacxcmpli , cx are, & f.gura mercurii eff.cic c.us itacuam , ica Log.cus ex rcbus, & fccundis intcntion.bus dcbcrct fua iu, Itrumcnta conftrucre, quod tamcn falfum cft,uc clarcinfcrius apparebic Ad omn.um uero tcflimonium, qudd fcilicet fateantur omnes, Logicum fecundas Jntcnt.ones traflare primis applicatas , * in eis fundatas , d.cimus , ucrba illa juam .11, afTerunt n.fi m bonum fcnfum ca uerba redigantur , ut falicec rcs fuu fubKTctum , idcft, fundamcntum, in quo fundantur fecuudar intencioncs tam fim plices, quam compofitar a' Logico confidcrata:. a>a communi fentcntia non b reccd.t Aucrrocs loco ab eis citato, quia pcr dcccm Caccgorias intclli^.c fubic ttum pro fundamento, in quofundanturfecundarintentiones fimpl.ces caquam lubicdtum operationis Art.ficis, nempc Logici, ex quibus conrtruic fecundas .a tentiones compofitas. Manifcftum igicur eft ex jii , qus hucufq ; d.x.mus,res non efTe fub.eaum Logici opcrantis , fcd fundamentum fecundarum Inccncio, iium quod antc iiimorum oculos ponimus. Sit in l.br.s Priorum cx rceul.s ibi a philofopho trad.tis compofitus fyIlogifmus,quem in fua principia reloluemus, uc rede cognofcere posfimus ex qu.bus fuerit conkaus,cum compofita ex Z Jisconfcruantur,inq ua :rcfoIuuntur . Syliogifmus itaquc immcdiatc rcfolui, turm propofitiones , qua: qoq funt res , fed fecundarintcntioqes in rcbus fun. datar; propofitioucs dcindc in terminos fimplices , qui etiam non funt rcs , fcd fecunda- Intcncones repus applicat* Subiedum itaque operationis, feu materia, r mi qU fi m l ^ L ° g,CU / in S y ,Io S ifl * 0 ™™ conftrudione, non funt rcs,fed C termin. fimphces, & propofitiones, qu.a ficuti in rerum naturalium eencrat.o, peelcmenta , m quar corpora naturalia refoluuntur/unt lubicdum operationis uatursinmixco™ p ro duaione,& harc uidclicet mixta in animal.u gcnc.atione, Jta term.n, fimplices, quos rcbus appl.catos afTumit Logicus in l.bro caceeoria, rum, func c.us fub,e perationis, tundatur in rebus. Non funt itaquercs ^ - fubicdum operationis Logicorum inftrumen torum, fed fundamentum, cum Iccund* Jntentioncs abfq; primis, & rcbus. fubfiftcrc non posfinc, ( B > Logicarum Difpur. Defne Lojrictdi/cip/tnx, chtfq^ac Lofictope- rantts adaquato fuktctto* C i>. F//. T"\EcI.into Logicar difciplinar fubieao,reIiquum eft,utad cius finem indagan dum perucniamus. procuius notitia confideranclum ell, Logicar non fccus ac Mcchanicis Artibus dupliccm conucnirc fincm, internum unum, alterum cx ternum,quafi fmem gencrationis,& reigenicar. fincm intcrnum Logicar dicimus cfleablolutionem cxplicationis fubicfti cius, quem finem alTecutus fuit Arifto, tcles dv.m Logicsc libros abfoluit,cV Addifcentcs cundcm finem funt alTccuti du b pertinuiua aj partcs Logicar didjcerunt.per quar poffunt ad libitum formarein iTrumenta Loaica,- cxternum uero cx Ariftotelis fentcntia in primo Top, cap t nonodlc utrique philofophiar parti adminiculari, tradcndocis methodos, ac rc gulas dillmgucnch uerum a fallo. bomimq,- a malo,hinc eftquod philofophus in Morahb.:s rmem , ac fcopum actiuar philoiophiac nominare maluit aclionem , qua'm cogmtionem, uc agcndo chgamus bonum, cV malum fugiamus. Difcipli nar itaquc non fccus, ac Mechanicar artes, ita fe habcntcs ucrfantur in attinentia bus ad finem internum tanquam in re confiderata,modum ucro confiderandi rc cipiunt a rclatione ad fmem cxternum,cx quo duplici fine oritur earum adarqua tum fubicdtum, ut gratia excmpli, Artis naualis fubiedum adarquatum eftnauis quatcnus nautis inieruirc dcbec,Logjcar autcm ada*quatum fubiedum func inftrti menta quatoijs utrique philofophiar parti inferuirc dcbent ad fecerncndum ue^ rum a fallo,bonumq ; a malo; Logici ucro operantis adarquatum fubicdum funt c fecundar Intentiones fimpliccs,quatenus cx illis inftrumenta,quar funt fecunda: fn tentiones cornpohta-, conftruere intcndit. Ex quo mamfetTislime apparcc, fubic cTi a gica: dcfinitioncponcrcalium fmem,quam cum, uc d fccruat ucrum a falfo. Ec Kccc Ariftoteles in Morahbus fincm, ac fcopum actiuar piulolophiar adionem no minare malucrit, quam cognitioncm, id ab eo hac rationc factum eflc dicunt , quoniam adio ibi principalem Iocum ccnct, cum fit ultimus, ac prarcipuus finis, ad qucm omnis carum difciphnarum cognitio dirigitur , quare non poterat ali^ tcr loqui Ariftotelcs dc finc, & fcopo adiuar philolophix. De Logici opcrancis adxquato fubiedo, inquiunc , eos cfle dxridendos ,qui fccundas notioncs tat^ cjuam rero confidcratam , deindc , ut iuilrumcnta notificandi ponunt canquam modum confidcrandi. Qjjem crrorem uc dcccganc, notandum dTc uolunt, fubic &o modum confidcrandi apponi ad coar&andum non rcm confidcratam , ut multiputanc, fcd cius confidcrationem , quod cum maxime dignum cognitu fit, & a paucis animaducrfum , tali exemplo dcclarant; Si quis diccret eflc in ali» cjuo libro fubie&um animal quaccnus elt rationalc , Is non redc dicerct , quia fi harc locutio eflcc admicccnda', oporccrcc omnc animal cflc rationalc, qui cnim ita loquicur , uidctur fupponerc , omni animali rationalc inefle, uci faltem non * fimplicitcr animal fumic, fcd rcftritf um , & pro folo hommc, uc perinde fit, ac fi dicerct, Homo quatcnus rationalis , ficcnim reaediccretetiam fi eadcm rcm bis cxprimeret , fcmel quidem canquam rcm confidcracam , deinde icerum can* quam modum confiderandi , quoniam in conftituendo uero fcienciar concenv platiux fubic&o modus confidcrandi arqualis efle debec rei confidcracar , licec cnim dicerCjHomoquaccnushomo, fcd non rcdcdicirur, animal quaccnus homo , nifi animal pro hominc folo accipiatur , dum cnim dicit animal quacc* nus cft homo , non omnc animal ftatuit rcm conlideratam eflcjfed folum homi* ncm, quia bos non poceft confidcrari quatenus homo , cuius confideratio, cum fic multiplex, rcftringitur, poteft .n. homo confiderari ut fanabilis, ut fxlicitatis capax,& aliis fortafle modis,ideo dum dicimus.fubie&um effe hominem ut homo cft,uel ut efl rationalis, ad hanc unam confiderationem homine coar&anius , &  fngido,& duruni a x molh; ruunt(dico) huiufmodi inconuenientia, quia non ica per calidum, frigi d dum, durum , & mollc fignificatur attiua philofophia, ficuci perbonura,6t nulum . An ucro dcridcndi finc , qui ponunt lccundas nocioncs fimphccs tanquam rcm confidcratam ; dcindc , ut inftrumenta notificanii , lielt # ' Libcr Primus o quatenus ex illis inftrumenta notificandi, quarfunt fecuudar Tntcnfiones' compo fitar, conftruenda funt, ramquam confidcrandi modum Logici opcrantis , Aliis judicandum rclinquimus. Quod autcm ad rcliqua pertincc. Eos & fibi iplis , & plnlofopho aducrfari, fuamcp poficionem non fatis animaduertcrc exiftimamus, .Aflerendo cnim non rem confideratam, fcd eius ccnfiderationcm reftringi debc rc, iibi ipfis rcpugnant, cum alibi dicant, Crcs quidem confidcrata non cll cuiuf 3uc fcicntia* propria, fcd poccft ci cum aliis cfle communis, modus autcm confi crandi cuique proprius eft,ix* rem confideratam reftringit,qua-ipfa perfccom rnunis erac,] nec dicere polTunt,id uerum eflc dc rc confiderata , fcu dc fubie&o materiali in fcicntiis conccmplariuis, in opcratricibus autcm minimc,quia ftacirn fubiungunt, Cita in operatricibus folemus fubic&um a fine rcftriclum nominarc, tic cu dicimus fubie&um ln arcc Mcdica efTe corpus liumanu,uc fanandfu] dcindc, pucanccs inucro fubie&o fcienciar concemplaciuarconftituendo modu confidera ili arqualem clTe debere rci confideraca*,fimul cx* p!ulofopho,& fibi ipfis concradi cunt,na philofophus in fccundo phyficoru contextu decimo oc~tauo,cx" uigcfimo aic,m rc confidcraca potTc conuenircplures conceplaciuas fciencias, in modo ac confidcrandi nequaqua,& ipfi(ucpaulo ancc diximus)afTirmanr, re confiderata fion cfle cuiufque fciencrar propria,fcd polTe plunbjs communc elTc, mo iu aute cofidcrandi cuiquc proprium. Si icaquc rcs confiderata poccft eflc plunbus cora rnunis,& modus cofidcrandi cuique proprius eft,quomodo afleruncjn cofticuen do ucro {ubic&o fcieciar conceplaciuar modu cofidcrandi arquale" cflc dcbcrc rei cofideratar? dcmu, poncndo id, qct neghgunc,pofitione fuam paru animaduercc rc uidentur. dcclaro cos poncre qct negugunt,nam re aliquam confiderata,qnar pluribus modis confiderari posfit,ad uuu cx illis coardan,& reftnngi,nihil aliud cft,qua v m oe"s alios cius confidcrandi modos cxcluderc,& unum illoru feligcrc; ut gratia cxepli,cu posfic Homo confiderari,ucl uc fanabilis,ucl uc farlicicacis ca pax,fi Aliquiscxcludedo ut e farlidcacis capax , accipcrct ut cft fanabilis,dicc/ retur ad huc,no ad aliu cofidcradi modu homine rcftringerc,crgo ponunc , q$ cicgliguc Harc cu uera finc,cancu abeft,uc in duplici uerfcncur errorc, qui ponuc fecundas nociones fimpliccs prouc suc inftrumenca notilicadi,idcft,pro uc ex lllis coftruenda sut inftrumeca notificadi,elfc Logici opcranris adarquacu fubicctu,uc potius eorti fentccia fic penitus ad mcnce phuoloplu, accipiunt.n. fccuda» nono ncs fimplices late,pro ut ec a Gramacico confidcracur,cafq;admodu conliierau & Logici reftringunc,qct fecundu Ariftocehs pccpca loco fupcrius cicaco facicn du erat,& hoc prarftarc,uidchccc,re aliquam ad unu cx pluribus eius confideradi tnodis coardareaiihil aliud eft,quaVn eiufdem rci cofiderationcm rcftnn^erc EJfentialis Logtc* Ttefimtio. C A T. X. COnftituto (quantum pcr nos licuit ) Logiccs gcncrc , fubicclo, cV finc, confcqucns cft , uc cflcntialcm cius dchnicionem ponamus,qu* cum ci io LogicarumDifput. a gcnerc,& difFcrentiis proximis cfficiatur, rationi congruere uidcrctur, ut pro generefibi aflumeret habitum intclledus racionalcm , fub quo cum reliquis prl cipalibus habitibus proximc contincntur habitus inftrumencarii ; uerum ft rcs dili^enter con(idcrecur,in cius definitionc Logicus non dcbct habitum colloca* rc, quoniam Logicus,ut Logicus,cum conftdcrarcuon poceft, alioquin cogcrc tur etiam intellcctum copfiderarc,cum habitus dicat ad intcllectum relacionem, & a quo rclatiuorumJunum confidcratur , ab codcm confidcrctur & alccrum, fcd a Logico (ut clarc patctj incellc&us non confidcratur, crgo ncc habicus.mc lius icaque( nifi fallor) fuo muncrc fungccur Logicus , ft in Logiccs dcfinitionc pro cius proximo gcncrenon habitum intelle&us rationalem,hcet fub co (ut fu pra dilputatum fuit) Logica contincatur, fcd difcipiinam acceperit. Et cum iaro tletcrnunatum fttjLogicaefubiectum efle inftrumcnca pcrfcda,& completa, ii* ncm ucroucrique pmlofophia: partiadminiculariad fccernendum ucruma fal ^ fo,bonumcp a malo , a quibus ,nimirum fubie&o,& ftnc differentiac fumuntur, hunc in modum eius definicio(uC opinorjponi dcbetjLogica eft difciplina inftru mcntaria probansinflrumentautriquc philofophia-parti tnfcruientia ad feccr* nendtm uerum a falfo.bonumq? a malo. in generc contraclo pcr difTcrentiam a fubicclo dcfumptam Grammatica cum Logtca conuenic , habct enim eciam, Gramrratica pro fubiecco inftrumenta, fed hne ab ea diftmguitur Logica , ete* nim Grammatica non conftderat fua inflxumenta quateuus inferuirc debeanC utrique philofophiar parti ad feccrnendum ucrum i falfo, bonumcjj a malo , ul facit Logica» Vtrum Logica J!t fcicntU. C A P. XI. c EXaminatis duobus fimplicibus Logicar quarfttis, uidclicer,An fit , cV quid fic, rcliquum eft,ut alia duo compoiita declarcmus , quorum unum nempc propccr quid fic,alteru pra?fupponic,uidcliccc,qualcfic, ftcuci in iimphcibus quid fic prarlupponic an ftt; quarc confonum racioni eft , uc in compoficis a quacftco qualeftc incipiamus,dicimus icaq;, illud nihil aliud efse,nift ponerc in numerti, idcft,facerecnunciacioncs de cercio adiacencc, in quibus alcerum alceri inhaerct interie&a copula,uCgracia exempli,quando quaerimus,ucrum homo fic albus, rifibilis,c\ huiufmodt , harc quarftio appellacur Quale ftc qua pofica huius termi nicognitione, quarripoflec de Logica, utrum ci prardicatum aliquod iungacur uideliccc,An lic ftmplicitcr fciencia,&huiufmodi alia mulcajcuius quacftionis fub tilisDodor unacum tccafere Latinorumfcholaparcem affirmaciuam tuecur, quia iudicans, Logicam efle fcienciam racionalem,cogicur eciam aflerere,Logi* cam elTe ftmplicicer,& abfoluce fcienriam,nam quod elc fub fpecic alicuius genc ris,non potcft non efle fub gencreilliusfpccici, fed fcientia rationalis eft fpecics ^ fcicntiae communicer fumptae ad rcalem,& rationalcm , ergo Logica , cum fic kicticia racionalis,cric quoquc fcicncia fimplicitcr accepca,quae fuodatur in ente ctiam Liber Primu^ etiam communicer fumpco;nam ficuti datur cns commuoe ad eus cxtra animu, a tfcad cns in animo.ica dacur fcicncia communis ad fcicnciam dc rc excra animu, idcft,dcencc rcah,& ad kicociam dc rc in animo, ideft, dc cncc rationali . qua: communitcr acccpca fciencia , cumlic efFe&us dcmonftrationis communiter fumptarad realem,& rationalem dcmonftrationcm,babec fubicctum, pasfioncs , & principiatamquam mcdia ad cas pasfioncs dc fubie&o dcmonftrandas , qua: omnia ut communia ad rcalcm, & rationalcm dcmonftrationem accipiuncur. Efse autcm Logicamfcientiam fimplicitcr, & abfolutc fumptam,intelligrndo dc Logica doccntc,quam Grarci uocant fciun&am a rcbus, liac ratione Doctorfub tilis probat . Logicus e£l fcicns,crgo Logica eft fcicutja,quia a concrctjs,ubi cft prardicatio pcr fe, ualet confcqucntja ad abftra&a ; Antecedcns probatur hunc •nmodum,Logicus demonftrat, crgo Logicuscft iciens; dcducitur Antecc/ elcns hoc paclo,in Logicafunt ca omnia, quar ad dcmonftrationem facicndam requiruntur,ergo Logicus demonftrat . Sj uero intelligaturdc Logica,qua: cft in ufu,idctl,dc Logica (ut Crxci dicuntjrebus applicata,negat jllam cflc fcientia, tiuia hoc paclo coufidcrata non cft cx propriis , lcd ex communibus. ucrum nc ijuifpiam crcderct,dum putac Logicam eflcfcientiam,cum fentire,Logicam ciTc lcicntiam rcalcm,dubitat contra partcm affirmatiuam,quamtuctur,uc appareac  tur acerrimc impuenarc , probautcs contra Dodorcm fubtilcm Logi» cam non cflc icicntiam abfoluce , cx quo fcquitur, cam ncc cflc quidcm icien tiam rationalcm,cum tcncat femo, confcqucntia a fupcriori ad infenus ncgatiuc. QuotI,rclicla(ut dicunc ) argumencoru mulcjtudinc ,oftcndunt racionc ex ipfius ^ rci nacura dcducla,qua: huc m modu ab cis formatur. Tota traftatio Logica cft dc fccundis notionibus,hx autcm opus noftrum funt,& arbitratu noftro cfle.ac non cifc poilunc , non funt igitur rcs nccoTaria: , (cdcoucingouccs , ;ca ut fub 12 Logicarum Difputl * fcicntiam non cadarit ,' cum fcientia fit rcrum tantummodo ncccflariararn ; qui rc patct Logicam fimiliorem cflc Artibus,gua % ni fcicntiis in rcrum confideraca rum conditione.fcicntiacnamque in rebus fimplicicer ncccflariis ucrCintur, Lo» gica ucro,& Artcs omnes in rcbus contingentibus,quae a 1 nobis producuncur: habita etiam racionefcopi,& finis.Logica Artibus fimilis e(T, fcicntiis uero dik fimilis,nam fcicntiarum finis eft fola rerum confideratarum cognitio y Artium uc ro non cognitio, fed effcccio , fi quam enim cognitioncm habcnt , caiH ad c/Te Gionem dirigunt , Prarterea ualidisfimis Ariftocelis auftoricacibus, & in pri^ mo priorum fub initium fccunda: , ac cerci* fcdtionis , & in pnmo To/ picorum capite nono candcm rationcm confirmant; nam philofophus in prima Priorura Iocis citatis afleric fe conftrutTionem Syllogifmorum doccrc, ncm* pe quomodo efficicndi fint , & quomodo facile a s nobis ficri posfic ,ut nofl ad cos efTiciendos apti reddamur, at quisnon uidct talem clTc Artcm oma D nem docentem ? In nono autem capite primi hbri Topicorum air , pro* blematum aliaperfc rcfpiccre eIcdionem,6V fugam,qua! quidcm funt problema ta ad a&ionem pertincntia corum enim fcopus non eft cognitio, (cd cleelio,uel fuga, idcft, agcrc uel non agcrc ; alin pcr fe tendcrc ad uentatcm , 6V fcientiam , ut funt problemata fpeculaciua,quorumnullus alius eft fcopus , quaYn fcicntia ueritatis ; alia dcmum utriquc parti philofophiarauxiliari, qua* funt problcma* ta Logica, hax ctcnim funt inftrumcnca , quibus utltur tum acliua , tum con tcmplatiua philofophia ; itaquc fcntcntia Ariftotclis cft , rcrum Logicarum non cfie fcienciam , cum pcr hanc condicionem fcparet problcmata fpecula^ tiua abacTiuis,& Logicis, utfcilicer, fola fpeculaciua fcopum habeanc lcicrr tiam. Addamus nos m fauorem huius opinionis aliam philofophi audoria tatcm in fecundo Diuinorum contexcu dccimo quincto infine,ubi ait , ab^ furdum efle fimul fcientiam , & modum fcienti? qua-rere , ex qua philolo* t phi au&oritace clare pacct , Logicam , quar pcr modum fcicntia: cxprimi-» tur , non clTe fcientiam , alioqum non re&c ibi philofophus locutus fuiflet. Quod ucro fpe&at ad argumenta in oppofitum , corum uanitatem oltcna dcre facile cfle dicunc , primum cnim argumcncum , fi ualidum "cllec, non magis in Logica , quaYn in Artibus omnibus cfTcclricibus locum habcrct; Si namque Artem aliquam docentcm flatuamus , ut medicam , uel ardifu catoriam , illa quoque fubic&um proprium habcbit , de quo multa dc* nionflrabit pcr propria illius artis principia , omnis enim Doclrinafitex prxcognitis , cV per ratiocinationem a x noto ad ignotum ; QuiJ igicur ? Ars ardificatoria doccns erit fcientia fpeculatiua ? Ad primum icaquc Do etoris fubtilis argumencum refpondences , neganC anteccdcns, Logicrfscv nim ncque cft fciens , nequc demonflrat , nequc habet ea omnia , quacad ueram dcmonftrationem ucrar fcicntia: efTedricem requiruntur , non cnim d fubie&um tale habet, quale ad fcicntiam contcmplatiuam rcquiritur; fciencia quidcm fubieclum poftulat artcrnura , non continecns , quod arbitrio noftro cf fc,ac non clTcpoffit; at Syllogifmus , & omncs (addamus nosj fccundx notioncs Liber Primus x funt opus , c* figmentum noftrum,quarc idoncum fcientiar fubieflum non funt. Pro intclligentiarcfponfionisadalccrum fubtilis Dofloris argumentum quo probac Logicam in ufu pofitam non effefcientiam , aducrtcndum efle fcribunt Logicam duas mtcr cartcras habcrc partcs,demoftratiuam unam,quam in libris Pofleriorum Ar.ftotcles tradit , &altcram dialcc>icam , dc qua agit in libris Topicorum ; inter quas illud inquiunt cflc difcrimcn, quoM dcmonfrratiua dum praxepta, ac regulas docet,non fit fcientia,fcd inftrumcntum fcicntiarum,ut uc ro appl.catur rcbus , fit ucrc fcicntia,non quidcm fcicntia, quar dicatur Logica, (cd lc.entia naturalis,ucl gcometrica , uel alia,quia tunc procedit cx propriis il> lius fcicnciar pnncipns,cui applicatur. Faculcas autcm topica nonmodoutdo/ ccns non fit fcientia , fcd ncquc ut in ufu pofita,quia dum alicui fcientiar applica tur, non fumit propria cius fcientiar media,  ptercaqudd ibi confidcrat ea, quarfunt neccflaria, & artcrna* ueritatis , ut gracia txcmpli, demoniTratio eitfyllogifmus fcientialis, dcmoaiTratio coniTac cx ueris, prinus, immediatis, prioribus, uotioribus,& cauiis conclufionis,& infmita huiuf modi alia. Prarcerca, licet Logicus non habcat rcalcfubie£tum,quod realisfcien tia poftulat,& proptcrea reahtcr non dcmoniTret, non fcquitur idcirco cum no ciTc fcicntcm , cum abfolutc fcicntia non folum dc rcali , fed ctiam de rationali fcientia ducatur; fat igitur eiT, uc Logicus demoniTret dcmonftrationc racionali, atq; ideo rationali fcicntia fit fcicns,licet non dcmoniTrec reali dcmonfcrationc, quare primum argumentum manet adhuc 111 roborc luo.Quatenus ucro fpe&at ad altenus argumeoti diiTolutioncm , antequam in mcdium afleramus quid dc d illa fcntimus , aduerccndum c(Tc duximus , DocTorem fubcilem a ucritate non rcccdcrc , quando dicic , Logicam in ufu poiitam non ex propriis, fed cx communibus proccdcrc,fi pcr Logicam incdligit partcm Topicam;(i au-^ Liber Primus tem totam Logicam intelhgac , cum ucritatc ( quod pace tanti uiri dictum fit) a minimc eonuenire, quoniam ca pars, quar dcmonftratiua nuncupatur,in ufu po/ fttalempcr ex propriis uniufcuiufque fcientia-,cui applicatur, principiis progrc^ ditur.Hocanimaduerfo, rcfponfio ad alterum argumentum aliquiddifficultatis .patitur,quia dc ratione inftrumcnci,ut inftrumccum eft,quod amplectitur inftru mcntum rebus applicatum.A ab illis feiunttum.ncc non corporcum,& fpiritale, cft folum alteri inferuire.cV propterea cfle inftrumcntum,non autcm ut fiat rcs illa,cui applicatur.quoniam applicatio inftrumenti,quodcumquc illud fucrit, dJ fitquid accidcntale,eius naturam non uariat. Demonftratiuum itaquc inftrumc tum,quod fpiritalc eft,applicatum fcicntiar non poteft ficri ucre, & formaliter fci cntia illa,cui applicatur , fed utique caufalitcr.quatcnus fcilicct parit,& aggenc* rat fcicntiam,quemadmodum gencratio ab Ariftotclc dicicur natura,pro utcft uia in naturam : ficuci igitur gcncratio non cft ucrc natura, licct fit uia in natu* ram,ita inftrumcntum fpiritalc applicatum fcicntiar non fit ucrc ca fcicntia,cui ap plicatur,quamuis pariat,& aggcncrct fcicntiam illam.alioquin idemcflet facies» c* fa&um . Philofophi autem au&oritate in tcrtio libro dc Anima cxiftimamus «on faceread propofitum,quia philofophus ibi comparat potcntiam intclligea tcm rei intcllcdar , ipfi ucro comparant inftrumcntum fpintalefcientiar; Prartc rea,non uidetur cum ueritate conucnirc,ut Mcns noftra intelligcns fiat ucrc res lpfa,quar intelligitur, alioquin Intellc&us intdligcns lapidem.cV Iignum,ficrct uc rc lapis,n cis fecundas notiones im, 1 poncrct; quod clarius confirmant,(lum aiunt, ( uocibus cnim primjr notioms ip, fe alias fccundas uoccs imponit,quod facere incipit in illo primo capitc iibri de interprctationCjUbi fummo cum artificio librum illum cum libro Catcgoriara conneclit,accipicns uoces fignificatriccs rerum iam confidcratas in libro Cate^ gonarum, & in eis imponcrc incipicns fecundas notiones,a fimplicibus cxordi' cns ,qua?(unt nomina,c\ uerba,&c. ) fi itaq.-in principio libri dcintcrprecatione incrpit philofophus imponcre fecundas notiones uocibus res fignificantibus,de quibus agit in libro Categoriarum,rcs in libro Catcgonarumnon func fccun* dis notionibus opertar. " lnfimtu contra dcterrninationem sAuftorit refpondetur. . b T-J AEc opinio fuper duobus di&is fundata, qua impugnatur fententia noftra, «*- -Lirjjutroque non paucas uidetur pati difhcultatcs , & primo circi pnmum diclu , ut fcilicet nomen, & uerbum nullum refpc&um de notcnt adenunciatio ncm,(cd abfolutam habeant fignificationcrri/ibi ipGs aduerfantur,& ab Anftote lc ( quantum coniiccrc polTum) rcccdcrc uidcntur. Sibi ipfis eos aducrfin patct, r>am uolunt nomina,& uerba dTc partes enunciationis,dum dicunc, C fcd dc fim plicibus tcrminis pnmsincellc&us operationi rdpondentibus , qui ucrcpartei cnunciationis funt,agitur ia pnincipio hbri de intcrprctationc , & fijnt nomma, fk ucrba,exjiis dicit Ariftotcles enunciationem conltitui,non ex fubttantia.qua to,& quali,ut patet legentibus totum Iibrum de intcrpretationc,in quo nulla un cjuam fit mentio fubftantia- , uel quaoti,tanquam partium enunciationis,fcd fcm pcrnominis,& ucrbi. ) Si nomina,& uerba confidcraotur in hbrodc intcrpreta. c tjonc ut funt partcs cnunciationis^umuntur in ordmc ad iUam, cum partcs ha* beant refpeclum ad tctum.Oppoficum po(teatuentur,dum inquiunt,( duplcx i* gitur eft tra&atio de fimpliciDus terminis,una abfoluta m principio hbn «ie in* tcrpretatione, quando agitur dc nominc,& ucrbo, altcra notans rtfpcclum ad? cnunciationem, quando m ipfa cnunciationis trattatiotie uocantur iubieclum, & pracdicatum,quo in loco nulla fit mcntio nominis,& uerbi, nifi qiutcnus in c^ nunciationc fuot fubieclum , & pra:dicatum,hac cnjm ratiopc rcfcruntur ,fcd non quatenus nomioa,& ucrbafunt. ) Eosdcmum ab Anftotclc rcce Jcre,omni bus manifeftum effc exifbmo,qui diligcntcr pr imam fc&iontm hbn Perilicrme* iiias,& ultimum capucfecundarlcclionis legcrint; attamcn eorum mcdiis id o^ flcndcrcpIacct,accipiendo, ut faciunr ipfyiominis,& ucrbi dcfinitione>,fcd pri^ tnum pondero pjiilofophi fententiam in capitc dc nomine, in quo cum nominis ^ dcfinitioncrn pluribus aliis communcm tradidcric , ciufqj nonnullas particulas dcclaraueritjCJicludit a nominis dcfinicionc nomen jufinisuoi,quufignificacio* D 20 Logicarum Difpat. a dcfmite, & quod cfl,& quod non efl; ex quo colligitur dcberc addi troCitx defi r ricni alteram difTcrentiam, uidchcct , flgnificans aliquod fmitum , ut defmirio jlla hunc in modum fit ; Nomcn cft uox fignificatiua fecundum placitum, (ine ttmpore, cuius nulla pars fignificatiua ciT fcparata, finite aliquid fjgnificans. ue/ i um quia fic intellccTa nominis dcfinitio comprehendic etiam eius cafu?;,cxc ludit lljof ab huiufmodi definitione, quoniam iuncTi cum ucrbo ncquc ucrum,nequc falfum chcunt, non.cn auccm fcmper,- ex quo Jtcrum colbgicur, tradira* nommis dcfinitK m clcbere appcni aliam difTercntiam, uidelicet,ut iuncTa ucrbo dicat uc rnm, aut talfum, atq; jdco faciat aut aiTirmatiuam,aut ncgatiuam rnunciationc.. Cum i^irur complcra nominis dcfinitio ex ArifTotcIc pcc ea,qu.T habetintoto illo captte,hunc in modum efTe dcbeat, uidclicct, Nomcn etT uox fignificatiua ad pljcirum, finita, (inc tcmpore, cuius nulla pars figniGcatiua cfl fcparata , & quar lunrTa cum ucrbo dicit uerum , ucl fjlfum,& proptcrca facit cnunciationem; lu l ce cbrius pattr, nomcn di fjiuri ab A niTocdc in ordme ad enunciationcm, cum m «a rc penatur uerum, ud folfum. Std in hoc fortaiTc hallucinati funt illi, quii ticjidciunt, dtlinincrcm nonunis ab AulTotelcpofif.irw in principio capitis cf U inicgram, d ccmplctam cius c.chnitiol.tm,qBed falfunveflc ex lubfcqueiui^ ru  « propterca lccundis notioni, • Btn IdKUr, Res uero adJu ,n hbro Carcgoriarum fecund.s notionibus fubii. c faclc comprehend, potcft ct tituIo,& .otentione, atq, ex iis qu« fa falfc ftS^f" P r ' d ' C — SSS t^antuV 9 * m qla ' '" P lunbus « «Bteotione fumitur, d,cimus .ntentionem philofopni eiTc ,uan,T ' n °, ^ ° mniUm D0 " 0DUm ***** rerum m orLe ad affirS £X n £Sr T***» in qua uerum - & filfum c ° ntincn - s, L fornaarc,ac formatas enunciationes ucras,& falfas coirnofcere noT Smus, q U x q ul dcm mtcntio ex iis,q U * ante Categorias ^3 "cn - J^tf nab T Ur ' CUm i taqUf i0 Lbr ° Catcg^ria r"m co „ ■ SaSu^fe d P r * d,Ca ;' on «. clar L e P"« « Ar.ftotrlis intenrione ■D, aau l U bnc,& f U bflerni fecndis notionibus; & clarius hoc ex titulo habo ^SS^T^^rT^'^^ Su^ecunTno o . ur S A ' P r * d , ,Ci,to ' Quod f"bieao,tamquam forma matcrir, faniti, d % «afla dcBominanBDe, l.brum illum PncaWntBrum hbrum placnit phflo *2 Logicarum Dijfcuf. fof lls> hunctvpirr. Fx iis quoque, qoat in fingulis pi^dicametific; # r praxipoctrt pra-dicamcnro fubfraotiar tra&antur, manifcfbifirrlc hoc irjem colltiprurjiri^qtio prgdkamcnro muJra rcpcriuntur,qua- ad rrm noftram attinoit.fednoncad oftc dcwdtjm qubd intfndimos fatiscflcpoffuntfubftanriJrdiuifto to*rimam,6V fecurj 3«3am, dtfcriptioncs , 6V rommunitates, qUac omnia manifeftisfime m-dicant rcs • ibtCOHfiderarijmordioc ad fccundasnotioncs; A licct ex communiratirnit alfa quir uickafitur clTcptifita* (ccundum naturam fubfranttar, 6V urfextra intcllcclurn tffywoW ramcri pojjunt ad modum prardicandi; Cc ad propofitidrH4 conftitutio i»cmn-*>fid.:i r.i.->m;. , .f:u! u:->) ( nr,.: /.mcJJi aoxi wi tnutl : De Lopc* difcifhmt ti^tiWf flfcifom >^4c de modo frogredknh Wprtc*yti , eam dcftimi po(Tc ab Ariflotclis fcopo.qucm diximus cflc pra*ccpta tradcrc t r 5 i^uCridifrirrrumeTita ignotum manifcftantia,in'ter qoa? pra-cipuc proprcf dcmr5- frrarioncm (yllogifmum philofophus fpcOat;qui, cum duplicitcr confidcrari posf»r,ueI quo ad conllirutiuas, ucl quo ad fubieftiuas partes', induxrVnos ad' crcdcndum^ur I ogicardifciplina* hbri in duas (cccntur parccs, inquafum prima.' contincntc libros Catcgoriarum,Pcrihcrmcnias, & Priorum r agic philofophus dc iis,qua: fpeclarit ad fyllogifini communiter accepti conftfuccrdricmjrivfcudS 1 * 1 daojcro comprHicndcnte rejiquos omnes libros deeiuldcm fyllogTfmipartibus; : Libcr Primus 2 fubie&iuis tra&ar» hinccft ( nififallor ) qudd Auerroes io prarfatione (upcr lu brospoftcriorum fcribit,Logicam in duas pnrcipuas fccari partcs,quarum un3L uniucrfalcm,fcu communem,altcram particularem.fiue propriam uocat; pcr par tcm communcm innuit libros Categoriarum,Pcrihermcnias ) & priorum, in qui frusfut dizimus) agitur dcfyllogifmo in communi quo ad cius conftructionem; pcr propriam ucro poftcriorcs analyticos, Cc cartcros omnes fubfcquen* tcs libros, in quibus agitur dc Syllogifmo contraclo,idcft,dc (yllogif mo quo ad cius partcs fubieciiuas.pofita librorum Logicar diui ConCjCirca modum progrcdicndi in huiufmodi prarcep* tis in ea difciplina tradendis pro inftrumentorum conftruclionc i^notum notificantium , dici* mus , Anftotelcm his omnibus uti, ncmpc , Diuifione,Rcfoh]tione, & Compofitionc» Deo , qui Trtnvj s unuf ejl , Laus , Honor , Gloria fit. - :1 V ) P. LOGICARVM DISPVTATIONVM DE PHILOSOPHI PROPOSITO IN POSTER IORIB VS AN ALITICIS. Ejfentialem Jpecierum defimtionem intcr Log/ca infirumcnta c/Te cottocandam. C *A P . /. VMadcius demonfcrationis, qua? potisllma nuncu» patur , cflentialifcp fpccierum dcfinitioms intclligcn^ tiam iuucnes introducere cogicaucrim , abfoluta de uniucrfa Logica difputarione, Poftcriorum analycia corum, in quibus barc inftrumencafcientiis omnibus appnme neccflaria tradantur,prolegomena prius xaminare non inutileforc mccum ipfc iudicaui, eoru cnim auxilio inflicutum noftrum ficilius cxequi potc rimus.ut autc in huiulmodi ncgorio ordmacim prri/ grediamur, ea induomcmbra iccarc dccrcuimus , in quorum pnmo dcphrto fophi inccntionc in Poft: libris, accipicndo intcntionem pro fubie&a materia, in fecundoucro dceorum infcriptionc ucrba facicmus; Quoniam uero dc philofo fhi intcntione in primo libro nulla cft apud eius explicatores controucrha,om ncs cnimunoore .atcntur,agcrc ibi ph.lofophum dc principiorum dcmonflra/ tionis c6dicionibus,fcu dc maccria dcmoftrationis.cu de cius forma in prionbus a&u fit,ab huiufmodi fpeculacionc fupcrfedebimus, foluq* circa philolophi intcn tioncl(ecudolibroucrfabimur,uarii.n»dccius propollto ibi uaria locuti sut.cuq; inter Ariflotclis intcrprctes mulci fint,qui fubftincrcconaucur in eo hbro agi ad tnentcm philofopln dc dcfinitione prout infcrumencum cfc concradiflinclu a dc monflrationejargies qct quid e comuncad fubftantia,oVaccides;facerc no poiTu tnus quin difpuccmus, an ld ueru fir^qct ab ilhs uidctur (upponi.ccfcilicet huiuf* tnodi difinitionem intcr inftrumenta Logica collocadam ,ahoquin tiana effee 2^ Logicarum Difput. * corum fpeculatio. Dicimusitaq; (fumpto altius principio) Jlabituum InteHes clus rationalium, alios effe primarios , alioi fecundanos , fcu inftrumcncarios^ primarii, qui pcrfc, non alccrius gracia confiderancur, ( in lis cnim pcr fe ucrum eft) quinquc func , uc rcftacum rcliquit pliilofophus in fcxto libro de Moribus cap.3» uidelicet, Incelle&us, Sciencia, Sapiencia, Prudencia, & Ars, ab enccqjor* tra animam riuunc, qua dc caufa dicuncur eciam rcrum habicus, nam fciencia,fa piencia,  ne ab ca difbnguitur; grammatica: cnim hnis,& fcopus eft regulas traderc re■• i:i>r.iii'yaiil SfioiiwU^^ tbomluiurl ds.irl :jCt cjp. u. ITJ 07J ' "P\l;fmitioncm, licct oon ratiocinctur, efTc Logicum inftrumentum probatur 'ratione, & aucloritatibus confirmatur. ratio hunc in modum fc habct, dcrl nicio conG d cratur a Logico, crgo dcfinitio cft Logicum inftrumcntum; Antc* cedcns Liber Secundus I 26 *z cedens clariffimum cft cx Ariftotele in feptimo diuinorum texxom: quadrage a fimofecundo,& ex Aucrroefupcr illo contcxtu; confcquentia probatur,modus confiderandi Logici cft ut inftrumentum notificandi ex Auerroe in prologo f>rimi Poft: & iti L ; pit: Logic: circa principium, fed nihil confidcratur ab Arti. fjce,quodrccedatabeius modo confiderandi,ergo defiuitio.cum a Logico co fideretur, non poteft ab eo confidcrari nifi ut inftrumcntum notificandi, cft igi tur dehnitio Logicum inftrumentum.Confirmatur hoc audoritacc philofophi m fexco Topic. cap.primo,& cercio,quibus in locis ait , definitionem facerc ut cognofcatur (ubft3ntia,fiueaccipiatur fubftantia pro ciTentia,fiuc pro fubftantia concradiftinda ab accidentibus. illud idem habetur in fecundo Poft j hbro ca* pite fecundo : ubi philofophus ait ( amplius,fi definitio fubftancia: quardam co, gnitio cft, &c.J dixit, quardam cognitio.uc denotaret, non folum ratione, fed etiam fine ratione acquiri cognitionem.Et in eodcm capitc uolens philofophus . inueftigarcquoinftrumentoqua-ftioQuidfitnota fiat, proponit primum non nulla examinanda, mter qua- ponit hoc, an idcm posfit fciri demonftratione , & dcfmitionc, cx quo manifcftifiime uidetur uellc philofophus,defmitionem facere ijc faatur,atq ; idco dTe Logicum inftrumentum,alioquin Quarftio abeopropo Ijta prarccr racionem adduda fuifTec.fi defmicio non faccret fcirejqua fcicncia per definitionem nulla ex cius fenccncia in fcpcimo Diuinorum concexcu quarco me lior , atcp prarftabilior eflc poteft . Demum in primo dc Anima,& in primo Di umorum utrobiquc tex: com. 4 g. uulc difciplinas omnes pro inftrumenco uti demonltratJone,& definitione,inquiens, ( atqui omnis difciplina per prarcognita aut omnia , aut al.qua cft, & aut per dcmonftrationem, aut per definitioncm. ) cjuam philofophi fencenciam fccuti func Thcophraftus,& Alcxandcr, refercnce fcuftratio m fccundo poftcriorum Commentario fuo quadragcfimo fcxro p 0 / fucrunc enim & ipfi duas fcicntias , dcfinitiuam fcilicct , & demonftratiuam c # proptcrca duo inftrumcnta,nimirum, definjcioncm , & dcmonftracioncm. ex qua philofoph. racione colligicur non dTc ad mcncem eius , uc omnc Logi, cum inltrumcncum fic cumillacionis necesficace. quareconfirmacum rcdd.cur quodtradita_habicuum racionalium diuifio nobis ance oculos pofuic, nempedc fmicioncm cUc Logicum inftrumcncum. Ex aliorurru fententia obiezlioncs qmdam contra ea, qu* dc defnitione proxime didafunt. C sA P. I I I. JS^JOnnulli contra ea ) quardida funt , inftare nituntur \ probando pluri, d bus medns, non elTc dcfinicionem inter inftrumcnta Logica connumc, randam , & primo definitionemethodi proprie fumptar, quar cft, intelleaua* le mltrumcntum facicns cx notis cognitioncm ignoti,fcu intelleauale infW E 27 Logicarum Dilfpiit. a mentum notificans quod prius ignorabatur. intelle&uale inftrumentum Metht. di gcnus cft, quod ordtncm quoque c.omplcditur; tecere autcm ex rjotis cogni tioncm ignoti,ucl notiftcare quod pniw ignorabatur, eft difterenti*, qua mctlio dus propric dicla ab ordinc feparatur; ba?c cnim mcthodus illationis ncccsfita* tcm habet, alioquin non diccrctuc notilicans, cum netincarercm jgnbtam non posfit cffe fine illationis necesfitacc; ordo autcm minime. Hac pofita metbodi proprie dictac definitione , inftant hunc in modum , deiinitio mcchodi propric diclar non compctit deiinitioni,crgodcfinitio non eft mcthodus proprie (umpta; Confcqucnt» eft clara per locum topicum a dcfinitionc ad dciimtum , Anto ccdens probatur , definitio non progreditur ex noto ad cognitioncm ignoti cum illationis necesfitatc, quod eft mcthodi proprie difise dtlinitio, crgo defmj tioni non competic dcfinitio mcthodi propric dicla:; Antccedan probatur, fi dcfinitio progredcrctur cx noto ad coguitionem ignoti cum illationis neccsfi/ b tatc, ipfacfiict terminus a quo notus,e\ quiditas, ad cuius cognitioncm pcr dca finitioncm ducimur, cflct termitius ad qucni ignotus; fcd lioc eft falfum, cum.n. defmitio, & quiditas non dilcrcpcnt nifi ut fignificans, 6c figniiieatum, nonpon teft dehnttio cffc nota, dum quiditas ignoratur, crgo ddmitio non proirrcdirur cx notoad cognitioncro ignoti cum.illatioms neccsfttatc. Sccundo, cadcm cft ratiodefinitionis adqutdicacem abcafigniticatam , &' nommisad rem , qux ab ipfo ftgnificatur , crgo fi dcfinitio cfl mcthodus, & inftrumentum Logicum no>? tificans quiditatcm, nomco etiam mccbbdus crit, & inftrumencum Logncuri» rcm ipfam notificans , fcd hoc cft faKum, crgodcfinicio non eft Logicum inftrd mcncum, fed inftrumcntum tantura fignificandi , ut patct cx cius dcfinitionc-ab Ariftotele pofita in primo T0p.cap.4v quarhuncin modum fe.habec, (cftautcmi tcrminus quidcm oratio quid eratcffcfignificans,) ubiterminus pro dcflnitio* 3 nc accipitur , & licct.Anftotclcs infcxto Top. cap. 3»nccnon in primo hbrox c de Amma, 6t in primo Diuinoruni ucrobiquctex: 4«. comparans defimuor nem cum dcmonftrationc dicat, qudd dchnitio cft cx notioribus , ficutido monftratio , non uulc philofophus eodcm modo definitioncm , ac demon> ftrationcm ex notionbus cflc, nimirum cum illationc ignoti cx notis,fedfiv lum in hoc communi uult carum fimilitudincm confiftcre, ututraquecx no* . tioribus conftet , alio tamcn , & alio modo , nam demonftratio cum illationis ncccsfitatc progreditur , defmicio ucro minimC ; quo fit, ut altcra quidem fic methodus , & inftrumcntum fciendi, nempc, demonftratio, alterauero, uidelia cet definitio, nequaquam» Tcrtio , Ariftotelcs in primodc Anima,4.cV.c. con tex: quarrit, An fit aliqua communis mcthodus inucftigandi quid cft in omni* bus fubftantiis , mcthodos ctiam aliquas nominat,fubiungit enim, an fit dcmori ftratio , an diuifio, an aliqua alia methodus ; At uero fi definitio , uel metho> dus dchnitiuaeflctproprium inftrumcntum , & propria mecho.lus , qua noci*' d fjcatur quid fit, uana ccrtecffcc quarftio Ariftotelis co ia lpco, non cnim opus crat dubitare, & ad alias mcthodos confugcre , cih» iu promptu cffcc comr- munis mcthodus inucftigandi omncs rcrum quiditatcs , nempe dibnitio #\ a Lihcr Secundus 28 feu mCthodus dcfinitiua; igitur uidic Arirtoteles definitionem non eflc mctho • dum.uclinftrumentumnotificandiquid fic/cd clTc illud, quod per mcthodum notificaturquando latet; nam quarrere quid res aliqua fit,eft dcfinicioncm eius cjuarrere,pro!nde definitio quando eftignota fmis efl methodorum , non mctlio dus; quandd autcm nota eft,notum cft etiam quid rcs fit , ncc methodo indiget, qua inuclbgctur; proptereaibi Ariftoteles non ipfam dcfinitionem,fcd alias me thodos nominat . Quarto, & ultimo,Ariftotelcs in fecundo priorum cap. 25. ucrba facicns de incIuctione,ait,omnia enim crcdimus aut pcr fyllogifmum,auC cx induftione . qua-lcntentia legituretiam in pnmo Poftjcontextu. 33. fecundu fcctioncm uctcrem,in primo Rheroricorum , & in fexto cthicorum utrobique cap.^.fi itaque omnia crcdimus aut per fyllogilmum,aut ex induc~tione,defmitio noncft ihftrumentum ex noto faciens fidcm ignoti,alioquinmale dixiflet pbilo fopluiSjOmnia credimus aut pcr fyllogifmum,auc cx indu£tione,cum ctiam per , delinitioncm credamus.Ad rationem in oppofitum refpondent,negando confc quentiam,licct enim Logicafic diicaplma inftrumcntaria,tamen non eftnecefsa r»um,ut quidquid in Logica traftetur,inftrumetum notificandi fit/ed uel inftruv mentum,uelfaltcm ad Logica inftrumenta refpcctum aliqucm habens; dcfini/ tio igitur in Logica trattatur non ut inftrumcntum ,fed uel tanquam principifi, ucl tanquam finis Logicorum inftrumcntorum . Ad Ariftotelem uero locis d tatis dicuntjdefmitioncm facerc ut cognofcatur,& fciatur fine illationis neccsfi tate,idcirco non efsc methodum,& inltrumcntum fcicndu Soluuntur tradit& obiediones. . V "\7T facilius intelligi posfit quo tendant adduftjc obicftiones , repctenda eft c * diuifio Logicorum inftrumentorum,qua- hunc in modum fc habcbat, Lo* gicorum inffrumentum aliud inferuit ad fingulas fcientiarum, Artiumcp partes congrue difponendas,aliud adnotificandum quarprius ignorabantur; inftrume ti Logici inferuientis partium d«fpofitioni, quod etiam ordo uocatur ,aliud eft rdolutiuum,aliud compofitiuum.aliud diuifiuum;inftrumcnti autem Logici fci cntiis inferuicntis notificando,quod methodus quoquenuncupatur, aliud cum rationc, ahud finc ratione notificat; cum rationc notificat fylIogifmus,& omnes cius fpccies, fine ratione uero definitio, ut patet per ea,qua? lupra diximus in ca pitcprimo,& fecundo. Hac pofita Logicorum inftrumcntorum partitione, fu> mamus modo ex ea methodum cum fuis fpeciebus,cV uideamus quarnam fit ca- rum omnium ratio. dicimus itaq; , rationcm mcthodiin gencrc nullam aliam eflc , nifi notificarc ; eius uero fpecierum diuerfam elTe , alia enim cfc noti" ficarc cum iliationis ncccsfitatc , alia autem minime ; prima competit fyl/ d logifmo , ciusque fpecicbus , b fwn , m tluci) Jt> :u lv~i A imir.ii: .n Pr*M* ofinioms Im^iuo. liV ,«3i*J mu* >wk±, mum^wk aigfocl \uiQ « ?ujil non, hin \ i :p vU*55Uol cpnro jT irt fri \f. I .ioL.ify'jtir, r i imjxolnrrtooni ox : ■7 pbrf. '.'pils .. tjr! - r:- »if HAEGopinio ( pace tantorum uirorum fcripferim j non uidctur attingere mentcm philofophi; fi cnim elTct uera, fcqucrctur, Ariftocclcm in hac Difei phna diminucum ruilfc, quoniam inftrumentum, quoad ipfius quidu"t cognicio ncm ducimur, defiderarctur,& ab co prartcrmilfum fuilTcc, quod Logica* adueri- d farecur, cum ad cam fpeclet, ut perfccta dici posfic , nobis inftrumcnta tradcre , quibus ad omnium quarficorum cognitionem liccat perucnirc; harc autem duo Logicarum Difyue. a funt demonftratio fcilicct, ac definitio, nam demonftratione, An fiit , Qualefir,' & Propter quid fit oftenduntur,definitione uero notum tit Quid fit. fi itaque eorum fcntentiam admktamus, ut in Pofterionbus analy ticis fola demonftratio tra&etur.inftrumcntum' defmitiuum , quo quarftioni Quid fit fatisfacere polTe» mus, philofophus non tradidiliet,quare mancus, reprchenfioneqj dignus foret* ( ontutata huiufmodi opinionc, ad fundamcnta, quibus innitebatur, refpondem» dum cft, & primo ad Grarcorum fundamcntum dicimus, illud falfum cfle, quia de Mcdio,pro ut eft caufa rei, fatis fupercp uerba fccit Ariftoteles in primo libro Poftcriorum, agendo enim de conditionibus principiorum demonftrationis, a/ git ctiam de Mcdii conditionibus, non pro ut eft caufa illationis.quia dc illo hac ratione egit in primo Priorum,fed pro ut eft caufa fei. Ad conhrmationem re fpondemus, Anftotclcm neccsfitate coaclum,non ex profelTo facerc ibi mcntio nem de Qua-fitis,cV de Mcdio, ut infra explicabimus, ubi apparcbit ctiam quan t> ti momenti fit eorum refponfio ad obiec~tionem de definitione,de qua per fc (ut dicunt) ab Ariftotcle agi in leptimo Diuinorum, falfum cft,cum ibi deddmitio netra&ctur in ordine ad quod quid cft. Quo ucro ad Alberti ratjonem,dici* mus, eam ncgocium non facefccre, doccndo enim philofophus conditiones , dc omnia ad potisfimam demoftrationcm rcquifita in primo libro,docct etiam quo modo huiufmodi demonftrationis Medium, pro ut eft caufa rei, inuenirc posfi* mus, nam percepta do&rina, quam ibi philolophus tradidit, optimedemonftra» tiuum Medtum inuenire poterimus; Sed Medium non poteft efle demonftratiuu, nifi fit ctiam caufa rei, ergo agendo in primo hbro de conditionibus principio rum dcmonftrationis, agit quoqucdc Medio dcmonftratiuo,idcft,de Medio pro> ut rei caufa eft: At de fyllogilmo, non fat erat cum docuiflic omnia ad fyllogifa mi conftru&ionem requifita, uerum debcbat ctiam doccrc quomodo in rattoci nando abundarc, idcft, Mcdium fyllogifticum adinuenire posfimus ; dum enira agit dc fyllogifmi compofitione, deMcdii Syllogiftici inucntioneminimeagit, idcircodeiyllogifmo duo philofophus debebat raccrc; fcd dum agitdecon*- ftrucltone dcmonftrationis quo ad ekis materiam,idcft, dum in primo libro agic demateriac demonftrationis inucntione , agit ctiam de inucntione Medii deyf monftratiui , pro ut eft caufa rci , cum dcmonftrationis materia fit cius Me' dium; quare clarepatet, firoilitudincm, quam intcr fyllogifmum , & dcmon ftrationem Albertus ponit , non clTc admodum tutam , fcd difficultatis ali^ quidpati ,nonfecus ac Diui Do&oris fundamentum , uoluit enim tantus Vir a N complcxo incomplcxum principium, feu Medium diftinguerc contra fcnten* tiam philofophi, qui dcmonftrationis materiam aliquando principia, ahquando Medium uocauit: traftando itaque philofophus in primo libro Pofteriorum de principio complcxo, tradat ibi quoquc de mcomplcxo , & de Medio, quod cft complexi pars prarcipua; non eft igitur Ariftotelis intcntio in fccundo Poftcrio Ttrrnjintnrfpfi Quo/ d rum libro de Mcdio dcmonftrationis agere, pro ut rei caufa cft. Liber Secundus 34- Quorundam recentiorum opinio 9 eorum% fundamenturn de pbilofophi * confiuo in fecundo Ubro Poferiorum  '. EX reccntioribus noftri tcmporisnonnulli huius uidetur clte opinionis ,ut ^ Ariftoteles in poftcrioribus analyticisduas tantu methodos tradiderir, dc moftratiua fcilicct,& refoluciua.demonftraciua quidem primo, relolutiua uero fccundo loco, & pro ut pcndet a x demonftratiua , cuius rci argumcntum ex eo «Iefumunt,quia in principio primi priorum,ubi philofophus cam in pofterioribus quam in prioribusanalycicis intentionem fuam proponir,& in Epilogo fub cal cc fccundi Pofteriorum,ubi colligit ea omnia,quar dixit ufquc ad locum illum, unicademonftratiuam methodum propofuit, eamq,- unam collegic, nullam dc mechodo rcfoluciua mencionem faciens, quamuis ab eo confiderccur in Pofte= rioribus analycicis.Huius ordinis racio eft,quia uoles philofophus nobis mccho b dfi,& inftrumentu traderc,quo ad reru cognicionc ducercmur,pfecta cognicioa ,nc primu rcfpicerc debcbac,qua: ab eo inftrumeco producitur,quod naturam in eius operacionibus imitacur,- hoc autem eft potisffma demonftratio,quailli mc thodum dcmonftratiua appellac;ficuci.n.natura du opcracur procedica caufa, ita dcmonftratio pocisfima,dum in nobis aliquara reru cognitione geticraulu/ rc igitm- optimo in hac fua pnncipali intentione folu quaruam fic mechodus g/ t ectam fcirntiam tradens confiderauit,non omnino fpcrnens noftrx infirmitatis confiderationem , immo ad humani ingenii imbecilhtatcm oculos conucrtens, «oluit ctiam doccre nos uiam,qua in corum notitiam ducamur,quarlicet fccun dum propriam naturamfintnota,nobis tamen ignotacfsc contingif; ha*caute funtcau(ar,& principia,ideo dcmethodo quoque refoluciua loqui uoluit, quar posad principiorum cognitioncm pcrducic . huius rcfoluciuar methodiduas ponunt fpccies , demonftrationcm fcilicct ab cr7c&u,& indudioncm,quar cftica c citatc intcr fc plurimum difcrepant,dcmonftratio cnim ab effcdtu ufurpacur ad jCorum,quar ualde obfcura,& abfcondica fuut,inuentionem,ioduclio uero ad co jrum tantumodo inucntionera,quar non pcnitus ignoca func,& lcui cgencdecla/ rationc. quoniam ucro uidebant obiectionem de dcfinitionc aducrfus latinos tnilitarc ctiam contra fcntcntiam fuam, rcfpondenc,dehnicionem non confidera ria Logico,nccin Logica craclari ut inftrumcntumfcicndi, cum methodus,feu l.ogicum inftrumentum non fit,fed uel pro u: ad prarcipuam mcthodum, ncm pc ad dcmonftratiuam tanquam cius pnncipium dirigicur,ucl pro ut cft mccho dorum finis; de ea primo modo coniideraca agicur in primo,alcero uero modo accepcain fecundo pofterioru libro.fundamcntum huius opinionis illud eft,q3 ad res omnes cognofcendas duarmethodi fufhciunt,dem6ftratiua, & refolutiua, riam omne,quod cognofcendum proponitur , aut eft fubftantia , aut accidens ; fubftantia quidcm tunc plcne cognofcitur quando pcrfecia ipfius habecur dc/ finitio , harc fi notafit , nulla cget raethodo ut inueftigctur ; fi ucro igno/ d ta , pcr aliquam mcthodum ucnanda cft , pcr dcmonftracioncm quidcm uc/ I Liber Secundus 1 36 rum ncuter quiditatiua rerum dcfinitio cft,non internus , ut patet per Iongum » progreflum apud Ariftotelem in fccudo pofceriorum a v principio fecundi cotcx tus ufque ad decimu.neq; ccia excernus,quonia dcfinitio contra fcntentia philo lophi in pruTopicoru Ca^eflet cognicio,&fcicncia inharreciaipasfionis in fubie cto,ergo quiditatiua reru dcfinicio mcthodi demonlTratiuse finis dTe non poteft, «ifi dicant, defmitionc effe fmc methodi demoftranuar, prout ex ea elicitur; fed hoc dicerc nihil cft,quia definitio,quar ex demonftratione p fe clicicur,e cantumo do cllcntialis definitio cu caufa pasfionis dcraonftrata:, non ac fubftanti* dcfini tio eft,nifi paecidcns, co quia racdiu.qct eft caufa pasfionis,ac dicit propterqd, stp eft in pocisfima demoftratione fubie&i dcrinino,ut declarauimus in propria difputationedemedio.Pra:tcrea,iiccc iu parcealiquafecudi Pofterioru libri Ari ftocelcs agat de defmicione, uc ex demonftracione clicitur, id came paccides, cj nf> pfcfacit;cu.n. in pri.lib. docucric , cria quarfica,nepc, An fic,Qualc fic,&Pro i pcerquid fic oflendi pdemoftracionc.m iearacLo cocextu fecundi poftcrioru in cipic inueftigare quomodo y gd cft haberi posfit,&in decimo cotcxtu decermi nac,dcfinitionc, & fi de defiuno p dem-oftratione minime probari potefl, cx dc moftrationc elici,quafi uellt innuerc.fi ahqua ex parte confert demonftratio ad cognicione defmicionis,id no aliunde cucnirc,nili quia ex ca clicitur. p accides itaq; , non p fc in fecundo poflcrioru libro agit philofophus de dcfinitione pro uc ex deraonftracioneelicicur.fed Arc/fex no curac ea^qo* func t> accides,ergo .falfunieft, Ariftoccleper fcibiagcre dc definitione prouc clicicur ex demoftraa tione,cum dc ea Jiocnominecgcnc in primo libro,nara cunc dcfinitio cx demo ilracioncopcimeelicicur, quando dcmonftracionis principia conftaut ex onu nibus fuis conditionibus, fi cnim potjs/imar demonftracionis principianon cjO 'fcnt immediata, ncq; caufx curcisec pasfio demonftranda , ex ca non pofset clici pcrleaa ciufdcm pasfionis dcfmitipjucrum de conditiombus principiorum «• potisfimar dcmonftratiouis pcr fcagic m primo\vbro,cifqi in fccundo nullas pra: ftantiores addit , crgo in primo libro pcr fc quoqxiefimul agic dc dcfraicione, qua: ex potisfima dcmonftracione clicicur»Cum iam explicacum fit.Recentionj opinioncm racione fui noneflecx menceplnlofophi , rcliquytn cft, ut illud ide dcclarcmus racione fundamcnti, & primo ex rerum coguofctodarum natura, qux duar funt,fpccierum fcilicet proprietates^earumqp fpecieru dfcntia; propric tates methodo dcmonftraciua optime pcrcipiuntur,fpecicru ucro dTcutia,&qui ditas mcthodo refoluciua nequaquam, fed fola dcfinitione cognofcitur, ut m fu pcrioribus didum fuit; methodo cnim rcfolutiua, qua: cft dcmonftracio quia,ad inucniuncur folum ea principia , qua: poftea in demonftratione a priori dicunt propcer quid, paffionifq? dcmonftranda: caufalem definitionem , quod illis cona ccdimus ; principia ucro , qua: rcfpe&u dcfiniti dicant quidicaciuam defmicione, .demonfcracione quia ab Ariflocelc non inucftigatur,ut infra dcclarabimus.prx tcrea,qua:flioni quidfit ignoca: nulla facisfacic mcchodus rcfoluciua,ncquc dcmo d Hraciua,^fed folum dcfinicio, qua omncs fubflancias cognofcimus, ergo prarcer mechodu demonilratiua, & rcfolutiuam, datur ctia inlbrumcntum dcfmiciuum, Logicarum Difput. 3 quo manifcftatur \ & nota fit quarftio quid fit. cum cx rerum cognofcendaruni natura dcclaratum fit,noti eflc cx fcntcntia philofophi Rccentiorum opinionem afferentium duas illas mcthodos ad tradcndam rcrum omnium cognitioncm fufficere, rcliquum cft,utilludidcm apcriamuscx ipfo methodi,feu Logici in* ftrumcnti communitcracccpti progrcflu ca,qusr prius ignorabantur,notifican* Cis » Dicimus itaq; dc rationc huiufmodi Logici inftrumcnti non efle, ut a N caufa od cfleaum,& e conucrfo progrcdiatur,(ed folum ut notificet,quod fieri potcft, & curo ratione,& finc ratione,fi cum rationc,fit ucrc (cicntificus progreflus,uel i caufa ad cfTcaum,ucl ab erTeau ad caufam,& inhuncfcnfum Recentiores op/ timc dicunt; fi uero finc ratione,ut patct dc definitionc,corum fententia non pro batur,cum in rei defmitionc nullo pa^o fiat huiufmodi progrcflus ratiocinatio b ni accommodatus, quare dccipiuntur (nifi rallor) Reccntiorcs, quia id gcneri at tribuunt, quod uni cius fpeciei competit, fufpeda itaquc nobis uidctur harc o> pinio tam cx partc fui, quam cx partefundamcnti. Opiniozdufiorisdc Pbdofopht conftlio infecundo Pofl: iitro. £ *, QVoniam quar fciuntur,aliquo inftrumentofciri oporttt, idcirco quar de re aliqua qusrruntur,cu quarantur ut fciatur, aliquo inftrumento fciri opor • tet; At quac dc rc aliqua quarrutur,ut ( fi ficri posfit) fciitur,quatuor funt,uidcliV cet, An fit,quid fit,Quale fit,& proptcr quid fit.crgo harc quatuor aliquo inftru tnctofciri oportetrdemoftrationefciutrtur An fit ,qUale fit,&proptcr quid fir, defmitione uero quid fit,cum illis dcmbnftr*tio,huic autcm dcfinitio fatisfaciat. Vcrum cofiderare inftrumenta fcicndi,ut inftrumenta funt, ad Logicum fpeQac c in libris Pofteriorum,crgo in illis dcmonftratio a priori,& a poftcriori,nec non definitio confiderari dcbc«t,cura fcicndi inftrumcnta fint . Dixi demonftratio-; rem a x priori propter pcrfedam demonftrabilium cognitionem, qusr a dcmon- ftrationc pcr caufcm producitur.demonftrationem ucro a pofteriori propter iti genii noftri irrbecillitatcm,ad quam rcfpiciens philoibphus uoluit ctiam dcmo ftrationcm Quia confiderarc,ut eiusauxiho ad illorum cognitione ducamur, qusr fecundum propriam naturam funt nota,nobis tame ignota, ficuti funt cau far, & principia. At quoniam in primo libro cx communi omnium confenfu agi tur dc demonftratione,ut tflc posfit inftrumentu abfoluens ouxfita, An fit, Qua le fit,& Propter quid fit, fequitur ut in fecundo agi debcat dc dchnitionc , quac posfit eflc inftrumcntum fatisfaciens quarftioni Qtiidfit. Pra*tcrca,cx Ariftote* lis fentcntia duo dc qualibct fpecic confidcrarc dcbemus,fubftantiam fcihcct , & accidentia propria, quar omnia cx mcntc eiufdcm philofophi in fecundo Poftc*  rc,fi in fecundo Pofteriorum librodc definicione tracteret a demonftrationeco tradiftinda; debuiftet enimin primo librototum dedemonftratione fermonerri abfoluerc, dcinde m fecundo fcorfum de definitione loqui, fi ( ut nos alTerimus.) dub diftincTa inftrumcDta funt demonftratio,& definitio. Liber Secundus \ ^ Trddifl& rationesfoluuntur. a CAP. XI. ^\JT ordinatim ad propofitas rationesrefpondeamus, ad primam negamus falfitatem fecundi confcquentis,ad probationcm, qudd, pofita ueritatc no* ftra-opinionis, non fcpararcmus, ficuti ucllcuidcmur, lcopum definitionis a fco po demonftrationis, ratioqj noilra nihil roboris habcret, quando ex co qudd in fpcciebus duo funt cognofccnda, fubftantia fcilicct, & accidcns proprium, colli gimus, duobus inftrumentis rediftindis ad corum noticiam acquircndam opus  riatas,ut efTeSus uariari contingitjcum enim cfTe&ufi alii fempiterni, ncceflariiqj fint,alii ucro ut plurimum,eodcm modo ipforum caufas uariari nccefle cit,ut iU lar,quarum effeclus neccflarii funt,neccflaria: , illar autem,quarum effcctus funt ut b plurimum,ut plurimum ctiam fint,nam fi efsent neceflariar, efTcclus quoque cort tra fuppofitum neceflarii elfent. His pera&is, in contextu decimo feptimo,& in/ fraufquc ad mcdietatem uigefimi fecundi Ariftoteles ex profclTo agit de inuc tioneprardicatorum quiditatiuorum,atq? ideo deinucntione quiditatiuar defini tionis in ordine ad defmitum,ut clTc posfit inftrumetum, quo farisfaciamus qua: ftioni quid fit,idcp non fine ratione, cum cnim in primo Poftcriorum traftaue/ ritdcinuentione demonftrationis,cuius opctria quarfita oftenduntur,uidelicct, An fit,Qualc fit, & proptcr quid fit, cinecclTarium fuit in fecundo libro aggre/ di proprium tra&atum de inuentionc dcfmitionis, tamquam de akcro initru* mcnto, quod fatisfaccret quarftioni Quid fit, cui nulla demonftracio fatisfacerc potefL quo in negocio pertra&ando qua mcthodo progrcdiatur paulo infenui cxplicabimus . fed quifpiam & optime contra fcntentiam noftram hunc in mo/ dum inftarc pofsct,fi mtcr modos imaginabilcs ad habendum qtf quid eft, quos rciccit philofophus , rcponitur ctiam dcfinitio, quorfum dc cius inucntionc ita agit,utcfle posfit inftrumcntum, quo manifeftum redatur quid fit ? Adhu/ iufmodi inftantiam refpondemus,philofophum in huncfcntum reiiccre definitio ncm , ut fcilicct ex ca tamquam cx inflrumento ratiocinatiuo non concludaa c tur quid fit, in alium uero fenfum,ut fcilicct dcfinitio fit inftrumentum fimplici Quarfuoni Quid fit fatisfaciens,eam minimecxcludere,fed penitus admittere,dc finitio cnim uel quarhbet cius pars ad quarflionem Quid fit refpondctur . Cum itaquc a v decimo nono contcxtu ufquc ad uigefimum fccundum de methodi di uifiua? utilitatepro definitioncinucnicnda ex propria fentetia fatis , fupercp di fputauerit, na&us hic occafionc,de cadcm diuifionein altcra partc uigefimi fca cundi contextus, & in toto uigcfimo tcrtio ucrba facit pro ut cft utilis ctiam ad omnium problematum caufas inuenicndas . Hac fa&a problematum men/ tionc,cum eorum plurima,qua: cx partc terminorum diucrfa funt, ratione mc/ dii eadem efle posfint,cogebatur philofophus id aperire,quod detcrminat in co textu uigefimo quarto. Et licct fuperius uerba fccerit dc caufis, & caufatis, quar fimul funt,nec non de his,quar no sut fimul,&docuerIt quomodo in iis eX necef fitatc confequentia fiat, nunc in uigefimo quintto contextu de caufis , & cau^ d facis , qua: iunt fimul, idcm rcpctit, & cxquifice magis , quia huiufmodi Liber Secundus .1 ^ fpeculatio ad problcmatum caufas inueniendas multum confert; dubitat igitur t an exiftente caufato.ex nccesfitate fit caufa,ficuti cxiftcntccaufa , exneccsfitate fupponitur ttTe caufatum ♦ Si dicatur, caufato cxillente , non cfse cius cau* fam iIlam,quarpro caufa poncbatur.tunchuiufmodi caufati aliam caufam ponc re nccclTarium erit.quare ciufdem cfTcdus plures caufar dabuntur , quod tamen a propna demdnftratione alienum cft : fi autem dicatur,exiftcnte caufato , cau= famcfse,& cconuerfo,tunccaufa, & caufatum inuicera demonftrari poterunt, quare in demonftrationibus dabitur circulus; quar omnia (ut fui moris eft ) exe plis illuftra^difhcultatesqj propofitas diligentcr difsoluit.His omnibus cxplica tis,in contextu uigefimo fexto colligit quar propofuit m principio primi prio^ tum,ubi poncns intentionem fuam m illis,& in Pofterioribus,camcp in Hpilogo rcpctens,dc defmitione niliil dicit,non quia omnia,quar ufque ad locura illum docucrat.ad dcmonftrationcm pcrtincant, cum in fecundo Pofleriorum pcr fc de inuentione definitionis,ut efse posfit inftrumcntu fatisfaciens quarftioni quid fit,  mo feptimo,diccns,cam eflc principium indcmonftrabile; quarc,fi ignoretur, no poteft pcr dcraonftratiofrjcm indagari, fcd aliqua alia uia, quam ipfc ibi no cott t Liber Secuncfus 46 fidcrat, quia in ca partc Ioquitur folum dc illa definitione,quar pcr dcmonftratio » nem innotefcit, harc autcm efl definitio afTeaionis , ut in ca partc manifcftisfi, mum eft,& ut alTeric ctiam Auerroes in primo commentario fexci Metaphyfi* corum libri; fimiliter clarum eft, uiam ducentcm ad cognofccndum quid fit in accidencibus non cflc definitionem, fed dcmonftrationcm, in finccnim primi ca picis proponit Ariftotelcs declarandum quomodo pcr dcmonftrationemdecla, rctur quid fit , & in contcxtu quadragefimo feptimo colligit fc dcclaralTe quo, modo fit dcmonftratio ipfius quid fit,& quoraodo quod quid eft monftrctur ; fed totam illam partcm legentibus manifeftum eft, Ariftotclem nihii aliud docc re, quam quomodo demonftratio ducat ad cognitioncm ipfius quid fit , non eft jgitur dcfmitio inftrumentum duccns ad cognofccndum quid fit, fcd dcmonftra tio. dcinde Ariftoteles in contcxtu quadragefimo oftauo incipit traclationem dc genenbus caufarum,& docct eorum quodiibet pofle in demonftrationc mo , dium efle;& in ca caularum confidcrationc uerfatur ufque ad contcxtum fcxage fimum odauum , quar tota traftatio abfqueullo dubio de demonftratione eft , uia nihil dicitur ibi dc dcfinitione. poftca in contextu fexagefimo nono incipit cclararcuiam ucnandi prardicata eflentialia,quar prardicantur in eo quod quid cft, & confticuunt cam dcfinitionem , quarcft principium indemonftrabile; ncc tnagis cft definitio iubftautiar, quam accidcntis, prardicata enim , quar uocantur quiditatiua, non poffunt demonftrari dc illo, dc quo in co quod quid cft prardi, cantur, fiue fubftantias, fiuc accidcntia dcfinienda confidercmus , quemadmodfi cnim non poflumus pcr caufam demonftrarc homincm cfle rationalem , uel cllc animal, uel efle corpus; ita ncquc albedinem efle colorcm, ucl cflc qualitaccm,ne que eclypfim dTe priuationcm Iuminis,ncque tonitrum eflc fonum; polTumus qui dem per caufam demonftrare priuationcm luminis de Lunafubieda/ed non de eclypfi;& acccnfionem dc fanguine cordis, fcd non de ira,mfi idem de fc ipfo de, nionftremus. Cum igitur ca, quar prardicantur m quid tam in gcnere fublW c tiar, quamin generibusaccidcntium, demonftran non posfint,tameu ignota ef fc contingat, docct ibi Ariftotelcs qua uia dcbcant inucftigari , an uia diuifiua , ut ccnfuit Plato, an aliaua alia mcthodo; quarc tota llla traftatio eft de illa defi nicionc, quam Ariftoceles antea in contextu quadragefimo fecundo rciecerat, diccns, eam efle principium per fe notum in fcicntia, uel fi ignorari contingat , non pofle per demonftrationem innotefcere, fcd pcr aliquam aham mcthodum, quam in ca partc quarrit ; inftrumentum i^icur idoncum ad uenandum quid fic non eft ipfa definitio, quaudoquidem harc ignota proponitur, & quaricur inftru mcntum, quo inueftigetur; fed inftrumentum eft ipfa uia diuifiua,uel uia compo fitiua, per quam docct ibi Ariftotelcs quomodo ciufmodi prardicata uenari dc^ beamus,& horuminueftigatioeftinueftigacioipfius definitionis ignocar.quia ue nari ipfum quid fic,& ucnari dcfinitione idcm fignificac; quarc nihil inamus eft, , nihil ab Arifto*le alienius, qua v m diccre, definitionem efle methodum, & inftru mcntum, quo ipfcin ea partedocct uenari prardicata in quid , ut patct tum lc* gcntibus ucrba Ariftotelis co in loco^tum rcm ipfam pcr fe confidcracibus; crgo t 0^ , Logicarum Difput. t io ea quoque parte, quar a v contextu fcxagefimo nono ufqucad oauagefimum quartum protenditur, manireftum eft tum Ariftotclem non loqui de fola defi.ni tione fubftantiar, tum etiam non conliderarc detinitionem ut methodum ,  linquitur, cum cfle rationalcm, quar hominis differentia fi cflct ultima, non poflet amplius aggregatum cx animali, & rationali pcr alias diflerentias diuidi,qua* rc cx ea tamquam cx contrahente,& cx gcnerc tamquam cx contrahibih hcrec b quidiratiua hominis dcfinitio; ucrum -fi rationale non cflet ultima hominis diffc rcntia (latcnt enim ut plurimum ultimar rcrum dirTcrcntia*) tot cflent a nobis in tragenus accipicndayi quibus detinibilealicnum non fit,quot fimul iuncla: ulti/ mam cius difFcrcnttam circumlcnbcrcnt. cum itaque rationalcex mentePlato nis ultima hominis difTcrentia non fu, animali appofitum hominis definicionem ron cfTicit, fcd genus nominc carens, quod licet inquid prardicetur, ficuti defini tio, ab ea tamcn difTert, quia definitio cum definito conuertitur , gcnus uero no mine carcns ccmmunius cft. dixi genus nominc carcns,quia gcnus in duplici dif fcrentia cfl, nominatum um;m,alterum nominc carcns; nominatum gcnus illud cft, quod folo nominc profcrtur, nulla ci addita diffcrcntia, ut animal; gcnus ue ro nominc carcns cft aggrcgatum cx gencrc nominato,& una, ucl plunbus dif fcrcntiis, ut animal rationale, quod cum latius patcat, quam homo, rurfus diuu dcndum cft pcr mortalc, atcp immortale,& cum probatum fucrit, hominem no c (flc m mortalem,manikftisfimc apparct, cum mortalitati fubiacerc; applicetur dcinde mortalc animali rationah,fi aggrcgatum, quod oritur cx animali rationa li,cx mortali, cum homine conuertctur, ut uerc conucrtitur, eius dcfinitio crit , fin minus, cnt genus nomine carcns, quod cft deinceps diuidcndum , quoufquc aggregatum cx gencre, & difTercntiis cum definito conuertatur. Et in huncfen lum ucra cft pinlofophi fententia aflercntis, ca, qua: ponuntur in dcfinitionc,pcr fe communiora cfle , qua x m dcfinitum, ac dc eo in quid prardicari, quando fcili^ cetultima differentia latet,ciufq$ loco fumitur aggrcgatum cx pluribus diffca rcntiis ultimararquiualentibus. Nec conturbent nos aUquar definitionis partcs, uidelicet, diffcrcutisr, cum diclum fic, ca, auar in definitionc collocantur , in co quod quid cft dcdefinito prardicari ; nctortc confiteri cogamur cas in qualc quid non prardicari, proptcreaqudd differencia: a gencrc fcparaca: optime in qua Ic quid prardicantur, at generi coniun&ar, cum ucl gcnus nomine carcns, uel de d fimtionem faciant, non poflunt prardicari nifi in quid. Eccc quomodo pcr diuia fionem habctur ordo in partibus defmitionis, ita utuna, uidcliccc, minus com/ munisalteri communiori fucccdat, ncculla practcrmittitur. harc methodus iu> | fcruic Liber Secundus I j Q - fcruit ad inueftigandam defmitionem non folum fpeciei fpccialisfima-, fed ctiam a febalternar,ad cuius iterum definitionem indagandam,aliam ci propriim,non au rem fpccici fpecialisfimar ponit methodum , quarcft aggrcgatum ex methodo diuifiua , cV compofitiua liunc in modum fe habens. primum debet fpc, cies illa fubalterna diuidi in alias fpecies infra fe poficas, fi non in omnes , faltem in aliquas; deindc accipienla» funt earum fpecierum dehniciones acauifi tx per priorcm mctliodum , # dibgenter confidcranda* funr,an habear i n l£ a!i quid commune; cum cognitum fit,cas in aliouo communi conuenirt,(S:Ii6c no aliunde,mfi metliodo compofitiua a fingularibus progredicndo, fumcndum eft poftmodum gcnus gcncralisfimum illius pnrdicamenti.in quo definibile,&eiu* ipecies collocantur.cui fi appofitum fucrit illud commune pcr mechodum com poficiuam inuentum,efTicictur cx huiufmodi aggregato quiditatiua fpccici fub altcrnx dcfinitio.Vc gracia excmpli, fi quifpiam inueftigarc uellct dcfinitioncm atumahs, quod cft fpecics fubalterna, deberct primoan.mal in fuas fpccies diui a dcrc ncmpe,in hominem,cquum,& leonem; prarcerea,efsent ab co cxprima mc thodo accipienda- illarum fpecicrum definitiones,ut fcilicct Iiomo fit corpus a, b nimatum fcnfitiuum rationaIc,cquus ucro corpus animatum fenfitiuum irratio lialc hinnhibile,& leo corpus animatum fenfitiuum irrationale rugiens; quibus detinitionibus ita acccptis/deberet ulterius uti mcthodo compofinua a fineula ribus lutdiximus)uniufcuiufque fpeciei pregrodiendo.ex qua quidcmethodo manifeflisfimc apparet illud comuuc cfTe animatu> fenfitiuum, cum in anima, to,&fenlitiuoconueniant indiuidua otnnium animalis fpecierum; demum cum cogn.tum fueric ,carum fpecicrum genus gcneralisfimum efTccorpus gcnerabi le,# corruptibile, ci communc illud,quod inuentum erat in illis dcfmition.bus mcthodo cotf.pofitiua,addere deberet,&ita inuenta eflet animalis dcfinitio uide !icet,corpus animatu fcnficiuum. Ad cognofcendu poftea an uniuocum,uel arqui iiocumntquod dcflniendum proponitur, uidendum crt quomodo fe habcac communc iIIud,quod fpeciei fubalcernar definibilis ratio eft, ti .n. unu & ide* fue Tit m omnibus fuis fpeciebus,carumcp indiuiduis,non potert dcflnibile illud non c  in fccundo Poftcrioru libro ex mentc commetatoris tractatur cfsentialis utri^ ufq; dcfinitio.fubiccti (cjlicct,& cius pasfionis demonftrandar . Ex qua ratioci* C natione clare patet, cum ueritate non conucnirc minorcm propofitionem Aducriarjorum rationisjoptimccp afferuiflic Aucrrocm, ut ca, qua: di&a funt in primo, fint di&a propter fecundum. Altera Commentatoris au&oritas opinio' ni noftra: mirtf^equadrat,quia nulk dcfmitio cft rc diftin&a a demonftratioa ne,dc tota propriLr Um ftcade«ii»»,«kfmitione,cl;mim eft,cam a deraonftratia ne re non diftingui,uim m utraq; iidcra tcrmini rcpcriantur uariati folum fccu dum fitum; manifcftunietiamcftdc fubicQi dcfinicionc,qux licct a dcmonftrar tionc diffcrat ratione fort*ar,ac finis,rationc matcrix ab ca non differt,cum mc dium,quod materia deraoruVation is cft,in potisfima demonftratione fit femper fubiccli dcfinitio,cui Dicto fcnt?tia. Auerrois non repugnat,quando ait,raro mc diuindcmoftrationeefsc fubiecu ^etinitionem, quia cx eius fcntentia rararetia funt potisfimar demonftrationcs ; qaafi innucrc ucbt non fcmper,fcd raro in dcmonftrationc cffc mcdium fubie&i d>fmitioncm, Quia non in omnibusdc d monftrationibus mcdium cft fubicfii defmitio , fcd folumin illis , qux raro inueniuntur proptcr cxquifitam carum pcrfcctioncm , ut funt potiflimx demonftrationcs ; rc&e igicur loco citato dixit Aucrroes non cffc fcilicct inter Liber Secundus 5-4. demonflrationem, de qua agitur in primo,& definitionem,de qua tra&atur in fe a cundo, magnum difcrimen. Et quando diximus alias, detinitionem, de qua agi* tur in fecundo Poftcriorum libro, cifc inftrumentum a' demonftraticne, de qua agitur in pnmo,redirtindum, intelleximus,eam efleinftrumenrum a demonltra tione ucre diltmftum , quia licct materialiter fint idcm , formalirer tamen diffe* runt, quare duo, non unum, inflrumcnta funt diucrfis quarfitis fatisfacientia. VI tima ctiam Commcnratoris audoritas non fecus,ac fecunda, nobis uidetur faue re ; quando ucro Aducrfarii pctunt, cuiufnam in fecundo Pofteriorum libro dc monftrationis principia fignificent quid fit, uel fubiedi, uel pasfionis; refpondc mus, ca fignificare quidfitlubiccli , quoniam m potisfima dcmonftrationc mc/ dium fcmper eft quiditatiua fubicdi dcfinitio,Iicct confideretur ut propter quid pasfionis, cuius fignificant ctiam quid fit principia illa non proprie,cum eius nc que gcnus, neque proxima diffcrentia fint, fcd quia funt caula eius quiditatis.un dcmotus Aucrroes dixit,medium efle quiditatem extra quiditatem. Ad obie* fiioncm uero rcfpondentes, ncgamus, Aucrroi opinionem noftram aduerfari,li cct cnim in primo Poftcnorum commentario undecimo,& in propria qua*ftio b rc dc mcdio dcmonftrationis corum fcntcntiam confutet, qui dicebant,medium cfle fubietf i dcfinitioncm, id facit Aucrrocs, quia illi uolebant, medium in potif fima dcmonftratione cfle per fe fubicdi definitioncm,& pcr fe caufara utriufip cx trcmi, at nos cum eo aflerimus,medium in potisfima demonftratione cfle per ac cidcns quiditatiuam fubiecli dcfinitionem,quia non confideratur ut cius quidi tatiua dcfiuitio, fcd folum utcaufalis dcfinitio pasfionis demonftranda-; optimc igitur dixit Auerroes, cafdem propofitiones, quar in primo Iibro dcfignant pro pter quid,in fecundo dcfignarequid fit communead fubftantiam , & accidens proprie quidcm rationc fubftantia: , ratione ucro pasfionis demonftranda: non adeo propne, fcd quatcnus (ut diximus) funt caufa cius quiditatis. allata iam rc, fponfione ad omnes Auerrois auclorirates, rcliquum cflet, ut oftendercmus cas ad totam pasfionis dcfinitioncm non tcndcrc, cum in fecundo Pofteriorum no agat ex profcflb Ariftotelcs de illa defmitionc, qua: cx dcmonftratione clicitur, c ut eft tota pasfionis definitio, uerum quia de hoc fupra contra Rccentiorum opinionem difputauimus , ab huiufinodi ncgocio fupcrfedentes , ad locum jl/ lumLettorem dimittimus. Soiuuntur ratwnes 3 audoritates euertuntur y tnquibus optnio cAuttoris fundata fuit. C /^ 1 VM in plerifqj fuperioribus capitibus& Ariftoteli,& Auerroi opinionem ^•^noftram rcpugnare probaucrint Aduerfarij, nuuc, utcius fallitas lucc cla^ rior appareat, rationibus,& au&oritatibus , quibus crat innixa, hunc in mo> d dum rclpondcnt , & primo prima: rationi , concedcndo , dcfinitioncm , ut di* 57 Logicarum Difput. a citquid, a^Logico confiderari, non tamen ut inftrumentum.fed ut finem inftru mentorum,d: methodorum,demonftratiua? fcilicet,& refolutiua\ Sccundaruero rationi, concedendo id,quod nos alTcruimus,duo fcihcct clTe in fpecicbus cogno fcenda, fubftantiam,& accidcns proprium;(ed quando poftea inferimus, ergo de dcfinitione in Logica agcndum clTc,ut de inftrumento fubftantisr cognofccndar, hanc confequentiam neganfjnam debet quidcm Logicus ageredeinftrumento, quo fubftantia ignota notificarur, fed illud non cft definitio,at methodus rcfolu tiua. Ad Ariftrtelis audoritatem in fcptimo Diuinorum tex: com: ^z. codcm modo rcfpondent, quo refpondcntad primam rationem ; Vcrbis autcm Auera rois in pnncipio commenti fupcr eo contextu duos fenfus tribuunt , primum quidcm, Auerroem nominarc definitionem in numero plurali , cum dicat , ( de definitionibus, ) deinde inftrumetum in numero fingulari, quare non uidetur ap pellarc definitioncm inflrumcntum, fcd folum dicere , dchnitiones confidcrari a b Logico quatcnus datur inflrumentum ahquod Logicum, quod ducit intcilcLttJ ad cognofcendas quidfrates rerum, ideft, carum definitiones, quafi dicat, def.ni 1 tioncm a Logico confiderari quatcnus pcr inflrumcntum Logicum innotefcic , inftrumcntu autcm cft dcmonflratio.. Sccundu ucro (enfum ucrbis illis tnbuunt, concedcndo, Auerroem uocare definitionem inflrumcntum Logicum, non ra* men ut fit rc diftin&um a demonflrationc, fed quatenus eft idem, quod dcmort ftratio,nam demonflratiocftdcfmitio, & definitio eft demonftratio, ideo detini tioqua rationepoteft uocari demonftratio,cadem ratione potcftdici inftrumen tum, quo ducimur ad cognofcendum ipfum quid fit, demonftratio cnim ducit ad cognofcendum ipfum quid fit. hanc cflc Auerrois mentem patet confideran/ tibus alia cius uerba in eodem loco, non poteft enim diceredchnitionem extra demonftrationem fumptam, & ab eadiftin&am, inftrumentum cfTe, quod dccla rct rci quiditatem,quia ftatim cofiderationem hanc primo philofopho attribuic, c diccns, (philofophus aute quatenus fignificat quiditates rerum, ) dcfinitio enim rcfpeSu naturar,cV quiditatis rerum non eft nifi eius fignificatris, fed ad ipfius re rum quiditatis ignota? cognitionem nos ducere non poteft ; hac igitur ratione afTerit Auerrocs eam a primo philolopho confiderari, no a* Logico,quareut ia ftrumentum fignificandi quiditateeft confidcrationis mctaphyficac; quo fitut cadem ratione a Logico confiderari non posfit , fcd aliqua alia. Examinatur aAduerfariorum refponfio ad (ommentatoris auttoritatem infeptimo Dminorum Commento quadrageftmo fecundo,  L d f~\ Vantum utriquc noftra? rationi Aduerfariorum folutiones fatisfaciant,qua" ^-v.tiq;fit ponderis corundem rcfponfio ad prardi&am Ariftotelis au&orita tem hoc in ioco necclTarium eflet examinarc; quoniam ucro harc omoia tamqua I Liber Secundus j6 falfa in capitc o£huo a nobis rcie&a fucrunt , ad illucl caput Le&orem rcmicti/ a tnus. Quod uero attinet ad Commentatoris au&oritatem, ncc prima, nec fecuti da refponfio arridet, non prima, quia licct Aucrroes nommct dehnitiones in nu mero plurali,& inftrumentum in numcro fingulari, propterca non colliturquin ex cius (entcntia definitio fic inftrumentum , (icuti non fcquitur quin dcHnitto h> gnificct rcrum naturas, quamuis dcfinitioncs nominct in oumcro plurali , &. Cu gmficat,innumcro fingulari, quando ak; Philofoplius autem de definiciouibus tra&at pro ut figniftc.it naturas rerum» uult igitur diccrc Commeatator, Logi/ cum confiderarc dc dclinitionibus, pro ut definitio iuftrumentum eft.quod indu tic intellectum ad intclligcndum quiditates rcrum, philofophum autem confidc rarc dc dcfmitionibus, pro ut dcfiuitio fignificat naturas rcrum Infuper,fi dcfint tio a Logico confideraretur quatcnus pcr inftrumentum Logicum,idcft,per dc nionftraiioncm nota ftt, quar Logicum inftrumentum cft, fruftra philofophus ageret iufccundo hbro de inucntionc dcfinitionis . Prarterea, dato hoc,utdcrl= nitio per dcmonftrationcm nota ruc, quomodo per illam noca ficr Ccrte ucl tjuia pcr demonftracionem concluditur,ucl quia ex ea ehcitur, no.i primo,ut pi b tcc per ea, quar dicit Ariftotclcs in fccundo Pofteriorum a fccundo contextu ufquc ad dccimum, crgo (ecundo modo, fed hoc paclo de dttinitionc tra&atur iin primo bbro dum agitur dc inucntionc demonftrationis, quia eatcnus detini/ ut,quemadmodum demonftratio a Logico confidcrata quatenus eft inftru' t mcntum.quod conftat cx principiis immcdiatis,cV fccundum ouod ipfum , lar> giens inharrentiam propria: pasfionis in fubie&o, potcft ctiam a philofopho con fiderari; ut cius ope aliquid aliud addifcat, uidclicet,exiftcntc demonftrationc in ftrumento ex principiis immediatis,& fccundum quod iplum,non liccrc tranfccn derc de ^cnere in genus demonftratiuc; ita definitio a Logico confiderata pro ut eft inftrumentum quiditatis rcrumfignificatrix, a x Metaphyfico quoquefic confiderata ufurpetur , ut eius auxilio rerum quiditatis,& naturar, quam pcr(e confidcrat Mctapbyficus, conditiones,& proprietates nonnullas inucftigarc pof fit, quare Logica cum Mctaphy fica confideratiooc non confundicur» Deltbrorum infcriptione Ioannisgrammstici opinio. ■ k  Bfoluta prima huius fecundi libri partc, reliquum eft ut breuiter declarc/ mus cur fecundus liber refolutorius appelletur, quia dc primo non tam uc hementcr Ariftotelis cxpofitores altercantur. loanncs grammaticus duas cau/ fas uidecur afTerre, quarum altera cft, qudd cum dcmonftratio dicatur refolu/ tio, pars autcm demonftrationis fit prarfcns tra&atus ueluti docens de medio dc monftrationis, hinc fit,ut etiam fecundus Poftcriorum liber appelletur refoluto rius, ficuti & primus,qui dicitur refolutorius, quoniam dcmonftratiua mecho' dus, de qua in eo agitur,rcfolutionis cft fpecies, ex refolutione enim nobis prin cipia demonftrationis inueniuntur a x prionbus nobis afcendentibus ad priora na tura, uiddicct, ad caufas; primo enim coguoicimus fenfu Lunam deficcre, Intel leclus autcm poftca ratiocinando caufam jnuenit, proptereaqudd dicit , Luna d deficit, fed quod deficit obftruitur, ergo Luna obftruitur. Harc cft rcfolutio cx caufatis fioa man b Liber Secundus cg, caufjiisincaufas progredicns , dcinde demonftratio ex caufis in caufata de a fcendit huncinmodum, Luna obftruitur , fed quod obftruitur deficit , ero-o v • ^ « ^ « . i vygE- - * *-4 * r w • w * i «ilJ IsJOffJtfif llTL 1 sA l3l > 1 1 / I T 1^*1 ^ • • f 4 4 ^ • TTarc Philoponi fentcntia quodam modo uera eft, quoda autem modo falfa , » A cx ca partc uera eft,du inquit,dcmonftrationem efsc rcfolutione, fedaliqua indiget explicatione,na clameft demoftrationeQuia efsc refolutionc",at mcdiu, de quo ex eius fententia Ariftoteles agit in fecundo libro,non eft mediu dem6 ftrationis quia^, fcd eius, qua m primo libro philofophus principaliter tratfat |j«eautc ex comuni omniu opinione no eft dcmonftratio Quia,fed propter qd, >  quod habct proportioncm cum materia, nempc ex principiis neccfsariis , &. ex co , quoa cum forma proportioncm habet, nimirum ex (yllogifmo , qui demonftrationccommunior eft, ut teftatur philoiophus in principio quarci ca pitis primi libri priorum,ualct enim diccrc.eit demonftratio, ergo fyllogifmus, non autem e conuerfo ; cuius rci ratio tft, quia demonftratio iolum circa ma# teriam nccefsariam uerfatur , fyllogifmus uero ad unamquamquc materia ap/ plicari poteft. 6Vquamuis in hbrispriorum communiccr accipiacur, confidera/ turtamen principali intcntione in ordinead dcmonftrationem,ut uelleuidetur philobphus in principio primi hbri,& in pnncipio quarti capitis eiufdcm hbrij nec non in ccntextu uigtfimo (cxrofccundihbn poftcriorum ,quibus inlocis dc fyllogifmo,ac dcmot ftratione folum facla fuit mcntio ab Anftotelejcuius rci fatis prcbabile argumentum fumi etiam pofsct cx modo procedendi, quo phij C lofophus utifolet,nam in oibusaliis ferchbns Logicar dilciphnac fyllogifmidc finitioncm rcpctit,in poncrionbus uero minimc,quall ueht innucre,fc ibi, uideli cetin prioribus,fyllogifmum confiderarcin ordinead demonfrrationem. prarte reaaduertcndum cft,m hbris ptftcriorum dtrroftracioncm ab Ariftotcle pri> roo loco confiderari,fccundo aute dtttmtionc.quia demoftratio emcaciusali/ quidnotu facit,quam dcfinitio,licet dcfiniuo circa nobihus obie&um ucrtetur; hinc faclum cft,ut ncque in proccmio priorum , ncquc in cpilogo pofteriorum dc dcfinitione mentionem feceric,quamuis de ea,ut dc inftrumento fatisfacien/ te quarftioni ipfius quid fit,trac>et philofophus in fecundo poftcriorum . His po litis,dicimus,illos iure optimo priores,hos uero pofteriorcs infcriptos fui(Te,cu in hbris priorum agatur de partc demonftrationis communiorc , in poftcriori* d fcus autem de partc minus communi ♦ Declarata prima infcriptionis parte,acl fecundar explicationem acccdimus , diccntcs ,nullam deprimo libro inter A» riftotdis intcrprctcs controucrfura cfsc , omncs cnim arbitrantur , cum Liber Secundus rcfolutoriuminfcribi.quiaibiphilofophusordinc rcfolutiuo potisfimar demon/ a ftratioms principia pcrfcrutatur; dcfecundo autcm maximc dubium cft, qucrn non fecus, ac primum, rciolutorium infcribendum eflc opinamur, ud quia methodus compofitiua , qua quidcm methodo in co libro prardica* ta quiditatiua , & proptcrea quiditatiua defmitio in ordinc ad dcfinitum ab Anftotcle quarritur, quadam rationc cft rc(olutio,quatcnus fcilicct in ca a N magis compofito ad minus compofitu,ut a fpccic ad genus pro» gredimurjuel quia in eo agitur dc dcfini tione,quar rcfolutio dicitur,omnis .n. definitio rcfoluit dehnibile in fua principia,ut ex quincto con= ! O W .1 G a i 3 3 (3 textu pnmi hbri Phyfico rumaxime notu,ac manifeftum ,c(t , . f -: : 1 Laus iterunu, Honor,tf Gloria T>eo Optima MdxiMOiQui T rmus, vnus efl.  . I / J> ;n wjiarj ( inut upsii zotnnup oon^&tc$ -. K pbuM up sb . zuckaoiMbo? sisrc V"> ?n o it P. LOGICARVM DISPVTATIONVM DE EA DEMONSTRATIONIS SPECIE , O.VAM PO, tisfimam nuncupant, 7 5? JE F %4 T l O, Vperiorc librofatis ( nifi fallor ) de iis rcbus difputauU mus , de quibus in pofteriora analytica nos prarfari cporTebat; nunc infhrutum noftrum aggrcdientes, di camus,corum,quar dc quahbet fpccie fciri po(Tunt,duo geneta C&/ubftantiam fcilicet, feu cflentiam , & cius proprictates. qua: omnia ex fententia philofoplii in fc cundo Poftenorum fub initium non uno,fed duobus inftrt mentis cognofcuntur , nam dcfinitionc fubflan* tia, demonftratione uero nota: fiunt proprietatcs,qua: (luunt a"forma,non autcm accidentia communia,qua: Ortum ducunt acomplexionc ut igitur Iuuenes,in quorum gratiam,& utilita tcm fcnbimus, maxima cum facilitatc duo tlla genera corum, qua* de qualibet fpccic fciuntur, pcrcipcrc posfint,de demonftratione primum, poftea de defini/ | tionc ecmpendjofam eis traditionem facerc decrcuimus,nc latum quidcm(ut a* iunt ) unguem a philofophi fencentia in poftcrionbus analyticis rccedentcs,- Quatenus itaquc ad dcmonftrationem pcrtinct^dicimus, cum ca prardicetur dc potisfima , proptcr quid tantum, cV quia,intentionem noftram in prarfenti di> fputationc non cflc,de dcmonftratione quia,6V proptcr quidtantum agere, fed foludc potisfima.quo ad cius matcria,qua? nthil aliud eft.nifi principia illis coar Ctata coditionibus , dc quibus primo pofterioru libro philofophus uerba facit» Ordinere/olutiuo,ex nottone fctlicet ipftus fcirc ftmpltciterprincipto- rum potisfim* demonfirattmis condtttones inuefiigantur. C. //. i CED Nonnulli hacin partc obiiciunt, nos Ariftotclis methodum pcrucrterc, *^maximaqj reprarhcnfioncdi^nos ciTc, dura quacrere,ac decUrarc uolumus , Liber Tertius 6\ qiodnam caufa? gcnus in pofita defmitione philofophus fignificaucrit ; proptc* » rA f *i 1 ■ • l • • ■ ST ' 1 - . r . . ■ * . v »»v*J>. • ^v-» « n i « i . . t Tropo/tU obieftionesfoluuntur. ™;.XXL . c *a ?. ii l D - ' ^jfF&tZ £1 * i - " - J r *■ S i i f f r IU 1 1 iJ ^ ■ } O til *• j * i C i * \ " ' P7 JT TT/?T*^H ^ ^ ^ A Ntcquam propofitas obicdioncs diflbluamus, notandum eft, pasfioncs prac ■^^ter propriam clTentiam, quar conftatcx gencrc,& dirTerentia,habere caufam rxtra cflentiam,a N qua ipfar,& carum elTentia producitur; quar caufa ncquc f6rma, & ccque matcria in qua rci dcmonftrandae cflc potcfl,quia ambxfunt dc eius pro> 6) Logicarum DiTput. t pria f flcntia, extra quam (ut diximus) eft caufa illa, liinc fadum eft, ut in &?in\) tionc ipfius fcire ftmplicitcr philoiophus dixent,(pcr cauiam, proptcr quam r:s cft, ) hoc cnim modo loquendi Hjiat, eiqj per diametrum opponi posftt, cum agens debcat agere in palTum rcdc difpofttum, Luna cnim cum fit materia in qua ipftus defedus, rcducitur ad gc* mis caufar matcriahs. Prarterea, haec caufa pasfionis efTedrix cfle potcft uelin eq  ientiam fubiedi, a qua habet ut ftt, per cflentiam fubiedi dc codem fubicdo de* monftrabitur, crgo mcdium,& caufa, proptcr quam cft res demonftranda, in po tisftma dcmonftrationc fubicdi ratio erit» Infupcr , philofophus in primo Poftc riorum contextu trigeftmo nono fecundum uetcrem fedioncm uult, ut demon ftratio faciens maximefcireprogrcdiacur pcr caufam non caufatam , fed caufa non caufata nulla alia eft nift ratio iubiedi, quia quando demonftratur unum ao eidcns dc fubicdo per aliud accidens, dcmonftratur pcr caufam caufatam , cr/ go dcmonftratio illa maximcfcirc oon facit,& propterea non cft pocisfima ; in> tcntio igitur philofophi loco citato eft, utmedium in dcmonftratione faciente maxime kire, quar potisfima cft, fubicdi ratio ftc , cOnftdcrata tamcn tamquam S propter quid pasfionis dcmonftranda?. Eccc auomodo philofophus fe ipfuntdev tt rmmacdc qua caufa incelligat in illa ipfius icirc fimpliciter definitionc,nam fi in toto primo libro philofophus accipcrct nomcn caufa: gencraliter , uidchcet , pro Liber Tertius pro rei caufa proxima , quarcumq; illa fucrit , non dixiflet in primo poftcrio/ rfi loco citato,dem6ftratione facientcm maxime fcire progredi per caufam non caufatam ; prarterea , fpharrica figura in demonftranda luminis in Luna accrc/ A tione efset ciuidcm Lunarforma , cVcaufa non caufata , quod tamen , & op/ timc , Aduerfarii negant ; confequentia probatur , & primo,fpha:ricam n> guram efse Lunar formam , nam per cos demonftratio illa eft potisfima, er* go cius conclufio per Ariftotelcm habec fecundum quod ipfum , atq; ideo prardicatum ineft fubieclo per efTentiam fubiedi , crgo per fubiecli efTcntiam demonftrari debct ; fpharrica igitur figura , pcr quam luminis in Luna ac/ cretio potisfima demonftrationc demonftratur , clfet ratio , uel forma Lunx. Secundo , & ultimo , fpharricam figuram efse caufam non caufatam , pro/ ptcrea quo N d pcr Aduerfarios huiufmodi demonftratio , cum fit potifiima, ra cit maximc fcirc , fcd per Ariftotelem loco cicato demonftratio, quar facit ma aimefcirc , per caufam non caufatam progreditur, crgo fpharrica figura , per quam luminis in Luna accrctio demonftratur , illius accretionis cffet caufa B non caufata . hac pofita ( ut cgo opinor ) ucritatc , philofophum , fcilicct, non loqui generaliter cic caufa in primo Pofh metiiodum Ariftotelis non perucr/ timus , dum dcfinitionem illam interprctantcs , quarrimus quodnam caufae genusinca philofophus fignificarc uoluerit, quia non cft Ariftotclis intentio in libns poftcriorum tra&acum facere dc caufis , ita ut in co, progrcdiendo or/ ciinar doctnna? , prius agat dc caufis uniuerfaliter , deindc particulariter de fm gulis caufarum generibus, icd cius intcntio cfl , in primo hbro inuenirc condi/ tiones principiorum illius dcmonftrationis , quar atiis perfedior cfl , in fecun/ do ueroinuenircquiditatiua definitionisprardicata,ut ex illis conflatadefinitio cfse posfit communc inftrumcntum ad quid fubftantia: , & ad quid acciden/ tium , ut abunde in prarfationibus eoruni librorum declarauimus . & licct in fc cundo farpcphilofophus decaufis uerbafaciat , id quafi coaclus facic , ut ui/ dcrecft in iliis prarfacionibus . intcntioncm autcm fuam in primo libroafse/ quicur philofophus ordinc rcfolutiuo cx notionc finis,qui necesfitatem inducit C iis , quar funtad finem , non ex notionc finis cuiuslibct dcmonftrationis , fcd folum eius , dc qua intendit, quia finis cum agentis inccntionc proportioncrrr baberc dcbct. Cum itaq; philofophus (utdiximus) ordihc refolutiuo inuenire intcndat conditiones principiorum demonftrationis propter quid ftmplidcer, qua: potisfima d»ci folcc , ab alio fcirc incipere non poteft, quam a x fcirelimplicr tcr , quod ab omni genere caufar non producitur , fcd fcrlum a formali, non (uc paulo fupra diximus ) pasfionis demonilrandar , quia rorma rci dcmonflran/ darcft dccius cfscncia , & potius in conclufione, quam in principiopotifiima: dcmonftrationis continctur ; fcd fubiecti , a qua (ubiecti caufa formali cmaunc res potisfuna.dcmonftrationc demonftranda* ne igicur Addilcentes crederent, omnia caufarum gcncracfsc caufam illam , propccr .qtum res demonftFan/ D da eft , optimc ( nifi fallimur ) definitioncm illam interpretantes quarri» mus, quodnacn caufac gcnus Ariflotelcs jn ca Ugnirjcarc uolucnc , quan/ 67 Logicarum Difput. 1 do dicit , ( propter quam rcs cft) , licct cnim fcicntibus id notumfit , Addi^ fccntibus fortafle ambiguum efle polTet . Tancum igicur abeft , ut maxima reprarhcnfione digni fimus, ut pocius laudandi uideamur , cum ex Addifcea tium mentibus ambiguicatem remoucre concmur » Ad aliam aduerfariorurr» rationcm ncgamus confequentis falficatem , ad probationcm fundatamfu* pcr Auerrois au&oritatibus in trigefimo nono , & quadragefimo fecund» commcntariis fccundi libri Poftcriorum , dicimus , Aucrrocm , quando locis cicacis ait , potisfima? dcmonftrationis medium nunquam eflc formani, incclligerc pafsionis , non iubie&i formam , cum aflerac , & optimc , for> mam in conclufionc potius , quam in mcdio demonftrationis contincri, nam forma fubic&i nunquam in conclufionc , fcd fcmpcr in medio potifiima: de» monftrationis concinecur , cum abillapasfio demonftracionc pocisfima de* monftranda habeat ut fit , & confeructur. & licet Auerrocs dicat, raro,cVper accidens medium in dcmonftratione efle dcfinitionem fubiecii , non aducr* fatur ci pofitio noftra ,raro cnim fubiedli definicioin demonftratione me» b dium eft,quia rarar funt, & raro fiunt potisfima: demonftrationes , inqui^ bus per Ariftotelis , & Auerrois fundamcnta non poteft efle mcdium nifi fubiedi dcfinicio , ut a nobis copiofe didum fuit in propria difputatione dc medio potisfima: demonftrationis. djxit, pcr aocidens medium cfsc fubicai, dc finitionem , non quia fit uerc pcr accidcns , fed quia ut formalis definitio fu> bicdi non confideratur; ucrum ut caufalis defmicio pasfionis dcmonftrandx» Eartim conditionum unaqm^ probatur. . ////. /"^ ONFIRmata ex obieaionum Tolutionc tradit* dcfmitionis explica; t ^ tionc , ad fingulas propofitionum pocisfima: demonftracionis condi^ tioncs probandas reucrtendum eft-, quarum prima de fc mantfeftisfima eft quia fi falfa conclufio , nimirum, diamctcr eft commenfurabilis cofta: qua* draci , uel homo cft non rifibilis , fciri non potcft , lcquitur , ut fciacur tantum ucra, fcd uerum demonftratiue non coliigitur nift cx ucris, idcrt, ucrumnon fcitur cx ; falfis, alioquin falfitas efset caufa fcientia: , qua? pcr dcmonftrationem habctur , atcp • idco cfset caufa ueritacis , quod eft abv 1 furdum , crgo demonftratio eft cx propofitionibus ucris . dixi ucrum do monftratiuc , idcft, rationc materiar nccefsariar , circa quam uerfacur dc monftratio , non colligi nifi cx ucris , quia fyllogiftice , hoc eft, rationc formarex falfis quoquc colligi potcft , ficuti ncccfsarium cx non ncccfsa^ d no. Efie ctiam dcmonftrationcm cx primis, & immediatis , feu cx indc monftrabilibus, ( idcmcnim (unt, £ fc inuiccm cxplicant ifta: du* con, ditioncs ) cx co patet , quia k potisfima: dcmonftrationis principia cflcnt Libcr Tertius 68 incdiata,& demonftrabilia,abfq; dcmonftrationc fciri mini ne poHcnt, quoniam a demonftrabilia,ut eiufmodi, per dcmonftrationcm liabcntur,ficuti per dchnitio ncm babcntur definibilia,ut definibilia,fed hoc eft talfum , alioquin daretur pro/ grcfsus in infinitum,qui ab omni dcmonftratione rcmouctur,crgo potiflimar de monftrationis principia funt immediata,&'indemonftrabiIia,lumiuetameninteU lcclus iciuntur.Principia illa cfsc caufas conclufionis, cx hoc patct, quia tunc ali cuid fcimus, quado cius caufam cognoicimus , fi icaque tunc conclufionem fci/ cnus,quando cius caufam cognofcimus , potisfima; demonftrationis principia fliint caufr conclufionis,cum dcmonftratio in uirtutcprincipiorum cam fciri fa/ ciat.cx quo probatur, illa cfsc quoque priora concluilone hunc in modum, cau (x funt natura priorcs caufato,fed potisfima* dcmonftrationis principia funt cau (ar conclufionis , ut probatum eft , crgo potiifimae dcraonftrationis prin* cipia lunt priora coclufione . Vltimo ,efscconclufione notiora,hac ratio/ nc manifeftum cft ; proptcr quod cft unumquodq; , illud magis cft , fcd per b -principia nobis rcdduntur hotar conclufioncs , crgo principia iunt nobis no xiora conclufione,ideft, illud cuius caufa cognofcimus aliquid certa, & infallibi h cognitione,eft infallibiliter,&magis notum,fed principia potisfimar dcmonftra tionis funt illa,quorum caufa cognofcimus conclufioncm cognitione certa , & «nfalhbili,ergo principia potisfima* dcmonftrationis iunt infalhbilitcr , & magis •nota,quam conclufio.Scd quia priora,& notiora dupliciter funt,naturafcilicct,  diflify de omni pofleriortfttct cxpltcatio. Cum ncceflarium latitudincm habcat, aliud cnim cft, quod uocatur accidc talc,fcu tccundum quid,aliud ucro , quod appcllatur clTcntiale, uel fimplicu tcr ; potisfima demonftratio non conftat cx nccdTario accidentali,quodfunda* tum in tcrminis no conucrtibilibus cfficitur cx partc unius tantum tcrmini pro pofttionis,cx partc fcilicet prardicati, quando gcnus dc fpccie prardicacur, uc ani mal de hominc,nam licct prardicatum fubicao neceflanum fit.eo quia fuperiora ncceflario funt in inferioribus , non tamen prardicato fubic&um cx ncccsfitate compctic,cum infcriora accidant fuperionbus ; fed conftat ex neceflario fimpli citer,qudd fundatum in tcrminis paribus, & conucrtibilibus prouenit ex partc b utriufcp termini propoficionis,namficuti prxdicacum eft iubiecco necelTarium, itafubicctum eft nccelTarium prardicaco,uC patecquando prardicatur toca defini tiodedefmitojuel ultima difTerentia, auc propna paslto de fubietfo; cx quoco fequenter habcmus potisfimx dcmonftrationis prmcipia elTe uera non concin» gentcr,fed fimpliciter. neceflarium itaqj fimpliciccr tres condiciones requirie, uidelicet,d»clum de omni,pcrfe,cV uniucrfale; debent lgitur potisfimar demon* ftrationis prinCipia trcs illas conditiones habcre,quarum defeclu fimpliciter nc cclTaria non eflent. Et quoniam uniuerfaliora fcmper prarmitti debent,cum in^ tcr pofitas conditioncs una fit aliis uniucrfalior , ab uniuerfaliori cxordium fli^ mcmus,fed uniuerfalior conditio eft didum dc omni,nam quando dicimus, cy gnus cft albus,harc propofitio eft dc omni,cum omnibus cygnis, & in quolibet tcmpore albedo compctat,attamcn non cft pcr fe, ncquc in primo, ncquc in foj cundo modo,cum prardicatum nonfit dc quiditatc fubiedi, ncc fubic&um dc c conceptu prardicati ; non habccctiam uniucrlale prardicatum , quod fignificat adarquationcm fui cum (ubicdo,cum albedo folum cygnis non compctat; a db cto igicur dc omni poftcnoriftico,tamquam a conditione magis comuni,qua tn per fc,ct uniucrfale,incipicmus,dicentcs , dictum dc omni pofteriorifticum efse, quod utiquc non in aliquo quidem fic , in aliquo autem non, ncquc aliquando quidcm,ahquando autcm non,ideft, dictum dc omni poftcrionfticum cfle,quod habet non folum fubiedi uniucrfitatcm,cum dc fubiedo , & de omnibus fub cq contcntisprsedicatumucredicatur,fcd Ctiam tcmporis perpetuitatcm , cum fcmpcr cuilibct fubieao idcm prardicacum infic , uc homo cft animal, harc propo ficio habct chaum dc omni pofterionfticum,quia ammal,dchominc, & de om mbus particulanbus homioibus prardicacur, prarterea,fub quahbet tcmporis dit d fercntia homini,& omnibusfubco contcntis animal incft. Ex quo patct,dictum / * de omni pofterionfticum fupcrarc dictum de omni priorifticum,eo quia habct tcmporis pcrpctuitatem , qua carct dictum dc omni prionfticum cuius rci ra* Liber Tertius 70 *'o eft, quia in pofterioribus confideratur materia neceflaria,a qua tcmporis * Petuitas cmanat, in prioribus ucro ncquaquam,cum in eis non de materia, fcd r atum agatur dc forma (yllogiftica,a qua folu fubiecti uniucrfalitas ortu duciCr Exaliorum fententianoua dijferentiainterilla duo dilladc omni 3 eiufy impugnatio.  A Uo difcriminc prardicationcm dc omni pofteriorifticam a prioriftica difcrc •^**pare,& co quidcm a N paucis animaduerfo Nonnulli opinantur ,qudd fcilia cet poftenoriftica folam propofitioncm fignificec , prionftica uero non folam propofitioncm , fed totum dcnotet fyllogifmum . hanc opinionem ipfi confir* b tnant Auerrois teftimonio fupcr primo priorum pluribus m locis, & prarcipuc in capitc quin£to,& uigefimo quarto, nam in quincto ait, dictum de omni duas ncceiTario poftulare conditioncs,unam, ut maior propoficio femper fic uniuerfa, lis, alccram,uc minor fic fcmper affirmatiua . in uigcfimo aucem quarto inquic, dictum de omni efie in prima rigura a&u, in aliis ucro non actu , fed poteftatc, hinc optimc Ariftotcles in capite dc prima figura non ufus cft alia rationcad modos utiles primar figurar confirmandos, quam dictis de omni,ac de nullo,per. di&um enim de omni duorum affirmantium modorum efficaciam oftendit, g diccum autcm dcnullo duorum negantium.uulc igitur Auerrocs , dictum dc Omni integrum figniticarcfyliogifmun^non fimpliccm propofitionem.Hrc opi fiio( nifi fallor) pcccat in utroq,- dicto , primum cnim cum uericatc conuenirc Don uidctur,ut fcilicct prioriftica prxdicatio dc omni totum denotct fyllogif* tnum,alioquin per locum topicum adcfmkoad dcfmitionem dicto dc omni prioriftico compctercc fyllogifmi dcfinitio,qdod fallum cft,nam de racione fyl/ logismi eft,ut in uirtute principiorum cx ncccsfitatc conclufioncm mferat , lcu c ut cum illationis neccsfitatc aliquid norum faciat; dcratione uero dicti dc om *ii prioriftici cft,ut nihil fumi posfit fub fubie£to,de quo non dicatur prardicatu, aut, ficuci prardicatum, de fubic&o uerum cft,ita de omni concenco fub fubie&o ucrum cfscpoceft,quod illacionis neccsficaccm non indicat , nequc uc mcdiurn de minori cxtrcmo prardicerur , qct una cu prardrcationc maions cxtrcmitatis demedio necesficas fyllogiftica? lllacionis poftulac. prarterea, dictum de omni, non fecus ac diftum dc nullo eft radix , & principium, in quod fyllogifmus rc foluitur ,quoniam fyllogismus in propoutiones, propofuiones, in tcrminos, termini ucro in dictum dc omni,& di&um denullo rcfoluuntur,ergo dc primo ad ultimum fylldgifmus refoluicur in dictu de omni ,6V diccum dc nullojdi&u igicur de omni inceger fyllogifmus cffc no poctft, alroqyiiuidcm in fc ipfum re* ioluerctur , atq; idco feipfum componcrct , cum compofitum in ca refoluatur, 4 cxquibus componitur ,quod cft abfurduro,ucfcilicet,idcni icipfum componac y\ Logicarum Difput. g Nifi uelint , di&um de omni prionfticum efle totum fyllogifmum naturalcm , qui radix efl: omnium artificiabum fyllogifmorum affirmaciuc concludcntium, quos in libris priorum Anftottles tractat,(ed hoc dicert(quantum connccrc pof fum) nihil cft, cum omnium tam naturalium,qua x m artificialium fyllogifmorum cademfit ratio, omois cnim (yllogifmus, quicumquc ille fucrit, uel naturalis , ucl artif;cialis,eft ratio,in qua quibufdam pofitis neccfle cftaliud eucnireper ea, quar pofita funt, quod diclo de omni prioriflico minimc competit; in fe ipfumqj non rcfoluitur neq ; naturalis, ncqj artificialis fyllogifmus, non cft igitur didum deomni priorifticumncquc integer naturalis, ncque intcgcr artihcialis (ylloa gifmus. Cum ueritatc etiam non conucnit quo ad altcrum diclum , ut fcilicct prardicatio dc omni pofterionftica folam propofitionem fignificet, totumqj fyL logifmum non dcnotet, ficuti facit^prioriftica, conceflo nunc tamquam ucro, lia cet falfum fit , ut prardicatio de omni prionftica totum denotet fyllogifmum. " dcclaro , iaclo prius hoc fuodamento,ut fcilicet agcrc dc demonflratione,& agc redefyllo^ifmo ad matcriam nccelTariam contrafto, (eu agerc dcmateria ne» b ccflana forma* (yllogifticsc fiibieda idcm fit,namhorum utrumquc, uidelicet materia neccflaria, & forma (yllogiftica, demonflratione communius eft, cuili/ betcnim materia: (yllogifmus appbcari potcft , circacp neceflariam materiam non folum dcmonflratiuum ,fcd etiam definitiuum inflrumcntum ucrfatur,at dcmonftratio, & fyllogifmus ad matcriam necclTanam contra&us conuertun^ tur. hoc pofito fundamento , dicimus,cum demonflratio aggregatum fit cx fyl Jogifmo> & materia neceflaria, rationi confonum non uidcri , ut pofterioriftica prardicatio dc omni folam propofitionem fignificet, nam ft a fubie&i uniuerfita^ te priorifrica prardicatio de omni habct,ut totum denotet fyllogifmum,fequitur ut etiam pofterjorifhca, cum ipfa quoque prartcr temporis perpetuitatemjfubie &i uniuerfitatem habcat; non folam igitur propofitioncm fignificat , fed totuna quoque fyllogifmum denotat pofterioriflica prardicatio dc omni , fi prioriflica prardicacio dc omni denotct ipfa quoquc totum lyllogifmum. Quod ucro atti* c nct ad Auerrois au&oritates, dicimus, cas opinioni noflrar potius fauere,quata obcflc, naro in capitc quin&o per ca uerba non uulc, ut maior prppofitio femper uniuerfalis,& minoriemper arfirmatiua, fint ipftus di&i dc omni propofitiones , fed ut illorum fyllogifmorum , in quibus aclu rcpetitur diOum dc omni , ficuci funt fyllogifmi primsr figurar, maior propofitio iit feniper uoiuerfalis, & minor fcmper affirmatiua. cx quo capitc, qucmadmodum ex uigefimo quarto,ncc non cx capitc dc prima figura ipfiufmct philofophi, non chcitur , di&um dc omni intcgrum fyllogifmum cffe,feu totum fyllogifmum deno tarc,fcd aclu rcpcnri in fyllogifmis prima: figurar.affirma tiuc cocludetibus,potcftate uero m fyllogifmis alia rum figurarum,quod nemo fanse mentis ncga cJ rc potcft,cum oium fyllogifmorum affir matiuc concludcntium lit rajix, dfuoddmcatum* Liber Tertius 72 De eo , quod per fe ejl. t CsAP. VII. ^NRationc iam abfoluta difti de omni pofterioriftici,fequitur id,quod cft pcr ^Mc ipfo uniucrfali communius, ualcc cnim diccrc, eft uniuerfale, ergo pcr fe, fcd non c contra, eft pcr fe, crgo uniucrfalc, quia harc propofitio , homo eftani/ mal, eft pcr fe in primo modo,& tamen uniuerfalc prardicaturn non habct, quoa fiiam animal cum homincnon conuertitur, quam cerminorum conuertibihta/ tcm uniuerfale poftcrionfticu rcquiric, uc fuo loco cxplicabitur; eft itaque huiuf modi uniucrfali communius ipfum per fe, quod nunc diuiditar in quatuor moi dos, quorum primus, fccundus,& quartus funt modi prardicandi, cercius ucro , ut ita dicam, clTcndi modus cft;& hcct finc mulco plures modi pcr fe, uc paccc in quindo Diuinorum libro cap. dc per fe,his camcn Ariftocelcs fuic coritcntus,ut E> cx tali diuifionc apparcrct multiplex e(Tc ipfum pcrfe, nequc omncs cius modos pocisfimar dcmonftrationi accommodari pofle . fcd Aliqui hanc, quar commu/ nis cft, opinioncm quo ad utrumquc dier fe, quia licet modus eflendi pcr fc non fic modus per fe prardicandi,eft tame pcr fe, fabcr ucro (ucdiximus) non eft philofophus. Ad id ucro, quod in fecuna da rcprehenfionc quamtur quoad altcrum di&um, cxiftimo hunc in modum rc fponderi poflc, cum philofophus pofucrit aliquos modos diccndi per fc, conuc* niens erat , ut ctiam modos diccndi pcr accidens illis per fc cx oppofito refpoa dcntes adduceret, qui quidem non crant hac dc caufa fpernendi,quia habent mo dos diccndi pcr fc oppofitos; fpreuit autcm alios modos per fe,quia non eft nc cedarium in aliaiius a-quiuoci diftin&ione omnia eius fignificata enumerarc,fcd utiquencceflarium crat poncre modos pra;dicandi,& modos clTcndi pcr fe, uc ofteudcret ipfum per fc multiplex,& arquiuocum efle. B, • Ex aliorum fententta de noua modorum dicendi per Je , ex accidenti dtuijione . CAT. VIII. i SFri7F.i1 A****n*!r **^i7**^' • a * • . 1 t * > 1 wf\ ~ t —\ t ~ ' 1 mi% c«i Ji « .' «' *-* , ;uiu...i k.iiiuu, iji j 1 ^ ) J) 1 nfAlJ H Dluifione ha&enus a nemine cognitaNonnalli manifeftare conantur,modos per fe ab Ariftotcle confideratos clTc omncs modos enunciandi, dctcrmio5 do prius, id, quod diuidendum proponicur,non cflc modos clTendi,ncque modbi cnunciandi, quia modos docerc, quibus fimpliciccr rcs funt, non eft officium Lo gici, & modos cnunciandi confiderare, atq$ diftingucre ad librum dc Intcrprea tatione, non ad hbros Pofteriorum fpectat; fcd efie modos enunciandi in fcien» tiis ufitatos pro ut a N modis ciTcndi deriuantur,& cum eis conueniunt,feu modos dTcndi pro ut indeuarii modi enunciandi dcducuntur , quos omnes,nullo prac C termilTo , Anftotclcm ibi recenferc hac diuifionc a ncminc f ut diximus) ha&cnus co^nitamanffeftarc conantur,In omni (inquiunt) propofitione uel prxdicacum & iubiectum re ipfa non diftinguuntur, ucl funt duar rcs diucrfae , quarum alccraw&> , rnuIwDOfll m:Liup rnsup^mulsD 5; u!; ».■»& ;ns> sAucrrois tcfiimonio modorum dicendi pcrfi diuifio confirmat* impugnatur.  C KTOua illa modorum dicendi per fc diuifio ab illis confirmatur pluribus A« 1 >*uerrois aucloritatibus , nam in commcntariis fuis.30» 32.» 33. &. 34. pri mi pofteriorum cxpreffc uult Aucrrocs,nullum cnunciationis gcnus dari,quod fit in (cientiis ufitatum,practcr ea,quar Au&orcs prardi&a: diuifionis commemo rarunt , quandoquidem aut alicuius rei exiftcnciaenunciatur,aut res dc rc prac dicatur,caq* ucl ci coniun&a,uel difiun&a eft. fi autem aliquis alius afFcratur ab intcrprctibus modus dicendi pcr fc,illc facilc pofset ad aliquod illius diuifionis mcmDrum redigi, ficuti & ipfi rcdigunt quinctum modum pcr fc a Thcmiftio cxcogitatum in primo PoftcriorumCap.x» quando fcilicct accidens deaccidc te prardicatur, ncmpc, fuperficies cft colorata,- quia fi ucra cft diuifio prardicati inharrentis fa&a ab Ariftotelc.nccefsc cft, uel colorem efsc dc defmitione fuper D ricici,& ita primum cflc moduro.ud colorcm in fua dcfinitionc accipcre fuper/ ficicm > & ita cfsc proprictatcm fuperficiei,proinde cfsc fccundum modum , non Liber Tertius 1 c|uinctum ; uel tandem neutrum efsc de altcrius definitione, & ita non cfse tno/ dum diccndi per fe, fed potius eiTc modum diccndi per accidcns, cuius mcmia nit Ariftocelcs. hx func Aucrrois autloritates,quibus illi fuammodorum diccn A di pcr fe nouam diuifionem corroboranc.Quidquid fic dc opinionc Commenca toriscirca hanc diuifioncm ,fupponocum fuiflc huius fcntentiar, ut quacuor finc modi cnunciandi pcr fcjoullumcp aliud enunciationis gcnus dari prarccr ca, quar attulerunt prardidar diuifiouis Au&orcs, fcd quomodo ex mcntc Aucrrois alTercre pofsunt in tcrtio modo per fe cfse propofitiones iu ufu in fcicntiis,cum dicat Aucrroes,quar in tcrtio modo per fe funt.non efsc io fubie&o,ncc dc fubic clo prardicari? harc aute cx Ariftotelis fcntecia in antc prardicametis capitc fccun do no pofsunt cfse nifi fubftanciar indiuidux , quar in (cicntiis nullo pa&o ufurpa tur, quo ucro ad Thcmifcium dc illo quinclo modo diccndi pcr fc, cxiftimamus iure eum optimo impugnatum fuifse,quia illa propofitio, de qua ctiam philofo/ phus mcntjonem fecit in quincto Diuinorum contextu uigenmo tertio fub ini tium,rcduci potcftad iecundum mochim diccndi pcr fc, cum fit color affc&io B fuperflciei. Scd quid rcfponderi poterit ad Ariftotelem in eodcm contcxtu circa fincm,quando dicit, fupcrficics eft pcr fe alba? harc propoficio ufurpatur in fcicntiis, & camcn non eft pcr fc eo modo, quo dccerminatum cfc pcr fc ab Ari ilocclc in prarfenci parcc, quod indu&iuc probari poccfl , nam in prirao modo non cft, quia prardicacum non eft de conceptu fubiccti ; non eft etiam in fccun do, quoniam fccundus rcquiric terminos conucrtibilcs, cuiufmodi non funt,fu pcrficics , & album, nam licct omnc album fic in fuperflcic , non tamcn omnis fuperficies eft alba,- non cfse eciam in tcrtio modo patct fccundum corum diui- fionem,prardicatum cnim cfl a fubie&o re ipfa ditcinctum , quod repugnat ili tcrtio modo ; manifeftum eft ctiam noncfsc in quarto,quoniam eius prjc^ica tum eftiunctum fubiecto,& ipfi inharrens, quod ex corum fententia quar'0 mo do non competit, ergo prartcr modos per fc iam defcriptos in pximo •ofterio rum dantur ctiam aln,quibus in fcientiis utimur,& ad illos reduci nor pofsunt* nifi uclint, propofitioncm illam clse per accidens in primo,& in fecn»do modo, C fed hoc nihil cft, quia pcr Ariftotelem quar pcr accidcns funt in ill* duobus mo dis oon funt pcr fc, fcd propofitio illa,uidelicet, fuperficics elt alKab Ariflotelc dicitur pcr fe. fortafsc diccrc pofsent,pro uno,& codcm intcll£i>cfsc propoficio ncs in ufu in fcicnciis, & cfTc utilcs dcmonftracioni,qualis nr*i cli propofioio illa; fcd tunc contra fc habcnt, tcrtium modum non efhccrrpropoficiones,& fi illas cfficcret,non forc utiles dcraonftrationi,cum fint firujulares,# binariar ; Prarcca rea, quarcus modus fecundumfuumtocumambirum non cft ucilis dembnftra tioni,dcqua principalitcr ucrbafacit philofopbus in primo poftcriorura, crgo in adduda diuifionc non omnia mcmhra huiufraodi demonft racioni utilia func; quamobrcm nou efse in hoc reccdendum a v communi opinionc , dc qua facta cft mcntio D fub initium octaui capitis, tutius cxiflimamus» 75» Logicarum Difput. A De primo modo dicendi per fe. COnftituta ipfius pcr fc diuifione in quatuor modos , adfingulos explican dos acccdimus,& primo ad primum,diccntcs, pnmum modum ciTe illum , in quo prardicatum c(l dc quiditatiua rationc fubiedi,cui ineft,& hoc erit cx fen tentia Commentatoris uel tota dcfinitio, ut homo eft animal rationale, uel par tes eius, nempe, gcnus, & diffcreutia, ut homo eft animal, nec non homo eft ra/ tionalis , aut pars gencris, aut pars differentiae. Nonnulli dcclarantcs quid pcr partem generis, & diffcrcntiar intcllcxcrit Aucrroes, dicunt, cum intellexiiTe ge/ nus remotum,& rcmotam difTercntiam, per fimpliciter autem genus,& differen tiam, proximum genus, ac differcntiam proximam, genus enim remotum pars cft effentialis proximi gencris, ut corpus refpe&u animalis, cum in animalis defi nitionefumatur; Differentia ucro rcmota non ita dicitur pars differenria- proxi mar, led alia rationc, quandoquidem omnis differcntia tam proxima,qua x m rcmo B ta fimplex forma cft, qua- partibus caret; uerum quia per differcntiam proxima rcs diffcrt ab omnibus alns rcbus, per remotam uero non ab omnibus,fed ab a* liquibus, idco diffcrcntia remota dicitur pars differcntia? , proxima ucro dicitur fimpliciter differentia, & alias omnes compleditur, ucl faltcmfupponit,quiafine illis nullo patfoeffc, aut cxcogitari poteft. quod quidem remotum genus,& re mota diffcrcntia eatenus dc fpccie prardicantur per ie primo modo, licct in cius «Icflnitionc non exprimantur,quatcnus in proximo gcnere, quodcxprimitur, tu contincntur,ut patct de corpore,& deanimato, quae cxplicite non ponun* tun n hominis definitionc, fcd implicite pro ut in animali, quod in illa dchnitio nc ncnunatur , aclu inclu(a,& comprehenfa funt, idcmcnimeft dicere animal; acdicciccorpusanimatum fcnfitiuum,f»definitio idcm eft, ac dcfinicum. Poha ta uerbomm Auerrois dcclaratio ex eo fupcr hoc primo modo diccndi per (e ' minitne (b8 falKmur) colligi poteft, cum ibi aliam dc partibus differcntia? fentcn C tiami*ibcre iideatur,inquit cnim,(cnm uero dicimus.quod prardicatum eft per fe, cft>t praeetcatum fit in dcfinitionc fubicdi.aut lccundum qudd eft dcrinitio perfe&ayauc parsl cn nitionis,qucmadmodum acccptio hnc* in dcfinitione tna guli, nam tnanguli 4 c hnitio eft,qui comprchenditur a tnbus lincis: igitur linca in dcfinitione trianguh ?roceditpcr modum partis fcgrcgantis, ideff, diffcrciv * tia% Et quemadmodum ptiM&um, quod accipitur in dcfinitionc linex,& hoc,quo niam iinea definitur, euius ex«rema funt punclum , aut punda i igicuj* punctum rcfpctlu lmear fe habet per modum partis fegrcgancis,quoniam diffcrentia ipfins pcrficitur ex numero,& pundo: hoc cft, quia func duo puncla. ) harc Auerrocs, cuius uerba hunc habcnt fcnfum, uideliccc, in alicuius rei dcfinitionc fumi poile integram differentiam pluribus di&iombus exprciLm,ucin tnanguli dcfinitionc D tres lincas,& in linea: detinitionc duo pun&a, nam trungulus eft figura plana tri bus Lincis comprehenfa, ncc non Linca eft Longitudo finc latitudinc, cuius ex> Libcr Tertivs jffo trcma ifunt duri puncta.at fi in defmitionc trianguli ponatur linca fine numero; & in defimtione linearfine numero ponatur puncrum,uidelicet, triangulus cft fjgura plana a lincis comprchenfa, & linea ett longitudofine latitudine,cuius A excrema funt punfta; linea , & punctum in definitione trianguli , & linex pro cedunt per modum partis differentia:,cV funt in primo modo dicendi per fe,ficu ti tota differcntia . per partes igitur differentiarnon intclligit Aucrroes differe tias rcmotas ,ideft, fuperiores in codem prardicamento difTcrcntias,quas fup, ponit proxima d>ffercntia,ficuti pcr partcs gcneris intelligit gencra rcmota uf= quead gcneralislimum, fed mtelbgit uercpartes,ex quibus integra diffcrentia conftituitur, eafcp non fccus,ac complctam diffcrctuiam, uult efse in primo mo do dicendi per fe, ex quo duo cliciuntur,unum, ut prardicatio fit naturalis,quse cft, quando dcfubicaopradicatum enunciamus , ficuti cxtra animum re uera in eo ineft ,quando fcilicct prardicamus accidcns de iubftantia,& caufam dc cau fato fubflantiali,ut homo cft albus , & homo eft rationalis, rc enim ucra,& aL B bedo, c\ rationabtas in hominc funt.Prardicatio ucro prartcr naturam oppofito modofc habct, quando fcilicct de fubiedo enunciamus aliquod prardicatum, quod extra animum re uera in co non ineft.ficuti album cft homo,ucl rationale cft homo , ncquc enim albedini , nequc rationalitati incft homo , fed e contra, Alterum, quod elicitur ex primo modo dicendi per fe , cft , omnia prardicata primi modi efseformalia, & quiditatiua prardicata , quar in fingulis prardicamc tis reperiuotur , cum in uno quoq; prardicamento ex philofophi fcntcntia in pri rno Topicorum Cap. fcptimofit quod quid cft\ hinc patet primum modum fundari in caufa formali principalitcr , confccutiue autcm in caufa matcriali cx ::: • - Vi - ,hrj> De fecundo modo diccndi per fe. CEeundus modus dicendi per fe eft, in quo fubie&um eftde conceptu pnedf* ^cati in eodem fubic&o cxiftentis, utgratia exempli, quando dicimus , nomo eft nfibilis , linea eftrccla, uel curua, 6V numerus eft par, aut impar, nam in deft nitione rifibrhratis ponitur homo, cui incft, in definitione rc&i, ucl curui colloca tur linca , in qua infunt , & in definitione paris , aut imparis ingrediturj nume/ rus, cui inexiflunt; hincfaclum eft, ut philofphus dixcrit, pcr fcefsc inlecundo modo, quibufcumque inexiftcntium ipfis, ipfa funt in oratione quid cft declaran C te,ideft,per fe in fecundo modo lunt, quando ipfa, hoc cft, quando fubiecta func in orationeipfum quid eft declarante,idcft, quando fubiecta funt dequiditatiua definitione quibufcumque inexiftentium ipfis, ideft, omnibus prardicatis , quac in illis fubiectis inexifrunt.undepatet in fectindomodo dicendi per fc non efsc prar dicata nifi accidentia propria,cum in corum prardicatorum definitione ponatur (ubieclum ut difTcrentia. quarquidem propria accidcntia,cum fuorum fubie&o rum efsentiam iequantur,ciTentialia acciclcntia nuncupari folcnt,dupliciaq? funt, alia enim unica diclionc proferutur,ut rifibilc rcfpe&u hominis,alia ucro di&io nibus oppofitis,ut par,& impar refpc&u numeri. manifcftiffimum ctiam cft, in hoc modo non fecus, ac in primo, cfsc naturalcs prardicationcs , cum in utroq; modo pra-dicatum fubiecto incxiftat . cuarc iniuria fanc quidcm omnibus Ari D ftotelis expofitonbus attribuunt nonnalli,ut cx corum fentcntia philofopus una duntaxat primi modi dicendi pcr fc conditioncm ftatuat, u )dclicct,prardicatum cfsc .m Liber Tertivs j 82 cfse de tubiecti definitione,unamq$ fecundi,fubicctum,fcilicet,efse dc conccptu prardicaci; quia fi omncs fentiunt, prardicationes per fe potisfimam demonftra/ A tjonem ingrediences cfscex mentc philofophi naturalcs, ex eius quoquc fcnten tia aftirmare coa&i funt,utriulq; modipcaidicatum fubiecto inefse dcbcrc, quod tamquam. prarccptum in hoccontexcu ab Ariftotele traditum fupponentes,alio quin afsercre non potuifscnt,pra;dicatione$ per le else naturales,qua:runt duta xac modum, quo prardicaca in pnmojcV in fecundo modo dcbeant inefsc, in pri mo,uc fiut dequiditacc fubiecci, in feoundo ucro, utfubiecta fintde corum defif nicione, Ecce,ipfos etiam cxmcnce pluiolopbi.duas ucriufquc modi codiciones ftacuere,unam explicite,alteram implic!ite \ Qua coguica ab omnibus fcre Ari- ftotelis explicatonbus uentate, non pivtueruut uerba ilk (oaa vv*p%«.-n or t&T-jt &qua-fequuntur,)ftc exponere, uc cis attribuitur,uidelicct,qua*cumqucpra: dicata infunt in dcfmicione,ita ut ucrba illa («» ™ 71 idefl, in dctiiiicione, fi/ B gnihcent id, in quo pr^dicatum inefsp dicitur, quoniani fupponitur ab illis (ut 3 «jiximus) prsedicata m utroqoe modo inefsefubie&oinon m definitione, cum na turalker definitioncm incffe.non fubiici ab omnibus cx fcntentia philofophi co ccdatur; fed exponunt,omnia pra:dicata,qua- naturaliter defubiecto prardican* tur in eo quod quid eft, ita ut in eius ckhnitione fumantur,efsc in primo modo -dicendi pcr fe,& aua* de fubiecto naturaliter prardicantur,ita ut in eorum defini tione ponatur {ubiectum, cfsc in feoundb modo.Cum itaquc in utroquc modo fint prardicationcs naturalcs,clare patet,primum modum nunquam fccundum, necfecundmn unquam pofsefieri primum, alioquin in illis darctur prardicatio •pra-cer naturam,fi enim harc propoucio in primo modo^uidelicet, homo eftani mal rationale,qua* habet naturalem pra*dicationcm,per cerminorum conuerfio »cm ficrct in fecundo,nt animal rationalc eft homo,abfquc ullo dubio in ea fie *ret prardicatio prarcer naturam, C 2)* /«/>«- qua fundatur fecundus modn-dkendi fer yo. . t-ft s • I* ' #Tt t • >** • *? * £.1*1 f *i , ir nr* ? 4 •%  • . r» * • f^! • 1 1 * **f* V7*T. r* f " 1 * • n T T^S hac rationc explicatis.uidendum nunc t\ in quo gcncre caufa: fundc/ ***• -^tur hic fccundus modus,in caufa cnim m?«criali cx qua,& formali minime, quia folum ad pnmum modum pertinent-^-rincipalitcr (ut diximusj una, altc/ ra uero cx confccutione; nec ctiam in c-^fa etficicncr,& hnali, quoniam folum •quartum modum conftituunt,crgo i** nulla,fccuncjus igitur modus cfsentialem ccrminorum connexum non habcbit,qaamobrem eius propofitiones non cruc perfe.SoIuit D» Thomas hancdub.itationem pro cuius folutionis intelligcntia aducrtcndum cfl,materiam duphccm ctse,unaminternam , quar eftalcera pars compofiti,nucupaturcp matcria cx qua,altera ucro externam,quxdicicur matea ria in qua,(eu fubiectum adu exifles ex matcria,c\forma compofitum, ut homo, qui compofitus cfl cx fubftantia animata fenfitiua , 6V rationalis qualicace ,quac D refpcclu hominis forma , rcfpectu uero hominis propnetatum efl caufa erTc/ M 1 frj Logicarum Difput. arix; quare accidens proprium a fubicdo cx duplici gcncrc caufar flucrc uide» Atur, primum quidem ut a x matcria in qua, deinde ut ab eflicicnce. hoc pofico, in quic D» Dodor,omnem propofirionem , in qua de fubic&o accidens propnutn prardicatur , efle per fc duobus fimul modis, fecundo, & quarto , propcer illam duplicem deriuationcm accidcntis proprii a fubie&o , nam quatcnus oritur ab co ut 3 caufa efTicientc, catenus cfl per fe quarto modo, quatcnus autem ab eo» dem fubieao nafcitur ut a materia cxcerna, catenus pcr fe cft fccundo modo,qui hoc difcriminc a primo difcrepat, quia ad primum pertinct materia incerna co modo, quo diximus, ad fecundum autcm pcrtinct matcria excema. aflfirmac ita cjueD. Thomas, fccundum modum fuhdari in matcria extcrna, qua: reducitur ad genuscaufarmaterialis,&cum fett proprietatlbus nexum facic efleutialem «. Nonnulli contra tantumuirum infurgunt, ac dicunt, cum abfq r ullo dubio hac in rc falfum cflc,quiafi fola pendentia accidentis propri/ a fabiedo ut a matc^ B riacxternafaciteflentialem conncxum.d fecundum modum diceiiJi perlecon ftituit, fequitur, omncaccidens, eciam commune, de fubiccio prardicaci fccundo rnodo dicendi pcr fc, quoniam non minus accidens commune,qua v n proprium a fubiefto pendet tamquam a materia extcrna, neq ; apparec cur fubixium ma gis dicatur materia accidentis proprij, qtaa\n communis ; itaquc fi duas has in* ter fc conferamus propofitiones,homo cft nfibihsoV homo elt albus, co tantum difcriminc difTerent , quia illa crit pcr fe duobus modis fimul , fccundo, & quar^ to; ha?c ucro fccundo foium , non quarto ,^uod ett manifcfte falfum ,  quarc etiam accidens communc inerit in fubiedo per fe, quod quidcm nemo «^crcrct; fi effcarix,crgo ha?c facit utfubic aum fumatur in dcfinitioneacddent.s, ?r oinde fccundum modum conflituit , non quartum, alia namque pcndentia a fubyjao prarter cas duas non rcmanct , ut ctiam D. Thomas fatctur, crgo pendentia a fubiefto ut a caufa efMricc ad fecundum modum pertinet, quia finehacnon feruatur propria illius modi condino>t,fcilitct,fubicaum fumaturin deflnitionc prardicati. Confutata D. Thoma: opinionc , dicunt , cum in hoc recle fcnfiflc , quia putauic duobus Dtantummodis accidcns proprium a fubicdo pcndcrc , fcd in co deceptum ef, fc, quoniam dixic , akcram pcndcntiam conflitucrc fecajndum modum , aU" tcram ucro quartum , ca m utraraq; ad fccundum modum pcrtincre • ■■f - Liber TertivoJ neutramad quartum conftanter afTcucrant ;idq^ Ariftotelcm ipfumfignificafle A afbrmant pcr duas illas fccundi modi conditiones,qua*'antea dcclaratar fuerutyl ch/oniam enim fubicctum eft matcria excerna accidcntis,idco dixic, prardicatG itrfubiecto propofitionis extra animum inexifccre, hax tamcn condicio non cft propriafecundi modi dicendi per fe, cum compecac cciam prardicacioni ex ac/ tfdenti; quoniam ueroidem fubicctum efc etiam caufiitfTecfrix eiufdcm accidc fW prsedicati, ideo dixit r fubicctum fumi in definicionc prxdicati r quar cftpro* pna fecundi modi conditio,quam fi ab co auferamus-,. & quarco modo tribuaa iV>us,nulla fecundo modo remaoebic propriacondicio,qua i reliquis modis dia flmguatur» • rrel i\ wq v ■ (tA prkdiftis obieftiomhus DSThomas dcftnditur. 12* C *A T. B SI uerba D. Thomar reOe intclligantur, tantum abcft ut liac in re dcceptus fit,ut potius ueritatem fil maxrme a(Tccutus,dum enim dicic , accidens pro/ prid fluerca'fubiccto,non excludit caufam cfficientcm quoniam per fbtMe&Udl intclligic materiam in qua, ideft, fubiectum cx matcria j^Sfrrna compofiruni,  bicctum fumatur in accidcntis proprii definitione.non fequitur,ut proindc fc* cundum modum conflituat,nifi quando eftannexa materia*, cum cx duabus fu biccti partibus fola forma in caufa fit,ut totum fubie&um fumatur in definitio nc propriorum accidcntium; ut ucro cfFiciens in materia , fi accipiatur homo pro toto fubie&o, ex hoc tamen non fcquitur quod illi infcrunt,ergo ctiam aU bumfumctin fua dcfinitionchominem,quia noneodcm modocadem uigetra cio ,ut fupra dictum cft; non fuit igitur deccptus. D. Thomas quando dixit» alteram pcndentiam accidentis proprii a fubiecto conftituerc fccundum mo' du,altcram ucro quami.Quod deroum ad Ariftotelis confirmationcm fpc&ar, B ab co nihil aliud loco citato habemus, nifi efficiens in materia conftituere fccun dum modum dicendi pcr fe,ideft,fubie£tum a&u exiftens , quod nihil aliud eft, quam efticies in matcria, fumi in definitionc prardicati,quam conditioncm fatc mur cfsc propriam fccundi modi ,ncc ab eo illam auferimus,&quarto tribuimus cadcm ratione, alioquin nulla propria conditio fccundo modo rcmancrct, qua arcliquis diftingueretur, fed cam utriquc modo diucrfa tamcn rationcadapta mus,in fccundo enim cx mcnte philofophi dicimus fubiectum propoficionis, & rci, quod eft cfficicns in matcria.leu fubicctum cx materia , & forma compofuu fumi in definitiooe accidentis proprii ut difTercntiam,6Y propterca ut eius par» tem efscntialcm,in quarto uero fubiectum propoficionis folum , quod eft altera pars compofuifuidelicct,forma(ubiccti, fumiin definitione ciufdem accidcntis proprii ut proptcr quid, & caufam extra ueram cius cfscntiam, unde patet,hos duos modos non confundi, ut infra declarabitur.Ex iis igitur,qua: hucufquedi C £t* funt, colligitur, qusccumque non funt prardicata ucl primi, uel fccundi mo/ di dicendi pcr fe,accidcntia efse in hunc fenfum 5 quatenus fcilicet a primo,6V a x fe cundo modo diftinguuntur, ut gratia excmpli , animal cfl muficum,fcu, animal cfl album; nam muficum,& album,qua:funt pracdicata,non ponuntur in dctini' tione animalis, quod eft fubicctum.hinc pacec, propofitioncs illas non efsein pri mo modo diccndi per fe, ncque etiam esfe in fecundo,quia fubiectum non ponia tur in dcfinit ionc prardicati, idcfl,animal non ponitur ncq; in mulicyieque m aL> bi dcfinitionc, De terttQ,& quarto modis fer fc. EXphcatis"duobus modis per fe,primo fcilicet,& (ccundo, reliquos aggredl mur , & primo tertium;qucm dicimus non efficere prardicationem , in co cmm cx fententia philofophi id collocatur,quod dc fubiecto non dicitur, utfub D ftantia prima,qux de fubicdo non prardicatur ; quarc nec fuhftantiac fecunda?, 87 Logicarum Difpat. A rrqur ulla accidcntia funtin hoctertio modo,nam detubftantiisfecundi;nirione,quir adtertium modum fpcclant,ad quartum & ultima explicandum acccdimus, afTcrentes, eum ellc, in quo ponuntur caufar excrinfec* ranonc clknnx corum effccTuum, quos producunr, uc patec de animah raciona» !i,& tcrrar interpofutonr,quar dfcuotur cfTe extra dlcntiam rifibilitatis.cV eclipfis; ba- autem exrrinfcca- cauiar funr efltcivm.cA' hnalis,qua: caufa efTicicns duplex elT; B una ucra, alrera non i.era cauia efficicn^ uera ca cft, qua? non fempcr ctl cfTecxui annexa, ut uiderc c(\ cfc ftatuario ra«) dum dicit,JE* rffr*, ^u^huJ^ iJ^Lr &quar tcquuorurJideft,item alio modo,quod quidcm propcrr ipfiim in cft unicuique^pcr fe, &cartcra,oam diflio illa(proptcr) ut plurimum denotac cau fcm c Ficieo£em,cx- finalcm, ut propjccr tcrrar intcrpoficioncm xjc priuacio lumi* nis (olis id luna, proptcr aniraal rationalccft aptitudo hommis ad ride'dum,pro ptcr filmm patcr aroat pra:ccptorcm,d iauiufmodi. Sw^gicur m principio huius decinn contcxtus debcc axxipi pra-pofitio illa^ fau ^urnpta fuic m calcc no ovA »bi (ut omoibus cJarum cfrjfumpca fiijc.uc significatcaulam cm"cienccm,dc fmalcm fcquitur ctiam hic cam aqcipi.uc sigoifjcac hu»u4»odi caufas , quando D igitur plulofophus ait^QHarfunc pcrfcsiciujt m illa *mt i Q 5? 3 Logicarum DiTpuc. fubieclis, propter ipfacp funt, & ex nece.sfit.itc, ) fcnfus illorum uerborum efscr, i primum,& fecundum moduro.non fccus ac qtiarrum,haberc nexum caufa* cfFi/ ' cicntis,ac finalis,cx: caufati,quod non mdttur cum ucrkatc conucnire.quarc for taiTc mehus dici pofsct, Anftotelem in principio huius dccimi contcxtus ac= cipere ( e/)a) pro ( xaiu ) , ut ( Jiaum ) pro ( xa^atym )ideft, proptcr ipfa, pro, pcripfa,feu pro pcr fc, ut fere omncs commuuiter intcrpretantur, cuius jntcrprctationis auxilio,& corum ucrborum scfus,& fcopus optime colligitur contra illorum fcntentiam, qui ailerunc , coru uerborum nequc fenfum,nequc fcopum ab aliquo ha&enus plenc intclle&um fuilTe. ( dta- ) uero non folum cum cafu gcncrandi accipi pro(jta-ja) j ideft, fignificare ( per) ,fcd ctiam cum cafu ac cufandi,patct apudcofdem,qui conuertetes in latinum fcrmoncm ucrba illa plii lofophi in calce decimi noni contcxtus, uidclicet , ( A/Vto apa e/j« *a} tc /u% J ' > j ; '"*>!3i") QVH%V Ti jDo tertia conditiont^ ad necejjariunu efsentiale requijita, uideli cet , de umticrfalt pofleriortfttco. p^oisu qr.Bv C *A P. X V III. tb 03 rfhot-j X7 Xplicata fccunda conditione ad necefsarium cfscntialc requifita , reliquum 'eft,uc tcrtiam,& ultimam declaremus,uidclicec , prardicatum uniuerfale, in quo pofita cft tota cfscntia potisfima? demonftrationis ; quarc pro cius intcllige tia aduercetidum efT,uniucrfalc in duplici difterencia clTe,unum pro primainccn tione , alrerum pro fecunda. relicco uniuerfali pro prima incencione , qua* ad Logicum non fpcclac nifi pro uc in ca fundatur fecunda , accipimus uniucrfalc pro fccunda inccncione , quffdicitur eciam ens racionis , & a Lo= gico pnncipalicer confideracur.Scd hoc uniuerfale,cum fic mulciplcx , non av que in cmnibus Logicsc parcibus accipicur; ut igicur cognoici posfic quav uii fn illa uniuerfahs fignificacio aVpofterioriftico confiderata , non cric ab re iu mcdiuoi arTerre qua* fiot huius uniucrfalis figmficata in communi. dici/ Liber Tertius J 94 mus itaq; uniuerfale hoc Logicum fumi aliquando pro natura quadam com muni rata apta dc plunbus pra*dicari , dc quo uniucrfali e^ic Porphirius in prardicabilibus } & Anftoceles in libro penhcrmenias; uel accipi inccrdum pro A figno diftnbutiuo uniucrfalitaris, quod folct appcllari nota quantitatis , ficuti cir, omne,cV nullum, dc quo cgit philofophus in codcm libro pcrihermenias; dc mum fumi pro prardicato primo, ideft, pro eo, quod dicit conuerrionem prardia cati cum fubiecTo,^ hoc appellatur uniucrfale poftenorifticum, de quo ucrba fe cit philofophus in primo Poftcriorum contcxtu undccimo, attribucns ei tres co d"itioncs,uidclicet, di&um dc omni, pcr fc, & fccundum quod ipfum , ut carum opcillud fcpararet a quohbec alio Logici uniuerfahs fignificato , ne incellcttus addilcctium redderctur confufus, fi ance eius diuifioncm,cum mulciplcx fit,illud dcfiniuilTcc; unde apud me aliquid difTicultatis patitur communis interprctatio, ut, fcilicct , duas prardicaci uniucrfalis dcfinitiones in undccimo illo contcxtu plulofophus pofuerit abfque eius diftinftione abaliis uniucrfalis Logici fili,nfibjlecompecic bomini fecundum quod ipfum, ergo uniuerlalicer, ac pri mo.cx cconucrfo,nfibilecompecic homini primo,ergo uniuerfalitcr,& lccundu quodipfum. Factamencioncde prardicaco primo,non cft frlentio prjtcreuns e, quod tamen falfum efh Nonnulli huic rationi rcfpondentcs, dicunc, duplic^ ifle fignihcatione huius uocis (quatenus,) poteft.n. fumi lacc,& facis impropric, potcftec fumi ftricle, quar cft propria cius fignificacio; lacc quide,& araplefumi' tur,quando nil aliud fignificac, quam intcrnum principiu/eu interna ratione,pro D indc cxclufione principii cxccrni,& externar racionis.in qua accepcionc propofia tio harc eft ucra,homo quacenus homo cil animal,uc .n. nihil aliud fignihcarc uo Liber Tertius s>s lumus,quam hominc ex interna ratibnc eflc animal,no cx aliquo cxterno princi pio quod quide ucrisfimu eft,quoni5 homo £ iotcrna ratione cft fcnciens, & anU mal ; in hoc igitur fenfu Aduerfarioru ratione conccdenda eflc fetcntur. altcra cius uocis fignificatio maximc propria , ut ipfius uocabuli cofideratio poteft o/ itcdere, eft,ut dicat,eande cflc utriufq; tcrmini rationc.ut fi dicamus,homo quatc nus homo cft rifibilis,ucra cft harc propofitio ct in fecunda acceptione, qa figni, ficat.eandc cflc racione.qua homo eft homo,& qua cft rifibihs,t> propna.n. rbrx m2 habct homo ut fit homo,'& p. eande" habet ut fic rifibilis , uerc igicur homo quatenus homo eft rifibilis,quia ex codc principio pedct nfibilitas,cx quo pedcc humanitas; fcd hxc no eft ucra,homo quatcnus homo cft animal , quia non cx code principio homo habct ut fic animal,cx quo habct ut fic homo, fiquide pcr fcnsu eft animal,homo uero no £ fcnsu,fcd pcr racione; non igitur qua rationc c homo.cade eft animal,fed aha,& alia rationc, itaq; homo non quatcnus homo c animal,quarc fecundu hancpropria fignificatione Aducrfarioruargumcncun5 cocludic concra philofophu,& comcncacorc" , qui in hac fignificacione accepc/ runt ca conditione (quaccnus ipfum. ) hac diftin&ionc ipfi, quado Logic5 publi ceraterprctabatur,inucnerut,eacp illis plcnisfimc (atisfccit,quaqua.n.apud nullu aliu ca ance ld tepus legcrac,came uidcbac,ipsa cum rci, tum cc uocabuli fignifi' cationi minficc confcntancam cflc ; poftca ucro cis contigic, ut candcm lege* rcnt apud loanncm gandaucnfem in quarftione dccima fecundi Metaphyfico. rum , quod cos ( ut aiunt ) fumraa hrtitia afTecic , cum uidcrcnt cruditum jllucn uirum fua au&oritatc ipforum fcntcntiam comprobaflc, sAddufla reftonfioconfHtatur,aliafyfortafseaccommodatiorm medium afertur . . T^Iftinaioncs,quar non fint defumptar ab aliqua ucl philofophi , uel grauisfi/ moru peripateticorum audoritate,uoluncariar merico nuncupari poflunc , cum in quouis hominc quodhbet imaginari poficum fic ; iotcr quas locum habc rc uidctur pofita diftinclio de duplici huius uocis (quatenus ) fignificatione,Iatc fcilicet,& fatis impropric, ucl ftndc, & proprie; quouiam apud plnlofophum fni fallor ) fecundum unam tantum,& illam propnam fcmpcr lcgitur, & prarcipue cum rcs ipfa, & uocabuli fignificatio idminficcpoftulcnc, noca enim rcduplica tionis in ahquo , ncmpr, in hominc , dum dicitur, homo quaccuus homo,& huiuf modi , non poteft in eo dcnotarc nifi illud principium , rationc cuius homo efl Jiomo, quod cius forma cft. a qua fentencia non uidecur reccderc loanncs gaii/ dauenfis loco cicaco; nam cxiftimanccs cius Aducrfarii non eflc in auimali plurcs formas fubftancialcs diftindas,fcd unam , & eandem darc cflc ucgecaciuum , & animal, id probabant aucloricatc philofophi fub initium hbri de iuucncuce, & fcncaute, dicentis,(fiericnimnequit,utanimal, qua animal,cft,non umac.) fi cnim in ammali una, & cadcm forma non darct cfle uegccaciuum,& animal , ex | ncccsfitacc animali, quatenus animal cft, contra fcotcncum philofophi, non inck Logicarum Difpuc. fct uiuere, quod pro uegerari accipitur. refpondens Gandauenfis ad hanc dirTi' cultatcm,au£toritarrm illam philotophi declarando, ait, animal fccundum quod animal uiucrc, duphciter intclligi polTe, uno modo, ut animal llt primum fubie tlum uitx , & fic non intclligic Ariltotelcs, quia fi hoc efTet ucrum , tunc quid quid uiucret, uiucret per animal , quia hoc dicit ( fecundum quod , ) omnibus, fcilicct,ine(Te per naturam eius , ut pacet primo Poftcriorum. alio modo intclx ligipofle , animalfecundum quodanimal uiucre , ideft , cx nccesfitatc uiue/ re , ita ut includat necclTario principium, per quod uiuit animal , & fic cft ucrum , nam licct uegctatiua anima fit alia a fenficiua , tamen cx ncccsfitatc includitur in animali . Eccc , do&isfimum Gandaucnfem accipcre ( fecuna dum quod ipfumj fcmper eadem fignificacionc , pro ut, fcilicct, fignificat for/ mam cius ,cui applicatur, & hac dc caufa aic , dupliccm haberc fcnfum pro/ pofitioncm illam , quxcft, animal fccundum quodeft animal uiuit, unum , ut forma fcnfitiua , pcr quam animal eft animal , fupponat uegeratiuam , a N qua prouenit uita , non autcm e 1 conucrfo ! alterum , ut eadcm forma fenfitiua , qua animal cft animal , faciat animal fubie£rum * primum uitar ; quarc primo , non fecundo fcofu atTjrmat audoritatcm illam philofophi intelligi dcbcre . hanc Gandaucnfis lcntcntiam eandcm clTc cum fcntentia philofophi loco citato , indicant ciufdcm philofophi ucrba , dum inquit > ( In hifcc quidem , quibus utraque ifta , cfle animal ( inquam ) ac uiue/ rc compctunt , unam , & candcm clTe partem ncccfTc est, qua uiuunt, simul et animalis nuncupationcm fortiuucur , fieri cnim ncquic , ut animai, qua animal cft , non uiuat : at qua uiuit , hac cfTe animal , haud qua== quam nccdTc cft : nequc cnim idem eft clTc animal quod uiuerc . ) quo/ rum ucrborum fcnfus ( quantum coniiccre polTum ) huiufmodi cft , illa, in quibus rcpcritur anima fcnficiua , & ucgctaciua , habcnt hoc , ut fcnfiti/ ua fupponat ucgctatiuam , non autem e conucrfo , hinc eft, quo v d animal ca partc , qua eft aoimal , uiuit , ideft , torma fcnfitiua , pcr quam ania mal eft animal , fupponit ucgetatiuam , a qua prouenit uica ; e contra autem , uegctatiua non fupponit fenfitiuam , cum planta: uiuant quidem, fcnfu uero carcant . hunc Ariftotclis locum fi illi dihgcnter ponderafsent, optimc animaducrtiiTcnt , ei dupliccm illam fignificationcm huias uocisfqua tcnus ) accommodari non poffe, nec ita facilc dixilTent , fuam fententiam loannis gandauenfis fummar eruditionis uiri auclorirace c6mprobatam fuifTe , cum alicer ipfe fencirc uidcacur. fcd nunc concedamus huius uocis( quacenus ) duplicem pofTe dari fignificacionem, late, fcilicet,&ftride,prima fignificatio non nullas pacicur difTiculcatcs, quoniam cxplicandum erac, cuiusnam,pra:dicati,fci licet , anfubiedi , incernum illud principium, feu incerna illa ratio fignifica* ta ab hac uocc (quatcnus) eftct principium, ucl ratio ; fi cnim prardicati , ut gratia cxcmpli, quando dicimus, homo quatenus homo cft animal , idcft , ho/ n,o cx inccrna racione animalis cft animal , fcqucrecur ccncra fuppoficum, uc homo non quaccnus homo , fed quatenus (enfitiuus eOcc animal ; fi ucro fubie&i. Liber Tertius o S {iib:cai,ut,fciIicet,homo quatcnus homo ficanimal,ideft,uc homo cx intcrua ra tioneliominis fit ammal.tunc prima accepcio crac declaranda, quomodo, fcili cec,homo quaccnus liomo poffit ef;c animal.cum cx coclcm princioio non ha* A bcac uc fic animal.ex quo habcc uc fic homo.hcuci dcclaratur a Gandauenfe quo modo animal quaccnusanimal uiuar,cum a diuerfis principiis oriancur cfsc ani mal ,& uiuere.non crat igitur ponenda duplex illa lignificatro huius uocis fqua reous) uc cius ui Aduerfariorum rationi contra Arittotelis, # Auer-roi? pofi' tionem fatisfacere poiTent-,quoniam co modo diffoiui potcft;quo difsduitur illa i celcbcrrimo Gandauenfe,ut, fcilicet,homo quatenus homoftt animal , poteft dupliccm haberc fenium ; unum,ut homo cx peccsllcatc fic animal,quia forma ho minis, nempe,racionalitas,qua homercfc homo,fupponic formam fcnfitiuam,qua animal eft animal,non autem e conuerfo,quoniam forma fcnfitiua norvfupponit rationalitatem,cum bruta animalia fenfum habeant, ratione uero careant . altc rum autem,ut homo fit primum fubiectum,cui copecac animal. pofito cius pro/ pofitionis hoc duplici fcnfu,ad argumcntum in oppofitum refponderi potcft, iU B Jud concludcrc in primo fenfu, iecundum qucm Ariftotcles, & Auerrocs illam propofitioncm in prarfcnti partc non intclligunt, in fccundo uero fcnfu nequa» quam,eo quiaex icntentia Aucrrois intcr hominem,& animal caditaliud iubie fium medium,cui primo compctitanimal,uidclicct,aIiquodanimal , cuhisope (ut diximus in calcc dccimi noni capitis) difponitur homo ad recipicncUm pro priam, ac fibi detcrminatam formam; & cx mentc philofophi in hac tcrtia con> ditionc requifita ncceflario clTentiali prardicatum conucrtitur cumprimo fubicclo,ut patet dc hac pasfionc trianguii,uidclicct, habcrc trcs anga los arqualcs duobus re&is, quar quidem pasfio nec cum figura, ncc cum arquicrurc conucrtitur , at folum cum triangu lo , quia cius primum efl fubicctum , fed hoc non repcritur in gcnerc quando dc fpecic prardicatur» ^nornoi ai/niHijqui^q zl tnift vnohLiilacr Laus iterum,Honor 3 tf GloriaTteo optimo Maximo, Qui Trmus^Vnus ejt % . i»L svlp 3i«oq aoo »n» iguj jmin.iknvwsh i t bo/r t ( fj jb i { » i m rr F I N l S- mJ-nj.nujfl tibbiri ,ujmu O 51 lii lt4J TUJU7-1J boI fiiupoiiJ sbiii non L il'j~> 25 »p a (ntn muAu \}Ql *UJ0B3"I?m P. LOGICARVM DISPVTATIONVM De ea dcmonUrationisfyccic, quampotisftmam afppcllant ^Autloris mfjtutumj. C cus cfset de cfsentia argumenti, & aurifodina dc cfsentia auri» quod noo uide turmultum cum ueritate conuenirc , acfialiqua fint, quar in pofterioribus dici mereancur loci dcmonftrat\ui , a quibasj argumcnca demonftratiua Liber Qjjartus: 100 fumi posfint exiftimamus illa efse , uidelicet, dignicaces, poftulata, definitiones, caufam,& effcctum, cx hoc tamen non fequitur, locos haud e(Tc ab argumencis diucrfos,cum argumcnta altcrius probationi adhibcantur,loci ucro nequaqua, nam dignicas, dehnicio,cV alia.qua* diximus cfselecos dcmonftraciuos ,fi loco* rum nomcn mcrcantur,alccrius probacioni non adhibentur,fed harc dignicas,feu hax dehnitio,& fic de reliquis. quarc forcade mclius dici polTet,uc,fciliccc, dida de omni pofteriorifticum,perle,&uniucrfalefintconditiones ncccfsario cfscntia li requificx per qucd efsenciale neceflarium principia , fcu media p>risfima: dc* monftrationis func demonftraciua. Dcclaratis itaquc fuperiore hbro omnibus illis conditionibus , rcliquum cft accommodarc cas demonftrationispotisfimx pnncipiis,atqj conclufioni, ut indc manifeftum reddacur.huiufmodi demonftra tioncm conftarc cx nccclTario cfscnciali,quod erac probandum . Et quamuis in ulcima eondicione infmt alixdux, undc ii probaretur, propoficiones pocisfimx demonftracionis cfsc uniuerfales.efsct ctiam probatum, cas cfse per fe,& dc om tii,quia fcmper condicio minus communis contrahit ad fc (ut diximus ) condi^ tioncm magis communcm; dccreuimus tamen in iuniorum gratiam aperire, dcmonftrationcm potisfimam habcre didum dc omni,pcrfc, & uniuerfalc. Tonuntur omnes terminipotisfimam dcmonjlrationem ingrcdicntes. . \7Taddifcentes finem,qucfummopcrc optant,facilius confcquantur, aduer» y tcre debent,demonftrationem potisfimam ex partc formx,qux fyllogifmus cft, habere trcs terjninos,maiorem,fcilicet, cxtrcmitatcm,minorcm , & medium tcrminum. ucrum quia demonftratio cft inftrumentum, quod parit fcicnciam proprietatum,qux fpcciebus infunt,fcientiam ucro cfscntix carum propriecatu minime , nifi quacenus huiufmodi efscncia cx dcmonftracione ipfa clicicur. hinc cft, utmaior cxtrcmitas debeat efsc propria pasfio , non pasfionis dcfmiti.) rfscntialis , cuius rei ratio cft , quia mcdium in potislima demonftrationecic caufalis definitio primi cxtrcmi , quarcfi cfscntialis dcfinicio pasfionis per aliam eiufdem pasfionis caufalem dcfinitionem demonftrarctur , necef;e ef* fcr, utin maion propoficionc prxdicarecur cfscntialis dcfinitio dc caufali,fcd propoficio , in qua prxdicatur definitio dc defmitione, non eft per fc ncc in primo, nccin lecundo modo , nec in quarco reducibili uel ad primum , uel ad fccundum , circa quos modos ucrfacur pocisfima demonftracio. er» go demonftracio illa , in qua concludicur clscncialis definicio pasfionis dc pafa ?ione pcr aliam ciufdem pasfionis caufalem dcfmitioncni , non poccft cfsc potisfima , ut, gratia cxempli , propccr animal racionale eft apcicudo homu nis ad ndcndum , fcd ntibilitas eft proprer animal rationale, crgo rifibi/ Iicas cft apcicudo hominis ad ndendum » huius dcmonftrauonis maiorcm 9 * ioi Logicarum DiTpur. A propofttionemjn qua prardicatur dTcntialis dcfmitio dc caufali, non efse in pri/ mo modo, patet,quia in primo modo dicendi per tc collocancur ea,qua: funt de rationc dicente , hoc eft hoc , quod non rcpentur iu maiorc tlla propofttione, quia animal rationale no eft propne,uerecp aptttudo hominis ad ridendum/ed eius caufa,& propter quid, quare fcnfus ilhus propofitionis eft,ut animal ratio nale fit caufa,a qua fluit aptitudo hominis ad ndcndum. pra:tcrea,in primo mo do prardicatum eftde quiditatefubie&i,quod non repcntur in illa propofttio/ nc, ct.i5 ft termini conuertantur,quia una defraitio non eftde quiditate alterius dcfinitionis, non eflc etiam in fccundo modo manifeftum eft,quia animal ratio* nale,quod eft in cafubiectum,tantum abcft , ut ponatur in cfsentiah dehnicione prardicati tanquam differentia.quod poftulat fecundus modus,ut potius dctini/ tioncm illam non iogrcdiatur, quia cfsentiarfut dictum eft) non poteftcfscaha B cfsentia,(ed utique proptcr quid,& caufa,a qua efscntia tlla cmanat, ficuti cft ani mal rationale refpectu aptitudtnis hominis ad ridendum. demum non else in quarto modo rcducibili uclad primum,uel ad fecundum,paret,quia nccpra? lu catum eft de quiditate fubiccti,ex quo no reducitur ad pnmum, ncc iubicctuiu eft de quiditate pra:dicati,quapropter non reducitur ad fccundum. Ent itaq; in quarto modo ut quartus contra nonnullorum (entcntiam alTcrentium , qu ucu modum nonconftderari in unicapropoficione; potisfima igiturefscnon potcft demonftracio illa, in cuius maiori propofttione prardicatur efsentialis derimtto de caufali, fcd tantum propter quid; quare maior extremitas in potisftma de monftratione crit propria pasfio , minor uero erit illius pasftonis dcterminata fpecies, non pasfto ipfa, dc qua concludatur cius efsentialis definitio pcr aliam ciufdem pasfionis caufalcm dcfioitionem,quia ( ut diximus } demonftratio illa noti eft potisfima;medius autcm terminus non poteftefse nifi quiditatiua defini C tio minoris cxtrcmitatis, ideft,fubiecti,licct non fumatur ut quiditatiua fubiccti definitio,fed ut caula efiicicns non ucra pasfionis,nam ft propria pafsio habet ut ftt a x quiditatiua fubiedi dcftnitione, fcircqp fimphcitcr ex Ariftotele eft rem £ caufam cognofcere,a qua res illa habet ut hc, mcdius terminus non poteft fe nift quidtcatiua fubiccti dcfinitio, fumpta tamen ut caufa efflciens non uera pasfionts, cui femper eft anncxa, ad dtfTerentiam caufa: cfTicicntis ucrar,qua: no fcmpcr comitatur cfTcclum,ex quo patct, non cfsc ex mcntc philofophi corum fentcntiam.qui dicunt, unam pasfioncm pcr aliam potisftma dcmouftratione o* ftendi potfc. cum una non fit caufa ut altcra ftc, 0[ienditur } omnespotisjimxdtmonftrationis propofitiones hatere prfidicatumuniucrfalc } fcu pnmum. C*AP. III. ^/^Onftitutis potisftmac demonftrationis terminis , accipiamus loco cxcmpli ^illara uulgatisfimam, in qua concluditur , hominem rifibilem clTc proptcr • ■ Liber Quartus 102 animal rationale, hoc pacto, animal rationalc cft rifibiIe,homo cftanimal ratio, A nale, ergohomo eft riiibilis. Omnes propofitiones huius dcmonftracioms has benc prardicatum primum, & uniuerfale; dixi pra-dicatum primum, qma ha?c di" dio fprimumj non folum fubiedo, ficuti (fecundum quod jpfum ) fed eciam prar dicaco (quidquid dicanc aln) accommodari poteft,r U m dcnotet prardicatum im mediatum, uel lubiecti, ucl caufar immediatione. Conclufionem illius dcmonftra tionishabcreprardicatum primum primicate fubicdi, non indigct probacionc cum incer hominem,& nfibile non cadac aliud fubicctum mcdium, cui rifibilicas primo infic, ficuci manitVftisfimura eft, eam non Jiabere pra:dicacum primum pri micacc caula-, cum inccr hominem, & rjfibilc cadac caufa mcdia,uidelicct,animal rationalc, pcr quod rifibihcas incft homini; eft icaque conclufio illa mediata & immediaca,mcdiaca mediacione caufa*,ahoquin non polTct dcroonuTari,immcdia taueroimmcdiacionefubieai.aliccrnon habcret prardicatum uuiucrfalc, quod B prarter nexum dehuiciuum rcquiric fui cum fubiedo conucrfioncm. minore quo que, uideliccc. homo eft animal rationale, haberc prardicatum pnmum omni pri mitace clarum cft, cum incer dcfinicionem quiditaciuam , & defiuicum mhil ca^ dat medii, ldcirco haberc prardicacum uniuerfale. ultimo, maiorcm propofitioa ccm habere & ipfam prardicacum primum primitatc caufx compertisfimum eft cum intcr animal rationale, & nfibile non cadat alia caufa media , a qua rifibi! litas habcatut fit, & conferuccur. Cum itaquc prardicatu.n primum.uel uniucr falc prarccr ncxum defmitiuum dicat femper adarquacioaem fui cum fubiefto col ligicur, pra?dicaca prima, fiue uniuerfalia non ciTc nifi cria, uidclicec, tocam defi, mcionem, ulcima difTerencia,& propriam fpecici pasuone,quonian hxc folu cria funttermini pares,# conucrtibilcs; colhgitur ctiam , potisfimam demonftracio nem non reperiri nifi in tcrminis conuercibihbus, \l v r '"' : "'  tur in fecundo modo dicendi per fc , quia in huiufmodi materia non infunt pro/ prictates fpccificar, ucrum fi in aliquo modo dcbet collocari, uon poteft colloa cari nifi in primo, non principalitcr, quia in co prardicata funt formalia,(ed con fequcnter, ueluti caufa fihe qua non potcfl forma fubfifterc, idcft , ueluti uehicu lum defcrens formam, licet Latini aliter fentiant, uolunt cnim matcriam cx qua non fecus,ac formam,efle in primo modo dicendi per fe, cum cx corum fenten/ tiatota rciquiditas conftetex tali materia, & forma. quam opinioncm philolb/ phi fententia: repugnarc fupcriore libro capitc duodecimo a nobis difputatum fuit. cum cxplicatum fit in quo modo diccndi pcr fc fit conclufio, uidendum cft in quo modo fit minor propoficio,uidclicct,homo eft animal racionalejdicimus, cam eflc in primo modo, quia pracdicatum non folum eft de quidftatc fubicdi , fcd eft cius ipfamct quiditas,fcu definitio quiditatiua; nec poteft in alio modo rc peririminor propoiitio potisfima: demonftrationis, quia non demonftracur pro pria pasfiodc fubic&o in huiufmodi demonftratione nifi per eiufdem fubiecli dc iinitionem, quarin primo modo primar figurar fubiicitur in maiori propofitionc pasfioni dcmonftranda?,& in minori dc fubie&o prardicatur; nec obftat minorem aliquando rcpcririin fecundo modo , quando , fcilicct, demonftratur pasfio dc lubic&o pcr aliam ciufdem fubic&i pasnonem, quia dcmonftratio illa non cft po tisfima, ut fuo loco declarabitur. ln quo modo dicendi per Je reperiatur maior prcpojitio iffius potisfimt demonjirationis .  •.**ft:W*gi->**l-» wwrmjri 2u$Lcwc rrumsk ^i^^itss^HB/fUfum V M dixcrimus in auo modo diccndi pcr fe rcpcriatur conclufio,& minor propofitio illius uulgatisfimardcmonftrationis^quam loco exempli accepi mus, rcliquum cft, ut uidcamus in quo modo fit maior propoficio , ncmpe, ani» mal rationalceft rifibile. non eft in primo, tum quia prardicatum non cft dequi ditatc fubie&i, tum quia ctiam in illa propofitione non ponitur uera caufa fors malis rifibilitatis. noncft infccundo, quiafubic&um non cft decflentia prardica ti, nam animal rationalc non cft ncq; gcnus, ncq; diflcrcntia rifibilitatis, non cft icf Logicarum Difput. ctiam in tertio, quia in eo collocantur folum fubftantiar primar , quarfignificanc A Jioc aliquid, cVde fubieclo non prardicantur. Bric igitur propofitio illa in quar/ to modo, in quo collocantur caula? excerna:, uidclicet, dTiciens,& finalis, nam animal rationale quatenus cft extra rifibihtatcm, & illam cflicir, dicitur cius caufa cfFiciens, dicitur etiam caufa finalis, quia rifibilitas rcducitur ad animal ra tionale, tanquam perfe&ibilc ad fuum pcrrcciiuum. cum itacp animal rationa^ Jc refpc&u rifibilitatis fit tfTicicns , 6V finalis caufa , fequitur , propoficio// riem illam cflc pcr fe in quarto modo , qui rcduci poteft ad pnmum , & fccundum ♦ voiq jDt^t^iioa tn~ • i HtomMictl r*\ ijvp t bl -i m n wnz Ah otfcrft Qhnvmm tuj NonnuHorum fententia , ejuA etiam commmis efi 3 circa rnai orem frofoftttonem , ut ftt in fecnndo 3 non in qUartomodo dtcendi per fe . \.A.. EX altcraparte nonnulli communem opinioncm fequentes, aflerunt, maio/ rcm prcpofitionem c(Tc per fe fempcr fccundo modo,nec minus , quam con clufionem» ut autem hoctacilius declarcnt , inquiunt , elfc in memoriam ea o* Jtnnia reuocaoda, quar dixerunc dc duplici cmanatione accidentis proprii a x fubic cTo,ncmpc, tanquam £ materia'cxtcrna, in qua recipicur, ''"'•' «b'*m> pnk:itA anh n ;*J|d;in uitjifcrTiq majf^uicv;^ SorqiW';! . Uxcopinio tCfUA communig eft , impugnatur. . zijiiDQtfi^vpv.' 1 ' /5 Wjfflu) 'HJj«ni4£$u >^,oii v )h i "jH>yjb')i xnulir muborn hs TT AE C opiniojicct fit communis,non uidetur mihi undequaq? tuta, quare, 4 cum philofophandi uia nemini fit intcrclufa , ueritatis amore ductus non uereboream,quantum in me ent, huncinmodum impugnarc; ncmo fanarraeu B tis cft,qui non intclligat, rationale fignificare formam hominis, & denotare ma teriam,uidelicet, carncs,& olTa, fcd quarritur pro quo intelligatur rationale in illa propofitione, uidelicec , racionalecft rifibilc,uel folum pro cfficiencc abfq; maceria,idcft, pro forma hominis, quar nfibilitatis eft caufa ffhciens.ucl pro crti cicnte in maccria,ideft,pro homine compofito ex matcria, & formajfi refpondea rcnt,illudintclligi pro compolico ex materia, & forma , multafequcrentur abfurda,& primo,minorem potisfimat dcmonftrationis ncn efsc pcr fe,nam fi ra tionaleinfubiecto maioris intelligerctur pro hominc com|>ofito ex maceria, & forma, intelligereturetiam procodemin prardicato minoris,alioquin medium non efsct idem in utraq; propoficionc.acqj idco ratio efsct in qiutuort?rminis; fi itaque m ambabus propofitionibus intelligerctur pro eodem , crgo dicere in minon,homocft rationalis,efscc pcrinde,ac diccre.homo cft homo, qua- propo* fitio,licet fic uerisfima,non cft per fc eo modo , quo decermihatum cft pcr fe ex mencc philofophi in primo pofterioru contexcu nono. pra*terca,concctsa huiuf modi fenccncia,medium non cfsec excra efscntiam pasfionis dcmonftrandar con C tra Aucrrocm in fecundo poftcrioru com. trigcfimo octauo,6V contra feipfos, afserunt cnim alibi, omnem caufam efficientc,quarcunquc illa fuerit,ucl interna, uel cxtcrna,cfsc cxtra efsenciam erTeccus; deducicur confcquentia , fi rationale, quod pro mcdio fumitur, idem efset,quod homo,& homo eft pars efscntia? rifi fibilicatis demoftrandar,quia in eius definicioneponiturutdirTcrcntia, rationale quoque efset pars efsentia? eiufdcm rifibilitatis,ergo medium non cfscc cxtra cf (entiam pasfionis demonftranda*. Vltimo fcquerctur, quando defmimus rifibilia tatcm pcr homincm , dum dicimus, rifibilitas cft aptitudo hominis ad riden-» dum,ut pcrindc etTet,ac fi dicerctur , rifibilitas cft apcitudoracionalis .id l ridcn dum,crgo fruftra cfscntiali nfibilitatis dcfinicioni adderctufr cius cau( >,ihoquin uercc nugacio in tota rifibilitacis definicionc , quonfam idcm bis rcpctcre rj tur, diccrccuim cogcrctnur, risibilitas cft aptitudo racionalis ad ridendum P 107 Logicarum Difput. proptcr rationale, fcu , rifibilitas cft aptitudo hominis ad ridendum proptcr jiomincm.Si ucro rcfpondercnt,ibi rationalc intclligi folum pro efFiciente abfs quematcria, contra corum determinationem maior propofitio noo efsct.ficuti conclufio,in fccundo modo dicencji pcr fe,quoniam in fccundo modo, no fecus ac in primo,pra?dicatum dcbet incfsc fubiccco , quar conditio non rcpericur in ca propoficione, rationale eft rifibile,quia ex eorum fententia neutrum alteri iu» t ft.cum itaq; rationalc, fcu animal racionalc, licec dc nocct maccnam, incelligaa tur in maiori propoficione folum pro caufa etTicicntc , quoniam de eo fecunda buiufmodi fignificatum prardicatur rifibile; melius fortafse cric diccrc,maiorerm illam propofitionem ciJc in quarto modo diccndi pcr fe, qui huiufmodi caufam, & hnalcm poftulat,pro ut tamen rcducibilis eft ad fecundum. quomodo autem ad modum illum rcducatur,declaro,& dcclaratio fumitur cx iis , qua? fupcrius in quarco capicc noCauimus,fi cnim rifibilicacis racio fumacur propricideft.fine caufa,propofitio illa maior,quar eft,animal rationalc cft rifibilc, feu, rationale eft rifibile,non eft pcr fc in fccundo modo, quia rationalc non eft ncq; gcnus , neq; ditferentia rifibilitatis , & propterea non cft de cius propria ratione ; uerum fi ciufdem rifibilitatis ratio accipiarur largo modo, pro aggregato, fcilicct, ex uc ra cfscntia,& eius caufa,tunc illa propoucio eft in fccundo modo diccndi per fe, quiaeius fubiectum eft dc rationc prardicaci,non camen ica proprie , ficuci con/ dufio,propccrcaquo x d fubiecCum conclufionis cft compofitum ex matcria,&for ma,atq; idco cft fubjcctum propofitionis,& rei,feu inharrentia*,&pars cfscntialis rationis prardicati,cum fit cius dirTercntia,cui quidcm fubiecco ucrc pasfio dici* tur incfse; fubiectum autcm illius maioris eft folum fubic&um propofitionis,cti fit forma rationciiominis,& caufa cfriciens non uera,quar fapic naturam formx, ratione rifibiliratis, in cuius integra definitione ponitur ut pars, pro ut,fcilicet, eft propter quid, & caufa cfficiens,a qua rifibilitas,efsencialifqj eius ratio rluit,& cali fubicctonon ineftproprie prardicatum,quar condicio,uidelicec, prardicatum ineflc fubiecto, rcquiricur ad ucrum fccundum modum dicendi per fe; fcd dicu tur ci inefsc, quacenus ab co emanat,& hac de caufa maior propolitio non cft propric in fecundo modo,fed ad illum reducibilis, nam ad cum reducicur quar cus modus,quando demonftratur propria paslio dc fubiecto, ad primum uero modum,quando dcmonftratur cfsentialis pasfionis definitio de ipfa pasfione, rti mirum.aptitudo hominis ad ridcndum dc rifibilitatc pcranimal racionale hunc in modum , propter animal rationale cft aptitudo hominis ad ridendum, fed ri fibilitas eftpropteranimairationale,ergo rifibilitas cftaptitudo hominis ad ri* dcndum. in hac dcmonflratione,licct potisfima non fic,ucin fupcrioribus demo ftratum fuic , minor propofitio eft in primo modo,ficuti & conclufio , cum animal rationalc , quod cft prardicacum illius propofitionis , fit dc ratione ri> Gbilitatis,quar fubiectum eft,fi accipiatur tota ratio,ideft,racio cum caufa,aoimal enim rationale eft caufa efTeutiar rifibilitatis . cum itaq; in quarto modo , ficuti in primo,&in fecudo.fiSc propofitiones,neccfTe cft,ut caufa cxterna fit uel prardi catu,uel (ubiectu;fi rucric prardicatu, tunc quartus modus concurrit cu primo, Liber Quartu! 108 ficuti cnim in primo modo prardicatum ponitur in dcfmitione fubiccti , ita etia A in quarto, qui tamen ab co diftinguitur,quoniam prardicatum in primo modo L ucleftquiditasfubiccti,ut, homo eft animal rationalc,uel pars quiditatis,ut,ho/ mo cft animal,&,homo eft rationahsjin quarto ucro prxdicatum eft fcmpcr cx tra efsentialcm fubiccti rationcm proprie acceptam.ut patet in illa propofitio/ nc; uidclicct,rifibihtas eft animal rationalc,fcu, rifibilitas eft proptcr animal ra* tionale, ncquc cnim animal rationale eft efsentialis ratio rifibilitatis , neq? pars eius, fed caufa,a qua rifibilitas,& cius efscntia ortum ducunt; fi autcm caufa illa cxternafueritfubicctum,utuidereeftin illa propofitione,ammal rationale cft ri fibilc.conuenit tunc quartus modus cum fccundo,quiaficuti in fccurido modo ponitur fubicctum in definitionc prxdicati, ut, homo in dcfmitionc rifibilitatis, ita in quarto animal rationalc ponitur in eiufdem rifibilitatis dcfinitionc ; differt tamcn quartus a fccundo , quoniam in fccundo modo fubiectum fu* mitur pro compofito cx materia , & forma , idcft , pro matcria in qua , & -cftpars cficntiar prardicati, in quarto autcm fumitur iolum pro cfficientc B i abfquc matcria , & cft extra efscntialem prardicati definitionem . de fenfu 'tiero carum propofitionum , rationalc eft rifibile, & e conuerfo , rrfibile cft rationalc,ut,fcihcct, in quo fubiccto incft rationalitas, in codcm infit riftbilitas, cV in quo fubiecto incft rifibilitas,in codem initt rationalitas , quia neutrum rc uera altcri incft,fcd utrunquc alicui tertio,dubia res eft,nam pofita ucritatc hu/ ius dicti, fcqucrctur primo,rifibilitatcm non inefsc fubiccto a Logicarum Difput, Exfcntcntia nonnuUorum Ariftotclts artificium dcdaratur circa quartum modum diccndi pcr (c. . Li C E T quartus modus potisfiroa: demonftrationi fit utilis.quia tamcti cft hoc ex accidenti, ideft,raro,nam raro cucnit, ut caufa efTiciens,qua: col> locatur in quarto modo,cum cffc&u rcciprocctur, & pofita ponat , atqj ablata aufcrat,ficuti fc habct tcrrar obiedio cum lunar dcfc&u,hinc nt, ut nonnulli affir rocnt, quarturo modum ab Ariftotelc omifsum fuifsc in modorum utilium e* numcrationc,quam fccit in dccimo contcxtu fccundum fc&ionem uctcrcm,quo niam in Difciplinis nulla ratio habcnda eft eorum,qua:cx accidcnti funt, & ra» ro cucniunt,aiserunt tamcn,Ariftotelis artificium expeodentes, non omnino ab B coneglc&um fuifsc; fiquidem in quarto capitc primi libri Poftcriorum poft quam modos omncs diccndi pcr fe,& per accidens cnurocraucrat, docct,duos priorcs habcrc nccefsarium tcrminorum connexum , dc quarto nihil dicit ; in fcxto ctiam capitc probans.principia dcmonftrationis cfsc pcr fe, ac ncccfsaria, cos tantum duos modos confidcrat , ut in ca partc legere pofsumus, qua: inci/ piensa'contcxtu quadragcfimo quarto dcfinitin quinquagcfimumfcxtum fc CUndum frftionem Aucrrois, in quo conclufionem facicns omnium,qux dixc* rat,inquit(pcr fc igitur oportct & mcdium tertio,& primum mcdio incGc. ) qui bus ucrbis fignificatfc loqui dc illis tantum prsedicatis,qua: infunt in fubiectis, non dc difiundis, proiade dc duobus tantum prioribus modis, non dc quarto. itaquciAriftotcles pro illa tantum demonftratione rcgulas ibi tradit,qua: fitpcr intcrnas caufas^ion deilla,qua: fit pcr cxtcrnas,quoniam raro contingit,utcaa (a cxterna ad demonftrationem utilis fit ; uoluit tamcn demonftrationcm pcr C caufas cxtcrnas reducendam cfsc fub rcgulas,& prjeccpta cius , qua: fit per cau fas intcrnas,idq? ab Arillotclc notatum.atqj prarceptum fuifsc pnmi illi animad ucrterunt , # eft (inquiunt) magnum philofophi artificium nemini cognitum; locus,in quoid tcftatum rcliquit Ariftotclcs, eft particula fexagcfima quincta fccundum Aucrrois partitioncm primi libri pofteriorum,ubi loquitur dc (cien* tia.ac demonftrationc eorum/quarfarpc fiunt.cum cnim in prarccdcnrc cius lie bri partc potisfima: dcmonftrationis conditioncs docuiflet,&eas tantum dcmo flrationcs,quar ex internis caufis fiunt,refpcxifsct,in his cnim locum habcnt duo foli priores modi diccndi pcr fe; poftea uidcns facile cucnturum cfsc,ut cas, quae pcr cxtcrnas caufas fiunt,a v gcnerc dcmonftrationis rcpcllcrcmus,admonc/ rc nos uoluit , eas quoq; cfsc ucras dcmonftrationes,carumcp principia , fi re&e confiderentur , cfsc ncccsfaria non minus, quamilla , quar. inaliis dcmonftra n tionibus afsumuntur» Liber Quarcus no Impugnantur ea 3 qu& infuperiore cap. difta funt. A C A i ,ft ( . j __ _ _ r , , - . - k *_• n . mmjm t . #v*> i , * ** ' iii *4 t ■ i f h 1 1 > W I «V ARbitrantes nonnulli accidentibus , tum a fubicfto , in quo inhacrcnt, tum a caufa, a x qua producuntur, cmanantibus , ut uidcrc eft dc Lunar defe&u, & huiufmodi aliis, caufam effearicem, uon fubicaum , cxiftcndi nccesfitatcm indu/ ccrc,ut id, quod dicunt, facilius intclligatur , confcrunt accidcntia harc cumi]^ li$, qust ab intcrna caufa fluunt , fic cnim manifcftior fict corum ncccsfitas. di^ aum ab illis cifyccidens proprium pcndcrc a (ubicao tanquam a duplici cau^ fa, uidclicct, ut a matcria cxtcrna, & ut ab efficicntc pcr cmanationcm, ucluti n fibilc ab hominc, quia latct in hominc cauia cffcarix rifibilitatis , quar cfl ipfa ho minis forma; igitur fi ficri poffct, ut har duar caufar rifibilitatis a fe inuiccm fepara rcntur,cV cffctin homine rifibilitas , in quo ratiooahtas non ineffct^neccffariurri non effct,hominem rifibjlcm cffc, fcd poffct non cffc nfibilis , quia refpcaus, quc habet homo ad rifibilitatem,cft refpeaus fubicai recipientis.cV potentiar pasfiu*, quar dicitur cffe potentia arquc rcfpicicns utrunque oppoficum; homo lcaq; qua tcnus cft materia,cVfubicaum rifibilitatis, nullam illi accidcnti infcrt cxiftendi nccesfitatcm, fcd tam habcre,qua x m non habcre illam potcll quoniam igicur fc> iunaa caufa effearice non eft neceffanum homincm cffc rifibilcm.fi abfquc illa ri fibilis effc poffet, ca fola cft, quar illi accidcnti ut in hominc infit neccsfitatem im ponit ; idco rifibilitas neccffanacft homini non propter pendetiam abco ut a ma tcna rccipicntc, fcd proptcr pcndcntiam a v caufa fua effearice, qua: cidcm (ubie Go infita cfl. fimili ratione in accidentibus, quorutn caufa cflfearix externa cft,U cam mcnte cum fubicao .accidcntis coniungamus , accidcns fcmpcr incft non tT.inus.quam illud, quod caufam intcrnam habct , & hac rationc ciusinharreiv tia fit ncceffarja propter uim caufar efflcicntis; pcndent cnim harcquoque accide" tia & afubicao tanquam matcria,* a caufa produccnte; at it* co djfferunt, quia Liber Quartus 112 fubicaum,& caufa produccns non funt coniunda, ut in illis, fcd difiunaa; itaquc A 1, fubicaum non accp,amus folum, ac nudum , fcd unitum uirtutc caufa- eflcien t,s, accdcnua ,lla funt ci ncceflaria; ut Lunam f, confidcrcmus cum ob.cdionc tcrrar , nccdTc eft ,n ca ficri cclipfim , fed non cft neceflarium dum folam Lunam refp,cmus ergo accdentia harc,quar rationc fubiefli non fcmpcr funt.femper ta men funt habita ratmne caufar , quia ccrtam caufam nccelTario confequuntur, Ex h,s autem fum,tur facilisintcrprctatio quorundam ucrborum ArifLehs in pnmocap,tc fccund, libri Pofteriorum, quar licct iGrarcis optimc dcclarcntur mult,s tameft negocum facclTunt; loqucns ,bi Ariftotcles dc quarftione ,Ila co I plexa qua» uocatur proptcr quid, dicit, pcr cam quarri caufam corum , quar per fc, ucl pcr accdcns ,nfunt alicui; uidctur itaq ; illa, quar per accidcns pr*d,can. tur, ad demonftranonem admitterc, quod quidcm nulla rationc uidccur cflc co ccdendum; Grarc, fic mtcrprartantur; pcr fc infunt , ut in hominc r,fib,Iitas pcr accdcns ucro, ut ccl.pfisin Luna ; cft cnim cx accdcnti dum folius Lunar ratio habetur, attamen cft pcr fe adhibita caufar cxtcrnar confidcrationc,pcr fc finqua) 1 lecundo modo, qu,a m dcfinitionc edipfis ponitur Luna,atnon poncretur (Tnul la elTet cxtra Lunam caufa, quar Lunam cogcrct obfcurari, caufa namque extcr na factcchpfim neceflario, & perfcin Luna inefle. Eft autem aducrtendum nc propter amb.gu.tatcm in d.fT.cultatcs labamur, duo efle genera eorum.qu* no femper f.unt, .dcocp cx accidcnti flcri dicuntur; illa cnim, quar cafu cuen,unt,cx accdcnt, funt, & fub fcentiam, ac demonftrationem non cadunt,quoniam raro fiunt non folum hab,ta ratione fubicdi, fcd ctiam habita ratione caufar , nullam en,m certam caufam neceflario cofcquuntur.quia flunt prarter intcntionem cau fe efficcntis, quar pcr fc aliud quidpiam efficerc uolcbat; eclipfis aurem raro f,t & (ubfccnuam cad,t, quia rat.onc tantum fubied, raro fit , fcd fcmper rationc caufar: corum igitur, quar raro, & ex accidenti fiunt , al,a fub fcicntiam cadunt aua non cadunt . ' Impugnantur ea y qu* modo notata funt.. , C J7 X imposfibili illa fuppofitione ut per comparationem caufc externar cum mterna declarare po(Tcnt necesfitatcm eorum accidcncium,qu* excra fubie, o2t ' , n 7 tUm ' Ut P ro P° fit r„ alTcquantUr ' Ut P° tius °P° rr «'  la oon eft caufa fufTiciens ad oftendendum eclipfim inellc Lunx, quia prarccr tcr rgc intcrpofitioncm requiritur ctiam Lunam efte modo prardido difpofitam ad cclipfis receptionem, fi crrim Luna non a x folc , fcd dc fe lumen habcrct , a cerra interpofita minime prohiberecur lumcn illud , nequcctiam prohiberccur , con cefto eam a" folc lumen recipere , fi ci diamctralitcr non potfet opponi. Ex quo clarepatet, dcmonftracionem deeclipfi Lunarper folamtcrrar interpofitionem oon clTe potisfimam , cum fic conftruda per caufam non fufficientem. Quodat/ tinet ad uerba philofophi in iecundo Pofteriorum capitc primo,ca non uidctur fufciperc cxpofitionem,quam ponunt, per illa .n. , qux infunc p (e intclligit A/ riflotclcs ea,quar infunt scper,uc nfibile m homiue.per illa uero , quarinfunt per accidens, intelligit ea,quar mfunt raro , ut cchpfis in Luna; fed dato,philofophum B accipcrc( per fe)ut lonac uox , & (per accidcns ) pro ut contradiftinguitur a per fe , conccdimus, habita folum matcriar Lunar confidcratione abfq; eius na/ cura , eclipfim ineflc ci pcr accidens, non pcr fe m fccundo modo , quia fecun/ dus modus fundatur in materia in qua , quar eft fubicftum actu exiftcns, compo fitum cx maccria , & forma ; negamus camcn eclipfim ctTc in Luna pcr fe in fc/ cundo modo adhibita caufar cxternar confideracionc , quiaper eam Luna non cfta&u Luna, &. propcerea non eft materia m qua ad fecundum modum rc* Cjuifita , fcd utiquc adhibita Lunarnatura, per quam Luna eft aclu Luna , & lubicctum requificum ( utdiximus) ad fccundum modum djccndi per fc abfq; «errar interpofitionis confidcrationc . dcmum circa llla duo genera eorum,quar -non fempcr hunt , quando dicunt , cclipfim raro fieri, & fub fcicnciam cadcrc , t quia raciOnctaritum fubieai raro fic,fcd fcmpcr rationc caufar; dict jm hoc quo ad utranquc partem patitur diflicultatem, cV pnmo quo ad primam , quia non C raro , fed nunquam fit cclipfis habita folum rationc fubie£ti , fiue illud fit materia abfquc forma, fiuccompofitum exmatena,& forma , cum eclipfis , eo quia actus eft , non (olum a natura fubic/ cti, fed etiam a v terrar intcrpofiriooc rluat tanquam ab obieclo extra . Secundo , cV ultimo quoad fc/ cundam , quia pcr caufam intelligunt tcr/ rar intcrpofitioncm abfque Lunarnaa tura , quod non admodum cum ucntatc conucnu rc difputatum f: ' . -winoq t : " qsnu «ij. , n - cfc. icii* : 0 f cofi3oirm & , f:: niicnfOOD mtjpilc cnxlucj isq aoa t iyjiyiii&Mw . Logicarum Difput. Ex aliorum fentcntia quomodo demonftrationis faBdpercau fam externampropofitiones 3 (f conclufio fint pcrfc* r A Sferentcs,dcmonftrationcm , qiw tam pcr extcrnam , quam pcr intcrnarri caufam fit, potisfimam ciTe,dcclaratis iis, quar ad dcmonftrationcm pcrcau famintcrnam fpc&arc uidcbantur, cxplicarc nituntur quomodo in dcmonflra^ tionc pcr caufam cxtcrnam , nimirum , quando demonftratur cclipfis dc Luna per terrar interpofitioncro, propofitioncs, cV conclufio fint per fe» uerum ut id fa. cilius perficcrcnt, duobus modis demonftrationcm illam formandam cfTcexifti mant,primo fic,Quod prohibetur radiis folaribus a N tcrra obicda,id oblcuratur, atqui Luna prohjbctur radiis folaribus a s terra obie&a , Luna igitur obfcuratur; B Secundo autcm modo hac rationc, iilud,inccr quod,& folem terra interponitur, obfcuratur, at intcr Lunam,6V folem tcrra intcrponitur, ergo Luna obfcuratur» fed utcuque formetur dcmoftratio, non facit fide, nifi tanqu5 notum fuppona-» mus,Luna? lumen a N radiis folaribus efTici» dc maiori propofitionc, ac prardi&aru demonftrationu coclufione claru eft in quo modo perfe fint ; conclufio .n. fccU du Ariftotclis prarcepta cftin fccundo modo diccndi per fe,cum fubic£tu,cui prac dicatum incft, in eiufde prardicati definitioneponatur; maioruero eft in quarto modo,cuni ibi fic pofica caufa cxterna,quar idonea eftad dcmonftrationem, quo niam adepta cft fecundi modi conditioncm, habct cnim fubieclum, quod in prar dicati dcfinitione accipitur. de minori autcm propofitionc quomodo fit pCr fe non eft facile demonftrare, nam in ea prardicatur dc Luna intcrpofitio terrar,fcu impcdimcntum fciclum a terra interpofita , quorum tcrminoru neuter altcriufc caufa cft. mulci ad lioc mulca dicunt,fed rcli&is alioru rc.ponfionibus,e5 omniu C tutisfima c(Tc cefcnr,ut aileucrcnt, minore illa propofitione nullo modo efle pcr ic; quod dicunt non eflcita abfurdum,ut uidccur , fi naturam dcmonftrationis , finemcp fpe&emus, c\ uerba philofophi rc&e, ac profundc perpendamus; finis ,na cogni tio fubicrii jj demonftrationc non quarritur,fimilicer neq; cognitio medii,fed,& fubicdlum, cV mcdiurn antcdemonftrationem cognita fupponuntur; cota igitur uis demonftracionis ad affe&ionetn quarfita dirigitur; promdc ca fola in dcmon^ ftrando attcndcda fiint , quar ad ipfius affe&ionis plcna fcientiam requiruntur t ha*c cum multa finc, duobus tamen prarcrptis omnia perftringi poflunt,cum .n», affe&io pendeat tum a N fubicclo, tum a N caufa,quod ad fubie&um attinct, uult de^ monftrari de proprio fubie&o, cuiprimo ineft, non dc aliquoalio , uc rifibile dc homine, non de animali, & trcs anguli arquales duobus re&is dc triangulo, non dc arquilatero , ncque dc figura;.quod ucro attinct ad caufam , uulc dcmon* D ftrari pcr caufam proximam , & fibi acquatam , qua una pofita, ponitur , & qua ablata, aufcrtur , non per caufam aiiquam communem , & rcmotam» harc A •3U Liber Quartus u * duofiadfint, non cft dubitandum, potisfimam, ac prarftantisfimam eam demon ^ ftrationem elTe, cum de re propofita nulla potior cxtrui queat; hoc autem dum dicimus, aflcrimus in demonftratione fumme eflentialem connexum cffe dcberc affeclionis tum cu medio.gquod demonftratur, tum cu fubicclo.de quodemon ftraturj mcdii ucro cum fubie&o non eft ncceflarius talis cflentialis connexus nc quc rcquiritur ut alteru altcrius caufa fit, cti ncq ; fubie&um proptcr mediu , nc que mcdiu proptcr fubicdu in demonftratione fumatur , fcd utrunquc propter affe&ione. Ha:c omnia ita ucra sut,ut ex ipftus rci infpcftione omnibus nota efle dcberent, fi tcmponbus noftris philofophos haberemus, qui rcrum naruras per^ Ccrutado philofopharctur,nec folu uerbis Anftotelis addi&i.eao^ farpius perpcra" intclligetcs,ad ea rcs ipfas accommodarc foliti eflent,nil aliud quarrcntes, quam quiddicat Ariftotcles, nequealiunde,quam ex ipfius uerbis argumeta ad oium cognitione,& eoprobatione fumetes. hacfua rationc cofirmant Ariftotelis au/ cloritate in fecudo Poftcrioru, ubi fa-pe dicit,potisfima ce ea demoftratione,qua cclipfis de Luna dcmonftratur £ obie&ione tcrra-Jicctpropofitio minor in ca ^ demoftratione no posflt ullomodo ee £ fe» nec obftant uerba Anftotelis in par ticula illa quinquagefima fexta primi ljbri Pofterioru dicetis, >>«>(>* (' tCwi j •.•orn*o u0fl;3u0ia.iuu(jiu aijii^ib /. j iiviu/inoj i»rntx QuAin/uperiori capite diBafunt magna exparte confutantur.  . -* • f t /■* 9 * rft ffi • • f T* ' f*f* '\ I M * ttftifif 1 #*• f • « k f } f 'i i f i r • ^ tt *C '1 l f f* * t ( ( f #**f i I ""h '\ m r • *"•' ' Ju " ■ NVllapotcft dari potisfima dcmonft'ratio(fiuc fiat illa per externam.fiue per ioternam caufam)quar nou habeat omocs propofitioncs perfe; quod fipro C batu fucrit, non folum aliis, fcd ctiam ipfifmct abfurda fortafle uidebitur refpo Tio illa,quam tutisfima efle arbitratur, ut, fcilicet, minor propofitio dcmoftratio nis dc Lunar dcfcdu per terra: interpofitione,qua dicunt eflc potisfima.nullo mo do fit p fe. & primo ad id probandu acdpio pro fundameto ea,qua: ipfi ahbi co codunt,ut,fcihcct, fpcr fc ipsu, & quatcnus ipfum, nihil aliud fignificarc uidean^ tur,quam percflentiam propriam ,quando cnim fubicdum per fuam eflentiam babet aliquod prardicatum,dicitur per fc ipfum,& aaatenus ipfum illud haberc, quafi dicatur, ex eius fubiecli elTcntia, non cx aliarationc illud prardicatum fubicclo compctere. ) pofita huius fundamcnti,quod cft ctiam philofophi, uc/ ritatc , argumentor hunc in modum; Conclufio formata: demonftrationis quar eft , crgo Luna cclipfatur, habct quatcnus ipfum , feu fecundum quod D ipfum , idcm cnim fignificam ,alioquin non ciTct qua-fitum potisfima dcmon» ii7 Logicarum Difput. ftratione demonftratiuum,ergo pcr iactum fundamentum eclipfis dcbet compe A tcrc lunar cx ipfius lunac cfscntia , non cx alia rationc; fed per Anftocclcm affe/ fiio alicuius fubiecti non poteft dc co demonftrari nifi per caufam, propter qua talifubicaocompctit.quarquidcm caufain uirtutc ipfius fccunduro quod ipfii oon potcftcfsc nifi ciuldcm fubiccticfsentia,mcdium igitur ad demonftrandam cdipfim dcluna crit lunar cfscntia, non autem alia ratio, crgo minor propofuio» non poteft cfsc nifi per fc, cum in ea mcdium de fubiecto,cuius cft efsentia, prav dicetu^fedpcrcosillanoncftpcrfcjcrgodemonftratiodc lunar dcfectu non cft potisfima contra propriam corum dcterminationcm.ncc confugcrc pofsunc adillud nouumdogma dcduplici (ipfius quatcnus ipfum) fignificacione,dc qua duplici figniucationc fupcrius difputatum fuit,quia ratio illa interna.quac rcqui ritur ad quatcnus ipfum,pro ut idcm eft cum prardicato uniucrfali , non potcft e(sc nifi ratio fubiccti, merito cuius ftatim fequitur.minorcm propofitionem de bcreeffc perfcin omm potiffima demonftratione. nifi dicant, aliud cfsc ( quate/ B nuripfum} in demonftrationc potisfima, quac fit per caufam intcrnam, aliud in dcmonftratione potisfima,quac fit per caufam cxtcrnam; quod quam fit cx men te philofophi ipns iudicandum rclinquimus.Sccundo, & ultimo , ad illud idcm probandum accipio altcrum phnofophi.cV corum fundamcntum,ut,fcilicct,pro pofitionon posfitdici dcmonftratiua,nifi fit necelTaria necesfitatc omncm con/ tingcntiam cxcludente,quac nuncopari lolct nccesfitas cfscntialis,feu,fimplicitcr t hoc iacto fundamcnto,arguracmorfic,mmor illa propofitio ,at intcr lunam,& folcm tcrra interponiturjteu^lunainter fe,& folem pacitur terrac interpofitionej ucl eft dcmonftratiua, uel non cft; fi non eft demonftratiuajdcmonftratio potif (ima conftabit cx aliqua propofitionc non dcmonftratiua, quod cft inconueni/ ensj fi ucro cft dcmonftratiua,pcr fundamcntum crit ncccftarianeccsfitatc om« nem contingcntiam cxcludcnte,fcd huiufmodi non potcft clTc, nifi habcat prav dicatum uniucrfale ; uerum non potcft propofitio dici uniuerfalis , quin fit pcr C fe,cum minus comune,quod eft ipfum uniucrfale, contrahat ad fc communius , quodcft modus diccndi per fc , crgo dc primo ad ultimum ; fiilla propofitio cft dcmonftratiua,dc ncccsfitatc fequitur,ut fit per fe; formetur itaquc ratio ca tcgorica hunc in modum, omnes propositiones ncceflariac ncccfsitatc cfscntialS funt pcr fe,fcd omncs propositiones cuiushbctdemonstrationis potifsimar,uel Ct illa a caufa intcrna, ucl a x caufa cxterna, funt nccefsariar neccfsitatc efscntiali, crgo omncs propositiones cuiuslibct demonstrationis potifsimar, siue sit illa a caufa interna,siuc a x caufa cxtcrna,funt g fe, minor igitur illius demonftrationis dc lunar dcfectu propter terrar intcrpositionem contra corum fententiam erit pcr (e,alioquin no cfTct ncccfTaria simplicitcr,atq; idco non elTet demonftratiua» maior huius rationis non indigct probatione , cum cx fundamcnto etiam ab illis concefso ucritatem fortiatur;& minor cft philofophi rationeprin» cipiorum in primo pofteriorum contextu feptimo , decimo quindto , deV pcimofcxto , dccimo fcptimo , & dcciroo o&auo , rationcucro concluho^ nis in fcptiroo, dccimo quincto , dccimo fcxto , & dccimo nono. nisi dicanc, Liber Quartus 118 per principia Ariftotelcm intclligcrc mcdium , ita ut fenfus sit ] princi/ A jjia dcmonftrationis funt ncceflaria , idcft , mcdium potisfim* demonftrationis debct ellc : neceffanum , non contingcns , ubi non determinat , minorcm debere eflc neceffanam ; horc rcfponfio cflct potius fug* , quam ucra refponfio L qu.a mcdmm femper idcm cffcdebet in utraq; propofitione, crgo minor non fecus ac ma.or . crit ncceffaria , a* afcaio, nis caufa cft cflcdrii; ficuti ctiam non re^c fcquitur, dum inquiunt,nulla prarft* tior demonftratio pro Lunar defe^us fcientia conftrui poceft, quam per mediam tcrrar loterpofitioncm, crgo demonftratio de Lunar defcau pcr mediam terrx in tcrpofitioncm eft potisfima, quja ad hoc ut aliqua demonftratio fic potisfima.de bet habere cond.ciones demonftucioni potisfim* requifitas , quibus uidetur ca rcrc illa dcmonftracio de Lunar defeftu pcr folam terrx incerpoficionem; non cft cmm in materia neceflaria ncccsfitacc effentiali, qu«r omnem contingmtiam ex cludit, ncqucpro mcd.o habet caufam non caufatam,in quibas duabuscondi- C tionibus tota potisfimar dcmonftrationis natura confift.c. demonftratrcmem il lam non cffc in materia ncceffaria fimpliciter, cx corum feutentia clare patet cu uel.nt , mmorcm illius dcmonftrationis non effe per fe , nam fi per fc non cft hcceftquidem uniucrfalis, in qua conditione com.necur necesficas effentialis' dcftruaocnim communiori, deftruitur quoqucminus commune. pro medio ticronon haberc caufamnon caufatam , qur per Ariftotelem in pnmo Pofte, riorurn contextu trigcfimo nono fccundum ucccrem feaionem fac.c mixime cire,ratisman.fcftumeft,cumpernaturam Lunx, cx co , fcilicet ,,qudd a N f 0 * Ic lumen rcc.pit, & cum fole ita fe habct, ut ci diametralitcr opponi posfic dc monftrcmusaliquando, Lunam terra obieaa deficere'. demum potisfima noncf Ic dcmonftrationem de Lun* defe^u pcr folam tcrrar intcrpoficioncm , oftcudi D potclt cx corum ucrbis, uolunt cnim , ( ut duimus fub imtium prjeccdcntis ca. us> Logicarum Difput. ] pitis ) demonflrationem dc luna: defe&u pcr mediam tcrrar obiectionem,quo' dA modocunquc formctur,non facere fidcm^nifi tanquam notum fupponamus, lu rxlumcn a radiis folanbus cffia;ft jtaquc jn uirtutc altcnus medij fidcmfacit, pcr folum tcrrar obiect,um non potcft tiTe potisfima.Harc omnia(nifi fallor) ita ucra funt, ut cx ipfius rci infpeclione illis quoquc nota cfsc deberent, nifi, durn xcrum naturasperfcrutantur , nimium ab Ariflottle recedercnt, ut faciuntin Iiac matcria, cum philofophus nunquam in fccundo Poflcriorum potisfimasdi cat tfsedcmonftrationcs dclunar dtfc&u,detonitruo,c\defoliorum cafu,illi uc ro affirmatiuc oppofitum exiftimeot,quafi ex natura rcrum Ariftotcles non fit philofophatus; licct cnim ibi carum, in quibus mcdium cft tantu caufa efTcdrix pasfionis, mcmincrit,id folum(quantum coniicerc pofsumusjhac dc caufa fccit, ut innucrcr,potisfima? dcmonflrationis medium , quamuis non posfit efse oili cfscntialis (ubiccti dcfiuitio,non debcre confidcran nifi ut proptcr qnid aflfc&io nis demonftranda*. B Dtftum de omni pofteriorifticurn repertri in omnibus propnjttionibus tlltus pottsftm&demonftrattoms tfua concludttur Joomtncm rt- ftbtlem ejjepropter antmal rationaic. . monflrationis, qua oftcnfumfuit, homincm rifibilem cfsc proptcr animal rationalc,cfsc pcr fc,& in quo modo/upereft ut oftendamus, cas habcrc ctiam diclum dc omni pofterionfticum ; io quo negocio non mulcum laborabimus, cum dc fe patcat , cas baberc uniucrfalitatem iubiecti, & tcmporis perpetuitate, quar duar conditiones rcquiruntur ad dictum Jc omni poftcriorifticum; nam ri C fibilc prardicatur in maiori propofitionc fub quahbct tcmporis difTercntia dc a^ nimali rationali,& dc omni contcnto fub illo.codcmq; modo animal rationalc dc hominc in minori,ncc non rifibile dc code homine m conclufionc , crgo pro pofitioncs illsr habcnt didum de omni pofterionfticum.cum itaquc ha&cnus dc rnonftratum fit,omncs conditioncs nccclTarii effentialis conuenirc omnibus pro pofitionibus potisfima? dcmonflrationis, concludcudum cft,no folum principia iedctiam eius conclufioncm cfsc ncccfsariam ncccsficatc ctTcntiali omncm con tingentia excludente, ex qua ncccsfitacc cfsenciali coca pocisfimac dcmonftratio nis natura cmanat,cum pcr cam demonflraciuus fyllogifmus a quolibct alio syl Jogifmo diftinguatur. Laus tterum } Honor 3 tf (Jloria T>eo Optimo maximo, F I N I  ofi o iber Qjjinctus DEEA DEMONSTATIONIS SPECIE , QJVAM VO, CANT POTISSIMAM. JZxplicatur primunu corollariunu e numero corurru , qu& ex fimplicitcr neceftario inferuntur. 3* B . | Cum dcclaratum fit prarcedcnre libro , neccflarium, circa quod ucrfatur dcmoftratio potisfima, eflc illud fimplicitcr neceflarium , quod omncm contingentia excludit,reliquum eft, ut cxplicemus nonnulla corol laria,quai ex eodem fimplicitcr necciTario inferuntur, quorum primum eft, non liccre demonftratiue tran fcendere de gcnerc ingcnus, ideft, defubie&o unius in fubiectum altcrius fcientiar» nam fi licerct , mcdia , C & extrcma contra philofophum non cfsent cx eode genere,qtiamobrem principia,& conclufio non haberet prardicatum uniucrfalc, cum termini diuerfarum fcientiarum non fint pares, & conuertibiles. pcr diucr fas fcicntias debentintelligi illa?,quar habent difbn_ta(ubiccta,ut Geomctria,A' rithmetica.o- naturalis philofophia. in quibus non datur huiufmodi tranfitus, quia fcientiar,qua? habetit diftin&a fubiecta , ex neccsfitatc habcnt ctia diftin_hs pasfiones, ucl accidentia per fc,nec non diftinfta mcdia , cum unumquodquc fu biectum proprias pasfioncs , carumqj detcrminatas habcat caufas ; quarc fi in eis darctur tranfitus dcmonftratiuus, propofitiones,6V conclufio ( ut diclum eftj noh haberent fecundum quodipfum, & uniuerfalcpra:dicatum,&proptcrcano efsent demonftratiuar. cum itaque omncs tcrmini demonftrationis uni t&ntum dctcrminata; fcientiaraccommodari debeant , propofttionesq? cx tcrminis con ftituantur, fequitur,ut,ficuti cofdcm terminos fecundum unum,& eundem confi D dcrandimodum diucrfor fcientia: non contcmplantur, ita ncquc eafdcm propo -J_ -U i i izi ; Logicarum Difput. fitiones codem modo confiderarcposfint; pra:terea,cum cx propofitionibus de ar\ monftrationes formentur,diuerfa*cp fcientia* lifdem propofitionibus eodcm mo do confideratis non utantur, rationi confonum eft , ut etiam intcgra uti non posfinc eadcm demonftracionc; Tranfitus igitur de una in aliam fcientiam dari non poccft riec rationc fimplicium terminorum , nec cx parte propofitionum , ncc dcmum ratione totius demonftrationis , nifi quando unus fcicntificus altea rius habitum induit ad euitandos errores, qui contingere pofscnt circa ca, qusc detcrminanda funt in propria fcientia,uc facit philofophus in primo Phyficoru a textu fexto ufque ad quadragefimum primum , ncc non in primo dc Anima, & alibi,inducns habitum Metaphyfici,eiufcp rationibus utensjfeu quando demo flratio per fe facia in una fcicntia infcruire potefc confiderationi , quar in aliqua slia fcitntfa fieri dcbear,ut uidcre cftdeeadem demonlrracione, qua uucur Ari ftoteles in primo Phyficorum conrextu quinquagefimo primo, -fubie&um alcerum in icicntiis fubalternis dcbcat intcllmif ut nonnulli uidentur f uellc) fubic&um aliqua altcratione afTctium , huiufccmodi alterano applicara v facit earum fcitntiarum fubie&a adeb inter fe dift m&a , ut unum non posfit rnriTe utnufque adarquatum fubie&um. pro lntelhgcntia huius intcr eas difcri/ minis , notandum cft , corum , quar fcicnuficus raferior, uidclicct , pcrfpc/ f diuus dc radiofa linca dcmopftrat , alia cflc , quar radiofar lmea* infunc , D quatcnus linca cft , ncmpc , ut fit re&a , ud curua , nec non ut fupcr ca R 12} Logicarum Difput. fieri posfit triangulusa*quilaterus,& his fimilia, quar omnia radiofarlinearconr  . rum ,gcomctriar; alia ucro cfsc, qua: radiofa: lincar infunt cx partc qua tft radio fa,ut,fcilicet, radiofa linca fupcr rc tcrfa,& polita relie&atur , quod non gcome* triar,fed folum pcrfpe&iuar pasfio eft. hoc pofito,uulc philofophus, ut fubalterna^ tar fcicntia* (it rcddcrc duntaxat qudd quantum ad pasfiones,qua: de eius fubie clo demonftrantur,licct fint pasfiones fcicntiar fubalternantis, & huius rei ratio cft,quia ad cam fcientiam fpe&at rcdderc quod, a qua confidcratur fubie&um , reddere uero proptcr quid fupcrioris eft fcicntia*,quoniam cius funt proprieta» tes,quac de fubicdo inferioris fcicntiar dcmonl trantur, cum hoc tame congruic, ut inferior,idcft, fubaltcrnata fcicntia posfic quandoquc reddcre,& qudd,6c pro ptcr quid,quoderit quando de fubie&ofuo demonftrabit quac in co infunt mc ritofuijut gratia exempli, fi perfpe&iuus dcmonftraret dc linea radiofa,ut cflet rccla,aut curua,uel uc fupcr ca ficrct triangulus arquilacerus, tuncpcrfpe&iuus, B non geomctra, darct qudd , quia perfpectiuus,non geometra, ^ontcmplatur li/ neam radiofam; proptcr quid autcm non pcrfpe&iuus, fcd folus geometra rcd dcret, huiufq; rci ratio cft , quia dTe redtum,uel curuum, nec non fieri triangu/ lum arquiiatcrum accommodantur radiola: linea:, non quatcnus eft radiofa , fcd cx partc qua lincacft; ucrum fi pcrfpcdiuus demonftraret, r uus magnitudo eft,contemplatur.aliar in re confiderata non differunt, fed in mo dotantum confiderandi,ut diuina fcicntia ens confidcrar, quatenus eft ens, na* turalis uero cns,quatenus cftmobilejproptcrea ha* fcientiar diuerfar funt, quia uar a x formis diucrfis eonftituuntur.etia fi materia cadchabeat.res diuerfar dicc ar sur, Aliaruero eade rc cofiderant,fcd una cu additione.altera cii defeclu ; qcf tertifi mcbru propter fubalternas ab Aucrroe ponitur, ut ocs confitentur, fupc rior .n.traclat eade rc cu defectu fcnfilis qualitatis » qua inferior cu talis qualita tis additionejfcd quia pingui mincrua alu diclu hoc Auerrois accipiut,nos pro fundius ipsu coteplari oportet;cu n. fubieOu utnufqucfcientiar habcat &rc co C (iderata,&modu c6fideradi,uidedu eft in utra haru duaru partiu Auerroes fub alternaru fcietiaru ducrimen coftituat,na fi in ambabus diflfcrant, ccrtum eft,tcr tium,& primu diuifionis mcbruin cundc fcnfum cadere , proindc non tria elTc mcbra,fed duo; fi ucro in folo modo confidcrandi,non in re confiderata, fimili/ tcr tertiu mcbru idc eft,ac fccundu,quarc duo tatu mcbra funt,non tria,crgo rc manct ut dicamus, Aucrroem intelligere difcrimen cfle in fola re confidcrata, non in modo cofidcrandi.quar cft rc uera fcictiaru fubalternaru c6ditio,fic.n.fa cilc cft tueri,eas no facerc numcru , & eadc fcictia eiTe, no duas diuerfas . dici/ mus igitur , has fcientias in rc confidcrata non penitus diffcrre , fed accidentali tantum difTcrentia ; in modo autem confiderandi nullo pafto difTerre , fcd cun/ dcm fcruari in fubaltcrnata, ac in fubalternante coniiderandi modum ; additio D namquc fenfibs qualitatis ( quod ncmo ha&enus intcllexit ) fit foli rci confi/ R 12) Logicarum Difput. dcrata:,non ipfi modo confidcrandi ; ut in mufica rcs confiderata eft numerus 'A fonorus, modus autem confiderandi eft ut numerus, non ut fonus ; in perfpe&i/ ua rcs confidcrata eft liuca in uifu accepta,modus autem confidcrandi eft ut li riea,non ut in uifu; quod ab Ariftotele clara uocc prolatum legimus in tertio cap tc libri dccimi tcrtii mctaphyfica: , quarc hanc ipfius fcntcntiam extitiflc ha« udquaquam dubitarc debcmus ; bcct cnim in particula uigcfima fecundi libri Phyftcorum contrarium dicerc uidcatur,dum inquit, pcrfpe&iuum confidcrarc lincam non quatcnus cft mathematica,fed quatenus eft naturalis;tamcn non eft diccndum Ariftotelemfibi contradiccrc , fcd pingui mineruaibi fumerchanc diclioncm,quatcnus, qua* ibi non fignificat modum confidcrandi,(ed difcrimen folum perfpecliuar, ac geometriar qualecumquc illud fit; cum cnim hanc llli con traponat,idco ad cam dirTcrcntiam efficacius denotandam utiturca uocc, qua> tcnus , qua fignificarct perfpecliuam uergerc quodammodo ad naturalem, ob illam, quam diximus , accidentalem difterentiam adie&am ; at fi putallet , B perfpectiuam clTe uere naturalem.ccrtc in principio ciufdem contextus non ca uocaflet mathcmaticam. fignificauit etiam hanc fententiam Ariftoteles in con tcxtufcxagcfimo nono primi hbri pofteriorum fecundum Auerrois diuifionc, quando de fubic&o inferioris fcientiar loquens,dixit ipfum etfe alterum t ideft,al' teratum , fubieclum enim fcientia* fuperioris nulla qualicatc altcratum dicitur, fed fubiectum infcrioris,promde non aliud eflc dicitur,fcd alteratum, Ex his igi tur ratio facile colfigi potcft , cur pcrfpe&iua aliquando uocatur geometria , & mufica appellatur arithmctica , & omni fubalternatar nomcn fubaltcrnanti* attribui poteft; nam ubi idem penitus cft modus confiderandi.ibi cadcm cft for ma conftitucns,a qua cuiufquc rci nominatio fumi folet. Tradtta impugnatto rcfcllitur. C I I. ovSbr ! Ty Efpondentcs ordinatim ad obicctioncs,& primo ad primam,ncgamus,fccu v turum,fcictiam infcriorcm efse partcm fcientiar naturalis , modus cnim co fiderandi mufica: non cft fonus.fed fonorum, & pcrfpecliua: non cft uifus,fed ui fualc cfle ; & licct huiufmodi fubaltcrnata: fcientia: confidercnt formas in matc ria,quemadmodum naturalis philofophia,proindc non fcquitur, cas efle partcra fcientia: naturalis,quia philofophus naturalis confiderat formas iUas cx carum principiis fubftantialibus,ipfar ucro cx carum accidcntibus; uidcntur itaquc pcr fpediua,& mufica,quamuis inter mathcmaticas connumcrcntur , acccdcrc pc tius ad naturam philofophiar naturalis, quam ad naturam mathcmaticac difci» plinac , ut tcftatum rcliquit philofophus in fccundo Phyficorum contcxtu D uigcfimo ; idcirco non tollitur quin aliquar pcrfpectiuar,& mufica: demonftra^ tioncs fiant cx principiis fumpris c fupcrioribus fcicntiis fubaltcrnantibus , Liber QvindusoJ j 2 6 quando, fcilicet, de fubieclis fcientiarum inferiorum demonftrantur pasfio' ncs pcr fc fcientia: fuperioris , ncc tunc inconucnicns cft cx fententia Anftotelis in primo Pofteriorum contcxtu uigefimo transferrc priacipia de gencrc in ge/ nus, quamobrem dcmonftrationes aliquar faclar in perfpe&iua optime appellan- * tur geomctricar , & aliqua? in mufica ercclar uocantur arithmeticar , cum in illis principia, & media geometrica, inhis autcm arithmctica fint. quemadmodum itaquc geomctria , & arithmetica funt mathematicar, ita mathcmaticx funt pcr fpc&iua, & muftca, quar quidcm fubalcema: fcientiar fecundum communem coo, fidcrandi modum, quem poflunc habcrc, non taciunt numerum, illum tamcn fa* ciunt fccundum proprium confidcrandi modum , quarc uera omnia remanent quar dc fubaltcrnis afferic Ariftotelcs. Quod uero fpeclac ad illoru opinione,cxi/ ftimamus,eam cu ucritatcnon conuenirc,tu quia rationi, tum quia philofopho aduerfah uidetur; rationi quidc repugnac,quonia fi idcm eflcc modus cofideran di gcomecrar, & pcr(pecliui,idem et cflct utriufquc modus definicndi.cu modus confidcrandi fumatur a modo dcfmiendi,& e contra , crgo perfpcctiuus deberct dcfinirc linca uifualcm eo modo, quo geometra definit linca; fcd confcquens cft falsU,crgo & illud, cx quo fequitur. falfitas confcqucntis patct , quia geometra 8 definicndo lincam , aic , linca eft longitudo finc latitudinc , cuius cxtrema funt duo pun&a, perfpectiuus autem definicndo lineam uifualcm, inquit , linea wifualis cft longicudo habcns latitudinem,& profunditacem, nam Iinearuifuali : cum fit corpus, fupra longitudinem, quam accipit geomctra in dcfinitione \i, ricar, addit perfpcdiuus latitudinem,cV profunditatem , quas a linca rcmouet geo rnetra. contradicit quoque philofopho in fecundo Phyficorum contextu uigc limo , ubialTerit, modum confiderandi pcrfpcdiua; diucrfum dTc a x modo confi dcrandi geometriar , cum uclit lineam phyficam, quar cft tcrminus corporis na curalis, confiderari a x geomctra mathematicc, idcft , fimplicitcr quatcnus linca cft,non quatenus eft phyfica, mathcmatica uero lincam a x perfpectiuo confidera ri quatcnus phyfica eft. non fumitur igitur di&io lllafquarcnusjab Ariftotelc(ue dicunt ipfi) pingui minerua, pro ur, fcilicct , fignificat folum difcrimcn pcrfpe* &iux , & gcometriar, qualecunquc illud fit; fed accipicur fcmper pro ut modum C confiderandi , formalemq* rationem fignificat, nec indc fcquicur ( uc dcclaraui/ mus) perfpe&iuam cflc partem nacuralis philofophiar» Ad Ariftotelem uero in dccimotcrtio libro Diuinorum contcxtu Cercio ( admiccendo nunc Ariftocelis ciTelibrum illum, ac decimum quarcum) refpondemus, hac dc caufa id ab co di ftum cfTe, quia aliquando perfpectiua demonftrac dc linca uifuali propriecaces ci compeccnces, quaccnus cft linca , & mufica dcmonftrac inccrdum dc numcro io* noro pasfioncs ci compccenccs pro uc numcrus cft,& tunc non cft inconuenicns, ut fubaltcrnantes, ac fubalternatar fcientix dirTerant in rc confidcrata , in modo autcm confiderandi concurrant, at inconuenicnseft diccrc , fcmpcr gcomctriar, ac perfpedtiuar , ncc non arithmeticar, & muficar effe cundcm confiderandi mos dum, non contradicit igitur Ariftotclcsfibi ipfi. harc cadcm refponfio (nifi fal/ D lor) confirmationi cx Auerroe dcfumptar in primo Poftcnorum commcntario 127 Logicarum Difpuc. fcxagefimo nono optime fatisfacerc uidetur, nam quando fcientia fubaltcrnata, nimirum, perfpc&iua , dcmonftrat de fuo adarquato fubie&o, nempc, dc linca uia fuali, ut fit refia, uel curua, quar pasfio per fc compecit fubiedo georaetrix , uidc hcet,linca: quatcnus cft linca, tunc necelTe cft, ut fcientiar fubalternantcs, cV fubal tcrnata? differant in rc confiderata,in modo uero confiderandi conueniat,& hoc pa£to continentur in tcrtio Auerrois diuifionis membro; frucro confidcrentur fcientia: iubalternantcs , & fubalternaca: pro ut dcmonftrant de fuo adarquato fubk&o pasfioncs ci pcr fccompctentes,tunc abfquc ullo iuconucnicnti in iccua do ciufdcm diuifionis mcmbro collocantur» *Alia duo corollaria explicantur . C *A P. V. DEclaratoprimocorollario,quodcx neccflario fimpliciter infcrtur, ad re« liqua duo cxplicaoda accedimus, quorum alterum eft, necelTarium efle , ut concluuo potisfimardcmonftracionis ucranquc propofitioncm uniucrfalcm ha* bentis perpetua fit. cuius rci racio cft, quoniam principia, fi tunt uniuerfalia,{unt ctiam neceflaria, fempitcrna, atcp pcrpetua, cum uniuerfalc femper fcruetur ucl in aliquo cx fuis (ingularibus, ut patct dc uniucriali politiuo, dc hominc, icilicct, equo, & fimilibus; ucl in fua caufa cum tcmporis determinationc , ut uidcrc cft de Lunar defedu , qui femper eft, quia fcmpcr in determmatis temporibus intcn folem , & Lunam fit tcrrar intcrpoiitio , qua: cft caufa cfficiens non ucra didi Lu nar defedus;fed ex arr.babus propoficionibus neccllariis , fcmpicernis , & pcrpc^ tuis non poteftfcqui nifi necciTaria, fcmpiterna,atcp perpctua conclufio, crgo xiftcntibus pnncipiis potisfimar demonftracicnis uniuerlalibus , conclufio nott poceft cfle nifi pcrpctua . Quoniam ucro definicio cft auc pnncipium demon* ftrationis , aut demonftratio pofitionc diffcrens, aut conclufio quardam demon ftrationis, idcm cfledebet iudicium de definitionc , & dcmonftrationc , ut, fcili' cet,nonfccus,acdemonftratio,fit perpctuorum ; ncc obftat Commcntatons au&oritas in primo dc Anima commcntario oftauo , ubi aic , dcfinitioncs efle rerum particularium cxtra intclleclum , quar corrupcibiles funt , quia nonat' firmat Commentator ciTe corruptibilium definitiones , fcd dixit hoc , ut dcno» taret , dcfinitiones non efle uniuerfalium cxtra animum a&u exiftentium , ut uidcbaturuelle Plato, fed corum uniucrialium , quar realitera fuis fingulari/ bus non fcpararitur. Explicato fecundo corollario, tertium aggrcdimur, quod eft , ut conclufio demonftranda non posfitfciri pcr principia communia com^ munitcr accepta , fed lolum per fibi appropriata ; nam fi pnncipia non eiTcnt appropnata demonftranda: conclufioni , fed communitcr acccpta , non ciTcnt iccundum quod ipfum, & proptcrea non eiTcnt uniuerfalia ; fed principia poa tisfima: demonftrationis eflc uniucrfalia difputatum cft fupcnus, crgo cxiftentibus priocipiispotisfima: dcmooftratioois uoiuerfalibus, fcquitur dc oecesfitatc, illa dcbcre cffe appropriata conclufioni ciufdcm potisfima; dcmooftratioojs. A De modo pruogrufiendi principia , alta% fcieritia ratioci- natim prtcognita . C*AP. VI. T_J AEC appropriata principia in qualibet fcicntia ratiocinatiua diucrfo mo» x a do a duobus ahis prarcogojtis,a x fubicdo, fcilicct, & a pasfione, prarcogno fcuntur , nam de principiis ultra quid nominis oportet prarcognofcere qudd, ideft, ca cflc ucra, dc pasfione quid eius nomcn fignificet, de fubicclo uero utru que, quod, fcilicet,& quid nominis. fcd nc quifpiam crcderct, unam, cV candem cfle prareognitionem qudd principiorum,c\ fubiecli, aduertcndum dTc duximus, prarcognitionem qudd, feu quia eft, duplicem cfle, fimplicem unam, altcram co B pofitam. prarcognicio quia eft fimplex, quar competit fubieSo , idcm fignificat , ac prarcognofccrc an conceptui uniucrlali, dcquo aliqua pasfio quarritur,cxtra animum aliquid refpondcat, quia fat eft in omni doctrina , & difciplina ratioci' natiua dcfubie&o, ideft, dc conceptu illo uniucrfali prarcognofcere uc fic in re* »um natura, hoc eft, ot cxiftat cxtra animum rcs aliqua particularis ci correfpo .3L»inu o!Jt v noeo^b ,ftabi  jidul^b uuijca HIS explicatis, quar ad potisfimar demonftrationis confticucionem concur/ rcre,eamcp confcqui uidcbantur,reliquum eft, ut aliquanculum digrediamur circamodum, quo definitiopasfionis ex dcmonftracione elicicur,& rurfusin dfc monftracionem redtgitur, cum dittum fuerit fub initium tertii libri , nos de pofe tisfima folum demonitraticne clTc derba fiduros, quar potentia eft toca pasfiofc nis Hefinitio per eam demonftrata;. dicimus itaque interomnes defmitionis fpe/ C cies alicuius pasfiotiisab Anftotele pofitas in pnmo Poftenorum contcxtu ufcs gcfimo fecundo, & iu fecundo libro concextu decimo , cam omnium perfedrisfi/ mam dTe, quar cOnftat cx caufali. & elTcntiali defmitione illius pasfionis, nanvafc cidentia propria, prarter efTennalem definitioncm conftantcmex genere, cV ,, (cxco Top,corum hbro capice ccrtio , confcqucncia uero hunc in mWP.P&W' to« 1 4cmooftratio, cum fit potentia definitio, i a eotamdefi, • fl.c.pncmmutatur.ergoqmdqu.d dcmonftracionis pacs cft , ,dcm dcfinicionis B quoquc uc pars fic uein qua loco maions cxcrcmi ponitur afTccTioms genus, eT drfi$ nitio potelTate proxima,cum in ca nulla pars perfccTar definicionis illius ancdTio nis dcfidcrccur ; & dcmonlTratio pro maiori excremo a/Txtiouis nomei habes, eft definitio poteftate remota,cum in ea non fic cxprelTum eiufdc arrcctionis gc 0 nus,crgo demoniTracio,in qualoco maioris cxtrcmi ponicur arTcclionis genus, mclior,aco^ exquiftcior elT ea demonftratione,in^ua pro maiori extremo collo C catur ciufdem afTedTionis nomen.altcra ratio elT,quoniam melius eft notioribus uocibus uti,quam ignotioribus,fed nobis notrus clT genus, quamfpcdes,notior cnim nobis elT fonus , quam tonitrus, & nocior pnuacio luminis , quam cclip^ fis.cuicunqucenim nocusclT conicrus,eidem fonum quoque cognitum elTc ne^ cefTc clT,non tamen r conuerfo.prWs *u. inuenics,quibus nocus elT fonus in mul tis rebn^ narnraIit>o3,quJ nullaconitrus notitiam habent,ita plurimiiunt,qui da ri luminis priuacione cognofcut , fecLca", qua: in Luna tit,ig ;orant, crgo demon ftratio, qux pro maiori cxtrcmo habet afTeciionis genus, mchor clT ca dcmon^ {tratione,quar habet eiufdc arTecTionis nomcmcorroborata propria fentenmjol uunt argumcnta , quaraducrfus extremas opjniones adducta fucrunt; ad pria mum argumentum concraeos, qui pucanr,maius extrcmum femper dcberc cf/ (\ fe arTecTionis nomcn , dicunt, non cile necelTarium,uc in dcmonftracionc expri* D tnacur arTccTionis gcuus , licec cmm non cxpnmatur , fuppomcur tamen cx S z i r$3 l Logicarum Difput. r - necesfitatc cognitum antc dcmonftrationcm,proinde illa deraohftratio eft defl nitio,fi non poteftate proxima,at faltem remotiorc,quia fa&a dctnonftratione, additurnullo ncgocio gcnus ipfum praxognitum in extra&ione definitionis. ad fccundum argumcntum ncgant confcquentiam,ad probationem rcfpondet, quando demonftratio in dcfinitioncm conucrtitur, non rcmanercnome pasfio nis ut cft pars definitionis , fed ut dcfmitum, cuius c* dcfinitio effe dicitur , gc/ rus uero additur ut definitionis pars non exprcffa in demonftratione, fcd antc dcmonftrationcm cognita.ad Ariftotelis audoritatcm dicunt, cum nomcn af/ fedionis,& cius genusaccipiantur a philofopho ut unum,& idcm , nonutdi/ ticrfa, ibf fumcrc Anftotelcm gcnus affe&ionis pro eiusnomine.Ad argumcn tum contra cos, qui exiftimant , maius extremum fempcr dcberc effe affe&io/ nis gcnus , nunquam cius nomcn, rcfpondcnt,non fumi gcnus affcdionis,ut gc nus cft, & ut latius patcns,fcd ut arquale.immo ut idcm, quarc conclufio cft per ic , & uniuerfalis , non cnim Omnis priuatio luminis in Luna incffc demonftra/ B tur,fcd illa folum,quar dicitur ccliplis ; pcr fc quoque, & uniucrfaliscftmaior » propofitio,nam maius cxtrcmum non cft latius termino medio , dum fumitur coardatum,& reftridum ad hanc fpccicm,cuius gratia cxtruitur dcmonftratio, crgo medium eff arquata caufa maioris extrcmi , & cum co rcciprocatur , & propterca maior propofitio eft uniucrfalis. ad Ariftotclis au&oricatem locis ci tatis rcfpondcnt, philofophutn, licct intertcrminos dcmonftrationcm ingredi/ cntes explicitc non pofucrit gcnus affcclionis,fcd cius nomcn,pofuiffc illud ims plicitc, quia idcm funt , idcm cnim gratia cxempli (unt cclipfis,& priuatio lumi nis,ncc non tonitrus,& fonus, quart abfquc ullo difcriminc utitur nominc, dc gcnerc affe&ionis. sZMcdiaopinio confutatur 3 propria% /cntcntia ponitur. . Cum mcdia opinio non omnino ucra cflc uidcatur, adcrcdcndum indu/ cor,cxtrcmarum altcram ueram , alccram falfam cffe ; quac autcm ucra , & quac falfafit,oftcndi minimc poteft,nifi ultimum corum fundamcntum pcrpenda tur,uidclicct , gcnus effeutialis definitionts acridcntis proprii ucl a fubieciore/ ftringi,uel a dincrcntia quadam potcntiali cogitata,ac fubmtellrft;»,quam ab co fubicdo dcducimus. gcnus cilentialis dcfinicionis accidcntis proprii, cum co la tius pateat,coardari dcbere,& ad ipmm rctlringi pcr fubic&um,cui inhacret, ta quam pcr diffcrcntiam,fatis,fupcrcp id tcftatum rcliquit philofophus in feptimo Diuinorum plunbus in locis,nam hoc pa&o contradum genus fit ciufdc acci/ D dctis proprii nominalis,fcu cfsentialis dcfinnio,quac cumdefinito conuertitur, & cu eo facitpropoficione uniuerfale; fcd ditticulcas cft dc gcnerc,quado pracdi catur dc fubic&oflct ponitur loco differctiar,cu accidctia propria ab aliis diffc/ Liber Qvindus j 134. rat pcr illud,cui inharet, ut pcrmanea in eorii excmpIo,'cum gcnus ad cclipfim> tumirum, priuatio luminis, (eu defeaus, prardicetur dc Luna , quarricur , an dc ca prardicccur in fui communicacc , uel contradc ad eclipfim ; non concrade , A quia cunc genus cflet contraaum uel a diflerentia illa pocenciali cogicaca,ac fub incellcda, quam i fubicdo deducimus, uel ab ipfo fubicdo; fi a diffcrcncia.quam a fubiedo deducimus, fruftra luminis priuacioni, feu dcfcftui adderetur Lunain cxcrahcnda cclipfis definicioae ex dempn{tracione,cum dtfeaus fic reftridus ad cclipfim pcr diffcrenciam pocentialcm cogicacam, ac fubinteilcaam, quam a Lu na dcriuamus; fi ucro a fubieao, nugacoria cffcc pra-Jicacio , quan Jo m conclu/ fionc dicitur, ergo Luna priuacur iuminc, quia idcm cflet, ac fi dicerecur , ergo Luna priuatur luminc Lunar, fieri cnim non pocefl , uc elTcncialis , fcu nominalis dcfinicio alicuius accidcntis proprii dc fubjeao, quod eft cius diffcrentia, prardi cccur abfque nugacionc , fi genus illius accidencis dcbcac ad illud concrahi pcr fubieaum, cui inharrct; (equicur icaquc uc de Luna in fui communicacc prardicc* lurud priuari lumine,uel dcficcre, crgo illius dcmonflracionis, in qua pro maio ri extremo ponitur Ioco pasfionis genus cius , ncc maior, nec conclufio cflct B Dniucrfalis, & proptcrca dcmonftracio illa non cffet potisfima. hac pofita prardia ai fundamcnti confideratione, corum rcfponfio non difloluic obieaionemfaaa contra putantes,maius cxtrcmum in dcmonftrationc dcbcrcfempcr clTc pasfio^ ris gcnus, nunquam cius nomcn; quamobrcm credimus magis cfle cx fcntentia phiiofophi primam, quam fccundam opinioncm, proptcrcaprimam clTe ueram , t& fccundam talfam. fed quoniam primar opinionis uericaccm nonnullar in cona trarium morar dubicaciones infirmare uidcbancur, cis refpondcrc conabimur , UM prius his duobus fundamencis , quorum primum fic , ut, fcilicec , propria pasfio unum fignificct, & alccrum denotct,fignificat quidem fuam formam.quar fumitur aliquando pro co, cuius cfc forma, & denotac fubicaum,cui mharrcc, ut gratia cxcmpli,fimicas, quarefl: nafi;pasfio,fignificac curuitatcm, quar forma fimi tacis clt, & denocacnalum fibi fubieaum, fi ei nafus non addacur,quoniam Cunc intcllcaus in firoitatis intclleaioncm ratiocinatur , & tcndic ad nafum canquam C ad ccrminum cmanacionis fimitatis, cum pasfio a fubicao fiuaC; at quando fimi, tati additur nafus, non amplius eum fimitas denotat, quare intellcaus quicfcit, & ampliusad nafum tanquam ad fimicacis cerminum non raciocinacur , nafus icaquc addicus fimicati nou ciTicic uugacionem; & illud, quod di^um eft de fimi tacc, & nafo , ucrum cciam eft dc rifibilicatc, & hominc , dc cclipfi , ac Luna, & dcfimihbus, ut, fcilicct, homo additus.rifibilicaci, & Luna adiica cchpfi aoncd ficianc nugationcm, ficuti nugationem cfliciunt quando homo additur cflcncia li rifibilitatis dcfjnicioni, quarcft, aptitudo hominis ad ridendum, & quandoL u, naadditur cflcnciali eclipfis dcfimtioni, quarcft, priuatio Iumiais Lunar, feu pri. uatio luminis in Luna, in illis cnim dcfinitionibus, quar de fuis definicis prardica tur, cxprimuntur homo,& Luna, quare bis in propoficionibus ponuntur homo, & Luna, in fubicao,fcilicct, & prardicaco, quando dicimus , homo habet aptitu D oiactti hominis ad ridcndum, & Luna pnuatur luminc Lunar, ucl priuatur lumi Logicarum DiTput. ne in Luna. fecundum fundamenrum fit , alicjuando fumi defjnitionem expticl A rem nommis figniticationcm pro ipfamec nominis-fignificarionc , ftcuti accipi folcc dcfmitio cxprimens rci quidiratcm pro ipfamcc rci quidirace. his poficis ru darotnris,formaliterad obiccliones rcfpondemus, & primo ad primam, licecde rnonftratio, ac definicio idem re clTe debeant, non eft nccelTarium , uc cx cifdem terminis omnino conftituantur> nam gcnus in definitione concralucur per difTc rentiam, & ita contraclum prardicacur dcdchnicoin primo modo diccndi pct ic, cum fic cflentialis cius dcfinitio, in dcmonftratione uero non pocefl contra&e prardicari de minori cxcrcmo, cjuod eft dcfinicionis difTcrencia , fine nugatione v ut pacct pcr ca, quar diximus in primo fundamcnto ; quamuis icaque pasfio , & cius gcnus non finc iidcm termmi uoce, fcu di&ione, func camen iidem fignifica tionc, & cflentialiterjCjuod fat cft ad hoc, ut demonftracio,ac dcfinicio finc idcm rc, hinc fic, uc facilc pasfto,qua: in dcmonfcracionc etl maius excrcmum , mutcj tur in fuum genus,quando demonfrracio conuercicur in derinicioncm. Ad fccun J3 dam bbie&ioncm, ncgamus confequenciam,ad probationem rcfpondcmus,quI uis totademonltratio in tocam detinitionem mucccur, non fequicur propccrea> ut quidquid dcmonftracionis pars clT,idem quoque dcfinitionis pars dTe dcbcac, quiadcmonftratio non eft acfu, fcd potentia definitio; fi dcmonftratio dTct aelu definicio> abfquc ullo dubio rauo elTec alicuius momcnci , ucrum ( uc di&uro cfc ) cum fic potentia definicio, non concludic ; quando cnim demonfcratio i ic atlu dcfinicio , pasfio, qua- demonflrationis crat maius cxcrcmum , rcdditur dcfmitum , & pasfionis clientia collocacur in cius definicionc ut genus , & pros ptcrca uc pars; cum icaque defmicio quid nominis fic oracio cxplicans quid fi> gnificac nomen , non porelf nomen ipfum ihgredi detinicionem ut pars, fcd cius lignificario , quar in ca locum gcneris occupac» ad Ariftotelem in conccxtu odauo fccundi Pofferiorum hbri rcfpondcmus, eum accipcrc ibi nominis, feu. C pasfionis fignificacionem pro nominc fignificancc, uel pro ipfamet pasfionc, ctTen tialitcr enim idem funt eclipfis , & dcfedus , nec non conicrus , & fonus , difTc* runc fclum in hoc , quia cclipfis , & tonicrus denocanc fubie&um dctcrmina^ tum, nam cclipfis denocac Lunam , & tonicrus nubem , defe&us uero, & fonus dcnotanc fubiccium indccerminacum , cum plura, & diucrfa fubic&a rcfpicianc. ilemum ad Auerrois auctoricaccm in fccundo Pofceriorum commcntariis qua dragcfimo primo , & quadragcfimo fcpcimo , quam pcrpcndcrunc mcdiam o/ pinionem fequentcs aduerfus primam opinionem , rcfpondcmus pcr fecundura fundamcntum , ibi commentatorem acciperc dcfinicioncm dcclarancem nomi D tium , feu aflccfionum , ncmpe, echpfis , & conitrus fignificacioncm , pro ipGu mcc torum nominum ,feu earum afTcdionum fignificacionc,idcfl, pro dcfe&u, cjucm fotuni fignihcat cclipfis , & pro fono , quem figmficat tonicrus , alioquin tion poflec aurugere nugacione,quando prardicacur defcclus.ut dcfiuitio cclipfis, de Luna,& fonus, ut dcfinicio couicrus, dc nube, fcd illac demonftrationes non fubc pocisfimar, uc probatum fuic , quando,fciliccc,genus afTc&ionum commu Dicci acccpcum prardicacur de carundcm afTc&onum fubiccto,quod geric uiccrn Liber Qvin&us 136 \- d)fTcrentia:,quarefecunda ratio,quam illi adducunt ad oftendcndum pro Auer roc roeiius cflegenus afFcclionum , quam afTe&iones inter dcmcnftrationis ter rninos collocarc,non ualct nifi in hoc , ut tuncfacilius cx illa dcmonftrationc A chciatvr dcfinitio.Quo ad primam ratioaem dicimu*, Aucrrocm, quando uulc melius ciTe in dcmonftratiaoe dcclaratiotrcm nomibisj ku norolnis definitione accipere, cnja^ra ipfum nomcn, non intelligcre ut nominis,fcu pasfionis dcfinitio dc differentia prardicctur , proptcr caufam fuperius-adduClam, iddT, propter nugationem, quar in illa prscdicationc ficret,fed dc nominc, aut dc pasfionc, tuc cnim fccundum ipfum dcmpqftratiqeft defi^kio potentia proxima: ucrum hu iufmodi demonftrationcs,in quibus cfTcntialis,fcu nominalis afTcdionis dcfinitio de ca CQn^u4itur pcraliam ciufdcm ajTc$ioniscau&rro dciinitioneoi, mihife/ pcrfuerunt fufpe&ar,quamuis Aucrrocs uelit,cas c(Te prarcipuas inter ortincs po tisfimas deraonftrationcs;& fundamenta,quibus inducor ad id crcdcndum,func ciufdemmet Auerrois,nam irUecundo poftcrioruni commcntariotrigefimooa tiauo ait,quod prardicatio dcfinitionis dc dcfinitione cft. ueluti prardicatio pro= prii deproprio,at prardicatio proprii depropno (inquit ipfe) non cft pcr fe,non g cft igitur per fe prardicatio dcfinitionis dedefinitionc , quarquidcm prardrcatio dctinitionis dc dcfinicione fcmper in maiori dicTarum demonftrationum propo fitionc rcperitur. Prarterea, plurityus in locis afserit Aucrrocs, dcmonfirationc dingi ad illud,quod eft ignotum, fed nohiinalis afTe&ionis definitio femper eft nota, cum ante dcmonftrationem de afTe&ionc prarcognofcatur quU fignificet tiomcn,crgo fecundum Auerrois principia huiufmodi dcmonflrationcs mihifu fpecTar uifarfunt melius itaque fortaftc dicendum eflfe exiiTimamus,fumi debcrc in potiffima dcmonftrationc pro maiori extrcmo potius nome afTc&ioniSjquarn cius gcnusjfcu nominalcm dcffnitionem, ex qua demonftratione fscillime pau« cis mutatis clicitur afTc&ionis dcfinitio cum caufa , propcercaquod facilc muta# tur affedio in fuum gehtls^cum ante demonftrationcm ficprarcognita alTe&ionis dcfinitio nominaIis,quar eius gcnus cft; pofito itaque loco afTrctionis ciusgenc rc, tota afTecTionis defmitio ehcitur,ut gratia excmpli,demon/tratur dc hominc C ' rifibilc elTc , idcft, homini rifibilitatem meOe per animal rationale,(i modo loco rifibilitatis ponatur cius gcnus,uidelicct, aptitudo ad ridcndum , cjuod quidem rifibilitatis gcnus de ca antc demonftrationem prarcognofcitur,harc elicitur dc^- finitio,uidclicet,aptitudo ad ridendum hominis proptcr animal rationale , qua; de nfibilitatc tanquam dc (uo definito uere enunciatur * £t harc fatis di&afinc dciis,quar adpociffimac demonftrationis principia pertincnt» Lam 3 Honor 3 et GlorU  cidcnulis, nam intcr demonftracioncm quia , & alias fpccies efscntialem diftin* ftjonem eiTc,apud grauisfimos Anftotchs intcrprctes nulla controuerfia eft, Dijputationu termini cxplicantur. .)t jnijnq t.C* .^qJRcoi /• :iv.r.zb xmilh3oej|)$ xup^ti^b QV O D attinct ad primum difputationis mcmbrum, placet.cius tcrminof aperirc,ne ulla inter difputandum oriatur confufio.dicimus itaqj , demon» ftrationem quia pregredi ueia cauia rcmota.ut gratia cxempli,quando demon ip ftratur , parictem non refpirare, quia nop cft animal,uel abcfTcdu ad caufam, ut fi aliquis per non fcintillare probaretplanetas propc cfle , feu pcr rifibilc efsc concludcrct homincm dTc rationalcm, huiufmodi progrclTus, qui fit ab eflcclu ad ,5U Liber Sextus 138' ad caufom, dicitur demonftratio quia, fcu a poftcriori, ab efte&u, demonftratio figni, & ut fit folum, quia folum nobis eiTe caufar oftendic, quod prius crac igno tum. demonftrario uero propter quid tantum progreditur a y priori ad pofte= A rius, uel a caufa proxima ad caufatum.quar alio nominc appdlatur demonftra* tio fecudi ordinis, fecudar mcfurar,& caufar tantum.proptercaquod oftendicno bis tatu propter quid efTe&us.cum in ca ratione fiac progreflus ab clTe cauf* no to p dcmoftratione quia ad proptcr quid cfTe&us ignotu.ut fi retrocedamus ab efle prope planetaru nobis noto f> no fcintillaread propter quid ipfius no fcin tiIIarcplanetarum,necnon a rationahtace hominis nota nobis p nhbile elTc ad propcerquid rifibilitatis in eodcm homine, huiufmoh progrelTus uocatur dc> moftratio propter quid tatu. demu potisfima demonftracio dla eft, quar progrc ditur etia a caufa ad caufatu nota tamc nacura quatcnus caufa,&nobis non mc diate,idcft,non mcdiante demoftracionc quia, fcd immediatc,uidehcet,bencficio fcnfusjquacenus/cilicct^huiulccmodi caufa cft nobis scfaca,ur, crit illud medium inucntum , idcft ,nobis cognitum pcr dcmonftracioucm quia abfolucnccm ( ut didum cft ) folum ciTc caula? , exoricur dcmonftratio cau T jj9 Logicarum Difput, ■,. , A (z tantum,notiflcans duntaxat proptcr quid effcaus. quara Aucrrois opinionc ^ Ariftotcli maxime confentancam cflc arbitramur. %dtiicenni rationes contra demonflrationcm quia. CsAP, Ul HA N C partitioncm, quam ucrisfimam eflc opinamur, impugnarunt gra# uisfimi philofophi,nam fubtilisfimus,ac do&isumus Auiccnna dcftruit dc> inonftrationem quia.latini ucro noftri pcnitus inficiantur demonftrationera pro ptcr quid tantum,quorum omnium rationcs cxaminabimus,illifcp fatisfacicraus, Auiccnna dcftruens primo demonftratione quia,quar fit pcr caufa rcmota hac utitur dcmonftratione, in rationc quia g caufam remota" maior propofitio no cft neccflaria,crgo non cft ucrc dcmonftratiua; confcqucntia notisfima eft, quia B deroonftratio dtbct habcrc propofitioncs ncccflarias , ut patctcx Ariftotdc in primo Pofteriorum pluribus in locis; antcccdcns etia clarisfimu eft,cu caufa 16 ginqua non infit neccflario caufatis,placet tamcn illud illuftrarc Ariftotelis cxe plo in primo Pofteriorum contextu trigefimo,dc quo fa&a fuit mcntio in ca« pite fecundo,uidelicct, omnc refpirans eft animal, nullus paries eft animal, ergo nullus paries refpirat. hic fyllogifmus, cum medium habeat caufam rcmotam, fit folum in fecunda figura , quia caufa remota eft uniucrfalior caufato,ex quo pon poteft nifi prscdicaridc caufato, cfficitur crgo fecudafigura,in cuius maio ri prardicatur caufa dc caufato. illius maioris propofuionis , omne refpirans efl animal,nulli dubium cfledebct,animal, cum fit caufa longinqua rcfpirationis, non incflc ncccflario refpiranti, quare roanifcftisfimeapparcc, antcccdcns illius rationis ucrisfimum eflc. ultimo dcftruic Auicenna demonftrationcm quia per immediatos efTeclus huuc in modum. in raciouc quia ab cfTc&u proccdentc fit C petitio in principio,crgo ratio quia non poceft eflc demonftratio. confequentia notisfimaeft, probaturantcccdcns,principia dcmonftrationis quia debent cflc cflentialia,quoniam dcmonftratio fic cx iis , qua: funt per fe , & debent cfle nota ut fint eflentialia .alioquin ignorarcmus an eflent propria, ucl communia; fi dc bnit efle nota ut fint cflentiaua,hoc crit aut pcr induclioncm,aut per caufam;fed pcr induclionem id fieri non poteft,ut habetur dc Cygno,&dc Coruo,iu quibus an cflentialia.ucl accidcntalia fint albedo,& nigrcdo , per indu&ionem non co* gnofcitur,ergo per caufam,fi pcr caulam,crgo in demonftrationcquia fit pcti/ tio in principio,cum in eius propofitionibus fupponatur quod debet probari.ut, gratia cxempli,omne rifibiic eft rationale, omnis homo eft rifibilis, crgo omnis homo cft rationalis.miuor huius rationis debet efse nota utfit efsetialis,& hoc, ut dicTu eft, per caufam, crgo quia homo cft rationalis, in roinorc igicur propo Dfitioncnotum crit,homincm cflc rationalem ,quodtamcn in conclufionc collir gitur, fi itaquc ratio quia ab cffe&u efset demonftratio, in dcmonftrationcfio rct pctitio in principio, quod falfum cft, Prartcrea, ratio quia ab cfledu non eft •iu Liber Sextus 140 CX uniuerfalibus,ergo ratio quia ab efFr&u non eft demonftratio. confeauentia dariifima eft cx Ariftotcle in primo Poftenorum farpc affcrcnte demonftratio» nem dcbcre conftare cx uniucrfahbus • probatur anteccdens , nam ratio a po» \ ftcnon alTumit in principiis cfTec"turo,fcd effe&us c numero eorum cft.qua: fingu lariaiunc , crgo ratio ab effc&u non cftcx uniuerfahbus. confirmantur omnes iftar racioncs duabus nunc Anftotclre au&oritacibus, quarum prima eft in prin cipio quinrJh contcxtus primi Poftcriorum,ubi philofophus, poftquamdmc,de monftratiuam fcientiam eflc cx ueris,primis, xujau^ vrtorj*iftnormo ab tgiibint rtutm >i Aukenm rationes dtffbluuntur . CtAT. IIII. 0 "P R ATprima Auicennar ratio , qua deftrucbat dcmonftrationem quia a*C -L / caufa rcmota hunc in modum. in ratione quiaper caufam rcmotam ma* ior propofitio non eft ncccfTaria,crgo non cft uere dcmonftraciua ♦ ad hanc nc* gatur antecedcns,ad exemplum, quo illuftratur, dicimus, falfum efTc , maiorcm illam propofitionem , uidclicct,omne refpirans cft animal, non cfle neceflarian, nam liCetc(Teanimal fit remota caufa refpirandi,idcirco non fcquitur,ut animal collocari non debeat in dcfinitione refpirationis ,ergo neceflario ineft anircul rcfpiranti. crant aliar duar rationcs cuertcntes demoftrationem quia ab efTe&u, cjuarum prima huiufmodierat , in ratione quia proccdenteab effedu fic peti tio in principio , crgo ratio quia non potcft cfTc dcmonftratio. ad hanc ne* gatur antcccdcns , ad probationem dicimus , illam peccare per infufticiens tcm cnumerationcm , nam quando ait, propoficiones demonftrationis quia dcbcrcclTe notas ut fint cflentiales,idqj uel pcr indudioncm,uel pcr caufam.dici mus,cam pcccarc,quoma propofitioncs illar pofsunt cfTc notar ut fmc ciTencialcs " ' T x #-- " V.' • I. . ;J L 141 Logicarum Difput. ctiam pcr fecundum modum dicendi per fe,ut patet prardicto exemplo pro ma r A jori cettitudinc illius probationis,nam minor illa propofttio, ncmpe,omnis ho* / 4bo eft nfibilis, cognofcitur ctle eiTentialis , quia iubiextum cius cft dc conceptii pra-dicati, ponitur enim bomo in defjhicjone rifibilitatis ; cum itaquc ftt in fe> cundo modo diccndi per fe, redditur eciam nota ut fit elTentialis abfque indu> clione,& caufa.Sccunda ratio crat huiufmodi, dcmonlTratio quia ab cfTc&u no cft ex uniucrfalibuSjCTgp non cft dcmonftratio.ad haqcoegatur amtecedens,ad probationcm dicimus,efTccTum, ratione qua eftfingularis, non ingrcdi demom ftrationcm,fed quatcnus cx pluribus fingularibus etfccTibus fit cffecTus uniucrfa lis, ut colligitur cx Ariftotelein primo Poftcrioruiu capitc uigcfimo quarto circa finero,feu contexcuquadragefimo tertio circan1edium,nec non in fccuor do Poflcriorum in calcc primi textus,& in conrextu ultimo,cum enimcxema pli gratia,pcr Lunar dcfectum ofTcndimus tcrram interponi inter Lunam, & So Icrn, non accipinius fingularcm defecTum,fed dcfecTum uniucrialcm,qui ex plu> J3 nbus fingulanbuc detccTibus ctTicitur» Ad primam philofophi aucTontatcm dc (| ifumptam cx quincTo contextu primi PoiTcriorum in confirmationem omnium rationumdicimus,ex illa aucToritateelici , dcmonftrationcm quia ciTc fyllogiC- mum in comparationcm dcmonftrationis potisfimar,fcd non fimpliciter,dc abfo Jlntc. acl kcundam in contcxtu ocTauo fccundi hbri PoiTeriorum refpondemu?, -pbilofophum pcr demonftrationcm quia intelligerc eam , in qua fumitur aecia 'des remotum,non illam,in qua accipituraccidens eiTcncialc,nimirum, propria ;pasfio,quando inquit,demoniTrationcm quia non parere fcichtiam,cVproptcrea non cflc dcmonftrationcni. & fi quifpiam inftarct, di&um illud philofophi debc re etiam intelligi de demonftrationc quia,in qua fumitur accidcns ciTentiale; rca fpondcmus,id ucrum efle dc fcientia perfecTiflima, ut, fcilicet,demonftratio quia non pariat icientiam perfecTisfimam , ficuti dcmonflratio potisfima , non aucein ut fimplicitcr,& abfolute non J>ariat fcicufiam. Latworum rationes contra demonftrationem propterquid tahtUtn o.. cnL^^ p t jr . Hon r'.'n ifirrttnr . ^ifM ji orini'.' 1 . Ij.^iu. mvncnttoqoic/ rofiiit AViccnnac fcntentia fic cxplicata circa dcmonflrationc quia,ciusq ; rationi# bus diflolutis,nunc uidcndum cft, quid fcnferint latini circa dcmonftratio/ ncm praptcr quid tantum. Rcfpondcnc fere omnes,eam fuiflc figmentum.d ibr mniu commentatoris, quoniam in docTrina philofophi non poteiTdari liuiufmo di dcmonnratio,quod probant,& primofic, dcmofiratio quia prartcr id, qct ad jpsa pcrtinct, prarflat et jllud ide , qd 5 Auerroc oftendit demoftratio jjf» quid D tantu,crgo malc ab co diftinguitur demoiTratio jog quid tantu a dcmoftrationc quia. confequcntia nota e,probatur antcccdcns,in demoflrationc quia a poftcrio rj ciitaus dcclarat causa clTc^at po poccft dcdararc caufam eiTe,Qifi fciatur,causi * Liber Sextus A 142 illam cffe caufam eiufdem cffcclus, fed hoc cft fcirc propter quid , ergo dcmon* fn-atioquiapraM:erid,quodadipfampertincc, prarftac cciam illud iJem , quoi ti per Auerroem oftendic dcmonftracio propccr quid tantunl. probatur allumpcu, A jlla caufa, qux per cffcdum monftratur, uel fcicur ellc- .propria dliuscffeclus, ucl non, fi fcicur, habecur intcntum, tl uero non, per lllum erTeduna noo magis una, quam alia caufa poceric iofcrri, quis cnimprohibcbk, ignoraco ignecu cUe cau fcm fumi, quin infcratur, fi fumus cft, cciam lapis ? & jta pcr effeaum nunquam dcueniemus in cognitionem caufa: decerminatar. fi igittir progredicndo aUclIc &u ad caufam, fcimus caufam illius effe&us,& fcire caulam ctfedus citlcire cius propccrquid, demonfcratio quia dabicelTc caufar, & propter quidcffecTus, qua* re dcmonftratio quia oltcndiccV quooViuumeOj&quQd IpccTAcad dcmonilfatio nem propter quid tantum, fecundo, & ulcimo, diuifio Aucrrois repugnac Ari ftotelis diuifioni, crgo falfa, confcqucntf^cxiftcncc maniftlla, probatur antecc' dcns, nam philotophus in primo Foftenorum. 30. diuidcns ipfum fcire in fcirc quod, & fcirc propcer quid, innuit duasfolum dan fpccics demonl"lracionis,aIcc wim quia^alccrampropccr quid, qua: eadcm cft cum pocisfima commcncacoris, B & hoc cx natura rei, quilibec cnim progreffus uel cft aj>'tffcc'tu,ucl acau(a,undc manifcftisfimc apparct,Aucrrois partitionc recedcrcab Anftocele,& a uericacc. Solutintur Latinorum rationes de demonjirationcpropter ' \ quid tantum \ . 3 , 53 r *•  frm ff"!*?! iWQ^fii^vcfr )" r m >">ril oTt'i •Ttwxai ftiui} no quo fumitur uera diftin&io intcr fpecies demonftratioms, non posfit oriri nifi demonftratio proptcr quid tantum, licet cx parte quarfitorum uidcatur poflc ctiam erTici dc« monftratio potisfima, ad,ercdcndum inducor, ucrba commcnti nonagefimifex B ti, & illius traclatus, qui eft dc demonftratione , cfle dcprauata , deberecp in eo t ommento dclcri di&ioncm illam, (nifi, ) ut legatur, fpecies aotem fecunda conv iequcntiar cft, ut fequatur poftcrius ex priori, hoc cft, caufatum ex caufa, & non conucrtatur res, in hac fpecic non adducitur demonftratio fimpliciter tantum>, & quar fcquuntur; ni uelimus dicere,Commecatorcm pcr demonftratiouem* fim plicitcr tantum intellcxifle dcmonftrationcm proprerquid tantum , cum folcat aliquando demonftrationcm proptcr quid tantum appeliare dcmonftrationem fmplicitcr,ut patet de illa dcmonftrationc, qua oftendicur eclipfis dc Luna pro ptcr terrarinrcrpofitioncm ; cx eius cnim doccndi mcthodonon poteftdTc de* monftratiO illa nifi dcmonftratio propter quid tantum,cum habeat principia no tanatura, nobiscp mcdiatc, & tamcnin fecundo Pofteriorum commento qua> dragefimo uocatur ab co demonftratio fimplicitcr , dc cuius rationc eft fecun/ dum Commentatorcm,ut cius pnncipia fint nota natura , & nobis immediate , C quarc pcr dcmonftrationcm fimplicitcr non potcft ibi intelligerc nifi demonftra ticncm propter quidtantum. in traclatu uerodc demonftrationc non longea fmedcbct addi(non) uerbo illi (fir, )ut legatur, tcrtia pars eft,ut fequatur poftc rius ad efle prius, & non fcquatur prius ad cffc poftenus , in hac non fit demon^ ftratio caufar, & eflcndi folum, idcft, non fic dcmonftratio potisfima, decuius ra tionc eft, ut det caufam, 6V cfle, & ita uniformis fcmper eflcc Auerroes. manifc^ ftum igitur cft ex mente Commentatoris,diftingui inter fe demonftrationcm fira pliciter, feu potisfimam , c\ demonftrationem propter quid tantum ex natura niedii, atcp-ideo ex natura rci, non autcm cx noftra cognitionc. hanc realem di fiinelioncm rcfpe&u pnncipiorum eflectiam ad mcntcm philofophi,probatur ex cms fundamcntis hunc in modumjfi dcmonftratio potisfima, 6V proptcr quid tS — tum non difTcrrent eflentialiter,fed folum accidcutaliter,ut uoluot Latini, omnia D illa gmera caufarum , quar ingrediuntur proptcr quid tantum , ingrederentur etiam potisfimam ; confequens cft talium, ergo & illud, cx quofcquitur : confc qucntia cft clansfima, nam fi aliquod caufargenus uni; & pon altcn demouftra^ tioni •V LibenrScxttigoJ ^14^ tioni accommadaretur, non folum accidenraliter,fVJ ctiam cflentialicer demon /f" ftrariones illar difhngoerentur, quod eflct contra latinorum fcntcnciam. proba* tur falfkas confequentis cx ipfomec phi!ofopho,ait cnim Arirtoteles in fccundo Pofteriorum contextu undecimo, & in fccundo Phyficorum contcxtu fcptua gefimo fccundo in demonftratione propter quid ingredi quatuor caufarum ge nera,& propcerca quartum modum dicendi pcr fe, ut quartiim,idclT, caufam ef ficientem ucram,quar a x potisfima demonftratione excluditur , ut pcr Ariftote* lem mprimo Pofteriorum contextu dccimo manilcfti greditur ex principiis natura, nobiscp primum, feu immediatc cognitis,oftendic duo quarfitajefTcjfcilicct, & propter quid cfTcclus, at dcmonftratio proptcr cjuid tantum conftans ex principiis natura.nobifqj non primum , & immcdiatc , fcd mcdiatc cognitis , oftendic folum unam quarftionem,ncmpe, propter quid efTe&us. confirmatur hocfutfupra diximus ) Anftotelis au&oritatc in fccundo Pofteriorum contcxtu odauo , ubi aHcrit , proptcr quid quarri , cognito qudd , nonnunquam ucro , & ' j I) fimul manifcfb 147 Logicarum Difput. 1 £ x dwrurru fententia nullanu ejf^j dtffercniumu inter pottsftmanu demonRrationerru , (f propter qutd tan~ tHrrucxpartai noa ftrsr, quia demonftracio proptcr qutd(uc difputacum tuic m fupenonb^s) fe Iia* '. bcc ueluci gcnus ad potisfimam , & ad eam.quar cum gcnerc aequiuoce dicicur B proptcr quid tantum,omnis emm potisftraa cft propter quid,fcd non econCra, cum dcmonftracio proptcr quid fit uniuerfalior demonftraciooe ponsftraa.dra monftratio igitur propcer quid , quando in regrdfu abquoties fit per caufam jtormalem non fecus,ac potisfima ,cuncab ea non difTcct ratione medii abfoluce fumpti,fed concurrentcnoftra cognicione, quoniamin pocisfima dcmouftracio occaufa illaformalis eftnota natura^uobifcR primum, feu immediatc , proinde oftendit huiufmodi dcmonftratio duo quaratajcfle, fciliccc,& proprer quid cfle/ £tus; in dcmonftrationc uero propter quid tantum fic di&aad diiT.vcntiam po tisfimar, quar eft ecia proptcr quid,cum omnis pocisfimaCuc diximus.) fic propcer  crTecTus; quarc non folum rationc mcdii primum,& non primum nocixiifTcrc po C  u.niant demonftratio potisfima,& propterquid.diflcrunc tamcn in alns condicionibus, quia huiufmodi cau(a proxima poteft ciTc ucl fufficiens,uel non,prarterea,primum,uel non primum nobis nora,fi.fuerit fufficiens,nobifcp prjmum nota, cx ca fit potisfima demonftrario,fi uero no (uf ficies,nobisqj no primu nota,cx ea oritur dcmoftratio proptcr qd tatu,ut patct per ca,quac diximus,& in fepcirao, _ D & in prarfcnti capitc paulo 145* Logicarum Difput. ^ Ex aliorum fentcntia refcUttur ca dtjferentia 3 qm fumitwr k 5>UU0 mcdio nobisfriwum , uel non frimum wto, . ti .L-iur! : vjyiui iuh**p Wiirororrc^Tr i p otyisb rr ! jiloqq > ni om ER A T altcra ditTcrentia inter potisfirtiam dcmonftrationem ,* cV proptcr quid tantum, pot»sfimam,fci|icet,mcdium habcrc nobis primo nocum,noa «x cffcclu jnucntum, proptcr Cjuid ucro tantum habcrc mcdium non primo no bis noram,fed ex effe&u notiorc declaratum , ut autcm buiufmodi diiTcrcntiam ii demonftrationjs natura alicnam c(Tc olTendant,hunc in modum aducrfus cam argumentantur . Harc diffcrentia non eft fumpta cx conditionibus principioru) .demoftrationis ab Ariftotclc adductis,crgo a natura dcmonflrationis non deri uatur^proindc fpccics uariarc no poccfl; confcquentia cft clara,affumptum pro* B patur, principia dcroonlTrationis uocataeab Auerroiftis proptcr quidtantum ablquc dubio uera funt,funt ctiam prima,fcu immcdiata, quia nil aliud cft, pria cipia cflc immcdiata,quam nullum dari mcdium intcr maiorcm cxtremitatem, cV tcrminum mcdium dc fcntentia philofophi in capitc dccimo primi libri Po (tcriorunvhabct huiufmodi dcmoniTratio principia priora, & caufas condufio pis,cum in ca progreffus fiat a x caufa ad effecTum; habct ctiam illa notiora natus ra,& nobis,natura quidem , quoniam omnis caufa cft notior erTecTu fccundum riaturam; nobis ucro,quoniam omnis demonlTratio fitpropter noftram cogni tioncm, quarca notionbus nobis progrcditur ; fin minus, cfl prorfus inucilis ; quod dc ca non cfl diccnduro,crgo eiu$ principia & patura,ctC nobis notiora co clufione clTc oportcc» dcmum, principia demonflrationis proptcr quid funt dc omni, funt per fe,& funt quatenus ipfum, omncs igitur conditiones habct, & in nulla difcrcpat a potisfima,ergo difTcrcntia harc cx natura demonftrationis non C accipitur,proindc ipfi dcmonltrationi accidentaria elT. rc ucra ca diffcrcntia in nobis tantum cft,non ipfademonftrationis natura , quandoquidem nobis con/ tingit,ut caufam primum notam habeamus,cVut non primum notam cx cffe&a notiorc inucniamus.fcd ad ipfam demonftrationis naturam id minimc pertinct, bincfactum clT,ut Ariftotclcs idnunquam confideraueric,dumodo.n.principia fint nota natura, & nobis,quse conditio communis clT omnibus demonftrationi bus a priori,& a caufa proxima,nil refert an nobis primum nota fuerint,an inue ta per aliud;propterca illud eileciale dcmoftrationi cfle dicicur,hoc ucro accidc tanu,qct naturS demoftrationis uariarc no poteft» Prartcrca.fi ca fececia admicta tur,feq:ur,huic homini eandc demonftratione cfle potisfima, altcri autc homini c(Tc proptcr quid tantum,quod abfurdum cft. confequcntia probatur,nam con ccdit Auerroes in commentariis. 1 8z.& 183. primi libri Poftcriorum , aliquas P cffe rerum caufas fenfiles, cx quibus apud cum fic potisfima demonftratio, quo* piam primo notar occurrunt, nec inueniuntur per aliud ; quoniam igicur ctiam C ffc&us aliquis a tali caufa producTus fcofibilis cfTc potcft , idco fi contingat ab Liber Sextus lyo aliquo prius caufam fcntiri, qua m effeaum, & ex ca illum cfleaum dcmonftrari, demonftracio rcfpc^u illius potisfima crit, nocificabie cnim, cV qudd cffcaus fiej & cur fit; ut fi quis nullam habcns folaris eclipfis cognicionem, uideae Lunam in A tcrpofitam inccr folcm, # nos, ftacim pcr caufam cognofccc cclipfim ficri, qua ancea nunquam cognoucrat; fi uero alius,qui prius cam cclipfim noueric fme cognitionc caufar, ucniat poftca in cius caufar cognitioncm , pcr cam cognofcct propcer quid fiat cclipfis, fed non qudd fic; cadem igicur dcmonftracio huic erit propccr quid,quar alcch pocisfima fuic; nullamcjj in f? ipfa mutationc paffa fiec di ucrfarum fpccicrum refpeau diucrforum homjnum; quod fi abfurdum eir,uc ccr cc cft abfurdisfimum , dubicaodum minimc cft , hanc diffcrcnnam e nacura dc fnonftrationis fumpcam non cffc, fcd accidcns cffe ipfi demonftracioni , cV accv denf quidcm feparabile,cum uni,cV cidcm mcdio concingac, ut fic primo nocum alicui,& alccn non primo notum refpcau ciufdcm cffecius» Rationibusfufcriori capitc adduilis rc/pondctur. B 1 1 «1 IAMad probacioncm aucem dicimus, falfum cffc demonftrationcm proptcr quid tan tum fcmper haberc principia immcdiaca, cum progrcdiatur aliquaudo pcr cau fam caufacam, uc uiderc cft de cclipfi Lunar , dc cius luminis accrccione,& hu* iufmodi,qux funt demonftraciones propccr quid , & camen progrediuncur pcr caufam caufacam,ideft,pcr mcdium caufatum,& propccrea pcr pnncipia cau faca , idcm cnim cft principium demonftracioms , & dtmonftrationis medium» demonftratio uero potisfima fempcr debct haberc mcdium non caulacum , feu principium immcdiatum, quarc principia effc immcdiata, non euVuc dicunc ipfi) oullum dari medium incer maiorcm excrcmitacem , & cerminum medium , fed C Ctiam nullum dari mcdium inccr minorem,cxcremicatcm,& mcdium cerminum, alioquin pro mcdio cffec fumpca caufa caufaca concra naturam potisfimar demo ftrationis. Practcrca, falfum eft, dcmonftrationcm propter quid cantum habcre principia noca nobis co modo, quo habec demonftratio potisfima,quar eft ctiam proptcrquid, fcd proptcr quid pcrfeaa,nam dcmonftracio potisfinn habet prin cipianotanobis immediacc, idcft, ablquc ulla demonftracione, (olocp fcnfus bc fieficio, demonflracio ucro propccr qoid cancum fdico proptcr quid tantum ad differenti3 demoftraeionis ppquid perfcaar,& potisfimar^habet prjcipia nota no pis mediaec, ideft, medianccdemonftracionc quia, cVa pofteriori. quar quidem differcncia, licec in nobis cautum effe uideacur, multum tamcn facic ad dcmon^ ftracionis naturam, nam cffc principia nobis nota immediacc denotac principia D demonftrationis effc indemonftrabilia , quarconditio percinct ad pocisfimar de* fnonftrationis nacuram; cffc ucro principia nobis noca mcdwcc indicac principia i ry r Logicarum Difput. cjemonftracionis efle demonftrabiha , qua? conditio recedit abi eiufdem potisfi/ ^ mardcmonftrationis natura, fcd non recedit a natura demonftrationis propter quid tantum. Clareitaquc patct,hanc difTerentiam non efie quid dcmonftratio ni accidentarium, cum cius naturam uariarc posfic,fatiscp ab Ariftocele fuiilc ca fideracam, cum in Logucsc difciplinar, & philofophiae libr.s farpc dicac ipie, prinx cipia fcnfu, & uia innata nobis fieri mamfefta; uana igitur eiTec demonitrationift natura ablque cognicionc noltra. Demum falfum eft, principia onrojcuiusquc ^enrionftrationis propter quid eilc quatcnus ipfum, quando cnimfciufa, & cauia tutn hcc pa&o funt difpofita , ut caufam fequatur caufatum, non auceme con* tra r ficuti,exempli gracia, ignem fequirur illuminatio, & calor, fed non e con» *urrfo,in bis non polTe fieri demoQftrarionem poti^fmram , quamuis cilc cauiae: fuenc notum, non autcm eflc erTedus, manifclt im eft,cum potisfima demoaftra tio poftulettcrminos parcs,& tamen imliisfic demonftcado a caufi. proxima, & propterca propter quid, quar non hibec quacenus ipfum , ergo dacur aliq '1! monftrationi requificas. quo ad alceram racionem, qua dicunc, fi ea fencentia ad mittatur, fequetur huic hominj eandemdempnftra^ionem elTe pocisfinnm, altc ri autem efle propter quid tantom ncgatbr corrfcquentia,ad probationem dici' mus, falfum efle in caufis & caufatis fenfibilibus ut aliquis prius fentiat caufam , 'quim cfTeclum, & hunc cognofcat fine caufa? cognition^quomodo enim potcft quifpiam(fi fequamurcorum excmplum) fentirefolis eclipfim,& non fentirc Lu nam , quarillius eclipfis.caufa cft,- mccrponi jncerfolem, & nos ? fimul abfqucut )o dubioutrunqucfcntit, ac cognofcic. hinc optimephilofophus in fecundo Po fteriorum contextu primo fecus fmcm dixit, (fi uero cflemusfupcr Lunam, noa utique quxrcrcmus, ncquc fi iit, uidcliccc, eclipfis Lunar, ncquc propter quid fic, fed fimul manifcftum eftct utrunquc. ) quia tunc utrunquc eflec.iailile; fruftra ita quc cft racio, ubi fuperabundac fcufus; quar enim ienfus comprcheufionc cognita C iunc ommdcmonftracioneeuidentiorcm habcnc perfuafionem. O Lil . mu.L^ui /ijuoirrmj & . m^isiitrmixi rnnoism r>5:.i frimtafninL rn"ds(T tvui mtut fr> cnqyjdttUtr,?. : tr • i.i \: aorrob mcri.t :• : oiup r»:noiri tn\ JLfDp ii3qoi quicur dc dcmonftratione a caufa rcmota , hanc cnim tali cxcmplo dcdarac, Ci quarratur propcer quid paries no rcfpirat,&rcfp6dcatur,quia no eft animal,tali$, coftruetur dcmoftratio,omne rcfpirans eft animal,paries n6 c aimal.ergo parics no rcfpirat,quar quide no demoftrat proptcr quid,cu proxima caufa addu&a no fit,fcd(olu qudd; in hocexeplo Anftotchs ccrcu cft,cxiftentia rci quarficar nocS efse ante illam demonftrationem,&antequam quarratur proptcr quid parics no rcfpirct,quis.n.cft,qui ignorct parictem non rcfpirare ? imo Ariftotclcs talc pro blema addacit tanquam notum quo ad quarftionem an fit,iaquit enim ( fi quavD ratur propter quid oon rcfpirat pariesj, at ccrtum cft non quarri proptcr quid cft oifi qutado notum cft quddfic , ut ait Ariftotclcs in fecundo libro poftcno ij) Logicarum Difput. £ rum contextu primo, cV trigcfimo nono fccundum Aucrrcis partitiiincm,nuny quam emm qurrimus proptcr quid ahqua res fic,nifi prius conlbcuamus notum eflc qudd fit; attamcn facTa dcmonftratione, dicit Arifroteles-per eam notificari qudd cft, non propter quid clt, auafi dicat : quarficum eft propter quid non rea fpirat parics, hrc autem demonfrratio qurfboni non fatisfecit, fed folumdecla rauic qudd fic, parictcm, fciliccr, non rcfpirarc. fi itaquefcntcntia Aucrrois ad» mittcrctur, lalfum diccret Anftorelcs.quoniam cnim ante demonfcrationem no tum crac paneccm non refpirare, demonftratio illa non declarar quod, quareni )nl notificat; ccrte rcs hrc nimis clara cfl,ncc alia rationc Arifcoceles dcfcndi po tcft, nifi diccndo,ipfam dcmonftrationis uim, & nacuram fpc&andam eflc, quan* do quid per eam oftcndatur infpicerc uolumus; fiquidem illa demondrationc cx propria cius natura oftcnditur, parietcm non rcfpirare, quamuis cnim nocum id tuerit omnibus hommibus, pcr hoc tamcn ipfa uis dcmonftrationis minime tol h |itur,fcd frmpcr talis feruatur, ut notificet rcm eflc, fed non cur fic. crcerum ad j lcnicrcm huius dogmacis confucacioncm oftcndunt cx Ariftotelc in crigefima rona parcicula fccundi libri Poftcriorum non modo nacuram demonftracionis fpcdando, uerum ctiam nosipfos deraonftrantes inlpiciendo, omnem demon^ Orationcm notificantem propter quid eft, nofincarceciam quod cfr, nobifqj tra dcrcnouam utriufquc cognitionem, quam antedemonftrationem non habebap fnus; nam philofophus loco citato reddens rationem cur illc,qui rcm clfccogno fcicfinc cognitionc caufr, non cognofcat quid rafit,hanc racionem adducit, quianequc rcm illamefle cognofcic, mfilcuiter, & ex accidcnci: cum enim res ita cognofci dcbcat, uti eft, uc aucem fit habeac a fua caufa, fequitur tunc uere cognofci eam ctTe, quando pcr caufam, propccr quam cft , cognofcicur ; non eft autcm rcpugnantu m ucrbis ArilTotelis,ut forcasfis clTc uiderur.cum dicat prius rem cognoia qudd fit, pofcca hoc idcmneget; nam fignificac duphcicer cogno fci rcm cflc, uno quidcm modo lcuicer, & confufe, & abfque cognitionc caufr , altcro modo pcrfccTc, rics; quarc fi ad hoc quarfitum rcfpondens dixent, quia non cfl animal, hoc pa» cto m tccunda figura fyllogifmum conticicndo,omnc rcfpirans cflanimal^paries oon cftanimal, crgo parics non rcfpirat, dctnontTratio non ciT:c propccr quic^ Liber Sextus fedquod; noo cfletpropter quid,etcnim (ut inquit Ariftotcles ) non dicitur ^ caula,non ut in tali iyllcgifmo non fit acccpta caufa j quia rc ucra cft (yllo gifmus a priori , & a caufa, fcd quoniam caufa remota , qux cius lyllogiU mi mcdium eft.comparata proximar habctur pro non caufa.ElTet cx alccra par tc qudd,non co modo,quo dicunt ipfi, quia, fcilicct,notificac qudd,nempe,parie tcm non refpirare.quomam hoc,cum omnibus raanifeftum fit, non poceft ab ca ootum ficri,licct rationc formarfyllogiflicx infcratur; fcd uccx hoc denotetur eius impcrfc&io.ficuti enim ratio a poftcriori coparata rationi a priori dicitur im pfe&a , ica demonftratio a x caufa remota comparata demonftracioni a caufa proxima eft imperfecla,& hac dc caufa (ut diximus ) nuncupatur demonftratio cjudd, fcu quia. adidautcm, quoddicunt, fi fetctia Aucrrois admitteretur, fal/ fum diccret Ariftotcles,quoniam demonftratio illa non declarando qudd,quia notum crat,nihil notificarer, negatur hoc,nocum .n. redditquod priusa s quat rentibus ignorabatur, uidehcct , non efle animal eflficcre ut parics non refpirct , qunmuis nOn fit uera caufa,& uerum propter quid; fatiffecit itaquc illa demon ftratio propofita* quarftioni quantum licuit, quia oftcndit caufam ad quarfitum, quarcunque tlla fuerit.Nec obftac huic noftrar rcfponfionidi&um phtlofophi,ut dclicet,m his non propter quid,fed ipfius quia dcmonftrationcm eiTc, quoniam philofophus non uult dicere, demoftrationem illam non elTcpropter quid, quia nullam caufam notificac, uerum quia non habet caufam proximam, fed remoa cam, quamobrcm mcrctur potius ( ut fupra diximus ) nomen demonftrationis 3uia, quam ipfius propter quid; proinde,mco quidcm iudicio , non infpiciendo emonftrationisnaturam,Ariftoteles dcfcdi potcft.Harc oia.qua? hucufquea no bis diclafut,poflut inferuirc etia refpofioni ad ca,quarfubfcquucur, nepe,( carteru ad plcniore huius dogmatis c6rutationc,&c. ) cu itaquc dctur demoftracio pro pter cjd tatu ut aha demoftrationis fpccies a potisfitm cfletialiter diftincla/irma remanet ca dcmoftrationis diuifio, qua Aucrroes ex mctc philofophi in pnmo Poftcrioru capitc dccimo facit, qux huc \ modu fc habet,ois demoltratio aligd notu facies, eflentiale progrcilu habct ucl a caufa ad efTcc"hj,uel ab effc&u ad cau fam,fi a x caufa,aut proxima.aut rcmota,a x caufa proxima ht demoftratio propter cjuid comunis ad potisGma,& proptcr quid cancum.fi.n. fut clTcntiahs progrek fus a caufa proxima nobis immcdiate cognita, efficitur una fpccics demonitra* tionis, quar dicitur potisfima, fi uero fiat a caufa proxima nobis mediatc cogni ta,uidchcct, mcdiantc demonftrationequia, orituralcera fpecics, quar ab Auer* roe appcllatur proptcr quid.fcu caufar tatu ; ac fi eflcntialis progrcflus fiat ucl i caufa rcmota,ucl ab effe£tu,tcrtla efTicitur fpccies,quar ab omnibus uocatur dc moftratio uelqudd.uel quia.no folu igitur ex partc medii,fcd etia rationc quar fitoru daturCut declarauimus)crcs dcmonftrationis fpccies, quare firma nbn rc manct ca demonftrationis diuifio, qua ipfi feccrunt.ncc argumetu ex Auerroe fumptu (nifi fallimur ) ab eis difloluitur , ciim probauerimus dari difcrimen in» Ccr dcmonftrationem potisfimam , & propter quid tantum in principiorum conditionibus , ac pofle dcmonftrari propccr quid finc dcmonftratione ipfiui X t iy7 Logicarum Difput, quod . fed aliquis de hac diuifionc forfiean nobis obiicerct, ut in ca pofuerimui quodaduerfarii facilcnegarc pofscnt, dari, fcdicec, demonilracionem propcer quid communem ad pocisfimam,& proptcrquid tantum , qua propccr id pro# barc ipfiusmet pbilofophi auftoritatc dccreuimus. Nam in primo Pofi contex tu decimo Ariftotclcs fele&ionem facicns corum modorum diccndi pcr fe, qui eam dcmonflrationem ingrediuutur,quam ipfc fimplicitcr uocat,alh ucro po» tisfimam,dcterminat,eos duntaxat huiufmodi demonftrationem ingredi.qui nc Xum caufa*,& caufati ncceflarium habent; hi funt primus, # fecundus, quarcus vcro ut quartus minime, quamuis cnim ipfc quoquc prardiclar dcmonftrationi adhibeatur,non (ecundum fuum totum ambitum, idcfi,non ut quartus ci adhi* betur,fcd quatenus concurrit cum primo,& fccundo,quod cucnit quando cau» fa efficicns cft cffeflui anncxa, in ciufcp dcilnitionc ponitur, at quando cft ab eflc du difiun«5ta,in ciusq; dcfinitioncminimccollocatur,non potcft huius caufar ge nus prjrdiftar dcmonflrationi accommodarj. in fccundo autcm Pofteriorum c«5 tcxtu undecimo.cV in fccundo Fhyficorum contcxtu fcptuagcfimo fccundo a£ ferit,quatuor gcncra caufarum mcdium cfsc in dcmonftrationc a priori, feu pro ptcr quid,cV propterea quartum modum fccundum fuum totum ambitum in ea fibilocum ucndicarc. quamobrcm uidcturphilofophus locis citatis innuc/ re,difTcrentiam e(Tc rationc mcdii, atcp idco «flentialcm intcr cas dcmonftratio» ncs propter quid,quaru una fimplickcr.fcu potisfima , altcra ucro propter quij tancum appcllatur.cum itaque huiufmodi dcmooftrationes ita intcr fe ditifcriic, vt una,uidclicct,propter quid tantum,altcra,nimirum.potisfimadTe non posfic, ad crcdendum inducor.ut etiamcx mcotc philofophi dctur demonftracio co« munisad potisfiroam,cV proptcr quid tantum Dixi,ctiam cx mcnte philofophi, quia cx ca caufarum,&caufatorum difpofitionc.de qua in capitc feptimo ad mc tem commentatoris copiofc locuti iumus , & prarcipuc cx ultimo mcmbro id manifcflisfimum apparet» Ex aliorunu fintentia aufloritatenu illanu pbillofophi in ■ Jecundo ^PoRcriorunu iibro contextu oclauo fecundunu ueterem Jeclionem ai Juerroiflu non in telltgi,cife[\ aduerfartde claratur* I li /. -• . Erv A T pro Aucrroiftis locus illc pulchcrrimm philofophi in trigcfiau nona particula fccundi libri Poflcriarum , cuius harc funt uerba, ( ficuci cnim propter quid qua-rimus , habentes quia eft , aliquando autem  monftrationis autcm natura non in quarftionc prarccdentc, (ed in iis, quar nocifi caotur, conftituta eft , & abhis appellationcm fumcrc debct, non a prarcedenti* bus quarftionibus, quar a fola animi noftri accidentaria afTeftionc pcndcnt , quo* niam aliquando Icuicer, & ex accidenti cognofcimus qudd eft , aliquando id pc nitus ignoramus, ob id alio, & alio modo quarftioncm proponimus; attamcn uc D cumquenos quarramus, cadcmfempcr fcruaturuis notificatiua demonftratio» nis.Patct igitur locum illum Ariftotclis in fecundo Poftcriorum libro ab Aucr roifris non intclligi, & cis caufam crroris fuifle, Ariftotclcm in illis tribus di&is confidcrare cas quarfciones etiatu ut dcmonfcracionem prarcedences, non folu u t I  $60 pcr Jcmonftrationem notificatas; carum cnim ut prarcedcntium difTcrcntia nul a lumdifcrimen facic in qua-fitis , qua: funt dcmonftrationis finis , ncquc diucrfas dcnonftrationis fpecies conflituit; fcd quando Arifloteles flatim in fcqucntibus ueibis qua-fita illa non amplius ut prarccdcntia, fcd folum ut pcr demonftratio/ ncn notificaca confidcrat , duas tantum demonftrationisfpccies ponic rationc qcarfitorum notificacorum diflin&as, dicit cnim duobus modis cognofci rcm cf Tc auc per accidens, aucpcr caufam ,duas dcmonftrationis fpccics fignificans , cjm coim omnis demonftratio aliquid cflc oftcndat, alia id facic per caufam, alia fiiccraditionccaufa:, Addunc aliud argumentum aduerfus Auerroem f uc ipfi dicunc) efTicacisfimum, nam Ariftotcles ibi doccc , per cam demonftrationcm , quar rcm efTc oftendic non pcr fuam caufam, minime cognofci quid cfl , fcd pcr cam cancummodo, quar rem efTe demonftrac per fuam caufara; boc pofico,argu *> mentantur hunc in modum , fola dcmonftratio oftcndcns rcm elTe pcr caufam Yuam eft illa,quar declarat quid cft, quo fic uc omnis dcmoftratio declarans quid cft oftendat rcm cfleper fuam caufam, hoc cnim aflenc eo in loco mamfefte Ari ftotcles; acqui demonftratio,quam uocanc propccr quid tancum,fcu caufa: caiufi, dcclarac quid eft,ut Auerrocs fatecurin crigefimo nono, & quadragefimo com mcncariis fccundi libfi Pofteriorum , harc igitur dcclarat rcm clTcpcr caufam fuam, declarat igitur rcm cfle, quod Aucrroifbc ncganc, Impugnantur ea,qu*in fuperiori capite dtttafunt. . A DmifTa uerborum Ariftocclis in crigefima nona particula fccundi Iibri Po p -^^fteriorum intcrprctatione, quam eis dat inftantia,non potcft autioncas illa philofophi aduerfariorum fcntentia: non ofTicere,quoniam fi ea, qua: quarruntur, luc ratione qujcruntur.ut (fi fieri posfitj fciantur , interdumqj per Ariftocdrm cognofccntibus qudd licct qua:rcrc proptcrquid, deneccsfitace fcquicur, dari ahquam demonftrationem , per quam folum proptcr quid manifcrtum fiar,nan\ fi tam m qua:ftionc proptcr quid, quam in quarftionc an fic , poft fatiam demona ftrationem notum redderetur utrunquc quarfitum > qudd ,fciliccc, & proptcr cjuid, non rcdV dixilTcc philofophus in particula illa tngcfima nona fccuud; Po* 'neriorum, aliquando auccm , 6V fimul mamfefta fiunt, quia fcmpcr, non aliquaci do id cueniret , fi, dum quxnmus folum propter quid habcrites quod,mox,facla dcmonftratione,redderccur nocuni & propter quid , & qudd;fed caufa huius cr roris fuit , cxiftimare, nos femper, dum unum quarrimus , duo inucnirc, nam li^ cct hoc didum locum habeac in quarftione an fic quando illam cognofcimus a x priori per fuam caufam proximam » quia tunc ,dum quarrimus an fit, ignora^ mus utranquc quacftionem , locum camen non babec nec in eadcm qua:ltionc O ^uandoillam cognofcimus apofteriori » &fccundum accidcns » tunc cnim X }6i Logicarum Difput. A per Ariftotelem in illo o&auo contextu fcimus rem eflc, & quod , ignonntes quid, & propter quid; rcc locum habec in quarftione proptcr quid , quoniam id in ca inuenire non poiTumus, quod non quarrebamus, uidclicec, ipfum quoJeft, quia illud ante qua-flionem ipfius propter quid fcicbamus,immo ignoraco qjdd non poteft quarri propter quid. Ncc obftat, Ariftotelem dicere, ipfum quod ef fefcuum fccundum accidens, quia loquicur comparatiue, id cnim ucrum eftin comparationem ipfius propter quid, nam fcire pcr pofterius in comparationrm jpfius icirepcr prius babcturpro ipfo fcirc fecundum accidcns; ueritati autcm non conucnit, fi fcirc qudd fc cundum fc confideretur,etcnim fcire non fuiflet ab Anftotclc rcfte diuilum in primo Pofteriorura libro contcxtu trigefimo, fi fcU re qucd finc caufa* cognitionc ut patet de animali rationah,quod dicimus cfle nfibilicatis caufa «fficiecc nu ucra, oa (ub qualibei teporis dirteretia, poftta aoiraali ronali,ponitur rifibilitas,*} ab ajW caufa produ, D ci no potc(t;&h,oc cfficics 06 mru illud e,quod Coincidit cu forma. quando igi tur dicimus, mediu non potTe collocari tuti in gcnccc cau(a?ctfteie3tW}'A finaliSi pcr caufam cfficicntem intclligimus emcicnte non ucr.l cjuacenus, fcihcet^cauta?, cfficicnu accidit, utfit fcmpcr WtfcftuianacjBa, tuoxpctoim i«^»t ^ ?"* * bbrnAr-  I 16*4 tiatura,qux eft non fcmpcr efTc&um fuum comitari. cum itaquc determinatum A fit a v nobis, pet rationem primi extrcmi non polTe ab Ariftotele intclligi nifi caufalem dcfmitionem,qua: exphcat propterquid eiufdem primi extrcmi,iiv conucnicnsqj non fit,ut idcmelTc posfit propter quid pasfionis demonftrandar, & quid fubiecli , iure optimo m hacdifputationc quarcndum exiftimauimus, utrummedium, quodeft ex mcntepbilofophi ratio,idcft, caulalis defimtio pafo fionis dcmonftranda», fit fcmperin demonftratione potisfima definitio quidita tiua fubiccli. per demonftrationem potisfimam quid intclligi dcbeat , fatis, fu^ perc£ oxplicatum fuit a nobis in prarcedcntc libro» per mcdium intclllgi debct medium rci,qudd eftcaufa.a qua pasfio dcmonftranda habet ut fir, & confcruc tur; ex quo fit,ut ab huiufmodi mcdio rei,quod cmanarc dicitur £ matcria nc/ cciTaria necesfitatc Gmplicitcr,circa quam uerfatur dcmonftratio potisfima.ne/ ccftaria colligatur conclufto,nam dc medio confcquentiar, leu lllationis.quod di B cimus clTc,quando cx concesfis quibufdam conclufio dc nccefitatefequitur, in prarfcntia neucrbum quidcro,cum illud proucniatex parte formar ipfius dc» monftrationis , qua? fyllogifmus eft , de quo pnmo in ordine ad dcmonftrario= nero ucrba facit plulofophus in hbris priorum.lccundo autem loco ut commu/ niscftad oranem matenam. dcclaratis tcrminis propositx difputationis , quid dc ca alufcntiant prius cxarainarc decreuimus» sAliornm Opinio. PLcriquc ncgatiuam partcm fuftinentes huncin modum argumentantur,cauC &, ptopter quam unumquodque accidcns eft,debet clTe medium , quo illud dcmonftratione potisfima demonftretur, at multa accidentia funt,quorum cau fa- non funt corum fubiecTorum forma?,fcd alia accidentia, crgo multa acciden/ tia funt, qua* per alia accidentia , non autem per eorum fubiedorum dcfmitio/ ncs demonftrantur potisfima demonftrationejabfurdum igitur eft dicere,in om nideraonftrationepotisfimaprimi cxtremi rationem fempcretfequidiratiuam fubiccTi dcfinitionem. maior propofitio clara cft ex definitione ipfius fcire fim/ pliciter, minor fatis,furjercp declarari potcft & Ariftotehs, & Auerrois teftimo nio,na philofophus in primo Pofteriorum contextu tngefimo dcmonftrat au* gmcntum luminis in Luna per cius fphacrjcam figuram , in fccando ucro libro contextu o&auo , cV uigefimo quin&o oftcndit Echpfim de Luna per terrse interpofitionem, tonitrum dc nubcper ignis extin&ionem, foliorumcp tiuxum dearboribus perhumoris congelationeni,in quibus demonftrationibus mediu eft ratio primi extrcmi ,fubiecli autem quiditatiua definitio minime . Verura re ullus amplius cauilladi locus relinquatur , eas dcmonftrarioncs efle potiln> D tnashac ratione probarc nituntur , illa demonftratio eft appellanda potisfima , V Y 2 it j Logicarum Difput. A c\ux pcrfc&am rci fcicnciam nobis tra fueuifle uocare demonftrationem propter quid non potisfimam, ficuci eft illa de Luna: dcfcclu propter terra? intcrpofitionem, fub nomine demonftrationis fim= plicitcr, ut facit in citato commento quadragcfimo fecundi Poftcriorum , non autem fub nominc dcmonftrationis potisfimar, licct apud Ariftotelem fimplici ter, & potisfimc idcm fignificent, nec re uera aflcrere poceft Auerroes, demom- ftrationem illam de Lunar defe&u proptcr tcrrar interpofttionem efle potisfima , proptercaqudd fuis aduerfaretur principiis, nam pro comperco habet, pnnci/ pia potisfimar dcmonflrationis dcberc efie nota natura, & nobis; natura , quate^ rus caifa- funt,nobis ucro non mediate, uidclicet,per dcmonflrationem quia,fed B immcdiarc,auxilio ipfius fenfus. cum igiturterra? interpofuio nobis infra Luna exiftcnnbus bcncfic io fcnfus nota cfle non posfit,quia oculis noftris penitus 00 culta cft, clare patct, demonftrationem illam de Lunar d. fcdto propter terra? in* terpofitioncm non pofleex Auerrois fententia dici potisfmam fed propcer quiJ tantum. pro inttllii»entia rcfponfionis ad fccundam ciufdem Auerrois auctori/ tatcm in quarto Phylicorum commcnto trigcfimo primo, aducrtendum cft, ali quid poflc cfle caufam propriorum accidentium duobus modis, ucl exiftendi, & infercndi fmul,uel folum infercndi.caufa exiftendi,& inferendi fimul non poteft cfle ex eius principiis nifi forma fubiedi, cum per eundem Aucrroem id , quod dat cfle fpcciei, det etiam confequentia ad ipfam cfle, quar funt illms fpeciei pro-* prictates; caufa ucro infcrendi folutn eflc potcft aliud accidens propnum ; nam fi de cius fentetia unum accidcns proprium alicuius fubiedi daret elTe alceri pro prio accidenti ciufdcm fubiccli, efletmedium ad illud alcerum accidens propnu l potisfima dcmonftratione oftendendum, ergo in maiori propofitione accidcas de accidente prardicarctur prardicatione fubftantiali.cum maior per eos in omni potisfima demonftratione uel per caulas externas,ucl per caufas internas dcbeat clTe per fc; fed ex mcnte Commcntatoris in fecundo Pcftcriorum commento tri gcfimo oOauo fub initium confequcns eft falfum, cumibtdicat Auerrocs fquo jiiam prardicatio dehnitionis de definitionc non cft fubftantial»s,qucmadrnodum jncxiftcntia propnorum fibi inuicem non eft prardicacio fubftanciali >, ) ergo fal fum cft antccedens , ut, fcilicet, unum accidcns proprium fit caula exiftcn Ji ali/ cuius alterius proprii accidentis ciufdem fubiecu» hac pofita animaduerlione,di cimus , Auerroem, quando ait in lllo trigefimo primo commento quarri Phyfi corum, (fcdnon omnc id, pcr quod redditur caufa aecidentium fubiecli, eft defi nitio ipfius, ) per caufam mtclligcre caufam infercndi folum, & ita optime loqui tur, quia non id omne, pcr quod redditur caufa illationis accidcntium proprio rum alicuius fi.biccti,cft eiufdemfubie&i definkio,at ex eius fcntentia utiquefubie cli dttmitio cft id omne, per quod rcddicur accidentium propriorum caufa exi flendi , & infcrcndi fimul. quarc parum cum ucritate uideptur conucnire quar Liber Septimus 168 afleruot de Commenfatorc, efle , fcilicet , ex cius fenteutia aliqoorum acciden* A tium caufas in potisfima demonftrationealia accidentia, cum fccundo Pofterio rum Jibro commcntario illo trigcfimo oaauoafWr, prardicationem proprii dc propr.o non efle fubrtantialem, finc qua fubfhnciali prard.cacione non poceft tfc pocasl.ma dcmonrtratio Demum ad al.as duas eiufdcm Commentatons au flor.tates, & pra-cipuead illam in quinquagefimo fexto commentario pr.mi Po Jtcxiorum rcfpondemus, Auerroem per demonrtrationes celebracas non incelli, gere tancummodo potisfimas, led omncs demonfrrationes d priori in compara, nooem dcmonarationum i porteriori, quar potius fyllog.im., quam demonftra lioncs Duncupan folcbant ; intcr quas demonitratioues i pnori ut in (uperiorc Iibro oiknfum fuit , contincntur demonflrat.ones propccr qui J potisfimx & proptcr quid non pocisfima- quamobrem optime d.xit, magnam partcm demo rat.onum celebratarura, ideft, a priori eifc per accidentia eUcntialia, incellizen B dopcrmagnampartcm cclcbratarum dcmonftrationum omnes illas , quxfunt proptcr qu.d non pot.sfimz, racionc uero pocisfimarum, quar funt inter al.as dc loonltrat.oncs tanquam aurum purum incer mincralia,& adamas inter gcmmas loedium cx fentent.a Commcntacoris,atcp ctiam ipfius ph.lofophi non potcft ul Jo paflo clTeaccidcns,aIioc,uindicendume(Tet,grauisfimum Commcntatorem tu.fle inconitant.sfimum in huiufmodi fpeculatione, & ab Ariftotelc loneisfime dccliDare. Quod fpedat ad propriam eorum opinionem , fi animaduemlfenc illa duo Anftotelis tundamenta,fuper quibus collocata ert huius difputationis parj aH.rmatiua non tam facile pronunciaiTent, fentcntia Commcntatoris eflc ex me te pnilofophi , ut raro medium iu potisfima demonftrationc fic etiam caufa & ^uiditatiuaminoriscxtremitatis dcf.nitio, cum cx illis fundamcntis oppoficum colligatur, quod luce clarius apparebit, quando inferius dc opinione noftra ucr ba faciemus ubi alTcrimus et.am nos, medium cfle pasfionis demonftranda: cau C fam pcr fc, fub.caiuero per accidcos,oon tamcn eo modo.quodicunt ipfi uc fcilicct,ci raroadueniat,cuminpotisfimadcmonltrac.onecaufa, & propter quidpasfionis fitfcmper^ ucibiprobabimus) quiditatiua fubicdi defuntio -fed quia non confideratur ut caufa, & quiditatiua (ubicdi dchuitio. Ex diorum fenfentia tjuxdam cognitu maxime dtgna pro- fonmtur , qutbut deflrmtur fundamehtum obtecl/o- rits tnfupertori capite a nobis aliau tduerfus tbi commemoratas demonftrattones. lu^foU *V .1 /// tf^f^ ' ,\; Vndaimcntum, quodoosfupcriori capiiemouebati ut crederemus, demon, itracioncsabi comraemoracasnon efle potisfimasi fuit (quemadmodum co ^ lulocodijunuw^contcwutquwaas priifflibbhpo^ utautem huiuf. \ \6oronis cnim dcmonftratio proptcr quid cft dcmonftratio primi gradus. Confutantur firc ornnia, qu* injuperioric^itc dicla (unt* MNES unanimitcr conccdunt, unamquamque potisfimam demonftra* ^-^tioncm cflc dcmonftrationcm proptcr quid, e contra ucro non ita apud B omncs conftaf,ut cis uidetur cffe manifcftum,nam fupcrius (quantum pcr nos U cuit) oftendimus,demonftrationes de accrctionc luminis in Luna,dceius defe» clu,dc tonitruo in nube,dc foliorum cafu,& his fimilibus,non elTc potisfimas, dfc tamen uocantur propter quid,ergodancur dcmonftrationes propcer quid,qua: ex do&rina philofophi non pofTunt efle potisfimayion cnim quarlibct dcmonftra tio proptcr quid perfcclisfimam rei fcicntiam tradit , fcd folum illa,qua! racit uu iciatur pcr caufam non caufatam; ncc admodum cx ea partecucum uidctur cflc quod dicunt,omnero,fcilicet,demonftrationem proptcr quid cfle potisfimam, co quia in dcfinitioncm conuertatur,propterea qudd dcmonftr atio dc lunac dfc fcclu per folam terra; intcrpofitione non cft potisfima, ut probatum fuit in quac to libro,& tamen in definitioncm conucrtitur. Adillud uero,quo x d harc appella tio 1 uidelicct,potisfimademon(tratio,& fi rcprehcndenda non eft, apud Ariftocc lem non repcriatur,dicimus,cam fignificari fub nominefimpliciccr demonftra» C tionis,nam ficuti apud Ariftotelem in libris Pofteriorum datur fcicntia, & fcirc fimplicitcr,ita datur fimpliciter dcmonftratio,q eft eciam quid , fcd(ut dixi* mus)non ois demonftratio quid cft potisfima , Quod aut exeplo dc duabus fcrreis clauibus,inaurata una,& altera non,oftendercnituntur,non cfle, feilicet , conditione necclTariam demonftrationi adcfhcienda prarftantiorcm fcicntiam, ut minor cius propofitio,ficuti maior,immediata eflc dcbcat,fcd ut in dcmoftra tionc huiufmodi coditio fc habeac non fecus,ac in altera clauc inauracioad apc rienduro,cV claudcndum,non poflum nonmirari eorum ingenii fubcilitacCm m cxcmplificando,& pcipuc io addu&o exeplo,quod prima frontc uidctur pfcfer/ re aliquid probabilitatis,at fi diligentcr confideretur, eius opc propofitum noa aftequuntur,diucrfa cnim cft ratio intcr clauis inaurationcm, & minoris propo* fitionis potisfima? demonftrationis immediationcm,cum illa claucm , cuiadue^ D nit,aptiorcm non reddat adproprium munus excrccndum claucnort aurata, quamuis ci aliquid nobilicatis largiacur j hax ucro fic conditio ncceuaria,' M Libcr Septimui 172 & confcrcns ad prarftantiorem rcientiam cfhciendam , proptereaquoJ ex Ari- A ftotelc in primo Pofteriorum contextu trigefimo nono fccundum fcdionc ucte A- tem inter demonftratjiones a pricri illa prarftanciore' fcicncia cmcic,qua* fic g cau fam non caufatam, fcd catifa non caufata eft definicio fubie&i,quar cum in mino/ ti propoficione potisfimar demonftrationis defubietto prardicetur , cft in caufa, ut illa propofitio non fecus, acrruior, immediata ficcrgo immcdiatio minoris neceflario requiricur ad prrftantiorcm (cienciam ctticienda m ,- quam quidem ionditionem contincri intcr condiciones potisfimar r (cu fimpliciccr dcmonftra* tionis pofttas ab Anftocele in primo Ppftenorum liac rationc probatur; coclu flo fimplicitcr dcmonftrationis.quafcumque illa fueric.uel pcr excernas ] ucl per Htteruas caufas ,dcbcchabcre fccundum quod ipfum, alioquin non dTet demo (tratiua, crgo minor cft immediaca.ar#eT»iens cft philolophi in primo Poftc> riorum concextu decimo nono, confcquemia probatur ,fccundum quod ipfum B excorum fentcntiaeft , quando prardicacum compctic fjbictto pff ciuflcm fubie&i eflentiam , cV non ex alia racione , erg ) in concljfi ine prarJica* tura inerit fubie&o pcr rationem fubie&i, ergo perrationen fubiecti demom ftrabifU^cum pasfio dcbeat per eamxsrukm dimonftrari, pcr quam iucft fubie/ &0;fi itaquc ratio fubie&i eritmcdium,quod m mimri propoficione pocisfimar. demonftracionis de iubie&oprardicatur,uon poceft eile it!a minor pronofitio ni fi immediata, quia inter dcfinitioncm quidiuriuam , 6V J.hnicum fublbntialc nihil cadic medii ; cx quo clarc pacet.demonftraciones dc accreciooe luminis in Luna,dc eius defcdu,dctonitruo in nubj,& defoliorum cafu in arbonbus , cii tninonem mcdiatam habeanc,non faccre maxime fdre, idcirco non efle potisfu mas dcmonftrationcs; continetur naquc minoris imm:diatio inrcr conditioncs potisfimardcmonftrationis ab Ariftotcle poficas m primo Poftcnorum hbro. tjuod ucro fpe&at ad eorum rcfponfipnem Anftocclis au&oritaci in fccundo ca C pite primi libn Pofteriormn dicimus,argumentu fuper ca rundatfi non cilc folu tu, quia dcmonftrationes illa? singula; quibus aific aptan pofle conditioncs co rum principiorum,qua? prima lunt,uel potiffimae funt, ucl non ; fi potisfimar non funt,non raaunt contranoftram dctcrmiuationem , quia conccdimus etiam nos cx mente philofophi in dcmonftracione , quar pocisfima non fic , polTe dari minorem mcdiatam; fi uero func pocisfimar.dc neccsficace, propteradduc^a fundamcnta minorem habere dcbcncaclu immcdiacam contra eorum opinio^ nem.Duo autcm illa philofophi loca in principio primi hbn Topicorum , & irt primo Pofteriorumcapitcdccimo pro eorum opinionis confirmationc , tan/ tum abeft , ut fententiam noftram infirment, uc pocius eam miximc corrobjr rent, quiaphilofophus in primo Topicorum non definic dcmanftracionem po tiffimam , fed dcmonftracioncm communicer accepcam , cuius minorem rhe> diatam cflenullumeft inconueniens ; in primo autcm Pofteriorum loco cica/ to philofophus ucique exemplificac dc dcmonftracionibiis proptcr quid , ut funt illar de accrctionc luminisin Luna , dc dc eius defcctu fcd huiufmodi D demonftrationcs ( ut probatum fuit ) non iunc pouffimar , dc quibus Z a.  Logicarum Disput. , folis ucrum est, ut omniacarum principia c(Tc dcbcant immediata. cui ucritati A non repuenat Aucrroes in iam citato commento ccntcfimo fexagefimo nono primi Pofteriorum,licct utatur codcm Joqucndi modo , quia non loquitur ibi dc demonftratione potisfima.fed cum Ariftoteie probat , demonftrationcm u/ niuerfalem meliorcm,& perfecliorem efle particulari , co quia progreditur pcr caufam proximam,& immediatam rei deraonftrandar , quod non facit demon» ftratio particularis. dcmum pro diflblutione illius ualidisfimi argumenti , quo> utuntur ad comprobandum, eam,quam dixerunt,AnftotcIis mcQtcm fuiflc, acl uertcndum cft cx philofophi fcntcntia in primo libro dc Anima contcxtu o&ua gcfimo quindo, quo x d Rc&um cft iudex lui ipfius , & obliqui, cogaita cnim rci ueritatc , omnes cius obliquitatcs notar redduntur. hoc pofito,dicimm,«x con» ditionibus illius dcmonftrationis,quam priiicipalitcr philofophus intedic m prja mo Pofteriorum libro, factlc apparcrc poffc,quot modisabcadcmonftraciones alia? dcclincnt, & deflciant; nam ex quo illa facit uc fciacur per caufam.ab ca de* B clinat dcmonftratio quar facit ut fciatur per cffeoftd?m9ffb "nttoisi viiQ.iTj* uiuuiri^ > uhi)? ffoQ t>iP^ .oijift: 1M> uVmjj j? cuncjiD Problematis refolutio cxplicatnr. •b btiMM^rDon. ^IMiir "frtiil , rr, *noi3£1 H" ■!* '^"tTTtJ iU lh.il JJl n.jJ!f?wflP5nOi J-JliJ i.l^J- )'J >nT>b smiV;! REiecla huius difputationis partc negatiua, amrmatiuam ample&imjr,quam ueriorcm, magifq? clTccx mente philofopbi probabimus, allata pnus m me #um fuppoficione, quar huiufmodi eft, ea, fcilicet, q uar per demonftrationem o* ftenduntur, non folum eiTeproprietatcs,f Logicarum Difpuc. ^ rum trigefimo nono contextu inter dcmonflraticnes""a priori llla prjrflantiorc A fcientiam cflficit, quar fir per caufam non caufatam, tHel caufa non caufata eft qui- ditatiua fubicfti dcfinitio, crgo in potisfimademonftrationcfemper quiditatiua fubiccli dcfinitio cft ratioilla pasfiauis dcmonftranda: , quam mcdium efle dicit ©hilofophus in fecundo Pofteriorum o&auo, & uigefimo quin&o contextibus , hinc optimc dixit Aucrrocs, illudj quod dat clTcfpccici, darcconfcqucntia ad cf fc, qua: (unt illius fpecici proprietatcs, ut ipfcquoque innuerct , mcdium in po^ tisfima dcmonftrationcfcmpcr eiTc formam fubie&i, ut tamen dicit rationem, efTe homini rifibilicarem, cum homo,& animal rationalc fint idcm . Secunda ra tio,fi medium in potisfima dcmonftrationc efiet quiditatiua fubie&t defmitio,fe querctur, potisfima demonftrationem non clTe ex principiis propriis, confequcs cft falfum, crgo & antccedcns, falfitas confequentis patct per ea, qua dixit phi/ lofophus in primo Pofteriorum contextu uigefimo tertio contra Brifoncm, Sc contextu uigefimo quarto in principio, confcquentia dcducitur, nam fi animal rationalc, cxcmpli gratia, cft mcdium ad concludendum rifibile de homine,eric ctiam medium ad concludeudum de codcm homine difciplmabile , & reliquas OQmes cius proprictatcs, quoniam non cft maior ratio ut una potius, qua m alia: hominis proprietates de eo dcmonftrcntur per animal rationale, quod eft quidi tatiua hominis definitio.quiditatiua igitur fubie&i definitio non eric principium D uni tanium accommodatum, fed potius omnibus eius proprietatibus commu/ ne , & propterca dcmonftratio pocisfima pcr huiufmodi mcdium non eflet ex proprns pnncipiis. Tcrtia, & ultima racio , fi mcdium in potisfima demonftra= Liber Septimus 176 tione cflct quiditatiua fubie&i definitio, maior propofitio illius demonftrationis i concra fcncenciam philofophi m primo Pofteriorum eflct demonftrabilis, proba tur confequcntia,quoniam incer fubic&i defmitionem,& pasfioncm demonftran dam interie&a efteiufdem pasfionis definitio,per quam poterit pasfio illa demo ftrari dc fubiecti definitionc. His rationibus fatisfacicntcs, ad primam ncgamus confequcntiam, ficri.fcihcet, in potisfiraa demonftracjonc pecitioncm principii, fi roedium in ea fit quidicatiua fubie&i defmitio; ad probacioncm , ncgatur antc ccdcns,nimirum, fupponi jn illa dcmonltrationc id, quod debcret probari; ad cius declarationem, negamus,in maiori propoficionc illius dcmonftracionis.aua concludimus rifibilicacem incflc homini proptcr artlmal racionalc, fupponi ho^ mini rifibilitatem lnefle, quia,fajfum cft , ut ibi anirrial rationalc, & homo idcra fint non cnim pro codcm accrj)iuntur aftimal rationale,& homo in illa dcmon ftracione, nam animal rationalc fumitur folum pro forma.homo ucro pro com ^ofico ex materia, cV forma, uc facis, (upercp difputauimus in quarto libro capir : tfc ot"tauo,ad qucm locum Lc&orcm remictimus. ncc obftac Commentacoris au *-&6r1cas aiTcrcntis, rci dcfinitioocm non ciTcalum naturam ultra rem iilam,quo 'fciam uerba eius ucra funt de primo definito, qua: forma cft, fcd quando deiini* f f um accipitur pro compofito ex matcr» , & forraa, # dehnitio pro torma tan^ tUrn, utclarcpatct in prardi&a demonftratione dc hominis rifibilitatc propter animal rationalc, tunc Auerrois fententia non habct locum, nam homoanima «fr rationali addit carnes, fintentia de ordine ab aArfilotcle feruato inde clarando mediunu demonfirationis ejfecmfam , fefdc conncxionc capitu undecimi fecundi Potterio- rum cum prdcedentiius. C *A g f bri, luce clarius patet,medium in potisfima demonftratiooe a N nullo alio cau  JLogicarum Difput. fcd caufar externr duat funt ) cmcicns,& fmis , fequitur igitur ut tria (W ad fum> A mum gcncra caufarum.quarmcdia dcmonftrationum clTe poiruntjefticiens/inis} & caufa interoajixc autcm duplex cft,nam accidentium ab interna caufa pcn dentium alia per defmitionem fubic&i , alia per alia accidcntia ciufdem fubie&i demonftrantur,tamen idem cft cau/ar modus,quo accidcns ab alio accidcntc, & quo a forma,fcu natura fubie&i producitur , utraque cnim poteft uocari caufa cfTctfrix per cmanatione,efficiens naquc duplex cft, aliud cum uera actione cffi cit,& eftproprie di&um cfffcicns/empctcp cxternum eft , quoniam idem in fc ipfum agere non potcft ; al/ud ucro , quod minus propric dicitur efficiens, per c manationem potius t tticit.quam per ucram aclioncm, cum femper abfquc ulia patientis rcfiftentia efticiat ; ita forma eft caufa efTcfirix accidentium omnium iui fubiccli , emanant enim omnia ab ca; ita etiam accidens caufa cft cfTe&rix al tcrius accidentis in eodem fubic&o» hac pofita ucntatc, manifcftum eft, per cau fam formalem accidentis propric fumptam,& ab his tribus modo nominatis di B ftin£tam,dcmonftrationem ficri non poflc, fed pcr caufam formalem pro dcfini* tionc acccptam , ut apparebit in cxplicationc undecimi capitis fccundi Poftc/ riorum libri. Omnia fuperioris capitis impugnantur . C e/f P. JT. A Flrmiffima dup illa philofophi fundamcnta fuperius commcmorata manifc^ ftiflimc indicant, cthcicns cxtrinfecum tantum, ut cft fola tcrrar interpofitio ad dcmonftrandam Eclipfim de Luna,& internum, quod fubiecli accidcns fit ad aliud accidcns de eodcm fubie&o demonftrandum, ut fpharricum cffe ad often C dendam luminis accrctionem de luna, medium cffc in demonftratione propter quidtantum,in potiffima uero minime, in ca cnim id folum efhciens pasfionis dcmonftrandz locum habet,quod eft quiditatiua fubicdi dcfinitio,nam harc pro mcdio fumitur ucl fola,quando, fcilicct,fpcciei aptitudincs demonftrantur, quae ab cius forma tantum producuntur, ut rifibilc cfle de hominc , uel cum aliquo alio concurrens, nempc,cum obie&o cxtra,quando aclus dcmonftratur, ut ccli pfari dc Luna.quare non uidetur admodum tuta eorum fentetia, quando dicue, aliqua accidentia fubdemonftrationem cadentia (intelligendo de potisfima de monftrationc ) 2 fola caufa cxterna produci , & per lllara folam demonftra^ ri ; ficuti mihi fufpeda cft quoquc alia corum fententia , quando innu» unt , eundcm cfsc caufar roodum , quo accidcns ab aho accidente , & quo 2 lorma , leu natura fubie&i producitur ; nam fi omnia accidcntia propria, D quar fub potisfimam dcmonftrationem cadunt , cmanaot a s forma fubiecti, quomodo poteft unum ab altcro cmanarc , ita ut una proprietas alteram producat r datur utiquc ordo intcr plurcs aiicuius fpccici propnctatcs , ' Liber Septimus 1S0 iot , fcilicct, una prius altera emanec a forma, non tamen ut unaabaltera A producatur , cum omnes ( quod ipfi quoque concedunt) d forma fubic&i habeant ut fint. qua pofita ueritate , luce clarius patct, demonftrationcpro* ptcr quid potisfima fpecierum affc&iones non pofle dcmonftrari nifi pcr fola fubiccli caufam formalem,ut tamcu dicit earum afTc&ionum ratione, & propter quid,a&us autem ipfos fimul per obic&um extrinfecum,J( J tl v • r. r f i> j l (|  emanatione Huir^infira efc,quar quide uel e ipfa forma , fcu natura fubiccti,ut ratioralitas in homine rrfpectu nlibilicacis,ucl cftaliquod ac 1 8 r Logicarum Difput. uult,totum accidentis fubie&um efie mcdium,hoc enim eft minu? extremum in dcmonftratione; fed uult, medium eflfe aliquid illi fubie&o infitum>& ab eo in* ^ feparabile.a quo per necefTariam emanationem accidcns demonltrandum dcri uatur.Anflotcle autcm in illo capitedc caufis nullam aliam matenam intcllige re,mfi eam,quar dicla fuit, magna confirmatio ex ipfius uerbis fumitur in coa> textu duodecimo,poftquam enim dcclarauerat in undecimo quomodo per fin gulum caufargcnus fiat demonftratio proptcr quid, docec in duodecimo con* textu contingerc interdum ,ut idem effe&us fimul ex duabus caufis pendeac, nempe,cx fine,& ex necesfitate materiar, quod cxemplo lucerose dcclarat,fi quis enim quarrac proptcr quid per lucernam lumen eggrediatur, poceft refpondcri caufa macerialis.poccft eciam rcfponderi caufa finalis; materialis quidem, fi dica mus, uitrum haberc paruos,& infcnfibiles poros,'partes autcm luminis Cenuiflt mas efsc,& illis poris minores,propcera ex nccesficace id, quod fubcilius cft, cra fire per foramina ampliora; finalis uero,fi dicamus, ne homo offcndat,tur ab Anftotele.in codcm contcxtuj potcfteadem fentcntiami C rihce comprcbari; inquit ibi Ari(totcles,effeclus naturalcs alios clTe propter fia ncm, alios clTeex neccflTitatc,ied dtrpliccm tiTe ncccsfitatcm, altcram quidcmfe cundum naturam,&cum intcrna fubie&i propcnfionc,altcram uero prartcr natu ram,& uiolcntam^ utramquc cxemplo motus lapidis dcclarat, dicens, lapide ex ncccsfitate tum fudum, tum dcorfum ferri,non tamcn fecundum eandcm no ccsfitatcm ,deorfum cnim fertur naturali nccdfitatc :y quar cft raacerix ncccffu tas,naturalis .n. conditio lapidis cft gtat»itas,a qua deoriu ferturcx nccesficace, quam uocac Ariftotelcs materiat neceffitace; ide lapis proie&us afcendic exnca ceffitatc,cu rcfiftcre ncqueat uioIecianproiictetis,ha*c tame no cfLmateria: neccf fitas,fed impofita eft a motoreextcrop cocra illius macenar nacura; (upca igitur nccdlitatc naturali.fi dcmonftrcmus cur lapis deorfum feratur, cric lapis minus excremum , dcorfum ferri cric maius cxtremum , cV grauicas medius termi' D nus; quam dcmonftrationem dicit Anftotcles clTc cx caula matcriali,feu cx roa icna* neccsfitate, ncc tamcn lapidcm ftatuere poflumus mcdium tcrminum,ied Liber Septimus grauitatcrrvqua: ucl forma Iapidis cft, uel accidens a forma fluens j & eft illius A motus caufa efTe&rix per emanationem, non caufa materialis proprie difra ; fed ca dcmonftratio eatcnus dicitur facla pcr caufam matcrialem , quatenus mediu tftcaula interna, & illi fubie&o infita, cum fubiecTum maceria accidcntis eOe di catur; etTe&us uero ab extcrno agentc produ&i polfunt quidcm dici cx neccsfi> tatc ptoducli, non tamcn cx nccesfitate fubie&a: matcria: , fed potius ex agentis cxtcrm nccesficace, Dcmum cxemplo mathematico, quo in capiceillo undeci/ mo utitur philofophus, ad hanc ucritatcm facile dirigimur , de caufa cnim ma* teriali exemplificans, aic, (Propter quid eft rcclus in femicirculo? auc quo exifte tc^re&us? fit uciquc rcdus in quo,A, dimidium duorum re&orum in quo,B,qui cft in femicirculo.in quo, C, uc igicur, A, rcctus infic ipfi, C, ei, qui eft in fcmicir Culo, caufa eft ipfum, B, boc enim ipfi, A, irqujle cft,!ioc auccm, C, ipfi, B, duo fum namquc rccTorum dimidium: cum igitur, B, fic dimiJium duorum re&o^ B rum, A, ipfi, C, meft, hoc autem crat, in femicirculo reclum eiTe.hoc uero idem tft ipfi quid erac eiTc, co qudd hoc fignificac oratio. ) harc geomecrica Ariftotc |is dcmonflraciocx caufa nutcriali propriedicla clTcnon poceft,cum quia Ma/ themauci in fuis demonftrationibus hac caufa non utuntur,fcd fola formali tutn ctiam quia mathcmaticam materiam fumendo , quam intcllcclualem materiam wocant, non apparet quomodo mcdium iliius demonftrationis fic caufa maceria fiuc cum maiorc extrcmo , fiuc cum minorc ipfum conferamus , dimidium cuimduorum reaorum non eft materia anguli in femicirculo exiftentis , fcd cft ipfemct angulus in femicirculo exrftens; non cftctiam matcria anguli rcdi.quia & fi dimidmm fignificat partcm, & pars locum obtinet mareriar, tamcn non est materia nisi cius, cuius est pars, et cuius est dimidium,ciTcc igitur matcria cfuo/ rum rcclorum , fcd non unius recli, quemadmodum unius redi materia dTec di midium uniusrecli; at dimidium duorum re&orum refpe&u unius redi matec C ria nulio.pado cft,fed eft ipfemct unus redus; quomodo igicur mcdium illud cft materia? cerce non potcft aliuddici, nifi quia anguli in femicirculo natura cft, a qua ex neccffitate emanat, ut angulus illc fit recrus , quemadmodum a nacura Jiominis emanat rifibilitas abfque pendcntia ab ulla cxterna caufa ; fubic&um c* nim refpe&u accidentis dicitur matcna,& quodcumque naturam fubie&i neccf fario confcquitur, id cx fubie&t matcria: nccesfitatc cmanarc dicitur, quod non folum in rcbus naturalibus,Ted etiam in mathcmaticis locum habet,ha: narfcque & fi materiam propric fumptam non confiderant, habent ramen aliquo modo materiam per fimilitudincm iCucmadmodum enim itmis fumrmv ral^ri inh,*.-  Logicarum Difput. formalcm uero, cV materialem impropricnonnulli (ut diximus)a(Tcuerant,quo ^ modo autcm improprieformalis,3c maceriahs caufa pro mcdio accipiatur, fub tilisfimc (ut fcmpcr folcnt) dcclarant,& primo dc formali, hac ratione id cucni' rc,ut impropric fumatur pro mcdio, quia quarlibctex tnbus aliis caufis , dum in rei dcfinitione ponitur, forma appellari poteft; fed huiufmodi ratio (quod co/ rum pacc didum fit) non uidctur elTc ad propofitum,quoniam formar.ut fiat mtf diuro, nihil confcrt, qudd quarhbet cx tribus aliis caufis, dum in rei defmitione? fumitur, forma appellari posfit, nifi addatur, ut pcr fingulam harum fiat demo flratio, nam fi quarlibet ex eis pro medio accipiatur,& cx rci dcfinitionc fumpta fortiatur nomcn formar, omnes enim defmitionis partes formar funt , commu/ tiis una (ut alias diximus) & altera propria,utique hac rationc impropric forraa medium cfie polTet; fed Iicet dc caufa efTiciente,& finali, quar re uera medium eC» fc poflunt, id uerum fit, de materiali omnino falfum e(t,ctenim arTcdionis dcm3 ftrandar fubie&um, quod eius materia eft, minoris extremitatis, non meJii teri B mini locum fibi uendicat in demonftratione, quare caufa iila, quam ponuntdd formx filentio in capitc de caufis, non uidctur efle cx mcntc phirofophi , nifi di* cant (ut uere dicunt) improprie materiam cfle medium, quaccnus, fcilicct, cail fam, quam inficam habet, nempe, formam fubflantialcm, uel aliquod aliud acci* dens ab ea infeparabile, nobis ad demonftrandum prarbet , fed hoc fecum afTert contra cos maiorcm difTicultatem, quia fi afTeclionis fubic&um hac ratione im> proprie dicitur medium, fequetur, eius formam, ficut & accidens ab eo infepa* rabilc, eflc mcdium propric, quod tamcn ipfi negant , non cnim rationi confo* num uidctur etTe,ut fubie£tum,& ea,quar in fubie&o fuot,improprie fiht mediurrij fed utiquc, fi unum improprie, ut altcrum propriefit,& e contra; nam fi demoti ftrarc pcr fingulam trium illarum caufarum, materiar,fcilicct, efficientis, & flhir, eft (ut dicuntjpcr formam dcmonftrare, quando mcdium crit cfTiciens,ucl hnisj erit etiam forma, diucrfo tamcn modo, nam efTicicns, & finis proprie>forma uc C ro impropric; a pari dc caufa matcriali, & formali, fi cnim materia fuerit mediii impropric, forma eius , & accidcns ab ca infeparabilecrunt medium proprie ; eorum itaque expofitio, quomodo, fcilicct, matcria impropricfitmedium,non uidetur cum ucritatc conuenire; fed concdTa hac cxpofitionis ueritate, non u'u ■df o quomodo alceri lcntentia: fuar refpondcre posfint,exiftimant cnim ipfi, illas -quaeuor caufas, pasfionis, non fubiedi, formam, matcriam, cfTiciens,& fincm ctf fe, ergo matcna, quando nobis caufam prarbct ad demonftrandum, non potcft* darc ncc prpprie, nec improprie pasfionis formam, cum ipia nequepropric, n dcratatamcn utproptcrquid pasfionis, quar ibi demonfcratur , licec abftrahat a matcria fcnfibili; & quamuis mcdictas cfuorum re&orum non fic maceria nc^ cjtie pasfionis , ncqucfubiecli, dicitur tamen ea dcmonftratio eiTc factapcr cau fam matcrialcm, quia mcdietas duorum rc&orum alicuius alterius maccria eft , iKmpc,duorum reclorum,nullumcp inconuenicns cft, cum fubicctum,& pasfio in ca conucniant; ncc dcbet in cxemplis undequaque uentas dcfidcrari, fat cnim cft, ut pars geratuicem matcria-, cuiufcumquefit pars,dummodo ( ut diximus) in ca fubiedum,& pasfio dcmonftranda conucniant. Opinto propria circa pbilofopbi fententtam ineo ctpitedc caufis. D C t j^v r :*> tiiLiu* ru n irj>X5 oiiJ^wt taiij lumil uuo jnui&i u r : > > />r«nu iun givj j^Eiccla aliorum expotltionc ad caput illud dc caufis, cxiftimarnus cfTc fortak fc Liber Septimus 186 fe-melius, fidicamus, Ariftotelem in eocapite prodemonftratioirrerrredio acci> A perc proprie omnia caufarum genera, nam per formam lubiecTi demonftratur de eodcm fubic&oaliqua cius propriai pasfio, ut nfibile de Irortrine propcer ani* tnal rationale;& perfubie&i matcria,a qua producitur ahquo 1 accidens,dcmon ftratur accidens illud de eodc fubic&o,ut corruptibile de homine,quia eft copo fitus ex carnibus,& osfibus; lllud ide ucru eft ec dc fola caufa r pasftonis erTxtrice, quarnofitquichtatiua fubiedi definitio,.rrec non dc caufa finali eiufde pasllonis dcmonftt anda*, ea\ fcilicec,pasfione dc fubiecto fuo pcr illas demonftrari; cr qur bus quatuor caufis r forma,& matcria fubie&r in huc fensu abfquc ullo incoucnie- ti dici poflct mediu improprie,cY p accides.qa non cofiderantur ut forma,& rrr* ccria (ubiccliifcd ut cautar pasftonu crTednces,quando ab eis eman5t pasfiones de «oftrandsr. qua pouta ucritatc, no rcpugnat pmlofophus in lllo undecimocav pitc recundi Pofterioru iis,quardemedio demonftracionis fuperius m fcxco capr tc detcrminaurmus, quandoui. dicirmis, causapasftonis erTectrice, quar pro me= B dio ab Ariftotcle accipitur in fccudo Poftcrioru o£tauo,cV uigcftmo qum&o c5 tcxtibus,fempcr eiTc quiditatwa lubiecti defioitionc,tntelligimus m demoftratio nc op quid potisfima,philofophus ucro,quado loco cirato alTeric,omnia caufaru gcnera (umi pro mcdio in dcmouftracione,intelligit. m denvonllratione po quid comuni ad potisfimam,cV non potisfima,dirigens causa formalead pocisfima.re liquas uero ad no potisfima; de qua quide caufa rormali non cxepliricat in illo undccimocontcxtu fecundi PoftcTroru,qliia in prarcedcnti contextu decimo fa/ tis copiofc dc ca ucrba fecie, du dcclarauit mediu in demoftracionc cffe defmicjo cc mdetuonftramTc, qu* nulla alia e nififorma, & qurdicatiua fubie&i dchnitio. Diuersa uero eflc dcmonftracione,dc qua loqurtur in primo Pofterioru ab ea,de «ma uerba facic m fccudo libro loco cicaco, indicat diuerfa confbtutio defmitio »0 ipfius rcirc , pmlofophus .n. in nrimo Pofterioru contexcu quin&o dcfinicns co omnc icirc pcr causa,fcd fcirenmplicrter,& pcrfccllfi.dixit, (fcrrc aute arbitrax C tnor onuqtrodquc (impliciter,i€d non fophiftico modo,qoi cft fecundu accidens, cu caus3 exiftimamus cognofccrc;pp qua rc$ cft,qudd rllius caufa eft, & no co* tingcre hoc alitcr fc habcrc,)m qua definitioa propofttione tu ratrone fubiefti, tu ct rationeprfrdicati detcrminate pbrlofophus locutus cft,rationcfubiccti,fcu dc 6oiti,quaDdo dixit/fcirefimphcitcr>ut innucret,fc nolleagere de omni fcire/ed dc co,quod potisfirrrar demoftratioms cfTcctus etfyationc uero prxdicati, aut dc finitionis, quando dixit, (cu caufem exrftimamus cognofcerc,propter quam rcs cft qudd illius caufa cft,& oon contmgcrc hoc alrter fc habcrc) ur rndicarct, fci 187 Logicarum Difput. . principia io primo Pofteriorum ordine refolutiuo Ariftoteles inueftigat.non eP A fc candcm cum ea, de qua loquitur in fecundo hbro capite illo undccimo , fcd textu primi Pofteriorum libri,oportcrc utiquc ucfciamus quot func omncs cau far,& uc illas quarramus dc una,cadcmqj re,ft hoc fieri posfic,auc de uno quoquc cncium quacramus eas caufarum fpccies , quar illius func quare ex co Auerroi* loco nullo pacTo habecur, nec haberi poieft cx mcnte cius, ut definitio ipfius fcl B re a philofopho tradita in capite de caufis eadcm fit cum ca,quam tradidic in pr» nio Poftcriorum contcxtu quin&o, cum diucrfo modo utrobiquc fucrit pofica, Dubta qu&damproponuntur, eorumjjblutioncs. . ^c^i, J A Riftoteles in fccudo Poftcriorum libro docet, unam unius rei caufam efley -*-**non plurcs, qua? tradat cognitionem ipfius proptcr quid, eamqj uulc cum fuo efFedu reciprocari,ut pofita ponat,& ablata aufcrac efTe&ura,quare ficri non potcft,ut idcm eflecTus per caufam formalcm potisfima dcmonftrationc, pcra> lias ucro demonftracionepropter quidcancum dcmonftrccur,alioquin eucniret, unius rci plurcs forc caufas quarftioni propcer quid eftfatisfacientes,quod & A* nftoceli, & rationi aducrfatur,quandoquidem qui plures caufas alTcric fepara- tim acceptasfatisfacerequarftioni propcer quid decadem rcfa&ar, is pugoancia dicit, & proprium ipfc dogma eucrtic, quiafi plurcs ciufdem efTc&us calcs cau* far ponantur, fequitur , nuflam dlc caufam, propter quara rts fic , a quauis enim earum cffc&us cx nccesfitate habet ut fit, fequitur, ab altcra cum efTcntialitcr nr> pcndcre» Aducrfatur ctiam Aucrroi opinio noftra, nam in trigcfimo nono , & quadragcfimo fecundo commcncariis fecundilibn Poftcriorum dcclarSs Auer rocs ca ,quar ab Ariftotcle dicuntur dc potisfima dcmonftratione, inquit, cius tticdium fcmpcr cfTc caufam erTcdriccm, ucl finalcm, nunquam formam^fed for> mam in conclufionc potius dcmonftrationis , quam in medio contineri. Satif* facientcs allatis obiccbonibus , dicimus ad illam Ariftotclis audoricatcm Ioc» ; citato , philofophum intclligcre ibi dc caula formah , quar fola dat elTe rci D laqj ( ut probatum cft in fuperionbus) tradit cognitionem ipfius propter quid' fmiplicitcr; quarc clarum cft , ficn pollc , ut idcm cffc&us pcr cauiam formalcni' Liber Septimus /(]uodfidct (atho/tcsad uerfetur, uelfit contrabonos mores , uei contra Trmcipes. Frater M aximianus Xnqutfttor uifa fiprafcipta fide Lictntii tmprimtndi dtdit. Vifaprardiaa attefhtione ego>Petfus Macth*us Coruinus Vicariui probaui di&am Licentiam» n . Nome compiuto: Bernardino Petrella.

 

Luigi Speranza -- Grice e Petrone: la ragione conversazionale dei sanniti e la setta d’Imera  – il megliore dei mundi attuali – CLXXXIII, LX LX LX I -- Roma – la scuola d’Imera -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Imera). Filosofo italiano. A Pythagorean, who claims that the number of worlds is CLXXXIII -- arranged in the form of a triangle: LX on each side and one at each angle. Petrone.

 

Luigi Speranza -- Grice e Petrone: la ragione conversazionale del determinismo dei sanniti e dei liguri – il fato o il caso? – l’implicatura conversazionale – la scuola di Limosano -- filosofia molisana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Limosano). Filosofo italiano. Limosano, Campobasso, Molise -- Grice: “I like some phrases by Petrone: ‘il mondo del spirito,’ ‘idealista’, etc.’” Grice: “Some of his philosophese is totally untranslatable to Oxonian, such as ‘la nostra guerra’.”  Insegna a Modena e Napoli. Cerca di conciliare l'oggettivismo dei lizij con il soggettivismo critico. Dei lincei. Collabora a “Cultura Sociale politica e letteraria”. In “Il Rinnovamento” si espressa criticamente sulla condenna del modernismo da Pio X. Altre saggi: “Filosofia come analisi” (Pisa, Spoerri); “Psico-Genesi” (Roma, Balbi) – cfr. psico-genesi nella teoria della comunicazione di Grice --;  “I limiti del determinismo” (Modena, Vincenzi);  “Idee morali del tempo” (Napoli, Pierro); “Uno stato mercantile”;  “La premessa del comunismo” (Napoli, Tessitore); “Confessioni d’un idealista” (Milano, Sandron) – cf. MAMIANI ROVERE – Confessione d’un meta-fisico – AGOSTINO – “Confessioni” -- ; “Lo spirito” (Milano, Milanese); “A proposito della guerra nostra” (Napoli, Ricciardi); “Etica” (Palermo, Sandron); “Ascetica” (Palermo, Sandron); “La vita nova” (Cecchini, Roma, Storia e letteratura); “Filosofia politica”; “La terra nell’economia capitalistica”; “Il latifondo siciliano”; “La legge aggraria”; “Il diritto al lume dell’idealismo critico”; “La conezione materialistica della storia” spirito”; “L’etica come intuizione” -- – contro LABRIOLA (si veda) --. “La storia interna” “Il valore della vita”, “L’inerzia della volonta”; “La’energia profonda dello spirito”; “La fase della filosofia del diritto”; “I caratteri differenziati del diritto” -Cf. Tyrrell. (cf. A. M. G. – “Tyrrell e Tyrrell”). Avevamo già corretto le stampe di questo articolo, quando ci giunse l'ultimo numero del rinnovamento di Milano -- pieno di tutto fiele contro l'enciclica. Nella sostanza si accorda pienamente col programma dei modernisti, ma nella violenza della forma e nella irriverenza del linguaggio lo passa di molto; e trascende con  P. -- L'Enciclica di Pio X -- a stravolgimenti indegni dello spirito e del senso dell'enciclica. Ed ancora sullo stesso periodico. Ma peggio ancora spropositò su questo punto nel Rinnovamento mostrando di aver ben poco compreso e del modernismo e dell'enciclica che lo condanna. Dizionario di filosofia, Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Per saggiare a fondo il valore del realismo giuridico dell’antico DIRITTO ROMANO, è uopo, anzitutto, indagare, se e fino a che  punto esso risolva o dia sicurtà di risolvere quei  problemi che ogni ricerca del diritto, la quale  aspiri al titolo di FILOSOFICA – alla Hegel --, si propone e che non sono del tutto ignoti alla filosofìa del dritto romano tradizionale. Tre sono i problemi che ricorrono tuttora nella filosofia o che segnano l’intervento della scesi filosofica bene intesa. Il primo concerne l’origine, .la portata, i limiti del conoscere. Il secondo concerne la natura dell’ essere che è l’oggetto del conoscere. Il terzo il valore e le leggi  dell’operare. Il primo è il problema gnoseologico e,  nella filosofìa del dritto romano, può formularsi così: quali  atti e funzioni ‘psicologiche’ si richieggono perchè si formi, rigorosamente parlando, una nozione del dritto – quale il diritto romano?  Quale ne è il criterio, il principium cognoscendi? La  ricerca induttiva dei fenomeni del dritto presuppone o no una nozione del dritto, una serie di abiti  o (li funzioni psicologiche, che valgano come premesse  e come leggi del processo induttivo ? II secondo è  il problema ontologico ed è espresso da queste domande: in che si sustauzia il diritto romano? Quale è il  la natura che subest, che sottosta immutabile alle  sue evoluzioni fenomeniche? e, nell’ipotesi che la  ricerca dell’ essere e della sostanza sia illegittima,  nella ipotesi cioè fenomenistica, quale è e donde il  nascimento del fenomeno giuridico? Il terzo è il problema etico e la maniera onde può venir risolto corrisponde esattamente alla maniera onde si formula e si  dibatte il problema ontologico: esso si domanda, quali sono le norme della condotta giuridica doverosa;  se le disposizioni del potere POSITIVO del Hegel sullo stato prussiano siano, semplicemente perchè tali, dotate di valore etico-imperativo; se, invece, non vi sia un criterio normativo,  superiore ad esse e giudice di esse, ottenuto altronde; se ci si debba limitare alla semplice accettazione delle disposizioni autoritative ossia del DRITTO POSITIVO o se, invece, non sia legittimo e corretto  domandare il titolo RAZIONALE di esse o IL DRITTO DI QUEL DRITTO: è insomma, a dir breve, il problema  del dritto NATURALE. Il realismo giuridico non può evidentemente sottrarsi a questi problemi che ogni uomo, conoscendo,  non che filosofando, si propone e che, per quanto  egli premediti di sviare o eludere, non si lasciano  rintuzzare in verun modo. Ed in un modo o nell’altro, di dritto o per traverso, se li propone e li  agita lo stesso realismo giuridico. Il quesito conoscitivo non è per esso un problema, in quanto ue  presuppone la soluzione che è, come tante volte si  è visto, volgarmente empirica. Gli altri due quesiti,  poi, quello ontologico e quello etico, sono (la esso  piegati alle esigenze del suo empirismo conoscitivo: il  primo di essi è snaturato da problema di essere  in problema di origine ed al secondo si oppone un  diniego esplicito. Il clie per altro, non toglie che  cosi quella forma speciale onde si pone e s’ interpetra uno dei problemi, come quella esclusione o  soluzione a priori che si ritorce all’altro non sieno  la conseguenza d' una scepsi critica, sottintesa se  non espressa, ed implicita nell’ assunto fondamentale  dell’empirismo, quand’ anche non condotta di proposito deliberato da questo o quello interpetre dell’assunto stesso.   Resta solo a vedere, se il problema vada posto  come vuole l’empirismo o come vuole la filosofia, o,  dove l’uno e 1’ altra lo pongono ad uno stesso modo,  se vada risolto nell’ una forma o nell’ altra. E dico a  bella posta — LA FILOSOFIA— senza vermi predicato che  la determini in un senso più che in un altro e che la  limiti ad una scuola più che ad un’ altra. L’ empirismo  si annunzia in antitesi non a questa o quella filosofia,  ma alla filosofia in generale, o, se si vuole, è una forma di filosofia che si oppone a quella che fin qui  era tenuta per tale, alla metafisica, e non a questo  ed a quel sistema, ma al criterio comune a tutti  i sistemi, al yenus proximum di essi. Termine di  contrapposizione all’empirismo sarà, adunque, per  noi l’assunto impersonale della filosofia, senza che  le varietà individuali di essa ci occupino punto.  Il che va inteso in senso relativo e limitato a quel  possibile consenso che, traverso le lotte dottrinali,  è dato ravvisare, nella tradizione storica della filosofia, a chiunque la interpetri con intelletto d’amore . Il criterio della esperienza ed il problema gnoseologico   della filosofia del dritto.Adunque l’esperienza, ossia la osservazione e la  comparazione dei dati fenomenici, è il criterio conoscitivo universale del realismo giuridico, di guisa che  la critica di esso si traduce iu una critica della esperienza. Questa critica non data veramente da  oggi: essa è vecchia, nè comincia dal Kant, come si  peusa comunemente, ma risale a Platone, che primo  rivendicò le ragioni della scienza e della filosofìa  contro la doxa e 1’ empirismo dei sofisti. Per quanto  vecchia, essa non ha perduto, tuttavia, la freschezza  della novità, e va rievocata oggi che il positivismo,  nella forma più matura della teoria delfassociazione  e di quella dell’ evoluzione, ha risollevato i fasti  dell' empirismo. Diremo, adunque, anche a costo di apparire noiosi ripetitori, che 1’ esperienza non è in grado, da  per sè sola, di scovrire il momento universale e necessario del dritto, nè il nesso causale dei fenomeni  .giuridici, più di quello che essa noi sia di scoprire  il momento necessario ed il nesso causale di altri ordini di fenomeni. L’esperienza ci dice che una  cosa è fotta così e non altrimenti, ma non che la  cosa non possa essere altrimenti che così. L’esperienza ci dà la coesistenza e la successione dei fenomeni e può darci anche la legge empirica (la cosi  detta legge di conformità che impropriamente si chiama legge) di tale coesistenza e successione, ma non  ci dà nè può darci mai la legge di necessità. Essa  ci dà la ripetizione delle coesistenze e delle successioni di dati fenomeni, ma non la legge di tale ripetizione: essa ci dice che una cosa si ripete cento, mille,  diecimila volte, ma non che si debba ripetere .necessariamente. L’ultimo dei termini della serie progressiva e faticosa delle esperienze non ci dice niente di  più e di meglio di quanto ci dica o ci abbia detto il primo, e l’ultima ripetizione vale le altre. L’accrescimento del materiale della esperienza è un processo  quantitativo, dal quale nessuna alchimia trarrà una  qualità nuova. Noi chiediamo il quia, ed il quid,  doveccliè i progressi della esperienza non ci promettono che una cognizione sempre più vasta del quale. La teoria dell’associazione, che data da Hume, si  avvisa di eludere il problema, con l 7 apporre a questa  legge di necessità una portata puramente psicologica.  La necessità oggettiva, essa dice, è un inganno; la necessità è puramente soggettiva ed è la coazione interiore verso un dato nesso o una data serie di nessi  logici delle nostre rappresentazioni. La categoria della  necessità è una oggettivazione illusoria, una proiezione al di fuori dell’abitudine interna di un dato  nesso ideale. Ma, checché si deponga in favore di  tale tesi, non si scema l l’equivoco GRICE EQUIVOCO che la vizia. La  coazione interiore può ben nascere dall’abitudine, ma  la necessità logica della ragione è ben’altra dalla coazione psicologica del sentimento. Questa ultima, non  che necessaria, è accidentale di sua natura, perchè  il dominio psicologico è il dominio del variabile, del  contingente, del casuale. Del pari l’esperienza non può colpire il momento universale delle cose. La universalità alla quale essa può pervenire è,  tutt’alpiù, universalità sui generis, universalità relativa  e provvisoria, il che è tutt' uno che negazione della  universalità scientifica. Il maximum dello sforzo cogitativo al quale possa pervenire l’esperienza, secondo  un noto principio del Kant, è il seguente per quello  che abbiamo appreso fin qui, non si trova veruna eccezione di questa o quella regola data » non già quest’altro questa è regola universale e non ha veruna eccezione. E ciò, perchè le conclusioni dell'esperienza  sono limitate e condizionate quanto la esperienza, la  quale è eminentemente analitica e non assicura e non  garentisce che il suo responso immediato. L’esperienza ci dice che date coesistenze e date successioni di  fenomeni si sono ripetute fin qui, ma non ci assicura  che si ripeteranno in avvenire. È vero bensì che noi  » oggettiviamo ed universaleggiamo ogni giorno le ri sultanze di quella esigua e ristretta esperienza per[Vedi la bella illustrazione che di questi pensieri della  critica kantiana fa il Volkelt. Erfahrung und Denken. Kritische  Grundlegung der Erkenntnisstheorie. (Hamburg Volkelt] sonale che ne è consentito di fare e le atteggiamo  sub specie aeternitatis, ma, con ciò stesso, noi superiamo i termini della pura esperienza, noi invochiamo  ed applichiamo per la nostra cognizione un altro criterio che quello sperimentale. In ogni giudizio che  formuliamo v’ò un tacito sottinteso che precede l’esperienza e la integra : ed il sottinteso è questo: che  quella ripetizione delle coesistenze o delle successioni, la qual ripetizione non abbiamo osservato ancora o non potremo osservare in avvenire, è conforme  alle ripetizioni o alla serie di ripetizioni già osservate. Il processo induttivo presuppone 1’ habitus, la  funzione mentale che si formula nel principio d ’ identità : dal quale segue che quanto si predica di una  cosa o di un rapporto già esperito va predicato, altresì, di tutte le cose e di tutti i rapporti esperibili,  le quali o i quali sieuo della stessa natura sostanziale della prima o del primo. Ne l’esperienza è più atta a conoscere il perchè  delle cose, il cur, di quello che noi sia a conoscerne  la universalità. La successione dei fenomeni, sia pure  conforme a regola, non è causalità: e dall’esservi fra   1 fenomeni di una serie un rapporto di prima e di  poi non segue, per altro, che la mente dell’osservatore, la quale nel supposto è tabula rasa, argomenti  dal semplice rapporto empirico di antecedente e conseguente la possibilità di quello ideale di causa e  di effetto. L’esperienza ripetuta delle stesse sequele  di un dato fenomeno e di un altro non può creare  ex nihilo sui quel rapporto di causalità che ai primi  [VERA A. Melanges philosophiques] gradi ed ai primi passi di quella esperienza era inconcepibile. Senza dubbio, il rapporto di causalità è  nelle cose (lo scetticismo di Hume non ha chiuso il  problema) ma non è una specie impressa sulle cose,  visibile e palpabile a nudo, esperibile iusomma. La  nozione di quel rapporto è, direi quasi, un’anticipazione dell’ intelletto sulla esperienza e sulla stessa  natura. Ogni nesso causale che noi formuliamo presuppone 1’ habitus, la funzione mentale del nesso  causale in quanto tale. Noi diciamo « questa cosa è  effetto di quell’ altra » solo perchè sapevamo che,  risalendo la serie regressiva dei fenomeni, ciascuno  dei termini di questa serie è un effetto, ossia è un  prodotto da una causa, finché si perviene al termine  primo che non è più effetto, ma causa sui. In vero,  senza questa funzione mentale, noi avremmo uu bel  discernere delle affinità e delle conformità logiche  tra l’operare di una cosa e la natura di fatto d’una  altra cosa che la segue: tra Luna e l’altra cosa noi  non vedremmo mai un rapporto causale, se a quel  nesso di conformità non si associasse spontaneamente,  nel nostro pensiero, quella funzione mentale, che io  chiamerei il sottinteso della causalità. Chi analizzasse questa serie di sottintesi e questa prescienza  e vedesse quanto è facile e seducente, ad un metafisico che sia artista ad un tempo, atteggiare quella  prescienza a forma di ricordo di una vita psichica  oltremondana, vedrebbe forse che la dottrina platonica sapere è ricordare è più presto una deformazione poetica di un sano principio filosofico, che  un principio falso di sua natura. La nostra scienza,  e non è prescienza, ha per sottinteso un certo grado di prescienza. A Corate enunciò lo stesso principio  in altra forma, quando disse « sapere è prevedere.  La previsione di un fenomeno esperibile ma non  esperito è, evidentemente, prescienza intellettiva. Un logico recentissimo della scuola critico-positivista, il Masaryk, ci porge una indiretta conferma,  che qui ò opportuno ricordare, di questi supremi  principi della critica della conoscenza.   I fenomeni particolari sono tuttora (così VA del  Saggio fri logica concreta) gli elementi costitutivi del  l’universo, come l’oggetto proprio della conoscenza  umana: ma noi sono immediatamente. Il nostro intelletto non può cogliere ed intuire di un lampo l’unità delle  cose : il suo processo è, per di tetti vità connaturata,  eminentemente astrattivo. Epperò esso conosce le  cose non per intuito diretto, ma mediante le leggi  e le proprietà essenziali che a quelle cose ineriscono.  Queste leggi e proprietà sono il prins, non il posterius della conoscenza. V’ha due generi di scienze:  scienze astratte e scienze concrete: le prime conoscono le leggi delle cose e le seconde l’essere di  fatto delle cose. Or bene le scienze astratte sono  il fondamento, il presupposto delle concrete, appunto  perchè le cose non si conoscono che per le loro  leggi e proprietà essenziali. La biologia, che è scienza  astratta, perchè ha per oggetto le leggi della vita  precede ad es. la zoologia, che studia gli animali viventi, ed è la confritio sine qua non della sua esistenza.  So le scienze concrete presuppongono le scienze astratte, è assurdo supporre che le prime forniscano la  base delle seconde. Ciò sarebbe una inversione di  termini. Precisamente l’opposto è vero. Le cose non- si intuiscono o esperimentano di un tratto solo nel  loro essere, ma si conoscono in funzione di una legge  e di una proprietà essenziale che precede e rende possibile l’esperienza. Gli è questo che ci spiega come e  perchè le scienze astratte abbiano fatto progressi di  gran lunga maggiori che le concrete. Gli è che queste sono posteriori a quelle, onde la loro maturità  segue, in ragion di tempo, il progresso di quelle [Questi principi del Masaryk sono fondati sul vero,  benché il modo ond’egli si esprime sia tutt’altro  che proprio. La sua terminologia è mutuata dall’empirismo per formulare una nozione sovra-empirica. Quello che egli chiama processo astrattivo va chiamato processo di sintesi spontanea ed originaria,  perchè l’astrazione presuppone la conoscenza del  concreto onde si astrae, il che contraddirebbe al  supposto. Prescindendo da ciò, resta, intanto, stabilito che  non solo la filosofìa, ma lo stesso positivismo critico ed illuminato insegnano d’ accordo che alla  conoscenza analitica delle cose particolari deve precedere la conoscenza della specie universale, che è  come una sintesi, una deduzione spontanea ed originaria, un’ anticipazione mentale dell’ osservazione.  L’ esperienza affidata alle sue forze sole è così lungi dal fornirci un concetto scientifico delle cose, che  anzi essa, senza 1’ ausilio di una virtù intellettiva che  è prima e sovra di lei, non potrebbe neanche venire  alla luce e legittimarsi come esperienza. Versucli eiiier coucreten Logik (Wien). Or bene, ripeto quanto lio detto più su, questa  difetti vità dell’ esperienza sussiste nell’ ordine delle  conoscenze giuridiche, come iu ogni altro ordine di  conoscenze. Anche ivi la nozione universale deve precedere 1’ esperienza particolare: la scienza sintetica  delle proprietà essenziali del diritto deve precedere la  scienza analitica dei fenomeni giuridici particolari e  non seguire da essa. Anche ivi una estensione, un impinguamento del materiale di fatto può accrescere la  notizia delle cose, non la scienza, come bene afferma Hartmann. Il materiale dei fatti é il sottosuolo,  non l’oggetto della scienza. La osservazione empirica di un fatto giuridico non ci dice nulla sul momento universale e necessario del dritto, nulla sui  nessi causali di quei fatti ed è, però, inetta ad  adempiere, non che una sintesi filosofica, ma una  semplice sintesi scientifica: di guisa che, sulla scorta  di essa, neanche la fenomenologia perverrà ad ottenere quel principio sintetico e quell’ universale logico del dritto che, come tante volte si è visto,  rappresenta il suo termine ideale. Per dirla più [(lì Die Bereicherung an Blossem Stoff des Wissens vermehrt  uur die Kuncle, aber nicht imraittelbar die Wissenschaft. In dem aber die Wissenschaft erst da anfiingt, wo in den Beziehuugen des Stoffs und den allgenieinen in ihm wirkenden  Kràften oder Momenten das Gesetzmiissige, Ordnungsmiissige  oder Planmàssige, logiseh oder sachlich Nothwendige aufgesuclit wird, zeigt sich eben, dass 'der Stoff als solcher nicht  don Gegenstand selbst der Wissenschaft bildet, sondern nur  die Unterlage derselben, dass aber der eigentliche Gegenstand  der Wissenschaft dasjenige ist, was an den Beziehungen des  Stofìes allgcmein und verniinftig ist — Gesammette Studien u.  Aufsiitzc] esplicitamente, quella osservazione empirica, ammesso pure che la si estenda il più che sia possibile,  non ci darà, di per se sola, non che una filosofia,  neanche una scienza del dritto. Perchè egli è fuori dubbio che la scienza abbia  per soggetto l’universale ed il necessario delle cose. L’ACCADEMIA, il LIZIO, e fra noi, CICERONE, hanno del pari messo fuori  disamina, che oggetto della scienza é la vóyjaig nepi  òoatav e che l’esperienza, che apprende il particolare, non va confusa con la scienza che apprende  l’ universale. Gli stessi principi sintetici della  fenomenologia che siamo venuti divisando non provengono dall’ esperienza, ma dalla speculazione del  pensatore. La storia consegna al v. Ihering il fatto  della lotta e del fine interessato, ma, quando egli  generalizza P esperienza di quel fatto a momento  universale del dritto, eccede i termini della esperienza, per soddisfare ad una vocazione speculativa  che è anteriore all’ esperienza. La ragione di Dahn  ed il giusto del Lasson sono cosi poco creature delP esperienza, che quella è un ricordo della opinio  necessitati della metafisica, ovvero una forni ola  logica della razionalità della Volhsbewusstsein (la quale, a sua volta, è una ipotesi demo-psicologica che  trascende ogni esperienza) e questo è P applicazione  al dritto di quel logos Hegeliano, che è P ultimo  residuo di una notomia degli atti conoscitivi, la  quale ha il suo punto di partenza nell’ esagerazione  dell’ a priori. Il principio del rispetto verso la forza [Rep. Vedi pure: Fed. ; Mat.; Mag. Mor.] imperante (Achtung) e quello della pre volizione della norma (Anerlcennung) sono non fatti di esperienza  0o - o'0£,ti va, ma impostasi intellettive di alcuni fatti accidentali di esperienza psicologica. Il realismo giuridico si avvisa di conoscere le  proprietà essenziali e le leggi del dritto col mero  processo della induzione e della comparazioue. Noi  abbiamo visto testò il Post, nell’ analisi comparativa dei fotti particolari della vita dei popoli, fermare il segreto del substrato universale di quei  fotti e di quella vita. Ma, l’osservazione e la comparazione non sono possibili senza una teoria preesistente, la quale ci faccia discernere quello die  va osservato da quello che non va osservato, e che,  nel materiale disordinato dei fotti, ci consenta di  sceverare quel momento che concerne e preoccupa  la nostra scienza da quegli altri momenti che non  ci concernono punto e che le altre scienze differenziano dalla nostra. Senza il filo d’Arianna della speculazione, l’osservazione e la comparazione dei  dati di fatto diventano un labirinto inestricabile e  dal quale non v’è più uscita. Se non sappiamo  prima, per un’ anticipazione intellettiva, che cosa è dritto, nè possiamo discernere i fenomeni giuridici  da quelli che non sono tali, uè negli stessi fenomeni  giuridici possiamo sceverare quello che in essi è  proprietà essenziale da quello che non lo è. Anche nell’ordine delle conoscenze giuridiche è vero che l’intuizione è cieca senza la categoria. Vi debbono  essere, nella moltitudine dei materiali storici messi  a profitto dall' indagine e e dalla comparazione, delle quantità conosciute ehe permettano all’osservatore di orientarsi nei suo cammino. Il che è riflesso, nelF ordine del pensiero, di quello che, come vedremo, ha luogo nell’ ordine delle cose. Perchè, evidentemente, nel suo processo evolutivo l’umanità deve pure avere avuto delle soste, deve pure aver segnato delle fermate e dei punti di riposo, nei quali momenti si è venuto deponendo, consolidando,  sarei per dire cristallizzando, il presunto fluttuare  dei fenomeni. La pressura della logica e quella che  lo Schopenhauer chiamava die List der Idee domina, del resto, gli stessi induttivisti della giurisprudenza e li trae a smentire coi fatti quanto lian  professato a parole. Dopo aver respinto 1’ a priori,  essi sono ben lungi dal farne a meno: e di presupposti a priori tolti in prestito alle nostre odierne  intuizioni giuridiche o alla nostra speculazione filosofica le loro ricerche sono piene. Tanto egli è arduo, impossibile anzi, nel rifare a rovescio il processo della evoluzione giuridica, fare a meno di un  contrassegno ideale di quello che è dritto o di un  criterio intellettivo che ci aiuti a discernerlo dagli  altri fenomeni del cosmo! Il metodo comparativo, adunque, che si avvisa  d’inferire dal semplice raffronto dei fatti la nozione  del momento giuridico di essi, è una vera petitio  prineipii. Un’ anticipazione ideale di quello che si  cerca bisogna averla per forza, se no quello che  si cerca non si trova. È una cosa molto elemen fare codesta: chi non sa quello che vuole non trarrà  mai un ragno dal buco. Ottima la ricerca delle forme storiche della proprietà immobiliare nel mondo orientale, a mo’ d’esempio, o il raffronto tra esse e quelle dei popoli occidentali, ma, se voi non avete  prima una nozione quale die sia della proprietà immobiliare, quella ricerca e quella comparazione non  la farete mai. La storia è pur sempre storia di  qualche cosa. L’ordinamento seriale dei fenomeni sotto il genere dritto e sotto le specie famiglia, proprietà ec.  (scelgo a bella posta l’ordinamento seriale più facile ed elementare) e tutta la serie dei principi e  delle rubriche e delle classificazioni della giurisprudenza storica e comparativa sono, per necessità di  cose, un presupposto e non un risultato della comparazione e della storia. Nò si opponga che il com  cetto del dritto emerge dal fondo stesso della osservazione e della comparazione ed è ottenibile  mettendo a raffronto un gran numero dato di oggetti affini tra loro, astraendo dalle differenze indi-[fi) Schuppe. Die Metkoden der rechtsphilosophie. Man kommt nickt von der gesckicktlickèn Betrachtung  zu dem Gewordenen, sondern gerade umgekehrt: man suckt, von diesein ausgekend, seine Erfahrung nack ruckwarts in der Zeit zu erweitern Der Versuck, aus der Gesckichte herauszusammenfugend zu ersckaffen, kame auf ein Mlsslingen oder  eine Selbsttausckung kinaus: es giebt nur Gesckiehte von Etwas. Wenn die sogenannte genetiscke Metkode die vollkomneren  Gestaltungen aus den unvollkomneren sick erzeugen, so solite  nie iiberseken werden, dass im Nackweise dos Keimes das  Wozu er sick entwickeln, Wessen Keiui er sein soli, sehon vorsckwebt; nur vom vollendeten Erzeugniss fragen wir zuriick  nack den keimartigen Anflingen. Stammler. Die Metkoden der geschicktlicken Rechtstheorie] vicinali di ciascuno e ferrnaudo quel genere, quella  nota universale e comune, in che convengono tutti  ad un tempo. Imperocché, appunto perché abbia  luogo quel raffronto, si richiede un’ anticipazione  sintetica della natura sostanziale del dritto. Per discernere in che gli oggetti sono affini, occorro che  vi sia, anzi tempo, un contenuto ideale, in rapporto  al quale 1’ affinità o la dissomiglianza è concepibile.  La osservazione e la comparazione vi darà il fatto  della convenienza, solo quando voi preconoscete di  avanzo, sarei per dire presentite, per una cotale  anticipazione irriftessa dello spirito, quello in che  si conviene e la ragion formale della convenienza.  La nota comune è una premessa del processo astrattivo. Bisogna degradare il fenomeno della conoscenza  alla più volgare materialità per convincersi che gli  elementi, i quali in ipotesi sono conformi, si lascino  connettere in un rapporto di conformità per una  percezione immediata del loro essere di fatto. Perchè gli elementi b. c. d. lascino vedere un elemento  comune con a. e si vadano sussumendo in un rapporto comune A. occorre almeno che a, ossia il  termine di raffronto, abbia colpito il pensatore e  gli appaia come un momento di cosiffatta natura,  da servire di regolo agli altri, come a dire un equivalente ideologico preesistente del contenuto che si  ottiene poi formulato nel rapporto A. Se l’intelletto  dell’osservatore è una tabula rasa, egli non vede  nè differenze nè somiglianze nei fenomeni, nè dritto  nè torto nella storia: le differenze sono percepibili,  solo quando si sa quello da cui si differisce e. del  pari, le somiglianze, solo quando si sa quello cui l ‘ì   si somiglia: in altri termini i rapporti sono percepibili solo in finizione del loro oggetto ò della loro  ragione formale. Egli, adunque, l’osservatore, non  vede che una serie di fotti indifferenti che non  sono nè il diritto, nè il suo rovescio : di cui noi,  messi al punto, non potremmo nè anche assicurare  che cosa sieno: perchè ci difetta la virtù astrattiva  che sarebbe necessaria per vedere come andrebbero  le cose della nostra intelligenza nella ipotesi di un  processo anormale di questa.   Alla induzione ed alla comparazione deve, adunque, precedere un intuito speculativo del dritto.  ]Sel campo della giurisprudenza, come in quello  delle altre discipline, il processo conoscitivo s’inizia  da una sintesi primitiva e spontanea, si svolge e  dirama e differenzia per l’esperienza, l’analisi, la riflessione e va a metter capo alla sintesi riflessa della  deduzione. La storia del processo fenomenico ed inventivo  è un compito meramente analitico che si esercita  sopra una sintesi scientifica preesistente. Per descrivere le fasi evolutive di una cosa bisogna già  possedere il concetto dell’ essere della cosa, ossia  della sua forma definita ed evoluta e della sua configurazione stabile e consolidata. Es ist vor Alleni unumgiinglich, class der Entwiokluiigahistoriker das genaueste und deutlichste Verstiindniss  von der reiteri Gestalt besitze und bekunde, von welcber er  die Entwickeluug verfolgt. Die Eutwickelungsgeschichte ist  steta und lediglieli eiue analytischo Aufgabe. Scheinbar naives Aufsuchen der Verbindungsstiicke und gliickliches Probiren, ob sie passen, ist ein ganz eitles Unterfangen. Die Ent[La filosofìa speculativa del dritto aveva adunque  ragione. Di che una preziosa riprova ci forniscono  gli stessi empirici della giurisprudenza, la mente dei  quali è munita, anzi tempo, non che di un intuito  o di un presentimento del dritto, di tutto un corredo di conoscenze speculati ve, più o meno deformate,  tolte in prestito precisamente a quella filosofia. E  senza il suo ausilio 1’ esperienza si sarta trovata a  mal partito. Ciascun fatto o ciascuna serie di fatti  non malleva che se stessa: ed il filosofo dell’ esperienza non avrebbe mai visto il lume dell’ idea.  L’induzione è sempre limitata ad un dato numero  di fatti, il qual numero, lo si moltiplichi a talento,  dista pur sempre infinitamente dalla universalità  -che si estende a tutto il possibile. Gli stessi principi generali non vi sarebbero più : 1’ allgemeine  Reclitslelire è un generale die, viceversa, è un particolare. A causare tali perigli, resta che, in difetto di  speculazione propria, si usurpi l’ altrui. Ed ecco,  allora, che la premessa maggiore del realismo e  della fenomenologia è una premessa metafìsica. Questi declamatori dell’ esperienza e dell’induzione sono in fondo dedutti visti. La filosofia ha trovate alcune  verità con un procedimento misto d’ intuizione di  rapporti ideali e di esperienza psicologica. Essi riprovano queste verità con l’allegazione di fatti spe- [wickelungsgeschichte des Organismus setzt ein hohes Stadium  der Anatomie voraus, das sie alsdann erhohen kann. Aber die  Entwickelungsgeschichte kann der descriptiven Anatomie nicht voraufgeben. Cohen. Kant’ s Theorie der Erfahrung Zw.] rimentali, quando noi facciano con nn tessuto di  raziocini. Il loro metodo è analitico e regressivo:  onde quando essi rimproverano di deduzione la vecchia filosofia, questa potrebbe dir loro che essa  della deduzione, accanto ai difetti, aveva benanche  i pregi, dovechè ad essi non restano che i difetti soli. Il criterio storico-evolutivo ed il problema  ontologico della filosofia del diritto. Si è detto innanzi come la maniera, onde l’empirismo concepisce il problema dell’essere del dritto, equivale esattamente alla maniera ond’ esso concepisce il problema del conoscere. Dopo aver detto  die criterio unico della scienza è l’esperienza, logica  vuole che l’empirismo dica che l’oggetto della scienza  è tale, quale bisogna che sia perchè rientri nei limiti della esperienza, e che, quindi, il dritto non  abbia altro essere che l’essere mutabile, contingente  e fenomenico, o, per dir breve, non altro essere che  il divenire. Come in tanti ordini di cose, così nel  dritto, il criterio scientifico si è venuto snaturando  nel criterio storico e, conseguentemente, il problema  ontologico nel problema genetico. Del dritto, come  di altri oggetti, si studia non più la sostanza ma la  genesi, non più l’essenza ma l’evoluzione, non più  il substratum ma il processo; nè solo si studia l’una  cosa e non 1’ altra, ma si afferma come inesistente  quella che non si studia, o si presume di non studiarla, appunto perchè la si dà per inesistente. È  il criterio storico-evolutivo, che riassume il genio scientifico (lei secolo e che pervade scienza e filosofia.  Se ne volete 1’origine, dovete far capo all’ aspetto dogmatico del fenomenismo kantiano e, più lungi  ancora, alla critica Lochi aria, alla teoria, cioè, della  inconoscibilità della sostanza. Tolta, invero, la ricerca della sostanza, non rimane che il fenomeno soletto al lievi, al divenire, alla storia. Se questo criterio lo si proseguisse nella sua  forma logica e coerente, esso non porgerebbe ai suoi  settatori un saldo sostegno. Così coni’ è, esso è viziato dalla radice, perchè poggia sopra una inversione del problema filosofico e perchè confonde volgarmente due termini che vanno distinti, scienza e  storia. I fenomeni particolari che registra la storia  sono non solo inesausti, ma inesauribili nel loro numero: la umanità ha invocato sempre l’ausilio delle  idee per dominare l’universalità dei possibili, senza  di che non si sarebbe mai svincolata dalle strettoie  di una perpetua ignoranza. La storia ha per oggetto  il nudo individuale; quello che sta a sè e non può  predicarsi degli altri; quello che può essere conosciuto solo per un atto di esperienza ex professo e  discontinua, e che, per essere singolo, si consuma  in un singolo atto mentale e consuma l’atto stesso;  quello che non ha nesso con altri e non può nè subordinarsi ad essi nè subordinarli a sè, e che è incomunicabile: quello che dà luogo non ad un concetto, ma ad una moltitudine di percezioni saltuarie,   sempre esposte alla sorpresa del nuovo, dell’imprevisto, dell’azzardo.  Schopenhauer — Die Welt u. 8 . w. — Ergiinz: L’empirismo, messo allo stremo, li a studiato, pertanto, di sfuggire alla logica del suo criterio.  Invece di escludere la speculazione, esso fa atto di  riconoscerla, ma piegandola alle esigenze del suo  criterio; nò nega la sostanza, ma la traduce nel circolo  del suo sistema, llesta, per esso, oggetto della scienza  l’essere, ma l’essere appunto sta, o si presume che  stia, nel divenire. Il suo intento non è, in fondo,  negativo, ma dialettico. L’ esse della filosofia morale  e giuridica è appunto il fieri della evoluzione del  costume e degl’ istituti giuridici.   Quella serie di proprietà sostanziali, quella essenza specifica della natura e della coscienza umana  non sono negate o rimosse, adunque; sono semplicemente interpetrate in un modo diverso. Esse non  sono più un a priori — della' storia, un termine che  è fuori del processo storico e che rende possibile  lo stesso processo; ma si rappresentano come un a  posteriori primitivo, come un prodotto dell’esperienza  collettiva e della razza, un prodotto che si solleva,  a sua volta, a causa di nuove formazioni, di nuovi  fenomeni, ma è ab initio una formazione, un fenomeno esso stesso. Messo da banda il flusso eracliteo i settatori del criterio storico-evolutivo si credono licenziati ad ammettere delle proprietà specifiche della natura etica umana, quando s’ intenda  che queste proprietà sieno non un essere, ma un  divenire o, per meglio dire, un divenuto; quando si  intenda che esse sono forse un a priori a petto alla  esperienza individuale dell’ uomo che si trova in  uno dei momenti derivati, della evoluzione, ma sono  certo un a posteriori della esperienza delle g enei azioni preesistenti. Nella serie dei momenti evolutivi, ciascuno di essi è un posterius delle esperienze  sociali trasmesse dal momento anteriore; solo clie  queste esperienze diventano generative di altre posteriori, a petto alle quali esse sono un termine  primitivo. L’esperienza collettiva che supera la dispersione e la difettività dell’esperienza individuale, l’abitudine (latamente intesa) e 1’ eredità che la trasmette  e la consolida, la tradizione storica che ne raccoglie  le risultanze : ecco i supremi presidi, con l’aiuto dei  quali 1’ empirismo moderno si avvisa di superare le  difficoltà dell’antico, di trascinare l 1 essere della  scienza e della filosofia nel flusso del divenire e di  evitare, ad un tempo, le ritorsioni di quella logica  inesorabile, che lo forza a dibattersi sterilmente  nell’ assurda impresa di logizzare la storia o di storizzare la logica, di formulare e dogmatizzare il  mutevole, l’evanescente, l’ individuale e di travolgere, ad un tempo, nella rapida scorrevolezza dei  fenomeni transeunti quello che è e che sta, l’eterno, l’immutabile, l’assoluto. Se. non che, anche in questo contenuto più ricco di valore ideale che assume il criterio storico-evolutivo, esso è ben lontano dal sottrarsi a quella  logica di sistema, . che, volente o nolente, lo rimena  all’ assurdo d’ invertire i termini del problema filosofico e di scambiare la scienza con la storia, la  sostanza col fenomeno, le facoltà e le attitudini  connaturate con le esperienze e gli abiti acquisiti.  Finché, in omaggio al paradosso, si riconosce l’ammissibilità di un processo all’ infinito e, rifacendo  la serie regressiva delle esperienze, il primo termine  di quella serie si rappresenta come una esperienza a sua volta, il vizio radicale dell'empirismo rimano  sostanzialmente lo stesso. Finché la razza è una  moltitudine d’individui, la quale moltitudine non  può fornire un elemento nuovo ehe non sia orininari amente contenuto in ciascuno degl 'individui che  la compongono, finche l’abitudine e l’eredità sono  forze trasmissive e non creative, le quali, quindi,  presuppongono un quid che si ripeta o consolidi o  trasmetta, la contraddizione implicita nell’ assunto  empirico rimane tal quale. L’ empirismo allontana,  risospinge indietro il problema nella storia, ma non  lo risolve. Nella serie delle fasi evolutive v’ è sempre un priuSy un termine primitivo, che, come esso  c’ insegna, non è un essere ma un divenire, non è  una sostanza ma un fenomeno, non è attitudine  all’ esperienza ma esperienza senza attitudine. Ed  in questo termine primitivo rinasce il problema  elie si credeva composto: il divenire è possibile senza l’essere? ed i fenomeni giuridici sono possibili  senza l’essere giuridico"? senza una coscienza giuridica già data, senza una facoltà connaturata del  dritto, sono possibili le esperienze giuridiche? Ogni  momento individuale dell’ evoluzione giuridica, lo  si derivi pure da una serie inferiore preesistente,  non ha forse bisogno d’ un ciliquid che lo determini  e lo differenzi come tale dal momento anteriore ? e  questo aliquid non è un essere che precede e rende  possibile il divenire? Nella continuità dei fenomeni  deve pure esservi, non foss’altro, l’infinitamente piccolo di Leibnitz, che prima non era ed ora è, ed è quindi la radice, il substratum di quello che v’ è  di nuovo nel rapporto reciproco dei termini successivi della serie, di quello cioè che differenzia i  singoli momenti della continuità. Questo infinitamente piccolo non può essere prodotto dalla prima  esperienza, se questa, per logica di cose, lo presuppone. Come mai quelle esperienze giuridiche o quella  serie di esperienze, che saremmo impotenti a far  noi ex novo, se fossimo dello tabulae rasae, e che  noi possiamo Aire, secondo il criterio storico-evolutivo, solo perchè l’eredità e la tradizione storica  ha deposto e trasmesso nei nostri poteri psichici  tutto un contenuto ideale che tesoreggiamo di continuo, come mai, dico, quelle esperienze sarebbero  esse state possibili, senza verini possesso anteriore  di una facoltà connaturale, a quegli uomini primitivi, i quali, a quanto insegnano gli evoluzionisti, uscivano a mala pena dalla specie inferiore dell’animalità? Perchè, senza dubbio, proseguendo a rovescio il corso dell’evoluzione giuridica, vi sarà seni  pre un assolutamente prius die non è più specie ma  individuo, che non è più esperienza collettiva e storica ma nuda esperienza individuale. Il criterio storico-evolutivo che, per aver riconosciuto la legittimità dei processo all’ infinito, ha  posto, come termine primitivo delle esperienze, la  esperienza stessa e, come causa degli effetti, l’effetto o la serie degli effètti stessi, deve raccogliere  i frutti del suo inconsulto procedere e deve togliere  sopra di sè la contraddizione di un termine derivato  che si postula come termine primitivo. La filosofia tradizionale, la teoria nativistica come  per dileggio la chiama l’ Jliering, aveva adunque  ragione quando poneva a sostrato primitivo e causale la natura deir uomo e non il processo della  storia, la coscienza giuridica e non le esperienze  edonistiche ed utilitarie. Il fenomeno della evoluzione presuppone il noumeno della creazione, nella  filosofia del dritto come nella cosmologia : il divenire presuppone l’essere che diviene e che sussiste  lo stesso attraverso e non ostante il divenire. Senza  una coscienza giuridica bella e data, l’esperienze  giuridiche non sarebbero nate, perchè è la facoltà  che crea le esperienze e non le esperienze la facoltà. Ed invero, senza una coscienza giuridica universale connaturata in ciascun membro della razza  o della specie, l’intimo consenso in certe verità giuridiche fondamentali, attestato dalla stessa osservazione serena dei fatti, non sarebbe mai venuto alla  luce. L’esperienza, la quale procede a furia di esperimenti, di correzioni, di prove rudimentali, incerte,  provvisorie e che è sempre varia da soggetto a soggetto, da caso a caso, non può aver potuto determinare, per la contraddizion che noi consente l’universalità e 1’ unità della ragion normativa e della  coscienza. Si riduca questa unità e questa universalità alle semplici proporzioni di una funzione formalo e vuota di contenuto, ebbene non sarà mai  concepibile come quella unità della forma della coscienza inorale possa essere uscita dal fondo di  esperienze soggettive, senza un fondo comune di  attitudini preesistenti, senza un addentellato di sorta. 1/ antropologia dell’ evoluzione può aver provato, si conceda per un momento, che il contenuto  della morale e della giustizia varia da popolo a popolo, da tempo a tempo, ma non può aver provato  che ne varii altrettanto la forma. Essa, anzi, riprova indirettamente che la materia infinitamente  diversa del dritto reca in sè V impronta di una costante unità di leggi e di funzioni, le quali sono, alla coscienza morale dell’umanità, quello che al  pensiero le leggi e le funzioni a priori della conoscenza; e che muta il contenuto dell’ atto morale,  ma immutabile ne è la ragion formale; ossia le condizioni necessarie all’atto morale come tale sono immutabilmente concepite e, sarei per dire, plasmate  nella forma assoluta d 7 un imperativo incondizionale,  d’un dovere. Si assuma il più semplice degl’istituti  giuridici del più semplice dei Natur-Viilker, ebbene l’analisi vi scopre sempre questa proprietà ideale :  il convincimento di una legge estra-soggettiva, che  è fuori e sopra l’arbitrio individuale ed alla quale  è doveroso prestare obbedienza. La pretensione giuridica del selvaggio contiene un elemento spirituale  che è condizione comune a tutte le pretensioni giuridiche di tutti i popoli più culti. Quella pretensione è appresa come una legge impersonale, non  solo rispetto ai soggetti presenti sui quali si esercita, ma altresì rispetto a tutti gli altri soggetti,  che sieno per trovarsi nella stessa condizione dei  primi, e, quindi, rispetto allo stesso soggetto pretensore, ove egli in tale condizione venga a trovarsi.  Motivo etico della pretensione o del comando, quel  motivo, cioè, per cui l’una o l’altro è appreso come  autorevole e fonte di obbligazione doverosa, è sempre  la conformità presunta di quella pretensione o di  quel comando ad una legge. Che la conformità presunta non sia conformità reale importa poco: resta  sempre stabilito ohe condizione necessaria dell' atta  giuridico, condizione universale e comune a tutti i  popoli della terra, è l'intuito dell'atto stesso sotto la  ragion formale del giusto. Ohe questa proprietà ideale  non si trovi così nettamente distinta e differenziata  nella coscienza morale del selvaggio, importa ancor  meno. L’analisi è creatura della riflessione scientifica,  laddove l’idea del bene e del giusto è un intuito sintetico della coscienza: 1’ assenza del l'un a è ben lungi  dal provare quella dell’altra. L’analisi rende molteplice e successivo rispetto a noi quello che è uno e  simultaneo rispetto alla natura: confondere questi due  aspetti è convertire in ipostasi reale un fenomeno  della nostra difettività conoscitiva. Senza dubbio, l’unità e la comunanza della semplice-ragion formale del bene e del giusto non basta  a fondare una morale, nò una filosofìa del dritto.  Un’etica senza contenuto è una logica del bene e del  giusto, non una nomologia. Quella unità della coscienza si traduce in piena iudifferenza e la percezione  della ragion formale del giusto in un mero momento  psicologico. Ma, se questa unità formale della coscienza morale è poca cosa rispetto alle esigenze ed agli  uffici dell’ etica positiva (e però noi non ci ristiamo  a lei, ma ammettiamo un contenuto morale, quale  quello che ci detta la filosofìa teleologico-cristiana, e  sulle orme della scuola di Max Mailer vediamo, nelle  tristi condizioni morali dei Natur- Volker il prodotto  di un pervertimento derivato) è molto rispetto alla  critica della sociogenesi della evoluzione. La quale si  chiarisce così contraddire apertamente non solo alla teleologia inorale, ma benanche alla critica, più negativa e più «pregiudicata, della ragion pratica. Come per avventura, le incerte esperienze dei soggetti sub-umani abbiano potuto determinare l’unità  della ragione e dell’intuito formale del giusto, vale  a dire quell’ unità che è il residuo non eliminabile  di un’analisi corrosiva della moralità umana: ecco un  enigma che il criterio storico-evolutivo non riuscirà a  decifrare mai. Gli è che la presunzione della tabula rasa non  è meno infondata nella sociogenesi, di quello che  lo sia nella ideologia : anzi nell’ una è più insostenibile che nell’altra, perchè il dritto è una idea cosi  complessa che anche delle scuole filosòfiche, le quali, nella serie regressiva dei fenomeni della conoscenza, pongono come termine primo la esperienza,  hanno sentito il bisogno di concepirne l’idea e la vocazione come connaturata nell’ uomo, come un habitus  della natura. L’ atto giuridico e 1’ atto morale non  nascerebbero mai, ove nella volontà dei soggetti non  vi fosse una cotal disposizione naturale al bene e al  giusto, la qual vocazione, a sua volta, difetterebbe  ove non vi fosse un intuito originario del bene e  del giusto. Ignoti (chi noi sa?) nulla cupido. La volontà non è, da per sè, una legge, come volle il RAZIONALISMO CRITICO di Kant, ma nemmeno è indifferente a qualsiasi legge,  come vorrebbe il plasticismo degli evoluzionisti. Kon  è autonoma di fronte alla Legge Suprema ed al  supremo legislatore, ma è tale di fronte al resto,  à o’ dire che nella volontà umana v’ è una vocazione primitiva verso quello che è buono e che è  giusto, vocazione indipendente dalle condizioni dell’esperienza e della storia. Dicendo ciò, non si oltrepassano i limiti della lìlosolìa per entrare nell’orbita della teologia (benché un rimprovero siffatto,  ci affrettiamo a dirlo, sarebbe per noi un titolo di  onore). Principio conoscitivo del bene e del giusto  rimane, con tutto ciò, l’analisi della coscienza, come principio ontologico dell’uno e dell’ altro, la NATURA UMANA. Noi siamo i veri positivisti, noi, die  ci reggiamo sul saldo sostegno della physis, ma della pliysis non deformata dalle preoccupazioni materialistiche. Rifacendo la serie regressiva delle cause, la filosofìa pone una causa prima che muove  la natura senza esserne mossa: intenta a discoprire  V origine prima di tutte le cose che sono nel tempo,  la logica la costringe ad uscir fuori del tempo. L’evoluzionismo può deridere questa logica, ma non  rintuzzarla. L’ esclusione di un assolutamente prius  è impossibile. E ad esso, dico al positivismo, non  rimane che o attestare, con tacito assenso, la presenza del soprannaturale, ovvero rimaneggiare con  ostentazione di novità e di maturità quella povera teoria mitologica della spontaneità creatrice degli  uomini primitivi. Quell’ assolutamente prius, quel  termine primitivo delle esperienze, se non è una  creazione del SOPRANNATURALE, deve essere una generatio aequivoca della natura primitiva : una genialità eroica, un salto mortale degli esseri sub-umani.   Per. sfuggire alle ritorte della logica, il criterio  storico-evolutivo non ha altro spediente che quello di adagiarsi in esse, di accettarle deliberatamente,  di sistemarle anzi: quello, cioè, di bandire addirittura il problema delle origini, facendo sorgere la  risoluzione di un problema insolubile dalla disperazione professata di risolverlo. Questa esclusione del  problema delle origini, come di cosa inconcepibile in  sé, è postulata dalla logica del divenire. La continuità evolutiva dei fenomeni dell’ universo esclude,  per logica di cose, ogni nozione di principio o di  fine. Questi due termini estremi rappresentano  il discontinuo, il vacuo, il salto per eccellenza, onde sono fuori della evoluzione. L’ evoluzione è panteistica: è 1’ eternità trasferita da Dio al mondo: ora  non va dimenticato che 1’ eternità esclude cosi l’origine come la fine. Gl’evoluzionisti odierni lian  poco compreso la portata del criterio evolutivo, perchè ad essi ha fatto difetto quella penetrazione,  metafisica che la fece comprendere cosi egregiamente al Leibnitz: ond’ essi, pur professando la teoria dell’evoluzione, seguono ciò non pertanto a cincischiare il problema delle origini! Ma ciò non toglie che la loro dottrina si dibatta tra le strette di  questo dilemma: o accettare la logica dell’ evoluzione e quindi cessare di essere positivisti e confessarsi per animali metafisici di una specie alquanto diversa dagli avversari: o deviare da quella logica e    fi) b as Princip dor Continuitlit verbot in der Reihe der  Erschein angeli alien Unsprung. Kant. Kr. d. r. Vera. (Ed. di  Ilarteustein). E lo aveva ben compreso il v. Savigny.] zwisclien Gesclilechter und Zeitalter nur Entwickluug  aber nicht absolutes Ende uud absoluter Anfang gedacht werden kann. Vom Beruf unsero/ Zeit u. s. w. Ili Aufl. cadere nelle contraddizioni di un primitivo che è  derivato o di un a posteriori che è primitivo. La ritorsione del secondo corno del dilemma è stata analizzata parecchio fin Qui. Giova solo aggiungere  qualche- cosa su quella del primo. Ed anzitutto, che  i positivisti, accettando la logica del criterio evolutivo, diventino di punto in hello metafisici non è chi noi vegga. L’ esperienza è limitata alla condizione  del tempo; l’evoluzione è, invece, fuori del tempo, è,  ripeto, la eternità trasferita dal mondo di là al mondo di qua e, nello stesso mondo di qua, dalla sostanza ai fenomeni. Confessi, adunque, il positivismo  che il criterio storico-evolutivo è un criterio sovraem pirico; che esso non abolisce la metafìsica ma  ne fa una per suo conto; che non elimina il SOPRANNATURALE ma converte invece ih naturale in soprannaturale. Confessi altresì, che, quando promette di  darci il nascimento ed il processo fenomenico delle  cose, esso mentisce sapendo di mentire. Il criterio  dell’ esperienza e della storia, strettamente considerato, ci dà i termini disparati e sconnessi e non il  vincolo di quei termini, i fatti compiuti e non la  legge del loro divenire. Il continuo sfugge alla storia: essa non ci dà che una moltitudine di vacui e  di discreti, tra i quali la mente umana riconosce un  ordine che reca la impronta della metafisica che  v’ è in lei, ossia di quella somma di concetti che  essa ha di già sulla natura degli esseri soggetti al  divenire storico. Ed ecco così che il realismo giuridico, la filosofia del dritto genetica e fenomenologica vien meno del tutto al suo programma : non  solo l’essere dei fenomeni giuridici, ma e il nascimento e il divenire di questi esseri esso ignora. Residuo positivo della critica mossa alla filosofia è la  scepsi pura nel campo del dritto; una scepsi dogmatica più cbe quella filosofia e elie non soddisfa  nò al criterio filosofico, nè alla esperienza.  li positivismo giuridico ed il problema etico   della filosofia del dritto — Il dritto NATURALE. Il dritto non è soltanto una idea ed una sostanza,  ma, altresì e soprattutto, una norma. Esso è idea  umana e, quindi, non è idea quiescente, ma forza,  nè solo anticipa l’essere, ma detta il dover essere.  È una idea imperativa per eccellenza ed, appunto  perchè tale, essa, ripeto, è forza: forza ideale e virtù  morale, s’intende, e non coercizione fisiologica o psicologica.   La filosofia che attingeva lume da questi sovrani  criteri riconosceva, in correlazione al dritto positivo,  un dritto ideale: questo era per lei una legge e  quello un fatto; un fatto che desume il suo valore  dal rapporto che ha a quella legge, dall’essere esso  una forma di attuazione, d’ individuazione di quella  legge. Questo fatto poteva adequare, se non in tutto,  in buona parte quella legge, ma non l’adequava necessariamente: ed, in tutti i casi, il suo valore era  misurato dal limite di approssimazione al dettato di  quella legge. Astraendo il dritto positivo da quel  parziale contenuto ideale che vi sta dentro, da quello die fa sì die esso sia non solo positivo ma dritto^  di quel diritto positivo non rimane, per la fìlosoiìa r  die il fatto bruto, indifferente, sfornito di significazione. Così per la filosofia seguiva un doppio processo: il dritto naturale conduceva al dritto positivopel bisogno della sua effettuazione empirica ed il  dritto 'positivo rimenava al dritto NATURALE pel bisogno di un titulus jitris e di un sostrato razionale.  L’un termine non era 1’ altro, ma aveva rapporto  air altro. Erano due correlata, non due contrari.  Perchè non erano tutt’ uno, legittima era la ragion  d’ essere dell’ uno e dell’altro ad un tempo, e, perchè erano tutt’ uno in qualche cosa, in qualche rispetto, Fano dei dite non negava, non contraddiceva  assolutamente l’altro. L’ideale non era del tutto inaccessibile al reale e, perciò stesso, intrinsecamente difettivo ed erroneo: il reale non era del  tutto contrario all’ ideale e, quindi, assolutamente  ingiusto e condannevole. Questo rapporto che era  concepito tra i due termini faceva sì che Puno conferisse all’ autorevolezza dell’altro. Il dritto positivo  attingeva la sua virtù imperativa dal dritto naturale, ossia dall’esserne esso una varietà fenomenica,,  ed il dritto NATURALE desumeva da quello la possibilità di trasferirsi, d’individuarsi nei limiti del relativo e del condizionato, nella storia. Così la filosofìa  era tanto più vicina alla dialettica sapiente della  vita, quanto più era lontana dalla dialettica fantasiosa della logica; e come, nell’ ordine delle idee r  essa segnava la via di mezzo tra Pottimisino ed il  pessimismo, così, nell’ordine dei fatti, tra l’umore  conservativo e l’umore rivoluzionario. Il positivismo si atteggia anche qui, anzi soprattutto qui, ad avversario reciso della filosofia. Come  nell’ ordine teoretico esso predica l’esclusione sistematica dell’ a priori e l’ apoteosi dell’ esperienza ut  sic, così nell’ ordine pratico esso dogmatizza l’esclusione della norma doverosa e 1’ apoteosi del fatto.  Ed è giusto. L’ esperienza gl’ insegna l’ essere o  l’essere stato, non il dover essere: la storia non gli  dà che fatti o, tutt’al più, che leggi empiriche di  fatti. L’evoluzione gli fornisce una legge di causalità naturale che è la negazione recisa della legge  morale: nessuno dei criteri, ai quali esso fa ricorso,  gli suggerisce la nozione del dovere. Tuttavia, poiché la necessità morale è un rapporto che è più facile escludere tacitamente, per  esigenza di sistema, che negare di professo, e poiché  il positivismo moderno é abbastanza raffinato per lu singarsi di fare a meno dei rapporti ideali della metafisica (benché noi sia quanto é necessario per persuadersi della loro verità), esso si tiene ben lungi dal  rassegnarsi al puro fatto del dritto positivo ; bensì  non resiste alla tentazione di interpetrare questo fatto  in funzione di una legge che gli conferisca a priori  valore ideale ed assoluto. È dritto quello che é imposto dai poteri coattivi ed é dritto in quanto e perchè è imposto ; ma, quest’ autorevolezza giuridica, se  coincide col fatto stesso del comando, non coincide  tuttavia col fatto del comando attuale, ed è conseguenza o espressione di una virtù presupposta nel  fatto del comando abituale, del comando in quanto comando. Il principio — EST IVS QVIA IVSSVM  ed  è la formula del positivismo e noi f abbiamo veduta assentita implicitamente e per ragion di contrasto  dal v. Jheriug e dal Daliu, professata espressamente dal Lasson e dal v. Kirchmann, idealeggi ata, in  omaggio allo psichismo, dal Bierling.   Quella forinola, per quanto positiva, implica un  sottinteso razionale. Ed il sottinteso è il seguente : il  fatto del comando è la sorgente appunto del dritto: o  altrimenti: l’essenza del dritto consiste nel comando.  Il positivismo lia, pertanto, anch’esso la spa massima: l’attitudine che esso assume di fronte al fatto non è  puramente passiva, o, se è tale, lo è o si avvisa di  esserlo coscientemente e razionalmente. Non v’è bisogno di analisi minute per vedere quale e quanta  conferma indiretta, (conferma formale, s’intende) rechi questa massima del positivismo alla metafìsica  del dritto naturale. Il compito razionale del dritto  naturale non è propriamente escluso, ma applicato  ed atteggiato in modo diverso che prima; è una materia, nuova che si contrappone al contenuto antico  di quel dritto, non una nuova forma. La filosofìa  aveva per criterio conoscitivo del dritto NATURALE la ragione indagatrice dei tini dell’ universo e della  natura morale dell’ uomo: il positivismo ha per suo  criterio l’esperienza immediata dei precetti del potere positivo. La filosofìa aveva per principio ontologico del  dritto l’ordine morale della stessa natura dell’uomo e degli stessi fini delle cose : il positivismo, invece,  il fatto stesso della coercizione potestativa, in quanto  tale : nell’ una come nell’ altro, le disposizioni positive sono un fatto che in tanto ha valore in quanto  gliel conferisce il rapporto vero o presunto di conformità di detto fatto ad una data legge o ad una data massima. Varia solo il contenuto della massima  e della legge, che nella filosofìa è sintetico, dovechè  nel positivismo è analitico : perchè nell? una è attinto altronde e nell’ altro è spremuto dal fatto stesso  delle disposizioni positive o, che è lo stesso, pre-implicato, con dialettica a priori, nel fondo di esso  fatto. E che la massima del positivismo si traduca in  un’ analisi vuota, in una petizione di principio, non  v’ è dubbio alcuno. La forza coattiva del comando è  criterio del dritto, solo perchè il dritto si è preconcepito come forza e forza fisiologica; solo perchè la  nozione di una potenza spirituale del dritto in quanto  dritto, ossia in quanto norma di ragione, si è anticipatamente esclusa, come nozione che trascende l’esperienza, solo perchè si è posto o postulato, anzi  tempo, il principio che la forza, che noi intendiamo  morale, degl’ imperativi giuridici non si differenzia  dall’ attuazione materiale e dal successo di fatto;  solo perchè si è stabilito antecedentemente che la  condotta dell’uomo non può essere determinata che  dai motivi empirici e psicologici della sanzione positiva ; solo perchè si è presupposto che il dritto  non è una idea, ma un fatto e che l’assenza dell’attuazione del dritto è sempre ed in tutti i casi  assenza del contenuto e della virtù imperativa del  dritto stesso. Ed invero, se la coincidenza della forza,  etica con la forza fisica, del dritto col fatto, non  fosse un presupposto, onde e come il positivista si  farebbe a provarla ? Con l’esperienza ? Ma l’esperienza gli consegna il fatto semplice e nudo, la nuda  e semplice forza fìsica ; se e fino a che punto 1 uno e l’altra sieno dritto o forza morale, 1’ esperienza  non lo dice e non lo può dire, perchè ignora che è  dritto e che è forza morale. ]STè lo suffraga la storia, la quale può provare concludentemente la presenza o meno dell’attuazione di fatto del dritto, non la  presenza o meno deila necessità di tale attuazione. Il  positivismo deve, per necessita di cose, far capo alla  speculazione, per dimostrare il suo assunto; se non  che, è appunto la speculazione che ne denunzia l’illegittimità, perchè, se il dritto positivo ed il dritto NATURALE sono termini semplicemente correlativi, il fatto  ed il dritto, la forza bruta e la forza morale sono  termini addirittura contradditori, tra i quali non vi  è presunzione di coincidenza o di accordo che tenga. Portando poi la questione in altro campo, è bene  por mente che, per tacciare di sterilità la idea ed  il dritto e per predicare come sola forza viva delle  cose il potere coattivo e materiale (ed il convincimento radicato di quella sterilità è il motivo psicologico che persuade al positivismo il culto del potere coattivo) occorre aver dimenticato, o non aver conosciuto e compreso giammai, quanto la forza spirituale di talune idee universali, di alcune esigenze morali, di alcuni canoni giuridici sia stata superiore, nel corso della storia, alla forza materiale dei poteri  dominanti e quanti trionfi sulla tenacità di resistenza  dei tatti abbia ri portato tuttora la forza ideale del dritto. Le quali conferme di fatto la filosofia le accetta e le  oppone  sorte di agli avversari, senza, per altro, vincolare alla  esse la sua, perchè (è bene ripeterlo) la forza ideale, la virtù imperativa del dritto è, per essa, indipendente dal successo di fatto o dall* osservanza   <ìgì soggetti. Il (lovorG g dovere, clie lo si adoni pia  « no; e la violazione è un mero fatto che opera si  elie 1’ idea non divenga un fatto, ma non sì che  l’ idea cessi di essere idea. Doveehè il positivismo  da questa confusione tra idea e fatto prende le mosse  e questa confusione solleva a sistema. Suo assunto è  il seguente: 1’ idea non è idea perchè non è un fatto: o  altrimenti: l’ idea non esiste in quanto idea, perchè  non esiste in quanto fatto. Il qual paradosso non può  essere legittimato che da un sottinteso non meno  paradossale: l’idea non esiste come idea, se non in  quanto non è più idea. Se, adunque, il secreto tentativo di conferire a  priori alla nuda forza materiale valore e contenuto  ideale cade nell’ insuccesso, vien meno altresì quel1’ apparenza di legittimità, onde il positivismo si face bello. La logica delle cose rimuove quella pretesa dialettica del dritto con la forza, denudando  quest’ ultima di quell’ involucro spirituale nel quale  si veniva dissimulando. Ed allora ai positivisti si  pone un dilemma dal quale non vi è via di uscita:  o riconoscere la legittimità della nozione del dovere  e, quindi, rientrare nei termini della filosofìa del  dritto naturale, o professare apertamente l’immoralismo della forza. Perchè tra l’una cosa e 1’ altra [ Ist clas Recht nur Recht, uutorschieden von Willkiihr  mici Gewa.lt, wenn and soweit es eine dea Willen vcrjìjlichtcnde  Kraft in sich triigt, so Htellt sichjeder; der von Recht spricht  nnd Weiss was er sagt, auf dem ethischcn Stand]) nuli, aut doni  Boden des Scimollenden. Alle naturalistischen nnd miterialistificlien Doctrinen kdiìnen daher nur durch Iuconsequenz, dureli  Urklarheit und Confusion oder durch sophistische Rrsclileichun-,  gen vor der Identifìcirung von Recht und Gewalt siedi scliiitze n — Vìvici — Natur recht non v’è via di mezzo che tenga; il contrapposto tra  la physis ed il nomos, tra la necessità fìsica e la  necessità morale, è irriducibile: chi non voglia assentire alla logica della seconda non può, ov’egl’abbia mediocremente a cuore la coerenza filosòfica,  rinunziare alla logica della prima. E, quando si confessi apertamente che il titolo che fonda la legittimità esclusiva del diritto storico e positivo è laforza  materiale dei poteri governanti, allora noi non avremo più alcunché da opporre e ci terremo paghi di  darci per vinti. Il problema, allora, non è più da  dibattere, nè da risolvere, perchè difetta quel consentimento in un prius della ricerca, che pure è necessario  per sostenere una polemica qualsiasi. Il positivismo  potrà, a buon dritto, millantare il privilegio che godono tutte le forme di scepsi assoluta, tutti i sistemi  negativi, tutte le demolizioni dottrinali della verità  e della natura: il privilegio di esser fuori della critica, perchè si è fuori della coscienza umana. Se non che, di questa logica di sistema non tutti  sono accorti; ne sono, anzi, ignari pressoché tutti.  Ed è forse questa ignoranza il motivo della loro tenacità. Essi usurpano, senza volerlo deliberatamente,  le esigenze ed anche un po’ le soluzioni del dritto  naturale, lieti che una materia presa d’altronde risparmi ad essi la fatica ed il dolore di saggiare a  londo la insostenibilità del loro assunto originario.  Del resto questa apoteosi del dritto di fatto e della forza non è il sèguito di un proposito meditato e rigorosamente positivo, ma di una esigenza tutta/  negativa che domina i nostri positivisti. La esclusività che essi appongono al dritto positivo, è la conseguenza della esclusione clic essi Inni fatto dianzi di alcune forme storiche del dritto naturale; forme storiche che essi hanno scambiato sul serio con  la sostanza stessa del dritto NATURALE, in orna irgio a quel vecchio espediente solistico di fare  un fascio della scienza e degli scienziati, della  idea e delle applicazioni, dell’uso e dell’ abuso, della realtà oggettiva e della percezione soggettiva. E  di sistemi o di concepimenti individuali o collettivi  di dritto naturale ve ne ha parecchi e di diversa  natura; onde la impresa d’ insinuare i propri criteri  positivisti tra una critica e l’altra di questo o quel  sistema sbagliato di dritto naturale sembra larga  prò metti tri ce di successi. Se non che, alla prima  analisi cui si sottoponga (e parlo di un’ analisi elementarissima e superficiale) quel termine polisenso  che è il diritto NATURALE, i successi del positivismo, come di ogni cosa che poggia sovra un equivoco GRICE EQUIVOCO,  si dissipano d’un tratto.V’ha anzitutto una forma di dritto NATURALE, la quale, benché prenda le mosse dallo schematismo  universale della NATURA UMANA e dalla premessa dello STATO DI NATURA, ha tuttavia carattere e tendenze  originariamente empiriche e si presenta non già  come una dottrina creativa di dritti o di esigenze morali in contrapposto al dritto positivo, ma  piuttosto come una semplice astrazione ed elaborazione concettuale del dritto storico vigente. V’ ha, indi, una [Ciò è messo discretamente in luce da Bergòohm  risprudenz u Rechtsphilosophie.  Ju-] altra forma di dritto NATURALE, quella ohe, per abusata terminologia si chiama diritto NATURALE (NATURRECHT) per antonomasia, ed è il diritto NATURALE dell’AuJhUirung e DELLA RAGIONE, di cui è conosciuta la  storia assai più, forse, che il carattere e l’indole  vera, che è razionalista nel metodo, subiettivi sta nei criteri, anti-storico nelle esigenze, umanitario nel contenuto; che e la scuola in cui il diritto nou è pi 11  astrazione o generalizzazione dell’esperienza storica,  ma un lofjo della ragione creativa, e nel quale lo  STATO DI NATURA è (almeno in quanto ha di meglio) meno una premessa di fatto storico, che un mito (H. P. GRICE), una ipotesi razionale postulata a legittimare una data serie  di obbligazioni giuridiche o la possibilità stessa di  una obbligazione giuridica: che ha nel suo attivo e  nel suo passivo, ad un tempo, la dottrina (atteggiata in modo particolare) dei dritti dell’uomo e la  grande rivoluzione. V’ha, poi, il dritto NATURALE  della filosofia perenne; che non è forma ma sostanza delle forme; che è anteriore, per ordine di tempo, così al NATUR-RECHT empirico come al NATUR-RECHT RAZIONALISTICO e che non è nè l’uno nè l’altro, benché l’uno e l’altro nella lor parte migliore si approssimino ad esso; che emerge dalle profondità  della coscienza umana iu qualsiasi luogo ed in  qualsiasi tempo e che la cultura romana antica (CICERONE) specula non  meno che la cultura moderna; che non è patrimonio di questa o quella filosofìa personale, ma della  tradizione storica ed impersonale della filosofia;  che non è contrario sistematicamente al criterio storico, ma non lo è nemmeno al criterio speculativo;  che rifiuta la ragione, come virtù creativa delle cose, ma la tieu salda come potenza conoscitiva dei rapporti ideali e delle norme mperative; che supera  il subiettivismo assoluto dell’AujMarung, ma non  ne trae argomento a rinnegare le esigenze oggettive della coscienza umana come tale ; che è illuminato da una concezione teleologica dell’universo e della vita, ma non profana per questo il suo finalismo nelle aberrazioni del panteismo ottimista e  del pietismo storico; che si rappresenta i dritti dell’uomo circoscritti dalla funzione correspettiva del  dovere, ma non sconosce la sostanza ed il valore imperativo dei dritti attinenti all’uomo come tale, anzi  questi diritti rivendica tuttora e consacra. Ora è *questo* dritto NATURALE che, in nome della  filosofia, si oppone oggi al positivismo, perchè è esso  che segna il sostrato permanente delle forme storiche particolari; e questo dritto NATURALE è così lungi  dall’ essere posto a mal partito dalla critica che i  positivisti oppongono a questa o a quella forma  onde questo o quel filosofo, ovvero questa o quella  scuola di filosofi lo ha concepito: che anzi taluna  di quelle critiche se la potrebbe appropriare esso  stesso, senza infirmare per questo il suo contenuto  sostanziale. E dico a bella posta: taluna: perchè parecchie, la maggior parte, di quelle critiche, sono  del tutto infondate. Quelle, in specie, che si dirigono al dritto naturale razionalisti co, ossia al dritto NATURALE, sono sì arbitrarie e, ad un tempo, sì pretensiose che si rende urgente il bisogno di rintuzzarle in nome della sana e serena filosofìa. Di già  quel dritto naturale non ha avuto ancora, nella lotta  delle dottrine, quella piena giustizia, della quale i torti innegabili, ina pur sempre largamente compensati non gli scemano la legittima aspettazione. Dagl’avversari, che lo fraintendono o lo giudicano  con criteri unilaterali, agl’amici (cito tra questi Spencer del The nxan versus thè stette e della Jnstice)  che ne appropriano quello che esso ha di men buono, è tutta una gara ad abbuiarlo, a rimpicciolirlo,  a deformarlo: alla quale non poca parte confermai suoi tempi, lo Stalli, per aver voluto, in omaggio  alla sua dialettica possente, predicare della sostanza  del dritto naturale le note e le categorie applicabili  al solo panlogismo hegeliano, che si traduce, a sua  volta, in un sistema intrinsecamente realista e positivista. È di moda, ad es., tacciarlo di astrazione concettuale, abusando del doppio senso della parola  astrazione, e non si pensa che esso rappresenta precisamente il contrapposto di ogni astrazione concettuale della realtà empirica, differenziandosi, appunto per questo, da quel dritto naturale che  immediatamente lo precede. L’ astrazione non è  punto un procedimento trascendentale e sovra-empirico, come si crede comunemente: essa è, anzi,  una delle tappe del processo induttivo. L’astrazione  è, propriamente, un processo di semplificazione  logica dei dati empirici, non un criterio conoscitivo  che trascenda i dati stessi. Assumere la parola   Parrebbe averlo egli stesso confessato, là dove (Geschichte der Rechtsphilosophie) illustra lo aspetto empirico del natur-recht dichiarando apertamente che solo con  1 Hegel può dirsi “der ununterbrochene Faden logischer  Forderung durchgefuhrt. Aastrazione nel senso di una intuizione sovra-empirica è assurdo. Bisogna aver dimenticato così l’etimologia del vocabolo, abstrahere, come fi analisi del processo conoscitivo. L astrazione è la via traverso la quale si perviene all’universale logico: il quale universale logico è l’unico sforzo cogitativo che si possa consentire  l’induttivismo e l’empirismo Se, adunque, astrazione non significa che questo, non è arduo vedere  quanto arbitraria sia la censura mossa al diritto  NATURALE. La ragione del NATURRECHT è così poco ragione astratta da una serie di concreti preconosciuti, che anzi essa è una creazione, una conoscenza ex  novo ed intuitiva. Il diritto NATURALE è, nel fondo,  ont elogistico: ond’esso ha per suo criterio l’intuito  creativo della ragione, anziché l’esperienza del reale,  fi analisi, la riflessione, l’astrazione. Il genus proximum dell’ uomo, ossia del soggetto  dei dritti connaturati, è, ivi, meno un residuo dell’astrazione dalle differenze specifiche, ossia dalle  varietà contiagibili e storiche, che una speculazione  a priori e so vraem pirica delfi università reale della  natura umana. E dico che è tale nella sua esigenza  e nel suo interesse filosofico, senza punto giudicare  se quella esigenza o quell’ interesse siano stati sempre e coerentemente soddisfatti. Ed è appunto dall’essere fi intuizione, l’Anschauung, il suo processo  ed il suo criterio, che segue la sua virtualità, sarei  per dire la sua impulsività etica. L’ astrazione è  puramente logica; è negazione esplicita della vita,  della forza, delfi attività, delfi ethos. Carattere del  dritto NATURALE è, invece, la sua potenza attiva, la sua forza suggestiva di riforme e creativa di rivolgimenti: suo prodotto immediato è quella obsessione  spirituale che investi l’umanita, tiascinandola in  quel salto dal pensiero all’azione, dalFideale al reale,  dalla natura alla storia, vero salto nel buio, che fu  la rivoluzione. V’ lia bensì l’astrazione concettuale  anche nel dritto naturale: ma questa astrazione, anziché essere il prodotto d’ una esigenza sovra-empirica come si crede dai piu, è più presto la conseguenza naturale di quella iuiìltrazioue empirica che  vi si venne formando, allorché i suoi cultori, non contenti di aver annunziato una serie di principi e  di averli speculati a priori, il che, metodicamente  parlando, era perfettamente giusto, vollero fare un  passo più oltre e costruire, per via di un'analisi  concettuale di quei principi, la serie degli atteggiamenti concreti della vita giuridica. Per una simile  costruzione logica miglior presidio non si offeriva ad  essi che 1’ astrazione, ossia la semplificazione logica  dei concreti ottenuti dall’ esperienza. L’intuizione  non poteva servire alla bisogna, perche è propriodell’intuizione cogliere i rapporti ideali e 1’ universale delle cose o, più brevemente, le idee, non i  concreti od i fenomeni. Essi, adunque, travagliati  da una esigenza empirica, fecero capo all’astrazione; e  dal mondo reale e dalle condizioni sociali ed economico-politiche del tempo loro astrassero tutto un contenuto storico e particolare, il qual contenuto essi  hanno predicato dell’ umanità intiera, jiervertendo,.  così, in universale logico, l’universale reale e, nella  indifferenza dialettica, 1’ unità della natura umana.  E qui che la critica dello Stali! e degli altri acerbi rampognatoli coglie, senza dubbio, nel segno, ina non  già perchè il dritto naturale sia caduto nelle speculazioni a priori della ragione, bensì perchè esso  è caduto nel circuito dell’analisi e dell’empirismo,  o, se l’astrazione si voglia assumere, per un momento, nel senso che le conferiscono i nostri avversari,  non perchè essi abbiano astratto troppo, ma perchè  anzi hanno astratto troppo poco. La natura traccia  le linee fondamentali. I dettagli dell’ esecuzione li  lascia alla stòria ed alla volontà positiva. Il vero  dritto NATURALE ci dà una serie di criteri o di principi del dritto, i quali sono, bensì, un dritto, ma  un dritto ideale e potenziale. Essi, quei criteri o  quei principi, sono un prerequisito del dritto fenomenico, ma non sono ancora, propriamente parlando,  un dritto fenomenico bello e dato; il qual dritto è  la risultante complessa di condizioni empiriche, nelle quali quei principi e quei criteri s’individuano  ma non si consumano. Questo principio è eflicacemente illustrato, uon senza  per altro un po’ di formalismo, da Feuerbach, Das  Reclitsgesetz, obgleìch durch sich selbst aUc/emcinf/ultig. kanu  dennoch als blosses Vernini ftgesetz nicht allgemeingeltend werden. Soli es wirklioh herrsclien, so muss dieses Reehtsgesetz aus dem Reicke des Vernunft in das Reich der Erfahrung,  aus der intelligiblen Welfc in die Welt der Sinne hiniibergetrageu werdeu. In dem Gesetze des Reehts erkenne idi nodi  nicht dio Reclite selbst, in ihm habe ich nur das Princip und  das Criterium ihrer Erkenntniss; dio Frage ; worin besteht das  rechtliche uberhaupt; nicht aber die Frage: was Rechtens sei  uuter diesel oder jener Bedingung, in diesem odor jenem Vorhiiltnisse. Ueber Philosophie und Empirie in ihrem Verliiiltnisse zur positiven Rechtsvnssenschaft=Landshut. L’ esigenza empirica che deforma il dritto NATURALE sta appunto in questo, nel serbarsi infedele al  suo assunto, nel sottoporre quello che dovrebbe essere una speculazione del dritto naturale a quella  serie di condizioni alle quali è sottoposta la conoscenza del dritto fenomenico, nel trasferire alla nozione di quello le note che sono pertinenti alla nozione di questo; di guisa che essi muovano come  da un sottinteso: il presunto dritto naturale va trattato alla stregua del dritto fenomenico. Ad essi è mancata quella potenza o, forse meglio,  quella tenacità di tensione intellettiva che era necessaria per comprendere che il dritto naturale deve anzi  tutto rimanere dritto naturale, e che il giudizio sulla  esistenza di esso non deve essere sottoposto al regolo o al criterio moderatore dei giudizi sull’esistenza del dritto positivo. Anche qui, adunque, essi  sono in colpa non già per aver voluto far troppo di  dritto NATURALE, ma per averne fatto troppo poco; e  chi ha meno dritto di rampognarli di ciò è il positivista. Ai principi del dritto NATURALE si potrebbe,  a buon dritto, torcere quel rimprovero che fa il LIZIO alle idee di dell’ACCADEMIA: essi, quei principi, sono  ipostasi intellettive delle realità fenomeniche individuali. Di qui 1’ aspetto malsano del dritto naturale :  la realtà della storia contorta in un falso schematismo logico: quello che sarebbe dovuto essere storico  relativo provvisorio, rifuso in una forma logica universale e rappresentato come eterno, assoluto, immutabile: la storia, insomma, negata come storia e  riaffermata come speculazione logica. Così, quel subiettivismo, che era la realtà di fatto del tempo dell’ AujUiirung si predica come natura dell’ uomo  in tutti i tempi. Alla proprietà ed al contratto si  conferisce quel contenuto rigidamente individualistico  che corrisponde alle mire secrete del sistema economico che si veniva affermando in quell’ ambiente storico, del sistema capitalista. La nozione dei  dritti connaturati alterata e deformata dalla miscela  inconsulta di elementi positivi e di pretensioni e di  attribuzioni acquisite.  Gli si appone a colpa, altresì, la nozione dello  stato di natura. Ma, se lo assumere uno stato primitivo della umanità governato da una legge spontanea  di natura e non da una legge o da un sistema di  leggi umane positive, se, dico, assumere questo stato  di natura a rigore di fatto storico può essere ed è  un abuso della mitologia, assumerlo, invece, come  una ipotesi lìlosohca, è, fuori dubbio, un processo  rigorosamente scientifico e fors’ anco metodicamente  necessario. Ogni pensatore che voglia differenziare  mediocremente il contenuto della vita sociale, che  voglia sceverare quello che è permanente da quello  che è transitorio, il substratum dai fenomeni, che  voglia discernere nettamente quello che in una data  associazione di persone va attribuito alla natura originaria di ciascuno dei membri da quello che vi si è  venuto soprapponendo per la reciprocità d’ influsso  dei membri tra* loro e per tutto il tessuto dell’ azione  sociale, ogni pensatore, dico, che voglia fare tutto  questo, deve porre lo stato di natura e contrapporgli  [Cfr. il nostro saggio ‘La terra nell’ odierna economia  capitalistica’ (Roma) lo stato sociale sopra v vegnente, deve distinguere limpidamente l’uomo della natura dall’uomo della storia.  È superfluo qui ricordare Spencer, il quale a  questa astrazione dell’ uomo della natura dall’ uomo  della storia (che per lui, naturalista reciso, si converte in un’astrazione dell’ unità biologica dall’unità  sociale) ha reso omaggio non solo nelle opere ultime  nelle quali egli restaura di professo il dritto NATURALE, ma anche nelle opere anteriori, le quali segnano il  climax del suo pensiero filosòfico. Il convincimento,  anzi, della legittimità di una contrapposizione dell’unità biologica alla unità storica, o, che per noi è  lo stesso, della legittimità di una ipotesi dello stato  di natura, è, forse, l’anello di congiunzione del suo  novissimo dritto naturale con la sua sociologia ed in  genere con tutta la sua filosofia sintetica, 1’ addentellato dell’ uno nell’ altra. Ricordo, poi, un illustre  positivista, come Kirchmann, il quale ha esplicitamente riconosciuto la necessità che le scienze morali,  prive come sono del sussidio dell’esperimento, invochino 1’ ausilio di ipotesi scientifiche per sopperire a  quel difetto, e, tra queste ipotesi, rivendica, di proposito deliberato, quella dello STATO DI NATURA). Non [Es ist die Wissenschaft der Sittlichen genothigt, nicht  bloss aut die sifctlichen Zustande der rohen und attesten Volker  mit besouderer Sorgfalt einzngehen, sondern sie muss noch  hinter die àltesten gesehiclitliclien Zustande zuriiekgehen und  durcli Hypothesen die einfachsten Zustande zu ermitteln suchen.  Diese Hypothesen kdnuen in ein phautastisches und fur die  Wissenschaft nutzloses Spiel ausarten. Allein mit Vorsicht  geiibt, ersetzen sie das Hulfsmittel der Experimente in der  Naturwissenschatt und sind nicht zu entbehren. Daher erklart es  8ich, das8 8chon LIZIO und spdter die Begriinder des Natur. ] L’uso di questa ipotesi va, adunque, rimproverato al  dritto naturale, ma l’abuso : ossia non la ipotesi  come ipotesi, ma la maniera particolare onde la si  atteggia. Quanto poi all’altra nozione del contratto sociale, che è quella che più si rimprovera al dritto NATURALE (e, tenuto conto delle conseguenze logiche  di essa, a buon dritto) va notato che nei più grandi cultori di quel dritto (cito ad es. il Kant) il contratto sociale non è già un fatto storico, ma una  ipotesi RAZIONALE evocata a legittimare l’ordine giuridico dei rapporti umani, anziché a scuoterlo e  corroderlo. La teoria del contratto sociale è la risultante di due fattori : del sottinteso o presupposto  contrattuale, secondo il quale unica fonte legittima  di obbligazione autorevole è il consenso dello stesso obbligato; e della esigenza, che animava i cultori del dritto NATURALE, a legittimare il vincolo o  la serie dei vincoli sociali, anche quelli che non  lasciavano trapelare o supporre la presenza di un  consenso preesistente. Il CONTRATTO sociale è quel di  là dell’esperienza attuale, quell’ assolutamente prius  della storia, che sopperisce al difetto del consenso  attuale, con l’allegare una specie di consenso abituale, una Anerkenmmg, direbbe il Bierling, una mas- [rechts nùt TJrzmtanden des Memchen beginnen, welche uber die  Geschichte hinausreicheii. Der oft dagegen erhobene Tadel trifffc  nicht das Verfahren an sich, sondern nur den damit getriebenen Missbrauch. Es karrn desshalb auch hier dieses Mittel  nicht uiibeimtzt bleiben: aber die Vorsieht gebietet, es auf das  Nothwendige und Gewissere zu beschriinken. Grimdbegrifte  sima dell’assenso. Il contratto sociale esprime quindi  la dialettica che il pensiero dei cultori del dritto  naturale ebbe tentato tra la premessa logica del  contrattualismo e le esigenze della conservazione  sociale, tra la invincolabilità assoluta della libertà  naturale, postulata come principio, ed il complessodei vincoli sociali, riconosciuti come fatto. Il che  si deve al fatto, riconosciuto dallo stesso Stalli, che essi, se per la logica, sarei per dire per la  consequenziarità, del loro principio erano, o meglio  avrebbero dovuto essere, rivoluzionari, nel fondo  del loro pensiero e della tendenza loro erano, invece, conservatori: senza dubbio degl’ingenui conservatori. Ohe se si voglia porre a carico loro  appunto il non aver compreso che il vero STATO NATURALE dell’ uomo è lo STATO SOCIALE, che non v’ ha bisogno di una ipotesi razionale quale che sia per  legittimare vincoli sociali i quali si legittimano da  sè, che si pensi, almeno, che il torto innegabile [Das NATURRECHT ist nachgiebig, wo es die Wirklichkeit gegen sich hat, es liisst sich jeden Zustand gefallen und  sucht ihu dnrcli IJnterlegung einer stillschweigenden Einwilligung zu rechtfertigen, uni sein theoretisches Interesse zu befriedigcn : die Revolution, dagegen, will die Macht der Wirklichkeit brechen, sie vernichtet jede Einrichtung, die uicht  aus ihreu reineu Vernunftbegriifen folgt. Ienes erdichtet fiir  jede Verfassung, die Mensehen liiitten sie gewollt, darait es sich  als frei denken kdnne, diese duldet keine Verfassung, die sie  niclit gewollt, dainit sie wirklich frei seyen. — Gesch. d. R.  phil. Quest’ antitesi del dritto naturale alla rivoluzione  è licondotta dallo Stalli ad una causa diversa che da noi. Ma  ciò non conta: importa che quell’ antitesi sia stata riconosciuto da quel profondo intelletto.] del dritto naturale va dovuto, in buona parte, alla  difficoltà di discernere i vincoli sociali, che sono  davvero conformi alle leggi della natura umana,  da quegli altri vincoli clic non sono tali. L’errore  loro, sarei per dire, è, in parte, un errore delle  cose. Niente più naturale all’ uomo dello stato sociale e pure niente, ad un tempo, più violento di  esso (antitesi questa che deve essere stata colta  da MANZONI, non ricordo più in qual punto delle  sue opere): perchè lo stato sociale, accanto ad una  serie di obbligazioni perfettamente legittime, perchè  perfettamente naturali, reca pure con sè (è il suo  lato debole come di ogui cosa di questo mondo) un  cumulo di coercizioni arbitrarie, giacobine, irrazionali che la natura convellono, incatenano, deformano. Che meraviglia, dopo ciò, che il dritto naturale  abbia colto questo secondo aspetto delle cose soltanto e niun conto abbia tenuto del primo, di guisa che si sia reputato in dovere di legittimare  quello che non sembrava legittimo a prima giunta  e di costruire con la volontà quello che non forniva la natura °ì Nei fenomeni di questo nostro mondo,  che non adempie in sè la perfezione e l’ideale, ma  della perfezione del di là è soltanto un baleno, v’è  tante e così aspre antitesi! ed è così facile invertire  un solo dei termini dell’antitesi nella realtà tutta  intiera!  Il dritto NATURALE può avere molti torti, ma questi sono compensati ad usura dal molto di buono  che vi è dentro: da quella nozione di un dritto indipendente dalla sanzione positiva e superiore ad  essa, che si attiene all’uomo in quanto uomo, che è patrimonio ind6Ì6bil6 della sna natura, quello appunto die costituisce il suo essere di uomo, la sua  umanità. E l’umanità-, ecco l’aspetto sano del diritto naturale; che in esso è, fórse un universale  logico e formale, una formula del razionalismo dell’Aujklàrung, ma (die si deve ad esso se sia potuto  divenire nella mente dei contemporanei e dei posteri un universale reale. Prima che esso ravvivasse il  culto della personalità individuale, si vedeva questo  o quelV uomo, in questo o quel ceto, in questa o  quella condizione economica e sociale: grazie ad esso  si vide Tuo ino. Esagerò il suo assunto e cadde nello  individualismo: ma 1’ umanità gli deve saper grado  di questo individualismo, se da esso ha potuto sprigionarsi, con un processo di auto-correzione, la sana  individualità, ossia la dignità umana. In questo il  dritto naturale razionalistico si confonde col dritto  naturale assoluto della filosofia tradizionale; ed è la  espressione di quel dritto che ogni uomo possiede  come la parte più sacra di se stesso, che l’uomo sente pria di conoscere ed aspira nell’atto stesso di  conoscerlo, che non si sa se sia più un sentimento  od un intuito, una idea od una volizione. Il dritto  naturale rientra, allora, nei termini della dottrina  cristiana, perchè il dritto dell’uomo è l’espressione  della preziosità inestimabile dell’ umana persona redenta da Cristo; e, come tale, è inoppugnabile, e rimane tale senza fallo, finche non declini la coscienza morale dell’ umanità.   ^è io saprei per qual modo il positivismo, il  quale si è travagliato e si travaglia nella critica del  dritto naturale, possa col labile sostegno dei suoi angusti criteri oppugnarlo davvero. Un sistema die  predica V esperienza, come criterio scientifico esclusivo, non lia altro argomento da opporci clic Questo:  il vostro preteso dritto naturale 1’ esperienza non  ce lo attesta; nessuno ci lia fatto toccar con mano  la sua esistenza nel passato, o nel presente; si può  metter pegno che nessuno ce ne farà toccar con  mano V esistenza nel futuro: il vostro dritto NATURALE, adunque, non esiste. Orbene questo argomento  è cosi innocuo che esso non tocca nemmeno il dritto NATURALE, nè i suoi cultori. I quali potranno ben  rispondervi: sapevamcelo ! ma il nostro dritto NATURALE è quello che è, appunto perchè noìi è fenomenico, ossia oggetto di esperienza. Koi siamo  si poco scossi dal vostro raziocinio che lo abbiamo  prevenuto: il dritto NATURALE è, per noi, una idea e  non necessariamente un fatto, un dover essere e  non un essere, una necessità morale e non una cosa  empiricamente esistente. Ohe il dritto naturale sia esistito o meno nelle  condizioni dell’ esperienza e della storia, che sia  stato attuato o individuato da 'questo o quel dritto  positivo, a noi importa, a rigor di termini, poco;  perchè il nostro quesito non è se esso esista o sia  esistito davvero, ma se debba esistere: onde l’inesistenza di fatto di esso non è argomento contrario  alla nostra teoria, come non le sarebbe argomento  favorevole la sua esistenza. Quando, in nome del  criterio sperimentale, si esclude la nozione del diitto NATURALE, si cade in una petizione di principio. Si dà per provato quello che si doveva appunto  provare: che unico criterio conoscitivo della esistenza  delle cose sia l’esperienza, o, meglio ancora, che non  vi sia altra forma di esistenza che la esistenza empirica.  Ed in questa petizione di principio si risolve tutta la  critica esercitata dal positivismo sul dritto naturale.  Gli studi di filosofìa del dritto di Wallaschek e più  di tutto il saggio di Bergbolim, nel  quale è condotto un esame molto accurato del dritto NATURALE, sono piene di argomentazioni suppergiù del contenuto e del valore della seguente,  tormolata dal primo di quegli scrittori: Ausser dem  bestehenden Rechi gìebt es Icein anderes Recht, demi  es ist ein Widerspnich, anzunelimen, dass, ausser  dem bestehenden Recht, nodi ein Rcclit bestelit, das  nicht bestelit. É chiaro che un simile modo di  ragionare è il portato logico della ideologia positivista, come è chiaro che ivi si confondono malaccortamente duo cose, che vanno divise o distinte, o,  almeno, sulla diversità o pluralità delle quali volgeva appuntò il quesito. L’ esistenza empirica delle  cose va distinta dalla esistenza metafìsica delle cose  stesse. Ora è appunto a questa esistenza metafisica che  fanno accenno i rivendicatori del dritto NATURALE. Ai quali inopportunamente si fa rimprovero di assurdo paradossale, con una proposizione sofìstica diquel genere, dove il verbo essere vien preso in un  membro in un senso e nell’altro in un altro.  Line andere ivichtige Frage bleibt ja immer, ob  das Recht, das bestelit, aneli bestehen solite, aber  der Begriff des Rechtes, das sein soli, darf nicht verwechselt werden mit dem, das thatsàchlich vorhanden  ist, und nur dieses letztere ist Recht, das erstere soli  es sein. Ma, di grazia, quando mai il dritto NATURALE ha preteso di affermare la sua esistenza empirica di fatto, ossia la sua esistenza di diritto  positivo? Esso ha sempre preteso di essere quello  che è, e quando ha detto: io sono: intendeva dire,  non già: io esisto davvero: ma: io debbo esistere.  L’essere del dritto NATURALE è precisamente il dover  essere: il dritto NATURALE è una norma ed è come  norma, cioè a dire come dover essere. Che non sia  punto un fatto, il primo ad esserne persuaso è esso  stesso. Appunto perchè non esiste necessariamente  nelle leggi positive, esso rivendica il suo dritto di  esistere. Ed in questo dritto ad esistere, non già  nell’esistere davvero è riposto il suo essere. È veramente deplorabile che questi principi così elementari debbano essere ribaditi quando pareva che nessuno potesse dubitarne!  L’empirismo è così scarso di prove contro il  dritto NATURALE, ch’esso non può neanche fermare  assolutamente che quel dritto non sia possibile  nelle stesse condizioni future dell’ esperienza. Vale  a dire, esso non solo non ha autorità di asserire che  il dritto NATURALE non sia ovvero non debba esistere,  ma non ne ha nemmeno per assicurare che esso non  possa esistere. Perchè il possibile ed il futuro eccede il potere dell’ esperienza, la quale è limitata al  passato ed al presente; il poter essere o il sarà sono  quasi così lungi dal poter essere affermati e negati  dal positivismo che aspiri ad essere logico, quanto lo è il dover essere. Esclusa, così, la possibilità di uno di quei richiami al futuro che sono tra i  ripieghi prediletti dell’ empirismo, toltogli il modo  di dettar legge alla storia, ad esso non resta che  contenere le sue negazioni nella sfera del presente.  Allora la scepsi che esso esercita sul dritto NATURALE va formolata nella tesi seguente: il dritto NATURALE non esiste come dritto NATURALE, perchè non  esiste come dritto positivo: una tesi sbalordi toia  che presuppone, in chi la . sostiene, il difetto assoluto della più elementare analisi ideologica e che  segna, mi si lasci dire la parola, la vera bancarotta  del positivismo giuridico. Stammler. Igino Petrone. Petrone. Keywords: determinismo, l’eroe, Ennea, eroe stoico, l’eroe sannita, il sannio, la lega sannitica, spirito, inerza della volonta, due direzioni dell’inerzia della volonta, contro Gentile, contro Nietzsche, umano, non sovrumano, filosofia del diritto, lo spirito, liberta dello spirito, il limite della pscogenesi della morale, il principio dell’amore proprio, il principio della benevolenza, amore proprio conversazionale, benevolenza conversazionale, il sentimento morale, filosofia del diritto, communismo giuridico, la simplificazione di labriola, contro labriola, criticismo, idealism critico, meditazioni di un idealista, GENTILE contro Petrone., Croce contro Petrone; l’identita sannia, psicologia del sannita, i romani contro i sannita, la prima guerra sannita, la seconda guerra sannita, la terza guerra sannita; la repubblica romana, l’espansionismo dei romani nell’Italia, I romani contro i sanniti; bassorilievo dei sanniti, i liguri e i sanniti, le popolazione italiche, economia e psicologia del Molise, il sannio, la complessità dello spirito della filosofia italiana; il linguaggio sannita; il linguaggio umbro, il linguaggio osco; il linguaggio falisco, limosano, musanum, limosanum; un stato mercantile chiuse, Fichte contro Marx, Nietzsche, il valore della vita, il problema morale, la filosofia del diritto, diritto positivo, diritto naturale, la filosofia politica nel criticismo, azione, l’etica e l’ascetica, l’etica dell’eroe come azione, l’energia dello spirito contro l’inerza della volonta – l’inerza della volonta nell’elezione dei fini; l’inerza della volonta nell’elezione dei mezzi; il spirito contro la volonta, i limiti dei determinismo, l’indeterminismo dello spirito, la causa dello spirito, causa spirituale dell’agire umano, lo spirito umano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Petrone” – The Swimming-Pool Library. Petrone.

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